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Il figlio del corsaro rosso
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PARTE PRIMA
CAPITOLO I
LA MARCHESA DI MONTELIMAR
- Il signor conte de Miranda!
Quel nome, gridato forte da un servo gallonato con la pelle nera come il
carbone, vestito di seta azzurra a larghi fiori gialli, aveva prodotto una
profonda impressione fra i moltissimi invitati che ingombravano le sfarzose sale
della marchesa di Montelimar, la bellissima signora, celebrata da tutti gli
avventurieri e da tutti gli ufficiali di terra e di mare di San Domingo.
Le danze, animatissime fino a quel momento, erano state subito interrotte,
perché cavalieri e dame si erano precipitati verso la porta del grande salone,
come attratti da un'irresistibile curiosità di vedere da vicino quel conte che
si diceva avesse fatto girare molte teste nelle poche ore che si era mostrato
per le vie di San Domingo.
Il portiere negro aveva appena sollevata la ricca tenda di damasco con lunghe
frange d'oro, quando il personaggio annunziato comparve.
Era un bellissimo giovane di ventotto o trent'anni, di statura alta, di forme
elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti,
i baffi neri e la pelle bianchissima, cosa affatto insolita per un comandante di
fregata, abituato a navigare sotto il sole bruciante del Golfo del Messico.
Quello strano ed interessante personaggio, chi sa per quale bizzarria, vestiva
tutto di seta rossa.
Rossa era la casacca, rossi gli alamari, rossi i calzoni, rosso l'ampio feltro
adorno d'una lunga piuma e cosí pure i merletti, i guanti e perfino gli alti
stivali; anche la guaina della spada era di cuoio rosso.
Il conte, vedendosi dinanzi tutte quelle persone che lo osservavano
attentamente, corrugò un po' la fronte, guardando arditamente gli uomini, come
seccato di quella curiosità, poi si levò garbatamente il cappello, strisciando
con un moto grazioso sul tappeto la lunghissima piuma e fece un leggero inchino,
tenendo sempre la sinistra sulla guardia della spada.
La marchesa di Montelimar si era affrettata a farsi largo fra gli invitati e ad
accostarsi premurosamente al conte.
Non a torto la chiamavano la bella vedova di S. Domingo! Era una splendida
castigliana, giovane ancora, perché non doveva toccare le venticinque
primavere, alta, slanciata, col corpo flessuoso, gli occhi sfolgoranti, tagliati
a mandorla, la capigliatura nerissima e la pelle alabastrina; la vera tinta
delle creole del Golfo messicano.
Quantunque vedova da pochi anni d'un vecchio marchese, morto combattendo contro
i filibustieri della Tortue, indossava un magnifico vestito di damasco di seta
bianca, adorno sul dinanzi di piccoli smeraldi raccolti qua e là in gruppetti
artistici, e intorno al niveo collo portava una doppia fila di perle di
California, di un valore inestimabile. Si fermò dinanzi al conte, facendo un
grazioso inchino, accompagnato da un delizioso sorriso, poi, stendendogli la
destra, gli disse:
- Sono lieta che voi, signor conte, abbiate accettato il mio invito.
- Gli uomini di mare son ruvidi, marchesa; ma non rifiutano mai un invito,
specialmente quando vien fatto da una signora bella come voi.
Quelle parole fecero corrugare piú di una fronte e sollevarono fra gli
adoratori della marchesa qualche mormorio.
Il Conte de Miranda si voltò vivamente, con la sinistra appoggiata fieramente
sull'elsa della spada e la destra sul fianco, e disse con voce chiara:
- Pare che a qualcuno non sia piaciuto quel che ho detto: si sappia che noi,
figli dell'oceano, sappiamo guidare le navi, ma regalare anche una buona
stoccata.
- Vi siete ingannato, signor conte - disse la marchesa. - Qui tutti hanno molta
stima per gli uomini che, sfidando tempeste e pericoli, ci difendono dai
filibustieri della Tortue.
Nessuno aveva osato fiatare e le fronti si erano spianate. Solamente un capitano
degli alabardieri di Granata, un pezzo d'uomo alto un palmo piú del giovane
conte, era ancora molto corrucciato.
- Signor conte, - disse la marchesa di Montelimar - volete offrirmi il vostro
braccio? Sarò orgogliosa di appoggiarmi ad un forte uomo di mare.
- Che metterà la sua spada e la sua vita sempre a vostra disposizione, marchesa
- rispose il bel giovane, guardando insolentemente gli invitati che
manifestavano un po' di malumore per la preferenza accordata dalla bella vedova
a quel capitano sconosciuto a tutti.
- Non chiedo tanto conte. Danzate?
- Sí, marchesa; alla francese però, perché sono stato educato in Provenza.
- Come mai? Non siete spagnuolo? I de Miranda, se non m'inganno, sono
castigliani.
- Puro sangue; ma mio padre aveva sposato una francese, e mi affidò ancora
bambino ai parenti di mia madre.
- Infatti mi accorgo che voi avete un accento diverso dal nostro.
- Gli uomini di mare visitando tanti paesi, perdono l'accento della madre
lingua; poi ho soggiornato molto anche in Italia.
- Ecco perché voi parlate cosí dolcemente. Ah, l'Italia! Anch'io l'ho
visitata... E venite ora...?
- Da Vera-Cruz, marchesa.
- Dopo aver incontrato chi sa quante avventure!
- No, marchesa: una tempesta ed un paio d'abbordaggi con due navi filibustiere.
- Che avrete affondato, immagino.
- Rimorchiate, marchesa, dopo aver imprigionato i loro equipaggi.
- Ed ora andavate?...
- Mi fermo qui per difendere San Domingo.
- Siamo minacciati?
- Si dice che i bucanieri, d'accordo con i filibustieri, si preparino per un
colpo di mano contro questa città, ma troveranno sul loro cammino i quaranta
cannoni della mia Nuova Castiglia, e vi giuro, marchesa, che li farò...
Il conte si interruppe bruscamente e si voltò di fianco.
Un capitano degli alabardieri, lo stesso che poco prima aveva borbottato piú
degli altri, un bell'uomo sulla quarantina, alto come un granatiere, con due
immensi baffi cadenti alla chinese, gli si era fermato a pochi passi come se
cercasse di sorprendere le sue parole.
Alla fermata improvvisa del giovane capitano, aveva girato sollecitamente sui
talloni, battendo impazientemente la sinistra sulla guardia della sua lunga
spada e abbordando una signora che in quel momento attraversava la sala.
- Chi è quel signore? - chiese il conte alla marchesa, aggrottando la fronte.
- Il conte di Sant'Iago, capitano degli alabardieri del reggimento di Granata -
rispose la marchesa di Montelimar, sorridendo. - Vi interessa?
- Niente affatto, signora. Mi pareva che ci seguisse, per ascoltare ciò che noi
dicevamo.
- È un mio adoratore.
- Ad una cosí bella signora non possono mancare.
- Oh, conte! - esclamò la marchesa, battendogli su una mano il suo ricco
ventaglio dalle stecche d'oro.
- Vi ama?
- Alla follia. La settimana scorsa uccise un luogotenente di marina con un
terribile colpo di spada, perché credeva che io avessi per quel disgraziato
qualche preferenza.
- Ah! Il capitano è geloso?
- E un buon spadaccino, a quel che si dice - aggiunse la marchesa.
- Vorrei provare un po' la sua abilità - disse il conte con voce ironica.
- Guardatevene, signor de Miranda!
- E che, marchesa; mi credereste voi tal uomo da aver paura di quel capitano?
- No, conte, ma mi rincrescerebbe...
- Che cosa?
- Che vi toccasse qualche disgrazia - rispose la marchesa, alla quale pareva che
un'improvvisa commozione avesse alterato l'accento.
Il giovane capitano si staccò dal suo braccio e la guardò con sorpresa:
- A voi, che mi conoscete appena da cinque minuti, - disse - a voi spiacerebbe
se mi succedesse qualche disgrazia?
- Io ammiro i gentiluomini coraggiosi e amabili come voi, conte.
Il giovane represse un sospiro, poi disse a mezza voce::
- È strano; anche mio zio...
Ma tosto s'interruppe, stringendo le labbra.
- Che cosa avete detto, conte? - chiese la marchesa di Montelimar.
- Che la musica è ottima, e che si potrebbe danzare questo delizioso fandango.
- Era quello che volevo proporvi.
- Ai vostri ordini, marchesa.
Le danze erano già state riprese.
Dame e cavalieri giravano vorticosamente nelle splendide sale del palazzo di
Montelimar, elettrizzati da una dozzina di suonatori nascosti dietro ad una
specie di giardinetto formato da una doppia fila di superbi banani, le cui
grandissime foglie s'alzavano fino al soffitto dorato.
Il conte cinse il fianco della marchesa e si slanciò agilissimo nel turbine dei
danzatori e delle danzatrici.
Alcuni si erano fermati per ammirare quel bellissimo giovane e la sua bellissima
compagna, stupefatti della sua leggerezza e della sua grazia.
Mai prima d'allora avevano veduto danzare a quel modo un uomo di mare.
Il fandango era appena finito e il conte aveva ricondotta la marchesa al suo
posto, quando alle sue spalle udí una voce che gli disse:
- Signore, voi che danzate cosí bene, sapete giocare altrettanto bene?
Il giovane capitano della Nuova Castiglia si voltò vivamente e non seppe
frenare un moto di sorpresa nel vedersi dinanzi il capitano degli alabardieri
del reggimento di Granata.
Il conte lo fissò per un momento; poi rispose con accento ironico:
- Un gentiluomo deve saper danzare, saper giocare e dare anche colpi di spada
quando gli si offre l'occasione.
- Vi ho proposto solamente di giocare, per ora - disse il capitano degli
alabardieri.
- Se ciò può farvi piacere eccomi ai vostri ordini, conte di Sant'Iago.
- Come? Mi conoscete? - esclamò il capitano, facendo un gesto di stupore.
- Cosí... per caso
La marchesa di Montelimar, un po' pallida, si era alzata.
- Che cosa volete, conte di Sant'Iago dal conte de Miranda? - chiese.
- Null'altro, signora, che proporgli una partita al montes - rispose il
capitano. - Gli uomini di mare preferiscono il gioco alla danza; è vero, conte?
- Qualche volta - rispose asciuttamente il giovane.
- E poi avete già danzato una volta con la regina della festa.
- Ma se la marchesa desiderasse fare un altro giro rinunzierei subito alla
partita che voi mi proponete, checché dovesse succedere.
- La notte non è ancora finita, e avrete tempo di muovere le gambe finché
vorrete - disse il capitano degli alabardieri con sottile ironia.
- Non giocate, conte - disse la marchesa.
- Oh, non farò che una sola partita! - rispose il giovane capitano. - Sono
distrazioni che piacciono alle genti che navigano. Andiamo, signor di Sant'Iago.
Baciò galantemente la mano alla marchesa di Montelimar e seguí il burbero
capitano degli alabardieri, non senza aver prima fatto alla bella vedova un
leggero cenno, come per dirle:
- Non vi preoccupate per me.
Attraversarono l'ampia sala sfolgorante di luce, dove capitani di terra e di
mare danzavano allegramente insieme con le piú leggiadre signore e signorine di
San Domingo, ed entrarono in un salottino dove una dozzina di ufficiali, per la
maggior parte vecchi, stavano giocando e fumando grossi sigari avana, senza
occuparsi affatto della festa da ballo.
Dei dobloni semplici e doppi scintillavano sui tavolini da giuoco, e dadi e
carte venivano gettati con una certa noncuranza, piú affettata che reale, dai
giocatori.
- Signor conte, - disse il capitano degli alabardieri - preferite le carte o i
dadi?
Il giovane capitano di fregata parve pensare un momento, poi disse:
- I dadi mi pare che diano un'emozione piú violenta delle carte, e ciò va
benissimo per gli uomini di guerra abituati ai colpi di spada e di cannone. Non
vi pare, signor di Sant'Iago? Non siamo dei tranquilli piantatori di canne da
zucchero o d'indaco!
- Avete dello spirito, conte.
- Di mare, condito con molto sale - disse il giovane sorridendo. Noi siamo
uomini molto salati.
- Mentre noi siamo molto profumati, invece - rispose il capitano degli
alabardieri di Granata.
- Perché?
- Viviamo sempre nei boschi, alla caccia dei bucanieri.
- E ne uccidete molti di quei furfanti?
- Uff! qualche volta qualcuno cade sotto i nostri archibugi, ma quasi mai sotto
le alabarde delle nostre guardie. Appena quei furfanti odono lo sparo d'un
archibugio, invece di attaccare, scappano come lepri.
- Chi? I bucanieri o i nostri?
- I nostri, conte.
- Hanno tanta paura?
- Basta talvolta un bucaniere bene imboscato per mettere in rotta i nostri
alabardieri; e notate che non si mettono mai in campagna, se non sono almeno
cinquanta.
- Bel coraggio! - disse il conte de Miranda con un sorriso un po' sarcastico.
- Carrai! vorrei veder voi al loro posto!
- Li attaccherei a fondo alla testa dei miei marinai.
- Si vede, infatti, che bella figura fanno i marinai che montano i nostri
galeoni! - osservò il capitano beffardamente. - Dopo le prime cannonate,
abbassano il grande stendardo di Spagna e consegnano ai furfanti della Tortue le
verghe d'oro che hanno nella stiva.
- I miei veramente... Il conte di Miranda si fermò mordendosi le labbra come
pentito di essersi lasciato sfuggire quella frase e disse:
- Capitano, volete dunque che giochiamo?
- Vi avevo invitato per questo. Vedremo se l'amore porta fortuna o sfortuna.
- Che cosa volete dire?
Il conte di Sant'Iago, invece di rispondere, fece un segno ad un servo negro
gallonato vestito di seta e gli ordinò:
- I dadi: vogliamo giocare.
- Subito, signor conte.
Un momento dopo il servo portava su un piatto d'argento finemente cesellato una
piccola tazza d'oro con due dadi di dente di marsuino.
- Che giochiamo, signor conte de Miranda? - chiese il capitano degli
alabardieri.
- Quello che volete.
- Badate a quello che dite.
- Perché, signor conte di Sant'Iago? - chiese il giovane con affettata
indifferenza.
- Carrai!
- Caramba! Bestemmiate, signor conte.
- Ed anche voi, mi pare.
- Oh! Io sono uomo di mare! D'altronde nessuno vi proibisce di bestemmiare. Le
genti di terra e di mare qualche volta vanno pienamente d'accordo su questo..
terreno.
- Avete dello spirito, conte.
- Qualche volta.
- Giocate? - chiese il capitano.
- Ve l'ho già detto: quello che desiderate.
- Una pelle viva?
Il giovane guardò il capitano con sorpresa
- Non vi comprendo: quale può essere questa pelle viva? Quella d'un pescecane
forse?
Il capitano degli alabardieri di Granata si mise le mani sui fianchi, con un
fare provocante, poi disse con voce grave:
- Fra gli uomini d'arme di terra usa giocare una pelle, quando si è stanchi di
gettare dell'oro sul tavolo.
- Ossia? - chiese il conte de Miranda con calma.
- Quello che perde si fa saltare il cervello con un colpo di pistola.
- Brutto giuoco!
- Anzi interessantissimo, perché si giuoca la vita d'un uomo.
- Preferisco arrischiare i miei dobloni - rispose il giovane. - Lo trovo
piú comodo.
- E quando non se ne hanno piú?
- Si lascia il tavolino da giuoco e si va a dormire nella cabina: almeno cosí
usa nella marina.
- Non fra noi però!
- Che diavolo! Sareste uomini tanto diversi, signor conte?
- Può darsi! - rispose seccamente il capitano.
- Avete pessimi gusti.
- Volete offendermi?
- Io? Niente affatto, capitano, sono venuto qui per giocare e non per
arrabbiarmi o suscitare uno scandalo. Che cosa si direbbe di me?
- Forse avete ragione.
- Lasciate dunque in pace le pelli vive o morte, e giochiamo dei dobloni o delle
piastre. Quelle almeno non hanno peli né da vendere né da uccidersi
- Puntate?
- Cento piastre - rispose il giovane gentiluomo.
- Volete rovinarmi?
- No, perché sono un pessimo giocatore, signor di Sant'Iago; e poi non ho mai
avuto fortuna né alle carte, né ai dadi.
- L'avrete con le belle signore, con le marchese soprattutto - disse il capitano
quasi con rabbia.
- In mare non ho incontrato che navi, montate per lo piú da corsari, e quelle
non mi regalavano baci, ve l'assicuro. Al mio saluto rispondevano invece con
palle di buon calibro che facevano sudar freddo i miei uomini.
- Ma in terra, sí però.
- Signor di Sant'Iago, io sono entrato in questo salotto per giocare qualche
migliaio di piastre e non già per chiacchierare. Dovreste saperlo che gli
uomini di mare non amano parlar molto... Cento piastre?
- Sia! - rispose il conte di Sant'Iago con un gesto sprezzante.
- Volete essere il primo?
Il capitano, invece di rispondere, prese il bossolo d'oro, fece saltellare i
dadi: poi li rovesciò sul tavolino.
- Tredici! - disse. - Ecco un numero che porterà fortuna.
- Siete superstizioso?
- No, tuttavia questo tredici mi ha dato una scossa al cuore.
- Allora morrete molto presto - disse il conte de Miranda ridendo.
- Per mano di chi?
- Non sono mai stato uno stregone, io.
- D'un rivale?
- Può essere.
- Non lo credo, perché ne ho ucciso uno la settimana scorsa, per il semplice
motivo che mi dava ombra.
- Avete la mano troppo lesta, signor di Sant'Iago.
- Che fora sempre quando stringe una spada.
- Veramente anche la mia non è tarda - ribattè il giovane. Il capitano degli
alabardieri lo guardò fisso fisso, come se cercasse di comprendere bene il
senso di quelle parole, poi disse:
- Tocca a voi.
Il conte de Miranda prese a sua volta il bossolo e fece rotolare i dadi sul
tappeto.
- Quattordici! Che combinazione! - esclamò. - Caramba! Un tredici e un
quattordici.
Che cosa significano questi due numeri cosí vicini l'uno all'altro?
Il capitano degli alabardieri si era passata una mano sulla fronte aggrottata.
Una viva preoccupazione traspariva dal suo viso.
- Che cosa ne dite voi, signor di Sant'Iago? - chiese il giovane.
- Che voi avete vinte le mie cento piastre.
- Di quelle non mi occupo: io parlo dei due numeri.
- Nemmeno io sono uno stregone.
- Continuate?
- Sí: voglio vedere come si combineranno i nuovi numeri. Vi propongo tre colpi
di cinquecento piastre ciascuno.
- Sta bene: a voi.
Il capitano riprese il bossolo e, dopo aver agitato nervosamente i dadi, li fece
saltare sul tappeto.
Un'imprecazione a malapena repressa gli sfuggí, mentre la fronte gli
s'imperlava di sudore.
- Tredici ancora! - aveva esclamato. - È col diavolo che io gioco?
- Veramente sono vestito come lui! - disse il conte de Miranda, sempre ilare.
- Giocate, per Dios!
- Dodici! - esclamò il giovane.
Il capitano sussultò.
- Il tredici chiuso fra il dodici ed il quattordici! - disse, battendo un pugno
sul tavolino.
- Non trovate strano tutto ciò, conte?
- Infatti è una cosa che dà a pensare.
- E il numero fatale l'ho io!
- Ma mi avete vinto cinquecento piastre, una somma che può consolare anche un
capitano degli alabardieri.
- Avrei preferito perderle, purché fosse uscito un altro numero.
- Né io, né voi possiamo comandare ai dadi. Continuiamo.
La partita fu ripresa, ed il conte d Miranda vinse le altre mille piastre, con
un quindici e con un diciassette, contro un quattordici ed un sedici.
Il capitano si era alzato di cattivo umore, nel momento in cui i servi
annunciavano che era la mezzanotte e che perciò la festa era finita.
- Vi manderò domani a bordo le millecento piastre che mi avete vinto, conte -
disse il signor di Sant'Iago con voce secca.
- Non abbiate fretta - rispose il giovane.
- Mi accorderete una rivincita, spero.
- Quando vorrete.
- Non qui però.
- Perché?
- Non ho fortuna in questa casa.
- E non si può litigar liberamente; è vero, capitano? - chiese il de Miranda
ironicamente.
- Può essere - rispose il capitano. - Buona sera, conte.
Ciò detto, uscí dal salotto ed entrò nella sala da ballo, dove dame e
cavalieri si affollavano intorno alla marchesa di Montelimar per accomiatarsi.
Il comandante della Nuova Castiglia si era invece fermato, appoggiandosi allo
stipite della porta.
Aspettava probabilmente che gli invitati se ne andassero.
Dall'espressione del suo viso si capiva che non era meno preoccupato del conte
di Sant'Iago. Tormentava con la sinistra la guardia della sua spada e si torceva
nervosamente i baffi. Quando la splendida sala fu quasi vuota, a sua volta
avanzò verso la marchesa, la quale pareva che già lo cercasse con lo sguardo.
- Signora, - le disse inchinandosi - mi perdonerete se io non sono piú
rientrato per fare un'altra danza con voi, ma mi ero impegnato in una grave
partita al giuoco.
- Col capitano degli alabardieri? - chiese la bella vedova, con una certa
ansietà.
- Sí, marchesa.
- Non avete questionato con lui?
- Niente affatto.
La marchesa respirò.
- Guardatevi da lui, signor conte - disse poi. - È un uomo pericoloso.
Il giovane batté una mano sulla guardia della spada.
- Quando al mio fianco sta questa lama, io non ho paura di tutti i capitani
degli alabardieri di Spagna, di Francia o d'Italia! - disse.
- Marchesa, quando potrò rivedervi? Io devo chiedere a voi un'informazione che
mi interessa.
- A me?
- Sí, marchesa.
- Allora domani farete colazione con me.
- Domani, - disse il conte, mentre sulla sua fronte passava come un'ombra -
potrebbe essere troppo tardi.
- Contate di partire presto? Siete arrivato solamente stamane.
- È vero, marchesa: ma vi sono delle volte che non si può disporre del proprio
tempo. Potrei rimanere, come potrei partire da un momento all'altro. Non vorrei
andarmene però prima d'aver avuto un colloquio con voi.
- Non siete venuto per proteggere San Domingo da un attacco dei corsari della
Tortue e dei bucanieri?
- Non posso rispondervi, marchesa.
- Eppure voi non dovete partire cosí presto. Sapete cavalcare, conte?
- Sí, marchesa.
- Domani ha luogo la corsa al gallo e desidererei che vi prendeste parte.
- Perché?
- La posta è un mio bacio che darò e riceverò dal vincitore.
Il conte de Miranda ebbe un leggero trasalimento.
- Checché accada, - disse poi - prenderò parte alla corsa. Buona sera
marchesa; noi ci rivedremo, perché è necessario.
Baciò la mano alla bella vedova e uscí accompagnato da un valletto mulatto, il
quale reggeva a stento un pesante doppiere d'argento. In quello stesso momento
gli ultimi invitati lasciavano il magnifico palazzo di Montelimar.
CAPITOLO II
UN DUELLO TERRIBILE
- Il bacan tarda questa sera.
- Raddoppia la carica della pipa, mio caro Mendoza. Io vi ho cacciato dentro due
dita e ora tira magnificamente. Che differenza ci trovi tu fra i gradini di
questa chiesa e quelli del cassero o del castello di prora?
- Sulla Nuova Castiglia vi è almeno da bere, Martin.
- Piovono però anche delle bombe, Mendoza; e gli spagnuoli ne hanno di quelle
non meno terribili delle nostre.
- Non dico il contrario, amico; tuttavia mi trovo sempre meglio lassú. Almeno
vi sono cannoni per rispondere.
- E la tua draghinassa la conti per nulla? E le tue pistole sono forse cariche
di tabacco? Tu brontoli sempre Mendoza, come un vero marinaio vecchio.
- Tu dirai peraltro, Martin, che se chiacchiero so anche lavorare bene di spada
e di sciabola.
- Se cosí non fosse, il signor di Ventimiglia, il nipote del famoso Corsaro
Nero, non ti avrebbe scelto per accompagnarlo.
- Tu hai sempre ragione, Martin. È finita la musica?
- Non l'odo piú.
- Allora il capitano non tarderà a giungere.
- Ricarica la pipa.
- Tira come un camino.
- Buttati giú e, se hai sonno, dormi. Faccio io il quarto.
- Tu vuoi burlarti di me, cannoniere. Un vecchio marinaio della Folgore, che ha
servito il Corsaro Nero, addormentarsi quando il giovane conte di Ventimiglia
corre qualche pericolo? Tu sei pazzo, Martin.
- Metti tre cariche di tabacco nella pipa.
- Anche dieci se vuoi, pur di tenere sempre aperti gli occhi per difendere il
figlio del povero Corsaro Rosso.
- Taci, Mendoza. Qualcuno si avvicina.
I due uomini, che stavano seduti sulla gradinata della vecchia chiesa, si erano
alzati di scatto, appoggiando le mani sulle pistole mezzo nascoste nelle fasce
di lana rossa che cingevano i loro fianchi.
Erano due robustissimi uomini di età molto differente. Mentre colui che si
chiamava Mendoza contava almeno una cinquantina d'anni, l'altro ne aveva appena
la metà. Erano però di forme tozze ambedue, quantunque di statura quasi media,
con petti e braccia enormi, e dorsi da bisonti, solidamente piantati.
Differivano solamente un po' nella tinta della pelle. Mentre il primo era appena
abbronzato, l'altro era nero e non aveva un pelo sul mento, né intorno alle
labbra.
- Viene? - chiese il vecchio. - Tu hai gli occhi migliori dei miei. Non sono un
selvaggio come te, io, mio caro Martin.
- Ecco un'offesa che non mi aspettavo da parte tua.
- Nega di essere parente di Belzebú. Si dice che il diavolo sia nero.
- Tu non l'hai mai veduto, Mendoza.
- E non ho neanche premura di fare la sua conoscenza, - rispose il vecchio. - Lo
vedi?
- Un uomo si dirige verso di noi.
- Che sia il signor di Ventimiglia?
- Non sono un leopardo.
- Eppure tuo padre e tuo nonno conoscevano quelle bellissime bestie, vivendo nei
loro paesi.
In quel momento si udí un leggero fischio, poi un uomo si diresse rapidamente
verso la gradinata della vecchia chiesa.
- Il signor di Ventimiglia! - esclamarono i due marinai, alzandosi. Era infatti
il conte de Miranda, o meglio di Ventimiglia, nipote del famoso Corsaro Nero,
che s'avvicinava guardandosi di quando in quando dietro le spalle come se
temesse di essere seguito da qualcuno.
- Buona sera, miei bravi - disse. - Quali nuove, Mendoza?
- Non troppo buone, signor conte - rispose il vecchio filibustiere.
- Non avete saputo nulla del cavaliere Barquisimeto?
- Abbiamo interrogato piú di venti persone e ne abbiamo ubriacate altrettante;
ma nessuno ha saputo dirci dove si trova il segretario del marchese.
- Eppure mi hanno assicurato che deve trovarsi qui - disse il signor di
Ventimiglia. - Egli solo può dirci i nomi di coloro che hanno pronunciato
l'infame sentenza contro il Corsaro Rosso ed il Corsaro Verde e che li hanno
fatti impiccare.
- Che quel furfante abbia fiutato il pericolo e abbia preso il largo? Voi sapete
che gli spagnuoli hanno molte spie.
- È impossibile! La nostra fregata è creduta da tutti una nave spagnuola,
spedita qui a proteggere la città contro una sorpresa da parte dei bucanieri e
dei filibustieri - rispose il conte. - Se avessero avuto qualche sospetto, i
galeoni e le caravelle che si trovavano qui ci avrebbero già dato battaglia.
Avete notato nulla di insolito nel porto?
- No, signor conte. Le navi mercantili hanno caricato tutto il giorno zucchero e
caffè, e quelle da guerra non hanno lasciato i loro ancoraggi - rispose Mendoza.
- Eppure non mi sento affatto tranquillo. Basterebbe la piú lieve imprudenza
per farci bombardare dai forti e dalla flotta.
- Nessuno la commetterà, conte; l'equipaggio è sempre consegnato a bordo e ho
fatto collocare delle sentinelle dinanzi alle due scale e perfino dentro le
scialuppe.
- Malgrado ciò, io vorrei andarmene al piú presto. Questa commedia non può
durare a lungo, e la mia impresa potrebbe finire qui. Ah, se potessi vedere la
marchesa per dieci minuti soli, mi risparmierebbe la fatica di cercare
quell'inafferrabile cavaliere. Deve ben sapere qualche cosa dell'infamia
commessa da suo cognato.
Stette un momento silenzioso, poi soggiunse:
- Non deve essersi coricata: proviamo, miei bravi, tenete pronte le spade e
anche le pistole.
- Sono tre ore, capitano, che aspettiamo la buona occasione per menare le mani -
disse Martin.
- Seguitemi.
Assicuratisi che la via era deserta, l'attraversarono senza far rumore e si
avviarono verso il palazzo dei Montelimar che si trovava a breve distanza. Il
conte, invece di avvicinarsi al portone, girò intorno al magnifico giardino,
cinto da una cancellata di ferro che si prolungava lungo i fianchi del
fabbricato. Guardò in alto e scorse due finestre illuminate.
- Sono ancora svegliati - mormorò.
Ad un tratto trasalí.
Delle note dolcissime, che uscivano dalle due finestre che non erano chiuse,
l'avevano colpito.
Qualcuno suonava il mandolino nel palazzo. Chi? Un servo od una cameriera, no,
di certo. Non l'avrebbero osato, se la marchesa si fosse già coricata.
- Che sia lei? - si disse.
Si volse verso i due marinai, i quali avevano sguainate le lunghe spade per
premunirsi contro una possibile sorpresa, e disse loro:
- Dobbiamo superare la cancellata.
- Un gioco da fanciulli per dei marinai - rispose Mendoza.
- Montiamo all'arrembaggio - disse Martin.
Il conte s'aggrappò alle sbarre, le salí fino alla cima, lesto come uno
scoiattolo, varcò le punte e si lasciò cadere dall'altra parte, in mezzo ad
un'aiuola di splendidi fiori. I due marinai erano saltati nel giardino, quasi
nello stesso tempo.
- Oh! c'è da battagliare, qui? - chiese Mendoza.
- Lascia in pace la tua spada, per ora - rispose il conte di Ventimiglia.
- Vedremo piú tardi se vi sarà bisogno di un po' di buon acciaio. Seguitemi
senza rumore.
Attraversarono il giardino, cercando di non fare scricchiolare la ghiaia dei
viali, e giunsero sotto le finestre illuminate.
Il mandolino continuava a suonare una dolcissima signadilla.
- Non può essere che la marchesa - mormorò il conte. - Questa signadilla è
stata suonata stasera durante la festa, e cerca d'imitarla... Che io abbia tanta
fortuna?
Un gigantesco bombax, alto una trentina di metri, col tronco coperto di
bitorzoli spinosi, s'alzava di fianco al palazzo, spingendo i suoi rami quasi
presso alle finestre illuminate e anche piú sopra.
- Ecco quello che mi occorreva - mormorò il conte. - Rimanete qui e non state
in pensiero. La mia assenza non sarà lunga.
S'aggrappò con precauzione ai bitorzoli, per non ferirsi le mani, e cominciò a
salire, mentre Mendoza e Martin si sdraiavano alla base del tronco,
nascondendosi quasi interamente tra le alte erbe che vi crescevano intorno.
Bastarono pochi secondi al robusto e agilissimo gentiluomo per raggiungere il
grosso ramo che rasentava una delle due finestre illuminate.
Guardò attraverso i vetri socchiusi.
La finestra prospettava su un elegante gabinetto dalle pareti coperte di arazzi
di Granata e ammobiliato elegantemente, quantunque tutti i mobili fossero
pesantissimi, come si usava in quell'epoca.
Un lampadario d'argento, con parecchie candele, lo illuminava vivamente.
Non vi era però alcuna persona; tuttavia la mandola non aveva cessato di
suonare.
Una cosa colpí subito il giovane conte. Era la veste di seta guernita di
smeraldi, che la marchesa aveva indossata durante la festa, e che era stata
gettata su un piccolo divano moresco scintillante di ricami d'oro e d'argento.
Stava per spiccare il salto, quando udí Mendoza chiedere:
- Chi vive?
Una voce, che il conte riconobbe subito, rispose:
- A voi lo domando: che cosa fate qui, bricconi?
- A noi, bricconi! - gridò Martin.
- Il conte di Sant'Iago! - mormorò il figlio del Corsaro Rosso, stringendo i
denti.
Non trovandosi che ad un'altezza di quattro metri, l'agile giovane si lasciò
cadere dalla pianta. Mendoza e Martin stavano già con le spade in pugno di
fronte al capitano degli alabardieri, il quale aveva pure sguainata la sua lama.
- To'! - esclamò il signor di Sant'Iago con voce beffarda. - Il Conte de
Miranda che cade dall'alto! Siete andato a far provvista di frutti di bombax? Vi
avverto che non sono mangiabili e servono soltanto a fare un pessimo cotone.
- E voi siete venuto qui a fare raccolta di fiori, non è vero? chiese il conte
di Ventimiglia, rosso di collera.
- Può anche darsi; ma almeno io li raccolgo in terra, mentre voi cercate i
frutti presso le finestre, senza pensare che se vi scivola un piede potreste
rimanere zoppo tutta la vita; un vero peccato per un cosí bel giovane!
- Mi pare che voi scherziate - disse il conte di Ventimiglia.
- E se cosí fosse? - chiese il capitano.
- Penso che questo non sarebbe il posto. Lassú le finestre sono illuminate e mi
spiacerebbe che ci vedessero.
- La marchesa di Montelimar? - chiese il capitano ironicamente. - Se quella
signora può impressionarvi, possiamo cercare altrove un posto dove nessuno
venga a disturbarci. Oh, lo conosco questo giardino e so anche dove si trova un
bellissimo prato che sembra stato preparato appositamente per incrociare due
spade!
- È una sfida che voi mi lanciate?
- Prendetela come volete; a me importa poco.
- Dov'è quel prato? - chiese il conte di Ventimiglia con ira...
- Fretta di morire?
- Sono ancora vivo, signor di Sant'Iago; e se la vostra mano è lesta, la mia lo
è altrettanto.
- Cosí l'accordo sarà perfetto - rispose il capitano sempre ironico. - Vi
avverto però che io la scorsa settimana spacciai un rivale che mi dava noia.
- Me lo avete già detto, e ciò non produce su di me alcun effetto. Ho battuto
piú d'un capitano, ed erano spagnuoli come voi!
- Che cosa avete detto? - chiese il conte.
Il figlio del Corsaro Rosso si morse le labbra, irato di essersi lasciato
sfuggire quelle parole.
- Signor conte, - disse il capitano - volete seguirmi fino a quel prato? Là
potremo discorrere tranquillamente e anche divertirci.
- Eccomi! - disse il figlio del Corsaro Rosso.
- E quegli uomini? - chiese il signor di Sant'Iago, indicando Mendoza e Martin.
- Non daranno qualche impiccio, se non a voi, almeno a me?
- Qualunque cosa debba succedere, questi miei marinai non daranno fastidio a
nessuno; vi do la mia parola d'onore.
- Mi basta: venite, signori. Forse serviranno a qualche cosa - aggiunse poi col
suo solito accento beffardo.
Il capitano si cacciò sotto un boschetto di palme, lo attraversò sempre
seguito dal Corsaro e dai due marinai, e sbucò in una piccola prateria coperta
da un'erba piuttosto folta e circondata da ogni parte da splendidi palmizi.
- Ecco un bel posto per parlare liberamente - disse volgendosi verso il conte di
Ventimiglia.
- E anche per uccidersi senza che nessuno intervenga, non è vero, capitano? -
chiese il figlio del Corsaro Rosso.
Il conte di Ventimiglia incrociò le braccia e, guardando il conte di Sant'Iago
il quale si era esposto ai raggi della luna che allora sorgeva, gli chiese con
voce secca:
- Che cosa volete ora? Ditemelo subito, perché ho molta fretta.
- Carrai! Correte molto presto incontro alla morte, voi!
- Caramba! Pare che voi vi siate dimenticato d'una cosa, signor capitano!
- Volete dire?
- Che il quattordici ha vinto il tredici.
- Credete di spaventarmi?
- Niente affatto: mi hanno detto che siete coraggioso.
- Tagliamo corto, conte.
- Che cosa desiderate?
- Darvi un buon colpo di spada - rispose il capitano, con voce rauca.
- Quando un rivale mi attraversa la via o mi dà ombra, io lo mando a riposare
nel cimitero di San Domingo.
- Siete terribile!
- Lo proverete fra poco, se non scapperete.
- Che cosa dite, capitano? Io fuggire dinanzi alla vostra spada? Sono un
gentiluomo ed un uomo di guerra, mio caro spaccamonti!
- Rajo de Sol! Mi avete insultato! - urlò il conte di Sant'Iago.
- Pare anche a me.
- Vi ucciderò al primo attacco!
- O al ventesimo?
- Vi burlate di me?
- Cosí pare - rispose il figlio del Corsaro Rosso, snudando la spada e
mettendosi rapidamente in guardia.
- Lampi e folgori!
- Folgori e cannonate!
- È troppo, conte de Miranda.
- E la luna è splendida! Ci batteremo magnificamente senza aver bisogno né di
torce, né di fanali. Signor capitano degli alabardieri di Granata, vi aspetto.
Il conte di Sant'Iago aveva a sua volta snudato la lunga spada; ma tutto ad un
tratto ruppe la guardia, dicendo:
- Vi siete fatto annunciare col titolo di conte de Miranda: lo siete davvero?
- Sono un gentiluomo e vi basti questo.
- Spagnuolo?
- Che io sia o non sia spagnuolo, non vi deve interessare. D'altronde se vorrete
sapere il mio nome, lo troverete inciso sulla lama della mia spada... Ed ora
basta, capitano: ho fretta.
Entrambi si rimisero in guardia, mentre Mendoza e Martin si erano un po'
scostati, per lasciare ai due rivali la maggiore libertà possibile. Il conte di
Ventimiglia volgeva le spalle alla luna che si mostrava maestosa al di sopra
delle alte palme del giardino: il capitano invece era interamente illuminato.
Si guardarono l'un l'altro, fissandosi intensamente con ira: poi il capitano,
che pareva il piú impaziente, malgrado l'età, fece tre o quattro finte per
vedere se l'avversario si smascherava o se tradiva il suo giuoco.
Il giovane capitano della Nuova Castiglia non si mosse. Stava saldo come una
rupe, con la spada in linea, lo sguardo attento.
- Carrai! - esclamò l'alabardiere. - Vi giudico già di una buona lama, ma
vedremo in seguito se parerete queste botte che sembrano finte.
Il signor di Ventimiglia non rispose. Non doveva essere certamente alle sue
prime armi, a giudicare dalla sua calma.
- Sfonderò quel muro d'acciaio e di carne - disse il capitano, il quale perdeva
la sua calma. - Ecco una buona stoccata! Paratela!
Era partito a fondo con velocità fulminea, ma il conte con una parata di
seconda, altrettanto rapida, aveva scartato la lama del capitano.
- Carrai! Che braccio solido, signor de Miranda. Non mi aspettavo una simile
resistenza. Il giuoco però è appena cominciato e la luna non tramonterà prima
dell'alba.
Anche questa volta il figlio del Corsaro Rosso non rispose.
Guardava intensamente la punta della spada del capitano che l'astro notturno
faceva scintillare sinistramente.
- Non siete cortese, conte - disse il signor di Sant'Iago, rimettendosi in
guardia. - Sapete che oggi usa battersi, scambiandosi frasi gentili?
Un colpo di spada, che per poco non lo sorprese, fu la risposta del signor di
Ventimiglia, colpo appena parato di terza, con solo un secondo di vantaggio.
- Diavolo! - brontolò il capitano. - Qui non ci vogliono chiacchiere!
Fece un passo indietro, tastando prima il terreno col piede sinistro per non
scivolare, poi prese una guardia di seconda, dicendo:
- Vi aspetto, conte!
Il figlio del Corsaro Rosso, messo un po' in sospetto da quella mossa, si
guardò bene dall'attaccare e rimase fermo, con la spada in linea, sempre
minacciando il petto del capitano con un colpo d'arresto.
- Non assalite dunque, signor conte de Miranda?
- Non ho mai fretta, capitano.
- V'aspetto da un mezzo minuto.
- Potete aspettarmi anche mezzo secolo, se cosí vi piace.
- Ah, per le corna del diavolo!
Per la terza volta il conte di Ventimiglia stette zitto. Ratto come un lampo si
era allungato tutto, facendo due salti innanzi ed era piombato sull'avversario,
portandogli un colpo in mezzo al petto. Fu un grande miracolo se anche quella
stoccata venne parata dallo schermitore spagnuolo; nondimeno la casacca di seta
rimase tagliata per un bel tratto.
- Caramba! Vi slanciate, signor conte, e cercate anche di sorprendermi, mentre
io vi dico delle galanterie. Due centimetri piú innanzi, e mi toccavate.
Un'altra volta ricordatevi che bisogna allungarsi...
Un grido gli spezzò la frase. La spada del signor di Ventimiglia era nuovamente
scattata e la lama era entrata piú di mezza nel petto del capitano. Egli rimase
un momento in piedi, trattenendo la lama del conte con la mano sinistra; poi si
rovesciò pesantemente a terra, spezzandola. Cinque pollici di acciaio della
spada spezzata rimasero conficcati nel suo stomaco, all'altezza della quarta
costola di sinistra.
- Morto? - chiesero ad una voce Mendoza e Martin facendosi innanzi.
Il conte gettò a terra il troncone della spada e si curvò sul capitano che si
contorceva fra gli spasimi d'un'atroce agonia.
- Forse non siete ferito gravemente, signor di Sant'Iago - gli disse. - Possiamo
ancora salvarvi.
- Credo d'aver avuto il mio conto - rispose il capitano. - Per bacco! Avete la
mano piú lesta della mia! Morirò presto e ciò mi rincresce per una sola cosa.
- Quale?
- Per non aver avuto il tempo di mandarvi a bordo le mille e cento piastre che
mi avete vinto.
- Non ve ne date pensiero; ditemi invece che cosa possiamo fare per voi.
- Chiamate i servi della marchesa di Montelimar. Almeno morrò sotto il tetto
della donna... che amo e per la quale muoio.
- Lasciate che cerchi di togliervi prima il pezzo di lama che vi è rimasta nel
petto.
- Mi uccidereste piú presto. No... no... i servi... mandate... correte.
- Mendoza! Martin! chiamate gente al palazzo!
I due marinai partirono di corsa; mentre il signor di Ventimiglia, piú commosso
di quel che volesse sembrare, teneva alzata la testa del capitano, affinché il
sangue non lo soffocasse. Era appena trascorso un minuto, quando si videro dei
lumi e degli uomini avanzare attraverso i viali.
- Signor conte, - disse il figlio del Corsaro Rosso - sono obbligato a
lasciarvi. Non voglio che si sappia che sono stato io a ferirvi.
- Vi ringrazio - rispose il capitano con voce fioca. - Se guarirò, spero che mi
accorderete la rivincita.
- Quando vorrete.
Si alzò e si allontanò rapidamente, avviandosi verso la cancellata.
Mendoza e Martin, dopo aver avvertiti i servi della marchesa, si erano a loro
volta allontanati, scavalcando i ripari. Quando i valletti giunsero sul prato,
il capitano era svenuto, ma teneva le mani serrate strettamente sul pezzo di
lama.
- Il capitano degli alabardieri di Granata! - esclamò il maggiordomo della
marchesa, il quale guidava i servi. - È un amico della padrona! Presto,
portiamolo al palazzo!
Quattro servi sollevarono con precauzione il ferito e lo trasportarono in una
stanza a pianterreno, adagiandolo su di un letto, mentre un quinto correva a
cercare il medico di famiglia. La bella marchesa di Montelimar, avvolta in una
vestaglia di seta azzurra, era subito scesa, e chiedeva al maggiordomo con voce
angosciata:
- Mio Dio, che cosa è successo, Pedro?
- Hanno ferito gravemente...
- Il conte de Miranda? - gridò la marchesa impallidendo.
- No, Signora, il conte di Sant'Iago.
- Il capitano degli alabardieri?
- Precisamente
- Con qualche pistolettata?
- Con un terribile colpo di spada; ha ancora mezza lama conficcata nel petto.
- Un duello?
- Cosí pare.
- Ed il feritore?
- Scomparso, signora.
- E dove si sono battuti?
- Nel vostro giardino.
- Quell'uomo cercava sempre di uccidere ed ha avuto il suo conto. Chi può aver
vinto la migliore lama del reggimento di Granata? Chi? Non è morto, è vero?
- Solamente svenuto, ma io credo che non se la caverà.
- Lascia che lo veda.
Il maggiordomo si trasse da una parte, ed essa entrò nella stanza dove si
trovavano alcuni servi affaccendati a bagnare le labbra e le narici del ferito
con aceto, per cercare di farlo rinvenire.
Il capitano giaceva sul letto con le braccia aperte, il volto cadaverico, la
fronte ancora corrugata. Un sibilo, piuttosto che un respiro, gli usciva dalla
bocca semiaperta.
Aveva sempre il pezzo di lama piantato in mezzo al petto, presso il cuore, non
avendo nessuno osato levarlo, per timore di provocare una violentissima
emorragia.
Il giubbetto di seta a righe azzurre e rosse, con grandi alamari d'argento, era
squarciato per una lunghezza di parecchi pollici, ma nessuna goccia di sangue
aveva macchiato la camicia.
La lama serviva da tampone.
- Disgraziato! - mormorò la marchesa con voce commossa. - Lo spadaccino che lo
ha cosí terribilmente ferito non può essere di San Domingo, poiché tutti
avevano pura della spada di quest'uomo... È stato avvertito il medico, Pedro?
- Sí, signora marchesa - rispose il maggiordomo. - Non tarderà a giungere.
- Se non viene subito, questo povero conte muore.
- Eccolo: odo della gente entrare.
La porta si era aperta ed un vecchio, vestito interamente di seta nera, seguito
da un giovane che portava una cassetta, erano comparsi. Erano il medico e il suo
aiutante.
- Signor Escobedo - disse la marchesa, andando incontro al vecchio - Vi
raccomando quel signore: è il conte di Sant'Iago. Fate il possibile per
strapparlo alla morte.
- Oh! È il terribile spadaccino, marchesa? - chiese il medico. Quando si tratta
di colpi di lama, l'affare è sempre serio. Vediamo.
S'accostò al letto, mentre il suo aiutante apriva la cassetta contenente
parecchi ferri chirurgici, e diede un lungo sguardo al ferito, il quale non
aveva ancora ripreso i sensi.
- Ferita grave, è vero, signor Escobedo? - chiese la marchesa.
- Una stoccata terribile, marchesa - rispose il medico, facendo una smorfia e
tentennando il capo. - Il suo avversario doveva avere un pugno ben solido.
- Sperate di salvarlo?
- Non posso darvi una risposta sicura, marchesa. Ritiratevi tutti a lasciatemi
solo col mio aiutante. È necessario operare subito.
La marchesa, il maggiordomo e i servi si affrettarono a sgombrare.
- Una pinza forte, Maurico - disse il dottore quando furono soli, volgendosi
verso l'aiutante.
- Volete estrarre la lama, dottore?
- Non posso certo lasciargliela nel petto!
- Non morrà subito?
- È quello che purtroppo temo. La punta deve aver offeso gravemente il polmone.
In quel momento il conte emise un profondo sospiro e alzò le braccia, posando
le mani sul pezzo di lama che gli usciva dal petto.
- Sta per tornare in sé - disse il medico, il quale si era curvato sul ferito.
Il capitano emise un altro sospiro piú lungo del primo e che terminò con una
specie di rantolo, poi alzò lentamente le palpebre e fissò il dottore con uno
sguardo velato.
- Voi... - balbettò.
- Non parlate, signore.
Un sorriso contorse le labbra del conte.
- Sono... un uomo... di guerra... - disse con voce spezzata. - Sono finito... è
vero?...
Il dottore scosse il capo senza rispondere.
- Quanti minuti... ho... di vita? Parlate... lo voglio.
- Potreste vivere anche un paio d'ore, se non vi levo il pezzo di spada.
- E levandolo?... ditelo!
- Pochi minuti forse, signor conte.
- Mi... basteranno... per vendicarmi... Ascoltatemi...
- Se parlate troppo vi ucciderete anche piú presto.
Un altro sorriso comparve sulle smorte labbra del capitano.
- Ascoltatemi... - disse con suprema energia. - Sulla lama... vi è inciso... un
nome... quello del mio avversario... Voglio conoscerlo... prima di morire.
- Bisognerebbe levarvela dal petto.
Il conte fece un cenno affermativo.
- Lo volete proprio? - chiese il dottore.
- Già... morrò... egualmente.
- Maurico, le pinze.
L'aiutante portò due piccolissime tenaglie, un pacco di cotone e delle fasce,
per arrestare subito il sangue che sarebbe sgorgato dalla ferita.
- Presto... - mormorò il conte.
Il medico afferrò la lama e la trasse, a piccole scosse, dal corpo. Il conte
aveva stretto le labbra per non gridare. Dall'alterazione del viso e dal sudore
vischioso che gli copriva la fronte, si capiva quanto doveva soffrire.
Fortunatamente quella dolorosissima operazione non durò che pochi secondi:
subito dalla ferita sgorgò un getto di sangue che l'aiutante fermò con delle
bende.
- Il nome... il nome... - balbettò il capitano con voce spenta - presto...
muoio...
Il dottore pulí la lama lorda di sangue con un asciugamano, e vide apparire
delle lettere incise sull'acciaio, sormontate da una piccola corona di conte.
- Enrico di Ventimiglia - lesse.
Il capitano, nonostante la sua estrema debolezza ed il dolore che lo tormentava,
si era quasi alzato a sedere, esclamando con voce rauca:
- Ventimiglia!... Un nome di corsari: il Rosso... il Verde... il Nero... Un
Ventimiglia! Tradimento!
- Conte, vi uccidete! - gridò il medico.
- Ascoltate... ascoltate... la fregata... giunta ieri... è corsara... la
comanda quello vestito di rosso... correte dal governatore... avvertitelo...
fatela abbordare... presto... la città è in pericolo... Muoio... ma
vendicheranno la mia morte... Ah!
Il capitano era ricaduto sui guanciali. Rantolava ed impallidiva a vista
d'occhio.
Il sangue filtrava attraverso le filacce e le bende arrossando la camicia e la
giubba. Ad un tratto una spuma sanguigna comparve sulle labbra del disgraziato,
poi le palpebre si abbassarono lentamente sugli occhi già spenti. Il capitano
degli alabardieri di Granata era morto.
- Maestro, - disse l'aiutante al medico, il quale teneva sempre in mano il pezzo
di lama - che cosa farete ora?
- Andrò ad avvertire subito il governatore. I Ventimiglia sono stati i piú
tremendi corsari del golfo del Messico. Qualche loro figlio o parente è
ricomparso in queste acque. Guai a noi se non si catturasse!... Non ne parlare
con nessuno, nemmeno con la marchesa.
- Sarò muto, maestro.
- Tu andrai ad avvertire il colonnello del reggimento di quanto è accaduto,
perché venga trasportato in caserma, questo povero conte.
- E voi?
- Corro dal governatore.
Avvolse nell'asciugamano la lama, poi aprí la porta. La marchesa di Montelimar,
in preda ad una visibile commozione, aspettava nella sala vicina insieme al
maggiordomo e alle sue cameriere.
- Dunque, dottore? - chiese.
- È morto, marchesa - rispose Escobedo. - La ferita era terribile.
- E non vi ha detto chi lo ha ucciso?
- Non ha potuto parlare; deve aver avuto un duello, perché non aveva piú la
spada nella guaina.
- E ora?
- Penso io a tutto. Prima dell'alba il capitano sarà portato nella caserma o
nel suo appartamento. Si potrebbe malignare sul conto vostro, se lo lasciassimo
qui.
- È quello che temevo.
- Buona notte, marchesa. M'incarico io di ogni cosa.
CAPITOLO III
LA CORSA AI GALLI
Il giorno dopo, una folla gioconda, vestita di costumi svariati e variopinti,
si accalcava nei dintorni del grandioso palazzo dei Montelimar. Vi erano
ufficiali, soldati, piantatori, marinai e contadini, e non mancavano nemmeno le
señore e le señoritas in abiti elegantissimi, con la graziosa manta sulle alte
pettinature, quantunque lo spettacolo che stava per incominciare non dovesse
interessarle gran che.
Si trattava della corsa al gallo, già annunziata dalla marchesa al conte de
Miranda, o meglio al conte di Ventimiglia.
I coloni spagnuoli hanno sempre avuto due grandi passioni: i tori ed i galli!
Strano contrasto fra una bestia enorme e temibilissima ed un povero ed innocuo
pennuto!
Eppure non badavano a spendere per possedere dei buoni galli, specialmente
quelli destinati a combattersi l'un l'altro, e scommettevano in questo barbaro
gioco somme enormi.
Ma uno dei loro divertimenti favoriti era la corsa al gallo, inventata forse con
lo scopo di formare degli abilissimi cavalieri, dei quali si aveva purtroppo
molto bisogno per dare la caccia ai bucanieri, i formidabili alleati dei
filibustieri, che minacciavano senza tregua le città di terra, mentre gli altri
si occupavano di quelle marittime.
Il giuoco era semplicissimo, tuttavia non mancava di destare un vivissimo
interesse fra i numerosi spettatori, sempre pronti a scommettere una piastra
come anche mille.
Su una via diritta scavavano quattro o cinque buche e vi seppellivano
altrettanti galli, in modo che tenessero fuori soltanto il collo, tenendo fermi
quei poveri volatili con della sabbia e con delle pietre, ma in modo però che
non avessero troppo a soffrire.
I cavalieri che prendevano parte a quello strano divertimento erano obbligati a
passare a corsa sfrenata, curvarsi fino a terra e con una mano strapparli.
Non era una manovra facile, poiché esponeva il cavaliere ad una caduta che
poteva avere gravissime conseguenze, anche se salutata da una clamorosa risata
da parte degli spettatori. Il premio ordinariamente era un bacio sulla mano o
sulla gota della piú bella signora che assisteva al divertimento; galanteria
spagnuola che i rudi Yankees del diciottesimo secolo dovevano piú tardi
imitare.
Quattordici cavalieri, montati tutti sui piccoli ed eleganti cavalli andalusi,
si erano presentati alla corsa, allineandosi dinanzi al palazzo dei Montelimar.
Erano quasi tutti giovanotti, figli di piantatori o di pezzi grossi
dell'ammiragliato, ansiosi di baciare le gote della piú bella vedova di San
Domingo.
Spiccava però tra loro il conte de Miranda, sempre vestito di rosso,
elegantissimo, che montava un cavallo andaluso tutto nero, dagli occhi ardenti,
acquistato la mattina stessa a caro prezzo. Vedendo comparire la marchesa sullo
scalone di marmo del palazzo, il conte si era levato il feltro rosso adorno
d'una lunghissima piuma e si era chinato sul cavallo.
La bella vedova rispose con un sorriso e con un grazioso gesto della mano, poi
prese subito posto in una specie di tribuna eretta dinanzi ai palazzo, insieme
al suo maggiordomo e alle donne della casa.
Quattro galli erano stati seppelliti, ad una distanza di venti metri l'uno
dall'altro. I disgraziati pennuti facevano sforzi disperati per liberarsi da
quella incomoda prigionia, allungando il collo e cantando a piena gola, ma le
pietre li trattenevano e impedivano loro di fuggire.
Due giudici di campo, due vecchi ufficiali in ritiro, si erano collocati ai due
lati dei cavalieri per regolare la corsa.
Il pubblico, che era diventato numerosissimo, scommetteva intanto con vero
furore e, sia per simpatia, sia per la bella figura, puntava di preferenza sul
figlio del Corsaro Rosso.
Quale terribile sorpresa, se avesse saputo che giocava sul suo piú mortale
nemico, su uno di quei tremendi filibustieri che avevano giurato la distruzione
delle colonie spagnuole dell'America Centrale!...
I due giudici di campo, dopo aver esaminato attentamente le bardature dei
cavalli, perché non accadesse qualche disgrazia, si erano accostati al palco
dove si trovava la marchesa.
- Pronti? - chiese uno.
- Tutti - risposero ad una voce i quattordici cavalieri, lanciando uno sguardo
verso la marchesa di Montelimar.
- Partite. - disse l'altro.
I cavalli, vivamente spronati, spiccarono un salto, poi si slanciarono con
impeto irrefrenabile.
Il figlio del Corsaro Rosso aveva subito preso la testa del drappello, tenendo
solamente il piede sinistro nella staffa per potersi piú facilmente curvare
fino a terra.
Il suo morello, un cavallo scelto con cura, divorava la via con uno slancio
straordinario, lasciandosi dietro di parecchi metri gli avversari.
Cavalcava cosí splendidamente, da suscitare un vero entusiasmo fra gli
spettatori. Uomini e donne applaudivano fragorosamente quando passava davanti a
loro, curvo sul collo del destriero, facendo ondeggiare la sua lunghissima piuma
rossa. Il giovane cavaliere, giunse cosi addosso al primo gallo, con la
velocità d'un uragano, si piegò verso terra, tenendosi con una mano ben fermo
al collo del cavallo e, lesto come un cavaliere arabo, afferrato il primo
volatile, lo strappò dalla sua buca e lo alzò trionfalmente.
Un grido di entusiasmo, partito dalla folla, salutò il colpo maestro del
cavaliere. Uomini e donne sventolavano i fazzoletti ed agitavano bastoni ed
ombrelli, come se avessero assistito ad una corrida de toros. Il giovane rosso
in quel momento veniva acclamato come uno dei piú famosi espadas del circo di
Siviglia o di Granata.
Il conte strozzò il gallo e lo gettò ad un gruppo di mendicanti; poi, giunto
all'estremità della via, chiusa da uno steccato, fece fare al cavallo un
fulmineo volteggio e riprese la corsa di ritorno.
I cavalieri che lo avevano seguito giungevano in quel momento quasi in gruppo
serrato, ma tutti a mani vuote. Nessuno era stato fortunato, in quella prima
corsa, ed i galli erano rimasti dentro la loro prigione.
- Che pessimi cavalieri! - mormorò il conte. - Che spetti a me accoppare tutti
questi volatili? La cosa sarebbe noiosa, se la vittoria non valesse un bacio
alla piú bella donna di San Domingo.
Allentò le briglie e riprese la corsa, spronando col piede destro il suo
morello, e tenendo come prima il sinistro libero, per potersi curvare con
maggiore comodità.
Poiché aveva sugli avversari un vantaggio di oltre trenta metri, ed era solo,
mentre gli altri galoppavano in gruppo, il conte raggiunse in un lampo il
secondo gallo e lo strappò.
Non un grido, ma un vero urlo entusiastico salutò il cavaliere.
- Viva il conte rosso! - aveva gridato la folla, battendo freneticamente le
mani.
Gli altri cavalieri avevano avuto pure qualche fortuna, poiché due di loro
avevano strappato un gallo ciascuno. La vittoria peraltro era rimasta al conte,
il quale aveva fatto da solo un doppio colpo.
Scese da cavallo e s'avvicinò alla marchesa che lo guardava sorridendo, e le
mise sulle ginocchia il volatile dicendo:
- Lo conserverete per mio ricordo, signora; cosí quando io sarò partito vi
ricorderete qualche volta di me.
- Volete dunque partire? - chiese la bella vedova.
- È probabile che questa sera io non sia piú a San Domingo - rispose il conte.
- Allora voi accetterete di far colazione con me.
- Non rifiuto mai la compagnia d'una signora, specialmente quando è bella e
amabile come voi.
- Ah, conte!...
Si era alzata. Fece con la mano un gesto d'addio ai cavalieri che stavano
allineati dinanzi al palco scoperto, e salí lestamente il magnifico scalone di
pietra, mentre la folla si disperdeva.
Il conte di Ventimiglia, l'aveva seguita insieme al maggiordomo e dalle donne di
casa.
La marchesa gli fece attraversare parecchie sale riccamente decorate ed
elegantemente ammobiliate, e infine entrò in un salotto da pranzo, non molto
vasto, con le pareti coperte di cuoio rosso di Cordova e il soffitto dorato.
Nel mezzo una tavola era imbandita con posate e piatti d'oro e magnifici trionfi
d'argento contenenti le piú svariate frutta dei climi tropicali.
Non vi erano che due poltrone l'una accanto all'altra.
- Signor conte, - disse la marchesa - vi avverto che oggi non ho invitati: cosí
potremo parlare liberamente come due buoni amici.
- Vi ringrazio, marchesa, di questa delicata attenzione.
- E poi devo chiedervi qualche informazione.
- A me! - esclamò il corsaro con stupore.
- A voi! - rispose la marchesa di Montelimar, sulla cui bella fronte era apparsa
una leggera ruga.
- E se vi dicessi che io desideravo vivamente rivedervi, prima di spiegare le
vele, per chiedervi anch'io un'informazione, che cosa direste?
Questa volta fu la marchesa che fece un gesto di sorpresa.
- A me! - esclamò. - Mi conoscevate voi, conte, prima di gettare le vostre
âncore in questo porto?
- No: avevo solamente udito parlare dei Montelimar.
- Di mio marito?
- No, d'un vostro cognato che molti anni or sono doveva coprire la carica di
governatore di Maracaibo.
- Infatti mio marito aveva un fratello governatore.
- L'avete mai veduto quel Montelimar?
- Sí, due anni or sono feci la sua conoscenza a Portorico.
L'entrata di quattro servi negri, i quali portavano le vivande su dei larghi
piatti d'argento cesellato e alcuni canestri contenenti polverose bottiglie,
fece interrompere la conversazione.
- Facciamo colazione ora - disse la marchesa al conte. - Gli uomini di mare
devono esser dotati d'un buon appetito e spero, signor de Miranda, che farete
onore ai miei cuochi.
- Quando suona la campana del mezzodí i nostri stomachi sono sempre pronti,
marchesa. Se vedeste i miei marinai che terribile assalto danno alle tavole!
- Mi piacerebbe assistervi.
- Se rimanessi ancora qualche giorno nel porto sarei onoratissimo di ricevervi
sulla mia nave. Disgraziatamente dubito di essere ancora qui domani.
- Ma voi mi diceste che vi avevano mandato per proteggere la città da un
assalto combinato fra filibustieri e bucanieri.
- Questo pericolo non c'è piú, ormai - rispose il conte con aria un po'
imbarazzata. - Mi avevano detto che parecchie navi sospette si erano vedute
nelle acque di Jonaires, veleggianti verso il sud: stamane invece sono stato
avvertito che si erano allontanate in direzione della Tortue. Andrò appunto a
sorvegliare quei paraggi, per accertarmi della cosa.
- E per calare a fondo quelle navi?
- Sí, se mi sarà possibile.
- Sono formidabili quei filibustieri!
- Montano all'abbordaggio come diavoli, marchesa, e quando sparano una fucilata
uccidono sempre.
Prese una bottiglia, che i servi avevano già stappata, ed empí due bicchieri
dicendo:
- Alla vostra bellezza, marchesa!
- Alla vostra nave, capitano! - rispose la signora di Montelimar.
Il conte vuotò il suo bicchiere tutto d'un fiato, fece segno ai servi negri di
uscire, poi, guardando fisso la marchesa, riprese:
- Ed ora, signora, se non vi spiace, riprendiamo la nostra conversazione. Voi mi
avete detto d'aver conosciuto vostro cognato a Portorico?
- È vero, conte.
- Quando?
- Due anni or sono.
- Sapreste dirmi dove si trova ora?
- A Pueblo-Viejo, mi hanno detto. So che nei dintorni di quella città ha
vastissime piantagioni di canna da zucchero.
- Ah! - fece il conte corrugando la fronte. - Vostro marito vi ha mai parlato
dell'esecuzione avvenuta per ordine di vostro cognato, di due famosi corsari che
si facevano chiamare l'uno Corsaro Rosso e l'altro il Corsaro Verde, e che erano
due gentiluomini italiani?
La marchesa guardò il conte con una certa ansietà, poi disse:
- Sí, mi ha parlato spesso di quei due corsari, ma ve n'era anche un altro, che
poi scomparve con la figlia del duca Wan Guld.
- Quello si chiamava il Corsaro Nero - disse il conte - e non fu impiccato come
i suoi fratelli. Non sapreste dirmi chi furono quelli che decretarono e che
applicarono a quei due gentiluomini la pena di morte?
- No, ma ve lo potrebbe dire mio cognato. Io allora ero bambina e non abitavo a
Maracaibo. Ora vorrei sapere perché v'interessate di quell'avvenimento. Avete
conosciuto forse quei terribili filibustieri che fecero tremare per tanti anni
le nostre colonie del golfo del Messico?
- È un segreto che non vi posso svelare, marchesa, - rispose il figlio del
Corsaro Rosso, il quale era diventato cupo. - Mi avete detto che vostro cognato
deve trovarsi a Pueblo-Viejo; questo può bastarmi per ora. Qui vostro cognato
deve possedere dei beni, quindi deve avere un amministratore ed un segretario.
- Volete parlare del cavaliere Barquisimeto?
- Precisamente, marchesa.
- Si trova infatti qui - rispose la marchesa. - Ma deve partire da un momento
all'altro sul galeone la Santa Maria che si reca al Messico. Porterà, io credo,
le somme ricavate dalle piantagioni di mio cognato.
- Sulla Santa Maria, avete detto! - esclamò il conte, mentre un lampo vivissimo
illuminava i suoi occhi.
- Me lo disse egli stesso tre giorni fa.
- Ora ne so piú di quanto desideravo, marchesa; e vi ringrazio delle preziose
informazioni che mi avete date.
- Preziose?
- Piú di quanto crediate - rispose il conte.
- Allora me ne darete altrettante voi, spero.
- È vero: mi avete detto che volevate sapere qualche cosa da me. Parlate,
signora; io farò il possibile per accontentarvi.
La marchesa stette un momento silenziosa, guardando a sua volta intensamente il
conte; poi, indicando col dito la spada che il corsaro portava al fianco, gli
disse: - Ieri sera, durante la festa, non avevate quella spada. L'impugnatura è
diversa. Perché l'avete cambiata?
- Perché l'altra la perdei mentre mi imbarcavo sulla scialuppa che doveva
condurmi sulla mia fregata - rispose il corsaro, arrossendo come una fanciulla.
- O l'avete lasciata invece nel petto di qualcuno che vi dava noia? - chiese la
marchesa con voce grave.
Il conte di Ventimiglia non potè fare a meno di trasalire.
- Signora, - disse con voce grave - da buon gentiluomo io non posso mentire e
confesso francamente di aver lasciato la punta della mia lama nel petto del
conte di Sant'Iago. Vi giuro però sul mio onore che non sono stato io a
provocare la contesa.
- Vi credo, conte; il capitano era un uomo violentissimo ed un grande spadaccino
e temevo appunto che vi aspettasse fuori per darvi una stoccata. Mi stupisce
invece che l'abbia ricevuta.
- Perché, marchesa?
- Tutti lo temevano, perché si sapeva che era una fortissima lama
- Eh, signora, appartengo ad una famiglia di formidabili spadaccini e molti sono
stati spacciati dai conti de Miranda, anche per puntigli d'onore
- E voi l'avete ucciso!
- Dovevo ben difendere la mia vita.
- Da solo!
- Perché mi fate questa domanda?
- Perché mi hanno detto che con voi vi erano due uomini.
- Sí, due miei marinai, i quali, dietro mio ordine, assisterono impassibili al
duello. Non avrei certo permesso che s'immischiassero in una faccenda che
riguardava me solo. Il capitano era un gentiluomo, non già un bandito che si
potesse assalire con tre spade o assassinare a colpi di pistola.
- Siete coraggioso! - esclamò la marchesa, guardandolo con profonda
ammirazione. - Nessun spadaccino avrebbe osato assalire il conte di Sant'Iago.
- Di San Domingo forse - rispose il conte. - Io non sono nato nelle isole del
grande golfo ed ho avuto per maestri uomini d'arme di Spagna, di Francia e
soprattutto d'Italia.
- Sapete che si sospetta di voi?
- Come autore dell'uccisione del capitano?
- Sí, conte.
- Ebbene, che cosa vuol dir ciò? Forse che a San Domingo non è permesso a due
gentiluomini di definire una questione a colpi di spada?
- Non dico di no, ma il duello è avvenuto senza testimoni, e poi...
- Scusate, marchesa, vi erano i miei marinai. Ed ora continuate.
- Vorrei chiedervi dove avevate acquistata quella spada che spense il capitano.
Il conte si era alzato e guardava la marchesa con inquietudine.
- Mi avete fatto una domanda che potrebbe avere...
Si interruppe bruscamente vedendo entrare il maggiordomo della marchesa.
- Che cosa volete? - chiese la signora di Montelimar un po' seccata da quella
improvvisa comparsa.
- Perdonate, signora - rispose il maggiordomo. - Vi sono nella stanza vicina due
marinai che insistono per comunicare al signor conte una grave notizia.
- Un bianco e un meticcio? - chiese il capitano della Nuova Castiglia.
- Sí, signor conte, e poi...
- Continuate - disse la marchesa.
- Vi è anche giú un capitano degli alabardieri, accompagnato da venti uomini,
che domanda di visitare il palazzo.
- Per quale motivo?
- Ha un mandato di arresto.
- Per chi?
- Per il signor conte - rispose il maggiordomo dopo una breve esitazione.
Il conte spiccò un salto e portò la destra sulla guardia della spada.
- Dovranno fare i conti con questa lama! - gridò. - Dite al capitano degli
alabardieri che attenda dieci minuti, perché la marchesa di Montelimar possa
finire tranquillamente la sua colazione e, se insiste, fatelo bastonare dai
servi... Mendoza! Martin!
I due marinai, udendo quella chiamata, si precipitarono nel salotto, spingendo
da una parte il povero maggiordomo e sguainando le spade.
- Conte! - esclamò la marchesa, la quale era diventata pallidissima.
- Che cosa significa ciò?
- Ve lo dirò subito, signora - rispose il corsaro. - Permettetemi
d'interrogare prima i miei uomini... Per me si tratta di vita o di morte.
- Che cosa dite?
- Fra mezzo minuto, marchesa. Parla tu, Mendoza!
- Signor conte, pare che si preparino a prenderci, o per lo meno ad arrembarci -
rispose il vecchio marinaio. - Tutti i galeoni e le caravelle da qualche ora
prendono posizione dinanzi all'uscita del porto, come se avessero intenzione di
impedirci di guadagnare il largo. Qualcuno deve aver tradito il nostro segreto.
- Che cosa ha fatto il mio tenente?
- Il signor Verra ha fatto caricare i cannoni, per essere pronto a mitragliare
galeoni e caravelle, ed ha comandato a tutti i marinai di armarsi. Non abbiamo a
fondo che una sola ancora.
- Benissimo: è un brav'uomo che non si lascia mai cogliere di sorpresa. Ah, i
marinai genovesi! Nessuno può eguagliarli.
- Conte, - gridò la marchesa - che cosa dite voi?
- Un momento ancora, signora - rispose il fiero giovane. - Mendoza, sono tutti a
bordo i miei uomini?
- Tutti, capitano.
- Siamo in ottanta e faremo sudare freddo quelli che vorranno impedirci di
prendere il largo... Ora a voi, signora di Montelimar. Io ho vinto la corsa al
gallo e voi mi siete debitrice d'un bacio. Permettete dunque che io ne deponga
uno sulle vostre belle mani. Sarà certamente il primo e l'ultimo, poiché, se
non accade un miracolo, fra pochi minuti scomparirà anche l'ultimo conte di
Ventimiglia, di Roccabruna e di Valpenta!
- Di Ventimiglia, avete detto? - esclamò la marchesa.
- Sí, signora, io sono il figlio di quel Corsaro Rosso che i vostri compatrioti
hanno appiccato!
La marchesa stette muta per qualche istante, in preda ad una vivissima emozione.
- Signor conte, - disse - io non lascerò arrestare sotto i miei occhi, nel mio
palazzo, un gentiluomo come voi.
- Che cosa volete fare, signora?
- Salvarvi!
- In qual modo?
- Seguitemi tutti e, soprattutto, fate presto. Il capitano degli alabardieri
sarà irritato per questa lunga attesa.
Aprí la porta del salotto e introdusse i tre corsari in una stanza da letto, la
sua probabilmente, a giudicare dalla ricchezza della mobilia, e s'avviò ad un
caminetto che era chiuso da una lastra di bronzo lavorata a cesello. Mise una
mano su uno dei tanti fiori che la ornavano e premette rapidamente. La lastra
subito scattò, aprendosi: Tosto apparvero dei gradini che conducevano in alto.
- È un passaggio segreto, aperto nello spessore della muraglia - disse la
marchesa - e da tutti ignorato. Conduce ad una delle piccole torricelle che
s'innalzano sul tetto. Salite e aspettatemi lassú piú tardi.
- Il bacio, marchesa - disse il conte.
La bella signora gli porse la mano.
Il corsaro vi depose un bacio, poi si slanciò su per la scaletta, seguito da
Mendoza e da Martin.
La marchesa rinchiuse la lastra, mormorando: - Povero giovane! Uccidere un cosí
valorose gentiluomo? No, non voglio; anche essendo un nemico del mio paese, io
lo salverò, checché debba accadermi. Non voglio che si dica che un Montelimar
ha tradito un suo ospite.
Chiuse la porta ed entrò nel salotto, mettendosi a centellinare una tazzina di
cioccolata, sforzandosi di parere perfettamente tranquilla.
Un momento dopo il maggiordomo entrava, annunziando il capitano Pinzon.
- Passi pure - rispose la marchesa continuando a sorseggiare la cioccolata.
Il capitano degli alabardieri, un soldataccio con due enormi baffi grigiastri e
gli occhi vivissimi, entrò togliendosi il cappello di feltro.
- A quale onore debbo la vostra visita? - chiese la marchesa, sempre tranquilla,
additandogli una poltrona. - Spero che accetterete un po' di cioccolata che
viene dal Guatemala, dal paese cioè che produce la piú eccellente cioccolata
del mondo.
Il capitano rimase un po' sorpreso, poi disse: - Perdonate, signora, se vi
disturbo; ma sono stato mandato dal governatore della città.
- Per arrestarmi? - chiese la bella vedova ridendo.
- Non voi, ma una persona che poco fa deve aver fatto colazione qui, con voi.
- Eh, che cosa dite, capitano? - esclamò la marchesa aggrottando la fronte e
alzandosi di scatto.
- Arrestare chi?
- Quel conte che si veste tutto di rosso.
- Lui! Un gentiluomo?
- Un bandito, signora!
- Lui? È impossibile!
- È un Ventimiglia, un parente di quei terribili corsari che con Pierre le
Grand, con Laurent, con Wan Horn e con l'Olonese, hanno espugnato tante città
del Golfo del Messico.
- Oh, mio Dio! - esclamò la marchesa, lasciandosi cadere sulla poltrona.
- Se vi foste ingannati?
- Abbiamo la prova che è certamente un Ventimiglia.
- In quale modo avete potuto ottenerla?
- La lama che era rimasta infissa nel petto del conte di Sant'Iago portava
inciso il nome del suo uccisore.
- Allora avrete già distrutta la sua fregata?
- Non ancora, marchesa - rispose il capitano. - Aspetteremo che la notte cali
per abbordarla. Dov'è quel signore?
- È già partito.
- Partito? - esclamò il capitano diventando livido.
- Mi ha lasciato mezz'ora fa, dopo aver fatto colazione con me, dicendomi che
andava a fare una passeggiata nel giardino.
Il capitano si diede un pugno sulla corazza.
- Che egli mi abbia veduto attraversare le cancellate del giardino? - sí
domandò, tirandosi furiosamente i baffi. - Fuggito! Ma dove? Si sarà
probabilmente nascosto in qualche luogo... Diaz!
Un sergente degli alabardieri, a quella chiamata, entrò nel salotto.
- Prendi dieci uomini e va a frugare il giardino del palazzo. Forse il corsaro
è ancora là.
- Subito, capitano - disse il sergente, uscendo rapidamente.
- Signora marchesa, - disse il capo del drappello, quando furono nuovamente soli
- io ho l'ordine di visitare minutamente le vostre stanze.
- Fate pure, capitano i rispose la bella vedova. - Ma sono certissima che non lo
troverete nel mio palazzo.
- Eppure io sono sicuro, signora, di poterlo scovare in qualche luogo - rispose
il capitano. - Dalla città non può uscire, perché tutte le porte sono bene
guardate; imbarcarsi nemmeno, perché sulle calate abbiamo mandato parecchi
drappelli di soldati, e la sua nave sta per essere circondata dai galeoni e
dalle caravelle. È ora di finirla con questi Ventimiglia e noi la finiremo.
Signora, vado a visitare il palazzo.
CAPITOLO IV
LA CACCIA AL CONTE DI VENTIMIGLIA
Il figlio del Corsaro Rosso, sempre seguito da Mendoza e dal mulatto, i quali
non parevano troppo spaventati per la brutta piega che stava per prendere
quell'avventura, si era lanciato su per la gradinata.
Come aveva detto la Marchesa, quella scala era stata costruita nello spessore
d'una muraglia e probabilmente doveva aver servito a nascondere i tesori del
palazzo per sottrarli alle avide ricerche dei filibustieri e dei bucanieri, i
quali già piú volte avevano saccheggiato San Domingo. Era cosí stretta
peraltro, che certe volte Mendoza, il piú grosso di tutti, si trovava molto
imbarazzato a salire.
Quell'ascensione durò un paio di minuti, poi i tre corsari si trovarono in una
piccola stanza o, meglio, in una specie di solaio illuminato da una sola
finestra, abbastanza vasta perché un uomo potesse passarvi.
- Dove siamo? - si chiese il conte.
- In qualche nido di gufi - rispose Mendoza. - Di quassú si scorgono dei tetti.
- Questo deve essere uno dei quattro pinnacoli che adornano il palazzo - disse
Martin.
- Siamo diventati falchi, camerata.
- Meglio falchi che gente da appiccare, mio caro Mendoza - rispose il conte.
- Non dico di no, signore. Ai baschi come me non è mai piaciuta la corda,
specialmente quando è stata intrecciata dagli spagnuoli, perché è la piú
pericolosa, almeno per le persone della nostra specie.
- Eppure sei uno stretto parente degli spagnuoli.
- È vero, capitano, ma non sono mai andato d'accordo con loro.
- E questo è forse un male - rispose il conte. - Avresti almeno potuto pregarli
di lasciarci libero il passo per raggiungere la fregata.
- Uhm! - fece Mendoza, strappandosi tre o quattro capelli - I castigliani non
sono cosí ingenui. Mi avrebbero senz'altro preso ed appiccato al piú alto
pennone dei loro galeoni, come un pirataccio qualunque.
- Cosí, dovremo rimanere in questo nido di avvoltoi o di gufi, come tu hai
detto, finché la marchesa non avrà trovato un modo qualunque per farci
scappare.
- Voi non avete pensato, signor conte, che tre metri sotto di noi vi sono dei
tetti.
- Che cosa vuoi dire, Mendoza? - chiese il figlio del Corsaro Rosso, colpito da
quella risposta.
- Che si potrebbe spiccare un salto e andarcene tranquillamente, prima che quei
dannati alabardieri ci facciano vedere i loro elmetti.
- E andarsene come ladri, senza nemmeno avvertire la generosa donna che ha
cercato di salvarci? Dov'è la galanteria, Mendoza?
- Quando si tratta di salvare la pelle, io non mi occupo mai della galanteria,
signor conte. Io non sono che un marinaio.
- Allora serba i tetti per piú tardi - rispose il figlio del Corsaro Rosso.
- Io e Martin aspetteremo finché voi vorrete, signor conte. Sapete bene che
siamo uomini d'arme e che non ci è mai spiaciuto menar le mani. Quanti colpi di
spada ho dato, quando navigavo agli ordini di vostro padre!
- Taci Mendoza - gridò il conte con voce alterata.
- Avete ragione, capitano: io sono un bestione grosso come una balena, - rispose
il vecchio marinaio.
Il conte si era appoggiato al davanzale della finestra e, spingendo ansiosamente
lontano gli sguardi, attraverso l'immensa selva di campanili e di torricelle,
cercò di scoprire la sua fregata, ancorata presso la bocca del porto, ma senza
riuscirvi.
Un'ansietà indescrivibile l'aveva preso e tendeva gli orecchi, temendo sempre
di udire una bordata di cannonate, annuncianti il principio della lotta contro
la sua nave. Si trovava in osservazione da una mezz'ora, quando udí Mendoza che
esclamava:
- La signora marchesa!
Il figlio del Corsaro Rosso si voltò bruscamente e vide la bella vedova entrare
nella soffitta, pallidissima, sconvolta.
- Voi, marchesa? - esclamò il conte, con meno strepito dei suoi uomini. - Che
cosa venite ad annunciarci?
- Che siete presi! - rispose la signora di Montelimar con voce rotta.
- Hanno dunque scoperto il nostro rifugio? - chiese il conte estraendo la spada.
- Il mio maggiordomo mi ha avvertito che il capitano degli alabardieri ha dato
l'ordine di visitare il tetto e anche le torricelle. Se vi trovasse, vi
arresterebbe.
- Non sarebbe una cosa facile, signora, - rispose il corsaro con voce
tranquilla.
- Voi non mi avete capito, conte
- Anzi, ho capito benissimo.
- E vorreste impegnare la lotta su un tetto, contro venti alabardieri e un
capitano che gode fama di essere coraggiosissimo?
- Ma no, marchesa. C'è sempre tempo a batterci.
- E allora? - chiese la bella vedova con grande ansietà
- Si fugge prima che giungano - rispose il conte.
- E dove?
- Buon Dio, è una cosa semplicissima, marchesa. Si salta sul tetto del palazzo,
si cerca il primo abbaino e si discende.
- Cosí vestito?
- Cambierò costume - rispose il corsaro sorridendo. - Diventerò
momentaneamente piantatore, contadino, facchino del porto, marinaio o qualche
cosa di simile.
- E andrete...?
- Che ne so io? Certo non a bordo della mia fregata. Sarebbe come gettarsi in
bocca al lupo.
- Credete di poter uscire dalla città, signor conte?
- Io non ne dubito.
- Ho una tenuta a S. Pedro, a sei leghe dalla città.
- Benissimo.
- Manderò immediatamente il mio maggiordomo, perché avverta il mio intendente
di ricevervi.
- Volete ospitarci nella vostra villa?
- Voglio salvarvi - disse la marchesa con voce commossa.
- E noi, marchesa, giacché c'invitate in campagna, accettiamo - disse il figlio
del Corsaro Rosso con voce perfettamente tranquilla. - Cosí ci riposeremo delle
fatiche del mare.
- E la vostra nave?
- Se la caverà meglio di quello che crediate, signora. Ho a bordo un
luogotenente che non ha paura di affrontare il fuoco. Potremo rivederci,
marchesa, almeno per ringraziarvi di quanto avete fatto per noi?
- Ve lo prometto.
- A S. Pedro?
- Sí, conte.
- Addio, signora: noi fuggiamo. Il conte si levò il cappello di feltro per
salutarla, poi balzò sul davanzale e spiccò risolutamente un salto,
fracassando tre o quattro tegole. Mendoza e Martin lo seguirono.
- Saldi in gamba, amici - disse il conte, salutando una seconda volta la
marchesa che si era affacciata alla finestra. - E soprattutto non fate rumore.
Sguainarono le spade e si misero in marcia, tenendosi curvi per non farsi troppo
notare dalle persone che potevano affacciarsi alle finestre delle case.
Fortunatamente il palazzo era unito nella parte posteriore ad una lunga fila di
fabbricati, sicché i fuggiaschi poterono continuare la loro fuga per piú di
seicento o settecento metri.
- Toh! - esclamò ad un certo momento il conte, fermandosi. Mi hanno raccontato
molte volte che anche a mio zio, il Corsaro Nero, era toccato una volta di dover
fuggire su pei tetti e che era riuscito a cavarsela magnificamente. Perché non
avrà altrettanta fortuna il nipote? Bah, vedremo!
Erano discesi sul tetto di un'altra casa ed avevano ripreso la marcia.
Continuarono cosí per circa cinquecento metri, senza alcun allarme né alcun
incidente spiacevole; poi si fermarono dinanzi ad un abbaino, la cui finestra
era chiusa solamente da una grata di legno.
- Ecco un bellissimo nascondiglio - disse il conte.
- Purché non diventi invece una trappola, capitano! - esclamò Mendoza. - E poi
non sappiamo dove metta.
- Mette in una casa.
- Lo credo benissimo, signor conte; ma la casa sarà abitata e non so come ci
accoglieranno gli abitanti.
- Vedendomi vestito di rosso mi prenderanno per il diavolo in persona - rispose
il fiero giovane ridendo - e scapperanno, ne sono certissimo. Martin, strappa
quella grata.
- Subito, capitano - rispose il robusto mulatto. - Non sarà un affare né
lungo, né difficile.
Afferrò con le due mani la sbarra centrale, appoggiò le ginocchia contro il
muro e tirò violentemente a sé. Fu un vero miracolo se non rotolò giú dal
tetto insieme alla grata. Buon per lui che Mendoza gli si era posto dietro,
sicché fu pronto ad afferrarlo e a fermarlo.
- Volevi fare un salto nella strada? - chiese il basco. - Hai dei brutti gusti,
amico.
- Silenzio! - disse il conte, il quale aveva cacciato la testa dentro l'abbaino.
- Mi pare che qualcuno russi.
- Ah, diavolo! - borbottò Mendoza, grattandosi la nuca. - Ecco che la faccenda
comincia a diventare seria.
- Seguitemi.
- No, capitano, lasciate prima passare me.
Era troppo tardi. Il corsaro era già sceso in una stanzetta semioscura,
ammobiliata miseramente, poiché non vi erano che un letto, un tavolino
sgangherato ed un paio di sedie, sulle quali stavano una corazza e dei vestiti
da soldato.
- Avrei preferito che abitasse questo bugigattolo una bella fanciulla, -
mormorò il basco.
Il conte si era accostato al letto con la spada alzata, pronto a colpire. Il
proprietario della stanzetta russava beatamente, quasi interamente nascosto
sotto le lenzuola.
- Se si potesse scappare senza svegliarlo! - mormorò il conte. - Mendoza, vi è
la chiave nella toppa della porta?
- Non la vedo.
- Devo buttarla giú? - chiese Martin, facendosi innanzi sulle punte dei piedi.
- Allora si sveglierà.
In quel momento il proprietario del bugigattolo, il quale aveva forse, da buon
soldato, il sonno leggero, si alzò di colpo a sedere, poi, scorgendo gli
intrusi, si gettò rapidamente dall'altra parte del letto, impugnando una
draghinassa e urlando:
- Ah, bricconi! Derubare un soldato? Mai!
Stava per slanciarsi coraggiosamente addosso ai tre corsari, quando un grido di
spavento gli sfuggí:
- Il diavolo! Sogno o sono desto?
Aveva scorto il figlio del Corsaro Rosso e, vedendolo vestito in quel modo, non
c'è da stupirsi che lo avesse preso per un demonio, specialmente in quell'epoca
in cui tutti erano, e specialmente gli spagnuoli, superstiziosissimi.
- Non sono il diavolo - disse il conte - bensí un suo stretto parente.
- Allora siete un uomo come me, entrato qui per spaventarmi e per derubarmi -
disse il soldato, agitando minacciosamente la sua draghinassa. - Fuori, o vi
uccido tutti come polli.
- Ehi, non gridate troppo forte, perché potreste perdere la lingua - disse il
conte. - Vi avverto prima di tutto che io non sono un ladro, ma un gentiluomo e
che non ho affatto bisogno dei vostri stracci.
- Che cosa volete, allora?
- Nient'altro che il vostro vestito, pagandolo, s'intende. Quanto lo stimate?
- Per che cosa farne?
- Alto là, amico! Io non ho l'abitudine di raccontare i miei segreti al primo
che incontro.
- E poi? Volete qualche altra cosa?
- Sí, la chiave della porta per poter uscire di qui.
- Rifarete la via che avete percorso per venire, signor parente del diavolo -
rispose il soldato. - Non si canzona un Barrejo!
- Non ho ancora finito - proseguí il conte, con la sua solita calma.
- Ah, desiderate qualche altra cosa? Siete incontentabile, mio bel signore!
- Non vi chiedo altro che di lasciarvi legare e imbavagliare per impedirvi di
seguirci o di gridare.
- Per tutti i pescicani della Biscaglia, questo è troppo! - urlò il soldato. -
Ora vi mostrerò come un guascone infila i ladri!
- Ah, siete guascone? - disse il conte. - Si dice che i vostri compatrioti siano
valorosi e anche molto spacconi.
- Vi farò vedere io come si spaccano le teste! - urlò il soldato furiosamente.
- Infilatevi prima i calzoni - disse ironicamente il corsaro. - Non vedete che
avete indosso le sole mutande?
- Anche in camicia i guasconi sanno uccidere!
Con un'agilità da pantera aveva saltato il letto, piombando sul corsaro con
impeto feroce, ma aveva dovuto subito fermarsi, vedendo i compagni del conte
levare le pistole.
- Volete assassinarmi? - chiese, facendo sollecitamente due passi indietro.
- Amico - disse il corsaro - In altri momenti vi avrei fata la proposta di
uscire, di fare una passeggiata fino alle mura del cimitero e là misurarvi con
me. Disgraziatamente, o meglio, fortunatamente per voi, non ho tempo da perdere.
O mi vendete il vostro vestito, o sul mio onore vi faccio uccidere con un colpo
di pistola. Orsú, accomodiamoci e lasciamoci da buoni amici. Vi offro venti
dobloni.
Il soldato spiccò un salto.
- Siete qualche principe per pagare cosí bene un miserabile vestito, o avete
fatto fortuna al Messico?
- Non sono altro che un conte e non ho mai veduto le miniere di quel paese.
Accettate o rifiutate?
- Per tutti i tuoni di Biscaglia! Sarei un gran cretino se rinunciassi a una tal
somma. Con venti dobloni compro due uniformi fiammanti e faccio crepare di
rabbia i miei camerati.
Il conte trasse una borsa ben gonfia e depose sull'orlo della tavola le venti
monete d'oro.
- Vi regalo anche la mia draghinassa, signor conte, - disse il guascone che
pareva volesse divorarle con gli occhi.
- Preferisco tenermi la mia spada.
- Cerca di regalarci qualche bottiglia invece, se l'hai - disse Mendoza,
- Ho dell'aguardiente che non si beve nemmeno a Vera-Cruz.
- Tirala fuori, camerata. Noi abbiamo il pessimo vizio di aver sempre sete,
forse perché respiriamo troppa aria salata.
- L'ho anch'io quel vizio: eccomi subito!
Lasciò cadere in un vecchio cassone i venti dobloni, facendoli saltare l'uno
sull'altro, per udire meglio il suono dell'oro; poi tirò fuori una bottiglia e
dei bicchieri. Mentre versava, il conte, che aveva quasi la medesima statura del
guascone, si spogliava rapidamente, per indossare il vestito del soldato.
Quand'ebbe finito di abbigliarsi, vuotò a sua volta un bicchiere di aguardiente,
poi, volgendosi verso il guascone, gli disse:
- Ed ora lasciatevi legare ed imbavagliare. Scendendo avvertiremo qualcuno che
è toccato un accidente al signor Barrejo, cosí verranno a liberarvi.
- Siete gentile, signor conte, ma preferirei non sentirmi un fazzoletto sopra i
baffi.
- Le tentazioni sono pericolose per tutti. Potreste pentirvi dell'affare
concluso e mettervi a gridare dietro di noi: al ladro!
Il guascone fece un superbo gesto di diniego, poi si voltò per lasciarsi
legare. Mendoza e Martin che, come tutti i marinai, non mancavano mai di corde,
in pochi momenti ridussero il soldato all'impotenza; lo imbavagliarono per bene
e lo gettarono sul letto.
- Buona fortuna - disse il basco un po' ironicamente.
Il guascone si agitò un po' tentando di rispondere, poi restò immobile come se
si fosse addormentato di colpo. Il figlio del Corsaro Rosso si calò l'elmetto
sul viso per non essere riconosciuto, aprí la porta con la chiave che il
guascone gli aveva data e scese tranquillamente da una lunghissima scala,
seguito dai suoi due uomini. Erano entrati in una vecchia casa a tre piani che
aveva i gradini ormai consumati e le pareti annerite, abitata certamente da
popolani. Stavano per uscire sulla via, quando sulla porta s'incontrarono con
una vecchia negra, la quale portava sulla testa lanuta un gran canestro pieno di
banane.
- Buon giorno, signor Barrejo - disse vedendo il corsaro.
- V'ingannate, buona donna - rispose il conte. - Sono un suo amico. Anzi, appena
potrete, salite nella sua soffitta, perché pare che quel povero uomo non stia
troppo bene.
Ciò detto varcò la soglia e si allontanò velocemente, sempre accompagnato dai
due filibustieri, i quali potevano benissimo essere scambiati per due marinai
frettolosi d'imbarcarsi. La via era quasi deserta, poiché gli abitanti di tutte
le città spagnuole del Golfo del Messico hanno l'abitudine di sospendere da
mezzogiorno alle quattro i loro affari per schiacciare un sonnellino.
- Martin, tu che conosci a menadito la città, guidaci verso il porto - disse il
conte, quando si trovarono in mezzo a degli orti.
- Non ne siamo lontani che due tiri d'archibugio - rispose il mulatto.
- Mi preme di vedere come hanno circondato la mia fregata.
- Ma non potremo raggiungerla senza destare dei gravi sospetti - osservò il
prudente Mendoza.
- Lo so, ed è questo che mi dà noia. Come potremo noi metterci in relazione
col mio luogotenente? Ecco la gran questione. Io non dubito che egli possa
aprirsi un varco fra i galeoni, le caravelle e rifugiarsi tranquillamente alla
Tortue. Eppure è necessario che io m'imbarchi, prima che il segretario del
signor di Montelimar si rechi nei Messico.
- Forse a me riuscirebbe - disse Martin. Un mulatto non può destare gravi
sospetti, e voi sapete che io nuoto meglio d'un pesce e che so anche percorrere
dei tratti lunghissimi sott'acqua.
- Lo so bene - rispose il conte. - Ed appunto per questo ti ho arruolato.
- Non sarà quindi una faccenda difficile per me calarmi inosservato in mare e
raggiungere la fregata.
- Potrebbero scorgerti e ucciderti. Degli ordini severissimi saranno stati dati
perché io non possa raggiungere la mia nave, o mandare qualche messo.
- Non vi occupate di ciò, capitano - rispose il mulatto. - Se gli spagnuoli
sono furbi, io non lo sono meno di loro.
- Vedremo - rispose il signor di Ventimiglia, il quale appariva molto pensieroso
per la brutta piega che prendevano le cose.
Si erano rimessi frettolosamente in marcia, attraversando dei giardini e delle
piccole piantagioni di banani, e tenendosi prudentemente lontani dalle rare case
che sorgevano qua e là.
Un quarto d'ora dopo giungevano in vista della rada, sbucando in un luogo quasi
deserto.
Il conte si era bruscamente fermato e borbottava stringendo i pugni.
- Affare serio! - disse Mendoza.
E l'affare era veramente grave.
Quattro galeoni, quelle grosse navi per lo piú destinate a portare i prodotti
delle preziose miniere del Messico e dell'America centrale in Europa, e cinque
caravelle avevano lasciato i loro ancoraggi ed erano andate a radunarsi presso
l'uscita del porto, disponendosi su una doppia fila: i primi dinanzi, le
seconde, molto piú deboli e meno equipaggiate, di dietro.
In mezzo alla rada, del tutto isolata, stava la fregata del conte, una splendida
nave a tre alberi, lunghissima e stretta, e armata di ben ventiquattro pezzi
d'artiglieria lungo i fianchi e di due grosse caronade in coperta, sull'alto
cassero.
Sulle calate, ingombre di mercanzie, numerosi alabardieri passeggiavano,
sorvegliando attentamente, a quanto pareva, le navi mercantili e le barche da
pesca che dovevano probabilmente aver ricevuto l'ordine di non lasciare gli
ancoraggi.
- Come se la caverà il luogotenente? - si chiese il conte, il quale con un solo
sguardo aveva abbracciato la situazione. - Che cosa ne dici tu, Mendoza?
- Io dico, signor conte, che il signor Verra si leverà d'impiccio con molto
onore, e che darà una terribile lezione ai galeoni e anche alle caravelle -
rispose il vecchio filibustiere. - Ha un bel numero di bocche da fuoco e della
gente che ha un cuore che non ha mai tremato.
- È vero, ma... - fece il figlio del Corsaro Rosso, scuotendo la testa.
- Voi sapete, signor conte, quale paura hanno gli spagnuoli dei filibustieri. Ci
credono figli del diavolo.
- Non dico di no, Mendoza.
- E allora vedrete quali miracoli saprà compiere il vostro equipaggio guidato
dal signor Verra! Forse che i liguri non sono sempre i primi marinai del mondo?
- Ma una palla di cannone può uccidere l'uomo piú audace del mondo.
- Non un filibustiere però - rispose Mendoza, - specialmente quando ha in mano
un buon archibugio o si trova dietro a un pezzo di cannone.
Il corsaro sorrise, senza mostrarsi peraltro troppo persuaso dalle parole del
vecchio filibustiere.
- Cerchiamo un po' d'ombra - disse dopo qualche momento. Il sole è caldo nel
grande golfo.
A cinquanta passi da loro, presso una scogliera scendente ripidissima verso la
rada, s'alzavano dei maestosi banani con foglie enormi. La raggiunsero e si
gettarono sotto quegli splendidi vegetali, già carichi di enormi grappoli.
- Armiamoci di pazienza ed aspettiamo - disse il conte. - Io sono certo che,
appena le tenebre caleranno, i galeoni e le caravelle daranno battaglia alla mia
nave.
- Io spero di raggiungere la fregata innanzi che si spari il primo colpo di
cannone - disse il mulatto. - Datemi le vostre istruzioni, signor conte.
- Non avrai da dire al mio luogotenente che una sola cosa: che ci aspetti al
capo Tiburon e che sorvegli attentamente il passaggio della Santa Maria.
- Permettetemi, capitano, che aggiunga una cosa - disse Mendoza.
- Parla pure, amico.
- Suppongo, Martin, che tu aspetterai che il sole scompaia per gettarti in
acqua.
- Non è necessario - rispose il mulatto. - Nuoterò sempre sott'acqua.
- E come faremo noi a sapere se giungerai alla fregata? È troppo lontana per
poter scorgere un uomo.
- E vuoi concludere? - chiese il conte.
- Che ci faccia segnalare se ha potuto dare al luogotenente le vostre
istruzioni.
- Sei sempre furbo, tu. Dirai al signor Verra, Martin, che accenda quattro
fanali verdi disposti in fila sul cassero.
- Sarà fatto, capitano - rispose il mulatto.
Si levò la casacca, i pantaloni, gli stivali e gettò a terra le pistole e la
spada. Non portando né camicia né mutande, era rimasto completamente nudo.
- Che Dio vi aiuti, signor conte, - disse - Io non dimenticherò le vostre
istruzioni.
- Va, amico, e guardati dalle palle degli spagnuoli - disse il signor di
Ventimiglia.
- Addio, camerata - disse Mendoza. - Guardati anche dai pesci-cani.
- Io me ne rido di quelli - rispose il mulatto.
Spiccò tre o quattro salti, come per provare l'elasticità delle sue membra,
poi si gettò fra le rocce che scendevano accavallate bizzarramente verso la
rada, strisciando come un serpente. In pochi istanti raggiunse il fondo e, con
un magnifico salto di testa, scomparve sott'acqua.
- È un vero diavolo! - disse il conte. - Io non ho mai veduto un nuotatore piú
abile di lui.
- Scommetterei la mia spada contro una carica per la mia pipa - rispose il
marinaio - che egli riuscirà ad eludere la sorveglianza degli spagnuoli e a
passerà sotto i loro nasi senza che se ne accorgano... Là! là: lo vedete? È
rimontato.
A duecento metri dalla riva un punto scuro era comparso sulla superficie della
rada scomparendo poi quasi subito.
Il mulatto aveva fatta la sua provvista di aria, mettendo fuori solamente il
naso, poi si era rituffato, nuotando sempre sott'acqua.
Era impossibile che i soldati, che vegliavano sulle calate che si trovavano
alquanto discoste dal luogo occupato dai due corsari, avessero potuto accorgersi
di qualche cosa. E poi quella macchia bruna si poteva anche benissimo scambiare
per una testa di pesce.
Altre due volte il conte e Mendoza, i quali spiavano ansiosamente la superficie
della baia, videro spuntare il naso del mulatto, poi piú nulla. La distanza era
ormai troppo considerevole e cominciava a scendere l'oscurità.
- Giungerà? - si chiedeva ansiosamente il conte.
- Non pensate a lui capitano - rispondeva Mendoza. - È piuttosto della fregata
che noi dobbiamo occuparci. Io non so che cosa aspettino i galeoni e le
caravelle.
- La notte.
- Io, se fossi il comandante della squadra, assalirei subito.
- Il combattimento non tarderà ad impegnarsi. Non vedi che delle scialuppe
cariche di soldati si staccano dalle calate e prendono il largo?
- Pessima manovra, signor conte! Non ne sfuggirà una alle bordate della
fregata.
Il conte si era alzato e si era messo a passeggiare nervosamente intorno ai
banani; Mendoza invece aveva caricato la sua pipa e fumava placidamente.
Quella calma del vecchio marinaio era piú apparente che reale, poiché di
quando in quando si dimenticava di tirare e la pipa si spegneva. Intanto le
tenebre scendevano rapidamente avvolgendo la città, il porto e le navi.
La fregata, che si trovava presso la bocca d'uscita, non si scorgeva quasi piú.
Ad un tratto il corsaro mandò un grido:
- Il segnale! Ah, bravo Martin!
Quattro fanali verdi, che spiccavano vivamente nella profonda oscurità,
disposti l'uno dietro l'altro, erano comparsi sull'altissimo cassero della
fregata.
- Ve lo avevo detto io, capitano, che quel diavolo sarebbe riuscito - disse
Mendoza vuotandosi la pipa. - Ora potremo andare un po' in campagna a gustare i
vini di San Josè. Si dice che siano squisitissimi.
- Adagio Mendoza. La fregata non è ancora fuori del porto.
- Se è per questo, riaccendo la pipa; sono sicuro che passerà fra i galeoni e
le caravelle. Una volta fuori del porto, le diano la caccia se ne sono capaci.
- Se riesce ad aprirsi il varco, sarò pienamente tranquillo, mio bravo
marinaio. Nessuno può raggiungerla e nemmeno...
Un colpo di cannone interruppe il suo discorso.
La Nuova Castiglia aveva aperto il fuoco, sfidando le navi spagnuole a
battaglia.
Quel sinistro rimbombo, che si ripercosse fragorosamente contro le case della
città, fu seguito da un breve silenzio, poi si udí una seconda cannonata.
Il corsaro e Mendoza avevano scalate rapidamente le rocce, per meglio assistere
alle diverse fasi del combattimento.
L'uno e l'altro, quantunque avessero piena fiducia nella robustezza e
nell'armamento della nave e nel coraggio dell'equipaggio, formato interamente
d'intrepidi filibustieri reclutati alla Tortue, erano in preda ad una profonda
angoscia.
Sapevano bene che la Spagna aveva pure valenti marinai, capaci di disputare
lungamente la vittoria.
Un altro mezzo minuto trascorse, poi terribili bordate partirono dai galeoni e
dalle caravelle.
La battaglia era cominciata.
CAPITOLO V
LA FUGA DELLA FREGATA.
La Nuova Castiglia, salpate le sue âncore e spiegate le sue vele,
approfittando di una fresca brezza che soffiava dalla parte di terra, si era
messa arditamente in marcia, muovendo verso la bocca del porto, niente atterrita
per la presenza dei galeoni e delle caravelle.
I suoi fucilieri, quei terribili filibustieri che quasi mai sbagliavano un colpo
e che erano armati di grossi archibugi tutti di buon calibro, si erano disposti
in un lampo dietro le murate, sopra le quali avevano arrotolato le brande,
aprendo subito un fuoco infernale sui ponti delle navi avversarie, per abbattere
i timonieri e gli ufficiali.
Altri si erano lestamente arrampicati sulle coffe, per lanciare bombe, delle
quali quei formidabili scorridori del mare facevano molto uso e con buon
successo.
Le navi spagnuole, fidando nella loro superiorità, avevano accettato
risolutamente la lotta; stringendosi le une alle altre per impedire il passo
alla nave nemica e opporle una formidabile barriera.
Disgraziatamente per loro, avevano da fare con un uomo di mare che ben altre ne
aveva vedute e che era rotto a tutte le astuzie, e per di piú con un veliero
estremamente maneggiabile e che poteva spostarsi rapidamente.
Per alcuni minuti fra la fregata ed i galeoni fu un continuo scambio di
cannonate, senza causare troppi danni né da una parte né dall'altra, facendo
accorrere sulle calate tutta la popolazione di San Domingo; poi vi fu un po' di
sosta, perché la Nuova Castiglia, con un'abile manovra, si era spostata in modo
da far convergere il fuoco degli spagnuoli verso le case del porto.
Era vero che a questo modo si esponeva al tiro delle artiglierie dei forti che
potevano incrociare i loro fuochi senza danneggiare la città, ma il
luogotenente del conte non era uomo da esporre lungamente la sua nave alle palle
nemiche.
Con due fulminee bordate, la Nuova Castiglia ripiegò verso il centro della
rada, scatenando da parte dei forti un uragano di cannonate; poi prese il suo
slancio verso la bocca del porto, ora minacciando di passare a tribordo della
squadra ed ora a babordo.
I suoi venti pezzi della batteria e le due caronade del cassero tuonavano
furiosamente, specialmente contro le caravelle, mentre i suoi fucilieri
spazzavano a fucilate i ponti altissimi dei galeoni, abbattendo, con una
precisione matematica, timonieri e ufficiali.
Urla feroci s'alzavano su tutte le tolde, mescolandosi, confondendosi col
fragore delle artiglierie e lo scrosciate degli archibugi.
Anche la folla che si accalcava sulle calate, quantunque esposta al fuoco delle
artiglierie, urlava ferocemente:
- Morte ai filibustieri! Distruggeteli! Massacrateli!
La Nuova Castiglia continuava intrepidamente la sua marcia, coprendo di palle e
di bombe le navi nemiche e minacciando di abbordarle.
Salda di costole, bene armata e condotta da uomini abituati a battersi quasi
ogni giorno, non tentennava nelle sue mosse.
Rispondeva ai galeoni e alle caravelle, quasi colpo per colpo, con una
insistenza feroce, mentre le due caronade della coperta avventavano di tratto in
tratto delle bordate di mitraglia.
Giunta a cento passi dai galeoni, sfilò superbamente sulla loro fronte con
tutti i suoi formidabili archibugieri a babordo; poi, con una mossa improvvisa,
inaspettata, girò a destra della squadra dove c'era ancora abbastanza spazio
per navigare lungo la costa. Una piccola caravella tentò di chiudere il passo,
gettandosi dinanzi alla prora per lasciar tempo ai galeoni di muoversi.
Era un topolino che tentava di arrestare un leone.
La Nuova Castiglia la urtò poderosamente col suo solidissimo tagliamare e la
sfasciò completamente passando in mezzo ai rottami; poi, dopo aver scaricati
tutti i suoi pezzi d'un colpo solo, fuggí fuori dal porto.
- Ebbene, che cosa ne dite, signor conte? - chiese Mendoza, il quale fumava
furiosamente, con le mani affondate nelle tasche e le gambe allargate.
- Che con simili uomini, si potrebbe conquistare il mondo - rispose il signor di
Ventimiglia. Non so se un'altra nave se la sarebbe cavata cosí bene, mio caro.
- Ecco che i galeoni si mettono in caccia, ma che cosa sperano di fare? Di
raggiungere la nostra nave? Eh, cari miei, non conoscete ancora la Nuova
Castiglia!
- Mi pare che l'abbiano conosciuta or ora.
- Il signor Verra li farà correre.
- E allora corriamo anche noi e cerchiamo di lasciare San Domingo prima che
spunti il sole. Gli spagnuoli rivolgeranno tutta la loro rabbia contro di noi e
ci daranno una caccia spietata.
- E se ci prendono, ci impiccheranno, signor conte, - rispose Mendoza.
- Forse quelle due corde non sono ancora state intrecciate. Conosci anche tu la
città!
- Abbastanza per condurvi alla Puerta del Sol.
- Ci lasceranno poi uscire, a quest'ora?
- Oh, non lo sperate, capitano, - rispose il filibustiere;
- E perché condurmi là dunque?
- Perché il bastione vicino è in parte diroccato e potremo trovare il modo di
scendere nel fossato e anche...
Si era interrotto, guardando il conte, e rimanendo con la bocca aperta.
- E dunque? - chiese il corsaro.
- Sono un vero stupido, capitano!
- Perché?
- Ma sí che noi possiamo passare per la Puerta del Sol senza esporci al
pericolo di fiaccarci il collo in fondo al fossato. In verità io invecchio
troppo presto.
- Sei impazzito, Mendoza?
- No, signor conte, ma stavo per diventare un cretino. Non siete vestito da
alabardiere, voi?
- Pare di sí!
- Noi ci presenteremo alle guardie della porta e voi direte che avete ricevuto
l'ordine di scortarmi e di farmi uscire. Potrete aggiungere, se non vi dispiace,
che io sono una spia che va a sorvegliare i bucanieri. A un soldato si crede
sempre.
- E tu affermavi poco fa che stai per diventare un cretino? disse il conte
ridendo. - A me pare invece che tu diventi ogni giorno piú furbo, vecchio
squalo. In marcia! Non voglio trovarmi ancora a San Domingo al sorgere
dell'alba.
Gettarono le vesti e la spada di Martin in mezzo ad un folto cespuglio e volsero
le spalle al porto, internandosi in una stradicciuola che serpeggiava fra siepi
e splendidi filari di banani e di palme. Essendo tutta la popolazione accorsa
sulle calate, non vi era anima viva nei dintorni, cosicché poterono
attraversare indisturbati la città e giungere dinanzi alla Puerta del Sol, che
era in quel tempo una delle principali di San Domingo e che metteva nell'aperta
campagna.
Due alabardieri, armati di lunghe picche, passeggiavano a breve distanza,
fumando e chiacchierando. Scorgendo il conte e il suo marinaio, si fermarono per
sbarrare loro il passo; poi uno dei due, accortosi di aver da fare con un
soldato, chiese:
- Oh, camerata, dove vai?
- Ho l'ordine di scortare quest'uomo fuori della città - rispose franco il
signor di Ventimiglia.
- Chi è?
- Un corriere governativo.
- Senza cavallo?
- Sa dove trovarlo. Sbrigatevi ad aprire la porta; abbiamo molta fretta.
- E non ti hanno dato nessuna carta?
- Non sono un soldato, io?
- È vero, ma ci hanno dato anche il comando di impedire l'uscita a qualunque
persona.
- Era per i borghesi, quello.
- Aspetta che chiamo l'anziano: io non voglio assumermi questa responsabilità.
Entrò in una vicina caserma e uscí subito con un altro soldato, munito di una
lanterna, il quale trascinava con gran fracasso un enorme spadone.
- Guarda questi uomini, Barrejo - disse la sentinella.
- Fulmini! - mormorò Mendoza. - Il guascone! Ora siamo fritti!
Il conte trasalí e portò rapidamente una mano sulla pistola di Martin, pronto
ad impegnare una lotta disperata. Il guascone si avvicinò a loro e non potè
trattenere un gran gesto di stupore nel riconoscere la propria corazza e le
proprie vesti che il conte indossava.
- Ah, camerata! - esclamò sbarrando gli occhi.
Poi, volgendosi verso le due sentinelle, disse loro:
- Continuate la ronda voi, io conosco queste persone.
Aspettò che si fossero allontanate, poi, dopo aver alzato una seconda volta la
lanterna per guardare bene in viso il conte ed il suo compagno, chiese:
- Che cosa fate ancora qui, nei miei panni, signore? Siete ben voi che mi avete
dato quei venti dobloni!
- Sí, messer Barrejo - rispose il signor di Ventimiglia.
- E che cosa siete venuti a fare qui?
- A offrirvi altri dieci dobloni, se non vi rincresce.
- Per tutti i venti del mare di Biscaglia! Volete far di me un milionario?
- No, voglio ingrassarvi, perché siete troppo magro.
- Tutti i guasconi sono magrissimi, signor conte. Ma che muscoli d'acciaio
abbiamo!
- Chi sa che un giorno non li veda al lavoro! Orsú, volete guadagnare altri
dieci dobloni?
- Che cosa devo fare?
- Una cosa semplicissima. Aprirci la porta e lasciarci andare in campagna.
- E null'altro? - chiese il guascone con stupore.
- Nient'altro. Vi avverto che abbiamo detto ai vostri camerati che siamo
corrieri del governatore.
- E non avete paura d'incontrare i bucanieri? Si dice che stiano organizzandosi
per tentare un colpo di mano sulla città.
- Non vi occupate di questo, messer Barrejo. Apriteci la porta e altre dieci
monete d'oro andranno a ingrossare il vostro piccolo tesoro.
- Vi apro anche tutte quelle della città - rispose don Barrejo. Venite, signor
conte. I miei camerati non vi daranno alcun fastidio.
Afferrò un'enorme chiave che stava appesa ad un chiodo e aprí la pesante porta
laminata di ferro, conducendoli attraverso un massiccio bastione forato nel
mezzo da uno stretto passaggio.
- Eccovi in campagna - disse dopo aver aperta un'altra porta. Mi permettete di
scortarvi per qualche tratto?
- Vi ho detto che noi non abbiamo paura - disse il conte.
- Non ne dubito, signore, ma che volete, mi piace immensamente la vostra
compagnia.
- Non sarà per sorvegliarci, spero - disse Mendoza.
- Oh! un guascone!... Noi non siamo abituati a mentire.
- Allora venite - disse il conte. - Potreste darci qualche preziosa
informazione.
- Sono tutto a vostra disposizione, signor conte - rispose il guascone.
- Potreste, per esempio, dirci dove potremo trovare dei cavalli.
- Vi è un corral a mezzo miglio di qui, annesso ad una grande fattoria. Se
avete ancora di quei bei dobloni, potrete acquistarne finché vorrete.
- Le nostre borse sono ancora assai fornite, malgrado il salasso fatto alla mia.
- Vi guiderò io.
- Ed i vostri camerati che non vi vedranno tornare non si allarmeranno?
- Vadano al diavolo! - disse Barrejo alzando le spalle. - Non sono padrone di
fare una passeggiata notturna e di scortare delle persone raccomandate da Sua
Eccellenza il Governatore?
- Oh, è vero! - disse il conte ridendo. - Noi siamo personaggi importantissimi.
- Che viaggiano però senza carte - aggiunse maliziosamente il guascone.
- Le teniamo sempre sulla punta delle nostre spade.
Il soldato capí a che cosa voleva alludere il conte e, quantunque guascone,
credette opportuno di troncare il discorso.
Si erano inoltrati per una viuzza fiancheggiata da bellissime agavi, piante
tessili che danno dei fili elastici e fini e dalle cui foglie gli indiani
estraggono una bibita fermentata detta pulque, molto spumante e anche molto
gradevole. Di là da quelle enormi siepi, si estendevano immense piantagioni di
canne da zucchero e di caffè, le maggiori risorse di quella fertilissima isola.
Per la tenebrosa campagna volavano sciami di Moscas de luz, insetti che
tramandano una luce ben piú potente delle nostre lucciole, e nei solchi delle
piantagioni e attorno agli stagni muggivano i grossi rospi gialli e neri con
appendici cornute e fischiavano migliaia e migliaia di batraci.
I tre uomini camminarono in silenzio per un buon quarto d'ora, rischiarando la
via con la lanterna; poi, giunti ad una biforcazione, il guascone si fermò.
- Ci lasciate? - chiese il conte.
- Questo dipende da voi, signore - rispose il soldato.
- Che cosa volete dire?
- Signor conte, io sono un uomo d'onore e sono un cadetto d'una famiglia nobile
della Guascogna. Già. Voi saprete che, piú o meno, noi siamo tutti nobili nel
mio paese, ma anche poveri, poveri, perché i nostri padri non ci lasciano per
eredità che una buona spada e delle lunghe lezioni di scherma.
- Che cosa volete concludere, signor Barrejo?
- Che vorrei sapere chi siete e perché siete fuggito da San Domingo, mentre era
stato dato l'ordine d'impedire l'uscita a tutti gli abitanti.
Il conte rimase un momento muto, guardando il soldato, poi disse:
- Scommetterei che voi già lo sapete.
- Forse.
- Sono il capitano della fregata che entrò nella rada ieri mattina che due ore
fa è stata cannoneggiata dagli spagnuoli.
- Dei filibustieri, non è vero?
- Siete molto perspicace, signor Barrejo. Ora andrete ad avvertire certamente il
governatore.
- Io? - esclamò il guascone. - Io tradirvi? Mai! Siamo uomini d'onore, noi.
- Allora avrò soddisfatta la vostra curiosità.
- Signor conte, se vi facessi una proposta?
- Dite pure.
- Noi guasconi siamo gente di guerra e non amiamo lasciar arrugginire
inutilmente le nostre spade. La mia dorme da due anni in San Domingo e minaccia
di non saper piú uscire dal fodero. Volete arruolarmi? Coi filibustieri vi è
sempre occasione di menar le mani.
- E anche di morire piú facilmente! - aggiunse Mendoza.
- Ho trentadue anni e ne ho già abbastanza della vita - disse il guascone. - Mi
volete, signor conte? Vi giuro che sarò una buona lama.
- E poi lo liberereste da molti fastidi - aggiunse il marinaio, a cui non
dispiaceva affatto quel fracassone.
- Sia! - disse il signor di Ventimiglia. - Un bravo soldato di piú sulla mia
nave non sarà d'impiccio.
- Voi non siete spagnuolo, quindi potete passare al nemico - disse Mendoza.
- Sono un soldato di ventura e null'altro, e come tale posso offrire la mia
spada ed il mio braccio a chi meglio mi piace.
- Conoscete S. Josè?
- Conosco mezzo San Domingo.
- Sapreste condurci nella tenuta della marchesa di Montelimar?
- Anche con gli occhi bendati.
- Andiamo a procurarci dei cavalli, prima di tutto. Io non dubito che gli
spagnuoli ci diano la caccia.
- Potete esserne certo, signor conte - rispose il guascone. - Ci lanceranno
anche addosso qualche banda dei loro terribili cani.
- In cammino allora, Barrejo - disse il conte. - Non ho alcun desiderio di farmi
mordere i polpacci da quelle bestiacce.
- Dovremo prendere la via dei boschi, signor conte. Le vie sono battute dalle
ronde e potrebbero arrestarci.
- Ve ne sono molte fuori della città?
- Eh, un bel numero.
- Andiamo a visitare i boschi.
Il guascone gettò via la lanterna, la cui luce poteva tradirli e attirare
qualche ronda in perlustrazione o alla caccia di bucanieri.
Quelle bande di soldati, formate da cinquanta uomini ciascuna, erano incaricate
di impedire ai bucanieri, alleati dei filibustieri, di dare la caccia ai
numerosi tori selvatici che in quell'epoca scorrazzavano liberamente per le
foreste dell'isola.
Non osando gli spagnuoli affrontare quei terribili cacciatori, i quali non
sbagliavano mai un colpo, avevano deciso di affamarli e perciò avevano
istituite quelle compagnie volanti.
Dapprima le avevano munite d'armi da fuoco, ma siccome non volevano imbattersi
nei bucanieri, né impegnare mischie con loro, quando s'accorgevano della loro
presenza preferivano fare delle scariche di moschetteria in aria.
I cacciatori, avvertiti del pericolo, se ne andavano tranquillamente da un'altra
parte.
I governatori delle varie città, accortisi della gherminella, avevano tolto
alle ronde le armi da fuoco, armandole solamente di alabarde, ma senza ottenere,
come si può capire facilmente, alcun risultato pratico.
Se prima erano i bucanieri che scappavano, ora erano gli alabardieri che se la
davano a gambe appena udivano uno sparo; sicché i combattimenti erano rari come
le mosche bianche, ché nessuno aveva il desiderio di giocare la pelle
inutilmente.
E quelle erano le famose ronde dette cinquantine, colle quali i governatori
speravano di distruggere tutti i bucanieri, - ed erano molti - che infestavano
le immense foreste dell'isola, sempre pronti a prestare man forte ai
filibustieri della Tortue, quando si trattava di tentare qualche buon colpo
Il guascone fece attraversare ai suoi due compagni una vasta piantagione di
canne da zucchero, poi si gettò risolutamente in mezzo alle boscaglie, formate
per lo piú da enormi piante di cotone selvatico, con i cui tronchi cavi gli
indiani e i negri formavano canoe capaci di contenere perfino cento uomini.
- Il corral lo troveremo di là da questa boscaglia - aveva detto il soldato al
conte. - Risparmieremo tempo e non correremo il pericolo di imbatterci in
qualche cinquantina. Cercate solo di non far rumore, poiché fra queste macchie
i tori non mancano, e vi so dire io se sono pericolosi quando s'infuriano o
vengono disturbati!
La marcia non tardò a diventare difficilissima, con molto dispiacere di Mendoza,
abituato a passeggiare solamente sulle tolde delle navi e ad arrampicarsi sulle
alberature.
A quei tempi San Domingo, al pari della vicina Cuba e della Giamaica, aveva
delle foreste, antiche quanto il mondo, le quali accumulando foglie su foglie e
imputridendo rami e tronchi, dovevano preparare quel meraviglioso ordimento
vegetale, che piú tardi doveva cosí ben servire agli intraprendenti
piantatori.
I cotoni selvatici s'alzavano dovunque, mescolati, anzi confusi, con palme
gigantesche, reggendo non si sa in quale modo i loro giganteschi fusti, non
avendo per sostegno che una crosta di terra non più alta di due piedi affatto
insufficiente alle smisurate radici.
Erano soprattutto i foltissimi cespugli, vere macchie per le imboscate, che
facevano brontolare Mendoza, anche perché si mostravano formidabilmente armati
di acutissime spine.
Il guascone, che aveva fatto parte piú volte delle cinquantine, per buona
fortuna non esitava mai a scegliere la via, quantunque sotto quelle immense
arcate di verzura regnasse un'oscurità quasi completa.
- Ho la bussola nella testa - ripeteva sfondando a colpi di spadone i cespugli
per aprire il passo al conte.
E pareva infatti che quel diavolo d'uomo, che camminava con piena sicurezza
senza mai fermarsi, avesse la facoltà d'orientarsi come i piccioni viaggiatori.
Chi invece era incerto e non poco era Mendoza, il quale, quantunque uomo di
mare, non ignorava come fosse facile smarrirsi in mezzo alle boscaglie.
Quella marcia faticosissima durò tre ore, poi il piccolo drappello si trovò
dinanzi ad una vasta pianura interrotta da un gran numero di stagni.
Un fracasso indiavolato s'alzava fra le alte erbe e i canneti che la coprivano.
Muggivano milioni di rospi, fischiavano le rane americane e di quando in quando,
a tutto quel baccano, si univano delle urla rauche, somiglianti al fragore dei
tamburi, dei cannoni.
Il guascone si era arrestato, bestemmiando in francese o in spagnuolo.
- Ehi, camerata, avresti per caso perduta la bussola che tu affermavi d'avere
dentro il cervello? - chiese Mendoza.
Il guascone stette un momento zitto, poi picchiandosi furiosamente la corazza
che gli rinserrava il petto, rispose:
- Pare proprio che si sia guastata.
- Chi?
- La mia bussola.
- Ecco una faccenda seria per la gente di mare.
- E anche qualche volta per la gente di terra, - rispose l'avventuriero, il
quale appariva sconcertato. - Come mai mi sono smarrito? Eppure queste boscaglie
le ho scorse piú volte.
- Spero, don Barrejo, che non avrete l'intenzione di farci divorare dai caimani,
- disse il signor di Ventimiglia.
- Ci tengo alle mie gambe non meno di voi, - rispose il guascone. - Volete un
consiglio, signor conte? Aspettiamo l'alba.
- Ed intanto schiacciamo un sonnellino - aggiunse Mendoza. L'erba è folta e
fresca e dormiremo meglio che su una branda della Nuova Castiglia.
- E i caimani intanto cenerebbero con i vostri piedi - disse il guascone. - Non
chiudete gli occhi, signore, ve ne prego. Io so come sono pericolose queste
paludi!
- Avete un sigaro, don Barrejo? - chiese il conte.
- Sono ben provvisto, signor conte, ed è tabacco di Cuba, il migliore che si
coltivi in tutto il golfo del Messico.
- Datemene uno, e aspettiamo che il sole spunti. Spero che non ci farete perdere
in mezzo alle boscaglie di San Domingo.
- Zitto, signore!
- Che cosa c'è ancora? Se è qualche caimano, lo taglieremo in due a colpi di
spada. Anzi, non ho ancora visto lavorare la vostra draghinassa.
- Altro che caimano! È una cinquantina che s'avvicina. Zitti!
Tutti si misero in ascolto, dopo essersi gettati dietro l'enorme tronco d'un
albero di cotone selvatico. Pareva che un grosso drappello uscisse dal bosco. Si
udivano i passi pesanti e cadenzati di uomini abituati a marciare in colonna.
- Adesso ci prendono! - borbottò Mendoza. - Che splendida passeggiata notturna!
Era molto meglio restarcene a San Domingo.
- Zitto, eterno brontolone! - sussurrò il conte. - Sai che le cinquantine non
desiderano altro che di andarsene pei fatti loro. Non ti muovere, e vedrai che
nessuno verrà a cercarti dietro a questa pianta.
- Ben detto, signor conte, - disse il guascone. - D'altronde basterebbe sparare
un colpo di pistola per far scappare quei poveri diavoli. Da quando i
governatori hanno avuto la pessima idea di privarli delle armi da fuoco, non si
sentono piú in grado né di darci, né di fare battaglia.
- Purché non abbiano con loro dei cani, - disse Mendoza.
- Ecco quello che temo, - rispose il guascone. - Voi avete però quattro
pistole. Datene una a me e vedrete che scapperanno come lepri, benché non
manchino di coraggio, questo ve lo assicuro io. Lo spagnuolo è sempre stato un
buon soldato e nemmeno io, se avessi in mano una spada contro un buon bucaniere
armato d'archibugio volterei le spalle, eppure sono un guascone.
- Ricco di guasconate! - disse Mendoza, un po' ironicamente.
- Mi vedrete all'opera, camerata, - rispose il soldato, un po' piccato. -
Silenzio, s'avanzano.
Un grosso drappello era sbucato di fra le canne e le erbe e avanzava lungo la
fronte della foresta. Si trattava veramente d'una di quelle famose cinquantine,
armate esclusivamente d'alabarda e di spade, senza nessuna bocca da fuoco. Era
composta tutta di alabardieri con elmetto e corazza, difese affatto
insufficienti contro le grosse palle dei bucanieri.
Era preceduta da un doz di Cuba. Questi cani ferocissimi sono molto grossi,
molto robusti e d'un coraggio a tutta prova, e gli spagnuoli li usavano
specialmente contro gli indiani, i quali avevano una paura terribile di quelle
bestiacce.
A quei doz cubani si deve piú che altro la conquista delle numerose colonie del
golfo del Messico. Si può anzi dire che la Colombia fu conquistata piú da loro
che dagli avventurieri.
Il cane, giunto in vicinanza del grosso albero del cotone, si era fermato,
aspirando fragorosamente l'aria, e la cinquantina, che era guidata da un
ufficiale, si era subito disposta su quattro linee abbassando le alabarde.
- Camerata, - sussurrò Barrejo, rivolgendosi a Mendoza - voi occupatevi di quel
cagnaccio e badate di non sbagliare il colpo o vi salterà alla gola.
- È un affare che sbrigherò io, - rispose il filibustiere.
- Alla cinquantina penseremo io e il signor conte.
Tutti e tre avevano armato le pistole e si tenevano l'uno presso l'altro, pronti
a sguainare le spade.
Il doz cubano fiutava sempre, volgendo la testa massiccia verso l'enorme albero
e ringhiando sordamente. Doveva aver sentito che là si nascondeva il nemico.
Un grido s'alzò fra gli uomini d'avanguardia della cinquantina
- Ay, perrito!
Il cagnaccio, udendo quel comando, si slanciò furiosamente, sperando di
azzannare i misteriosi avversari che non osavano mostrarsi.
Mendoza, che lo teneva d'occhio, fu pronto a sparare e gli fracassò il cranio,
mentre il conte ed il guascone facevano fuoco contro la cinquantina, tirando a
casaccio.
Allora gli spagnuoli, credendo d'aver dinanzi qualche grosso drappello di quei
terribili bucanieri che non sbagliavano mai la mira, in un lampo si dileguarono,
gettandosi in mezzo ai canneti delle paludi.
- Ecco la cinquantina sgominata! - disse il guascone ridendo. Lavoriamo tuttavia
di gambe, perché domani mattina tornerà qui e se si accorgerà, dalle nostre
tracce, d'aver avuto da fare con soli tre uomini, ci darà una caccia terribile.
Corriamo, signor conte!
- E queste sono le splendide passeggiate che si fanno a San Domingo - disse
Mendoza. - Preferisco quelle che si fanno sulla tolda della Nuova Castiglia.
Si erano messi a correre, come se avessero altri molossi alle calcagna.
Il guascone, che aveva le gambe piú lunghe di tutti, marciava con una rapidità
incredibile lungo la fronte della boscaglia, dietro però la prima linea degli
alberi, per paura che la cinquantina, rimessasi dalla sorpresa, si fosse
nuovamente ordinata e formata per la caccia.
- Questo briccone ha giurato di farmi morire completamente sfiatato! -
brontolava Mendoza, il quale sbuffava come un bufalo. - Quanto durerà questa
storia?
Pareva proprio che il guascone possedesse una resistenza incredibile e muscoli
di acciaio, poiché non rallentava nemmeno un momento la sua corsa.
Il figlio del Corsaro Rosso si mostrava non meno resistente, anzi, aveva
maggiore slancio, come se fosse già abituato alle lunghe corse.
Quella galoppata furiosa durò un'ora, poi il guascone si fermò.
- Può bastare - disse. - La cinquantina ha avuto piú paura di noi e non ha
osato darci la caccia. Prima che ne incontri altre o che si rifornisca di cane,
passerà del tempo e noi potremo raggiungere la villa della marchesa, senza
essere piú disturbati.
- Se non sapete nemmeno dove si trovi! - disse Mendoza, il quale aspirava, come
un mantice da fucina, la fresca brezza notturna.
- Camminando sempre, si va anche a Parigi - rispose Barrejo.
- Nel mio paese si dice che tutte le vie conducono a Roma - aggiunse il conte.
- Ma non alla villa di Montelimar - ribattè Mendoza il quale sembrava di
pessimo umore.
- Voi, camerata, brontolate sempre contro il vostro capitano - disse il
guascone. - Anche questo è un brutto vizio.
- Mi correggerò col tempo.
- Siete ormai troppo vecchio per farlo.
- I filibustieri sono sempre giovani. Lo sanno gli spagnuoli.
- Oh, non lo nego, amico! Avete sempre il fuoco nel petto.
- E non le vostre gambe.
- Orsú, che cosa facciamo ora, don Barrejo? - chiese il conte.
- Io per conto mio, farei colazione - disse Mendoza. - Questa corsa mi ha messo
un appetito da pescecane.
- Contentati di accendere la tua pipa, per ora - rispose il conte. - Se non
basta, stringi bene la cintura.
- Ottimo consiglio! - sentenziò gravemente il guascone.
- Che non farà bene a nessuno - brontolò Mendoza - Mettetelo in pratica voi.
- Ne avete qualche altro da suggerirci don Barrejo? - chiese il conte.
- Sí, quello di sdraiarci in mezzo a queste fresche erbe e di tirare il fiato
fino all'alba.
- E i caimani? - chiese Mendoza. - prima avevate una gran paura di quelle
bestiacce.
- Sono lontani da qui, e poi non chiuderemo gli occhi
- Visto e considerato che non vi è di meglio da fare, lo metto in esecuzione -
disse il conte, lasciandosi cadere fra le erbe e allungandosi con visibile
soddisfazione. - Sono due giorni che io e questo eterno brontolone non ci
riposiamo: è vero, Mendoza?
- Saranno forse di piú - rispose il filibustiere imitandolo.
Il guascone guardò attentamente in tutte le direzioni, si chinò, accostò un
orecchio a terra, ascoltò attentamente e poi, a sua volta, si allungò fra le
fresche erbe, dicendo:
- Nulla: possiamo riposarci.
Non era però troppo facile socchiudere gli occhi.
I grossi rospi muggivano sempre, con un crescendo spaventoso; i caimani facevano
del loro meglio per imitarli ed i batraci gareggiavano fra di loro per fischiare
con maggior furore, come se si fossero messi d'accordo per impedire a Mendoza di
schiacciare un sonnellino, fosse pure d'un quarto d'ora.
Era però molto tardi, e l'alba non doveva tardar molto a spuntare. Nel Golfo
del Messico il sole tramonta presto e si alza anche molto presto.
Alle tre e mezzo, durante l'estate, il cielo si tinge dei primi riflessi
dell'aurora e le stelle scompaiono.
I tre filibustieri - poiché ormai anche il guascone si poteva considerare come
tale - si riposavano da un paio d'ore, tendendo continuamente gli orecchi, per
paura che i cani delle cinquantine, li sorprendessero, quando le tenebre
cominciarono a diradarsi.
- In marcia, signor conte - disse il guascone, alzandosi rapidamente. -
Cercherò di orientarmi.
- È stata accomodata la bussola piantata in mezzo al vostro cervello? - chiese
Mendoza beffardamente.
- S'incaricherà il sole di rettificarla - rispose l'avventuriero.
- Speriamo che sia un abile meccanico.
- Vedrete, camerata.
Stavano per mettersi in cammino, quando udirono a breve distanza uno sparo.
- La cinquantina! - gridò Mendoza facendo un salto.
- Sí, che spara con le sue alabarde! - osservò il guascone sorridendo. - Io
scommetto invece che è la colazione che giunge. Signor conte, siete conosciuto
fra i bucanieri?
- Se non io, erano troppo noti i tre corsari: il Rosso, il Nero e il Verde.
- Questa archibugiata deve averla sparata un bucaniere.
- Andiamo a trovarlo - rispose il signor di Ventimiglia.
Attraversarono di corsa una folta macchia e, giunti sul margine, scorsero, in
mezzo ad una radura erbosa, un uomo piuttosto attempato, vestito malamente.
Aveva un grembiale di pelle ed un largo cappello di feltro in testa e stava
ritto accanto ad un gigantesco bue selvaggio il quale stava spirando. Vedendo
quegli stranieri, il cacciatore fece alcuni passi indietro, e gridò con voce
minacciosa:
- Chi siete? Rispondete, o vi uccido prima che possiate giungere fino a me!
- Siamo filibustieri, camuffati da spagnuoli - rispose il conte in francese
purissimo, perché l'intimazione era stata fatta in quella lingua. - Io sono il
figlio del Corsaro Rosso e nipote del Verde e del Nero.
- Del Corsaro Nero! - gridò il bucaniere, lasciando cadere l'archibugio e
facendosi innanzi. - Di quello che con Grammont, Laurent e Wan Horn ha espugnato
Vera-Cruz? Io ho combattuto con lui! Tonnerre de Brest! Signore, sono ai vostri
ordini! Comandate!
CAPITOLO VI
IL BUCANIERE
Seccare e affumicare sotto semplici capannucce formate di frasche, il piú
delle volte malamente intrecciate le pelli e le carni degli animali uccisi a
caccia, esprimevasi dagli indiani delle grandi isole del Golfo del Messico col
vocabolo bucan, e da quello venne il nome di bucaniere.
Quei formidabili cacciatori, che piú tardi dovevano fornire tanta gente ai
filibustieri della Tortue e dare un'infinità di fastidi agli spagnuoli, si
erano specialmente stabiliti nell'isola di San Domingo, la piú ricca di
selvaggina.
Per la maggior parte erano avventurieri francesi, inglesi e fiamminghi, fuggiti
dalle loro patrie o per miseria o per delitti commessi.
Una camicia di grossa tela, sempre lorda di sangue, un paio di calzoni della
stessa tela, anche piú sudici, una cintura di pelle non conciata, alla quale
erano attaccate una corta sciabola, un paio di coltelli e due borse contenenti
la polvere e le palle, un cappellaccio informe e scarpe fabbricate con cuoio di
maiale, costituivano la divisa dei bucanieri..
La loro grande ambizione era d'avere un buon archibugio, portante un proiettile
del peso di un'oncia, ed una muta di venticinque o trenta cani blood-hound, che
impiegavano per la caccia dei buoi selvaggi, allora, come abbiamo già detto,
abbondantissimi in San Domingo.
Del resto la sola carne di bue o di maiale, malamente arrostita o tutt'al piú
cosparsa di pimento o di sugo di limone, non potendo sempre avere del sale, era
il loro cibo giornaliero e per bevanda non avevano che dell'acqua e non sempre
pura, abitando di preferenza i dintorni delle paludi, piú frequentati dalla
selvaggina grossa, che i boschi immensi che occupavano tutto il centro della
grande isola.
Di comodità, quegli intrepidi cacciatori, non cercavano che una capannuccia che
non valeva nemmeno quella che si costruiscono i polinesiani o i negri
dell'Africa, appena sufficiente a ripararli dalle abbondanti piogge o dagli
ardori cocentissimi del sole.
Siccome poi da principio erano senza donne e senza figli, essi avevano presa
l'abitudine di vivere due a due o di prendersi un novizio, che non sempre
trattavano troppo bene, per aiutarsi scambievolmente.
In quella strana società tutto era in comune e chi sopravviveva all'altro
restava erede d'ogni cosa.
Vi era però anche una certa comunanza di beni fra tutti, dimodoché ciò che
mancava ad uno, questo andava a prenderselo da un altro, senza nemmeno chiedere
il permesso, ed il rifiutarlo era tenuto come una gravissima ingiuria.
Difficilmente perciò avevano questioni fra di loro, e se accadevano, gli amici
erano sempre pronti a rappacificarle; se poi i querelanti si ostinavano a non
fare la pace, terminavano le questioni a fucilate: guai però se il ferito
veniva colpito nella schiena o nei fianchi!
Il reo veniva preso e con un colpo di mazza sul cranio si mandava subito
all'altro mondo, poiché quegli avventurieri si ritenevano gente d'onore,
quantunque usciti per la maggior parte dai bassifondi delle grandi capitali
dell'Europa occidentale.
Né occorre dire se si attenessero alle leggi del loro paese natio, poiché essi
credevano di esserne sciolti, dopo aver passato il tropico e aver ricevuto il
battesimo di marinai, cerimonia allora molto in uso per coloro che per la prima
volta passavano l'equatore.
Forse è per quello che, abbandonati i loro nomi primitivi, ne usavano altri
presi a capriccio.
Non abbandonavano invece totalmente la loro religione, fossero francesi, inglesi
od olandesi; ma questa consisteva soltanto nel nominare Dio e nel farsi di Lui
un'idea quale giovava alle loro abitudini.
Strano era in essi il modo con cui si univano talvolta in matrimonio colle
donne, per la maggior parte indiane o prigioniere europee, comperate come
schiave alla Tortue.
- Mi dovrai rendere ragione di quanto farai d'ora innanzi con me, - dicevano
quei fieri uomini.
Poi, battendo sulla canna del loro infallibile archibugio, aggiungevano con voce
minacciosa:
- Ecco quella che mi vendicherà, se tu non mi ubbidirai!
I bucanieri partivano ordinariamente per la caccia allo spuntare del giorno,
preceduti dai loro cani e seguiti dall'arruolato.
Un bracco camminava dinanzi alla muta e, scoperto il toro o il cinghiale, dava
segno agli altri, i quali correndo ed abbaiando, gli si mettevano intorno
finché giungesse il padrone.
Il colpo era quasi sempre sicurissimo e la prima cosa che faceva il cacciatore,
se riusciva a gettare a terra la selvaggina, era quella di tagliarle il
garretto.
Se la ferita era leggera e la bestia infuriava e caricava, il bucaniere,
agilissimo, sapeva mettersi sempre in salvo, arrampicandosi su d'un albero. Di
lassú poi finiva facilmente a colpi d'archibugio la bestia, la quale non aveva
mai tempo di scappare.
Essa veniva subito scorticata, poi il bucaniere ed il suo arruolato ne traevano
uno degli ossi maggiori, lo spezzavano e ne succhiavano il midollo ancora caldo
e quella era ordinariamente la loro colazione!
Mentre l'arruolato s'incaricava di tagliare i pezzi migliori da seccare o
affumicare e li trasportava nella capanna, il bucaniere continuava la sua
caccia, aiutato dai cani, né smetteva finché calava la notte.
Quando poi aveva messo all'ordine quella quantità di pelli sufficiente per
costituire un piccolo carico, lo portava alla Tortue o in qualche altro porto
tenuto dai filibustieri.
Una esistenza condotta con siffatti esercizi e sostenuta col genere di alimenti
che abbiamo accennati, salvava quei terribili cacciatori dalle tante malattie
alle quali altri andavano soggetti.
Tutt'al piú li colpiva talvolta una febbre effimera, che spariva prestissimo
con semplici profumi di foglie di tabacco.
A lungo andare però le fatiche eccessive e le intemperie dovevano a poco a poco
esaurirli.
Gli spagnuoli, inquieti per la presenza di quei cacciatori tutti stranieri, per
un po' di tempo li lasciarono cacciare, ma quando li videro fondare degli
stabilimenti nella penisola di Samana al porto di Margot, nella Savana bruciata,
verso i Goniaives, nell'imbarcadero di Mirfolais ed in fondo all'isola Avaches,
presero il partito di cacciarli dalla grande isola, dichiarando a quei
disgraziati una vera guerra di esterminio.
La guerra scoppiò ferocissima.
Gli spagnuoli si erano facilmente lusingati di fare una vera strage di quei
miserabili, i quali, dopo tutto, non avevano mai recata a loro alcuna offesa.
Li sorprendevano spesso quando si trovavano in piccolo numero nelle loro corse,
oppure di notte nelle loro abitazioni e, quanti ne prendevano, altrettanti ne
trucidavano o li tenevano come schiavi, quasi fossero negri od indiani,
facendoli lavorare duramente nelle piantagioni a colpi di sferza.
Certamente i bucanieri in tal guisa sarebbero stati a poco a poco distrutti,
dalle tante cinquantine lanciate attraverso i boschi, se con miglior consiglio i
cacciatori non si fossero finalmente decisi a raccogliersi in corpo, per
difendersi.
Il bisogno di caccia portava che di giorno si sbandassero, ma alla sera si
univano tutti in un luogo stabilito e se qualcuno mancava, argomentando che
fosse stato ucciso, sospendevano le loro scorrerie fino a che o l'avessero
trovato o vendicato.
E cominciò allora una lotta a tutta oltranza, I bucanieri fino allora si erano
lasciati trucidare; da quel momento cominciarono a prendersi cosí spaventose
rivincite, che tutta l'isola fu inondata di sangue e molti luoghi ricordano
anche oggidí coi loro nomi le stragi avvenute.
Temendo però i bucanieri di non poter tenere testa alle innumerevoli
cinquantine spagnuole, si decisero di trasportare, dopo una lunga lotta, i loro
stabilimenti sulle isolette che circondano San Domingo.
Non andavano piú ormai alla caccia che in grosse partite, combattendo
fieramente quando incontravano il nemico.
Alcuni stabilimenti salirono in fama, come quello di Bayaba, il quale aveva un
porto vastissimo molto frequentato da navi inglesi, francesi ed olandesi.
Appunto da Bayaba, essendo mancati un giorno quattro bucanieri, i loro compagni
organizzarono una grossa spedizione per liberarli o vendicarli.
Avendo appreso, strada facendo, che erano stati condotti a Santiago ed
appiccati, trucidarono gli informatori che erano spagnuoli, poi assalirono
furiosamente la città, prendendola d'assalto e massacrando quanti uomini si
trovavano rinchiusi fra le mura.
Non mancavano però gli spagnuoli di rifarsi di tratto in tratto delle sconfitte
che subivano, ma era ben difficile di snidare, come essi desideravano, tutti i
bucanieri che scorazzavano per le foreste dell'isola.
Col tempo però vi riuscirono, distruggendo tutti i tori e tutti i porci
selvatici che infestavano le foreste e le paludi, e quel colpo fu cosí fatale
ai bucanieri, da deciderli a rivolgersi al mare per trovare nuovi alimenti e
alla terra per ottenere raccolti da trafficare.
Gli spagnuoli però si erano ingannati sulle loro speranze, perché i bucanieri,
da cacciatori di terra si erano trasformati in scorridori del mare, diventando
quei terribili filibustieri che dovevano recare tanti danni alle colonie
spagnuole del golfo del Messico e dell'Oceano Pacifico.
.........
Il bucaniere, come abbiamo detto, udendo le parole del figlio del Corsaro Rosso,
aveva lasciato cadere l'archibugio e si era fatto innanzi, col cappellaccio in
mano, salutando rispettosamente con un profondo inchino.
- Signore, - disse. - Che cosa desiderate da me? Sarebbe per me un grandissimo
onore poter essere utile in qualche cosa al nipote del grande Corsaro Nero.
- Non vi chiedo che un asilo sicuro per riposarmi qualche ora ed una colazione,
se è possibile averla, - rispose il conte.
- Io vi offrirò delle bistecche quante vorrete ed una superba lingua di bue, -
rispose il bucaniere. - Tengo in serbo sempre qualche bottiglia di aguardiente
per le visite inaspettate e sarò ben felice di offrirvela.
- Buttafuoco - rispose il bucaniere sorridendo.
- Un nome di battaglia, non è vero?
- Il mio l'ho dimenticato - disse il cacciatore, corrugando la fronte. -
Varcando l'Oceano, perdiamo i nostri nomi, ma vi posso dire che ero figlio di
una buona famiglia della Linguadoca. Che cosa volete? La gioventú talvolta fa
commettere delle cattive azioni... Orsú, non parliamo di questo. È un mio
segreto.
- Che io non desidero affatto conoscere - rispose il conte.
Il bucaniere si passò tre o quattro volte la mano callosa e macchiata di sangue
sulla fronte, come se volesse scacciare lontani e dolorosi ricordi, poi disse:
- Mi avete domandato un ricovero ed una colazione, ed io sarò orgoglioso di
offrire l'uno e l'altra al nipote del grande corsaro.
Accostò una mano alle labbra, si mise due dita in bocca e mandò un lungo
fischio.
Pochi momenti dopo un giovanotto di venti o ventidue anni, biondo, magro, con
gli occhi azzurri, vestito come il bucaniere, accompagnato da sette od otto
grossi cani, uscí dalla foresta.
- Leva la pelle a questa bestia - gli disse ruvidamente Buttafuoco - e portaci
al piú presto la lingua e delle costolette. Potranno servire per questa sera.
Poi, volgendosi verso il corsaro con una gentilezza strana in un uomo di
apparenza cosí rozza, disse:
- Signore, seguitemi. La mia povera capanna e la mia misera dispensa sono a
vostra disposizione.
- Non vi chiedo di piú - rispose il conte.
Il bucaniere raccolse il suo grosso archibugio e si mise in cammino, osservando
attentamente le macchie, forse piú per abitudine che per altro, poiché i cani
non davano alcun segno di inquietudine.
- E il bufalo che avete ucciso, lo lasciate là? - chiese ad un certo momento il
conte.
- Il mio amico non dev'essere lontano - rispose il bucaniere. Incaricherò lui
di scorticarlo e di togliergli le parti migliori.
- E il resto?
- Lo lasciamo ai serpenti e agli avvoltoi, signore, quello che a noi importa
sono le pelli che si vendono vantaggiosamente a Porto Bayada agli inglesi o ai
francesi che vi approdano in buon numero ogni sei mesi.
- Senza venire disturbati dagli spagnuoli?
- Oh! guai se ci lasciamo prendere! Ma noi siamo furbi, e poi siamo protetti dai
filibustieri della Tortue, nostri buoni alleati.
- Avete conoscenti alla Tortue?
- Molti, signor conte.
- Quando vi siete stato?
- Appena tre mesi fa.
- Grogner e Davis si trovano ancora colà? Ho delle lettere di raccomandazione
per loro e anche per Tusley. Sono i filibustieri piú noti al giorno d'oggi, non
è vero?
- Sí, signor conte; ma dovreste correr molto, prima di presentargliele.
- Perché?
- Perché in questo momento lavorano sul continente o, meglio, sull'istmo di
Panama, verso il Pacifico. Le loro ultime notizie, recate da un gruppo di
filibustieri, sono giunte dall'isola di San Giovanni. Pare che si siano
stabiliti colà per dare la caccia ai galeoni che il Perú manda di quando in
quando a Panama.
- Sicché sarò costretto ad attraversare l'istmo se vorrò trovarli? disse il
signor di Ventimiglia, il quale sembrava non troppo lieto di quelle risposte.
- Capitano, - disse Mendoza, il quale si era accorto del malumore del corsaro -
Pueblo-Viejo si trova sull'istmo e non potremmo giungervi con la nostra fregata.
Visiteremo quella graziosa città per andare a stringer la mano al marchese di
Montelimar; poi andremo a cercare i famosi filibustieri, senza dei quali nulla
potreste fare.
- Tu hai sempre ragione, amico - rispose il conte rasserenandosi un poco.
- Ecco la mia capanna - disse in quel momento il bucaniere, mentre i cani si
slanciavano innanzi, latrando festosamente.
Sotto un gruppo di splendide e altissime palme e di cavoli palmisti, sorgeva una
miserabile abitazione formata da rami malamente intrecciati e da poche pertiche,
con alcune pelli gettate al di sopra per riparare alla meglio il suo
proprietario e il suo servo dagli acquazzoni diluviali che, di quando in quando,
si rovesciavano sull'isola con furia inaudita.
Sotto una piccola tettoia, innalzata a pochi metri di distanza, si trovava la
cucina che consisteva in tre o quattro sassi, che dovevano servire da camino, da
un paio di spiedi e da un vaso di terra pieno d'acqua.
Tutto all'intorno vi erano pelli di bufali stese a seccare e ammassi di carne
affumicata e seccata, coperti da gigantesche foglie di banano.
- Ecco il mio palazzo! - disse il bucaniere ridendo. - Avrebbe bisogno di molte
riparazioni, ma non trovo mai il tempo di diventare un boscaiuolo. Entrate,
signor conte.
L'interno della catapecchia non valeva piú dell'esterno. Uno strato di foglie
secche serviva da letto, ed era tutto il mobilio di quel cacciatore, il quale
forse un tempo era abituato al lusso raffinato della capitale della Francia.
Appesi ai pali vi erano dei coltellacci imbrattati di sangue fino alle
impugnature; dei corni immensi contenenti probabilmente della polvere da sparo;
dei sacchetti di cuoio per il piombo e delle zucche che servivano da fiasche.
- Un'abitazione da indiani! - disse il conte.
- Peggio, signore! - rispose il bucaniere. - Quei selvaggi sanno fabbricarsi
delle capanne assai piú comode delle nostre... Accomodatevi, signori, mentre io
vi preparo la colazione. Ecco il mio arruolato che giunge ben carico.
Il giovane, lordo di sangue dal viso alle scarpe, avanzava penosamente, portando
sulle spalle dei lunghi pezzi di carne che aveva allora levati dal bufalo, ed
una magnifica lingua.
- Spicciati, Cortal - disse il bucaniere ruvidamente. - Abbiamo delle persone a
pranzo e offriremo loro un bell'arrosto di lingua. Vi è del maiale freddo
avanzato da ieri?
- Sí - rispose il giovanotto. - E la pelle del bufalo?
- Andrai a raccoglierla piú tardi. Nessuno ce la porterà via.
L'arruolato gettò in mezzo alle erbe la carne, diede uno sguardo di sfuggita
agli ospiti, toccandosi con la destra grondante di sangue la tesa del suo
cappellaccio scolorito e bucato almeno in dieci punti; poi alimentò il fuoco,
mentre il padrone preparava la lingua e la infilava nello spiedo.
- Non invidio di certo la vita di quel povero garzone - disse il guascone,
indicando l'arruolato. - E forse anche lui appartenne un giorno a qualche buona
famiglia.
- Quanto dura il loro arruolamento? - chiese il conte.
- Tre anni, ordinariamente - disse Mendoza. - Dopo passano a loro volta
bucanieri; ma sono tre anni di tribolazioni, poiché vengono trattati come
schiavi, e non sono loro risparmiate né percosse, né sofferenze d'ogni specie.
I bucanieri, abituati a vivere sempre in mezzo al sangue, diventano ben presto
brutali, e per loro, uccidere un toro o un uomo è la stessa cosa. Hanno una
sola qualità buona: sono leali e ospitalissimi.
- Sicché quando l'arruolato sarà diventato bucaniere, non tratterà meglio il
garzone che prenderà al suo servizio.
- È cosí, capitano - rispose Mendoza. - Si direbbe anzi che vogliano
vendicarsi a loro volta delle busse prese e dei patimenti subiti durante la loro
schiavitú.
Mentre chiacchieravano, Buttafuoco e il suo servo si facevano in quattro per
allestire il pranzo, molto abbondante, è vero, ma anche molto modesto, poiché
non consisteva che in un pezzo di maiale freddo, nella lingua del bufalo
malamente arrostita e in un cavolo palmista che, bene o male, surrogava il pane
che mancava assolutamente. Quei poveri cacciatori soltanto qualche rarissima
volta potevano ottenere un po' di grano, e allora era una vera festa per loro.
L'arrosto fu presto pronto e fu servito dall'arruolato su una foglia di banano,
insieme con alcune enormi ossa già spezzate per poterne succhiare piú
comodamente il midollo crudo e ancora tiepido.
- Mi rincresce, signor conte, di non potervi offrire di piú - disse Buttafuoco,
il quale cercava di mostrarsi amabile. - Se possedessi ancora il mio
castelluccio in Normandia, avrei fatto ben altra accoglienza al nipote del
grande Corsaro Nero... Bah! - aggiunse poi, mentre la sua fronte si aggrottava
ed una profonda emozione si dipingeva sul suo volto abbronzato - non vale la
pena di risvegliare dei lontani ricordi. Il passato è morto per me, dopo che ho
varcato la linea... Mangiamo, signori!
Tagliò la lingua e l'arrosto di maiale, servendosi d'un enorme coltellaccio;
spaccò in vari pezzi il cavolo palmista con degli scatti d'ira che tradivano
una profonda agitazione, poi con un gesto fece segno ai convitati di servirsi.
Mangiarono in silenzio. Il conte di quando in quando fissava il bucaniere e
questi, quasi temesse che egli indovinasse la causa della sua profonda emozione,
si affrettava ad abbassare lo sguardo o a volgere altrove il viso, con la scusa
di dare al suo arruolato qualche ordine.
Quando il pranzo fu terminato, Buttafuoco offrí ai suoi ospiti dei grossissimi
sigari da lui stesso fatti con tabacco probabilmente rubato nelle piantagioni
spagnuole; poi disse a Cortal, che aveva mangiato fuori della capanna accanto al
fuoco:
- La fiasca d'onore: vi è un conte fra noi, amico.
L'arruolato frugò sotto un banano e ne trasse un'enorme zucca, parecchi
bicchieri di corno di bufalo e portò l'una e gli altri nella catapecchia.
- Signor conte, - disse il bucaniere con una certa amarezza - io non posso
offrirvi né dello champagne, né del Borgogna, né del Medoc, perché non siamo
in Francia. Qui non abbiamo che meschina aguardiente o del megeol, perché
l'isola non ci dà niente di meglio. È la mia provvista che talvolta cerco a
prezzo della mia vita che se ne va... quella provvista che certe notti mi è
necessaria per dimenticare il passato, per non piangere... Signor conte,
accettate.
- Voi siete commosso, Buttafuoco! - gli disse il signor di Ventimiglia.
- Si può esser forti, signor conte, - rispose il bucaniere - si può aver
varcata la linea equatoriale; si può aver giurato di aver dimenticato il
proprio paese... la mia Normandia... il mio castello... una sorella amata e che
per me è ormai morta per sempre... il padre gentiluomo che riposa laggiú
accanto a mia madre sotto le zolle dell'abbazia... Morte dell'inferno! Bevete,
signor conte... berrò anch'io!
Afferrò rabbiosamente la tazza di corno e la vuotò d'un fiato, gridando poi:
- Ancora, Cortal, ancora! Bisogna che affoghi i ricordi lontani! Ah, la triste
sorte che mi ha colpito!
Il viso del fiero bucaniere si era spaventosamente alterato.
Non piangevano i suoi occhi, eppure s'indovinava che faceva degli sforzi supremi
per trattenere le lacrime, vergognoso forse di tradire il segreto delle sue
pene.
- Bevete, signor conte, - riprese dopo qualche istante, vuotando un'altra tazza.
- Non avrei mai creduto di dover ospitare sotto questa miserabile capanna un
gentiluomo della lontana Europa. L'avevo sperato un giorno, era una follia
certamente... un uomo che fosse venuto qui a trovare me per caso o per
combinazione.
- Continuate, Buttafuoco, - disse il conte - siete fra amici.
Il bucaniere vuotò il terzo bicchiere di aguardiente, poi, facendo un gesto di
ira terribile, riprese con voce strozzata:
- Parigi maledetta! Sirena infame che mi hai stretto fra le tue spire! Meglio
sarebbe stato che io non ti avessi mai veduta! Le tue mille e mille seduzioni
hanno fatto di me un miserabile bucaniere, un macellaio delle foreste di San
Domingo!... Maledetto giuoco! Sei stato la mia rovina!
- Ma chi siete voi? - chiese il conte, profondamente commosso dall'intenso
dolore che traspariva sul viso del bucaniere.
- Lo vedete, - rispose Buttafuoco, ridendo nervosamente - un cacciatore di
buoi... un miserabile avventuriero. Da quando ho passata la linea, io non ho
piú patria, non ho piú famiglia, non ho piú nobiltà, piú nulla fuorché il
mio archibugio che tutti i giorni uccide per non uccidere il mio cuore.
Per la quarta volta vuotò la tazza che l'arruolato gli aveva riempita.
- Gli anni sono passati, - riprese il disgraziato, serrando la fronte fra le
mani, come se cercasse di comprimere i pensieri che lo tormentavano
- Eppure vedo ancora il mio castello, là, sulle rive dello stagno, ergersi
superbo con i suoi pinnacoli e le sue torri; vedo ancora in certe notti
passeggiare sulle terrazze quella dolce fanciulla che era mia sorella e per la
quale avrei dato la vita pur di vederla felice... Un barone della Bretagna la
fece sua sposa... Sia felice, ed ignori per sempre la sorte del suo disgraziato
fratello... Cortal, dammi ancora da bere. Ho sete, una terribile sete!
Rimase alcuni istanti silenzioso, fissando il bicchiere colmo con gli occhi
dilatati, cupo, fremente, poi disse:
- Eh, la vita talvolta è cosí, se si è preda d'un genio maligno. Eppure
quanto è stata terribile la discesa! Meglio sarebbe stato che sui vent'anni un
colpo di spada m'avesse finito fra i pometi della Normandia! Cosí non avrei
veduta mai Parigi, almeno non sarei disceso, di gradino in gradino, fino nel
fango d'una prigione... non avrei macchiato il blasone dei miei avi... non avrei
dimenticata la mia Francia... non avrei cambiato nome... non sarei diventato un
avventuriero... non sarei fuggito come un ladro... e non avrei fatto piangere
mia sorella, povera creatura!
- Buttafuoco! - gridò il conte.
Il bucaniere si era alzato di scatto, con gli occhi dilatati, il viso bagnato di
sudore. Staccò da un palo della capanna il suo archibugio, poi uscí
rapidamente, scomparendo fra gli alberi.
- È sempre cosí il tuo padrone? - chiese il conte all'arruolato che stava
fermo sulla soglia della capanna.
- Io non l'ho mai veduto sorridere - rispose Cortal. - È sempre triste
- E non sarà il solo - disse il guascone. - Quanti uomini, che un giorno furono
ricchi e stimati, si trovano fra questi bucanieri!
- E quanti gentiluomini ha rovesciato l'Europa in America! - rispose il corsaro.
- È vero, signor conte - rispose il guascone con un sospiro. Io peraltro ho
dimenticato presto Pau e il mio castelluccio semidistrutto. Io non ho veduto
Parigi, né ho provato le sue seduzioni fatali.
- Rovina di tanta gente dabbene! - disse il conte. - Vale meglio la Provenza!
A sua volta si era alzato ed era uscito dalla capanna, cercando il bucaniere.
Il cacciatore era scomparso, ma udí parecchi colpi di fucile tra le macchie.
Aveva appena terminato il sigaro e stava per rientrare nella capanna, quando
vide giungere Buttafuoco piú tetro che mai. Osservandolo attentamente,
s'accorse che il fiero cacciatore aveva gli occhi rossi; come se avesse
lungamente pianto.
- È passata la tempesta? - gli chiese il signor di Ventimiglia con voce dolce.
- Gli uragani durano poco a San Domingo - rispose il bucaniere con un triste
sorriso. - Bah, tutto è passato, tutto è stato dimenticato! Ho ucciso due
maiali selvatici, laggiú sul margine delle paludi... è il mio mestiere. Il
conte gli porse la destra:
- Stringetela! - disse.
- No, signor conte, io non sono piú degno di porgere la mano ad un onesto
gentiluomo. Qui non siamo in Normandia.
- Stringetela, vi dico.
- Sí, non ora però. Quando noi ci lasceremo per sempre e vi dirò chi sono
stato io un giorno... forse allora... Signor conte, fra quattro ore il sole
tramonterà e la villa della marchesa di Montelimar è lontana. Volete che ci
mettiamo in cammino? Non giungeremo a San Josè prima dell'alba, ed in questo
paese è meglio marciare di notte. Le cinquantine di quando in quando
perlustrano queste foreste e se non sono pericolose le loro alabarde, sono
terribili i cagnacci che le accompagnano.
- Sono pronto a seguirvi e ad obbedirvi - rispose il corsaro.
- Siete ben sicuro che la marchesa non vi tradirà? Io conosco quella bella
signora, avendola qualche volta incontrata nei dintorni della sua fattoria.
- È una perfetta gentildonna che mi ha già salvato una volta.
- Allora basta - rispose il bucaniere. - Chiamate i vostri compagni, signor
conte, e dite che si prendano degli archibugi. Ne ho sempre tre o quattro di
riserva e tutti di buon calibro, con palle di un'oncia.
Mendoza ed il guascone, udendo il comando del conte, erano accorsi, seguiti
dall'arruolato, il quale, come se avesse indovinato il pensiero del suo padrone,
portava dei fucili e delle munizioni.
- In marcia, amici - disse il signore di Ventimiglia. - Buttafuoco ci servirà
da guida.
Il bucaniere s'accostò all'arruolato, il quale lo interrogava con lo sguardo.
- Tu rimarrai qui - gli disse con ruvida bonarietà - e aspetterai il mio
ritorno. Che io stia lontano una settimana od un mese, non ti dar pensiero di
me. Se gli spagnuoli ti minacciano, rifugiati nella colonia del capo Tiburon e
là ci ritroveremo. Guardati dalle cinquantine, e abbi cura dei miei cani.
Addio!
Chiamò con un fischio stridente il suo bracco favorito e si mise in cammino a
fianco del conte e seguito dal guascone e da Mendoza, calandosi il cappellaccio
sulla fronte per meglio ripararsi dagli ardentissimi raggi del sole.
Attraversò la macchia che serviva a nascondere la sua capanna e dopo essersi
orientato con l'astro diurno, si cacciò risolutamente tra le immense boscaglie
che si prolungavano verso occidente.
Il bracco lo procedeva, fiutando di quando in quando il terreno, e volgendo la
testa come per chiedere se era sulla buona via.
- Avete la vostra nave, signor conte? - chiese il bucaniere, dopo aver percorso
qualche miglio.
- Deve attendermi al capo Tiburon - rispose il corsaro.
- La villa della marchesa di Montelimar non si trova che a breve distanza dalla
rada. La potrete scorgere dalle finestre della fattoria.
- Non verranno a cercarci colà, le cinquantine?
- Chi lo sa? Battono l'isola in lungo ed in largo, e non si sa mai dove si
fermano. La marchesa però è troppo potente a San Domingo per non proteggervi.
- Ne ho avuto la prova.
- Allora potrete attendere tranquillamente la vostra nave, senza correre il
pericolo di farvi prendere - rispose il bucaniere, sorridendo. - So quanto vale
quella signora.
- La conoscete?
- L'ho veduta una sola volta, mentre attraversava a cavallo una foresta e le ho
reso, anzi, in quell'occasione, un piccolo servigio. Se non mi fossi trovato
sulla sua strada e non le avessi ammazzato il cavallo con un buon colpo di
archibugio, non so se la signora di Montemilar sarebbe ancora viva, e se...
Il bucaniere si era interrotto, mentre il suo bracco scuoteva gli orecchi e
puntava.
- Che cosa c'è? - chiese il corsaro.
- Nulla per ora - rispose Buttafuoco la cui fronte si era leggermente
aggrottata.
- Mi sembrate inquieto.
- Posso essermi ingannato
- Anche il vostro cane?
Il Bucaniere stette un momento silenzioso, osservando attentamente il suo bracco
il quale si era fermato e non cessava di alzare e di abbassare le orecchie.
- Mi è sembrato d'aver udito un lontano latrato.
- Che qualche cinquantina ci dia la caccia?
- Può darsi, signor conte. Lasciamo i terreni scoperti e gettiamoci nella
foresta. Là saremo piú sicuri.