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Le figlie dei faraoni/2
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CAPITOLO NONO
Il tempio dei re nubiani
Mentre il legno costeggiava la sponda, dondolandosi leggermente, spinto da
una fresca brezza che soffiava dal sud e che gonfiava le sue enormi vele,
Mirinri, che non sentiva ancora alcun desiderio di riposarsi, dopo tante
emozioni, si era seduto sul casseretto di poppa, abbandonandosi alle sue
fantasticherie. Pensava ai begli occhi della giovane Faraona, che aveva salvato
dalle acque di quel fiume e che per tante notti aveva turbato i suoi sonni ed i
suoi sogni, od alle future grandezze verso le quali muoveva, con animo deciso,
pronto a tutto, pur di conquistarle? Forse solo la maliarda che si era coricata
a breve distanza da lui, su un tappeto di fibre di papiro intrecciate e lo
scrutava attentamente, con uno sguardo intenso, magnetico, avrebbe potuto dirlo.
Raggomitolata quasi su se stessa come una serpe, colle nude braccia puntate sul
tappeto e che di quando in quando provavano come un fremito che faceva
tintinnare i numerosi braccialetti d'oro, la testa bellissima alzata, come una
leonessa in agguato che cerca sorprendere il minimo rumore che le indica la
presenza d'una preda o d'un nemico, seguiva le diverse impressioni che si
manifestavano sul viso del giovane Faraone.
Di quando in quando un sussulto scuoteva il suo corpo, facendo ondeggiare la
leggerissima kalasiris e sulla fronte passava come un'ombra. Mirinri, immerso
nei suoi pensieri, pareva che non si fosse nemmeno accorto della vicinanza della
maliarda. Tuttavia sia che lo sguardo di quella fanciulla gli penetrasse fino
nell'anima od altro, di quando in quando involontariamente girava lentamente la
testa verso di lei e faceva un gesto come per allontanare qualche ombra che gli
appariva dinanzi.
La barca intanto scendeva lentamente il Nilo; le vele sbattevano sotto i colpi
irregolari della brezza notturna, i lunghi pennoni scricchiolavano, urtando
contro gli alberi e le corde davano dei suoni strani. Qualche ibis, che
sonnecchiava fra i papiri o sulle larghe foglie del loto, fuggiva, rasentando le
acque, mandando un grido di spavento e scompariva fra le palme che proiettavano
sulla riva delle cupe ombre.
Nessuno a bordo parlava. Gli etiopi, appoggiati alle murate, scrutavano
attentamente le tenebre. Ounis e Ata, seduti a prora, guardavano dinanzi a loro,
senza scambiarsi una parola. Il primo teneva gli occhi fissi sulla cometa che
stava per scomparire dietro i grandi alberi, il secondo osservava le acque.
Ad un tratto Mirinri si scosse e parve che solo allora s'accorgesse della
presenza di Nefer.
"Che fai qui, fanciulla?" le chiese. "Perché non vai a
riposarti?"
"Non dorme il Figlio del Sole," rispose la maliarda, con voce così
dolce che sembrò al giovane Faraone come una musica lontana.
"Io sono un uomo già abituato alle lunghe veglie del deserto,"
rispose Mirinri.
"Ed io devo aspettare la comparsa del sole per predirti la buona o cattiva
ventura, mio signore."
"Ah! Me n'ero già scordato," disse il giovane, sorridendo. "La
statua di Memnone suonò quando la interrogai; il fiore della risurrezione di
Osiride dischiuse le sue corolle quando lo bagnai. Quale sarà la tua profezia?
Buona o cattiva?"
"Il primo raggio di sole lo dirà," rispose Nefer. "È lui che
deve ispirarmi."
Mirinri stette un momento silenzioso, poi riprese:
"Ah! Tu devi ancora dirci chi sei, da dove vieni e perché i devoti di Bast
volevano acciecarti. Quale sinistra istoria ti avvolge?"
La maliarda lo guardò senza rispondere, con una certa angoscia, che non
isfuggì al giovane Faraone.
"E noi," proseguì Mirinri, "non sappiamo ancora se tu ci sei
nemica od amica."
"Io tua nemica!" esclamò Nefer, con dolore. "Nemica di te, mio
signore, che mi hai strappata dalle mani di quei miserabili?"
Si alzò, guardando dapprima le stelle, poi le placide acque del Nilo
sussurranti lievemente fra le radici e le foglie del loto bianco e roseo, poi,
tendendo la destra verso il sud, con un gesto tragico disse:
"Sono nata laggiù, nella Nubia nera, dove i grandi fiumi portano il loro
tributo alle acque del maestoso Nilo. Mio padre non era di stirpe divina come
te, mio signore, nondimeno era un gran capo e mia madre era una sacerdotessa del
tempio di Kintar. La mia giovinezza si perde nelle nebbie del sacro fiume. Mi
ricordo vagamente di vasti palazzi scintillanti d'oro; di templi immensi; di
obelischi tanto alti che quando l'uragano infuriava pareva che toccassero le
nubi; di guerrieri neri come l'ebano, armati di scuri di pietra e d'archi, che
obbedivano a mio padre come se fossero schiavi. Mi pare che io fossi felice.
Bambina, nuotavo nel gran fiume o solcavo le sue acque su barche dorate. Delle
donne suonavano presso di me non so quali istrumenti e mi servivano in
ginocchio. Un triste giorno tutto scomparve: popolo, padre, guerrieri,
grandezza, potenza. Una valanga d'uomini giunta dal Basso Egitto passò come una
tromba devastatrice sul mio paese e tutto disperse. Erano gli egizi del delta
che invadevano la Nubia: erano i guerrieri di Pepi, l'usurpatore".
"L'usurpatore!" esclamò Mirinri. "Che cosa ne sai tu?"
"Tutto il Basso e Alto Egitto parla di quell'uomo e si sussurra che il
figlio di Teti è stato rapito da una mano amica per paura che Pepi lo uccidesse
e che è vivo."
"Ah!" fece il giovane Faraone. "Continua, Nefer."
"Mio padre fu ucciso alla testa dei suoi guerrieri, mentre difendeva
disperatamente il suo territorio contro forze dieci volte superiori ed il suo
corpo, crivellato di ferite, fu gettato in pasto ai voraci coccodrilli del Nilo.
Il suo popolo fu disperso, le sue borgate incendiate, le donne ed i fanciulli
tratti in schiavitù a Menfi."
"Anche tu?"
"Sì, mio signore, ma appena mia madre, oppressa dalle fatiche immani che
le faceva subire il suo crudele padrone si spense, io fuggii su una barca che
risaliva il Nilo e vissi predicando la ventura o suonando nelle feste il ban-it
(l'arpa)."
"Ciò però non mi spiega il motivo per cui ti volevano acciecare,"
disse Ounis, che si era silenziosamente accostato e che aveva udite le ultime
parole della fanciulla.
"Volevano far subire anche a me il crudele trattamento inflitto al primo
uomo che amai," disse Nefer.
"Chi era costui?" chiese Mirinri.
"Il padrone della barca che mi aiutò a fuggire," rispose la maliarda,
con un sospiro. "Era un giovane leale e coraggioso, che mi aveva amata
ardentemente, ma mi sembrava troppo povero per me, che discendo da una casta
elevata. Mi era fissa in testa di valermi di quello sventurato per riconquistare
il paese strappato a mio padre. Fu una sera che andai a trovarlo sulla riva del
Nilo, per metterlo a parte dei miei progetti. Egli mi aveva parlato sovente d'un
tempio meraviglioso, che sorgeva nel mezzo d'una foltissima foresta che copriva
una grande isola del fiume e che si diceva contenesse dei tesori incalcolabili,
accumulati dagli antichi re nubiani. Avevo contato appunto su quelle ricchezze
favolose per armare degli schiavi e assoldare dei guerrieri onde mi aiutassero a
scacciare gli egizi che spadroneggiavano sulle terre che m'appartenevano. Avevo
però udito raccontare che di tutti coloro che si erano avventurati su
quell'isola per scoprire quel tempio, più nessuno era ritornato. Erano stati
divorati dalle belve che infestavano quella cupa foresta o vi erano dei
guardiani che vegliavano sulle ricchezze degli antichi re nubiani? Fino allora
nessuno aveva potuto dir nulla. Invasa adunque dal desiderio d'impadronirmi di
quei tesori, esposi al mio fidanzato le mie intenzioni.
"Era solo sulla barca quella sera, avendo mandato a terra tutti i suoi
uomini. Come al solito era tetro e pensieroso, perché si struggeva d'amore per
me e guardava distrattamente il sole morente che lanciava i suoi ultimi raggi
obliquamente, come una pioggia d'oro, sulle acque limacciose del fiume. Gli
esposi il mio progetto, dichiarandogli nettamente che non mi avrebbe sposata se
non sulle terre di mio padre sgombre dagli egizi o mai. Egli mi ascoltò in
silenzio, poi, quand'io ebbi finito, s'alzò, dicendomi con voce recisa: - La
tua volontà sarà fatta; io andrò ad impossessarmi del tesoro dei re nubiani e
con quell'oro armerò un esercito. Addio Nefer, luce dei miei occhi. Se, entro
otto giorni, non mi vedrai ritornare qui, vuol dire che la dea della morte mi
avrà toccato colle sue nere ali e sarai libera di sceglierti un altro uomo. -
"Strappai dalla riva una foglia di loto e gliela porsi dicendogli: -
Prendila e serbala come un mio ricordo. Io l'ho baciata, io l'ho posata sul mio
cuore: essa ti darà coraggio. -
"L'indomani il mio fidanzato approdava sulle sponde dell'isola misteriosa.
Attraversò la folta foresta senza scorgere nessuno, né uomini né animali e
giunse ben presto dinanzi ad un vasto tempio la cui porta era aperta. Non ebbe
nemmeno un attimo di esitazione. Entrò in una sala immensa pavimentata a
piastrelle bianche e nere, che portavano incise delle foglie di loto e degli
ibis colle ali spiegate. Una semi oscurità regnava là dentro e da fessure
invisibili sfuggivano delle nuvolette di fumo fortemente impregnate d'un profumo
acutissimo."
"Ma come conosci tu questi particolari?" chiese Ounis, che ascoltava
con vivo interesse quella strana istoria.
"Li appresi dal mio fidanzato durante i suoi brevi istanti di
lucidità," rispose Nefer.
"Dunque non fu ucciso?" disse Mirinri.
"Aspetta ed ascoltami, mio signore."
"Continua dunque."
"Il mio fidanzato esaminò le pareti, non avendo veduta alcuna porta in
nessun luogo e scoprì finalmente una lastra di marmo nero su cui era inciso un
fiore di loto. Istintivamente posò un dito su quel fiore e la pietra girò
subito su se stessa lasciando vedere uno stretto corridoio alla cui estremità
brillava una luce vivissima. Egli era un uomo d'un coraggio a tutta prova e poi
il pensiero di poter realizzare la promessa fattami, lo spingeva a qualunque
rischio.
"Entrò dunque nel corridoio e sbucò in un'altra sala, contornata da una
triplice fila di colonne che si perdevano in una oscurità misteriosa.
"Nel centro invece, una luce verdastra scaturiva dalle pietre che formavano
il suolo, permettendo al mio fidanzato di scorgere dei grandi vasi di bronzo,
ricolmi fino alla bocca di oro, di smeraldi, di rubini, di zaffiri e di
turchesi. Ad una estremità, su un largo gradino, vi erano due sfingi che
sembravano d'oro massiccio e che avevano gli occhi formati da grossi rubini. Il
mio fidanzato si era fermato, non osando immergere le sue mani in quei vasi, ma
poi, come spinto da una forza misteriosa, salì il gradino e passò fra i due
leoni. Una tenda pareva che nascondesse qualche altra meraviglia. L'alzò colle
mani tremanti ed un grido di stupore, d'ammirazione e nell'istesso tempo di
timore gli sfuggì dalle labbra. Presso un gran bacino d'argento, nel cui centro
scintillava una fiamma rossa, era sorta improvvisamente una giovane donna d'una
bellezza meravigliosa. Un leggero velo, costellato di zaffiri e di smeraldi,
copriva il suo corpo fine e flessibile, le sue braccia erano cerchiate di
pesanti braccialetti e la sua fronte, ricca d'una capigliatura nera come
l'ebano, era adorna d'uno smeraldo d'uno splendore e d'una grossezza
incredibile".
Nefer si era arrestata. La sua destra si portò, come involontariamente, sulla
fronte e alzò i capelli che le cadevano fino quasi sugli occhi.
Ounis e Mirinri, che la guardavano attentamente, videro scaturire al di sotto
dei capelli come un lampo verdastro.
Lo proiettava una grossa pietra, forse uno smeraldo simile a quello che portava
la giovane misteriosa che era comparsa presso il bacino d'argento, nel cui
centro fiammeggiava la lingua di fuoco rosso.
Nefer che si era forse accorta della loro sorpresa, non lasciò loro tempo di
rivolgerle alcuna domanda.
"Il mio fidanzato," continuò, "cogli occhi pieni di quella
visione meravigliosa che oltrepassava in splendore tutto quanto aveva potuto
sognare, si era lasciato cadere lentamente sulle ginocchia, tenendo le mani
verso l'apparizione radiosa ed immobile, che lo fissava con uno sguardo
penetrante come la punta di una spada. In quel momento egli si era scordato di
me ed i suoi giuramenti d'amore si erano dileguati. Egli non mirava più le
immense ricchezze, che dovevano servire a liberare le terre di mio padre dai
guerrieri di Pepi; quella donna era il tesoro impareggiabile, che valeva mille
volte tutto ciò che era racchiuso nei vasi.
"Era appena caduto in ginocchio dinanzi a quell'apparizione divina, quando
sentì una mano posarglisi su una spalla. Presso di lui, otto sacerdoti,
racchiusi in lunghe e candide vesti, coi volti coperti da lunghe barbe bianche,
stavano rigidi, implacabili. Uno di essi, colui che l'aveva toccato, gli disse,
curvandolo al suolo con forza sovrumana: - Tu hai voluto vedere e tu hai veduto.
Quale desideri di tutti i tesori racchiusi in questo tempio? È l'oro il padrone
del mondo o sono le pietre preziose rutilanti di luce, dagli splendori
abbaglianti che acciecano le fanciulle? Parla e scegli!
"Perduto nella sua contemplazione, il mio fidanzato tese le mani verso la
donna bellissima, che stava sempre fitta dinanzi al gran bacino d'argento,
illuminata dai rossi riflessi della fiamma: - Lei è il tesoro che io desidero!
- esclamò il disgraziato, - Nefer è nulla in confronto a lei e l'ho già
scordata. Regina di beltà, i miei occhi non vedranno d'ora innanzi che te,
divinità scesa sulla terra. Io non desidero né pietre preziose, né quell'oro
che è la leva del mondo; chiedo solo che mi sia permesso di contemplare di
continuo la tua raggiante bellezza, o fanciulla divina. Preferirei di non più
vedere la luce del giorno, piuttosto che cessare d'ammirarti.
"La giovane fece un gesto, poi disse: - Che sia fatta la tua volontà. La
tua risposta ti salva l'esistenza, poiché tu hai scelto la mia bellezza,
perfezione eterna, alle immense ricchezze accumulate in questo tempio, da secoli
e secoli dagli antichi sovrani dell'Alto Nilo. Ma tu non ignori che coloro che
vollero vedermi non ritornano, a meno che non siano Figli del Sole, dei Faraoni.
Più fortunato di costoro, tu rientrerai nel mondo, ma non potrai vedere altre
meraviglie, né narrare a chicchessia quello che hai veduto. Va', ammira prima
bene, riempi i tuoi occhi della mia bellezza divina, poi rientra nell'oscurità
fino al giorno della tua morte.
"Il mio fidanzato, sempre inginocchiato dinanzi alla radiosa visione,
pareva che non l'ascoltasse. Tutta la sua vita era concentrata nei suoi occhi,
che teneva fissi su quella meravigliosa bellezza.
"Ad un tratto un urlo atroce gli irruppe dal petto. Uno dei sacerdoti gli
aveva toccate le pupille con un bidente di bronzo arroventato, dicendogli
poscia, con voce ironica: - Nella notte che d'ora innanzi ti avvolgerà tu avrai
sempre presente la visione superba della beltà eterna che tu sapesti apprezzare
meglio dei tesori racchiusi in questo tempio degli antichi re nubiani e, fino
alla morte, avrai per te solo l'immagine divina di quella che hai contemplato ed
il suo ricordo farà battere per sempre il tuo cuore.
"Che cosa accadde poi? Io non te lo saprei dire, mio signore,"
proseguì la maliarda. "Alcuni giorni dopo, il mio fidanzato fu raccolto,
da un suo amico che passava per caso presso l'isola maledetta colla sua barca,
mentre errava sulla sponda. Egli era cieco e pazzo e non parlava che della
divina visione del tempio misterioso. Ecco il perché gli adoratori di Bast
volevano far subire anche a me la pena dell'acciecamento, per vendicare il mio
compagno".
"È vivo ancora quel disgraziato?" chiese Ounis.
"No," rispose la maliarda, "un giorno credendo di udire la voce
della divina visione sorgere dalle acque del Nilo, si precipitò nel fiume ed i
coccodrilli lo divorarono."
Ounis fece un gesto di collera.
"Che cos'hai?" chiese Mirinri, a cui non era sfuggito quell'atto.
"Io molti anni or sono ho udito parlare di quel tempio meraviglioso. Era
l'epoca in cui le legioni caldee irrompevano sul nostro paese e lo stato si
trovava sprovvisto di denaro per armare nuovi eserciti. Un uomo, che forse
sapeva dove trovavasi quell'isola e che probabilmente non ignorava che fra quei
boschi si celava il tesoro degli antichi re nubiani, propose a tuo padre di
mandare della gente fidata ad impadronirsi di quelle ricchezze. Le vicende della
guerra impedirono a Teti di occuparsi di quell'impresa e più mai se ne parlò.
Forse tuo padre non credeva a quell'istoria."
"E chi fu a parlarne?" chiese Mirinri.
"Pepi, l'usurpatore."
"Mio zio?"
"Sì, lui stesso. Se si potesse sapere dove si trovano quelle ricchezze,
sarebbero per noi d'immensa utilità pei nostri futuri progetti. L'oro è il
nerbo della guerra e quello che possediamo non potrebbe forse bastare per
colpire a morte le forze di quell'uomo."
Udendo quelle parole un lampo brillò nelle pupille nerissime della maliarda.
Guardò Ounis, poi Mirinri, che appariva pensieroso, preoccupato, poi disse:
"Ma io so dove si trova quell'isola," disse.
"Tu?" esclamarono ad una voce Mirinri ed il vecchio sacerdote.
"Sì, il mio fidanzato me lo ha detto."
"È lontana?" chiese Ounis.
"Meno di quello che tu credi, sacerdote."
"Ne sei ben certa?"
"Saprei condurti anche cogli occhi bendati, perché dopo la pazzia del mio
fidanzato, mi ci sono recata colla speranza d'impadronirmi di quel tesoro. Vuoi
venire?"
"Sai tu innanzi a tutto chi abita quel tempio?" chiese Mirinri.
Nefer, invece di rispondere, si alzò di scatto, guardando verso oriente. Le
tenebre erano scomparse, le stelle stavano per dileguarsi sotto la brusca
invasione della luce e l'astro radioso stava per comparire.
"Il sole, la grande anima d'Osiride!" esclamò. "È il momento
della profezia. Dammi la tua fronte, figlio della luce eterna, che mai si
oscura, né di giorno, né di notte e che scintilla sempre nelle profondità del
cielo."
Mirinri si era pure alzato, sorridendo sardonicamente.
"Ecco la mia testa," disse. "Che cosa vuoi cavare dal mio
cervello?
"Voglio leggere il tuo destino," disse Nefer.
"Provati."
La maliarda guardò il sole, che cominciava allora ad apparire al di sopra dei
palmizi che coprivano la riva del maestoso fiume. Pareva che i suoi occhi non
soffrissero per l'intensa luce che si rifletteva sulle acque del Nilo.
"Sèb," gridò con voce stridula, "tu che rappresenti la terra
nostra! Nout che rappresenti le tenebre! Nou che sei l'emblema delle acque!
Neftys che proteggi i morti! Râ, che sei il disco solare, Api che rappresenti
il Nilo e tu, grande Osiride che nel tuo cuore batte l'anima del sole,
ispiratemi! Toth, il dio che ha la testa dell'ibis, l'uccello sacro, che è
l'inventore di tutte le scienze; Logas che rappresenti la ragione e che aiuti
coi tuoi consigli e che sei la forza creatrice, datemi la forza di predire il
destino a questo giovane Faraone!
Nefer fissava il sole cogli occhi aperti, come se i raggi non le offendessero le
pupille ed era invasa da un forte fremito. Sussultavano tutte le sue membra ed i
suoi fianchi dalla curva elegante e pareva che perfino i suoi lunghi capelli
neri provassero delle strane vibrazioni. Stette parecchi istanti ritta, in una
posa superba in faccia all'astro diurno che sorgeva sfolgorante ad di sopra dei
palmizi, tutta avvolta nella luce dorata. Ad un tratto si portò le mani agli
occhi e se li nascose.
"Vedo," disse con voce fremente, "un giovane Faraone che atterra
un re ed un vecchio che gl'impone di ucciderlo. Vedo una fanciulla, bella come
un sole quando lambe, sul tramonto, l'orizzonte e lancia i suoi ultimi raggi
sulle acque del Nilo. Vi è una nebbia dinanzi a me. Quali misteri nasconde? Oh
velo impenetrabile, sciogliti! No, è sempre denso, sempre denso! Perché non lo
posso lacerare? La mia potenza di maliarda, figlia d'una grande maliarda nubiana,
mancherebbe in questo momento? Il giovane Faraone sale alto, alto, vittorioso su
tutto e su tutti! Ah! La cattiva stella! Sarà fatale a qualcuno! Vedo una
fanciulla che piange e le sue lagrime si cambiano in sangue... Osiride! Grande
Osiride, lascia che io veda il suo viso! È una fanciulla che muore... dal suo
petto squarciato vedo cadere una pioggia rossa... il Faraone sarà fatale a
qualcuna... tutto è finito!".
Nefer, come se le forze l'avessero improvvisamente abbandonata, vacillò, poi
cadde fra le braccia di Mirinri che gli stava dietro.
A quel contatto, il corpo della maliarda sussultò tutto, come se avesse
ricevuto una scarica elettrica e anche quello del giovane Faraone ebbe un
fremito.
Ounis, che assisteva alla scena, corrugò la fronte, ma fu un lampo.
"Meglio che sia la maliarda della Nubia che bruci il cuore di Mirinri,
piuttosto che la Faraona," mormorò. "Chissà che cosa serba il
destino?"
Con un gesto chiamò alcuni etiopi.
"Portate questa fanciulla in una cabina," disse. "Ha bisogno di
riposarsi."
I battellieri sollevarono Nefer, che pareva assopita e la portarono nel casotto
di poppa.
"Che cosa ne pensi tu della profezia di quella fanciulla?" chiese il
sacerdote, volgendosi verso Mirinri che pareva fosse ricaduto nelle sue
meditazioni.
"Non so" rispose il giovane, "se debbo crederle."
"Che cosa dice il tuo cuore?"
Mirinri stette un momento esitante, poi rispose:
"Il sogno sarebbe troppo bello. Potenza e gloria! Mi sembra troppo."
"Credi di essere veramente un Figlio del Sole? Suonò la pietra di Memnone;
schiuse le sue corolle il fiore eterno d'Osiride; parlò la maliarda."
"Sì, non ho alcun dubbio d'aver nelle vene il sangue del vincitore delle
legioni Caldee... Ma chi sarà quella fanciulla a cui sarò fatale? La prima
donna che io ho veduta e che ho strappata alla morte?"
"La pensi sempre dunque?"
"Sì, sempre," rispose Mirinri con un sospiro. "Quella fanciulla
che pur discende al pari di me dal sole, m'ha stregato."
"Una nemica!"
"Chi lo sa?"
"Che tu dovresti odiare."
"Taci, Ounis. Il destino mio non ha forse ancora scritto l'ultimo
papiro."
CAPITOLO DECIMO
La barca dei gatti
Il piccolo legno continuava a scendere il Nilo.
Mirinri, seduto sul casseretto, pareva che avesse ormai dimenticato la profezia
della maliarda. Colle mani strette attorno al viso, guardava sempre dinanzi a
sé, come se la visione della Faraona, che aveva strappato dalle fauci ingorde
del coccodrillo, gli danzasse sempre dinanzi.
Ounis, appoggiato alla murata, guardava distrattamente le acque del fiume; non
parlava.
Gli etiopi, ritti presso le scotte delle immense vele, non fiatavano, in attesa
che un colpo di vento li obbligasse a qualche nuova manovra.
Anche Ata, che stava appoggiato sulla murata di prora, restava muto.
Dalla riva e dai banchi di sabbia, coperti da papiri, frotte immense d'ibis si
alzavano, salutando il sole con strida prolungate. Passavano a stormi immensi
attraverso il ponte del piccolo veliero, colle lunghe zampe tese ed il collo
più teso ancora, come per augurare il buon giorno agli etiopi di Ata, forti
della loro impunità.
Chi d'altronde avrebbe osato importunarli? Quale audace avrebbe lanciato su quei
trampolieri una freccia? In quelle epoche lontane erano uccelli sacri, da
qualunque suddito dei Faraoni rispettati, perché anche quei volatili avevano il
loro dio: Toth.
Ma forse gli antichi egizi li avevano consacrati per un motivo ben più
importante; probabilmente per le stesse ragioni che dopo molte centinaia di
secoli decisero gl'inglesi a proibire la distruzione dei marabù nelle Indie, ed
i messicani ed i popoli dell'America meridionale a far rispettare gli urubus,
come volatili preziosi e necessari per la salute pubblica.
Ed infatti guai se l'Egitto non avesse le sue ibis; se le pianure gangetiche
dell'India non avessero i giganteschi marabù e le città americane mancassero
degli urubus.
Questi tre volatili sono dei veri cenciaiuoli, che non hanno che un solo scopo:
quello di divorare tutte le carogne e tutte le immondizie, che potrebbero, sotto
quei climi caldissimi, sviluppare delle terribili malattie contagiose.
I servizi che rendeva l'ibis, specialmente nei tempi passati, erano così
apprezzati dai Faraoni, che non tardarono a farne un volatile sacro, tanto più
che erano quegli uccelli che colla loro comparsa annunciavano la benefica e
periodica inondazione del Nilo.
Ai fecondi straripamenti del fiume gigante la superstizione egizia associava
sempre l'ibis il quale si lasciava docilmente adorare accontentandosi per suo
conto di rimpinzarsi di vermi, di lucertole, di serpi, di rospi, e delle carogne
che la piena trascinava e che poi lasciava disperse per le campagne.
Caduta la fede l'uccello sacro scosse le ali ed esulò.
Oggidì infatti non lo si trova che nell'Alto Egitto, dove si è ritirato come
in un santuario.
Tra lo scetticismo moderno ed i suoi rimpianti religiosi egli ha posto una
barriera: la grande cateratta del Nilo.
Il suo solo altare è il fango della riva, dove il suo becco razzola, facendo
prodigiose ecatombi d'insetti e di malefici rettili. Non è più adesso che un
semplice trampoliere, ma qualche volta si direbbe che si rammenti d'essere stato
un tempo qualche cosa.
Scuote le sue ali spennacchiate e raddrizza la testa venerabile, come volesse
dire: un giorno sono stato dio.
Il veliero s'avanzava dolcemente, essendo la brezza debolissima e soffiando
irregolarmente. Ata aveva lasciato la prora e si era messo dietro al lungo remo
che serviva da timone, per guidare personalmente il legno, essendo in quel punto
il Nilo ingombro d'isolotti, coperti di papiri altissimi che formavano delle
vere foreste.
Anticamente tutto il corso di quel superbo fiume era coperto da papiri, pianta
che oggi invece è quasi completamente scomparsa e che gli egizi di quei tempi
ritenevano, a ragione, preziosissima.
E forse non avevano torto, perché da essa ricavavano molte cose utilissime. Ed
infatti dalle parti inferiori, tagliate presso le radici, ne traevano un
alimento che serviva a sfamare le classi povere; colle foglie formavano panieri,
ventagli e molte altre cose utilissime; colle fibre formavano una specie di
carta o meglio di fogli lunghi trenta centimetri e larghi da cinque a sei; colle
pellicole, sovrapposte a più strati, fabbricavano i loro sandali. Riuniti i
flessibili tronchi, ottenevano dei canotti leggeri, che bastavano per
attraversare il Nilo. Era insomma, assieme al loto, la pianta nazionale.
Per un paio d'ore il piccolo veliero sfilò attraverso i canali formati da
quella moltitudine d'isole, poi sboccò all'aperto. Il grande fiume si svolgeva,
colla sua enorme massa d'acque, serpeggiando fra due linee d'alberi che appena
si distinguevano, tanto le rive erano lontane l'una dall'altra.
"Io credo che non avremo per ora più nulla a temere, mio signore,"
disse Ata, volgendosi verso Mirinri. "Era fra quelle isole che io temeva
qualche nuovo agguato. In queste acque sgombre, non ci assaliranno a
tradimento."
"E quando giungeremo a Menfi?" chiese il giovane Faraone, scuotendosi.
"Vi è del tempo, mio signore, e poi non dobbiamo aver fretta. L'allarme
deve essere stato dato e noi dovremo avanzarci con infinite precauzioni. Degli
altri agguati ci verranno tesi, non dubitare."
"Che ci spiino?"
"È probabile. Sono certo che, sotto gli alberi che coprono le rive, degli
sguardi ci seguono per sapere dove andiamo."
"E non vi è modo d'ingannare quegli spioni?"
"Forse, quando ci getteremo fra i canali del delta. Colà non sarà cosa
facile il sorvegliarci. Le isole pullulano di rettili e di coccodrilli e guai
agli uomini che osassero scendere su quei banchi, che il loto ed i papiri
coprono."
"Vi è forse un modo per ingannarli," disse Ounis, che fino allora era
rimasto silenzioso.
"Quale?" chiese Ata.
"Far credere loro che non è Menfi la nostra rotta, bensì l'isola
misteriosa, che racchiude sotto le sue foreste il tempio degli antichi re
nubiani. Giacché si dice che nessun uomo che si è avventurato su quelle rive
è mai tornato vivo, si potrà credere alla nostra morte. Nefer sa ove quella
terra si trova, andiamoci. Inganneremo le spie di Pepi e, se è vero che vi sono
colà delle ricchezze favolose, conquisteremo un buon nerbo per la guerra che
faremo all'usurpatore. Nell'incontro con quella strana fanciulla vedo qualche
cosa di soprannaturale."
"Ciò sembra anche a me," disse Ata. "È il destino che ce l'ha
mandata."
Un riso stridulo fece volgere la testa ai tre uomini. Nefer stava dietro di loro
guardando Mirinri coi suoi occhioni penetranti, sempre animati da quella fiamma
che pareva volesse bruciare il cuore di coloro che la guardavano.
"Perché ridi, Nefer?" chiese il giovane Faraone.
"Perché credete che anche in me vi sia qualche cosa di divino,"
rispose la fanciulla.
"Se non nel tuo corpo, almeno nei tuoi occhi, Nefer" disse Mirinri.
"Io non so il perché, tutte le volte che tu mi guardi, mi pare che un
raggio ardente mi tocchi il cuore e che lo turbi."
"Non ti guarderò più, mio signore, se ciò ti spiace."
"Oh no, fanciulla! Quel raggio non mi farà male, né brucerà la dolce
visione che vi vive sempre dentro."
Nefer ebbe un lievo sussulto, che sfuggì a Mirinri e un lampo di tristezza
infinita si diffuse sul suo bel viso.
Si ravviò con un moto nervoso i suoi lunghi capelli, poi dopo d'aver guardato
il Nilo, disse:
"Vuoi che ti conduca dunque in quell'isola, ove si trovano i tesori degli
antichi re nubiani? Volevo fartene anch'io la proposta.
"Perché?" chiese Mirinri.
"Per vendicare il mio fidanzato e per dare al futuro Faraone i mezzi di
riconquistare il trono dei suoi avi."
"Mi sembra, fanciulla, che tu sappia troppe cose che riguardano noi,"
disse Ounis, guardandola un po' sospettosamente.
"Non sono una indovina io forse?" disse la fanciulla.
"Un'indovina meravigliosa di certo," rispose il sacerdote, "che
rapisce i segreti meglio nascosti."
"Fatti predire da costei la sorte, Ounis," disse Mirinri.
Il vecchio scosse il capo, poi rispose con voce risoluta:
"No."
"Avresti paura?"
"Sono vecchio e se anche mi annunciasse una morte molto prossima che
m'importerebbe? Mi rincrescerebbe solo per te, che io devo guidare alla vittoria
e alla vendetta."
Poi, cambiando bruscamente tono, chiese:
"È lontana quell'isola?"
"Ti ho detto che non la vedremo prima di due giorni di navigazione. Sorge
là dove il Nilo è più largo, dopo Khibon (l'attuale borgata di El-Hibik)."
"Il paese è tutto deserto all'intorno?"
"Sì, perché tutti hanno paura dei misteriosi abitanti che occupano quel
tempio meraviglioso."
"Non sai chi sono costoro?" chiese Mirinri.
"Si dice che siano degli spiriti dei re etiopi e dei loro grandi
sacerdoti."
"Esseri difficili a vincersi, se fossero realmente tali."
"Non ci sono io, forse?" disse Nefer. "Lancerò contro di loro un
potente scongiuro che li renderà innocui, mio signore. Hai pur veduto i
piccioni incendiari deviare; come mi hanno obbedito i volatili, obbediranno pur
le ombre dei re etiopi e dei loro sacerdoti."
"Strana fanciulla!" esclamò Mirinri. "Uno non riuscirà mai a
comprenderti."
Un indefinibile sorriso comparve sulle labbra di Nefer, poi subito come un'ombra
passò sulla sua fronte ed un lieve sospiro le sfuggì, a mala pena represso.
"Seguite sempre la riva sinistra, fino all'altezza del gigantesco obelisco
di Nofirker, il settimo Faraone della seconda dinastia. Là si apre il canale
che conduce nell'isola del tesoro degli etiopi."
Si sedette presso Mirinri e non parlò più. Anche il giovane era diventato muto
e pareva che non pensasse più alla terra misteriosa.
Il piccolo veliero aveva allora attraversato nuovamente il fiume, che in quel
luogo misurava più di tre miglia di larghezza e seguiva la riva sinistra
mantenendosi ad una distanza di qualche centinaio di metri.
Dei grandi banchi, formati da loti bianchi ed azzurri, lo obbligavano di quando
in quando a deviare, nascondendo quel fogliame dei bassifondi.
A quelle piante, oggidì diventate piuttosto rare, specialmente quelle che
portano i fiori azzurri, gli antichi egizi dedicavano un vero culto. Non vi
erano per loro fiori più apprezzati e ne usavano largamente sia nelle feste,
come nei funerali. Ed infatti se ne sono ritrovati in gran numero, disseccati e
riuniti in forma di corone, in tutte le tombe, nelle piramidi come entro le
ricche bare dei grandi personaggi, in compagnia dei libri dei morti, come
chiamavano i papiri funerarii, quei rotoli lunghi quindici metri, scritti con
inchiostro rosso e nero e adorni di disegni a vari colori che descrivono il
viaggio dell'anima bell'oltretomba.
Insomma il papiro ed il loto erano le due piante nazionali dei Faraoni e
godevano eguale estimazione.
Impiegavano il loto nella medicina come refrigerante, e ne mangiavano avidamente
i semi, esclusi quelli prodotti dal loto roseo, che erano interdetti a tutti, ai
preti come al popolo, perché quel fiore era consacrato al dio solare pel motivo
curioso che in essi, allorquando l'astro divino sta per scomparire, le loro
fibre inferiori si contraggono e li attirano sotto le acque.
Le dame egiziane sopratutto avevano una vera venerazione, simile a quella che
hanno le donne del Giappone pel crisantemo. Nelle loro visite se ne adornavano e
ne tenevano in mano e non è raro vedere ancora, sopratutto sui monumenti
innalzati all'epoca dei Ramessidi, delle donne tutte avvolte in una specie di
diadema di forma spirale, completamente fatto di fiori di loto.
Quando la barca guidata da Ata rasentava quei banchi coperti di quegli splendidi
fiori, nubi di uccelli acquatici s'alzavano con un gridìo assordante e,
attraverso le larghe foglie, apparivano mostruose teste di coccodrilli,
disturbati nel loro riposo o teste enormi di colossali ippopotami.
Questi due pericolosi animali, ormai quasi scomparsi nel medio e nel basso corso
del Nilo, erano abbondantissimi al tempo dei Faraoni e sopratutto i canali
intricati del delta ne erano infestati, quantunque anche allora i cacciatori
egiziani non risparmiassero gl'ippopotami onde impedire a quei voraci divoratori
di cereali di distruggere i loro campi coltivati.
Montati su leggerissime piroghe formate di fusti di papiri strettamente
annodati, li circondavano con un grande coraggio, quando si offriva loro
l'occasione e con dei solidi arpioni, trattenuti da solide corde, li uccidevano
in gran numero, non ostante che in alcuni luoghi quei grossi animali fossero
adorati sotto il nome di dab.
È strano però che gli antichi egizi non avessero molta passione per la carne
di quegli anfibi, che asserivano essere dura e coriacea, quasi nemmeno
mangiabile, mentre tutte le popolazioni africane la trovano non meno gustosa di
quella del maiale, opinione condivisa da molti navigatori europei che hanno
potuto assaggiarla.
Che gli antichi egizi avessero altri gusti o che gli ippopotami abbiano
migliorata la loro carne? Sarebbe un po' difficile a dirlo.
Né gli etiopi, né Ata s'inquietavano della presenza di quei mostri, essendo la
barca troppo solida per venire assalita ed affondata, usando i carpentieri del
Nilo, anche in quei tempi, delle tavole grossissime nelle costruzioni dei loro
navigli.
Tutta la loro attenzione era sempre rivolta verso i banchi, che si
moltiplicavano, essendo il Nilo uno dei fiumi più capricciosi della terra. Si
può dire che ad ogni piena il suo corso si modifica e che là, dove prima
esisteva abbastanza fondo per lasciare il passo alle navi, ben sovente non si
trovi nemmeno un piede d'acqua.
Già il sole stava nuovamente per tramontare ed i naviganti si apprestavano a
spingere la barca verso la riva, per cenare a terra, non osando avanzare prima
che non fosse sorta la luna, quando Ata, che sospettava sempre qualche nuovo
agguato, segnalò una barca armata d'una sola vela, che scendeva il fiume
attraverso gli isolotti, seguendo la medesima rotta tenuta dalla sua.
Quantunque la comparsa di un altro veliero su quel fiume nulla avesse di
straordinario, avendo i sudditi dei Faraoni frequenti rapporti coi Nubiani e
cogli Etiopi, pure il sospettoso cospiratore aggrottò la fronte, dicendo:
"Vorrei sapere perché quella barca segue la riva sinistra del Nilo, mentre
sulla destra la corrente è più forte e le acque sono più sgombre."
Mirinri e Ounis si erano alzati, guardando nella direzione che Ata indicava.
"Che cosa temi da quella barca che, per portata, non raggiunge la metà
della nostra e che non avrà che un meschino equipaggio?" chiese il
Faraone.
"Potrebbe essere montata da emissari di Pepi, decisi a tutto e pronti a
giocarci qualsiasi pessimo tiro," rispose l'egiziano.
"E la prudenza non è mai troppa nelle condizioni in cui ci troviamo,"
aggiunse Ounis.
"Che cosa decidi?" chiese Mirinri.
"Di fermarci qui," rispose Ata. "Il fondo mi sembra buono e siamo
protetti dalla riva da una serie di banchi che pulluleranno di coccodrilli.
Nessuno oserebbe, specialmente di notte, attraversarli."
Gli etiopi, che aspettavano i suoi comandi, ad un suo segno affondarono due
pesanti massi attaccati ad una corda, che allora servivano d'àncora e
s'affrettarono ad abbassare sul ponte le vele.
"Ceniamo in coperta," disse Ata, quando la manovra fu finita.
"Così potremo seguire le mosse di quella barca, che mi sembra abbia
l'intenzione di ancorarsi vicino a noi."
Il pasto fu fatto alla lesta, poiché gli antichi egiziani non erano meno parchi
di quelli moderni. Mentre questi, parliamo del popolo, si accontentano di un
piatto di fave e di lenticchie, legumi che invece erano proibiti al tempo dei
Faraoni, non si sa per quale motivo, gli antichi si sfamavano con semi di loto
bianco, di radichette di papiri, di prezzemolo e d'altri vegetali ricavati per
lo più dalle piante acquatiche del Nilo.
Solo nelle grandi occasioni si permettevano il lusso di far apparire sulle loro
magre mense qualche gru di Numidia, volatili che erano riusciti chissà con
quali arti a rendere domestici, e che riunivano in truppe numerose per mandarle
a pascolare nei campi, guidandole con poderosi colpi di bastone dati sulle
lunghe gambe.
Annaffiata la cena con alcuni sorsi di birra, Mirinri, Ata e Ounis si misero in
osservazione dietro al casotto, mentre gli etiopi portavano in coperta delle
armi, onde essere pronti a respingere qualunque attacco.
La barca segnalata, che non era allora più lontana di cinquecento metri, pareva
che avesse proprio l'intenzione di accostarsi al veliero di Ata.
Non essendo ancora scese le tenebre, quantunque la luce cominciasse a
dileguarsi, Ata potè scorgere sulla tolda della barca, che era a ponte, sei o
sette uomini, che avevano dei grembiali di pelle stretti attorno alle reni, e
che si aggiravano in mezzo ad un gran numero di ceste, formate da corteccie di
papiro.
"Sono trafficanti che vanno a Menfi," disse Ata.
"Come lo sai tu?" chiese Mirinri.
"Non odi, mio signore?" disse l'egiziano ridendo.
Mirinri tese gli orecchi e udì distintamente dei miagolii che parevano
uscissero dalle gole di bestie furibonde.
"Un carico di gatti," disse Ata, prevenendo la risposta di Mirinri.
"Serviranno probabilmente a ripopolare qualche tempio costruito di
recente."
CAPITOLO UNDICESIMO
Misterioso convegno
Come abbiamo già altrove accennato, al tempo dei Faraoni i gatti, ma più
specialmente le gatte, erano tenute in conto di animali sacri, anzi i più sacri
fra tutti, molto al di sopra perfino dell'ibis.
Tutto il popolo egiziano, sia del basso che dell'alto Nilo, aveva una
venerazione estrema per questi cacciatori di topi e vi erano perfino dei templi
dedicati esclusivamente a quei graziosi felini, dove se ne mantenevano a
migliaia e migliaia.
Il fanatismo per loro era spinto a tale eccesso che, quando scoppiava qualche
incendio, si lasciavano magari arrostire le persone, ma si salvava ad ogni costo
il gatto della casa.
D'altronde leggi severissime li proteggevano. Qualunque suddito che ne avesse
ucciso qualcuno, sia pure anche per accidente, veniva irremissibilmente
condannato a morte. Si narra anzi, che dopo la conquista dell'Egitto da parte
dei romani, avendo un giorno, un cittadino dell'impero, in un momento di
collera, ammazzato uno di quegli animali, scoppiò fra la popolazione una tale
sommossa da mettere in serio pericolo le legioni latine e da costringere il
governo di Roma ad inviare truppe per sedarla!
Quando morivano - di morte naturale s'intende - gli Egiziani li imbalsamavano e
li mandavano, come abbiamo già veduto, a tener compagnia ai Faraoni ed ai
personaggi più cospicui sepolti nelle piramidi o negli immensi mausolei delle
più distinte famiglie.
La loro effige poi si trovava dovunque: sulle facciate dei templi, sui
monumenti, sugli obelischi. Le donne poi ci tenevano ad averne dipinti perfino
sui loro oggetti di toletta, sui vasi contenenti i profumi e sui loro gioielli.
Ma ciò che più sorprende si è che, quantunque il gatto non sia più adorato
oggidì in Egitto, né sia più considerato come un animale sacro, anche gli
arabi o egizi moderni lo tengono ancora in grande considerazione.
Eppure i mussulmani non hanno mai avuto un dio gatto od una dea gatta.
Tuttavia anche oggidì al Cairo si destina ogni anno una certa somma per nutrire
i gatti affamati e la grande carovana che si reca ogni anno alla Mecca, è
accompagnata sempre da una vecchia che porta sul suo cammello un carico di quei
felini e che viene perciò chiamata la mamma dei gatti.
Vi sono perfino delle persone che lasciano delle rendite abbastanza vistose per
i mici affamati.
Le richieste di gatti erano sempre numerose a Menfi ed il commercio ne era
sempre fiorentissimo e molte barche venivano mandate ogni anno nell'alto Egitto
per fare incetta, presso i nubiani, onde i templi ne avessero un numero
considerevole.
Non c'era quindi nulla di straordinario nell'arrivo di quella barca piena di
ceste, che dapprima aveva tanto allarmato il diffidente Ata.
"Non devono essere spioni quelli," disse Ata. "Sono certamente
degli onesti commercianti che nulla hanno da fare con Pepi. Lasciamoli pure
accostare."
La barca dei gatti, che si lasciava portare dalla corrente, essendo il vento
caduto, andò ad affondare le sue àncore, o meglio i suoi massi di pietra, a
una decina di metri dal veliero di Ata.
Un vecchio, che portava una barba posticcia fatta con una coda di bue e che
aveva la testa difesa da una parrucca, vedendo Ata ed i suoi compagni, li
salutò colla mano, gridando:
"Che il grande Osiride vi sia propizio, fratelli, e che Sebek - il dio
coccodrillo - vi guardi dai souq(3) e dai kale(4).
"Che Khnum - il dio fabbricatore degli essere umani - ti conservi lunga
vita," rispose Ata. "Dove vai?"
"A Menfi."
"Che cosa porti?"
"Dei gatti pel tempio di Hathor," rispose il barcaiolo. "Una
malattia è scoppiata fra quelle bestie sacre e sono incaricato di farle
surrogare con altre più sane e più robuste."
"Vieni dalla Nubia?"
"Sì, mio signore. E tu dove vai?"
"Devo fermarmi in parecchi luoghi."
"Buona notte, mio signore. Siamo molto stanchi e abbiamo bisogno di
riposo."
Si ritrasse dalla prora, ma prima fissò intensamente Nefer che stava dietro ad
Ata, ritta su una cassa, in modo da poter essere ben vista da tutto l'equipaggio
di quella barca.
Lo sguardo del vecchio e quello della maliarda s'incrociarono e sulle labbra
dell'uno e su quelle porpuree dell'altra apparve un leggero sorriso.
"Andiamo anche noi a riposarci," disse Ata. "Non abbiamo nulla da
temere da quegli uomini e la notte scorsa non abbiamo chiuso gli occhi."
Gli uomini della barca dei gatti si erano ritirati e sotto i casotti di prora e
di poppa e sulla loro tolda non si udiva che qualche miagolìo soffocato.
"Va' a dormire anche tu, fanciulla," disse Mirinri a Nefer. La
maliarda scosse il capo.
"Lasciami qui a studiare gli astri, mio signore," rispose dopo una
breve esitazione.
Vi era nella voce armoniosa della bella etiope una certa vibrazione che colpì
il giovane.
"Perché la tua voce trema?" egli chiese.
"Mi accade sempre così, dopo d'aver predetto il futuro a qualche illustre
personaggio. Non farci caso, mio signore."
"Le notti sono umide sul Nilo."
"Nefer abita da molti anni le rive del sacro fiume ed è abituata al suo
clima."
"Che cosa vuoi strappare agli astri? Non ti basta aver interrogata stamane
la grande anima d'Osiride?"
"Voglio conoscere anch'io il mio destino e questa notte è propizia. Il
cielo è limpido e saprò scoprire la stella che mi riguarda. Buona notte, mio
signore: va' a riposarti."
"Strana fanciulla," mormorò Mirinri, dirigendosi verso il casotto di
poppa.
Nefer era rimasta immobile, guardandolo allontanarsi. Ad un certo momento ebbe
come un sussulto e aprì la bocca, quasicché volesse richiamarlo, però nessun
suono le uscì.
Quando il giovane scomparve, un lungo sospiro le sfuggì e abbandonò le braccia
lungo il corpo con un moto di scoraggiamento, abbassando contemporaneamente il
mento sul petto.
"L'ha troppo profondamente colpito quella donna. Il sangue dei due Faraoni
si è incontrato e forse entrambi i cuori battono ormai. Chi arresterà il loro
palpito? Chi cancellerà dai loro sguardi la visione dell'uno e dell'altra? Ah!
Grande sacerdote, io credo che tu ti sia ingannato sulla potenza dei miei occhi!
Attraversò lentamente, sfiorando appena le tavole della tolda coi suoi piedini
nudi, facendo lievemente tintinnare gli anelli d'oro che le ornavano le caviglie
e andò ad appoggiarsi alla murata poppiera.
Una grande calma regnava sull'immensa fiumana. Le acque si svolgevano lente e
gorgogliavano dolcemente fra i papiri e le foglie di loto.
Le stelle, scintillanti come poche volte Nefer le aveva vedute, salivano
lentamente nel cielo trasparente e all'orizzonte scintillava ancora la cometa.
Una fresca brezza, carica del dolcissimo profumo dei loti bianchi, azzurri e
rossi, sibilava fra i cordami della nave, facendo fremere leggermente le vele
semicalate sulla tolda.
Nefer conservava una immobilità assoluta. I suoi sguardi stavano sempre fissi
sulla barca dei gatti la quale, sia che i suoi battellieri avessero allentate un
po' le funi che la trattenevano ai due massi calati sul fondo del fiume o che la
corrente l'avesse fatta deviare, erasi lentamente accostata al veliero d'Ata, in
modo che quasi lo rasentava.
Ad un tratto la fanciulla si scosse. Un'ombra era comparsa sulla tolda della
barca e scivolava silenziosamente verso la prora che era a solo qualche metro
dal veliero. Nello scorgerla la maliarda ebbe un sussulto.
Gettò un rapido sguardo dietro di sé. Quattro etiopi, lasciati di guardia,
stavano accoccolati presso l'albero di trinchetto e discorrevano a bassa voce,
senza occuparsi della fanciulla.
Quando questa tornò a curvarsi sulla murata di poppa, l'ombra aveva già
raggiunta la prora della barca dei gatti.
"M'intendi tu, Nefer?" chiese.
"Sì," rispose la maliarda.
"È lui?"
"Ormai non vi è più da dubitare."
"Proprio il figlio di Teti?"
"Sì."
"Il grande sacerdote d'Iside non si era dunque ingannato."
Nefer non rispose.
"Hanno creduto alla storia che tu hai loro narrato?"
"L'hanno ritenuta vera," disse Nefer abbassando la voce.
"Sarai capace di condurli in quell'isola?"
"M'hanno incaricata di guidarli."
L'uomo, che non era altro che il vecchio che aveva salutato per primo Ata, fece
udire un risolino sardonico.
"Sei una vera maliarda, Nefer," disse. "Tu tornerai a godere gli
splendori della corte."
La fanciulla sospirò a lungo.
"Egli ti aspetta nel tempio," riprese il vecchio. "Guai a te se
non saprai indurlo a seguirti e poi hai giurato, dinanzi ad Hathor ed a Iside,
di obbedirlo."
"Obbedirò."
"Sei riuscita ad ammaliarlo?"
"Non so ancora nulla."
"Non resisterà a lungo dinanzi alla tua bellezza. Pepi stesso cadrebbe
vinto dinanzi a te."
"Ma forse non il giovane Faraone," disse Nefer con profonda tristezza.
"Bisogna che ceda."
"Mi proverò."
"Egli non deve giungere a Menfi, m'hai capito. È l'ordine di Pepi e del
grande sacerdote."
"Lo incatenerò fra le mie braccia nel tempio degli antichi re Nubiani.
Va': ci rivedremo sull'isola.
Il vecchio le fece colla mano un gesto d'addio e s'allontanò senza far rumore,
scomparendo fra le vele calate sulla tolda.
Nefer stette un momento immobile, come immersa in profondi pensieri, poi alzò
il capo e fissò per qualche tempo una stella che scintillava presso la prima
dell'Orsa Maggiore.
"Sempre pallida," mormorò. "Quando la tua luce aumenterà? Se è
vero che anche tu sei un sole, brilla più viva per la felicità di Nefer."
Si coprì gli occhi colle mani, rizzandosi tutta, con una mossa felina, e
mormorando a mezza voce:
"Sarà lui che vincerà la maliarda; non io lui. Il fuoco arderà il mio
cuore, ma suo resterà freddo. Tutti cadranno dinanzi al mio sguardo e alle mie
malìe, fuorché il giovane Faraone. La vede, la sogna: perché sono giunta
troppo tardi? Maledetta Faraona, che la dea della morte ti sfiori colle sue nere
ali. Fatalità! La grande luce di Osiride non entrerà che nel suo cuore e
giammai nel mio!
Levò le mani e guardò in alto. La luna sorgeva allora al di sopra delle
immense foglie piumate delle palme ed i suoi raggi facevano scintillare le acque
del Nilo come argento fuso.
"Astro della notte, dimmi anche tu quale sarà il mio destino."
Una nuvoletta in quel momento passò dinanzi alla luna oscurandola lievemente.
Nefer scosse tristemente il capo.
"Tutto è contro di me," disse. "Tutti gli astri mi predicono che
la sventura piomberà un giorno su di me. Ah! Figlio del Sole, tu spezzerai la
mia vita!"
Attraversò il casseretto come un'ombra, senza produrre il più lieve rumore, si
arrestò un istante a guardare gli etiopi di guardia, che stavano ancora
accoccolati presso l'albero di trinchetto, raccontandosi chissà quali istorie,
poi entrò nel casotto, dove le era stata destinata una delle piccole cabine...
Quando Ata risalì in coperta, il sole era già un po' alto e sulle acque del
Nilo passavano stormi immensi d'ibis, che parevano diretti verso il basso corso.
Appena dato uno sguardo intorno, s'accorse che la barca dei gatti non vi era
più.
"Già partiti?" chiese ad uno degli etiopi di guardia.
"Sì, padrone," rispose il negro.
"Da molto?"
"Hanno spiegata la vela dopo mezzanotte."
"Perché tanta fretta?"
"Mi hanno incaricato di salutarti e mi hanno detto che partivano perché
vogliono giungere a Menfi prima della piena del Nilo."
"Infatti queste bande di uccelli che passano a masse compatte
l'annunciano," disse Ata, parlando fra sé. "Noi non abbiamo fretta,
anzi nessuna fretta."
Poi, alzando la voce, comandò:
"Spiegate le vele."
Mirinri e Ounis uscivano in quel momento dal casotto di poppa, accompagnati da
Nefer.
La fanciulla pareva che non avesse dormito, poiché i suoi occhi sembravano
stanchi. Aveva già fatta la sua toletta, riunendo in trecce i suoi bellissimi
capelli, che aveva poi stretti dietro la nuca con una pezzuola variegata di
finissimo lino a cui aveva appeso una lastrina di metallo dorato rappresentante
Pes, il deforme sposo di Hator, la Venere degli egiziani.
Si era inoltre dorate le unghie, come si usava in quell'epoca, e si era
strofinato il corpo con una certa polvere che lasciava sulla pelle dei riflessi
d'un verde bronzato del più gradevole aspetto, e aveva profumate le vesti di
mendesium, un profumo composto di resine, di mirra, di miele e di cannella, di
cui le donne egiziane facevano un consumo enorme e che per lo più veniva
preparato dalle sacerdotesse, dovendo servire anche nelle cerimonie religiose.
Mirinri involontariamente, appena uscito dal casotto, si era fermato a
guardarla.
"Sei bella, Nefer, più bella d'ieri," disse.
La maliarda ebbe un sorriso indefinibile.
"Dove hai trovato i profumi?"
"Li porto racchiusi nei miei gioielli, mio signore. Nei villaggi lontani io
non potrei trovare tutto ciò che occorre alla toletta d'una indovina. Ah!
Passano le ibis! Annunciano la piena."
"Che c'impedisca di raggiungere l'isola misteriosa?"
"Al contrario, mio signore. L'acqua coprirà tutte le rive e allagherà i
boschi e le campagne; ma per quanto s'innalzi non potrà invadere le terre di
quell'isola."
Mirinri stette silenzioso per qualche istante, seguendo collo sguardo gli stormi
d'ibis che passavano, senza alcun timore, al di sopra del piccolo veliero, poi
riprese:
"Sei mai stata a Menfi tu, Nefer?"
"Vi sono nata, mio signore: mi pare di avertelo già detto."
"È vero che il palazzo dei Faraoni è il più grandioso monumento che
abbiano innalzato gli Egiziani?"
"Non potresti fartene un'idea se non lo vedi coi tuoi propri occhi, Figlio
del Sole. Ma forse un giorno tu non solo lo vedrai, ma anche lo abiterai."
"Forse," disse Mirinri, guardando fissa la maliarda. "Il mio
posto è là e non qui; e v'entrerò da vincitore e da re."
Sul viso di Nefer passò come un'ombra di profonda tristezza.
"Tu pensi sempre a qualcuna che siede troppo vicina al trono del Faraone,
che oggi impera sul basso e sull'alto Egitto. Guarda che quella donna non ti
porti sventura."
Mirinri sorrise, facendo contemporaneamente un gesto come di uno che dimostra di
essere troppo sicuro di sé.
"Camminerò diritto, senza esitare, finché avrò compiuta la mia
missione," disse poi, con voce ferma.
"Puoi incontrare sulla tua strada degli ostacoli, che forse non supponi
quali possano essere."
"Li spezzerò, Nefer. Il mio braccio non tremerà."
"Ed il cuore?"
"Che cosa vuoi dire?"
"Sarà forte come il tuo braccio?"
"E perché no?"
"Avvampa di già per una fanciulla, che non so se sarà tua amica."
Mirinri sospirò e si passò due o tre volte una mano sulla fronte, che si era
improvvisamente imperlata di sudore.
"Sì," disse poi, come parlando fra sé, "non mi sarà mai
amica."
"Vi sono altre donne che valgono quella e che possono esserti devote fino
alla morte. Tu sei bello, sei giovane, sei valoroso, sei un Figlio del Sole:
quale cuore di femmina non batterebbe forte per te?"
"È impossibile," rispose il giovane. "Quella fu la prima donna
che vidi e che sentii tremare fra le mie braccia e che mi alitò in viso il suo
respiro profumato. Ella ha acceso nel mio cuore un tale fuoco, che non potrà
estinguersi che colla mia morte. Che importa a me che ella mi sia oggi nemica?
Cederà innanzi all'immensità del mio affetto per lei. La vendetta ed il suo
amore: ecco il solo scopo della mia esistenza."
Nefer ebbe un sussulto così forte che i cerchi d'oro che le ornavano le gambe e
le belle braccia tintinnarono rumorosamente.
"Che cos'hai, Nefer?" chiese Mirinri, volgendosi verso di lei.
"Mi è sembrato che in questo momento l'ala nera della morte mi abbia
sfiorato..." rispose la fanciulla.
"Mi sembri triste."
"Anche tu non mi sembri lieto, mio signore."
"È vero."
"Vuoi che io rallegri il tuo spirito? Io danzo, suono e canto e nella mia
cabina ho veduto appesa alla parete una ban-it e mi accompagnerò con quella. La
musica caccia la tristezza ed il canto rasserena le fronti. Guarda, il Nilo
comincia a montare: vado a salutare le sue benefiche acque, che scendono dai
misteriosi laghi della lontana Nubia.
Nefer, che pareva avesse riacquistata improvvisamente la sua gaiezza, entrò nel
casotto e ne uscì poco dopo portando con sé una specie d'arpa leggera, formata
da un bastone ricurvo a semicerchio fornito di quattro corde.
Attraversò la tolda, salì sulla prora esponendosi tutta a' raggi ardentissimi
del sole, poi, guardando le acque scintillanti di luce ed ergendosi come una
superba visione, intonò con una voce fresca, squillante come il suono d'una
campana d'argento, l'inno sul Nilo, che era stato messo in gran voga dai
letterati egiziani della X dinastia, semplice enumerazione di godimenti pacifici
e sicuri.
"Salute, o Nilo, a te che ti sei manifestato su questa terra, che vieni in
pace per dare la vita all'Egitto.
"Grande Osiride che conduci le tenebre nel giorno che ti aggrada,
irrigatore degli orti che il sole ha creati, per dare la vita ad ogni sorta di
bestiame!
"Tu abbeveri la terra in tutti i luoghi, via del cielo che scendi fra le
campagne, amico del popolo, e che illumini ogni dimora.
"Signore dei pesci, allorché tu risali sulle terre inondate nessun uccello
invade più i beni utili, creatore del grano, protettore dell'orzo, tu fai
perpetua la durata dei tempi, riposo delle braccia è il tuo lavoro per milioni
d'infelici".
La voce della maliarda, calda, squillante, si espandeva lontano nell'ardente
atmosfera, mescolandosi al sussurrìo delle acque e fondendosi dolcemente coi
suoni che le sue agili dita traevano dall'arpa. La foresta di palme che
coprivano le due rive rimanda l'eco di quelle parole, ripetendole nettamente.
Nefer pareva una divinità del Nilo ed era così bella coi suoi lunghi capelli,
che per caso o per arte si erano sciolti coprendo le sue belle spalle, che tutti
i battellieri si erano fermati come affascinati. Anche Ounis e Ata pareva che
fossero soggiogati e non staccavano gli sguardi dalla maliarda. Solo Mirinri
pareva che non vi prestasse molta attenzione. Si avrebbe detto che il suo
pensiero seguiva anche in quel momento la visione lontana, che lo aveva colpito
mortalmente al cuore e che quella fresca voce, che vibrava sempre più ardente e
più forte nell'aria, non riuscisse a scuotere la sua anima.
Quando Nefer ebbe lanciata nello spazio l'ultima frase, si era lentamente
voltata, fissando i suoi occhi nerissimi, ripieni di fuoco, su Mirinri. Vedendo
il Figlio del Sole seduto su una cassa, come in una specie d'abbandono, immerso
in un profondo pensiero, collo sguardo vago rivolto verso il fiume, un sordo
singhiozzo venne a morire sulle labbra della fanciulla ed i suoi occhi si
offuscarono, coprendosi d'un velo umido.
Si raccolse con una mossa nervosa i capelli, imprigionandoli in un cerchio
d'oro, lasciò cadere l'istrumento e s'avviò lentamente verso poppa, passando
accanto a Mirinri. Questi non si era mosso; sembrava anzi che non si fosse
nemmeno accorto che l'inno del Nilo era cessato e che la maliarda gli era
passata così vicino da sfiorarlo colla sua veste.
Ounis, che aveva seguito attentamente la manovra di Nefer, aveva aggrottata la
fronte.
"L'ama," sussurrò ad Ata.
"Una maliarda osar amare il Figlio del Sole!" esclamò l'egiziano.
"Questa sera la farò gettare nel Nilo."
"Tu sei un cattivo politico," rispose Ounis, sorridendo. "Se
quella fanciulla riuscisse a scuotere le fibre di Mirinri, sarei ben lieto. È
il ricordo della Faraona che io vorrei strappargli dal cuore. L'amore di quella
principessa non potrebbe essere che fatale a questo giovane."
"E tu credi che Nefer riuscirà?"
"È bella, ha delle seduzioni a cui ben pochi uomini potrebbero resistere,
nemmeno un discendente del sole. Non sarebbe d'altronde la prima volta che i
Faraoni s'imparentano coi principi nubiani."
"Tu dunque credi a quanto ti ha narrato."
"Sì," disse Ounis. "Una figlia del popolo non avrebbe un viso
così perfetto, né una taglia così snella, né mani e né piedi così piccoli.
Ha sangue principesco nelle sue vene."
"E la lascierai amare Mirinri."
"Farò di più," rispose il vecchio. "Alimenterò la sua passione
pel Figlio del Sole. Chissà: i suoi occhi potrebbero cancellare dal cuore di
Mirinri quelli della Faraona. Il pericolo non sta in questa fanciulla, bensì
nell'altra, perché quella potrebbe col suo amore attraversare il nostro
progetto e sottrarre alla mia vendetta Pepi."
"Tuo..."
"Taci," disse Ounis, con voce imperiosa, mettendogli rapidamente un
dito sulla bocca. "Quel segreto non appartiene che a me e non lo si
conoscerà che il giorno in cui io rientrerò nell'orgogliosa Menfi e che il mio
piede calpesterà il simbolo di vita e di morte."
Ounis, così parlando, si era trasfigurato. Una terribile espressione di collera
intensa si leggeva sul suo viso, mentre nei suoi occhi avvampava una fiamma
sinistra.
"Tu non perdonerai," disse Ata che lo guardava.
"Mai," rispose il vecchio, con voce fremente. "I quindici anni di
solitudine che io ho trascorsi nel deserto, per sottrarre alla rabbia
dell'usurpatore il futuro re dell'Egitto, non hanno spento l'intenso desiderio
di vendetta. Ho sete del suo sangue."
"Tu farai quello che vorrai, Ounis. I vecchi amici di Teti il grande,
saranno pronti a tutto quando il momento sarà giunto."
"E giungerà" disse Ounis. "Lento sì, ma sicuro ed il saluto che
tutto il popolo deve al suo re echeggierà ancora nel palazzo reale di
Menfi."
Una brusca scossa che subì la barca lo interruppe. Ata aveva gettato uno
sguardo al di sopra del bordo.
"La piena," disse. "Ecco l'onda che passa. Anche il Nilo ci aiuta
nella nostra impresa.
CAPITOLO DODICESIMO
La piena del Nilo
Il Nilo, questo immenso fiume che sbocca dai grandi laghi equatoriali, al
pari del Gange, ha goduto anticamente una fama divina. Per i sudditi dei Faraoni
non scendeva dai laghi dell'interno del continente nero, bensì direttamente dal
cielo e non avevano certo torto di adorarlo, perché senza quel fiume l'Egitto
non sarebbe mai esistito.
"L'Egitto è un dono del Nilo," ha lasciato scritto Erodoto ed infatti
esso tutto ha creato: il suolo e le sue produzioni, le occupazioni degli uomini,
il loro carattere nazionale, le loro istituzioni politiche e sociali.
Senza quel benefico fiume, i Faraoni non avrebbero certo regnato e la loro
grande civiltà non sarebbe mai esistita, perché nessun popolo avrebbe potuto
vivere su quel suolo sabbioso, arso dai cocenti raggi del sole e perciò
assolutamente sterile.
Sono state le acque del Nilo a conquistare l'Egitto, il quale non è altro, in
realtà, che un'oasi poco più lunga di duecento leghe, che in certi punti non
ha che una larghezza di una e che solo nel suo basso corso raggiunge le venti.
Solo il delta acquista grandi proporzioni, formando un immenso triangolo
fangoso, d'una fertilità straordinaria e anche quello è una conquista del
Nilo, non già sulle sabbie deserte, bensì sul mare che ha costretto a poco a
poco a ritirarsi dinanzi alle enormi masse di terra che ha, per centinaia e
centinaia di secoli, sottratta alle misteriose regioni dell'Africa centrale.
Dove non giungono le acque di quel fiume è il deserto. Ed infatti quella lunga,
ma sottile striscia di terra fertile confina, sia a destra che a sinistra, ossia
a ponente ed a levante, colle sabbie.
La fertilità di questa striscia la si deve tutta alle piene periodiche di
quella gigantesca arteria acquatica.
Al principio del solstizio d'estate, il Nilo, con una precisione matematica,
comincia a gonfiarsi A causa delle grandi piogge equatoriali e continua ad
aumentare tutti i giorni, senza foga e senza fretta, e raggiunge la sua massima
piena nell'equinozio autunnale.
Tutte le terre basse vengono coperte e le più alte, giacché ve ne sono lungo
le rive, diventano, per infiltrazione, molli e fangose. Su quella terra il
benefico fiume depone ogni anno quel limo prezioso, strappato alle terre vergini
dell'interno, che serve di concime ai campi.
È come una miniera inesauribile di terra fertilissima, migliore di quella
arricchita col guano, che il prodigo fiume regala gratuitamente ai suoi fedeli
adoratori.
Passato l'equinozio, le acque a poco a poco si ritirano e su quella terra
nerastra, ancora molle e grassa, l'egiziano getta i suoi semi, i quali si
svilupperanno più tardi senza bisogno d'alcun aiuto. Infatti il lavoro agricolo
non è necessario; il contadino egiziano non ha bisogno di guadagnarsi la sua
raccolta col proprio sudore, come da noi.
Le sementi, gettate alla superficie del suolo, affondano da loro in quella terra
ancora satura d'acqua, il calore solare le sviluppa e non rimane a quei
fortunati fellah che attendere la maturazione delle messi le quali danno quasi
sempre dei raccolti favolosi.
Non si creda però che il Nilo, (malgrado l'origine divina attribuitagli dagli
antichi egizi pei quali esso era il dio Api e per le cui acque avevano una tale
venerazione da condannare a morte coloro che si fossero permessi di profanarlo
col gettarvi dentro un cadavere, sia d'uomini che di animali) sia un fiume
diverso dagli altri.
Non tutte le piene avvengono regolarmente, né sempre così abbondanti. In certi
anni la sua corrente diventa impetuosa, minacciando gravi disastri e tal'altra
è così scarsa da non riuscire a bagnare tutti i terreni destinati alla
coltivazione.
La mano dell'uomo però è riuscita a mettere un riparo all'uno e all'altro
pericolo ed i Faraoni per primi, malgrado la mancanza di mezzi potenti, hanno
fatto compire qua e là opere imponenti, che i secoli non sono riusciti a
distruggere, quali dighe, canali per condurre le acque con una certa eguaglianza
in tutte le provincie, grandiosi serbatoi artificiali per trattenerla
allorquando diventava troppo abbondante e attivare sistemi d'irrigazione per le
terre elevate.
Con quelle opere i Faraoni protessero il loro regno contro l'invasione delle
sabbie che lo insidiavano, conservando ai futuri Egiziani la fertilità del
terreno, senza di che non avrebbero potuto sussistere.
La barca di Ata, dopo la prima ondata che era passata larga e spumeggiante,
rumoreggiando fragorosamente fra le due rive, aveva ripresa la sua lenta marcia,
giacché, come abbiamo detto, la piena non si manifesta né improvvisa, né
irruenta.
Le acque del fiume che prima erano limpide, cominciavano a diventare verdastre e
ad intorbidirsi. Dopo alcuni giorni avrebbero cambiato tinta e sarebbero
diventate sanguigne.
Al sussulto che aveva subito il veliero, Mirinri si era scosso, poi si era
alzato, guardando Ounis.
"È nulla," rispose il vecchio. "È la piena che comincia."
"Nefer l'aveva preveduta" disse il Figlio del Sole, che pareva si
fosse in quel momento risvegliato da un lungo sogno. "Ci trarrà più
rapidi a Menfi, è vero Ounis?"
"Sei impaziente di vedere la grande città?"
"Sì, assai impaziente. Che cosa ho veduto io fino ad oggi? Sabbie e
piramidi, palme e coccodrilli e nemmeno un atomo di quello splendore a cui avevo
diritto."
"Non aver fretta, Mirinri. Dobbiamo aspettare che tutto sia pronto per la
riscossa, che ti darà in mano il regno più potente che esista sulla
terra."
"La pazienza non è fatta per la gioventù, specialmente quando questa
sente scorrersi nelle vene il sangue di guerrieri. E Nefer, dov'è?"
"Eccomi, mio signore," rispose la fanciulla, che gli si era accostata
silenziosamente.
"Poco fa non cantavi tu?"
"Sì, mio signore."
"Credevo di aver sognato."
Nefer chinò la sua bella testa e sorrise tristemente.
"La mia voce non rallegrerà mai l'animo del Figlio del Sole," disse.
Mirinri non rispose. Guardava la riva del fiume, su cui si vedevano parecchie
schadouf, quelle macchine primitive che servivano a sollevare ed a espandere
l'acqua attraverso le terre alte, che venivano mosse da un solo uomo e dinanzi
alle quali s'abbeveravano alcuni buoi.
"Lo vedi Nefer?" chiese indicando colla destra qualche cosa.
"Anche quel giorno insidiava così la giovane Faraona, che io ho strappato
quasi dalle sue mascelle."
"Che cosa, signore?"
"Il coccodrillo; fra poco quell'avido animale avrà la sua preda. Lo vedi
come si tiene immerso?"
Nefer si era curvata sulla murata. Un mostruoso rettile, lungo più di sei
metri, s'apriva dolcemente il passo fra i papiri e le larghe foglie delle piante
di loto, che la piena a poco a poco copriva, dirigendosi verso la riva, dove un
grosso toro, tutto nero, stava dissetandosi.
"Lo vedi?" chiese per la seconda volta il giovane, che pareva
s'interessasse vivamente delle manovre del mostro.
"Sì," rispose Nefer.
"Va' ad assalire il toro."
"Lo credi, mio signore?"
"E lo farà suo."
Nefer stette un momento silenziosa, poi gli chiese a bruciapelo, con uno strano
accento:
"È dalle mascelle terribili di uno di quei temsah(5) che tu hai strappato
la Faraona?"
"Sì," rispose Mirinri. "Stava per addentarla e avrebbe di certo
divorato quelle delicate carni, se io non fossi intervenuto a tempo."
"Potevi morire, mio signore."
Il giovane scrollò le spalle.
"Un Figlio del Sole non muore così facilmente," disse poi, quasi con
noncuranza. "Io non ho mai avuto paura di quei mostri, come non ho mai
temuto i leoni."
"Sicché tu saresti capace di uccidere anche quello?"
"Sì, se fosse necessario."
"Ma perché hai esposto la tua vita preziosa per quella donna? Forse
perché era una Faraona?" chiese Nefer con impeto.
"Io ignoravo che ella fosse una principessa. Non lo seppi che parecchi
giorni dopo, quando rinvenni fra le erbe della riva il simbolo di vita e di
morte, che essa aveva perduto."
Negli occhi neri e profondi di Nefer brillò un lampo strano.
"Ah!" mormorò.
"Guardalo, Nefer," ripetè Mirinri, che non si era accorto
dell'agitazione intensa che si era impadronita della maliarda. "Lo vedi
come manovra fra i papiri e le piante di loto? Non sporge che l'estremità del
suo muso. Ancora un passo ed il toro sarà preso."
Nefer sembrava che non lo ascoltasse. I suoi sguardi però seguivano
attentamente il mostruoso coccodrillo che continuava ad avanzarsi.
Ad un tratto salì sulla murata, come se avesse voluto vedere meglio il dramma
che stava per svolgersi.
Essendo in quel luogo la corrente quasi ferma in causa d'un grande banco che si
estendeva parallelamente al fiume, tutto ingombro di piante acquatiche, la
piccola nave aveva interrotta la sua corsa, strisciando la sua carena fra i
papiri che ingombravano il fondo. Tutti gli etiopi e anche Ounis e Ata si erano
collocati lungo le murate, per osservare le manovre del gigantesco sauriano.
Il toro, uno splendido animale di forme massiccie, con lunghe corna ricurve
all'indietro, continuava a bere tranquillamente, tuffando quasi tutto il muso
nell'acqua, mentre dietro di lui una mezza dozzina di mucche pascolavano, senza
che nessuno le sorvegliasse.
Ad un tratto un muggito rauco, selvaggio, gli sfuggì e lo si vide fare uno
sforzo poderoso per trarsi indietro.
Fatica vana. Il coccodrillo l'aveva sorpreso e l'aveva afferrato pel naso,
piantandogli profondamente i primi denti e serrandoglielo come entro una morsa.
"Lo ha attanagliato!" esclamarono gli etiopi.
"Ed è perduto," disse Mirinri.
"Purché non gli si offra una preda migliore," mormorò Nefer con voce
cupa.
Il toro opponeva una resistenza disperata, per non farsi trarre in acqua e
puntava forte le zampe, irrigidendo i poderosi garretti, mentre il mostro
continuava a stringere, fissando la grossa preda coi suoi occhi glauchi e senza
espressione.
Per sua mala sorte, la riva satura d'acqua pel principio della piena era
diventava fangosa, sicché cedeva sotto i larghi e robusti zoccoli del povero
ruminante e, negli sforzi che faceva, le sue zampe affondavano sempre, sicché
si trovava nell'impossibilità d'indietreggiare.
Dei muggiti dolorosi, soffocati, gli uscivano dalla bocca, mentre una bava
sanguigna gli usciva dalle nari che il sauriano continuava ferocemente a
tenagliare. I suoi fianchi poderosi pulsavano fortemente e la sua coda sferzava
l'aria, mentre i suoi occhi si dilatavano, irrigandosi di sangue e
s'ingrossavano come se volessero uscire dalle orbite.
Il coccodrillo rimaneva immobile, fissando sempre l'enorme preda. Aspettava che
il toro, semisoffocato, cadesse, per trascinarlo nel fiume,
D'improvviso si udì un tonfo seguito da un grido di Ounis:
"Nefer è caduta! Giù la pietra!"
La maliarda, sia che avesse perduto l'equilibrio, sia che fosse stata colta da
un capogiro, era precipitata nel Nilo scomparendo fra le acque verdastre che in
quel luogo dovevano essere assai profonde.
Il coccodrillo, udendo quel tonfo che gli annunciava un'altra preda più facile
ad acquistare, aveva aperte le mascelle lasciando libero il toro e si era
voltato vivamente, agitando furiosamente la coda.
Nefer in quel momento ricompariva a galla a pochi passi dal tribordo della
piccola nave. I suoi veli leggeri si erano distesi sulla corrente ed i suoi
occhi si erano subito fissati su Mirinri che si era slanciato, d'un colpo solo,
sulla murata.
"Nefer!" gridò il giovane. "Un'arma! Un'arma!"
Un etiope passava in quel momento rasente la murata, per calare in acqua la
scialuppa che era adagiata sulla poppa. Nella cintura aveva un pugnale di bronzo
dalla lama larga ed a doppio taglio. Levarglielo di colpo e precipitarsi a
capofitto nel fiume fu un momento.
Un grido terribile era sfuggito dalle labbra del vecchio:
"Mio... disgraziato! Che cosa fai?"
"Giù il canotto!" aveva urlato dal canto suo Ata, che si era fatto
pallidissimo. "Salviamo il Figlio del Sole!"
Il coccodrillo, che aveva ormai veduta Nefer, la quale si manteneva a galla
agitando febbrilmente le mani, si precipitava con quell'impeto irresistibile che
è proprio di quei bruti.
Con pochi colpi di coda aveva attraversata la massa dei papiri e delle piante di
loto bianchi e rossi e si dirigeva a tutta corsa verso quel delicato corpo
umano, che non poteva opporre la tenace resistenza del poderoso toro. Già aveva
aperte le enormi mascelle per tagliare in due la maliarda, quando Mirinri emerse
proprio dinanzi a lui.
Il fiero giovane stringeva nella destra il pugnale. Con un colpo dei piedi, non
curante del grave pericolo che lo minacciava, si frappose fra Nefer ed il
sauriano e gli vibrò due colpi terribili attraverso le mascelle spalancate,
squarciandogliele fino al collo.
Pazzo di dolore, grondante sangue dalle due enormi ferite, lo schifoso sauriano
si contorse spaventosamente, lasciandosi sfuggire una specie di muggito che
rassomigliava al rullo d'un grosso tamburo poderosamente percosso, battè due o
tre volte precipitosamente la coda, sollevando delle vere ondate, poi fuggì fra
i papiri nascondendovisi in mezzo.
Mirinri si era voltato ed aveva afferrata la fanciulla attraverso il corpo,
abbandonando l'arma che non era più necessaria.
Nefer era svenuta e stava per affondare. Il prode giovane ebbe appena il tempo
di sollevarle il capo fuori dall'acqua.
Con un poderoso colpo di tallone si alzò sulla corrente che minacciava di
travolgerlo e si mise a nuotare gagliardamente verso il piccolo veliero che se
ne andava lentamente alla deriva.
"Presto, Mirinri!" aveva gridato Ounis, mentre gli etiopi calavano
frettolosamente la scialuppa.
"Vengo," rispose semplicemente il sovrano eroe.
Si era serrato contro il petto Nefer e lottava poderosamente contro la corrente,
che la piena aveva fatto diventare rapida. I lunghi capelli della fanciulla gli
si erano attortigliati al collo, ma pareva che il Figlio del Sole non provasse
alcuna emozione.
Con due bracciate raggiunse la scialuppa che s'avanzava a tutta forza di remi,
affidò Nefer agli etiopi che la montavano, poi, senza aver bisogno d'alcun
aiuto, a sua volta si issò sopra il bordo, sedendosi su uno dei banchi. Pareva
che una profonda preoccupazione lo turbasse.
"Non è morta, vero?" chiese ad Ata, che era sceso nella scialuppa
assieme ai battellieri.
"No, mio signore," rispose l'egiziano che teneva fra le braccia Nefer.
"Il suo cuore batte e presto tornerà in sé. Perché hai esposto la tua
vita preziosa per questa maliarda? Il coccodrillo era grosso e forte e poteva
tagliarti in due."
Mirinri alzò le spalle e sorrise. Poi, dopo un momento di silenzio, rispose:
"Un re deve ben occuparsi della salvezza dei suoi sudditi, se è vero che
io sia una Faraone."
"Ne dubiti?" chiese Ata facendo un gesto di stupore.
"No," rispose Mirinri.
La scialuppa aveva raggiunto il piccolo veliero. Il giovane si aggrappò alla
fune che era stata gettata e salì sulla tolda, dove Ounis lo aspettava in preda
ad una profonda emozione.
"Tu sei il figlio del gran Teti," gli disse il vecchio. "Tuo
padre avrebbe fatto altrettanto. Prima un leone, oggi un coccodrillo."
"Non era quello che inseguiva la Faraona," disse Mirinri. Poi
aggiunse, come parlando fra sé:
"No: il corpo di quella fanciulla non mi ha dato lo stesso fremito. Il
sangue è rimasto muto."
CAPITOLO TREDICESIMO
Il tatuaggio di Nefer
Gli antichi Egiziani avevano, per la maggior parte, una vera venerazione per
quel brutto anfibio che rappresentava e rappresenta anche oggidì la voracità,
la rapacità e la distruzione; venerazione interessata perché lo riguardavano
come un essere benemerito distruggendo i rettili di piccole dimensioni.
Ne avevano anzi fatto una specie di semidio, consacrandolo a Tifone, il genio
simboleggiante il male, del quale i coccodrilli calmavano il furore.
A Eracleopoli la grande, a Tebe, a Coptos, a Ombos presso la quale sorgeva una
città chiamata La città dei coccodrilli, si adoravano quei brutti mostri e
specialmente a Menfi, dove si aveva una grande venerazione per una specie di
coccodrillo, forse oggi scomparso, molto meno vorace di quello attuale e che gli
antichi Egiziani chiamavano serchus.
I sacerdoti di quella città ne tenevano un gran numero in bacini appositamente
scavati, li addomesticavano, li paravano con ornamenti preziosi, braccialetti,
orecchini, collane e perfino mettevano sulla loro testa dei cappelli, forse per
ripararla dai raggi troppo ardenti del sole. Che più? Nelle loro feste
religiose serbavano per quegli schifosi sauriani il miglior posto d'onore ed i
devoti non trascuravano mai, il giorno in cui scadeva la festa di Tifone, di
accorrere in massa a offrire loro un gran numero di vivande chiamate sacre e
perfino del vino! Sembra che in quell'epoca non sdegnassero il succo che ci ha
regalato papà Noè.
Alla loro morte poi, quei rettili venivano accuratamente imbalsamati con sale e
olio di cedro ed altri aromi e si collocavano in grandi urne attorno alle quali
venivano tracciati dei cerchi che poi si consacravano con un rito speciale.
In alcune città e sopratutto a Menfi, l'adorazione degli Egiziani per quei
mangiatori d'uomini era spinta a tale grado che se un povero diavolo moriva
vittima dei denti formidabili d'uno di quei sauriani, sia in terra che nelle
acque del Nilo, i suoi resti, se ne rimanevano, venivano imbalsamati e sepolti
con grandi onori nelle tombe più superbe della città, e se si trattava d'un
personaggio d'alta condizione questi veniva tumulato nel medesimo luogo ove
aveva trovata la morte.
Nessun parente od amico poteva toccare quella salma, dopo che i sacerdoti vi
avevano tracciato intorno il circolo sacro, perché il morto veniva considerato
come possedente una natura superiore alla comune dei mortali... semplicemente
perché non era stato tanto lesto da darsela a gambe prima di venire mezzo
divorato!
Da questi esempi si può giudicare come fossero grandi il fanatismo e la
superstizione di quel popolo antico, che pure giunse al culmine della civiltà
nei primordi della vita umana.
Dobbiamo però dire che non tutti gli Egiziani consideravano il coccodrillo come
un semidio, poiché ogni città ed ogni provincia aveva il suo animale sacro,
che onorava alla sua maniera e avveniva sovente che in una provincia limitrofa a
quella in cui si rendevano fanatici onori al coccodrillo, questo culto fosse
detestato come cosa abominevole, divergenza che era sovente causa di
rappresaglie sanguinose.
Gli abitanti di Elefantina per esempio, non vedevano altro in quel brutto
rettile che un nemico dell'uomo ed invece di rispettarlo lo cacciavano
assiduamente e non avevano alcun scrupolo a mangiarne le carni, poco curandosi
del suo sgradevole odore di muschio.
Il piccolo veliero, dopo l'eroica impresa del giovane Faraone, aveva ripresa la
sua corsa, aiutata da una fresca brezzolina che soffiava da mezzodì.
Il Nilo si gonfiava rapidamente, coprendo a poco a poco i papiri che
ingombravano le sue rive e le larghe foglie delle piante di loto. Le sue acque a
poco a poco perdevano la sua tinta verdastra e diventavano rossastre, come se vi
avessero versato dentro delle enormi quantità di sangue.
Di quando in quando una grande ondata sopraggiungeva, allargandosi con lunghi
muggiti e scuotendo fortemente il veliero.
Mirinri, dopo d'aver salvato la maliarda, pareva che fosse ricaduto nelle sue
fantasticherie, poiché aveva ripreso il suo posto abituale, sull'orlo del
casseretto di poppa, su una grande cassa, come se l'impresa straordinaria che
aveva compiuto ed il pericolo fosse stato un semplice giuoco. Sembrava che
avesse dimenticato completamente Nefer che pure aveva riportata a bordo fuori
dei sensi.
Ounis e Ata si erano però subito occupati della giovane, che avevano fatta
trasportare nel casotto di poppa. Sia l'emozione provata o l'acqua che aveva
inghiottito, la fanciulla non era ancora in sé, quantunque Ounis si fosse
subito occupato di lei per riattivarle la respirazione. Stava strofinandole
vigorosamente le membra, quando un grido sfuggì al vecchio.
"Possibile! Che io sia diventato cieco? Guarda anche tu, Ata! Io stento a
credere ai miei occhi!
La leggera mussola variopinta che copriva il corpo della fanciulla si era
slacciata e sulle bronzee e ben tornite spalle il vecchio sacerdote aveva
veduto, con suo immenso stupore, tatuato un piccolo serpente colla testa
d'avvoltoio, in colore azzurro.
Ata, udendo il grido del vecchio, si era rapidamente accostato al lettuccio su
cui giaceva la fanciulla.
"Il tatuaggio del diritto di vita e di morte!" aveva esclamato a sua
volta. "Il simbolo dei Faraoni, dei Figli del Sole!"
"Lo vedi?"
"Sì, Ounis."
"Dunque questa fanciulla ha mentito quando affermava di essere una
principessa nubiana! Solo i Faraoni hanno il diritto di portare questo
tatuaggio."
"È vero, Ounis," rispose Ata che guardava, con crescente stupore,
quel serpentello che spiccava vivamente sulla spalla destra della fanciulla.
Il vecchio aveva incrociate le braccia guardando Ata.
"Che cosa ne dici tu?"
"Che questa fanciulla deve essere di stirpe reale," rispose Ata.
"Il simbolo lo dimostra chiaramente, nessuno oserebbe portare un simile
tatuaggio se non ne avesse il diritto. La morte ed una morte orrenda
attenderebbe colui che si facesse incidere sulle proprie carni un tale segno e
tu lo sai meglio di me Ounis, tu che..."
"Taci!" disse il vecchio, interrompendolo bruscamente.
Era diventato pensieroso e guardava intensamente Nefer, ancora assopita, ma che
già respirava liberamente.
"Che sia la Faraona che Mirinri ha salvato? E come sotto queste
vesti?"
"L'avrebbe riconosciuta," disse Ata.
"Tu che hai vissuto alla corte di Pepi sai bene quante figlie ha?"
"Una sola: Nitokri."
"Nessun'altra?"
"No."
"Sei ben certo?"
"Sì, Ounis."
"E... l'altra?"
"La tua?"
"Taci, Ata!" disse il vecchio con voce strozzata. "Dov'è? Non si
è mai saputo nulla?"
"Scomparsa, forse uccisa da Pepi."
Uno spasimo supremo aveva alterato il viso del vecchio; ma non ebbe che la
durata d'un lampo.
"Un giorno Pepi me ne renderà conto," disse con voce cupa e come
parlando fra sé.
I suoi occhi si erano nuovamente fissati su Nefer specialmente su l'ureo, sul
simbolo faraonico che era rimasto ancora scoperto.
"Sì," rispose, dopo parecchi istanti di silenzio. "Questa
fanciulla non può essere che una Faraona che forse Pepi, chissà per quali
scopi, ha tenuta lontana dalla corte e che a nessuno ha fatto conoscere. Che sua
madre fosse un'ebrea?"
"Mi era venuto il medesimo sospetto, Ounis," disse Ata.
"Od una caldea?"
"Può darsi anche questo."
"Lasciami solo, Ata, e che nessuno entri. Nefer sta per tornare in
sé."
Infatti la fanciulla aveva fatto un gesto colla mano destra, come per
allontanare qualche cosa, poi un lungo sospiro le era uscito dalle labbra.
Ata era uscito in punta di piedi, chiudendo dietro di sé la porta.
Il vecchio continuava a fissare intensamente Nefer. Pareva che cercasse di
scoprire sul bellissimo viso della maliarda qualche segno, qualche particolare
ma senza riuscire nell'intento poiché di quando in quando scuoteva la testa con
un moto d'impazienza e di collera e mormorava:
"Troppo tempo è trascorso."
Ad un tratto Nefer fece un nuovo movimento, poi gli uscì dalle labbra, debole
come un soffio, un nome:
"Mirinri!"
Ounis aveva aggrottata la fronte poi subito si rasserenò.
"L'ama," mormorò. "Anche questa è una Faraona ma è meno nemica
dell'altra. Se riuscisse a far breccia nel cuore di Mirinri e scacciare l'altra
sarebbe una fortuna. Chissà!"
Prese la fanciulla per una mano e la scosse dolcemente dicendole:
"Apri gli occhi, Nefer. Devo parlarti."
La fanciulla tardò alquanto a obbedire, poi le sue palpebre s'alzarono
lentamente ed i suoi occhi nerissimi, sempre animati da quell'intensa fiamma, si
fissarono su Ounis.
"Tu, mio signore," disse.
Poi, come se avesse riacquistato improvvisamente le sue forze, s'alzò a sedere
di scatto, coprendosi la spalla sulla quale stava impresso il simbolo di vita e
di morte.
"E Mirinri?" chiese con angoscia.
"Non temere per lui," rispose Ounis. "Quel Figlio del Sole non si
lascia divorare dai coccodrilli."
"Io non lo vedo qui."
"È in coperta."
Una viva espressione di dolore alterò per qualche istante il volto della
maliarda.
"Pensa sempre all'altra" mormorò.
"Sei caduta o ti sei gettata in acqua, Nefer?" chiese a bruciapelo
Ounis.
"Perché mi fai questa domanda, mio signore?" chiese la fanciulla
sussultando.
"Perché in quel momento la barca era quasi immobile e l'onda era già
passata. Una danzatrice, che sembra possegga la leggerezza e l'agilità d'uno
sparviero, non può lasciarsi sfuggire un piede. Non sei caduta: ti sei
gettata."
Nefer lo guardò senza rispondere: aveva però un aspetto così imbarazzato che
non sfuggì agli sguardi indagatori del vecchio sacerdote.
"Hai voluto provare se Mirinri ti amava, è vero?" riprese Ounis.
"Volevi assicurarti se per te avrebbe fatto ciò che aveva osato colla
giovane Faraona."
Nefer chinò il capo e rimase ancora muta.
"Io ho sorpreso il tuo segreto, fanciulla, tu l'ami."
La maliarda fece colla testa un segno di diniego; Ounis l'arrestò con un gesto.
"Ti sei tradita da per te," disse poi. "La prima parola che ti è
uscita dalle labbra appena sei tornata in te è stato il nome del Figlio del
Sole. E perché non potresti tu amarlo? Sei anche tu una Faraona."
"Io?!" esclamò Nefer scattando, mentre un lampo di gioia infinita le
brillava negli occhi. "È impossibile! Tu ti sei ingannato o ti hanno
ingannato. Io sono una etiope e non già una egiziana."
"Io ho scorto poco fa, su una delle tue spalle, il simbolo che solo i
Faraoni hanno il diritto di portare. Chi ti ha fatto dunque quel
tatuaggio?"
"Non lo so, mio signore," rispose Nefer. "So di avere un segno su
una delle mie spalle e mai ho saputo che cosa volesse significare, né chi me lo
avesse fatto. Certo doveva essere ancora una bambina quando me lo incisero sulla
carne."
"Rappresenta l'ureo, il distintivo di regalità dei Faraoni."
"Anch'io una Faraona!" esclamò per la seconda volta la fanciulla.
"No, è impossibile."
"Fruga nella tua memoria e cerca di risvegliare dei lontani ricordi. Tu non
hai conosciuto tuo padre?"
"Forse, ma quando morì in guerra contro gli Egiziani dovevo essere
piccina."
"E tua madre, sì?"
"Te lo dissi già. Godeva fama di essere una grande indovina."
"Era bianca o bruna?"
"Bruna, molto bruna: era vero tipo delle donne dell'Alto Nilo."
"Bella?"
"Sì, bellissima."
"Quando è morta?"
"Io era ancora giovanissima quando fu divorata da un coccodrillo presso la
seconda cateratta."
"Sei scesa sola verso il basso Egitto?"
"No, insieme ad un uomo che seppi poi essere un grande sacerdote."
"Chi era?"
Nefer ebbe una lunga esitazione, poi disse: "Non lo so.
"Dove ti ha lasciato?"
"Sulle rive dell'isola ove sorge il tempio di Kantapek."
"E non l'hai più riveduto?"
" Mai più," rispose la fanciulla, dopo una seconda esitazione.
"Della tua prima infanzia non ricordi nulla?"
Nefer sembrò raccogliersi e fare uno sforzo prodigioso, poi disse con voce
lenta:
"In certi momenti, quando il mio pensiero ricorre al passato, mi sembra di
rivedere delle sale immense sfarzosamente ammobiliate, dei templi grandiosi
pieni d'idoli, dove legioni di sacerdoti e di danzatrici facevano echeggiare i
sistri sacri; delle piramidi immense e degli obelischi colossali, poi un grande
fiume coperto di barche dorate. Mi sembra di vedere ancora soldati e schiavi
inginocchiati dinanzi ad un uomo che sedeva su un trono d'oro, tutto cinto di
grandi ventagli di penne di struzzo col manico lunghissimo. Ma vi è nel mio
cervello come una nebbia che io sono impotente a diradare. Sono sogni o realtà?
Io non lo so."
"Cerca di ravvisare quell'uomo che sedeva su quel trono," disse Ounis.
"È impossibile, mio signore. Quando lo tento mi pare che un fitto velo
cali fra me e lui e me lo nasconda."
"Eppure io non dispero che tu possa un giorno ricordartelo."
"Perché t'interessa tanto quell'uomo?" chiese Nefer con un po' di
diffidenza.
Questa volta fu Ounis che non rispose. Stette per alcuni istanti immobile, poi
uscì dalla cabina e risalì in coperta, molto pensieroso.
Nefer si era lasciata scivolare dal lettuccio e lo aveva seguito
silenziosamente.
"Dunque?" chiese Ata, quando vide ricomparire Ounis.
"Non sono riuscito a saper nulla," rispose il vecchio. "Eppure vi
è in me un terribile dubbio."
"Quale?"
"Che Sahuri non sia morta."
"Tua..."
"La figlia di Teti," disse Ounis, precipitosamente.
"Eppure io non ho trovato più nessuna traccia di lei alla corte di Pepi,
né in Menfi. Io sono certo che l'hanno annegata nel Nilo."
Uno spasimo supremo alterò il viso di Ounis.
"Un giorno noi lo sapremo," disse poi con voce cupa.
Si era bruscamente voltato. Nefer s'avanzava lentamente, accostandosi a Mirinri,
che stava appoggiato alla murata di babordo, guardando distrattamente le acque
che rumoreggiavano fra i papiri e che cominciavano già a coprire le rive più
basse.
"Ti debbo la vita, mio signore," disse la fanciulla toccandolo
lievemente su una spalla.
"Ah! Sei tu, Nefer?" rispose il giovane. "Sei ancora
bagnata?"
"S'incaricherà il sole di asciugarmi."
"Sai che il coccodrillo che ti voleva divorare l'ho ucciso? Le ferite che
io dò non guariscono."
"Tu sei un prode."
"Mio padre era un grande guerriero, "rispose semplicemente Mirinri,
senza nemmeno volgersi."
"Eppure non credevo che tu ti gettassi in acqua per salvarmi."
"Perché?"
"Io non sono quella Faraona; sono un'altra, ma pur io Faraona."
Mirinri si era voltato vivamente, guardandola, con profondo stupore.
"Tu dici?" chiese, corrugando la fronte.
"Porto tatuato su di me l'ureo."
"Tu!" ripetè.
"Io."
Mirinri con uno strappo improvviso si lacerò la leggera tunica che gli copriva
il dorso e mise a nudo la sua spalla poderosa.
"Guarda qui, Nefer," disse.
"Lo vedo: il simbolo del potere."
"È uguale al tuo?"
"Sì."
"Chi sei tu dunque?" gridò Mirinri.
"Te lo dissi: una Faraona, ma non quell'altra che hai salvato prima di me,
"rispose Nefer con sottile ironia."
"Tu mi avevi detto di essere una principessa etiope."
"Io ignoravo che cosa volesse significare quel tatuaggio."
"Chi te lo spiegò?"
"Io," disse Ounis che si era fermato a breve distanza.
"Tu non puoi ingannarti," disse Mirinri.
Poi, dopo d'aver guardato Nefer, le disse:
"Ebbene, se siamo entrambi Figli del Sole, saremo come fratello e
sorella."
Nefer non rispose. Aveva solo abbassato il capo e quell'ombra intensa di
tristezza che già il vecchio sacerdote aveva notata, era ricomparsa sul suo
viso.
In quel momento si udì Ata a gridare:
"Ecco la fortezza di Abon ed ecco là delle colazioni pei coccodrilli.
Aprite gli occhi e stiamo in guardia. Un pericolo forse si cela laggiù."
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
L'isola delle ombre
Tutti si erano voltati, guardando verso la riva sinistra, dove, su di
un'altura, sorgeva una costruzione di forme massiccie, formata da parecchie
torri colle pareti in pendenza e le cime irte di merlature grossolane, collegate
da grosse muraglie che sembravano bastioni.
Gli Egiziani di quelle remote epoche se avevano curato molto la costruzione dei
loro giganteschi monumenti, non avevano trascurate le loro fortificazioni,
quantunque nessuna di esse avesse dato prova di resistere lungamente agli
attacchi degli invasori, che si rovesciarono sull'Egitto durante le ultime
dinastie.
In ciò erano molto inferiori agli Incas del Perù ed agli Aztechi del Messico,
tuttavia ne avevano create molte, abbastanza formidabili, specialmente ad Abydos,
dove sussistono ancora molti avanzi di fortificazioni con poche feritoie, porte
aperte a grandi distanze che davano accesso a tortuosi corridoi costruiti nello
spessore delle pareti, pieni di insidie pel nemico che riusciva a cacciarvisi
dentro.
Non era però quella specie di castello ciò che aveva attirati gli sguardi di
Mirinri e dei suoi compagni.
Erano due o trecento antenne, allineate lungo la riva del fiume, proprio dinanzi
alla fortezza, e ognuna delle quali portava infisso un cadavere umano dalla
pelle quasi nera. Tutti quei disgraziati avevan la punta dell'asta infissa
profondamente nel petto e le loro braccia e le loro gambe pendevano inerti, già
mezze scarnate dal becco degli sparvieri che volavano intorno in gran numero.
"Chi sono quegli uomini?" aveva chiesto Mirinri, il quale non aveva
potuto celare un fremito d'orrore.
"Dei prigionieri di guerra, che hanno avuto la disgrazia di cadere vivi
nelle mani dei soldati di Pepi," rispose l'egiziano.
"È così che si uccidono?"
"Quando invece non si tagliano loro le mani, onde non possano più
impugnare un'arma," disse Ounis.
"E forse quegli uomini avevano combattuto valorosamente per la difesa del
proprio paese," disse Mirinri, come parlando fra se stesso. "È questa
la civiltà egizia? Quando salirò io sul trono queste infamie non si
commetteranno più."
"Tu sei un generoso ed un nobile cuore," disse Nefer, guardandolo con
ammirazione.
"E costoro chi sono?" chiese il giovane, che osservava attentamente la
fortezza.
"Sembrano soldati," rispose Ata, aggrottando la fronte. "Vedo
delle barche nascoste al di là dell'altura. Che vengano a farci una visita?
Ecco quello che non desidererei."
Due drappelli d'uomini, che avevano attorno alle anche dei perizomi di grossa
tela, con un piccolo grembiale di cuoio che scendeva fino alle ginocchia, il
petto avvolto in larghe fascie per difenderlo dai colpi di picca e sul capo
degli ampi berretti a grandi righe, che ricadevano sulle loro spalle in modo da
riparare tutta la nuca, scendevano la china avviandosi verso la riva.
Tutti portavano scudi di pelle, quadrati sotto e semirotondi in cima, ed erano
armati di picche a tre punte, di certe specie di scuri col manico lunghissimo,
nonché di daghe dalla lama larga e pesante.
"Che vengano qui?" chiese Ounis, che sembrava inquieto.
"Non sono che una quarantina," disse Ata. "I miei etiopi avranno
facilmente ragione di loro, se vorranno arrestarci."
"Che siano stati avvertiti che io sono su questa barca?" chiese
Mirinri.
"Non so, mio signore; però si direbbe che intorno a noi aleggi il
tradimento. Eppure dei miei uomini sono sicuro come di me stesso."
"Forse non sono che delle semplici supposizioni," disse Ounis.
"Non vi siamo che noi e abbiamo tutto l'interesse di mantenere l'incognito.
"Eppure vengono: guarda. Non vedi, Ounis, che s'imbarcano?"
"E noi lasciamoli venire e prepariamoci ad affogarli tutti, Ata,"
disse Mirinri, che conservava la sua calma abituale. "Non si prende un
reame lasciando la spada nella guaina."
I due drappelli erano scomparsi per un momento dietro un gruppo di enormi palme,
poi erano ricomparsi a bordo di due barche che non rassomigliavano affatto a
quella di Ata, che era un vero veliero che anche i fenici, quegli intrepidi
navigatori del Mediterraneo, grandi commercianti e grandi pirati insieme, gli
avrebbero invidiato; quelle erano barche di forme massiccie, che terminavano sia
a poppa che a prora in due punte altissime, in forma quasi d'un mezzo S, con un
casotto che occupava quasi tutta la lunghezza e sulla cui cima si erano
collocati alcuni guerrieri armati di archi.
Gli altri soldati si erano messi ai due lati e manovravano i remi.
Quantunque la corrente fosse aumentata di velocità, le due pesanti imbarcazioni
non tardarono a giungere a portata di voce, essendo da qualche po' il vento
caduto.
"Ohe!" gridò uno dei due comandanti del drappello. "Che Hathor
vi protegga e che Tifone tenga sempre lontani da voi i temsah (coccodrilli) ma
ditemi chi siete e dove andate."
"Siamo mercanti che si recano a Denderah," rispose Ata, mentre i suoi
etiopi scivolavano silenziosamente dietro le murate, onde essere pronti ad
impedire un abbordaggio. "Che cosa vuoi da noi?"
"Venivo a chiederti se hai uno scriba a bordo."
"Per che cosa farne?"
"Abbiamo da tagliare quattrocento mani e non vi è fra tutti noi uno che
possa prendere nota degli uomini destinati al supplizio e mandare una copia al
re."
"Chi sono costoro?"
"Dei nubiani che abbiamo fatti prigionieri ieri. Ne vedi già un bel numero
impalati sulla riva, ma ne abbiamo ancora trecento," rispose il comandante
del drappello, "e debbono subire anche essi le leggi della guerra."
In quel momento dietro la folta linea di palme che s'allungava sulla riva si
udirono delle urla spaventevoli, che parevano mandate non già da esseri umani,
bensì da belve in furore. Era un coro infernale di ululati, di ruggiti, di
rantoli da far gelare il sangue.
Mirinri, a rischio di compromettersi, erasi rizzato dietro alla murata, colla
daga in mano, gridando con voce minacciosa:
"Che cosa fanno laggiù?"
"Strappano la pelle del petto a quelli che non subiranno la mutilazione
delle mani," rispose tranquillamente il comandante.(6)
"Voi non siete dei guerrieri, siete dei vili sciacalli!" tuonò il
giovane.
I soldati che montavano le due barche, sbalorditi da quel linguaggio, che mai
prima di allora avevano certo udito, si erano guardati l'un l'altro.
"Giovane, in nome di chi parli?" chiese il comandante.
"Se l'osi, sali sulla mia barca e vieni a vedere il simbolo di vita e di
morte tatuato sulla mia spalla, ma quando l'avrai veduto, ti farò gettare nel
fiume in pasto ai coccodrilli e sterminerò i tuoi uomini."
"Imprudente!" disse Ata. "Che cosa hai fatto, mio signore?"
Mirinri non lo ascoltava.
"Su, amici!" gridò, volgendosi verso gli etiopi.
I trenta battellieri si erano alzati come un solo uomo dietro le murate, cogli
archi tesi, pronti a far piovere sulle due scialuppe una tempesta di dardi.
L'atto audace del futuro re e anche l'attitudine decisa ed il numero degli
etiopi, parve che calmasse l'umore bellicoso del comandante e dei suoi uomini.
La possibilità poi che egli fosse un vero principe, viaggiante in incognito, li
decise a volgere frettolosamente indietro ed a fuggire più che in fretta verso
il castello, senza aver osato lanciare una sola freccia.
"Seguiamo anche noi il loro esempio," disse Ata. "Tu, signore,
hai commesso una grave imprudenza. Noi ignoriamo quanti uomini ci sono in quella
rocca e di quante barche possono disporre."
"Vengano," rispose semplicemente Mirinri. "Basterà mostrare loro
l'ureo che io ho tatuato sulla pelle se è vero che questo serpente colla testa
d'avoltoio è l'insegna del potere supremo. È vero Ounis?"
"Tu un giorno sarai un gran re," si limitò a rispondere il vecchio.
"Tuo padre avrebbe fatto altrettanto e anche quello era un grande
sovrano."
"Purché possa sedermi sul trono dei miei avi..." rispose Mirinri,
sorridendo.
"Ti ho mostrato l'astro che faceva scintillare la sua lunga coda e quello
era un buon segno che annunciava un cambiamento prossimo della dinastia
regnante."
"Vedremo: confido nell'avvenire."
Mirinri aveva ripreso il suo posto consueto, sedendosi sull'orlo del piccolo
cassero; Nefer si era collocata a breve distanza da lui e sembrava occupata a
guardare le rive del maestoso fiume, tutte coperte di gigantesche palme dum, che
già tuffavano nelle acque le loro radici.
Il Nilo continuava a gonfiarsi, invadendo a poco a poco le campagne, dove ormai
non si trovavano più né grano, né orzo, né lino. Dove trovava un'apertura,
la corrente irrompeva con lunghi muggiti e si riversava attraverso le terre con
incredibile rapidità, fertilizzandole col suo prezioso limo.
Fra gli animali appiattati fra i cespugli avveniva allora un fuggi fuggi
generale e si vedevano balzare attraverso i solchi, con rapidità prodigiosa,
truppe di graziose gazzelle, bande di antilopi dalle lunghe corna sottili e
sciami di sciacalli urlanti, mentre s'alzavano per l'aria immensi stormi d'ibis
bianche e nere, di aironi e di anitre.
La barca, che aveva il vento in favore, correva rapidissima, tenendosi
costantemente verso la riva sinistra, sulle cui alture apparivano, di quando in
quando, delle rovine imponenti, che parevano di antichi templi o di fortezze
diroccate, forse avanzi di città distrutte dai Faraoni delle prime dinastie, i
quali avevano portate le loro armi ben lungi dal Delta, scacciando a poco a poco
i popoli nubiani che le occupavano.
Anche quel giorno trascorse, senza che apparisse sull'immensa distesa d'acqua,
che sempre più allargavasi, l'obelisco che doveva indicare l'isola misteriosa.
Alle domande che Ounis e Ata avevano rivolte a Nefer, questa aveva semplicemente
risposto:
"Aspettate: il Nilo non ha raggiunto la gran piena."
Altri due giorni trascorsero. Le rive erano ormai scomparse. Il Nilo pareva che
fosse diventato un grande lago dalle acque torbidissime, quasi rossastre.
Verso il tramonto del quarto giorno, Ata segnalò quattro grossi punti neri, che
scendevano la corrente, tenendosi a breve distanza l'uno dall'altro. Quasi nel
medesimo istante si udì Nefer a gridare:
"Ecco l'obelisco profilarsi dinanzi a noi: l'isola di Kantapek è là.
Mirinri e Ounis si eran voltati, guardando nella direzione che la fanciulla
indicava col braccio teso.
Sulla superficie delle acque, che il sole faceva rosseggiare e scintillare
vivamente, si distingueva ad una grande distanza un'alta linea oscura che
spiccava nettamente sul luminoso e purissimo orizzonte.
"Lo scorgi, mio signore? chiese Nefer al giovane Faraone, con uno strano
tono di voce.
"Sì," rispose Mirinri.
Poi la guardò aggiungendo:
"Che cos'hai Nefer? Mi sembri commossa."
La fanciulla volse altrove il capo, come per sfuggire lo sguardo del giovane,
poi rispose:
"No, t'inganni, mio signore."
Ata in quel momento li raggiunse, dimostrando sul suo viso una estrema
apprensione.
"Te lo avevo detto, mio signore, che tu avevi commessa una grave
imprudenza," disse, volgendosi verso Mirinri.
"Perché?"
"Vi sono quattro grosse barche che scendono il fiume e che mi hanno l'aria
di volerci dare la caccia."
"Che siano legni armati da guerra?" chiese Ounis che aveva trasalito.
"Ne sono certo."
"Da che cosa lo arguisci?" domandò Mirinri.
"Dall'altezza del loro albero e dall'ampiezza della loro vela."
"Che siano montate da quei soldati che suppliziavano i prigionieri di
guerra?"
"Questo è il mio sospetto."
"Che cosa puoi temere ora che l'isola di Kantapek è in vista?" chiese
Nefer, intervenendo. "Quale egiziano oserebbe accostarsi a quelle rive,
dove si crede che le anime dei re nubiani errino per vendicare la loro razza
distrutta dai primi Faraoni? Essa è là, dinanzi a noi, pronta a offrirci un
rifugio e nessuno ci seguirà fino al gigantesco obelisco."
"E troveremo anche là altri nemici e più pericolosi," dissero Ounis
e Ata.
"Come ho scongiurati i piccioni fiammeggianti, scongiurerò gli spiriti dei
nubiani," rispose la fanciulla. "Non sono forse io una maliarda? Con
una mia invocazione li obbligherò a rientrare nei loro sarcofaghi dove da
secoli dormivano."
"Sei certa della tua potenza?" chiese Ounis.
"Sì, mio signore, e se vuoi io te ne darò una prova sbarcando da prima
sola su quell'isola, essendo necessario che il mio incantesimo, onde abbia
efficacia, io vada a recitarlo in mezzo agli alberi che coprono l'isola."
"E tu, fanciulla, oseresti tanto?" chiese Mirinri, che non poteva fare
a meno di ammirare tanta audacia.
"Sì, pur di salvare il futuro mio re," rispose Nefer.
"All'isola e senza perdere tempo," disse Ata. "Quelle barche si
dirigono verso di noi. Vi è su quelle rive una cala qualunque che sia
sufficiente per ancorare la nostra barca?"
"Sì, dinanzi all'obelisco."
Ata corse a poppa e prese il lungo remo che serviva in quell'epoca da timone,
mentre Mirinri e Ounis si portavano a prora per sondare il fondo del fiume.
Essendo la corrente molto rapida, non trattenendola più le masse fitte dei
papiri ormai tutti scomparsi sotto la piena, il piccolo veliero s'avanzava
veloce, mentre le quattro barche segnalate sembravano non aver nessuna fretta
d'accostarsi all'isola, che cominciava a delinearsi nettamente.
L'obelisco ingrandiva a vista d'occhio, giganteggiando sull'orizzonte, che gli
ultimi raggi del sole tingevano d'un rosso ardente e mandava dei riflessi
acciecanti come se fosse interamente dorato o coperto di qualche altro metallo
risplendente.
"Chi lo ha innalzato?" chiese Mirinri a Nefer che lo guardava
attentamente.
"Non lo so, mio signore," rispose la fanciulla, quasi distrattamente.
"Lo si direbbe tutto d'oro."
"È solo dorato(7), almeno così mi dissero."
"Che le favolose ricchezze dei re nubiani siano nascoste là dentro?"
"No," rispose Nefer asciuttamente. "So io dove si trovano."
"Dunque sei stata parecchie volte qui?"
"Una sola, te lo dissi."
"Ma vi sono dei sacerdoti che guardano quei tesori?"
"Scongiurerò anche quelli, se ci saranno ancora; credo però che il mio
fidanzato abbia scambiato delle ombre per degli esseri viventi."
"Non lo avrebbero acciecato."
Nefer non rispose. Pareva che fosse assai preoccupata ed inquieta. Anzi un
tremito nervoso agitava fortemente le sue braccia ed i suoi occhi cercavano di
non incontrarsi mai con quelli del Figlio del Sole.
Con due bordate, soffiando la brezza abbastanza forte, la barca raggiunse
finalmente l'isola, rifugiandosi in una piccola cala le cui rive erano coperte
da immense palme e alla cui estremità si rizzava maestoso l'enorme obelisco
dorato, lanciando la sua punta a più di quaranta metri d'altezza.
CAPITOLO QUINDICESIMO
Gli scongiuri di Nefer
L'uomo moderno, che oggidì visita i luoghi ove l'antica civiltà egiziana
eresse monumenti grandiosi, che resistettero per cinquanta o sessanta secoli
alle intemperie, alle sabbie dei deserti, alle piene del Nilo, al furore dei
Caldei, degli Assiri e dei Persiani - che piombarono nella grande vallata del
Nilo abbattendo Menfi e Tebe, le due più colossali e le più meravigliose
città che tutto il mondo antico invidiava alle dinastie faraoniche - se si
ferma meravigliato dinanzi alla grandiosità delle piramidi che racchiudono
mummificate le salme degli antichi re, rimane maggiormente stupito dinanzi ai
pochi, ma imponenti obelischi che ergono, ancora orgogliosamente, le loro punte
verso il cielo infuocato.
Una domanda spunta subito sulle labbra di chi si ferma, dinanzi a quegli enormi
blocchi di granito innalzati a trenta o quaranta metri: quali mezzi hanno
impiegato gli antichi egizi per sovrapporre a tanta altezza quei massi?
Quali sforzi prodigiosi hanno fatto per riuscire? Questa istessa domanda ha
tormentato per tanti secoli gli egittologi e solamente da poco, dopo lunghissime
indagini, sono riusciti a scoprire il mezzo ingegnoso a cui sono ricorsi quei
celebri costruttori.
La mano d'opera non mancava nell'Egitto, anzi non costava quasi nulla al
governo. Quando un re desiderava farsi innalzare una piramide, un obelisco, un
tempio, faceva spopolare d'un tratto solo tutta intera una provincia, i cui
abitanti, artigiani, operai, agricoltori, qualunque fosse insomma la loro
professione erano registrati sotto la direzione degli architetti reali. I vecchi
ed i fanciulli vi erano essi pure iscritti, occupandoli nei lavori meno
faticosi, nella preparazione della calce e nel trasporto dei rottami.
Allorché la prima massa di lavoratori era esaurita o decimata dagli stenti e
dal clima bruciante, la si rinviava al suo paese e si reclutavano gli abitanti
d'un'altra provincia.
I Faraoni non concedevano a quei disgraziati che il vitto e molto scarso per di
più.
Tutte le gigantesche costruzioni dell'Egitto, piramidi, canali, serbatoi, dighe,
sotterranei e templi, furono eseguiti in tale modo e non fu che più tardi che
quei lavoratori furono sostituiti coi prigionieri di guerra.
Come si vede la mano d'opera non mancava, erano invece i mezzi potenti che
facevano difetto, poiché gli Egiziani non possedevano alcuna macchina atta ad
innalzare quei blocchi enormi, che le braccia umane, per quanto abbondanti, non
potevano che smuovere.
Come dunque sono egualmente riusciti ad innalzare quegli obelischi che formano
ancora oggidì l'ammirazione degli architetti e degli ingegneri moderni? In un
modo curiosissimo che solo la mente ingegnosa di quegli uomini straordinari
poteva immaginare.
Mancando di macchine, si servivano d'un piano inclinato che cominciava a qualche
metro dal luogo dove l'obelisco doveva venire innalzato e che si distendeva per
oltre un paio di chilometri con una pendenza lievissima.
Sulla parte più alta costruivano un muro anche quello inclinato ed un po' più
alto dell'obelisco e sulla sommità formavano un coronamento di grossi tronchi
d'albero profondamente infissi dovendo sopportare il peso intero dell'immensa
colonna.
Bastavano pochi uomini per far salire la rampa all'obelisco, disposto colla base
innanzi, sopra curli di legno durissimo che rotolavano su un tavolato portatile.
Quando la base aveva oltrepassato lo spigolo del muro di quasi un terzo della
sua lunghezza, gli operai, collocati sui piloni, coll'aiuto di funi solidissime
facevano girare l'obelisco attorno al conoramento della scarpa guidandolo fra
due file di tronchi disposti a guisa di piuoli.
La discesa dell'enorme massa la effettuavano poi lentamente, togliendo man mano
attorno alla base dell'obelisco la sabbia precedentemente accumulata in modo da
farlo posare sul punto preciso segnato sul basamento. Riusciva poi facile, a
quegli instancabili lavoratori, dare al monolito la dovuta posizione verticale,
stabilendo un semplice tavolato fra la rampa ed il pilone.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Appena gettata la grossa pietra che serviva d'àncora e calate sul ponte le
vele, Mirinri, Ata ed Ounis si erano subito portati sul casseretto, premendo
assicurarsi innanzi a tutto della direzione presa dalle grosse barche, che
sospettavano montate da guerrieri dell'usurpatore, incaricati di catturarli,
prima che potessero giungere a Menfi.
Con loro non poco piacere le videro dirigersi lentamente verso la riva opposta e
affondare le loro pietre, come se i loro equipaggi avessero presa la risoluzione
di passare colà la notte.
"Ci tengono d'occhio," disse Ata, con inquietudine. "Non hanno
osato accostarsi a quest'isola, ma temo che non ci lascieranno tanto facilmente.
Nefer ha avuto una buona idea di guidarci qui, purché gli spiriti dei re
Nubiani non ci diano maggiori fastidi di quelli che potremmo avere da quei
guerrieri. Io temo più i morti che i vivi."
"Ti ho detto che io saprò placare le loro anime e che le farò rientrare
nel serdab(8) del tempio."
"Quale potere soprannaturale possiedi dunque, fanciulla?" disse Ounis.
"È mia madre che mi ha insegnato a placare gli spiriti. D'altronde, mio
signore, io te ne darò prova. Fa gettare una tavola sulla riva e lascia che
scenda a terra. Lancierò lo scongiuro in mezzo alla foresta."
"Tu sola!" esclamò Mirinri.
"Sì, mio signore," rispose Nefer con voce tranquilla.
"E non avrai paura?"
"Di che cosa?"
"Non vi sono belve feroci su quest'isola?"
"No, che io sappia."
"Ed i coccodrilli li hai dimenticati?"
"Le rive sono tutte così ripide da impedire a loro di salirle."
"Io non divido la tua fiducia, Nefer. Lascia che ti accompagni. La mia daga
è salda e ti proteggerà."
"Lo scongiuro non avrebbe nessun effetto e nessuno deve assistere al rito
che io compierò sotto gli alberi."
"Quale rito?"
"Non te lo posso dire, mio signore. Noi abbiamo delle cerimonie da compiere
che non possiamo svelare a nessuno. Lasciami andare e non temere per me.
D'altronde, se anche mi toccasse una disgrazia, che cosa t'importerebbe?"
disse la fanciulla con profonda amarezza.
Mirinri, che aveva compreso dove mirava la fanciulla ed a che cosa alludeva,
credette opportuno non rispondere, tuttavia la guardò con una certa ansietà.
"Addio, mio signore" riprese Nefer, vedendo che la tavola era stata
già gettata. "Se io tardo, non inquietarti, poiché lo scongiuro che io
lancierò sotto gli alberi potrebbe non essere sufficiente ed in tale caso sarei
costretta a ripeterlo dinanzi al tempio."
"Lascia che ti accompagni fino alla riva," disse Mirinri.
"Sia, mio signore, purché tu non varchi la prima linea degli alberi."
Attraversarono insieme la tavola, mentre Ata e Ounis spiavano ansiosamente le
quattro grosse barche, temendo che preparassero qualche sorpresa approfittando
dell'oscurità della notte, e si fermarono dinanzi ad una vera muraglia di
verzura che sembrava quasi impenetrabile.
"È là il passo," disse Nefer, indicando al giovane un piccolo
squarcio aperto fra le camerope a ventaglio e le enormi palme dum che si erano
ammassate sulla riva, collegate fra di loro da giganteschi festoni di piante
parassite.
Nefer, che si era fermata, fece segno a Mirinri di non avanzare un passo di
più. La strana fanciulla appariva in quel momento in preda ad una vivissima
commozione ed i suoi occhi avevan perduto in quel momento tutto il loro superbo
splendore. Un forte tremito faceva tintinnare i suoi braccialetti.
"Che cos'hai?" chiese Mirinri, sorpreso da quell'improvvisa commozione
che aveva subito rimarcata.
"Nulla, mio signore" rispose Nefer con voce soffocata.
"Tremi come se tu avessi freddo."
"È l'umidità della notte forse che mi fa trasalire così."
"E anche nella tua voce vi è come un tremito. Avresti paura? Aspetta che
sorga il sole per lanciare lo scongiuro."
"Devo pronunciarlo nelle tenebre. Gli spiriti non escono che di
notte."
"E credi tu che siano veramente spiriti? Io ho visitate più piramidi e mai
ho veduto uscire dai loro sarcofaghi quelli che da secoli vi dormivano dentro.
Se fossero invece degli esseri viventi?"
"No, sono ombre, mio signore."
"Sei risoluta?"
"Sì, mio signore. Se tu rimani qui udrai il canto dei morti che io
griderò in mezzo alla foresta."
La voce di Nefer, dapprima tremante, a poco a poco si era rinfrancata; il
tremito invece delle sue membra non era cessato. Stette un momento silenziosa,
col capo chino, poi s'allontanò bruscamente, dicendo:
"Addio, mio signore: che Iside, Osiride e la vacca Hathor proteggano il
Figlio del Sole, che Apap, il serpente del genio del male stia lontano da
te."
Nefer scomparve attraverso lo squarcio aperto nella immensa muraglia di verzura.
La fanciulla camminava rapidamente, come se già altre volte avesse attraversato
la folta foresta che copriva quell'isola, gettata attraverso il maestoso Nilo.
Non voltò nemmeno per vedere se Mirinri l'aveva seguita. Era d'altronde certa
che il giovane non si sarebbe mosso dalla riva, poiché, cosa strana, gli
Egiziani, al pari di tutti i popoli primitivi, se non avevano paura della morte,
ne avevano molta degli spiriti dei morti.
La fanciulla però non sembrava tranquilla. Anzi si sarebbe detto che un
improvviso accesso di disperazione o di collera intensa l'avesse colta.
Delle frasi spezzate uscivano dalle labbra e le sue dita tormentavano
nervosamente le sue vesti, lacerando la leggera stoffa.
"Maledetti..." mormorava, stridendo i denti: "Vogliono tenerlo
lontano... troncargli la via gloriosa che dovrebbe condurlo verso il trono del
Sole... E io nulla posso fare... Sedurlo... addormentarlo tra le mie braccia....
O gli splendori della corte che io ho appena gustati nella prima gioventù o la
morte! Perché non scegliere un'altra invece di me? Perché anch'io sono una
Faraona, ma figlia di chi? Quale mistero regna sulla mia nascita? E quel
miserabile sacerdote mi tiene nelle sue mani!... E riuscirò io?... Ama troppo
l'altra e non ha compreso che io mi struggo per lui... che non sogno che lui...
che darei la mia vita per lui e che attraverserei il fiume infernale che va a
bagnare i campi divini d'Aaseron(9).
Si era fermata. Al di sotto delle larghe foglie delle palme regnava una profonda
oscurità ed a malapena attraverso quella massa di verzura si poteva distinguere
qualche stella.
Un silenzio assoluto regnava intorno alla fanciulla, non soffiando alcun alito
di vento. Solo in lontananza muggiva cupamente il Nilo, che la piena aveva reso
più impetuoso.
"Mi udranno?" si chiese, dopo d'aver fatto qualche passo innanzi.
Si guardò intorno cercando di distinguere qualche cosa, poi si rizzò e alzando
la voce in modo da poter essere udita anche da Mirinri, se questi, come era da
supporsi, non aveva lasciata la sponda, gridò:
"Oh tu, Amenti, che sei il signore della montagna e che hai il potere di
creare le anime quando te l'ordina Osiride, ascolta la parola di una fanciulla
di stirpe divina, perché sono figlia di quel Râ (il sole) che si alza tutti i
giorni sull'orizzonte orientale del cielo e che la nera dea Nut protegge coll'ombra
delle sue ali. Tu sei possente, perché la tua lingua tocca e lambisce il cielo,
la terra ed avviluppa ogni cosa; tu sei grande perché sei il dio che regna
nell'emisfero inferiore e la tua forma è nel cielo, nella terra, nelle piante,
nelle acque del Nilo e la luce che sfolgori è pari a quella di Toum, che oggi
è Osiride e domani è Râ e tutto puoi. Io voglio che tu renda agli spiriti che
vagano su questa isola la loro bocca per parlare, le loro gambe per camminare,
le loro braccia per rovesciare i nemici, come sta scritto nel Libro dei morti
che Osiride ci diede, onde se ne vadano lontani e possano raggiungere la barca
del Sole. Nefer ha parlato: è una maliarda ed una Figlia del Sole che Nut
protegge. Raccogli gli spiriti erranti e chiamali nei campi divini d'Aaseron.
Attendo!...".
La fanciulla aveva appena terminato quelle parole, quando sotto la vôlta
immensa delle grandi foglie si udì un fragore assordante, che pareva prodotto
da qualche enorme tamburone furiosamente percosso e che durò qualche minuto,
poi un'ombra umana comparve, accostandosi silenziosamente alla maliarda.
"Egli ti aspetta nel tempio," le disse quando fu vicina.
Nefer provò un forte fremito.
"Vieni," disse l'ombra.
"Ti seguo," rispose la fanciulla con un sospiro.
Si misero in cammino. L'uomo la precedeva di alcuni passi, scostando i rami che
in quel luogo erano molto bassi e dopo pochi minuti s'arrestarono presso una
gigantesca costruzione di forma quadrata, dinanzi alla quale si ergevano due
obelischi molto meno alti di quello che giganteggiava sulla riva e delle sfingi
di mostruose proporzioni, allineate su una doppia fila.
"Entra, Figlia del Sole," disse la guida arrestandosi.
Nefer si diresse verso una porta larga alla base e stretta verso la cima e si
trovò in una immensa sala, la cui vôlta era sorretta da un numero infinito di
colonne tutte scolpite e coi capitelli che s'allargavano in forma d'una larga
campanula.
Una piccola lampada, sospesa in alto, illuminava a malapena il centro del gran
tempio.
"Sei tu, Nefer?" chiese una voce dall'accento rude.
"Sì, sono io, Her-Hor," rispose la fanciulla.
Un uomo era comparso improvvisamente, uscendo fra le due colonne centrali. Era
un vecchio di sessanta o settant'anni, di statura molto alta, dai lineamenti
duri, cogli occhi nerissimi e vivissimi ancora, malgrado l'età.
Indossava una specie di zimarra di lino bianchissimo, molto ampia, stretta alle
reni da una fascia gialla che ricadeva sul dinanzi ed aveva sul capo un
fazzoletto pure giallo a righe nere, che gli scendeva sulle spalle. Ai piedi
portava dei sandali di papiro e dal mento gli pendeva una di quelle strane barbe
posticcie, di forma quadrata, che erano molto in voga in quell'epoca, quantunque
rendessero coloro che le portavano di un aspetto tutt'altro che simpatico.
Nefer, nel vederlo, era diventata pallidissima ed un lampo d'ira le era balenato
negli occhi.
"Ho veduto la loro barca ad approdare," disse il vecchio. "Tu sei
una fanciulla meravigliosa e Pepi ha scelto bene. È lui dunque?"
"Sì," rispose Nefer abbassando il capo.
"Proprio il figlio di Teti?"
"Sì."
"Non ci eravamo ingannati. T'ama?"
"Non mi pare finora."
Una profonda ruga si disegnò sulla fronte del vecchio.
"È necessario che t'ami, tu lo sai. Forse non hai tentato tutte le
seduzioni. Chi potrebbe resistere a te che sei la più bella fanciulla del Basso
Egitto? Chi non fremerebbe dinanzi ai tuoi occhi meravigliosi e alle tue forme
divine?"
"Eppure non mi ama ancora, grande sacerdote," rispose Nefer.
"Deve amarti: Pepi lo vuole, tu sai che ogni volontà del re è
comando."
"Pensa ad un'altra."
"Che il Capro di Mendes e che il dio Api mi uccidano sul colpo!"
gridò il vecchio. "L'altra non lo amerà mai!"
"Che ne sai tu, Her-Hor?" chiese Nefer. "Tu non puoi scrutare il
cuore di Nitokri, la figlia di Pepi."
"Egli è un nemico che potrebbe strappare il trono a suo padre."
"L'amore vale talvolta meglio d'un trono."
Her-Hor fece un gesto di collera, poi, cambiando bruscamente tono, disse:
"Tutto è pronto. Ricordati che devi impedirgli di giungere a Menfi e di
addormentarlo qui. Ricchezze e feste, danze e profumi, vini inebbrianti, carezze
e gli occhi tuoi: cadrà e dimenticherà il suo grande sogno."
"E se t'ingannassi, gran sacerdote?" chiese Nefer con ironia.
"Tutto dipende da te: vuoi rivedere gli splendori della corte e riprendere
il posto che ti spetta per diritto di nascita? Lo devi ammaliare e tarpargli le
ali. Lo sparviero è giovane, è sempre vissuto lontano da Menfi, non ha veduto
che le sabbie del deserto, dove fu allevato e dove è cresciuto e tu sei bella.
Mirinri ti amerà."
Nefer fece col capo un gesto negativo.
"Il cuore del giovane Figlio del Sole non batterà forse mai per Nefer,"
disse poi, con voce triste.
Her-Hor aveva guardato fissa la fanciulla, poi l'aveva presa strettamente per
una mano. Una gioia selvaggia illuminava i suoi occhi e traspariva sul suo viso
incartapecorito.
"Tu l'ami!" esclamò.
Nefer non rispose.
"Lo voglio sapere."
"Ebbene... sì," rispose la fanciulla, chinando la testa.
"Ah, la..."
Con un morso rabbioso il sacerdote aveva impedito alle sue labbra di completare
la frase.
"Che cosa volevi dire, Her-Hor?" chiese Nefer.
"Nulla," rispose asciuttamente il sacerdote, mentre un lampo sinistro
illuminava i suoi occhi. Poi, dopo aver girato intorno ad una colonna, come per
aver tempo di riprendere la sua calma primiera, chiese:
"Chi accompagna Mirinri?"
"Un vecchio che si chiama Ounis e che pare sia anche lui un
sacerdote."
"Ah? Lui!"
"Lo conosci?"
"Credo."
"Chi è?"
"Un fedele amico di Mirinri. Hai incontrata la barca di gatti?"
"Sì, a tre giornate da qui; prima che il Nilo si gonfiasse."
"Mirinri e Ounis hanno creduto a tutto ciò che tu hai narrato?"
"Credo."
"Ti hanno visto il tatuaggio?"
"Ounis lo scoprì sulle mie spalle."
"Sicché sono convinti che tu sia una Figlia del Sole?"
"Non lo sarei forse?" chiese Nefer trasalendo.
"Sì, non ti ho mai detto il contrario," disse il grande sacerdote.
"Allora dimmi chi era mio padre." gridò la fanciulla.
"Non è ancora giunto il momento di svelartelo."
"È morto o vivo?"
"Potrebbe dormire il sonno eterno entro una piramide perfettamente
mummificato, perché era un gran principe, e potrebbe anche darsi che non fosse
ancora salito sulla barca che guida le regioni inferiori e che non sia ancora
stato giudicato dal tribunale d'Osiride. Solo Pepi Mirinri lo sa e nulla finora
a me disse."
"Tu mi assicuri che nelle mie vene scorre il sangue divino dei
Faraoni?"
"Sì."
"E che il simbolo del diritto di vita e di morte non mi fu impresso per
ingannarmi."
"Ti fu fatto nel palazzo reale di Menfi."
"Allora Mirinri può amarmi, perché sono una Faraona come Nitokri?"
"Può amarti."
"Dammi un filtro affinché il suo cuore arda per me."
"Il filtro lo hai nei tuoi occhi," disse il sacerdote. "Pepi
stesso non saprebbe resistere al fulgore delle tue stelle, se ora ti
vedesse."
"Ma non Mirinri."
"Cadrà: tu sei una maliarda."
"Dammi un filtro o danne uno all'altra Faraona," disse Nefer coi denti
stretti, "uno di quelli che la facciano dormire per sempre. La piramide di
Pepi è sempre pronta a ricevere i morti e, spenta quella fanciulla, che ha per
lei il fascino del potere e la luce d'un gran trono, che a me, oggi, manca,
Mirinri cadrà fra le mie braccia."
"Io uccidere la figlia di Pepi!" esclamò il sacerdote. "E poi?
Sono vecchio, eppur ci tengo ancora alla vita o meglio ci tengo a qualche cosa
di più importante della mia vita. Quando lo condurrai qui?
"Domani all'alba.
"Anche il vecchio?"
"Non lo lascerà."
"Se potessi ucciderlo!"
"Perché? Che cosa ti ha fatto? Che importa a te che viva?"
Il sacerdote, invece di rispondere, si mise a passeggiare fra le colonne,
mormorando fra sé:
"Sì, sarebbe una stupida vendetta."
Poi, tornando verso Nefer, riprese:
"Bada che gli occhi miei e sopratutto quelli di Pepi sono fissi su di te. O
gli splendori della corte o la morte: il re sarà implacabile. Va': tutto è
pronto per riceverlo e per addormentarlo fra tue belle braccia. Egli non deve
giungere a Menfi, ricordatelo e, giacché l'ami, ti avverto che se egli posasse
i piedi nella capitale del Basso Egitto, la morte non lo risparmierebbe. Ha
regnato suo padre; lui non regnerà mai."
"Non scorderò le tue parole," rispose Nefer, mentre un brivido di
terrore le correva per le ossa.
"E non una parola o nessuno di noi uscirà vivo dalle tombe degli antichi
re Nubiani! Va'! Tu sai che cosa devi fare."
Nefer si strinse addosso le leggere vesti che la coprivano, come se un gran
freddo l'avesse improvvisamente côlta e uscì rapidamente dal tempio, mentre il
sacerdote spegneva bruscamente la lampada.