| home | menu | biografia | libri | rom | altipiano | carapigna |
| maestri | biblioteca | shoah | ebraica | benzi | scrittori | cerca libro |
|
|
La crociera della Tonante
|
1 - Due fortunate cannonate
Il 17 marzo del 1775, gran parte della flotta inglese stazionante nelle acque
di Boston veleggiava verso l'alto mare, portando con sé la guarnigione,
composta di più di diecimila uomini, sfiniti dal lunghissimo assedio. La caduta
della città capitale della provincia di Massachusetts aveva portato un colpo
terribile alla potenza inglese, che fino allora aveva trattato gl'insorti
americani come masse trascurabili, chiamandoli sprezzantemente, invece di
soldati, provinciali. Prima di andarsene, da veri lanzi tedeschi, poiché più
che metà della guarnigione era composta di mercenari assiani e d'uomini del
Brunswick, avevano saccheggiati tutti i negozi dei Bostoniani, portando via
quanto vi era dentro di meglio; poi avevano guastate tutte le artiglierie, parte
inchiodandole e parte gettandole in mare. Non avevano rispettato che i magazzini
dei viveri, contenenti d'altronde ben poca cosa: 2500 misure di carbone fossile,
altrettante di frumento, 2300 d'orzo, 600 d'avena e cento giare d'olio. Bestie
da macellare non ve n'erano più. Da tempo la guarnigione divorava i fedeli
compagni dei cavalleggieri e non ne avevano lasciati indietro che
centocinquanta, ridotti in uno stato più che miserando.
Gli Americani, padroni ormai di tutte le alture, sulle quali avevano collocato
un gran numero di grosse bocche da fuoco, avevano accordato alla guarnigione lo
sgombro della città, minacciando di distruggerla se avesse incendiati i
magazzini delle provviste, delle quali gli assedianti avevano estremo bisogno,
poiché da mesi e mesi lottavano pure colla fame.
La squadra, guidata dal generale Howe, improvvisatosi ammiraglio, aveva lasciato
dunque le acque dell'ampia baia di Boston per riparare ad Halifax che gl'Inglesi
tenevano sempre fortemente. Non era una solida squadra di combattimento, poiché
i fuggiaschi avevano dovuto imbarcare un gran numero di famiglie di leali, ossia
di partigiani del re d'Inghilterra, le quali, temendo le vendette degli
Americani, avevano preferito la miseria e l'incertezza del domani. Su quelle
navi, che si affidavano ai flutti mal fidi dell'Atlantico settentrionale, con
scarsissimi viveri, vi erano più mobili appartenenti ai leali che bocche da
fuoco.
Gli Americani, che non avevano avuto tempo di richiamare i loro corsari
abbastanza numerosi, avevano assistito, colla rabbia nel cuore, a quella
ritirata di più di diecimila soldati, i quali avrebbero potuto, più tardi,
dare del filo da torcere al generale Washington, che armeggiava contro New York
con buona fortuna. Ma non dovevano passarla liscia i fuggiaschi, poiché appena
usciti in mare, cinque navi si erano gettate dietro di loro, tentando, con un
combattimento disperato, l'annientamento totale della guarnigione di Boston e di
tutti i leali che avevano a bordo.
La squadriglia si componeva d'una magnifica corvetta armata di ventiquattro
pezzi e guidata dal baronetto William Mac-Lellan, che colle sue artiglierie
aveva tanto cooperato alla resa di Boston, battendo furiosamente le ultime
difese inglesi coi suoi mortai ed i suoi pezzi da caccia, e di quattro
brigantini, giunti pochi giorni prima dalle Bermude, ed in agguato nei numerosi
canali della baia. Erano forze insufficienti contro quelle di Howe, il quale
conduceva con sé almeno una quarantina di navi fra grosse e piccole; tuttavia
la lotta si era subito impegnata con grande animo d'ambo le parti.
Mentre i brigantini si gettavano addosso alla retroguardia della squadra
fuggente, composta per la maggior parte di piccoli cutters, che soccombevano
subito alle prime bordate, inabissandosi coi loro equipaggi, la corvetta, molto
più rapida, si era messa dietro ad una grossa fregata, la migliore che
gl'Inglesi ancora possedessero. Erano due navi tagliate per la gran corsa, con
immenso sviluppo di vele, sicché in meno di mezz'ora si trovarono così
distanziate dal grosso della squadra, da non udire quasi più le cannonate che
questa scambiava coi brigantini. Volava la fregata, spinta da un buon vento
largo, ma volava anche la corvetta, seguendola sulla candida scia. D'ambo le
parti tutti gli uomini erano stati chiamati ai loro posti di combattimento.
Anche le guardie franche avevano lasciate le amache; perfino gli ammalati
avevano lasciate le corsie, impugnando le carabine. E i due comandanti, ritti
sul banco di quarto, col portavoce in mano, gridavano senza posa:
"Fuoco!... Distruggete!... Spezzate!..."
Le cannonate si succedevano alle cannonate con furia terribile lanciando grosse
palle incatenate attraverso le alberature, per fare strage di vele, di sartie,
di paterazzi e di pennoni.
Un motivo imperioso guidava il baronetto Mac-Lellan a dare addosso alla fregata,
comandata dal marchese d'Halifax, suo fratellastro. La fanciulla che amava
riamato, e per la quale aveva già arrischiata venti volte la vita, si trovava
prigioniera del Marchese sulla fuggente fregata.
"Sotto!... Fuoco di bordata!... All'abbordaggio!..." urlavano i due
comandanti, i quali parevano furibondi. E le palle, tristi messaggiere di morte,
volavano in gran numero, rombando attraverso l'atmosfera. Di quando in quando ai
pezzi grossi seguivano scariche di carabine, che facevano più fracasso che
danno.
"Per il borgo di Batz!" esclamò il mastro d'equipaggio della
corvetta, che manovrava uno dei pezzi da caccia prodieri. "Che io non possa
imbroccare un albero e spezzare un'ala a quel maledetto gabbiano, che porta con
sé metà del cuore del nostro comandante!... Che cosa dici tu, Piccolo Flocco?"
"Che tu, caro Testa di Pietra, hai fumato troppo oggi, e fors'anche bevuto
un bicchiere di più per festeggiare la caduta di Boston," rispose un
marinaio appena ventenne, ma saldo e robusto come una giovane quercia.
"Che il diavolo ti porti! Non ho in corpo che un bicchiere d'acqua
inzuccherata."
"Con una misura di gin."
"Hai veduto male: i Bretoni del Pouliguen son mezzo bretoni, non
interamente. Lasciami tranquillo, Piccolo Flocco!... Sparo!"
"Tira dunque, e ammazza il gabbiano."
Infatti aveva già presa la miccia e si preparava a sparare uno dei due pezzi
prodieri, quando quelli poppieri della fregata lo prevennero. Quattro palle
incatenate, di grosso calibro, lanciate certamente da artiglieri scelti,
colpirono la maestra della corvetta, che in quel momento era carica di vele. Il
grand'albero oscillò un momento, e quantunque trattenuto dai paterazzi e dalle
sartie, rovinò verso la murata di babordo, schiantando perfino la bancazza di
tribordo.
Un urlo, uscito da duecento petti, con grande accompagnamento d'imprecazioni,
aveva fatto seguito a quel doppio e fortunatissimo sparo. La corvetta, arrestata
in piena volata, si sbandava pesantemente.
"Ah, Mary!... Ancora perduta!... Morte e dannazione!" gridò il
Corsaro. "Meglio se le artiglierie di Boston mi avessero sfracellato!...
"
Testa di Pietra mandò un vero ruggito, e il suo pezzo tonò con immenso
fragore, facendo quasi sobbalzare la corvetta, ma ormai la fregata, che filava
velocissima, con una brusca bordata si era messa fuori della linea del tiro.
Trenta marinai, armati di scuri, erano balzati attraverso il ponte come tanti
demoni e si erano precipitati verso l'albero, la cui cima si era già tuffata in
acqua. Con pochi colpi spaccarono il troncone, che fu spinto in mare e
abbandonato alle onde coi suoi paterazzi, colle sue sartie, colle sue vele.
Così la corvetta subito si rialzò, ma come un uccello ferito. Un'ala, la
maggiore, le era stata spezzata e non poteva più riprendere la corsa; mentre la
fregata, approfittando di quel colpo fortunato, si allontanava rapida sparando
un'ultima volta i suoi cannoni da caccia poppieri.
"Corpo di tutti i campanili della vecchia Bretagna!" gridò Testa di
Pietra, il quale era diventato pallido come un morto. "Siamo finiti! E Mary
di Wentwort l'abbiamo ancora perduta! Povero sir William!"
Dopo la perdita dell'albero, la corvetta non correva più, quantunque il vento
gonfiasse ancora le vele del trinchetto. E sir William, ritto sul banco di
quarto, col viso spaventosamente alterato, seguiva cogli sguardi la fregata, la
quale ormai non era più che un grosso punto.
Il mastro d'equipaggio Testa di Pietra e il signor Howard, secondo di bordo, si
accostarono al comandante.
"Sir," disse il luogotenente, "date i vostri ordini."
Il Baronetto lanciò all'intorno un rapido sguardo: la squadra inglese,
perseguitata dai quattro brigantini dei Corsari delle Bermude, era scomparsa
verso il settentrione; la fregata non era più che un punto bianco, che si
dileguava rapidamente sul limpido orizzonte. Fece un gesto di disperazione.
"Perduta!" gridò. "Perduta, quando credevo finalmente di
vendicarmi di quel cane di Marchese, nelle cui vene scorre pure il mio
sangue."
Si lasciò cadere su uno dei due pezzi poppieri e si prese la testa fra le mani.
"Non valeva la pena di lasciar la Scozia per raccoglier tanti dolori! Ah,
Mary!... Ed è mio fratello che ti rapisce a me!... Ma già io sono il
bastardo!..."
"I vostri ordini, signore," ripetè il secondo di bordo.
Il Corsaro parve scuotersi. Si passò due o tre volte una mano sulla fronte
madida di freddo sudore, poi chiese:
"Non abbiamo alberi di ricambio; è vero, signor Howard?"
"No, sir William."
"Vi sono dei pennoni di maestra?"
"Sì, due o tre."
"Ponetene uno al posto dell'albero e lasciate che il vento ci
porti..."
"Dove?"
"Torniamo a Boston: solo in quel porto potremo sanare la nostra grave
ferita," rispose il Corsaro con un sospiro.
"Non tutta la flotta inglese è uscita, sir," osservò il secondo.
"Howe ha lasciato un buon numero di navi."
"Succeda quel che Dio vuole, andiamo a Boston," rispose il Baronetto.
"Se le navi inglesi ci affonderanno, tanto meglio: tutto sarà finito una
buona volta, caro Howard."
Poi guardando Testa di Pietra che gli stava dinnanzi insieme coll'inseparabile
Piccolo Flocco, gli chiese:
"E tu, che cosa dici, vecchio mio?"
"Io dico, per tutti i campanili della Bretagna! che le cose nostre non
vanno troppo bene, comandante. Spezzarci un'ala! Che artiglieri ha dunque a
bordo quella maledetta fregata? Eppure non sono mai stati forti gl'Inglesi coi
grossi pezzi da caccia."
"E credi che potremo rientrare in Boston?"
"E perché no, comandante? Le navi che lord Howe ha lasciate nella baia
cercheranno, certo, di darci addosso, ma per tutti i campanili della Bretagna!
siamo ancora in duecento, sempre pronti a montare all'abbordaggio! I nostri
pezzi sono intatti, e le nostre sciabole e le nostre scuri bene affilate.
Morremo forse, ma berremo sangue inglese."
"E se anche entriamo in Boston, che cosa faremo noi?"
"Per tutti i campanili della Bretagna! Cantieri non ne mancano laggiù, ora
che gli Americani si preparano ad armare una squadra. Rimetteremo a posto il
nostro albero e faremo nell'Atlantico settentrionale una crociera che non
cesserà finché non avremo ritrovato quel caro Marchese... se fosse qui, per
tutti i campanili della mia Bretagna! gli mangerei il cuore!... Far soffrire in
questo modo un fratello!... È una cosa da far morire di rabbia,
comandante."
"Taci, Testa di Pietra," disse il Corsaro, dopo un altro lungo
sospiro. "Io son nato sotto una cattiva stella."
"Anche mio nonno diceva sempre così; eppure morì a novant'anni, padrone
di battelli da pesca, che svegliavano l'invidia di tutti i pescatori della
Manica... Non mi fate scoppiare il cuore, comandante. Sapete bene che io darei
sempre la vita per voi."
"Ma io sono tranquillo..."
"No, mio comandante. Permettete che il vostro vecchio mastro vi faccia
osservare che due lagrime vi scendono in questo momento lungo le gote."
Il Baronetto si alzò di scatto, osservò il mare, poi scese nel quadro, mentre
Testa di Pietra diceva scotendo la testa:
"Son cose da vedersi ai nostri giorni? Una fanciulla che fa piangere il
più valoroso corsaro che io abbia mai conosciuto! Via, vipere dalla pelle
smagliante e dagli occhi seducenti! Me non mi avete preso e non mi prenderete
mai."
"Sfido io!..." disse una voce dietro di lui.
Il mastro si voltò colla mano alzata, ma vedendosi dinanzi Piccolo Flocco, che
aveva adottato come figlio, tutta la sua collera sbollì d'un tratto.
"Che cos'hai da dire tu, eterno monello?" chiese.
"Che papà Testa di Pietra alla sua età, con quei denti gialli come un
topo vecchio e quella barba bianca, che punge peggio d'un porco spino, non
troverebbe una moglie."
Testa di Pietra incrociò le braccia sul suo larghissimo petto, e assumendo una
posa quasi tragica, così parlò:
"Sappi, monello, che alla tua età io facevo girare la testa a tutte le
ragazze non solo di Batz, ma anche di Roskoff. Ne ho contate ventiquattro... Ma
ho preferito l'odore del catrame e i colpi di mare, e le ho lasciate tutte... Ed
ora lasciami anche tu tranquillo, Piccolo Flocco. Siamo feriti, e l'ospedale è
un po' lontano, ed anche pericoloso l'andarvi."
Scese dal cassero e raggiunse il signor Howard, il quale, aiutato da una
cinquantina di marinai, cercava di rimettere in corsa la corvetta. Una grossa
baleniera era stata calata in mare, e quindici uomini avevano data la caccia al
troncone mozzato dalle palle della fregata, per recuperare cavi e vele che
potevano servire alla corvetta. E intanto gli altri, sotto la direzione di
Howard e di Testa di Pietra, dopo lunghi sforzi erano riusciti, non senza
ricorrere agli argani, a strappare dalla scassa l'estremità inferiore della
maestra e piantarvi dentro, con gran numero di grossi cunei, un pennone di
gabbia, il migliore della riserva.
Non poteva servire molto alla corvetta, tuttavia con una buona vela di
parrocchetto e molte sartie e molti paterazzi, e coll'aiuto del trinchetto, che
portava pure la sua brava randa, e del bompresso e del timone in ottimo stato,
la cosa poteva ancora andare. D'altronde, Boston non era lontana.
Vi era il pericolo di dare dentro alla flottiglia che lord Howe aveva lasciata
nella baia, affinché avvertisse le navi provenienti dai mari d'oltre oceano che
ormai la città era caduta, e vi era più probabilità di prenderle che di
darle.
L'armamento della Tuonante era completo; il suo equipaggio, degno d'una grossa
fregata, pronto a qualunque cimento, quindi poteva affrontare gli ultimi avanzi
della squadra inglese, ormai invecchiata fra quelle acque che divorano presto le
carene, e che distruggono con le febbri gli uomini più vigorosi.
Cominciavano a scendere le tenebre quando la Tuonante riprese finalmente la sua
corsa verso il sud. Solamente i cantieri di Boston potevano rimetterla in gambe
e in grado d'intraprendere quella famosa crociera nell'Atlantico settentrionale,
come aveva detto Testa di Pietra, alla caccia del marchese d'Halifax e di Mary
di Wentwort.
Frescava dal settentrione, ma senza guastare la calma delle acque. Sir William
era salito in coperta per dirigere la rotta. Egli appariva molto abbattuto; ciò
nondimeno i suoi comandi uscivano limpidi dal portavoce. E la corvetta,
quantunque mutilata, si era rimessa al vento e poggiava su Boston.
2 - Il forte Moultrie
La luna era sorta sull'Oceano, dapprima rossa come un disco di metallo
incandescente, poi purissima, versando i suoi pallidi raggi azzurrini.
Fluttuavano le meduse e le nottiluche dentro le acque, sprigionando qua e là
miriadi di scintille strane. Le une andavano alla deriva dolcemente, contorcendo
le lunghe zampe da polipo; le altre sorgevano dalle profondità del mare come
stelle, per spegnersi al primo colpo delle onde.
La corvetta, spinta da un buon vento, scendeva verso il sud abbastanza
rapidamente, quantunque mutilata, e nessun pericolo per il momento la
minacciava, poiché la squadra di lord Howe, vigorosamente incalzata in coda dai
brigantini dei corsari delle Bermude, quantunque formidabile, aveva preferito
appoggiare verso la costa americana per rifugiarsi in qualche porto amico.
Il pericolo vero stava in Boston dove gl'Inglesi, come abbiamo detto, avevano
lasciato buon numero di navi, per avvertire le veliere provenienti dall'Europa
della caduta della città ed evitare loro di cadere dentro una trappola irta di
cannoni; ché se la guarnigione se n'era andata, gli Americani, temendo sempre
un colpo di mano, avevano occupati i canali e le isole ed avevano soprattutto
formidabilmente armato il forte Moultrie con trentasei grossi pezzi, per
impedire alle navi inglesi di entrare nella baia.
Già avevano saputo dai loro corsari, i quali vigilavano l'Atlantico, che una
squadra, comandata dall'ammiraglio Peter-Parker e dal conte di Corwallis, aveva
lasciato i porti dell'Irlanda con un grosso contingente di montanari scozzesi,
uomini assai valorosi e molto temuti dai yankees. Ma non era quello il momento
di darsene pensiero.
"La Tuonante zoppica, ma va," aveva detto Testa di Pietra al secondo
di bordo. "Che cosa si può desiderare di più, dopo essere usciti da un
tale combattimento?"
Ormai la costa americana era in vista, e spiccava nettamente sul luminoso
orizzonte, colle sue alture verdeggianti e i suoi profondi canali esalanti
febbre gialla.
La notte era scesa, quando Testa di Pietra, sempre in guardia sul castello di
prora, avvertì una gran luce che si proiettava verso il cielo, e quasi nello
stesso momento il secondo di bordo segnalava uno dei fari di Boston.
"Corpo di tutti i campanili della Bretagna!" esclamò il vecchio
mastro, masticandosi i baffi grigi. "Non è ancora finita la lotta a
Boston? Che cosa vogliono dunque gl'Inglesi? Delle altre legnate? Hanno fatto
male a lasciarli andare. Si sono forse dimenticati che noi avevamo qui un
carnefice."
Il Baronetto, prontamente avvertito, era salito in coperta ed aveva puntato un
cannocchiale verso le bocche di Boston.
"Sapreste dirmi che cosa brucia laggiù, signor Howard?" disse al
secondo. "La città forse?"
"No: la luce sarebbe più intensa. È il castello Guglielmo che se ne va.
Mi avevano già detto che lord Howe, temendo un attacco da parte dei nostri,
aveva dato ordine di smantellarlo e incendiarlo. Mi rincresce per le sue
artiglierie che gl'Inglesi avranno rovesciate nel canale."
In quel momento un forte colpo di vento fece piegare la corvetta sul tribordo.
"Giù le vele alte del trinchetto! Non voglio perdere una seconda
ala," comandò il Corsaro.
L'Atlantico, fin allora tranquillo, cominciava ad agitarsi e a brontolare
cupamente. Da levante di quando in quando giungevano grosse ondate irte di
schiuma, le quali si rompevano muggendo contro i fianchi della nave. Testa di
Pietra, dopo aver lanciato una dozzina di gabbieri a chiudere i pappafichi ed i
contrappappafichi e terzarolare la gran gabbia, era salito sul castello di
prora, sedendosi a cavalcioni su uno dei due pezzi da caccia. Manco a dirlo,
Piccolo Flocco lo aveva subito raggiunto, poiché quei due lupi di mare, se
brontolavano sempre, non potevano star dieci minuti senza vedersi.
"Che cosa cerchi, Testa di Pietra?" chiese il giovane, vedendo il
mastro curvarsi innanzi.
"Foro le tenebre," rispose. "Noi Bretoni abbiamo occhi che
sfidano i più potenti cannocchiali."
"Bum!... Tu spari grosso," esclamò il giovine.
"Chi prima di tutti ha avvertito quel fuoco verso Boston?"
"Tu; questo è vero. E continua l'incendio? Quanto a me ti confesso che non
scorgo nulla."
"I Gallesi son mezzo bretoni, ma bretoni inglesi, ed è perciò che non
valgono quelli francesi," rispose con voce e con gesto gravi il mastro.
"Ricordatelo, monello."
"Dimmi allora che cosa vedi adesso."
"Tenebre e tenebre."
"Quelle le vedo anch'io senza essere un Bretone intero," rispose
Piccolo Flocco, scoppiando in una risata.
"Ma non saresti capace di guidare la Tuonante attraverso i canali di Boston
che io già intravedo."
"Com'è possibile con questo buio d'inferno?"
"Eppure!..." ripeté il Bretone, alzandosi.
"E dove andremo a rifugiarci una volta entrati nella baia, se pure le navi
lasciatevi da lord Howe ci permetteranno di bagnare il nostro tagliamare in
quelle acque?"
"Sotto la protezione delle artiglierie del forte di Moultrie. Hanno fatto
testa grossa là dentro gli Americani, e le navi inglesi che verranno
dall'Europa si romperanno le alberature contro quell'ostacolo: te lo dico
io."
"E con questa notte buia, il colonnello, che suppongo comandi il forte
eretto in onor suo, non ci prenderà a cannonate?"
"Non ci mancherebbe altro!... Credi tu che il comandante nostro non abbia
già prese le sue precauzioni nel caso d'un ritorno forzato con tempo oscuro? Si
lanciano tre razzi verdi, e tutti i pezzi rimangono muti... Oh! la risacca rompe
dentro i canali di Boston. Avremo da sudare."
Era una fortuna che l'Atlantico non fosse tranquillo e che grosse ondate si
formassero, perché le navi inglesi, con una notte così cupa e tempestosa, non
avrebbero certamente lasciati i loro sicuri ancoraggi. Ma era pur vero che la
corvetta, mancante della sua maestra, avrebbe potuto finir male con una bordata
e insabbiarsi su uno dei numerosi banchi ingombranti le entrate della baia,
formati dai detriti che la riviera della Mistica trascina in gran copia durante
gli acquazzoni estivi ed autunnali. Invece, guidata dal suo miglior timoniere e
sorvegliata dal Baronetto, dal signor Howard e da Testa di Pietra, malgrado i
frequenti colpi di vento, che mettevano in serio pericolo il pennone issato al
posto della maestra, e le fiancate dei cavalloni, continuava la sua rotta verso
il sud, tenendosi ad una mezza dozzina di miglia dalla costa americana,
visibilissima sotto la luce dei lampi, i quali si succedevano senza
interruzione. Metà dell'equipaggio era in coperta, attento, vigilante, pronto a
qualunque disperata manovra; l'altra metà si era cacciato nelle batterie dietro
i cannoni, potendo darsi che da un momento all'altro qualche volteggiatore
inglese comparisse.
Verso la mezzanotte la corvetta era attraverso il canale battuto dal forte
Moultrie, il quale era stato eretto sull'isolotto chiamato Sullivan, lontano sei
miglia da quella punta di terra che veniva formata dalla congiunzione dei due
fiumi Ashley e Cooper. Le onde dell'Atlantico, le quali erano andate
ingrossando, si rovesciavano furiosamente dentro le due coste, comprimendosi con
grave pericolo. Un colpo di timone mal dato, una manovra ritardata, anche di
pochi secondi, e la corvetta era perduta.
Il Corsaro aveva imboccato il portavoce, e i suoi comandi si succedevano
limpidi, nonostante le raffiche che si abbattevano sull'attrezzatura, sibilando
od ululando. Testa di Pietra, tornato sul castello di prora con Piccolo Flocco e
il carnefice di Boston, diventato ormai un altro suo inseparabile amico,
aguzzava sempre gli sguardi. Di quando in quando la sua voce, robusta come
quella di un vecchio toro, si univa ai comandi del Baronetto. Segnalava ai
timonieri la rotta con tale precisione, che Piccolo Flocco non poteva
trattenersi dal dire:
"Decisamente questo demonio d'un Bretone vede meglio dei gatti anche di
notte! Già, è di Batz!..."
Ad un tratto un comando secco echeggiò:
"Bordate sopravvento!"
La corvetta, che lottava con le onde, girò quasi di colpo su sé stessa e filò
lungo le coste dell'isola Sullivan.
"I razzi! I razzi!" gridò il Corsaro.
Testa di Pietra, prevedendo quell'ordine, aveva portato in coperta una cassetta
di ferro.
"Aiutami, Piccolo Flocco, e anche voi, signor boia, se non volete provare
di che calibro sono i pezzi del forte di Moultrie."
Tre strisce verdi di fuoco salirono in alto, tentennando fra le raffiche, poi
scoppiarono proiettando miriadi di scintille d'uguale colore. Un momento dopo
altri tre razzi s'alzavano verso l'estremità del canale, appoggiati da un colpo
di cannone in bianco.
"Pronte le ancore!" gridò il Corsaro. "La grossa e la mezzana e
due ancorotti da pennello a poppa. A riva i gabbieri! Lesti a raccogliere la
gran gabbia ed il trinchetto!"
La manovra fu eseguita in un istante da due dozzine d'uomini, che pareva fossero
stretti parenti delle scimmie. La corvetta fece un'ultima bordata, poi affondò
le ancore, con gran fragore di catene, dentro una minuscola baia protetta dal
forte. In lontananza rimbombarono alcune cannonate e si scorsero dei lampi, poi
più nulla. Erano le navi inglesi, le quali, per precauzione, avevano sprecato
alcune palle.
Il forte di Moultrie, innalzato dagli Americani anche prima che Boston si
arrendesse, era stato costruito solidamente e circondato da alte palizzate
formate d'un certo legno spugnoso chiamato palmetto, dentro il quale i
proiettili si perdevano senza causare gravi rovine. Era stato poi armato con
trentasei grossi pezzi d'artiglieria, i quali potevano bastare a tenere a bada
la squadra inglese lasciatasi indietro da lord Howe. Gli Americani l'avevano
anche provvisto d'una forte guarnigione, poiché nell'isola avevano stabilito un
cantiere, dentro il quale lavoravano alacremente giorno e notte carpentieri,
mastri d'ascia e marinai per allestire una flottiglia capace d'intraprendere
qualunque impresa. E avevano già quasi ultimate cinque navi: l'Alfredo di 32
cannoni; il Colombo pure di 32; l'Andrea Doria di 16; il Sebastiano Caboto di 14
e la Provvidenza di 12.
Appena la corvetta ebbe dato fondo e gettato un ponte volante, parecchi uomini
uscirono dal forte muniti di lanterne e di fucili. Sugli spalti gli artiglieri,
per tema d'una qualche sorpresa, soffiavano sulle micce dietro ai loro pezzi. Il
Corsaro ed il suo secondo, che si erano affrettati a scendere a terra,
esclamarono giocondamente:
"Il colonnello Moultrie!"
"E come potevo non trovarmi qui a difendere l'opera che porta il mio
nome?" rispose l'eroico soldato, che tanto aveva operato per far cadere
Boston. "Buona sera, Baronetto; buona sera, signor Howard. Giungete in buon
punto."
"Perché, colonnello?" chiese il Corsaro.
"Perché domani la squadra inglese tenterà di cacciarci via. Sono stato
avvertito da alcune spie."
"Mio caro, abbiamo lasciato il nostro albero maestro in mezzo al
mare."
"Fuggito il Marchese?"
"Purtroppo! Le sue artiglierie ci hanno arrestati in piena volata."
"Un albero si fa presto a rimetterlo."
"E lord Howe?"
"Fuggito verso il nord."
"Credo che quegli uomini andranno a dare dei grossi fastidi a Washington
intorno a New York." E dopo un breve silenzio soggiunse: "Se la vostra
Tuonante ha perduto un albero, avrà ancora, spero, sempre in buono stato i suoi
superbi pezzi che hanno fatto una così splendida prova alla foce della Mistica.
Sir William, conto su di voi e sui vostri bravi marinai. Più tardi ci
occuperemo di questo signor Marchese, e sapremo scovarlo. Ve lo prometto sul mio
onore."
"Allora son pronto a combattere per la causa americana," rispose il
Baronetto con voce energica.
In quel momento si udirono le sentinelle collocate sui bastioni gridare:
"Allarmi!"
"Di già il nemico?" chiese il signor Howard.
"Non me l'aspettavo così presto; tuttavia noi siamo pronti a sostenere
l'attacco prima che la fregata venga ingrossata da qualche altra proveniente
dall'Europa."
Punti luminosi solcavano le cupe acque della baia cambiando sovente direzione.
Erano le navi inglesi, che tentavano di sorprendere il forte di Moultrie e
possibilmente distruggerlo. Ma gli Americani, che si aspettavano quella mossa,
avevano prese grandi precauzioni, facendo occupare il forte Johnson, che
guardava i canali di Charlestown, dal reggimento stanziale della Carolina,
affidando a quei valorosi la difesa dell'isola di Saint-James. Molti canali
erano stati sbarrati con grosse trincee e batterie galleggianti, e i magazzini
che sorgevano sulle rive erano stati incendiati per impedire che gl'Inglesi vi
si annidassero e potessero ancora minacciare Boston. Il generale Lee, nel quale
i combattenti avevano grandissima fiducia, era pure giunto a marce forzate con
altri stanziali, occupando numerose isole. Così la lotta, un momento sopita
dopo la caduta della capitale del Massachussets, stava per riprendersi con
novello furore, quantunque ormai i diecimila soldati di lord Howe fossero già
lontani e nell'impossibilità assoluta di portare soccorso a quelli che erano
rimasti nella baia.
Il Corsaro ed il suo luogotenente si erano affrettati a tornare a bordo della
corvetta per prepararsi al combattimento che doveva essere certamente terribile.
Avevano appena dato l'ordine di lanciare la guardia franca nelle batterie,
quando alcuni spari rimbombarono in lontananza.
"Ohe, camerati!" gridò Testa di Pietra. "Bagnatevi il muso,
perché fra poco qui farà un bel caldo. Pioverà, ma saranno palle infocate
quelle che ci cadranno addosso. Io, per mio conto, preferirei gli acquazzoni
delle Bermude. Sono abbondanti, sì, ma più salubri."
3 - Il valore americano
La Marina inglese, rabbiosa di aver assistito senza far nulla alla resa di
Boston, moveva animosamente all'attacco del forte, che era di grave imbarazzo
alle navi provenienti dall'Atlantico, coi rinforzi attesi da lord Clinton, il
quale combatteva nelle Caroline con scarsa fortuna. La squadra era composta del
Bristol e dello Sperimento, navi quasi di linea, armate di cinquanta pezzi
ciascuna e delle fregate Attiva, Altione, Solebay e Sirena di ventotto pezzi; di
più vi si erano aggiunti due legni minori da otto, fra cui uno chiamato il
Fulmine, nave da bombarde.
Vi era grande aspettativa tanto da parte degli Americani che degl'Inglesi. Ma
questi ultimi si trovarono dinanzi a un grave ostacolo: il canale che
fronteggiava l'isola di Sullivan era interrato e rendeva estremamente pericoloso
il passaggio alle navi troppo grosse. In previsione di ciò, il generale Clinton,
che era rimasto a Charlestown, da dove gli Americani non erano ancora riusciti a
cacciarlo, aveva raccolte le poche truppe, per la maggior parte di arrolati
tedeschi che aveva sottomano, e le aveva concentrate sull'Isola Lunga, situata a
levante di quella di Sullivan, perché, al momento opportuno, assalissero il
forte alle spalle, poco difeso da quella parte, e distruggessero soprattutto i
cantieri. Il colonnello Moultrie, che insieme al generale Lee aveva disposto un
magnifico servizio d'informatori, ne era stato subito avvertito. E il pericolo
era gravissimo, poiché il forte, assalito da due parti, nonostante il suo
grosso armamento di fronte, poteva essere furiosamente distrutto. Non vi era che
un uomo solo che potesse proteggerlo alle spalle: il Corsaro. Difatti la sua
corvetta, ferma attraverso il canale, sarebbe forse bastata a tenere indietro
Scozzesi, Assiani e Brunswickesi coi suoi grossi cannoni da caccia e i
ventiquattro pezzi delle batterie. Inoltre pure, avendo dinanzi il forte, coi
suoi quattro mortai, che servivano in quel momento da zavorra nella stiva, con
tiri d'arcata poteva danneggiare la squadra inglese.
Un ufficiale fu subito mandato a bordo della Tuonante, la quale si preparava a
sostenere gagliardamente gli Americani.
"Doppio fuoco!" disse semplicemente il Baronetto colla sua calma
abituale. "Avete udito, signor Howard?"
"Sì, sir William."
"Farete dunque portare in coperta i mortai che già gl'Inglesi conoscono;
spiegare i fiocchi ed un paio di vele e salpare le ancore. Il vento si presta a
portarci verso l'Isola Lunga."
Ad un comando dato col fischio, alcuni uomini si slanciarono chi verso gli
argani, chi verso l'alberatura, chi nella stiva, il cui boccaporto maestro era
stato aperto per issare i mortai.
La squadra inglese si moveva in quel momento, cannoneggiando debolmente. Il
timore d'incagliare sui banchi di sabbia o dar di cozzo contro dei tronchi
d'albero, vere trincee acquatiche, delle quali gli Americani facevano buon uso,
la rendeva previdente. E così la corvetta aveva avuto tempo di eseguire le sue
manovre e di prendere posizione dietro il forte, in modo da impedire agl'Inglesi
il passaggio dall'Isola Lunga a quella di Sullivan. Anche il colonnello Moultrie
aveva avuto il tempo di far trasportare tutti i suoi pezzi sui bastioni di
fronte, per battere lo specchio d'acqua che stava dinanzi al forte.
Ora le cannonate cominciavano a succedersi le une alle altre. Lampi e lampi
illuminavano la baia, riflettendosi sulle acque tenebrose con bagliori sinistri.
Quello che gli Americani avevano già previsto, accadde.
Le due più grosse navi inglesi, il Bristol e lo Sperimento, troppo pesanti per
avventurarsi in quei pericolosi canali, si erano fatte avanti per proteggere le
genti che Clinton aveva radunate sull'Isola Lunga, ma dopo qualche bordata
andarono a finire sugli scanni di sabbia, che in quel luogo erano assai
numerosi, e si sbandarono sul tribordo, rendendo subito inservibili le batterie
grosse da quel lato. Tuttavia gli equipaggi inglesi, nonostante l'oscurità
della notte e le prime palle che il forte cominciava a lanciare, gettando
ancorotti a prora e rinforzando le vele, in poco tempo si trassero dal cattivo
passo, e allora il fuoco cominciò su tutta la linea. Ma pareva che la squadra
non avesse fretta di dare addosso al forte.
Erano le quattro del mattino del 28 giugno, quando il Fulmine, protetto da un
altro legno armato, cominciò risolutamente l'attacco, gettando bombe e palle
infocate dentro il forte. Rispondevano vigorosamente gli artiglieri americani,
ormai abilissimi anche nel maneggio dei pezzi grossi, e tonava soprattutto la
corvetta coi suoi quattro mortai, i cui grossi proiettili eseguivano magnifici
tiri d'arcata.
Verso le undici il Bristol, lo Sperimento, l'Altione ed il Solebay, gettate le
ancore a cinquecento metri dal forte, cominciarono a sparare rabbiosamente,
scaricando bordate su bordate. Quasi nell'istesso tempo la Sirena, l'Attiva e la
Sfinge si concentravano verso ponente, fra la punta dell'isola Sullivan ed il
canale, per tentare colle artiglierie di strisciare dietro alle fortificazioni.
Ma là avevano trovata la corvetta del Corsaro, la quale aveva impegnata
risolutamente la lotta. Mentre i cannoni da caccia spazzavano le rive dell'Isola
Lunga, per impedire ai soldati di Clinton di attraversare il canale, le sue
batterie tonavano con un crescendo spaventoso, ed i suoi mortai lanciavano
grosse bombe di là dal forte, cadendo sui ponti della prima squadra.
"Corpo di tutti i campanili di Batz!" esclamò Testa di Pietra, il
quale insieme con Piccolo Flocco e quattro artiglieri serviva il suo pezzo
favorito di prora. "Che cosa dici tu, monello, di tutto questo
affare?"
"Io dico che con tante palle andrebbero giù anche tutti i campanili della
Bretagna." rispose il giovane marinaio, il quale fumava tranquillamente un
grosso sigaro virginiano.
"Quelli del Pouliguen forse; non quelli di Batz, che sono di pietra
durissima, più della tua testa."
"Che il diavolo ti porti!"
"Guardati, Piccolo Flocco; grandina."
"Odo la grandine cadere, ma disgraziatamente non la vedo, se non quando è
già sulla tolda della corvetta. Tu invece, Bretone di Batz, vedrai benissimo
anche per aria le bombe che ci lanciano gl'Inglesi."
"Questo poi no!" disse Testa di Pietra. " Non sono compare
Trombone io... Il trombone l'ha sonato mio nonno quando montava le navi corsare
di Giovanni Bart. Ah, che bei tempi eran quelli, ragazzo mio!"
"Testa di Pietra, tu chiacchieri, e intanto la grandine continua. Ti
confesso che mi seccherebbe assai assai avere una gamba spezzata."
"Mai si colpiscono i Bretoni alle gambe: sempre alla testa."
"E le bombe vi si spaccano come se fossero... bolle di sapone."
"Già."
"Ma io non vorrei farne l'esperimento."
Testa di Pietra, che teneva la miccia in mano, in attesa che i suoi aiutanti
avessero terminato di ricaricare il suo pezzo favorito, lo guardò un po' di
traverso, poi rispose sorridendo:
"E nemmeno io. Ma ora ho da spaccare delle teste d'Inglesi."
Come abbiamo detto, la battaglia si era impegnata con grande slancio da ambe le
parti. L'ammiraglio inglese Pete-Parker e lord Campell incoraggiavano gli
equipaggi, credendosi sicuri di demolire ben presto il forte, che sapevano
guardato da pochi soldati d'ordinanza e da alcune compagnie di milizie
racimolate in fretta, ridurre al silenzio i trentasei grossi pezzi e smontare i
ventisei di piccolo calibro.
La notte, assai oscura, era illuminata da lampi vivissimi, ed un frastuono
orrendo si propagava attraverso la baia, giungendo fino a Boston e a Charlestown.
Granate grossissime e palle infocate solcavano l'aria in gran numero, lasciando
dietro strisce di fuoco.
Gl'Inglesi lottavano rabbiosamente, decisi a togliere quell'ostacolo; ma con non
meno valore si difendevano gli uomini del Colonnello Moultrie. I loro pezzi di
grosso calibro toreavano imberciando meravigliosamente le navi nemiche, mentre
le leggiere artiglierie spazzavano i ponti con una grandine non interrotta di
mitraglia, straziando molta gente.
Le navi che inquietavano soprattutto il valoroso colonnello ed il Corsaro erano
l'Altione, la Sfinge e la Sirena, le quali, avendo gettate le loro ancore verso
l'estrema punta di ponente dell'Isola Sullivan, potevano facilmente impedire la
ritirata della guarnigione, nel caso d'un disastro, e l'arrivo di nuovi soccorsi
d'uomini e di munizioni. Perciò contro di quelle si accaniva maggiormente la
corvetta di sir William, la quale, riparata dentro una minuscola cala, ben poco
poteva soffrire.
"Sgangheriamole!" gridava Testa di Pietra fra una cannonata e l'altra.
"Lasceremo qui le loro alberature, e così la Tuonante sarà
vendicata."
La fortuna non proteggeva quella notte gli abilissimi marinai inglesi,
impegnatisi forse troppo imprudentemente fra i bassifondi dei canali.
Già un gran numero di bombe e di palle infocate si erano scambiate, quando la
Sfinge, l'Altione e la Sirena, che costituivano il maggior pericolo per il
forte, guidate da piloti poco pratici, diedero dentro in un renaio chiamato
Middle-Grounds, sbandandosi talmente sui fianchi, da rendere quasi inservibili
le batterie di babordo e di tribordo. E allora i difensori del forte, i quali
cominciavano a dubitare di poter resistere al terribile bombardamento, anche
perché il generale Lee aveva consigliato Moultrie di far saltare tutto e di
rifugiarsi in Boston, assistettero ad uno spettacolo terrificante.
Il Corsaro, accortosi subito della cattiva situazione in cui si trovavano le tre
navi inglesi, si era messo a tirare con una furia infernale. La Tuonante
avvampava come un vulcano e toreava nella notte buia, seminando la morte sulle
tolde delle navi avversarie. Testa di Pietra mitragliava più gente che poteva,
avendo abbandonata l'idea di far cadere le alberature nemiche.
"Dentro, Piccolo Flocco!" gridava. "Sono in nostra mano ormai
quei cani ringhiosi. Fà portare dell'altra mitraglia! Vedrai come spazzerò i
ponti di quelle navi."
E le artiglierie grosse e piccole rombavano con un crescendo spaventevole.
Tirava il forte, imberciando le navi che aveva dinanzi; toreava la corvetta più
che fosse un vascello d'alto bordo.
Quantunque oppressi da una vera tempesta di ferro, di ghisa e di piombo, che
faceva volare braccia, teste e gambe, gli equipaggi inglesi non avevano perduta
la loro famosa calma e, guidati da ufficiali abilissimi quanto valorosi, si
erano subito accinti a rimettere a galla le tre navi, prima che venissero
completamente sfasciate. Lavorando agli argani, gettando ancorotti a prora e a
poppa, tracciando e contrabbracciando le vele, si sforzavano di sottrarsi il
più presto a quella pioggia di fuoco, che aveva già ormai orrendamente
insanguinati i ponti.
Il Bristol soprattutto, essendosi rotte le stacche dei cavi, era rimasto esposto
ai tiri del forte e della corvetta per parecchie ore, senza poter quasi
rispondere, tanto era critica la sua posizione. Le sue murate fracassate
cadevano a larghi pezzi nelle acque del canale; i suoi pennoni, fracassati dalla
mitraglia dei pezzi da caccia della Tuonante, piombavano in coperta aumentando
la strage. Il capitano Morris, che lo guidava, teneva ostinatamente duro,
tentando di condurre ancora in salvo la sua nave, quantunque quasi tutti i
marinai gli fossero caduti intorno morti o gravemente feriti. Il sangue
arrossava la tolda, e seguendo il pendio della coperta, sfuggiva dagli
ombrinali, tingendo le acque.
"Date dentro!" non cessava di gridare sir William.
E la sua voce non andava perduta, poiché se il forte cominciava a rallentare
per mancanza di munizioni, la Tuonante, ben fornita per le lunghe crociere, non
cessava di seminare palle, bombe e mitraglia.
Alle sette del mattino sul Bristol non rimanevano che pochi uomini, e la nave
cominciava a fare acqua, quantunque fosse adagiata su un largo banco sabbioso.
Una mezz'ora più tardi, il capitano Mortis, che aveva giurato di non calare la
bandiera, quantunque ormai tutto fosse perduto per lui, già ferito da scaglie
di mitraglia, cadeva sul banco di quarto con una gamba fracassata da una palla
di cannone. Portato nella sua cabina, pochi minuti dopo spirava, mentre la sua
nave, ormai quasi deserta, andava ad insabbiarsi, per poi rompersi sulle rive
dell'Isola Lunga. Né miglior sorte avevano le altre navi cacciatesi dentro il
canale: la Sfinge, l'Altione e la Sirena. Battute furiosamente attraverso i
banchi fra i quali si dibattevano con immensa difficoltà, perdevano uomini in
gran numero ad ogni scarica delle batterie della corvetta.
Lord Campell, già governatore della Carolina, era stato ferito così
gravemente, che qualche mese dopo intraprendeva il gran viaggio; anche
l'ammiraglio Pete-Parker era stato colpito da una scaglia di mitraglia e aveva
dovuto abbandonare il comando della Sfinge. Nemmeno le altre navi, che
combattevano sulla fronte del forte, ottenevano buon successo, malgrado l'enorme
spreco di munizioni. Tuttavia le due squadre, quantunque ridotte in cattive
condizioni, tennero testa ai difensori del forte fino alla sera, colla speranza
che le genti concentrate da lord Clinton sull'Isola Lunga potessero guadare il
canale. E l'avrebbero forse tentato senza la presenza della corvetta, che coi
suoi cannoni da caccia spazzava senza posa le rive. Si erano anche ingannati
sulla profondità delle acque dei canali, i quali non erano stati bene
scandagliati prima di cominciare il combattimento.
Alle sette della sera tutte le navi, più o meno malconce e cogli equipaggi più
che decimati, dopo aver provato per quattordici ore il valore e la collera
americana, abbandonavano definitivamente l'impresa, anche perché degli audaci
corsari, montati su piccole scialuppe, erano riusciti a rinnovare le munizioni
del forte.
A mezzanotte tutto era finito; e mastro Testa di Pietra, dopo tanto lavoro,
uscito ancora una volta illeso, si permetteva il lusso di vuotare, in compagnia
di Piccolo Flocco, una buona bottiglia, seduto a cavalcioni del suo pezzo
favorito.
4 - Il carnefice di Boston impicca
Una settimana dopo della grande vittoria americana, poiché quell'ostinata
difesa aveva costretto anche le ultime navi lasciate da lord Howe ad andarsene,
la Tuonante, con nuovo albero e ben provvista di viveri e di munizioni, lasciava
le acque del forte di Moultrie. Ma non era sola: guidava la prima flottiglia
americana composta, come abbiamo detto, del Colombo, dell'Alfredo, dell'Andrea
Doria, del Sebastiano Caboto e Provvidenza, con un totale di cento e sei cannoni
e montata da più che cinquecento abilissimi marinai, abituati ormai a
corseggiare attraverso l'Atlantico.
Una gravissima notizia era giunta, portata da una piccola gagliotta, gravissima
per gli Americani e niente affatto spiacevole a sir William, il quale non
dimenticava un solo istante Mary di Wentwort, e il marchese d'Halifax. Aveva
dunque raccontato il comandante del piccolo e sveltissimo legno corsaro che una
grossa squadra, comandata da lord Dunmore, proveniente dai porti d'Irlanda con
parecchie migliaia di Scozzesi, soldati in special modo temuti dagli Americani
per il loro valore e la loro incredibile resistenza al fuoco, dopo aver cercato
di approdare sulle rive della Virginia, respinta da spaventevoli uragani, si
avvicinava. Ma aveva anche aggiunto che un certo numero di navi, che lord Howe
cercava di condurre verso New York, pure sorprese da venti contrari e da
tempeste, si erano imbrancate nella flotta di lord Dunmore.
Una speranza era subito balenata nel cuore del Baronetto: che anche la fregata
del Marchese fosse stata sorpresa dai cicloni e che si trovasse insieme con
quelle giunte dall'Europa.
E perché no? Testa di Pietra, che da buon Bretone vedeva molto lontano, era
più che mai convinto di ritrovare in qualche luogo dell'Atlantico la fregata
che aveva rapito al suo capitano la bionda Mary di Wentwort.
"Corpo di tutti i campanili della Bretagna!" aveva detto a Piccolo
Flocco. "Noi faremo una magnifica crociera quantunque la squadriglia
americana, a mio giudizio, valga ben poco... Bà! la vedremo alla prova."
La Tuonante aveva appena assaggiate le onde dell'Atlantico, quando delle grida
furiose si alzarono dalla stiva, il cui boccaporto era rimasto aperto. Si
bestemmiava e anche si picchiava sonoramente, e delle persone urlavano di quando
in quando in pessimo inglese:
"Voi accopparci? Canaglia!"
"Noi essere soldati!"
"Ma che soldati?...", rispondeva la voce tonante del mastro della
sala. "Siete dei traditori. Vi abbiamo sorpresi nella Santa Barbara. Che ci
facevate, canaglie? Volevate farci saltare tutti! Giù, un paio di pedate
ancora. In coperta, in coperta miserabili!"
Testa di Pietra e Piccolo Flocco, udendo quelle grida, si lanciarono verso il
boccaporto di mastra, seguiti dal Baronetto e dal carnefice di Boston.
Quattro uomini, che indossavano la divisa degli Assiani, venivano spinti su per
la scala a pugni e pedate, fra una sequela interminabile di minacce e di
bestemmie.
"A morte questi traditori!"
"Hanno le tasche piene di sterline inglesi."
"Furfanti!"
"Vi appiccheremo tutti sui più alti pennoni."
I quattro disgraziati, quasi accoppati dai pugni e dai calci che grandinavano su
di loro senza economia, un pò spinti, un pò trascinati, giunsero finalmente
sulla tolda della corvetta.
Un grande scoppio di risa sfuggì a Testa di Pietra e a Piccolo Flocco. Nel
primo, che era sorto dalle profondità della stiva, avevano riconosciuto
l'allegro Assiano che essi avevano così ben giocato durante l'assedio di
Boston.
"Ohé, mastro Hulbrik, non conoscete più il vostro compare paca
paca?" gli disse.
Il Tedesco, udendo quella voce, spiccò un salto, sfuggendo ai marinai, e
alzando le braccia verso il cielo, gridò:
"Patre, questi pricconi folermi appiccare!"
"Patre ero a Boston, ma non qui. Non vi pagherò più salsicciotti
affumicati e pirra."
Testa di Pietra fece ai marinai un gesto imperioso, affinché cessassero di
battere quei quattro disgraziati che sembravano più morti che vivi, e in quel
momento sir William accompagnato dal suo secondo comparve in coperta.
"C'è una rivolta a bordo?", domandò mettendo le mani sulle due
pistole che portava sempre alla cintura.
Poi, accortosi della presenza dei quattro uomini tenuti stretti dai marinai,
chiese, facendo un gesto di stupore:
"Che cosa fanno questi Tedeschi a bordo della mia nave? Parla, Testa di
Pietra."
"Per ora ne so meno di voi, comandante. Vi è peraltro fra questi paffuti e
rubicondi Teutoni, imbottiti di salsicce e di birra, una nostra vecchia
conoscenza."
"Chi è?"
"Patre!...", gridò in quel momento l'Assiano, tentando di slanciarsi
novamente verso il Bretone.
"Ah! l'uomo che tu spogliasti dopo averlo ubriacato con dell'aguardiante
scorpionata", disse il Corsaro ridendo.
"Sì, mio comandante. Erano bei tempi quelli! Ma forse quel bravo mastro
Taverna, che pretendeva offrirci delle bottiglie, chiuse cinquant'anni
prima..."
"Da suo padre morto ubriaco", disse Piccolo Flocco. "Quell'oste
era una gran canaglia".
"Non dir male di mastro Taverna. Senza di lui tu non saresti forse ancora a
bordo della corvetta".
"Dunque volete finirla?", disse il Corsaro impazientito. "Che
facevano questi Tedeschi a bordo della mia nave? Non avevano certo delle buone
intenzioni: è vero, mastro Hulbrik?"
"Permettete, sir, che risponda io prima di loro", disse un carpentiere
facendosi innanzi.
"Parla, e fa' presto."
"Stavo facendo una riparazione alla quinta tramezzata di prora, quando ho
veduto uscire da non so dove questi galantuomini. Ma mi è parso che non fossero
lontani dalla Santa Barbara."
"Per tutti i salsicciotti di mastro Taverna!", esclamò Testa di
Pietra. "Volevano mandarci in aria se..."
"Taci, eterno chiacchierone!", disse il Corsaro. "Orsù, mastro
Hulbrik, che cosa facevate nella cala della mia corvetta coi vostri
compagni?"
"Parla, compare pirra pirra," disse il Bretone, il quale non poteva
stare zitto nemmeno cinque minuti.
Il povero Assiano si fece smorto, agitò due o tre volte le braccia in alto,
come se avesse voluto invocare a sua difesa chi sa quali testimoni, poi
balbettò:
"Io afermi imbarcato per tornare a casa. Basta guerra."
"E ti sei rifugiato sulla mia nave?" chiese il Corsaro.
"Io non afere feduto altre quella notte."
"Quale notte?"
"Del bombardamento del forte di Moultrie."
"Ma dove ti trovavi tu?"
"Su pastimento chiamato Bristol."
"Quello che abbiamo mezzo distrutto a cannonate?"
"Ja, patre."
"Ah, furfante!", gridò Testa di Pietra balzando avanti e mostrandogli
i pugni. "Il mio comandante tuo padre?... Tu non sei, che io sappia, figlio
di qualche principe prussiano per potere sperar tanto."
"E tu, patre?", balbettò il disgraziato.
"Io sono un altro uomo, mio caro pirra pirra; io non sono un
Baronetto..."
"Chetati, vecchio", gridò il Corsaro.
"Se son vecchio, gettatemi in mare", rispose il Bretone. "Corpo
di tutte le salsicce di mastro Taverna e di tutti i campanili del mondo intero!
Ecco come finiscono i fedeli marinai che hanno esposto tante e tante volte la
pelle per salvare il loro comandante e la sua nave!"
"Vecchio mio," disse sir William con voce raddolcita, "invece di
chiacchierar tanto, và un pò a vedere se questi signori hanno preparato
qualche miccia presso la Santa Barbara."
"Corpo..."
"Di pirra pirra!", gridò Piccolo Flocco, slanciandosi dietro al
mastro, il quale era accompagnato da parecchi marinai muniti di lanterne. Il
timore di poter saltare da un momento all'altro e di vedersi squarciare sotto i
piedi la corvetta, aveva impressionato tutti. Perfino il signor Howard era
diventato pallido ed aveva guardato intensamente sir William, come per
chiedergli se la Tuonante stava per finire i suoi giorni. Ma il Baronetto,
sempre calmo, afferrò per un braccio il Tedesco e dopo averlo costretto a
sedersi su un cannone, gli disse con voce minacciosa:
"O tu, Hulbrik, confessi tutto, o prima che il sole spunti, penderai
all'estremità del contrappappafico. Abbiamo a bordo il carnefice di Boston....
Lo hai conosciuto, mi pare."
"Ja, ja."
"Parla dunque, se ti preme di salvare la pelle."
"Io folere tornare in Germania. Io aferfelo già detto."
"Ma la mia nave, mio caro, non va in Europa."
"A me non importare. Io folere scappare America."
"E ti sei imbarcato, mi hai detto...."
"Durante pompardamento."
"Con tre compagni?"
"Ja, ja."
"E ti sei nascosto nella sentina o nella Santa Barbara? Canta, amico, canta
ancora. Mi hanno detto che le tue tasche sono piene di sterline. Gl'Inglesi non
pagano troppo generosamente i mercenari che rapiscono ai piccoli Stati della
Germania. Rovesciale e subito!" disse il Corsaro, armando una delle due
pistole che portava alla cintura.
L'Assiano, spaventato, si affrettò a obbedire, e tosto una pioggia di monete
d'oro, di vera zecca inglese, cadde sulla tolda.
"E voi?", disse il Corsaro minacciando gli altri.
I tre disgraziati titubarono un po', diventarono lividi, poi si scaricarono
anch'essi di quell'oro troppo compromettente.
Proprio in quel momento Testa di Pietra, Piccolo Flocco e due dozzine di marinai
sbucarono dal boccaporto di maestra, strepitando come ossessi; e fra tutti i
campanili del Bretone, il Baronetto raccolse questa sola parola:
"Una bomba!"
"Silenzio!", comandò il Corsaro. "Qui vi sono dei moribondi che
non vedranno domani il sole illuminare l'Atlantico... Testa di Pietra, lascia le
tue esclamazioni e parla, lesto."
"Una bomba, mio comandante."
"Scoperta dove?"
"Presso la tramezzata della Santa Barbara con una miccia lunga due metri.
Corpo di... ci facevano saltare tutti senza nemmeno dirci: guardatevi."
"Era accesa la miccia?"
"Non ancora."
"Sta bene: essi pagheranno il loro tradimento."
Trattenne mastro Hulbrik, stringendogli fortemente un polso fino a fargli
scricchiolare fosso, poi fece un segno al signor Howard. Tosto dieci gabbieri si
precipitarono sui compagni di mastro pirra pirra, e a suon di pugni li
cacciarono nella batteria di babordo, mettendo loro i ferri.
"Ora, mastro Hulbrik," disse il Corsaro, sedendosi su di un barile che
si era trovato quasi fra i piedi, "sciogli la lingua e bada a quello che
dici."
"Patre..." balbettò l'Assiano.
"Lascia andare il patre. Io non sono uomo da commuovermi. Chi vi ha
consegnate quelle due bombe e quella miccia?"
Il Tedesco si grattò prima un orecchio, poi l'altro guardando ostinatamente le
punte delle sue scarpe.
"Corpo d'un campanile e delle trenta corna di bisonte di mastro
Taverna!", gridò Testa di Pietra. "Non vorrai darci a bere che una
cannonata, che nessuno ha sparata in questo momento, ti ha fatto diventar sordo.
Su, su, snocciola, furfante!... Io ti ho dato birra, salsicciotti e qualche
buona sterlina, e tu studiavi il mezzo di mandarmi diritto non so se all'inferno
o nel purgatorio, poiché in paradiso non spero di entrare."
"Patre...."
"Ma che patre d'Egitto!... Su, su, canta, canta! Il comandante vuol saper
tutto."
"Lord Clinton....", rispose finalmente il Tedesco, dopo un lunghissimo
sospiro che pareva non dovesse terminar più.
"Per far saltare la mia corvetta?", chiese il Corsaro, a denti
stretti.
Il Tedesco fece un cenno affermativo.
"Non ci entrerebbe per caso in questo infame tradimento il marchese
d'Halifax?"
"Io afer udito lord Clinton parlare del Marchese."
"Ah, cane d'un fratello!" urlò il Corsaro, balzando in piedi cogli
occhi fiammeggianti e il viso sconvolto da una terribile collera. "Non gli
è bastato rubarmi la fidanzata!...Ricorre anche ai tradimenti per farmi
morire."
Girò tre o quattro volte intorno al barile come un vero pazzo, poi fermandosi
dinanzi all'Assiano, gli disse:
"Quanto vi hanno dato?"
"Cento sterline."
"E per una somma così misera voi, furfanti, mandavate in aria duecento
uomini!"
"No uomini, patre. Sola nave saltare. Io non afrei lasciato morire amico
testa grossa."
"Sì, tu venivi a prendermi dolcemente per braccio e mi offrivi una
scialuppa", disse il Bretone, "e mandavi i miei camerati tutti
all'inferno! Ah, mangiator di candele!..."
"Conducete via quest'uomo", gridò il Corsaro.
"Un momento, mio comandante," disse Testa di Pietra. "Voglio che
mastro Hulbrik mi dica se per caso suo fratello Wolf, che mi aiutò ad
introdurmi nel castello d'Oxford, si trova imbarcato sulla fregata del
Marchese."
"Sì, patre,", rispose l'Assiano.
"Corpo..."
"Giù campanili, Testa di Pietra," disse Piccolo Flocco. "Qui ci
stanno bene tutti."
"Avete udito, sir William?", chiese il Bretone al comandante.
"Suo fratello è imbarcato sulla fregata. Io conosco quel bravo giovanotto.
Eh, non si sa mai!..."
Il Baronetto non gli rispose. Si volse invece al suo secondo e gli disse:
"Signor Howard, staccate una baleniera, recatevi a bordo delle navi
americane ed avvertite i comandanti di quanto qui è avvenuto. Dite che visitino
attentamente le loro stive e le loro batterie, poiché lord Clinton avrebbe
potuto farvi imbarcare di nascosto delle canaglie per distruggere completamente
la prima flotta americana."
"Subito, comandante," rispose il secondo. "Il vento è debole;
avrò tutto il tempo necessario per compiere la mia missione e raggiungervi
senza obbligarvi a mettere in panna."
Il Corsaro rimase qualche istante sul ponte, guardando distrattamente i marinai
che stavano calando la grossa baleniera; represse un sospiro e discese nel
quadro.
"Tempesta!" disse il Bretone, il quale lo aveva seguito colla coda
dell'occhio. "Quella bionda miss finirà col farlo impazzire."
"E mastro pirra pirra?" chiese Piccolo Flocco.
"Affare serio! Quel giovanotto non vedrà più la Germania."
"Che il comandante faccia appiccare anche lui? Dovrebbe ricordarsi che quel
povero diavolo ha rischiato più volte, a Boston, di finire in fondo a qualche
fossato con sei palle nella schiena invece che nel petto."
"È vero," rispose Testa di Pietra, il cui viso si era molto
rabbuiato. "Io credo bensì che non finirà forse male per lui... per lui
solo, vè! Per gli altri non rispondo. Credo che domani faranno quattro salti
sotto il pennone di maestra con un buon laccio al collo... Ah, diavolo!
bisognerebbe salvarlo Hulbrik.... Sì, salvarlo! ma come?"
Ad un tratto si battè la fronte così forte, che Piccolo Flocco credette per un
momento si fosse sparata una pistolettata.
"E così, mastro?" chiese il gabbiere un po' spaventato. "Vuoi
ammazzarti?"
"Un'idea!..."
Saltata fuori con quel pugno, che avrebbe sfondata la fronte di qualunque altro
uomo che non fosse bretone?"
"È un'idea magnifica. Senti: ti ricordi come salvammo il Baronetto proprio
mentre gl'Inglesi stavano per appiccarlo?"
"Lo ricordo benissimo. Fu il coltello del carnefice di Boston che
gl'impedì di rompersi l'osso del collo."
"Và a chiamarmi quel brav'uomo e conducilo a prora. Lesto, Piccolo Flocco."
"Come uno scoiattolo," rispose il gabbiere.
Il mastro aspirò una buona boccata d'aria marina, diede uno sguardo alle vele
ed un altro alla baleniera, che guizzava rapidissima, sotto la battuta di dodici
remi, verso le navi americane che s'avanzavano lentamente, essendo il vento
debolissimo. Tirò fuori la sua storica pipa, ancora intatta malgrado le tante
avventure provate dal suo proprietario, la caricò per bene, e dopo averla
accesa, andò a sedersi sul pezzo favorito, il pezzo da caccia prodiero di
babordo.
"Forse ho risolto un gran problema," mormorò, dopo essersi avvolto in
una nuvola di fumo. "Il Baronetto salterà, ma bà!... Al vecchio mastro
molte cose si perdonano."
5 - Le quattro esecuzioni
Cinque minuti dopo, Piccolo Flocco montava sul castello di prora in compagnia
d'un uomo di mezza età, assai barbuto e molto robusto: era il carnefice di
Boston che i lettori dei Corsari delle Bermude non avranno dimenticato.
"Mio povero amico," disse Testa di Pietra al poco simpatico uomo, io
vi avevo promesso, arrolandovi fra i marinai della corvetta, di farvi lasciare
per sempre tranquilli i vostri lacci più o meno insaponati; ma sono accaduti
qui certi fatti che richiedono il vostro aiuto.
"So di che si tratta," rispose il carnefice con un mesto sorriso.
"Piccolo Flocco mi ha spiegato tutto."
"Col comandante non v'è da scherzare, e sarete purtroppo costretto a
riprendere domani mattina l'antico mestiere."
"Dite l'infame mestiere."
"Questo non è il momento di discutere. Nella vostra cassa suppongo che
avrete una buona scorta di corde da appiccare."
"Sette o otto."
"Bastano quattro. Tre li manderete diritti all'altro mondo a vedere se per
caso infuria anche là la guerra a colpi di crani di morti, di stinchi e di
costole; ma il quarto lo salverete, sventrando il laccio come faceste quella
volta per il signor Mac-Lellan. Che mi rispondete, signor carnefice di
Boston?"
"Non mi chiamate più così."
"Vi chiamerò allora mastro Impicca. Vi va?"
Il carnefice alzò le spalle e sorrise dicendo:
"Farò come volete. Ma se ne accorgerà il comandante?"
"Non ve ne occupate: quando quel povero giovane sarà caduto mezzo
strangolato, penserò io a chieder la sua grazia. Diamine!... Quel mangiatore di
salsicciotti ha pur fatto qualche cosa per noi durante l'assedio di Boston. Se
l'operazione, come spero, riuscirà, vi prometto un pizzico di sterline: la mia
paga d'un mese."
L'uomo barbuto scosse violentemente la testa esclamando:
"Da voi dell'oro? Da voi che foste il primo uomo a stringermi la mano? No,
Testa di Pietra; gettatelo piuttosto ai pesci."
"Ce lo berremo allora in compagnia di Piccolo Flocco. I pesci non hanno mai
avuto bisogno di moneta."
"Siamo intesi," rispose mastro Impicca. (D'ora innanzi lo chiameremo
così anche noi.) Diede una buona stretta di mano a quel mattacchione di Testa
di Pietra e discese silenziosamente la scaletta del castello, scomparendo fra le
tenebre.
"Uhm!" fece il giovane gabbiere quando furono soli. "T'impegni in
una avventura che non si sa come può finire."
"Se il comandante si accorgerà del tiro, mi faccia fucilare, non
impiccare," rispose il Bretone, riaccendendo la pipa. "Ma io conosco
il Baronetto e son sicuro che ci farà una risata... Ecco la baleniera del
signor Howard che torna. Che anche sulle navi americane penzolino domani alla
brezza dei grappoli umani?"
S'ingannava. Nessun soldato o marinaio tedesco o inglese era stato scovato a
bordo della piccola squadra. Lord Clinton, grande amico del marchese d'Halifax,
non si era occupato che della Tuonante, per far saltare in pieno Atlantico il
terribile Corsaro e tutta la sua ciurma.
"Mastro Impicca non avrà gran lavoro," disse Testa di Pietra a
Piccolo Flocco. "Furfante di Marchese! Era proprio con noi che l'aveva! Ah,
se mi cadesse fra le mani... Non hai udito che una grande tempesta, scoppiata
nell'Atlantico settentrionale, ha sgominato la flotta di lord Dunmore?"
"E che importa a noi della squadra di lord Dunmore?"
"Importa perché insieme con le sue navi si è imbarcata la fregata del
marchese d'Halifax. Quella nave doveva essersi fermata al largo per riparare i
suoi danni e turare soprattutto i suoi buchi. Ora si dice che sorpresa dal
ciclone, che devasta da più settimane le coste della Virginia, non abbia potuto
raggiungere le navi di lord Howe, e che cerchi un rifugio verso il sud invece
che verso il nord. Mi hai capito?"
"Non sono sordo."
"Allora andiamo a bere un gocciolino nella mia cabina, e poi andremo a
trovare mastro pirra pirra."
"O meglio paca paca," disse il gabbiere. "T'ha fatto pagare tanto
alla taverna delle Trenta corna di bisonte!"
"Tuttavia non sono né più ricco né più povero di prima."
Attraversarono silenziosamente la coperta, vegliata solamente da un drappello di
marinai, poiché non vi era bisogno di eseguire nessuna manovra, essendo la
brezza sempre debolissima, e scesero nella batteria, dove si trovavano i quattro
prigionieri, guardati da quattro uomini armati di fucili colle baionette
inastate. Una grossa lanterna illuminava il luogo, proiettando qua e là luci e
ombre strane.
"Camerati, lasciatemi parlare con quell'uomo," disse il Bretone
indicando mastro pirra pirra, il quale stava seduto su un basso sgabello coi
ferri alle mani e ai piedi.
Non sembrava gran che preoccupato della sorte che lo attendeva, ed anche i suoi
compagni si mantenevano assolutamente tranquilli, come se si fossero già
rassegnati ai tristi casi della guerra. D'altronde, lasciando i loro paesi
soggetti a piccoli principi tedeschi, grandi arrolatori di gioventù, sapevano
bene che non tutti sarebbero ritornati vivi.
Hulbrik, vedendosi dinanzi il Bretone, spalancò gli occhi, lo guardò fisso con
un lampo di speranza e disse:
"Tu, patre, afere fatto bene fenire a trofarmi."
"Perché?" chiese Testa di Pietra.
"Io domani essere morto. Io afere mie tasche trenta sterline. Te le lascio,
patre. Io non federe più mai mia bionda fanciulla," aggiunse il
disgraziato con un lungo sospiro. "Mio cuore Gridare, Gridare suo nome...
Povera Rita! Io dofevo sposarla dopo la guerra: ora tutto crollato intorno a me.
Notte piombata, notte oscura, popolata di pestie alate che Gridano: Hulbrik, sei
morto!"
"Povero giovane!" sospirò Piccolo Flocco, passandosi il dorso di una
mano sugli occhi.
Testa di Pietra cercava di mostrarsi duro, ma era costretto a fare degli sforzi
per non imitare il giovane gabbiere. Avevano un cuor d'oro que' due Bretoni che
né le crude battaglie né gli spaventosi abbordaggi avevano potuto guastare.
Il Tedesco stette un momento silenzioso, colla testa bassa come se volesse
nascondere delle lagrime, poi rispose:
"Io non afer mai afuto paura della morte: ho lasciato mio paese, mia
vecchia madre, mia casetta, per andare alla guerra. Io non sperare rivedere mia
pona e pionda fanciulla, perché maledetta guerra non risparmia i giofani. Ma
morire piccato, con cordone al collo e lingua fuori!... Orrore!... Mi facciano
fucilare."
Testa di Pietra si curvò su di lui e gli sussurrò in un orecchio alcune
parole. L'Assiano trasalì, e il suo viso si rasserenò a un tratto.
"Non udire più prutte pestie nere a Gridare," disse a mezza voce.
"Erano i pipistrelli che popolano le notti eterne dell'altro mondo,"
rispose il Bretone. "Io spero bensì di non fartele più vedere."
"E i miei camerati?" chiese Hulbrik.
"Non pensare a loro: io non posso fare miracoli. Ci rivedremo all'alba. Non
aver paura di mastro Impicca, e lasciati mettere il laccio al collo senza
protestare. Cadrai subito e probabilmente fra le mie braccia."
"Grazie, patre."
Testa di Pietra e Piccolo Flocco, non poco commossi, si fermarono un pò nella
loro cabina per riprendere animo, con alcuni bicchierini di gin, poi risalirono
in coperta. La corvetta s'avanzava pesantemente sulla larga ondata
dell'Atlantico, scotendo tutte le sue artiglierie. Il vento era quasi cessato,
perciò anche le navi della squadra americana erano rimaste quasi in panna a un
mezzo miglio di distanza verso ponente.
Il Baronetto era già in coperta e passeggiava nervosamente, borbottando e
facendo dei gesti che parevano di minaccia.
"Lo vedi?" chiese il Bretone al giovane gabbiere. "Lo hanno reso
infelice con un infame tradimento. E dire che nelle vene di quei due uomini, si
chiamino Halifax o Mac-Lellan, scorre quasi il medesimo sangue."
"E il signor Howard?"
"È al timone. Quando soffia tempesta nel cuore del comandante, vira di
bordo e non torna se non si chiama. Sai, d'altronde, che il nostro secondo è un
pò orso. Rimani qui."
"Che cosa vuoi fare?"
"Tagliare la bordata al Corsaro."
"Scatenerai un uragano indemoniato."
"Sono di Batz, io, ed ho il pelo quasi bianco, monello!" rispose Testa
di Pietra. "Egli non mangerà il suo vecchio e fido mastro che comanda i
pezzi della coperta. Sono troppo necessario io a bordo di questa corvetta.
Contrabbraccia a babordo!"
Il Bretone descrisse una specie di zig-zag e andò a cacciarsi fra i due alberi
di trinchetto e di maestra, invadendo il terreno che batteva il Corsaro. Questi
dapprima non aveva fatto attenzione a lui. Andava e veniva, colla testa bassa,
le braccia incrociate, come se un vento d'uragano lo spingesse, facendolo virare
proprio dinnanzi all'uno e all'altro dei due alberi. Ma il Bretone ad un tratto
si trovò sul passaggio di lui.
"Mio comandante," disse saltando lestamente da un lato, "scusate
se vi ho disturbato."
Sir Mac-Lellan si arrestò fissando il fedele marinaio, e dopo un breve silenzio
gli disse: "Dove sei stato tu, vecchio mio, poco fa?"
"Nella batteria, mio comandante."
"A parlare con Hulbrik?"
"Corpo di tutti i campanili! Ci sono delle spie a bordo della
Tuonante?" gridò il Bretone, con uno scatto di collera.
"No, ti ho veduto io."
"Se vi fosse stato un delatore, l'avrei accoppato con un pugno nel cranio.
Io ho sempre odiate le spie."
"Non fioriscono sulle terre bretoni?"
"No comandante."
Sir Mac-Lellan girò su se stesso due o tre volte, poi le sue mani piombarono
sulle robuste spalle del mastro.
"Che cosa ti ha detto quell'uomo che domani non sarà più nel numero dei
viventi?" gli domandò.
"Mi parlava della sua bionda fanciulla, alla quale doveva unirsi dopo
terminata la guerra."
"Una fanciulla bionda!..." esclamò il Corsaro.
"Sì, mio comandante: le tedesche, come le inglesi, sono quasi tutte
bionde: lo sapete meglio di me."
Il Corsaro fece un balzo e un gesto di rabbia.
"Peste!" gridò.
"A chi, mio comandante?" chiese Testa di Pietra.
"A te ed a tutti i Bretoni della terra!"
E riprese la furiosa passeggiata, come se l'uragano fosse diventato ciclone; ma
dopo aver fatto pochi passi, tornò come un bolide addosso al Bretone, il quale
lo aspettava di piè fermo.
"Ti ha detto che doveva sposare una fanciulla bionda?" gli chiese con
accento strano.
"Sì, mio comandante."
Il Corsaro sospirò a lungo, e tacque girando ancora una volta su se stesso,
come se non potesse più frenarsi; poi, guardando Testa di Pietra, il quale lo
aspettava sempre impassibile e sempre fidente, gli disse:
"Quell'uomo, che è fidanzato ad una fanciulla bionda, non morrà!"
"Quel traditore?"
"La guerra è la guerra," rispose il Corsaro alzando le spalle.
"Ha ragione il più forte e il più astuto... Come si chiama la fanciulla
bionda di quel Tedesco?"
"Mary, mi pare," rispose pronto il furbo Bretone.
"Mary?"
"Sì, comandante."
"Ed è bionda come Mary di Wentwort?"
"Pionda, dice quel Tedesco nella sua lingua ostrogota."
"Ebbene, quell'uomo non morrà. I capelli biondi della sua fidanzata gli
salvano la vita."
"Siete generoso, sir Mac-Lellan. Del resto, quel povero diavolo qualche
importante servigio ce l'ha reso a Boston."
"Voglio peraltro salvare le apparenze. Gl'impiccati saranno quattro, ma uno
cadrà per la rottura del laccio, come caddi io. Pensaci tu, e và ad
intenderti..."
"Con mastro Impicca?"
"Ah, lo chiami così quel disgraziato?"
"Non se n'offende, mio comandante, anzi..."
"Digli che vuoti il laccio di Hulbrik, e quando cadrà, chiederai per lui
la grazia, insieme coll'equipaggio... E ora vattene al diavolo!"
Testa di Pietra fece una magnifica piroetta e se n'andò da Piccolo Flocco, il
quale lo aspettava seduto su uno dei due cannoni da caccia poppieri.
"L'Assiano è salvo," gli disse. "Ah, i Bretoni di Batz! Nessuno
li raggiunge per furberia... Non dire al comandante che la pionda dell'Assiano
si chiama Rita invece di Mary: bada bene! Anzi, avverti anche Hulbrik... Il
comandante è buono, ma una simile gherminella non la tollererebbe."
"Vado subito ad avvertirlo," disse il gabbiere.
Il Bretone, rimasto solo, sedette su un barile, ricaricò per la quarta volta la
pipa e si mise a fumare furiosamente.
Intanto la notte a poco a poco si dileguava, e verso oriente un barlume di luce,
simile ad una striscia d'argento, si rifletteva sull'Atlantico. Le stelle
cominciavano a impallidire.
"Poveretti!" mormorò il mastro, lanciando in aria una boccata di
fumo. "Ecco il brutto quarto d'ora per loro!"
Il Corsaro continuava a camminare sempre nervosamente fra i due alberi, facendo
segno di attendere ordini, ma d'un tratto interruppe la corsa; fissò a lungo la
bianca luce che si diffondeva ormai rapidamente, tingendosi di striature rosee,
poi si avanzò verso il Bretone.
"È pronto tutto?" gli chiese.
"Sì, mio comandante."
Fà collocare quattro barili sotto il pennone di maestra. Bada che il tuo
Tedesco non si rompa le gambe."
"Sarò pronto io a riceverlo fra le mie braccia."
"Fà rullare i tamburi e conduci i condannati in coperta."
"Subito, mio comandante."
I marinai della guardia franca, udendo rullare cupamente sul cassero della
corvetta i due tamburi, che ordinariamente servivano a battere l'ultima carica
negli abbordaggi, salirono rapidamente, schierandosi lungo le murate di babordo
e di tribordo. Erano tutti armati di carabine e di baionette, come se si
preparassero a respingere un attacco.
Un silenzio profondo regnava sulla corvetta, essendo il vento completamente
cessato col sorgere del sole. Solamente i due tamburi rullavano sempre
lugubremente.
Il Corsaro era salito sul ponte di comando, e, com'era sua abitudine,
passeggiava quasi rabbiosamente, non guardando nessuno in viso. Howard invece,
al timone, fumava tranquillamente un grosso sigaro virginiano, avvolgendosi in
una vera nuvola di fumo.
Due colpi di tamburo ancora, più prolungati, più tetri, e poi i quattro
tedeschi comparvero, guidati da Testa di Pietra e da mastro Impicca e scortati
da un drappello armato. Venivano prima Hulbrik, poi i suoi disgraziati compagni,
destinati ormai inesorabilmente a fare fagotto per il mondo misterioso, donde
nessuno è mai tornato. Erano tutti pallidi, lividi, con gli sguardi smarriti,
volti chi sa dove; forse all'orrore della morte imminente. Tutti e quattro
indossavano una semplice camicia di tela grossolana, e avevano i piedi nudi.
Nessuno era bendato.
Mastro Impicca già, durante la notte, aveva disposto i suoi lacci fatali sotto
il pennone di maestra, pendenti sopra quattro barili, che al momento opportuno
dovevano essere tolti.
Hulbrik si avanzava per primo; lo seguiva un altro Assiano, un giovanottone
grassotto e biondo, con una corta barba un pò incolta; il terzo era un lungo
magrone dagli occhi azzurri, il quale si faceva avanti tenendo la testa
reclinata sul petto e le braccia abbandonate lungo il corpo. Non guardava
nessuno: né le corde fatali, né i marinai che ingombravano le murate. Il
quarto invece era un omiciattolo, dalla testa grossa e gli occhi sporgenti come
quelli d'una lepre. Pareva il più coraggioso, perché guardava freddamente, ora
le corde pendenti, ora i marinai. Sembrava in preda a una collera fredda,
tradita da un movimento nervoso delle mascelle. Appena giunto presso i lacci,
fissò intensamente la bandiera del Corsaro sventolante sul picco della randa.
Si sarebbe detto che il colore rosso lo aveva affascinato.
Il sole in quel momento si era alzato trionfante, cospargendo di pagliuzze d'oro
le acque dell'oceano. La vita sorgeva, mentre sul cassero della corvetta i due
tamburi continuavano il loro funebre rullio. Quale sinistro contrasto fra quel
fiammeggiare di luce vivissima e le tenebre del di là che fra poco i tre
disgraziati dovevano affrontare!
Ad un cenno di mastro Impicca, sei marinai guidati da Testa di Pietra, il quale
teneva d'occhio Hulbrik, si appressarono ai condannati e legarono loro
strettamente le mani dietro il dorso, poi li aiutarono a salire sui barili
fatali.
Il Corsaro passeggiava sempre nervosamente sul ponte di comando, spingendo gli
sguardi lontani sull'oceano, come se nulla volesse vedere; e il signor Howard
continuava a fumare, come se la cosa non lo riguardasse affatto.
Mastro Impicca cinse col laccio terribile il collo dei disgraziati, i quali
sentendosi stringere dalla corda, fecero tutti istintivamente un gesto come per
liberarsene; inutile gesto perché avevano legate le mani.
Ad un tratto un comando secco echeggiò, coprendo il rullio dei tamburi. I
barili furono subito levati di sotto i piedi degli sciagurati i quali,
trovandosi a un tratto sospesi, agitarono disperatamente le gambe. Allora si
udì un crac: il corpo di Hulbrik si staccò dal laccio fatale, e dopo aver
urtato contro uno dei barili, cadde fra le braccia di Testa di Pietra.
Tosto un grido solo si alzò fra i marinai schierati lungo le murate:
"Grazia, capitano, grazia!"
Interrotta la passeggiata, il Corsaro aveva dato uno sguardo sulla tolda della
corvetta, e veduto quel briccon di Bretone che, senza aspettar l'ordine, si
portava via l'Assiano, aiutato da Piccolo Flocco.
"Grazia per quell'uomo!" ripeté l'equipaggio.
"Sia!" rispose il Corsaro dopo un momento.
Intanto gli altri tre disgraziati continuavano a tirar calci al vento. Ma dopo
poco, e a breve distanza l'uno dall'altro, penzolarono immobili. Facevano paura.
Il primo aveva i suoi occhi azzurri spalancati, naufragati in mezzo a qualche
orribile visione; il secondo, con uno sforzo disperato, era riuscito a spezzare
i legami ed era morto colle mani tese, rigidamente allontanate dal corpo, e il
volto levato verso il cielo, colla testa un po' reclinata sulla spalla sinistra;
il terzo, quello che aveva fissata ostinatamente la bandiera della corvetta,
dava ancora qualche segno di vita. Le sue gambe si allungavano scricchiolando,
poi si contraevano con un movimento che andava diminuendo rapidamente. Il nodo
scorsoio gli era passato dietro un orecchio, e perciò aveva potuto sopravvivere
qualche pò ai compagni. Anche gli occhi suoi erano orribilmente spalancati.
Forse quello strano soldato aveva fissata fino all'ultimo istante la bandiera
della corvetta, perché quel rosso gli ricordava altri stemmi di principi
germanici. Era quello che faceva più impressione. La sua testa era piegata
sopra la spalla destra, e la lingua gli usciva nera dalle labbra, tra un fiotto
di bava sanguigna.
Il Corsaro attese qualche minuto, poi volgendosi al secondo, gli disse:
"Signor Howard, sbarazzate la corvetta. Tre amache con tre palle di
cannone: ecco la tomba del marinaio."
"E l'altro non lo fate riappiccare, sir William?"
"Per ora no," rispose asciutto il Corsaro. "Eseguite."
6 - La flotta fantasma
Due giorni dopo quella triplice esecuzione, la piccola squadra, giunta di
fronte alle coste virginiane, quasi all'altezza di Norfolk, veniva assalita
dalle prime onde, che da un paio di settimane mettevano sossopra l'Atlantico
settentrionale. Il cielo era diventato oscurissimo verso levante, e larghi
nuvoloni, gravidi di pioggia o di tempesta, si stendevano sotto i soffi del
vento, mentre nel loro seno brillavano vivissimi i lampi e brontolava quasi
senza riposo il tuono. Anche le acque dell'oceano avevano assunto una tinta
grigiastra come se si fossero mescolate alla vicina grande corrente del
Gulf-Stream, che rimontava, costeggiando l'America orientale, verso il gran
banco di Terranova. Si vedevano immensi stormi di uccelli marini, formati per lo
più da rincopi, disgraziati volatili che, avendo il becco inferiore assai più
corto del superiore, sono frequentemente esposti a dei lunghi digiuni. Fuggivano
tutti verso ponente schiamazzando, per cercare un asilo più sicuro nelle
scogliere della Virginia.
Qualunque altra nave, vedendo quel temporale ingrossare e scendere ormai
furiosamente verso il sud, si sarebbe affrettata a seguire l'esempio di quei
prudenti volatili. Il Corsaro invece aveva segnalato a tutta la squadra di far
fronte alla tempesta.
Il giorno innanzi un piccolo legno corsaro che, prevedendo mare grosso, scappava
in cerca d'un rifugio, aveva avvertito il Baronetto e i comandanti americani che
la squadra di lord Dunmore, già sgominata dalle continue tempeste che l'avevano
assalita durante la traversata dell'Atlantico, veleggiava verso il sud per
cercare un punto di sbarco, che le era mancato sulle coste della Virginia per il
valore di quegli stanziali e di quei piantatori. Or sapendo che la fregata del
Marchese, rimasta assai indietro alle navi di Howe, per riparare forse i danni
subiti nel combattimento colla Tuonante, si era imbrancata con quella squadra
che gli Americani chiamavano fantasma, aveva deciso di tentare un colpo
disperato, quantunque la tempesta rumoreggiasse spaventosamente.
Tutte le precauzioni erano state prese per resistere ai grandi colpi di mare e
per tentare un fulmineo abbordaggio contro la fregata: le imbarcazioni
saldamente assicurate ai paranchi, i pezzi delle batterie strettamente frenati
perché non prendessero la corsa, i grappini tesi sulle griselle basse, pronti a
essere lanciati. Anche le quattro navi americane, che erano montate da intrepidi
marinai, avevano prese le medesime precauzioni, e ridotta la velatura ai minimi
termini, per non farsi subissare da qualche improvviso ed irresistibile salto di
vento.
Testa di Pietra e Piccolo Flocco, sempre insieme, osservavano dall'alto del
castello di prora, mentre a pochi passi da loro stava seduto su una matassa di
funi l'Assiano, ormai completamente rimessosi dalla semimpiccagione.
"Uhm!" brontolò il Bretone, scotendo la testa e stringendo le pugna.
"Questo si chiama veramente mare cattivo. E quando anche gli uccelli
marini, che nulla hanno da temere, fuggono, le navi dovrebbero fare
altrettanto."
"La Tuonante è stata costruita per le battaglie e le tempeste,"
rispose il giovine gabbiere.
"Per tutti i campanili della Bretagna! a me lo dici? Sì, salda, robusta,
magnifica veliera; ma quando l'Atlantico infuria, v'è da pensarci due volte a
sfidarne le onde."
"E assaliremo la squadra Dunmore in piena tempesta?"
"Pare sia questa l'idea del nostro terribile comandante. Non daremo addosso
che alla fregata, se è vero che si trova tra la squadra fantasma. Le navi
americane s'incaricheranno del resto, se lo potranno."
"Vi è pericolo, Testa di Pietra, che questa volta si vada a dormire
sott'acqua?"
Il Bretone corrugò la fronte, poi disse:
"Forse che i marinai non sono nati per finire, presto o tardi, in bocca ai
pesci? Anche mio nonno fu divorato da un pescecane."
"E poi riuscì vivo per salvare la storica pipa."
"Sì, monello," rispose Testa di Pietra.
"E tu credi che avremo tempesta grossa?"
"Vedrai fra un paio d'ore come la squadra ballerà disperatamente. Avremo
spaventevoli colpi di vento e grandi colpi di mare. Bà, siamo i figli
dell'oceano e corazzati contro le bufere."
Una raffica impetuosa si rovesciò in quel momento sulla corvetta, abbattendola
bruscamente sul tribordo fino all'altezza degli ombrinali. Tutti i marinai
balzarono ai bracci delle manovre, in attesa di ordini. Nessuno appariva
impressionato dalla tempesta che stava per coglierli proprio sul cadere del
giorno. Difatti il sole, dopo aver forato per qualche istante una gran nube nera
galoppante per il cielo, era scomparso, e le tenebre piombavano, rotte solamente
dai lampi, che si succedevano in gran numero.
Il Corsaro ed il signor Howard, muniti ciascuno d'un portavoce, lanciavano con
voce poderosa i comandi, i quali venivano seguiti dal fischietto di Testa di
Pietra.
Alle 8 l'oscurità era profondissima, tanto che l'equipaggio della Tuonante
stentava a seguire le quattro navi americane, esse pure alle prese colla bufera.
Sopra le tempestose nubi passavano di tratto in tratto dei rombi assordanti, che
parevano prodotti da grossi carri pieni di lamiere di ferro lanciati a gran
corsa. L'elettricità era intensa. Delle fiammelle si erano già mostrate sulle
punte degli alberi, guizzando poi lungo le sartie e rimontando di quando in
quando verso i pennoni di contrappappafico. La corvetta cominciava a rollare e a
beccheggiare spaventosamente, tuffando impetuosamente il suo bompresso nelle
onde insieme coi fiocchi che non erano stati chiusi per poter bordare più
rapidamente al momento opportuno. Né le quattro navi americane soffrivano meno:
tuttavia, secondo gli ordini ricevuti dall'intrepido Corsaro, seguivano la
Tuonante quasi sulla sua scia, facendo fronte all'uragano.
Verso le 10 lo stato dell'oceano era diventato veramente terribile. Colpi di
mare, sollevati da furiosi colpi di vento, si abbattevano sulle navi,
scompaginandole, nonostante le manovre dei marinai. Il fuoco di sant'Elmo
guizzava sempre sulle cime degli alberi, accompagnato di quando in quando da
certe palle fiammeggianti, grosse come aranci, che scoppiavano con gran fracasso
come se fossero delle vere bombe. Testa di Pietra, come al solito, aveva preso
posto sul castello di prora, tenendo molto a essere il primo ad avvistare la
squadra inglese. Aveva un segreto rancore contro il puntatore della fregata, che
aveva messo fuori di combattimento la corvetta, e non voleva lasciarsi
sorprendere.
Che mi passi solamente dinanzi, e scateno tutti e due i pezzi da caccia del
castello!" disse Testa di Pietra. "Voglio la mia rivincita."
"Con questa tempesta? Come potrai puntare?"
"Lascia pensare a me, monello! Sono di Batz io!"
A mezzanotte la squadra si trovava all'altezza della baia di Chesapeake, ottimo
rifugio per qualunque nave, essendo molto profonda e ben riparata. Il Corsaro
invece intraprese risolutamente la lotta contro l'uragano che l'assaliva da
oriente. Cercava la squadra inglese, ben deciso a piombarci in mezzo e
sgominarla, checché dovesse succedere, pur di correre all'abbordaggio della
fregata. Alle due del mattino, nel momento in cui la luna faceva capolino fra
due gigantesche nubi, si udì Testa di Pietra gridare:
"Navi dinanzi a noi! In batteria gli artiglieri!"
Il Corsaro ed il signor Howard erano saliti sul castello di prora, dove il
Bretone continuava a sbracciarsi ed a lanciare comandi. Parecchi punti luminosi
danzavano sulle creste altissime dell'Atlantico, formando un gruppo, il quale
peraltro di quando in quando si scioglieva sotto le furiose raffiche di levante.
"Non può essere che la squadra di lord Dunmore," disse il Baronetto
al signor Howard.
"Quella di Howe ormai dev'essersi rifugiata nei porti del nord,"
rispose il secondo.
Che cosa mi consigliate, voi?" domandò Mac-Lellan.
"Io, sir, segnalerei alle navi americane di lasciar passare la squadra e di
mettersi poi in caccia. Si dice che quelle navi siano rovinate, che vi siano a
bordo più malati che combattenti; tuttavia io penso che cacciarsi là dentro
con questa tempesta, la quale non ci permetterebbe di montare all'abbordaggio,
sarebbe una grave imprudenza. E poi come scoprire la fregata con questa
oscurità?"
"Vi sono i lampi."
"Non insistete, sir William: lasciamola passare e perseguitiamola in coda.
Tenteremo d'isolare la nave del Marchese e di catturarla. Le combinazioni non
mancano."
"Avete ragione, signor Howard," rispose il Baronetto con un sospiro.
"Testa di Pietra!" chiamò. "Segnala coi fanali alle navi
americane di lasciar passare quelle inglesi e di mettersi poi in caccia."
"Non si menano le mani dunque stanotte?"
"No, vecchio mio."
"Peccato! Ero proprio in vena di montare all'abbordaggio."
"Con questo pò pò di mare?" osservò il signor Howard.
"Oh, a noi Bretoni fonda alta non fa scappare il piede!"
"Segnala, Testa di Pietra," comandò il Baronetto. "Fanali rossi,
azzurri, gialli e bianchi a suo tempo."
Scambiò alcune parole ancora col suo secondo, che era stato incaricato della
sorveglianza dei timonieri, poi passò rapidamente in rassegna gli uomini della
tolda. Tutti, malgrado le furiose scrollate che subiva la Tuonante, erano al
loro posto: i gabbieri a riva, i fucilieri dietro le brande arrotolate sulle
murate, gli uomini di manovra ai bracci delle vele, gli artiglieri dietro ai
pezzi da caccia. E giù nelle batterie, tutto era pure pronto per impegnare la
battaglia.
Testa di Pietra segnalò alle quattro navi americane l'ordine del Corsaro, poi
raggiunse il suo pezzo favorito a babordo di prua, dove già Piccolo Flocco lo
aspettava. La squadra inglese intanto, travolta dalla tempesta, s'avvicinava nel
massimo disordine. Gli Americani l'avevano chiamata la flotta fantasma e non si
erano ingannati. Era partita due mesi prima dai porti dell'Irlanda carica di
diecimila mercenari che lord Dunmore sperava di condurre per tempo dinanzi a
Boston e metterli a disposizione di lord Howe, ignorando ancora che la piazza
era già caduta. Tempeste terribili l'avevano assalita in mezzo all'Atlantico, e
giunta finalmente in America, ed appreso da alcune navi inglesi che Boston era
stata presa, lord Dunmore si era rivolto verso la Virginia per tentarne la
conquista. Ma una cattiva stella perseguitava quella disgraziata squadra.
Ancoratasi alle foci dei fiumi, trasudanti il vomito prieto, ossia la febbre
gialla, il terribile male era scoppiato a bordo, poi giunta ai forti virginiani,
questi l'avevano respinta a colpi di fucile e di cannone. Priva di rifugio,
piena di malati, coi viveri e le provviste di acqua guasti, sorpresa novamente
dalle tempeste, aveva dovuto ricacciarsi nell'Atlantico senza una meta fissa.
Gli uomini morivano a centinaia; le navi deperivano di giorno in giorno; tutto
mancava a quella disgraziata flotta destinata a fare una fine disastrosa, come
vedremo in seguito.
Se il mare fosse stato tranquillo e il sole ancora alto, per la squadra dei
corsari sarebbe stata la migliore occasione per precipitarsi su quella flotta
disorganizzata e montata più da moribondi che da sani; ma con quella tempesta,
sarebbe stata una imperdonabile imprudenza. Unica cosa da farsi era
perseguitarla tenacemente, distruggendo o catturando le retroguardie formate da
legni sottili per lo più.
"Corpo d'un campanile alto come la torre di Babele!" esclamò Testa di
Pietra. "Ci rovinano addosso."
"Chi? Babele?"
"Tu, Piccolo Flocco, hai avuto per maestro un asino."
"Non ne ho mai avuti, camerata. Preferivo andare alla pesca dei granchi e
delle ostriche. Bisognava aiutare la famiglia in qualche modo; e i pani, diceva
mio nonno, non nascono sui banchi della scuola pei futuri marinai."
Testa di Pietra si mise le mani sui fianchi, poi scoppiando in una risata,
disse:
"Ed io preferivo d'andarmene alla pesca delle dorate e dei granchi. Nemmeno
mio padre aveva fatto fortuna sul mare; era molto se si viveva e assai
stentatamente. Tu devi sapere, monello, che nei nostri villaggi la miseria regna
sovrana, perché il pesce non rende abbastanza... Corpo della torre di
Babele!... Ci sorpassano."
"Era un campanile quella torre?"
"Che ne so io?" rispose il mastro. "Mi ricordo che un giorno il
vecchio parroco ci narrò la storia di una grandiosa torre che avrebbe dovuto
toccare il cielo. Dove si trovi poi, và a cercarla tu, perché io non lo so
davvero. Ma ora bastano le chiacchiere, Piccolo Flocco!... A me,
artiglieri!"
Sei uomini si precipitarono sul suo pezzo favorito, armati di scoponi e muniti
di mastelli d'acqua. La squadra inglese, travolta dall'uragano, sfilava in pieno
disordine a meno di due miglia sottovento. L'oscurità era diventata così
profonda in quel momento, che non si potevano scorgere altro che i fanali, i
quali subivano di quando in quando dei balzi spaventevoli. Se le grosse ondate
dell'Atlantico tribolavano la disgraziata squadra fantasma, facevano passare dei
brutti momenti anche alla corvetta ed alle quattro navi americane, le quali,
essendo meno maneggevoli, od avendo equipaggi non completi, faticavano assai a
tenersi un pò unite. L'oceano rumoreggiava sinistramente. Mille ruggiti e mille
fischi uscivano dagli avvallamenti delle pareti, ripercotendosi con intensità
strana, impressionante.
La corvetta e le quattro navi americane lasciarono sfilare le navi inglesi; poi
si misero in caccia, cercando di mantenersi in gruppo; caccia terribile ed
estremamente pericolosa, poiché la squadra di lord Dunmore non contava meno di
venti navi fra grosse e leggiere, ed un incontro era da temersi.
Verso le tre del mattino, alla notte profonda successe un'altra notte di fuoco.
Lampi lividi spaccavano in due il cielo, scatenando mille fragori. Sugli alberi,
sulle sartie, sui pennoni delle navi correvano novamente i fuochi di sant'Elmo,
sbizzarrendosi come folletti. Di quando in quando palle grosse come aranci,
tutte scintillanti, che giravano su se stesse con spaventosa rapidità, calavano
dalle tempestose nubi, e dopo aver descritto delle strane evoluzioni,
scoppiavano come vere bombe, spandendo un acuto odor di zolfo.
Sir William ed il signor Howard, approfittando di tutto quel lampeggiare, erano
saliti sulla coffa della maestra, muniti di fortissimi canocchiali. Essi
cercavano di scoprire la fregata, non essendo ancora ben sicuri che si trovasse
fra le navi di lord Dunmore.
"Il Capitano vuol farsi fulminare da qualcuno di quegli aranci che
Domeneddio si diverte a mandarci..." disse il Bretone.
"Sono bombe?" chiese Piccolo Flocco.
"Quasi; ma sono più pericolose, perché se una ti coglie, ti asfissia sul
colpo."
"Ci mancano le bombe degli Inglesi per completare la festa."
"Hanno troppo da fare contro la bufera per occuparsi ora di noi. Nessun
puntatore, con questo rollio, sarebbe capace di mandare a destinazione una
palla."
"Hai dimenticato il puntatore della fregata del Marchese che ci ha così
bene disalberato?"
La fronte di Testa di Pietra a quel ricordo s'increspò.
"Dove l'Halifax ha scovato quell'artigliere? Se ce lo troveremo ancora
dinanzi, altri malanni recherà alla corvetta."
"Ma noi non resteremo colle mani ai fianchi," disse il giovane
gabbiere. "Pezzi grossi ne abbiamo anche noi, con palle incatenate, ed un
buon puntatore non ci manca."
"Chi è?"
"Tu."
Il Bretone scrollò la testa e disse con un sospiro:
"Invecchio, Piccolo Flocco!"
"Ma che? quelli di Batz sono giovani anche a cent'anni! Scommetto che quel
tuo famoso nonno sparava..."
"Ah, furfante!..." lo interruppe il Bretone, "lascia stare quel
brav'uomo: valeva Jean Bart... Saldi in gambe! Assicurate i pezzi! L'Atlantico
si scatena."
Difatti l'oceano, dopo una breve calma, tornava rabbioso all'assalto delle navi
scagliando delle ondate di dieci e perfino di dodici metri, ondate che di solito
non s'incontrano che al Capo Horn. Giungevano le liquide montagne rumoreggiando,
muggendo, tonando, colle creste irte di schiuma fosforescente, e si abbattevano
senza misericordia sulle due squadre, mettendo a duro cimento l'abilità dei
piloti e dei marinai.
Malgrado le spaventose scorribande, il Baronetto e il signor Howard non avevano
lasciata la coffa di maestra. Volevano scoprire la fregata; cosa non difficile,
poiché, come abbiamo detto, alla notte buia era succeduta una notte di fuoco.
Immensi lampi si proiettavano sulla fuggente squadra, tutta avvolgendola in una
tinta cadaverica. I fulmini si succedevano ai fulmini, le palle elettriche
cadevano, la gran voce del tuono vinceva i ruggiti del mare, ciò nondimeno la
caccia continuava accanita.
La corvetta, senza badare se era seguita dalle quattro navi americane, stringeva
il vento per piombare sul fare del giorno, se lo stato del mare lo avesse
permesso, in mezzo alla squadra di lord Dunmore e pescarvi la fregata, magnifica
e salda veliera, che sormontava le onde come se fosse un guscio di noce, tenendo
fieramente testa ai furori dell'Atlantico.
Già la notte stava per alzarsi, quando la voce del Corsaro, quella voce
metallica, incisiva, scese dalla coffa dominando per un istante i ruggiti del
vento e i fragori delle onde:
"La fregata!"
Testa di Pietra fece un salto, girò due volte su se stesso come una trottola, e
gridò:
"Corpo della torre di Babele! La fregata! Ah, questa volta quel dannato
puntatore avrà da fare i conti con me!"
"Preferirei un abbordaggio," disse Piccolo Flocco. Con questo
mare?"
"Si picchia dentro."
"E si va tutti in bocca ai pescicani. Tu non diventerai mai un
ammiraglio."
"Mio padre non era che un pescatore."
"Anche i pescatori possono diventare comandanti di squadra, quando hanno
sangue freddo e pugno saldo al timone... Ma basta con le chiacchiere. Ai pezzi,
artiglieri! Le onde si spianano ed il vento cede. Bruceremo della buona polvere.
Corpo di tutti i campanili e di tutte le torri della Bretagna! Voglio rendere
alla fregata il colpo che ci ha regalato..."
"Vuoi un paio d'occhiali?"
"Và all'inferno! Sei un vero monello!"
7 - L'abbordaggio
Una raffica impetuosa aveva aperto un grande squarcio fra le nubi addensate
verso oriente, ed un gran fascio di luce biancastra si era proiettata
sull'oceano, mostrando d'un colpo solo tutta la squadra inglese che l'uragano
spingeva verso sud. Le onde cominciavano a spianarsi, pur mantenendosi sempre
abbastanza alte, da non permettere né tiri di bordata, né arrembaggi. Le navi
inglesi fuggivano disperatamente dinanzi all'uragano, cercando un porto
qualunque ove rifugiarsi, ma era difficile trovarlo, poiché gli Americani le
inseguivano dappertutto: nella Carolina, nella Georgia, nella Florida. Avevano
giurato l'esterminio di quella flotta fantasma, che colle sue improvvise
comparse, ora su una costa, ora su un'altra, metteva sottosopra stanziali e
coloni.
Il Corsaro aveva dato subito l'allarme, ordinando: "Tutti gli uomini ai
pezzi! Fate quello che potete." Quindi soggiunse volgendosi al signor
Howard: "Cerchiamo di separare la fregata. Delle altre navi non
m'interesso. A loro penseranno gli Americani."
"Mi occuperò io di questo affare, sir William," rispose il secondo.
"Prima la fregata sarà tagliata fuori."
"Non impegnatevi a fondo in mezzo alla squadra. Temo il puntatore della
fregata, che ci ha disalberati così abilmente. Vorrei sapere dove l'ha scovato
mio fratello!"
"Volete che ve lo dica francamente, sir William?" disse il
luogotenente. "Ho paura anch'io di quel puntatore."
"Ma, anche Testa di Pietra imbrocca bene i suoi tiri. Bà! monteremo
all'abbordaggio e, perdio! il Marchese mi cederà la mia Mary... Al timone,
signor Howard. Sorvegliate attentamente gli uomini del cassero."
"Ne rispondo io."
La corvetta si era messa vigorosamente in caccia, piombando addosso alla
retroguardia inglese, formata tutta di navi leggiere ed antiquate. Di là da
quella barriera, fiancheggiata da una mezza dozzina di navi d'alto bordo assai
sgangherate, navigava la fregata del Marchese.
L'allarme era stato subito dato, ed i cannoni già facevano udire la loro
possente voce, con poco successo bensì, poiché il mare era ancora troppo mosso
e impediva ai puntatori di prendere la mira.
Le navi americane, avvertite con segnalazioni di bandiere dell'audace progetto
del Corsaro, si erano messe animosamente dietro alla Tuonante, per essere pronte
ad aiutarla nel gran momento, ed avevano impegnato un vivace combattimento
contro cinque o sei piccoli avvisi veleggianti sui fianchi della flottiglia. Ma,
come abbiamo detto, era polvere sprecata.
Il pezzo da caccia di Testa di Pietra tonava con intervalli di appena mezzo
minuto, celerità massima per quei tempi; eppure il Bretone arrabbiato, se la
prendeva con tutti i campanili della terra. Sempre le medesime parole uscivano
dalle sue labbra contratte:
"Una vela forata! Una sartia troncata! Uno striscio di murata! Bell'affare!
Ci vuol altro, mio caro testone!... Sei troppo vecchio ormai."
"Ah, te ne accorgi?" disse Piccolo Flocco, che lo aiutava nel
caricamento del pezzo insieme con sei artiglieri.
"Che il diavolo ti porti diritto all'inferno, monellaccio!"
"A suo tempo."
In quel momento sir William salì sul castello di prora per animare colla sua
presenza gli artiglieri. "E dunque, vecchio mio?" disse rivolgendosi
al Bretone. "Non si disalbera?"
"Mare cattivo, mio comandante."
"Non sparare che sulla fregata."
"È quello che sto facendo."
"Le navi americane s'incaricheranno delle altre. Su, Testa di Pietra, un
colpo da fare stupire il puntatore della fregata."
"Se sapessi dove si trova, lo truciderei."
"Sul cassero."
"Lo suppongo anch'io. Piccolo Flocco, siamo pronti?"
"Sì, mastro," rispose il giovane gabbiere.
Il Bretone si chinò sul pezzo tenendo in mano la miccia, rettificò due o tre
volte la mira, poi scatenò l'uragano, approfittando del momento in cui la
Tuonante si librava sulla cresta d'una mostruosa ondata, in modo da dominare
tutta la squadra inglese. La fregata veleggiava a mille e cinquecento passi e
s'industriava di non mettersi troppo allo scoperto, sapendo già il Marchese che
ben poco aveva da sperare dal bastardo.
Quasi avessero indovinato il progetto del Corsaro, i marinai si mantenevano
ostinatamente in mezzo alla squadra, temendo un abbordaggio. Delle palle di
quando in quando cadevano sulla nave maledetta, ma non erano colpi decisivi.
Invano Testa di Pietra aveva fatto tonare a volta a volta i due grossi pezzi da
caccia del castello di prora. Sempre vele forate, qualche manovra recisa,
qualche palla di rimbalzo che strepitava sulla tolda avversaria, impressionando
l'equipaggio, il quale si vedeva fatto segno a quella grandine di colpi.
Il signor Howard, abilissimo marinaio, con una lunga bordata sfondò la
retroguardia della squadra inglese, facendo tonare tutti i pezzi delle batterie.
Nessuna nave ebbe il coraggio di opporsi a quell'audace attacco, anche perché
gli Americani giungevano bene stretti in aiuto della Tuonante, cannoneggiando
senza economia di polveri e di proiettili.
Intanto il Corsaro si era avvicinato a Testa di Pietra:
"Su, vecchio mio, fracassa un'ala a quel maledetto gabbiano, e poi
monteremo all'abbordaggio."
Il Bretone si terse col dorso della mano destra, villosa come quella d'una
scimmia, il sudore che gli inondava la fronte, poi fece un gesto di
disperazione.
"Io sono invecchiato troppo presto, mio comandante!" rispose.
"Passatemi alla riserva."
"Le tue palle cadono sulla fregata. Che cosa vuoi di più, con questo mare
così mosso?"
"Vorrei rasare quella nave come un pontone."
"Quando la distanza sarà diminuita, e tu avrai l'aiuto anche delle
batterie, vedremo come se la caverà mio fratello. Non tirare nel quadro.
Potresti uccidere la fanciulla per la quale ora io giuoco la vita."
Un lampo balenò in quel momento sul cassero della fregata, e una palla di buon
calibro passò, fischiando sinistramente, fra la maestra e la mezzana, forando
le due vele basse.
Testa di Pietra era diventato pallido come un morto.
"Ah!" esclamò. "Ecco il terribile puntatore che entra in scena.
Per tutti i campanili dell'universo! credo che la finirà male, anche questa
volta, per noi."
"Che borbotti, vecchio?" gli chiese il Corsaro. "Lascia in pace i
campanili e cerca di fracassare qualche cosa."
Testa di Pietra diede fuoco al suo pezzo e mandò un grido di soddisfazione. Il
pennone di gabbia di maestra della fregata era stato spaccato di netto e i
rottami, precipitando sulla tolda, avevano ucciso o storpiato non pochi
fucilieri che si tenevano dietro alle murate.
"Corpo d'un campanile!" esclamò il Bretone. "Mi avvicino
all'alberatura... Ah, potessi imbroccare quel puntatore!... È diventato il mio
incubo."
La fregata, che era in piena corsa, mancandole improvvisamente l'aiuto di quella
vela, fece un grande scarto, di cui il signor Howard approfittò per lanciare la
corvetta all'attacco. Le navi americane l'appoggiarono vigorosamente,
disorganizzando la retroguardia inglese che presero d'infilata.
La voce squillante di sir William echeggiò come sempre:
"Pronti per l'abbordaggio!"
Cinquanta uomini, armati d'asce e di sciaboloni d'arrembaggio e di pistoloni a
doppia canna, montarono sulla coperta, preparando rapidamente i grappini. Ormai
la fregata del Marchese non poteva più sfuggire ad un furioso attacco. Ma
confidando forse nella sua velocità e nel suo famoso puntatore, si era
allargata, abbandonando la squadra di lord Dunmore al suo destino.
Il Bretone sparava senza posa, passando da un cannone all'altro, alternando
palle incatenate e mitraglia.
Alle 11 la Tuonante non si trovava che a trecento passi dalla nave avversaria.
Il momento terribile si avvicinava. Difatti il signor Howard con una bordata
netta tagliò fuori l'avversaria, e si precipitò all'attacco.
Le navi inglesi, cannoneggiate dalle americane, avevano continuata la loro
corsa, non osando impegnarsi a fondo con quei corsari che godevano fama di
essere più che valorosi.
"Sotto, signor Howard!" gridò il Baronetto.
La corvetta attraversò due onde, rullando spaventosamente. Il suo bompresso
andò a cacciarsi fra le griselle di babordo del trinchetto, sfondandole e
strappando sartie e paterazzi, mentre un alto grido echeggiava a bordo:
"Sotto! All'abbordaggio!"
Tutti gli uomini delle batterie salirono in coperta.
"A morte gl'Inglesi!" strepitavano.
I grappini d'arrembaggio furono lanciati; ma le ondate erano così forti, da far
dubitare che i cavi potessero resistere.
"Su, Piccolo Flocco!" gridò il Bretone, dopo aver lanciato sul ponte
della fregata un uragano di mitraglia. "All'arma bianca, corpo d'un
campanile!"
E lesto ancora come uno scoiattolo, malgrado le molte primavere che gli pesavano
sul groppone, saltò le due murate, seguito dal giovane gabbiere e dall'Assiano,
il quale, come abbiamo detto, aveva un fratello a bordo della fregata.
Proprio in quel momento un'ondata gigantesca si rovesciò addosso alle due navi,
staccandole e respingendole violentemente. Le funi dei grappini saltarono via,
come se fossero stati semplici fili di canapa. Quasi nel medesimo istante si
udì una fragorosa detonazione, ed una grande nuvola di fumo avvolse il cassero
della fregata.
Il terribile puntatore del marchese d'Halifax aveva sparato il suo colpo, e,
come la prima volta, aveva mandato, con mirabile precisione, due palle
incatenate sotto la coffa della maestra abbattendo il grande albero.
L'abbordaggio per il momento era sospeso, ma nemmeno la fregata osava assalire,
poichè le quattro navi americane accorrevano cannoneggiando fortemente.
Testa di Pietra, Piccolo Flocco e l'Assiano, saltati sul castello di prora della
nave avversaria, erano rimasti come pietrificati da quell'inaspettato colpo di
scena. E gl'Inglesi, stupiti da tanta audacia, non avevano pensato subito ad
assalirli.
"Bella figura che facciamo qui!" disse il Bretone, lanciando uno
sguardo malinconico sulla Tuonante, la quale andava attraverso le onde coll'albero
non ancora interamente reciso.
"Pare che siamo presi; è vero, mastro?" chiese il giovane gabbiere.
"Non tentiamo la lotta?"
"Tre contro duecento e forse più!... Sei pazzo?"
In quella, una guardia marina, seguita da dieci fucilieri armati, si avventò
contro loro, gridando:
"Arrendetevi, o siete morti!"
"Non occorre urlare così forte, signore!" disse Testa di Pietra.
"Le nostre orecchie funzionano benissimo."
Arrendetevi!" replicò il giovane ufficiale, minacciandoli con le pistole.
"A voi le nostre armi."
Da dove venite?"
"Dal cielo non siamo certamente caduti," rispose Testa di Pietra.
"Non siamo albatros."
"Siete soldati della corvetta?"
"Sì, signore."
"Credo che non la rivedrete."
"Vicende della guerra, signor mio. Mi preme per altro farvi osservare che
quest'uomo non è un corsaro, ma un soldato assiano, che si trovava prigioniero
sul nostro legno."
"È vero?" domandò l'ufficiale a Hulbrik.
"Sì, signore; io essere tedesco ed aver combattuto a Boston con lord Howe.
Io afere qui un fratello."
"Su questa nave?"
"Sì, mio ufficiale."
"Come si chiama?"
"Wolf Honfurg."
"Lo conosco." E voltosi a un fuciliere, gli disse: "Andate a
chiamare l'assiano Wolf. Lo troverete nel quadro: è il cane di guardia di miss
Wentwort."
Mezzo minuto dopo un giovanottone grasso, rubicondo, biondo cogli occhi azzurri,
il quale indossava la divisa dei fucilieri da sbarco, montava sul castello di
prora della fregata. Appena vide i tre prigionieri non seppe frenare un gesto di
stupore, perché aveva pure riconosciuto i due Bretoni. a "È vero, Wolf,
che quest'uomo è tuo fratello?" gli chiese il giovane ufficiale.
"Mio buon fratello," rispose l'Assiano, aprendo le braccia.
"E gli altri li conosci?"
Un rapido gesto di Hulbrik gli mozzò la parola; quindi scosse la testa, si
accarezzò i baffettini biondi, e rispose:
"Io non avere mai veduto quella gente."
"E questo tuo fratello come si trovava su quella nave?"
"Io non saperlo."
"Lo dirò al signor Marchese."
Poi volgendosi verso i due Bretoni, i quali avevano gettate le armi, disse loro
con voce dura:
"Voi seguiteci."
"Dove?" chiese Testa di Pietra. "Io passerei volentieri in
cucina, perché oggi non ho avuto tempo di pranzare. I miei pezzi mi volevano
tutto per sé."
"Ah, in cucina? Anzi, vi faremo passare nella cabina del comandante, signor
mio... Come vi chiamate?"
"Testa di Pietra, mastro d'equipaggio della Tuonante, nato in Bretagna...
non mi ricordo quanti anni fa; ma questo a voi deve poco interessare."
"Punto, signor Testa dura," rispose l'ufficiale ridendo.
"No, signor mio: Testa di Pietra, vi ho detto."
"Corsaro del baronetto Mac-Lellan."
"Ai servigi della Repubblica Americana."
"Una repubblica che non esiste ancora sulla carta geografica."
"Un giorno avrà i suoi colori e i suoi confini."
"Ne siete persuaso?"
"Gli Americani ve ne daranno ancora delle legnate."
"Nell'attesa che ce le diano e che voi possiate preparare degli
straordinari piani di guerra, mando voi ed il vostro giovane compagno a meditare
in una cella della sentina. Dicono che l'oscurità si presta ai grandi
raccoglimenti."
"Non siete troppo gentile!" disse il Bretone piccato. "Siamo
prigionieri di guerra."
"Corsari."
"Tutti sono corsari oggi, cominciando da voi."
La guardiamarina fece un segno ai fucilieri, i quali si strinsero subito addosso
ai due Bretoni minacciandoli colle punte delle baionette mentre Hulbrik e Wolf,
rimasti sul castello di prora, discorrevano animatamente.
"Come ti trovi qui?" aveva chiesto il secondo, il quale pareva non si
fosse ancora rimesso dallo stupore. "E come ti trovi con quegli
uomini?..."
"Che noi, fratello, salveremo, dovessi sfidare la forca!"
"Sei pazzo, Hulbrik?"
"Devo loro la mia vita... Ma dimmi prima di tutto, fratello, se la giovane
miss dai capelli biondi e gli occhi azzurri è sempre a bordo."
"Sempre, strettamente sorvegliata da me."
"Allora tutto andrà bene," esclamò Hulbrik.
"Che cosa vorresti fare, fratello?"
"Fare scappare i prigionieri ed anche la miss."
"E la nostra pelle?"
"Gl'Inglesi non ce l'hanno ancora presa, e spero che non ce la
prenderanno."
"Non ha dunque rinunciato a lei il baronetto Mac-Lellan?"
"Tutt'altro! È più innamorato che mai, e deciso a tutto, pur di
riaverla."
"L'affare che mi proponi è molto serio," disse Wolf.
"Forse meno di quanto credi. Una scialuppa, una notte oscura, una discesa
in mare senza fracassi, quattro colpi di remo, ed ecco la libertà per tutti.
Che ne dici, caro fratello?"
"Brutto affare!"
"Hai sempre entrata libera nel quadro?"
"A qualunque ora del giorno e della notte, poiché, come ti ho detto, son
io incaricato di sorvegliare la miss."
"Andrai dunque a dirle che vi sono a bordo il mastro ed il gabbiere del
Baronetto. Chi sa che qualche buona idea non spunti anche nella sua testa?"
"Come vuoi, fratello," rispose Wolf.
La fregata intanto aveva ripresa la fuga, perseguitata da lontano dai pezzi da
caccia prodieri delle navi americane ed anche della corvetta la quale era
riuscita a sbarazzarsi della sua ala ferita che il terribile puntatore del
Marchese le aveva nuovamente mozzata. Le navi di lord Dunmore non erano quasi
più visibili. Erano fuggite senza accettare il combattimento, perché avevano
gli equipaggi terribilmente ridotti a scarsissime munizioni, non avendo potuto
rifornirsi in alcun porto.
Verso il tramonto anche la corvetta ed i quattro legni americani erano scomparsi
nella foschia dell'orizzonte. E la fregata correva, correva, allontanando sempre
più dal disgraziato Baronetto la giovane dai capelli biondi e dagli occhi
azzurri. Oh, ma vi era Testa di Pietra a bordo! Anche se sorvegliato, quell'uomo
straordinario era ancora capace di dar del filo da torcere al marchese d'Halifax.
8 - La fuga dei Bretoni
"Corpo d'un campanile!
"Corpo di tutti i rospi del mondo!"
"Perché tiri in ballo i rospi, Piccolo Flocco?"
"Non ti sembra di essere in una palude? Per ora le rane tacciono, ma forse
le udremo cantare stasera."
"E le mangeremo. Quei signori Inglesi sanno che abbiamo fame, ma pare si
siano dimenticati di noi. Bisogna fracassare qualche cosa."
"Com'è possibile con questi ferri?"
"Cercheremo di torcerli, e poi andremo a cercare la bionda miss."
"Bisognerebbe che qualcuno ci aiutasse."
"Hai dimenticato i due Assiani?"
"Uhm! Mi fido poco di quei Tedeschi."
"Hai torto: sono bravi ragazzoni."
"Sicché tu speri di vedere Hulbrik?"
"Ed anche suo fratello."
"Uhm!"
"Ehi, gabbiere del malanno, l'hai finita? Sono sempre il mastro della
Tuonante, corpo di tutti i campanili! mentre tu non sei che un marinaio di
seconda classe."
"Bretone..."
"Non so chi mi trattenga dal darti uno scapaccione!"
"Provati."
"Se non avessi i ferri, l'avresti già ricevuto."
Purtroppo il povero mastro non poteva far nulla! Gl'Inglesi avevano cacciato i
due prigionieri in un'oscura cella situata presso la sentina, larga appena un
metro e lunga due, priva di luce e d'aria. Un odore nauseante saliva dallo scolo
delle acque, già corrotte, mozzando il respiro.
Testa di Pietra si provò a torcere i ferri che gli stringevano i polsi, ma
esclamò ridendo: "Corbezzoli! È vero acciaio inglese. Rimetterò lo
scappellotto a miglior occasione."
"Dì: che faranno di noi questi miscredenti?"
"C'impiccheranno."
"Lo dici sul serio, o vuoi solamente spaventarmi?"
"Mio caro, io non sono il marchese d'Halifax."
"E la Tuonante?"
"Ancora l'ala fracassata!" esclamò Testa di Pietra sospirando.
"Un vero maledetto destino grava su quella povera nave. Sempre la maestra
colpita! Perché non un pennone, o il bompresso, o un pezzo di trinchetto?"
"Vi sono le navi americane."
"Lo so, e la proteggeranno efficacemente. Ma non proteggeranno noi, mio
caro monello. Sono troppo pesanti per dar la caccia a questa fregata, la quale
è la miglior veliera che lord Howe abbia condotto a Boston."
Aveva appena pronunciate quelle parole, che il grosso chiavistello stridette e
la porta ferrata si aprì per dare il passo a due uomini muniti di lanterne.
"Ah!... Compare pirra pirra!" esclamò allegramente il vecchio
Bretone. "Siete venuto per impiccarci?"
"Io picare buoni amici? Oh, mai!" rispose Hulbrik. "Io ricordare
sempre salsicciotti, pirra, sterline e soprattutto ricordare che fi defo la
vita."
"Non a me: al carnefice di Boston, mastro Hulbrik."
"Se sono ancora vivo e ho potuto rivedere mio fratello Wolf, io dofere
tutto a foi."
"Ah, c'è anche vostro fratello qui? Che cosa volete? Si direbbe che state
cospirando." E rivolto a Piccolo Flocco, soggiunse: "Guarda le loro
facce."
"Non mi sembrano allegre," rispose il gabbiere.
"Miei amici, ascoltare vostro amico Hulbrik. Prima prendere questo manciare.
Se Inglesi essere scordati di foi, io e mio fratello fegliare sempre su foi."
"Taglia quell'effe, mastro Hulbrik," disse Testa di Pietra. "Mi
urta terribilmente i nervi. Foi, foi..."
L'Assiano sorrise, e dalle ampie tasche trasse dei biscotti e due pezzi di
carne, fredda e salata, si capisce bene, ché i viveri freschi erano stati
consumati da lungo tempo sulle navi inglesi.
"L'ho sempre detto io," disse il Bretone, "che tu, per quanto
tedesco, dovevi essere un gran bravo ragazzo. Dà qui; è da ieri sera che non
entra nulla nei nostri stomachi."
"Ed io afere portato anche queste," disse Wolf, tirando fuori due
mezze bottiglie già sturate.
"Per tutti i campanili!... Che lusso! Scommetto che nemmeno alla tavola del
marchese d'Halifax c'è tanta abbondanza... Ma come possiamo mangiare coi
ferri?"
Wolf depose la lanterna, prese una grossa chiave inglese, ed i due prigionieri
in un baleno si trovarono sciolti.
"Non c'è pericolo d'esser sorpresi?" chiese il Bretone.
"Io essere fostro carceriere," disse Wolf.
"Un carceriere molto amabile."
"Che si dimostrerà fero amico, se folete ascoltarmi."
"Dite pure, finché noi sgretoliamo questi biscotti e mandiamo giù questa
carnaccia marcita," disse Testa di Pietra, il quale già lavorava
energicamente di mascelle. "Ma lascia gli effe, per carità."
"Mi proverò... Dunque mi manda la signora, la miss del Marchese."
"Sa ella che siamo qui?"
"L'ho informata io di tutto," rispose Wolf.
"E così?"
Non vi resta che la fuga; e la miss vi accompagnerà. Ne ha abbastanza dei
maltrattamenti del Marchese, ed è decisa a perire in mare, piuttosto che
rimaner qui ancora."
"Fuggire con una donna!... Sarà difficile, amico Wolf."
"Gl'Inglesi son sempre ubriachi e non si accorgeranno di nulla. Io
m'incarico di tutto, e mio fratello vi accompagnerà."
"E non pensate che correte il rischio di provare le strette ruvide d'un
buon laccio appeso a qualche pennone molto alto?"
I due Assiani si guardarono, poi Wolf disse sospirando:
"Noi abbiamo lasciato il nostro paese senza speranza di ritorno. La guerra
è la guerra."
"Ecco un uomo che vale un Bretone!" disse Testa di Pietra, e dette ai
due Tedeschi una poderosa stretta di mano.
"A quando la fuga?" chiese poi.
"Dopo il cambiamento del quarto di guardia della mezzanotte," rispose
Wolf.
"E ci sarà la scialuppa?
"Con armi e viveri," rispose l'Assiano. "Affidatevi a noi."
"Benissimo. Avete due o tre cariche di tabacco?"
"Un pacco appena aperto."
"Corpo di tutti i campanili!" esclamò Testa di Pietra. "Nemmeno
in Bretagna si trovano dei giovanotti così bravi. Compare Wolf, date qui: la
mia pipa aspetta."
"A voi, signore."
"Che ne dici, Piccolo Flocco?"
"Che i Bretoni sono sempre sotto buona stella."
"Pare anche a me," rispose candidamente il mastro, caricando la pipa
storica.
Tracannò un lungo sorso d'un vinaccio abbastanza acido, poi si avvolse in una
nube di fumo.
I due Tedeschi si fermarono lì qualche minuto ancora, poi se n'andarono,
promettendo di tornare dopo la mezzanotte.
"Questo si chiama aver fortuna, Piccolo Flocco!" disse Testa di
Pietra. "Ma temo che la miss ci dia dei fastidi."
"Quale sorpresa per il Corsaro, quando gliela condurremo!..."
"Adagio, amico: non abbiamo ancora lasciata la fregata, né raggiunta la
corvetta. È tutto da fare dunque. Mille cose possono succedere e metterci
subito fuori di combattimento."
"Tu non sei più l'audace marinaio d'un tempo!"
"A me dici queste cose? Bada che ora non ho più i ferri alle mani né ai
piedi, e un buon calcio è presto dato."
"Al tuo piccolo Bretone?"
"Sicuro, perché tu abusi troppo dell'amicizia che ti ho accordata,
sacripante! Perché tu dimentichi troppo sovente che io sono un ufficiale."
"Me lo ricorderò, Testa di Pietra, te lo prometto," rispose Piccolo
Flocco in tono canzonatorio.
"Furfante! Tu ti burli di me!"
"Se gridi così, ti udranno anche dal ponte, e verranno a rimetterci i
ferri. Quando ti arrabbi, muggisci come un elefante marino o un tricheco."
"Hai ragione," rispose il mastro sorridendo. "Qualche volta, ma
solo qualche volta, vè, commetto delle imprudenze."
Vuotò la pipa, la ricaricò, bevette un altro sorso di quel vinaccio, che
avrebbe fatto ottima figura in una insalata, e si cacciò in un angolo della
cella fumando e borbottando. E Piccolo Flocco, dal canto suo, si rannicchiò su
se stesso, mancando il posto, e chiuse gli occhi per prendere, se lo poteva,
qualche ora di sonno.
L'Atlantico doveva essersi un pò rabbonito, poiché la fregata non si sbandava
più impetuosamente sui suoi bordi. Rollava bensì sempre abbastanza forte, e
qualche volta dava un colpo di testa contro le onde, provocando un beccheggio
poco piacevole.
Dove andava? Aveva raggiunte le navi di lord Dunmore, o cercava di salvarsi per
suo conto? Ecco quello che avrebbe voluto sapere Testa di Pietra.
I due Assiani non si erano più fatti vedere. Non volevano farsi sorprendere in
pieno giorno a confabulare con quei due prigionieri giudicati pericolosissimi.
Già anche Testa di Pietra, invitato dal rollio e dal monotono scricchiolio dei
puntali, aveva lasciato spegnere la pipa ed aveva chiusi gli occhi, quando la
porta si apri impetuosamente e Wolf comparve un pò smarrito.
"Presto, rimettetevi i ferri," disse, levandosi dalla tasca la chiave
inglese.
"Passa la ronda?" chiese Testa di Pietra allungando una pedata a
Piccolo Flocco, il quale continuava a russare.
"Il Marchese vi vuole interrogare."
"Su, Piccolo Flocco, andiamo a sentire che cos'ha da dirci quel birbante di
tre cotte."
Wolf mise loro i ferri alle mani, poi disse:
"Seguitemi: il Marchese non ama aspettare."
"Quel prepotente!" brontolò Testa di Pietra.
L'Assiano, per darsi l'aria d'un vero carceriere, aveva snudata la sua spadaccia
e armata una pistola a due colpi.
I due prigionieri salirono una interminabile scala, attraversarono due batterie
e giunsero finalmente in coperta.
La fregata, riparate le sue avarie, si era rimessa al vento colla prora verso
sud, sperando forse di raggiungere ancora la squadra fantasma. Il tempo era
sempre minaccioso, ma le onde si erano assai spianate.
Testa di Pietra, appena in coperta, aveva subito volti gli occhi verso il
settentrione, credendo di scorgere in lontananza le navi americane, se non la
corvetta, troppo ammalata per poter riprendere così presto la corsa.
"Corpo d'un elefante marino!" esclamò. "Sono scomparsi tutti!
Dove andremo a cercarli noi?"
Sei fucilieri presero in mezzo i due prigionieri, e li spinsero ruvidamente
verso il cassero, sul quale passeggiava impettito e superbo il fratello maggiore
del Corsaro. Questi, vedendoli giungere, si sedette su un pezzo da caccia, e
dopo averli osservati attentamente per qualche minuto, disse:
"Non avrei mai creduto d'incontrare qui il famoso mastro dell'illustrissimo
signor Barone Mac-Lellan. Non siete voi il terribile Bretone?"
Quelle parole furono pronunciate in tono così ironico, da far subito saltare la
mosca al naso al poco paziente mastro, il quale rispose con dispetto:
"Sì, milord, sono proprio io! Non sono bello, è vero, ma nemmeno brutto
come un urang-utang."
"Ohé, mastro, non scherzate!" disse il Marchese, corrugando la
fronte. "Chi vi ha abituato così male?"
"Vostro fratello."
Il Marchese balzò in piedi col volto livido.
"Quale fratello?" gridò. "Io non ne ho. Non vi è che un Halifax
in tutta l'Inghilterra e in tutta l'America."
"Il baronetto Mac-Lellan non sarebbe per caso un vostro parente più o meno
lontano?"
"Non occupatevi dei segreti della mia famiglia."
"Un segreto che tutta la marina europea e americana ormai da tempo conosce,
milord."
"E che cosa si dice di me?"
Testa di Pietra si passò un paio di volte una mano sul viso, poi con aria
ingenua disse:
"Io non so nulla, perché sono un pò duro d'orecchi..."
"Quando lo volete voi!" disse il Marchese ironico.
"No, quando il tempo si guasta, milord."
"Dove diavolo vi ha pescato quel tal signor Mac-Lellan, meglio conosciuto
sotto il nome di Bastardo?"
"In Bretagna, signore, in una terra che è ricca di pietre, di teste dure e
di marinai che non hanno mai avuto paura."
"Infatti lo vedo!" rispose il Marchese. "Siete mio prigioniero,
siete corsaro, quindi potrei farvi subito impiccare, senza nemmeno sentire il
Consiglio di guerra, e tuttavia scherzate!"
"Abbiamo la buona abitudine di non guastarci il sangue per dei
nonnulla."
"Neanche per un buon laccio al collo?"
Testa di Pietra alzò leggermente le spalle e rispose:
"Morire impiccato o spaccato in due da una granata mi pare lo stesso. Alla
guerra non si va col proposito di riportare in patria la pelle intatta."
Il Marchese lo guardò con ammirazione.
"Siete il mastro cannoniere della Tuonante, è vero?"
"Sì, milord."
"Volete passare ai miei servigi col vostro compagno?"
"Io?... Noi?..."
"Buona paga e buon trattamento."
"E se rifiutassi?"
"Domani vi farei impiccare al contrappappafico di maestra."
"È troppo alto, milord," rispose il Bretone. "Se la corda si
rompe, mi fracasso le gambe e qualche altra cosa."
"E allora?"
"Che mi offrite, milord?"
"La paga di luogotenente di vascello."
"Non c'è malaccio!" rispose il Bretone. "So che la marina
inglese paga bene i suoi ufficiali."
"Accettate?"
Testa di Pietra pensò un momento, poi rispose:
"Sono vostro, corpo ed anima. In fin dei conti rimango sempre ai servigi
della stessa famiglia."
"Non parlatemi più del signor Mac-Lellan!" disse il Marchese con voce
irata.
"Come volete, milord."
Il Marchese fece un cenno a Wolf, ed i ferri furono subito levati ai due
prigionieri.
"Ora," disse il comandante, "potete passare in cucina. Ma tenete
bene a mente che vi sono molti pennoni sulla mia fregata e che le corde non
mancano. Non ho altro da dirvi. Potete andare."
I due Bretoni fecero un goffo inchino, lasciando cadere a terra rumorosamente i
ferri, e guidati dall'Assiano e da suo fratello, si diressero verso il centro
della nave dove, fra l'albero di mezzana e quello di maestra, si trovavano le
cucine.
Un negro, più nero d'un pezzo di carbone, stava sulla porta mescolando e
rimescolando, entro una grossa casseruola, un intingolo che sprigionava un
acutissimo odore di droghe.
"Che profumo!" esclamò Testa di Pietra. E subito tolse bruscamente la
casseruola dalle mani del cuciniere, dicendo con tono imperioso: "Dà qui,
balla di carbone!"
Il cuciniere lo guardò di traverso coi suoi grandi occhi di porcellana, e
gridò:
"Lascia stare: è per il padrone."
"Il Marchese stasera non ha fame. Bada che quando le mie mani afferrano,
non lasciano più."
Il negro mandò un mugolio da bestia feroce e fece l'atto di slanciarsi sul
Bretone, ma questi fu lesto ad alzare la casseruola, che ormai teneva ben salda
in pugno, gridando:
"Se fai un passo, canaglia! t'inondo con questa broda. Ti dico che il
Marchese ha ceduto a noi la sua cena, e mi pare che basti, corpo d'una
balena!... Ehi, là! non guardarmi così, perché se mi secchi, con una pedata
ti mando ad arrostire sui fornelli. Come sono diventati insolenti questi
selvaggi che le foreste africane ci han regalati! Che ne dici, Piccolo Flocco?"
"Dico che dovresti tagliare quel pezzo di carne e far meno
chiacchiere."
Testa di Pietra vuotò la casseruola in un piatto ampio e profondo e,
impadronitosi d'un coltellaccio, si mise a partire la carne, lanciando di quando
in quando sul negro uno sguardo minaccioso.
"Ehi, cuciniere!" gridò, "che robaccia è questa? La carne è
piena di vermi."
"Non ve n'è di migliore a bordo, massa," rispose il negro, il quale
si era deciso di tornare ai suoi fornelli a far fondere in un pentolone una
dozzina di candele di sego, con le quali preparava la zuppa per il giorno
seguente.
"Che miseria regna qui! E il signor Marchese si degnava di mandar giù
questa carne putrida? Noi, sì, ce la faremo andare, perché noi abbiamo
stomachi da marinai! "
I due Bretoni si sedettero ad un piccolo tavolino di ferro e si misero a
divorare, pescando di quando in quando in una grossa cesta piena di biscotti
bacati.
"Mastro Sam," disse Testa di Pietra quando ebbe finito, "si ha
forse la pessima abitudine a bordo di questa fregata di mangiare senza
bere?"
"Non mi chiamo mastro Sam," rispose il negro, sempre piccato. "Mi
chiamo Jacob."
"Ebbene, mastro Jacob, favorite portarci anche il vino che dovevate servire
questa sera al comandante."
Il negro mandò due o tre grugniti, ma vedendo il Bretone impugnare
minacciosamente la casseruola ormai vuota, pur sempre pesante abbastanza, si
affrettò a deporre dinanzi a loro due mezze bottiglie già sturate e due tazze.
"Ma questo è il vascello dei porci!" esclamò l'eterno chiacchierone.
"Carne piena di vermi, biscotti bacati ed aceto invece di vino. Andate al
diavolo! Si stava meglio sulla nostra corvetta: è vero, Piccolo Flocco?"
"Cento volte meglio!" rispose il giovane gabbiere.
I due Bretoni avevano bensì degli stomachi da sfidare gli struzzi, e così quel
vinaccio, appena buono per condir l'insalata, andò ad innaffiare la cena. Testa
di Pietra trasse allora un gran sospiro di soddisfazione, si passò più volte
le mani sul ventre, come se volesse affrettare la digestione, poi caricò la
pipa, l'accese al fornello ed uscì con Piccolo Flocco, dicendo con voce
ironica:
"Buona sera, mastro Sam."
"Jacob, vi ho detto!" rispose rabbiosamente il cuciniere.
"O Sam o Jacob, il diavolo, gran protettore e prossimo parente dei negri,
ti porti presto all'inferno."
La notte era calata da un paio d'ore, una notte assai buia e nebbiosa. Pareva
che un altro uragano si preparasse ad assalire e finire gli avanzi miserandi
della squadra fantasma.
"Fa per noi," disse il Bretone. "Il mare non è tanto cattivo, ed
una scialuppa non si scorge facilmente.
In quel momento un uomo gli tagliò il passo: era Wolf.
"La piccola baleniera armata è già in acqua e segue la fregata a dieci
passi. Ho domandato al comandante il permesso di pescare, e siccome vi è gran
penuria di viveri a bordo, e mi sa abilissimo, me l'ha accordato."
"E vostro fratello?"
"Sta già pescando i calamai."
"E la miss?
"Quando sarà giunto il momento, si calerà dal sabordo della sua cabina
con una scala di canapa che io le ho data. Vi avverto che dovrete atterrare il
timoniere perché non dia l'allarme."
"Un pugno sulla zucca, e... crac! Lasciate fare a me."
Ora andate a mettervi presso la ribolla del timone, e quando udrete il grido:
'un uomo in mare!' scendete subito nella scialuppa approfittando della
confusione."
"Chi si getterà?"
"Non pensate a ciò: qualcuno farà un salto nell'acqua."
"Voi?"
"Può darsi," rispose l'Assiano, allontanandosi.
I due Bretoni attraversarono parte della tolda, salirono sul cassero e si
appoggiarono alla murata poppiera, a quattro passi dal timoniere.
9 - Una notte d'angoscia
Quantunque l'oscurità fosse, come abbiamo detto, profondissima, essendosi
alzata anche la nebbia, compagna fedele della grande corrente del Golfo,
scorsero subito una scialuppa, la quale seguiva esattamente la scia biancastra
della fregata. Una fune lunga dodici o quindici braccia, bene assicurata alla
boma della randa della mezzana, la tratteneva alla murata poppiera. Dentro
l'imbarcazione un'ombra umana si agitava, gettando nell'acqua, di quando in
quando, qualche cosa: delle lenze o delle reti.
"È Hulbrik!" disse Testa di Pietra a Piccolo Flocco.
"Che cosa pesca? le meduse o le nottiluche?"
"Credo non lo sappia nemmeno lui. Del resto, non vi sono al mondo che due
popoli veramente pescatori: l'olandese e il bretone."
"Và tu dunque ad aiutarlo."
"Ho da preparare i pugni per l'amico!"
"Mi sembra robusto quel timoniere."
"Ma non resisterà al mio colpo di bordata secca. Che ora abbiamo?"
"La mezzanotte non deve esser lontana."
"Ti batte il cuore?"
"Niente affatto: sono tranquillissimo."
In quel momento si udì una voce gridare nelle batterie:
"Diana! Cambia il quarto!"
I trenta o quaranta uomini che si trovavano dispersi per la tolda,
s'affrettarono a scomparire, mentre dalla camera comune di prora usciva la
guardia franca.
"Attento, Piccolo Flocco!" disse Testa di Pietra. "Ritira subito
la corda e fà accostare la scialuppa al Babordo della cabina della miss. Bada
che se ti confondi, ti prendo per le gambe, e ti butto giù a capofitto. E
allora sarò io che griderò: 'un uomo in mare!'
"Io nuoto come un pesce e non ho paura nemmeno degli squali. Invece ho
paura dei gronghi, perché..."
"Taci chiacchierone."
"A me chiacchierone? Sei tu che non stai zitto nemmeno cinque minuti."
"Ora non parlo più finché non odo il grido di Wolf. Quando un uomo cade
in mare, e soprattutto di notte, l'equipaggio s'impressiona e sovente perde la
testa."
La guardia franca si era dispersa per la tolda, la maggior parte a prora,
essendo la notte nebbiosa, e quindi una collisione con qualche nave ritardataria
di lord Dunmore non era improbabile. Gli altri, dopo aver sorseggiata una
pessima tazza di caffè con fondi bolliti e seccati sette volte, si erano
sdraiati fra l'albero di maestra e quello di trinchetto. Anche l'ufficiale di
quarto passeggiava sul castello, aguzzando gli sguardi fra il nebbione, che
diventava di momento in momento più fitto, come per favorire la fuga dei due
bravi Bretoni.
In lontananza balenava, ed il tuono brontolava propagandosi fra le nere masse di
vapore che il vento di levante cacciava novamente verso la costa americana. Di
quando in quando una grossa ondata prendeva di traverso la fregata e la
sollevava violentemente con mille scricchiolii.
"Ecco quello che m'inquieta!" brontolò Testa di Pietra.
"L'imbarco della miss può diventare molto più difficile... Bà!
Vedremo!"
Com'ebbe finito di fumare, fece roteare le braccia per meglio sciogliere i
muscoli; quindi si avvicinò al timoniere, il quale, forse mezzo ubriaco, forse
molto stanco, pareva sonnecchiasse sulla ribolla.
D'improvviso un grido coprì il fragore delle onde ed i brontolii della
tempesta:
"Un uomo in mare!"
Nessun marinaio resta impassibile ad un simile avviso, che può annunciare la
morte d'un camerata.
La voce dell'ufficiale di quarto echeggiò subito:
"Calate una scialuppa! In panna la fregata!"
Quindici o venti uomini si lanciarono a eseguire l'ordine.
Testa di Pietra aveva fatto un salto innanzi, precipitandosi sul timoniere
semiaddormentato. Il suo pugno, grosso e duro come una mazza da fucina, piombò
con sordo rumore sul cranio del disgraziato, il quale cadde di colpo dietro
l'abitacolo senza mandare un grido.
Piccolo Flocco, approfittando della confusione che regnava a bordo, aveva
ritirata rapidamente la fune che tratteneva la scialuppa; e Hulbrik da parte sua
accostava coi remi. Quando se la videro sotto, i due Bretoni varcarono la murata
poppiera, s'aggrapparono alla fune ed in un lampo raggiunsero l'Assiano.
"E la miss?" chiese Testa di Pietra, guardando verso i sabordi che si
spalancavano sopra il timone.
In quello stesso momento udirono il Marchese bestemmiare.
"Corpo d'un campanile!" esclamò il mastro. "La miss è stata
sorpresa mentre si disponeva a fuggire. L'affare è perduto! Ai remi! ai
remi!"
"C'è una vela," disse Piccolo Flocco.
"Issala subito, mentre io e Hulbrik prendiamo il largo. Corpo d'una balena!
Se gl'Inglesi ci scorgono, ci mitragliano."
La fregata si era messa in panna ad una buona gomena di distanza, per attendere
la scialuppa che era stata calata per raccogliere l'uomo caduto in mare.
Fortunatamente, come abbiamo detto, la notte era nebbiosa ed oscurissima, quindi
i fuggiaschi potevano sperare di prendere il largo senza essere, almeno per il
momento, molestati.
Piccolo Flocco in un batter d'occhio aveva issato un alberetto e spiegata una
piccola randa.
"Al timone!" gli disse Testa di Pietra.
"La rotta?"
"Non lo so: scappiamo, ecco tutto!"
Un vento fresco, che pareva provenisse da levante, soffiava, scaraventando di
quando in quando qualche raffica piuttosto impetuosa. Così la baleniera s'alzò
subito sulle onde che s'incalzavano, e scomparve presto fra il nebbione.
Ma a bordo della fregata dovevano essersi accorti della fuga dei Bretoni,
poiché si udirono per parecchi minuti dei colpi di fucile, sparati a casaccio
in tutte le direzioni, e poi anche una cannonata.
"Troppo tardi!" disse Testa di Pietra.
Infatti la fregata era ormai scomparsa, e la baleniera filava rapidissima
allontanandosi sempre più.
"Abbiamo salvata la pelle, ma non la miss!" disse Piccolo Flocco, il
quale teneva la barra. "Che il Marchese l'abbia sorpresa nel momento in cui
si preparava a gettare la scala?"
"Lo suppongo."
"E quel povero Wolf?"
"Non è un minchione, e saprà trarsi d'impaccio. Che cosa dici tu, mastro
pirra pirra?
"Io non essere inquieto," rispose il Tedesco, "Wolf è ben feduto
dal Marchese."
"Ehi, amico, hai imbarcato delle armi e dei viveri?"
"Due fucili e fiferi per due o tre ciorni."
"Poca cosa, corpo d'un campanile! Ma ci metteremo a stretta razione. Noi
non sappiamo quanto distiamo dalla corvetta, né dalle coste americane.
Avanziamo come i ciechi..."
"Taci!"
"Un altro colpo di cannone!"
"La fregata di certo ci dà la caccia. Non ci lasciamo prendere, Testa di
Pietra, perché questa volta il Marchese ci farebbe fare l'ultima danza con una
corda al collo."
"Speriamo di sfuggire alle sue ricerche. Intanto questo nebbione, alzatosi
in questo momento, ci protegge. Su un mare così ampio noi siamo meno d'un punto
che i più potenti cannocchiali difficilmente potrebbero scorgere."
"Che rotta avrà preso la fregata?"
"Che vuoi che sappia? Cerca tu, che possiedi degli occhi più giovani dei
miei."
"Ma meno esperti."
"Ah, questo è vero," rispose il mastro. "Diamine!... Sono di
Batz io, corpo d'una foca!... Attento al timone, monello!"
Un'ondata enorme si avanzava rumoreggiando sinistramente, alta una diecina di
metri, una di quelle ondate poderose che di solito non si vedono che nei paraggi
del capo Horn. La baleniera fu sollevata con violenza fra una larga distesa di
schiuma quasi fosforescente, poi precipitò in un abisso che pareva non avesse
fondo. Per cinque o sei minuti i fuggiaschi furono spaventosamente sballottati e
inzuppati; ma la baleniera resse benissimo a quel tremendo urto, e nemmeno
cedettero gli stomachi dei due Bretoni e dell'Assiano. Erano tutti e tre a prova
di bomba, e il mal di mare non aveva presa su di loro.
"Ehi, mastro," disse il giovane gabbiere, "che si scateni un
uragano?"
"Si è già scatenato sull'Atlantico, chi sa a quale distanza? ed ora si
ripercuote qui, e non credo che tutto sia finito."
"Tu sei come gli albatros e le procellarie."
"Sì, le ho sempre sentite da lontano le tempeste, come quei maledetti
uccellacci... Ehi, bada alla barra!"
Un'altra montagna liquida si precipitava all'assalto della disgraziata
baleniera. Si sarebbe detto che l'Atlantico voleva anche quella preda, come se
il suo fondo non fosse seminato abbastanza di caravelle, di galeoni, di
corvette, di navi d'alto bordo, inghiottite in tanti secoli in notti d'uragano.
Anche quell'onda passò, scaraventando la baleniera assai alta, fra un baccano
assordante, fra mille urli e ruggiti.
"Ehi, Testa di Pietra, questi si chiamano colpi? Pare di essere nella
Manica quando la marea cambia."
"Stavo per dirtelo io."
"Finiremo coll'andare a bere nella gran tazza?"
"Tu sei un asino. Io ho esaminata la baleniera, e ti posso dire che
resisterà quanto la Tuonante, anche se non è più lunga d'una ciabatta.
Gl'Inglesi sono sempre stati famosi nelle costruzioni delle navi. I nostri
carpentieri possono andare a nascondersi."
"Non denigrare la Bretagna."
"La mia lingua non ha peli e dice sempre la verità... Corpo d'una balena!
Dove si troverà la corvetta? Che non si possa proprio raggiungere? E tu, mastro
pirra pirra, non parli? Come va lo stomaco?"
"Sfondato!" rispose l'Assiano sorridendo.
"Ci vorrebbero due dozzine di quelle famose salsicce di mastro Taverna che
tu innaffiavi con del vino scorpionato."
"Pono! Pono!" rispose il Tedesco.
Una terza ondata sollevò la baleniera, e questa volta lo stomaco del povero
Assiano, già messo a dura prova, non resse.
"Fuori! fuori!" esclamò Testa di Pietra vedendolo vomitare. "Non
sono che vermi. Devi averne mangiati parecchi anche tu a bordo della
fregata."
"Lo credo," rispose Hulbrik.
"Non aver riguardi per noi. Siamo marinai e ne abbiamo veduti de' corpi
vuotarsi; è vero, Piccolo Flocco?"
"Dei milioni."
"Bombone! Sei troppo giovane, tu."
"Ne ho veduta anch'io della gente buttar fuori quanto aveva nello stomaco;
e basta, noioso! Tu senti il tempo."
Testa di Pietra proruppe in una fragorosa risata, ed esclamò:
"Io sentire il tempo? Io vecchio merluzzo pescato sui banchi di Terranova?
Tu diventi matto, ragazzo!"
In quel punto si alzò di scatto e si mise le mani agli orecchi. Pareva che
ascoltasse.
"E dunque?" chiese il gabbiere inquieto, mentre Hulbrik continuava a
vuotarsi le budella con sussulti terribili.
"Hanno sparato ancora!" rispose il mastro.
"Io non ho udito nulla."
"Ti dico che hanno sparato un colpo di cannone."
"Che sia stata la corvetta?"
Il mastro crollò la testa come scoraggiato e disse:
"Io non spero davvero d'incontrarla."
"Ed allora perché siamo fuggiti?"
"Perché non mi piaceva di farmi impiccare. Sulla fregata non c'era mica
quell'ottimo mastro Impicca, mio caro, che sapeva fare le sue operazioni così
bene!"
Una quarta ondata assalì la scialuppa, strappando a Hulbrik una bestemmia. Un
momento dopo si udirono in lontananza i tuoni rombare furiosamente, poi due
lampi squarciarono l'oscurità.
"Male!" esclamò il mastro. "Ecco l'uragano!"
"Se sarà un male per noi, non sarà un bene neanche per la fregata del
Marchese."
"Quella è grossa, mentre questa scialuppa è piccina."
"Ma tiene splendidamente il mare."
"Si vedrà più tardi," disse il mastro poco convinto.
Come tutti i pescatori bretoni, portava appesa alla grossa catena dell'orologio
una piccola bussola che non lo abbandonava mai. Era una precauzione da vero
marinaio.
Attese un lampo, si orientò alla meglio, poi si sedette alla barra, dicendo a
Piccolo Flocco e al Tedesco:
"Voi occupatevi delle vele: a me la direzione."
Cercò di caricare la sua famosa pipa, ma in quel momento un acquazzone si
rovesciò sull'oceano, accompagnato da tuoni e da fulmini.
"Diamo battaglia all'Atlantico!" disse il mastro, rimettendosi in
tasca la sua preziosa pipa. "Forse non siamo noi due i Bretoni che
affrontano e rompono le onde della Manica? Siamo nati marinai e non ci lasceremo
vincere così facilmente da quest'uragano imbecille. Bada alle scotte, Piccolo
Flocco."
"Ed io fare qualche cosa?" chiese l'Assiano.
"Tu và a dormire, se potrai," rispose il mastro.
10 - Sulle scogliere
Non era certamente quello il momento di dormire coll'uragano che s'avanzava
minaccioso, sconvolgendo l'oceano, che da tanti giorni non era più tranquillo.
I lampi si succedevano ai lampi, quasi senza interruzione, mentre l'acqua
scrosciava con grande impeto. Pareva che le cateratte del cielo si fossero
aperte tutte come nei terribili giorni del Diluvio Universale.
Mentre Testa di Pietra guidava la baleniera e Piccolo Flocco stava attento alla
randa, pronto a ridurla con una o due mani di terzaruoli o di lasciarla cadere
di colpo in caso di pericolo, l'assiano, avendo scoperto sotto la prora un
mastello di grossa tela, si era messo a vuotar l'acqua che s'accumulava sotto i
banchi.
Le onde frattanto correvano sempre all'assalto, muggendo e urlando, come se
fossero impazienti di inghiottire anche quella piccola preda. I lampi davano
loro delle tinte strane: ora livide ed ora color del fuoco intenso. Sopra di
loro il vento di levante sibilava rabbiosamente, facendo un ottimo
accompagnamento ai fulmini ed a tutti gli altri spaventevoli fragori. Tuttavia
la baleniera, malgrado le sue piccole dimensioni (era lunga appena cinque metri)
teneva testa alla bufera, balzando e rimbalzando, fra quel caos di montagne
d'acqua, meglio di una palla di gomma su un selciato. Scartava peraltro
terribilmente, e subiva tali scossoni, da scombussolare di nuovo lo stomaco del
povero Assiano.
Pareva in certi momenti che dovesse scomparire d'un tratto in qualche profonda
voragine; ma Testa di Pietra e Piccolo Flocco non si lasciavano sorprendere da
quei poderosi colpi di mare, e con leste manovre evitavano l'attacco.
Tutta la notte i tre valorosi battagliarono disperatamente, risoluti di non
lasciarsi inghiottire: poi, verso le quattro del mattino, un frastuono orrendo
colpì i loro orecchi.
"Che cos'è, Testa di Pietra?" chiese Piccolo Flocco.
"Corriamo verso delle scogliere!" rispose il mastro, alzandosi
precipitosamente senza abbandonare la barra.
"Quali?"
"Scogli dinanzi a noi a meno di una gomena forse!"
"Che devo fare?" chiese il giovane gabbiere con ansia.
"Cala la vela. Ci fracasseremo tutti, o ci salveremo tutti. Appena avvenuto
l'urto, fuggite e non lasciatevi prendere dalle onde che corrono all'assalto
dell'ostacolo."
La vela fu subito calata, ma il vento soffiava così forte, che la scialuppa
filava egualmente, come se avesse della tela ancora spiegata.
Il mastro teneva la barra con mano di ferro, e cercava di dirigersi verso un
punto che fosse meno battuto dalle tremende ondate dell'Atlantico.
Cominciava ad albeggiare, ed una luce grigiastra, incerta, smorta, si diffondeva
lentamente fra i neri nuvoloni ancora gravidi di pioggia e di vento. La
scogliera era visibile, ma non si trattava veramente di scogliera, bensì d'un
gruppo di terre basse, quasi a fior d'acqua, e di rocce disposte in forma di
pettini.
"Badate!" disse Testa di Pietra, la cui voce, forse per la prima
volta, tremava.
Le onde si seguivano con ruggiti sempre più spaventevoli. Si scagliavano contro
l'ostacolo, cercando di spezzarlo, poi retrocedevano, ma, pressate dal vento,
tornavano all'assalto.
La piccola baleniera non ubbidiva più al timone, non avendo più la randa
spiegata. Balzava con scatti spaventosi sulle creste, affondava, rimontava,
sbattuta da tutte le parti. Era un guscio di noce in balia d'una specie di
vortice.
"Testa di Pietra!" gridò il giovane gabbiere, aggrappandosi
all'albero.
"Patre!" gridò l'Assiano fra un urto e l'altro del suo povero stomaco
martoriato. "Io sfere paura. Questa non essere guerra."
"Coraggio, ragazzi!" rispose il Bretone dopo d'aver mandato un lungo
sospiro. "Ci siamo!... Ecco la gran prova!"
Erano ormai sopra le scogliere. La baleniera fece un ultimo e più spaventoso
balzo; poi fra i ruggiti delle onde si udirono prima un crac, come se qualche
cosa si fosse spezzata, poi tre grida umane che il vento portò sulle ali,
lontano, lontano.
Trascorsero alcuni minuti. Solamente l'oceano faceva udire la sua possente voce,
battendo infuriato contro le scogliere e le isolette sabbiose che si opponevano
alla corsa sfrenata delle sue mostruose ondate. Dei grandi uccelli marini:
albatros, rompitori d'ossa e fregate svolazzavano in compagnia di battaglioni di
rincopi che il vento travolgeva sopra il luogo ove i tre fuggiaschi erano
naufragati. Perlustravano le scogliere, i primi ed i secondi specialmente, colla
speranza di fare un lauto banchetto.
Ad un tratto un grande albatros, quasi interamente bianco, e le cui ali non
misuravano meno di tre metri e mezzo da una estremità all'altra, dopo aver
descritto sopra le scogliere parecchi giri, grugnendo come un maiale, si lasciò
cadere quasi a piombo e scomparve fra due rocce.
"Ah, canaglia! Anche tu!... Ma non sono ancora morto! Piglia, corpo d'un
campanile!" si udì gridare.
Il volatile aveva cercato d'innalzarsi sbattendo disperatamente le ampie ali, ma
dopo una breve lotta ricadde, mandando un ultimo grugnito.
Il coltello di Testa di Pietra lo aveva decapitato.
Come mai quell'uomo straordinario non era stato sfracellato? Bisogna sapere che
tra gli squarci di quelle rocce si trovavano ammonticchiati dei veri letti di
alghe, o, meglio, di quei fuchi che i marinai chiamano vesciche e che le onde
trasportano in gran numero. Ebbene, Testa di Pietra, dopo un gran volo, era
andato a cadere, per una fortuna singolare, su uno di quei letti. Né vi era da
stupirsi, perché il bravo Bretone era nato sotto buona stella e poteva quindi
contare sulla fortuna.
Ma il capitombolo era stato tutt'altro che dolce, tanto è vero che il vecchio
marinaio, il quale vantava membra e costole d'acciaio, senza contare la famosa
testa, dura come la pietra, in seguito all'urto, svenne come una femminuccia
qualunque. Chi sa quanto sarebbe rimasto tramortito, se l'albatros, che l'aveva
creduto morto, non fosse andato a svegliarlo con un poderoso colpo di becco!
Quegli uccellacci riescono talvolta a spaccare il cranio ai nuotatori; ma Testa
di Pietra non se ne risentì affatto. Anzi, estratto rapidamente il coltello di
manovra, che aveva ancora infilato nella cintura (una lama che stava fra il
machete messicano e la navaja andalusa) lo aveva ucciso.
"Corpo di tutti i campanili!" esclamò poi stropicciandosi
energicamente i fianchi, "che volata!... E gli altri? Che siano stati
sfracellati sul colpo? Povero Piccolo Flocco! Povero pirra pirra! Orsù, Testa
di Pietra, raduna tutte le forze dei Bretoni di Batz e và a cercarli."
Si era alzato facendo scoppiare delle vesciche che gli avevano servito di letto,
e con non poca meraviglia s'accorse che la sua macchina funzionava ancora.
"Ci vorrebbe un po' d'olio," disse. "A ciò penseremo più
tardi."
Smosse il letto, schiacciando centinaia e centinaia di fisalie, appartenenti
all'ordine dei molluschi privi di testa, e si guardò intorno. La scogliera,
contro la quale doveva essersi spaccata la baleniera, si prolungava per qualche
miglio, interrotta di quando in quando da banchi di sabbia che l'oceano
sconvolgeva spaventosamente.
"Non vedo che onde e uccelli marini," disse, movendo attraverso le
rocce. "Che siano morti? Piccolo Flocco non è di Batz, ma è sempre un
Bretone, e anche il Tedesco deve avere le ossa dure: cerchiamoli."
Un raggio di sole si era proiettato sulla scogliera, aprendosi per qualche
istante il varco fra uno squarcio delle nubi sempre gravide di bufera, sicché
le ricerche non potevano riuscire difficili.
Se l'oceano non aveva riportati via i suoi due compagni, in qualche luogo
avrebbe dovuto trovare i loro cadaveri.
Cautamente, poiché le onde certe volte giungevano perforo a bagnare i letti
delle vesciche di mare, Testa di Pietra si avanzò. La scogliera pareva fosse
stata divisa in due verso le cime più alte, dove si aprivano dei passaggi,
simili a corridoi, ingombri di fuchi e di guano.
"Si direbbero batterie coperte," disse Testa di Pietra, che non poteva
starsene zitto anche nell'angoscia.
Ad un tratto si arrestò, mandando un grido altissimo.
Venti passi più innanzi aveva scorta la baleniera, cacciata dentro due rocce e
coi fianchi fracassati.
"Devono essere là dentro!" esclamò. "A un colpo tale non
possono aver resistito!"
Affrettò il passo, e dopo aver corso venti volte il pericolo di farsi portar
via dalle onde, che si rovesciavano sulle rocce, poté avvicinarsi alla
scialuppa.
L'oceano l'aveva scaraventata di sopra alla prima fila di scogli, poi l'aveva
lasciata cadere bruscamente sulla seconda, formata di punte aguzze. E lì era
rimasta confitta, colla chiglia fracassata, senza timone. Nemmeno se fosse stata
di ferro, avrebbe potuto resistere a quell'urto.
Il Bretone guardò ansiosamente dentro e non vide né Piccolo Flocco né l'Assiano.
I viveri e le armi, per un caso straordinario, ma spiegabilissimo, perché si
trovavano queste e quelli sotto i banchi, non erano stati scaraventati fuori dal
tremendo contraccolpo.
"Che il mare mi abbia rubato Piccolo Flocco?" urlò, tendendo il pugno
verso l'oceano che tumultuava sempre con un frastuono infernale. "Non era
un Tedesco, quello, sangue d'un tricheco! era un Bretone al pari di me. Ma no,
è impossibile che siano morti. Come mi sono salvato io, il caso o la fortuna
può aver risparmiato anche loro. Avanti, avanti, poltrone di Testa di Pietra!
Finché hai forza, cerca e ricerca."
Prese un archibugio e una scure e tornò indietro esplorando attentamente i
letti delle vesciche marine. Ve n'erano dappertutto fra roccia e roccia e molto
soffici. Aveva già visitati cinque o sei depositi, quando vide un rompitore
d'ossa calare fulmineo fra due rocce col largo becco spalancato. I quebranta
huesos, come vengono anche chiamati quei formidabili pescatori, veri distruttori
di dorate, di pesci-volanti e di polipi, sono delle procellarie giganti, grosse
quanto un albatros, quantunque di minor forza. Non pesano più di dieci
chilogrammi, perché hanno un gran volume di penne; ma sono sempre da temersi
per la loro avidità bestiale e per l'impetuosità dell'attacco. Non temono
l'uomo, e al pari degli albatros, quando scorgono dei naufraghi, li attaccano
con gran furore.
Testa di Pietra conosceva da lunga pezza quei brutti uccellacci dalle penne
brune, ed armò risolutamente l'archibugio, quantunque fosse ben poco sicuro del
colpo.
"Là vi è un camerata!" gridò. "Dove sono dei morti, quelle
canaglie accorrono sempre."
Puntò e fece fuoco.
La detonazione si confuse coi muggiti del mare. Il rompitore d'ossa, colpito in
pieno, si lasciò portar via da una violentissima raffica, precipitando poscia
in mezzo alle onde.
Il Bretone si avanzò quasi correndo, non badando alle punte delle rocce, dure
come l'acciaio, che gli sfondavano gli stivali; e dopo avere fatti quindici o
venti passi, si precipitò su un letto di vesciche di mare, assai spesso,
racchiuso in una specie di nicchia, abbastanza larga per contenere parecchie
persone.
Un corpo umano giaceva in mezzo ai fuchi.
"Hulbrik!" esclamò il Bretone. "E Piccolo Flocco?... Pensiamo
per ora a questo."
Tornò rapidamente verso la scialuppa, prese una bottiglia, scampata
miracolosamente al disastro, la quale conteneva del gin o del ginepro, e tornò
subito verso il povero Tedesco, che pareva mezzo fracassato.
"Ohé, mastro pirra pirra!" gridò.
Udendo quella voce ben nota, l'Assiano aprì prima un'occhio, poi un altro e
disse:
"Ah!... Patre!... Io stare molto male!"
"Rotta la colonna vertebrale?"
"Non mi parere."
"Allora non muori. Hai veduto Piccolo Flocco?"
Una risata rispose a quella domanda. Il giovane gabbiere, sempre lesto come uno
scoiattolo, si era alzato su un letto di fuchi, stropicciandosi vigorosamente i
fianchi.
"Nulla di rotto, ragazzo?" gli chiese il mastro.
"Non sai che i Bretoni del Pouliguen sono elastici come i pesci?"
rispose Piccolo Flocco.
"I Bretoni non cadono che sotto i colpi di cannone."
"E la scialuppa?"
"Sventrata."
"Allora siamo prigionieri?"
"Per ora sì."
"E come vivremo?"
"Non inquietarti così presto. Come vedi, sono armato, e nella scialuppa si
trova un altro archibugio; poi abbiamo nella dispensa un albatros che ho
decapitato or ora. Sarà duro come un mulo dei Pirenei; ma quando la fame batte,
tutto si manda giù e tutto si trova appetitoso. Potete camminare?"
Hulbrik e Piccolo Flocco si guardarono, poi radunate le loro forze, seguirono il
mastro zoppicando più o meno.
In cinque o sei minuti si trovarono là dove la baleniera era naufragata. Fecero
rapidamente l'inventario di quello che ancora conteneva, e furono soprattutto
lieti nel ritrovare un barilotto contenente cinque o sei litri d'acqua
puzzolente, il quale chi sa per quale miracolo aveva resistito all'urto.
"Vi faccio una proposta," disse Testa di Pietra, "mangiamo."
11 - La nave misteriosa
Era d'altronde l'unica cosa da farsi per rimettersi un pò in gambe dopo
quella terribile avventura, che per poco non li aveva mandati tutti e tre in
fondo all'Atlantico a nutrire i pesci.
Ricominciava a piovere, ed il mare era sempre cattivissimo intorno alla
scogliera. Montagne d'acqua si precipitavano, le une dietro alle altre,
altissime, urtando poderosamente l'ostacolo e rimbalzando con mille muggiti
paurosi.
Piccolo Flocco, aiutato un po' dall'Assiano mezzo zoppicante, aveva tesa la
randa accomodandola alla meglio sui remi, tanto per mettersi un po' al coperto,
mentre faceva man bassa sulle provviste, credendo di trovare forse dei
prosciutti o per lo meno dei salsicciotti. Ma non vi era che un po' di merluzzo
secco e bacato, duro quanto una suola. Wolf non aveva peraltro dimenticato di
aggiungervi dei biscotti in non migliori condizioni, e qualche litro di vino,
che si poteva chiamare aceto.
"Che miserie!" brontolò il bravo Bretone, il quale si era già
accomodato sotto la tenda improvvisata in un soffice letto di fuchi. "Non
potevamo andare molto lontano con queste provvigioni. È bensì vero, a quanto
ho udito e anche veduto, che sulla fregata si cominciava a soffrire la fame...
Tò! E il mio uccellaccio? Avremo una quindicina di chilogrammi di carne."
Lasciò che i suoi due compagni terminassero di preparare l'accampamento, e
passando di roccia in roccia, andò a raccogliere il suo albatros, grande per
mole, ma tutto piume.
"Questo mettilo in dispensa, Piccolo Flocco," disse scaraventandolo ai
piedi del giovane gabbiere. "La sua carnaccia frollandosi, diverrà
migliore, o almeno un pò meno dura. Camerati a tavola! "
Si cacciarono sotto la tenda, e al rumoreggiare formidabile delle onde, che
pareva dovessero schiantare la scogliera dalle fondamenta, si misero, non a
mangiare, ma a rosicchiare. Fortunatamente avevano tutti dei denti solidissimi,
sicché merluzzo e biscotto, sgretolati bene, passarono nei loro robusti corpi.
"Bel tempo per andare alla pesca dei gronghi o dei calamari!" disse
Testa di Pietra, il quale affondato nei fuchi ascoltava quasi con piacere il
crepitio della pioggia sulla tenda improvvisata. "Che non voglia finir più
questa musica! Sono settimane e settimane che l'Atlantico è rabbioso. Piccolo
Flocco, porta da bere: svelto!"
Il bravo ragazzo, quantunque fosse tutto ammaccato e non volesse confessarlo, fu
pronto a ubbidire. Testa di Pietra aveva già estratto il coltello di manovra
per decapitar la bottiglia, non possedendo un cavatappi, quando un grido gli
sfuggì:
"Bouzy!"
"Fino scorpionato?" chiese l'Assiano, che si rammentava non senza
disgusto delle bottiglie di mastro Taverna.
Il mastro lo guardò di traverso, prese la bottiglia, chiusa da una capsula di
stagno dorato, e dopo averla guardata parecchie volte, e fattala girare e
rigirare fra le mani, gridò novamente:
"Bouzy! proprio Bouzy! corpo d'una pipa rotta! So ancora leggere un poco lo
stampato, perché il curato di Batz mi piantò qualche cosa nel cervello."
Piccolo Flocco si mise a urlare a sua volta, come se comandasse una manovra:
"Bouzy! Bouzy! Sotto!"
Testa di Pietra lo guardò quasi con disprezzo, poi disse:
"Tu gridi come un'oca, senza sapere cosa contiene questa bottiglia andata a
finire, chi sa come, nella dispensa di quella fregata inglese. Il sole di Londra
non ha mai maturato i grappoli dello champagne."
"Champagne hai detto? Io credo che tu t'inganni."
"È proprio champagne nero di Bouzy."
"Bouzy! Bouzy!" borbottò il giovane gabbiere. "Era un generale o
un ammiraglio quel signor Bouzy?
"Tuo padre non ti ha mai fatto assaggiare il nostro più famoso vino? Lo
champagne nero di Bouzy è un nettare, caro mio, e costa un occhio."
"Che prima di darti al mare hai fatto il negoziante di vini?"
"Mio nonno..."
"Oh, ci siamo!",
"...quando la pesca più non rendeva, andava a lavorare nei vigneti di
Reims, e delle bottiglie ne portava parecchie a casa! E come saltavano!..."
"Decapita!"
"E i bicchieri?... È vino che mussa e scappa."
Il mastro si tolse il berretto per esser pronto a impedire con quello che il
vino scappasse via; poi, con un colpo secco di coltello, fece saltare il collo
della bottiglia.
Il liquido generoso, maturato sopra gli strati cretosi della Marna, spumeggiò
subito tentando di fuggire, ma il mastro fu pronto a impedirlo col berretto.
"L'odi grillare, Piccolo Flocco? Che musica eh? Quante volte mio nonno me
la faceva sonare agli orecchi."
"Scorpioni!" esclamò l'Assiano.
"Sì, succo di scorpioni divini!" rispose il mastro.
Levò il berretto, e a rischio di ferirsi la bocca, si mise a sorbire con tale
avidità, che i suoi due compagni per un momento temettero non ne rimanesse per
loro nemmeno un sorso.
"È proprio champagne?" domandò Piccolo Flocco.
"Come quello che mi portava mio nonno: vero Bouzy."
"Lasciane una goccia anche per noi! Abbiamo il merluzzo nello stomaco, che
non si decide né a salire, né a scendere."
"È giusto!" rispose il mastro. "Sono un vero egoista. A voi,
camerati, succhiate tutto quello che rimane."
"Io non fidarmi," disse Hulbrik, con un gesto di repulsione; ché il
pover'uomo si rammentava sempre delle famose bottiglie scorpionate di mastro
Taverna.
"Grazie, camerata: tu sei un bravo figliuolo," disse quella birba di
Piccolo Flocco; e vuotò in fretta la bottiglia, per paura che Testa di Pietra
volesse intervenire.
"Che ne dici di questo vino?" chiese il mastro.
"Non ne ho mai bevuto del migliore," rispose Piccolo Flocco.
"Sfido io! queste bottiglie si pagano sul posto due bei scudi. Il bianco
poi due volte e anche tre di più. Mio nonno..."
"Quello famoso della pipa?" lo interruppe il gabbiere.
Un grido sfuggì dalle labbra di Testa di Pietra. Si era scordato della storica
pipa e aveva cacciato le mani nelle tasche, paventando un disastro.
E il disastro era infatti avvenuto. Il cannuccio della pipa, nell'urto si era
spezzato. Il mastro si passò una mano sulla fronte imperlata di sudore e
mormorò con voce commossa:
"Vi ho fumato trent'anni! Mio nonno e mio padre l'hanno pure usata,
consumando montagne di tabacco. L'ho salvata da sette naufragi, ed ora eccola
rovinata per sempre."
"T'inganni, Testa di Pietra," disse il giovane gabbiere. "Puoi
fumare egualmente."
"Sì, ma non colla storica piva del borgo di Batz."
"Ma sì, ma sì; carica e tira, se il tabacco è asciutto."
"Forse hai ragione, ragazzo: può servire ancora. L'acciarino e la pietra
focaia son chiusi ermeticamente in una scatola impermeabile."
Per sua fortuna, il tabacco regalatogli da Wolf non si era bagnato; così egli
caricò rabbiosamente la pipa mutilata, si cacciò sotto la tenda, affondandosi
nel letto di fuchi, e si avvolse fra nubi di fumo denso.
Intanto la bufera continuava sull'Atlantico. Il cielo si era novamente
ottenebrato, e grandi masse di vapore, spinte da un vento furioso, galoppavano
fra lampi e tuoni. Pioveva a dirotto e le onde, rompendosi contro la scogliera,
portavano fino sul piccolo accampamento delle vere cortine di acqua
polverizzata; ma nessuno dei tre naufraghi n'era preoccupato, ché la scogliera
era troppo solida e il letto di fuchi molto soffice. Che cosa avrebbero potuto
desiderare di più, almeno per il momento? L'Atlantico poteva muggire e sfogarsi
finché voleva, ma non li avrebbe spazzati via. Non si trovavano più a bordo
della baleniera, bensì accampati su rocce solide, che da secoli e secoli
resistevano alle furie delle tempeste.
Testa di Pietra, terminata la sua pipata, si era placidamente addormentato e
russava come un contrabbasso; l'Assiano aveva creduto bene d'imitarlo, e russava
come una trottola d'Alemagna. Piccolo Flocco, tanto per fare qualche cosa,
strappava le piume all'albatros decapitato dal mastro, sagrando perché non
volevano venir via. "Bell'arrosto!" borbottava scotendo il capo.
"Tra il merluzzo secco e questo, non so quale scegliere. E poi non avremo
più dello champagne per digerire questo bestione, che pare enorme, ma pesa
poco. E queste sono le belle cacce dei Bretoni di Batz!"
L'aveva già spiumato più di mezzo, quando i suoi sguardi si fissarono su un
grosso punto nero sormontato da qualche cosa di bianco, o, meglio, di
grigiastro.
"Una nave!" esclamò lasciando cadere l'uccellaccio e balzando in
piedi fra una nuvolaglia di piume. "Che sia la maledetta fregata? Dio ce la
mandi buona!"
In due salti piombò addosso a Testa di Pietra, il quale continuava a russare,
stringendo ancora fra i denti la storica pipa mozzata.
"Su dormiglione!" gli disse. "Vuoi farti impiccare?"
"Chi parla di corda?" rispose il mastro, sbadigliando.
"Io Piccolo Flocco. La fregata sta per giungere."
"Corpo di centomila campanili! Quel dannato lord vuole proprio la nostra
pelle?... Ma sentiamo un po' che cos'hai veduto."
"Una nave che va alla deriva verso questa scogliera, portata dalle onde e
spinta dai venti."
"Proprio la fregata?"
"Questo non lo so; ci vorrebbe un cannocchiale."
"Ad un buon marinaio i cannocchiali non servono quasi a niente. I miei
occhi, vedi, valgono meglio di tutte le lenti che si arrotano," lo
interruppe Testa di Pietra ridendo. "E dov'è questa famosa nave che deve
portare le funi per impiccarci?"
Il giovane gabbiere tese il braccio destro, indicando il punto nero. Testa di
Pietra si mise prima in tasca la pipa, poi spalancò gli occhi, riparandoli con
le mani bene aperte.
"Che sia una nave, non lo nego," disse dopo una lunga osservazione.
"Che sia una fregata lo escludo assolutamente."
"E se tu t'ingannassi?"
"Io?... Un pescatore di Batz?..."
"Qualche volta, specialmente quando si è bevuto dello champagne, si può
veder male."
"Tu morirai asino, figliuolo mio!... Che peccato!... Eppure sei un gabbiere
insuperabile!"
"Grazie, camerata."
"Eh, eh!... Tu dimentichi sempre che io sono un tuo superiore."
"Mio nonno..."
"Ah, hai avuto anche tu un nonno?"
"Mio padre non è nato da un urang-utang."
"Benissimo: i viaggi t'istruiscono a gran passi. E che cosa faceva tuo
nonno dunque?"
"Vendeva i polpi cotti nelle taverne di Pouliguen. Egli mi lasciò una
fiocina che io spezzai un brutto giorno per dare la caccia ad un grosso calamaro
dentro una caverna sottomarina e..."
Testa di Pietra non lo ascoltava più. Fissava intensamente la nave che le onde
e i venti portavano verso la scogliera.
"Ma che fregata?" esclamò ad un tratto. "È un brick-goletta, e
disalberato per di più."
"Vedi persone a bordo?"
"Nessuna, Piccolo Flocco."
"Che il mare abbia portato via tutto l'equipaggio?"
"Chi sa?"
"Credi che venga a sfasciarsi contro questa scogliera?"
"Forse no, ma passerà vicina; ed io penso che noi dovremmo tenerci pronti
ad abbordarla."
"Bella nave che ci offri!"
"Prenditi allora la baleniera fracassata."
"Hai ragione, Testa di Pietra: morirò un asino."
"Sfido io! non sei di Batz. Sveglia subito Hulbrik. La nave si avanza; e
gli abbordaggi si debbono prendere al volo, diceva un celebre ammiraglio
olandese."
"Che mostro di sapienza!"
"Ehi, monello!... Obbedisci!"
"Pronto, comandante."
Saltò addosso all'Assiano e lo scrollò ben bene, stringendogli anche molto il
naso. Hulbrik aspirò fragorosamente la fresca aria marina che il vento portava,
e si mise a sedere.
"Sai nuotare?" gli chiese Testa di Pietra.
"Io essere nato sulle rive di un grande fiume," rispose l'Assiano.
"Io molto camminare sull'acqua."
"Allora tutto va bene. Una nuotata d'un paio di miglia ti
spaventerebbe?"
L'Assiano fece un gesto negativo.
"Come sono duri questi Tedeschi!" disse il Bretone. "Ora capisco
perché gl'Inglesi li vanno a scovare in tutti i principati alemanni. Bella
gioventù, sana, robusta; un pò ottusa, ma che non si è mai fatta pregare per
farsi uccidere. Senza questi uomini gli Americani avrebbero ormai cacciato via i
bevitori di tè."
"Chi sono?" chiese Piccolo Flocco.
"Non sai che cosa bevono gl'Inglesi?"
"Io li ho veduti bere anche del gin e del brandy."
"Quelli erano marinai," rispose gravemente il mastro.
E fissò novamente la nave, la quale, come abbiamo detto, si avanzava verso le
scogliere e i banchi di sabbia, come se un timoniere perverso la volesse guidare
a perdita sicura.
Che ci fossero dei marinai a bordo vi era da dubitare, poiché quella carcassa
non aveva nessuna direzione, ed i suoi velacci, rimasti spiegati sotto le coffe,
giravano per loro conto secondo le raffiche.
"E dunque?" chiese Piccolo Flocco. "Nave da guerra?"
"No, no: un legno mercantile qualunque, in rotta forse per le Antille, e
che la bufera ha disalberato.
"E tu conti di raggiungerlo?"
"Corpo d'un campanile! Non voglio mica morire su questa scogliera arso dal
sole e dalla sete. Quella nave sarà una carcassa; tuttavia varrà sempre più
d'una baleniera affondata, impotente a tenere il mare. Mi preoccupa solamente
una cosa: riusciremo a salvare i nostri due archibugi e le munizioni? Ad ogni
modo prepariamoci."
"E l'albatros?" chiese Piccolo Flocco.
"Lascialo marcire qui. Su quella nave troveremo, spero, qualche cosa di
meglio. I naufraghi non avranno divorato tutto... Via gli stivali, le casacche
ed i calzoni. Le munizioni sulla testa coi fucili. Sbrigatevi, camerati: il
vento la spinge rapidamente."
La nave misteriosa infatti si avanzava facendo dei balzi enormi sulle creste
delle onde. Ma pareva bensì che il vento non avesse giurata la sua perdita,
poiché aveva cambiato all'improvviso direzione, e soffiando con forza dentro le
due vele basse, la spingeva un po' al largo.
"Siamo pronti!" rispose il giovane gabbiere.
La nave in quel momento non si trovava che ad un miglio e mezzo di distanza e
continuava la sua rotta verso il sud, scartando sovente, e questo era segno
certo che non aveva timoniere.
I tre naufraghi scesero in mare, attesero che l'onda si ritirasse per non venire
scaraventati attraverso i banchi di sabbia, e vi si abbandonarono, nuotando
vigorosamente.
La risacca era fortissima: l'acqua balzava, rimbalzava e muggiva spaventosamente
sollevando il fondo. Il mastro, famoso nuotatore, s'era messo alla testa e
tagliava a fondo colle braccia e coi piedi. Piccolo Flocco lo seguiva, guizzando
come un delfino, e l'Assiano veniva ultimo, pacato ma risoluto di non andare a
fondo.
Già avevano guadagnato mezzo miglio, quando Hulbrik mandò un grido.
"Che hai, figliuolo mio?" chiese Testa di Pietra, che aveva allora
tagliata a metà un'onda alta. "Ti lasci colare?"
"No, patre."
"E perché gridi così forte?"
"Una pestia mi è passata vicina."
"Che bestia era?"
"Io non posso vedere sott'acqua, patre."
"Sarà un pescecane."
"Me divorare?"
"Ma che! Si contenta anche di un piede."
Il mastro scherzava spietatamente col povero Tedesco, ma non era uomo da
lasciarlo in un grave pericolo. Infatti aveva aperto il suo coltellaccio ed era
tornato prontamente indietro, invocando in suo aiuto tutti i campanili del
mondo.
Con poche bracciate raggiunse il Tedesco, il quale continuava a nuotare
tranquillo, quantunque fosse più che convinto di essere stato urtato da una
bestia marina pericolosissima.
"Vediamo un po'," brontolava il valoroso marinaio girando e rigirando
intorno a Hulbrik, sempre alle prese colle onde. "Un pescecane fa presto a
tagliare un uomo in due come un sigaro di Cuba."
Batté le acque in diversi punti, si tuffò parecchie volte, poi si rimise alla
testa degli altri, gridando:
"Alla nave! alla nave!"
Il brick-goletta passava allora distante meno di cinque gomene, e quantunque
sgovernasse, per una fortuna straordinaria aveva evitato le scogliere. Ormai
aveva oltrepassati anche gl'isolotti di sabbia, e trasportato dal vento, che
agiva sempre bene o male sulle due vele basse rimaste spiegate, continuava a
filare verso il sud, piegato un po' sul tribordo. I tre nuotatori si
affrettavano per paura che loro sfuggisse, e lottavano furiosamente contro le
onde che anche al largo erano impetuose.
Con un ultimo slancio giunsero infime sotto l'anca sbandata e si aggrapparono
saldamente ad alcune corde che pendevano.
"In alto!" gridò Testa di Pietra. "Siamo salvi!"