home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

 

Gli ultimi filibustieri

 


Capitolo I
UN TERRIBILE TAVERNIERE

Co... co... co... Che cosa vuol dire, per tutti i tuoni e le tempeste del mare di Biscaglia? Co... co... So che dei pappagalli si chiamano Cocò, ma io credo che chi mi ha scritto questa lettera non sia uno di quei volatili variopinti!...
"Sarà meglio che chiami mia moglie. Chissà che non riesca a decifrare questi scarabocchi.
"Panchita!..."
Una robusta donna sui trentaquattro trentacinque anni, bruna, cogli occhi tagliati a mandorla come le andaluse, vestita leggiadramente, ma colle maniche rimboccate che mostravano delle ben tornite e vigorose braccia, uscí dal lunghissimo banco d'acagiú, dietro a cui stava risciacquando dei bicchieri.
- Che cosa vuoi, Pepito? - chiese.
- Al diavolo Pepito!... Sono don Barrejo io e non un Pepito qualunque. Quand'è, moglie, che ti ricorderai che io sono un nobile della Guascogna?
- Pepito è un nome piú dolce, marito mio.
- Lascialo in Siviglia.
L'uomo che parlava cosí era uno spilungone, alto e magrissimo, con due baffi spioventi, un po' brizzolati, ed i lineamenti energici, che mal si adattavano ad un taverniere.
Colle gambe allargate, ritto di fronte ad una tavola occupata da una mezza dozzina di meticci, i quali stavano vuotando un grosso boccale di mezcal, fissava i suoi occhi grigiastri, che avevano il lampo dell'acciaio, su un pezzo di carta.
- Leggi tu, Panchita, - disse, porgendo alla donna il foglio. - In Guascogna non si scrive cosí, per tutti i tuoni del mar di Biscaglia!...
La taverniera prese la lettera e vi gettò sopra uno sguardo.
- Caramba!... - disse. - Io non ci capisco niente.
- Sono dunque tutti asini i castigliani!... - esclamò il taverniere, allargando maggiormente le sue magre gambe. - Eppure laggiú si parla la purissima lingua della grande Spagna!
- E in Guascogna? - chiese la bella bruna, scoppiando in una allegra risata. - Non vi sono asini nel tuo paese, Pepito?
- Lascia stare la Guascogna. Quella è una terra eccezionale che non nutre che spadaccini.
- Come vuoi, marito mio; ma io non capisco niente di ciò che è scritto su questa carta.
- Non ci vedi? Hai forse le traveggole? Co... co...
- E poi? Avanti, giacché tu, don Barrejo, ci capisci qualche cosa.
- Tonnerre!... Non ci capisco niente, io!
- Chi ti ha portato questa lettera?
- Un ragazzo indiano, che non mi parve appartenesse all'Amministrazione delle Poste.
- Ehi!... don Barrejo!... - gridò Carmencita, mettendosi le mani sui fianchi e lasciando sul marito uno sguardo di fuoco. - Sarebbe forse un appuntamento con qualche donna straniera? Ricordati che le castigliane portano sempre un pugnale nel seno!...
- Non te l'ho mai veduto, - rispose il taverniere, ridendo.
- Saprei mettercelo però.
- Allora c'è tempo e in tanto potremo decifrare tranquillamente questi dannati sgorbi. Tonnerre!... Co... co... Al diavolo tutti i pappagalli dell'America!...
In quel momento la porta si aprí ed entrò un uomo coperto da un ampio mantello grondante d'acqua, poiché in quel momento si rovesciava su Panama un furioso acquazzone accompagnato da lampi e tuoni.
Era uno splendido tipo d'avventuriero, non piú giovane però, poiché la sua barba ed i suoi baffi erano quasi bianchi e la sua fronte spaziosa era solcata da profonde rughe che l'ampio feltro piumato nascondeva malamente.
I suoi altissimi stivali di cuoio giallo erano ritagliati bizzarramente verso l'estremità superiore e dal fianco gli pendeva una spada.
Si diresse verso un tavolino, aprí il mantello mostrando una ricca giubba di panno finissimo con alamari d'oro, si tolse il cappello e batté un pugno formidabile, gridando:
- Ehi, oste del malanno, non si dà dunque da bere ai gentiluomini?
Il taverniere, tutto occupato a decifrare la lettera misteriosa, non si era nemmeno accorto dell'entrata di quel personaggio. Udendo però il tavolo scricchiolare sotto quel terribile pugno e quelle parole abbastanza offensive, passò la carta alla moglie e guardò trucemente il gentiluomo, dicendo con voce fremente:
- Mi avete chiamato?...
- Oste del malanno, - rispose il nuovo venuto, tranquillamente. - Quando un gentiluomo entra in una taverna, il padrone deve accorrere e domandare che cosa si desidera. Almeno cosí si usa in Europa, se non in America.
- Ehi, signor mio, - rispose il taverniere, prendendo una posa tragica. - Mi pare che voi alziate un po' troppo la voce in casa mia.
- Casa vostra!...
- Tonnerre!... Siete voi che pagate il fitto, mio gentiluomo?
- Una taverna è una casa pubblica.
- Corpo d'un cannone! - urlò il taverniere.
- Ohé, bell'uomo, mi pare che siate voi ora che alzate un po' troppo la voce!
- Fulmini di Biscaglia!... Sono il padrone della taverna, io!...
- Benissimo.
- E sono un guascone!...
- Ed io sono della bassa Loira.
Il taverniere aveva fatto un giro su se stesso e parve che quella piroetta lo avesse calmato di colpo, poiché disse con voce non piú fremente:
- Un gentiluomo francese!... Perché non me lo avete detto prima?
- Non lasciate nemmeno parlare la gente, voi!...
- Capirete che i guasconi...
- Hanno la lingua lunga e la mano pronta. Lo so.
- Si vede che siete proprio un francese della Loira. Che cosa desiderate, mio signore?
- Una bottiglia del migliore; Xeres o Alicante o Porto, non m'interessa. Bevo qualunque vino maturato sotto tutti i soli del globo, purché sia buono.
Il taverniere si volse verso sua moglie, la quale aveva assistito sorridendo a quella comica scena, dicendole con molto sussiego:
- Hai capito tu come sanno bere i francesi della grande Francia?
- E tu mi rimproveri se qualche volta alzo un po' troppo il gomito e faccio breccia nella cantina. Noi non siamo spagnuoli.
"Porta al signore una bottiglia delle piú vecchie. Mi pare che ce ne sia qualcuna di Bordeaux. Farà molto piacere al mio compatriotta."
- Sí, Pepito.
- Eh, lascia andare Pepito. Io sono un guascone e non già un torero qualunque di Siviglia. Ricordatelo, moglie!...
Le riprese la lettera dalle mani e si mise di nuovo a leggere, borbottando sempre: co... co... me... me... si... si...
Stava forse per decifrare qualche nuova parola, quando la porta della taverna si aprí ed un altro uomo entrò. Come il primo, indossava un ampio mantello pure inzuppato d'acqua, aveva altissimi stivali di pelle gialla, portava al fianco uno spadone e sul capo un feltro piumato adorno di alcuni bottoncini d'argento.
Poteva avere quarant'anni, tuttavia i suoi baffi erano misti a non pochi fili d'argento ed il suo viso molto abbronzato. Di media statura, membruto, pareva possedesse una forza muscolare piú che comune.
Come il gentiluomo francese, si sedette d'innanzi ad un tavolino e vi piantò sopra un tale pugno che per poco non lo sfasciò completamente.
Il taverniere udendo quel fracasso, che rassomigliava allo scoppio d'una bomba, fece un soprassalto e guatò con sguardo truce l'impertinente che si permetteva di fracassargli i mobili, senza nemmeno chiedere il permesso al padrone.
- Tonnerre!... - gridò, rialzando i baffi spioventi. - C'è quest'oggi un'invasione di cani arrabbiati? Passi il mio compatriotta, ma questo poi l'accomodo io!...
Si avvicinò al nuovo avventore, e, dopo averlo squadrato dall'alto in basso, gli chiese:
- Chi siete voi?
- Un bevitore assetato, - rispose lo sconosciuto.
- E dove credete di trovarvi?
- Diavolo!... In una taverna, mi pare.
- Che non è casa vostra, mi pare.
- Chiacchiera meno, taverniere di messer Belzebú, e portami invece da bere, che muoio dalla sete e poi ho molta fretta.
- E io nessuna.
- Ehi, taverniere dell'inferno! - urlò lo sconosciuto, picchiando un altro pugno sul tavolo. - L'hai finita? Mi porti una bottiglia si o no?
- No, - rispose l'oste.
- Vuoi che ti tagli gli orecchi?
- A chi?
- A te, por Dios!...
- Ah!... Baie!...
Il gentiluomo francese, che stava bevendo, proruppe in una clamorosa risata, la quale ebbe per effetto d'irritare sempre piú il bollente taverniere.
- Tonnerre!... - urlò. - Per chi mi si prende? Sono un guascone sapete?
Il secondo avventuriero si torse i baffi, appoggiò un gomito sul tavolino, ormai sgangherato da quei due poderosi pugni, e lo guardò, ridendo ironicamente.
- Come sono buffi questi guasconi! - disse poi.
Don Barrejo, proprietario della taverna d'El Moro, piccolo gentiluomo guascone, scoppiò come una bomba.
- Tuoni dei Pirenei e fulmini del mar di Biscaglia!... A me dare del buffone!... Ah, tu vuoi bere del mio vino!... È dalla tua botte che ne spillerò!... Carmencita!... La mia spada...
Il secondo venuto proruppe in un altro scroscio di risa, piú fragoroso del primo e che fece saltare la mosca al naso al bollente taverniere, il quale non aveva mai tollerato, da buon guascone, che si ridesse sulle sue spalle.
- Bisogna che vi uccida dunque? - urlò.
- Con che cosa? Col tuo spadone? Chiese ironicamente l'allegro sconosciuto, togliendosi il mantello. - Mio caro, deve avere a quest'ora un mezzo pollice di ruggine.
- Che lascerò tutta nel vostro corpo, mascalzone!..
- Tu sei sempre piú buffo, compare.
- Finitela por Dios! Uscite o vi uccido come un cane arrabbiato!... Panchita!... Portami la draghinassa!...
- Tua moglie pare non abbia nessuna premura di vedere il mio sangue, - disse lo sconosciuto, appoggiandosi ad un tavolino e guardando fisso il taverniere.
Poi, volgendosi verso il primo entrato, il quale assisteva a quella allegra scena che poteva però finire tragicamente, gli chiese:
- Non vi sembra, signore, che sia sempre lo stesso questo indiavolato guascone? Nemmeno il matrimonio lo ha calmato.
Queste parole le aveva pronunciate su un tono un po' diverso del primo. Don Barrejo, colpito da quell'accento che gli pareva di aver già udito in altri tempi, stette un momento dubbioso, poi si precipitò addosso allo sconosciuto e se lo strinse fra le braccia, gridando:
- Tonnerre!... Mendoza il Basco!... Il braccio forte del figlio del Corsaro Rosso!...
- Ci voleva tanto dunque a riconoscermi? - disse il biscaglino, contraccambiando, con minore entusiasmo, l'abbraccio.
- Sono passati sei anni, mio caro.
- Ma sei sempre lo stesso. Per poco non mi aprivi il ventre colla tua famosa draghinassa e spillavi il mio sangue.
- Tonnerre!... Mi hai fatto uscire dai gangheri!...
- E l'ho fatto apposta per vedere se il mio guascone si era conservato ancora guascone.
- Briccone!... E tu ne dubitavi? - gridò don Barrejo, rinnovando l'abbraccio. - E che cosa fai qui? Da dove vieni tu? Qual buon vento ti ha portato alla taverna d'El Moro?
- Non tanta furia, mio caro guascone, - disse il basco.
Poi, indicandogli il gentiluomo francese della bassa Loira che si godeva sempre, sorridendo sotto i baffi, la scena, gli chiese:
- E quel signore là, che sta assaggiando il tuo pessimo vino lo conosci?
- Pessimo, hai detto?
- Giudicheremo piú tardi.
Don Barrejo aveva piantato gli occhi addosso al gentiluomo, mentre si passava e ripassava una mano sulla fronte come per evocare dei lontani ricordi.
Ad un tratto si slanciò verso il tavolo colle mani tese, gridando:
- Tonnerre!... Il signor Buttafuoco!...
Il famoso bucaniere della marchesa di Montelimar si alzò sorridendo, e strinse calorosamente le mani che gli venivano tese, dicendo:
- S'invecchia dunque, don Barrejo, per non riconoscere piú gli amici?
- È il matrimonio, - disse Mendoza, scoppiando in una risata.
Il bravo guascone non aveva nemmeno rilevata la frase. Si era slanciato dietro l'immenso banco di acagiú, urlando a squarciagola:
- Panchita!... Panchita!... Porta sopra le migliori bottiglie della nostra cantina e lascia in pace lo spadone. Non ne ho piú bisogno!...
Poi in tre passi tornò verso il tavolino occupato dal bucaniere e dal biscaglino e, piantandovi sopra a sua volta due pugni, chiese:
- Che cosa siete venuti a fare qui, dopo tanti anni di assenza? Come sta il conte di Ventimiglia? E la marchesa di Montelimar? Di dove siete sbucati voi? Sandomingo è lontano da Panama.
- Silenzio, - disse Mendoza, accennando con un dito i meticci che stavano bevendo il mezcal.
- Che cosa? - chiese il guascone.
- Puoi mandarli via?
- Se non andranno con le buone li manderò fuori a pedate - rispose il terribile taverniere. - Il fitto lo pago io e non loro, corpo d'un tuono secco!...
S'avviò verso il tavolino occupato dai tranquilli bevitori ed indicando loro la porta con un gesto tragico, disse:
- Mia moglie sta male ed ha bisogno di riposo. Andatevene subito senza pagamento. Il mezcal che avete bevuto ve lo regalo.
I meticci si guardarono l'un l'altro, un po' stupefatti certamente, poiché proprio in quel momento la graziosa castigliana, invece di giacere su un letto, usciva dalla cantina reggendo fra le robuste braccia un gran paniere pieno di bottiglie polverose.
Lieti però di aver bevuto senza sborsare una piastra, si alzarono, levandosi i vecchi e sfilacciati sombreros, e se ne andarono senza protestare, quantunque al di fuori la pioggia continuasse ad infuriare.
- Moglie mia, - disse don Barrejo. - Ho l'altissimo onore di presentarti il signor Buttafuoco, un autentico gentiluomo francese e quella vecchia pelle, che tu hai già conosciuto, di Mendoza.
"Abbracciali pure: io non sono geloso di questi uomini."
La bella taverniera depose il paniere e diede quattro grossi baci sulle gote degli amici del marito, senza che questi inarcasse le sopracciglia.
- Ora, moglie mia, chiudi la porta e sprangala, - disse il taverniere. - Oggi non si riceve nessuno, perché vi è festa in famiglia.
- Sí Pepito.
- Pepito!... - esclamò Mendoza. - Sei diventato un pollo, un pappagallo, un gallo, un toro...
- Mia moglie, vedi, ha una vera mania, - rispose il guascone.
- Quando è di buon umore, si ostina a chiamarmi Pepito.
- Pi... pi... pi... - fece Mendoza, ridendo.
- To... to... to... - Completò il guascone, levando dal paniere una bottiglia ricoperta di ragnatele. - Beviamo ora e poi mi direte per quale caso strano vi trovate in Panama. Il signor conte di Ventimiglia non deve essere estraneo a questa visita.
- Certo, e anche...
Mendoza si era bruscamente interrotto e si era alzato, guardando verso la porta.
- La mignatta, - disse, rivolgendosi al Buttafuoco. - Panchita, non chiudere la porta. Aspettiamo un altro amico.
- Chi è? - chiese don Barrejo.
- Non lo sappiamo ancora, però, dal modo con cui storpia le parole, io lo crederei un olandese o un fiammingo.
- E che cosa vuole da voi?
- Da quando siamo giunti a Panama quell'uomo misterioso ci si è appiccicato ai fianchi e ci segue dovunque andiamo, pagandoci anche delle buone bottiglie, colla migliore gentilezza del mondo.
- Meno male: non si trovano sempre delle persone generose, - disse il taverniere empiendo i bicchieri. - Vorrei però sapere perché vi segue con tanta ostinazione.
- Io non credo che sia una spia, - disse Buttafuoco.
- E non avete trovata ancora l'occasione di sbarazzarvi di quel signore? Tu, Mendoza, hai sempre avuto la mano lesta.
- Non hai mai potuto incontrarlo di sera e solo.
- Credi che finisca per entrare?
- Certamente, compare.
- Allora vedremo se sarà capace di uscire di qui. Ho ricevuto stamane una botte contenente dieci ettolitri di Alicante, e capace di contenere un uomo per quanto sia grosso.
- Che cosa vorresti fare? - chiese Mendoza.
- Farlo sparire dentro quella botte, cosí l'Alicante acquisterà un sapore di piú.
Mendoza, che stava in quel momento gustando l'eccellente Xeres del taverniere, sputò via tutto il vino che aveva in bocca, facendo una brutta smorfia.
- Ah!... Cane d'un taverniere!... - gridò, fingendosi stomacato. - Ci offre del vino dove ha conservato dei morti!...
Don Barrejo scappò via, tenendosi il ventre, mentre il bravo biscaglino approfittava del momento per afferrare la bottiglia che gli stava dinanzi e per vuotarla in tre tempi.
In quel momento l'uomo misterioso ripassò dinanzi alla porta della taverna e si soffermò a guardare dentro.
- Eccolo, - disse Buttafuoco. - In guardia, Mendoza.
- La botte è pronta, - rispose il biscaglino ridendo. - Si conserverà magnificamente là dentro, ma io, per paura che don Barrejo mi offra di quell'Alicante, non metterò poi piú i piedi nella taverna d'El Moro.
"Questi osti meriterebbero di venire appiccati."
La bella castigliana, vedendo lo sconosciuto mettere la mano sulla maniglia, fu pronta ad aprire la porta, dicendo:
- Entrate, señor: il vino è eccellente alla taverna d'El Moro.
L'uomo misterioso, che grondava acqua da tutte le parti, si fece innanzi e si tolse il feltro adorno d'una vecchia penna, dicendo:
- Pona sera, signori: io averfi cercato tutta mattina.
Era un individuo fra i trenta ed i quarant'anni, magro come il guascone, colla carnagione bianchissima, i capelli biondissimi, anzi quasi bianchi e gli occhi azzurri.
Nel suo insieme inspirava una certa ripulsione, quantunque potesse benissimo darsi che fosse un galantuomo.
Mendoza e Buttafuoco avevano risposto al saluto, poi il primo si era affrettato a dire:
- Scusate, signore, se non ci avete trovati al solito albergo. La pioggia ci ha sorpresi lungo la via e ci siamo rifugiati qui, dove l'ostessa è amabilissima, l'oste un brav'uomo ed il vino squisitissimo.
- Foi permettere a me di tenerfi compagnia?
- Con tutto il piacere, - disse Buttafuoco.
L'uomo misterioso si levò il cappello ed il mantello che erano alla lettera inzuppati, mostrando una draghinassa ed uno di quei pugnali chiamati misericordie.
Don Barrejo si era messo a girare e rigirare attorno al tavolo, fissando quell'individuo sospetto.
Quella curiosità però non parve andare troppo a sangue al fiammingo, poiché volgendosi d'un colpo verso il guascone, gli chiese con tono un po' piccato:
- Foi folete qualche cosa da me?
- Niente affatto, signore, - rispose prontamente don Barrejo. - Aspettavo i vostri preziosissimi ordini.
- Io non afere ordini da dare a foi, avete capito? Io befo con gli amici.
- Befete pure, mio gentiluomo, - rispose il guascone, andando a sedersi, insieme a Panchita, dietro il lunghissimo banco.
- Assaggiate, - disse Mendoza, porgendo un bicchiere ben colmo all'uomo misterioso. - Di questo vino non se ne beve nemmeno in Spagna.
L'uomo misterioso bevette d'un fiato il contenuto, poi fece schioccare la lingua.
- Pfiffer! Io mai afere befuto fino cosí buono. Ah!...
- Oh!... - fece Mendoza, tornando ad empirgli il bicchiere. - Bevete pure, mastro Pfiffer.
- Che cosa Pfiffer? - chiese il fiammingo.
- Non vi chiamate cosí?
- Io mai essere stato un Pfiffer.
- Avrete qualche nome suppongo, - disse Mendoza, versandogli un terzo bicchiere. - Io per esempio mi chiamo Rodrigo de Pelotas, ed il mio compagno invece Rodrigo de Peloton.
Il fiammingo guardò bonariamente il biscaglino, con un certo fare da sornione, poi disse:
- Pfiffer essere un interca.
- Un intercalare, volevate dire. Abbiamo capito, ma non sappiamo ancora come chiamarvi.
- Arnoldo Fifferoffih.
- Ah!... Dei fi fi ce ne sono nel vostro nome. Si poteva quindi chiamarvi benissimo mastro Pfiffer. Si faceva piú presto.
- Se folete, chiamatemi cosí.
- Eh... come va la vita, mastro Fiffer... fi... fer...?
- Pene!... Pene!... - rispose il fiammingo. - A Panama stare tutti penissimo. Conoscete la città?
- Non ancora tutta.
- Foi fenite da lontano?
- Ma che!... Da Nuova Granada.
- E... per affari?
- Dobbiamo comperare cinquanta muli per conto d'un ricco baciendero che si crede intenda poi venderli ai filibustieri.
- Oh!... - fece il fiammingo.
- Bevete mastro Fiff... fiff... Questo vino è eccellente.
- Oh molto pono!... Ostessa pelissima, oste brutto e fino ponissimo.
- È stata una vera fortuna scoprire questa taverna cosí fuor di mano, - disse Mendoza, il quale, pur chiacchierando, non cessava di empire i bicchieri.
Il fiammingo, quantunque dovesse essere piú abituato a tracannare birra che vino, resisteva tenacemente a Mendoza, però non doveva lottare a lungo con quel formidabile bevitore.
Già le sue esclamazioni s'imbrogliavano maledettamente, facendo sorridere il silenzioso Buttafuoco, il quale se era avaro di parole non risparmiava nemmeno lui i buoni bicchieri.
Cominciava intanto ad annottare e la pioggia non cessava di scrosciare di fuori, con largo accompagnamento di tuoni e lampi.
Pareva che su Panama, che allora era la regina del Pacifico, si rovesciasse un vero ciclone.
Don Barrejo, dopo aver portato altre bottiglie, accese la fumosa lampada ad olio, poi, ad un segno di Mendoza, chiuse le porte della taverna mettendovi dietro, per sicurezza, una spranga di ferro.
- Taferniere, che cosa fate? - chiese il fiammingo, il quale si era accorto di quella manovra.
- È tardi e chiudo, - rispose asciuttamente il guascone.
- Noi folere uscire presto.
- Con questa pioggia?
- Io afere mia testa pesante e folere andare a dormire.
- Forse che non c'è del buon vino qui? - disse Mendoza. - Il padrone della taverna d'El Moro è un brav'uomo e rimarrà in piedi fino a domani mattina, sempre pronto a servirci.
- Io folere andare, - ripeté il fiammingo. - Pfiffer! Afer befuto troppo.
- Ma che!... Abbiamo appena cominciato!... È vero, don Rodrigo de Peloton?
Buttafuoco fece col capo un gesto affermativo.
- Pasta, - rispose l'ostinato fiammingo, prendendo il suo mantellone ed il suo cappello. - Pona sera a tutti! Taferniere, aprite.
Mendoza allontanò la sedia, subito imitato da Buttafuoco, e due spade brillarono nelle mani dei due avventurieri.
Don Barrejo aveva già preso la sua arrugginita draghinassa, portatagli di nascosto da sua moglie e si era messo dinanzi alla porta.
- Pfiffer! - esclamò il fiammingo, gettando intorno uno sguardo smarrito. - Cosa folere voi, signori? Assassinarmi?
- No, mettervi in conserva dentro una botte di Xeres, - disse don Barrejo. - Mio caro Pfiffero!
- Sedete, - disse Mendoza, con voce minacciosa, posando la spada sul tavolo. - Abbiamo da vuotare altre bottiglie ancora e anche molto da discorrere, amico.

Capitolo II
LE MERAVIGLIOSE TROVATE D'UN GUASCONE

IL FIAMMINGO, che si reggeva già male sulle gambe, non avendo la resistenza di Mendoza e di Buttafuoco, abituati alle sfrenate orge dei filibustieri e dei bucanieri, si era lasciato cadere sulla sedia, non cessando di guardare, con spavento, quelle tre spade che gli pareva gli si appuntassero contro il petto.
- Pfiffer! - esclamò, dopo aver mandato un profondo sospiro.
- Questo è cattivo scherzo.
- V'ingannate, mastro Arnoldo, - rispose Mendoza. - Questo non è affatto uno scherzo e le nostre spade non sono fatte di burro, bensí di puro acciaio di Toledo temprato nelle acque del Guadalquivir.
Il fiammingo proruppe in una risata.
- Datemi da pere, brafo amico.
- Finché vorrete, mastro Arnoldo. La cantina d'El Moro è tutta a nostra disposizione, purché vi prepariate a rispondere alle domande che vi farò.
- Pene!... Pene!... Dite... dite... - rispose il fiammingo, riprendendo un po' d'animo.
- Allora, - disse Mendoza, - ci spiegherete per quale motivo voi ci seguite ostinatamente da tre giorni, comparendoci sempre come un uccellaccio di malaugurio, nei luoghi che frequentiamo.
- Foi ed il fostro amico siete molto simpatici.
- Ma chi siete voi?
- Fe l'ho detto.
- Che cosa fate a Panama?
- Niente; fifo di rendita.
- Eh, messer Arnoldo, non cercare d'ingannarci, perché potreste uscire di qui conciato male.
Il fiammingo divenne livido come un cadavere, tuttavia rispose con abbastanza fermezza:
- Sono molto ricco.
- E per questo vi divertite a pagare da bere alle persone che vi sono simpatiche, - disse Mendoza, ironicamente. - Compare Arnoldo, non saremo noi che berremmo queste frottole. Sapete come si chiamano nel mio paese le persone che s'attaccano alle altre, come tante mignatte, senza perderle mai di vista?
- Calantuomini.
- No, compare Arnoldo, le chiamano spie.
Il fiammingo prese un bicchiere colmo e lo vuotò lentamente, certo per nascondere la sua emozione.
- Spie, - disse poi. - Io mai afer fatto questo prutto mestiere.
- Eppure vi ripeto che voi dovete essere la spia di qualche pezzo grosso di Panama: del marchese di Montelimar per esempio.
Il bicchiere sfuggí dalle mani del fiammingo e si ruppe con fracasso.
- Ohé, messer Arnoldo, vi piglia male? - chiese don Barrejo.
- Siete piú giallo d'un limone. Volete che vi faccia preparare da mia moglie della camomilla?
Il fiammingo ebbe uno scatto d'ira.
- Taferniere della malora, occupati del tuo fino tu!... - gridò.
- In questo momento le mie botti non hanno affatto bisogno di me, quindi posso prendermi la libertà di scambiare due chiacchiere anch'io.
- Ebbene, mastro Arnoldo, - proseguí l'implacabile Mendoza. - Perché, quando ho pronunciato il nome del marchese di Montelimar, le vostre mani sono state prese da un tremito? Vedete bene che la tazza l'avete spezzata.
- Io pagarla.
- Il padrone d'El Moro è generoso e non vi farà pagare niente. Non approfittate però della rottura del bicchiere per cambiare discorso.
"Ditemi invece come e dove m'ha veduto il marchese di Montelimar e come ha fatto a riconoscermi, dopo sei anni che manco da Panama."
- Non conoscere marchese di Montelimar, - disse il fiammingo asciugandosi la fronte che appariva bagnata di grosse stille di sudore.
- Ah!... Non volete dirmelo!... - gridò Mendoza. - Vi avverto che quel signor lí, che non parla mai, è uno dei piú famosi bucanieri di Sandomingo, e che io non sono affatto un negoziante di muli, bensí un filibustiere che ne ha fatte di tutti i colori con David e con Raveneau de Lussan.
- Quest'uomo sta male!... - esclamò don Barrejo. - Presto, Panchita, prepara una tazza di camomilla pel signore.
"Gli farà molto bene."
Infatti pareva che il fiammingo fosse lí lí per svenire, tanto era pallido e disfatto.
- Non vedete che vi tradite? - gridò Mendoza. - O vi decidete a parlare o vi caccio in gola tutta la vostra misericordia.
- Aspetta che abbia almeno bevuta la camomilla, - disse don Barrejo, ridendo.
- Confessate: lo conoscete il marchese di Montelimar, si o no?
È inutile che vi ostiniate a negare ancora.
Arnoldo fece finalmente col capo un cenno affermativo.
- Finalmente!... - esclamò il biscaglino, mentre Buttafuoco, per dimostrare la sua soddisfazione, tracannava due bicchieri, uno dietro l'altro.
- Messer Arnoldo, bevete una goccia anche voi di questo vecchio Xeres, che si dice sia stato imbottigliato nientemeno che da papà Noè, - disse il guascone porgendogli un altro bicchiere. - Vi darà un po' d'animo e vi rimetterà in gambe, ve l'assicura un vecchio taverniere.
Messer Arnoldo, quantunque fosse completamente ubbriaco, non rifiutò il consiglio. Aveva ben bisogno, dopo tante emozioni e tante angosce, di rimettersi un po'.
- Quando mi ha veduto? - riprese Mendoza.
- Tre giorni fa, - rispose il fiammingo.
- Tu sei dunque uno dei suoi confidenti, per sapere queste cose.
Il fiammingo crollò il capo senza rispondere.
- Dove? - continuò Mendoza, con voce minacciosa.
- Sulle calate del porto.
- Corpo d'un archibugio!... - esclamò il biscaglino, dandosi un paio di pugni sulla testa. - Ed io non mi sono accorto della sua presenza!..
- Ti avevo detto di non mostrarti nei luoghi troppo frequentati, - disse Buttafuoco.
- Sono trascorsi sei anni.
- Si vede che non sei troppo cambiato, compare, e che sei rimasto sempre giovane, - disse don Barrejo. - Che uomo fortunato!
Mendoza si accingeva a riprendere l'interrogatorio e s'avvide che il fiammingo si era abbandonato sulla sedia, lasciando penzolare le sue lunghissime braccia fino quasi a toccare il suolo.
- Che sia morto? - si chiese.
- È briaco fradicio, - disse il guascone, il quale si era avvicinato. - Oh!... Me ne intendo io di sbornie!... Quest'uomo, mio caro, non potrà sciogliere la sua lingua prima di ventiquattro ore.
- Lasciamolo pure a digerire il suo vino e facciamo quattro chiacchiere fra noi. Ti dobbiamo delle spiegazioni, don Barrejo.
- Le sospiro da tre ore, - rispose il taverniere.
- Te le avremmo già date, senza la comparsa di questa mignatta.
- Una parola, prima, Mendoza, - disse Buttafuoco. - Come avevi fatto a sapere che questo fiammingo era una spia del marchese di Montelimar?
- Io ne sapevo quanto voi, signor Buttafuoco. Avevo avuto semplicemente un vago sospetto ed ho pronunciato il nome del marchese, cosí a caso.
- Ed hai indovinato subito! - esclamò don Barrejo. - L'ho sempre detto io che tu eri un uomo meraviglioso.
"Ora dammi le spiegazioni promessemi. Sono curioso di sapere il perché siete venuti a trovarmi e vi siete ricordati che in America esisteva un bravo guascone e fedelissimo amico.
"In questa faccenda deve entrarci il figlio del Corsaro Rosso."
- O meglio sua sorella, - disse Mendoza.
- Chi? La figlia del Gran Cacico del Darien!...
- L'abbiamo condotta qui, noi.
- È qui la señorita!... Quale imprudenza! Se il marchese di Montelimar riuscisse a scoprirla, non la lascerebbe piú libera.
- Oh!... Abbiamo prese le nostre precauzioni, amico, L'abbiamo nascosta in una posada tenuta da un amico del signor Buttafuoco, un vecchio bucaniere anche lui, che trova piú utile ora fare l'albergatore anziché uccidere buoi selvaggi a Sandomingo od a Cuba.
- E perché è venuta qui, mentre doveva trovarsi presso il conte di Ventimiglia, suo fratello e la Marchesa di Montelimar sua cognata?
- Non si sa dunque nulla a Panama che il vecchio Cacico è morto quattro o cinque mesi fa e che ha lasciato erede delle sue favolose ricchezze la figlia del Corsaro Rosso?
- Il Gran Cacico è morto!... - esclamò don Barrejo, picchiando un pugno sulla tavola. - Allora il marchese di Montelimar, che ha sempre aspirato d'impadronirsi di quei tesori deve essersi già messo in campagna.
- Invece non pare, - rispose Mendoza. - Tre giorni fa era ancora qui.
- Infatti quel Pfiffero l'ha detto. E come ha fatto a saperlo il conte di Ventimiglia?
Abita sempre in Italia, mi pare.
- Lo seppe da un vecchio bucaniere che aveva trovato asilo presso il Gran Cacico e che si recò appositamente al castello del conte per avvertire sua sorella che la tribú l'aspettava per proclamarla regina, non essendovi altri eredi.
- Fu quel bucaniere che vi condusse la señorita?
- Si, - rispose Mendoza.
- E dov'è quell'uomo?
- Veglia sulla señorita nella posada dell'amico del signor Buttafuoco.
- E che cosa volete dunque da me? - chiese don Barrejo.
- Sei sempre in relazione coi filibustieri del Pacifico?
- Ne giungono spesso da me.
- Si trovano sempre all'isola Taroga?
- Sempre, malgrado i molti tentativi fatti dagli spagnuoli per sloggiarli.
- Chi li comanda?
- Sempre Raveneau de Lussan.
- E David?
- Si è diretto verso il capo Horn e non si è piú saputo nulla di lui.
- Sono molti quei filibustieri?
- Si dice che siano circa in trecento.
- Allora, signor Buttafuoco, è necessario che noi andiamo a rivedere Raveneau de Lussan. Senza l'appoggio di quegli uomini sarebbe impossibile condurre in porto una cosí grossa impresa.
"Se non sarà oggi, domani per lo meno gli spagnuoli sapranno che il Grande Cacico è morto e, sapendolo ricchissimo, si affretteranno ad impadronirsi del paese."
- Di questo puoi essere certo, - rispose Buttafuoco. - Il marchese di Montelimar da anni ed anni sospira il momento di mettere le mani su quei tesori, tanto piú che si dice che il re di Spagna abbia affidato a lui la conquista di quel paese.
In quel momento, fra lo scrosciare della pioggia ed il rombare dei tuoni, udirono picchiare fortemente alla porta.
Don Barrejo, il quale da qualche momento si era seduto, era subito balzato in piedi, dicendo a Panchita, la quale agucchiava dietro l'immenso banco:
- Abbassa la lampada, amica.
- Chi può essere? - chiese Buttafuoco. - Sono quasi le dieci e la notte è pessima.
- Se fosse la ronda? - disse il guascone.
- Viene qualche volta?
- Si, signor Buttafuoco.
- Eccoci in un bell'impiccio.
- Niente affatto, - disse Mendoza, il quale da vero basco sapeva sempre trovare un pronto rimedio a tutto. - Prendiamo compare Arnoldo Pfiffer e portiamolo in cantina.
- Ed in caso di pericolo annegatelo dentro la grossa botte di Xeres, - aggiunse il feroce guascone.
Un secondo colpo, piú formidabile del primo, che per poco non mandò in frantumi i vetri della contro-porta, si fece udire.
- Presto, andate e spengete il lume che illumina la cantina, - disse don Barrejo.
Poi, voltandosi verso la moglie, aggiunse subito:
- Porta sopra un paniere pieno di bottiglie, le piú vecchie che noi possediamo.
Mendoza e Buttafuoco presero il fiammingo, lo avvolsero nel suo mantellone ancora bagnato e scesero a precipizio nella cantina, preceduti dalla bella castigliana, mentre don Barrejo si avvicinava alla porta, chiedendo con voce formidabile:
- Chi vive? È tardi, corpo del diavolo, e la taverna d'El Moro non è un asilo notturno.
- La ronda, - rispose una voce imperiosa.
- Che cosa venite a fare qui, a quest'ora? Ho chiuso a tempo.
- Aprite.
- Aspettate che mi metta i calzoni e che mia moglie indossi la sottana. Che diavolo! Non si può dormire dunque a Panama?
Panchita era ritornata, portando un'altra cesta piena di bottiglie coperte di venerande ragnatele e l'aveva deposta sul banco.
Il guascone attese un momento ancora per prendersi il gusto di far ben bagnare la ronda, poi si decise finalmente ad aprire, non senza aver prima nascosta dietro il banco la sua formidabile draghinassa.
Aperta la porta, tre uomini comparvero. Erano un ufficiale della polizia e due alabardieri delle guardie notturne.
- Buena noche, caballeros, - disse il guascone, facendo buon viso a cattiva fortuna. - Stavo per andarmene a letto. La notte è pessima è vero?
- Siete solo? - disse l'ufficiale, facendo un gesto di stupore.
- No, signor ufficiale, stavo dicendo delle galanterie a mia moglie. È castigliana, sapete.
- E voi? - chiese l'ufficiale.
- Dei Pirenei.
- Il paese dei contrabbandieri.
- Signore, sono sempre stato un galantuomo e la mia rispettabile famiglia da trecent'anni vende vino in Spagna ed in America, - disse il guascone, fingendosi offeso.
L'ufficiale gli volse le spalle e scambiò alcune parole a voce bassa con i suoi due alabardieri, poi, volgendosi verso don Barrejo, il quale cominciava a mostrarsi inquieto di quella visita inaspettata, gli chiese:
- Oggi in questa taverna è entrato un signore, che poi non è piú uscito.
- Dalla mia taverna!... - Esclamò il guascone, fingendo di cadere dalle nuvole. - Che sia rotolato sotto qualche tavolino e si sia addormentato?... Panchita, hai guardato bene se non vi sono ubbriachi accucciati in qualche angolo?
- Io non ho veduto nessuno, - rispose la bella castigliana.
- Eppure quel signore non è piú uscito di qui, - insistette l'ufficiale.
- Misericordia!... - esclamò don Barrejo. - Che si sia ammazzato nelle stanze di sopra?
- Ma no, marito mio, sono scesa or ora, dopo aver preparato il nostro letto.
- Carrai!... - esclamò l'ufficiale un po' impazientito. - Come va questa faccenda?
- Sí, come va questa faccenda? - ripeté don Barrejo.
L'ufficiale scambiò ancora due parole coi suoi alabardieri, accompagnandole con dei larghi gesti, poi prese il partito di sedersi ad un tavolo, dicendo:
- Portaci qualche cosa da bere, taverniere. Siamo inzuppati fino alla camicia e non si starebbe male, questa sera, dinanzi ad un buon fuoco.
"Poi riprenderemo il nostro discorso, poiché io devo assolutamente sapere dov'è andato a finire quel signore."
- Se non era uno spirito, io sono sicuro che voi, signor ufficiale, lo scoverete fuori in qualche luogo.
"Non si sarà cacciato, a mia insaputa, dentro qualche botte o una bottiglia... Ah! Panchita mia, noi volevamo assaggiare quella cassa di bottiglie che mio zio mi ha spedito da Alicante.
"Approfittiamo per berne qualcuna insieme alla ronda."
- Ve n'è un paniere pieno, - disse la castigliana.
- Stura, stura, amica mia: offro al signor ufficiale ed alle sue brave guardie.
Fare una bevuta senza sborsare un quattrino, specialmente per un soldato, non era cosa che toccava tutti i giorni, perciò la ronda fece buona accoglienza alla proposta del furbo guascone.
Cinque o sei bottiglie di diversa qualità furono portate e le tazze furono riempite a vuotate parecchie volte di seguito, facendo i piú vivi elogi di quello zio lontano, che non si scordava del nipote taverniere.
- Un magnifico regalo, povero zio! - diceva il guascone. - Sessanta bottiglie, una migliore dell'altra e regalate veh, perché mio zio ama suo nipote.
"Bevete liberamente, signori miei, già non costa nulla a me."
- Beviamo pure, taverniere, però non dimentichiamo quel signore che non è piú uscito dalla vostra taverna.
- Mi supporreste capace di assassinare le persone che vengono a bere nella mia taverna! - chiese don Barrejo, con accento piccato.
- Non vi credo capace di commettere cosí orrendi delitti, - rispose l'ufficiale. - Io però devo trovare qual gentiluomo.
- Ah!... Era un gentiluomo?...
- Credo. Sentiamo un po' taverniere: chi è venuto a bere oggi qui?
- Quindici o venti persone, fra europei e meticci, poiché io tengo anche dell'eccellente mezcal, che vi farò assaggiare se lo desiderate.
- Lasciate il mezcal, per ora. Fra quelle persone non avete notato un signore alto, vestito interamente di nero, colla pelle molto bianca ed i capelli biondissimi, anzi quasi bianchi?
Don Barrejo si mise ad accarezzarsi il mento e guardare in alto come se chiedesse alle travi annerite del soffitto qualche ispirazione.
- Alto... magro... coi capelli quasi bianchi... tutto vestito di nero... certo... deve essere quel signore che ha bevuto insieme con quei due sconosciuti.
- L'avevate veduto dunque? - chiese l'ufficiale.
- Me lo ricordo benissimo, perché l'ho servito io. Era in compagnia di due uomini entrati un po' prima di lui e che io non ho mai veduti prima d'oggi.
- Uno di mezza età e l'altro piú attempato, colla barba brizzolata?
- Precisamente, - rispose don Barrejo. - Hanno vuotato in buona compagnia un bel numero di bottiglie a quel tavolino là, che è ancora ingombro di vetri, poi, approfittando del momento in cui la pioggia accennava a diminuire, se ne sono andati.
- Tutti insieme?
- Si reggevano tra loro, perché le loro gambe non erano troppo ferme. Diavolo!... Si beve vino squisito nella mia taverna.
L'ufficiale si era voltato verso uno dei due alabardieri, dicendogli:
- Hai udito, José?
- Sí, signore.
- Allora tu non eri al tuo posto in quel momento.
- Eppure, signore, vi giuro che io non mi sono mai allontanato da quel portone, il quale o bene o male mi riparava dalla pioggia.
- Forse in un momento di distrazione.
- Lo escludo assolutamente, - rispose l'alabardiere, con voce recisa.
- Eh!... Qualche volta, quando si scambia un'occhiata con qualche bella fanciulla, non si vede piú nulla, - insinuò il taverniere.
- Non ho veduto altro che dell'acqua.
- Ed allora, taverniere? - chiese l'ufficiale.
- Panchita, - chiamò don Barrejo.
La bella taverniera fu pronta ad accorrere.
- Hai veduto anche tu quei tre signori che hanno vuotato a quel tavolino almeno sette od otto bottiglie?
- Sí, Pepito mio.
- Sono usciti di qui, sí o no?
- Se non ci sono piú seduti intorno al tavolino, vuol dire che se ne sono andati.
- Avete capito, signor ufficiale? - chiese il guascone. - Erano in tre e io non son uomo da ammazzare come cani tre cristiani, per poi gettare i loro cadaveri... dove? Non abbiamo nemmeno il pozzo in questa casaccia. Mi pare quindi impossibile che tre uomini di carne ed ossa siano scomparsi senza lasciare traccia di sé. Che fossero dei diavoletti? Si dice che se ne trovino fra quei cani dei filibustieri, almeno cosí affermano i frati della cattedrale.
- L'uomo biondo non era di certo un diavolo, poiché era troppo buono cattolico, - rispose l'ufficiale, il quale pareva preoccupato.
- Vuotiamo alcuni bicchieri ancora, poi procederemo ad una visita rigorosa alla mia casa. Oh!... Aspettate!... Ho in cantina una bottiglia che conta venticinque anni e quattordici giorni, lo so ci certo, perché l'ho presa in mano quest'oggi.
"Volete che l'assaggiamo, signor ufficiale?"
- Vada pure la bottiglia vecchia, - rispose il capo della ronda. - Avremo sempre tempo di visitare la vostra casa.
- Panchita, un lume!... - gridò il guascone. - Dammi anche la mia draghinassa, perché questa istoria di uomini scomparsi mi ha un po' guastato il sangue.
Prese l'uno e l'altra e, mentre l'ufficiale, approfittando della sua assenza, faceva gli occhietti dolci alla bella taverniera, scese la scala che conduceva in una profonda e molto spaziosa cantina, occupata in buona parte da botti e da barilotti.
Nel passare dietro il banco però, il furbo compare si era impadronito di un fascio di tovaglie.
Aveva appena messo i piedi sull'ultimo gradino, quando si vide precipitare addosso Buttafuoco e Mendoza.
- Dunque?... - chiesero ad una voce alta i due avventurieri.
- La va male, amici. Quel Pfiffero era sorvegliato e la ronda è venuta a chiedermi che cosa ne ho fatto.
- Bisogna farlo sparire, - disse Mendoza.
- Cacciarlo dentro la botte di Xeres?
- Almeno là non andranno a cercarlo.
- Io ho trovato di meglio, - rispose il guascone.
- Di' su.
- Voglio farvi fare la parte dei fantasmi.
- Sei pazzo, don Barrejo?
- Vi dico che se non riusciamo a spaventare quei tre poliziotti, le nostre faccende finiranno male, poiché intendono di fare una visita minuziosa alla mia casa ed alla cantina, per cercare quel maledetto Pfiffero.
- Che cosa vuoi che facciamo? - chiese Mendoza, a cui sorrideva l'idea di far la parte dello spauracchio.
- Vi ho portato qui delle tovaglie che indosserete quando l'ufficiale e gli alabardieri scenderanno. All'estremità della cantina poi vi sono dei ferrivecchi e vi troverete anche delle catene.
"Fingetevi spettri o diavoli e vedrete che corsa prenderà la ronda!"
- Risali? - chiese Mendoza.
- Devo portare sopra un paio di bottiglie ancora, che faranno girare completamente la testa a quei brav'uomini.
"Fra un quarto d'ora cominciate a rumoreggiare. Io rispondo di tutto."
- E se quei tre poliziotti non credessero affatto ai fantasmi? - chiese Buttafuoco.
- Tonnerre!... Allora impegneremo risolutamente la lotta e nessuno di loro uscirà vivo dalla cantina, - rispose il guascone. - Vi lascio il lume che vi raccomando di spegnere dopo che avrete ben nascosto dietro le botti quel Pfiffero ubbriacone.
Il bravo taverniere passò in rivista la sua biblioteca, formata di bottiglie di prima marca, almeno cosí assicurava lui, ne prese due che sembravano molto venerande e risalí la scala, impugnando la draghinassa.
L'ufficiale stava in quel momento accarezzando il mento della bella castigliana. Don Barrejo finse di non vedere nulla e si precipitò verso il tavolo, sbuffando come una foca.
- Pepito mio! - gridò Panchita, fingendosi spaventata. - Che cos'hai?
- Io non so, - rispose il guascone, deponendo sul tavolo le due bottiglie, - ma dopo la comparsa di quell'uomo vestito di nero e dai capelli biondi e la sua scomparsa misteriosa, succedono qui certe cose che mi impressionano profondamente, moglie mia.
I tre soldati erano diventati un po' pallidi, cosa d'altronde non sorprendente in quei tempi, in cui tutti credevano alle apparizioni dei diavoli, dei folletti, delle streghe e degli spettri.
- Che cosa avete veduto? - chiese l'ufficiale.
- Posso essermi ingannato, eppure giurerei di aver scorto, all'estremità della cantina, una figura bianca che danzava intorno alla mie botti.
- Volete spaventarci, taverniere?
- Niente affatto, signor ufficiale. Non vi pare che io sia pallidissimo?
- Veramente lo eravate anche prima.
- No, perché la mia pelle è sempre abbronzata, è vero, Panchita?
- Verissimo, - rispose la castigliana, la quale si studiava di secondare il marito, senza sapere che cosa stava per succedere.
- Mi viene un sospetto, signor ufficiale, - riprese il guascone, il quale stava sturando le due bottiglie.
- Quale?
- Che quell'uomo vestito di nero non fosse affatto un buon cristiano e che invece di uscire dalla porta si sia tramutato in uno spirito per succhiarmi tutto il vino della mia cantina.
- Che storie ci narrate, taverniere? - chiese l'ufficiale. - Io ho conosciuto quel signore e vi posso garantire che è un buon cattolico, poiché il marchese di Montelimar non prende ai suoi servigi degli eretici.
- Il marchese di Montelimar! - esclamò don Barrejo. - Chi è?
- Alto là, taverniere, - rispose l'ufficiale. - Voi non avete il diritto di conoscere i segreti della polizia di Panama.
- Allora beviamo.
Il guascone stava per empire i bicchieri, quando sotto terra si udirono dei rumori indistinti e tuttavia non meno impressionanti. Pareva che delle persone martellassero delle lastre di ferro, mentre altre si divertivano a trascinare catene o ferravecchi.
L'ufficiale, i due alabardieri e Panchita erano balzati in piedi, mentre don Barrejo si lasciava cadere su una sedia, mandando un sospirone che avrebbe intenerito perfino i sassi.
- Chi produce questo baccano? - chiese l'ufficiale, sfoderando la sua spada.
- È l'anima dell'uomo che voi cercate, ve l'assicuro io, - disse don Barrejo. - L'ho scorto nella mia cantina.
- Volete burlarvi di noi, taverniere?
- Burlarvi!... Andiamo dunque a vedere!... Siamo in quattro e bene armati e anche mia moglie, se vuole, sa maneggiare benino il spiedo.
Il guascone aveva pronunciate quelle parole con tanta gravità che le guardie della ronda erano rimaste non poco impressionate. Quella storia di diavoletti nella cantina e la scomparsa misteriosa, assolutamente inesplicabile per loro che ignoravano come fossero andate le cose, cominciava a seccarli moltissimo.
L'ufficiale vuotò un bicchiere pieno di vecchia Malaga, che doveva fargli girare non poco la testa, poi, asciugandosi i baffi col dorso della mano, disse con voce grave, volgendosi verso i due alabardieri:
- Noi dobbiamo compiere il nostro dovere, camerati, e riportare al signor marchese il corpo o l'anima di quel signore che è venuto qui a bere.
"Vuotate anche voi un altro bicchiere per farvi animo e andiamo a vedere che cosa succede nella cantina di questa taverna.
"Por Dios!... Siamo uomini d'armi!..."
- Panchita!... - gridò don Barrejo. - Prendi lo spiedo tu e porta un altro lume.
- Ne avevi già uno quando sei sceso nella cantina, - rispose la castigliana.
- L'ho lasciato cadere quando mi è sembrato di vedere lo spettro dell'uomo biondo.
- Tu finirai per diventare un don Fracassa, marito mio.
- I miei malanni li pagano i meticci che vengono qui a bere il mezcal, tu già lo sai.
"Siamo pronti? A me il lume e, corpo d'un cannone!... voglio battagliare cogli spettri se realmente si sono rifugiati nella mia cantina.
"Signor ufficiale, vi prego di starmi molto vicino. Sapete... io non sono un uomo d'armi e non ho maneggiato fino ad oggi altro che bottiglie."
- Ci siamo noi, - rispose il capo della ronda, a cui pareva che la vecchia Malaga avesse dato un gran colpo alle gambe. - Siete pronti, alabardieri?
- Sí, signore, - risposero i due soldati, i quali non si trovavano in migliori condizioni.
- Partiamo e non diamo quartiere né ai diavoli, né ai folletti, né ai fantasmi. Caramba!... Metteremo a soqquadro la cantina della taverna d'El Moro.
Ed i tre poliziotti, pieni di ardore pel troppo vino bevuto, si mossero, preceduti da don Barrejo il quale reggeva la lampada ed impugnava fieramente la sua fida draghinassa e seguiti dalla bella castigliana armata d'un formidabile spiedo.

Capitolo III
LA CACCIA AI FANTASMI

I QUATTRO uomini, ben decisi a liberare la cantina della taverna d'El Moro dall'anima dell'uomo biondo e scialbo, poiché ormai anche nell'animo delle guardie era nato il convincimento che fosse qualche demonio, s'impegnarono nella lunghissima scala, la quale contava non meno di una cinquantina di giardini.
Scesi però i dieci primi gradini, don Barrejo credette opportuno di fare una breve sosta e di trinciare, colla sua draghinassa, una gran croce.
Come se i fantasmi si fossero subito accorti di quel segno cristiano, ripresero a martellare ferramenta ed a trascinare catene, sbattendole contro le botti, e producendo cosí un fracasso veramente infernale.
L'ufficiale e le due guardie avevano rimontato sollecitamente qualche gradino, urtando la bella castigliana, la quale teneva ben alto lo spiedo.
- Signor ufficiale, - disse il guascone, simulando un grande spavento. - Volete lasciarmi solo alle prese coll'anima di quell'uomo misterioso?
- No, no, prendo solamente un po' di fiato, - rispose l'altro, il quale era pallidissimo.
- Dovevate bere qualche gocciolo ancora, prima di avventurarvi in queste catacombe.
- È vasta dunque la vostra cantina?
- Io non sono mai riuscito a percorrerla tutta. Si dice che finisca nell'ossario del cimitero di città.
- Brrr!... - fece l'ufficiale. - Non potevate trovare di peggio.
- Si dice, però io non ho mai potuto verificare questo.
- Io non vorrei possedere una simile cantina, mio caro taverniere, rispose l'ufficiale.
Le guardie doppiamente impressionate da quella rivelazione che non s'aspettavano, esitarono un poco prima di riprendere la discesa.
Se si fosse trattato di misurarsi con degli indios bravos o con dei filibustieri, senza dubbio avrebbero fatto bravamente il loro dovere, senza farsi pregare, ma quella storia di spettri che già si facevano udire e di ossari, metteva nel loro animo uno sgomento d'altronde perdonabile in quei tempi.
- Andiamo, dunque? - Chiese don Barrejo, il quale faceva tremolare la lampada per simulare un crescente spavento. - Qui bisogna prendere il coraggio a due mani, caramba.
- Fate lume, - rispose l'ufficiale. - Mi pare che la vostra mano oscilli troppo.
- Canarios!... Sono dinanzi a tutti e sarò il primo a venire acciuffato e portato all'inferno o nell'ossario. Pensate che io ho una moglie e bellina per di piú.
- Mostrate dunque il vostro coraggio dinanzi a lei.
- Se è per Panchita, scendo subito ed accoppo tutti gli spiriti che infestano la mia cantina, - rispose il guascone, il quale frenava a gran pena le risa.
Rialzò la lampada, tracciò in aria un altro segno della croce e, quantunque nella cantina si udissero sempre sbatacchiare catene contro le botti e di quando in quando degli ululati che parevano uscire dalle gole di lupi arrabbiati, riprese animosamente la discesa, non senza biascicare delle ave marie. Giunto al venticinquesimo gradino, ossia quasi alla metà, il guascone tornò a fermarsi.
- Signor ufficiale, - disse con voce alterata. - Le mie gambe non mi reggono piú.
- Non vi mostrate un poltrone dinanzi a vostra moglie, - rispose il capo della ronda. - Qualcuno bisogna bene che vada innanzi e voi solo siete pratico di questa cantina.
"E poi non siamo noi qui, pronti ad appoggiarvi?"
- E non udite questi rumori?
- Non sono sordo.
- Da che cosa credete che provengano?
- Lo sapremo quando saremo giunti abbasso. Orsú, taverniere, un po' di coraggio ed impugna ben salda la tua draghinassa.
- E se ci fossero veramente dei fantasmi? - disse una delle due guardie, con un certo tremolío nella voce. - Sapete bene, capo, che non si uccidono.
- E che le alabarde passerebbero attraverso ai loro corpi, come in mezzo ad una nube di fumo, - aggiunse l'altra.
- Noi non li abbiamo ancora veduti, - rispose l'ufficiale. - Se compariranno davvero... vedremo che cosa converrà fare.
- Sí darcela a gambe al piú presto, - disse don Barrejo.
L'ufficiale non rispose. Si trovava troppo imbarazzato a dare una risposta contraria.
Tirato il fiato, il guascone si decise finalmente a scendere gli altri venti o venticinque gradini ed a raggiungere il fondo.
La cantina s'apriva dinanzi a loro, ampia, altissima e, come abbiamo detto, ben fornita di botti piú o meno piene.
Uno spettacolo terrificante, tale da far gelare il sangue anche ad un filibustiere s'offerse allora agli occhi delle tre guardie e del cantiniere.
I gemiti, le urla, i fragori di ferramenta erano cessati ed invece erano comparsi improvvisamente due spettri, i quali erano saltati giú dalle ultime botti delle due file, mettendosi subito a girare su se stessi e facendo vivamente agitare i loro drappi bianchi.
Don Barrejo aveva cacciato un urlo ed aveva subito lasciata cadere a terra la lampada.
- Scappiamo!...Scappiamo!... - aveva gridato con voce strozzata.
Le tre guardie avevano già voltate le spalle e stavano arrampicandosi affannosamente su per la scala, spingendosi innanzi Panchita la quale strillava come se la scorticassero.
In pochi istanti si trovarono tutti nella taverna. Le guardie erano pallide ed affannate e pareva che non avessero piú voce.
Fortunatamente vi era ancora del vino sul tavolo ed un paio di bicchieri di vecchio Xeres, cacciati un dietro all'altro, diedero un po' di animo ai disgraziati.
- La tua cantina è maledetta, - disse l'ufficiale, appena poté tirare il fiato. - Erano ben dei fantasmi quelli?
- Se lo erano!... - esclamò Don Barrejo. - Chiedetelo alle vostre guardie ed a mia moglie.
- Sí, sí, capo, - si affrettarono a confermare i due alabardieri.
- Erano dei veri spettri.
- Allora mio caro, cavatela come puoi, - disse l'ufficiale. - Io non mi occupo di questi affari.
"Aprici."
- Come!... Ve ne andate, signore ufficiale? - strillò Panchita, la quale si era abbandonata su una sedia, simulando uno spavento impossibile a descriversi.
- I soldati non hanno mai battagliato contro le ombre, bella mia, - rispose il capo della ronda, il quale non vedeva il momento di trovarsi all'aperto. - Le nostre spade e le nostre alabarde non ci servirebbero a nulla.
- E dove volete che andiamo a dormire? Sotto la pioggia? - disse don Barrejo, il quale fingeva di strapparsi i capelli.
- Andate a bussare alla porta di qualche vicino.
- Dovrò allora raccontargli il motivo per cui io e mia moglie siamo fuggiti e domani tutto il quartiere saprà che la mia cantina è frequentata dagli spiriti dell'ossario.
- E saremo completamente rovinati, - sospirò la bella castigliana.
- Io non so che cosa farvi, miei cari, - rispose l'ufficiale, il quale fissava la porta della cantina rimasta aperta, come se temesse di veder comparire, da un momento all'altro, uno di quei due spettri giganti. - Io non posso darvi che un consiglio.
- Dite su, signor ufficiale, - piagnucolò don Barrejo.
- Di recarvi domani mattina dal Padre Superiore del convento piú vicino e di pregarlo di mandarvi una mezza dozzina di frati con delle croci e con molta acqua santa.
- Rimanete qui fino a domani?
- No, mio caro taverniere, ne abbiamo abbastanza dei misteri che si succedono qui. Domani in pieno giorno, verremo forse a ritrovarvi per sapere qualche cosa. Aprite ora e lasciateci andare.
- Piove ancora al di fuori.
- Preferisco prendermi dell'acqua, piuttosto di scendere ancora nella tua cantina. Andiamo camerati.
Don Barrejo, fingendosi disperato, aprí la porta della taverna e tutti, compresa Panchita, uscirono sulla via.
- In quel momento passavano alcuni nottambuli, non curanti della pioggia che continuava a cadere a catinelle.
Vedendo aprirsi la taverna ed uscire delle persone che subito non avevano potuto scorgere, poiché le guardie si erano bene avviluppate nei loro ampi mantelli, si accostarono, ed uno della comitiva, quantunque sembrasse abbastanza alticcio, chiese:
- Si può bere una bottiglia?
- Eccovi in buona compagnia, - disse l'ufficiale a Don Barrejo. - Queste brave persone non se ne andranno finché offrirete da bere.
- E chi è che andrà in cantina a prendere le bottiglie se vi sono i fantasmi?
- Come, vi sono i fantasmi nella vostra casa? - chiese un altro della comitiva, facendosi precipitosamente il segno della croce.
- Si caballeros, e cosí terribili che hanno fatto scappare perfino le signore guardie.
I nottambuli non ne vollero sapere di piú s'allontanarono correndo, mentre le guardie se ne andavano pure dall'altra parte rasentando i muri delle case.
Don Barrejo attese che il rumore dei passi fosse completamente cessato, poi rientrò nella taverna e, mentre sua moglie si affrettava a chiudere, si gettò su una sedia ridendo a crepapelle e con tale fragore da attirare perfino l'attenzione dei due fantasmi, i quali non tardarono a comparire sulla porta della cantina, facendo svolazzare le candide tovaglie che li coprivano.
- Vade retro Satana!... - gridò il guascone, impugnando una bottiglia. - Tu puzzi troppo di zolfo.
Mendoza che era dinanzi, si sbarazzò delle tovaglie e si precipitò verso il tavolino, seguito da Buttafuoco, il quale, forse per la prima volta dopo tanti anni, si permetteva pure di ridere allegramente.
- Rajo de Sol!... - esclamò il basco, afferrando pure lui una bottiglia che non era stata ancora interamente vuotata. - Ti proclamo, don Barrejo, il piú grande ed il piú furbo guascone che la terra degli spadaccini e degli avventurieri abbia allattato.
- Sí, un brav'uomo, - confermò Buttafuoco, il quale cercava pure di bagnarsi la gola.
- Sono scappati come lepri, - rispose don Barrejo. - Ah!... Che commedia, amici!... Io non so come abbia fatto a trattenere fino a questo momento le risa. Non ne potevo proprio piú.
- Che ritornino? - chiese Mendoza.
- Ecco quello che temo. Sono capaci di venire ancora qui accompagnati forse da una mezza dozzina di frati. Ecco quello che io temo, amici.
"L'avventura non finirà certamente qui, anche perché il marchese di Montelimar vorrà sapere che cosa è successo del corpo o dell'anima di compare Pfiffero.
"Questo fiammingo comincia a diventare pericolosissimo, anche se è ubbriaco morto. Vi pare signor Buttafuoco?"
- Purtroppo prevedo dei grossi guai ora che il marchese ha dei sospetti su di noi e che ci fa pedinare dovunque dalle sue spie, - rispose il bucaniere.
- Allora io ritorno sulla mia prima idea, disse il guascone. - Scendo in cantina, scoperchio la botte e ve lo getto dentro.
"Per un ubbriaco deve essere una morte dolcissima quella di finire affogato dentro dieci ettolitri di Xeres."
Che poi dovresti gettar via, - disse Mendoza.
- Ma che!... Domani lo ripesco, scavo una buca e lo seppellisco in qualche angolo della cantina. In quanto al vino vedrai che saprò venderlo egualmente, anche se ha conservato un morto per dodici ore.
- Ah!... Canaglia!...
- Oh!... I meticci e gl'indiani non hanno il palato raffinato.
- No, - ripeté per la seconda volta Buttafuoco. - Io penso che quell'uomo potrebbe diventare per noi preziosissimo.
"Se è, come sembra, il confidente del marchese di Montelimar, noi potremo sapere da lui molte cose preziosissime."
- E se domani il marchese manda altre persone a cercarlo? Se lo scoprono, mi appiccano, signor Buttafuoco.
- Che non vi sia qualche nascondiglio nella tua cantina? - chiese Mendoza. - In casa non hai qualche granaio?
Don Barrejo stette un momento silenzioso, poi picchiò un pugno sulla tavola, esclamando:
- Ho trovato!... Anch'io ho scoperto l'America!...
- Ehi, guascone, hai il cervello guasto? - chiese Mendoza. - Che i fantasmi abbiano fatta anche a te troppa impressione?
- I cervelli dei guasconi sono chiusi dentro il cranio con due file di viti, amico, e non si rovinano cosí facilmente. Io ti dico che ho trovato un magnifico nascondiglio.
- Udiamo, disse Buttafuoco.
- Giorni fa ho acquistata una botte nuovissima, cosí ampia da contenerci tutti insieme e che io contavo di empire di mezcal. Prendo compare Pfiffero e lo caccio là dentro, cosí almeno non correrà piú il pericolo di morire gonfio di Xeres come un otre.
- L'hai proprio colle botti tu! - esclamò Mendoza.
- Non sono forse diventato un taverniere?
- E se le guardie tornano non vi sarà pericolo che compare Pfiffero, come lo chiami tu, si metta ad urlare anche dentro la sua botte e ti tradisca?
- Mai piú!...
- E perché?
- Perché appena mi accorgo che si sveglia, invece di dargli un bicchiere d'acqua zuccherata gli vuoto in gola una bottiglia intera di aguardiente e torno ad ubbriacarlo.
Tu sei diventato piú feroce d'un caimano, dopo il tuo matrimonio, - disse Mendoza.
- Ma no, signor mio, - protestò la bella castigliana, - anzi è diventato piú mansueto d'un agnello, il mio Pepito, dopo che si è sposato.
- Lasciamo stare Pepito, che qui non c'entra affatto, ed occupiamoci subito di quel Pfiffero.
"Approvate la mia idea?"
- Se non c'è di meglio, cacciamolo pur dentro la botte per ora, - disse Buttafuoco. - Ve lo faremo rimanere d'altronde il meno che sarà possibile, poiché avremo noleggiata una scialuppa e fileremo in cerca di Raveneau de Lussan.
- Bada di non ubbriacarlo troppo, quel povero diavolo, desse Mendoza. - Non vogliamo che muoia.
- Per chi mi prendi? - rispose il guascone, - per l'ultimo taverniere che esiste in tutte e due le Americhe? Gli darò da bere solamente dell'aguardiente finissimo, che costa a me non meno di quattro piastre la bottiglia.
- Sbrighiamo allora questo affare e poi andiamocene, - disse Buttafuoco. - La señorita Ines di Ventimiglia sarà molto inquieta e non si sarà certamente ancora coricata.
- Come!... Vi riceve di notte? - chiese don Barrejo.
- Non osiamo farci vedere di giorno. Le precauzioni non sono mai troppe quando si è impegnata una partita con un Montelimar.
Presero i lumi e scesero nella cantina, giungendo ben presto all'estremità delle due file di botti.
Colà si trovava un enorme recipiente che pareva una piccola torre messa a guardia dei Xeres, degli Alicanti e dei Malaga, capace di contenere nel suo interno, e senza alcuna difficoltà, almeno quattro uomini.
- Come vedete la botte è proprio nuova, - disse don Barrejo, - quindi il Pfiffero non correrà alcun pericolo di asfissiarsi.
Prese un martello e assalí i cerchi superiori, per smuovere le doghe e levare il coperchio. Mendoza e Buttafuoco lo aiutavano alla meglio, non essendo pratici in quel mestiere che il guascone invece conosceva ormai a fondo, forse meglio d'un bottaio.
- Il nido è pronto a ricevere il merlotto, - disse don Barrejo, dopo alcuni minuti. - Andatemi a cercare il Pfiffero mentre levo il coperchio.
Il disgraziato fiammingo russava beatamente sotto le botti come se si trovasse nel suo letto.
Buttafuoco e Mendoza presero quel corpo inerte e lo passarono al guascone, il quale lo lasciò cadere, senza troppi riguardi, in fondo al monumentale recipiente, mettendo poi subito a posto il coperchio in modo però che non combaciasse perfettamente, onde l'aria potesse liberamente circolare.
- Sfido chiunque ad andarlo a scovare, - disse don Barrejo, quand'ebbe finito.
- Si ode però che qualche cosa respira o russa li dentro, - disse Mendoza, il quale aveva appoggiato un orecchio alle doghe.
- T'inganni, amico, - rispose il guascone. - È il vino buono che bolle. Forse che non borbotta quando comincia a fermentare?
- Sei meraviglioso, don Barrejo, - disse Buttafuoco. - Io sono certo che con l'aiuto di voi due non sarà cosa difficile a me di condurre la señorita di Ventimiglia nel paese di sua madre a raccogliere l'eredità lasciatale dal Gran Cacico.
- Volete dire, signor Buttafuoco, che voi contate fin d'ora sulla mia draghinassa, - disse don Barrejo.
- Siamo venuti qui per portarvi via con noi. Non ne avete abbastanza di fare il taverniere, voi che siete un gentiluomo piú atto a maneggiare le armi che le bottiglie?
- Cominciavo infatti ad annoiarmi mortalmente ed a rimpiangere i bei tempi passati, quando sotto il figlio del Corsaro Rosso si montava all'assalto di qualche nave o di qualche casa almeno una volta alla settimana.
"E mia moglie?"
- Lasciala qui a condurre la taverna, - disse Mendoza. - Quando noi torneremo non avrai piú bisogno di vendere vino e Panchita potrà sfoggiare gioielli e bei vestiti finché vorrà.
"Signor Buttafuoco, andiamo."
Risalirono in fretta, si gettarono addosso i loro mantelloni, provarono a far scorrere le spade ed i pugnali, e dopo d'aver accarezzato il mento alla bella castigliana senza che don Barrejo trovasse di che dire, il filibustiere ed il bucaniere uscirono cautamente in istrada.
Pioveva sempre a dirotto ed un ventaccio impetuoso e quasi freddo sbatacchiava le finestre delle case e le monumentali insegne dei negozi.
In lontananza si udiva l'oceano Pacifico muggire sinistramente e rompersi contro le calate del porto.
- Quando ci rivedremo? - chiese don Barrejo.
- Se domani avremo bisogno di te, segui il ragazzetto indiano che ti ha portata la nostra lettera, - rispose Buttafuoco. - Intanto noi cercheremo il modo di sbarazzarti al piú presto del fiammingo per non comprometterti e...
Il bucaniere si era bruscamente interrotto, mettendo mano alla spada.
- Chi si avanza? - si chiese con inquietudine.
Degli uomini, cinque o sei, tutti chiusi in cappe grigie e che tenevano in mano delle lanterne, s'avanzavano verso la taverna, borbottando delle preghiere.
- Un funerale a quest'ora? - si domandò Mendoza.
Subito però ruppe in uno scroscio di risa. Aveva capito di che cosa si trattava.
- La polizia ha avvertito il Padre Superiore del vicino convento che la tua cantina è infestata dagli spiriti ed ecco i frati che giungono solleciti per benedire le tue botti d'acqua santa.
"Fa' loro buona accoglienza e cavatela come puoi. Signor Buttafuoco, filiamo!..."
I due avventurieri si allontanarono velocemente, mentre i sei frati, preceduti da un sagrestano zoppo, che reggeva un grosso recipiente di acqua santa, si fermavano dinanzi alla taverna.
Avevano appena svoltato l'angolo della via, quando un uomo, che fino allora era rimasto confuso colla fitta ombra proiettata da un vecchio porticato, si slanciò sulle loro tracce.

Capitolo IV
LA SCOMPARSA DELLA CONTESSA DI VENTIMIGLIA

IL BUCANIERE ed il filibustiere, messi in buono umore dai vini tracannati alla cantina d'El Moro, se ne andavano tranquillamente per la loro via, prendendosi filosoficamente la pioggia torrenziale, la quale si ostinava a non cessare.
Né l'uno né l'altro si erano accorti dell'uomo che si era lanciato sulle loro tracce e che, passando attraverso a delle viuzze note a lui solo, cercava di sopravanzarli.
Il ventaccio rumoreggiava sui tetti delle case, facendo, di quando in quando, volare delle tegole e rovinare il comignolo di qualche camino. I tuoni ed i lampi si univano alle raffiche che l'oceano Pacifico, diventato oceano rabbioso, scaraventava con inaudita violenza sulla città addormentata.
Avevano percorse già una decina di vie fangose e sfondate, poiché in quell'epoca gli spagnuoli non si curavano gran che della viabilità, occupati come erano a difendersi dai continui attacchi dei filibustieri, che interrompevano i loro fiorenti commerci, quando giunsero dinanzi ad una casetta a due piani, di bell'aspetto, sulla cui porta si leggeva, su una insegna monumentale, il seguente titolo:

POSADA DEL RIO VERDE

- Ci siamo, - disse Mendoza. - Che la señorita Ines di Ventimiglia ci aspetti ancora?
- Ha nelle sue vene sangue indiano, - rispose Buttafuoco. - Abbiamo fatto però tardi.
- Vedo brillare un lume attraverso le persiane d'una finestra. O la señorita o il mio fido bucaniere Wandoe, vegliano:
Stavano per avvicinarsi alla porta dell'albergo, quando un uomo tutto avvolto in un ampio ferraiolo, sbucò da una via laterale e con tanta furia da urtare malamente Mendoza.
- Ehi, amico, avete bevuto? - esclamò il basco. - Girate al largo perché io ho l'abitudine di non farmi urtare due volte dal primo mascalzone che incontro di notte.
Lo sconosciuto aveva fatto tre o quattro passi indietro e si era aperto il mantellone, dicendo:
- Mi pare, caballero, che mi abbiate chiamato mascalzone, se non sono diventato sordo.
- Ciò che vi auguro, di tutto cuore, - rispose il basco, ironicamente.
- Giacché dunque non sono sordo, - riprese lo sconosciuto, - ho potuto raccogliere benissimo la vostra offesa.
- E cosí?
- Vorrei sapere con chi potrei incrociare la mia spada per vedere se sarà degno di me.
- Chi siete voi dunque?
- Don Ramon de los Montes, figlio d'un grande di Spagna.
- Ah!... Figlio di papà!...
- Scherzate meno e ditemi chi siete.
- Io non sarò indegno di voi, don Ramon de los Montes, poiché io sono il conte don Diego de Alcalà y Veragrua e duca di Sabalioz.
- E... l'altro? - chiese il figlio del grande di Spagna, o almeno quello che si spacciava per tale.
- Non avendovi dato del mascalzone, signor de los Montes, preferisco per ora serbare l'incognito. Vorrei invece pregarvi se non sarebbe meglio rimettere a domani questa questione, che mi pare molto sospetta, poiché io credo voi figlio d'un grande di Spagna, quanto io sono figlio di Montezuma, il disgraziato imperatore del Messico.
- Come!... - gridò lo sconosciuto, gettando a terra il mantellone e snudando rapidamente la spada. - Mi si dà del mascalzone, e poi si pongono anche in dubbio i miei titoli? ah!... Caramba!... Questo è troppo!...
- Si direbbe che voi andate in cerca di questioni, - disse Buttafuoco, a cui era sorto un sospetto.
- Canarios!... io sono l'uomo piú tranquillo del mondo, ma quando mi s'importuna allora divento anche uno dei piú terribili.
"Qui si è insultato il figlio d'un grande di Spagna e qui il sangue scorrerà, signori miei, perché io sono ben risoluto a non lasciarvi andare indisturbati.
"Se non volete battervi, seguitemi al piú vicino posto di polizia."
- Tu non sei altro che un miserabile avventuriero in cerca di colpi di spada, pessima canaglia, - disse Mendoza, estraendo a sua volta la spada.
- O meglio pagato da qualcuno per darci delle noie, - aggiunse Buttafuoco. - Quante piastre ti hanno fissato per ognuna delle nostre pelli?
- Canarios!... Questo è troppo!... - gridò lo sconosciuto, facendo un salto contro il muro della posada per non farsi sorprendere alle spalle.
- Allora finiamola alla lesta, - disse Mendoza. - Voi state a guardarmi, per ora; se cadrò mi vendicherete.
- Lo inchioderò contro la parete come una lucertola, - rispose Buttafuoco, mettendo pur mano alla spada.
Mendoza, come già sappiamo, era uno spadaccino di primo ordine, che valeva non meno del terribile guascone don Barrejo.
Desideroso di sbrigare presto la faccenda, pel timore che sopraggiungesse qualche ronda, attaccò risolutamente l'avversario vibrandogli una dietro l'altra tre o quattro fulminee stoccate, parate appena in tempo.
- Canarios!... - esclamò lo sconosciuto, un po' sconcertato. - Chi è stato il vostro maestro?
- È inutile che ve lo dica, - rispose Mendoza, il quale non gli lasciava quasi nemmeno il tempo di rimettersi in guardia. - Quando vi avrò vibrata la stoccata dei Tre Corsari, voi rimarrete inchiodato contro la parete, quindi non avrete piú il bisogno dell'indirizzo del mio maestro, bensí di un passaporto per l'altro mondo.
- Ehi, correte troppo, mio signore.
- Aspettate un po' e vedrete un colpo meraviglioso, l'ultimo però per voi.
I due spadaccini, non curanti della pioggia che non cessava di cadere, si scambiavano stoccate con grande accanimento. Il fragore delle spade non si udiva, poiché il tuono continuava a rumoreggiare ed il vento ad ululare fra i comignoli delle case.
Lo sconosciuto, dopo qualche minuto, si trovò obbligato a rompere ed appoggiarsi quasi alla parete. Sembrava molto sorpreso di aver trovato un avversario cosí formidabile, mentre forse aveva sperato di sbarazzarsi di entrambi con pochi colpi di spada.
- Signor figlio d'un grande di Spagna, - disse Mendoza, mentre una folgore attraversava la piazza, seguita da uno schianto terribile. - Preparatevi alla partenza che non ha ritorno.
Stava per tornare all'attacco, quando una finestra della posada si aprí ed una voce d'un uomo chiese:
- Chi si ammazza davanti al mio albergo?
- È l'amico Mendoza che si diverte un po', - disse Buttafuoco, alzando la testa. - Lascia fare, Wandoe, fra poco tutto sarà finito.
"Porta invece una torcia ed un archibugio."
- Canaglie!... - gridò lo sconosciuto, facendo una rapida mossa di fianco per prendere piú campo. - Avete degli amici qui ed ora mi farete assassinare a colpi d'arma da fuoco.
"Non è agire da gentiluomini questo."
- Basterà il colpo dei Tre Corsari, - rispose Mendoza, chiudendogli prontamente il passo e costringendolo ad appoggiarsi alla parete. - A te, bandito, prendi questo per ora!...
- Ed anche tu questa - rispose lo sconosciuto, il quale si difendeva disperatamente, chiamando in suo soccorso tutte le risorse della terribile arte della scherma.
Mendoza parò la botta, poi tutto d'un tratto si abbassò verso terra, appoggiandosi sulla mano sinistra e andò a fondo.
Lo sconosciuto aveva mandato un grido, poi aveva lasciata cadere la spada, appoggiandosi contro il muro.
Aveva ricevuta una magnifica stoccata nella spalla sinistra, dal basso in alto.
Mendoza ritirò lentamente la lama, la cui punta si era arrossata contro la scapola dell'avversario e fece un gesto di malumore.
- Troppo alto - disse. - Avrei dovuto attraversargli il cuore.
In quel momento il preteso figlio del grande di Spagna, vinto dal dolore intenso causatogli da quel terribile colpo, rovinò al suolo, rimanendo inerte.
- Morto? - chiese Buttafuoco.
- Oh, no, - rispose Mendoza. - La ferita però deve essere dolorosissima.
In quell'istante la porta della posada ed un uomo di alta statura, che rassomigliava stranamente a Buttafuoco, pure molto barbuto e molto abbronzato, comparve, portando in una mano una lanterna e nell'altra un lungo archibugio.
- Che cosa succede qui, amici? - chiese, avvicinando premurosamente al bucaniere ed al filibustiere, il quale stava asciugando tranquillamente la punta della lama.
- Non ne sappiamo piú di te, Wandoe, - rispose Buttafuoco. - Questo mascalzone ci ha provocati e Mendoza ha approfittato dell'occasione per dargli una buona lezione di scherma.
- Non ci vedo chiaro in tutto questo, - rispose il proprietario della posada. - Questo furfante deve essere stato pagato dal marchese per assassinarvi. Vediamo un po': ne conosco molti di questi sicari. Si avvicinò al ferito, il quale pareva che fosse svenuto e gli proiettò in pieno viso i raggi della lanterna.
Ad un tratto un grido gli sfuggí e fece due o tre passi indietro, esclamando:
- Ah!... Disgraziato!... Disgraziato!... L'avevo sospettato.
- Che cosa? - chiesero ad una voce Mendoza e Buttafuoco.
- Aiutatemi a portare a coperto quest'uomo, - rispose Wandoe. - Non bisogna lasciarlo morire.
- Questi birbanti hanno la pelle dura e poi la sua ferita è piú dolorosa che pericolosa. Ah!... Se l'avessi côlto un po' piú sotto, allora non risponderei piú di lui.
I tre uomini sollevarono il ferito ed entrarono nella posada, arrestandosi in una vasta camera a pianterreno che era ancora illuminata, la quale conteneva solamente sei amache che in quel momento erano vuote.
Il ferito fu sollevato con molte precauzioni e deposto su uno di quei comodi e freschi giacigli.
Subito Mendoza, con una navaja datagli da Wandoe, gli tagliò la casacca, il giustacuore e la camicia e mise allo scoperto la ferita.
- Niente di grave, - disse, arrestando con un fazzoletto il sangue che sgorgava in abbondanza.
La fasciò alla meglio, aggiungendo:
- Ci occuperemo poi meglio di quest'uomo. Spiegaci ora, Wandoe, il tuo sgomento che per noi è inesplicabile.
"L'hai veduto altre volte questo avventuriero?"
Wandoe, il quale aveva un viso assolutamente sconvolto, guardò il bucaniere ed il filibustiere quasi con terrore, poi chiese con voce strozzata:
- Non ve l'ha condotta?
- Chi? - domandarono ad un tempo Buttafuoco e Mendoza.
- La señorita.
- La señorita Ines di Ventimiglia?...
- Sí!... Sí!... - balbettò Wandoe.
- Tu sei impazzito? - gridò Buttafuoco. - Che cosa vuoi dire?
- Non ho il coraggio di dirvelo. Ora comprendo che noi siamo stati giuocati.
- Suvvia, - disse il bucaniere, il quale cominciava a perdere la pazienza. - Spiegati una buona volta.
- Vi chiedo se ve l'ha condotta.
- Ma chi?
- La señorita di Ventimiglia, - ripeté Wandoe, con angoscia.
- Quell'uomo lí è venuto oggi, dopo il mezzodí, con un biglietto firmato "Buttafuoco" con cui la si avvertiva di lasciare immediatamente la mia posada, essendo ormai stato scoperto il mio rifugio dal marchese di Montelimar.
Buttafuoco e Mendoza, udendo quelle parole, erano rimasti come fulminati.
- La señorita scomparsa!... - esclamò finalmente Buttafuoco, mentre Mendoza si strappava un ciuffo di capelli. - L'hai veduta tu questa lettera?
- La señorita me l'ha fatta leggere, prima di decidersi a lasciare la mia posada.
- Ah!... Cane d'un marchese!... - urlò Mendoza, con accento feroce. - Ce l'ha fatta!...
- Dimmi, Wandoe, - disse Buttafuoco, il quale aveva riacquistato prontamente il suo sangue freddo. - La señorita non ha avuto alcun sospetto?
- Nessuno, perché quel biglietto portava la tua firma e già sapeva che qualche cosa c'era in aria. Glielo avevi già detto tu che il marchese era ormai sulle vostre tracce.
- A che ora ha lasciato la posada?
- Verso le tre pomeridiane.
- Ed è uscita con quell'uomo lí?
- Si.
- Ne sei ben certo?
- Non posso ingannarmi, perché avevo già oggi osservato sul viso di quell'avventuriero una profonda cicatrice che pare prodotta da un colpo di draghinassa.
- Mi stupisce però come la señorita non avesse intuito che si trattava d'un tradimento.
- Nessuno poteva sapere in Panama che Buttafuoco era qui, - rispose Wandoe.
- È vero anche questo. Che polizia ammirabile ha quel marchese! Ci ha portato un colpo mortale, tuttavia noi non siamo uomini da perderci di coraggio.
"Occupati del ferito e curalo piú che puoi. Da lui sapremo dove ha condotto la contessina di Ventimiglia.
"C'è il lume nel tuo gabinetto?"
- Sí, amico.
- Vieni Mendoza, - disse Buttafuoco.
Aprirono una porta ed entrarono in una stanzina attigua, che serviva come di segreteria della posada, e come la prima camera era pure illuminata.
Buttafuoco gettò via con dispetto il feltro ed il mantello e si sedette dinanzi ad un tavolo, prendendosi il capo fra le mani.
Mendoza, che aveva scoperta sullo scrittoio una bottiglia, si era affrettato ad impadronirsene, per rimettersi meglio da tante emozioni passate.
- Orsú, signor Buttafuoco, - disse il filibustiere empiendo due bicchieri. - Schiarite un po' le idee con questo Porto, che Wandoe ha certamente serbato per noi. Verranno subito a galla come le sardine del mare dell'Olanda.
- Io credo, mio caro, - rispose il bucaniere, - che noi abbiamo trovato un avversario degno di noi.
"È vero che aveva dato molto da fare al figlio del Corsaro Rosso.
"Se noi non riusciremo a riavere nelle nostre mani la señorita, potremo rinunciare all'eredità del Gran Cacico del Darien, poiché la presenza della figlia del Corsaro è assolutamente necessaria."
- Lo so, - rispose Mendoza. - I capi delle tribú non consegnerebbero il tesoro ai primi arrivati. Il difficile sta ora nello strapparla nuovamente al marchese di Montelimar.
"Egli certamente aspettava pazientemente, da anni ed anni, il suo arrivo in Panama, per averla ancora una volta sottomano."
- Che il nostro passaggio attraverso l'istmo sia stato notato? Io mi sono rivolto piú di cento volte questa domanda.
- E da chi? Chi poteva riconoscerci dopo sei anni d'assenza?
- Eppure, come vedi, appena abbiamo messo i piedi in Panama abbiamo avuto intorno delle spie. Io non credo affatto che il marchese ti abbia riconosciuto mentre passeggiavamo sulle calate del porto.
- Vi deve essere qui sotto un mistero, signor Buttafuoco. Io vorrei sapere innanzitutto il perché quel bucaniere inviato al conte di Ventimiglia dal Gran Cacico prima di esalare l'ultimo suo sospiro, ci abbia lasciati sbarcando sul continente, colla scusa di recarsi ad avvertire le tribú del Darien dell'imminente arrivo della principessa.
"Non avete mai notato qualche cosa di doppio in quell'uomo?"
- Piú di quanto tu credi, - rispose Buttafuoco.
- Che sia stato lui a tradirci per impadronirsi da solo del tesoro?
- Può darsi, Mendoza; però io conosco gl'indiani, so quanto sono cocciuti e non rimetteranno l'eredità del Gran Cacico che nelle mani della señorita.
- E come faranno a riconoscerla?
- Da un tatuaggio misterioso che la contessina porta su una spalla e che sarebbe come una specie di timbro reale.
- Allora siamo al sicuro contro qualunque mistificazione.
- Oh!... Per questo sí, - rispose il bucaniere. - A noi ora non resta che far perdere nuovamente le nostre tracce alle spie del marchese ed ai suoi sicari, e cercare di metterci al piú presto in relazione con Raveneau de Lussan, poiché senza l'aiuto dei filibustieri non potremmo raggiungere le grandi selve del Darien.
In quel momento entrò Wandoe portando un'altra bottiglia e dei bicchieri.
- Come va dunque il ferito? - chiese Buttafuoco.
- L'uomo è robusto e la lama non ha offeso alcun organo importante. Fra dieci o dodici giorni quell'uomo sarà perfettamente ristabilito.
- La botta era troppo alta, - disse Mendoza, con un certo rammarico.
- Non dolertene, - gli disse Buttafuoco. - Quest'uomo sarà piú prezioso vivo anziché morto.
Quindi, rivolgendosi verso il padrone della posada, gli disse:
- Hai degli amici nel porto?
- I filibustieri che hanno ormai rinunciato al loro pericoloso mestiere non mancano.
- A noi occorre una casetta isolata e non sospettata, per poter agire a nostro agio. Ormai non possiamo soffermarci né qui né alla taverna di don Barrejo.
- Ho l'affar tuo, - rispose Wandoe, dopo d'aver pensato un momento. - Prima di mezzodí tu avrai una modesta casetta e, se vorrai, anche una buona barca da pesca.
"Il proprietario dell'una e dell'altra è un ex-filibustiere di David, graziato dagli spagnuoli e che ora fa il pescatore, ma in fondo è rimasto sempre un figlio della Tortue."
- Non ti domando di piú. Questa sera noi prenderemo possesso dell'alloggio e vi trasporteremo i due prigionieri.
- E come? - chiese Mendoza.
- Lascia fare a me, mio caro basco, e vedrai che noi la faremo bella alle spie del marchese di Montelimar.
"Wandoe, hai sempre quel vispo ragazzo indiano?"
- Sempre, amico.
- Dammi una penna ed un calamaio per scrivere a don Barrejo. Scommetto che quando riceverà la mia lettera, quel pazzo di guascone riderà tanto da slogarsi le mascelle.

Capitolo V
IL VIAGGIO STRAORDINARIO D'UNA BOTTE

SCAPPATI via Buttafuoco e Mendoza, il guascone era rimasto solo in mezzo alla strada, sotto la pioggia torrenziale, guardando con una certa ansietà i sei frati che indossavano delle cappe grigie e che portavano dei ceri fumosi, i quali resistevano ostinatamente all'acqua.
Il venerando drappello formato da barbe grigie, come abbiamo detto, era preceduto da un sagrestano zoppo che procedeva con delle strane mosse da ranocchio e che reggeva un secchio pieno d'acqua santa.
Il povero guascone sarebbe stato ben lieto di chiudere la porta in viso ai frati, quantunque buon cristiano, e di andarsene subito a dormire, ma a quei tempi non c'era da scherzare coi religiosi ed una qualunque offesa si poteva pagare assai cara.
Costretto a fare buona cera suo malgrado, don Barrejo, invece di chiudere la porta, spalancò i due battenti e ricevette cortesemente le sei barbe grigie, baciando ad ognuna di esse il cordone per mostrarsi buon cristiano.
- A che cosa devo l'onore della vostra visita ad un'ora cosí tarda, reverendi? - chiese. - Non vi è alcun morto qui da portare al cimitero.
- Vi sono però dei fantasmi, - disse un frate rubicondo e grosso.
- C'erano una volta.
- Come, c'erano una volta!... - esclamò il frate, inarcando le sopracciglia. - È appena mezz'ora che è venuto da noi un ufficiale delle guardie ad avvertirci che la vostra cantina era piena di satanelli.
- Ora però non ci sono piú, reverendo, poiché poco fa sono disceso e non ho piú udito nessun rumore, né veduto nessun satanello, né satanasso.
- Noi vogliamo vedere bene dentro in questa faccenda, - rispose il frate. - Le stregonerie non sono tollerate.
- Se i reverendi padri vogliono seguirmi, andiamo pure a dare la caccia ai fantasmi, - disse il guascone, prendendo un lume e mettendosi dinanzi al sagrestano-ranocchio che era piú bianco d'un cencio di bucato. Le sei barbe grigie scesero attraverso l'ampia scala, una scala quasi da palazzo, e giunsero ben presto in cantina, dove cominciarono subito a borbottare certe preci ed a trinciare una infinità di segni della croce.
Il guascone fingeva di borbottare anche lui qualcosa che non si capiva, e di quando in quando s'appoggiava contro il sagrestano-ranocchio, manifestando un grande spavento.
Quando le preghiere furono finite, il frate piú anziano cominciò a benedire le botti e le pareti per rimandare all'inferno spettri e satanelli.
Passando dinanzi alla grossa botte dove stava rinchiuso il disgraziato Pfiffero, si arrestò titubante.
- Che cos'è questo rumore che si ode lí dentro? - chiese, rivolgendosi al guascone.
- È vino nuovo che bolle, reverendo, - rispose don Barrejo, con grande serietà.
- Ne siete ben certo?
- Diamine!... Ce l'ho messo dentro tre giorni fa.
- Gorgoglia in un modo curioso.
- La cantina non è troppo fresca, quantunque sia molto profonda.
- Dove sono comparsi i fantasmi?
- Precisamente qui.
- Quanti erano?
- Due, reverendo.
- E il passaggio che conduce all'ossario del cimitero?
- Quale passaggio?
- L'ufficiale delle guardie mi ha detto che qui vi era una galleria.
- Sí, una volta, reverendo, poi è venuta una scossa di terremoto ed ha fatto crollare le vôlte.
Le sei barbe grigie fecero il giro della cantina, continuando a benedire, mentre don Barrejo cercava fra la botti un certo caratello che non sarebbe dispiaciuto nemmeno ai reverendi.
- Padri, - disse, quando stavano per risalire la scala, ormai persuasi di aver relegati per sempre tutti gli spiriti maligni all'inferno. - Io non ho dell'olio da offrirvi per le vostre lampade, perché sono un povero diavolo. Accettate però pel vostro disturbo questo caratello di vecchio Alicante.
- Grazie, buon figliuolo: servirà pei feriti che ricoveriamo al convento.
Don Barrejo lo mise sulle spalle del sagrestano-ranocchio e la comitiva ritornò nella taverna e quindi uscí nella via.
- Dieci giornate come questa, - disse il guascone, quando i frati se ne furono andati e la porta fu chiusa, - ed a te, mio povero don Barrejo, non rimarrà altra alternativa che di chiudere bottega per mancanza di vino.
"Che buco hanno fatto quest'oggi fra Mendoza, Buttafuoco, il Pfiffero, la ronda e poi i frati per sopra mercato.
"Al diavolo anche i fantasmi!
"Panchita!..."
Una voce che veniva dal di sopra rispose:
- Vieni a dormire, Pepito.
- Lascia che faccia i conti della giornata, - rispose il guascone. - Abbiamo lavorato molto quest'oggi. L'affare dell'eredità del Gran Cacico del Darien mi ricompenserà però largamente delle perdite, - aggiunse poi a mezza voce.
Stava per aprire un vecchio registro, tutto sgorbio e macchie d'inchiostro, dove nessuno avrebbe potuto certamente raccapezzarsi, fuorché il proprietario della taverna d'El Moro e sua moglie, quando si udí picchiare alla porta.
- Tonnerre!... - esclamò il guascone, il quale cominciava a perdere le staffe. - È proprio scritto che questa notte io non debba né fare i miei conti, né andare a dormire? Al diavolo tutte le ronde di Panama.
Si alzò, scaraventando lontano lo sgabello su cui stava seduto, prese per precauzione la sua draghinassa ed aprí la porta.
Due uomini d'aspetto poco rassicurante, con ampi ferraiuoli e cappellacci immensi, tentarono di entrare, mentre uno di loro chiedeva:
- È vero che la vostra taverna è piena di spettri? Noi non abbiamo paura nemmeno del diavolo e vi offriamo di tenervi compagnia fino a domani mattina.
- Chi ve lo ha detto? - gridò don Barrejo, mostrando la draghinassa.
- Abbiamo veduto i frati uscire poco fa dalla vostra taverna.
- Ebbene, giacché non avete paura nemmeno del diavolo, andate a tenere compagnia a lui. Io non ho bisogno di nessuno.
E chiuse senz'altro la porta sul viso dei due sconosciuti, accompagnando il colpo con un tonnerre dei piú formidabili che fossero usciti mai dalle sue labbra.
- Questa è una notte d'inferno, - borbottò il brav'uomo. - O questi spettri faranno la fortuna della mia taverna o rovineranno completamente le mie tasche e porteranno via anche la lunga catena d'oro di Panchita.
"Birbante di Mendoza!... Quando c'entra lui, porta ovunque la rivoluzione. È vero che anche don Barrejo, che è qui che mi ascolta, quando ci si mette fa le sue."
Aveva appena terminato i conti della giornata, constatando un'uscita di trenta bottiglie non pagate, senza contare il caratello regalato ai frati, quando fu di nuovo picchiato alla porta.
- Cane d'un lume!... - esclamò il guascone, furioso. - È questo che mi tradisce.
Riprese la draghinassa e per la seconda volta aprí.
Si trovò di fronte a tre o quattro altri individui di dubbia cera, i quali gli chiesero tutti ad una voce:
- È qui che ci sono gli spettri? Siamo venuti per spazzarli via.
- Basta la mia scopa!... - gridò don Barrejo. - Tonnerre!... Lasciate che i galantuomini, che hanno lavorato quindici ore su ventiquattro, si prendano un po' di riposo. Filate!...
Vedendo il guascone a roteare minacciosamente la draghinassa, anche quegli ultimi nottambuli se la diedero a gambe sotto la pioggia sempre scrosciante.
- Che vengano a prendermi a gabbo? - si chiese don Barrejo, il quale perdeva la pazienza. - Il primo che viene a seccarmi ancora, lo afferro per la gola e lo mando a tenere compagnia a compare Pfiffero, parola di guascone.
"La notte è perduta, è quindi inutile guastare il sonno della mia dolcissima metà."
Scosse tre o quattro bottiglie ed avendone trovata una semipiena la svuotò in due colpi, poi si allungò su due sedie, appoggiandosi contro il tavolino.
Il suo sonno non durò molto, poiché fu interrotto ben presto dallo squillare delle duecento campane che contava allora Panama e che tutte insieme formavano un tale baccano da scuotere anche i morti.
Quel breve sonno però lo aveva rimesso completamente in gambe, non avendo ancora dimenticato le sue vecchie abitudini d'avventuriero.
Aveva appena data la voce a Panchita perché si alzasse, quando udí bussare discretamente alla porta.
- Che sia un altro che viene a vedere i fantasmi? - si chiese. - Tonnerre!... Gli romperò la testa con un colpo di bottiglia.
Brontolando e bestemmiando, andò ad aprire e si ritrovò davanti un ragazzo indiano di dodici o quattordici anni, d'aspetto furbesco ed intelligentissimo, con occhi di fuoco e la pelle dai riflessi ramigni.
- Che cosa vuoi tu, furfante? - Gli chiese don Barrejo.
- Prendete, da parte di Buttafuoco, - rispose il ragazzo, consegnandogli il biglietto piegato in quattro.
Poi se ne fuggí, piú lesto d'un cervo, prima che il guascone avesse pensato a trattenerlo, scomparendo ben presto fra le fitte cortine di pioggia, non essendo il cattivo tempo ancora cessato.
- Qui dentro ci devono essere delle grandi novità, - borbottò il guascone, girando e rigirando la carta fra le dita. - Saprò io decifrare questi sgorbi? Quel caro Buttafuoco ama troppo la scrittura.
"Bah!... Una mania anche quella!..."
Allargò, come aveva l'abitudine, le sue lunghe e magrissime gambe, simili ad un immenso compasso, si mise una mano sul fianco destro e colla sinistra si cacciò sotto gli occhi la carta che era coperta di lettere grosse come ditali, poiché anche i gentiluomini allora si occupavano di frequentare piú le sale di scherma che la scuola.
Il guascone non era della forza del gentiluomo francese, quantunque anche lui avesse prese delle lezioni dal curato del suo villaggio, sicché dopo una mezza dozzina di tonnerre, pronunciati su tutti i tuoni davvero, dovette rinunciare e darsi del triplice asino.
Fortunatamente la bella taverniera era già scesa, e siccome ne sapeva molto piú di lui, non le riuscí difficile decifrare quegli sgorbi.
Quali terribili notizie conteneva quel bigliettino!... La contessina di Ventimiglia scomparsa e probabilmente prigioniera del marchese di Montelimar; Buttafuoco e Mendoza assaliti e con un altro prigioniero da unire al Pfiffero; la necessità quindi di mettere insieme i due uomini dentro la botte e di trasportarli altrove, per evitare delle sgradite sorprese da parte della polizia.
- In conclusione, che cosa vuole Buttafuoco? - chiese don Barrejo, il quale si grattava furiosamente la testa.
- Che questa sera tu gli conduca il fiammingo alla posada, senza levarlo dalla botte.
- Diventano pazzi questi avventurieri scatenati? Il rapimento della contessina deve aver fatto perdere loro la testa.
- Io credo il contrario, invece, Pepito mio, - disse Panchita.
- Ti sbarazzano di quell'uomo che per noi costituisce un continuo pericolo.
"Pensa che cosa succederebbe se le guardie lo scoprissero dentro la botte."
- Tu ragioni meglio del curato del mio villaggio, che si ostinava a cacciarmi in testa, come tanti chiodi, degli a e dei b. Condurre via quella botte non sarà cosa facile.
"È bensí vero che non sarò cosí stupido da farla viaggiare in pieno giorno.
"Tra là là, ci sono!..."
- A che cosa?
- Il problema è sciolto, - disse il guascone, prendendo una bottiglia d'aguardiente e riempiendosi un bicchierino. - Ad ogni passo io scopro una nuova America.
- E con tutte queste scoperte io non vedo altro che te che ti attacchi alla bottiglia dell'aguardiente, - disse la bella castigliana.
- Questa sera, prima del tramonto, andrai a chiamare tuo fratello. Egli è forte e grosso come un toro e fra noi due la botte verrà portata fuori dalla cantina.
"Raccomandagli di noleggiare un carretto qualunque per caricare il Pfiffero e anche l'altro che si trova nella posada.
"Come vedi, non ci voleva molto studio a risolvere la questione.
Quella invece che farà sudare sarà l'altra: la scomparsa della contessina di Ventimiglia."
- Vuoi occuparti anche di quella? - chiese la castigliana, con inquietudine.
- Quand'è che i guasconi hanno dimenticato gli amici? - chiese don Barrejo, con voce grave, mettendosi le mani sui fianchi ed allargando piú che poté le sue gambe. - Ohé, Panchita, vi permettete delle osservazioni fuori di luogo.
- Io penso alla tua vita, Pepito, che può correre, da un momento all'altro, qualche grave pericolo.
- I guasconi, quando hanno una draghinassa al fianco, sanno difendersi contro tutti gli spadaccini di questo e dell'altro mondo. Ricordatelo Panchita.
Tracannò un altro bicchierino di aguardiente e andò a sedersi presso la porta, osservando le persone che passavano.
La storia degli spettri, colla relativa visita dei frati, doveva essersi sparsa fra gli a abitanti del quartiere, poiché presso gli angoli delle case si raggruppavano delle vecchie comari le quali si additavano, dopo il segno della croce, la taverna d'El Moro.
Don Barrejo fingeva di non accorgersi di nulla e poi si occupava piú di certi tipi, che non aveva mai veduti bazzicare la sua osteria e che passavano e ripassavano, coi feltri inclinati insolentemente su un orecchio e le spade bene in vista.
- Se quei corvi credono di farmi paura, s'ingannano, - borbottò il guascone. - Devono essere tutte spie del marchese di Montelimar, perciò niente vino per loro.
E mantenne la parola. A piú riprese, alcuni di quegli individui sospetti, entrarono nella taverna chiedendo da bere, però don Barrejo, colla scusa che le botti erano state benedette troppo di recente e che i fantasmi potevano ritornare, un po' scherzando e un po' colle brusche li fece sloggiare al piú presto.
Quel giorno la taverna d'El Moro non vendette un bicchiere di vino, poiché la cera burbera del proprietario aveva fatto scappare tutti.
Verso sera, mentre l'uragano si rinnovava colla solita violenza, essendo Panama una città soggetta alle grandi siccità e anche agli interminabili acquazzoni, Panchita lasciava la taverna, mentre il marito chiudeva con fracasso le porte, per avvertire i vicini che non voleva essere disturbato.
Da un armadio aveva tratta una corazza irrugginita ed un elmetto e si era messo a strofinare vigorosamente or l'una ed or l'altro, continuando a borbottare come era sua abitudine.
Quando le credette abbastanza lucide, prese un lume ed una bottiglia di aguardiente, che aveva già prima sturata, e scese nella cantina, per vedere in quali condizioni si trovava il suo Pfiffero.
Scalò la grossa botte, alzò il coperchio e si lasciò cadere entro l'ampio recipiente, badando di non calpestare il povero fiammingo, il quale stava rannicchiato in fondo.
- Ohé, mastro Arnoldo!... - chiamò don Barrejo, scuotendolo vigorosamente. - A che punto siamo della vostra digestione?
Dapprima non ottenne per risposta che un rauco brontolio, poi le labbra del disgraziato, si agitarono come se volessero pronunciare qualche parola.
- Dite su, mastro Arnoldo, - disse il guascone, mettendogli la lampada sotto il viso. - Avete sete?
- Si... da... pere...
- Sempre ai vostri ordini, mastro Arnoldo.
Gl'introdusse in bocca il collo della bottiglia e lo tenne fermo finché gli parve conveniente.
Guardò la bottiglia attraverso la luce: era mezza vuota.
- Eccellente, è vero, mastro Arnoldo? - chiese. - Scommetto che non ne avete bevuto mai di simile da quando siete nato.
Il fiammingo non rispose. Fulminato da una seconda sbornia, si era raggomitolato su sé stesso, ricominciando a russare.
- Lasciamolo riposare tranquillo, - borbottò don Barrejo. - Sarebbe un'imprudenza se gli facessi inghiottire tutto il contenuto della bottiglia.
Risalí rimise a posto il coperchio, badando che non combaciasse, e tornò nella taverna per indossare la corazza e mettersi in testa l'elmetto.
- Eccomi tornato armigero, - disse, con sospiro. - Ah!... Quelli erano bei tempi!... Le draghinasse non avevano il tempo di arrugginirsi.
"Chissà che non ritornino."
Un quarto d'ora dopo, Panchita, tutta inzuppata d'acqua, era di ritorno, accompagnata da un bell'uomo sui trent'anni, bruno come un indiano, con due baffoni neri che gli davano un aspetto marziale. Don Barrejo non aveva esagerato quando aveva detto a Panchita che il di lei fratello era grosso e forte come un toro, poiché infatti il nuovo venuto doveva possedere certi muscoli, da rompere a pugni le costole anche ad un bue.
- Hai condotto il carretto Rios? - Gli chiese don Barrejo.
- Sì, cognato, - rispose il bell'uomo.
- Sai che cosa dobbiamo fare?
- Mia sorella mi ha spiegato ogni cosa.
- Hai portato con te almeno una spada? L'avventura potrebbe finire maluccio.
- Tu sai che io maneggio meglio il randello e me ne sono portato uno di quei solidissimi.
- Allora sbrighiamoci: Panchita, fa' lume.
I due uomini scesero nella cantina, alzarono non senza fatica la grossa botte e la trasportarono, dopo un lavoro laborioso, su un carretto che stava fermo dinanzi la porta della taverna, collocandovela diritta per non disturbare il sonno del fiammingo.
- Chiudi subito e non aprire a nessuno, - disse don Barrejo a Panchita.
- E tu, quando tornerai? In quale avventura t'imbarchi, Pepito mio? Eravamo cosí tranquilli prima!...
- Quando si tratta d'un tesoro come quello del Gran Cacico del Darien, non vi è da esitare a mettervi le mani sopra, moglie mia, - rispose il guascone. - E poi ho nelle vene il sangue di centomila avventurieri e cominciavo ad invecchiare troppo presto nella mia taverna.
"Ti rimanderò Rios, il quale ti terrà compagnia durante la mia assenza."
L'abbracciò, poi si mise dietro al carretto, mentre il robusto castigliano tirava piú forte d'un mulo.
La notte non era migliore della precedente. Il vento soffiava con mille ululati attraverso le vie oscure, strappando le larghe foglie delle splendide palme e devastando i giardini, e la pioggia non cessava un solo istante di cadere.
Il fratello di Panchita e don Barrejo, l'uno tirando e l'altro spingendo, erano giunti all'estremità della via, quando s'incontrarono in tre individui, i quali si divertivano a prendersi l'acquazzone, chiacchierando tranquillamente.
- Ohé, dove si va a quest'ora con quel po' po' di vino? - gridò uno dei tre, avanzandosi verso il carretto.
- Al porto, - rispose asciuttamente don Barrejo.
- Si potrebbe assaggiarlo, prima che se lo bevano tutto i peruviani od i cileni?
- È merce sigillata, - ripose il guascone, continuando a spingere.
- Carrai!... - esclamò un altro. - Si fa un buco nel ventre della botte e si succhia. Credi che noi non abbiamo abbastanza piastre per pagarti?
- Io non sono il padrone.
- Cerchi d'ingannarci, poiché abbiamo riconosciuto benissimo in te il proprietario della taverna degli spettri.
- Insomma, che volete? - chiese il guascone, cui il sangue cominciava a muoversi piú rapido.
- Bere, por dios!... - risposero i tre sconosciuti, mettendosi dinanzi a Rios per impedirgli di proseguire.
- Che cosa bere?
- Quello che sta lí dentro, caramba, - rispose una dei tre.
- Se vuoi, alzo il coperchio e ti lancio fra le gambe la bestia che vi è dentro. Vorrei vederti allora, bravaccio, che corsa prenderesti.
"Non sai che lí dentro vi è un giaguaro?"
- Ah!... Baie!... - esclamarono i tre uomini.
- Accostate dunque i vostri orecchi d'asino alla botte ed ascoltate, - disse don Barrejo.
Il fiammingo russava, in quel momento, in modo tale da far tremare perfino le doghe dell'enorme recipiente.
I tre sconosciuti, niente affatto persuasi di quanto aveva detto il padrone della taverna d'El Moro, s'accostarono al carretto ed allungarono le teste verso la botte.
Udendo quel brontolio rauco, balzarono indietro spaventati.
- Carrai!... - gridò uno. - Il padrone porta via gli spettri che infestano la sua cantina!... Gambe, amici!...
- E subito, o lancio il giaguaro, - gridò don Barrejo. - Vale meglio di tutti i satanelli dell'inferno.
I tre uomini si erano slanciati ad una corsa disperata, scomparendo ben presto fra le tenebre.
- Anche gli ubbriachi qualche volta servono a qualche cosa, è vero Rios? - disse il guascone.
- Se non la finivano però li randellavo per bene, - rispose il castigliano, riprendendo la marcia.
- Sai dove si trova la posada del Rio Verde?
- Sí, cognato.
- È là che dobbiamo fermarci per ora.
Dopo venti minuti giungevano, sempre sotto una pioggia dirotta che li bagnava fino alle ossa, dinanzi alla posada del Rio Verde.
Come don Barrejo si era immaginato, erano attesi da Mendoza, Buttafuoco e da Wandoe, i quali stavano chiacchierando sotto il piccolo patio.
Scambiarono appena poche parole, poi il bucaniere e il filibustiere portarono fuori un uomo che pareva non desse piú segno di vita.
- È quello che deve tenere compagnia al Pfiffero? - chiese il guascone, il quale si era affrettato a levare il coperchio alla botte.
- Sí, - rispose il basco.
- Mi sembra morto.
- Lo abbiamo fatto bere perché non gridi.
- Un sistema pericoloso che non consiglierei mai per un uomo ferito.
- Se anche muore, ci rimarrà sempre compare Arnoldo.
Alzarono il preteso figlio del grande di Spagna, lo calarono, colle dovute precauzioni, dentro la botte, stendendolo accanto al fiammingo.
- Al porto ed in fretta, - disse Buttafuoco. - Noi scorteremo il carretto e Wandoe ci guiderà.
- Che bella notte per far viaggiare le botti, - disse don Barrejo, ridendo. - Vorrei essere dentro anch'io col Pfiffero, almeno sarei al coperto.
Sempre sotto la pioggia torrenziale, il carretto si mise quasi in corsa, perché spingeva anche Mendoza, mentre Wandoe segnava la via e Buttafuoco stava alla retroguardia.
Le vie erano deserte ed oscure. Nemmeno le ronde si lasciavano vedere, preferendo certamente qualche vecchio porticato dove potevano almeno ripararsi da quel furioso ed ostinato acquazzone.
L'oceano Pacifico muggiva sempre rabbiosamente, con un crescendo talvolta spaventoso.
Già i cinque uomini cominciavano a scorgere i fanali delle navi ancorate nel porto, oscillanti sotto il battere e ribattere delle onde, e Wandoe aveva già annunciato che stavano per giungere alla casa affittata, quando udirono il rumore di persone lanciate a corsa disperata, che cercavano di raggiungerli.
- Ferma, Rios!... - gridò don Barrejo, levando la draghinassa.
Il robusto castigliano arrestò il carretto e s'armò d'uno di quei nodosi bastoni che usano i contadini della Manica e che valgono talvolta meglio delle spade e delle draghinasse.
- Siamo lontani dalla casa? - chiese Buttafuoco a Wandoe.
- Appena duecento passi, ma sarà meglio che quegli individui che ci danno la caccia non ci vedano entrare. Possono essere anche quelli agenti del marchese che ci hanno seguiti.
- Tonnerre!... Allora picchierò sodo, - disse don Barrejo. - È un po' che ho una voglia pazza di sfogarmi su quei mascalzoni.
- Ed io non meno di te, compare, - aggiunse Mendoza. - Questa botte non doveva giungere a posto senza qualche cattivo incontro.
"Diamine!... È visibile come un faro!..."
Otto o dieci uomini, coperti di ampi mantelli e cappellacci, si erano, dopo una lunga ed affannosa corsa, avvicinati al carro rimasto immobile in mezzo alla via sotto quel diluvio d'acqua.
- Chi siete e che cosa volete? - Chiese Mendoza, avanzandosi verso di loro colla spada in mano.
- Sapere a chi avete rubata quella magnifica botte, - disse uno di quegli sconosciuti.
- Marrano!... Ci prendi per dei ladri!...
- Non si porta via del vino a quest'ora e sotto questa pioggia.
- Che cosa vuoi concludere?
- Che noi abbiamo sete e che vi proponiamo di dare l'assaggio al contenuto.
- Sí, abbiamo sete!... - gridarono tutti gli altri, sbarazzandosi dei mantelli per mostrare che erano armati.
- Ehi, tu che vuoi assaggiare di questo vinello, - disse il guascone rivolgendosi al capo-banda, - vieni a udire qui come borbotta. Poi mi dirai se sarà bevibile.
- Se borbotta sarà vino nuovo e a noi piace molto perché è piú dolce, - rispose lo sconosciuto, avanzandosi verso il carretto ed appoggiando un orecchio alla botte, mentre i suoi compagni ridevano a crepapelle.
- Odi? - chiese il guascone.
- Carrai!... Tu mi burli!... Si direbbe che lí dentro vi sono delle bestie feroci che ringhiano.
- T'inganni, amico: vi sono degli spettri che abbiamo presi in una cantina d'una famosa taverna e che andiamo a gettare in mare.
Un grande scoppio di risa accolse quelle parole.
- Camerati!... - gridò il capo-banda. - Avete paura voi degli spiriti?
- No!... No!... - risposero gli altri ad una voce.
- Fuori le spade e diamo battaglia a quei figli di Satana. Almeno vedremo come sono fatti. Rovesciate la botte!...
- Quale? - chiese Mendoza, avanzandosi a sua volta, seguito da Buttafuoco e da Wandoe.
- Quella che sta sul tuo carretto.
- Lo scherzo è finito, mio caro, e ora si lavora a colpi di spada, se ci secchi ancora.
- Oh!... Il buffone che...
Una terribile piattonata attraverso le labbra gli ruppe la frase e qualche dente insieme.
- A te, canaglia!... - aveva gridato Mendoza.
I compagni del colpito, i quali parevano molto allegri, avevano estratte le spade e si erano gettati confusamente contro i quattro uomini, i quali li aspettavano a piè fermo, appoggiati al carretto. Rios aspettava il momento opportuno per far suonare il suo terribile bastone murcese sulle spalle degli assalitori, i quali vociavano in coro:
- Prendiamo d'assalto le botte!...
Abituati però piú a vuotare boccali di vino che a maneggiare le spade, fino dal primo attacco si trovarono a mal partito. Ci voleva ben altro per tenere testa al guascone, a Mendoza ed al gentiluomo francese diventato bucaniere.
Fra un grandinare di colpi si udirono due o tre grida di dolore, poi due uomini abbandonarono precipitosamente il campo di battaglia, lasciando a terra mantelli e cappelli, segno evidente che se l'erano già prese.
Gli altri però, incolleriti di essere tenuti in iscacco da quei quattro uomini che credevano dei semplici tavernieri, stavano per ritornare all'attacco, quando il forte castigliano entrò in linea.
La faccenda fu breve. Gli aggressori, martellati sonoramente dal randello murcese, dopo una breve resistenza scapparono a gambe levate, lasciando sul terreno perfino delle spade spezzate.
Mentre l'ercole castigliano, aiutato da Buttafuoco, li inseguiva per qualche tratto per impedire un ritorno offensivo, don Barrejo, Mendoza e Wandoe spingevano il carretto a tutta corsa verso il porto, mettendolo al sicuro sotto un oscuro porticato che riparava una modesta casetta da pescatori, situata di fronte ad una delle calate.

Capitolo VI
LE IMPRESE DEL GUASCONE

L'ABITAZIONE affittata da Wandoe, perché i suoi amici in caso di pericolo fossero piú pronti ad imbarcarsi, come abbiamo detto, era una modestissima casetta ad un solo piano, composta di tre sole stanze e di un porticato necessario a stendervi le reti.
L'interno era illuminato, la porta aperta, sicché Wandoe, il guascone ed il basco non ebbero da aspettare per entrare.
Un ruvido tipo d'uomo di mare, piuttosto attempato, li aspettava in una stanza che doveva servire ad un tempo da cucina e da tinello. Vedendoli entrare, si tolse dalla bocca la pipa, poi il berretto, dicendo:
- Buena noche, caballeros: siete in casa vostra.
Strinse la mano a Wandoe e se ne andò senz'altro aggiungere, come per far meglio comprendere loro che erano realmente in casa propria.
Mendoza diede uno sguardo all'intorno, visitò le altre due stanze occupate da quattro amache e da molti arnesi da pesca, e tornò verso i compagni, dicendo:
- Ci staremo benissimo qui, finché le spie del marchese non verranno a scovarci. Quel gentiluomo tiene sotto di sé degli uomini che devono possedere un fiuto straordinario.
"Lesti, amici, portiamo dentro il ferito ed il fiammingo. La botte la getteremo piú tardi in mare, perché non possa servire come di traccia."
Tornarono nel porticato portando un lume, levarono il coperchio e tirarono fuori, con precauzione, il Pfiffero ed il preteso figlio del grande di Spagna, mettendoli su due amache che occupavano la stanza vicina.
In quel momento Rios e Buttafuoco entrarono, l'uno armato del suo formidabile bastone e l'altro sempre impugnando la spada.
- Sono scappati? - chiese Mendoza.
- Io credo che corrano ancora, - rispose Buttafuoco. - La lezione è stata dura, ma l'hanno cercata loro.
"Mio caro don Barrejo, le vostre botti sono troppo pericolose, siano piene di buon vino o vuote."
- Sono stregate, signor Buttafuoco, - rispose il guascone, ridendo, - e tali sono rimaste anche dopo tutte le benedizioni dei frati.
- Come stanno i nostri prigionieri?
- Russano come canne d'organo, - rispose il basco.
- Sarà meglio rimandare a domani l'interrogatorio. Lasciamoli riposare e cerchiamo anche noi di schiacciare alla meglio un sonnellino.
"Ne abbiamo bisogno."
Chiusero e sprangarono la porta, fecero una nuova visita alla casetta, poi Buttafuoco e Wandoe si gettarono sulle due altre amache, mentre Mendoza, il guascone e Rios si sdraiavano su un mucchio di vecchie reti.
Al di fuori intanto l'uragano continuava ad infuriare ed il Pacifico scaraventava, dentro il porto di Panama, le sue formidabili ondate, mettendo a dura prova le âncore e le catene dei numerosi velieri che lo ingombravano.
Per Buttafuoco ed il basco fu forse quella la prima notte veramente tranquilla che trascorsero da quando erano giunti nella grande città spagnuola, che allora godeva la fama, come oggi S. Francisco di California, di essere la regina del Pacifico.
Il guascone, abituato ad alzarsi molto per tempo nella sua qualità di taverniere, fu il primo ad aprire gli occhi.
Suo primo pensiero fu quello di fare una visita ai due prigionieri.
Il preteso figlio del grande di Spagna russava ancora; il fiammingo invece si dibatteva come un disperato dentro l'amaca che gli era stata chiusa addosso perché non scappasse, brontolando e facendo delle smorfie cosí ridicole da far scoppiare dalle risa il feroce guascone.
- Compare Arnoldo, mi sembrate un bel pesce dentro la rete, - disse don Barrejo, allentando subito le corde. - Come va dunque la salute, dopo una cosí lunga dormita? Che pessimo soldato sareste voi in guerra!...
- Da pere, - chiese il disgraziato, dopo d'aver dimenata dieci volte la lingua, che doveva essere stata arrostita da quell'abbondante bevuta d'aguardiente.
- Pere qui non ne abbiamo, compare Arnoldo, però vi darò qualche cosa di meglio.
Prese una ciotola di terra, della capacità di un litro, la riempí in un grande vaso poroso che si trovava in un angolo e la porse al povero diavolo, il quale la vuotò senza staccarla un solo istante dalle labbra.
- La va un po' meglio ora, compare Arnoldo? - Chiese ironicamente il feroce guascone.
- Testa malata, - rispose il fiammingo.
- Bevete e dormite troppo voi, mio caro. Avete delle pessime abitudini e io, se fossi il marchese di Montelimar, non vi perdonerei.
- Montelimar... - borbottò il fiammingo, passandosi una mano sulla fronte.
In quel momento, svegliati da quel chiacchierio, entrarono Mendoza, Buttafuoco, Wandoe e Rios.
- L'avete spedita al Perú la sbornia, signor Arnoldo Pfiffer ecc.? - Chiese Mendoza. - Sono ben lieto di vedervi finalmente in ottima salute.
Il fiammingo, vedendo tutte quelle persone, aggrottò la fronte e divenne pallidissimo.
- Svegliate l'altro, don Barrejo, - disse Buttafuoco.
- Perché? - chiese sotto voce Mendoza.
- Per accertarmi se si conoscono.
- Lo sospettate?
- Scommetterei il mio vecchio e fedele archibugio, che mi ha salvato cento volte la vita, contro una navaja da due piastre.
- Lasciate fare a me, allora, signor Buttafuoco.
Si avvicinò al ferito e cominciò a fargli il solletico sotto la gola, provocandogli subito il singhiozzo.
Il preteso figlio del grande di Spagna era stato un po' ubbriacato, affinché si mantenesse tranquillo dentro la botte, però non aveva preso la solenne sbornia del fiammingo, sicché dopo tre o quattro sbadigli e molti singhiozzi, si decise finalmente ad aprire gli occhi.
Mendoza, che lo spiava attentamente, lo sollevò, perché potesse vedere il fiammingo che stava seduto nell'amaca vicina.
I due spioni del marchese di Montelimar si guardarono un momento, stupiti di trovarsi insieme; poi dopo d'aver fatta una brutta smorfia, non poterono frenare due imprudenti esclamazioni:
- Aramejo!...
- Stiffel!...
- Datevi il buon giorno, dunque, - disse Buttafuoco. - Siete vecchie conoscenze, a quanto pare.
Il fiammingo e il preteso figlio del grande di Spagna masticarono fra le labbra qualche cosa. Certo non dovevano essere contenti di essere caduti nella trappola cosí abilmente tesa da Buttafuoco.
- Chi è che si chiama Aramejo? - chiese il bucaniere, ridendo.
Il ferito si guardò bene dal rispondere e fissò gli sguardi sul soffitto, per contare forse le ragnatele che vi si trovarono.
Il fiammingo invece preferí sbadigliare, mostrando certi denti degni di non sfigurare in bocca ad un giovane squalo.
- Orsú, - disse Buttafuoco, ironicamente. - Vedo che vi siete riconosciuti. Sarebbe ormai troppo tardi per negarlo.
"Mastro Arnoldo, date dunque la mano a questo figlio d'un grande di Spagna. Sono ben lieto che voi abbiate delle buone relazioni fra l'alta società panamese."
Il fiammingo sgranò gli occhi, guardando due o tre volte il suo compagno di sventura, poi proruppe in una fragorosa risata.
- Un crande di Spagna!... - esclamò.
- Ohé, mastro Pfiffero, siete allegro stamane, - disse il guascone. - Vi preferisco però cosí. Il mio vecchio aguardiente fa talvolta di questi miracoli.
Il ferito aveva guardato il fiammingo ferocemente, seccato di essere stato tradito cosí presto, però non pronunciò alcuna parola.
- Signori, - disse Buttafuoco, rivolgendosi verso i due prigionieri, - vi avverto che il Consiglio si raduna e che sarà per voi un terribile Consiglio di guerra, perché noi siamo uomini risoluti ad affogarvi in mare con una pietra al collo se vi ostinerete a non parlare.
"La parola a voi, innanzi tutto, don Aramejo, siate o no il figlio d'un crande di Spagna, come ha detto mastro Arnoldo.
"Non dimenticate che giuocate la vostra pelle.
"Che cosa avete fatto della señorita che siete andato a prendere alla posada del Rio Verde adoperando un biglietto che portava la mia firma?"
- Señor... - balbettò il ferito, - che cosa dite voi? Io non so di quale señorita intendete parlare.
- Ehi, furfante, - disse Wandoe, facendosi innanzi. - Vorresti negare di riconoscermi? Guardami bene in viso!
- Mio pofero crande di Spagna, siamo presi, - disse mastro Arnoldo, rivolgendosi al ferito. - Gettate fuori tutto o perdere tutta la pelle, amico.
Il ferito masticò a mezza voce una bestemmia, poi, rivolgendosi risolutamente verso Buttafuoco, gli chiese:
- Che cosa volete sapere, voi?
- Voglio sapere, mio caro ladro di signorine, dove avete condotto la señorita che siete andato a prendere a nome mio, capite bene, alla posada del Rio Verde, - rispose il bucaniere piccato dall'insolenza del prigioniero.
- E quando vi avrò detto che l'ho condotta dal marchese di Montelimar, il quale vantava su di lei dei diritti, avendola allevata, che cosa vorreste concludere?
- Che tu sei il piú grande furfante che io abbia incontrato fino ad oggi, e che io sono un uomo da non lasciarmi intimorire da te, spavaldo.
- Volete ammazzarmi? Fatelo pure!
- La morte talvolta è troppo dolce, - rispose Buttafuoco, con voce minacciosa. - Qui siamo isolati e potrei farti subire tali tormenti, da rimpiangere il giorno che sei nato.
"Sai già di che cosa sono capaci i bucanieri ed i filibustieri, e noi tutti apparteniamo ai terribili Fratelli della Costa, che tanto male hanno fatto ai tuoi compatrioti al di qua e al di là dell'istmo.
"Se vuoi provare la nostra ferocia, noi siamo pronti."
Il ferito, udendo quelle parole, aveva provato un sussulto ed era diventato livido. Solamente il nome dei filibustieri provocava su tutti gli spagnuoli per quanto coraggiosi fossero, un disastroso scoraggiamento.
- Mi hai capito? - chiese Buttafuoco, dopo qualche istante di silenzio.
- Sí, señor, - rispose il prigioniero, con meno superbia.
- Allora risponderai alle domande che ti farò. Chi ti ha dato il mio nome?
- Il marchese di Montelimar.
- Da chi aveva saputo che io ero giunto a Panama colla contessina di Ventimiglia?
- Questo potreste domandarlo a Stiffel.
- Ah!... Io non so nulla affatto, - si affretto a dire il fiammingo.
- Il silenzio è d'oro, - sentenziò gravemente Mendoza.
- Compare Pfiffero è prudente, - aggiunse don Barrejo.
Il fiammingo approvò con un grazioso sorriso che aveva però molta ironia insieme.
- Voi, bricconi, non direte mai nulla, o per lo meno direte soltanto ciò che vi potremo strappare dalle labbra, - disse Buttafuoco. - Non giuocate a scarica-barile, perché la pazienza non è mai stata il forte dei bucanieri.
- Lo sappiamo, - disse il fiammingo.
- Allora parlate, prima di farvi gettare in mare dopo d'avervi arrostite le piante dei piedi.
- Aramejo, siamo presi, - ripeté il Pfiffero. - Canta!... Canta!...
Il preteso figlio del Grande di Spagna assunse un'aria da bravaccio, non ostante la sua ferita che gli doveva dare non pochi dolori, poi, dopo essersi alzati i baffi, chiese:
- Ebbene, che cosa volete sapere ancora da me? Non ve l'ho già detto che la señorita l'ho condotta dal marchese di Montelimar? Mi pare che basti.
- E dove? - chiese Buttafuoco.
- Diavolo!... Nel suo palazzo!...
- A quale scopo?
- Ah!... Io non posso conoscere i segreti del mio padrone, - rispose Aramejo. - Mi si danno degli ordini ed io obbedisco senza discuterli.
"Potrà saperne di piú il mio compagno."
- Verrà la sua volta. Dammi ora un'altra spiegazione.
- Non ne ho altre.
- Perché ci hai provocati ed assaliti presso la posada del Rio Verde?
- Perché avevo ricevuto l'ordine di tentare di stoccarvi.
- Ci conoscevi dunque?
- Vi avevo seguiti dopo la vostra uscita dalla taverna d'El Moro - rispose lo spadaccino.
- E tu ti credevi tanto forte da spedirci all'altro mondo, senza lasciarci il tempo di farci firmare il passaporto da compare Belzebú? - disse Mendoza.
- Speravo e, come avete veduto, mi sono ingannato, perché mi sono presa una magnifica stoccata che per un pelo non ha mandato invece me all'altro mondo.
- Passiamo ad interrogare messer Pfiffero, - disse il guascone. - Quell'uomo lí deve sapere qualche cosa di piú di questo imprudente bravaccio.
Il fiammingo sorrise ironicamente, senza darsi la cura di dissimularlo.
Il terribile guascone, che lo teneva d'occhio, scoppiò come una granata.
- Ehi, compare Pfiffero! - gridò. - Non ridete sotto i baffi in presenza nostra, corpo di tutti i tuoni della Francia e della Spagna!... Se credete di preparavi a prenderci a gabbo, vi dico subito che il vostro giuoco potrebbe finire malissimo.
"Rios, accendi il fuoco e scalda un pentolone d'acqua e bada che sia ben calda. Giacché questo Pfiffero m'ha bevuto, senza pagare una piastra, Xeres, Alicante e aguardiente finissimo, se non parlerà chiaro, gli faremo ora trangugiare una bottiglia piena d'acqua bollente e gli cucineremo gl'intestini."
- Misericordia!... - mormorò Mendoza, frenando a stento uno scoppio di risa. - Questo don Barrejo è diventato piú feroce d'un cannibale!...
- Va', Rios! - comandò il guascone, con un gesto tragico. - Ed ora, signor Buttafuoco, interrogate pure.
"Lo sorveglio io questo Pfiffero, e guai se s'imbroglia."
Il viso del fiammingo era diventato oscuro. Gettò su Buttafuoco una sguardo inquieto, chiedendogli con voce tremolante:
- Che cos'è dunque che si vuol sapere ora da me? Io non ho avuto alcuna parte nel rapimento della señorita.
"Prendetevela con Aramejo."
- Tu devi saperla piú lunga del tuo compagno, - disse Buttafuoco, - e spero strapparti delle informazioni che ci saranno preziosissime.
"Il marchese di Montelimar era stato avvertito del nostro arrivo a Panama?"
- Sí, - rispose il fiammingo, terrorizzato dagli occhi terribili del guascone fissi su di lui.
- E come?
- Voi non avevate un compagno?
- Sí, un uomo che era stato molti anni ai servigi del Gran Cacico del Darien, e che ci lasciò prima di sbarcare sul continente.
- Per andare dove? - chiese il fiammingo, un po' ironicamente.
- Per recarsi al Darien ad avvertire quelle tribú dell'imminente arrivo della señorita.
- O per venire invece di nascosto a Panama per tradirvi?
- Che cosa dici tu? - chiesero, ad una voce, Buttafuoco e Mendoza, colpiti in pieno petto da quell'inattesa rivelazione.
- La verità, - rispose mastro Arnoldo, con voce grave. - Quell'uomo doveva aver saputo che il marchese di Montelimar da anni mirava ad impadronirsi del tesoro del Gran Cacico e vi ha traditi, dietro la promessa di avere un terzo del tesoro.
- Ah!... Cane dannato!... - esclamò Mendoza, furibondo. - Ed io l'avevo creduto un onesto bucaniere!... Ora comprendo tutto.
- Ed io comprendo che l'eredità del Cacico è in pericolo, - aggiunse don Barrejo. - Ah!... Quel Montelimar sa condurre a meraviglia i suoi affari!
- Non mi aspettavo un colpo simile, - disse Buttafuoco, Il quale pareva scombussolato, - e non avrei mai supposto che un vecchio bucaniere fosse capace di compiere un simile tradimento. È vero che la canaglia abbonda fra le nostre file!...
- Che cosa faremo ora, signor Buttafuoco? - chiese il basco.
- Non perdiamo la testa per cosí poco, - rispose il bucaniere. - Quell'uomo può essere pericolosissimo, però io credo che non sia ancora giunto al Darien. E poi, senza la contessina di Ventimiglia non si potrà far nulla da parte di chicchessia.
- L'ha in mano il marchese, signor Buttafuoco, - disse il guascone.
- Non sono però ancora partiti.
- Chi lo sa?
- Oh!... Signor Arnoldo, - disse Buttafuoco, con feroce cipiglio, - avete da narrarci delle altre cose molto interessanti. Don Barrejo, tenete pronta qualche bottiglia d'acqua bollente.
- Ve ne sono dieci in cucina, - rispose il guascone. - Rios non perde il suo tempo.
- Allora a noi due, messer Arnoldo.
Il disgraziato fiammingo era diventato terreo, mentre invece il suo compagno sogghignava sotto i baffi.
- In che cosa posso esservi ancora utile? - balbettò.
- Il marchese quando partirà pel Darien? Voi dovete saperlo.
- Appena le truppe spagnuole si saranno ammassate in buon numero attraverso l'istmo, - rispose il fiammingo. - Il Darien deve finire la sua indipendenza.
- E la contessina?
- So che il signor marchese ha dato gli ordini opportuni perché un galeone la trasporti, fra qualche settimana, alla baia di David, per risparmiarle un lungo e faticoso viaggio in terra.
- Il nome di quel galeone? Tu devi certamente saperlo, se sei dentro gli affari del tuo padrone.
- Il San Juan.
- È giunto già in porto?
- Non ancora; si aspetta dal Perú con un carico di verghe d'oro.
- Buonissime per i filibustieri di Raveneau, - borbottò Mendoza. - Ah!... Se potessero metterci sopra le mani, che magnifico colpetto! Terremo nota di questo affare.
- Don Barrejo, - disse Buttafuoco, - tenete a mente il nome di quel galeone.
- Me lo pianto nel cervello con un chiodo lungo quanto la mia draghinassa, - rispose il guascone.
- Ora lasciamo in pace questi uomini, pel momento, - riprese il bucaniere. - Ne sappiamo piú di quanto speravo.
"Venite, amici."
Si erano radunati in cucina, dove il bravo Rios, credendo in buona fede che il suo terribile cognato volesse cucinare le budella dei due prigionieri, si affannava a soffiare sul fuoco per far bollire un pentolone monumentale pieno d'acqua.
- Il Consiglio di guerra apre l'udienza, - disse don Barrejo, con quel suo fare fra il comico ed il serio. - Il signor Buttafuoco, nominato ad unanimità presidente, ha la parola.
- Sarò breve, - rispose il bucaniere. - Qui si tratta di non perdere tempo e di raggiungere a Taroga Raveneau de Lussan ed i suoi filibustieri, per arrestare la nave che dovrà portare la contessina di Ventimiglia alla baia di David.
"Senza la señorita noi non potremmo fare assolutamente nulla e tanto varrebbe allora rinunciare alla spedizione."
- Noi siamo tutti pronti a partire, - disse Mendoza. - Verrai anche tu, è vero, don Barrejo?
- Dove ci sono da menare colpi di draghinassa accorro sempre, - rispose il terribile guascone.
- E Panchita?
- Mi aspetterà sotto la sorveglianza di mio cognato Rios.
"Sono o non sono padrone della mia libertà, io, tonnerre!..."
- Bisognerebbe però trovare il modo di avvertire la señorita, - disse Buttafuoco.
- Oh!... Me ne incarico io, - disse don Barrejo.
- Cosí presto? - chiese Mendoza.
- Tu sai, basco, che io ho una fantasia fervidissima.
- Bada di non farti prendere.
- Colle mie gambe!... Sfido tutte quelle degli armigeri del marchese. Lasciate fare a me e vi garantisco che prima di questa sera la contessina avrà nostre notizie e che noi avremo anche le sua.
"Signor Buttafuoco, volete prepararmi qualche bigliettino? Ho una matita a vostra disposizione."
- Ed io non manco di carta, - rispose il bucaniere. - Mi aspetto però da voi un vero colpo di testa, degno di un guascone.
- Quando ci va di mezzo l'onore della grande Guascogna si possono affrontare mille pericoli e compiere mille miracoli.
- Noi intanto ci occuperemo per noleggiare qualche caravella per raggiungere i filibustieri di Taroga. Tu, Wandoe, conosci molti marinai.
- L'affare non sarà difficile, - rispose il padrone della posada, - non so però come farete a lasciare il porto. Gli spagnuoli sono diventati eccessivamente curiosi, dopo che Raveneau de Lussan li guarda dal Pacifico, e nessun veliero può uscire senza uno speciale permesso od un'alta raccomandazione.
- Tonnerre!... - esclamò il guascone. - Non abbiamo forse con noi il Pfiffero ed il figlio del grande di Spagna? Avranno delle carte, suppongo, che accorderanno loro ampia libertà di agire in nome del marchese di Montelimar.
"Assoldiamo quelle due canaglie promettendo loro una parte dell'eredità del Grande Cacico del Darien. Piú tardi penseremo noi a gettarli in bocca ai pesci-cani del Pacifico."
- Decisamente questo guascone è diventato un antropofago, - disse Mendoza. - Ed io che avevo creduto che dopo il suo matrimonio fosse diventato uno zuccherino candito!
- Approvate le mie idee? - chiese don Barrejo, il quale non aveva fatto attenzione alle parole del basco.
- Pienamente, - rispose Buttafuoco, il quale aveva scritto rapidamente alcune righe su un pezzo di carta strappato da un libriccino. - Contiamo di lasciare Panama questa sera: pensateci voi a cavarvela come meglio potrete.
- Ed io vi prometto di darvi una prova di quanto sanno fare i guasconi, quando vogliono, - rispose don Barrejo. - Rios, attaccati al carretto e riconduci la botte alla taverna.
"Ora è giorno e non avremo piú da fare con degli ubriachi insolenti. Amici, a questa sera, prima del tramonto."
Si gettò sopra la corazza il mantellone di panno oscuro, si fissò bene al fianco la draghinassa, e lasciò la catapecchia, insieme al robusto castigliano, il quale non si era dimenticato di armarsi del suo formidabile randello. Il meraviglioso porto di Panama, il piú bello ed il piú ampio che gli spagnuoli possedessero nell'America centrale, e centro d'un attivissimo commercio col Messico, col Perú e col Chilí, i quali inviavano al Presidente dell'Udienza Reale i loro galeoni carichi di verghe d'oro, era tutto in movimento.
I velieri, sempre numerosissimi, non ostante la vicinanza dei filibustieri, spiegavano le loro ampie vele per asciugarle al sole o per prendere il largo, mentre sulle comode calate, turbe di meticci e d'indiani s'affaccendavano intorno a vere montagne di merci pronte ad essere imbarcate pei porti del Perú.
Sull'avamporto, due grosse fregate, armate di una quarantina di cannoni ciascuna, bordeggiavano, facendo di quando in quando, delle punte al largo, per prevenire una qualche non improbabile sorpresa da parte dei filibustieri annidati solidamente a Taroga, ma sempre pronti a piombare sui velieri isolati ed espugnarli colla loro solita bravura.
La filibusteria, che tanti mali aveva recato agli spagnuoli, si spengeva lentamente, però i suoi ultimi campioni non valevano meno di Montbars, di Pietro l'Olandese, di terribile fama, di Wan Horn, di Laurent e di Morgan, che per circa un secolo avevano fatto tremare e piangere l'orgogliosa Spagna.
Rios ed il guascone, dopo essersi aperto un varco fra la folla dei mercanti e degli armatori che affluiva verso il porto, risalirono verso il centro della città, dove sorgevano i piú grandiosi palazzi dei signori di Panama, fra cui quello del marchese di Montelimar, che don Barrejo conosceva benissimo.
Giunti a questo punto si separarono.
- Dirai a tua sorella che questa sera ci rivedremo e che si prepari per un po' di tempo a non vedermi piú, - aveva detto il guascone. - Bisogna curarli i propri affari, tonnerre!...
- Va bene - aveva risposto semplicemente il robusto castigliano, e se n'era andato col suo carretto e colla sua botte monumentale, la quale non mancava, per la sua mole, di attirare gli sguardi di tutti i passanti.
Don Barrejo percorse diverse vie, finché sbucò su una vasta piazza, fiancheggiata da bellissimi palazzi.
Da tutte le porte uscivano, in gran numero, cuochi, domestici, garzoni, e delle belle meticce per fare le spese mattutine.
Don Barrejo si rialzò i baffi un po' grigiastri, si mise il feltro piumato sulle ventiquattro, aprí il mantellone per mettere ben in vista la sua corazza, diventata press'a poco lucente, e l'impugnatura della sua formidabile draghinassa, e si mise a passeggiare, con sussiego, dinanzi ad un palazzone sul cui frontone campeggiava lo stemma dei marchesi di Montelimar, formato da un monte verde come un ramarro, sorgente da un mare bluastro su fondo dorato.
- Aspettiamo qualche gallinella, - disse. - Tonnerre!... Sono ancora un bell'uomo!... Se ho guadagnato il cuore della piú splendida taverniera di Panama, potrò fare ancora una breccia nel cuore di qualche cuoca o di qualche servetta.
Passeggiava da un quarto d'ora dinanzi al palazzo, sbirciando un po' insolentemente gli alabardieri che vegliavano dinanzi alla grandiosa gradinata di marmo, quando vide uscire, agile come un uccello, una bellissima mulatta, dagli occhi ardenti ed i capelli crespi e nerissimi, portando infilato in un braccio nudo e rotondo un grosso paniere.
- Ecco l'affar mio, - disse il guascone. - Ora pesco il mio pesciolino.

Capitolo VII
SULL'OCEANO PACIFICO

DON BARREJO ai suoi tempi, malgrado le sue lunghissime gambe, era stato, nella sua qualità di armigero, un gran conquistatore di donne, quindi non disperava affatto di condurre a buon porto i suoi disegni.
Adocchiata la bella mulatta, allungò il passo ed in pochi momenti le fu alle spalle, dicendole:
- Eh!... Eh!... Dove correte, mia bella?
La mulatta si voltò, guardò il guascone, poi, come affascinata dall'aria marziale di lui o dallo splendore della corazza, gli rispose:
- Al mercato, caballero.
- Chiamatemi conte, perché mio padre è un grande di Spagna.
- Sí, signor conte.
- Sei ai servigi del marchese di Montelimar? - le chiese don Barrejo, mettendosele a fianco.
- Sí, signor conte.
- Posso offrirti qualche cosa? La mattina è fresca, e un buon bicchiere di mezcal non farà male né a me, né a te.
- Oh!... Signor conte!... - esclamò la mulatta.
- Insieme ad un gruzzolo di piastre luccicanti, - proseguí il furbo guascone.
- Che cosa volete da me, signor conte? - chiese la mulatta, stupita di trovarsi a fianco d'un cosí grande gentiluomo.
- Signor conte, - disse poi, - io non sono che una povera serva mulatta, che non ha mai avvicinato persone di cosí alto grado.
- Ebbene sono io che ti avvicino a me, - rispose don Barrejo, posando fieramente la sinistra sull'impugnatura della draghinassa, perché gli era parso che qualche passante lo avesse guardato sorridendo ironicamente. - Pelli bianche dal sangue azzurro o pelli dorate dal sangue multicolore, per me fanno lo stesso, perché nelle mie vene non ho una goccia di sangue castigliano.
"Come ti chiami?"
- Carmencita.
- Bel nome, tonnerre!...
Passavano in quel momento dinanzi ad un negozio mezzo albergo e mezzo bottiglieria. Il guascone prese per una spalla la bella mulatta e, senza tanti complimenti, la cacciò dentro, comandando un boccale di mezcal e delle focacce dolci.
- Signor conte, - si provò a dire la cuciniera del marchese.
- Qui dentro chiamami semplicemente Diego, - rispose don Barrejo. - I figli dei grandi di Spagna bisogna che qualche volta conservino l'incognito.
Prese il boccale colmo di quel vino dolciastro e piccante, ricavato dall'alcool, empí le tazze, poi offrí galantemente alla mulatta i pasticcini inzuccherati.
- Odimi mia cara, - disse poi, abbassando la voce. - vuoi guadagnare dieci piastre?
- Non ne prendo tante in un mese di lavoro, signor...
- Diego, ti ho detto. Allora ne aggiungeremo altre dieci cosí faranno venti. Spero che saprai contare.
- Voi gettate i denari dalla finestra, signor... Diego.
- Che cosa sono venti piastre pel il figlio d'un grande di Spagna? Mio padre deve possederne un numero sterminato che un giorno passeranno attraverso le mie mani.
- Che cosa devo fare per guadagnare la somma che mi promettete, mio gentiluomo? - chiese la mulatta, la quale, pur chiacchierando, sgretolava coi suoi magnifici denti i pasticcini zuccherati, innaffiandoli con dei buoni bicchieri di mezcal.
- Rispondere semplicemente alle mie domande, - rispose il guascone.
- Allora potete interrogarmi anche fino a questa sera.
- Non voglio privare il marchese delle sue belle cuoche. Stammi bene attenta ora, Carmencita.
- Parlate, signor Diego.
- Sai tu che sia stata condotta al palazzo, due giorni or sono, una bellissima señorita che ha la pelle leggermente abbronzata?
- Sí, signor Diego. Sono io che le fornisco i pasti.
- Tonnerre!... Questo si chiama aver fortuna!... È ben guardata?
- Ha sempre due alabardieri dinanzi alla sua porta.
- Tu però puoi entrare liberamente quando vuoi?
- Sí, signor Diego.
- Vedi, mia cara Carmencita, io sono pazzamente innamorato di quella señorita e anche lei mi vuole un gran bene, ma mio padre si è messo di mezzo e me l'ha fatta portar via dal Marchese di Montelimar.
- Oh!...
- Non la vedi mai piangere il suo perduto amore?
- Veramente no, - rispose la mulatta.
- È orgogliosa la señorita, e non vorrà farsi vedere dinanzi agli altri.
- Sarà come dite voi, signor Diego.
- Ho da darti un incarico che costerà a me le venti piastre ed a te nessuna fatica, - disse il guascone, levando da un tasca il biglietto datogli da Buttafuoco. - Non hai da fare altro che consegnarglielo, senza che nessuno ti veda.
- È una cosa semplicissima.
- La señorita ti darà un altro biglietto che tu mi porterai qui prima che il sole tramonti. Ora eccoti le prime dieci piastre; le altre ad affare finito.
"Sei contenta, mia bella Carmencita?"
- Siete generoso, signor conte.
- Eh!... Come un conte, - rispose il guascone, sorridendo. - Suvvia, da' un ultimo colpo di denti a questi pasticcini che fanno piú bene a te che a me, poi vattene subito perché il marchese non sospetti qualche cosa.
- Non si occupa delle sue serve.
- Non si sa mai!
La bella mulatta diede fondo ai dolci, bevette qualche altro bicchiere di mezcal, poi, dopo aver promesso di trovarsi all'appuntamento, se ne andò col suo gran paniere infilato nel braccio.
- Tonnerre!... - mormorò il guascone, quando fu solo, stropicciandosi allegramente le mani. - Anche fra le serve si trovano delle brave persone.
"Orsú, andiamo a passare la mia ultima giornata insieme a Panchita, poiché domani noi non saremo piú certamente a Panama.
"Tonnerre!... Era tempo che don Barrejo si svegliasse dal suo lungo sonno matrimoniale, e che riprendesse la sua vita di avventuriero.
"Non ero già nato per fare il cantiniere."
Gettò sul tavolo una piastra ed uscí senza attendere il cambio, fra gli inchini dei garzoni, stupiti di tanta generosità. Già, si capisce, essi ignoravano la storia dell'eredità del Gran Cacico del Darien sulla quale il guascone contava di rifarsi ampiamente.
Soltanto verso il mezzodí don Barrejo fece la sua entrata nella sua taverna, proprio nel momento in cui Panchita e Rios stavano per mettersi a tavola.
- Salute e buon appetito alla compagnia, - disse, sbarazzandosi del ferraiolo. - Com'è che non vi è alcun bevitore, moglie?
- Ah!... Sei tu, finalmente!...
- Credevi che fossi un altro, moglie? Vanno male gli affari? La mia taverna è diventata un deserto.
- Quella maledetta botte ha spaventato tutti, - rispose Panchita. - L'hanno veduta uscire ieri sera e rientrare stamane e nel quartiere si sussurra che tu alla notte vai ad affogar gli spettri che accalappi nella cantina.
Il guascone proruppe in una risata.
- Non mi ero mai creduto capace di tanto, - disse. - Vuoi un consiglio, Rios? Va' a gettare in mare quella dannata botte che minaccia di diventare la nostra rovina.
"Quando non la vedranno piú ritornare si persuaderanno che i satanelli, i diavoletti, i fantasmi ed i folletti se ne sono andati e verranno ancora a bere il buon Xeres d'El Moro.
"Orsú, facciamo il nostro ultimo pranzo in compagnia, moglie."
- Come, parti?
- Sono tre giorni che continuo a dirtelo. Siete un po' duri d'orecchio, voialtri castigliani?
- E dove vai?
- Fra gl'indiani, a raccogliere l'eredità del Gran Cacico del Darien. Mia cara, ritornerò con una montagna d'oro ed apriremo un magnifico albergo come non se ne sono mai veduti in Panama.
- E se ti uccidono?
- Chi? Uccidere don Barrejo? I guasconi non si lasciano ammazzare come polli, mia cara, ricordatelo. E poi quando ci sono con me Mendoza e Buttafuoco si può star tranquilli.
"Scommetto che verrebbe volentieri con me anche Rios."
- Certo, se si trattasse di combattere solamente contro gli indiani, - rispose l'ercole castigliano.
- Ah!... Questo non si sa, e perciò ti lascio a far la guardia a mia moglie. Bevi, mangia ed intasca, senza contare, ché l'eredità del Cacico pagherà tutto.
"Pranziamo e basta colle chiacchiere, per ora. Ho la lingua quasi secca."
Pranzò allegramente, senza piú accennare alle sue future conquiste, occupò il pomeriggio a rimettere in ordine la cantina insieme a Rios, poi verso il tramonto prese le sue pistole e disse a Panchita che lo guardava con sorpresa:
- Addio, mogliettina: ritorno il guascone dei bei tempi.
- E quando rimarrai assente?
- Chi lo sa? Potrebbe dirtelo solamente l'anima del Gran Cacicco del Darien.
- E se tu non ritornassi piú?
- Ti rimariterai, - rispose semplicemente don Barrejo.
L'abbracciò affettuosamente, strinse la mano al cognato e se ne andò tranquillamente, canticchiando fra i denti:

Las doncellas son de oro
Las casadas son de plata
Y las viudad son de cobre
Y las viejas de hora de lata.

(Le donzelle sono d'oro
Le donne maritate d'argento
Le vedove son di rame
E le vecchie di latta)

Affrettò il passo e giunse ben presto nella posada dove l'aspettava la mulatta.
La giovane vi era di già e stava sgretolando altri pasticcini e bevendo dell'altro mezcal, certo che il suo generoso amico non si sarebbe fatto pregare per pagare il conto.
- Dunque, Carmencita? - chiese il guascone, abbracciandola.
- Tutto fatto, signor conte.
- Corpo di Giove Pluvio!... Tu sei una perla!... Il biglietto?
- Consegnato alla señorita.
- E non ti ha dato nulla per me?
- Un altro biglietto, - rispose la mulatta, levandosi dal corsetto di percallo variegato un piccolo piego.
Il guascone l'afferrò, l'aprí, vi gettò sopra gli occhi, borbottò delle parole incomprensibili, per non farsi credere un ignorante, poi se lo mise in tasca, mormorando:
- Qui ci vogliono gli occhi di Buttafuoco o quelli del curato del mio villaggio, se risplenderanno ancora, cosa di cui dubito assai, poiché il sant'uomo era già vecchio ed anche in Guascogna purtroppo si prendono dei passaporti per l'altro mondo.
Mise dinanzi alla mulatta le altre dieci piastre, vuotò un paio di bicchieri di mezcal, pagò il conto e si alzò, dicendo:
- Noi ci rivedremo ancora, mia bella. Dirai alla señorita che tutto va bene.
"Addio, e non commettere imprudenze."
E, come aveva lasciato sua moglie, piantò in asso la mulatta e se ne andò sempre canticchiando fra i denti:

Las doncellas son de oro...

Quando giunse al porto la notte era già calata ed il cannone aveva tuonato per segnalare la sospensione delle partenze.
Trovò Buttafuoco e Mendoza in grandi faccende. Avevano fatto acquisto di archibugi, di pistole e di munizioni e stavano impaccandole.
- Ecco la risposta della señorita, signor Buttafuoco, - disse il guascone, piombando nella casetta come una bomba. - Come vedete, io ho mantenuta la mia promessa.
- Comincio a sospettare che siate parente del diavolo, - rispose il bucaniere.
- Un po' piú, un po' meno tutti i guasconi sono imparentati con compare Berlicche, - rispose don Barrejo. - È una cosa che si sa anche in Biscaglia, è vero, Mendoza?
Buttafuoco aveva aperto rapidamente il biglietto della contessina di Ventimiglia, e d'un colpo d'occhio l'aveva scorso.
- I nostri prigionieri hanno detto la verità, - disse. - Fra otto o dieci giorni il marchese la farà imbarcare sul San Juan per condurla alla baia di David insieme all'avanguardia della spedizione.
- Fulmini di Biscaglia!... - esclamò Mendoza. - Abbiamo appena il tempo di raccogliere i filibustieri di Raveneau de Lussan.
- Non ci manca che d'imbarcarci poiché tutto è pronto, - rispose Buttafuoco. - Domani mattina saremo ben lontani da Panama.
- Si parte? - esclamò il guascone.
- Wandoe insieme al fiammingo hanno noleggiato oggi una piccola caravella che si dice dovrà trasportarci in California, mentre quando saremo in mare andremo dove vorremo, se l'equipaggio non vorrà servire da colazione o da cena ai pesci-cani.
- Quanti sono a bordo?
- In sei, compreso il capitano.
- Se faranno i prepotenti con quattro colpi di draghinassa pareggeremo il numero, - disse il guascone. - Chi viene con noi?
- Il tuo amico Pfiffero e il figlio del grande di Spagna, - disse Mendoza. - Ormai si sono decisi ad abbandonare il marchese di Montelimar e ad associarsi a noi.
"Uno è fiammingo e l'altro portoghese, quindi potranno menare stoccate sugli spagnuoli, se si presenterà l'occasione, senza che la loro coscienza abbia nulla che dire."
- Sono già a bordo?
- Sí.
- Con Wandoe?
- Quello ha la sua posada, mio caro don Barrejo, e di avventure non ne vuole piú sapere.
- Quello non è né un basco né un guascone, - rispose il taverniere, con disprezzo. - Forse che io non ho lasciato mia moglie per correre attraverso il mondo in cerca di gloria e di stoccate?
- Forse eri stanco della castigliana, - disse il basco, ridendo.
- Oh no!... - protestò il guascone. - Io amo la mia donna, ma preferisco le avventure.
- Partiamo, - disse in quel momento Buttafuoco, il quale aveva terminato di fare i suoi pacchi.
- Eh, signor mio, non avete pensato ad una cosa però!
- A quale, don Barrejo?
- Il cannone ha già tuonato e l'uscita dal porto è chiusa per tutti i velieri.
- Non per quelli però che portano a bordo un agente segreto del marchese di Montelimar, - rispose Buttafuoco. - Abbiamo pensato a tutto noi, e questa notte lasceremo Panama.
- Quand'è cosí possiamo cominciare la nostra vita avventurosa, - rispose don Barrejo. - Sono sei anni che non mi ritrovo fra i filibustieri e che non provo il mare.
- Allora prenditi degli aranci, amico, - disse Mendoza. - Sai che le onde giuocano talvolta dei brutti scherzi allo stomaco.
- Il mio è di ferro, - rispose don Barrejo.
Presero i pacchi contenenti le armi e le munizioni, chiusero la porta e si diressero verso la gettata, dinanzi alla quale ondeggiava agilmente una piccola caravella di ottanta o cento tonnellate, colle due vele latine e le quadre del trinchetto già sciolte.
Ricominciava a piovere, però l'oceano non muggiva piú rabbiosamente, ed una fresca brezza soffiava dalla parte di terra.
Mastro Arnoldo fu il primo che ricevette i tre formidabili avventurieri con un "pona sera" dolcissimo.
Un uomo barbuto e molto abbronzato, gli stava dietro: era il comandante.
- Tutto fatto, compare? - chiese Buttafuoco, al fiammingo.
- Fia libera per foi, - rispose il fiammingo. - Fanale ferde segnare permesso.
- Dov'è il tuo compagno?
- In una cabina: molto malato Aramejo.
- Se non guarirà, offriremo una colazione agli squali dell'oceano Pacifico, - disse don Barrejo. - Il tuo amico, compare Pfiffero, non ha nemmeno una goccia di sangue dei grandi di Spagna.
- Aho!... - fece il fiammingo, il quale credette opportuno di non aggiungere nessun'altra parola.
I cinque marinai, tutti meticci della costa del Pacifico e che anche in quei tempi godevano fama di essere bravi uomini di mare, salparono l'âncora, mentre il capitano issava sulla cima del trinchetto un fanale a luce verde, ciò che indicava che il veliero aveva libera uscita a suo rischio e pericolo.
Con un'abile manovra la caravella si staccò dalla banchina, sfilando tra una moltitudine di navi disperse pel porto, e si diresse sollecitamente verso l'uscita, spinta dalla brezza che soffiava abbastanza forte da terra.
Buttafuoco, Mendoza ed il guascone, dopo d'aver fatta una rapida visita alla stiva, la quale era ingombra di botti che sembravano vuote e che perciò potevano nascondere degli avventurieri del marchese, erano risaliti in coperta radunandosi a prora.
- Avete notato nulla di sospetto, signor Buttafuoco? - chiese sotto voce, il guascone. - Io non mi fido molto, sapete, di quel Pfiffero.
- Assolutamente nulla, - rispose il bucaniere.
- Allora siamo padroni noi.
- Ossia le nostre spade.
- Le quali, al momento opportuno, sapranno fare terribilmente il loro dovere.
- Prendiamo però le nostre precauzioni. Che uno di noi vegli sempre e faccia scrupolosamente il suo quarto.
"Noi non ci troviamo certo fra buoni amici."
- E tu, Mendoza, che sei stato marinaio, - disse il guascone, - bada alla rotta di questa carcassa. Invece di farci andare in California questi uomini sono capaci si condurci al Perú o al Chilí.
- Tengo d'occhio la bussola, amico, - rispose il basco. - Al primo quarto che fanno saltare agguanto il timoniere e lo getto in mare.
- Insieme al Pfiffero.
- Se sarà possibile manderò a bere anche lui, nel caso che tradisca la fede giurata.
- Ha troppa paura di noi per tentare qualche cosa ai nostri danni, quantunque abbia due occhi cosí azzurri che non mi persuadono affatto.
- Strage generale, - disse Buttafuoco, accendendo la sua pipa.
La caravella con poche bordate aveva raggiunta la bocca del porto, dinanzi a cui incrociavano le due grosse fregate per impedire qualche sorpresa da parte dei filibustieri che si aggiravano ancora sulle acque del Pacifico.
Al di fuori l'onda era un po' forte, nondimeno il piccolo veliero, quantunque dovesse contare un bel numero d'anni e dovesse avere la colomba spezzata, si comportava discretamente bene.
Il capitano, dopo un breve consulto coi suoi cinque marinai e dopo aver interrogato a lungo l'orizzonte con un cannocchiale, aveva messo la prora a nord ovest, per evitare le numerose scogliere che coprivano la costa.
- Tutto va bene per ora, - disse Mendoza, il quale aveva fatto una scappata a poppa per accertarsi della rotta sulla bussola. - Domani costringeremo questi uomini a filare su Taroga e se si opporranno daremo loro addosso.
- M'incarico io di tagliare la barba al capitano, - disse don Barrejo.
- Se volete andarvi a riposare rimango io di guardia.
- No, Mendoza, - rispose Buttafuoco. - I nostri quarti li cominceremo domani, quando avremo la certezza che l'equipaggio ci tiene in conto di pacifici passeggeri.
"Compare Arnoldo potrebbe aver soffiato qualche cosa negli orecchi del capitano e non commetterò mai l'imprudenza di lasciare il ponte, almeno per ora."
I suoi due compagni approvarono con un cenno del capo, e dopo di aver accese a loro volta le pipe, ripresero il loro posto a prora.
Al largo mareggiava sempre forte l'ondata, tribolando non poco la corsa della piccola caravella, però la notte era magnificamente stellata ed un quarto di luna molto pallido brillava all'orizzonte specchiandosi nelle acque. I cinque marinai ed il loro capitano, preoccupati forse dalla vicinanza dei terribili scorridori del Pacifico, non lasciarono la coperta un solo momento, e compare Arnoldo tenne loro compagnia.
Quando l'alba spuntò, le coste americane non erano piú visibili all'orizzonte. La caravella, durante la notte, aveva derivato fortemente al largo in causa forse di qualche corrente.
- Siamo già ben lontani, - disse Mendoza. - Se questa corsa continua fra un paio di giorni poi potremmo giungere a Taroga.
"Mi pare però che l'amico barbuto non abbia l'intenzione di farci vedere i nostri amici filibustieri."
Infatti i marinai, a un colpo di fischietto del capitano, avevano virato di bordo, cercando di tornare almeno in vista della costa per gettarvisi sopra nel caso che i filibustieri facessero la loro comparsa.
Non era però cosí che la intendevano i tre avventurieri, i quali non tardavano a mettersi in tasca le pipe e ad affrontare il comandante.
- Che cosa fate? - gli chiese Buttafuoco, con un certo cipiglio poco rassicurante.
- Cambio rotta, - rispose l'uomo barbuto. - Siamo troppo al largo ed io non ho alcun desiderio di dare dentro a qualche nave corsara.
- Vi ordino di riprendere la rotta di prima e di non occuparvi dei filibustieri.
- Voi!... - esclamò il capitano, stupito.
- Io, - rispose tranquillamente Buttafuoco.
- E per andare dove?
- Vogliamo accertarci se a Taroga ci sono ancora, sí o no, quei bravi uomini.
- Io vi ho imbarcati per condurvi in California.
- Abbiamo ora cambiato pensiero.
- È forse vostra la caravella?
- L'abbiamo noleggiata per nostro conto e noi vogliamo andare dove ci piace.
- Eh!...Eh!...Comandate un po' troppo, signor mio, in casa mia!... - gridò il capitano. - Se volete farvi ammazzare dai filibustieri, imbarcatevi sulla scialuppa che la mia caravella rimorchia e andatevene al diavolo.
"In quanto a me ritorno alla costa il piú presto possibile."
- Non avendo però noi nessun desiderio di farci divorare dai pesci-cani, ed avendo noleggiata la vostra caravella e non già la scialuppa, per la seconda volta vi ordino di rimettere la prora a ponente poiché la nostra rotta è quella.
"In California ci andrete piú tardi."
- E basta, messer barbuto, - aggiunse il guascone, battendo la mano sulla sua draghinassa. - O obbedire o provare il filo dei nostri gingilli; e tagliano, sapete.
Il capitano era diventato livido.
- Chi siete dunque, voi? - chiese balbettando.
- Non vi occupate di sapere chi siamo e che cosa intendiamo di fare, - rispose Buttafuoco. - Vi dico solo dai filibustieri non avrete nulla da temere, finché noi saremo a bordo della vostra caravella.
Il capitano stava per ribattere la parola, quando mastro Arnoldo, il quale aveva assistito impassibile a quella disputa che minacciava di farsi grave, poiché i meticci non sembravano disposti a lasciar solo il loro capo, intervenne.
- Obbedite a questi signori, - disse. - Ordine del marchese di Montelimar.
"Io rispondo di tutto."
- Quand'è cosí, si vada allora verso l'inferno. Vedremo se il signor marchese sarà là a proteggerci quando i filibustieri monteranno all'abbordaggio.
- Basta cosí, - disse Arnoldo.
- Ehi, compare Pfiffero, potevi intervenire un po' prima e risparmiarci un sacco di chiacchiere inutili, - disse il guascone.
Il fiammingo alzò le spalle senza rispondere e riprese il suo posto dietro l'abitacolo di poppa.
Il capitano, dopo essersi consigliato coi suoi uomini, i quali cominciarono a guardare in cagnesco i tre avventurieri, senza però osare di manifestare apertamente il loro malumore, fece rimettere la prora verso ponente.
Nessun pericolo pareva d'altronde che minacciasse la caravella, poiché l'oceano appariva assolutamente deserto. Solamente degli uccellacci marini e dei branchi di pesci-volanti lo percorrevano, e quelli non potevano dare certamente noia ai naviganti.
Il vento però era diventato cosí debole coll'alzarsi del sole che la caravella non riusciva a guadagnare piú di un paio di nodi all'ora. C'era però del malvolere anche da parte dei marinai i quali lasciavano troppo le scotte.
A mezzodí i tre avventurieri, che si consideravano ormai come i padroni della navicella, reclamarono imperiosamente la colazione e anche abbondante, dichiarando di avere un appetito da pesci-cani.
Il capitano ed i marinai, i quali incominciarono ad aver paura di quei tre spavaldi che già supponevano dei filibustieri, si guardarono dal negarla.
Durante la giornata la caravella continuò a navigare pesantemente verso ponente, guadagnando appena una ventina di miglia, però appena il sole scomparve, la brezza si rialzò piú viva accelerando la corsa della carcassa.
I tre avventurieri si digerirono tranquillamente anche la cena, poi Buttafuoco ed il guascone si ritirarono nella cabina loro assegnata, mentre il basco montava il suo quarto di guardia con un paio di pistoloni alla cintura e la sua fida spada che tante meraviglie aveva compito sotto il figlio del Corsaro Rosso.

Capitolo VIII
IL TRADIMENTO

LA NOTTE non accennava di essere cosí limpida e cosí tranquilla come quella precedente.
Era scesa sull'oceano una nuvolaglia piuttosto fitta, la quale, subito dopo il tramonto del sole, si era dispersa pel cielo oscurando gli astri e coprendo il quarto di luna.
Ma pel momento nessun indizio vi era che avesse a scoppiare qualche tempesta.
Mendoza, accesa la sua pipa, si era seduto dietro l'abitacolo, nel posto occupato durante il giorno dal fiammingo, e che gli permetteva di sorvegliare attentamente la bussola.
Temeva che i marinai approfittassero di quell'oscurità per fare rotta falsa e ritornare verso la costa americana e forse non aveva torto di sospettare, poiché si era già accorto che i due uomini rimasti a guardia della velatura, avevano già piú volte tentato un colpo di sorpresa per virare di bordo.
Erano trascorse un paio d'ore senza che il basco, il quale raddoppiava la sua vigilanza, avesse notato nulla di straordinario, quando guardando verso prora, gli apparve di scorgere il fiammingo in segreto colloquio col capitano che da poco era salito in coperta.
Sospettoso per carattere, il basco intuí subito che qualche cosa si doveva combinare fra quei due, e se ne convinse sempre piú quando li vide sparire entro il boccaporto di prora.
- Amico Mendoza, apri quattro invece di due occhi, - si disse. - Qui gatta ci cova.
Si alzò, vuotò la pipa, diede un ultimo sguardo all'oceano, poi disse forte:
- Buona notte, timoniere: vado anch'io ad allungare un po' le gambe.
Poi si lasciò cader giú dal boccaporto di poppa, ma invece di entrare nel quadro dove russavano il guascone, Buttafuoco ed il preteso figlio del grande di Spagna, aprí silenziosamente la porta che comunicava colla stiva, la quale, come abbiamo detto, era ingombra di botti vuote.
Fu subito colpito dalla luce proiettata da una lanterna la quale si avanzava lentamente seguendo la corsia di babordo.
- Che cosa si viene a fare qui a quest'ora? - si chiese con inquietudine.
Si gettò verso la corsia opposta confondendosi fra le botti, e scorse ben presto le due persone che seguivano la lanterna: erano il capitano ed il fiammingo.
- Che abbiano nascosto qui qualche caratello di vino e che vengano a berselo senza invitarci? - mormorò il basco. - Simili bricconate noi non le permetteremo, e se c'è da bere si berrà in compagnia.
Si rannicchiò in un angolo oscuro e stette ad osservare.
I due uomini si avanzarono fino quasi verso il centro della stiva, poi sollevarono due grossi botti gettandole sopra le vicine e si cacciarono dentro il vano rimasto.
- È qui, - disse il capitano, la cui voce giungeva distintamente fino a Mendoza, data la sonorità della stiva.
- Molta polfere? - aveva chiesto subito mastro Arnoldo.
- Cinquanta libbre.
- Basteranno?
- Non rimarrà intatta una tavola.
- E nemmeno uno di quei pirpanti?
- Spero di no.
- Afete la miccia?
- È già a posto.
- Quanto durare?
- Dieci minuti almeno.
- Afremo tempo di scappare colla scialuppa?
- Non avremo che da ritirare la fune poiché è sempre a rimorchio della caravella. Vi ho fatto mettere già dentro dei viveri e dei remi.
- Date fuoco.
Mendoza ne sapeva piú del bisogno. Spaventato, colla fronte madida di freddo sudore, retrocesse sollecitamente verso il quadro e si precipitò dentro la cabina occupata dal guascone e da Buttafuoco.
- Su, su, in piedi subito, senza perdere un istante, - disse, scuotendoli vigorosamente.
- Ci si abborda? - chiese il guascone, balzando lestamente giú dal lettuccio.
- Seguitemi senza far rumore e non mi chiedete spiegazioni, - rispose Mendoza. - Venite, signor Buttafuoco, se vi preme la pelle.
A poppa, come in tutte le caravelle e anche nei galeoni, s'apriva un ampio sabordo, il quale serviva anche talvolta a piazzarvi della piccola artiglieria.
Mendoza spinse i suoi amici verso quello, poi disse:
- Calatevi in mare senza esitare.
Buttafuoco ed il guascone, impressionati dalla voce alterata del basco, non chiesero nessuna spiegazione. Si assicurarono le spade, scavalcarono il sabordo e si lasciarono cadere in mezzo alla scia spumeggiante.
Un secondo dopo anche Mendoza era in acqua.
In quel momento la scialuppa, la quale seguiva la caravella attaccata con una funicella d'una trentina di metri, giungeva.
Mendoza e don Barrejo l'abbordarono da una parte e Buttafuoco, che era piú alto e piú pesante, dall'altra parte, poi non senza sforzo vi si issarono.
- Taglia la fune!... - comandò il basco, volgendosi a don Barrejo.
Il guascone, comprendendo che stava per accadere qualche cosa di terribile, obbedí subito.
- Ai remi ora!...Arrancate forte se vi preme salvarvi!...
La scialuppa si mise in corsa in senso inverso della rotta tenuta dalla caravella. Aveva appena percorsi cinquanta o sessanta metri, quando un urlo echeggiò sul piccolo veliero.
- Maledizione!... La scialuppa è scomparsa!... Siamo perduti!...
Si udirono delle urla, delle bestemmie, poi un gran lampo squarciò l'oscurità, seguito da un rombo formidabile e da una tempesta di rottami.
La caravella era saltata in aria col suo disgraziato equipaggio, con compare Pfiffero ed il pretesto figlio del grande di Spagna.
Per alcuni istanti sopra il gorgo aperto dallo scafo sventrato dall'esplosione, si distese una nuvolaglia di fumo rossastro, poi la brezza notturna lo disperse.
- Amici, - disse Mendoza, con voce commossa, asciugandosi il sudore che gli copriva la fronte, malgrado il bagno, - ringraziate Iddio, se siete ancora cristiani, poiché a lui solo dovete la vostra salvezza.
- Io mi domando ancora che cosa sia successo, - disse don Barrejo, il quale pareva istupidito. - Che cos'è che è saltato?
- La caravella, e se tardavamo due o tre minuti saltavamo anche noi.
- Aveva preso fuoco? - chiese il bucaniere, il quale non riusciva ancora a raccapezzarsi di quel terribile colpo di scena.
- Cioè, avevano dato fuoco ad un barile di cinquanta libbre di polvere per mandare noi in aria, - rispose il basco. - Per una fortunata combinazione me ne sono accorto a tempo e la scialuppa, che doveva servire a loro, è rimasta invece nelle nostri mani.
- Avevano giurata la nostra perdita?
- Il capitano insieme a compare Pfiffero e probabilmente d'accordo coll'equipaggio, - rispose Mendoza.
- Amici, - disse Buttafuoco, - ritorniamo laggiú. Vi può essere qualche uomo da raccogliere.
- Lasciate che i pesci-cani se lo mangino, - disse il feroce guascone.
- No, - rispose Buttafuoco, afferrando un remo. - Queste inumanità non le permetterò mai.
"Sono stati abbastanza puniti del loro infame tradimento."
- È giusto, - disse Mendoza.
Presero i remi e si diressero rapidamente verso il luogo ove era scomparsa la caravella, sormontando, non senza difficoltà, l'onda prodotta dal gorgo che stava distendendosi all'intorno con un orribile rumoreggiare.
Lo scafo, aperto dall'esplosione, era affondato. Alla superficie rimanevano invece moltissimi rottami: pezzi d'alberi, pennoni che reggevano ancora le loro vele latine distese sull'acqua, casse, botti, pezzi di murata ed avanzi del quadro e del castello di prora.
L'esplosione doveva essere stata formidabile, poiché non vi era nessun attrezzo intero.
La scialuppa passò in mezzo ai rottami, soffermandosi qua e là con la speranza di raccogliere ancora qualche superstite.
Nessun essere vivente galleggiava. Scorsero invece un troncone umano appartenente ad un meticcio, il quale si teneva ancora col le braccia disperatamente aggrappato ad un'antenna. Il disgraziato era stato tagliato a metà e non aspettava che un pescecane per perdere anche quanto rimaneva del suo corpo.
- Sono scomparsi tutti, - disse il guascone. - Anche compare Pfiffero, quantunque io in fondo fossi convinto che avesse qualche legame di parentela con messer Berlicche, se n'è andato in un mondo migliore.
- Era però il piú colpevole, poiché deve essere stato lui a preparare il tradimento che doveva mandarci a cercare il tesoro del Gran Cacico nel regno delle tenebre eterne.
- Qui non vi è piú da far nulla, - disse Buttafuoco. - Non ci rimane che di puntare su Taroga, se potremo giungervi.
- E perché no, signore? - chiese il basco. - La scialuppa è solida, abbiamo dei viveri e nulla dobbiamo temere da parte dei nostri amici filibustieri.
- Siamo lontani ancora? - chiese il guascone.
- Non vi potremo giungere prima di quarant'otto ore, - rispose Mendoza. - Dobbiamo contare solamente sui remi ed avremo da faticare un poco a compiere la traversata.
"Fortunatamente il tempo finora si mantiene buono."
- Guarda che cosa hanno messo qui dietro i marinai della caravella, - disse Buttafuoco.
- Vedo dei pacchi ed un barile.
Mendoza ed il guascone fecero rapidamente l'inventario di quanto era stato imbarcato, e constatarono che il capitano barbuto aveva fatto le cose per bene, poiché il barile era pieno d'acqua, una cassa era colma di biscotti ed i pacchi contenevano dei formaggi e dei prosciutti salati. Non vi era certamente l'abbondanza, ma non vi era nemmeno il pericolo di morire di fame, poiché le provviste erano state fatte per sette uomini, mentre gli avventurieri non erano che tre.
- Orsú, non possiamo lagnarci, - disse Mendoza. - Quei poveri diavoli avevano certamente contato di riguadagnare la costa americana in un paio di giorni.
"Noi avremo provviste sufficienti per una settimana, anche senza metterci a razione. Si parte?"
- Partiamo, - disse Buttafuoco sedendosi a poppa.
Il guascone si mise a mezza barca, il basco si sedette sulla panca di prora e la scialuppa abbandonò lentamente quel tratto di mare cosparso di rottami, dirigendosi verso ponente.
Fra i viveri il basco aveva trovato, ben avvolta in uno straccio, una bussola, e se l'era subito appropriata per mantenere la direzione, almeno approssimativa. Per tre o quattro ore la scialuppa si avanzò sotto i colpi vigorosi del guascone e del basco, sormontando abbastanza facilmente le ondate che di quando in quando giungevano dal largo; poi i due uomini dovettero cedere.
- Preferisco dare dei colpi di draghinassa, - disse il guascone, sbarazzandosi della giubba ed anche del giustacuore.
- Ed io colpi di spada, - disse il basco. - Sono diventato un pessimo marinaio.
- T'inganni, compare: sei solamente invecchiato.
- Vorrei però che tu ti gettassi davanti alla mia spada.
- Tonnerre!... La draghinassa d'un guascone non attraverserà mai il mare di Biscaglia per ferire i fratelli piú o meno prossimi, - disse con voce grave.
- O per non prenderle? - disse il basco, scherzando.
- I guasconi cadono sul campo dell'onore, senza prenderle.
- Sicché nemmeno quando sono stati accoppati non le hanno toccate secche, - disse Buttafuoco.
- No, signore, perché quando un uomo è morto non confesserà mai di essersi fatto ammazzare da un altro spadaccino piú abile di lui.
"Almeno cosí si pensa nella grande Guascogna."
- Un paese che non vale nemmeno la Biscaglia e che è solamente un piccolo dipartimento francese!
- Che cosa importa il paese se siamo grandi noi? E poi, vedi, mio caro basco...
Un urto violentissimo, che fece cappeggiare la scialuppa da babordo a tribordo, fino quasi ad imbarcare dell'acqua, lo interruppe.
- Abbiamo urtato? - disse Buttafuoco, balzando in piedi.
- E contro chi, signore? - chiese il basco. - Non vi sono scoglietti da queste parti.
- Contro qualche rottame della caravella, amico Mendoza.
- Eh, siamo ben lontani.
Un altro urto avvenne in quel momento, e fu cosí improvviso, da mandare a gambe levate il guascone.
- Tonnerre!... - gridò, aggrappandosi al banco per non cadere in acqua. - È il diavolo del Pacifico che giuoca con noi?
Mendoza si era curvato sull'acqua ed osservava attentamente.
Dapprima non vide nulla, ma dopo qualche istante scorse delle grosse strisce fosforescenti che correvano in tutte le direzioni, descrivendo dei fulmini zig-zag.
- Capperi!... - esclamò. - Ora so chi sono i disturbatori della nostra quiete.
Poi volgendosi verso il guascone, il quale si era rimesso già in equilibrio, gli disse:
- Ecco una bella occasione per provare il filo della tua draghinassa e la robustezza del tuo braccio.
- Si tratta di menare colpi? - gridò don Barrejo, levando subito lo spadone. - Non
chiedo di meglio.
- Contro chi? - domandò Buttafuoco.
Siamo caduti in mezzo ad una banda di pesci-martello, signore, - rispose il basco.
- Che riescano a rovesciare la scialuppa?
- Non sono grossi come i charcharias, tuttavia misurano anche essi quattro o cinque metri ed hanno certe bocche da far venir la pelle d'oca solamente a vederle.
- L'affare è dunque serio, - disse don Barrejo.
- Forse piú grave di quello che tu credi, poiché la nostra scialuppa non è niente affatto pesante ed il suo fasciame è cosí avariato che potrebbe cedere sotto un poderoso colpo di coda.
- Scommetterei qualunque cosa che è l'anima di compare Pfiffero che ce li ha mandati per prendersi la sua rivincita.
Malgrado la gravità della situazione, Buttafuoco e Mendoza non poterono frenare un risata.
- Non c'è da ridere, - disse il burlone. - Ve l'avevo sempre detto che quel Pfiffero doveva essere qualche parente del diavolo.
Ohé!...Volete buttarci all'aria? Pensate che io ho le gambe troppo lunghe per mantenermi in equilibrio su questa carcassa e che non sono mai stato marinaio.
Un terzo urto aveva gettata la scialuppa da un lato facendola nuovamente piegare fino al livello d'acqua. Guai se in quel momento forse giunta l'eterna ondata del pacifico, la quale per fortuna si riproduce ad intervalli abbastanza lunghi.
- Fuori le spade, amici, e diamo battaglia, se non volete servire da cena a questi dannati squali, - disse Mendoza.
- Ora li punisco io questi insolenti, - rispose il guascone.
- Bada di non cadere in acqua, poiché allora nessuno certo ti salverebbe, nemmeno la tua draghinassa.
"Dobbiamo avere intorno a noi una decina di quei mostri."
- Dieci colpi di spada e tutto sarà finito, - disse il guascone.
Si sedettero sui banchi disponendosi in modo da equilibrare il meglio che era possibile la scialuppa e cominciarono a menar colpi all'impazzata a babordo ed a tribordo.
I pesci-martello però pareva che non avessero, almeno pel momento, alcun desiderio di provare il filo e le punte delle spade, poiché si mantenevano ostinatamente sommersi. Solamente di quando in quando qualcuno, appena segnalato da una rapidissima scia fosforescente, s'avventava contro la scialuppa, vi cozzava la grossa e robusta testa foggiata a martello e passava subito dall'altra parte della chiglia senza dar tempo ai tre spadaccini di colpirlo.
- Che battaglia è questa? - chiese don Barrejo, dopo d'aver menato inutilmente una trentina di colpi di draghinassa senza aver ottenuto altro risultato che di spruzzare i suoi compagni. - Non si combatte cosí in Guascogna.
- Manda loro un cartello di sfida e pregali di presentarsi uno per volta, - disse Mendoza.
- Non ho potuto ancora vedere una di quelle bestiacce.
- L'aurora è vicina e cosí avrai l'occasione di ammirarli.
- È vero che sono bruttissimi?
- Ma no, sono anzi carini; con quel loro martellaccio fornito alle estremità di due occhi che ti mettono indosso il malessere al solo vederli...
- E il chiami carini, birbante!... Ah!... Eccone uno che arriva!... Se ti prendo ti taglio in due!...
Una striscia fosforescente si avvicinava con una rapidità fulminea, dirigendosi verso la scialuppa.
Don Barrejo afferrò la draghinassa a due mani e tirò giú una botta capace di spaccare anche un macigno.
La larga lama questa volta non cadde nel vuoto e colpí sul dorso il pesce-martello, tagliandogli nel tempo stesso le pinne dorsali.
Lo squalo si rovesciò prontamente sul dorso e si avventò contro il bordo della scialuppa, cercando di addentarlo.
- Tonnerre!... Se è brutto!... - gridò don Barrejo. - E Mendoza li chiamava carini questi mostri!...
La draghinassa piombò sul muso del terribile squalo spaccandoglielo mentre Mendoza e Buttafuoco gli cacciavano nei fianchi le loro spade, urlando:
- Prendi, birbante!...
- Gusta questa, canaglia!...
Lo squalo fece un balzo, alzandosi quasi a metà fuori dall'acqua, poi scomparve nella profondità dell'oceano.
- Ecco uno che va a trovare l'ospedale dei pesci, ammesso che ve ne sia qualcuno in fondo al mare, - disse don Barrejo.
- Gliele abbiamo date, finalmente, - aggiunse Mendoza. - Ero stanco di forare inutilmente l'acqua.
- Questo si chiama battagliare, è vero, basco? Che colpi che danno i guasconi, eh?
- E che stoccate danno i baschi, - rispose Mendoza. - Devo avergli trapassato il cuore di colpo.
- Allora è inutile che vada all'ospedale.
- Chiacchierate troppo, voi, - disse Buttafuoco. - Non vedete che i compagni del ferito montano all'assalto?
- E noi siamo pronti a riceverli, è vero, Mendoza? - gridò il guascone.
- Sempre, - rispose il basco.
Delle linee fosforescenti s'incrociavano attorno alla scialuppa, stringendosi sempre piú. I pesci-martello accoverano a vendicare il compagno.
- Aprite gli occhi!... - gridò Mendoza, - e saldi in gambe!...
La scialuppa, urtata da tutte le parti, trabalzava disordinatamente come se l'oceano, tutto d'un tratto, fosse diventato tempestoso.
I mostri la investivano con furore, avventando dei colpi di coda che potevano sfondare il vecchio fasciame, come aveva detto il basco, poi passavano sotto la chiglia e cercavano di alzarla spingendosi a galla.
Fortunatamente il peso costituito dai tre avventurieri, dal barile pieno d'acqua e dalle provviste, era abbastanza considerevole, quindi vi era ben poca probabilità che riuscissero nel loro intento di gettarla colla chiglia in aria.
Buttafuoco, Mendoza ed il guascone, non poco impressionati dal simultaneo attacco di tutti quei mostri, si facevano in dodici per menare botte furiose, le quali non cadevano sempre nel vuoto. Era la draghinassa specialmente che faceva i piú bei colpi, spaccando quei brutti martellacci.
Quell'assalto durò dieci buoni minuti, poi gli squali parvero averne abbastanza di quella grandine di stoccate che apriva dei larghi buchi sui loro dorsi, poiché finalmente si decisero ad allontanarsi, pur mantenendosi sempre in vista.
- Non sono battaglie, queste, guascone? - chiese il basco, asciugando, su uno straccio, la sua spada grondante di sangue.
- Non dico di no, - rispose don Barrejo, tergendosi il sudore che gli colava dalla fronte. - Però preferisco sempre quelle che si combattono in terra.
"Almeno si guardano i nemici in viso e poi si hanno i piedi piú fermi.
"Che siano persuasi che coi guasconi e coi i baschi non c'è da guadagnare nessuna cena?"
- Si dice che quei mostri siano molti testardi, amico, e non sarei sorpreso se alla prima luce del giorno ritornassero all'attacco.
- Se provassimo ad allontanarci? disse Buttafuoco.
- Era quello che volevo proporvi, signore. Lasciamo che Barrejo si riposi un po' e facciamo lavorare noi i remi.
- Anzi io vi guarderò, corpo d'un satanello, - rispose il guascone. - Ho incominciato a provarci un po' di gusto anche alle battaglie marittime.
Buttafuoco ed il basco presero i remi e si misero ad arrancare, colla prora sempre volta a ponente, cercando di passare di fianco alla torma famelica.
Infatti per un po' vi riuscirono, ma poi dovettero constatare, con loro poco piacere, che gli squali organizzavano la caccia, decisi, a quanto pareva, a guadagnarsi la prima colazione giacché avevano perduta la cena.
Quando il sole, dopo una brevissima aurora, s'alzò risplendente sull'oceano, facendo scintillare le acque di miriadi di pagliuzze d'oro, i pesci-martello, che durante la notte si erano limitati a scortare la scialuppa, tenendosi ad una certa distanza, tornarono a mostrare delle intenzioni estremamente bellicose che non garbavano piú nemmeno al battagliero don Barrejo.
Mendoza non si era sbagliato sul loro numero. Erano proprio nove o dieci, tutti lunghi dai quattro ai cinque metri, i quali si avanzavano con dei ridicoli movimenti, che in altre occasioni avrebbero strappate delle rise, poiché martellavano l'acqua a destra ed a sinistra, sollevando alti sprazzi di candidissima schiuma.
Di quando in quando si arrestavano come per prendere lena, rimontavano alla superficie per un buon terzo della loro lunghezza e mostravano le loro enormi bocche semi-circolari, irte di denti e situate là dove avrebbe dovuto trovarsi il collo, ciò che doveva rendere un po' difficile, a quei mostri, l'afferrare di colpo la preda.
- È un piccolo esercito che si prepara a darci valorosamente un nuovo attacco, - disse don Barrejo, il quale li osservava piú con curiosità che con vera apprensione. - Da buon guascone io francamente li ammiro.
- Perché desiderano mangiare le tue magre gambe? Bella colazione che offriresti tu! - esclamò Mendoza. - Fossero quelle del signor Buttafuoco!...
- Io spero che rimarranno col desiderio in gola, - rispose don Barrejo - Tonnerre!... La mia draghinassa è sempre pronta, e poi sai che cosa si dice?
- Se non ti spieghi non posso indovinare.
- Che la carne dei guasconi è piú amara di quella degli altri.
- Perché siete piú biliosi, diavolo!...
- Allora daranno la preferenza alla tue bistecche ed a quelle del Signor Buttafuoco e risparmieranno le mie gambe, intorno alle quali d'altronde, troverebbero delle ben magre polpe.
"Ah!... Eccoli!... Mano alle spade, signori miei, e cerchiamo di far onore alla Guascogna, alla Bassa Loira ed alla Biscaglia."
- Coi pesci!... - esclamò Buttafuoco.
- Non sono meno pericolosi degli uomini, signore.
- Questo è vero, però sono certo che non apprezzeranno affatto il nostro valore.
La torma furibonda si scagliava allora all'attacco in linea serrata, non cercando piú di tenersi sott'acqua.
Reclamava imperiosamente la sua colazione con certi rauchi gorgoglii, che certi momenti rassomigliavano al tuono udito ad una grandissima distanza.
I tre avventurieri, dopo d'aver trasportato rapidamente a prora il barile, la cassa ed i viveri, per non squilibrare la scialuppa, si radunarono intorno alla poppa e cominciarono animosamente la lotta, incoraggiandosi a vicenda con altissime grida.
- Avanti la Guascogna!...
- Sotto la Bassa Loira!...
- Picchia, Biscaglia!...
Il primo pesce martello che giunse sotto la poppa e che tentò di addentare l'orlo del fasciame coi suoi denti duri come l'acciaio, non ebbe fortuna, poiché il bucaniere fu pronto ad immergergli nella bocca spalancata la sua spada inchiodandogli la lingua contro il palato.
Il povero squalo fece un capitombolo e si lasciò andare a picco fra un cerchio di sangue.
Anche al secondo, che si slanciò all'assalto con grande impeto, tentando di cozzare contro la scialuppa colla sua testaccia, non andò meglio.
Aveva avuto il torto di presentarsi al guascone, e vi potete immaginare come il terribile spadaccino picchiasse sodo.
Vlan!... Vlan!... Due colpi di draghinassa ben assestati e le due estremità del martello cadono interamente tagliate.
Il povero squalo, cosí spaventosamente mutilato, si arrestò un momento versando due torrenti di sangue dalle ferite, poi anche quello si lasciò andare.
La lotta era appena cominciata. Gli altri, resi furiosi per le perdite subite e per tanta ostinata resistenza, circondarono la scialuppa scrollandola poderosamente e tentando di rovesciarla.
I colpi di spada e di draghinassa grandinavano fitti su quei corpacci, tagliando e bucando; però i mostri marini tenevano duro quantunque in mare, tutto intorno a loro, si tingesse di sangue.
I tre avventurieri erano costretti a precipitarsi ora verso prora ed ora verso poppa, a seconda che l'attacco diventava piú violento.
Un profondo terrore cominciava ad impadronirsi anche di quei saldi cuori che avevano sfidato tante volte la morte in tanti combattimenti. L'idea di dover ben presto finire nelle gole di quelle affamate bestiacce paralizzava non poco la loro energia.
Battagliavano ferocemente da un quarto d'ora, sempre minacciati di trovarsi da un momento all'altro in acqua, quando un colpo di fucile rimbombò, ed uno squalo, colpito dalla palla di un bersagliere infallibile, balzò piú che mezzo fuori dalla spuma sanguigna riversandosi all'indietro.
Quasi subito altre due detonazioni si seguirono e altri due pesci-martello subirono l'egual sorte.
Buttafuoco aveva gettato un rapido sguardo verso il largo.
Una grossa piroga, che pareva fosse sorta improvvisamente dal mare, montata da una dozzina di uomini che portavano dei giganteschi cappellacci di foglie di palma intrecciate, accorreva a gran forza di remi in loro aiuto.
Quattro di quei salvatori sconosciuti, che dovevano essere dei meravigliosi tiratori, facevano fuoco contro gli squali senza mai mancare al bersaglio.
Buttafuoco aveva mandato un grido altissimo:
- I filibustieri!...
- Tonnerre!... Finalmente e proprio a tempo, - disse il guascone, menando un ultimo colpo.
Cinque minuti dopo i tre avventurieri, sfuggiti miracolosamente e per ben due volte ad una morte spaventevole, salivano a bordo della piroga filibustiera e cadevano fra le braccia di Raveneau de Lussan.



                                                                                                                                                
                                                                                                                                            

 

 

 rotusitala@tiscali.it