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Le due tigri

 

 

CAPITOLO I
  LA "MARIANNA"

La mattina del 20 aprile del 1857, il guardiano del semaforo di Diamond-Harbour, segnalava la presenza d'un piccolo legno che doveva essere entrato nell'Hugly durante la notte, senza aver fatto richiesta di alcun pilota.
Sembrava un veliero malese, dalle dimensioni straordinarie delle sue vele, la cui superficie era immensa, però lo scafo non era precisamente simile a quello dei prahos, non essendo provvisto di bilancieri per appoggiarsi meglio sulle onde quando le raffiche aumentano di violenza, né avendo al centro quella tettoia che chiamasi attap. Anzi era costruito, a quanto pareva, con lamine di ferro anziché di legno, non aveva la poppa bassa, la tolda era sgombra e poi stazzava tre volte di piú dei prahos ordinari, i quali di rado hanno una portata di cinquanta tonnellate.
Comunque fosse, era un bellissimo veliero, lungo, affilato, che a vento largo, o, meglio ancora, con vento di poppa doveva filare meglio di tutte le navi a vapore che allora possedeva il governo anglo-indiano. Era insomma una vera nave da corsa che rammentava, salvo la velatura, i famosi legni dei violatori di blocco della guerra fra il sud e il nord degli Stati Uniti d'America.
Ma quello che piú doveva stupire il guardiano del semaforo, era l'equipaggio di quel veliero, troppo numeroso per una nave cosí piccola ed anche assai singolare.
Pareva che tutte le razze piú bellicose della Malesia vi avessero uno o piú rappresentanti. Vi erano malesi dalla tinta fosca e gli sguardi cupi; bughisi, macassaresi, battiassi, dayachi, i famosi e terribili tagliatori di teste delle foreste bornesi; si vedevano perfino dei negriti del Mindanao e qualche papuaso dall'immensa capigliatura raggruppata intorno a un pettine non meno gigantesco.
Nessuno però indossava il costume nazionale: tutti portavano il sarong, quel pezzo di stoffa bianca che scende fino alle ginocchia ed il kabay, specie di giacca assai larga, a tinte svariate, che non impedisce alcun movimento.
Solamente due, che forse erano i comandanti del veliero, indossavano costumi differenti e d'una ricchezza inaudita.
L'uno, che nel momento in cui il legno passava dinanzi a Diamond-Harbour stava seduto su un largo cuscino di seta rossa, collocato presso la ribolla del timone era uno splendido tipo d'orientale.
Era un uomo di statura alta, stupendamente sviluppato, con una testa bellissima quantunque la pelle fosse assai abbronzata, con una capigliatura folta, ricciuta, nera come l'ala d'un corvo, che cadevagli sulle spalle e due occhi che pareva avessero dentro il fuoco.
Vestiva all'orientale, con casacca di seta azzurra a ricami d'oro, ampie maniche e bottoni di rubini, calzoni larghi e lunghi stivali di pelle gialla a punta rialzata.
In testa portava un turbantino di seta bianca, con pennacchio fermato da un diamante grosso quasi quanto una noce e certo d'un valore inestimabile.
Il suo compagno invece, che stava appoggiato, spiegazzando nervosamente una lettera, era invece un europeo di statura pure alta, dai lineamenti fini, aristocratici, con occhi azzurri e dolci e i baffi neri che cominciavano a brizzolarsi, quantunque sembrasse piú giovane dell'altro.
Vestiva con molta eleganza, ma non all'orientale: giacca di velluto marrone, con bottoni d'oro, stretta ai fianchi da un'alta fascia di seta rossa, calzoni di broccatello e uose di pelle gialla con fibbie d'oro. Sul capo, invece del turbante, portava un ampio cappello di paglia di Manilla, con alcune nappine di seta rossa appese al nastro.
Già il veliero stava per passare dinanzi alla casetta bianca e all'albero dei segnali, presso cui stavano i due guardiani del faro e due piloti, in attesa di una richiesta, quando l'europeo che fino ad allora pareva che non si fosse accorto della vicinanza della stazione, si volse verso il compagno che sembrava immerso in profondi pensieri.
- Sandokan, - gli chiese: - Siamo entro il fiume e quella è la stazione dei piloti. Ne prenderemo uno?
- Non amo alcun curioso a bordo del mio legno, Yanez, - rispose l'interrogato, alzandosi e volgendo uno sguardo distratto verso la stazione. - Sapremo trovar noi Calcutta anche senza piloti.
- Sí, - disse Yanez, dopo un momento di riflessione. - Meglio conservar l'incognito. Non si sa mai: una indiscrezione può mettere in sospetto quel brigante di Suyodhana.
- Quando giungeremo a Calcutta, tu che l'hai altre volte visitata?
- Prima del tramonto di certo, - rispose Yanez. - La marea monta e la brezza è sempre favorevole.
- Sono impaziente di rivedere Tremal-Naik. Povero amico! Perdere la sua donna prima ed ora la figlia!
- La strapperemo a Suyodhana: vedremo se vincerà la Tigre dell'India o quella della Malesia.
- Sí, - disse Sandokan, mentre un lampo gli balenava negli sguardi e la sua fronte si aggrottava burrascosamente. - Gliela strapperemo, dovessi sconvolgere l'India intera e annegare tutti quei cani di Thugs nelle loro misteriose caverne.
Che il nostro dispaccio sia pervenuto a Tremal-Naik?
- Un telegramma va sempre a destinazione; non temere Sandokan
- Dunque ci aspetterà?
- Penso però che sarebbe meglio avvertirlo che siamo già entrati nell'Hugly e stasera saremo a Calcutta. Ci manderà incontro Kammamuri per risparmiarci la noia di cercare la sua abitazione.
- Vi è qualche ufficio telegrafico lungo il fiume?
- Quello di Diamond-Harbour.
- La stazione dei piloti che abbiamo or ora oltrepassato?
- Sí, Sandokan.
- Giacché siamo ancora in vista, mettiamoci in panna, fa' staccare un canotto e mandiamo qualcuno. Un ritardo di mezz'ora non sarà una gran perdita.
E poi penso che forse la casa di Tremal-Naik può essere spiata dai Thugs.
- Ammiro la tua prudenza, Sandokan.
- Scrivi dunque, amico mio.
Yanez staccò un foglietto dal suo libriccino, levò da una tasca una matita e scrisse:

Da bordo della Marianna

Signor Tremal-Naik
Via Durumtolah

Siamo entrati stamane nell'Hugly e giungeremo questa sera. Inviateci incontro Kammamuri.
La nostra nave inalbera la bandiera di Mompracem.
YANEZ DE GOMERA.

- Ecco fatto, - disse, mostrando il foglietto a Sandokan.
- Va bene, - rispose questi. - Meglio la tua firma che la mia. Gli inglesi possono ancora rammentarsi di me e delle mie scorrerie.
Un canotto montato da cinque uomini era stato già calato in acqua, mentre il veliero si era messo in panna a mezzo miglio da Diamond-Harbour.
Yanez chiamò il timoniere della piccola scialuppa e gli consegnò il biglietto, unitamente a una sterlina, dicendogli:
- Non una parola su noi e parla portoghese. Il capitano sono io pel momento.
Il timoniere, un bel tipo di dayaco, alto e robustissimo, raggiunse rapidamente il canotto il quale prese immediatamente il largo, dirigendosi verso la stazione dei piloti.
Mezz'ora dopo era di ritorno annunciando che il dispaccio era stato già spedito a destinazione.
- Non ti hanno rivolto alcuna domanda i guardiani del semaforo? - chiese Yanez.
- Sí, capitano Yanez, ma io sono rimasto muto come un pesce.
- Benissimo.
Il canotto fu rapidamente issato e sospeso alle gru, poi la Marianna riprese la sua corsa, tenendosi quasi in mezzo al fiume.
Sandokan si era ricoricato sul suo cuscino di seta, immergendosi in profondi pensieri, mentre Yanez, accesa una sigaretta, si era appoggiato nuovamente alla murata poppiera, guardando distrattamente le due rive.
Immense jungle formate da bambú alti quindici e piú metri, si estendevano a destra e a sinistra dell'imponente fiume, coprendo quelle terre basse e fangose che chiamansi le Sunderbunds del Gange, rifugio favorito delle tigri, dei rinoceronti, dei serpenti e dei coccodrilli.
Un numero infinito di uccelli acquatici volteggiavano sopra le rizophore che coprivano le rive, ma nessun abitante si vedeva.
Aironi giganti, le grandi cicogne nere, ibis brune, e bruttissimi e colossali arghilah, allineati come soldati sui rami curvi dei paletuvieri, facevano la loro toletta mattutina, spennacchiandosi a vicenda; mentre in alto stormi di anitre braminiche, di marangoni e di folaghe s'inseguivano e folleggiavano giocondamente, per precipitarsi poi tutti in acqua allorquando qualche banda di manghi, quei deliziosi pesci rossi del Gange, commetteva l'imprudenza di mostrarsi.
- Bei posti per la caccia, ma brutto paese, - mormorava Yanez, che a poco a poco s'interessava di quelle rive. - Non valgono queste jungle le maestose foreste del Borneo e nemmeno quelle di Mompracem.
- Se questi sono i luoghi abitati dai Thugs di Suyodhana, non li invidierei certo. Canne, spine e pantani: spine, pantani e canne. Ecco il delta del sacro fiume degli indi. E nulla è ancora cambiato da quando io ho visitato l'India. Decisamente gli inglesi non si preoccupano che di tosare meglio che possono i poveri indiani.
La Marianna continuava ad avanzare sempre rapidamente, nondimeno le due rive non accennavano a cambiare, almeno a destra. Sull'opposta invece cominciava ad apparire qualche gruppetto di meschine capanne con le pareti di fango disseccato e i tetti di foglie, ombreggiate da qualche gruppo di cocchi semi intristiti e da qualche colossale nim dal tronco enorme e dal fogliame cupo e fitto.
Yanez stava appunto osservando uno di quei miserabili villaggi, difesi verso il fiume da uno steccato per salvaguardate gli abitanti dagli attacchi dei coccodrilli, quando Sandokan gli si appressò, dicendogli:
- Sono questi i pantani abitati dai Thugs?
- Sí, fratellino mio, - rispose Yanez.
- Che quello sia uno dei loro covi o qualche posto di osservazione? Non vedi laggiú, fra le canne, ergersi una specie di torre che sembra di legno?
- È uno degli asili per i naufraghi, - rispose Yanez.
- Eretto da chi?
- Dal governo anglo-indiano. Il fiume è piú pericoloso di quello che tu creda, fratellino mio, in causa degli enormi banchi di sabbia che la forza della corrente sposta continuamente, sicché i naufragi sono piú frequenti qui che in mare.
Siccome le rive sono popolate da animali feroci, cosí si sono erette in vari luoghi delle torri di rifugio pei naufraghi alle quali si accede mediante una scala a mano che si può ritirare.
- E che cosa contengono quelle torri?
- Dei viveri che vengono rinnovati ogni mese da appositi vaporini.
- Cosí pericolose sono dunque queste rive? - chiese Sandokan.
- Sono infestate da belve e nulla possono offrire al disgraziato che vi approda. Credi tu che dietro quei paletuvieri non vi siano delle tigri che stanno spiandoci? Sono piú audaci di quelle che abitano le nostre foreste, perché sovente osano cacciarsi in acqua e assalire i piccoli velieri all'improvviso, portando via qualche marinaio.
- E non pensano a distruggerle?
- Gli ufficiali inglesi fanno sovente delle battute; sono però cosí numerose quelle fiere, che finora non accennano a diminuire.
- Mi viene un'idea, Yanez, - disse Sandokan.
- Quale?
- Te la comunicherò questa sera, quando avremo veduto quel povero Tremal-Naik.
Il praho passava in quel momento dinanzi alla torre segnalata, la quale sorgeva sul margine d'un isolotto pantanoso, diviso dalla vera jungla da un canaletto.
Era una costruzione robusta quantunque formata con panconi e con bambú, alta quasi sei metri e di forme tozze. L'entrata s'apriva verso la cima e non già a pianterreno e vi si giungeva con una scala a mano. Una iscrizione, ripetuta in quattro lingue, in francese, tedesco, inglese e indostano raccomandava ai naufraghi di fare economia dei viveri contenuti nella torre, avvertendo che il battello rifornitore non giungeva che una sola volta al mese.
Naufraghi non ve n'erano in quel momento. Solamente alcune coppie di marabú sonnecchiavano sulla cima, colla testa affondata nelle spalle e l'enorme becco semi-nascosto fra le piume del petto.
Certo stavano digerendo qualche cadavere d'indiano, arenatosi su quelle rive.
Fu solamente dopo mezzodí che le due rive cominciarono a mostrarsi un po' popolate, quantunque la jungla si estendesse sempre su una superficie immensa, colle sue erbe gigantesche dalla tinta giallastra, e le sue pianure monotone, interrotte da fanghiglia e da pozzanghere sulla cui smorta uniformità spiccavano invece vivacemente i fiori di loto.
Degli abitanti apparivano di quando in quando su quelle rive, impregnate di febbre e di cholera, intenti a raccogliere il sale nelle naturali efflorescenze di quei terreni pantanosi e nei quadrati a truogolo ed a fondo d'argilla nei quali si conduce l'acqua a mezzo di chiuse.
Erano dei poveri molanghi, nudi, scarni, anzi quasi ischeletriti, tremanti di febbre e che rassomigliavano a ragazzi malaticci piuttosto che a uomini, tanto erano bassi di statura e poco sviluppati.
Di miglio in miglio che il praho guadagnava, anche sul fiume la vita diventava piú attiva. Gli uccelli diventavano rari e soli i martini pescatori, appollaiati sulla cima delle canne facevano udire il loro monotono kri... kri... kri... Si succedevano invece le barche le quali indicavano la vicinanza dell'opulenta capitale del Bengala. Bangle, mur-punky, pinasse e anche delle grab di buon tonnellaggio, attraversavano o scendevano il fiume, ben cariche di derrate e qualche vapore filava lungo le rive, manovrando con precauzione.
Verso le sei, Yanez e Sandokan che si erano collocati a prora, scorsero fra una nuvola di fumo, le alte cime delle pagode della città nera ossia della città indiana di Calcutta e i bastioni imponenti del forte William.
Sulla riva destra bengalows e palazzine graziose, d'architettura inglese mista all'indiana, cominciavano ad apparire in gran numero, allineate dietro a graziosi giardinetti ombreggiati da gruppi di banani e di cocchi.
Sandokan aveva fatto spiegare sull'alberetto maestro la bandiera di Mompracem, tutta rossa con in mezzo una testa di tigre dalle fauci aperte, ritirare buona parte dell'equipaggio e coprire le due grosse spingarde di poppa e le due di prora.
- Che Kammamuri non venga? - stava chiedendo a Yanez che gli stava a fianco coll'eterna sigaretta in bocca, guardando le barche che s'incrociavano in tutti i sensi, quando l'europeo tese la destra verso la riva destra, esclamando:
- Ecco il fedele e coraggioso servo di Tremal-Naik. Vedi Sandokan quella scialuppa che porta a poppa la bandiera di Mompracem?
Sandokan aveva seguito cogli sguardi la direzione indicata dal compagno e vide infatti un piccolo ma elegantissimo fylt' sciarra, di forme snelle, colla prora adorna d'una testa d'elefante dorata, montato da sei rematori e da un timoniere e sulla cui poppa ondeggiava la bandiera rossa colla testa d'una tigre.
S'avanzava rapidissimo, fra le grab veleggianti e le pinasse che ingombravano il fiume, puntando sul praho il quale si era subito messo in panna.
- Lo vedi? - disse Yanez con voce giuliva.
- Gli occhi della Tigre della Malesia non si sono ancora indeboliti, - rispose Sandokan. - È lui che siede al timone.
Fa' gettare la scala, mio caro portoghese. Finalmente sapremo come quel cane di Suyodhana è riuscito a rapire la figlia di quel povero Tremal-Naik.
Il fylt' sciarra in pochi minuti superò la distanza e abbordò il praho a babordo, sotto la scala che in quel frattempo era stata abbassata.
Mentre i remiganti ritiravano i remi e legavano la scialuppa, il timoniere salí, lesto come una scimmia, la scala e balzò sulla tolda, esclamando con voce commossa:
- Signor Sandokan! Signor Yanez! Ah! Quanto sono felice di rivedervi!
Quell'uomo era un bel tipo d'indiano di trenta o trentadue anni, piuttosto alto di statura, dai lineamenti belli, fini ad un tempo ed energici, col corpo piú vigoroso dei bengalesi i quali ordinariamente sono magri.
Il suo viso abbronzato aveva dei riflessi dell'ottone e spiccava vivamente sul vestito bianco, mentre i pendenti che portava agli orecchi gli davano un non so che di grazioso e strano.
Sandokan respinse la mano che l'indiano gli porgeva e se lo attirò fra le braccia, dicendogli:
- Qui sul mio petto, valoroso maharatto.
- Ah! mio signore! - esclamò l'indiano con voce rotta, mentre impallidiva per l'emozione.
Yanez, piú calmo e meno espansivo, gli diede una vigorosa stretta di mano, dicendo:
- Questa vale quanto un abbraccio.
- E Tremal-Naik? - chiese Sandokan, con ansietà.
- Ah! mio signore! - disse il maharatto, mentre un singhiozzo gli faceva nodo alla gola. - Temo che il mio padrone impazzisca! I maledetti si sono vendicati!
- Racconterai tutto fra poco, - disse Yanez. - Dove dobbiamo ancorarci?
- Non gettate l'ancora davanti alla spianata del forte, signor Yanez, - disse il maharatto. - Noi siamo vigilati dai Thugs e quei miserabili devono ignorare il vostro arrivi.
- Saliremo il fiume fino dove tu vuoi.
- Al di là dal forte William, dinanzi lo Strand. I miei battellieri s'incaricheranno di guidarvi.
- Ma quando potremo rivedere Tremal-Naik? - chiese Sandokan con impazienza.
- Dopo la mezzanotte, quando la città sarà addormentata. Dobbiamo essere prudenti.
- Posso fidarmi dei tuoi uomini?
- Sono tutti abili marinai.
- Falli salire a bordo e affida loro la direzione del praho, poi vieni nella mia cabina. Voglio sapere tutto.
Il maharatto con un fischio fece accorrere i suoi uomini, scambiò con loro alcune parole, poi seguí Sandokan e Yanez nel salotto di poppa.


CAPITOLO II
IL RAPIMENTO DI DARMA

Se quel praho si presentava splendido al di fuori, nel quadro di poppa lo era ancora di piú e si capiva subito che il suo proprietario non aveva certo lesinate le spese nella costruzione e negli addobbi.
La saletta entro cui i tre uomini erano entrati, occupava buona parte del quadro. Le sue pareti erano tappezzate di seta rossa cinese con fiori trapunti in filo d'oro e ornate di gruppi d'armi disposte artisticamente: kriss malesi dalla lama serpeggiante e colla punta probabilmente avvelenata col terribile succo dell'upas; kampilang e parang dayachi, dalla lama larga e pesante soprattutto verso la punta; pistole e pistoloni con le canne arabescate ed i calci d'ebano con intarsi di madreperla; carabine indiane con incrostazioni meravigliose e non mancavano nemmeno i vecchi tromboni dalla bocca larghissima usati un tempo dalle bellicose tribú dei bughisi e dei mindanesi.
Tutto all'intorno correvano dei divani bassi, di seta bianca a fiorami: nel mezzo una tavola di ebano con intarsi di madreperla, in alto una gran lampada di Venezia, con un globo color rosa e già accesa, spandeva una luce dolcissima.
Yanez prese da una mensola una bottiglia e tre bicchieri, che riempí d'un liquore color del topazio, poi disse al maharatto, che si era seduto presso Sandokan:
- Ora puoi parlare, senza timore che alcuno oda i nostri discorsi. I Thugs non sono già pesci per sorgere dal fondo del fiume.
- Se non sono pesci sono diavoli di certo, - rispose il maharatto, con un sospiro.
- Bevi e sciogli la lingua, mio bravo Kammamuri, - disse Sandokan - la Tigre della Malesia ha lasciato Mompracem per dichiarare la guerra alla Tigre dell'India, ma prima desidero conoscere tutti i particolari del rapimento.
- Sono ventiquattro giorni signore, che la piccola Darma è stata rapita da emissari mandati da Suyodhana e sono ventiquattro giorni che il mio padrone la piange senza un momento di tregua. Se non fosse giunto il vostro dispaccio che annunciava la vostra partenza da Mompracem, a quest'ora sarebbe certamente impazzito.
- Temeva che noi non giungessimo in suo aiuto? - chiese Yanez.
- Sí, per un momento lo ha creduto, supponendovi impegnati in qualche impresa.
- I pirati della Malesia da qualche tempo dormono e non vi è piú nulla da fare ormai laggiú. I tempi sono mutati e i bei giorni di Labuan e di Sarawak sono ormai lontani.
- Narra, Kammamuri, - disse Sandokan. - Come fu rapita la piccola Darma?
- Con un colpo di mano veramente diabolico, che dimostra quale genio infernale abbia Suyodhana.
Il mio disgraziato padrone, dacché Ada era morta, dando alla luce la piccola Darma, aveva concentrato sulla bambina tutta l'affezione che nutriva verso la moglie e vegliava rigorosamente onde i Thugs non tentassero qualche cosa contro la debole creatura.
Vaghe voci giunte ai nostri orecchi ci avevano messo in guardia sulle mire dei settari di Kalí. Si diceva che i Thugs, dopo essersi per qualche tempo dispersi onde sfuggire alle giuste rappresaglie dei cipayes del capitano Macpherson, erano tornati ad abitare le immense caverne che si estendono sotto l'isola di Rajmangal e che Suyodhana pensava a procurarsi un'altra "Vergine della pagoda".
Quelle voci avevano gettato un vivo turbamento nel cuore del mio padrone. Egli temeva che quei miserabili, che già per tanti anni avevano tenuto prigioniera sua moglie, adorandola come la rappresentante della dea Kalí sulla terra, tramassero per rapirgli la figlia.
I suoi timori, pur troppo, dovevano avere una terribile e dolorosa conferma.
Conoscendo le astuzie e l'audacia dei Thugs, avevamo prese grandi precauzioni onde non potessero giungere nella stanza della piccina.
Avevamo fatto mettere delle sbarre di ferro alle sue finestre, corazzare la porta, visitare minutamente le pareti per timore che esistesse qualche passaggio segreto, come ve ne sono tanti negli antichi palazzi indiani.
Per di piú io dormivo nel corridoio che conduceva alla stanza, assieme alla tigre addomesticata ed a Punthy, il feroce cane nero, animali che come sapete, i Thugs conoscevano.
Passammo sei mesi fra continue ansie e continue vigilanze, senza però che i Thugs dessero segno di vita.
Un mattino Tremal-Naik ricevette un dispaccio da Chandernagor firmato da un suo amico, un piccolo rajah spodestato, compromesso nell'ultima insurrezione che aveva trovato sicuro asilo nella piccola colonia francese.
- Che cosa diceva quel dispaccio?- chiesero ad una voce Yanez e Sandokan, che non perdevano una sola parola del maharatto.
- Non conteneva che quattro sole parole: "Vieni, urgemi parlarti. Mucdar."
Il mio padrone, che si era stretto di profonda amicizia con quell'ex principotto da cui aveva ricevuto non pochi favori quando noi tornammo in India, credendolo minacciato dalle autorità inglesi, partí senza indugio dopo avermi raccomandato di vigilare sulla piccola Darma.
Durante il giorno nulla accadde che potesse mettermi in sospetto, sul colpo che forse dal lungo meditavano i settari di Kalí, per avere la figlia della loro "ex-Vergine della pagoda".
Era già giunta la sera, quando ricevetti anch'io un telegramma da Chandernagor e che portava la firma del mio padrone.
Mi rammento ancora parola per parola ciò che diceva:
"Parti immediatamente con Darma, la quale corre un grave pericolo da parte dei nostri nemici."
Spaventato assai, mi recai alla stazione senza perdere un solo minuto assieme alla piccola Darma e alla sua nutrice.
Il dispaccio mi era giunto alle 6 e 34, e un treno partiva per Chandernagor e Houghy alle 7 e 28.
Salii in uno scompartimento che era vuoto, ma alcuni istanti prima che il treno partisse, due bramini salirono pure, sedendosi di fronte a me.
Erano due personaggi dalle lunghe barbe bianche, dall'aspetto grave ed imponente, che avrebbe rassicurato l'uomo piú sospettoso.
Partimmo senza che alcun che di straordinario fosse accaduto, quando un'ora dopo, appena oltrepassata la stazione di Sirampur, accadde un fatto semplicissimo in apparenza e che doveva avere invece terribili conseguenze.
La valigia d'uno dei due bramini era caduta e nell'aprirsi era sfuggito un globo di sottilissimo cristallo che nell'interno conteneva dei fiori.
Dall'urto fu spezzato e quei fiori si sparsero per lo scompartimento senza che i due bramini si curassero di raccoglierli.
Vidi però che entrambi avevano subito estratto un fazzoletto, accostandoselo alla bocca e al naso come se il profumo di quei fiori, che era acutissimo, avesse dato loro noia.
- Ah! - esclamò Sandokan, che s'interessava assai di quello strano racconto. - Continua, Kammamuri.
- Che cosa successe poi? - disse il maharatto la cui voce era diventata tremante. - Io non ve lo saprei dire.
Mi ricordo solo d'aver sentito la mia testa diventare a poco a poco pesante... poi piú nulla.
Quando mi svegliai un profondo silenzio regnava attorno a me ed ero al buio. Il treno non correva piú, in lontananza udii invece un fischio prolungato.
Balzai in piedi chiamando la nutrice e Darma e nessuno mi rispose. Credetti per un momento di essere diventato pazzo o di essere in preda a uno spaventevole sogno.
Mi precipitai verso lo sportello: era chiuso.
Completamente fuori di me, con un pugno sfondai il vetro tagliandomi la mano, aprii lo sportello e mi slanciai fuori.
Il treno era fermo su un binario morto e non vi erano piú né macchinisti, né frenatori.
In lontananza vidi però dei fanali che pareva illuminassero una stazione. Mi misi a correre gridando sempre:
"Darma! Ketty! Aiuto! Le hanno rapite! I Thugs! I Thugs!"
Venni fermato da alcuni policeman e da alcuni impiegati della stazione. Dapprima mi credettero pazzo tanta era la mia esaltazione e mi ci volle non meno di un'ora per persuaderli che il mio cervello era sano e narrare loro quanto mi era toccato.
Io mi trovavo non già nella stazione di Chandernagor bensí in quella di Houghy, che è situata a una ventina di miglia piú al nord.
Nessuno del personale si era accorto della mia presenza, quando il treno fu fermato nel binario morto, sicché ero rimasto nello scompartimento fino al mio risveglio.
Dal policeman della stazione furono fatte pronte ricerche, che lí per lí non dettero risultato.
Al mattino partii per Chandernagor per avvertire Tremal-Naik della scomparsa di Darma e della nutrice. Non era piú là e appresi dal suo amico che non aveva spedito al mio padrone alcun telegramma.
Nemmeno quello da me ricevuto era stato mandato da Tremal-Naik.
- Quanto sono astuti quei Thugs! - esclamò Yanez. - Chi avrebbe potuto architettare un piano cosí infernale?
- Prosegui, Kammamuri, - disse Sandokan.
Il maharatto si asciugò due lagrime, poi riprese con voce rotta:
- Non riuscirei mai a descrivere il dolore del mio padrone, quando apprese la scomparsa della piccola Darma e della nutrice.
Fu un vero miracolo se non impazzí.
La polizia intanto continuava le sue indagini, unitamente a quella francese di Chandernagor, per scoprire i rapitori della bambina e di Ketty.
Fu cosí constatato che quei due dispacci erano stati spediti da un indiano, che prima di allora non era mai stato veduto dagli impiegati dell'ufficio telegrafico di Chandernagor e che parlava malissimo il francese. Poi che i due bramini che erano saliti con me, eran scesi alla stazione ferroviaria di quella città sorreggendo una donna che pareva fosse stata colpita da un grave malore e portando in braccio una bambina bionda.
Il giorno seguente la nutrice era stata trovata morta in mezzo a un bosco di banani, con un fazzoletto di seta nera stretto al collo.
I Thugs l'avevano strangolata!
- Miserabili! - esclamò Yanez, stringendo i pugni.
- Ciò però non prova che siano stati i Thugs di Suyodhana a rapire la piccola Darma, - osservò Sandokan. - Possono essere stati dei banditi volgari che...
- No, signore, - disse il maharatto, interrompendolo. - Sono i Thugs di Suyodhana che hanno fatto il colpo perché una settimana dopo il mio padrone trovò nella sua stanza una freccia, che doveva essere stata scagliata dalla strada, la cui punta era formata da un piccolo serpente colla testa di donna, l'emblema dei settari della mostruosa Kalí.
- Ah! - esclamò Sandokan, aggrottando la fronte.
- E non è tutto, - prosegui Kammamuri. - Un mattino trovammo sulla porta della nostra abitazione un foglietto di carta con sopra dipinto l'emblema dei Thugs, sormontato da due pugnali incrociati fra un S.
- La firma di Suyodhana? - chiese Yanez.
- Sí, - rispose il maharatto.
- La polizia inglese non ha scoperto nulla?
- Ha proseguite le indagini per qualche settimana ancora, poi lasciò morire la cosa. Sembra che non desideri troppo imbarazzarsi coi Thugs.
- Non ha fatto ricerche nelle Sunderbunds? - chiese Sandokan.
- Si è rifiutata, col pretesto che non poteva disporre di uomini per organizzare una spedizione abbastanza forte per assicurare un buon successo.
- Non ha piú soldati dunque il governo del Bengala? - chiese Sandokan.
- Il governo anglo-indiano in questo momento è troppo occupato per pensare ai Thugs. L'insurrezione si allarga sempre piú, e minaccia di travolgere tutti i possedimenti inglesi dell'India.
- Ah! Vi è stata un'insurrezione in India? - chiese Yanez.
- E diventa di giorno in giorno piú terribile, signore. I reggimenti dei cipayes si sono rivoltati in piú luoghi, a Merut, a Delhi, a Lucknow, a Cawnpore e dopo d'aver fucilato i loro ufficiali accorrono sotto le bandiere di Tantia Topi e della bella e coraggiosa Rani.
- Ebbene, - disse Sandokan, alzandosi e facendo un giro attorno alla tavola con una certa agitazione, - giacché né la polizia, né il governo del Bengala possono occuparsi dei Thugs in questo momento, ci penseremo noi, è vero, Yanez?
Abbiamo cinquanta uomini, cinquanta pirati, scelti fra i piú valorosi di Mompracem, che non temono né i Thugs, né Kalí, armi di buona portata, una nave che può sfidare anche le cannoniere inglesi e dei milioni da gettar via.
Con tuttociò si può sfidare la potenza dei Thugs e dare a quel mostro di Suyodhana un colpo mortale.
La Tigre dell'India alle prese con la Tigre della Malesia! Ci sarà da divertirsi.
Vuotò il bicchiere colmo di quel delizioso liquore, stette un momento immobile cogli occhi fissi sul fondo della tazza, poi, girando bruscamente su se stesso e guardando il maharatto, chiese:
- Tremal-Naik crede che i Thugs siano tornati nei loro misteriosi sotterranei di Rajmangal?
- Ne ha la convinzione, - rispose Kammamuri.
- Dunque la piccola Darma deve essere stata condotta là?
- Certo, signor Sandokan.
- Tu conosci Rajmangal?
- E anche i sotterranei. Vi dissi già che rimasi per sei mesi prigioniero dei Thugs.
- Sí, me ne ricordo. Sono vasti quei sotterranei?
- Immensi, signore, e si estendono sotto tutta l'isola.
- Sotto mi hai detto! Ecco una bella occasione per affogare là dentro tutte quelle canaglie.
- E la piccola Darma?
- Li affogheremo piú tardi, quando saremo riusciti a strappare a loro la piccola, mio bravo Kammamuri.
- Da quale parte si discende in quei sotterranei?.
- Da un foro aperto nel tronco principale d'un immenso banian.
- Ebbene, andremo a visitare le Sunderbunds, - disse Sandokan. - Mio caro Suyodhana, avrai ben presto notizie di Tremal-Naik e della Tigre della Malesia.
In quel momento si udirono un fragor di catene e un tonfo, poi dei comandi, quindi si sentí una scossa piuttosto brusca.
- Hanno gettato le ancore, - disse Yanez, alzandosi. - Saliamo, Sandokan.
Vuotarono le tazze e rimontarono sulla tolda.
La notte era scesa già da un paio d'ore, avvolgendo le pagode della città nera e i campanili, le cupole ed i grandiosi palazzi della città bianca, ma miriadi di fanali e di lumi scintillavano lungo le ampie gettate, nello Strand e nei superbi squares che sono annoverati tra i piú belli del mondo.
Sul fiume, che in quel luogo era largo piú d'un chilometro, un numero infinito di navi a vapore ed a vela, provenienti da tutte le parti del mondo, ondulavano sulle loro ancore, coi fanali regolamentari accesi.
La Marianna si era ancorata verso gli ultimi bastioni del forte William, la cui massa imponente giganteggiava fra le tenebre.
Sandokan si assicurò se le ancore avevano preso buon fondo, fece abbassare le immense vele che sfioravano le grab vicine poi ordinò di calare la bandiera.
- È quasi mezzanotte, - disse a Kammamuri. - Possiamo recarci dal tuo padrone?
- Sí, ma vi consiglierei di indossare un costume meno vistoso per non allarmare le spie dei Thugs. Io ed il mio padrone abbiamo la certezza di essere sorvegliati dai banditi di Suyodhana.
- Ci vestiremo da indiani, - rispose Sandokan.
- E meglio ancora da sudra - disse Kammamuri.
- Che cosa sono questi?
- Servi, signore.
- L'idea è buona. Le vesti non mancano a bordo; vieni ad acconciarci in modo da poter ingannare le spie e cominciamo la nostra campagna.
- Se la Tigre dell'India è furba, quella della Malesia non lo sarà meno. Vieni, Yanez.

CAPITOLO III
TREMAL-NAIK

Mezz'ora dopo la baleniera della Marianna scendeva il fiume, montata da Sandokan, Yanez, Kammamuri e da sei robusti malesi dell'equipaggio.
I due comandanti del praho si erano camuffati da servi indiani, annodandosi intorno ai fianchi un largo pezzo di tela, il dootée, e coprendosi le spalle con una specie di mantello di tela grossolana, di color marrone, il dubgah.
Entro la fascia però avevano nascoste un paio di pistole dalla canna lunga e il kriss malese, quel terribile pugnale a lama serpeggiante lungo piú d'un piede, che produce delle ferite orribili che di rado guariscono perfettamente.
La città era ormai immersa nelle tenebre, essendo stati spenti tutti i fanali delle gettate e degli squares; solamente i fanali delle navi rispecchiavano le loro luci bianche, verdi e rosse nelle oscure acque del fiume.
La baleniera filò fra i velieri, le grab, i pariah, le pinasse ed i piroscafi che ingombravano le due rive, poi si diresse verso i bastioni meridionali del forte William, approdando dinanzi alla spianata che in quel momento era buia e deserta.
- Ci siamo, - disse Kammamuri. - La via Durumtolah è a pochi passi.
- Abita un bengalow? - chiese Yanez.
- No, un vecchio palazzo indiano che un tempo era abitato dal defunto capitano Macpherson e che ereditò dopo la morte di Ada.
- Guidaci, - disse Sandokan.
Scese a terra, poi volgendosi verso i malesi, disse:
- Voi rimarrete qui ad aspettarci.
- Sí capitano, - rispose il timoniere, che aveva guidata la baleniera.
Kammamuri si era messo in marcia inoltrandosi attraverso la vasta spianata. Sandokan e Yanez lo avevano seguito tenendo una mano sotto il dubgah per essere piú pronti a estrarre le armi nel caso che fosse stato bisogno di servirsene.
La spianata però era deserta o almeno appariva tale, poiché in quell'oscurità non era facile poter distinguere un uomo.
Dopo pochi minuti imboccarono la via Durumtolah, fermandosi dinanzi ad un vecchio palazzo di stile indiano, di forma quadrata, sormontato da tre piccole cupole e da terrazze.
Kammamuri trasse una chiave e la introdusse nella toppa. Stava per aprire la porta, quando Sandokan, la cui vista era piú acuta di quella dei compagni, scorse un'ombra umana staccarsi da una delle colonne che reggevano una piccola veranda e allontanarsi rapidamente, scomparendo fra le tenebre.
Per un momento ebbe l'idea di precipitarsi sulle tracce del fuggitivo; però si trattenne temendo di cadere in qualche agguato.
- L'avete scorto quell'uomo? - chiese a Kammamuri e a Yanez.
- Chi? - domandarono a una voce il portoghese e il maharatto.
- Un uomo che si teneva celato dietro a una di quelle colonne. Avevi ragione Kammamuri di sospettare che i Thugs sorveglino la casa. Ne abbiamo avuto or ora la prova. Poco importa; quello spione non ha potuto vederci in viso con questa oscurità, e poi non mi conosce. Cercheremo però di sorprenderlo.
Kammamuri aprí la porta che poi richiuse senza far rumore e salita una scala di marmo che era ancora illuminata da una specie di lanterna cinese, introdusse i due comandanti del praho in una saletta ammobiliata semplicemente all'inglese, con sedia e tavola di bambú artisticamente lavorate.
Un globo di cristallo azzurro, sospeso al soffitto, proiettava una luce dolcissima, facendo scintillare le pietre lucidissime del pavimento, graziosamente intarsiate in nero, in rosso ed in giallo.
Erano appena entrati, quando una porta s'apri e un uomo si precipitò fra le braccia di Sandokan prima, poi fra quelle di Yanez, esclamando:
- Miei amici! Miei valorosi amici! Quanto vi ringrazio di essere venuti. Voi mi renderete la mia Darma, è vero?
L'uomo che cosí parlava era un bellissimo tipo d'indiano bengalino, di trentacinque o trentasei anni, dalla taglia elegante e flessuosa senz'essere magra, dai lineamenti fini ed energici colla pelle lievemente abbronzata e lucentissima e gli occhi nerissimi e pieni di fuoco.
Vestiva come i ricchi indiani modernizzati della Young-India, i quali hanno ormai lasciato il dootée e il dubgah pel costume anglo-indiano, piú semplice, ma anche piú comodo: giacca di tela con alamari di seta, fascia, ricamata e altissima, calzoni stretti, pure bianchi e turbantino ricamato.
Sandokan e Yanez avevano contraccambiato l'abbraccio dell'indiano, poi il primo gli aveva risposto con voce affettuosa:
- Calmati, Tremal-Naik, se noi abbiamo lasciata la nostra selvaggia Mompracem e siamo qui, vuol dire che siamo pronti a impegnare la lotta contro Suyodhana e tutti i suoi sanguinari banditi.
- La mia Darma! - gridò l'indiano con un singhiozzo straziante, mentre si comprimeva gli occhi come per impedire alle lacrime di sgorgare.
- La ritroveremo, - disse Sandokan. - Tu sai che cosa è stata capace di fare la Tigre della Malesia, quando tu eri prigioniero di James Brooke, il rajah di Sarawak.
Se io ho detronizzato quell'uomo che si chiamava lo sterminatore dei pirati e che con una sola parola faceva tremare tutti i sultani e i rajah del Borneo, saprò vincere anche Suyodhana e costringerlo a renderti la figlia.
- Sí, - disse Tremal-Naik, - tu e Yanez soli potreste misurarvi contro quei settari maledetti, contro quei sanguinari adoratori di Kalí e vincerli. Ah! Se dovessi perdere anche la figlia, dopo d'aver perduto la mia Ada, la sola donna che io abbia amata al mondo, sento che non sopravviverei e che impazzirei.
Aver tanto lottato e sofferto per strappare a quei mostri la donna che doveva diventare un giorno mia moglie e veder ora nelle loro mani mia figlia. È troppo! Sento che il mio cuore scoppia.
- Tranquillizzati, Tremal-Naik, - disse Yanez, che era vivamente commosso pel profondo dolore dell'indiano. - Non si tratta ora di piangere, bensí d'agire e di mettersi in campagna senza perdere tempo.
Udiamo, mio povero amico: sei tu convinto che i Thugs si siano nuovamente riuniti nei sotterranei di Rajmangal?
- Ne ho la certezza, - rispose l'indiano.
- E che Suyodhana sia là?
- Si dice che sia tornato fra di loro.
- Dunque la piccola Darma sarà stata portata a Rajmangal? - disse Sandokan.
- Non ne ho la certezza.
Essa però deve aver rimpiazzato il posto che occupava un giorno sua madre, mia moglie.
- Può correre qualche pericolo?
- Nessuno: la "Vergine della pagoda" incarna sulla terra la mostruosa Kalí e la si adora e la si teme come una divinità autentica.
- Dunque nessuno ardirebbe farle alcun male.
- Nemmeno Suyodhana, - rispose Tremal-Naik.
- Quanti anni ha la tua Darma?
- Quattro anni.
- Che strana idea di fare d'una bambina una divinità! - esclamò Yanez.
- Era la figlia della "Vergine della pagoda" che per sette anni rappresentò Kalí nei sotterranei di Rajmangal, - disse Tremal-Naik, con un singhiozzo soffocato.
- Fratellino mio, - disse Yanez, volgendosi verso Sandokan, - Tu mi hai parlato d'un progetto.
- E l'ho anche maturato, - rispose la Tigre della Malesia. - Solamente vorrei, prima di metterlo in esecuzione, avere la certezza che i Thugs si trovino realmente nei sotterranei di Rajmangal. Ciò è necessario.
- Come fare dunque?
- Bisogna impadronirci di qualche thug e costringerlo a confessare. Suppongo che a Calcutta ve ne saranno.
- E non pochi, - disse Tremal-Naik.
- Cercheremo di scovarne qualcuno.
- E poi? - chiese Yanez.
- Se si sono nuovamente radunati a Rajmangal, andremo a fare una partita di caccia fra quelle jungle. Kammamuri mi ha detto che fra quei pantani le tigri abbondano.
Andremo quindi a ucciderne alcune: prima quelle a quattro zampe, piú tardi quelle a due e senza coda.
Cosí potremmo sorvegliare Rajmangal e scoprire forse certe cose che potrebbero essere molto preziose per noi.
Tu sei sempre un buon cacciatore, è vero Tremal-Naik?
- Sono un figlio delle Sunderbunds e delle jungle, - rispose l'indiano.
- Ma perché cacciare le tigri prima degli uomini?
- Per ingannare l'amico Suyodhana. I cacciatori non sono né cipayes né policeman, e se è vero che quelle jungle sono ricche di selvaggina, i Thugs non si allarmeranno della nostra presenza. Che cosa ne dici, Yanez?
- Che la fantasia della Tigre della Malesia è ben lungi dallo spegnersi.
- Abbiamo da lottare con un furbo, cerchiamo di essere piú furbi e piú abili di lui. Tu conosci quei pantani, Tremal-Naik?
- Tutte le isole e tutti i canali sono noti a me e a Kammamuri.
- Vi è un buon fondo dinanzi alle Sunderbunds?
- Vi sono dei bracci di mare anche, dove il tuo praho può trovare degli ottimi rifugi contro le onde e i venti.
- Dimmene uno.
- Quello di Raimatla, per esempio.
- Lontano dal covo dei Thugs?
- Una ventina di miglia.
- Benissimo, - disse Sandokan. - Oltre Kammamuri hai qualche servo fidato?
- Sí, anche due se ne vuoi.
Sandokan mise una mano nella tasca interna della sua giubba ed estrasse un grosso pacco di venti biglietti di banca.
- Incaricherai quel tuo fedele servo di provvederci due elefanti coi rispettivi conduttori senza lesinare sul prezzo.
- Ma... io... - chiese l'indiano.
- Tu sai che la Tigre della Malesia ha diamanti da vendere a tutti i rajah e i maharajah dell'India, - rispose Sandokan, sorridendo.
Poi aggiunse con profonda tristezza e con un sospiro:
- Non ho figli io e nemmeno Yanez. Che cosa dovrei farne delle immense ricchezze accumulate in quindici anni di scorrerie? Il destino è stato crudele con me, togliendomi Marianna.
Il formidabile pirata si era vivamente alzato. Un dolore intenso, indescrivibile, aveva scomposto i fieri lineamenti dell'antico scorridore dell'arcipelago malese. Fece due o tre volte il giro della stanza, con la fronte aggrottata, le labbra increspate, le mani strette sul cuore, e gli occhi fiammeggianti, fissi nel vuoto.
- Sandokan, fratellino mio, - gli disse Yanez con voce dolce, posandogli una mano sulla spalla.
Il pirata si era arrestato mentre un rauco singhiozzo gli moriva sulle labbra.
- Che non la possa dimenticare mai? - gridò con voce strozzata e asciugandosi, quasi con rabbia, due lagrime che si raccoglievano sotto le folte ciglia. - Mai! Mai! L'ho troppo amata la Perla di Labuan! Maledetto destino.
Tremal-Naik si era avvicinato alla Tigre della Malesia. Anche l'indiano piangeva senza cercare di frenare le lagrime.
I due uomini si gettarono l'uno nelle braccia dell'altro e rimasero alcuni istanti stretti.
- Morta la tua donna e morta anche la mia, - disse l'indiano, il cui dolore non era meno intenso di quello della Tigre della Malesia.
Kammamuri, in un angolo, si asciugava gli occhi; anche Yanez sembrava profondamente commosso.
Ad un tratto la Tigre della Malesia si separò bruscamente da Tremal-Naik. Il suo viso poco prima cosí alterato, aveva la sua abituale espressione calma e ad un tempo energica.
- Quando avremo la certezza che Suyodhana si trova laggiú, - disse, - andremo nelle Sunderbunds. Puoi domani avere gli elefanti?
- Lo spero, - disse Tremal-Naik.
- Noi rimarremo qui fino a quando potremo avere nelle nostre mani qualche thug poi vedremo che cosa si dovrà fare. Quando verrai a bordo? Sei piú sicuro sul nostro praho che nel tuo palazzo.
- Domani sera, a ora tarda onde non mi spiino. Il mio palazzo è sorvegliato dai Thugs, lo so.
- T'aspettiamo. Yanez, torniamo a bordo. Sono già le due del mattino.
- Perché non vi riposate qui? - chiese Tremal-Naik.
- Per non destare alcun sospetto, - rispose Sandokan. - Vedendoci domani uscire, qualche spia potrebbe seguirci fino al praho e ciò non mi garberebbe.
Con questa oscurità anche se qualcuno tentasse di tenerci d'occhio, non vi riuscirebbe perché abbiamo la baleniera sul fiume e possiamo ingannarlo sulla nostra direzione. Addio, Tremal-Naik, domani avrai nostre nuove.
- Partiremo domani sera, dunque?
- E molto tardi, se potrai trovare gli elefanti. Prendi però delle precauzioni per non venire seguito.
- Saprò ingannare le spie. Vuoi che Kammamuri ti accompagni?
- È inutile, siamo armati e la gettata è vicina.
Si abbracciarono nuovamente, poi Sandokan e Yanez scesero lo scalone accompagnati da Kammamuri.
- State in guardia, - disse il maharatto mentre apriva la porta.
- Non temere, - rispose Sandokan. - Non siamo uomini da lasciarci sorprendere.
Appena fuori, i due comandanti del praho levarono le pistole che tenevano nascoste nella larga fascia e le armarono.
- Apriamo gli occhi, Yanez, - disse Sandokan.
- Li apro, fratellino mio, ma confesso che non ci vedo al di là della punta del mio naso. Mi pare di essere entro un'immensa botte di catrame. Che bella notte per una imboscata!
Si fermarono qualche istante in mezzo alla via, tendendo gli orecchi, poi, rassicurati dal profondo silenzio che regnava, si diressero verso la spianata di forte William.
Si tenevano però lontani dalle pareti delle case che fiancheggiavano la via, e mentre l'uno guardava a destra l'altro guardava a sinistra.
Ogni quindici o venti passi si fermavano per guardarsi alle spalle e per ascoltare. Erano convinti di essere seguiti da qualcuno, forse dall'uomo che Sandokan aveva veduto allontanarsi nel momento in cui Kammamuri stava aprendo la porta del palazzo.
Tuttavia giunsero felicemente all'estremità della via, senza che nulla fosse avvenuto e sboccarono sulla spianata dove l'oscurità era meno fitta.
- È là il fiume, - disse Sandokan.
- L'odo, - rispose Yanez.
Affrettarono il passo ma non erano ancora giunti a metà della spianata, quando ad un tratto caddero l'uno sull'altro.
- Ah! Canaglie! - gridò Sandokan. - Hanno teso un filo di ferro!
Nel medesimo istante alcuni uomini che si tenevano appiattati fra le folte erbe, si precipitarono sui due scorridori del mare facendo fischiare in aria qualche cosa.
- Non alzarti, Sandokan! I lacci! - gridò Yanez.
Vi risposero due colpi di pistola, sparati l'uno dietro l'altro.
Sandokan aveva fatto fuoco precipitosamente, nel momento in cui si sentiva colpire alle spalle da una palla di ferro o di piombo. Uno degli assalitori cadde, mandando un grido che subito si spense. I suoi compagni si gettarono a destra e a sinistra e scomparvero rapidamente fra le tenebre, prendendo diverse direzioni.
Sui bastioni del forte William si udí una sentinella a gridare:
- Chi va là?
Poi piú nulla.
Yanez e Sandokan, temendo un ritorno offensivo degli assalitori, non si erano mossi.
- Se ne sono andati, - disse finalmente il primo, non vedendo comparire piú nessuno. - Non sono molto coraggiosi questi Thugs, ammesso che fossero veramente gli strangolatori di Suyodhana. Sono scappati come lepri ai primi spari.
- L'agguato era stato ben preparato, - rispose Sandokan. - Se tardavo a scaricare le pistole ci strangolavano. È un filo d'acciaio che hanno teso per farci cadere.
- Andiamo a vedere se quel briccone è proprio morto.
- Non si muove piú.
- Può fingersi morto.
Si alzarono guardandosi intorno e tenendo in alto un braccio per tema di sentirsi imprigionare il collo da qualche altro laccio, e s'avanzarono verso l'uomo che giaceva disteso fra le erbe, colle mani strette sul capo e le gambe ripiegate.
- Ha ricevuto una palla nel cranio, - disse Sandokan, vedendo che aveva il viso imbrattato di sangue.
- Che sia un thug?
- Kammamuri ci ha detto che quei settari hanno un tatuaggio sul petto.
- Portiamolo nella scialuppa.
- Taci!
Un fischio erasi udito in lontananza, e un altro vi aveva risposto verso la via Durumtolah.
- Mio caro Yanez, - disse Sandokan. - Alla baleniera e senza perdere tempo. Avremo altre occasioni per osservare i tatuaggi dei Thugs.
Balzarono in piedi, saltarono il filo d'acciaio e si diressero rapidamente verso il fiume, mentre fra le tenebre echeggiava un terzo fischio.
La baleniera era ormeggiata al medesimo posto e mezzo equipaggio era sulla gettata armato di fucili.
- Padrone, - disse il timoniere scorgendo Sandokan, - siete stato voi a far fuoco?
- Sí, Rangary.
- L'avevo detto ai miei uomini che quegli spari erano di pistole di Mompracem. Stavo per accorrere in vostro aiuto.
- Non c'era bisogno, - rispose Sandokan. - È venuto nessuno a ronzare attorno alla scialuppa?
- No, signore.
- A bordo, tigrotti miei. È già molto tardi.
Fece accendere il fanale collocato a prora e la baleniera si allontanò.
Quasi nell'istesso momento un piccolo gonga che era nascosto dietro una pinassa, ancorata presso la gettata e montato da due uomini, nudi come vermi e unti di olio di cocco, si staccava silenziosamente dalla riva filando dietro la baleniera del praho.


CAPITOLO IV
IL "MANTI"

L'indomani Yanez e Sandokan, dopo d'aver dormito alcune ore, stavano sorbendo un'eccellente tazza di the; e mentre chiacchierando sugli avvenimenti della notte, videro entrare nel salotto il mastro dell'equipaggio, un superbo malese, tarchiato come un lottatore e dai muscoli enormi.
- Che cosa vuoi, Sambigliong? - chiese Sandokan che si era alzato. - È giunto qualche messo di Tremal-Naik?
- No, capitano. Vi è un indiano che chiede di salire a bordo.
- Chi è?
- Un manti, mi ha detto.
- Che cos'è questo manti?
- È una specie di stregone, - disse Yanez, che avendo soggiornato nella sua gioventú parecchi anni a Goa, ne sapeva qualche cosa.
- Ti ha detto che cosa vuole quell'uomo? - chiese Sandokan.
- Che viene a compiere un sacrificio a Kalí-Ghât onde i numi dell'India ti siano propizi, scadendo oggi la festa di quella divinità.
- Mandalo al diavolo.
- Vi osservo, capitano, che egli è stato ricevuto anche a bordo delle grab che ci stanno intorno e che è accompagnato da un policeman indigeno, il quale mi ha detto di non rifiutare la sua visita, se non vogliamo avere dei fastidi.
- Facciamolo salire, Sandokan, - disse Yanez. - Rispettiamo i costumi del paese.
- Che uomo è? - chiese il pirata.
- Un bel vecchio, capitano, dall'aspetto maestoso.
- Fa' abbassare la scala.
Quando salirono poco dopo sulla tolda, il manti era già a bordo, mentre invece il policeman indigeno era rimasto nel piccolo gonga in compagnia di parecchi capretti che belavano lamentosamente.
Come Sambigliong aveva detto, quel medico e stregone ad un tempo, era un bel vecchio dalla pelle abbronzata, i lineamenti un po' angolosi, gli occhi nerissimi che avevano uno strano splendore ed una lunga barba bianca.
Sulle braccia, sul petto e sul ventre aveva delle righe bianche e cosí pure sulla fronte, distintivi dei seguaci di Siva, i quali adoperano le ceneri di sterco di vacca o ceneri raccolte sui luoghi ove si bruciano i cadaveri.
Il suo vestito si limitava a un semplice dootée che gli copriva appena i fianchi.
- Che cosa vuoi? - gli chiese Sandokan, in inglese.
- Compiere il sacrificio della capra in onore di Kalí-Ghât, di cui oggi scade la festa, - rispose il manti nell'egual lingua.
- Noi non siamo indiani.
Il vecchio socchiuse gli occhi e fece un gesto di stupore.
- Chi siete dunque?
- Non occuparti di sapere chi noi siamo.
- Venite molto da lungi?
- Forse.
- Io compirò il sacrificio onde il tuo ritorno possa essere felice. Nessun equipaggio, anche straniero, si rifiuterebbe di lasciar compiere una tale cerimonia a un manti che può gettare dei malefizi. Chiedilo al policeman che m'accompagna.
- Allora spicciati, - disse Sandokan.
Il vecchio aveva portato con sé una capretta tutta nera ed una bisaccia di pelle dalla quale estrasse dapprima un pentolino che pareva contenesse del burro, quindi due pezzi di legno, uno piatto da una parte, con un buco nel mezzo, l'altro piú sottile e acuminato.
- Sono legni sacri, - disse il manti, mostrandoli a Sandokan e a Yanez i quali seguivano con curiosità le mosse del vecchio.
Piantò quella specie di punteruolo nel bastone piatto, poi servendosi d'una piccola correggia lo fece girare vertiginosamente.
- Pare che accenda il fuoco, - disse Sandokan.
- Il fuoco sacro per il sacrificio, - rispose Yanez, sorridendo. - Quante barocche superstizioni e credenze hanno questi indiani!
Dopo mezzo minuto una fiamma scaturí dal buco e i due legni presero fuoco ardendo rapidamente.
Il manti girò lentamente su se stesso curvandosi verso oriente, poi a occidente, quindi a mezzodí e finalmente a settentrione, dicendo con voce solenne:
- Luci d'India, di Sourga e d'Agni, che illuminate la terra e il cielo, rischiarate il sangue dell'olocausto che io offro a Kalí-Ghât, e non quello degli uomini che qui vedono. - Incrociò i due pezzi di legno sacro lasciando che si carbonizzassero, poi li depose su una lastra di rame e versò su di essi un po' di burro contenuto nel pentolino.
Ravvivatasi la fiamma, il vecchio stregone prese il capretto, estrasse un coltello e con un rapido colpo lo decapitò, lasciando che il sangue colasse sui legni sacri.
Quando il sangue cessò di uscire e il fuoco fu spento, raccolse le ceneri diventate rosse, si segnò la fronte e il mento, quindi avvicinatosi a Sandokan e a Yanez marcò la loro fronte, dicendo:
- Ora potete partire e tornare al vostro lontano paese, senza temere le tempeste, perché lo spirito d'Agni e la forza di Kalí-Ghât sono con voi.
- Hai finito? - chiese Sandokan, porgendogli alcune rupie.
- Sí, sahib, - rispose il vecchio fissando sulla Tigre della Malesia i suoi occhi nerissimi, nei quali pareva splendesse un raggio soprannaturale. - Quando partirai?
- È già la seconda volta che tu mi rivolgi questa domanda, - disse Sandokan. - Perché ti preme saperlo?
- È una domanda che io faccio sempre a tutti gli equipaggi delle navi. Addio sahib e che Siva unisca la sua possente protezione a quella di Agni e di Kalí-Ghât.
Prese il capretto e discese nel suo gonga, dove il policeman indigeno lo aspettava, seduto sulla panchina di prora, fumando una sigaretta di palma.
Il piccolo battello si staccò dalla scala, ma invece di scendere il fiume dove vi erano altri moltissimi velieri, lo risalí passando sotto la poppa del praho.
Sandokan e Yanez, che lo avevano seguito collo sguardo, videro con loro sorpresa il manti abbandonare per un istante i remi, volgersi vivamente a fissare gli occhi sul coronamento di poppa, dove in lettere d'oro spiccava il nome della nave, quindi riprenderli e allontanarsi velocemente, scomparendo in mezzo alla moltitudine di velieri che ingombravano il fiume.
Sandokan e Yanez si erano guardati l'un l'altro, come se un medesimo pensiero fosse balenato nel loro cervello.
- Che cosa ne pensi tu di quel vecchio? - chieso Sandokan.
- Penso che quella barocca cerimonia è stata una scusa per salire a bordo e sapere chi noi siamo, - rispose il portoghese che appariva turbato.
- Il tuo sospetto è identico al mio.
- Sandokan, che siamo stati giuocati?
- Non è possibile supporre che i Thugs sappiano già che noi siamo amici di Tremal-Naik e che siamo venuti qui per aiutarlo a ritrovare la piccola Darma. Che siano demoni quegli uomini, o stregoni?.
- Non so che cosa dire, - rispose Yanez, che era diventato pensieroso. - Aspettiamo Kammamuri.
- Mi sembri inquieto, Yanez.
- E ne ho il motivo. Se i Thugs sanno ormai quali sono le nostre intenzioni e lo scopo del nostro viaggio, temo che avremo da fare con degli avversari formidabili.
- Forse ci siamo ingannati, Yanez, - disso Sandokan. - Quel manti può essere invece un povero diavolo che cerca di guadagnarsi qualche rupia coi suoi sacrifici piú o meno sciocchi.
- Pure, quella domanda ripetuta e quello sguardo dato al nome della nostra nave, mi hanno profondamente impressionato.
- Che abbia corbellato anche quel policeman?
- Trovo anzi strana la presenza di quel poliziotto nel gonga del ciarlatano.
Sandokan rimase alcuni istanti silenzioso, passeggiando sul cassero, poi avvicinandosi rapidamente al portoghese e prendendolo per un braccio, gli disse:
- Yanez, ho un altro sospetto.
- E quale?
- Che fosse un thug truccato da poliziotto, per meglio ingannarci.
Il portoghese guardò Sandokan con sgomento.
- Lo credi? - chiese.
- E scommetterei il mio narghilé contro una delle tue sigarette che sei anche tu convinto che quell'uomo non era un vero policeman, - disse Sandokan.
- Sí, fratellino mio: noi dobbiamo essere stati mistificati da gente piú furba di noi. Mio caro Sandokan, la Tigre dell'India dà prova di essere, almeno finora, piú astuta di quella malese.
- Sí, piú civilizzata questa indiana, mentre quella malese è ancora selvaggia, - disse Sandokan, sforzandosi a sorridere. - Bah! Prenderemo presto la nostra rivincita. D'altrondo quel briccone di manti, ammesso che fosse veramente una spia di Suyodhana, nulla ha appreso dalle nostre labbra e ignora ancora chi noi siamo, per quale motivo noi ci troviamo qui e...
Si era bruscamente interrotto, accostandosi alle murate di tribordo. Pareva che seguisse qualche imbarcazione che scivolava fra le navi ancorate in mezzo al fiume.
- Mi sembra d'aver veduto la scialuppa colla testa d'elefante che ieri ci venne incontro con Kammamuri, - disse. - È scomparsa dietro quel gruppo di pinasse e di grab, ma non tarderà a mostrarsi.
- Dovrebbe essere già qui, - disse Yanez estraendo un magnifico cronometro d'oro.
Salirono sul capo di banda tenendosi aggrappati alle griselle dell'albero maestro e scorsero infatti un fylt' sciarra, somigliante a quello che la sera innanzi aveva condotto il maharatto a bordo, manovrare abilmente e anche velocemente fra le navi.
Era montato da quattro remiganti e guidato da un uomo che pareva un mussulmano dell'India settentrionale, dal costume che indossava.
- Che Kammamuri si sia camuffato? - chiese Sandokan. - Quella scialuppa si dirige verso di noi.
Infatti il fylt' sciarra uscito da quel caos di navigli, correva verso la Marianna, rimontando velocemento la corrente che in quel luogo si faceva sentire pochissimo, ostacolata da tutti quei galleggianti che ne rompevano la violenza.
In pochi minuti giunse sotto il tribordo del praho, arrestandosi presso la scala.
Il mussulmano che lo guidava dopo d'aver scambiate alcune parole coi remiganti, salí rapidamente a bordo, inchinandosi dinanzi a Yanez e a Sandokan che erano accorsi e che lo guardavano con sorpresa.
- Non mi riconoscete piú, dunque? - chiese il nuovo arrivato, scoppiando in una risata. - Sono ben contento, perché allora potrò ingannare anche quei cani di Thugs.
- Ti faccio le mie felicitazioni, mio caro Kammamuri, - disse Yanez. - Se non facevi udire la tua voce stavo per dare l'ordine di rimandarti nella tua scialuppa.
- Una truccatura magnifica, - disse Sandokan. - Sei irriconoscibile, mio bravo maharatto.
Il fedele servo di Tremal-Naik era diventato veramente irriconoscibile e chiunque lo avrebbe scambiato per un maomettano di Agra o di Delhi.
Aveva lasciato il dootée e il dubgah pel kurty, costume che a prima vista rassomiglia a quello dei turchi e dei tartari, sebbene sia un po' diverso perché la casacca è piú corta e aperta dal lato sinistro invece che dal destro, i calzoni piú ampi e anche il turbante d'altra forma, essendo piú piatto sul davanti e piú rigonfio di dietro.
Per meglio completare l'illusione, il brav'uomo aveva fatto sparire le linee che i seguaci di Visnú portano sulla fronte e si era appiccicata una superba barba nera che gli dava un aspetto imponente.
- Ammirabile, - ripeté Yanez. - Mi sembri un qualche santone di ritorno dalla Mecca. Non ti mancherebbe che un po' di verde sul turbante.
- Credete che i Thugs mi possano riconoscere?
- A menoché non siano diavoli o stregoni, nessuno potrebbe sospettare in te il maharatto di ieri.
- Le precauzioni sono necessarie, signore. Anche stamane ho veduto ronzare attorno alla casa del padrone delle figure sospette.
- Che ti avranno seguito, - disse Sandokan.
- Ho preso le mie precauzioni per far perdere le mie tracce e spero di esserci riuscito. Ho lasciato la casa in un palanchino ben chiuso e mi sono fatto condurre allo Strand, dove vi è sempre una folla straordinaria, scendendo dinanzi a un albergo.
La mia trasformazione l'ho compiuta colà e quando sono uscito nessuno mi ha riconosciuto, nemmeno i servi.
Il fylt' sciarra m'aspettava lontano dallo Strand, sul quai della città nera, quindi nessuno può avermi seguito.
- Bada! I Thugs sono assai furbi e ne abbiamo avuto la prova. Essi ormai sanno che noi siamo amici del tuo padrone e ci sorvegliano.
Il maharatto fece un gesto di spavento e divenne livido.
- È impossibile! - esclamò.
- Hanno già tentato di assassinarci quando uscimmo dal palazzo di Tremal-Naik, - disse Sandokan.
- Voi!
- Bah! Un attacco male riuscito che abbiamo ricambiato con due palle, di cui una non andò perduta. Non è però quell'agguato che in questo momento ci preoccupa. È una visita che ci fu fatta poco fa e che ci ha messo indosso dei gravi sospetti.
È venuto uno stregone, o qualche cosa di simile, a sacrificare una capra...
- Un manti, - disse Yanez.
Kammamuri mandò un grido e impallidí maggiormente.
- Un manti, avete detto! - gridò.
- Lo conosceresti forse? - chiese Sandokan, con inquietudine.
Il maharatto era rimasto muto, guardandoli con gli occhi dilatati da un profondo terrore.
- Orsú, parla, - disse Yanez. - Che cosa significa lo spavento che leggo nel tuo sguardo? Chi è quell'uomo? L'hai veduto anche tu?
- Come era? - chiese Kammamuri con voce strozzata.
- Alto, vecchio, con una lunga barba bianca e due occhi nerissimi e splendenti, che pareva avessero entro la pupilla due carboni.
- È lui! È lui!
- Spiegati.
- È lo stesso che è venuto due volte a casa del mio padrone a compiere la cerimonia del putscie e che ho veduto aggirarsi altre due volte nella via, guardando le nostre finestre. Sí, alto, magro, colla barba bianca e gli occhi fiammeggianti.
- Putscie! - esclamò Sandokan. - Che cosa vuol dire?... Spiegati meglio, Kammamuri; non siamo indiani.
- È una cerimonia che si compie nelle case, in certe epoche, per propiziarsi le divinità, e che consiste nell'aspergere le stanze di orina mista a sterco di mucca(1), nel gettare fiori di riso entro un secchio d'acqua, e nel bruciare molto burro messo entro lampade disposte intorno al recipiente.
- E il manti l'ha compiuta nella casa del tuo padrone? - chiese Sandokan.
- Sí, quindici giorni or sono, - rispose Kammamuri. - È lo stesso che stamane è venuto qui, ne sono sicuro. Quel miserabile è una spia di Suyodhana.
- Era accompagnato da un policeman indigeno?
- Da un policeman! - esclamò Kammamuri facendo un gesto di stupore. - Da quando in qua la polizia scorta i manti o i bramini nel loro giro? Siete stati doppiamente burlati.
Kammamuri s'aspettava da parte della Tigre della Malesia uno scoppio d'ira, invece il formidabile pirata non perdette un atomo della sua calma, anzi parve piú soddisfatto che malcontento.
- Benissimo, - disse. - Ecco una burla da cui trarremo dei vantaggi inapprezzabili. Riconosceresti ancora quell'uomo, mio bravo Kammamuri?
- Anche fra sei mesi.
- E anch'io. Hai portato le vesti che ti avevo raccomandato?
- Ne ho quattro casse nel fylt' sciarra.
- Che cosa vuoi farne Sandokan? - chiese Yanez.
- Il manti ci dirà se i Thugs sono tornati nella loro antica sede e se la piccola Darma si trova nascosta nei sotterranei di Rajmangal, - rispose la Tigre della Malesia. - Ci era necessario un thug per farlo cantare: lo abbiamo sottomano e per Allah, canterà ben alto.
Si tratta solo di scovarlo e non dispero.
- Calcutta è vasta e popolosa, amico. Sarebbe come trovare un granello perduto in un deserto di sabbia.
- Forse è meno difficile di quello che credete, - disse ad un tratto Kammamuri. - Vi è una pagoda dedicata alla dea Kalí, nella città nera, dove i Thugs bazzicano e dove da tre giorni si festeggia Darma-Ragia e la sua sposa Drobidè. Non sarei sorpreso se ritrovassimo là il manti.
- Sarebbe una grande fortuna, - disse Sandokan. - Quando comincia la festa?
- Alla sera.
- Devi ritornare dal tuo padrone?
- Gli ho detto di non aspettarmi; d'altronde prima di doman mattina egli sarà qui. Ha deciso di rifugiarsi sul vostro praho onde poter meglio agire senza essere spiato.
- Volevo proporglielo. Qui è al sicuro meglio che nel suo palazzo e poi la sua presenza può esserci necessaria.
Andiamo a pranzare poi faremo la nostra toletta, onde il manti non ci possa riconoscere.
Non credevo di aver tanta fortuna in dodici ore. Se il briccone cade nelle nostre mani, daremo il primo scacco all'amico Suyodhana. Ah! E gli elefanti?
- I servi del mio padrone sono già partiti per acquistarli, e fra qualche giorno noi li possederemo.
- È necessario che i Thugs non ci vedano. Potrebbero sospettare la nostra intenzione di recarci nelle jungle del sud.
- Hanno già avuto l'ordine di condurli in un bengalow che appartiene al mio padrone e che si trova nei pressi di Khari, l'ultima borgata delle Sunderbunds.
- Andiamo a pranzare, amici la giornata non è stata perduta.


CAPITOLO V
LA FESTA DI DARMA-RAGIA

Il sole stava per tramontare dietro le alte cupole delle pagode della città nera, quando la baleniera lasciò il praho, risalendo il fiume sotto la poderosa spinta di otto remi, maneggiati da altrettanti malesi, scelti fra i piú robusti dell'equipaggio.
A poppa stavano seduti Kammamuri, Sandokan e Yanez, tutti tre camuffati da mussulmani kolkari, e Sambigliong, il mastro della Marianna o meglio l'aiutante di campo del formidabile pirata.
Non avevano nessuna arma in vista, ma da un certo rigonfiamento della casacca, si poteva supporre che fossero invece formidabilmente muniti di bocche da fuoco e anche d'armi bianche.
La baleniera, che marciava rapidissima, costeggiò lo Strand della città bianca, ossia inglese, la via piú bella e piú frequentata di Calcutta, che si prolunga fino alla spianata del forte William e che è fiancheggiata da palazzi e da giardini degni di Londra; poi filò dinanzi ai quais dove si seguivano senza posa eleganti palazzine chiamate bengalow, cinte da graziosi giardini, e dopo una buona ora giunse di fronte alla città nera, la black-town.
Mentre la città inglese non ha nulla da invidiare alle piú belle capitali europee, questa non è altro che un ammasso immenso di catapecchie, con pochi monumenti degni della grandiosa architettura indiana che sfolgora invece a Delhi, ad Agra, a Benares ed altrove.
Dalle splendide palazzine inglesi, dai palazzi immensi, dai negozi sfolgoranti di luce, dalle chiese anglicane ai teatri, agli squares della città bianca si passa senza transizione alle capanne miserabili, alle pagode semi-crollanti, ai bazar oscuri e fetenti, alle viuzze luride e fangose.
Tutto è rovina, sporcizia, miseria, nell'antica città indiana. Casupole o capanne, parte di mattoni mal connessi, parte costruite con poche tavole inchiodate alla meglio, che non hanno quasi mai piú d'un piano, si seguono per parecchi chilometri, senza ordine, senza regola alcuna, divise solo da stradicciuole che sono pericolose a percorrersi di sera, nonostante la continua vigilanza dei policeman bianchi e indigeni.
Erano le otto di sera, quando Kammamuri, Yanez, Sandokan e Sambigliong sbarcarono sul quai della città nera, ingombro in quel momento di barche di pescatori e di pinasse provenienti dall'alto corso del Gange.
Quantunque fosse un po' tardi, una certa animazione regnava sulle gettate.
Dalle pinasse sbarcarono numerosi indiani, accorsi probabilmente dai villaggi vicini per assistere alla festa in onore di Darma-Ragia, la quale doveva già essere cominciata, udendosi in lontananza un frastuono assordante di tam-tam, di tamburi di sitar e di mirdeng.
- Arriveremo in tempo per assistere alla danza del fuoco, - disse Kammamuri a Sandokan. - Vi saranno molti piedi scottati questa sera, perché è l'ultima e quindi la piú importante.
Si unirono alla folla sbarcata dalle pinasse che si rovesciava attraverso le viuzze fangose della città, a malapena illuminate da mezze noci di cocco sospese alle finestre delle case, quasi ricolme di olio in cui nuotava uno stoppino.
Lasciandosi portare da quell'onda di curiosi, dopo venti minuti si trovarono in una vasta piazza, illuminata da un gran numero di aste di ferro piene di cotone imbevuto di materie resinose, e chiusa da un lato da una vecchia pagoda d'antico stile indiano, che s'innalzava in forma di piramide tronca con colonnati, teste d'elefanti, divinità mostruose e animali anneriti dal tempo.
La piazza era gremita di bramini, di babú, ossia di borghesi, di sudra, di battellieri e di contadini, però nel mezzo vi era uno spazio tenuto vuoto da alcuni drappelli di cipayes, dove ardevano immensi bracieri che proiettavano intorno un calore piú che torrido.
- Che cosa si cucinerà su quei bracieri? - chiese Sandokan, che s'apriva faticosamente il passo fra quella folla di curiosi e di fanatici.
- Dei piedi, signore, - rispose Kammamuri.
- Quali piedi? Di chi? Di elefanti forse? Ho udito raccontare che sono squisiti.
- Umani, capitano, - disse il maharatto. - Vedrete che spettacolo; ma giacché non è ancora cominciato spingiamoci verso la pagoda, se potremo giungervi: Quegli che cerchiamo possiamo trovarlo colà.
Facendo forza di gomiti, poterono non senza fatica giungere alla base della gradinata che conduceva alla pagoda, ma colà si videro arrestati da una vera muraglia umana che non era possibile sfondare.
Essendo però la terrazza che si estendeva dinanzi al tempio abbastanza elevata, potevano assistere egualmente alla cerimonia che si svolgeva dinanzi alla statua della dea, collocata davanti alla porta.
Tutte le pagode indiane hanno due statue che rappresentano la stessa divinità a cui il tempio è stato dedicato: una collocata all'esterno a cui il popolo può presentare le sue offerte; l'altra interna a cui gli adoratori possono egualmente far pervenire i loro doni per mezzo dei sacerdoti, i quali si sono riserbato il diritto di poterla avvicinare da soli.
Ad essi spetta il lavarla col latte di vacca, o coll'olio di cocco, l'ornarla di fiori e farle unzioni durante le grandi cerimonie.
Il popolo dove accontentarsi di guardare l'idolo interno da lontano, felice di poter avere almeno un petalo dei fiori che l'ornano e che i sacerdoti distribuiscono terminata la festa.
Intorno alle due statue di Darma-Ragia e di Drobidé sua moglie, erano state accese un gran numero di fiaccole, mentre bande di suonatori percuotevano con furore tamburi e tamburelli e laceravano gli orecchi coi suoni acutissimi dei gong e molte coppie di bajadere intrecciavano danze, facendo volteggiare in aria, con grazia, i loro veli trapunti in oro o in argento.
Kammamuri e i suoi compagni si fermarono alcuni minuti gettando qua e là degli sguardi in mezzo alla folla, colla speranza di scoprire il vecchio manti poi, disperando di poterlo scovare fra quel mare di teste agitantisi burrascosamente, retrocessero verso il centro della piazza.
- Cerchiamo un buon posto presso i fuochi, - aveva detto il maharatto a Sandokan.
- Sono certo che troveremo il vecchio stregone nel corteo della dea Kalí.
Se è veramente un thug, come abbiamo motivo di credere, vi prenderà parte.
- Non è la festa di Darma-Ragia? - chiese Yanez.
- È vero, ma essendo la pagoda dedicata a Kalí, porteranno in giro anche la mostruosa statua di quella sanguinaria divinità.
Spingendo poderosamente a destra e a sinistra, i quattro uomini poterono finalmente raggiungere il centro della piazza, il quale era coperto per un tratto considerevole di tizzoni ardenti, che un nuvolo d'indiani ravvivava servendosi di ventagli di foglie di palma.
- Sono per gli adoratori di Darma-Ragia queste brace? - chiese Yanez.
- Sí e vedrete come quei fanatici vi correranno sopra.
- Bel gusto ad abbrustolirsi le piante dei piedi.
- Ma guadagneranno il cailasson.
- Ossia? - chiese Sandokan.
- Il paradiso, signore.
- Lo lascio volentieri a loro, - rispose il pirata, sorridendo - preferisco conservare intatti i miei piedi.
Un fracasso indiavolato e un vivo ondeggiamento della folla li avvertí che la processione usciva in quel momento dalla moschea, per condurre alla prova del fuoco i devoti.
Un profondo squarcio si era prodotto fra quella massa enorme di curiosi e di adoratori e una nuvola di danzatrici vi si era cacciata dentro seguita da drappelli di suonatori e di portatori di torce.
- Tenetevi tutti presso di me, - aveva detto Kammamuri, - soprattutto non perdiamo il posto.
Quantunque fossero stati dapprima travolti da quel movimento disordinato, erano riusciti a rimettersi in prima fila, presso il margine dell'immenso braciere.
La processione scese la gradinata, e s'avanzò verso il centro della piazza sempre preceduta dalle bajadere e dai suonatori seguita da stormi di bramini salmodianti lodi in onore di Darma-Ragia e di Drobidè.
Seguivano le due statue delle divinità, l'una di pietra e l'altra di rame dorato, collocate su una specie di palanchino portato da parecchie dozzine di fedeli; poi l'orribile statua della dea Kalí, la protettrice della pagoda, in pietra azzurra e coperta di fiori.
La moglie del feroce Siva, il dio sterminatore, raffigurava come una donna negra con quattro braccia, di cui una brandiva una specie di daga e un'altra reggeva una testa mozza.
Una collana di teschi umani le scendeva fino ai piedi e una cintura di mani tagliate le stringeva i fianchi, mentre dalla bocca sporgeva la lingua che gli artisti indiani avevano dipinto in rosso onde ottenere un maggior effetto.
Dinanzi le stava un gigante coricato ai suoi piedi ed ai fianchi due figure di donna, smunte e smilze, coperte solo da una lunga capigliatura che scendeva fino alle loro ginocchia.
Una reggeva un cranio umano che teneva accostato alle labbra come se vi bevesse dentro, mentre un corvo pareva che attendesse, col becco aperto, qualche goccia di sangue, l'altra mordeva ferocemente un braccio umano e una volpe la guardava come se reclamasse la sua parte.
- È quella la dea dei Thugs? - chiese Sandokan, sottovoce.
- Sí, capitano, - rispose Kammamuri.
- Non potevano inventarne una piú spaventevole.
- È la dea delle stragi.
- La vedo, una dea che fa paura.
- Aprite gli occhi, signore. Se il manti è qui, sarà presso la statua di Kalí. Forse sarà uno dei portatori.
- Sono tutti Thugs di Suyodhana, quelli che circondano la dea?
- Possono essere tali e questo sospetto mi è confermato da un'osservazione assai importante.
- Quale?.
- Che la maggior parte hanno il corpo coperto da una camicia, mentre come vedete, quasi tutti gli altri indiani sono semi-nudi e non prendono cura alcuna di nascondersi il petto.
- Per non mostrare il tatuaggio, è vero?
- Sí, signor Sandokan, e... Eccolo! È lui! Non m'ero ingannato.
Il maharatto aveva stretto un braccio del pirata, mentre coll'altro indicava un vecchio che marciava dinanzi alla statua delle divinità, suonando uno strano istrumento formato da due zucche d'ineguale grossezza, troncate ad un quarto della mole e congiunte per mezzo d'un tubo di legno su cui erano tese delle corde: il bin degl'indiani.
Sandokan e Yanez avevano frenato un grido di sorpresa.
- È quell'uomo che è venuto a bordo del nostro praho, - disse il primo.
- Ed è lo stesso che ha compiuto la cerimonia del putscie nella casa del mio padrone, - disse Kammamuri.
- Sí è il manti! - esclamò Yanez.
- Lo riconosci tu Sambigliong?
- È proprio quel vecchio che ha scannato il capretto, - rispose il mastro della Marianna. - È impossibile ingannarsi.
- Amici, - disse Sandokan, - giacché la sorte ce lo ha fatto ritrovare, non lasciamocelo sfuggire.
- Non lo perderò di vista, capitano, - disse Sambigliong. - Lo seguirò, anche sulla brace se voi lo desiderate.
- Gettiamoci in mezzo al corteo.
Con una spinta irresistibile sfondarono le prime file degli spettatori e si mescolarono ai devoti di Kalí che circondavano la statua.
Il manti non era che a pochi passi dinanzi a loro ed essendo egli di statura molto alta, era facile tenerlo d'occhio.
La processione fece il giro dell'immenso braciere fra un frastuono assordante, poi si ammassò dinanzi alla pagoda, formando una specie di quadrilatero.
Sandokan ed i suoi amici avevano approfittato della confusione per portarsi dietro al manti, il quale occupava la prima fila, accanto alla statua della dea Kalí che era stata deposta a terra.
A un cenno del capo dei bramini che aveva la direzione della cerirnonia, le bajadere sospesero le loro danze, mentre i suonatori posavano i loro strumenti.
Tosto una quarantina d'uomini mezzi nudi, per la maggior parte fakiri, che tenevano in mano dei ventagli di foglie di palma, si fecero innanzi avviandosi verso il braciere che, alimentato da centinaia d'altri ventagli maneggiati da robusti garzoni, fiammeggiava lanciando in aria dense volute di fumo soffocante.
Quei fanatici che si apprestavano a subire la prova del fuoco per scontare i loro peccati piú o meno immaginari, non sembravano affatto spaventati dal pericolo che stavano per affrontare.
Si fermarono un momento, invocando con urla selvagge la protezione di Darma-Ragia e della sua sposa, si stropicciarono la fronte colla cenere calda, poi si precipitarono sui carboni ardenti a piedi nudi, mentre i tam tam, i tamburi e gl'istrumenti a fiato riprendevano la loro musica infernale per coprire probabilmente le urla di dolore di quei disgraziati.
Alcuni attraversarono lo strato ardente di corsa; altri invece a passo lento, senza dare prova alcuna di dolore. Eppure dovevano sentire i morsi atroci dei carboni, perché i loro piedi fumavano e per l'aria si espandeva un nauseante odore di carne bruciata.
- Sono pazzi, costoro! - non aveva potuto trattenersi dall'esclamare Sandokan.
Udendo quella voce, il manti che si trovava proprio dinanzi al pirata, si era rapidamente voltato.
I suoi occhi si fissarono per la durata d'un lampo su Sandokan e sui suoi compagni, poi si volsero altrove senza che un grido o un gesto gli fosse sfuggito. Aveva riconosciuto i due comandanti del praho anche sotto le loro vesti di mussulmani indi e anche Kammamuri? Oppure si era voltato per pura combinazione?
Sandokan però aveva notato quello sguardo penetrante, acuto come la punta d'un pugnale e aveva stretta una mano a Yanez che gli stava presso, mormorandogli all'orecchio, in lingua malese:
- Badiamo! Temo che ci abbia riconosciuti.
- Non credo, - rispose il portoghese. - Non sarebbe cosí tranquillo e avrebbe cercato subito di allontanarsi.
- Quel vecchio lí deve essere un furbo di prima forza. Se però cerca di fuggire lo agguanto.
- Sei pazzo, fratellino mio? Siamo in mezzo a una folla di fanatici e i pochi cipayes che si trovano qui non sarebbero capaci di proteggerci. No, siamo prudenti. Qui non siamo in Malesia.
- Sia pure, ma non me lo lascerò scappare ora che lo abbiamo trovato.
- Lo seguiremo e vedrai che in qualche luogo lo acciufferemo, ma, prudenza mio caro, molta prudenza o guasteremo tutto.
Intanto altre squadre di penitenti attraversavano il braciere, incoraggiati dalle grida entusiastiche degli spettatori e dagli incitamenti dei sacerdoti i quali promettevano a quei fanatici gioie e felicità inenarrabili nel cailasson.
Quei poveri diavoli giungevano quasi tutti all'estremità opposta del braciere quasi asfissiati dalle vampate di calore e coi piedi cosí rovinati da non potersi piú reggere.
Si guardavano però bene dal tradire i dolori atroci che li martirizzavano. Anzi si sforzavano di mostrarsi ilari, e alcuni, in preda a un'esaltazione incomprensibile, ritornavano sui carboni danzando furiosamente e saltando come belve in furore.
Sandokan e Yanez, e anche i loro due compagni non si interessavano che ben poco di quelle pazze corse attraverso i carboni.
La loro attenzione era quasi tutta concentrata sul manti, come se avessero avuto paura di vederselo scomparire sotto gli occhi.
Il vecchio non si era piú voltato, anzi pareva che s'interessasse assai dei penitenti che si succedevano sempre in squadre piú o meno numerose. Che fosse poi completamente tranquillo vi era da dubitare, perché di quando in quando si tergeva con un gesto nervoso il sudore che gli colava dalla fronte e si agitava come se si trovasse a disagio fra la folla che lo stringeva da tutte le parti.
Già la festa stava per finire, quando Sandokan e Yanez che erano i piú vicini, lo videro alzare il bin e, approfittando d'un momento in cui i suonatori si riposavano, fece vibrare le corde adoperando solo quelle d'acciaio, che diedero alcuni suoni stridenti e acutissimi, che si potevano udire benissimo in tutti gli angoli della piazza e che parve producessero una certa emozione fra gli uomini che circondavano la statua di Kalí.
Sandokan aveva urtato Yanez.
- Che cosa significano queste note? - gli chiese. - Che sia un segnale?
- Interroga Kammamuri.
Il maharatto, a cui Yanez aveva rivolta la domanda, stava per rispondere, quando verso la pagoda si udirono echeggiare, fra il silenzio che in quel momento regnava fra la folla, prosternata intorno alle divinità, tre squilli poderosi che pareva uscissero da una tromba.
Kammamuri aveva mandato un grido soffocato.
- Il ramsinga dei Thugs! Suona a morte! Signor Yanez, signor Sandokan, fuggiamo. Sono certo che suona per noi.
- Chi fuggire? - chiese Sandokan, con un sorriso superbo. - Noi?... Le tigri di Mompracem non mostrano le spalle. Vogliono battaglia? Ebbene, noi la daremo, è vero Yanez?
- Per Giove! - rispose il portoghese, accendendo tranquillamente una sigaretta. - Non siamo già venuti qui per assistere solamente a delle cerimonie religiose.
- Capitano, - disse Sambigliong, cacciandosi una mano sotto la casacca. - Volete che vi uccida quel vecchio?
- Adagio, tigrotto mio, - rispose Sandokan. - È vivo che mi occorre: della sua pelle non saprei che cosa farne.
- Quando me lo direte, lo porterò via.
- Sí, ma non qui. La festa è finita: amici, attenti al vecchio e preparate le armi. Avremo da divertirci un po'.

CAPITOLO VI
LA BAJADERA

La piazza a poco a poco si vuotava, mentre i sacerdoti riportavano nella pagoda le statue di Kalí, di Darma-Ragia e di Drobidè, accompagnati dai musicisti e dalle bajadere e da coloro che avevano subita la prova del fuoco.
Il manti accompagnò la statua fino dinanzi la gradinata, suonando il suo bin, ma giunto colà, invece di salire nella pagoda, con una mossa improvvisa si gettò fra un gruppo di persone, sperando probabilmente di sottrarsi alla vista dei quattro finti mussulmani.
Attraversò rapidamente il gruppo, poi imboccò una viuzza che pareva girasse dietro la pagoda e si allontanò a passo di corsa.
Quella manovra non era però sfuggita né a Kammamuri, né alle tigri di Mompracem.
Con altrettanta rapidità, i quattro uomini avevano girato il gruppo ed erano giunti allo sbocco della via ancora in tempo per scorgere il manti il quale si teneva rasente i muri delle case.
- Addosso! - aveva esclamato Sandokan. - Non lasciamocelo scappare di mano.
La via, stretta e fangosa era deserta e per di piú oscurissima non essendovi alcuna veranda illuminata. Le tre tigri di Mompracem e Kammamuri affrettavano il passo per non perdere di vista il manti.
Non volevano assalirlo subito, essendo ancora troppo vicini alla piazza. Un grido poteva far accorrere delle persone, fors'anche i settari che portavano la statua di Kalí i quali non dovevano ancora essersi allontanati dalla pagoda.
Il manti allungava sempre il passo, ma anche gl'inseguitori non perdevano terreno, anzi ne guadagnavano a ogni momento, quantunque non corressero.
Erano già lontani due o trecento passi dalla pagoda, quando improvvisamente da una viuzza laterale videro irrompere un drappello di bajadere munite di cimbali e di larghe fasce di seta azzurra, scortate da due ragazzi che portavano due fiaccole.
Erano una trentina, tutte belle e giovani, dagli occhi di fuoco, coi lunghi capelli neri ondeggianti sulle spalle, coperte di mussole trasparenti e adorne di braccialetti e di collane d'oro.
In una mano tenevano un piccolo tamburello, nell'altra invece una larga fascia di seta leggerissima che facevano ondeggiare in aria con rapidità fantastica.
In un baleno tutte quelle belle fanciulle, che parevano in preda a una pazza allegria, avevano circondati i quattro uomini danzando turbinosamente intorno a loro e agitando sempre le fasce ben in alto, come se avessero cercato d'impedire che scorgessero il manti.
Sandokan aveva subito gridato:
- Largo, fanciulle! Abbiamo fretta!
Le bajadere avevano risposto con una risata clamorosa e invece di lasciare il posto si erano maggiormente strette contro le tigri di Mompracem e Kammamuri, avviluppandoli cosí bene da impedire di fare un passo innanzi.
- Sgombrate! - tuonò Sandokan, che cominciava a perdere la pazienza e che ormai non vedeva piú il manti attraverso a tutte quelle ciarpe che svolazzavano sempre.
- Sfonda le linee o il briccone ci scapperà! - gridò Yanez. - Queste ragazze cercano di salvarlo.
Stavano per avventarsi contro le bajadere, quando le videro abbassarsi bruscamente lasciando cadere le ciarpe e scorsero dietro di esse una dozzina d'uomini che facevano volteggiare in aria i lacci ed i fazzoletti di seta nera colla palla di piombo dei Thugs.
Le danzatrici, agill come giovani pantere, sgusciarono di sotto le braccia degli uomini, gettandosi a destra ed a sinistra onde non intralciarli nel loro attacco.
Sandokan aveva mandato un urlo di furore.
- I Thugs! Addosso, per la morte d'Allah!...
Con rapidità fulminea aveva estratta una corta scimitarra che teneva celata nell'alta fascia ed una lunga pistola a doppia canna.
Tagliò tre o quattro lacci che stavano per piombargli addosso, poi scaricò a brucia-pelo i due colpi della sua pistola contro gli uomini che stavano dinanzi, gettandone a terra due.
Nel medesimo istante Yanez, Sambigliong e il maharatto, riavutisi prontamente dallo stupore, caricavano a loro volta colle scimitarre in pugno, scaricando contemporaneamente le loro pistole.
I Thugs non opposero resistenza. Dopo d'aver tentato, ma invano, di lanciare i loro fazzoletti, si sbandarono dinanzi a quella carica fulminea, fuggendo a rompicollo, assieme alle bajadere che non erano meno leste degli uomini.
Sulla via non erano rimasti che quattro morti e una delle torce gettata da uno dei due fanciulli che accompagnavano le danzatrici.
- Saccaroa! - esclamò Sandokan. - Ancora una volta siamo stati giuocati! Ed il manti intanto è scomparso!
- Un bell'agguato in fede mia, - disse Yanez, riponendo tranquillamente le armi nella fascia.
- Non credevo che quelle belle fanciulle fossero alleate con quei bricconi di strangolatori. Le furbe! Facevano volteggiare le ciarpe per impedire a noi di scorgere i Thugs che s'avanzavano a passi di lupo. L'avventura è comica.
- E per poco non finiva tragicamente, mio caro Yanez. Mi hanno percosso il collo due volte colle palle di piombo e credevo di sentirmi da un momento all'altro strangolare. Che cosa ne dici, Kammamuri?
- Dico che il manti ha approfittato per scapparci di mano.
- Non è un imbecille costui!
- Se lo inseguissimo? - disse Sambigliong. - Forse non è molto lontano.
- A quest'ora chissà dove si sarà rifugiato. Orsú, la partita è perduta e non ci rimane che tornare al nostro praho, - disse Sandokan.
- E andarcene a dormire, - aggiunse Yanez.
- Oh! Lo ritroveremo quel vecchio volpone, - disse la Tigre della Malesia, stringendo le pugna. - Quell'uomo ci è necessario, specialmente ora che sappiamo essere un thug. Non lasceremo Calcutta finché non l'avremo preso.
- In marcia, Sandokan. Non spira buon'aria per noi e i Thugs possono tornare alla carica o prepararci un altro agguato.
Sandokan raccolse la torcia abbandonata da uno dei due fanciulli e che non si era spenta ancora. Stava per mettersi in cammino quando un gemito attrasse la sua attenzione.
- Vi è qualcuno da finire, - disse, estraendo la scimitarra.
- O da raccogliere invece? - chiese Yanez. - Un prigioniero sarebbe preziosissimo.
- È vero, amico mio.
Il gemito si era fatto nuovamente udire.
Veniva dall'angolo della viuzza laterale, da dove erano sbucate le bajadere.
- Rimanete qui a vegliare e ricaricate le pistole, - disse Sandokan, rivolgendosi a Kammamuri e a Sambigliong.
Si diresse verso la viuzza seguito da Yanez e vide stesa a terra, contro la parete d'una casa, una bajadera la quale tentava, ma invano, di rialzarsi.
Era una bellissima giovane, dalla pelle leggermente abbronzata, i lineamenti dolci e fini, cogli occhi nerissimi e i capelli lunghi, intrecciati con fiori di mussenda e nastrini di seta azzurra.
Uno splendido costume copriva il suo corpo sottile come un giunco, pur essendo squisitamente modellato, tutto di seta rosa, con guarnizioni di perle, e che finiva in un paio di calzoncini che scendevano fino alla noce dei piedi.
La povera fanciulla doveva aver ricevuto una palla nel petto, poiché una macchia di sangue si allargava sopra il sottile busto di legno dorato che le racchiudeva il corpo.
Vedendo apparire le due tigri di Mompracem, la fanciulla si coprí il viso con una mano, mormorando:
- Grazia...
- Ah! La bella fanciulla! - esclamò Yanoz, colpito dalla graziosa espressione di quel viso. - Sono ben fortunati i Thugs per avere delle danzatrici cosí graziose.
- Non temere, - disse Sandokan, curvandosi sulla bajadera e accostando la torcia per meglio osservarla. - Noi non uccidiamo le donne. Dove sei ferita?
- Qua... al petto... sahib... Una... palla...
- Vediamo: ce ne intendiamo noi di ferite e all'occorrenza sappiamo anche curarle e forse meglio dei vostri medici.
Una palla aveva colpito la giovane al fianco sinistro. Fortunatamente invece di penetrare in cavità, era solamente strisciata sopra una costola, producendo come uno strappo piú doloroso che pericoloso.
- Fra otto giorni potrai essere guarita, fanciulla mia, - disse Sandokan. - Non si tratta che di arrestare il sangue che fugge in gran copia.
Trasse di tasca un fazzoletto di finissima tela e lo legò strettamente al petto della danzatrice, poi le riallacciò il busto, dicendo:
- Per ora basterà. Dove vuoi che ti riconduciamo? Non siamo amici dei Thugs e credo che essi non torneranno certo a raccoglierti.
La giovane non rispose. Guardava ora Sandokan e ora Yanez, coi suoi begli occhi nerissimi e pieni di splendore, probabilmente stupita che quei due uomini che aveva cercato di perdere, invece di finirla la curassero.
- Rispondi, - disse Sandokan. - Avrai una casa, una famiglia, qualcuno infine che si occuperà di te.
- Portami con te, sahib, - disse finalmente la bajadera con voce tremula. - Non ricondurmi dai Thugs. Quegli uomini mi fanno paura.
- Sandokan, - disse Yanez, che non aveva mai staccato nemmeno per un solo istante, gli occhi dalla danzatrice. - Questa fanciulla può esserci utile e darci delle informazioni preziose. Portiamola a bordo della Marianna.
- Hai ragione: Sambigliong!.
- Eccomi, capitano, - rispose il malese, accorrendo.
- Prendi questa fanciulla e seguici. Bada che è ferita al petto.
Il malese prese fra le robuste braccia la danzatrice, facendole posare sul proprio petto la testa.
- Andiamo, - disse Sandokan, riprendendo la torcia. - In mano le pistole e aprite bene gli occhi.
Attraversarono parecchie vie e viuzze, senza incontrare nessun essere vivente, e verso l'una del mattino giungevano sulla riva del fiume.
La baleniera era a pochi passi, guardata dai malesi.
Sandokan fece collocare a poppa la bajadera dalle cui labbra non era piú uscito alcun lamento, piantò la torcia sulla prora e diede il segnale della partenza.
Yanez si era seduto sull'ultima panca, di fronte alla giovane e la osservava attentamente, ammirando, involontariamente forse, la bellezza di quel viso e la luce profonda di quegli occhi nerissimi, scintillanti come carboncini.
- Per Giove! - mormorava fra sé. - Non ho mai veduto una fanciulla cosí bella. Come si trovava fra le mani di quei sanguinari settari?
Sandokan quasi avesse indovinato il pensiero del suo amico, si era rivolto alla fanciulla che gli sedeva presso.
- Sei anche tu una seguace di Kalí? - le chiese.
La bajadera scosse il capo, sorridendo tristemente.
- Come mai ti trovavi allora assieme con quei bricconi?
- Mi hanno comperata dopo la distruzione della mia famiglia, - rispose la danzatrice.
- Per fare di te una bajadera?
- Le danzatrici sono necessarie nelle cerimonie religiose.
- Dove abitavi?
- Nella pagoda, sahib.
- Ci stavi volentieri?
- No, e come hai veduto ho preferito seguirti piuttosto che tornare nella pagoda dove si compiono dei misteri atroci per soddisfare l'insaziabile sete di sangue della dea.
- A quale scopo avevano mandato te e le tue compagne contro di noi?
- Per impedirvi di seguire il manti.
- Ah! Tu conosci quello stregone? - chiese Sandokan.
- Sí, sahib.
- È un capo dei Thugs?
La fanciulla lo guardò senza rispondere. Una profonda angoscia si era diffusa sul suo bel viso.
- Parla, - comandò Sandokan.
- I Thugs uccidono chi tradisce i loro segreti, sahib, - rispose la fanciulla con voce tremante.
- Sei fra persone che sapranno difenderti contro tutti i Thugs dell'India. Parla: voglio sapere chi è quell'uomo che noi abbiamo invano inseguito e che pur ci è tanto necessario.
- Siete nemici degli strangolatori, voi?
- Siamo venuti in India per muovere loro guerra, - disse Sandokan, - e punirli dei loro misfatti.
- Sono cattivi, è vero, - rispose la fanciulla. - Non sono che degli assassini.
- Dimmi dunque chi è quel manti.
- L'anima dannata del capo dei Thugs.
- Di Suyodhana! - esclamarono ad una voce Yanez e Sandokan.
- Voi lo conoscete?
- No, speriamo di conoscerlo e molto presto, - disse Sandokan. - Yanez, quell'uomo ci è piú che mai necessario e non andremo nelle Sunderbunds senza averlo prima catturato.
Parlerà il vecchio, te lo assicuro, dovessi strappargli le confessioni coi piú atroci tormenti.
La bajadera guardava la Tigre della Malesia con spavento, misto a una profonda ammirazione e certo si chiedeva in cuor suo chi poteva essere quell'uomo cosí audace da sfidare la potenza dei formidabili settari di Kalí.
- Sí, - disse Yanez. - Quell'uomo ci è necessario. Ma tu, fanciulla, non sai dirci dove hanno il loro covo i Thugs? Si dice che siano tornati nei sotterranei di Rajmangal. È vero?
- Lo ignoro sahib bianco, - rispose la bajadera. - Ho udito a parlare del ritorno del "padre delle sacre acque del Gange", ma non so dove egli possa trovarsi, se nella jungla delle Sunderbunds o altrove.
- Sei mai stata tu in quei sotterranei? - chiese Sandokan.
- Vi ho compiuta là dentro la mia educazione di bajadera, - rispose la giovane, - poi mi hanno destinata alla pagoda di Kalí e di Darma-Ragia.
- Non sai dove potremmo trovare il manti? Abita nella pagoda o in qualche altro luogo?
- Nella pagoda non l'ho veduto che poche volte... Ah! Sí, voi potreste rivederlo e presto.
- Dove? - chiesero Yanez e Sandokan a un tempo.
- Fra tre giorni si compirà, sulle rive del Gange, un oni-gomon a cui devono prendere parte le bajadere e le nartachi della pagoda di Kalí ed il manti certo non vi mancherà.
- Che cos'è questo oni-gomon? - chiese Sandokan.
- Si brucerà la vedova di Rangi-Nin sul cadavere del marito, il quale era uno dei capi dei Thugs.
- Viva?
- Viva, sahib.
- E la polizia anglo-indiana lo permetterà?
- Nessuno andrà ad informarla.
- Credevo che quegli orribili sacrifici non si compissero piú.
- Il numero è ancora assai grande, non ostante la proibizione degli inglesi. Se ne bruciano ancora molte delle vedove, sulle rive del Gange.
- Conosci il luogo ove verrà arso il cadavere e la donna?
- Si trova all'estremità d'una jungla, presso una vecchia pagoda rovinata, e che era anticamente dedicata a Kalí.
- E credi che il manti interverrà alla lugubre cerimonia?
- Sí, sahib.
- Fra tre giorni tu potrai camminare e ci condurrai colà. Tenderemo al manti un agguato e vedremo se riuscirà ancora a sfuggirci. Mio caro Yanez, decisamente noi siamo fortunati.
In quel momento la baleniera giungeva sotto la poppa del praho.
- Giú la scala! - gridò Sandokan agli uomini di guardia.
Salí rapidamente sulla tolda e cadde fra le braccia d'un uomo che lo attendeva sulla cima della scala.
- Tremal-Naik! - esclamò il formidabile capo dei pirati.
- Che ti aspettava ansiosamente, - rispose l'indiano.
- Buone nuove, amico mio, non abbiamo perduto il nostro tempo.
Seguimi nella cabina.

CAPITOLO VII
UN DRAMMA INDIANO

La giovane bajadera, che era stata trasportata in una delle cabine del quadro e medicata prontamente da Yanez e da Sandokan, tre giorni dopo era, se non completamente guarita, almeno in grado di condurre i suoi protettori alla vecchia pagoda dove doveva aver luogo l'oni-gomon.
Durante quei tre giorni si era mostrata sempre contentissima di trovarsi in quella comoda ed elegante cabina e fra quei nuovi protettori, dei quali aveva subito abbracciata con entusiasmo la causa, fornendoli di preziosi particolari sulla sanguinosa associazione dei Thugs. Non aveva però potuto dire nulla della nuova "Vergine della pagoda", la piccola Darma, della quale fino allora non aveva mai udito parlare. Dimostrava poi una speciale riconoscenza pel sahib bianco, come chiamava il flemmatico Yanez che si era creato suo infermiere e che amava volentieri parlare con lei, la quale si spiegava in un inglese perfetto, ciò che dimostrava una educazione elevata e piuttosto rara fra le bajadere.
Quella cosa aveva anzi colpito anche Tremal-Naik, che nella sua qualità d'indiano e soprattutto di bengalese, conosceva meglio d'ogni altro le danzatrici del suo paese.
- Questa fanciulla, - aveva detto a Yanez e a Sandokan, - deve avere appartenuto a qualche alta casta. La finezza dei suoi lineamenti, la tinta quasi bianca della sua pelle e la piccolezza delle sue mani e dei suoi piedi, lo indicano.
- Cercherò d'interrogarla, - aveva risposto Yanez, - deve esservi lí sotto qualche istoria interessante.
Nel pomeriggio, mentre Sandokan e Tremal-Naik sceglievano gli uomini che dovevano prendere parte alla spedizione, Yanez era disceso nel quadro per visitare la ferita.
La fanciulla pareva che non provasse piú alcun dolore. Coricata su una comoda e soffice poltrona, sembrava immersa in un dolce sogno, a giudicarla dal sorriso che le coronava le piccole e rosse labbra e dalla dolcezza dei suoi occhi.
Vedendo comparire il sahib bianco, si era levata appoggiandosi alla spalliera e fissando su di lui uno sguardo penetrante.
- Il sahib bianco mi fa piacere, quando lo vedo, - disse con voce armoniosa. - È prima a lui che al sahib abbronzato che devo la libertà e fors'anche la vita.
- Il sahib bronzino, come tu lo chiami, - rispose Yanez sorridendo, - è buono e forse piú di me. Devi l'una e l'altra cosa ad entrambi. Come va la tua ferita, fanciulla?
- Non provo piú alcun dolore, dopo che le tue mani, sahib, l'hanno medicata.
- Sai che tu non ci hai detto ancora il tuo nome? - disse Yanez.
- Lo vuoi sapere, sahib? - chiese la bajadera. - Mi chiamo Surama.
- Sei del Bengala?
- No, sahib. Sono assamese, del Goalpara.
- Mi hai detto che la tua famiglia è stata distrutta.
La fronte della fanciulla a quelle parole si era offuscata, mentre i suoi occhi si coprivano d'un velo di profonda tristezza.
Stette un momento silenziosa, poi disse con voce tetra:
- È vero.
- Dai Thugs?
- No.
- Dagli inglesi?
Surama scosse il capo, quindi riprese con voce piú triste:
- Mio padre era zio del rajah di Goalpara e capo d'una tribú di kotteri, ossia di guerrieri.
- Ciò non mi spiega chi ha sterminata la tua famiglia.
- Il rajah, - rispose Surama, - in uno dei suoi momenti di follia.
Stette alcuni istanti silenziosa, come se aspettasse qualche altra domanda del sahib bianco, poi disse:
- Ero allora una bambina, poiché non avevo che otto anni, eppure l'orribile scena me la vedo ancora dinanzi agli occhi, come fosse avvenuta ieri.
Mio padre, al pari di tutti gli altri parenti, era venuto in sospetto al rajah, suo nipote, - il quale si era fisso in capo che tutti congiurassero contro di lui per carpirgli la corona e dividersi le immense ricchezze che possedeva, - perciò amava vivere lontano dalla corte, fra le sue selvagge montagne.
Correva allora voce che il rajah dedito a tutti i vizi e in preda ad una continua ubriachezza, commettesse di frequente delle vere atrocità contro i suoi servi e contro i suoi stessi parenti che vivevano a corte.
Mi ricordo che mio padre m'aveva un giorno narrato che quel mostro aveva assassinato perfino il suo primo ministro e pel semplice motivo d'aver tentato d'impedirgli di scannare un povero servo che inavvertentamente gli aveva lasciato cadere una goccia di vino sul vestito.
- Doveva essere una specie di Nerone, - disse Yanez che l'ascoltava con vivo interesse.
- Essendo la carestia piombata sull'Assam, i bramini e i gurus, ossia sacerdoti di Siva, indussero il rajah a dare una grandiosa cerimonia religiosa per cercare di placare la collera delle divinità.
Il principe vi annuí di buon grado e volle che vi assistessero tutti i suoi pareri che vivevano disseminati nel suo stato. Mio padre era compreso nel numero degli invitati, e non sospettando menomamente l'orribile disegno che quel mostro maturava nel suo cervello, mi condusse nella capitale assieme a mia madre ed ai miei due fratelli.
Fummo ricevuti cogli onori dovuti al nostro grado e alloggiati nel palazzo reale.
Compiuta la cerimonia religiosa, il rajah diede a tutti i parenti un banchetto grandioso, durante il quale bevve fuor di misura. Quel miserabile cercava di eccitarsi, prima di compiere la strage meditata forse da lungo tempo.
Essendo io troppo piccina, ne ero stata dispensata e m'avevano lasciata a trastullarmi su una delle terrazze del palazzo assieme ad altre fanciulle.
Era quasi il tramonto, quando udii improvvisamente un colpo di fucile, seguito poco dopo da un secondo e da un urlo di angoscia e di terrore.
Mi precipitai verso una terrazza che prospettava nel cortile d'onore del palazzo e vidi una scena orribile che non scorderò giammai, dovessi vivere mille anni...
La giovane si era interrotta, come se la voce le fosse improvvisamente mancata, guardando Yanez con gli occhi dilatati e pieni di terrore.
Un tremito convulso agitava il suo corpo, mentre dei singhiozzi soffocati le morivano sulle labbra.
- Continua fanciulla, - le disse Yanez dolcemente.
- Sono passati cinque anni, - riprese Surama, dopo qualche minuto - eppure, durante le notti insonni, rivedo sempre quella scena terrificante, come fosse avvenuta il giorno innanzi.
Il rajah era ritto su un terrazzino, cogli occhi schizzanti dalle orbite, i lineamenti sconvolti, con una carabina in mano ancora fumante, circondato dai suoi ministri che gli porgevano continuamente da bere non so quale bevanda infernale, mentre nel cortile fuggivano all'impazzata uomini, donne e fanciulli gettando clamori orribili: erano i parenti del principe.
Il miserabile aveva fatto chiudere tutte le porte del cortile e li fucilava a brucia-pelo, urlando come un pazzo:
"Morite tutti! Voglio che scompaiano questi avidi mostri che insidiano il mio trono e che congiurano per impadronirsi delle mie ricchezze! Da bere, datemi da bere o vi faccio decapitare!...".
I ministri, atterriti, continuavano a riempirgli la tazza che egli trangugiava d'un fiato, poi ricominciava a sparare su quella massa di disgraziati, che invano supplicavano di risparmiarli.
I colpi si succedevano ai colpi, perché quel maniaco furioso si era fatto portare sulla terrazza parecchie carabine che i suoi ufficiali si affrettavano a ricaricare e a porgergli. Ora cadeva un uomo colla testa fracassata, ora una donna col petto attraversato da una palla, ora invece, un fanciullo o una fanciulla, poiché il rajah non risparmiava nessuno.
Cosí vidi cadere successivamente mio padre, a cui un proiettile aveva fracassato la colonna vertebrale, poi mia madre colpita in mezzo alla fronte, poi i miei due fratelli, poi molti altri ancora. Trentasette erano i parenti del mostro e dieci minuti dopo trentasei giacevano sparsi per il cortile fra un vero lago di sangue.
Solo era sfuggito uno dei fratelli del principe, quantunque fosse stato fatto segno a tre colpi di carabina. Quel disgraziato, che balzava come una giovane tigre per impedire al fratello di prenderlo di mira, gridava disperatamente:
"Fammi grazia della vita ed io abbandono il tuo stato. Sono figlio di tuo padre! Tu non hai il diritto di uccidermi!"
Il rajah, sordo a quelle grida disperate, gli sparò ancora contro due colpi senza riuscire a coglierlo, poi preso forse da un subitaneo pentimento, abbassò la carabina che un ufficiale gli aveva sporta, gridando al fuggiasco:
"Se è vero che tu abbandonerai per sempre i miei stati, ti fo grazia della vita a una condizione".
"Sono pronto ad accettare tutto quello che vorrai", rispose il giovane principe.
"Io getterò in aria una rupia; se tu la colpirai colla palla di questa carabina, ti lascerò partire pel Bengala senza farti alcun male."
"Accetto", rispose il giovane.
Il rajah gli gettò la carabina che il fratello prese al volo.
"Ti avverto", gli urlò il pazzo, "che se manchi la moneta subirai la medesima sorte degli altri."
"Gettala!"
Il rajah fece volare in aria una rupia. S'udí uno sparo, e non fu bucata la moneta, bensí il petto dell'assassino.
Sindhia, tale era il nome del giovane principe, invece di far fuoco sulla moneta aveva voltata rapidamente l'arma contro il pazzo e l'aveva fulminato spaccandogli il cuore.
I ministri e gli ufficiali si prosternarono dinanzi al giovane che aveva liberato lo stato da quel mostro e senz'altro lo acclamarono rajah.
Quando seppe che anch'io ero sfuggita alla morte, quell'uomo che doveva avere l'animo non meno perverso del fratello, invece di farmi ricondurre fra le tribú devote a mio padre, mi fece segretamente vendere a dei Thugs che percorrevano il paese per procurarsi delle bajadere e s'impadroní, senza vergogna, di tutti i miei beni.
Fui condotta nei sotterranei di Rajmangal dove compii la mia educazione di bajadera, poi assegnata alla pagoda di Kalí e di Darma-Ragia.
Ecco la mia storia, sahib bianco. So che ero nata presso i gradini d'un trono, ora non sono che una miserabile danzatrice.
- Che dramma terribile! - disse una voce.
Yanez e Surama si volsero. Sandokan e Tremal-Naik erano entrati silenziosamente nella cabina, e da qualche minuto ascoltavano la giovane danzatrice.
- Povera fanciulla! - disse Sandokan, avvicinandosi a lei. - Non eri certo nata sotto una buona stella, ma noi penseremo al tuo avvenire. La Tigre della Malesia non abbandona gli amici.
- Voi siete buoni, - rispose Surama, la cui voce ancora tremava.
- Tu non tornerai mai piú fra i Thugs, né sarai piú una danzatrice. Ormai sei sotto la nostra protezione.
Poi cambiando bruscamente tono:
- Che tu sappia, fanciulla, i Thugs posseggono delle navi?
- Non lo so, sahib - rispose la fanciulla. - Ho veduto, quand'ero a Rajmangal, delle scialuppe navigare sui canali delle Sunderbunds, ma navi mai.
- Perché questa domanda, Sandokan? - chiese Yanez.
- Sono giunte or ora due grab e si sono ancorate presso di noi.
- Che cosa vi trovi di straordinario?
- Quelle due navi sono montate da equipaggi troppo numerosi e mi hanno un'aria sospetta.
- Ed a me hanno fatto la stessa impressione, - disse Tremal-Naik. - Quei miriam(2) che portano a poppa non li ho mai veduti né a bordo delle grab, né delle pariah.
- Le terremo d'occhio, - rispose Yanez. - Potreste però anche ingannarvi. Sono cariche?
- No, - disse Sandokan.
- Ammettendo anche che possano appartenere ai Thugs, nulla potrebbero tentare contro di noi, almeno finché siamo sotto le artiglierie del forte William.
Accontentiamoci di sorvegliarle e occupiamoci della nostra spedizione. Surama può camminare e condurci alla vecchia pagoda. È vero, fanciulla?
- Sí, sahib: io posso condurvi.
- Dovremo risalire il fiume per molte ore? - chiese Sandokan.
- La pagoda si trova a sette o a otto miglia dagli ultimi sobborghi della città nera.
- Sono già le sei; possiamo partire per sceglierci il posto prima che giungano i Thugs. Le due scialuppe sono pronte e i fucili nascosti sotto i banchi. Andiamo.
Porse a Surama un largo mantello di seta oscura fornito di cappuccio e salirono tutti in coperta.
Le due scialuppe erano già state calate e ventiquattro uomini, scelti fra i malesi e i dayachi, avevano occupato i banchi.
- Le vedi? - chiese Sandokan a Yanez, indicandogli le due grab che avevano gettato le ancore a pochi passi dal praho, una a babordo e l'altra a tribordo.
Il portoghese le guardò di sfuggita. Erano due solidi velieri, un po' meno grossi della Marianna, colla prora a punta, tre alberi altissimi, la poppa assai elevata e che portavano grandi vele latine, che non erano state ancora calate sul ponte.
I marinai, tutti indiani, che in quel momento erano occupati ad allontanare le catene per meglio assicurare l'ancoraggio, erano infatti troppo numerosi per velieri cosí piccoli e cosí maneggiabili.
- Può darsi che abbiano qualche cosa di sospetto quelle navi, - disse Yanez. - Ma per ora non occupiamoci di loro, né preoccupiamoci.
Scesero nella scialuppa maggiore e presero rapidamente il largo, seguiti dall'altra che era guidata da Tremal-Naik e da Sambigliong.
Passarono rapidi come frecce attraverso ai navigli, poi dinanzi alla città bianca, quindi alla nera e continuarono la loro corsa verso il settentrione, seguendo i serpeggiamenti del sacro fiume.
Due ore dopo, Surama additava a Yanez ed a Sandokan una specie di piramide tronca che s'alzava sulla riva destra, in mezzo a un boschetto di cocchi il quale confinava con una jungla formata di bambú giganteschi.
Si trovavano in un luogo assolutamente deserto, non essendovi sulle due rive né capanne e nemmeno barche ancorate.
Solamente alcune dozzine di marabú passeggiavano gravemente fra i paletuvieri, borbottando e aprendo di quando in quando i loro becchi mostruosi in forma d'imbuto.
Dopo essersi ben assicurati che non vi fosse nessuno, i ventiquattro pirati ed i loro capi presero terra, levando le carabine che fino ad allora avevano tenute celate.
- Nascondete le scialuppe sotto i paletuvieri, - disse Sandokan, - e che quattro uomini rimangano qui di guardia. Avanti gli altri.
- Surama, - disse Yanez, - vuoi che ti faccia portare dai nostri uomini?
- Non ne ho bisogno, sahib bianco, - rispose la giovane.
- Quando deve aver luogo l'oni-gomon?
- Verso la mezzanotte.
- Abbiamo un'ora di vantaggio e ci basterà per tendere l'agguato al manti.
Si misero in cammino inoltrandosi sotto il boschetto di cocchi e venti minuti dopo giungevano su una spianata su cui sorgeva la vecchia pagoda, già quasi tutta caduta in rovina, ad eccezione della piramide centrale.
- Nascondiamoci lí dentro, - disse Sandokan, scorgendo una porta.
Stavano per varcarla, quando scorsero verso la jungla dei punti luminosi che pareva si dirigessero precisamente verso la pagoda.
- I Thugs! - esclamò Surama.
- Dentro, - comandò Sandokan, precipitandosi nell'interno della pagoda. - Un quarto d'ora di ritardo e giungevamo forse a cose finite.
Preparate le armi e tenetevi pronti a piombare sul manti.

CAPITOLO VIII
L'ONI-GOMON

Il barbaro costume di abbruciare sui cadaveri dei mariti le vedove indiane, se è interamente abolito dagl'indiani che hanno abbracciata la fede mussulmana, sussiste sempre nelle caste dei bramini, dei Thugs ed in quelle militari, non ostante gli sforzi prodigiosi tentati dagl'inglesi in quest'ultimo secolo per sradicarlo.
L'impero è cosí vasto, che la polizia anglo-indiana non riesce sempre a intervenire a tempo e non sempre viene a saperlo, giacché i parenti del defunto prendono le piú grandi precauzioni per ingannare le autorità.
Oggi quest'uso è abbastanza raro, specialmente nel Bengala, ma nelle provincie settentrionali e nell'alto corso del Gange si rileva ancora un numero considerevole di oni-gomon.
Dobbiamo anzi aggiungere che nei primi lustri del secolo scorso, quei sacrifici si erano cosí spaventosamente moltiplicati, non ostante le leggi rigorose emanate dal governo anglo-indiano, che in un solo anno, ossia nel 1817 furono consumati nel solo Bengala ben 700 di quei terribili olocausti.
Oggi per evitarli, o almeno per attenuarne il numero, il governo esige che la vedova che abbia il desiderio d'immolarsi, comparisca prima dinanzi ai magistrati e ne ottenga l'autorizzazione, la quale non viene concessa se non quando la sua decisione si mostra irremovibile.
La maggior parte però si rifiutano di lasciarsi abbruciare. Lasciarsi è la vera parola, perché i bramini le costringono colla violenza e quando quelle povere creature, alla vista delle fiamme sono colte dal terrore e tentano di fuggire, i parenti del morto le respingono nel fuoco a colpi di bastone o le legano al cadavere del marito.
Quante in tal modo ne furono arse nel secolo scorso, violentemente!... Ben poche furono quelle che vennero salvate all'ultimo istante dai paria, che trovandole belle le hanno strappate alle fiamme ancora in tempo per poi sposarle, non temendo quei disgraziati, disprezzati da tutte le caste, di disonorarsi prendendo una vedova.
La condizione delle donne indiane che hanno la sventura di perdere il marito è d'altronde tale, che buon numero di esse preferiscono la morte.
Se hanno dei figli sono meno stimate di tutte le altre donne; se non ne hanno, diventano in certo modo oggetto d'obbrobrio.
Il lutto di quelle sventurate che non hanno avuto il coraggio di bruciarsi sul cadavere del marito, dura fino alla loro morte.
Sono costrette a radersi il capo una volta al mese, non portare piú gioielli, non vestire abiti di tela bianca, non ingiallirsi né ungersi piú alcuna parte visibile del corpo; è perfino vietato a loro di tracciarsi sulla fronte i distintivi della casta a cui appartengono, di masticare il betel o di fumare, di assistere alle feste di famiglia. Che piú? Si sfuggono come appestate, perché gli indiani credono che l'incontro d'una vedova porti sfortuna.
Eppure bisogna che si rassegnino, giacché per quanto sia disprezzata, essa lo è sempre meno di colei che si rimarita: in questo caso diverrebbe l'oggetto di disprezzo assoluto da parte di tutte le caste, eccettuata da quella dei poveri paria.

Il drappello che s'avanzava attraverso la jungla si componeva d'una quarantina di persone fra cui una giovane donna, la moglie del defunto, che era sorretta da due sacerdoti.
Precedevano il corteo, quattro suonatori che portavano dei djugo, specie di tamburo di terracotta di forma cilindrica, composti di due parti, ciascuna delle quali è coperta d'una pelle che si può allentare o restringere per mezzo d'una cordicella; seguivano alcuni mussalchi ossia portatori di torce, poi altri uomini che portavano sulle spalle un palanchino su cui si trovava il defunto, abbigliato con vesti ricchissime ricamate in oro ed ultima la disgraziata vedova circondata dai parenti piú prossimi e che portavano recipienti contenenti probabilmente l'olio profumato da versarsi sul rogo.
Il vecchio manti era nel numero che precedeva la vedova recitando delle preghiere assieme ai sacerdoti.
La vedova era una bella giovane che non doveva avere ancora quindici anni; aveva già i capelli rasi e non portava piú al collo il cordone a cui era appeso un gioiello che tutte le donne maritate usano portare quale indizio della loro qualità.
Si reggeva a malapena, e piangeva e gridava disperatamente, maledicendo il suo destino, mentre i sacerdoti che la sostenevano la incoraggiavano a mostrarsi forte, promettendole che il suo nome sarebbe stato celebrato in tutta la terra e cantato in tutti i sacrifici e assicurandola che andava a godere una felicità immensa e che sarebbe diventata la sposa di qualche dio in ricompensa della sua virtú e del suo sacrificio.
Non opponeva alcuna resistenza e si lasciava trascinare senza proteste. Certo dovevano averle dato da bere non poco bang(3) per abbatterla completamente e impedirle di tentare la fuga.
Giunto il corteo sulla spianata che stendevasi dinanzi alla pagoda, alcuni uomini che erano armati di coltellacci, abbatterono rapidamente un certo numero di grossi bambú formando una catasta alta mezzo metro che subito annaffiarono abbondantemente d'olio di cocco profumato, poi sopra vi deposero il cadavere del thug.
I mussalchi si erano già collocati ai quattro angoli colle torce accese, pronti a dar fuoco alla pira, mentre i suonatori percuotevano con furore i loro tamburi ed i parenti cantavano le lodi del defunto e l'eroismo e le virtú della vedova.
Il manti si era accostato alla pira tenendo in mano una torcia, intanto che la disgraziata vedova, con voce rotta dai singhiozzi dava l'ultimo addio ai parenti i quali, colle lagrime agli occhi, si rallegravano invece dell'eterna felicità che essa andava ad incontrare.
A un tratto una fiamma guizzò, propagandosi rapidamente a tutta la pira e avvolgendo il cadavere.
Il manti aveva dato fuoco ai bambú impregnati d'olio: il momento terribile del barbaro sacrificio era giunto.
I sacerdoti avevano afferrata rapidamente la vedova e la spingevano brutalmente verso le fiamme, mentre i tamburi rullavano con fracasso indiavolato ed i parenti gridavano a piena gola per stordire maggiormente la vittima.
La disgraziata si era lasciata spingere senza opporre resistenza, ma quando si vide dinanzi a quella cortina di fuoco lo spirito di conservazione si ridestò ad un tratto. Mandò un urlo orribile:
- No!... No!... Grazia!...
Poi con una forza che non si sarebbe mai supposta in quel giovane corpo, con una scossa disperata atterrò uno dei sacerdoti e si trasse indietro di alcuni passi, dibattendosi furiosamente per liberarsi anche dall'altro.
I parenti però accorrevano in aiuto dei sacrificatori. Il manti aveva intanto raccolto un tizzone acceso e stava per scagliarsi contro la vittima per incendiarle le vesti, quando si udí una voce tuonante a gridare:
- Fermi o vi fuciliamo come cani!...
La Tigre della Malesia era improvvisamente comparsa sulla soglia della pagoda circondata dai suoi pirati e dai suoi amici, i quali avevano già puntate le carabine.
Un urlo di spavento si era alzato fra i Thugs, poi, passato il primo istante di sorpresa, tutti si erano sbandati lasciando a terra la vedova.
- Addosso al manti! - aveva gridato Sandokan, slanciandosi innanzi.
Il vecchio stregone, che forse era il solo che aveva riconosciuto il comandante del praho, era stato il primo a darsi alla fuga, cacciandosi in mezzo alla folta jungla.
In pochi salti però Sandokan e Tremal-Naik gli erano piombati addosso, mentre Yanez faceva fare ai pirati una scarica in aria per spaventare maggiormente i parenti del morto ed i loro compagni, i quali fuggivano invece attraverso il bosco di cocchi.
- Fermati, vecchio briccone! - gridò Tremal-Naik, puntando la canna della carabina sul petto dello stregone, il quale tentava di estrarre un pugnale che portava nella fascia.
Sandokan l'aveva già afferrato per le spalle e l'aveva costretto a cadere in ginocchio.
- Chi siete voi e che cosa volete da me? - gridò il manti, tentando, ma inutilmente di sottrarsi alla stretta poderosa della Tigre. - Voi non siete policeman, né cipayes per arrestarmi.
- Chi sono? Vecchio stregone, saresti per caso diventato cieco? - chiese Sandokan, lasciandolo rialzare. - Non mi conosci piú dunque?
- Io non ti ho mai veduto.
- Eppure tre sere or sono hai tentato di farmi strangolare dai tuoi amici, presso la pagoda di Kalí, subito dopo la festa del fuoco.
Non te ne ricordi?
- Tu menti! - gridò lo stregone con suprema energia.
- Dunque non sei tu quello che hai scannato il capretto e acceso il fuoco sacro a bordo del mio praho? - chiese Sandokan ironicamente.
- Io non ho mai scannato capre. Tu mi prendi per qualche altro personaggio.
- Vieni con noi manti...
- Manti hai detto? Io non lo sono mai stato.
- Troverai nella pagoda una persona che ti darà una solenne smentita.
- Infine che cosa volete da me? - gridò il vecchio, digrignando i denti.
- Vederti il petto, innanzi a tutto, - disse Tremal-Naik, rovesciandolo improvvisamente a terra e premendogli il ventre con un ginocchio.
- Fa' portare una torcia, Sandokan.
Quella domanda era inutile. Yanez, dopo un simulato inseguimento per allontanare i sacrificatori tornava verso Sandokan assieme a Sambigliong, che si era munito d'una delle torce abbandonate dai mussalchi.
- È preso? - gridò il portoghese.
- E non ci sfuggirà neanche piú, - rispose Sandokan. - E la vedova?
- L'abbiamo salvata a tempo e pare che sia anche assai lieta di essere ancora viva. L'abbiamo portata nella pagoda.
- Accosta la torcia, Sambigliong, - disse Tremal-Naik lacerando d'un colpo solo la casacca di tela che copriva il petto del prigioniero.
Il manti aveva mandato un urlo di rabbia e aveva tentato di ricoprirsi, ma Sandokan fu lesto ad afferrargli le braccia, dicendogli:
- Lascia che vediamo dunque se sei un vero thug, innanzi a tutto.
- Lo vedi? - disse Tremal-Naik.
Sul petto dell'indiano vi era un tatuaggio di color azzurro, raffigurante un serpente colla testa di donna, circondato da alcuni segni misteriosi.
- È l'emblema degli strangolatori, - disse Tremal-Naik. - Tutti gli affigliati a quella setta di assassini l'hanno.
- Ebbene, - gridò il manti, - se sono un thug che v'importa? Io non ho ucciso nessuno.
- Alzati e seguici, - disse Sandokan.
Il vecchio non se lo fece ripetere due volte. Appariva assai abbattuto e preoccupato, pur lanciando sguardi feroci contro gli uomini che lo circondavano.
Fu condotto verso la pira su cui terminava d'incenerirsi il cadavere e dove si erano radunati i marinai del praho, dopo d'aver disposte qua e là delle sentinelle.
- Surama, - disse Yanez alla giovane bajadera che era uscita dalla pagoda. - Conosci quest'uomo?
- Sí, - rispose la fanciulla. - È il manti dei Thugs, il luogotenente del "figlio delle sacre acque del Gange".
- Vile danzatrice! - gridò il vecchio, dardeggiando sulla bajadera uno sguardo carico d'odio. - Tu tradisci la nostra setta.
- Io non sono mai stata un'adoratrice della dea della morte e delle stragi, - rispose Surama.
- Ora che non puoi negare di essere l'anima dannata di Suyodhana, - disse Tremal-Naik, - mi dirai dove si sono raccolti i Thugs che un tempo abitavano i sotterranei di Rajmangal.
Il manti guardò il bengalese per alcuni istanti, poi gli disse:
- Se tu credi che io ti dica dove hanno nascosta tua figlia, t'inganni. Puoi uccidermi, ma io non parlerò.
- È la tua ultima parola?.
- Sí.
- Sta bene: vedremo se saprai resistere a lungo.
Il manti udendo quelle parole era diventato pallidissimo, e la sua fronte si era coperta d'un freddo sudore.
- Che cosa vuoi fare di me? - chiese con voce strozzata.
- Ora lo saprai.
Si volse verso Sandokan e scambiò sotto-voce alcune parole.
- Lo credi? - chiese la Tigre della Malesia, facendo un gesto di dubbio.
- Vedrai che non resisterà molto.
- Proviamo.

Capitolo IX
LE CONFESSIONI DEL MANTI

A un gesto di Sandokan, il malese Sambigliong che doveva aver già ricevute precedentemente delle istruzioni, si era diretto verso un grosso tamarindo che si innalzava a trenta o quaranta passi dal rogo fra le rovine della cinta della vecchia pagoda.
Teneva in mano una lunga corda, un po' piú grossa dei gherlini e che aveva già annodata a laccio.
La gettò destramente attraverso uno dei piú grossi rami e lasciò scorrere il nodo scorsoio fino a terra.
Intanto alcuni marinai avevano legate strettamente le braccia al manti e passate sotto le ascelle due corde sottili e resistentissime.
Il vecchio non aveva opposta alcuna resistenza, tuttavia si capiva, dall'espressione del suo viso, che un indicibile terrore l'aveva improvvisamente preso.
Grosse gocce di sudore gli colavano dalla rugosa fronte e un forte tremito scuoteva il suo magro corpo. Doveva aver già compreso quale atroce supplizio stava per provare.
Quando lo vide ben legato, Tremal-Naik gli si accostò, dicendogli:
- Vuoi dunque parlare, manti?
Il vecchio gli lanciò uno sguardo feroce, poi disse con voce strangolata.
- No... no...
- Ti dico che non resisterai e che finirai per dirmi quanto noi desideriamo sapere.
- Mi lascerò piuttosto morire.
- Allora ti faremo dondolare.
- Qualcuno vendicherà la mia morte.
- I vendicatori sono troppo lontani per occuparsi di te in questo momento.
- Un giorno Suyodhana lo saprà e proverai le delizie del laccio.
- Noi non temiamo i Thugs, e ce ne ridiamo di Kalí, dei suoi settari e anche dei loro lacci. Per l'ultima volta vuoi confessarci dove si trova ora Suyodhana o dove hanno nascosta mia figlia?
- Va' a chiederlo al "padre delle sacre acque del Gange", - rispose il manti con voce ironica.
- Va bene: avanti voialtri.
I quattro malesi spinsero il vecchio verso l'albero.
Sambigliong gli passò il laccio attraverso il corpo stringendolo un po' sotto le costole, in modo che la funicella gli comprimesse il ventre e quindi gl'intestini, poi gridò:
- Ohe! Issa!
I malesi afferrarono l'altra estremità della fune che era passata sopra il ramo e il manti fu sollevato per un paio di metri.
Il disgraziato aveva mandato un urlo d'angoscia. Il nodo sotto il peso del corpo, si era subito stretto in modo da penetrargli quasi nelle carni.
Tutti si erano radunati intorno all'albero, compresi Yanez e Sandokan, i quali assistevano a quel nuovo genere di martirio senza battere ciglio.
Anzi il portoghese, come sempre, aveva acceso la sua ventesima o trentesima sigaretta e fumava placidamente.
- Spingete, - comandò freddamente Tremal-Naik ai quattro malesi che avevano legato il manti.
- Fatelo dondolare senza preoccuparvi delle sue grida.
I pirati si misero due da una parte e due dall'altra e diedero la prima spinta.
Il manti strinse i denti per non lasciarsi sfuggire alcun grido, però si vedeva che doveva soffrire atrocemente sotto quella stretta che a causa del dondolamento aumentava sempre.
Aveva gli occhi schizzanti dalle orbite e il suo respiro era diventato affannoso come se i polmoni, pure compressi, non potessero quasi piú funzionare.
Alla terza spinta che gli fece penetrare la funicella nelle carni, il disgraziato non poté piú frenare un urlo di dolore.
- Basta! - gridò con voce rauca. - Basta... miserabili.
- Parlerai? - chiese Tremal-Naik, accostandoglisi.
- Sí... sí... dirò tutto quello... che vorrai... sapere... ma fammi togliere il laccio... Soffoco...
- Potresti pentirti e mi seccherebbe dover ricominciare il supplizio.
Fece arrestare il dondolamento, poi riprese:
- Dove si trova Suyodhana? Se non me lo dici, non faccio allentare il nodo scorsoio.
Il manti ebbe un'ultima esitazione, che non ebbe che la durata di pochi secondi. Ora non si sentiva in caso di resistere piú a lungo a quello spaventevole supplizio inventato dalla diabolica fantasia dei suoi compatriotti.
- Te lo dirò, - rispose finalmente, facendo una smorfia orribile.
- Dimmelo dunque.
- A Rajmangal.
- Negli antichi sotterranei!
- Sí... sí... basta... m'uccidi...
- Una risposta ancora, - disse l'implacabile bengalese. - Dove hanno nascosto mia figlia?
- Anche quella... la vergine... a Rajmangal.
- Giuramelo sulla tua divinità.
- Lo giuro... su Kalí... Basta... non ne posso... piú.
- Calatelo, - comandò Tremal-Naik.
- Non resisteva piú, - disse Yanez gettando via la sigaretta. - Questi diavoli d'indiani possono dare dei punti all'Inquisizione della vecchia Spagna.
Il manti fu subito calato e liberato dal nodo scorsoio e dalle corde. Attorno al ventre aveva un solco profondo, azzurrognolo che in certi punti sanguinava.
I malesi furono costretti a farlo sedere, perché il disgraziato non si reggeva piú sulle gambe.
Ansava affannosamente e aveva il viso congestionato.
Tremal-Naik attese qualche minuto onde riprendesse fiato, poi riprese:
- Ti avverto che tu rimarrai nelle nostre mani, finché noi avremo le prove di non essere stati da te ingannati. Se avrai detto la verità, un giorno tu sarai libero e anche largamente ricompensato delle due delazioni; se avrai mentito non risparmieremo la tua vita e ti faremo soffrire torture spaventevoli.
Il manti lo guardò senza fare nessun gesto. Vi era però nei suoi occhi un terribile lampo d'odio.
- Dov'è l'entrata del sotterraneo? Ancora presso il banian? - chiese Tremal-Naik.
- Questo non te lo posso dire, non essendomi piú recato a Rajmangal dopo la dispersione dei settari, - rispose il manti. - Credo però che non sia piú quella.
- Dici il vero?
- Non ho forse giurato su Kalí?
- Se tu non sei piú tornato a Rajmangal, come sai che mia figlia si trova colà?
- Me lo hanno detto.
- Perché me l'hanno presa?
- Per fare di quella bambina la "Vergine della pagoda". Tu hai rapito la prima; Suyodhana ti ha preso la figlia che ha nelle sue vene il sangue di Ada Corishant.
- Quanti uomini vi sono a Rajmangal?
- Non sono molti di certo, - rispose il manti.
- Una parola ancora, - disse Sandokan, intervenendo. - I Thugs posseggono delle navi?
Il vecchio lo guardò per qualche istante, come se cercasse d'indovinare il motivo di quella domanda, poi disse:
- Quand'io ero a Rajmangal non avevano che dei gonga. Non so quindi se Suyodhana in questi ultimi tempi abbia acquistata qualche nave.
- Quest'uomo non confesserà mai tutto, - disse Yanez a Sandokan. - D'altronde ne sappiamo abbastanza e possiamo andarcene prima che i sacrificatori tornino con dei rinforzi. Ah! E della vedova, che cosa ne faremo?
- La manderemo a casa mia, - disse Tremal-Naik. - Si troverà meglio che fra i Thugs.
- Allora partiamo, - disse Yanez. - Che siano già giunti gli elefanti a Khari?
- Fino da ieri, ne sono sicuro.
- Saranno belli?
- Splendidi animali, senza dubbio, già abituati a cacciare le tigri. Sono stati pagati cari ma meriteranno quella somma.
- Andiamo dunque a cacciare nelle Sunderbunds, - concluse Yanez. - Vedremo se le tigri del Bengala valgono quelle delle foreste malesi.
Due uomini presero il manti sotto le braccia e la truppa, a un cenno di Sandokan, abbandonò il piazzale, dove finivano di consumarsi, sugli ultimi tizzoni, le ossa del thug.
La foresta dei cocchi fu attraversata senza incontrare nessuno e verso le due del mattino la spedizione prendeva posto nelle due scialuppe, aumentata del manti e della vedova.
Avendo la corrente in favore, il ritorno fu compiuto in brevissimo tempo. Un'ora dopo infatti tutti erano a bordo del praho.
Il manti fu rinchiuso in una delle cabine del quadro e per maggior precauzione gli fu collocata una sentinella dinanzi all'uscio.
- Quando partiamo? - chiese Tremal-Naik a Sandokan, prima di rientrare nelle loro cabine.
- All'alba, - rispose il pirata. - Ho già dato gli ordini opportuni onde tutto sia pronto prima dello spuntare del sole. Domani sera potremo trovarci a Khari?
- Certo, - rispose Tremal-Naik. - Non vi sono che dieci o dodici chilometri dalla riva del fiume a quel villaggio.
- Una semplice passeggiata. Buona notte ed a domani.
Cominciavano a tramontare le ultime stelle quando l'equipaggio del praho era tutto in coperta per prepararsi alla partenza.
Mentre issavano le immense vele, Sambigliong che dirigeva la manovra s'avvide, con una certa inquietudine, che anche le due grab ancoratesi il giorno innanzi, si preparavano a lasciare l'ancoraggio.
Le loro tolde eransi rapidamente coperte d'uomini i quali alzavano precipitosamente le vele latine e spiegavano i fiocchi, come se avessero avuto timore che la brezza dovesse da un momento all'altro mancare o che la corrente del fiume cambiasse direzione.
Il malese che aveva pure i suoi sospetti su quelle due misteriose navi, le quali portavano equipaggi quattro o cinque volte piú numerosi di quelli che sogliono avere quei velieri, rimase profondamente turbato da quelle manovre precipitose.
- Qui gatta ci cova, - mormorò. - Che il padrone abbia ragione di aver diffidato di questi vicini? Non ci vedo chiaro in questo affare.
Stava per dirigersi verso poppa, onde scendere nel quadro e avvertire Sandokan, quando questi comparve.
- Padrone, - gli disse. - Anche le due grab salpano con noi.
- Ah! - si limitò a dire il pirata.
Guardò tranquillamente i due velieri che stavano ritirando le ancore, poi disse:
- E la partenza improvvisa di quelle due navi t'inquieta, è vero mio bravo tigrotto?
- Non mi sembra naturale, padrone. Sono giunte l'altro ieri, non hanno caricata nemmeno una balla di cotone ed ecco che vedendo noi rimetterci alla vela, s'affrettano ad imitarci. E poi guardate quanti uomini hanno a bordo! Mi sembra che siano aumentati.
- Fra tutte e due hanno almeno il doppio dei nostri; se sperano però di darci delle noie, s'ingannano.
Se vorranno seguirci fino alle Sunderbunds, faremo giuocare le nostre artiglierie e vedremo a chi toccherà la peggio. Alla ribolla, Sambigliong e bada a non urtare qualche nave.
Le immense vele erano già state alzate con due mani di terzaruoli per diminuire di qualche po' la loro superficie e le ancore di prora e di poppa apparivano allora a fior d'acqua. La Marianna, presa dalla corrente e spinta dalla brezza mattutina, cominciava a muoversi.
Una delle due grab si era messa già in marcia, scivolando fra le numerose navi che ingombravano il fiume e l'altra si preparava a seguirla.
Sandokan, dal cassero, le osservava attentamente, senza dare alcun segno d'inquietudine. Non era uomo da preoccuparsi anche se quelle due navi avevano equipaggi piú numerosi ed erano armate di cannoncini.
Si era misurato con altri avversari ben piú poderosi e formidabili per avere qualche timore.
Una mano che gli si posò sulla spalla, lo fece volgere.
Yanez e Tremal-Naik erano saliti sul ponte, seguiti da Kammamuri.
- Che tu abbia ragione? - gli chiese il portoghese. - O che si tratti d'un puro caso?
- Un caso molto sospetto, - rispose Sandokan. - Sono certo che ci seguono, per vedere se noi andiamo a gettare le ancore in qualche canale delle Sunderbunds.
- Che vogliano assalirci?...
- Nel fiume, non credo; in mare forse. Ciò però mi seccherebbe, quantunque abbia piena fiducia in Sambigliong.
- Dobbiamo sbarcare prima di giungere alla foce del fiume, - disse Tremal-Naik. - Khari dista dal mare molte leghe.
- Se potessi liberarmi di quei due spioni! - mormorò Sandokan. - Passeremo la notte a bordo e non sbarcheremo prima di domani mattina, cosí potremo meglio accertarci delle intenzioni di quei due velieri.
Sono risoluto a chiedere ai loro equipaggi delle spiegazioni, se questa sera si ancoreranno ancora presso di noi.
Fingiamo per ora di non occuparci di essi onde non metterli in sospetto e andiamo a prendere il thè. Ah! E la vedova?
- La lasceremo nel mio bungalow di Khari, - rispose Tremal-Naik. - Farà compagnia a Surama.
- La bajadera può esserci necessaria nelle Sunderbunds, - disse Yanez. - Preferisco condurla con noi.
Sandokan guardò il portoghese in certo modo, che questi arrossí come una fanciulla.
- Oh! Yanez, - disse ridendo. - Il tuo cuore avrebbe perdute le sue corazze?
- Invecchio, - rispose il portoghese, con aria imbarazzata.
- Eppure io credo che gli occhi di Surama ti faranno ritornare giovane.
- Bada, - disse Tremal-Naik. - Le donne indiane sono pericolose piú di quelle bianche. Sai con che cosa sono state create, secondo le nostre leggende?
- Io so che sono generalmente bellissime e che hanno degli occhi che bruciano il cuore, - rispose Yanez.
- Narrano le vecchie istorie che quando Twashtri creò il mondo, rimase molto perplesso nel creare la donna e dovette pensare a lungo, prima di scegliere gli elementi necessari per formarla. Ti avverto che parlo della donna indiana e non di quella bianca o gialla o malese.
- Udiamo, - disse Sandokan.
- Prese le rotondità della luna e la flessuosità del serpente, lo slancio della pianta rampicante e il tremolio della zolla erbosa, il fascino del rosaio, il colore vellutato della rosa e la leggerezza delle foglie; lo sguardo del capriuolo e la gaiezza folle del raggio di sole; il pianto delle nuvole, la timidezza della lepre e la vanità del pavone; la dolcezza del miele e la durezza del diamante; la crudeltà della tigre e la freddezza della neve; il cicaleccio della gazza e il tubare della tordella.
- Per Giove! - esclamò Yanez. - Che cosa ha preso ancora quel dio indiano?
- Mi pare che abbia fuso sufficienti materie ed elementi, - disse Sandokan. - Mio caro Yanez, le donne indiane hanno perfino un po' della crudeltà delle tigri!...
- Noi siamo le tigri di Mompracem, - rispose il portoghese, ridendo. - Perché dovremmo o almeno dovrei io aver paura d'una fanciulla che ha... un po' di pelle di tigre indiana?
Scoppiò in un'allegra risata, poi diventando improvvisamente serio, disse:
- Ci seguono sempre, Sandokan.
- Le grab? Le scorgo: ma vedremo se domani galleggeranno ancora.
- Che cosa vuoi fare?
- Lo saprai questa sera, - rispose Sandokan con accento minaccioso. - Lascia che ci seguano per ora.
Il praho era uscito dal caos di navi e di barcacce che ingombravano il fiume, e veleggiava con sufficiente rapidità verso il basso corso.
Le due grab lo seguivano sempre, a una distanza di tre o quattrocento passi l'una dall'altra, tenendosi verso la riva opposta.
Verso il tramonto, dopo esser passata dinanzi alla stazione dei piloti di Diamond-Harbour, la Marianna entrava in un ampio canale formato dalla riva e da un isolotto boscoso lungo qualche miglio.
Era il posto scelto da Tremal-Naik per sbarcare, trovandosi di fronte alla via che doveva condurli a Khari.
L'equipaggio aveva appena gettato le ancore, quando, verso l'estremità settentrionale del canale, si videro improvvisamente apparire le due grab.
Sandokan, che si trovava in coperta, vedendole aveva corrugata la fronte.
- Ah! - diss'egli. - Ci seguono anche qui? Ebbene, vi darò il vostro conto. Artiglieri: smascherate i pezzi e gli altri ai posti di combattimento.
Offro battaglia!


CAPITOLO X
UNA BATTAGLIA TERRIBILE

Al grido della Tigre della Malesia, i marinai che stavano già per dar fondo alle ancore e calare le vele, avevano interrotte bruscamente le manovre ed erano balzati verso il loro comandante, mandando un solo urlo.
- Alle armi!...
Le terribili tigri di Mompracem, quei formidabili scorridori dei mari della Malesia che un giorno avevano fatto tremare perfino il leopardo inglese, e che avevano distrutta la potenza di James Brooke, il famoso rajah di Sarawak, si risvegliavano.
La sete di sangue e di stragi, da alcuni mesi assopita, li riprendeva tutta d'un colpo.
In meno che non si dica, quei cinquanta uomini si trovarono ai loro posti di combattimento, pronti per l'abbordaggio.
Gli artiglieri dietro le grosse spingarde: gli altri dietro le murate e sul cassero con la carabina in mano, il kriss fra i denti ed i terribili parangs dalla lama larga terminante a doccia a portata di mano.
Tremal-Naik e Yanez avevano raggiunto precipitosamente la Tigre della Malesia, che dalla murata poppiera spiava le mosse delle due grab.
- Si preparano ad assalirci? - chiese il bengalese.
- Ed a prenderci fra due fuochi, - rispose Sandokan.
- I bricconi!... Approfittano del luogo deserto per piombarci addosso. Diamond-Harbour è già lontano e sul fiume non ci sono piú navi. Si vede che hanno fretta di sopprimerci.
- Lasciamoli venire, - disse Yanez, colla sua solita flemma. - Hanno equipaggi numerosi, ma gli indiani non valgono le tigri di Mompracem.
Non te ne offendere, Tremal-Naik.
- Conosco il valore dei miei compatriotti, - rispose il bengalese. - Non può competere con quello dei malesi.
- Sandokan, che cosa aspettiamo?
- Che le grab aprano per le prime il fuoco, - rispose la Tigre della Malesia. - Se fossimo in mare, attaccherei senz'altro, ma qui nel fiume, su acque inglesi non oso. Potremmo avere piú tardi dei fastidi da parte delle autorità e venire trattati come pirati.
- I Thugs approfitteranno per prendere posizione.
- La Marianna manovra meglio d'una baleniera e al momento opportuno sapremo sfuggire al doppio fuoco. Lasciamole venire: noi siamo pronti a riceverle.
- E anche a calarle a picco, - aggiunse Yanez.
- Hanno dei cannoni, - disse il bengalese.
- Dei miriam che non avranno molta portata e i cui proiettili non faranno gran danno al nostro scafo, - rispose Sandokan.
- Noi conosciamo quelle artiglierie, è vero Yanez?
- Semplici ninnoli, - rispose il portoghese. - Ah! ah! Vedi una come si avanza? Mirano a prenderci in mezzo.
- Fa' gettare un ancorotto a prora, - disse Sandokan. - Niente catena, un semplice cavo che troncheremo con un colpo solo. Cerchiamo di ingannare quei bricconi.
Le due grab avevano già imboccato il canale e si avanzavano lentamente, con parte delle vele ammainate sotto le coffe.
L'una radeva la spiaggia dell'isolotto; l'altra invece si teneva verso la terra ferma. Da quella manovra si poteva facilmente capire che miravano a prendere fra due fuochi il praho, il quale si teneva in quel momento in mezzo al canale.
Una certa agitazione regnava sulle tolde delle due navi. Si vedevano i marinai affaccendarsi a prora ed a poppa, come se stessero innalzando delle barricate per meglio ripararsi dalle scariche delle artiglierie nemiche e altri a trascinare degli oggetti che parevano pesanti, a giudicarlo dal numero degli uomini che vi erano intorno.
Sandokan, tranquillo come se la cosa non lo riguardasse, seguiva però attentamente le mosse dei due velieri, mentre Yanez ispezionava le spingarde e faceva preparare i grappini d'arrembaggio, onde tutto fosse pronto per abbordare le avversarie, nel caso ve ne fosse stato bisogno.
Le tenebre erano appena calate e la luna cominciava ad apparire sulle cime dei grandi alberi che coprivano la riva, quando le due grab, con una bordata, giunsero a trecento passi dal praho, prendendolo in mezzo.
Quasi subito dalla nave piú prossima si udí una voce a gridare, in lingua inglese:
- Arrendetevi o vi coliamo a fondo.
Sandokan aveva già in mano il porta-voce. Lo imboccò rapidamente gridando:
- Chi siete per farci una simile intimazione?
- Navi del governo del Bengala, - rispose la voce di prima.
- Allora favorite mostrarci le vostre carte, - rispose Sandokan ironicamente.
- Vi rifiutate d'obbedire?
- Almeno per ora, sí.
- Mi obbligherete a comandare il fuoco.
- Fate pure, se cosí vi piace.
Quella risposta fu seguita da urla terribili che s'alzarono sulle tolde delle due navi.
- Kalí!... Kalí!...
Sandokan aveva gettato il porta-voce per sguainare la scimitarra.
- Andiamo, tigri di Mompracem! - gridò. - Tagliate la fune e abbordiamo!
All'urlo dei Thugs, l'equipaggio della Marianna aveva risposto col suo grido di guerra, piú selvaggio e piú terribile di quello degli indiani.
Il canapo dell'ancorotto era stato tagliato d'un colpo solo ed il praho si era rimesso al vento, muovendo risolutamente contro la grab che si trovava a ridosso dell'isoletta.
Ad un tratto, un colpo di cannone rimbombò, ripercuotendosi lungamente sotto le foreste che ingombravano la spiaggia opposta.
La grab aveva aperto il fuoco col suo piccolo pezzo di prora, credendo i suoi artiglieri di sfondare facilmente i fianchi del praho, ma le piastre metalliche che ricoprivano lo scafo, erano una difesa sufficiente contro quelle piccole palle.
- A voi, tigrotti! - gridò Sandokan, che si era messo alla ribolla del timone, per guidare col proprio pugno il piccolo veliero.
Una scarica di carabine aveva tenuto dietro a quel comando. I pirati che fino allora si erano tenuti nascosti dietro le murate, erano balzati in piedi, aprendo il fuoco violentissimo sulla tolda della grab, mentre gli artiglieri facevano girare rapidamente sui perni le lunghe e grosse spingarde, per prenderla d'infilata da prora a poppa.
Il combattimento era cominciato, con grande slancio, da ambe le parti e di uomini ne erano già caduti sulla grab e sulla Marianna, molti di piú su quella però che su questa.
I pirati, gente abituata alla guerra, non sparavano che a colpo sicuro, mentre i Thugs facevano fuoco all'impazzata.
Sandokan, impassibile fra quel grandinare di palle, che percuotevano i fianchi della sua piccola, ma bensí robustissima nave, che foravano le vele e maltrattavano le manovre, incitava senza posa i suoi uomini.
- Sotto, tigri di Mompracem! Mostriamo anche a questi uomini come combattono i figli della selvaggia Malesia!
Non vi era bisogno d'incoraggiare quei temuti predatori dei mari, incanutiti fra il fumo delle artiglierie e agguerriti da cento e cento abbordaggi.
Balzavano come tigri, salendo sulle murate e inerpicandosi sulle griselle per meglio mirare i nemici, senza inquietarsi del fuoco della grab, mentre i loro artiglieri, sotto il comando di Yanez, fracassavano con tiri aggiustati l'alberatura ed il fasciame della veliera bengalese.
La lotta però si era appena impegnata, quando giunse dietro alla Marianna la seconda grab, scaricandole addosso i suoi quattro miriam.
- Orza alla banda! - aveva gridato Yanez.
Sandokan con un colpo di barra tentò di virare sul posto, mentre Tremal-Naik e Kammamuri si slanciavano a babordo con un pugno di moschettieri, per tener testa alla nuova avversaria.
La Marianna con una fulminea manovra si gettò fuor di linea, sfuggendo al fuoco incrociato delle due navi, poi messasi di traverso fece fronte alle due grab tempestandole colle carabine e colle spingarde.
La piccola nave si difendeva meravigliosamente e aveva ferro e piombo per tutte e due.
Yanez, che maneggiava una delle spingarde, con un colpo ben aggiustato, aveva già fracassato l'albero di trinchetto della prima grab, facendolo rovinare in coperta, poi aveva scagliato sugli uomini che tentavano di spingerlo in acqua e di tagliare i paterazzi e le sartie, una bordata di mitraglia che aveva causata una vera strage fra i Thugs.
Tuttavia la situazione della Marianna era tutt'altro che rosea, poiché le due navi bengalesi, quantunque fossero assai maltrattate, la stringevano da presso per abbordarla d'ambo le parti.
Forti del loro numero, i Thugs speravano di espugnarla facilmente, una volta messi i piedi sulla tolda.
Sandokan tentava, con manovre ammirabili, di sfuggire alla stretta. Disgraziatamente il canale era poco largo ed il vento troppo debole per tentare delle bordate. Tremal-Naik lo aveva raggiunto per consigliarsi sul da fare.
Il coraggioso bengalese aveva compiuto miracoli, infliggendo alla seconda grab perdite considerevoli, e non era riuscito ad arrestarne la marcia.
- Ci piombano addosso e fra poco avremo l'abbordaggio, - aveva detto a Sandokan, ricaricando la carabina.
- Saremo pronti a riceverli, - aveva risposto la Tigre della Malesia.
- Sono quattro volte piú numerosi di noi.
- Vedrai i miei uomini come si batteranno. Sambigliong! A me!
Il malese che faceva fuoco dall'alto della grisella di babordo, d'un balzo fu sul cassero.
- A te la ribolla, - gli disse Sandokan.
- Quale delle due, padrone?
- Abbordiamo noi prima di loro. Quella di babordo.
Poi si slanciò attraverso la tolda, gridando con voce tuonante:
- Pronti per l'arrembaggio! A me, tigrotti di Mompracem!
Sambigliong, che aveva sotto di sé cinque uomini per la manovra della vela poppiera fece allentare la scotta per raccogliere maggior vento, poi avventò il praho contro la grab che fronteggiava l'isolotto e che era stata la piú maltrattata, mentre Yanez dirigeva il fuoco di tutte le spingarde contro l'altra per cercar di trattenerla.
- Fuori i parabordi! - aveva gridato Sandokan. - Pronti pel lancio dei grappini.
Mentre alcuni uomini lanciavano sopra i bordi delle grosse palle di canape intrecciato per attenuare l'urto e altri raccoglievano i grappini disposti lungo le murate per gettarli fra le manovre della nave nemica, Sambigliong abbordò la grab a babordo, cacciando il bompresso fra le sartie e le griselle dell'albero maestro.
I Thugs che la montavano, sorpresi da quell'audace attacco, mentre avevano sperato di essere essi gli abbordatori, non avevano nemmeno pensato a sfuggire l'urto, manovra d'altronde non facile a eseguirsi con un solo albero e colle manovre gravemente danneggiate.
Quando tentarono di sottrarsi al contatto, era troppo tardi.
Le tigri di Mompracem, agili come scimmie, piombavano da tutte le parti, slanciandosi dalle griselle, dai paterazzi, perfino dai pennoni e balzando sul bompresso. Sandokan e Tremal-Naik, con la scimitarra nella destra e la pistola nella sinistra, si erano slanciati pei primi sulla tolda della grab, mentre Yanez scaricava bordate addosso all'altra per impedirle di accorrere in aiuto della compagna.
L'invasione dei tigrotti era stata cosí fulminea, che s'impadronirono del cassero quasi senza far uso delle armi.
I Thugs, quantunque assai piú numerosi, si erano dispersi per la tolda senza opporre resistenza, ma alle grida dei loro capi, volsero ben presto la fronte e dopo essersi radunati dietro il troncone dell'albero di trinchetto, caricarono a loro volta coi tarwar in pugno, urlando come belve feroci.
Avevano rinunciato ai loro lacci, che non potevano essere di nessuna utilità in un combattimento corpo a corpo.
L'urto fu terribile, ma i pesanti parangs delle tigri di Mompracem non tardarono ad avere il sopravvento sulle piccole e leggere scimitarre dei bengalesi.
Respinti dappertutto, stavano per gettarsi in acqua e salvarsi sull'isolotto, quando sul ponte della Marianna echeggiarono le grida di:
- Al fuoco! Al fuoco!
Sandokan, con un comando breve ed istintivo aveva arrestato lo slancio dei suoi uomini.
- Alla Marianna!
Balzò sulla murata della grab e si slanciò con un salto da tigre, sulla tolda del praho, mentre Tremal-Naik con un pugno d'uomini copriva la ritirata e respingeva vittoriosamente un contrattacco dei settari della sanguinaria dea.
Un denso fumo sfuggiva dal boccaporto maestro della Marianna, avvolgendo le vele e l'alberatura.
Qualche pezzo di miccia o qualche lembo di tela, o un pezzo di corda incendiata dai tiri delle spingarde doveva essere caduta nella stiva ed aveva dato fuoco al deposito degli attrezzi di ricambio.
Sandokan, senza preoccuparsi dei tiri incessanti della seconda grab, aveva fatto preparare la pompa, poi aveva gridato a Sambigliong che non aveva abbandonata la ribolla del timone:
- Al largo! Fila verso l'uscita del canale! Tutti a bordo.
Tremal-Naik e Kammamuri, assieme a coloro che avevano coperta la ritirata, balzavano in quel momento in coperta.
I grappini d'abbordaggio furono tagliati, le vele orientate e la Marianna si staccò dalla grab passando dinanzi la prora della seconda.
La ritirata ormai s'imponeva, non potendo le Tigri di Mompracem far piú fronte alle due navi avversarie col fuoco che avvampava a bordo e che poteva comunicarsi alle polveri della Santa Barbara.
Essendo stata la Marianna ben poco danneggiata nelle manovre dai miriam indiani pessimamente diretti da cattivissimi artiglieri, poteva allontanarsi senza temere di venire raggiunta, tanto piú che la grab abbordata, priva del suo trinchetto, non poteva quasi piú virare di bordo e mettersi in caccia.
Con un solo colpo d'occhio Sandokan si era reso conto della situazione e aveva lanciato a Sambigliong il comando:
- Su Diamond-Harbour!
Egli pensava e con ragione che là almeno avrebbe potuto avere dei soccorsi dai piloti della stazione, in caso di estremo pericolo e che i Thugs si sarebbero ben guardati dall'inseguirlo fino a quella stazione.
Il comandante della seconda grab, come se avesse indovinato il pensiero di Sandokan, aveva fatto spiegare rapidamente tutte le vele per mettersi in caccia e dargli nuovamente battaglia, prima che la Marianna potesse uscire dal canale. Doveva aver capito che la preda stava per sfuggirgli.
Il fuoco dei miriam, per un momento sospeso per non colpire l'altra nave che si trovava sulla linea di tiro, fu ben presto ripreso dai Thugs, fra clamori assordanti e colpi di carabina.
Sandokan vedendo tanta ostinazione da parte di quel nemico che aveva già quasi vinto, aveva mandato un urlo di furore.
- Ah! - gridò. - Mi dai ancora la caccia? Aspetta un momento. Tremal-Naik!
Il bengalese si affaccendava a organizzare una catena di mastelli senza troppo preoccuparsi delle palle che grandinavano sempre in coperta.
Alla chiamata della Tigre della Malesia era accorso.
- Che cosa vuoi?
- Tu e Kammamuri occupatevi dell'incendio. Conduci sul ponte Surama e la vedova che sono rinchiuse nel quadro. Ti lascio venti uomini. A me gli altri.
Poi si slanciò verso poppa dove Yanez aveva fatto portare anche le spingarde di prora per contrabbattere poderosamente i miriam bengalesi.
- Fammi largo, Yanez, - gli disse. - Smontiamo quella carcassa.
- Non sarà cosa né lunga, né difficile, - rispose il portoghese colla sua solita calma. - Ecco qui una batteria che scalderà i dorsi dei Thugs. Palle e chiodi insieme! Tatueremo i Thugs col ferro.
- A te le due spingarde di babordo; a me quelle di tribordo, - disse Sandokan. - Voialtri coprite la batteria col fuoco delle vostre carabine.
Si chinò su una delle sue due spingarde e mirò attentamente il ponte della grab, la quale continuava ad avanzarsi come se avesse intenzione di tentare l'abbordaggio della Marianna.
Due colpi rimbombarono sul cassero. Il portoghese e la Tigre della Malesia avevano fatto fuoco simultaneamente.
L'albero di trinchetto della nave indiana, colpito un po' sotto la coffa, oscillò un momento, poi cadde con gran fracasso attraverso la murata di babordo che si frantumò sotto l'urto, ingombrando la coperta di aste e di cordami e coprendo i due pezzi del castello di prora.
- A mitraglia! - gridò Sandokan. - Spazziamo la tolda!
Due altri colpi avevano tenuto dietro ai primi. Urla terribili, urla di dolore e non piú di vittoria, si erano alzate fra i thugs.
I chiodi facevano buon effetto sui corpi degli strangolatori.
Il fuoco era stato sospeso sulla grab, ma non già a bordo della Marianna.
Sandokan e Yanez, che erano due artiglieri meravigliosi, sparavano senza tregua, ora mirando lo scafo ed ora mandando una vera tempesta di chiodi sulla tolda che infilavano da prora a poppa. Alternavano palle a mitraglia e con tale rapidità da impedire all'equipaggio avversario di liberarsi dell'albero che immobilizzava la loro nave.
Cadevano le murate, precipitavano le manovre e i madieri s'aprivano. L'albero maestro, cinque minuti dopo, schiantato quasi a livello della tolda, seguiva il trinchetto, rovinando pure a babordo e sbandando la nave in modo da esporre completamente il ponte ai tiri dei pirati.
La distruzione della grab cominciava.
Ormai non era piú che un pontone senz'alberi e senza vele, ingombro di rottami e di morti, tuttavia la Marianna non rallentava il fuoco, anzi! E le palle e gli uragani di mitraglia si succedevano, mentre le carabine dei tigrotti distruggevano l'equipaggio, che invano cercava un rifugio dietro le murate e dietro i tronconi degli alberi.
L'altra grab invano faceva sforzi prodigiosi per accorrere in aiuto della compagna. Priva del suo trinchetto, non s'avanzava che assai lentamente e le sue cannonate rimanevano senza effetto, giungendo i suoi proiettili di rado a destinazione.
- Orsú, - disse Sandokan. - Un'altra bordata, Yanez e avremo finito. Tira, ed a fior d'acqua a palla.
I quattro colpi si successero a brevissima distanza l'uno dall'altro aprendo quattro nuovi fori nella carena.
Furono i colpi di grazia.
La povera grab, che pareva si mantenesse ancora a galla per un miracolo d'equilibrio, si piegò bruscamente sul babordo, dove gli alberi pesavano e dove l'acqua del fiume già irrompeva attraverso gli squarci, poi si rovesciò colla chiglia in aria.
Degli uomini si erano slanciati in acqua e nuotavano disperatamente. Alcuni si dirigevano verso l'isolotto e altri verso la seconda grab, che pareva fosse immobilizzata su qualche bassofondo, perché non s'avanzava piú.
- Spazziamoli? - chiese Yanez.
- Lascia che vadano a farsi appiccare altrove, - rispose Sandokan. - Credo che ne abbiano abbastanza. Sambigliong, risali sempre il canale!
Poi si slanciò verso il boccaporto maestro dove parte dell'equipaggio lavorava con accanimento fra il fumo che continuava a irrompere, rovesciando mastelli d'acqua.
- E dunque? - chiese con una certa ansietà.
- Ormai non vi è piú alcun pericolo, - disse Tremal-Naik, che lo aveva scorto e che aveva udita la domanda.
- Siamo padroni dell'incendio e i nostri uomini, che sono già nella stiva, stanno sgombrando il deposito delle vele e degli attrezzi di ricambio.
- Avevo tremato per la mia Marianna.
- Dove andiamo ora?
- Riguadagneremo il fiume e scenderemo al di là dell'isolotto. È meglio non mostrarci piú a Diamond-Harbour.
- I piloti devono aver udito le cannonate.
- Se non sono sordi.
- Che suonata pei Thugs!
- Per un po' non ci daranno piú noia.
- E l'altra grab?
- Vedo che non si muove piú. Credo che si sia arenata, e poi è cosí malconcia che non potrà piú seguirci in mare, - rispose Sandokan. - Potremo cosí sbarcare senza essere disturbati e mandare il praho a Raimatla senza avere delle spie alle spalle.
Ce la siamo cavata a buon mercato: l'affare non e' stato troppo cattivo.
Sbarcando piú al sud, potremo raggiungere egualmente Khari?
- Sí, attraverso la jungla.
- Dieci o dodici miglia attraverso i bambú non ci fanno paura, anche se vi saranno delle tigri. Sambigliong! Risali sempre e vira di bordo all'estremità dell'isolotto. Ritorniamo nell'Hugly.


CAPITOLO XI
NELLE JUNGLE

La Marianna, quantunque due volte piú piccola delle grab e con un equipaggio di molto inferiore, ma assai piú agguerrito dei bengalesi, se l'era cavata veramente a buon mercato, come aveva detto la Tigre della Malesia.
Nonostante il furioso cannoneggiamento dei miriam, aveva subito dei danni facilmente riparabili, senza costringerla a recarsi in qualche cantiere di raddobbo.
Tutto si riduceva a poche corde spezzate, a pochi buchi nella velatura e a un pennone smussato.
Il blindaggio dello scafo, quantunque di poco spessore, era stato sufficiente ad arrestare le palle d'una libbra dei piccoli cannoni d'ottone e di rame.
Sette uomini però erano rimasti uccisi dal fuoco delle carabine, e altri dieci erano stati portati nell'infermeria piú o meno feriti. Perdite piccole in paragone a quelle subíte dagli equipaggi delle grab, che le spingarde, abilmente manovrate da Yanez e dai suoi uomini, avevano piú che decimato.
La vittoria d'altronde era stata completa. Una delle due navi, dopo essersi capovolta, erasi affondata: l'altra invece era stata ridotta in tale stato da non poter piú tentare l'inseguimento e per di piú si era arenata.
I crudeli settari della sanguinosa divinità non potevano certo essere soddisfatti dell'esito della loro prima battaglia data alle terribili tigri di Mompracem, che credevano di schiacciare cosí facilmente prima che uscissero dalll'Hugly.
La Marianna, guidata da Sambigliong, un timoniere che aveva ben pochi rivali, con poche bordate raggiunse l'estremità settentrionale dell'isolotto e rientrò nel fiume, nel momento in cui la seconda grab scompariva sotto le acque del canale.
L'incendio era stato ormai completamente spento da Tremal-Naik e dai suoi uomini, e piú nessun pericolo minacciava il praho, il quale poteva scendere tranquillamente il fiume senza temere di venire inseguito.
Sospettando però che i Thugs si fossero rifugiati sull'isolotto e che li aspettassero al varco per salutarli con qualche scarica di carabine, Sandokan fece spingere la Marianna verso la riva opposta.
Essendo l'Hugly in quel luogo largo oltre due chilometri, non vi era pericolo che le palle dei settari potessero giungere fino al veliero.
- Dove prenderemo terra? - chiese Yanez a Sandokan che stava osservando le rive.
- Scendiamo il fiume per qualche dozzina di miglia, - rispose la Tigre della Malesia. - Non voglio che i Thugs ci vedano a sbarcare.
- È lontano il villaggio?
- Pochi chilometri, mi ha detto Tremal-Naik. Saremo però costretti ad attraversare la jungla.
- Non sarà cosí difficile come le nostre foreste vergini del Borneo.
- Le tigri abbondano fra quei canneti giganteschi.
- Bah! Le conosciamo da lunga pezza quelle signore. E poi, non ci rechiamo forse nelle Sunderbunds a fare la loro conoscenza?
- È vero, Yanez, - rispose Sandokan, sorridendo.
- Credi tu che i Thugs avessero indovinato i nostri progetti?
- In parte, forse. Probabilmente sospettavano che noi assalissimo il loro rifugio dalla parte del Mangal.
Che tentino la rivincita?.
- È possibile, Yanez, ma giungeranno troppo tardi. Ho dato già a Sambigliong le mie istruzioni onde non si faccia sorprendere entro le Sunderbunds.
Andrà a nascondere il praho nel canale di Raimatla e smonterà l'alberatura, coprendo lo scafo con canne ed erbe, onde i Thugs non s'accorgano della presenza dei nostri uomini.
- E come ci terremo in relazione con loro? Noi possiamo aver bisogno di aiuti.
- S'incaricherà Kammamuri di venirci a trovare fra le jungle delle Sunderbunds.
- Rimarrà con Sambigliong?
- Sí, almeno fino a quando il praho avrà raggiunto Raimatla. Egli conosce quei luoghi e saprà trovare un ottimo nascondiglio per il nostro legno.
I Thugs hanno dato prova di essere molto furbi, e noi lo saremo di piú. Spero un giorno di poterli affogare tutti entro i loro sotterranei.
- Raccomanda a Sambigliong di non lasciarsi sfuggire il manti. Se quell'uomo riesce a evadere, non potremo piú sorprenderli.
- Non temere, Yanez, - disse Sandokan. - Un uomo veglierà giorno e notte dinanzi alla sua cabina.
- Prendiamo terra? - chiese in quel momento una voce dietro di loro. - Abbiamo già oltrepassata l'isola e non ci conviene allontanarci troppo dalla via che conduce a Khari. La jungla è pericolosa.
Era Tremal-Naik, il quale aveva già dato ordine a Sambigliong di dirigersi verso la riva opposta.
- Siamo pronti, - rispose Sandokan. - Fa' preparare una scialuppa e andiamo ad accamparci a terra.
- Abbiamo un ottimo rifugio per passare la notte, - disse Tremal-Naik. - Siamo di fronte a una delle torri dei naufraghi.
Ci staremo benissimo là dentro.
- Quanti uomini condurremo con noi? - chiese Yanez.
- Basteranno i sei che sono già stati scelti, - rispose Sandokan. - Un numero maggiore potrebbe far nascere dei sospetti nei Thugs di Rajmangal!
- E Surama?
- Ci seguirà: quella fanciulla può renderci preziosi servigi.
La Marianna si era messa in panna a duecento passi dalla riva, mentre la baleniera era stata già calata in acqua.
Sandokan diede a Kammamuri e a Sambigliong le sue ultime istruzioni, raccomandando loro la massima prudenza, poi scese nella scialuppa dove già si trovavano i sei uomini scelti per accompagnarli, Surama e la vedova del thug, che contavano di lasciare nella possessione di Tremal-Naik.
In due minuti attraversarono il fiume e presero terra sul margine delle immense jungle, a pochi passi dalla torre di rifugio, che s'alzava solitaria fra le canne spinose e i folti cespugli che coprivano la riva.
Prese le carabine e alcuni viveri, rimandarono la scialuppa, dirigendosi poscia verso il rifugio la cui scala mobile era appoggiata contro la parete.
Era una torre simile a quelle che già Sandokan e Yanez avevano osservate presso l'imboccatura del fiume, costruita in legno, alta una mezza dozzina di metri, con quattro iscrizioni in lingua inglese, indiana, francese e tedesca, dipinte in nero a grosse lettere, e che avvertivano i naufraghi di non fare spreco dei viveri contenuti nel piano superiore e di attendervi il battello incaricato del rifornimento.
Sandokan appoggiò la scala alla finestra e salí pel primo, seguíto subito da Surama e dalla vedova.
Non vi era che una stanza, appena capace di contenere una dozzina di persone, con alcune amache sospese alle travate, un rozzo cassettone, contenente una certa quantità di biscotto e di carne salata ed alcuni vasi di terracotta.
Non dovevano certo farla molto grassa i naufraghi, che la mala sorte gettava su quelle rive pericolose e disabitate, tuttavia non potevano correre, almeno per un certo tempo, il pericolo di morire di fame.
Quando tutti furono entrati, Tremal-Naik fece ritirare la scala, onde le tigri, che potevano aggirarsi nei dintorni, non ne approfittassero per inerpicarsi fino al rifugio.
Le due donne e i capi presero posto nelle amache; i sei malesi si stesero a terra mettendosi a fianco le armi, quantunque nessun pericolo potesse minacciarli.
La notte passò tranquilla non essendo stata turbata che dall'urlo lamentevole di qualche sciacallo affamato.
Quando si risvegliarono, la Marianna non era piú in vista. A quell'ora doveva aver già raggiunta la foce dell'Hugly e costeggiare già le Teste di Sabbia che si protendono dinanzi ai melmosi terreni delle Sunderbunds e che servono d'argine alle grosse ondate del golfo del Bengala.
Una sola barca, munita d'una tettoia, risaliva il fiume radendo la riva, spinta da quattro remiganti semi-nudi.
Sulla jungla invece nessun essere umano appariva. Volteggiavano invece un gran numero d'uccelli acquatici, specialmente d'anitre bramine e di martini pescatori.
- Siamo in pieno deserto, - disse Sandokan che dall'alto della torre guardava ora il fiume ed ora l'immensa distesa di bambú, sui quali giganteggiava superbamente qualche raro tara e qualche colossale nim dal tronco enorme.
- E questo non è che il principio del delta del Gange, - rispose Tremal-Naik. - Piú innanzi vedrai ben altre cose e ti farai un concetto piú esatto di questo immenso pantano che si estende fra i due rami principali del sacro fiume.
- Non comprendo come i Thugs abbiano scelto un cosí brutto paese pel loro soggiorno. Qui le febbri devono regnare tutto l'anno.
- E anche il cholera, il quale fa di frequente dei grandi vuoti fra i molanghi. Ma qui si sentono piú sicuri che altrove; poiché nessuno oserebbe tentare una spedizione attraverso questi pantani che esalano miasmi mortali.
- Che a noi non fanno né freddo, né caldo, - rispose Sandokan. - Le febbri non ci fanno piú paura: ci siamo abituati.
- E con chi se la prendono i Thugs di Suyodhana, se queste terre sono quasi spopolate? Kalí non deve avere troppe vittime di olocausto.
- Qualche molango che viene sorpreso lontano dal suo villaggio, paga per gli altri. E poi se non si strangola molto nelle Sunderbunds, non credere che a Kalí manchino vittime: i Thugs hanno emissari in quasi tutte le province settentrionali dell'India. Dove vi è un pellegrinaggio, i settari della dea accorrono e un bel numero di persone non tornano piú alle loro case. A Rajmangal io ne ho conosciuto uno che operava appunto sui pellegrini che si recavano alle grandi funzioni religiose di Benares, che aveva strangolato settecento e diciannove persone e quel miserabile, allorché venne arrestato, non manifestò che un solo dispiacere: quello di non aver potuto raggiungere il migliaio(4)!
- Quello era una belva! - esclamò Yanez, che li aveva raggiunti.
- Le stragi che quei miserabili commettevano ancora alcuni anni or sono, non si possono immaginare.
- Vi basti sapere che alcune regioni dell'India centrale furono quasi spopolate da quei feroci assassini, - disse Tremal-Naik.
- Ma che piacere ci trovano a strozzare tante persone?
- Quale piacere! Bisogna udire un thug per farsene un'idea.
"Voi trovate un grande diletto - disse un giorno uno di quei mostri, da me interrogato - nell'assalire una belva feroce nella sua tana, nel macchinare e ottenere la morte d'una tigre o d'una pantera, senza che in tutto ciò vi siano gravi pericoli da sfidare e coraggio soverchio da spiegare. Pensa adunque quanto questa attrattiva debba aumentare allorché la lotta è impegnata coll'uomo, allorché è un essere umano che bisogna distruggere! In luogo d'una sola facoltà, il coraggio, abbisognano l'astuzia, la prudenza, la diplomazia. Operare con tutte le passioni, far vibrare anche le corde dell'amore e dell'amicizia per indurre la preda nelle reti è una cosa sublime, inebriante, un delirio."
Ecco la risposta che ho avuto da quel miserabile che aveva già offerta alla sua divinità qualche centinaio di vittime umane... Pei Thugs l'assassinio è eretto a legge, l'uccidere per loro è una gioia suprema e un dovere; l'assistere all'agonia di un uomo da essi colpito è una felicità ineffabile.
- In conclusione l'uccidere una creatura inoffensiva è un'arte, - disse Yanez. - Credo che sia impossibile sognare una piú perfetta apologia del delitto.
- Sono molti anche oggidí i settari di Kalí? - chiese Sandokan.
- Si calcolano a centomila, sparsi per la maggior parte nelle jungle del Bundelkund, nell'Aude e nel bacino del Nerbudda.
- E obbediscono tutti a Suyodhana?
- È il loro capo supremo, da tutti riconosciuto, - rispose Tremal-Naik.
- Fortunatamente che gli altri sono lontani, - disse Yanez. - Se si radunassero tutti nelle Sunderbunds non ci rimarrebbe altro che far richiamare la Marianna e tornarcene a Mompracem.
- A Rajmangal non ve ne saranno molti, né credo che Suyodhana, anche se minacciato, ne richiamerà dall'altre regioni.
Il governo del Bengala tiene gli occhi aperti e quando può mettere le mani sui settari di Kalí, non li risparmia.
- Tuttavia non ha nulla tentato per snidare quelli che sono tornati nelle caverne di Rajmangal, - disse Sandokan.
- È troppo occupato pel momento. Come vi ho detto, l'India settentrionale minaccia una formidabile insurrezione ed alcuni reggimenti di cipayes hanno fucilati, giorni sono, i loro ufficiali a Merut ed a Cawnpore. Chissà che piú tardi, sedata la rivolta, non dia un colpo mortale anche ai Thugs delle Sunderbunds.
- Spero che per allora non ve ne siano piú, - disse Sandokan. - Non siamo già venuti qui per lasciarceli scappare di mano, è vero Yanez?
- Vedremo in seguito, - rispose il portoghese. - Partiamo Sandokan: ne ho abbastanza di questa gabbia e sono impaziente di vedere i nostri elefanti.
Surama e la vedova avevano preparato il thè, avendone trovato una certa provvista fra i viveri destinati ai naufraghi.
Vuotarono qualche tazza, poi ricollocarono a posto la scala e scesero fra le alte erbe che circondavano la torre.
Tre uomini armati di parangs si misero alla testa del drappello, per aprire un varco attraverso l'inestricabile caos di bambú, e di piante parassite e la marcia cominciò sotto un sole ardentissimo. Chi non ha veduto le jungle delle Sunderbunds, non può farsi la menoma idea del loro aspetto desolante.
Un deserto, sia pure privo del piú piccolo sterpo, è meno triste di quelle pianure fangose, coperte da una vegetazione intensa sí, ma che non ha nulla di gaio, né di pittoresco, una vegetazione che pur essendo lussureggiante ha un'indefinibile tinta come di cosa malaticcia trasudante germi infettivi.
Ed infatti tutto quel mare di canne immense e di piante parassite è giallastro. È ben raro vedere qualche macchia d'un verde brillante perché le belle mangifere, i pipal, i nim, i tara, dal cupo fogliame che caratterizzano le pianure del Bengala e dell'India centrale, non sembrano trovarsi a loro agio nei pantani delle Sunderbunds.
Tutte le piante sono altissime e si sviluppano con rapidità prodigiosa perché il terreno è fertilissimo, ma come abbiamo detto sono ammalate, e hanno un non so che d'infinitamente triste che colpisce profondamente l'uomo che ha l'audacia d'inoltrarsi fra quel caos di vegetali.
È l'umidità o meglio la lotta incessante che si combatte sotto di essi, fra l'acqua che invade continuamente quelle terre e il calore solare che le prosciuga rapidamente; lotta che si rinnova ogni giorno da secoli e secoli senza alcun vantaggio né per l'una né per l'altro; lotta che non fa altro che sviluppare germi infettivi e miasmi mortali e che aiutati dal rapido corrompersi di quella vegetazione d'una ricchezza anormale, sviluppano il cholera asiatico.
Il terribile morbo, che quasi ogni anno fa immense stragi fra le popolazioni del mondo, ivi ha la sua sede. I microbi si sviluppano sotto quelle piante con rapidità prodigiosa e altro non attendono che i pellegrini indiani per espandersi in Asia, in Europa e in Africa.
Esso regna in permanenza fra i poveri villaggi dei molanghi, soffocati fra quelle canne smisurate; però di rado uccide quei disgraziati. Venga però l'europeo che non è acclimatato e lo fulmina in poche ore.
È l'alleato dei Thugs e vale meglio di tutte le fortezze e di tutte le barriere, per tenere lontane le truppe del governo del Bengala.
Ma non è solo il cholera che si trova bene fra quei pantani. Anche i serpenti, le tigri, i rinoceronti e i coccodrilli voracissimi ci stanno benissimo e si propagano meravigliosamente, senza sentirne danno alcuno.
Se le Sunderbunds sono tristi, sono il paradiso dei cacciatori, perché tutti i piú terribili animali dell'India vi si trovano. Vi vivono però in piena sicurezza a dispetto degli ufficiali inglesi, quegli accaniti cacciatori, i quali non osano inoltrarsi fra quel mare di vegetali, non ignorando che un soggiorno anche brevissimo, può essere loro fatale.
L'europeo non può affrontare i miasmi delle Sunderbunds: la morte lo attende, celata sotto l'ombra delle canne e dei calamus.
Se può sfuggire agli artigli delle tigri, al morso velenoso del cobra-capello e del serpente del minuto o del bis-cobra e ai denti del gaviale, cade infallantemente sotto i colpi del cholera.
Il piccolo, ma animoso drappello, guidato da Tremal-Naik, procedeva lentamente, senza arrestarsi fra l'intricata jungla, aprendosi il passo a colpi di parang e di kampilang, non avendo trovato la menoma traccia di sentiero al di là dalla torre di rifugio.
I malesi della scorta, abituati già alla dura manovra dei parangs e dotati d'una resistenza e d'un vigore straordinario, tagliavano senza posa, insensibili ai morsi del sole che faceva fumare la loro pelle e anche ai miasmi che si sprigionavano da quei terreni melmosi.
Abbattevano a grandi colpi le mostruose canne, che parevano volessero soffocarli, facendole cadere a destra e a sinistra, per fare largo alle due donne e ai loro capi, i quali non s'occupavano che della sorveglianza, potendo darsi che da un istante all'altro qualche tigre facesse improvvisamente la sua comparsa.
Già avevano fiutato per due volte, su cinquecento passi penosamente guadagnati, l'odore caratteristico che esalano quelle pericolose belve, ma nessuna si era fatta vedere, spaventata forse dal numero delle persone e dal brillare delle carabine, armi che ormai quei sanguinari carnivori hanno imparato a temere.
Se il drappello fosse stato formato di poveri molanghi, armati d'un semplice coltellaccio o di qualche lancia, forse non avrebbero esitato a tentare un fulmineo assalto per portarne via qualcuno.
Di passo in passo che s'inoltravano, la vegetazione invece di scemare, diventava cosí folta, da mettere a dura prova la pazienza e l'abilità dei malesi, quantunque non fossero nuovi alle jungle.
Le canne si succedevano alle canne, serrate e altissime, interrotte solo di quando in quando da ammassi di calami, piante parassite d'una resistenza incredibile e che raggiungono spesso lunghezze di cento e perfino centocinquanta metri e da pozzanghere ripiene d'acqua giallastra e corrotta, che costringevano il drappello a fare dei lunghi giri.
Un caldo soffocante regnava in mezzo a quei vegetali, facendo sudare prodigiosamente malesi e indiani e soprattutto Yanez che nella sua qualità d'europeo, resisteva meno degli altri agli ardenti raggi del sole.
- Preferisco le nostre foreste vergini del Borneo, - diceva il povero portoghese, che pareva uscisse da un vero bagno, tanto le sue vesti erano inzuppate di sudore. - Mi pare di essere dentro un forno.
La durerà molto? Comincio ad averne fino ai capelli delle jungle bengalesi.
- Non la finiremo prima di dieci o dodici ore, - rispondeva TremalNaik, il quale pareva invece che si trovasse benissimo fra quei vegetali e quei pantani.
- Giungerò al tuo bengalow in uno stato miserando. Bei luoghi hanno scelto i Thugs! Che il diavolo se li porti via tutti!
Potevano trovarsi un rifugio migliore.
- Di questo no certo, mio caro Yanez, perché qui si sentono pienamente sicuri. Belve e cholera; pantani e febbri che ti portano via un uomo in poche ore: ecco i loro guardiani! Sono stati furbi a ricollocare qui le loro tende.
- E dovremo girovagare fra queste jungle per delle settimane forse? Bella prospettiva!
- Gli elefanti sono alti e quando sarai accomodato sul loro dorso, l'aria non ti mancherà.
- Toh!
- Che cosa c'è? - chiese Yanez, levandosi dalla spalla la carabina.
I malesi dell'avanguardia si erano arrestati e si erano curvati verso il suolo, ascoltando attentamente.
Dinanzi a loro si apriva una specie di sentiero abbastanza largo, per lasciare il passo a tre e anche a quattro uomini di fronte e che pareva fosse stato fatto di recente, poiché le canne che giacevano al suolo, avevano le foglie ancora verdi.
Sandokan che scortava Surama e la vedova, li raggiunse.
- Un passaggio? - chiese.
- Aperto or ora da qualche grosso animale che marcia dinanzi a noi, - rispose uno dei malesi. - Deve essersi levato da soli pochi minuti.
Tremal-Naik si spinse innanzi e guardò il terreno su cui si scorgevano delle larghe tracce.
- Siamo preceduti da un rinoceronte, - disse. - Ha udito i colpi dei parangs e se n'è andato.
Doveva essere in uno dei suoi rari momento di buonumore. Diversamente ci avrebbe caricati all'impazzata.
- Dove si dirige? - chiese Sandokan.
- Verso il nord-est, - rispose uno dei malesi che portava una piccola bussola.
- È la nostra direzione, - disse Tremal-Naik. - Giacché ci apre la via seguiamolo: ci risparmierà della fatica. Tenete però pronte le carabine, da un momento all'altro può tornare sui propri passi e piombarci addosso.
- E noi saremo pronti a riceverlo, - concluse Sandokan. - Alla retroguardia le donne e noi in testa.
Cominceremo la nostra partita di caccia.


CAPITOLO XII
L'ASSALTO DEL RINOCERONTE

Il pericoloso pachiderma doveva aver abbandonato quel luogo, dove forse si era fermato, per ripararsi dagli ardenti raggi del sole che sovente gli screpolano la pelle, da soli pochi minuti.
Avvertito della vicinanza di quegli uomini dal rumore che producevano i parangs nel troncare le alte canne, si era allontanato senza far rumore, prima che giungessero fino a lui.
Come Tremal-Naik aveva giustamente osservato, l'animalaccio doveva essere in uno dei suoi rari momenti di buonumore, poiché di rado quelle enormi bestie, che personificano se è possibile la forza materiale in tutto ciò che può avere di piú violento, di piú brutale e di piú irragionevole, cedono il campo.
Consce della loro forza veramente prodigiosa, della loro estrema agilità, nonostante le forme massicce del corpo e sicure della loro arma che sbudella senza alcuna difficoltà perfino un elefante, non rifiutano quasi mai la lotta.
Uomini e animali, tutti assalgono con cieco furore e nessuno può arrestare la loro carica irresistibile quando sono lanciati. Lo spessore della loro pelle d'altronde li protegge anche contro le palle e non hanno che il cervello di vulnerabile, ma bisogna giungervi attraverso l'uno o l'altro occhio e, come ben si capisce, la cosa non è facile.
Quantunque l'animale potesse da un istante all'altro tornare sui propri passi, per accertarsi da quali avversari era stato disturbato, Sandokan si era cacciato risolutamente sul sentiero seguito da Yanez e da Tremal-Naik.
Quello squarcio, aperto attraverso l'immensa jungla, dal corpaccio del pachiderma e che pareva si prolungasse sempre verso il nord-est, ossia in direzione di Khari, risparmiava ai malesi una fatica durissima e faceva guadagnare tempo.
I tre cacciatori che formavano l'avanguardia, s'avanzavano però con precauzione, con un dito sul grilletto delle carabine e si fermavano di frequente ad ascoltare.
Non si udiva alcun rumore, segno evidente che il rinoceronte aveva già guadagnato molto e che continuava la sua ritirata.
- È ben gentile, - disse Yanez. - Ci fa da battistrada e lascia respirare i nostri uomini. Dovrebbe continuare cosí fino alla porta del tuo bengalow, amico Tremal-Naik.
- Anzi entrare nelle scuderie, - rispose il bengalese, ridendo. - Non gli negherei una buona provvista di radici e di tenere foglie.
- Il fatto è che mantiene sempre la buona direzione.
- Vedremo però fino a quando, - disse Sandokan. - Temo che perda la pazienza nel vedersi inseguito e che tenti un ritorno offensivo. Se cambia d'umore, ce lo vedremo rovinare addosso.
Continuarono ad avanzarsi, seguiti a cinquanta passi dai malesi che vegliavano su Surama e sulla vedova, e dopo sette od ottocento metri si avvidero che i bambú cominciavano a diradarsi, mentre piú innanzi si udiva un baccano assordante che pareva prodotto da un gran numero di uccelli acquatici guazzanti in qualche stagno.
- Che stiamo per sbucare all'aperto? - chiese Sandokan. - Una boccata d'aria la desidererei ardentemente.
- Adagio, - disse Tremal-Naik, - attenti al rinoceronte.
- Non si ode ancora nulla.
- Può essersi fermato. Yanez, fa' avanzare tre uomini della scorta. I kampilangs e i parangs hanno buon gioco sui tendini di quei bestioni.
Il portoghese aveva appena fatto segno a tre malesi di raggiungerli, quando si trovarono improvvisamente dinanzi ad una radura, nel cui mezzo si allargava uno stagno dalle acque giallastre, ingombre di canne palustri e di foglie di loto.
Sulla riva opposta vi erano delle rovine, delle colonne, delle arcate, dei pezzi di muraglie screpolate, gli avanzi probabilmente di qualche antichissima pagoda.
Sandokan aveva gettato un rapido sguardo intorno al bacino e subito retrocesse, nascondendosi in mezzo ai bambú.
- È là, l'animalaccio, - disse, - mi pare che ci aspetti per caricarci.
- Vediamo un po' quel bruto, - disse Yanez.
Si gettò a terra e strisciò fra le canne, finché raggiunse il margine della jungla.
Il colosso stava fermo sulla riva dello stagno, colle zampacce semiaffondate nel fango e la testa abbassata in modo da mostrare il suo terribile corno teso orizzontalmente.
Era uno dei piú grossi della specie, perché misurava almeno quattro metri di lunghezza, e grosso quasi quanto un ippopotamo.
Tutto rinchiuso nella sua grossissima pelle, come entro un'armatura, quasi impenetrabile alle palle dei fucili usati in quell'epoca che non avevano la terribile penetrazione delle armi moderne, e la brutta testa, corta e triangolare, affondata nelle spalle deformi e massicce, pareva che non aspettasse che la comparsa dei cacciatori per scattare e mettere in opera il suo aguzzo corno che aveva una lunghezza d'oltre un metro.
- È ben brutto in quella posa, - disse Yanez a Tremal-Naik, che lo aveva raggiunto.
- Che non voglia lasciarci il passo libero?
- Non se ne andrà cosí presto come speri, - rispose il bengalese. - Sono testardi quegli animali.
- Possiamo colpirlo da qui? Con sei palle si dovrebbe abbatterlo.
- Ehm! Ne dubito.
- Eppure io e Sandokan ne abbiamo ucciso piú d'uno nelle foreste del Borneo. È vero però che quelli non erano cosí enormi.
- Quando è fermo è difficile colpirlo mortalmente.
- E perché?
- Perché allora le pieghe che servono come di cerniere alla sua corazza, sono aderenti le une alle altre ed impediscono alle palle di penetrare ben dentro.
Quando è in marcia invece si spostano, lasciando scoperto il tessuto sottostante e allora vi sono maggiori probabilità di toccarlo nella carne viva.
- Lasciamo che vada a farsi uccidere altrove e cerchiamo di raggiungere le rovine di quella pagoda.
Dietro a quelle colonne ed a quelle pareti, saremo al riparo dalle cariche di quell'animalaccio e potremo fucilarlo con nostro comodo.
- Purché non s'accorga della nostra manovra.
- Finché non ci mostreremo non si muoverà, lo vedrai, - rispose Tremal-Naik.
Tornarono verso Sandokan, il quale stava consigliandosi coi suoi malesi sul da farsi, non volendo esporre le due donne ad una carica del pachiderma.
La proposta di Tremal-Naik fu subito approvata. Essendo quella parte della riva cosparsa di macerie e di enormi blocchi di pietra, il rinoceronte non poteva spiegare la sua agilità e la sua violenza.
Dopo essersi accertati che il mostro non aveva cambiato posizione, si gettarono in mezzo ai canneti, spostandosi senza far rumore e girarono attorno allo stagno.
Già non distavano dalle rovine che un centinaio di passi quando udirono un niff! niff! acuto come lo squillo d'una tromba, poi un galoppo pesante che faceva tremare il suolo.
Il pachiderma si era slanciato verso la jungla, là dove supponeva che si nascondessero i suoi avversari.
Yanez aveva preso per un braccio Surama, gridando:
- Di corsa! Ci piomba alle spalle!
Il rinoceronte, guidato da quel comando cosí inopportunamente dato, invece di precipitarsi verso il sentiero da lui poco prima aperto, aveva fatto un brusco volta faccia, scagliandosi là dove scorgeva i bambú oscillare.
Pareva un treno lanciato a tutto vapore attraverso alla jungla.
Le immense canne, spezzate come se fossero fuscelli di paglia, cadevano dinanzi a lui come falciate, mentre col corno sfondava gli ammassi intricati dei calami.
Le due donne e i pirati si erano lanciati a corsa disperata.
In pochi minuti raggiunsero la rovina, salvandosi dietro le colonne e gli enormi blocchi di granito.
Il rinoceronte sbucava in quel momento fra le canne e caricava colla testa rasente al suolo e il corno teso.
Yanez e Sandokan, che si erano rifugiiati su un muricciolo che un tempo doveva essere stato un lembo di cinta, vedendoselo dinanzi, fecero fuoco simultaneamente, quasi a bruciapelo.
Il colosso, ferito in qualche piega, s'inalberò come un cavallo che riceve una terribile speronata, poi riprese subito la corsa contro il muricciolo, il quale, già screpolato, non resse a quell'urto poderoso.
I mattoni si sfasciarono di colpo ed i due pirati rotolarono in mezzo alle macerie a gambe levate.
Tremal-Naik che si trovava su un enorme blocco di pietre assieme a Surama e alla vedova, aveva mandato un urlo di terrore, credendoli perduti, a cui aveva fatto subito eco un muggito terribile.
Il rinoceronte era stramazzato al suolo agitando disperatamente le massicce zampe deretane, dai cui tendini recisi sfuggivano flotti di sangue.
- È nostro! - aveva gridato una voce.
Quasi nel medesimo istante uno dei malesi che teneva in pugno un parang gocciolante di sangue, era balzato fra i rottami, accorrendo in aiuto della Tigre della Malesia e del portoghese.
Quel coraggioso, vedendo i suoi capi in pericolo, aveva assalito l'animale per di dietro e colla sua pesante sciabola gli aveva troncati di colpo i tendini delle gambe posteriori, producendogli due ferite che dovevano farlo in breve soccombere.
Infatti l'animale era subito caduto mandando un urlo spaventevole, ma tosto si rialzò. Quel momento però era stato bastante a Sandokan, a Yanez e anche al malese per mettersi in salvo su un masso colossale.
Per di piú i loro compagni avevano a loro volta fatto fuoco.
Il colosso, ferito in piú parti, colle gambe rovinate, girò tre o quattro volte su se stesso come se fosse impazzito, mandando clamori assordanti, poi d'un balzo si precipitò nello stagno, lasciando dietro di sé due strisce di sangue.
Cercava nell'acqua un sollievo alle ferite.
Per parecchi minuti si dibatté sollevando delle vere ondate rossastre, poi tentò di tornare verso la riva, e le forze lo tradirono.
Fu veduto sollevarsi un'ultima volta sulle gambe mutilate, poi cadere fra un gruppo di canne, mandando un urlo rauco.
Per alcuni istanti il suo corpaccio fu scosso da sussulti, quindi la massa s'irrigidí, affondando a poco a poco nella melma del fondo.
- Ha esalato l'ultimo respiro, - disse Yanez. - Bruto! Va'!
- Questi animali sono piú temibili delle tigri, - disse Sandokan, che osservava il corpaccio che affondava sempre. - Ha demolito la muraglia come se fosse stata di cartone.
Senza quelle due sciabolate non so come ce la saremmo cavata.
- Il tuo malese gli ha dato il colpo dell'elefante, è vero? - chiese Tremal-Naik.
- Sí, - rispose Sandokan. - Nei nostri paesi i pachidermi si uccidono recidendo loro i tendini delle gambe posteriori. È un metodo piú sicuro e che offre meno pericoli.
- Che peccato perdere il corno!
- Ci tieni ad averlo? La massa non affonda piú e la testa emerge.
- È un superbo trofeo di caccia.
- I nostri uomini s'incaricheranno di andarlo a tagliare. Ci accamperemo qui per un paio d'ore e faremo colazione. Fa troppo caldo per riprendere la marcia.
Essendovi presso le rovine della pagoda alcuni tamarindi che proiettavano una fresca ombra, si recarono là sotto a fare colazione.
I malesi avevano già levato dalle borse i viveri, consistenti in biscotti e carni conservate e banani che avevano raccolti sulla riva del fiume, prima di lasciare la torre dei naufraghi.
Il luogo era pittoresco e l'aria era meno soffocante che nella jungla, quantunque il sole versasse sullo stagno una vera pioggia di fuoco, producendo una evaporizzazione fortissima.
Un silenzio profondo regnava nella vicina jungla. Perfino gli uccelli acquatici, quegli eterni chiacehioroni, tacevano e parevano assopiti da quell'intenso calore.
Solo un gigantesco arghilah, alto quanto un uomo, colla testa calva e rognosa, traforata da due occhietti rotondi e rossi, ed un becco enorme appuntato ad imbuto, passeggiava gravemente sulla riva dello stagno, agitando di quando in quando le sue ali bianche fasciate di nero.
Yanez, Sandokan e Tremal-Naik, terminata la colazione, si erano spinti verso la pagoda osservando con viva curiosità le colonne e le muraglie che portavano numerose iscrizioni in sanscrito e che reggevano ancora delle statue semi-spezzate, raffiguranti elefanti, testuggini e animali fantastici.
- Che un tempo appartenesse ai Thugs? - chiese Yanez che aveva osservato sulla cima d'una colonna una figura che bene o male rassomigliava alla dea Kalí.
- No, - rispose Tremal-Naik. - Doveva essere dedicata a Visnú; vedo su tutte le colonne la figura d'un nano.
- Era un nano quel dio?
- Lo divenne nella sua quinta incarnazione, per reprimere l'orgoglio del gigante Bely che aveva vinto e cacciato gli dei dal sorgon, ossia dal paradiso.
- Un dio famoso il vostro Visnú.
- Il piú venerato dopo Brahma.
- E come ha fatto un nano a vincere un gigante? - chiese Sandokan, ridendo.
- Coll'astuzia. Visnú s'era prefisso di purgare il mondo da tutti gli esseri malvagi e orgogliosi che tormentavano l'umanità.
Dopo d'averne vinti moltissimi, pensò di domare anche Bely che spadroneggiava in cielo e in terra e gli si presentò sotto le forme d'un nano bramino.
- Il gigante in quel momento stava facendo un sacrificio. Visnú gli si rivolse per chiedergli tre passi di terreno onde potersi fabbricare una capanna.
Bely, padrone del mondo intero, rise dell'apparente imbecillità del nano e gli rispose che egli non doveva limitare la domanda a sí lieve cosa.
Visnú però insistette nella sua richiesta, dicendo che per un essere cosí piccolo tre passi di terreno erano sufficienti.
Il gigante glieli accordò e per assicurarlo del dono, gli versò sulle mani dell'acqua. Ma ecco che Visnú acquista subito una grandezza cosí prodigiosa da riempire col suo corpo l'universo intero: misurò la terra con un solo passo, il cielo con un altro e pel terzo intimò al gigante di mantenere la promessa fattargli di donargli ciò che aveva misurato.
Il gigante riconobbe subito Visnú e gli presentò la propria testa, ma il dio, soddisfatto di una tale sommissione lo mandò a governare il Pandalon e gli permise di tornare tutti gli anni sulla terra nel giorno della luna piena di novembre.
- Chissà allora quali eroiche imprese avrà compiuto durante le sue altre incarnazioni, - disse Yanez. - Erano ben bravi gli dei indiani in quelle lontane epoche. Si trasformavano a piacere loro, in giganti e in nani.
- E anche in animali, - disse Tremal-Naik. - Infatti nella sua prima incarnazione, secondo i nostri libri sacri, si tramutò in un pesce per salvare dal diluvio il re di Sattiaviradem e sua moglie...
- Ah! Anche voi ricordate il diluvio.
- I nostri libri sacri ne parlano. Nella seconda incarnazione, in una testuggine per riportare a galla dal mar di latte la montagna Mandraguiti onde trarne l'amurdon ossia il liquore dell'immortalità; nella terza, in un cinghiale per squarciare il ventre al gigante Ereniacsciassen che si divertiva a sconquassare il mondo; nella quarta, in un animale mezzo uomo e mezzo leone per abbattere e bere il sangue del gigante Ereniano; nella quinta, sesta, settima, ottava e nona è sempre uomo.
- Quindi si è tramutato nove volte quel bravo dio, - disse Sandokan.
- Ma nella decima incarnazione, che avverrà alla fine dell'epoca presente, apparirà sotto le forme d'un cavallo con una sciabola in una zampa e uno scudo nell'altra.
- E che cosa verrà a fare? - chiese Yanez.
- I nostri sacerdoti dicono che scenderà sulla terra a distruggere tutti i malvagi. Allora il sole e la luna si oscureranno, il mondo tremerà, le stelle cadranno, ed il gran serpente Adissescien che ora dorme nel mar di latte, vomiterà tanto fuoco da abbruciare tutti i mondi e tutte le creature che li abitano.
- Speriamo di non essere piú vivi, - disse Yanez.
- Ci credi tu, alla discesa di quel terribile cavallo? - chiese Sandokan, con accento scherzevole al bengalese.
Tremal-Naik sorrise senza rispondere e si diresse verso lo stagno, dove i malesi stavano spaccando il muso del rinoceronte per levarne il corno. Dopo non pochi colpi di parangs erano riusciti a tagliarlo.
Misurava un metro e venti e terminava in una punta quasi aguzza, dovuta al continuo sfregamento, servendosene i rinoceronti non solo come arma difensiva, bensí anche per scavare la terra onde mettere allo scoperto certe radici di cui sono ghiotti e che costituiscono il loro principale nutrimento.
Quei corni non sono formati veramente da una sostanza ossea come quelli delle renne, delle alci e dei cervi, bensí da fibre aderenti le une alle altre o meglio, da peli agglutinati da materia cornea, suscettibile però a ricevere una bella pulitura e cosí resistenti da sfidare l'avorio.
Alle quattro pomeridiane, cessato un po' il calore, il drappello lasciava lo stagno e rientrava nella jungla, riprendendo la lotta contro i bambú ed i calami.
Non ebbe però che una breve durata perché qualche ora dopo giungeva finalmente sul sentiero che da Khari va fino alla riva del Gange.
La marcia fu spinta allora con tale rapidità, che poco dopo il tramonto Tremal-Naik giungeva dinanzi al cancello del suo bengalow.


CAPITOLO XIII
LA MANGIATRICE D'UOMINI

Khari è uno dei pochi villaggi che ancora sussistono fra le jungle delle Sunderbunds, resistendo tenacemente alle insidie del cholera e delle febbri maligne e alle visite delle tigri e delle pantere, solo per la ricchezza e prodigiosa fertilità delle risaie, le quali producono in abbondanza il benafuli, quel riso finissimo, lunghissimo, molto bianco e che cuocendo spande un odore graditissimo, assai apprezzato dai bengalesi.
Non è altro che un'accozzaglia di capanne, colle pareti di fango secco e i tetti coperti di foglie di coccotiero, con tre o quattro bengalow di meschina apparenza che non sono quasi mai abitati dai loro proprietari, troppo paurosi delle febbri.
Anche quello di Tremal-Naik non aveva la bella apparenza dei bengalow di Calcutta. Era una vecchia abitazione ad un solo piano, col tetto a punta ed una veranda all'intorno, fatta costruire dal capitano Corishant durante l'aspra guerra mossa ai Thugs di Suyodhana, onde essere piú vicino alle Sunderbunds.
Nel recinto, due mostruosi elefanti, guardati dai loro cornac, consumavano la loro razione della sera, interrompendosi di quando in quando per lanciare dei barriti che facevano tremare le vecchie muraglie dell'abitazione.
Erano di specie diversa, essendovi due razze ben distinte in India: i coomareah che hanno il corpo piú massiccio, le gambe corte e la tromba larga ma che posseggono una forza muscolare straordinaria; i merghee piú alti invece, piú svelti, colla tromba meno grossa e le gambe meno massicce, e che hanno il passo piú rapido.
Sebbene siano inferiori ai primi come robustezza, nondimeno sono i piú apprezzati per la loro velocità.
- Che superbi animali! - esclamarono ad una voce Yanez e Sandokan che si erano fermati nel cortile, mentre i due pachidermi, ad un grido dei loro conduttori, salutavano i nuovi venuti, tenendo le trombe in alto.
- Sí, bellissimi e robusti, - disse Tremal-Naik che li osservava da conoscitore profondo. - Daranno da fare alle tigri delle Sunderbunds.
- Partiremo domani sul dorso di questi giganti? - chiese Yanez.
- Sí, se lo desiderate, - rispose il bengalese. - Tutto deve essere pronto per cominciare la caccia.
- Vi staremo tutti nelle haudah?
- Noi con Surama ne occuperemo una; i malesi l'altra. Darma e Punthy ci seguiranno a piedi.
- Darma! - esclamarono Yanez e Sandokan. - È qui la tua tigre?
Tremal-Naik invece di rispondere mandò un fischio prolungato.
Tosto dalla varanda balzò nel cortile, colla leggerezza d'un gatto, una bellissima tigre reale la quale andò a fregare il suo muso sulle gambe del bengalese.
Yanez e Sandokan, quantunque avessero piú volte udito a parlare della docilità di quella belva, si erano tirati precipitosamente indietro, mentre i loro uomini si salvarono dietro gli elefanti, snudando i loro parangs ed i kampilangs.
Nel medesimo istante un cane tutto nero, alto quanto una jena, che portava un collare di ferro irto di punte aguzze, uscí correndo da una delle tettoie e si mise a saltare intorno al padrone, abbaiando festosamente.
- Ecco i miei amici della jungla nera, - disse Tremal-Naik, accarezzando l'uno e l'altro, - e che diverranno pure anche amici vostri. Non temere Sandokan e nemmeno tu, Yanez. Saluta i prodi di Mompracem, Darma; sono tigri anche loro.
La belva guardò il padrone che le additava Yanez e Sandokan, poi si accostò ai due pirati ondeggiando mollemente la sua lunga coda.
Girò due o tre volte attorno a loro fiutandoli a piú riprese, poi si lasciò accarezzare, manifestando la sua soddisfazione con un rom-rom prolungato.
- È superba, - disse Sandokan. - Non ricordo di averne veduta una di cosí belle e di cosí sviluppate.
- E soprattutto affezionata, - rispose Tremal-Naik. - Mi obbedisce come Punthy.
- Hai due guardie che terranno lontani i Thugs.
- Le conoscono e sanno quanto valgono. Hanno provato nei sotterranei di Rajmangal le unghie dell'una ed i denti d'acciaio del secondo.
- Vanno d'accordo fra loro due? - chiese Yanez.
- Perfettamente, anzi dormono sempre insieme, - rispose Tremal-Naik. - Orsú, andiamo a cenare. I miei servi hanno preparata la tavola.
Li introdusse in un salotto pianterreno, molto modestamente ammobiliato con sedie di bambú e qualche scaffale di acajú ma fornito della punka, ossia d'una tavola coperta di stoffa leggera, attaccata al soffitto e che un ragazzo fa girare per rimuovere l'aria e mantenere una continua ventilazione.
Tremal-Naik che aveva già da tempo adottati i consumi inglesi, aveva fatto preparare carne, legumi, birra e frutta.
Mangiarono lestamente, poi ognuno raggiunse la propria stanza dopo d'aver ordinato ai cornac di tenersi pronti per le quattro del mattino.
Fu Punthy infatti che diede la sveglia il giorno dopo coi suoi latrati assordanti. Vuotate alcune tazze di thè, Sandokan e Yanez scesero nel cortile portando le proprie carabine.
Tremal-Naik vi era già colla giovane bajadera che doveva accompagnarli ed i sei malesi.
I due giganteschi elefanti erano già bardati e non aspettavano che il segnale dei loro conduttori per partire.
- In caccia, - disse allegramente Sandokan, arrampicandosi sulla scala di corda e raggiungendo l'haudah. - Prima di questa sera conto di avere la pelle di qualche belva.
- Forse prima, - disse Tremal-Naik che era pure salito, seguito da Yanez e dalla bajadera. - Un uomo del villaggio si è offerto di condurci in un luogo dove da tre settimane si nasconde una admikanevalla.
- Che cosa sarebbe!
- Una tigre che preferisce la carne umana a quella degli altri animali. Ha già sorprese e divorate due donne del villaggio e l'altro giorno ha tentato il colpo contro un contadino il quale, per una fortuna, poté cavarsela con poche graffiature. È lui che ci guiderà.
- Avremo allora da fare con una tigre astuta, - disse Yanez.
- Che non si lascierà facilmente scovare, - rispose Tremal-Naik. - Le admikanevalla sono ordinariamente tigri vecchie, che non possedendo piú l'agilità per cacciare gli agili nilgò e per affrontare i bufali della jungla, se la prendono colle donne e coi fanciulli.
Giuocherà d'astuzia e tenterà tutti i mezzi per evitare la lotta, sapendo bene che non avrà nulla da guadagnare. Punthy saprà però trovarla.
- E Darma come si comporta verso le compagne?
- Si limita a guardarle, ma non l'ho mai veduta a prendere parte alla lotta. Non ama la compagnia delle tigri libere, come se non appartenesse piú alla loro razza. Ecco la guida che giunge davanti agli elefanti.
Un povero molango, nero quasi quanto un africano, piccolo e bruttissimo, che tremava per la febbre, coperto d'un semplice languti e armato d'una picca, era comparso presso al cancello.
- Sali dietro di noi, - gli gridò Tremal-Naik.
L'indiano, agile come una scimmia, s'arrampicò su per la scala e si appollaiò sull'enorme dorso dell'elefante.
I cornac, che si tenevano a cavalcioni, colle gambe nascoste dietro le immense orecchie dei pachidermi, impugnarono le loro corte picche coll'uncino aguzzo e ricurvo e mandarono un grido.
I due colossi vi risposero con un barrito assordante e si misero in marcia, preceduti da Punthy e seguiti da Darma, la quale non pareva amare troppo la vicinanza dei due bestioni.
Attraversato il villaggio che era ancora deserto, dopo un quarto d'ora, gli elefanti raggiungevano il margine delle jungle tuffandosi fra le canne e le erbe gigantesche. Avevano preso un buon passo e non esitavano mai sulla direzione. Bastava una leggera pressione dei piedi dei cornac ed un semplice sibilo per piegare a destra ed a sinistra.
S'avanzavano però con una certa precauzione, scartando colla tromba le altissime canne e tastando il terreno umido e fangoso che poteva celare qualche fondo pericoloso entro cui potevano sprofondare.
La jungla si estendeva a perdita d'occhio, monotona e triste, appena rallegrata da qualche gruppo di palmizi tara, da qualche latania o da qualche gruppetto di maestosi cocchi che stendevano le loro lunghe foglie di un bel verde brillante o da qualcuno di quegli immensi alberi, che da soli formano una piccola foresta, sostenuti sovente da parecchie centinaia di tronchi e chiamansi fichi delle pagode o banian.
Un profondo silenzio regnava su quel mare di vegetali, dormendo ancora i trampolieri delle lunghe zampe che abitano a migliaia e migliaia quelle terre umide. Non si udiva che il leggero stormire delle cime dei bambú giganti ed il rauco e poderoso respiro dei due colossi.
Non essendo ancora sorto il sole, una nebbia pesante e giallastra, carica di esalazioni pestifere derivanti dall'imputridire di miriadi di vegetali, ondeggiava ancora sull'immensa pianura, nebbia pericolosa perché celava nel suo seno la febbre ed il cholera, gli ospiti abituali delle jungle gangetiche.
Il calore, che doveva diventare intenso piú tardi, non doveva tardare ad assorbirla per lasciarla ricadere dopo il tramonto.
- Ecco una nebbia che mette indosso il cattivo umore, - disse Yanez che fumava come una vaporiera e che di quando in quando si bagnava le labbra con una sorsata di vecchio cognac. - Deve fare effetto anche sulle tigri.
- Può darsi, - rispose Tremal-Naik - perché quelle che abitano le Sunderbunds godono fama di essere piú sanguinarie delle altre.
- Devono fare dei grandi vuoti fra i poveri molanghi.
- Ogni anno un bel numero di quei disgraziati finisce sotto i denti delle "signore bâg", come le chiamano qui. Si calcola che quattromila indiani scompariscono per opera di quei terribili carnivori ed i tre quarti spettano alle abitatrici delle Sunderbunds.
- Ogni anno?
- Sí, Yanez.
- Ed i molanghi si lasciano divorare pacificamente?
- Che cosa vuoi che facciano?
- Che le distruggano.
- Per affrontare quelle belve ci vuole del coraggio ed i molanghi non ne hanno abbastanza.
- Non osano cacciarle?
- Preferiscono abbandonare i loro villaggi quando una mangiatrice d'uomini comincia a diventare troppo golosa.
- Non sanno preparare delle trappole?
- Scavano qua e là, nei luoghi frequentati da quelle belve, delle buche profonde, munite di pali aguzzi e coperte da sottili bambú dissimulati sotto un leggero strato di terra e di erbe, ma di rado riescono a prenderle. Sono troppo astute e poi sono cosí agili che anche cadendo entro la fossa, ottanta volte su cento riescono ancora a uscirne.
Ne usano anche altre con maggior profitto, servendosi d'un giovane albero, forte e flessibile, che piegano ad arco legando la cima ad un palo piantato nel suolo. Alla corda uniscono l'esca la quale consiste ordinariamente in un capretto od in un porcellino, disposta in modo che la tigre non possa toccarla senza introdurre prima la testa od una zampa entro un nodo scorsoio.
- Che viene stretto dallo scattare dell'albero.
- Sí, Yanez, e la tigre rimane prigioniera.
- Preferisco ucciderle colla mia carabina.
- E anche gli ufficiali inglesi sono del tuo parere.
- Vengono qui qualche volta a scovarle? - chiese Sandokan.
- Fanno di quando in quando delle battute con ottimi risultati, perché devo confessare che gli ufficiali inglesi sono bravi e coraggiosi cacciatori. Ricordo la caccia organizzata dal capitano Lenox, a cui presi parte anch'io, con molti elefanti ed un vero esercito di scikary ossia di battitori e un centinaio di cani. Anzi per un pelo non vi lasciai la pelle.
- In bocca ad una tigre?
- E per colpa del mio portatore d'armi che fuggí col mio fucile di ricambio, proprio nel momento in cui ne avevo bisogno, essendomi trovato di fronte a tre tigri d'un colpo solo.
- Narra un po' come te la sei cavata, - disse Sandokan che pareva s'interessasse straordinariamente.
- Come vi ho detto, la spedizione era stata organizzata in grande, per dare una dura lezione alle tigri che da molti mesi facevano delle vere stragi fra gli abitanti delle Sunderbunds. Spinte dalla fame o da altri motivi, avevano abbandonate le isole pantanose e pestilenziali del golfo del Bengala, facendo delle audacissime scorrerie fino entro i villaggi dei molanghi, dove osavan mostrarsi anche in pieno giorno.
In soli quindici giorni avevano divorato piú di sessanta molanghi, quattro cipayes ed il loro sergente, sorpresi sulla via di Sonapore ed i piloti di Diamond-Harbour sbranati assieme alle loro mogli.
Avevano spinta la loro audacia, da mostrarsi perfino nelle vicinanze di Port-Canning e di Ranagal.
- Si vede che erano stanche di starsene nelle Sunderbunds e che volevano cambiare paese, - disse Yanez.
- Le prime battute diedero buoni risultati, - proseguí Tremal-Naik. - Di giorno gli ufficiali inglesi le scovavano cogli elefanti; di notte le aspettavano presso le fonti, nascosti nelle buche e le fucilavano benissimo.
In tre soli giorni quattordici erano cadute sotto il piombo e tre altre erano finite sotto le zampacce degli elefanti.
Una sera, poco prima del tramonto, giunsero al campo due poveri molanghi per avvertirci d'aver veduto una tigre aggirarsi presso le rovine d'una pagoda.
Tutti gli ufficiali, compreso il capitano Lenox, erano già partiti per raggiungere le fosse d'agguato che avevano fatto scavare durante il giorno.
Al campo non ero rimasto che io coi sikary, essendo stato trattenuto da un attacco di febbre.
Quantunque le mie braccia non fossero ferme, in causa dei brividi che non mi lasciavano in pace, decisi di recarmi alla pagoda, conducendo con me il mio portatore d'armi, un giovane sikaro su cui, fino allora, avevo avuto gran fiducia avendomi dato prove di coraggio e di sangue freddo.
Vi giunsi un'ora dopo il tramonto e m'imboscai fra un gruppo di mindi a breve distanza da un piccolo stagno, sulle cui rive avevo notato numerose tracce d'animali.
Era probabile che la tigre presto o tardi comparisse, amando nascondersi presso gli abbeveratoi per sorprendere i cinghiali o le antilopi che vanno a dissetarsi.
Mi trovavo colà da due ore e cominciavo a perdere la pazienza, quando vidi avanzarsi sospettoso e guardingo un nilgò, una specie di cervo che ha il capo armato di due corna aguzze, lunghe un buon piede.
La preda valeva un colpo di fucile e dimenticando la tigre, gli feci fuoco addosso. L'animale cadde, ma prima che lo avessi raggiunto si rialzò fuggendo verso la jungla. Zoppicava, sicché, convinto di averlo gravemente ferito, mi slanciai dietro di lui ricaricando la carabina.
Il mio portatore d'armi, che aveva un grosso rifle di ricambio, mi aveva seguito. Stavo per superare un macchione di kalam quando ad un tratto udii fra le alte erbe dei mugolii poco rassicuranti che m'arrestarono di colpo, titubante fra l'andare innanzi ed il fuggire.
Quasi nell'istesso momento udii il mio portatore d'armi a gridare:
"Bada sahib! La bâg è là dentro".
"Ebbene" gli risposi, "sta' presso di me e noi avremo le costolette del nilgò e la pelle della tigre."
Avevo preso rapidamente il mio partito.
Mi cacciai fra i kalam tenendo la carabina imbracciata e dopo pochi passi mi trovai di fronte... a tre tigri!
- Mi fai venire freddo, - disse Yanez. - Deve essere stato un terribile momento quello!
- Tira innanzi, Tremal-Naik, - disse Sandokan. - L'avventura m'interessa.
- Quelle maledette belve avevano finito il povero nilgò e stavano mangiandoselo. Vedendomi, si erano raccolte su se stesse, pronte a scagliarsi su di me.
Senza pensare al tremendo pericolo a cui mi esponevo, feci fuoco sulla piú vicina, fracassandole la spina dorsale, poi mi gettai rapidamente indietro per evitare l'assalto delle altre due.
"Il mio rifle", gridai al mio sikaro, tendendo la mano senza voltarmi.
Nessuno mi rispose.
Il mio portatore d'armi non si trovava, come di solito, dietro di me. Spaventato dall'improvvisa comparsa delle tre tigri, era fuggito portando con sé la grossa carabina, sulla quale molto contavo, senza che quel briccone pensasse che mi lasciava disarmato di fronte a quei terribili mangiatori d'uomini!
Non sarebbe necessario che vi dicessi che cosa provai in quel momento: mi sentii bagnare la fronte d'un freddo sudore e mi parve che lo spettro della morte mi si rizzasse dinanzi..
- E le due tigri? - chiesero ansiosamente Yanez, Sandokan e la bajadera.
- Si tenevano ritte, a venti passi da me, fissandomi colle pupille dilatate, senza osare muoversi.
Passò cosí un minuto, lungo come un secolo, poi mi venne una ispirazione che mi salvò la vita.
Puntai risolutamente la carabina, che come vi dissi era ormai scarica, e feci scattare il grilletto.
Voi non lo credereste, eppure le due feroci belve, udendo quel lieve rumore, mi volsero le spalle e con un salto immenso scomparvero tra i bambú della jungla.
- Ciò si chiama aver fortuna, - disse Sandokan, - e possedere una bella dose di sangue freddo.
- Sí, - rispose Tremal-Naik ridendo, - però all'indomani ero a letto con quaranta gradi di febbre.
- Ma la pelle ancora indosso, - disse Yanez, - e la propria pelle vale bene un febbrone, lo credi?
- Ne sono profondamente convinto.
Mentre ascoltavano i particolari di quella caccia emozionante, i due elefanti avevano continuato a inoltrarsi nella jungla, aprendosi il passo fra i bambú immensi che raggiungevano talora i quindici e anche i diciotto metri, e fra le dure erbe chiamate kalam, pure altissime.
Il mondo alato si era risvegliato e folleggiava in mezzo alle piante, senza darsi troppo pensiero per la presenza dei due colossi e degli uomini che li montavano.
Bande di corvi, di nibbi, di cicogne dal lungo becco, di pavoni dalle superbe penne scintillanti al sole, di tortorelle candidissime e di bozzagri, s'alzavano quasi sotto i piedi degli elefanti, volteggiavano qualche momento sopra le haudah, poi tornavano a calare fra gli alti vegetali.
Di quando in quando anche qualche gigantesco arghilah, disturbato nel suo sonno, balzava fuori spiegando le sue immense ali e mostrando la sua orribile testa di uccello decrepito, protestando con alte strida, poi si lasciava ripiombare pesantemente al suolo, piantandosi sulle lunghissime zampe.
Il terreno a poco a poco diventava pantanoso rendendo la marcia dei colossi piú faticosa.
L'acqua trapelava dappertutto, essendo quelle terre che formano il delta del Gange formate solo da banchi di melma appena prosciugati. Ma erano quelli i terreni buoni, i veri terreni abitati dalle tigri, le quali, a differenza dei gatti, amano i luoghi umidi e la vicinanza dei fiumi.
Ed infatti i due elefanti marciavano da appena una mezz'ora attraverso a quei pantani, quando si udí il molango a dire:
- Sahib, è qui che bazzica la bâg. Sta' attento: non deve essere lontana.
- Amici, armate le carabine e preparate le picche, - disse Tremal-Naik. - Punthy è già sulla pista della vecchia briccona. Lo udite?
Il grosso cane aveva mandato un lungo latrato. Aveva ormai fiutata la mangiatrice d'uomini.


CAPITOLO XIV
LA PRIMA TIGRE

I due elefanti, ad un comando dei loro cornac, avevan rallentata la marcia.
Dovevano essersi accorti anche essi della vicinanza della pericolosa belva, perché erano improvvisamente diventati estremamente prudenti, specialmente il coomareah che era montato da Sandokan e dai suoi compagni e che s'avanzava pel primo. Essendo meno alto dell'altro, poteva venire sorpreso prima di scorgere la bâg, perciò appena scartate le canne che gl'impedivano la vista, si affrettava a ritirare la proboscide arrotolandola fra le enormi zanne.
Quantunque gli elefanti abbiano la pelle grossissima, sono di una sensibilità estrema. Specialmente la tromba è delicatissima, si può quindi immaginare come ci tengano a non abbandonarla fra le unghie di quelle formidabili fiere.
Sandokan ed i suoi compagni, in piedi, colle carabine in mano, cercavano di scoprire la bâg, senza però riuscire a vederla. I vegetali erano d'altronde cosí folti in quel luogo, che non era cosa facile scrutarvi dentro.
Doveva però essere passata da poco di là. Quell'odore caratteristico, quella puzza di selvatico che si lasciano indietro si sentiva ancora.
Disturbata dal latrato di Punthy, doveva essersi allontanata sollecitamente.
- Dove si sarà rintanata? - chiese Sandokan, che tormentava il grilletto della carabina. - Che non voglia mostrarsi?
- Avrà compreso che non vi è nulla da guadagnare ad impegnare la lotta, e la furba cerca di filare verso il suo covo.
- Che ci sfugga?
- Se Punthy è sulle sue tracce non la lascerà.
- E Darma? - chiese Yanez. - Non la vedo piú.
- Ci segue, non temere, ma a distanza. Non ama gli elefanti; fra le due razze vi è un vecchio odio.
- Zitto, - disse Sandokam. - Punthy l'ha scoperta!
Dei latrati furiosi partivano da una macchia di bambú spinosi.
- È alle prese colla tigre? - gridò Yanez.
- Non si esporrà il mio bravo cane, - rispose Tremal-Naik. - Sa che malgrado la sua forza e la sua robustezza, non è in grado di competere colle unghie d'acciaio delle bâg.
In quel momento il molango che stava in piedi dietro l'haudah, tenendosi aggrappato al bordo della cassa, disse a Tremal-Naik:
- Sahib: viene.
- L'hai veduta?
- Sí: si nasconde laggiú fra i kalam. Non vedi le erbe muoversi? La bâg striscia con precauzione e cerca di sottrarsi alle ricerche del tuo cane.
- Cornac! - gridò il bengalese. - Spingi innanzi l'elefante: noi siamo pronti ad aprire il fuoco.
Ad un fischio del conduttore il coomareah allungò il passo dirigendosi verso le alte erbe in mezzo a cui echeggiavano ad intervalli i latrati di Punthy.
Il merghee che portava i sei malesi l'aveva seguito.
L'odore di selvatico lasciato dalla belva non si sentiva piú. Tuttavia il coomareah, non nuovo a quelle pericolose cacce, pareva che avesse fiutata la vicinanza della terribile nemica.
Il colosso cominciava a dare segni di viva inquietudine: soffiava rumorosamente, scuoteva l'enorme testa e di quando in quando veniva assalito da un forte brivido che si trasmetteva perfino all'haudah.
Non ostante la loro forza immensa e l'eccezionale vigore della loro tromba, che sradica d'un sol colpo anche un grosso albero, è un fatto ormai constatato che quei colossi hanno una vera paura delle tigri, tale anzi che certe volte si rifiutano perfino di avanzare e che rimangono sordi alle carezze dei loro affezionati cornac.
Il coomareah che portava i tre capi era un animale coraggioso che da molti anni aveva fatto le sue prime armi, come aveva assicurato il suo conduttore, e che molte tigri aveva schiacciate sotto i propri piedi o scagliate a sfracellarsi contro gli alberi, pure in quel momento, come abbiamo detto, provava delle esitazioni. Anche il suo compagno che lo seguiva a breve distanza, di tratto in tratto titubava ed era necessario talvolta per deciderlo un buon colpo d'arpione.
Ad un tratto si udí il molango che era passato dinanzi all'haudah e che s'appoggiava al cornac, a gridare.
- Attenzione!
Poi due forme giallastre, striate di nero, eransi slanciate al sopra delle alte erbe, a meno di cinquanta passi, per ricadere subito.
Erano due enormi tigri che prima d'impegnare la lotta o di battere in ritirata, avevano spiccato un salto in aria per accertarsi delle forze dei loro nemici.
- Sono due! - aveva esclamato Tremal-Naik. - La mangiatrice di uomini ha trovata una compagna.
Sangue freddo, amici miei, e non fate fuoco che a colpo sicuro. Pare che siano decise a darci battaglia.
- Cosí la caccia riuscirà piú interessante, - rispose Sandokan.
Yanez guardò Surama: la giovane bajadera era diventata pallidissima, tuttavia conservava ancora una calma ammirabile.
- Hai paura? - le chiese.
- Accanto al sahib bianco, no, - rispose la fanciulla.
- Non temere, siamo uomini vecchi alle grandi cacce e conosciamo le tigri.
Le due belve erano tornate a imboscarsi fra le canne e i kalam e pareva che avessero preso, almeno pel momento, il partito di allontanarsi, perché si udivano i latrati di Punthy echeggiare piú fiochi.
- Spingi l'elefante, - gridò Tremal-Naik, al cornac.
Il coomareah pareva che avesse ripreso coraggio, perché raddoppiò subito il passo. Non si sentiva però interamente sicuro, a giudicarlo dal tremito e dai formidabili barriti che lanciava di quando in quando.
Tremal-Naik ed i suoi compagni, curvi sui bordi della cassa, coi fucili montati, osservavano attentamente le alte erbe cercando di scoprire le due belve che si ostinavano a non mostrarsi.
Ad un tratto si udirono i latrati di Punthy a echeggiare a pochi passi dall'elefante un po' a destra.
Il molango aveva mandato un grido.
- Attenti, sahib! Le bâg stanno per venire. Hanno girato intorno a noi!
Nel medesimo istante il coomareah s'arrestò rotolando rapidamente la proboscide che mise in salvo fra le lunghe zanne. Si piantò solidamente sulle robuste zampaccie, inclinando un po' il capo indietro e mandò una nota formidabile che sembrava un avvertimento per i cacciatori.
Passarono alcuni secondi, poi si videro i kalam aprirsi violentemente come sotto una spinta irresistibile ed una tigre enorme, con un salto immenso si scagliò contro l'elefante piombandogli sulla fronte e tentando, con un poderoso colpo d'artiglio, di sventrare il cornac che si era gettato prontamente indietro.
Sandokan che era il piú vicino, pronto come il lampo le scaricò la carabina, fracassandole una zampa.
Malgrado quella ferita, la terribile belva non cadde. Con un volteggio sfuggí al fuoco di Yanez e di Tremal-Naik, si raccolse un momento su se stessa, poi con un balzo enorme passò sopra la testa dei cacciatori senza toccarli e cadde dietro l'elefante mandando un prolungato hoo-hug! I malesi che montavano il merghee, vedendola piombare fra le erbe, avevano scaricate le loro carabine, col pericolo di ferire le zampe deretane del coomareah, ma la bâg ormai era scomparsa fra i bambú.
Per alcuni istanti si videro le alte cime delle canne ad agitarsi, poi piú nulla.
- È fuggita! - gridò Sandokan, ricaricando precipitosamente il fucile.
- Io dico invece che si prepara ad un nuovo assalto, - disse Tremal-Naik. - Sono certo che si avvicina strisciando.
- Che slancio ha quella bestia! - esclamò Yanez. - Credevo che piombasse sulle nostre teste e mi pareva sentirmi già gli artigli penetrare nel cervello.
- Cerchiamo di non fallirla, - disse Tremal-Naik.
- Non si tira troppo bene sul dorso d'un elefante, - rispose Sandokan. - Non so come sia riuscito a colpirla colle scosse che subiva l'haudah.
- Il coomareah aveva la tremarella, - disse Yanez. - D'altronde nemmeno io ero perfettamente calmo.
Si può essere coraggiosi ed avere anche una buona dose di sangue freddo, eppure la calma se ne va dinanzi a quelle belve.
- Sfido io! Si tratta di non lasciare la pelle fra quelle unghie, - rispose Sandokan.
- Badate, sahib! - gridò il molango. - Il coomareah la sente.
Infatti l'elefante cominciava a dare nuovi segni d'inquietudine. Sbuffava e tornava a tremare.
Ad un tratto girò rapidamente su se stesso e tornò a piantarsi solidamente, colla testa bassa e la tromba strettamente arrotolata fra i denti.
Non erano trascorsi dieci secondi che Sandokan ed i suoi compagni distinsero la tigre. Scivolava, strisciando quasi sul ventre, fra le canne, cercando di accostarsi all'elefante di sorpresa, colla speranza forse di piombare d'improvviso sui cacciatori.
- La vedi? - chiese Tremal-Naik a Sandokan.
- Sí.
- Anche tu, Yanez?
- Sto prendendola di mira, - rispose il portoghese.
In quell'istante parecchi colpi di carabina rimbombarono sull'haudah del secondo elefante.
I malesi facevano fuoco, ma in altra direzione.
- È l'altra tigre che assale il merghee! - gridò Tremal-Naik. Non perdete di vista la nostra; lasciate a loro la cura di sbrigarsela. Eccola!
La tigre che li minacciava era comparsa su un piccolo spazio quasi sgombro di canne. Si fermò un momento sferzandosi colla coda, poi con uno slancio fulmineo ripiombò fra le canne per ricomparire poco dopo a pochi passi dal coomareah.
Il cornac aveva mandato un grido:
- Va', figlio mio!
L'elefante si slanciò innanzi colla testa abbassata, le zanne tese, pronto a piantarle nel corpo della belva, ma questa con un altro volteggio si sottrasse al pericolo e ritentò l'assalto di prima che per poco non era riuscito fatale al cornac.
Mandò una nota breve, gutturale e stridente, poi piombò nuovamente sulla fronte del pachiderma, ma male servita dalla sua zampa fracassata dalla palla di Sandokan, ricadde quasi subito al suolo.
Il coomareah fu lesto a metterle un piede sulla coda poi le piantò nel petto una delle sue zanne e la sollevò.
Il felino, furioso, mandava urla terribili e s'agitava disperatamente, tentando di dilaniare la testa del colosso.
Sandokan e Yanez avevano puntate le carabine quantunque gli scrolli che subiva l'haudah rendessero il tiro molto problematico. Il cornac che li aveva veduti, fece loro segno di abbassare le armi, dicendo poi:
- Lasciate fare al coomareah.
L'elefante aveva sciolta la formidabile proboscide, che arrotolò attorno al corpo della tigre stringendole le zampe per impedirle di servirsi delle terribili unghie.
La staccò dalla zanna, con una stretta irresistibile le fracassò le costole, la sollevò in aria facendola ondeggiare per qualche istante, poi la scaraventò al suolo con tale violenza da tramortirla.
Prima che la belva avesse il tempo di riaversi, il coomareah le aveva posata sul corpo una delle sue mostruose zampe. Si udí un crac, poi un barrito formidabile che risuonò come una tromba di guerra.
Era il barrito che annunciava la vittoria.
- Bravo elefante! - gridò Sandokan. - Questo si chiama un bel colpo!
- Scendiamo! - gridò Yanez.
- Guai a chi si muove - comandò Tremal-Naik. - Ecco l'altra che giunge! Attenzione!-
Infatti la seconda tigre, che era riuscita a sfuggire al fuoco dei malesi, balzava attraverso le canne con agilità straordinaria, spiccando salti di cinque o sei metri. Accorreva in aiuto del compagno, o meglio della compagna, perché a giudicarlo dalla sua grossezza doveva essere un maschio. Fortunatamente pei cacciatori giungeva troppo tardi.
Vedendo il coomareah occupato a calpestare e ridurre in poltiglia la compagna, il tigre gli si avventò addosso assalendolo sul fianco destro.
S'aggrappò alla gualdrappa e apparve minacciosa sotto l'haudah, a tre passi dal povero molango.
- Fuoco! - aveva gridato precipitosamente Tremal-Naik.
Tre colpi di fucile partirono nell'istesso momento, seguiti da un quarto sparato da Surama.
La bâg si era lasciata cadere, insanguinando la gualdrappa del coomareah.
La videro strisciare fra le erbe, poi coricarsi ed allungarsi, come se cercasse di nascondere ai suoi nemici le ferite ricevute.
Sandokan e Tremal-Naik che avevano ricaricate le carabine le fecero fuoco addosso, guastandole piú o meno la magnifica pelle.
La tigre rispose con un terribile hoo-hug! Si alzò penosamente e si mise a indietreggiare, mostrando i denti e ringhiando come un mastino, quando le forze la tradirono e dopo pochi passi ricadde.
- A te, Yanez - disse Tremal-Naik. - Finiscila! La bâg si presenta bene.
Il felino non era che a trenta passi, col muso rivolto verso l'elefante ed il petto scoperto.
Il portoghese lo mirò per qualche istante, mentre il cornac manteneva fermo l'elefante, poi fece fuoco.
La bâg si sollevò un momento, spalancò le mascelle, poi cadde fulminata. La palla le aveva fracassata una spalla e probabilmente attraversato il cuore.
- Un colpo da grande cacciatore! - gridò Tremal-Naik. - Cornac, getta la scala e andiamo a raccogliere quella superba pelliccia.
Per precauzione ricaricarono le carabine, potendo darsi che vi fosse nei dintorni qualche altra tigre, poi scesero rapidamente slanciandosi fra i kalam.
La prima tigre era stata ormai ridotta in un ammasso di carne e di ossa triturate, pestate dalle zampacce del coomareah. La pelle, crepata in piú luoghi, non poteva servire piú a nulla.
La seconda non aveva che tre fori. Oltre la ferita alla spalla che aveva determinata la morte, aveva ricevuta una palla nel dorso e un'altra al fianco destro.
Era una delle piú superbe che i cacciatori avessero fino allora vedute.
- Una vera tigre reale, - disse Tremal-Naik. - Non ne avete certo di simili nelle vostre foreste del Borneo.
- No - rispose Sandokan. - Quelle delle isole malesi non sono cosí belle e poi sono piú basse e meno sviluppate. È vero Yanez?
- Sí - rispose il portoghese che esaminava la ferita della spalla. - Non sono però meno coraggiose, né meno feroci di queste.
- Questa è una vera acto-bâg beursah, come la chiamano i nostri poeti, - disse Tremal-Naik.
- Che vorrebbe dire? - chiese Sandokan.
- Una signora tigre.
- Per Bacco! Quanto rispetto!
- Suggerito dalla paura, - disse Tremal-Naik, ridendo.
- Possiamo accamparci qui, - disse Sandokan, dopo d'aver dato uno sguardo all'intorno. - Ecco là quello spazio quasi scoperto che fa per noi. Per oggi possiamo essere soddisfatti dall'esito della nostra caccia; e poi sarà meglio avanzarci lentamente verso le Sunderbunds e farci precedere dalla fama di appassionati cacciatori, onde non allarmare i Thugs.
- Domani tutti gli abitanti dei villaggi della jungla sapranno che noi siamo venuti qui per distruggere le tigri, - disse Tremal-Naik. - Il molango che abbiamo condotto con noi narrerà meraviglie di noi.
- Lo rimandiamo?
- Non ci è piú necessario e poi è meglio che non vi siano testimoni. Una parola può sfuggirci ed i Thugs devono tenere delle spie nei villaggi, onde non farsi sorprendere da qualche spedizione di.soldati bengalesi.
I malesi rizzarono due vaste tende di tela bianca e scaricarono le casse contenenti i viveri e gli arnesi di cucina, onde allestire la colazione.
I cornac si occuparono di preparare quella degli elefanti, consistente in una enorme quantità di foglie di ficus-indica e di erbe palustri larghe come lame di sciabole, in una pagnotta di granturco del peso di dieci chilogrammi e d'una mezza libbra di ghi ossia di burro chiarificato, mescolato quasi ad altrettanto zucchero.
Divorato il pasto e disposte due sentinelle sui margini della jungla, i cacciatori si stesero sotto le tende, mentre il sole versava torrenti di fuoco su quell'oceano di vegetali, asciugando rapidamente le pozze e gli stagni formatisi durante la notte.