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Le figlie dei faraoni

 


EMILIO SALGARI

Le Figlie dei Faraoni


CAPITOLO PRIMO

Sulle rive del Nilo

Tutto era calmo sulle rive del maestoso Nilo.
Il sole stava per scomparire dietro le altissime cime delle immense palme piumate, fra un mare di fuoco che arrossava le acque del fiume, facendole sembrare bronzo appena fuso, mentre a levante un vapore violaceo, che diventava di momento in momento più fosco, annunciava le prime tenebre.
Un uomo stava ritto sulla riva, appoggiato al fusto d'una giovane palma, in una specie di molle abbandono e come immerso in profondi pensieri. Il suo sguardo vago errava sulle acque che si frangevano con un dolce gorgoglìo fra le radici dei papiri affondate nella melma.
Era un bel giovane egiziano, forse appena diciottenne, con spalle piuttosto larghe e piene, le braccia nervose, terminanti in mani lunghe e sottili, i lineamenti bellissimi, regolari, ed i capelli e gli occhi nerissimi.
Indossava un semplice camice, che gli scendeva fino ai piedi a larghe pieghe, stretto alle anche da una fascia di lino a righe bianche ed azzurre.
Sul capo, per ripararsi dagli ardenti raggi del sole, portava quella specie di bonetto, usato dagli Egiziani cinquemila anni or sono, formato da un fazzoletto triangolare, a liste colorate, stretto alla fronte da una sottile lista di pelle, colle punte cadenti dietro le spalle.
Quel giovane conservava una immobilità assoluta e sembrava che non si accorgesse nemmeno che le prime ombre della notte cominciavano ad avvolgere le palme ed il fiume, e che non pensasse nemmeno che il soffermarsi troppo su quelle rive, dopo il tramonto, poteva essere pericoloso.
Il suo sguardo nerissimo, dal lampo fosco, si fissava sempre nel vuoto come se seguisse qualche cosa che gli fuggiva dinanzi e che scompariva fra le ombre della notte.
Ad un tratto un lungo sospiro gli uscì dalle labbra, poi si scosse facendo colle mani come un moto di scoraggiamento.
"Il Nilo non me la ricondurrà forse più mai," mormorò "gli dei non proteggono che i Faraoni."
Alzò gli occhi. Le stelle cominciavano a brillare in cielo e il lieve rossore porpureo che si discerneva ancora vagamente verso ponente, là dove il sole era scomparso, si dileguava con fantastica rapidità.
"Torniamo," mormorò il giovane. "Ounis sarà molto inquieto e forse sta cercandomi nel bosco."
Aveva fatto tre o quattro passi, quando si arrestò, fissando gli sguardi sulle erbe secche che crescevano sotto le palme. Qualche cosa scintillava fra le foglie cadute dagli alberi. Si chinò rapidamente e lo raccolse, mandando nel medesimo tempo un grido a malapena soffocato.
Era un gioiello in forma di vipera ripiegata, colla testa d'avvoltoio, tutto d'oro, con smalto policromo lungo i lati.
"Il simbolo del diritto di vita e di morte!" esclamò.
Stette parecchi minuti come perplesso, tenendo gli occhi sempre fissi su quello strano gioiello, mentre la pelle del suo viso, che era solamente un po' abbronzata e non oscura come quella dei moderni fellah, ossia lavoratori delle campagne, e dei beduini del deserto, a poco a poco si scoloriva.
"Sì," ripetè, con un accento che tradiva una profonda angoscia, "questo è il simbolo del diritto di vita e di morte, che solo i Faraoni possono portare. Ounis me lo ha fatto vedere parecchie volte, scolpito sulle statue delle piramidi e sulla fronte di Khâfri Grande Osiride! Chi sarà la fanciulla che ho strappato alle fauci del coccodrillo?"
Si passò più volte una mano sulla fronte che era bagnata di sudore, poi riprese:
"Me lo ricordo, questo gioiello brillava in mezzo ai suoi capelli, nel momento in cui la trassi dall'acqua."
Un'angoscia inesprimibile traspariva sul bel viso del giovane.
"Sono pazzo," disse. "Un umile uomo come sono io, alzare gli occhi su quella fanciulla che mi apparve come una dea del Nilo! Che cosa sono io per ardire tanto e vivere con una simile speranza nel cuore? Un miserabile che erra sulle rive del Nilo assieme ad un povero sacerdote. Folle! Eppure quegli occhi mi han tolto per sempre la tranquillità e mi hanno spezzata l'esistenza. Io non sono più il giovane spensierato d'un giorno. La mia vita è finita ed il Nilo è qui, dinanzi a me, pronto a trascinare la mia spoglia verso il lontano mare."
Aveva ripreso il cammino, colla testa bassa, le braccia penzolanti. Le tenebre avevano tutto avvolto e l'oscurità era profonda sotto le immense foglie delle palme.
Cantavano i grilli, sussurravano dolcemente le fronde, scosse da un legger venticello e gorgogliavano le acque del maestoso Nilo fra le foglie di loto e le radici dei papiri, ma il giovane pareva che nulla udisse. Camminava come un sonnambulo, come se sognasse, senza parlare.
Aveva già raggiunto il margine della foresta, che si stendeva d'ambe le parti, su una larga zona, lungo le rive del fiume, quando una voce lo strappò improvvisamente dai suoi pensieri.
"Mirinri!"
Il giovane s'arrestò e aprì gli occhi che teneva socchiusi e fece un gesto vago. Pareva che si svegliasse in quel momento da un lungo sogno.
"Non vedi che il sole è tramontato da un po' e non odi le risa sgangherate delle jene? Dimentichi forse che noi siamo come in mezzo ad un deserto?"
"Hai ragione Ounis," rispose il giovane. "Vi erano dei coccodrilli che giuocavano nel fiume e mi sono fermato un po' troppo a guardarli."
"Sono imprudenze che possono costare ben sovente la vita."
Un uomo era sbucato fra un folto gruppo di suffarah (acacie fistulose) avanzandosi verso il giovane, che era sempre fermo. Era un bellissimo vecchio, d'aspetto maestoso, con una lunga barba bianca che gli scendeva fino a metà del petto, tutto racchiuso in un ampio camice di lino bianchissimo, col capo avvolto in un fazzoletto rigato, simile a quello che portava Mirinri. I suoi occhi erano nerissimi, dal lampo vivissimo e la sua pelle appena abbronzata, quantunque un po' incartapecorita dall'età.
"È un'ora che ti cerco, Mirinri," disse "e sono molte sere che tu torni tardi. Bada, figlio mio: le rive del Nilo sono pericolose. Anche stamane ho veduto un coccodrillo addentare pel naso un toro, che stava dissetandosi e trascinarlo sotto le acque."
Un sorriso quasi sprezzante apparve sulle labbra del giovane.
"Vieni, Mirinri, è già molto tardi e devo parlarti a lungo questa sera, perché hai già compiuti diciotto anni e la profezia si è avverata."
"Quale?"
Il vecchio alzò una mano verso il cielo, dicendo poi:
"Guarda: non la vedi brillare verso oriente? I tuoi occhi sono migliori dei miei e tu la distinguerai più facilmente."
Il giovane guardò nella direzione che il vecchio gl'indicava ed ebbe un trasalimento.
"Una stella colla coda!" esclamò.
"È quella che attendevo," rispose il vecchio. "Quella stella è legata al tuo destino."
"Me lo hai detto sovente."
"Segna l'ora delle rivelazioni." Si curvò rapidamente dinanzi al giovane e gli baciò l'orlo della veste.
"Che cosa fai, Ounis?" chiese Mirinri con stupore, e arretrando di qualche passo.
"Saluto il futuro signore dell'Egitto," rispose il vecchio.
Il giovane era rimasto muto, guardando Ounis con uno stupore impossibile a descriversi.
Un lampo ardente animava solo i suoi occhi, che si erano fissati intensamente sulla cometa scintillante in cielo, fra miriadi di stelle.
"Il mio destino!" esclamò finalmente. Poi un altro grido gli irruppe dalle labbra:
"Mia! Potrà essere mia! Il simbolo di vita e di morte non mi fa più paura! Ma no, è impossibile, tu sei pazzo, Ounis; quantunque tu sia sacerdote, non ti credo. Il mio corpo, travolto dalle acque del sacro fiume andrà a finire nel mare lontano e s'immergerà là dove i suoi occhi mi hanno fissato per la prima volta e mi hanno bruciata l'anima."
"Di chi parli, Mirinri?" chiese Ounis, sorpreso.
"Lascia che il segreto muoia con me," rispose il giovane.
Un'ansietà estrema si era dipinta sul viso del vecchio sacerdote.
"Parlerai," disse con tono autorevole. "Vieni!"
Prese per una mano il giovane e si rimisero in cammino, attraverso una landa quasi sabbiosa, interrotta qua e là da qualche magro arbusto e da qualche palma semidisseccata.
Né l'uno, né l'altro parlavano. Entrambi parevano molto preoccupati e fissavano, quasi nel medesimo istante, la stella caudata, che saliva lentamente in cielo scintillando vivamente.
Dopo un quarto d'ora giungevano alla base d'una collina, priva di qualsiasi traccia di vegetazione, che s'alzava in forma di piramide e sulla cui cima si scorgevano delle statue di proporzioni colossali, giganteggianti nell'oscurità.
"Vieni," ripetè il vecchio sacerdote. "Questa è l'ora."
Mirinri si lasciò condurre, senza opporre resistenza. Dopo essersi inerpicati su un sentiero aperto nella viva roccia, si cacciarono entro una caverna poco spaziosa, illuminata da una piccola lampada di terra cotta foggiata come un ibis, l'uccello sacro degli antichi egiziani.
Nessun lusso entro quello speco. Solo delle pelli di bufalo e di iena, che dovevan servire da letti, alcuni vasi in forma d'anfora, qualche spada corta e larga appesa alle pareti e qualche scudo di pelle di bue.
In un angolo, su un fornello, improvvisato con quattro o cinque pietre, borbottava una pentola di forma strana, esalando un profumo non cattivo.
Mirinri, appena entrato, si era lasciato cadere su una pelle di iena, prendendosi le ginocchia fra le mani ed immergendosi subito nei suoi pensieri. Il sacerdote invece si era fermato in mezzo alla caverna, guardando il giovane intensamente, con un'affettuosità inesprimibile.
"Ti ho salutato mio signore," disse con un accento strano, che suonava come un dolce rimprovero. "Lo hai dimenticato, Mirinri?"
"No," rispose il giovane, quasi distrattamente.
"Eppure lo si direbbe. Quale pensiero profondo turba il cervello di colui che ho chiamato mio figlio ed a cui ho dedicato tutta la mia vita? Non senti dunque fremerti nelle vene il sangue divino dei Faraoni, i dominatori dell'Egitto?"
Udendo quelle parole il giovane era scattato in piedi, tutto trasfigurato, fissando sul vecchio uno sguardo ardente.
"Il sangue dei Faraoni, hai detto tu!" esclamò. "Impazzisci, Ounis."
"No," rispose asciuttamente il vecchio. "È l'ora delle rivelazioni, ti ho detto. La stella caudata sale in cielo e la profezia si è avverata. Tu sei un Faraone!"
"Io... un Faraone!" esclamò Mirinri impallidendo. "Sentivo io scorrermi nelle vene un sangue ardente, il sangue dei guerrieri! I miei sogni di glorie e di grandezze, che ogni notte, per anni e anni, hanno turbato i miei sonni, erano dunque veri! Grandezza! Potenza! Eserciti da comandare, regioni da conquistare... e lei... lei... quella divina fanciulla che mi ha stregato... È impossibile... tu mi hai ingannato, Ounis, tu ti sei riso di me!..."
Il giovane si era coperto gli occhi con ambe le mani, come per sfuggire alla grande visione.
Ounis gli si accostò e, scuotendolo dolcemente, gli disse:
"Un sacerdote non può permettersi di scherzare con un uomo che ha nelle sue vene il sangue sacro di Osiride e che diverrà un giorno il suo signore. Siedi e ascoltami."
Mirinri obbedì, lasciandosi cadere su una pelle di gazzella che copriva il piccolo sedile d'argilla seccata al sole.
"Parla," disse. "Spiegami come io possa essere un Faraone e perché sono cresciuto qui, sui margini del deserto, lontano dagli splendori di Menfi, come fossi il figlio d'un miserabile pastore."
"Perché se tu fossi stato lasciato laggiù, probabilmente a quest'ora non saresti più vivo."
"Perché?" chiese Mirinri scattando.
"Perché a Menfi non regna più, già da undici anni, Teti, il fondatore della sesta dinastia. Un miserabile ha usurpato il trono a tuo padre."
"Io, figlio di Teti!" esclamò il giovane impallidendo. "Sogni tu, Ounis o continui lo scherzo?"
"Non ti ho forse baciato il lembo della tua veste? Tu vorrai delle prove? Ebbene io te le darò. Domani, prima dell'alba, noi ci recheremo a interrogare le statue di Memnone e tu udrai la pietra a suonare dinanzi a te. Ne vuoi un'altra? Andremo alla piramide che tuo padre ha fatto erigere ed io farò rivivere in tua presenza il fiore meraviglioso d'Osiride, quel fiore che solo dinanzi ai Faraoni dischiude le sue corolle, quando vi lasciano cadere una goccia d'acqua. Se la pietra vibrerà ed il fiore rivivrà, sarà segno che sei figlio di re. Lo vuoi?"
"Sì," rispose Mirinri tergendosi il sudore che gli bagnava la fronte. "Solo dinanzi a quelle due prove io ti crederò."
"Sta bene," rispose il sacerdote. "Ora ascolta la storia di tuo padre e la tua."
Stava per aprire la bocca, quando i suoi occhi scorsero il simbolo di vita e di morte che il giovane si era appeso alla correggia che gli stringeva il fazzoletto un po' sopra la fronte.
"Un ureo!" esclamò. "Dove hai raccolto quel simbolo, che brilla solo fra i capelli dei re e dei loro figli?"
"Sulla riva del Nilo," rispose Mirinri, dopo una breve esitazione.
Ounis si era alzato in preda ad una vivissima angoscia. I suoi occhi si erano dilatati e dimostravano un terrore profondo.
"Che abbiano scoperto il nostro rifugio!" esclamò, facendo un gesto di collera. "Eppure io ho preso tutte le precauzioni perché nessuno sapesse il luogo ove io ti ho nascosto. Quell'ureo non può averlo smarrito che un Faraone."
"O una Faraona?" disse Mirinri, guardandolo fisso e sussultando.
Ounis aveva fatto un soprassalto. S'accostò rapidamente al giovane, scuotendolo quasi brutalmente:
"Una Faraona! Tu mi hai parlato poco fa d'una fanciulla divina... Dove l'hai veduta? Parla, Mirinri! Da ciò può dipendere il tuo destino e fors'anche la tua vita."
"L'ho veduta sulla riva del Nilo."
"Sola?"
"No, perché poco dopo giunse una barca tutta scintillante d'oro, montata da una dozzina di negri superbamente vestiti e guidata da quattro guerrieri che reggevano delle aste d'oro con lunghe piume di struzzo disposte a ventaglio."
"Fra i capelli di quella fanciulla hai osservato questo gioiello?"
"Sì, mi ricordo d'averglielo veduto brillare."
"Fu lei dunque a perderlo."
"Lo credo."
Ounis, che pareva ancora in preda ad una viva eccitazione, si era messo a camminare per la caverna colla fronte aggrottata ed i lineamenti ancora alterati.
Ad un tratto si fermò dinanzi al giovane che lo guardava con crescente stupore, non sapendo spiegarsi l'agitazione che si era impossessata del vecchio sacerdote.
"Quale impressione ti ha prodotto quella fanciulla?"
"Non saprei spiegartela: so solo che da quel giorno la mia pace fu turbata."
"Me n'ero accorto," disse il sacerdote, con voce sorda. "Tu da qualche tempo hai perduto la tua gaiezza, ed il tuo sonno non è più tranquillo. Ti ho sorpreso parecchie volte immerso in profondi pensieri, cogli occhi volti verso il settentrione, là dove Menfi irradia la sua potenza e la sua luce."
"È vero," rispose Mirinri con un sospiro. "Si direbbe che quella fanciulla abbia portato con sé gran parte del mio cuore. Se chiudo gli occhi non vedo che lei: se dormo sogno lei; quando il vento sussurra fra le palme che costeggiano il Nilo, mi pare di udire la sua voce armoniosa. Vederla, vederla, sia pure una volta sola, dovesse costarmi la vita: ecco il mio solo, il mio unico desiderio, Ounis. Guarda: io mi copro gli occhi colle mani e me la vedo subito apparire dinanzi, e sento il sangue scorrere più veemente nelle mie vene, e battermi il cuore così forte come se volesse balzarmi fuori dal petto. Dolce visione! Quanto sei bella!"
Il sacerdote era rimasto muto dinanzi all'entusiasmo del giovane, anzi sembrava che quella confessione avesse raddoppiato il suo turbamento. I suoi sguardi erravano smarriti, ripieni di terrore, posandosi ora su Mirinri ed ora sul simbolo di vita e di morte dei Faraoni.
"La vedi ancora?" chiese ad un tratto, con accento quasi brutale.
"Sì, sta dinanzi a me," rispose il giovane, che teneva sempre le mani sugli occhi. "Mi guarda... mi sorride... e provo ancora quel fremito intenso che mi scosse quando, strappatala dalle fauci del coccodrillo, la strinsi fra le mie braccia e la portai, col suo capo posato sul mio petto, sulla sponda e la deposi sull'erba ancora stillante la rugiada notturna."
"Così intensamente l'ami, dunque?"
"Più della mia vita."
"Disgraziato!"
Mirinri levò le mani e guardò il sacerdote che gli stava ritto dinanzi, collo sguardo fiammeggiante e le braccia tese, come in atto di scagliare una maledizione.
"Se è vero che io sono un Faraone, come tu mi hai detto, perché non potrei amare una fanciulla di stirpe reale?"
"Perché quella giovane deve appartenere a quella razza maledetta che devi, anche se non lo volessi, odiare non solo, bensì anche sterminare. Tu non conosci ancora l'istoria di tuo padre ed ignori i dolori sopportati da quel re sventurato."
Mirinri era diventato pallido e si era coperti nuovamente gli occhi.
"Narramela dunque," disse poi, con voce triste. "Nelle tue parole sta il mio destino, un terribile destino che spezzerà forse la malìa gettatami nel cuore da quella fanciulla."
"Tu dovrai, al pari di tutti quelli della sua stirpe odiare e uccidere," aggiunse il sacerdote, con voce cupa. "Odimi dunque."

CAPITOLO SECONDO

Le tombe di Qobhou

"Tuo padre, il grande Teti, era il capo stipite della VI dinastia. A lui Menfi deve il suo splendore ed a lui l'Egitto deve la sua potenza e la sua grandezza e le più grandi piramidi, che sfideranno il tempo e che sussisteranno anche quando forse la nostra razza si sarà spenta.
"Egli ebbe due figli: tu ed una bambina a cui i sacerdoti imposero il nome di Sahuri."
"Mia sorella!" esclamò Mirinri.
"Sì."
"Vive ancora?"
"Lo saprai più tardi. Accadde che un giorno si sparse la voce che un esercito caldeo aveva attraversato l'istmo, che separa il Mediterraneo dal mar Rosso, l'Africa dall'Asia e che si avanzava minaccioso per distruggere la potenza della nostra razza.
"Degli eserciti egizî furono mandati contro gl'invasori e vennero ad uno ad uno sterminati.
"Tutte le città della costa sono prese e date alle fiamme e gli abitanti passati a fil di spada, senza riguardo né di sesso, né di età. Pareva che l'ultima ora stesse per suonare pei Faraoni e che perfino la grande Menfi dovesse crollare sotto i colpi dei Caldei.
"Fortunatamente vi era tuo padre.
"Discendente da caste guerriere, forte e valoroso, raccolse un poderoso esercito e disprezzando i consigli dei vili cortigiani e ministri, che non volevano che un re si esponesse a sì grave rischio, ne assunse il comando e mosse risolutamente contro il nemico che già s'avanzava vittorioso verso Menfi.
"Ad On, là dove comincia il Nilo a diramarsi, le sterminate falangi degli Egizi e dei Caldei s'urtarono con terribile accanimento.
"Tuo padre combattè come l'ultimo dei suoi soldati, nelle prime file, onde dare l'esempio. Sfidò impavido le freccie incendiarie e le pesanti spade di bronzo degli asiatici e sfondò le linee avversarie.
"La battaglia nondimeno non era ancora vinta. Dall'alba al tramonto la strage continuò con perdite enormi d'ambo le parti. Il Nilo diventò rosso pel gran sangue che vi scorse dentro; tutta la terra fu inzuppata di sangue e monti e monti di cadaveri s'alzarono dovunque.
"Fu solo allo sparir del sole che i Caldei, sgominati, decimati, scoraggiati, si diedero alla fuga ritornando al di là dell'istmo.
"L'Egitto era salvo pel valore di tuo padre; Menfi non correva ormai più alcun pericolo, eppure quella vittoria doveva rendere infelice e per sempre il vincitore".
"Cadde combattendo?"
"Ferito da una freccia caldea, che lo aveva colpito in mezzo al petto, quando già sfondava le linee avversarie, era rimasto sul campo, in mezzo ad un cumulo di cadaveri. Nella mischia orrenda, nessuno si era accorto che il re era scomparso, o meglio uno lo aveva veduto; ma aveva quel miserabile troppo interesse per avvertire i generali ed i soldati della disgrazia toccata a tuo padre."
"Chi?" chiese Mirinri, scattando in piedi, cogli occhi fiammeggianti.
"Suo fratello: l'ambizioso Mirinri Pepi, che ora regna sull'Egitto in vece tua e..."
"Il fratello di mio padre mi ha usurpato il trono?"
"Sì, Mirinri, ma lasciami continuare. L'istoria non è ancora finita. Tuo padre non era stato ferito mortalmente. L'atroce dolore prodottogli dalla punta della freccia uncinata e che egli si era strappata, allargando così la piaga, lo aveva fatto cadere svenuto ed era rimasto come sepolto sotto altri corpi umani, caduti dopo di lui. Che cosa accadde poi? Non me lo seppe mai dire.
"Quando tornò in sé si trovò sotto una tenda di pastori negri, assai lontano dal campo di battaglia.
"Probabilmente quegli uomini erano accorsi durante la notte per depredare i cadaveri, ed essendosi accorti dalle ricche vesti che indossava tuo padre e dal simbolo di vita e di morte che portava fra i capelli, che doveva essere un grande personaggio, fors'anche un Faraone, l'avevano portato con loro coll'idea di chiedere più tardi un grosso riscatto.
"Tu sai che i pastori nostri, che vivono sui margini del deserto, sono tutti predoni, quando si presenta loro l'occasione.
"Tuo padre non ebbe però a lagnarsi di loro. Fu trattato con molti riguardi, curato affettuosamente. La ferita, dopo venti giorni, si chiuse e la convalescenza cominciò.
"Fu indescrivibile lo stupore dei pastori, quando appresero dalla sua bocca essere egli Teti.
"Per ordine di tuo padre, un pastore partì subito per Menfi, onde avvertire il popolo ed i ministri che il re dell'Egitto era ancora vivo e che si recassero a prenderlo colla pompa dovuta ad un Faraone. L'uomo partì, e non ritornò più. Tuo padre, temendo che fosse stato assalito lungo la via da qualche banda di predoni, ne mandò un secondo, poi un terzo e anche quelli non si fecero più vedere. Inquieto, molto preoccupato, decise di recarsi lui a Menfi. Formò una piccola scorta di pastori e un mattino si mise in viaggio.
"Quando entrò in Menfi, apprese con angoscia che suo fratello aveva assunto il potere e che il popolo ed i ministri, credendo che Teti realmente fosse morto, lo avevano acclamato re, senza preoccuparsi di te che avevi allora appena due anni.
"Quasi tutti gli amici di tuo padre ed i parenti più prossimi erano stati fatti segretamente uccidere dall'usurpatore e forse tu avresti subito l'egual sorte se la tema di scatenare fra il popolo una improvvisa ribellione non lo avesse trattenuto".
"E mio padre che cosa fece allora?" chiese Mirinri, con impeto selvaggio.
"Che cosa volevi che facesse quasi solo, senza alcuna forza tra le mani? Tentò di persuadere i ministri, ma quei vili ebbero l'audacia di dirgli che era un pazzo, un furfante e che dello spento re non aveva che qualche vaga rassomiglianza. Per persuaderlo meglio o piuttosto per rassicurare vieppiù il popolo che egli realmente era un mentecatto fu condotto nella piramide da lui stesso fatta innalzare e gli mostrarono la bara dove riposava il corpo di Teti I."
"Chi vi avevano messo dentro?"
"Qualcuno che forse gli rassomigliava o che avevan reso irriconoscibile dopo d'averlo vestito da sovrano e di avergli puntato fra i capelli il simbolo di vita e di morte."
"E come mi trovo qui, mentre dovrei essere nella reggia di Menfi?" chiese Mirinri.
"Tuo padre, temendo che Mirinri Pepi ti facesse un dì o l'altro assassinare, ti fece rapire da alcuni devoti amici, che l'usurpatore aveva risparmiati, e ti affidò a me onde m'incaricassi di allevarti. Fuggii da Menfi, durante una notte oscura, risalendo il Nilo ed in questi luoghi presi dimora, attendendo pazientemente che tu avessi compiuto l'età che permette, secondo le nostre leggi, di regnare."
Successe un lungo silenzio. Mirinri era tornato a sedersi e pareva si fosse immerso in profondi pensieri. Il sacerdote, sempre in piedi, lo guardava fisso, come se cercasse d'indovinare ciò che passava attraverso il cervello del giovane.
Ad un tratto, questi si alzò bruscamente, col viso trasfigurato, gli occhi animati da una collera terribile.
"Mio padre è morto, è vero, Ounis?"
"Sì, in esilio, sui margini del deserto libico, ove si era rifugiato per non cadere sotto i colpi dei sicari di Pepi. La sua condanna di morte era stata ormai pronunciata dall'usurpatore."
"Che cosa devo fare io, ora?"
"Vendicarlo e riconquistare il trono che per diritto ti spetta."
"Solo, senza mezzi, senza un esercito?"
"Non solo," rispose il sacerdote. "Amici di tuo padre ve ne sono ancora a Menfi e aspettano per salutarti re. I mezzi, mi hai detto? Ebbene, vieni."
"Dove?"
"Nelle tombe di Qobhou, l'ultimo Faraone della prima dinastia, che tuo padre aveva scoperto nei primi anni del suo regno, senza confidare ad alcuno il segreto. Là troverai ricchezze bastanti per conquistare l'intero Egitto ed altre terre ancora, se tu lo vorrai."
"Dove sono queste tombe?"
"Più vicine di quello che tu creda. Seguimi, Mirinri."
Il vecchio prese una piccola lampada di terracotta, in forma d'anfora, riattizzò il lucignolo onde la fiamma si ravvivasse e s'avviò verso il fondo della caverna, dove scorgevasi una sfinge di marmo roseo di dimensioni gigantesche.
"Sta qui il segreto dell'entrata," disse.
Fece scorrere una mano sul dorso della statua e subito la testa cadde, lasciando vedere un foro abbastanza lungo perché un uomo, anche corpulento, vi potesse entrare senza troppa fatica. Da quell'apertura sfuggì una corrente d'aria quasi calda impregnata d'un tanfo poco piacevole.
"Dobbiamo entrare lì?" chiese Mirinri.
"Sì."
"Perché non mi hai mai detto che esisteva un passaggio in questa caverna.?"
"Io avevo giurato solennemente a tuo padre di non rivelartelo, se non quando tu avessi compiti i diciott'anni. Vieni: nessun pericolo ci minaccia e vedrai delle cose che ti faranno stupire."
S'introdusse nel foro, avanzandosi carponi e tenendo la lampada dinanzi a sé, e dopo poco si trovò in un ampio corridoio, che era fiancheggiato ai due lati da un numero immenso di statuette di bronzo e di pietra, rappresentanti dei gatti in varie pose.
Ve n'erano però moltissimi anche imbalsamati, allineati su un cornicione che sporgeva presso la vôlta del passaggio.
Come si sa, gli antichi egizi tenevano in grande considerazione quei parenti prossimi delle tigri, anzi adoravano, fra le molte divinità, Pakhit la dea dei gatti, che aveva il corpo di una donna e la testa dei felini, anzi ne ponevano nei loro sepolcreti e perfino entro le piramidi ove riposavano le salme dei re.
Che più? Avevano perfino dei cimiteri, esclusivamente destinati ad accogliere i mici e che erano sotto la protezione della dea sopraccennata o del dio Nofirtonmon.
Ultimamente anzi ne venne scoperto uno, al sud degli ipogei di Beni-Hassan, che conteneva la bagatella di 180.000 mummie di gatti colà deposte dai re della XVIII dinastia.
Ounis continuò ad avanzarsi, proteggendo la lampada con una mano, essendovi ancora una forte corrente d'aria satura di quell'odore sgradevole che regna nelle cantine abbandonate, e sbucò finalmente in una sala così immensa da non potersene scorgere l'estremità, la cui vôlta era sorretta da un gran numero di colonne massiccie, abbellite di sculture rappresentanti divinità e ibis, l'uccello venerato dagli antichi egizi e che si vede su tutti i monumenti eretti in quelle lontane epoche.
Lungo le pareti che erano lievemente inclinate, si scorgevano delle statue colossali, simili a quelle che si vedono ancora oggidì sulla facciata del tempio di Abu Simbel, pesanti e tozze, con quella grandiosità di forme colle quali sembrano concepiti tutti i monumenti dell'antico Egitto.
Erano statue di uomini e di donne, i primi con berretti monumentali, sormontati da una specie di cocuzzolo, con delle strane barbe quadrate, più larghe verso il fondo che presso le labbra e degli stracci pendenti lungo gli orecchi e ricadenti sulle spalle, e le altre coperte dalla futta, quella specie di sottana che annodavano alle reni e che avvolgeva, come una specie di imbuto, le loro gambe.
Veduti alla vacillante luce della piccola lampada, quei colossi, che stavano seduti gli uni presso gli altri colle braccia abbandonate sul ventre, producevano un effetto strano che impressionava profondamente Mirinri, non abituato altro che a vedere le acque verdeggianti o fangose del Nilo, le sabbie del deserto e le altissime palme ravvivate dall'umidità del fiume gigante.
Ounis, che sembrava non s'interessasse né delle statue, né dei colonnati, né delle sculture, continuò ad avanzarsi verso il fondo di quell'immensa, interminabile sala, scavata nel vivo masso da chissà quante migliaia di operai, e si arrestò dinanzi a due statue di grandezza quasi naturale, che alla luce della lampada mandavano dei bagliori acciecanti. Una rappresentava un uomo, con indosso il ricco costume dei Faraoni ed il simbolo di vita e di morte collocato sulla fronte; l'altra una donna bellissima, con grandi occhi neri ed il viso dipinto in giallo; ma con un po' di rossetto sulle gote, che le dava un aspetto singolarissimo ed insieme una speciale attrattiva.
Entrambi portavano delle pitture di soggetto religioso, ripetizione ortodossa del gran rito etiopico, dove si vede l'anima del defunto fare la sua visita e le sue offerte a tutte le divinità, di cui essa deve implorare la protezione.
Invece di chiuderli entro la bara, quell'antichissimo monarca e sua moglie, dopo essere stati imbalsamati, li avevano messi in piedi, sorreggendoli con un'asta di bronzo passata attraverso le strette fascie che li coprivano dalle anche ai piedi.
Sia l'uno che l'altra, onde si conservassero meglio, erano stati coperti da un leggero strato di vetro, colato probabilmente sul luogo, un vetro traslucido, d'una purezza straordinaria, che scintillava vivamente sotto la luce proiettata dalla piccola lampada.
"Chi sono costoro?" chiese Mirinri, che li guardava con vivo interesse.
"Qobhou, l'ultimo re della prima dinastia e sua moglie," rispose Ounis. "Guarda: su queste due tavolette di pietra nera sta scritto il loro nome."
"Ed è per farmi vedere queste due mummie che mi hai condotto qui?"
"Aspetta, giovane impaziente. La nostra esplorazione non è ancora finita. A che cosa potrebbero servire questi morti? Non certo a darti mezzi per conquistare il trono. Seguimi ancora."
S'inoltrò in quell'immensa sala, che pareva non avesse più fine, passando fra due file di sarcofaghi di pietra, i cui rilievi esterni riproducevano esattamente le forme delle persone che vi stavano dentro. Alcuni erano dorati, altri invece argentati e raffiguravano re e regine.
I primi avevano intorno al capo un disco rosso e portavano sotto il mento una barba intrecciata; le altre avevano un'acconciatura a bendoni, con dipinte sopra delle penne d'avvoltoio e la testa coronata da grosse treccie di capelli adorni con ametiste, crisoliti e smeraldi.
Dopo alcuni minuti, Ounis s'arrestò dinanzi ad una sfinge mostruosa, lunga una ventina di metri e alta per lo meno quattro, che aveva sui fianchi delle iscrizioni rassomiglianti a segni geometrici.
"Qui dentro è racchiuso il tesoro di Qobhou," disse il sacerdote. "Vuoi vederlo?"
"Mostramelo," rispose Mirinri.
Ounis si guardò intorno e vista una pesante mazza di bronzo appoggiata ad una colonna, l'alzò e percosse la sfinge sul muso.
La testa girò subito su se stessa, poi cadde innanzi rimanendo sospesa mediante due grosse cerniere.
Un'apertura circolare, formata dal collo dell'enorme statua stava dinanzi ai due egiziani.
"Guarda lì dentro," disse Ounis, avanzando la lampada.
Il giovane s'avvicinò, poi arretrò, mandando un grido di meraviglia.
"Quanto oro!" esclamò.
"Si dice che vi siano lì dentro dodici milioni di talenti(1)" disse Ounis, "ma non è tutto. Le zampe sono piene di smeraldi e di altre pietre preziose, dalle quali, se tu ne avrai bisogno, potrai ricavare molti altri milioni! Credi tu con queste ricchezze di poter armare un poderoso esercito?"
"Sì," disse Mirinri. "Ma, come mio padre ha potuto sapere che in questo sepolcreto si trovava nascosto un tesoro così favoloso?"
"Da un antichissimo papiro, da lui scoperto nella biblioteca dei primi Faraoni."
"E non confidò a nessuno il segreto?"
"A me solo."
"E le hai serbate per me queste ricchezze?"
"Sì, perché a te solo appartenevano. Appena noi saremo partiti vi sarà chi s'incaricherà di trasportare una parte di questo tesoro a Menfi."
"E chi, se nessuno ne conosce l'esistenza?"
"Degli amici devoti, rimasti fedeli a tuo padre ed al suo successore. Domani saranno informati che la profezia si è avverata e che tu sei pronto a conquistare il trono e punire l'infame usurpatore."
"Dunque qualcuno viene allora qui."
"Sì, e mi sono ben guardato di fartelo vedere. D'altronde non veniva che di notte, quando tu dormivi e ripartiva allo spuntare del giorno. Ora giura su Toth, il dio ibis, che tu t'impegni di liberare la patria dall'usurpatore."
"Le prove che io sia realmente un Faraone tu non me le hai ancora date," disse Mirinri.
"È vero: torniamo nella caverna e partiamo subito. È molto tardi e la statua di Memnone non suona che allo spuntare del sole."
Rifecero in silenzio il cammino percorso, ripassarono per la galleria dei gatti e uscirono, strisciando attraverso la sfinge che occupava l'estremità della caverna.
Ounis prese un'anfora di terracotta ed empì due vasi di vetro grossolano d'una specie di birra molto dolce, che secondo la tradizione, Osiride l'aveva donata ai mortali nel medesimo tempo del vino di palma ed invitò il giovane a bere, dicendo:
"Che l'impuro demonio della morte tocchi chi mancherà al giuramento."
Poi prese in un canto due corte spade di bronzo, molto larghe e molto pesanti e ne diede una a Mirinri.
"Partiamo," disse. "La notte è a metà cammino."

CAPITOLO TERZO

Il sangue dei Faraoni

Chiusa l'entrata della caverna con una lastra di pietra affinché durante la loro assenza qualche animale feroce non ne prendesse possesso, essendo in quelle lontane epoche molto popolato l'Egitto di leoni e di jene, il sacerdote ed il giovane si erano messi in marcia, tenendosi l'uno presso l'altro e volgendo le spalle al Nilo.
Il deserto, che più tardi gli Egiziani dovevano, con pene infinite, rendere fertile, stava dinanzi a loro, stendendosi verso levante. Veramente non era proprio un deserto, simile a quello libico od al Sahara, assolutamente arido e privo di vegetazione; si poteva chiamare una immensa pianura incolta, che dalle rive del Nilo si spingeva fino alle rive del mar Rosso.
Infatti qua e là si scorgevano dei gruppi di palme dum, chiamate alberi del pan pepato e che acquistano rapidamente uno sviluppo straordinario, anche sui terreni sterili, e qualche palma deleb dal fusto rigonfio nel mezzo e che è amante piuttosto della solitudine, non formando mai delle selve.
Degli sciacalli urlavano in lontananza e fuggivano, rapidi come saette, all'accostarsi dei due uomini, mentre delle jene sghignazzavano in mezzo alle dune sabbiose, senza osare mostrarsi, non godendo nemmeno a quei tempi maggior coraggio di quello che hanno anche oggidì.
La notte era splendida e tranquilla, regnando nelle pianure egiziane una calma assoluta. La luna splendeva sempre al di sopra delle foreste costeggianti il Nilo, allungando smisuratamente le ombre dei due uomini, e la cometa scintillava vivissima fra le stelle, avanzandosi su un cielo purissimo, d'una trasparenza che solo si può ammirare in quelle regioni.
Né Ounis, né Mirinri parlavano: parevano entrambi immersi in profondi pensieri.
Solo il primo, di quando in quando, alzava gli occhi verso la cometa, fissandola intensamente. Il secondo sembrava invece che seguisse cogli sguardi qualche cosa che gli fuggiva dinanzi, forse la fanciulla che gli aveva fatto battere forte il cuore per la prima volta da che era nato.
Avevano percorso già così parecchie miglia, sempre avanzandosi nel deserto, quando Ounis appoggiò famigliarmente una mano sulla spalla del giovane, chiedendogli a bruciapelo:
"A che cosa pensi, Mirinri?"
Il figlio dei Faraoni trasalì bruscamente, come se fosse stato improvvisamente destato da qualche dolce sogno, poi rispose, esitando: "Non so: a molte cose."
"Al potere sconfinato che tu raccoglierai in Menfi?"
"Può darsi."
"O alla vendetta?"
"Anche questo può essere vero."
"No: tu m'inganni. Io ti osservo da quando abbiamo lasciata la nostra dimora. Non è né il potere, né l'ambizione, né l'odio che turba il cervello ed il cuore del figlio del grande Teti, il fondatore della dinastia. "disse Ounis, con una certa amarezza."
"Che cosa ne sai tu?"
"I tuoi occhi non hanno guardato nemmeno una volta la stella caudata che segna il tuo destino e il tuo cammino."
"È vero," rispose Mirinri con un lungo sospiro.
"Tu pensavi alla fanciulla che hai salvato dalla morte, sulle rive del Nilo."
"A che negarlo? Sì, Ounis, pensavo a lei."
"Ti ha dato dunque da bere qualche filtro misterioso, costei?"
"No."
"Come puoi amarla così tanto da dimenticare la grandezza suprema, che tutti i mortali t'invidierebbero?"
Mirinri rimase alcuni istanti silenzioso, poi volgendosi con uno scatto improvviso verso il sacerdote, che si era fermato e che lo guardava tristamente, gli disse:
"Io non so se gli altri uomini siano eguali a me, perché in tanti anni io non ho veduto che le acque del Nilo, le grandi palme che lo circondano, le sconfinate dune di sabbia e le belve che le abitano. Io non ho udito fino ad oggi che la voce tua, quella del vento quando strappava le foglie piumate o torceva i rami, ed il mormorìo delle acque, colanti dai misteriosi laghi dell'interno. Come potevo io, giovane, rimanere insensibile ad un essere diverso da me e da te e che parlava una lingua armoniosa, più dolce del sussurrìo della brezza notturna? Tu mi dici che io l'amo. Non so veramente comprendere questa parola, io che sono vissuto sempre lontano dalle terre abitate e mai seppi che cosa possa significare. La malìa gettatami nel cuore da quella fanciulla potrà chiamarsi così. Io so che quando penso a lei mi vedo brillare sempre dinanzi, sia di giorno o di notte, quei grandi occhi neri ripieni d'una infinita tristezza e che provo entro di me una sensazione strana, che non saprei spiegarti e che prima non avevo mai sentito, né ascoltando il mormorìo delle acque, né i sibili del vento, né l'urlo delle fiere affamate vaganti pel deserto".
"Una sensazione pericolosa, Mirinri, che potrebbe esserti fatale e fermarti nel tuo glorioso cammino. Toglie le forze ai guerrieri, addormenta i forti, spegne le energie e rende talvolta l'uomo perfino vile. Guardati! La tua grande impresa non ha bisogno di quel fremito."
"Rende perfino vili!" esclamò il giovane, colpito da quella parola.
"Sì, vili."
"Ebbene guarda se io potrei diventarlo."
Si era voltato guardando le dune di sabbia che si estendevano dietro di loro, interrotte qua e là da qualche cespuglio intristito.
Un'ombra gigantesca, che Ounis non aveva prima osservata, ma che non era invece sfuggita agli sguardi del giovane, era comparsa sulla cima d'uno di quei minuscoli monticelli di sabbia, guatando i due egiziani.
"Lo vedi?" chiese Mirinri, senza che nella sua voce si sentisse alcuna alterazione.
"Un leone!" aveva esclamato il sacerdote, trasalendo.
"È da qualche poco che ci spia."
"E non mi hai avvertito?"
"Se è vero che io ho nelle vene il sangue dei guerrieri, perché dovevo preoccuparmi della sua presenza? Mio padre non sarebbe fuggito, lui che ha vinto, come mi hai narrato, le sterminate falangi dei Caldei."
"Che cosa intendi di dire e di fare?" chiese Ounis, guardandolo con ansietà.
"Accertarmi se io sono veramente un Faraone, innanzi a tutto, e poi provarti che se anche quella fanciulla ha gettato una malìa su di me, non sarei capace di diventare un vile."
La corta spada di bronzo brillò nella destra del giovane.
"A me, leone!" gridò. "Vedremo se sarà più forte il re del deserto od il futuro re dell'Egitto!"
Come se la formidabile fiera avesse compresa la sfida gettatagli dall'audace giovane, aprì le fauci e fece rintronare le dune d'un ruggito poderoso, che parve un colpo di tuono.
Ounis aveva afferrato con ambe le mani il braccio armato, dicendo:
"No, tu non puoi esporti contro quella belva. Io sono vecchio e non ho alcuna missione da compiere al mondo, lascia quindi che l'affronti io se verrà ad assalirci. Non ho bisogno che tu mi dia una prova del tuo coraggio. Mi basta veder brillare nei tuoi occhi il lampo fiero che animava quelli del grande Teti."
Il giovane, con una brusca mossa, si svincolò e mosse intrepidamente verso la fiera, che ruggiva sordamente, sferzandosi i fianchi colla coda.
"Quando un Faraone getta una sfida non retrocede!" gridò Mirinri. "Vince o muore! Il leone l'ha accettata: a noi due!"
Il sacerdote non aveva più cercato di trattenerlo. D'altronde la belva, che doveva essere affamata, non avrebbe tardato ad assalirli egualmente.
"Prode come suo padre," mormorò il sacerdote che lo seguiva, tenendo in mano la spada e che lo guardava muovere diritto verso la fiera, con un misto d'angoscia e d'orgoglio. "L'avevo giudicato male: ha nelle vene il mio..."
Si morse le labbra per non lasciarsi sfuggire il seguito di quelle parole, e allungò il passo onde porgere aiuto al giovane Faraone.
Il leone che fino allora era rimasto accovacciato, vedendo avanzarsi la preda che credeva di abbattere con un solo colpo delle sue poderose zampe, si era alzato, scuotendo la sua folta criniera.
Era un superbo animale, di taglia grossa e robusta, dal pelame fulvo e la criniera nerastra come quella dei leoni delle montagne dell'Atlante, che rappresentano oggidì la razza più bella di quei terribili carnivori.
Mirinri, punto spaventato dall'aspetto imponente del suo avversario, né dai suoi ruggiti, che diventavano di momento in momento più possenti, muoveva avanti senza nemmeno guardarsi alle spalle, per vedere se era o no seguito da Ounis.
I suoi occhi, che erano diventati ardenti, fissavano intrepidamente l'avversario, spiandone le più lievi mosse.
Se Ounis era orgoglioso di vederlo così calmo e così audace, il bel giovane si sentiva del pari orgoglioso di non provare quel sentimento di paura che coglie tutti gli uomini, anche i più intrepidi, dinanzi a quei re dei deserti e delle foreste africane. Aveva dunque nelle vene il sangue degli antichi guerrieri? Era dunque proprio un Faraone? Sì, ormai ne era convinto, quantunque non avesse ancora udito a crepitare la statua colossale di Memnone, né avesse ancora veduto il fiore d'Osiride schiudere le sue corolle e rivivere, dopo tante migliaia e migliaia d'anni.
Giunto a dieci passi dalla belva, tese l'arma e si arrestò, gridando: "Ti aspetto a piè fermo: assalimi! Vedremo se il grande Osiride proteggerà me, che discendo dagli dei o te ladrone del deserto."
Il leone lanciò un ultimo ruggito, poi scattò, mettendosi a correre attraverso le dune con balzi giganteschi. Volteggiava intorno ai due uomini, descrivendo un largo giro, che, a poco a poco, restringeva, cercando il momento opportuno per sorprenderli alle spalle.
Mirinri, sempre freddo, sempre impassibile, ma col viso animato da una collera intensa, girava su se stesso mostrando sempre alla belva la lama della sua spada di bronzo, che i raggi della luna facevano scintillare vivamente.
Ounis invece si era inginocchiato a breve distanza dal giovane tenendo la sua arma tesa in alto. Non perdeva di vista il suo compagno, occupandosi più di lui che del leone.
Una profonda emozione alterava i suoi lineamenti. Vi era nell'espressione dei suoi occhi, che in quel momento brillavano non meno intensamente di quelli di Mirinri, lo stesso senso di prima: orgoglio, gioia e terrore.
Si comprendeva che, quantunque paventasse che il giovane potesse essere vinto da quel formidabile avversario e ridotto un cadavere informe, dall'altro lato era superbo di vederlo così coraggioso e così pronto a sfidare il pericolo, e quale pericolo!
Il leone continuava la sua corsa circolare. Scattava come se le sabbie fossero coperte da migliaia di molle invisibili e sembrava che le sue forze, invece di scemare, aumentassero sempre poiché i suoi slanci diventavano più impetuosi.
Mirinri, fermo come una statua di bronzo, col braccio armato sempre teso, attendeva l'assalto. Un sorriso di sfida coronava le sue labbra sottili.
Ad un tratto la belva, che non aveva cessato di stringere sempre più il cerchio, si precipitò sui due uomini, mandando nel medesimo tempo un ruggito spaventevole, che parve una fanfara di guerra udita in lontananza. Non scelse però il giovane come prima preda.
Con un salto immenso era piombato sul sacerdote, cercando di fracassargli la spina dorsale o di aprirgli un fianco con un colpo di zampa. Aveva però prese male le sue misure, giacché gli cadde vicino, urtandolo solo con una spalla e rovesciandolo al suolo.
Stava per rivoltarsi, onde mettere in opera le sue unghie, quando Mirinri gli fu addosso colla rapidità del lampo.
Colla sinistra l'afferrò per la folta criniera, tenendolo per un istante fermo, poi coll'altra gl'immerse fino all'impugnatura la larga lama di bronzo, squarciandogli il petto.
"Il giovane Faraone ti ha vinto!" gridò. "Sono più forte di te! L'Egitto sarà mio!"
Non era ancora una vittoria completa. La belva, quantunque orribilmente ferita e tutta sanguinante, con uno scatto improvviso gli era sfuggita e si era accovacciata a dieci passi, ruggendogli in viso, pronta a ricominciare l'assalto.
"Guardati, Mirinri!" gridò Ounis, con voce angosciata, rialzandosi prontamente.
Il giovane parve che non l'avesse nemmeno udito.
Cogli sguardi sempre sfavillanti, fissi in quelli della fiera, s'avanzava colla spada alzata, rossa di sangue fino alla guardia.
"Bisogna che ti uccida," disse.
E si slanciò sul leone, che non osava più affrontare quel giovane avversario, che aveva dapprima disprezzato e che pareva lo magnetizzasse colla potenza dei suoi occhi.
L'urto fu breve e terribile. Ounis vide per alcuni istanti sollevarsi intorno ai due combattenti come una nube di sabbia, che glieli nascose, poi si udì un ruggito soffocato ed un grido che gli parve di trionfo:
"Muori!"
Quando la sabbia finissima cadde al suolo, vide Mirinri ritto, colla fronte alta, la spada grondante sangue in pugno ed un piede posato sul corpo della belva, che sussultava ancora fra gli ultimi spasimi della morte.
"Sì, mio..." gridò Ounis, "degno allievo! Sì, sei il figlio di Teti, il fondatore d'una dinastia che darà la gloria e la potenza alla terra dei Faraoni. Solo un uomo creato da lui avrebbe potuto compiere una simile impresa. Osiride ti protegge ormai e tutto puoi osare."
Mirinri si volse e dopo d'averlo guardato per qualche istante in silenzio, rispose:
"Ora io non dubito più che l'anima dei Faraoni si sia trasfusa in me. Come io ho ucciso il re dei deserti, ucciderò l'usurpatore, che rapì a me ed a mio padre il trono. Vedi, Ounis, se si può essere audaci anche quando il cuore vibra per una fanciulla. La prova ultima, la prova!"
"Sei grande," rispose il sacerdote. "Partiamo subito. Gli astri cominciano ad impallidire e anche la coda della cometa va spegnendosi. Vieni, Figlio del Sole!"
Il giovane asciugò la lama sulla criniera del leone, se la rimise lentamente nella fascia che gli stringeva le anche e raggiunse il sacerdote coll'indifferenza tranquilla d'un uomo che avesse compiuta una cosa di nessuna importanza.
"Sangue freddo, forza ed audacia," disse Ounis, la cui ammirazione non pareva che fosse ancora cessata. "Tu sei l'uomo del destino."
Mirinri sorrise senza rispondere.
Gettò un ultimo sguardo sulla belva, che non aveva più alcun sussulto e che sembrava addormentata, alzò per un istante gli occhi verso la cometa, che cominciava a smorzarsi e seguì il sacerdote, ricadendo nei suoi pensieri.
Non si udiva più alcun rumore fra le dune sabbiose. La voce formidabile del morente leone aveva allontanato jene e sciacalli, ed un profondo silenzio regnava sulla sterile landa,
Camminarono così, senza parlare, per qualche mezz'ora ancora: poi Ounis ruppe pel primo quell'immensa calma.
"La vedi? La piramide fatta costruire da tuo padre sorge laggiù."
Mirinri si scosse, alzò il capo, che fino allora aveva tenuto curvo sul petto e spinse lo sguardo dinanzi a sé.
Due masse enormi si delineavano fra le dune, spiccando vivamente sull'orizzonte, che cominciava ad imbianchirsi sotto i primi riflessi dell'alba.
"Le due statue di Memnone!" esclamò, sussultando.
"Questa è l'ora."
Mirinri girò lo sguardo verso settentrione e scorse una massa ancora più enorme, tutta nera, giganteggiante fra le semioscurità e che s'innalzava in forma di piramide.
"Il sepolcreto della mia dinastia," disse.
"Dove troveremo il fiore sacro d'Osiride. Affrettati, o giungeremo troppo tardi. La pietra suona solo quando nasce e tramonta il sole.

CAPITOLO QUARTO

Il Figlio del Sole

Le statue di Memnone godevano presso gli antichi egizi una venerazione grandissima, che non cessò nemmeno dopo, quando i romani, quei formidabili conquistatori del mondo allora noto, ebbero invase le rive del sacro Nilo, anzi ebbero anche essi una vera venerazione pel fatto, allora straordinario ed inesplicabile, che una di esse, sia allo spuntare del sole che al tramontare dell'astro, dava un suono.
Gli antichi egizi affermavano che solo quando un Faraone s'accostava alle due statue, quella nota strana, che somigliava al crepitìo dello zolfo quando è riscaldato colla mano, ma infinitamente più forte, si faceva udire.
Che realmente suonasse la pietra, nessuno lo mette in dubbio, quantunque oggi sia muta come qualunque altra pietra.
Strabone fu il primo ad affermarlo, avendo udito quello strano crepitìo in compagnia d'Elio Gallo, che era governatore dell'Egitto, quantunque non potesse discernere se quella vibrazione partisse dal piedistallo o dalla statua. Giovenale, che meno d'un secolo dopo fu esiliato a Sienne, nell'alto corso del Nilo, pure lo udì e anche Plinio parlò di quel prodigio.
Se agli Egiziani la cosa sembrava meravigliosa, si trattava invece d'un fatto semplicissimo che fu più tardi spiegato.
La statua parlante, come la si chiamava, e che sembra rappresentasse un Faraone delle prime dinastie, in seguito ad un terremoto, era stata spezzata all'altezza del ventre, mentre la sua vicina aveva resistito alla formidabile scossa. Da quell'epoca cominciò a suonare.
La natura del sasso, formato da materiali eterogenei, tenuti insieme da una pasta silicea durissima, era tale che sotto le repentine variazioni della temperatura crepitava. Ora quella variazione non accade che al sorgere del sole, dopo le notti freschissime di quel clima, e un po' dopo il tramonto.
Ed infatti, durante il giorno e la notte, la statua non faceva udire alcun suono.
Quando Settimio Severo, forse per superstizione o per onorare Memnone, figlio dell'aurora, secondo le antiche leggende egiziane, fece restaurare il colosso con cinque enormi massi di marmo di grès, che si vedono tuttora, perché quelle due statue hanno resistito, al pari delle poche piramidi, alle ingiurie del tempo, la voce cessò d'un tratto. Quei massi furono una sordina: la vibrazione fu inceppata e Memnone, con grande dispiacere degli egizi, non parlò più: d'altronde i Faraoni erano ormai scomparsi e non erano più là per imporle di farsi udire.
Ounis e Mirinri, non scorgendo nessuno nei dintorni dei due colossi, s'avvicinarono rapidamente, cominciando il cielo a prendere, verso levante, una leggera tinta rossa che indicava l'imminente sorgere del sole.
Quelle due statue, che erano quattro o cinque volte più alte d'un elefante, rappresentavano due uomini seduti sulle ginocchia ed erano formate di massi enormi, di forma quadrata, saldamente cementati fra di loro.
Sul capo avevano una specie di fichu triangolare, che cadeva lungo i lati della faccia, allargandosi al di sopra delle spalle ed avevano sotto il mento quelle strane barbe, formate da una specie di dado, più stretto in cima e più largo sotto, che si osserva in tutti gli antichi monumenti egiziani.
Il basamento, che era di proporzioni enormi e tanto alto che Mirinri non vi poteva giungere nemmeno allungando le mani, era tutto coperto di lettere e adorno d'ibis, gli uccelli sacri degli antichi egizi ed emblema dei Faraoni delle prime dinastie.
Sulla statua di destra si scorgeva distintamente la spaccatura prodotta dalla scossa del terremoto, allargantesi a circa metà del ventre.
Mirinri si era arrestato, guardando con visibile emozione i due colossi. Se egli era veramente un Faraone, il suono doveva udirsi; se rimaneva muto quale delusione!
Guardò con un po' d'ansietà Ounis e lo vide tranquillo, come un uomo sicuro del fatto suo. Quella calma lo rassicurò.
"Vieni," disse il sacerdote, dopo aver guardato il cielo. "Questo è il momento."
Girarono intorno alla statua che era offesa e trovata una gradinata salirono sul piedestallo mettendosi fra le gambe che il colosso teneva aperte. Era quello il punto migliore per udite il suono.
"Parlerà il figlio dell'aurora?" chiese Mirinri che era diventato pallido e che pareva nervosissimo.
"Sì, perché tu sei il figlio di Teti," rispose il sacerdote.
"E se ti avessero ingannato?"
Un sorriso comparve sulle labbra d'Ounis.
"Ascolta," disse poi. "Dopo mi dirai se tu sei o no un Faraone."
Il sole s'alzava in quel momento radioso, sfolgorando sui due colossi i suoi raggi, che appena sorti erano già diventati ardenti.
"Ascolta! Ascolta!" ripetè Ounis.
Mirinri, curvo verso la massa della statua, tendeva gli orecchi. Il cuore, che dinanzi al leone non si era alterato nemmeno un istante, ora gli batteva forte come quando aveva stretta fra le braccia la fanciulla che aveva strappato al coccodrillo, la prima donna che aveva veduto da quando il sacerdote l'aveva portato nel deserto.
Il sole s'alzava rapido, allungando i suoi raggi sulla sconfinata pianura, ma la statua rimaneva muta. Anche Ounis aveva aggrottata la fronte.
Ad un tratto si fece udire un leggero crepitìo, che andò aumentando d'intensità, poi una nota limpida, un do echeggiò.
Un grido era sfuggito dalle labbra del giovane.
Si era alzato rapidamente, cogli occhi accesi, il viso trasfigurato da una gioia inesprimibile. Guardò il sole e gridò con voce tuonante:
"Sì, io discendo da te, Osiride, sono un Faraone! L'Egitto è mio!"
Ounis sorrideva, lieto di quell'improvviso scatto d'entusiasmo. Anche egli sembrava profondamente commosso.
"Ounis, amico mio, alla piramide!" disse poscia il giovane, con esaltazione. "Dammi l'ultima prova che io sono il figlio di Teti, che il mio corpo è divino ed io andrò a uccidere, con questo istesso ferro che spense il re dei deserti, l'usurpatore."
"Così ti volevo vedere," rispose il sacerdote. "Il sangue della stirpe guerriera, che io temevo si fosse addormentato per sempre, si è finalmente risvegliato."
"Alla piramide, Ounis" ripetè il giovane, il cui entusiasmo non si era ancora calmato. "Andiamo ad interrogare il fiore d'Osiride."
"Lo vedrai dischiudere le sue corolle millenarie," rispose il sacerdote.
La piramide, come abbiamo detto, che avrebbe dovuto servire di tomba alla dinastia iniziata da Pepi, non era lontana.
La sua mole imponente si ergeva appena ad un mezzo miglio dalle due gigantesche statue, lanciando la sua cima a centocinquanta metri.
Tutte le piramidi, fatte innalzare dalle diverse dinastie che regnarono in Egitto migliaia d'anni prima della nascita di Gesù Cristo, avevano proporzioni colossali.
Molte furono distrutte, per edificare coi loro materiali Tebe ed altre città sorte dopo la gloriosa Menfi, tuttavia ne sussistono anche oggidì parecchie e le più celebri e le più visitate sono quelle di Cheope, di Chefrèn e di Micerino, le quali sono d'altronde le più gigantesche che si conoscano, coprendo suppergiù ciascuna cinque ettari di terreno ed avendo un'altezza che varia fra i centoquaranta ed i centoquarantasei metri.
Si calcola che per costruire quelle tombe, siano occorsi per ciascuna 250.000 metri cubi di materiali!
Quali somme poi abbiano costato e quante migliaia e migliaia di operai siano stati necessari per innalzarle, sarebbe impossibile dirlo. Si sa solo, consultando gli antichi papiri, che per erigere quella di Cheope non si spesero meno di quattro milioni di talenti egiziani, pari a più di dieci milioni di lire in solo aglio, prezzemolo e cipolle, vegetali che costituivano però il principale nutrimento di quegli infaticabili lavoratori reclutati, sempre per maggior economia, fra i prigionieri di guerra.
La piramide fatta innalzare da Teti, come abbiamo detto, non poteva rivaleggiare con quelle tre sopra menzionate; tuttavia era ancora così enorme da far arrossire - se fosse possibile - i più grandi edifizi moderni, anche i palazzoni a venti piani che costruiscono oggidì i nord-americani.
Una gradinata, di nove metri per lato, misura tenuta per tutte le piramidi, conduceva sulla cima, ove doveva trovarsi, al pari che nelle altre, una piccola piattaforma.
Ounis, che doveva aver visitato ancora, in altri tempi, l'enorme sepolcreto, mosse sollecito verso due colossali sfingi, che pareva fossero state collocate a guardia d'una porta di bronzo, che andava restringendosi verso lo stipite come tutte quelle costruite dagli antichi egizi.
La esaminò per qualche istante, come se volesse accertarsi che la serratura non fosse stata guastata, poi trasse di sotto la lunga veste una chiave di forma strana, che rassomigliava ad un serpente aggrovigliato e introdusse una estremità in un buco intagliato, in modo da sembrare una foglia di loto.
"Come possiedi tu quella chiave?" chiese Mirinri, che cadeva di sorpresa in sorpresa.
"Me l'ha data tuo padre prima di morire" rispose laconicamente il sacerdote. "Se tu fossi per caso morto dove vorresti che ti avessi sepolto? Un Faraone dormire fra le sabbie?"
"Ma mio padre non riposa lì dentro."
"Quando tu avrai conquistato il trono che ti spetta, anche lui dormirà, fra queste muraglie ciclopiche, il sonno eterno."
Spinse la massiccia porta di bronzo, accese una piccola lampada d'argilla, che aveva portato seco, adoperando due pietre nere che percuotendole l'una con l'altra sprigionavano fasci di scintille vivissime, poi, volgendosi verso il giovane, gli disse:
"A te spetta il diritto di entrare per primo, giacché tuo padre più non esiste."
Con un'emozione visibile Mirinri varcò la soglia e che entrò nell'immenso sepolcreto, destinato ad accogliere tutte le salme della sua dinastia.
Anche là dentro, come già nell'immensa caverna funeraria dove trovavasi il tesoro, regnava un tanfo di muffito e d'umido, tuttavia l'aria, che penetrava forse per mille fessure invisibili, era più respirabile, sicchè i due uomini poterono avanzarsi liberamente.
Nelle pareti massiccie vi erano molti vani di forma quadrata, destinati a ricevere le bare, con sotto una tavola di marmo nero per ricevere le offerte destinate al morto, onde non dovesse soffrire la fame durante la traversata dell'Amenti, per raggiungere il regno d'Osiride o la "regione nascosta", il luogo di delizie.
Non erano quei vani, che d'altronde erano tutti vuoti, che interessavano Ounis e tanto meno Mirinri. Il sacerdote cercava ansiosamente un masso enorme, che doveva trovarsi nel centro della piramide e che celava il famoso fiore d'Osiride.
Essendo la luce della lampadina troppo fioca e lo spazio immenso e tenebroso, dovette percorrere parecchie centinaia di passi prima di scoprirlo.
"Eccolo," disse finalmente.
Un gran dado di pietra bianca sormontato da una statua rappresentante Toth, il dio ibis, era comparso nel cerchio proiettato dalla luce.
Ounis s'accostò e rimosse colla mano un cumulo di vegetali che copriva la superficie, dei fiori di loto bianco ed azzurro, dei crisantemi, dei mazzi di trifoglio, dei sedani e dei melloni d'acqua seccati, che conservavano tuttavia ancora il loro color verde e dopo d'aver frugato entro una cavità trasse una piccola pianta disseccata, mostrandola trionfalmente al giovane.
Quella pianta meravigliosa, che doveva migliaia d'anni dopo far stupire i botanici europei ed americani, che la chiamarono il fiore della risurrezione e che fu scoperta da un beduino nel seno d'una principessa faraonica e donata dal possessore al dottor Deck nel 1848, era quella che gli antichi Egizi chiamavano il fiore d'Osiride.
Era una pianticella magra, esile, con dei bottoncini ingialliti dal tempo e ormai completamente disseccati.
"È proprio quella che il grande Osiride lasciò ai suoi successori?" chiese Mirinri, guardandola cogli occhi luccicanti.
"La stessa," rispose Ounis, dopo averla osservata attentamente. "La riconosco benissimo perché io l'ho portata qui assieme a tuo padre."
"E tu credi che riviverà?"
"Sì, se tu sei un vero Faraone. Se la statua di Memnone ha suonato in tua presenza, non ho ora alcun dubbio che questi due bottoncini schiuderanno le loro corolle."
"Da quanti anni è così disseccata?"
"Chi potrebbe dirlo? Da migliaia e migliaia di certo, ma molte volte è risuscitata e certo per volere del grande Osiride. A te, prendila e versa su questi bottoncini due goccie."
Gliela porse, unitamente ad una piccola fiala di vetro che conteneva un po' d'acqua.
Mirinri la fissò per parecchi istanti. Il suo cuore tremava, come quando aspettava ansiosamente il suono della colossale statua. Se quell'ultima prova fosse fallita?
"Bagnala," disse Ounis, vedendo che il giovane esitava. "Sono certo che fra poco io renderò a te l'omaggio che il popolo egiziano deve ai Figli del Sole."
Mirinri versò due goccie d'acqua sui due bottoncini e subito vide, con immensa meraviglia, quella pianta, da secoli e secoli morta, dapprima fremere, poi agitarsi, raddrizzare i suoi tessuti, i bottoncini gonfiarsi ed arrotondarsi, quindi svolgere i loro leggeri petali all'ingiro, intorno ad un punto centrale di color giallo.(2)
La pianta meravigliosa di Osiride era risuscitata!
"Lasciala morire," disse Ounis, vedendo Mirinri agitarla, come se fosse improvvisamente impazzito. "Taci e guarda!"
I due fiori che somigliavano a due splendide margherite, mantennero per qualche minuto i loro petali aperti e tesi, scoprendo il loro seno ringiovanito come per opera magica, cosparso di piccoli granelli, poi le loro tinte iridiscenti cominciarono a scolorirsi, gli steli si curvarono, le foglioline si ripiegarono su se stesse e tutto si appassì.
Il grido, che Mirinri aveva fino allora trattenuto, gli uscì formidabile dal petto:
"Sono un Faraone! Lode al grande Osiride! La potenza, la grandezza, la gloria! Ah! È troppo!"
Ounis prese il fiore e lo depose nuovamente nell'incavatura del masso, poi s'inginocchiò dinanzi a Mirinri e gli baciò l'orlo inferiore della candida veste, dicendo:
"A te l'omaggio del tuo più fedele suddito. Io ti saluto, Figlio del Sole!"
"Quando avrò conquistato il trono tu sarai il mio primo ministro ed il capo supremo dei sacerdoti, mio devoto amico. La mia potenza non oscurerà la riconoscenza che ti devo."
"Non desidero né onori, né grandezze," rispose Ounis. "D'altronde, quando tu sarai re, io non ne avrò bisogno."
"Perché Ounis?" chiese Mirinri sorpreso da quella frase oscura.
"Tutto non ti ho ancora narrato. Mi resta da fare al Figlio del Sole una rivelazione ancora, ma non la farò se non quando tu siederai sul trono dei Faraoni. Ora ci resta qualche cosa d'altro da compiere, prima di lasciare questa piramide che non rivedrai mai più da vivo."
"Quale?"
"Distruggere il cadavere che l'usurpatore ha messo al posto di tuo padre. Quell'ignoto, ch'è forse un miserabile schiavo, non deve occupare un posto che spetta a Teti, né oltraggiare col suo corpo impuro la tomba dei Figli del Sole. Vieni, Mirinri."
"Quell'infamia la sconterà," disse il giovane, che ebbe un fremito di collera. "Non bastava a Pepi carpire a mio padre il regno: gli occorreva anche questa crudele derisione. Io farò a pezzi l'uomo che rappresenta in questo sepolcreto il corpo del Faraone, così non passerà l'Amenti e non prenderà un posto che non gli spetta fra gli antenati luminosi."
Il sacerdote diede all'ingiro un lungo sguardo, poi si diresse verso una delle pareti dove entro un incavo si scorgeva a brillare vagamente qualche cosa.
"Qui lo hanno collocato" disse.
Un feretro stava deposto in quell'escavazione, un po' al di sopra d'una lastra di marmo nero, su cui s'ammonticchiavano corone di trifoglio, di loto bianco ed azzurro, accanto a piccoli mucchi di grano e di farina, a pezzi di carne disseccata ed a fiale contenenti latte, liquori e profumi.
Quella bara era d'una ricchezza straordinaria, costruita con legname di quercia arabica, adorna di sculture finissime, che volevano rappresentare la grande vittoria riportata da Teti contro le orde Caldee, tutta dipinta, dorata ed incrostata di perle preziose.
Verso l'estremità superiore, quel feretro terminava in una testa che doveva riprodurre esattamente i lineamenti dell'uomo che vi stava rinchiuso dentro.
Mirinri gettò via con dispetto i fiori e le offerte, salì sulla tavola di pietra e prese fra le sue robuste braccia la salma, deponendola al suolo.
"Questa testa rassomiglia a quella di mio padre?" chiese con viva emozione.
"Sì," rispose Ounis.
"E questi occhi sono proprio i suoi?"
"Li hanno riprodotti esattamente."
Mirinri guardò il vecchio, poi la testa, quindi tornò a guardare il sacerdote, facendo un gesto di stupore.
"Che cos'hai ora?" chiese Ounis aggrottando la fronte.
"Trovo una strana somiglianza fra i tratti di questo viso ed i tuoi. Anche gli occhi hanno il medesimo lampo cupo."
"Vi sono tanti che si assomigliano," rispose asciuttamente il sacerdote. "Apri il feretro: voglio vedere chi vi hanno messo dentro."
Mirinri introdusse la punta della spada fra le commessure e con uno sforzo violento sollevò il coperchio.
Tosto apparve una mummia, rappresentante un uomo di alta statura, col viso solcato da due lunghe ferite malamente cucite e che lo rendevano irriconoscibile.
Tutto il corpo era strettamente avviluppato in un tessuto d'oro, con ricami formati da pietre preziose, per lo più smeraldi, e dorate aveva le unghie delle mani e dei piedi.
"È mio padre, questi?" chiese Mirinri.
"No."
"Ne sei ben certo, Ounis?"
"L'ho conosciuto troppo bene, per potermi ingannare."
"Va bene," rispose Mirinri.
Levò la mummia, che gettò con disprezzo al suolo, rinchiuse la bara e la ricollocò nel vano scavato nella parete della piramide, dicendo con voce ironica:
"Servirà a qualche altro: l'usurpatore appartiene alla famiglia ed ha il diritto di dormire qui dentro. Prenderà il posto di questo miserabile schiavo od ignoto guerriero che sia."
Poi afferrò la mummia, facendola crepitare fra le proprie dita, tanta era la sua collera e, volgendosi verso il sacerdote, disse con tono che non ammetteva replica:
"Usciamo!"
"Che cosa ne vuoi fare di quel morto?" chiese Ounis.
"Usciamo," ripetè il giovane.
Attraversò la piramide, finché raggiunse la porta di bronzo che era rimasta aperta. Ounis la chiuse con quella chiave in forma di serpente e si trovarono entrambi in mezzo ai raggi ardenti del sole.
"Nessuno può entrare ora?" chiese Mirinri, che teneva sempre la mummia.
"Nessuno, fuorché Mirinri Pepi, il solo che possegga una chiave eguale a questa."
"Questa tomba non si aprirà che per ricevere la salma dell'usurpatore," disse Mirinri, con voce cupa. "Lo giuro su Sib, il dio che rappresenta la terra; su Nout che rappresenta il cielo; su Nou il dio delle acque; su Râ che è il sole; sul grande Osiride e su Iside, l'animale sacro che il mio futuro popolo adora. Che Nacus, l'impuro demonio della morte mi tragga nel regno delle tenebre; che mi sia negato il passaggio dell'Amenti e la pace eterna nella regione nascosta, se io mancherò alle mie promesse. Ounis, tu che sei sacerdote, mi hai udito. Ed ora, vile carcame, che hai osato prendere il posto di mio padre, il grande guerriero che salvò l'Egitto, va'! Troverai una bara nelle viscere immonde delle jene e degli sciacalli."
Ciò detto sollevò in alto e con quanta forza aveva, scagliò là mummia in mezzo alle dune, dove rimase colle gambe in aria.
"Quando potremo partire?" chiese poscia il giovane. "Ora che so di essere veramente il figlio di Teti, sono impaziente di conquistare l'orgogliosa Menfi."
"Adagio, Mirinri," rispose il sacerdote. "Noi dobbiamo recarci colà con infinite precauzioni, e affiatarci segretamente coi vecchi amici di tuo padre. Se tu venissi scoperto prima di essere tanto potente da fronteggiarlo, Mirinri Pepi non ti risparmierebbe."
"Dovrò dunque rimanere ancor a lungo in questo deserto e lasciar spegnere l'entusiasmo che mi divora?"
"Non ti chiedo che tre o quattro giorni. Torniamo alla nostra dimora."
La sera dello stesso giorno, Ounis, approfittando del sonno profondo del giovane Faraone, lanciava nel Nilo, con grande spavento dei coccodrilli e degli ippopotami che erano numerosissimi in quei tempi, delle piccole palle fiammeggianti che bruciavano anche in acqua, come i famosi fuochi greci dei quali fu perduto il segreto.
"Gli amici che vegliano sapranno così che Mirinri è pronto," disse. "Aspettiamoli e che Osiride protegga il nuovo Figlio del Sole."

CAPITOLO QUINTO

Alla conquista d'un trono

Tre giorni dopo, verso il tramonto, un piccolo veliero, che rassomigliava molto alle dahabiad che si usano ancora oggidì sul Nilo, e che, al pari di quelle antiche, hanno gli alberi formati di vari pezzi e uniti con pelli di bue applicati ancora fresche e lasciate poi a disseccare, approdava nel luogo istesso dove Mirinri aveva scoperto il simbolo di vita e di morte.
Aveva la carena piuttosto larga e robusta, la prora arrotondata, con qualche ornamento d'oro sulla polena rappresentante un ibis colle ali spiegate, e due immense vele di lino bianco, simili nel taglio a quelle latine, ma colle punte più slanciate.
La montavano due dozzine e più di etiopi, uomini dalla pelle assai nera, e di forme erculee, che mostravano nude, non avendo che una larga fascia attortigliata intorno ai fianchi coi due capi pendenti fra le gambe che giungevano quasi fino a terra. Era d'altronde quello il costume usato dal popolo ed era più che sufficiente, sotto quel clima sempre caldo anche durante i mesi invernali.
Un uomo che portava due grembiuli di cotone azzurro, di forma rettangolare, ripiegati in avanti e trattenuti intorno alle reni da una cintura di cuoio e sul capo una parrucca con grossi rotoli di capelli a gran riccioli tubiformi e trecce pendenti lungo le spalle, stava al timone.
Era un bell'uomo sulla quarantina, colla pelle solamente un po' abbronzata e che incarnava il vero tipo dell'egiziano antico: alto, piuttosto magro, con spalle larghe e piene, le braccia nervose terminanti con mani lunghe e fini, le gambe secche coi muscoli dei garretti assai pronunciati, come la maggior parte dei popoli camminatori.
Sul suo viso vi era una espressione di tristezza profonda, che si rifletteva viva nei suoi grandi occhi nerissimi, quella tristezza istintiva che si osserva anche oggidì negli egiziani moderni.
Appena la barca ebbe toccata la riva, che in quel luogo era alta e coperta da palmizi splendidi, l'egiziano diede ordine agli etiopi di gettare un pontile di legno, poi s'accostò ad una specie di tamburo di grosse dimensioni, in forma d'imbuto e si mise a percuoterlo poderosamente, intanto che uno dei suoi uomini dava fiato ad un flauto, traendo delle note acutissime che si potevano udire a qualche miglio di distanza.
Quella musica, ingrossata dai colpi sonori del tamburone, durò parecchi minuti, coprendo il gorgoglìo delle acque rompentisi contro le rive e sugli isolotti sabbiosi che ingombravano il maestoso fiume, e propagandosi intensamente sotto le vôlte di verzura.
L'egiziano stava per far segno al suonatore di flauto di cessare, quando sbucarono da una macchia Ounis e Mirinri.
"Che Râ ti porti buona fortuna, Ata," gridò il sacerdote. "Io ti conduco il futuro Figlio del Sole. Il fiore d'Osiride e Memnone l'hanno riconosciuto."
"Era ora," rispose l'egiziano, attraversando il pontile e scendendo sulla riva. "Tutto l'Egitto freme, impaziente di vedere il suo legittimo re."
S'avvicinò a Mirinri, che si era fermato, guardando con una viva curiosità il comandante di quella bella barca e gli si inginocchiò dinanzi, baciandogli l'orlo della veste.
"Salute eterna al Figlio del Sole," gli disse. "Salute al discendente del grande Teti."
"Chi sei?" chiese Mirinri, alzandolo.
"Un amico devoto di tuo padre e di Ounis," rispose l'egiziano, "e vengo a prenderti per condurti a Menfi. Il tuo posto è là e non fra le sabbie del deserto."
"Fidati di lui, come di me stesso" disse Ounis, volgendosi verso Mirinri. "È stato un fedele amico di Teti, fu anzi lui a rapirti dal palazzo reale ed a metterti in salvo, prima che nella truce mente di Mirinri Pepi nascesse l'idea di trovare qualche mezzo per sopprimerti."
"Se un giorno io salirò davvero sul trono dei miei avi, io ti mostrerò la mia riconoscenza," disse il giovane Faraone.
"Hai veduto a passare i fuochi che io ho affidati alle acque del Nilo?" chiese Ounis...
"Sì," rispose Ata, "li ho fatti fermare al di sopra di Pamagit, onde le spie dell'usurpatore non potessero sospettare qualche cosa. Bada che dovunque si veglia, perché a corte si sospetta che il figlio di Teti non sia morto."
"Chi può avere tradito il segreto che ho custodito così gelosamente per tanti anni?" chiese Ounis, impallidendo.
"Lo ignoro, ma io so che un giorno una barca montata da una principessa ha rimontato il Nilo, fino a questo luogo, per ordine del re. Vi era su quella un uomo che aveva veduto più volte il giovane Mirinri, prima che io lo rapissi."
"Io ho veduto quella principessa, anzi l'ho salvata mentre stava per essere divorata da un coccodrillo," disse Mirinri.
"E gli uomini che montavano quella barca ti hanno veduto, Figlio del Sole?" chiese Ata, con apprensione.
"Sì."
"Non ti hanno detto nulla?"
"Assolutamente nulla."
"Vi era qualcuno che ti osservava attentamente?"
"Mi parve."
"Ti rammenti, Figlio del Sole, che cosa portasse sul capo?"
"Un berretto molto alto, che s'allargava verso la cima, adorno di simboli d'oro in forma di dischi e di corna."
"Ed indosso che cosa aveva?"
"Una lunga ciarpa ed una pelle di leopardo annodata fra le due spalle."
"È lui!" esclamò Ata, facendo un gesto di rabbia.
"Chi lui?" chiesero ad una voce Mirinri e Ounis.
"Il gran sacerdote di Iside. Me lo immaginavo."
"Spiegati meglio, Ata," disse Ounis.
"Più tardi: imbarchiamoci e partiamo subito. Sono certo che qualche cosa è trapelato e che in qualche luogo verremo assaliti. Da qualche mese delle persone sospette si aggirano intorno a me e sorvegliano la mia barca. Si cercava certo di sapere dove io mi recavo, quando mi assentavo da Pamagit, per venire a ricevere i tuoi ordini. Noi non viaggeremo che di notte, colle dovute precauzioni e cercheremo di sfuggire gli agguati che ci verranno indubbiamente tesi lungo il Nilo. Il segreto ormai è stato tradito e tu, Figlio del Sole, corri il pericolo di venire arrestato prima di entrare in Menfi."
"Apriremo bene gli occhi," disse Ounis.
"E, se verremo assaliti, ci difenderemo," aggiunse Mirinri. "Sono fidati questi uomini?"
"Sono tutti etiopi valorosi, robusti e devoti a me," rispose Ata.
"Imbarchiamoci."
Attraversarono il pontile e salirono sulla barca. Essendo il vento contrario e la corrente invece favorevole, le due grandi vele vennero ammainate sul ponte, poi il piccolo legno fu lasciato libero, mentre gli etiopi, con lunghi remi, lo guidavano in mezzo ai banchi sabbiosi e alle masse di erbe acquatiche che ingombrano così di frequente quel fiume gigante.
Ata, dopo essersi assicurato che il legno non correva, almeno pel momento, alcun pericolo, condusse Mirinri e Ounis a poppa, dove trovavasi una cameretta tappezzata di stuoie variopinte e colle pareti coperte di grandi scudi di pelle, per lo più angolari di sotto e rotondi verso la cima, con un foro nel mezzo, per poter osservare il nemico e d'un gran numero di armi di rame, di bronzo, di ferro e anche di legno, come spade, lance in forma di falci, mazze, ascie, pugnali di varie forme e parecchi archi colle relative faretre, piene di freccie colla punta di metallo...
All'intorno vi erano pochi, però elegantissimi mobili, dalle linee dolci e per lo più oblique, non usando gli Egiziani la linea retta nelle loro costruzioni. Erano dei divanelli guarniti di cuscini ricamati e colle spalliere smaltate e piccole sedie che s'allargavano verso il fondo, dipinte in rosso ed abbellite da penne variopinte incollate lungo le gambe.
Ata prese in un angolo una piccola anfora, dal collo assai lungo, coperta di smalti multicolori e delle tazze di vetro colorato, di squisita fattura, e versò della birra, dicendo:
"Alla grandezza e alla gloria del futuro Faraone. Che Osiride ti protegga, Figlio del Sole.
I tre egiziani vuotarono d'un fiato le tazze, poi Ata sollevò una tenda che copriva il fondo del salotto, aggiungendo:
"Va' a fare la tua toletta, signore. Un principe non può viaggiare con queste vesti e poi, tu devi figurare d'essere un grande personaggio etiope, così sventeremo meglio i sospetti che potrebbero nascere su di te. I negri che montano la barca basteranno colla loro presenza a farti credere tale. Ti aspettiamo sul ponte, signore. È necessario vegliare.
Uscì dal salotto, seguito da Ounis e salì sul cassero, guardando per parecchi minuti, con estrema attenzione, le due rive del fiume, che in quel luogo erano lontane più d'un miglio l'una dall'altra.
Il sole era già tramontato da più d'un quarto d'ora e le tenebre erano calate sul fiume gigante. In lontananza però un debole chiarore annunciava l'imminente comparsa dell'astro notturno.
"Sei inquieto?" disse Ounis vedendo che Ata continuava a guardare.
"È vero," rispose l'egiziano.
"Temi dunque d'essere stato seguito da qualcuno?"
"Forse no; tuttavia ho osservato dei fatti strani che sarebbero sfuggiti ad altri meno osservatori di me."
"Quali?" chiese Ounis.
"Tu sai che sul nostro fiume le erbe galleggianti ed i papiri interrompono di frequente la navigazione, che però, una volta aperti i canali, per un certo tempo si mantengono. Ora ho trovato quei passaggi chiusi e sai come? Quando ho fatto tagliare quelle masse vi ho trovato in mezzo dei pali affondati nel fango. Vuol dire dunque che sul fiume si vegliava e che si cercava d'impedirmi che io lo risalissi fino qui."
"E altro?"
"Vi è qualche cosa ancora," disse Ata, la cui fronte appariva pensierosa. "Sono tre giorni che navigo e tutte le notti ho scorto, dietro di me, un lume brillare nell'oscurità e dei fuochi scintillare al di sotto dei palmizi, ora su una riva ed ora sull'altra."
"Ciò mi preoccupa."
"Ed io non meno di te. Qualcuno deve avere informato che tu non sei..."
Ounis con un rapido gesto gli mise una mano sulle labbra, dicendogli con voce imperiosa:"
"Taci! Lo voglio!"
"Perdonami," disse Ata, a bassa voce.
"Io non sono che un sacerdote per te, come per tutti."
"È vero, dimenticavo il giuramento."
"Continua."
"Certo si sospetta alla corte che Mirinri non sia morto."
"Può darsi. Hai avvertito i nostri amici?"
"Tutti sanno a quest'ora che lui è pronto alla riscossa. Quando noi saremo a Menfi li troveremo tutti riuniti nelle tombe dei coccodrilli e là sarà reso l'omaggio dovuto al nuovo Figlio del Sole, e che..."
Un urto leggero, che fece oscillare la barca, lo interruppe. La discesa del fiume si era arrestata.
Ata aggrottatò la fronte.
"Ci hanno chiuso il passaggio," mormorò. "Me l'aspettavo; eppure stamane le erbe non erano così fitte da impedire al mio veliero di risalire il fiume. Che le spie del Faraone siano già giunte qui?"
"Le piante crescono presto sul Nilo," disse Ounis. "Bastano ventiquattro ore per ostruire il fiume."
Ata crollò il capo e si spinse verso la prora, dove gli etiopi si erano raccolti per provare, coi loro lunghi remi, la resistenza che opponeva quella barra erbosa.
Il Nilo va soggetto a delle ostruzioni improvvise, che di quando in quando intercettano completamente la navigazione, obbligando gli equipaggi dei piccoli velieri che lo salgono e lo discendono a delle dure fatiche per aprirsi un passaggio.
Anticamente, quando i papiri e gli ambath erano ben più numerosi d'oggidì e raggiungevano delle dimensioni straordinarie, la navigazione di quel fiume immenso subiva dei ristagni assai più considerevoli. Quelle piante acquatiche, conosciute oggidì col nome di sett o meglio di sudd, prendevano tali proporzioni da impedire qualsiasi passaggio alle navi che dovevano, per scopi commerciali, spingersi verso l'alto Nilo.
Già quasi tutti i fiumi africani vanno soggetti a simili ingombri, perfino lo Zambese; quello che bagna l'Egitto è afflitto da una massa maggiore di quelle cattive erbe, che la corrente, anche durante le piene, non riesce a sfondare.
Anche oggidì, di quando in quando, il corso del Nilo ed i suoi affluenti, quantunque il papiro sia quasi scomparso, vengono invasi da quella vegetazione acquatica, la quale cresce con rapidità prodigiosa formando delle masse enormi così compatte, da obbligare il governo egiziano a mandare delle migliaia d'uomini per aprire dei canali che difficilmente poi rimangono aperti.
Fra il 1870 ed il 1873 Samuele Baker, il famoso esploratore che conduceva una spedizione armata nell'Alto Egitto per reprimere la schiavitù, fu fermato per lungo tempo dal sett che aveva ostruito il Bahr-el-Djebet, in modo da non potergli permettere di giungere a Gondokoro.
Anche nel 1898 le cannoniere inglesi, che operavano contro i madhisti, si videro costrette ad aprirsi un canale attraverso la massa erbosa, la quale era così fitta da sostenere senza alcun pericolo gli uomini che lavoravano. C'era però un altro pericolo, poiché di quando in quando fra quelle piante balzavano fuori dei coccodrilli e le loro formidabili mascelle si serravano attorno alle gambe dei marinai e dei soldati.
Molti anni prima fu il Nilo Bianco che si coprì di sett, eppure quello splendido corso d'acqua ha una larghezza di mezzo chilometro ed una profondità di cinque metri e da quell'epoca le erbe non hanno cessato di aumentare, costringendo il governo egiziano ad un continuo e costoso ripulimento del letto ed all'apertura dei canali, onde mantenere le sue relazioni colle provincie equatoriali.
Tagliare quelle erbe non è difficile, perché non presentano una grande resistenza; il più è mantenere quelle aperture libere, perché tutta la regione intorno al fiume non è altro che una immensa palude, che rappresenta il letto di qualche antico lago nel quale l'acqua si espande su larghi spazii e si evapora in gran parte senza tregua.
Ata, dopo d'aver osservato attentamente la massa erbosa che impediva quel passo, che aveva trovato libero il mattino, chiamò due dei suoi battellieri, dicendo loro:
"Guardate se hanno piantato degli ostacoli nel letto del fiume."
I due etiopi s'armarono con delle pesanti ascie di bronzo, potendo darsi il caso che fra quelle masse vegetali si nascondesse qualche coccodrillo e si calarono sul sett che era formato da un denso strato di ambath e di foglie di loto, strettamente amalgamate.
"Vi sostiene?" chiese Ata, che stava curvo sul bordo.
"Sì, padrone," risposero i due battellieri.
"Non scorgete nulla?"
"Aspetta."
Affondarono le mani nella massa, frugando qua e là fra la moltitudine di radici che formavano un vero graticolato, e ben presto un grido di sorpresa sfuggì dalle loro labbra.
"Avevi ragione, padrone," disse uno dei due. "Il canale è stato chiuso appositamente per impedirci il ritorno."
"Che cosa hanno messo?" chiese Ata.
"Hanno piantato nel letto del fiume dei pali e hanno fatto deviare una massa considerevole di erbe, dopo d'averle tagliate dal grande banco."
"Giù tutti e aprite il passo," comandò Ata, volgendosi verso gli altri etiopi che stavano dietro di lui, in attesa dei suoi ordini. "Non facciamoci sorprendere immobilizzati. Devono averci preparato qualche agguato. Fortunatamente il fiume è largo e le rive sono lontane."
Mentre i battellieri scendevano per sbarazzare quel tratto di fiume che dei nemici misteriosi avevano appositamente ostruito, comparve sulla tolda Mirinri.
Il giovane non indossava più la lunga veste bianca che non si addiceva ad una persona d'alto grado, né aveva i piedi nudi.
Portava invece il costume nazionale, così semplice, eppure così pittoresco, degli antichi egizi e che era rappresentato dalla kalasiris, una veste leggera, così trasparente da lasciar intravvedere le forme, a righe bianche ed azzurre, che avvolgeva il corpo a partire dal collo o dalla cavità del petto per cadere fino ai piedi e con un buco per lasciar passare la testa.
Vi aveva aggiunto, come esigeva il costume di quell'epoca, nei personaggi cospicui, anche per le donne d'origine nobile, un collare variopinto di tela inamidata, quasi circolare, tutto chiuso, adorno di cordoni e di catene a cui erano infilate delle perline di vetro e simboli religiosi di pietre multicolori.
Ai piedi portava delle calzature a maglia e dei sandali, lusso permesso solamente ai ricchi, formati da pellicole di papiro sovrapposte a più strati, colla punta in forma di becco, come i nostri pattini da ghiaccio, fissati con un largo laccio guernito di piastrine d'oro e trattenuti da una correggia che passava fra il pollice e l'indice.
"Che cosa c'è dunque?" chiese, vedendo tutti gli etiopi sul sett.
"Brutte nuove," rispose Ounis. "Si sospetta di noi."
"Così presto?"
"Questa ne è la prova. Il canale non deve essere stato chiuso per capriccio. Per compiere un simile lavoro in poche ore devono essere giunte qui molte barche, montate da parecchie centinaia d'uomini."
"Eppure tu hai preso per tanti anni le più accurate precauzioni. Ata è fidato?"
"Non dubito di lui."
"Chi può aver tradito il segreto?"
"Quella gita compiuta dalla principessa non era che un pretesto. Ti si cercava. Mirinri, guardati da lei!"
"È figlia dell'usurpatore?"
"Sì."
Un'emozione profonda si era dipinta sul viso del giovane Faraone. Stette parecchi istanti silenzioso, come raccolto in se stesso, poi disse con una certa esitazione:
"Eppure mi pare impossibile che quella donna che io ho strappato dalle fauci del coccodrillo, mettendo a repentaglio la mia vita, esiga la mia morte."
"Odiala come la peggiore nemica."
"Lei! Ma dunque le donne dei Faraoni posseggono delle malìe che nessuno può spiegare?"
"L'ami dunque?"
"Sì, immensamente l'amo," rispose Mirinri con uno scatto d'improvviso entusiasmo. "Io non la posso dimenticare, perché sento ogni momento che io chiudo gli occhi, il fremito che io ho provato in quel giorno, quando la trassi dal Nilo, stillante acqua sacra."
Ounis ebbe un sussulto ed i suoi lineamenti si contrassero quasi ferocemente.
"Strano destino del sangue," disse.
Poi, volgendosi bruscamente verso Ata, che osservava sempre gli etiopi occupati a fendere, a gran colpi d'azza, l'ammasso d'erbe che impediva alla barca di proseguire la sua rotta, gli chiese:
"Dunque?
"Ne avremo fino a domani e forse di più," rispose l'egiziano. "Hanno deviato delle masse enormi che hanno trattenute con un numero infinito di pali. Qui è stato compiuto un tradimento infame e anche..."
Un urlìo furioso, che s'alzava sulla riva sinistra del fiume gigante, accompagnato da scoppi di risa, gli aveva interrotta la frase.
"Qui, naviganti!" urlavano centinaia di voci rauche. "Non venite dunque a bere il dolce vino di palma? A terra o affonderemo la vostra nave e vi faremo bere invece l'acqua del fiume!"
Una turba di uomini e di donne era comparsa improvvisamente sulla riva del fiume e si sbracciava, come se fosse diventata improvvisamente pazza, saltellando al di sotto dei palmizi, che ergevano i loro snelli tronchi e stendevano le loro foglie piumate.
"Qui! Qui!" gridava senza posa. "È la festa di Bast e vuotiamo gli avanzi del vino dell'annata. Nessun forestiero può rifiutarsi! Scendete e rallegrate la nostra festa."
In mezzo a quell'urlìo, si udivano a squillare delle cornette che avevano delle note assordanti, quegli strani istrumenti musicali chiamati dagli antichi egizi tan e che i greci affermavano sembrare il loro suono all'urlo di cani rabbiosi; le banit ossia le arpe facevano udire dei suoni dolcissimi, ai quali si confondevano le note un po' stridule delle nebel, le chitarre usate in quell'epoca e che sembra fossero importate dai popoli asiatici.
Ata si era fatto oscuro in viso.
"Un agguato o la festa annuale dei bevitori?" si chiese con apprensione.
"Che cosa vuoi dire?" domandò Mirinri, che era stato profondamente colpito da quei suoni, che mai aveva udito a echeggiare fra le sabbie del deserto.
"Tu non conosci le nostre feste," rispose l'egiziano. "Il Figlio del Sole non è vissuto nelle nostre terre."
"Chi sono quegli uomini?"
"Persone che si divertono," rispose Ounis, che gli stava presso. "Tutti gli anni si radunano sulle rive del sacro fiume parecchie centinaia o migliaia di individui per terminare il vino di palma raccolto nell'annata e nessuno deve ritornare alla propria casa se non è ubbriaco. È un costume del tuo futuro popolo."
"E che cosa vogliono da noi?"
"T'invitano a prendere parte alla loro festa."
"Io con loro?"
"Sono ebbri, Figlio del Sole, e tu non puoi sapere a quale pericolo ci esporremmo colla barca immobilizzata, a non obbedire al loro invito," disse Ata.
"Non ci tenderanno un agguato?" chiese Ounis.
"Sono troppo allegri."
"I tuoi uomini avranno molto da fare ancora?"
"Sì, Ounis. Il passaggio è stato chiuso su una larghezza ragguardevole e non potremo proseguire il viaggio prima di domani mattina."
"Sicché dovremo accettare il loro invito?"
"Credo che sia cosa prudente non rifiutare. Sono ubriachi, quindi capaci di tutto. D'altronde vedi le loro scialuppe muovere verso le masse erbose. Evitiamo qualsiasi sospetto e scendiamo a terra come onesti naviganti del Nilo. I miei etiopi si terranno pronti, in caso di pericolo, a difendere il Figlio del Sole."

CAPITOLO SESTO

La festa degli ubriachi

Fra le tante feste che gli antichi egiziani avevano, certamente una delle più originali era quella dei bevitori di vino di palma. Tutti gli anni, delle centinaia e centinaia di uomini si radunavano sotto le foreste di palmizi per celebrare la festa chiamata di Bast ed era obbligo assoluto che nessuno tornasse alle proprie case se prima non era consumata interamente la provvista di vino di palma raccolto durante l'annata. È probabile che gli antichi romani abbiano tratto da ciò i loro famosi Saturnali, poiché in quelle feste del vino, permesse dai Faraoni, non mancavano né suonatrici, né danzatrici, per esaltare maggiormente i bevitori e renderli addirittura folli.
Ed infatti sulla riva, che la luna illuminava in pieno, si scorgevano, confuse fra gli uomini, molte donne che indossavano dei costumi splendidi e che tenevano in mano degli istrumenti musicali. Anch'esse, che sembravano pure molto allegre, invitavano con alte grida i naviganti a prendere parte all'orgia e vuotare delle coppe in onore di Bast.
Ata, dopo aver fatto esplorare il banco erboso per accertarsi della sua resistenza, scese a sua volta, accompagnato da Mirinri, da Ounis e da otto etiopi che portavano alla cintura delle pesanti ascie e dei pugnali di rame dalla punta acutissima.
La traversata del sett la compirono senza difficoltà, essendo quelle masse trattenute dai pali piantati da coloro che avevano interesse a trattenere la barca e raggiunsero la sponda fra le grida gioconde dei bevitori.
Vi erano due o trecento persone fra uomini e danzatrici, che traballavano sulle malferme gambe.
Erano gli uomini per la maggior parte pescatori o battellieri, che indossavano dei semplici grembiali di pelle conciata, con qualche fascia variopinta gettata sulla testa o sulle spalle, però non mancavano fra loro dei giovanotti di buona condizione, che indossavano delle ricche kalasiris, con collari inamidati e che avevano parrucche sul capo con lunghe trecce pendenti sulle tempie e delle barbe finte.
Spiccavano invece per ricchezza e buon gusto dei costumi le suonatrici e le danzatrici, con splendide kalasiris variopinte e leggere come veli, con fazzoletti di squisita manifattura annodati intorno al capo, in modo però da lasciare in vista le loro capigliature intrecciate bizzarramente; con fascie legate attorno alle anche coi capi ricadenti fino a terra e coi loro monili di oro, le loro collane di perle ed i loro grossi pendenti di forma rotonda e smaltati a più tinte.
Alcune avevano i seni coperti da conche di rame con ghirigori in doratura, trattenuti da cordoncini che si diramavano all'ingiro come i raggi del sole ed altre, invece del fazzoletto triangolare, portavano sopra i capelli delle pittoresche acconciature, formate da lamine d'oro trattenute sul dinanzi da una testa di uccello di rapina d'egual metallo.
Erano poi tutte giovani e belle, di forme slanciate, colla pelle bruno-dorata, al pari di quella delle donne dell'Abissinia, reclutandosi per lo più nelle regioni dell'alto Nilo.
Mentre gli uomini avevano circondato Ata ed i suoi compagni, offrendo delle grandi tazze di terracotta e delle anfore colme di vino, le suonatrici, che non erano meno allegre, avevano formato circolo intorno ad un vaso di dimensioni mostruose, sormontato da un lato da una figura umana che rappresentava Manerôs, l'inventore della musica secondo gli antichi e che doveva essere colmo di vino di palma, soffiando entro i loro istrumenti e pizzicando quelli a corda.
La musica era molto coltivata sotto i Faraoni, quantunque l'applicassero per lo più alle feste religiose, cosicché possedevano gli egizi un gran numero d'istrumenti. Per lo più erano flauti, trombe di bronzo dorato, non così smisurate come quelle che figurano nell'Aida, anzi cortissime; ma dal suono potente, di una grande varietà di corni di bue, tagliati a becco presso l'imboccatura e che chiamavano comunemente tan; parecchie specie di arpe, per lo più altissime e di forme massiccie, delle trigone, dei sistri e anche certe specie di chitarre, colla cassa piccola ed il manico invece lunghissimo.
Intanto le danzatrici intrecciavano balli sulla riva del fiume, fra le risa, gli applausi e le urla degli ubriachi.
Mirinri, Ata e Ounis, invitati cortesemente a prendere parte alla festa, si erano seduti intorno ad una grossa anfora messa a loro disposizione, sorseggiando il vino di palma che veniva offerto da uno schiavo etiope.
Nessuno d'altronde aveva più fatto attenzione a loro. Tutta quella gente allegra si era rovesciata addosso alle danzatrici o raccolta intorno alle suonatrici.
"Osservi nulla di sospetto qui?" chiese Ounis, rivolgendosi verso Ata che non pareva ancora rassicurato.
"Io non vedo altro che della gente che ha un solo desiderio: quello di divertirsi e di ubbriacarsi," disse Mirinri.
"Eppure non sono ancora tranquillo, mio signore," rispose Ata, dopo un breve silenzio.
"Perché questi uomini hanno scelto questo luogo per la loro festa, proprio qui dove ci hanno chiuso il passaggio? Questo io vorrei spiegare."
"Li ha radunati qui il caso, suppongo," disse Ounis.
Ata crollò il capo, poi riprese:
"Non vedo chiaro in tuttociò e faremo bene ad allontanarci, non appena il canale sarà aperto. Finché non saremo giunti a Menfi, non sarò mai tranquillo."
"È non sarà invece maggiore là il pericolo?" chiese Mirinri.
"Vi sono molti amici laggiù i quali sono fedeli ed hanno preparato per te, mio signore, un rifugio sicuro ed inviolabile. Beviamo e poi andiamocene. Noi abbiamo reso l'omaggio dovuto a Bast, quindi non ci tratterranno, se è vero che questi uomini non si occupano altro che di divertirsi."
Vuotarono qualche tazza ancora, poi si alzarono. Stavano per avviarsi verso la riva, quando delle grida di donna, seguite tosto da urla feroci, li arrestarono di colpo.
Al di là del circolo formato dalle danzatrici, degli uomini si agitavano imprecando, mentre una voce femminile ripeteva con voce singhiozzante:
"Lasciatemi, vili!"
"La maliarda! La maliarda!" si rispondeva da tutte le parti. "Confessa dove lo hanno acciecato! Vogliamo sapere dov'è il tesoro!"
"Che cosa succede?" chiese Mirinri, guardando Ata.
"Non lo so," rispose questi.
Le grida della donna continuavano a echeggiare, mentre gli ubriachi che parevano fossero diventati improvvisamente furiosi, accorrevano da tutte le parti, imprecando e minacciando.
Le danzatrici e le suonatrici, spaventate, scappavano, abbandonando queste ultime i loro strumenti musicali che venivano calpestati senza misericordia dai bevitori.
Ad un tratto, in mezzo a quel tumulto che diventava spaventevole, si udì una voce tuonante a gridare:
"Acciechiamola e vendichiamo il povero Nufer!"
"Sì, sì, bruciamole gli occhi!" urlarono cento voci. "Arrossate un ferro! Ci dirà meglio la buona fortuna!"
"E c'indicherà dov'è il tesoro!" riprese la voce di prima.
Udendo quelle parole, Mirinri aveva fatto un balzo, strappando ad uno degli etiopi l'ascia di bronzo. Il suo braccio vigoroso alzò l'arma pesantissima come se fosse un semplice fuscello e prima che Ata ed Ounis avessero avuto il tempo di trattenerlo, si era scagliato con impeto irresistibile fra gli ubriachi, tuonando:
"Fermi, miserabili! Fermi o vi uccido tutti!"
"Mirinri!" aveva gridato Ounis.
Il giovane non udiva più la voce dell'uomo che lo aveva allevato e che gli era come un secondo padre.
Colla sinistra rovesciava con forza erculea i bevitori, mentre colla destra faceva volteggiare in aria l'ascia minacciando di lasciarla cadere sulle teste di quei bruti.
Intanto in mezzo alla folla una voce di donna, strillante, energica, gridava:
"Bacino di fuoco! Anima dei boschi! Faro delle tenebre! Spirito della notte! Apri a me e maledici tutti questi infami! Ampê, Miripê, Ma, Tehibo Wouwore, tutti v'invoco!
"Seguiamolo!" aveva detto rapidamente Ata, rivolgendosi verso gli etiopi. "Mano alle armi e se oppongono resistenza non risparmiate nessuno."
"Un'arma!" chiese imperiosamente Ounis. "Il mio braccio è ancora robusto."
Ata si tolse dalla cintola uno dei due pugnali di rame, dalla lama assai larga ed affilata e glielo porse.
"Venite!" comandò poi.
Mirinri s'apriva il passo fra la folla. Pareva un ercole o meglio un leone furibondo.
"Largo!" tuonava senza posa. "Guai a chi tocca quella donna!"
Gli etiopi si erano già slanciati in suo aiuto. Quegli uomini, di forme robuste, dalla muscolatura potente, dovevano avere facile ragione sui battellieri e sui pescatori egizi, che male si reggevano sulle gambe dopo tanto vino bevuto.
Con una spinta formidabile penetrarono come un cuneo in mezzo alla folla, che già, passato il primo istante di stupore, cercava di rinserrare in mezzo il giovane e d'impedirgli di raggiungere la fanciulla, che continuava ad invocare il toro delle tenebre, il bacino di fuoco e tutte le divinità infernali in suo aiuto.
L'urto dei poderosi etiopi riuscì finalmente a sgominare quell'orda ubbriaca ed a respingerla contro i palmizi che circondavano lo spiazzo.
Mirinri potè così raggiungere la donna, che era stata lasciata sola.
Era una bellissima giovane, di forme splendide, con una lunga capigliatura nera, che portava sciolta sulle spalle invece di tenerla raccolta od intrecciata come le donne del basso Egitto, cogli occhi scintillanti d'un fuoco strano e penetranti come punte di spade.
I suoi lineamenti erano d'una purezza meravigliosa e la sua pelle aveva una tinta strana, paragonabile solo al bronzo dorato, con delle indefinibili sfumature rossastre, del più straordinario effetto.
Il petto era coperto da conche di metallo dorato; ai fianchi invece aveva una larga fascia a varie tinte, ricamata in argento, annodata dinanzi e coi capi cadenti fino al suolo. Al di sotto portava una kalasiris corta, a righe bianche, rosse ed azzurre, formata da tre pezzi con quello di mezzo terminante in una punta che scendevale fino al ginocchio.
Le gambe invece erano nude, adorne però di un gran numero di anelli d'oro squisitamente cesellati e con grossi smeraldi incastonati.
Anche ai polsi aveva dei monili ricchissimi e sul petto le cadeva una collana formata da turchesi che anche una Faraona le avrebbe invidiata.
"Chi sei tu?" chiese Mirinri colpito dall'affascinante bellezza di quella giovane e sopratutto dal fuoco intenso che le brillava nelle pupille nerissime.
"Nefer la maliarda," rispose la giovane dardeggiando sul Faraone uno sguardo penetrante.
"Perché quei miserabili ti volevano uccidere?"
"Perché io leggo il futuro e volevano che additassi loro il tesoro del tempio di Kantapek."
"Perché sei venuta qui?"
"Vado ove scintilla l'allegria."
"Vuoi seguirmi?"
"Dove?"
"Sulla mia barca. Se rimani, questi ubriachi ti uccideranno."
Un rapido lampo brillò nelle pupille profonde della maliarda e sul suo corpo parve passasse un fremito.
"Tu sei bello e valoroso," disse poi, "ed io amo i belli ed i forti. Ti devo la vita."
"Mirinri, affrettati," disse Ounis. "Gli ubriachi ritornano e sono armati. Fuggiamo!"
Il giovane Faraone lanciò intorno a sé uno sguardo corrucciato e strinse l'ascia come se si preparasse a tener fronte alla bufera che lo minacciava, poi prese per mano la maliarda e la trasse via, dicendo:
"Sulla mia barca nessuno più ti minaccerà."
L'orda degli ubriachi, rimessasi dalla sorpresa, sbucava dietro i tronchi dei palmizi, urlando ferocemente:
"A morte gli stranieri! Immoliamoli sull'altare di Bast!"
Non erano più inermi, come quando bevevano e danzavano attorno ai vasi monumentali che racchiudevano il vino di palma. Avevano archi, lancie, sbarre di bronzo per parare i colpi di spada, somiglianti ai frangispada usati nel Medioevo, pugnali di rame ad un solo taglio, simili alle seramasasce dei Merovingi, ascie di bronzo, poi picche che terminavano verso la cima in una specie di falce e coltellacci ricurvi dalla lama larghissima. Alcuni avevano persino indossate delle cotte di grosso filo, cosparse di laminelle di metallo, sufficienti a ripararli dalle frecce.
Resi arditi dal troppo vino bevuto e anche dal numero, s'avanzavano audacemente, ululando come lupi affamati ed imprecando, risoluti ad impedire ai naviganti di riattraversare il sett e di mettersi in salvo sul veliero.
Ata, vedendo che stavano per sbarrare il passo, trasse di sotto la fascia un sab, ossia una specie di flauto obliquo e vi soffiò dentro con forza, traendo alcune note acutissime, stridenti, che si potevano udite anche dall'altra parte del Nilo.
Tosto si videro gli etiopi, che stavano tagliando le erbe galleggianti, interrompere il lavoro e balzare come una legione di demoni attraverso quell'enorme agglomeramento di papiri e di loti, facendo roteare al di sopra delle loro teste le pesanti ascie di bronzo.
"Presto," gridò Ata. "Di corsa!"
Mirinri, tenendo sempre per mano la maliarda, la quale d'altronde non sembrava affatto spaventata per la rabbia feroce che si era impossessata degli ubriachi, con due colpi d'ascia atterrò due uomini che gli avevano puntato contro due lancie, poi in pochi slanci raggiunse la riva del fiume, mentre i quattro etiopi di scorta, Ounis e Ata coprivano la ritirata, tenendo a distanza gli assalitori.
Il sacerdote specialmente, quantunque vecchio, lottava con una gagliardia che destava stupore in tutti. Pareva che in tutta la sua vita invece di far echeggiare il sistro nelle feste religiose, non avesse fatto altro che maneggiare le armi.
Cogli occhi in fiamme, il viso animato da una collera intensa, adoperava la pesante ascia meglio d'un guerriero, ribattendo, con un'abilità straordinaria, i colpi che gli venivano dati.
"Sàlvati, Mirinri!" gridava. "Basto io per questa canaglia!"
Sarebbe stato però indubbiamente oppresso, assieme ai suoi compagni, se i marinai del veliero non fossero giunti in buon punto a toglierlo dalle strette degli ubriachi, che erano diventati più furiosi che mai.
Quei colossi dell'alto Egitto, temuti dagli stessi Faraoni, i quali dovevano molti secoli dopo provarne il valore e cedere loro il trono, con una mossa fulminea coprirono Mirinri ed i suoi compagni, scagliandosi poi addosso agli assalitori con formidabili urla selvagge e massacrando senza misericordia i più vicini.
Le ascie, maneggiate da quegli atleti, spaccavano alla lettera in due le persone che non erano leste a fuggire o producevano delle ferite spaventevoli, da non lasciare alcuna speranza di guarigione. Bastarono due cariche per respingere gli ubriachi verso i palmizi, sotto le cui larghe foglie gridavano spaventate le suonatrici e le danzatrici.
Mirinri, vedendo che Ata ed Ounis non correvano ormai più alcun pericolo, si slanciò sul sett, assieme alla maliarda e, camminando con precauzione, onde non affondare improvvisamente attraverso quelle masse di vegetali, arrivò felicemente sotto il piccolo veliero.
Gli etiopi giungevano correndo, spingendo innanzi a loro Ata e Ounis, poiché quegli ostinati ubbriaconi tornavano alla riscossa, saettandoli con nembi di freccie e lanciando certe corte lancie di rame, munite d'una punta aguzza, con un arpione da un lato.
"Tutti a bordo!" gridò Mirinri, aiutando la fanciulla a issarsi sulla scala di canapa che pendeva lungo il fianco della navicella.
Gli etiopi, che non erano più in grado di far fronte agli assalitori, i quali pareva che fossero aumentati di numero, non si fecero ripetere l'ordine. Aggrappandosi ai bordi ed ai cordami, in un istante si trovarono radunati sulla coperta.
"Preparate la difesa," disse Ata. "Qui gli scudi e gli archi. Avremo da fare non poco a calmare quei furibondi."
"Credi che ci assalgano?" chiese Mirinri.
"Non ci lascieranno tranquilli, mio signore," rispose l'egiziano. "Hanno bevuto troppo ed il vino è salito ai loro cervelli. Dovevi lasciare che uccidessero quella fanciulla che noi non conosciamo. Tu hai commesso una imprudenza che forse pagheremo cara."
"Se è vero che io sono un Faraone, mio primo dovere è quello di soccorrere i deboli e di proteggere i miei futuri sudditi," rispose Mirinri con fierezza. "Mio padre, al mio posto, avrebbe fatto altrettanto."
"È vero," disse Ounis. "Io ammiro il tuo coraggio e la tua saggezza, Figlio del Sole. Giammai sono stato orgoglioso di te come oggi. Un giorno hai strappato, dalle mascelle d'un ingordo coccodrillo, una principessa; ora hai salvato una povera fanciulla a te sconosciuta. Ecco la vera generosità d'un vero Faraone. Tu sarai grande come tuo padre!"
"Ma quegli uomini possono spegnere il futuro re dell'Egitto,"rispose Ata. "Siamo immobilizzati fra le erbe e abbiamo dinanzi un nemico dieci volte più numeroso."
"Mio padre non ha contato le orde caldee quando le ha rigettate nel mar Rosso," disse Mirinri. "Io, che ho nelle mie vene il sangue del grande guerriero, non conterò costoro. Uno scudo ed una spada! Presto, etiopi: ecco il nemico!"
Gli ubriachi, che parevano in preda ad un vero delirio battagliero, si erano già gettati sul sett, incoraggiandosi con clamori che non avevano più nulla di umano ed agitando forsennatamente le armi.
Si erano improvvisamente trasformati in guerrieri perché la maggior parte di essi eransi muniti di grandi scudi di varie forme, alcuni quadrati, altri ovali con pitture azzurre, ed altri ancora assai allungati e dentellati nelle parti inferiori e superiori; per di più quasi tutti avevano riparato il capo con una specie di berretto di cuoio, che aveva due intagli, per lasciar libere le orecchie.
Gli etiopi, che non parevano affatto spaventati, essendo quelle genti dell'Alto Nilo d'un coraggio a tutta prova, avevano portato sul ponte fasci d'armi e sopratutto molti archi, alcuni con una sola curva ed altri a due, con in mezzo un pezzo di legno per proteggere le dita dallo scatto della corda, e si erano allineati dietro ai bordi, colle faretre piene di freccie dalla punta larga e mobile.
I bevitori si erano arrestati sulla riva del Nilo, come se fossero indecisi sul da farsi o cercassero di rendersi un conto esatto delle forze di cui disponeva il veliero, prima di tentare un attacco.
"Che non si decidano dunque?" chiese Mirinri, che pareva impaziente di provare l'emozione d'una formidabile lotta.
"Aspetteranno che i loro cervelli si snebbino un poco," rispose Ata.
"Se ne approfittassimo intanto per aprire il canale?" chiese Ounis.
"Manca molto a raggiungere le acque libere?" domandò Ata, volgendosi verso gli etiopi.
"In un'ora di lavoro si potrebbe attraversare la massa erbosa che ancora ci separa," rispose uno degli etiopi.
"Che quindici uomini scendano. Gli altri rimangano a bordo per difenderli," disse Mirinri. "Affondati fra le erbe non correranno molto pericolo."
"Obbedite a questo giovane che è il comandante," disse Ata ai battellieri.
Mentre l'ordine veniva eseguito, parecchi bevitori si erano gettati sul sett, coprendosi coi loro grandi scudi di cuoio e lanciando qualche freccia, per accertarsi della forza dei loro archi.
Giunti a duecento passi dal veliero si arrestarono, affondando le gambe nella massa erbosa, poi uno di loro gridò con voce poderosa:
"Che gli stranieri dell'Alto Nilo m'ascoltino, prima che il sangue arrossi le acque."
"Parla," disse Mirinri, che per precauzione si teneva lo scudo dinanzi al petto, temendo di ricevere qualche volata di dardi.
"V'intimiamo di renderci la maliarda, avendo ormai giurato di sacrificarla sull'altare di Bast, onde il suo sangue renda più abbondante e più generoso il vino che noi berremo l'anno venturo."
"Quando un principe etiope prende sotto la propria protezione una persona, la difende e non la darebbe nemmeno ad un Faraone," rispose Mirinri. "Tali sono i nostri usi."
"Allora prendi il suo posto. Solo a questo patto vi lasceremo scendere il Nilo."
"Tu non sei altro che un miserabile ubbriacone, a cui il vino ha offuscato il cervello. Né io, né la maliarda, né nessuno dei miei uomini servirà di sacrificio in onore di Bast," rispose Mirinri. "Venite: vi aspettiamo e vi faremo provare la tempra delle armi etiopi e la robustezza dei nostri muscoli."
Un clamore assordante coprì le sue ultime parole e l'orda dei bevitori si precipitò sul sett, agitando forsennatamente le armi.
Mirinri si volse e guardò la maliarda.
La giovane stava ritta contro l'albero maestro, fredda, impassibile, con una mano stretta attorno ad una corda. Solamente, i suoi occhi ardevano e scintillavano come quelli d'un animale notturno, fra le tenebre che avvolgevano il piccolo veliero, essendo la luna allora tramontata.

CAPITOLO SETTIMO

La maliarda

Gli adoratori di Bast, sempre più esaltati pel troppo vino bevuto e che non dovevano aver ancora digerito, come abbiamo detto, si erano gettati in massa sul sett muovendo risolutamente verso il veliero, che si trovava sempre stretto ed immobilizzato fra le erbe acquatiche, non ostante gli sforzi prodigiosi degli etiopi per aprirsi un passaggio.
Parecchi si erano muniti di rami resinosi, che bruciavano come torcie e che non dovevano certo servire a rischiarare la via, essendo le notti, in Egitto, d'una trasparenza meravigliosa, che permette di discernere un oggetto, anche piccolo, a distanze incredibili.
Erano appunto quelle torcie vegetali che avevano impressionato Ata, il quale non era già la prima volta che combatteva sulle rive del Nilo.
"Guardiamoci!" aveva esclamato. "Ci copriranno di freccie ardenti e corriamo il pericolo di morire abbruciati."
Anche Ounis aveva aggrottata la fronte ed una profonda inquietudine si era diffusa sul suo viso.
"Che il Figlio del Sole debba finire qui, prima ancora d'aver potuto vedere l'orgogliosa Menfi?"
Mirinri, che si sentiva ardere nelle vene il sangue di prodi guerrieri, aveva prontamente organizzata la difesa. Sembrava che tutto d'un tratto fosse diventato un vecchio ed esperimentato condottiero.
"Coprite il ponte colle vele ed innaffiatele d'acqua!" aveva gridato.
Poi, volgendosi verso la maliarda, che conservava sempre la sua impassibilità, come se tutto quello che accadeva non la riguardasse, le disse:
"E tu, ritirati nella camera di poppa."
La maliarda scosse il capo con un gesto di diniego e si limitò a fissare con intensità il giovane.
"Mi hai compreso?" chiese Mirinri, stupito.
"Sì," rispose Nefer con voce dolcissima, ma ferma.
"Le freccie stanno per cadere e saranno munite di fiocchi infuocati."
"Nefer non ha paura. Se tu, che mi hai salvato, sfidi la morte, perché dovrò cercare di evitarla io? E poi io, umile donna, salvata da te!... La luce che brilla nei tuoi occhi mi dice che il tuo corpo è divino."
"Che cosa ne sai tu?"
"Nefer legge il futuro."
Le grida furibonde degli ubriachi interruppero il loro dialogo. Quei frenetici accorrevano all'assalto del piccolo veliero, con slancio irrefrenabile, balzando come una legione di demoni sul sett.
Ata aveva mandato un grido d'allarme:
"Attenzione!"
Gli etiopi avevano tesi gli archi, saettando i più vicini e trapassandone parecchi colle loro lunghe freccie, le cui punte mobili rimanevano entro le carni.
Mirinri era a sua volta accorso dietro la murata, brandendo una mazza pesantissima, col capo dentellato, che solo il suo braccio vigoroso poteva reggere. Nella sinistra aveva lo scudo di pelle coperto di lamine di metallo dorato e così spesso da ripararlo benissimo dai dardi nemici.
La gagliarda risposta degli etiopi arrestò per un momento gli assalitori, ma una voce tuonante, che si alzò in mezzo all'orda, li decise a ritornare all'attacco:
"Il gran sacerdote lo vuole!"
Ata avea mandato un grido di rabbia.
"Lo avevo sospettato! Era un agguato!"
I bevitori avevano ripresa la corsa attraverso il sett, riparandosi dietro i loro grandi scudi. Delle freccie, la cui punta era impregnata d'una materia ardente, che bruciava, spandendo una luce azzurrognola, volavano attraverso le tenebre, conficcandosi nei fianchi del veliero e contro l'alberatura, minacciando di sviluppare un incendio a bordo.
Gli etiopi non si perdevano tuttavia d'animo, e continuavano a saettare gli assalitori, facendone cadere parecchi sulle erbe galleggianti. Quelli che lavoravano all'apertura del canale erano pure entrati in lotta, abbattendo a gran colpi d'ascia i primi arrivati.
La lotta stava per assumere proporzioni spaventose, quando la voce della maliarda echeggiò strillante fra le urla dei combattenti.
"Bacino di fuoco! Anime dei boschi! Toro delle tenebre! Spirito della notte! uditemi! Eh! Eh! Eh! Ih! Ih! Ih! Oh! Oh! Oh! Che Api, il dio del Nilo, spenga per sempre, nelle viscere delle vostre donne i figli vostri; che Hakaon, dio della fertilità, inaridisca per sempre le vostre campagne; che Ovadjit il simbolo del Nord e che Nekhbit il simbolo del Sud devastino l'alto e basso Egitto; che Khnum, il fabbricatore degli esseri umani, spenga la vostra razza infame se voi non vi arrestate! Non penetra nei vostri cuori la potenza divina che il giovane guerriero emana e che io sento? Egli ha lo spirito d'Osiride: la sua carne è sacra. Osate toccarlo! Nefer, la maliarda, ha letto nel suo cuore: uccidetelo e l'Egitto sarà finito!"
Mirinri, Ata e Ounis, stupiti da quello strano linguaggio, si erano voltati.
La maliarda stava ritta, rigida come una statua di bronzo, colle mani alzate, come se stesse per scagliare qualche terribile maledizione, gli occhi sfolgoranti d'una luce intensa ed i lineamenti alterati da una collera impossibile a descriversi.
Gli assalitori si erano arrestati. Pareva che un improvviso terrore si fosse impadronito di loro, poiché avevano lasciati cadere gli scudi, gli archi e le spade.
Ata si era slanciato verso la maliarda, colla spada alzata, gridando:
"Miserabile! Tu ci hai traditi annunciando la presenza d'un Faraone a bordo del mio veliero."
"Salvo il Figlio del Sole," rispose Nefer, con voce metallica.
Mirinri aveva fermato Ata, il quale stava già per colpire la fanciulla.
"Non vedi che gli assalitori arretrano?" esclamò. "Perché vuoi uccidere chi mi salva?"
I bevitori infatti si ripiegavano lentamente verso la riva del Nilo, senza più scagliare alcuna freccia. Tutti i loro occhi erano fissi su Mirinri e quegli sguardi, che pochi momenti prima esprimevano una rabbia folle, sembravano terrorizzati.
L'improvvisa rivelazione della maliarda era caduta sui loro crani eccitati dal vino, come una goccia gelata, calmando di colpo i loro cervelli.
Chi avrebbe osato lanciare ancora una freccia contro quella barca montata da un Faraone, da un dio? Era troppo grande la potenza di quei discendenti del Sole perché osassero rivolgere contro di loro le armi.
Se la maliarda lo aveva detto, gli assalitori che, come tutti gli altri egizi, credevano a quelle donne che affermavano saper leggere nel futuro e tutto indovinare di primo acchito, doveva essere vero. Lottare contro un dio sarebbe stato impossibile ed i Faraoni non rappresentavano sulla terra che la più grande divinità adorata dai popoli abitatori delle terre fecondate dal Nilo.
Narrano le antiche cronache egizie, che tutta quella regione racchiusa all'est dal mar Rosso e all'ovest dal deserto libico, era stata per un numero infinito di secoli governata da un dio chiamato, secondo gli uni Horus e secondo gli altri Osiride; che quel dio un giorno, stanco, la abbandonò nelle mani d'un essere umano chiamato Mêna, che fu il primo dei Faraoni, ed a cui passò il diritto divino.
Potevano dunque quei miserabili beoni alzare le armi contro un uomo che discendeva da un dio e che la maliarda aveva loro rivelato?
La ritirata degli assalitori non tardò a cambiarsi in una fuga precipitosa e ben presto, con grande stupore di Mirinri, che non si rendeva ancora conto della sua infinita potenza, la riva del Nilo rimase deserta.
"Fuggiti tutti!" esclamò, guardando Nefer che si teneva sempre ritta sulla murata, colle mani tese in alto. "Chi è costei e quale forza occulta nasconde nel suo corpo per mettere in rotta un piccolo esercito?"
"Ella ti ha tradito, mio signore," disse Ata che teneva ancora la spada in mano e che pareva in preda ad una vivissima eccitazione.
"Mi ha salvato invece," rispose Mirinri.
"No: essi ormai sanno che nella mia barca si nasconde un Faraone e fra giorni questa voce giungerà a Menfi. Uccidila! Il Nilo è qui profondo e non restituisce la preda che gli si affida. I coccodrilli faranno sparire ogni traccia."
"Quando un Faraone salva, non sopprime l'essere che ha strappato alla morte. Se è vero che sono un Figlio del Sole quella giovane donna vivrà."
"Ecco che parla il sangue di suo padre," disse Ounis, guardandolo con ammirazione. "Tu hai ragione, Mirinri. Quella fanciulla, chiunque sia, ha tratto da un grave pericolo il futuro re dell'Egitto e per noi è sacra."
Ata, come era sua abitudine, scosse il capo e non rispose subito. Dopo però alcuni istanti di silenzio riprese:
"Non siamo ancora a Menfi. Quegli uomini ci avevano teso un agguato e non ci lascieranno scendere tranquillamente il Nilo. È Pepi che li ha mandati. Egli ha sospettato che tu, mio signore, non eri morto."
Poi, volgendosi improvvisamente verso la maliarda, le chiese:
"Tu conoscevi quegli uomini?"
"Sì" rispose Nefer."
"Perché hanno scelto quel luogo per ubbriacarsi e festeggiare Bast?"
"Non lo so."
"Chi sono costoro?"
"Battellieri e pescatori ma..."
"Continua."
"Ho notato fra di loro delle persone che non ho mai veduto nelle borgate bagnate dal Nilo."
"Gente venuta da Menfi?"
"Lo sospetto," rispose la maliarda.
"Tu conosci questi luoghi?
"Da parecchi anni erro di villaggio in villaggio, predicando la buona e la cattiva ventura perché io so leggere nel futuro. Mia madre era una famosa indovina."
Mirinri si fece innanzi.
"Come hai potuto tu sospettare che io sia un Faraone?"
"Quando ti ho veduto, mio signore, mi sono subito sentita correre un fremito strano per le vene, quel fremito che io ho provato quando predissi la sorte alla principessa che un mese fa salì il Nilo."
"Come!" esclamò Mirinri, che ebbe un rapido sussulto. "Tu hai veduto quella principessa?"
"Sì, mio signore."
"E le hai predetta la sorte?"
Nefer fece col capo un cenno affermativo.
"Che cosa le hai detto?" chiese Ounis con voce alterata.
La maliarda esitò un istante, poi, vedendo che Mirinri la fissava con uno sguardo imperioso, disse:
"Che un grande disastro minacciava suo padre, e che questo disastro avrebbe, in un tempo non lontano, travolta la sua potenza e offuscata per sempre la sua gloria."
"Vuoi predire anche a me la mia sorte?" chiese il giovane Faraone.
"Sì, ma non ora," rispose Nefer. "Bisogna che aspetti lo spuntare del sole perché tu sei un Figlio del Sole e non già delle tenebre. In quel momento l'anima del grande Osiride vibrerà nel mio cervello e la profezia sarà più sicura, perché ispirata da lui."
"Aspetterò," disse Mirinri, "quantunque io creda poco alle tue profezie."
"Eppure, mio signore, ti ho dato poco fa la prova che io difficilmente m'inganno. Solo io ho riconosciuto in te un essere divino e me ne sono accorta appena ti vidi dinanzi a me."
"Forse tu lo avevi saputo prima."
"In quale modo, mio signore, e da chi?"
"Dai bevitori."
"Io non ho mai udito parlare da loro che aspettassero un Faraone."
"Loro, forse no; quelli che tu sospetti giunti da Menfi, sì; dovevano saperlo od almeno sospettare che su questa barca si trovava il figlio di un grande Faraone," disse Ata. "La festa non doveva essere che un pretesto per nascondere un agguato e uccidere il futuro Figlio del Sole."
"Io non ho parlato con loro, quindi non potevo sapere nulla."
"E perché ti volevano uccidere?" chiese Ounis.
"Per vendicare la morte d'un giovane pescatore che era stato mio fidanzato e che, per appagare la mia smania di ricchezza, si era recato nel tempio di Kantapek a raccogliervi l'oro colà nascosto."
"Che istoria ci narri tu?" chiese Ata, guardandola con diffidenza.
Nefer stava per rispondere, quando delle grida di stupore e anche di terrore s'alzarono fra gli etiopi che stavano tagliando l'ultimo tratto del sett.
"Tornano i beoni?" chiese Ata, slanciandosi verso prora.
"Guardate, padrone, guardate!" gridavano gli etiopi.
"Dove? Non vedo nessuno sulla riva," rispose Ata.
"Là, in alto."
Tutti alzarono gli occhi e con loro grande stupore scorsero volteggiare al di sopra delle palme, che coprivano la riva del Nilo, un numero infinito di punti luminosi che avevano dei riflessi azzurrognoli e che pareva si dirigessero verso il veliero.
"Che cosa sono?" chiese Mirinri. "Delle stelle?"
"Sì, delle stelle che portano fuoco alla nostra nave se non fuggiamo," rispose Ata. "Quei miserabili non hanno avuto il coraggio di assalire un Faraone, ma si servono dei volatili."
Si volse verso gli etiopi, che avevano sospeso il lavoro e che guardavano con ispavento quella falange immensa di punti luminosi, che s'accostava con rapidità prodigiosa.
"Quanto manca perché il passo sia libero?" chiese.
"Fra cinque minuti la massa erbosa sarà tagliata," rispose uno per tutti.
"Affrettatevi se vi è cara la vita. Questo pericolo è forse peggiore dell'altro. Sei uomini a bordo per spiegare le vele. Il vento è favorevole e la corrente è forte al di là della barra."
Poi, tornando verso Ounis e Mirinri, aggiunse:
"Prendete gli archi e non risparmiate le freccie. Fra pochi minuti saremo avvolti in una rete di fuoco. Che il grande Osiride protegga il futuro re dell'Egitto."

8. I piccioni incendiarii

L'uso dei piccioni viaggiatori in guerra e anche come rapidi ausiliari del servizio postale, risale alla più remota antichità e gli egizi sembra che siano stati i primi a servirsi di quei gentili messaggeri, come furono pure quelli che più lungamente degli altri popoli li adoperarono.
Li ammaestravano sopratutto per la guerra, onde ardere le città che resistevano troppo ai loro assalti, facendo di essi degli uccelli incendiarii. Possessori di materie ardenti, che non si spegnevano nemmeno coll'acqua e che dovevano essere forse simili ai famosi fuochi greci di cui fu perduto per sempre il segreto, usavano attaccarli alla coda di quei graziosi ed intelligenti volatili ed a colpi di freccia dirigevano grosse schiere sulle città assediate, determinando in tal modo degli incendii spaventevoli, che costringevano ben presto i difensori alla resa.
Non furono d'altronde i soli antichi egizi a servirsi dei piccioni viaggiatori. Anche i greci, molte migliaia d'anni più tardi, li adoperarono pei servizi di guerra, del commercio e sopratutto nei giuochi olimpici. I giostratori che prendevano parte a quelle sfide atletiche, li mandavano regolarmente ai lontani parenti ed amici, apportatori di loro novelle.
Dicesi che Anacreonte, che visse 500 anni avanti l'êra volgare, spedì un piccione a Bathyll, latore d'una sua lettera e Pherekraters narrò ai suoi tempi, - 430 anni prima della nascita di Cristo, - che in Atene i piccioni servivano di messaggeri per le corrispondenze fra paesi e paesi.
Anche i romani se ne servirono, avendo appreso dai Greci l'arte di ammaestrarli e Plinio anzi racconta dei messaggi di guerra scambiatisi per loro mezzo, durante l'assedio di Mutina, e, secondo Geliano, lo stesso avvenne fra Pisa e Algina.
Nessuno però giunse ad addestrare quei volatili come i sudditi dei Faraoni e servirsene per incendiare le città e talvolta perfino le flotte nemiche, che s'impegnavano nei canali dell'immenso delta del Nilo.
Erano forse quei piccioni di specie diversa e più intelligente di quella odierna? Può darsi che appartenessero a quella chiamata più tardi di Bagdad, di cui si servirono i mussulmani per una lunga serie di anni e che è anche oggidì la migliore.
Lo stormo immenso, segnalato dagli etiopi, s'avvicinava rapido al Nilo, solcando le tenebre come una tromba di scintille, spinte da un vento impetuoso. La sua mèta era decisa: la barca montata dal giovane Faraone.
Gli ubriachi o almeno coloro che li avevano aizzati contro i naviganti, non osando assalire direttamente il Figlio del Sole, si erano serviti dei piccioni per combatterlo o meglio per annientarlo, prima che potesse giungere a Menfi. Era quella una prova chiara che alcuni conoscevano l'esistenza del figlio del grande Teti, il vincitore dei Caldei e che qualcuno aveva tradito il segreto, così gelosamente conservato per tanti anni.
"Lo vedi, mio signore," disse Ata, rivolgendosi verso Mirinri, che guardava, senza manifestare alcuna apprensione, quel turbine di fuoco che stava per abbattersi sulla nave sempre immobilizzata. "Tu non volevi credere che quegli uomini ti avevano preparato un agguato!"
"Sì, avevi ragione," rispose il giovane. "Ed ora giungeranno qui quei volatili?"
"Certo."
"Ma chi li dirige?"
"Non vedi, signore, sui fianchi di quell'immenso stormo, salire verso il cielo delle freccie fiammeggianti, per impedire ai colombi di disperdersi?"
"Sì, scorgo infatti delle linee di fuoco che s'alzano fra i palmizi e che formano come una rete ardente."
"Sono gli adoratori di Bast."
"Non mi sembra tuttavia che noi corriamo un pericolo così grave come credi, Ata" disse Ounis. "Le nostre vele sono ancora calate e quei volatili non fanno altro che passare in mezzo a noi."
"È vero, ma molti cadranno qui arsi ed il fuoco che portano appeso alla coda s'appiccherà al ponte. Avranno prima calcolata la durata della corda che sostiene la materia ardente. Guarda, guarda bene: non vedi che i fuochi cominciano già a cadere?"
"Facciamo affrettare il taglio del canale," disse Mirinri.
"Se possiamo uscire dalle erbe prima che quei volatili siano qui, non avremo più nulla da temere."
"Manca molto?" gridò Ata, rivolgendosi agli etiopi.
"Pochi colpi ancora, signore," risposero.
"Sbrigatevi: i colombi giungono."
In quel momento Nefer che fino allora era rimasta muta senza mai staccare, nemmeno un solo istante, gli sguardi da Mirinri, fece udire la sua voce.
"Io lancierò la maledizione sui messaggeri dell'aria," disse. "Iside, la grande dea delle incantatrici, mi udrà e ci proteggerà da questo nuovo pericolo."
Un sorriso d'incredulità apparve sulle labbra del giovane Faraone.
"Provati," le disse.
Nefer, il cui viso bellissimo appariva in quell'istante trasfigurato ed i cui occhi si erano nuovamente accesi di quella strana fiamma che aveva colpito Mirinri, si slanciò verso la poppa del piccolo veliero, salì sulla murata con un solo salto, poi, tendendo le braccia verso la tromba di fuoco che filava già al di sopra delle palme costeggianti la riva del Nilo, lasciando cadere di quando in quando delle fiamme che non si spegnevano nemmeno se andavano a finire fra gli umidi papiri, gridò, con voce stridula:
"O Iside, grande dea delle incantatrici, vieni a me e liberaci dal pericolo che minaccia il giovane Figlio del Sole. Vieni, Horus, col tuo sparviero! Egli è piccolo, ma tu sei grande! Egli è debole, ma tu puoi dargli la forza e disperderà i tristi volatili che stanno per piombare su di noi. Dea del dolore e dio del dolore, dea dei morti e dio dei morti, salvate vostro figlio che ha nelle sue vene il sangue di Horus. Io sono entrata nel fuoco, io sono uscita dall'acqua e non sono morta. O Sole, fa parlare la tua lingua! O grande Osiride intercedi e scatena la tua potenza. Venite tutti, liberateci dal periglio, salvate il giovane Faraone. Dio del dolore, dea del dolore: dio dei morti, dea dei morti, accorrete!"
Così parlando, la maliarda vibrava tutta, come se una forza misteriosa facesse sussultare le sue carni. I suoi lunghi capelli neri, che erano sciolti sulle nude spalle, si attortigliavano come serpenti attorno al suo superbo collo ed i suoi braccialetti ed i suoi monili tintinnavano armoniosamente.
Mirinri la guardava stupito, chiedendosi se quella bellissima fanciulla era stata creata da un buon dio o da qualche genio del male. Vi era però nel suo sguardo qualche cosa più dello stupore: vi era dell'ammirazione.
"Questa fanciulla vale la Faraona che mi ha stregato" mormorò ad un tratto.
Quantunque avesse pronunciate quelle parole con una voce così bassa da non poterle udire nemmeno Ata che gli stava presso, la maliarda girò lentamente il capo verso di lui e un sorriso le apparve sulla piccola bocca.
Poi si rizzò tutta, mostrando le sue forme scultorie, che la leggera kalasiris multicolore appena velava e, fissando i suoi occhi sulle stelle, mormorò a sua volta:
"Morire, che importa? Scendere nel regno delle tenebre sì, ma col bacio del Figlio del Sole sulle labbra!"
Un gran grido, uscito dai petti degli etiopi, strappò Mirinri da quella contemplazione e fece sobbalzare Ata e Ounis.
"Il passo è aperto!"
La corrente, fino allora trattenuta dalla massa del sett, irrompeva gorgogliando attraverso il canale, aperto dalle scuri di bronzo degli erculei figli dell'alto Nilo. Il piccolo veliero, non trattenuto da nessuna corda, cominciava a scivolare fra i papiri e le foglie del loto, con un dolce fruscìo.
"A bordo! In alto le vele!" tuonò Ata, slanciandosi al timone. "Il vento soffia dal sud! Iside ha ascoltato l'invocazione della maliarda!"
Pareva infatti che la dea delle incantatrici non fosse stata sorda alle parole di Nefer, poiché la tromba di fuoco cominciava a disperdersi, forse perché non più guidata dalle freccie fiammeggianti, avendo dovuto gli arcieri arrestarsi sulle rive del Nilo.
Era formata da migliaia e migliaia di piccioni, che portavano, appesa alla coda, un pezzo di materia ardente che bruciava, spandendo all'intorno quella luce azzurrognola che si osserva nel zolfo liquefatto.
Di quando in quando un gran numero di colombi, investiti dal fuoco, cadevano nel fiume, e quella strana materia anche a contatto coll'acqua non cessava di ardere, crepitando fra i papiri e le larghe foglie di loto.
Quell'uragano di fuoco passò, con velocità vertiginosa, dietro la poppa del veliero ad un tiro d'arco e proseguì la corsa disordinata verso la riva opposta al fiume gigante, illuminando fantasticamente le tenebre.
Nefer non aveva abbandonata la murata, quantunque parecchi piccioni fossero caduti dinanzi a lei. Sempre ritta, come una meravigliosa statua di bronzo, con un braccio alzato in atto di scagliare qualche nuova maledizione, col petto sporgente, aveva sfidato intrepidamente il nembo infuocato, ripetendo:
"Isis! Isis! Grande divinità, proteggi il giovane Figlio del Sole!"
Quando tutti quei fuochi si perdettero nel lontano orizzonte, al di là delle immense foreste che coprivano la riva opposta del Nilo e il veliero, uscito ormai dal canale con tanta fatica aperto, si cullò sulle acque libere, si volse verso Mirinri, che non aveva cessato di guardarla.
"Sei salvo, Figlio del Sole!" gli disse.
"Quale potere soprannaturale possiedi tu?" chiese il giovane. "Io scorgo nei tuoi occhi una fiamma che la figlia dei Faraoni non aveva."
Nefer ebbe un sussulto ed il suo viso si contrasse dolorosamente. Stette un momento, come immersa in un profondo pensiero, poi chiese, con uno strano tono di voce:
"Di quale figlia del Faraone intendi di parlare, mio signore?"
"Di quella a cui tu predicesti la ventura."
"Tu l'hai veduta?"
"L'ho salvata anzi dalla morte."
"Come hai salvato me!" esclamò la maliarda, con un sordo singhiozzo.
"L'ho strappata dalle fauci d'un coccodrillo."
"E ti ha, in compenso, bruciato il cuore, è vero mio signore?"
"Che cosa ne sai tu?" chiese Mirinri, aggrottando la fronte.
"Forse che io non leggo nel passato e nel futuro e tutto indovino?"
"Ah! È vero, me l'hai detto: anzi aspetto la tua profezia."
Nefer guardò il cielo. Le stelle declinavano ed in mezzo a loro scintillava, presso l'orizzonte, la cometa. La fissò per parecchi istanti, poi riprese, come parlando fra sé:
"È quella che racchiude il tuo destino, mio signore. Ma io devo attendere lo spuntare del sole, da cui tutti i Faraoni sono discesi."
"Mancherà ancora qualche ora."
Ounis interruppe la loro conversazione, chiedendo a Mirinri:
"Vedi più nulla tu, che hai gli occhi migliori dei miei, sulla riva destra?"
"No," rispose il giovane dopo d'aver lanciato un rapido sguardo al di sotto dei palmizi. "Io credo che gli ubbriaconi, veduti i loro sforzi inutili, se ne siano andati o russeranno sotto le piante attorno ai vasi di vino di palma."
"E noi approfitteremo per poggiare verso la riva opposta" disse Ata, che aveva fatto spiegare le immense vele. "Colà vi sono delle isole che formano molti canali e che non sono abitate che da ippopotami, da coccodrilli, da ibis e da pellicani."
"Potremo passare inosservati?"
"Lo credo, mio signore," rispose Ata a Mirinri. "D'ora innanzi noi dobbiamo prendere le più grandi precauzioni o Pepi ci farà arrestare, prima che noi possiamo scorgere gli alti obelischi della superba Menfi. Si sa già che sulla mia barca si nasconde il figlio del grande Teti e l'usurpatore farà il possibile per darci in pasto ai coccodrilli del Nilo."
"Attraversiamo il fiume dunque," disse Mirinri, "e guardiamoci dagli agguati."
Il piccolo veliero, che aveva il vento in favore, tagliò obliquamente la corrente, accostandosi alla riva sinistra che appariva coperta da colossali palme dum e fiancheggiata da una fitta rete di papiri e di piante del loto.


 

 

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