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Gli ultimi filibustieri
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Capitolo I
UN TERRIBILE TAVERNIERE
Co... co... co... Che cosa vuol dire, per tutti i tuoni e le tempeste del
mare di Biscaglia? Co... co... So che dei pappagalli si chiamano Cocò, ma io
credo che chi mi ha scritto questa lettera non sia uno di quei volatili
variopinti!...
"Sarà meglio che chiami mia moglie. Chissà che non riesca a decifrare
questi scarabocchi.
"Panchita!..."
Una robusta donna sui trentaquattro trentacinque anni, bruna, cogli occhi
tagliati a mandorla come le andaluse, vestita leggiadramente, ma colle maniche
rimboccate che mostravano delle ben tornite e vigorose braccia, uscí dal
lunghissimo banco d'acagiú, dietro a cui stava risciacquando dei bicchieri.
- Che cosa vuoi, Pepito? - chiese.
- Al diavolo Pepito!... Sono don Barrejo io e non un Pepito qualunque. Quand'è,
moglie, che ti ricorderai che io sono un nobile della Guascogna?
- Pepito è un nome piú dolce, marito mio.
- Lascialo in Siviglia.
L'uomo che parlava cosí era uno spilungone, alto e magrissimo, con due baffi
spioventi, un po' brizzolati, ed i lineamenti energici, che mal si adattavano ad
un taverniere.
Colle gambe allargate, ritto di fronte ad una tavola occupata da una mezza
dozzina di meticci, i quali stavano vuotando un grosso boccale di mezcal,
fissava i suoi occhi grigiastri, che avevano il lampo dell'acciaio, su un pezzo
di carta.
- Leggi tu, Panchita, - disse, porgendo alla donna il foglio. - In Guascogna non
si scrive cosí, per tutti i tuoni del mar di Biscaglia!...
La taverniera prese la lettera e vi gettò sopra uno sguardo.
- Caramba!... - disse. - Io non ci capisco niente.
- Sono dunque tutti asini i castigliani!... - esclamò il taverniere, allargando
maggiormente le sue magre gambe. - Eppure laggiú si parla la purissima lingua
della grande Spagna!
- E in Guascogna? - chiese la bella bruna, scoppiando in una allegra risata. -
Non vi sono asini nel tuo paese, Pepito?
- Lascia stare la Guascogna. Quella è una terra eccezionale che non nutre che
spadaccini.
- Come vuoi, marito mio; ma io non capisco niente di ciò che è scritto su
questa carta.
- Non ci vedi? Hai forse le traveggole? Co... co...
- E poi? Avanti, giacché tu, don Barrejo, ci capisci qualche cosa.
- Tonnerre!... Non ci capisco niente, io!
- Chi ti ha portato questa lettera?
- Un ragazzo indiano, che non mi parve appartenesse all'Amministrazione delle
Poste.
- Ehi!... don Barrejo!... - gridò Carmencita, mettendosi le mani sui fianchi e
lasciando sul marito uno sguardo di fuoco. - Sarebbe forse un appuntamento con
qualche donna straniera? Ricordati che le castigliane portano sempre un pugnale
nel seno!...
- Non te l'ho mai veduto, - rispose il taverniere, ridendo.
- Saprei mettercelo però.
- Allora c'è tempo e in tanto potremo decifrare tranquillamente questi dannati
sgorbi. Tonnerre!... Co... co... Al diavolo tutti i pappagalli dell'America!...
In quel momento la porta si aprí ed entrò un uomo coperto da un ampio mantello
grondante d'acqua, poiché in quel momento si rovesciava su Panama un furioso
acquazzone accompagnato da lampi e tuoni.
Era uno splendido tipo d'avventuriero, non piú giovane però, poiché la sua
barba ed i suoi baffi erano quasi bianchi e la sua fronte spaziosa era solcata
da profonde rughe che l'ampio feltro piumato nascondeva malamente.
I suoi altissimi stivali di cuoio giallo erano ritagliati bizzarramente verso
l'estremità superiore e dal fianco gli pendeva una spada.
Si diresse verso un tavolino, aprí il mantello mostrando una ricca giubba di
panno finissimo con alamari d'oro, si tolse il cappello e batté un pugno
formidabile, gridando:
- Ehi, oste del malanno, non si dà dunque da bere ai gentiluomini?
Il taverniere, tutto occupato a decifrare la lettera misteriosa, non si era
nemmeno accorto dell'entrata di quel personaggio. Udendo però il tavolo
scricchiolare sotto quel terribile pugno e quelle parole abbastanza offensive,
passò la carta alla moglie e guardò trucemente il gentiluomo, dicendo con voce
fremente:
- Mi avete chiamato?...
- Oste del malanno, - rispose il nuovo venuto, tranquillamente. - Quando un
gentiluomo entra in una taverna, il padrone deve accorrere e domandare che cosa
si desidera. Almeno cosí si usa in Europa, se non in America.
- Ehi, signor mio, - rispose il taverniere, prendendo una posa tragica. - Mi
pare che voi alziate un po' troppo la voce in casa mia.
- Casa vostra!...
- Tonnerre!... Siete voi che pagate il fitto, mio gentiluomo?
- Una taverna è una casa pubblica.
- Corpo d'un cannone! - urlò il taverniere.
- Ohé, bell'uomo, mi pare che siate voi ora che alzate un po' troppo la voce!
- Fulmini di Biscaglia!... Sono il padrone della taverna, io!...
- Benissimo.
- E sono un guascone!...
- Ed io sono della bassa Loira.
Il taverniere aveva fatto un giro su se stesso e parve che quella piroetta lo
avesse calmato di colpo, poiché disse con voce non piú fremente:
- Un gentiluomo francese!... Perché non me lo avete detto prima?
- Non lasciate nemmeno parlare la gente, voi!...
- Capirete che i guasconi...
- Hanno la lingua lunga e la mano pronta. Lo so.
- Si vede che siete proprio un francese della Loira. Che cosa desiderate, mio
signore?
- Una bottiglia del migliore; Xeres o Alicante o Porto, non m'interessa. Bevo
qualunque vino maturato sotto tutti i soli del globo, purché sia buono.
Il taverniere si volse verso sua moglie, la quale aveva assistito sorridendo a
quella comica scena, dicendole con molto sussiego:
- Hai capito tu come sanno bere i francesi della grande Francia?
- E tu mi rimproveri se qualche volta alzo un po' troppo il gomito e faccio
breccia nella cantina. Noi non siamo spagnuoli.
"Porta al signore una bottiglia delle piú vecchie. Mi pare che ce ne sia
qualcuna di Bordeaux. Farà molto piacere al mio compatriotta."
- Sí, Pepito.
- Eh, lascia andare Pepito. Io sono un guascone e non già un torero qualunque
di Siviglia. Ricordatelo, moglie!...
Le riprese la lettera dalle mani e si mise di nuovo a leggere, borbottando
sempre: co... co... me... me... si... si...
Stava forse per decifrare qualche nuova parola, quando la porta della taverna si
aprí ed un altro uomo entrò. Come il primo, indossava un ampio mantello pure
inzuppato d'acqua, aveva altissimi stivali di pelle gialla, portava al fianco
uno spadone e sul capo un feltro piumato adorno di alcuni bottoncini d'argento.
Poteva avere quarant'anni, tuttavia i suoi baffi erano misti a non pochi fili
d'argento ed il suo viso molto abbronzato. Di media statura, membruto, pareva
possedesse una forza muscolare piú che comune.
Come il gentiluomo francese, si sedette d'innanzi ad un tavolino e vi piantò
sopra un tale pugno che per poco non lo sfasciò completamente.
Il taverniere udendo quel fracasso, che rassomigliava allo scoppio d'una bomba,
fece un soprassalto e guatò con sguardo truce l'impertinente che si permetteva
di fracassargli i mobili, senza nemmeno chiedere il permesso al padrone.
- Tonnerre!... - gridò, rialzando i baffi spioventi. - C'è quest'oggi
un'invasione di cani arrabbiati? Passi il mio compatriotta, ma questo poi
l'accomodo io!...
Si avvicinò al nuovo avventore, e, dopo averlo squadrato dall'alto in basso,
gli chiese:
- Chi siete voi?
- Un bevitore assetato, - rispose lo sconosciuto.
- E dove credete di trovarvi?
- Diavolo!... In una taverna, mi pare.
- Che non è casa vostra, mi pare.
- Chiacchiera meno, taverniere di messer Belzebú, e portami invece da bere, che
muoio dalla sete e poi ho molta fretta.
- E io nessuna.
- Ehi, taverniere dell'inferno! - urlò lo sconosciuto, picchiando un altro
pugno sul tavolo. - L'hai finita? Mi porti una bottiglia si o no?
- No, - rispose l'oste.
- Vuoi che ti tagli gli orecchi?
- A chi?
- A te, por Dios!...
- Ah!... Baie!...
Il gentiluomo francese, che stava bevendo, proruppe in una clamorosa risata, la
quale ebbe per effetto d'irritare sempre piú il bollente taverniere.
- Tonnerre!... - urlò. - Per chi mi si prende? Sono un guascone sapete?
Il secondo avventuriero si torse i baffi, appoggiò un gomito sul tavolino,
ormai sgangherato da quei due poderosi pugni, e lo guardò, ridendo
ironicamente.
- Come sono buffi questi guasconi! - disse poi.
Don Barrejo, proprietario della taverna d'El Moro, piccolo gentiluomo guascone,
scoppiò come una bomba.
- Tuoni dei Pirenei e fulmini del mar di Biscaglia!... A me dare del buffone!...
Ah, tu vuoi bere del mio vino!... È dalla tua botte che ne spillerò!...
Carmencita!... La mia spada...
Il secondo venuto proruppe in un altro scroscio di risa, piú fragoroso del
primo e che fece saltare la mosca al naso al bollente taverniere, il quale non
aveva mai tollerato, da buon guascone, che si ridesse sulle sue spalle.
- Bisogna che vi uccida dunque? - urlò.
- Con che cosa? Col tuo spadone? Chiese ironicamente l'allegro sconosciuto,
togliendosi il mantello. - Mio caro, deve avere a quest'ora un mezzo pollice di
ruggine.
- Che lascerò tutta nel vostro corpo, mascalzone!..
- Tu sei sempre piú buffo, compare.
- Finitela por Dios! Uscite o vi uccido come un cane arrabbiato!... Panchita!...
Portami la draghinassa!...
- Tua moglie pare non abbia nessuna premura di vedere il mio sangue, - disse lo
sconosciuto, appoggiandosi ad un tavolino e guardando fisso il taverniere.
Poi, volgendosi verso il primo entrato, il quale assisteva a quella allegra
scena che poteva però finire tragicamente, gli chiese:
- Non vi sembra, signore, che sia sempre lo stesso questo indiavolato guascone?
Nemmeno il matrimonio lo ha calmato.
Queste parole le aveva pronunciate su un tono un po' diverso del primo. Don
Barrejo, colpito da quell'accento che gli pareva di aver già udito in altri
tempi, stette un momento dubbioso, poi si precipitò addosso allo sconosciuto e
se lo strinse fra le braccia, gridando:
- Tonnerre!... Mendoza il Basco!... Il braccio forte del figlio del Corsaro
Rosso!...
- Ci voleva tanto dunque a riconoscermi? - disse il biscaglino,
contraccambiando, con minore entusiasmo, l'abbraccio.
- Sono passati sei anni, mio caro.
- Ma sei sempre lo stesso. Per poco non mi aprivi il ventre colla tua famosa
draghinassa e spillavi il mio sangue.
- Tonnerre!... Mi hai fatto uscire dai gangheri!...
- E l'ho fatto apposta per vedere se il mio guascone si era conservato ancora
guascone.
- Briccone!... E tu ne dubitavi? - gridò don Barrejo, rinnovando l'abbraccio. -
E che cosa fai qui? Da dove vieni tu? Qual buon vento ti ha portato alla taverna
d'El Moro?
- Non tanta furia, mio caro guascone, - disse il basco.
Poi, indicandogli il gentiluomo francese della bassa Loira che si godeva sempre,
sorridendo sotto i baffi, la scena, gli chiese:
- E quel signore là, che sta assaggiando il tuo pessimo vino lo conosci?
- Pessimo, hai detto?
- Giudicheremo piú tardi.
Don Barrejo aveva piantato gli occhi addosso al gentiluomo, mentre si passava e
ripassava una mano sulla fronte come per evocare dei lontani ricordi.
Ad un tratto si slanciò verso il tavolo colle mani tese, gridando:
- Tonnerre!... Il signor Buttafuoco!...
Il famoso bucaniere della marchesa di Montelimar si alzò sorridendo, e strinse
calorosamente le mani che gli venivano tese, dicendo:
- S'invecchia dunque, don Barrejo, per non riconoscere piú gli amici?
- È il matrimonio, - disse Mendoza, scoppiando in una risata.
Il bravo guascone non aveva nemmeno rilevata la frase. Si era slanciato dietro
l'immenso banco di acagiú, urlando a squarciagola:
- Panchita!... Panchita!... Porta sopra le migliori bottiglie della nostra
cantina e lascia in pace lo spadone. Non ne ho piú bisogno!...
Poi in tre passi tornò verso il tavolino occupato dal bucaniere e dal
biscaglino e, piantandovi sopra a sua volta due pugni, chiese:
- Che cosa siete venuti a fare qui, dopo tanti anni di assenza? Come sta il
conte di Ventimiglia? E la marchesa di Montelimar? Di dove siete sbucati voi?
Sandomingo è lontano da Panama.
- Silenzio, - disse Mendoza, accennando con un dito i meticci che stavano
bevendo il mezcal.
- Che cosa? - chiese il guascone.
- Puoi mandarli via?
- Se non andranno con le buone li manderò fuori a pedate - rispose il terribile
taverniere. - Il fitto lo pago io e non loro, corpo d'un tuono secco!...
S'avviò verso il tavolino occupato dai tranquilli bevitori ed indicando loro la
porta con un gesto tragico, disse:
- Mia moglie sta male ed ha bisogno di riposo. Andatevene subito senza
pagamento. Il mezcal che avete bevuto ve lo regalo.
I meticci si guardarono l'un l'altro, un po' stupefatti certamente, poiché
proprio in quel momento la graziosa castigliana, invece di giacere su un letto,
usciva dalla cantina reggendo fra le robuste braccia un gran paniere pieno di
bottiglie polverose.
Lieti però di aver bevuto senza sborsare una piastra, si alzarono, levandosi i
vecchi e sfilacciati sombreros, e se ne andarono senza protestare, quantunque al
di fuori la pioggia continuasse ad infuriare.
- Moglie mia, - disse don Barrejo. - Ho l'altissimo onore di presentarti il
signor Buttafuoco, un autentico gentiluomo francese e quella vecchia pelle, che
tu hai già conosciuto, di Mendoza.
"Abbracciali pure: io non sono geloso di questi uomini."
La bella taverniera depose il paniere e diede quattro grossi baci sulle gote
degli amici del marito, senza che questi inarcasse le sopracciglia.
- Ora, moglie mia, chiudi la porta e sprangala, - disse il taverniere. - Oggi
non si riceve nessuno, perché vi è festa in famiglia.
- Sí Pepito.
- Pepito!... - esclamò Mendoza. - Sei diventato un pollo, un pappagallo, un
gallo, un toro...
- Mia moglie, vedi, ha una vera mania, - rispose il guascone.
- Quando è di buon umore, si ostina a chiamarmi Pepito.
- Pi... pi... pi... - fece Mendoza, ridendo.
- To... to... to... - Completò il guascone, levando dal paniere una bottiglia
ricoperta di ragnatele. - Beviamo ora e poi mi direte per quale caso strano vi
trovate in Panama. Il signor conte di Ventimiglia non deve essere estraneo a
questa visita.
- Certo, e anche...
Mendoza si era bruscamente interrotto e si era alzato, guardando verso la porta.
- La mignatta, - disse, rivolgendosi al Buttafuoco. - Panchita, non chiudere la
porta. Aspettiamo un altro amico.
- Chi è? - chiese don Barrejo.
- Non lo sappiamo ancora, però, dal modo con cui storpia le parole, io lo
crederei un olandese o un fiammingo.
- E che cosa vuole da voi?
- Da quando siamo giunti a Panama quell'uomo misterioso ci si è appiccicato ai
fianchi e ci segue dovunque andiamo, pagandoci anche delle buone bottiglie,
colla migliore gentilezza del mondo.
- Meno male: non si trovano sempre delle persone generose, - disse il taverniere
empiendo i bicchieri. - Vorrei però sapere perché vi segue con tanta
ostinazione.
- Io non credo che sia una spia, - disse Buttafuoco.
- E non avete trovata ancora l'occasione di sbarazzarvi di quel signore? Tu,
Mendoza, hai sempre avuto la mano lesta.
- Non hai mai potuto incontrarlo di sera e solo.
- Credi che finisca per entrare?
- Certamente, compare.
- Allora vedremo se sarà capace di uscire di qui. Ho ricevuto stamane una botte
contenente dieci ettolitri di Alicante, e capace di contenere un uomo per quanto
sia grosso.
- Che cosa vorresti fare? - chiese Mendoza.
- Farlo sparire dentro quella botte, cosí l'Alicante acquisterà un sapore di
piú.
Mendoza, che stava in quel momento gustando l'eccellente Xeres del taverniere,
sputò via tutto il vino che aveva in bocca, facendo una brutta smorfia.
- Ah!... Cane d'un taverniere!... - gridò, fingendosi stomacato. - Ci offre del
vino dove ha conservato dei morti!...
Don Barrejo scappò via, tenendosi il ventre, mentre il bravo biscaglino
approfittava del momento per afferrare la bottiglia che gli stava dinanzi e per
vuotarla in tre tempi.
In quel momento l'uomo misterioso ripassò dinanzi alla porta della taverna e si
soffermò a guardare dentro.
- Eccolo, - disse Buttafuoco. - In guardia, Mendoza.
- La botte è pronta, - rispose il biscaglino ridendo. - Si conserverà
magnificamente là dentro, ma io, per paura che don Barrejo mi offra di
quell'Alicante, non metterò poi piú i piedi nella taverna d'El Moro.
"Questi osti meriterebbero di venire appiccati."
La bella castigliana, vedendo lo sconosciuto mettere la mano sulla maniglia, fu
pronta ad aprire la porta, dicendo:
- Entrate, señor: il vino è eccellente alla taverna d'El Moro.
L'uomo misterioso, che grondava acqua da tutte le parti, si fece innanzi e si
tolse il feltro adorno d'una vecchia penna, dicendo:
- Pona sera, signori: io averfi cercato tutta mattina.
Era un individuo fra i trenta ed i quarant'anni, magro come il guascone, colla
carnagione bianchissima, i capelli biondissimi, anzi quasi bianchi e gli occhi
azzurri.
Nel suo insieme inspirava una certa ripulsione, quantunque potesse benissimo
darsi che fosse un galantuomo.
Mendoza e Buttafuoco avevano risposto al saluto, poi il primo si era affrettato
a dire:
- Scusate, signore, se non ci avete trovati al solito albergo. La pioggia ci ha
sorpresi lungo la via e ci siamo rifugiati qui, dove l'ostessa è amabilissima,
l'oste un brav'uomo ed il vino squisitissimo.
- Foi permettere a me di tenerfi compagnia?
- Con tutto il piacere, - disse Buttafuoco.
L'uomo misterioso si levò il cappello ed il mantello che erano alla lettera
inzuppati, mostrando una draghinassa ed uno di quei pugnali chiamati
misericordie.
Don Barrejo si era messo a girare e rigirare attorno al tavolo, fissando
quell'individuo sospetto.
Quella curiosità però non parve andare troppo a sangue al fiammingo, poiché
volgendosi d'un colpo verso il guascone, gli chiese con tono un po' piccato:
- Foi folete qualche cosa da me?
- Niente affatto, signore, - rispose prontamente don Barrejo. - Aspettavo i
vostri preziosissimi ordini.
- Io non afere ordini da dare a foi, avete capito? Io befo con gli amici.
- Befete pure, mio gentiluomo, - rispose il guascone, andando a sedersi, insieme
a Panchita, dietro il lunghissimo banco.
- Assaggiate, - disse Mendoza, porgendo un bicchiere ben colmo all'uomo
misterioso. - Di questo vino non se ne beve nemmeno in Spagna.
L'uomo misterioso bevette d'un fiato il contenuto, poi fece schioccare la
lingua.
- Pfiffer! Io mai afere befuto fino cosí buono. Ah!...
- Oh!... - fece Mendoza, tornando ad empirgli il bicchiere. - Bevete pure,
mastro Pfiffer.
- Che cosa Pfiffer? - chiese il fiammingo.
- Non vi chiamate cosí?
- Io mai essere stato un Pfiffer.
- Avrete qualche nome suppongo, - disse Mendoza, versandogli un terzo bicchiere.
- Io per esempio mi chiamo Rodrigo de Pelotas, ed il mio compagno invece Rodrigo
de Peloton.
Il fiammingo guardò bonariamente il biscaglino, con un certo fare da sornione,
poi disse:
- Pfiffer essere un interca.
- Un intercalare, volevate dire. Abbiamo capito, ma non sappiamo ancora come
chiamarvi.
- Arnoldo Fifferoffih.
- Ah!... Dei fi fi ce ne sono nel vostro nome. Si poteva quindi chiamarvi
benissimo mastro Pfiffer. Si faceva piú presto.
- Se folete, chiamatemi cosí.
- Eh... come va la vita, mastro Fiffer... fi... fer...?
- Pene!... Pene!... - rispose il fiammingo. - A Panama stare tutti penissimo.
Conoscete la città?
- Non ancora tutta.
- Foi fenite da lontano?
- Ma che!... Da Nuova Granada.
- E... per affari?
- Dobbiamo comperare cinquanta muli per conto d'un ricco baciendero che si crede
intenda poi venderli ai filibustieri.
- Oh!... - fece il fiammingo.
- Bevete mastro Fiff... fiff... Questo vino è eccellente.
- Oh molto pono!... Ostessa pelissima, oste brutto e fino ponissimo.
- È stata una vera fortuna scoprire questa taverna cosí fuor di mano, - disse
Mendoza, il quale, pur chiacchierando, non cessava di empire i bicchieri.
Il fiammingo, quantunque dovesse essere piú abituato a tracannare birra che
vino, resisteva tenacemente a Mendoza, però non doveva lottare a lungo con quel
formidabile bevitore.
Già le sue esclamazioni s'imbrogliavano maledettamente, facendo sorridere il
silenzioso Buttafuoco, il quale se era avaro di parole non risparmiava nemmeno
lui i buoni bicchieri.
Cominciava intanto ad annottare e la pioggia non cessava di scrosciare di fuori,
con largo accompagnamento di tuoni e lampi.
Pareva che su Panama, che allora era la regina del Pacifico, si rovesciasse un
vero ciclone.
Don Barrejo, dopo aver portato altre bottiglie, accese la fumosa lampada ad
olio, poi, ad un segno di Mendoza, chiuse le porte della taverna mettendovi
dietro, per sicurezza, una spranga di ferro.
- Taferniere, che cosa fate? - chiese il fiammingo, il quale si era accorto di
quella manovra.
- È tardi e chiudo, - rispose asciuttamente il guascone.
- Noi folere uscire presto.
- Con questa pioggia?
- Io afere mia testa pesante e folere andare a dormire.
- Forse che non c'è del buon vino qui? - disse Mendoza. - Il padrone della
taverna d'El Moro è un brav'uomo e rimarrà in piedi fino a domani mattina,
sempre pronto a servirci.
- Io folere andare, - ripeté il fiammingo. - Pfiffer! Afer befuto troppo.
- Ma che!... Abbiamo appena cominciato!... È vero, don Rodrigo de Peloton?
Buttafuoco fece col capo un gesto affermativo.
- Pasta, - rispose l'ostinato fiammingo, prendendo il suo mantellone ed il suo
cappello. - Pona sera a tutti! Taferniere, aprite.
Mendoza allontanò la sedia, subito imitato da Buttafuoco, e due spade
brillarono nelle mani dei due avventurieri.
Don Barrejo aveva già preso la sua arrugginita draghinassa, portatagli di
nascosto da sua moglie e si era messo dinanzi alla porta.
- Pfiffer! - esclamò il fiammingo, gettando intorno uno sguardo smarrito. -
Cosa folere voi, signori? Assassinarmi?
- No, mettervi in conserva dentro una botte di Xeres, - disse don Barrejo. - Mio
caro Pfiffero!
- Sedete, - disse Mendoza, con voce minacciosa, posando la spada sul tavolo. -
Abbiamo da vuotare altre bottiglie ancora e anche molto da discorrere, amico.
Capitolo II
LE MERAVIGLIOSE TROVATE D'UN GUASCONE
IL FIAMMINGO, che si reggeva già male sulle gambe, non avendo la resistenza
di Mendoza e di Buttafuoco, abituati alle sfrenate orge dei filibustieri e dei
bucanieri, si era lasciato cadere sulla sedia, non cessando di guardare, con
spavento, quelle tre spade che gli pareva gli si appuntassero contro il petto.
- Pfiffer! - esclamò, dopo aver mandato un profondo sospiro.
- Questo è cattivo scherzo.
- V'ingannate, mastro Arnoldo, - rispose Mendoza. - Questo non è affatto uno
scherzo e le nostre spade non sono fatte di burro, bensí di puro acciaio di
Toledo temprato nelle acque del Guadalquivir.
Il fiammingo proruppe in una risata.
- Datemi da pere, brafo amico.
- Finché vorrete, mastro Arnoldo. La cantina d'El Moro è tutta a nostra
disposizione, purché vi prepariate a rispondere alle domande che vi farò.
- Pene!... Pene!... Dite... dite... - rispose il fiammingo, riprendendo un po'
d'animo.
- Allora, - disse Mendoza, - ci spiegherete per quale motivo voi ci seguite
ostinatamente da tre giorni, comparendoci sempre come un uccellaccio di
malaugurio, nei luoghi che frequentiamo.
- Foi ed il fostro amico siete molto simpatici.
- Ma chi siete voi?
- Fe l'ho detto.
- Che cosa fate a Panama?
- Niente; fifo di rendita.
- Eh, messer Arnoldo, non cercare d'ingannarci, perché potreste uscire di qui
conciato male.
Il fiammingo divenne livido come un cadavere, tuttavia rispose con abbastanza
fermezza:
- Sono molto ricco.
- E per questo vi divertite a pagare da bere alle persone che vi sono
simpatiche, - disse Mendoza, ironicamente. - Compare Arnoldo, non saremo noi che
berremmo queste frottole. Sapete come si chiamano nel mio paese le persone che
s'attaccano alle altre, come tante mignatte, senza perderle mai di vista?
- Calantuomini.
- No, compare Arnoldo, le chiamano spie.
Il fiammingo prese un bicchiere colmo e lo vuotò lentamente, certo per
nascondere la sua emozione.
- Spie, - disse poi. - Io mai afer fatto questo prutto mestiere.
- Eppure vi ripeto che voi dovete essere la spia di qualche pezzo grosso di
Panama: del marchese di Montelimar per esempio.
Il bicchiere sfuggí dalle mani del fiammingo e si ruppe con fracasso.
- Ohé, messer Arnoldo, vi piglia male? - chiese don Barrejo.
- Siete piú giallo d'un limone. Volete che vi faccia preparare da mia moglie
della camomilla?
Il fiammingo ebbe uno scatto d'ira.
- Taferniere della malora, occupati del tuo fino tu!... - gridò.
- In questo momento le mie botti non hanno affatto bisogno di me, quindi posso
prendermi la libertà di scambiare due chiacchiere anch'io.
- Ebbene, mastro Arnoldo, - proseguí l'implacabile Mendoza. - Perché, quando
ho pronunciato il nome del marchese di Montelimar, le vostre mani sono state
prese da un tremito? Vedete bene che la tazza l'avete spezzata.
- Io pagarla.
- Il padrone d'El Moro è generoso e non vi farà pagare niente. Non
approfittate però della rottura del bicchiere per cambiare discorso.
"Ditemi invece come e dove m'ha veduto il marchese di Montelimar e come ha
fatto a riconoscermi, dopo sei anni che manco da Panama."
- Non conoscere marchese di Montelimar, - disse il fiammingo asciugandosi la
fronte che appariva bagnata di grosse stille di sudore.
- Ah!... Non volete dirmelo!... - gridò Mendoza. - Vi avverto che quel signor
lí, che non parla mai, è uno dei piú famosi bucanieri di Sandomingo, e che io
non sono affatto un negoziante di muli, bensí un filibustiere che ne ha fatte
di tutti i colori con David e con Raveneau de Lussan.
- Quest'uomo sta male!... - esclamò don Barrejo. - Presto, Panchita, prepara
una tazza di camomilla pel signore.
"Gli farà molto bene."
Infatti pareva che il fiammingo fosse lí lí per svenire, tanto era pallido e
disfatto.
- Non vedete che vi tradite? - gridò Mendoza. - O vi decidete a parlare o vi
caccio in gola tutta la vostra misericordia.
- Aspetta che abbia almeno bevuta la camomilla, - disse don Barrejo, ridendo.
- Confessate: lo conoscete il marchese di Montelimar, si o no?
È inutile che vi ostiniate a negare ancora.
Arnoldo fece finalmente col capo un cenno affermativo.
- Finalmente!... - esclamò il biscaglino, mentre Buttafuoco, per dimostrare la
sua soddisfazione, tracannava due bicchieri, uno dietro l'altro.
- Messer Arnoldo, bevete una goccia anche voi di questo vecchio Xeres, che si
dice sia stato imbottigliato nientemeno che da papà Noè, - disse il guascone
porgendogli un altro bicchiere. - Vi darà un po' d'animo e vi rimetterà in
gambe, ve l'assicura un vecchio taverniere.
Messer Arnoldo, quantunque fosse completamente ubbriaco, non rifiutò il
consiglio. Aveva ben bisogno, dopo tante emozioni e tante angosce, di rimettersi
un po'.
- Quando mi ha veduto? - riprese Mendoza.
- Tre giorni fa, - rispose il fiammingo.
- Tu sei dunque uno dei suoi confidenti, per sapere queste cose.
Il fiammingo crollò il capo senza rispondere.
- Dove? - continuò Mendoza, con voce minacciosa.
- Sulle calate del porto.
- Corpo d'un archibugio!... - esclamò il biscaglino, dandosi un paio di pugni
sulla testa. - Ed io non mi sono accorto della sua presenza!..
- Ti avevo detto di non mostrarti nei luoghi troppo frequentati, - disse
Buttafuoco.
- Sono trascorsi sei anni.
- Si vede che non sei troppo cambiato, compare, e che sei rimasto sempre
giovane, - disse don Barrejo. - Che uomo fortunato!
Mendoza si accingeva a riprendere l'interrogatorio e s'avvide che il fiammingo
si era abbandonato sulla sedia, lasciando penzolare le sue lunghissime braccia
fino quasi a toccare il suolo.
- Che sia morto? - si chiese.
- È briaco fradicio, - disse il guascone, il quale si era avvicinato. - Oh!...
Me ne intendo io di sbornie!... Quest'uomo, mio caro, non potrà sciogliere la
sua lingua prima di ventiquattro ore.
- Lasciamolo pure a digerire il suo vino e facciamo quattro chiacchiere fra noi.
Ti dobbiamo delle spiegazioni, don Barrejo.
- Le sospiro da tre ore, - rispose il taverniere.
- Te le avremmo già date, senza la comparsa di questa mignatta.
- Una parola, prima, Mendoza, - disse Buttafuoco. - Come avevi fatto a sapere
che questo fiammingo era una spia del marchese di Montelimar?
- Io ne sapevo quanto voi, signor Buttafuoco. Avevo avuto semplicemente un vago
sospetto ed ho pronunciato il nome del marchese, cosí a caso.
- Ed hai indovinato subito! - esclamò don Barrejo. - L'ho sempre detto io che
tu eri un uomo meraviglioso.
"Ora dammi le spiegazioni promessemi. Sono curioso di sapere il perché
siete venuti a trovarmi e vi siete ricordati che in America esisteva un bravo
guascone e fedelissimo amico.
"In questa faccenda deve entrarci il figlio del Corsaro Rosso."
- O meglio sua sorella, - disse Mendoza.
- Chi? La figlia del Gran Cacico del Darien!...
- L'abbiamo condotta qui, noi.
- È qui la señorita!... Quale imprudenza! Se il marchese di Montelimar
riuscisse a scoprirla, non la lascerebbe piú libera.
- Oh!... Abbiamo prese le nostre precauzioni, amico, L'abbiamo nascosta in una
posada tenuta da un amico del signor Buttafuoco, un vecchio bucaniere anche lui,
che trova piú utile ora fare l'albergatore anziché uccidere buoi selvaggi a
Sandomingo od a Cuba.
- E perché è venuta qui, mentre doveva trovarsi presso il conte di
Ventimiglia, suo fratello e la Marchesa di Montelimar sua cognata?
- Non si sa dunque nulla a Panama che il vecchio Cacico è morto quattro o
cinque mesi fa e che ha lasciato erede delle sue favolose ricchezze la figlia
del Corsaro Rosso?
- Il Gran Cacico è morto!... - esclamò don Barrejo, picchiando un pugno sulla
tavola. - Allora il marchese di Montelimar, che ha sempre aspirato
d'impadronirsi di quei tesori deve essersi già messo in campagna.
- Invece non pare, - rispose Mendoza. - Tre giorni fa era ancora qui.
- Infatti quel Pfiffero l'ha detto. E come ha fatto a saperlo il conte di
Ventimiglia?
Abita sempre in Italia, mi pare.
- Lo seppe da un vecchio bucaniere che aveva trovato asilo presso il Gran Cacico
e che si recò appositamente al castello del conte per avvertire sua sorella che
la tribú l'aspettava per proclamarla regina, non essendovi altri eredi.
- Fu quel bucaniere che vi condusse la señorita?
- Si, - rispose Mendoza.
- E dov'è quell'uomo?
- Veglia sulla señorita nella posada dell'amico del signor Buttafuoco.
- E che cosa volete dunque da me? - chiese don Barrejo.
- Sei sempre in relazione coi filibustieri del Pacifico?
- Ne giungono spesso da me.
- Si trovano sempre all'isola Taroga?
- Sempre, malgrado i molti tentativi fatti dagli spagnuoli per sloggiarli.
- Chi li comanda?
- Sempre Raveneau de Lussan.
- E David?
- Si è diretto verso il capo Horn e non si è piú saputo nulla di lui.
- Sono molti quei filibustieri?
- Si dice che siano circa in trecento.
- Allora, signor Buttafuoco, è necessario che noi andiamo a rivedere Raveneau
de Lussan. Senza l'appoggio di quegli uomini sarebbe impossibile condurre in
porto una cosí grossa impresa.
"Se non sarà oggi, domani per lo meno gli spagnuoli sapranno che il Grande
Cacico è morto e, sapendolo ricchissimo, si affretteranno ad impadronirsi del
paese."
- Di questo puoi essere certo, - rispose Buttafuoco. - Il marchese di Montelimar
da anni ed anni sospira il momento di mettere le mani su quei tesori, tanto piú
che si dice che il re di Spagna abbia affidato a lui la conquista di quel paese.
In quel momento, fra lo scrosciare della pioggia ed il rombare dei tuoni,
udirono picchiare fortemente alla porta.
Don Barrejo, il quale da qualche momento si era seduto, era subito balzato in
piedi, dicendo a Panchita, la quale agucchiava dietro l'immenso banco:
- Abbassa la lampada, amica.
- Chi può essere? - chiese Buttafuoco. - Sono quasi le dieci e la notte è
pessima.
- Se fosse la ronda? - disse il guascone.
- Viene qualche volta?
- Si, signor Buttafuoco.
- Eccoci in un bell'impiccio.
- Niente affatto, - disse Mendoza, il quale da vero basco sapeva sempre trovare
un pronto rimedio a tutto. - Prendiamo compare Arnoldo Pfiffer e portiamolo in
cantina.
- Ed in caso di pericolo annegatelo dentro la grossa botte di Xeres, - aggiunse
il feroce guascone.
Un secondo colpo, piú formidabile del primo, che per poco non mandò in
frantumi i vetri della contro-porta, si fece udire.
- Presto, andate e spengete il lume che illumina la cantina, - disse don Barrejo.
Poi, voltandosi verso la moglie, aggiunse subito:
- Porta sopra un paniere pieno di bottiglie, le piú vecchie che noi possediamo.
Mendoza e Buttafuoco presero il fiammingo, lo avvolsero nel suo mantellone
ancora bagnato e scesero a precipizio nella cantina, preceduti dalla bella
castigliana, mentre don Barrejo si avvicinava alla porta, chiedendo con voce
formidabile:
- Chi vive? È tardi, corpo del diavolo, e la taverna d'El Moro non è un asilo
notturno.
- La ronda, - rispose una voce imperiosa.
- Che cosa venite a fare qui, a quest'ora? Ho chiuso a tempo.
- Aprite.
- Aspettate che mi metta i calzoni e che mia moglie indossi la sottana. Che
diavolo! Non si può dormire dunque a Panama?
Panchita era ritornata, portando un'altra cesta piena di bottiglie coperte di
venerande ragnatele e l'aveva deposta sul banco.
Il guascone attese un momento ancora per prendersi il gusto di far ben bagnare
la ronda, poi si decise finalmente ad aprire, non senza aver prima nascosta
dietro il banco la sua formidabile draghinassa.
Aperta la porta, tre uomini comparvero. Erano un ufficiale della polizia e due
alabardieri delle guardie notturne.
- Buena noche, caballeros, - disse il guascone, facendo buon viso a cattiva
fortuna. - Stavo per andarmene a letto. La notte è pessima è vero?
- Siete solo? - disse l'ufficiale, facendo un gesto di stupore.
- No, signor ufficiale, stavo dicendo delle galanterie a mia moglie. È
castigliana, sapete.
- E voi? - chiese l'ufficiale.
- Dei Pirenei.
- Il paese dei contrabbandieri.
- Signore, sono sempre stato un galantuomo e la mia rispettabile famiglia da
trecent'anni vende vino in Spagna ed in America, - disse il guascone, fingendosi
offeso.
L'ufficiale gli volse le spalle e scambiò alcune parole a voce bassa con i suoi
due alabardieri, poi, volgendosi verso don Barrejo, il quale cominciava a
mostrarsi inquieto di quella visita inaspettata, gli chiese:
- Oggi in questa taverna è entrato un signore, che poi non è piú uscito.
- Dalla mia taverna!... - Esclamò il guascone, fingendo di cadere dalle nuvole.
- Che sia rotolato sotto qualche tavolino e si sia addormentato?... Panchita,
hai guardato bene se non vi sono ubbriachi accucciati in qualche angolo?
- Io non ho veduto nessuno, - rispose la bella castigliana.
- Eppure quel signore non è piú uscito di qui, - insistette l'ufficiale.
- Misericordia!... - esclamò don Barrejo. - Che si sia ammazzato nelle stanze
di sopra?
- Ma no, marito mio, sono scesa or ora, dopo aver preparato il nostro letto.
- Carrai!... - esclamò l'ufficiale un po' impazientito. - Come va questa
faccenda?
- Sí, come va questa faccenda? - ripeté don Barrejo.
L'ufficiale scambiò ancora due parole coi suoi alabardieri, accompagnandole con
dei larghi gesti, poi prese il partito di sedersi ad un tavolo, dicendo:
- Portaci qualche cosa da bere, taverniere. Siamo inzuppati fino alla camicia e
non si starebbe male, questa sera, dinanzi ad un buon fuoco.
"Poi riprenderemo il nostro discorso, poiché io devo assolutamente sapere
dov'è andato a finire quel signore."
- Se non era uno spirito, io sono sicuro che voi, signor ufficiale, lo scoverete
fuori in qualche luogo.
"Non si sarà cacciato, a mia insaputa, dentro qualche botte o una
bottiglia... Ah! Panchita mia, noi volevamo assaggiare quella cassa di bottiglie
che mio zio mi ha spedito da Alicante.
"Approfittiamo per berne qualcuna insieme alla ronda."
- Ve n'è un paniere pieno, - disse la castigliana.
- Stura, stura, amica mia: offro al signor ufficiale ed alle sue brave guardie.
Fare una bevuta senza sborsare un quattrino, specialmente per un soldato, non
era cosa che toccava tutti i giorni, perciò la ronda fece buona accoglienza
alla proposta del furbo guascone.
Cinque o sei bottiglie di diversa qualità furono portate e le tazze furono
riempite a vuotate parecchie volte di seguito, facendo i piú vivi elogi di
quello zio lontano, che non si scordava del nipote taverniere.
- Un magnifico regalo, povero zio! - diceva il guascone. - Sessanta bottiglie,
una migliore dell'altra e regalate veh, perché mio zio ama suo nipote.
"Bevete liberamente, signori miei, già non costa nulla a me."
- Beviamo pure, taverniere, però non dimentichiamo quel signore che non è piú
uscito dalla vostra taverna.
- Mi supporreste capace di assassinare le persone che vengono a bere nella mia
taverna! - chiese don Barrejo, con accento piccato.
- Non vi credo capace di commettere cosí orrendi delitti, - rispose
l'ufficiale. - Io però devo trovare qual gentiluomo.
- Ah!... Era un gentiluomo?...
- Credo. Sentiamo un po' taverniere: chi è venuto a bere oggi qui?
- Quindici o venti persone, fra europei e meticci, poiché io tengo anche
dell'eccellente mezcal, che vi farò assaggiare se lo desiderate.
- Lasciate il mezcal, per ora. Fra quelle persone non avete notato un signore
alto, vestito interamente di nero, colla pelle molto bianca ed i capelli
biondissimi, anzi quasi bianchi?
Don Barrejo si mise ad accarezzarsi il mento e guardare in alto come se
chiedesse alle travi annerite del soffitto qualche ispirazione.
- Alto... magro... coi capelli quasi bianchi... tutto vestito di nero...
certo... deve essere quel signore che ha bevuto insieme con quei due
sconosciuti.
- L'avevate veduto dunque? - chiese l'ufficiale.
- Me lo ricordo benissimo, perché l'ho servito io. Era in compagnia di due
uomini entrati un po' prima di lui e che io non ho mai veduti prima d'oggi.
- Uno di mezza età e l'altro piú attempato, colla barba brizzolata?
- Precisamente, - rispose don Barrejo. - Hanno vuotato in buona compagnia un bel
numero di bottiglie a quel tavolino là, che è ancora ingombro di vetri, poi,
approfittando del momento in cui la pioggia accennava a diminuire, se ne sono
andati.
- Tutti insieme?
- Si reggevano tra loro, perché le loro gambe non erano troppo ferme.
Diavolo!... Si beve vino squisito nella mia taverna.
L'ufficiale si era voltato verso uno dei due alabardieri, dicendogli:
- Hai udito, José?
- Sí, signore.
- Allora tu non eri al tuo posto in quel momento.
- Eppure, signore, vi giuro che io non mi sono mai allontanato da quel portone,
il quale o bene o male mi riparava dalla pioggia.
- Forse in un momento di distrazione.
- Lo escludo assolutamente, - rispose l'alabardiere, con voce recisa.
- Eh!... Qualche volta, quando si scambia un'occhiata con qualche bella
fanciulla, non si vede piú nulla, - insinuò il taverniere.
- Non ho veduto altro che dell'acqua.
- Ed allora, taverniere? - chiese l'ufficiale.
- Panchita, - chiamò don Barrejo.
La bella taverniera fu pronta ad accorrere.
- Hai veduto anche tu quei tre signori che hanno vuotato a quel tavolino almeno
sette od otto bottiglie?
- Sí, Pepito mio.
- Sono usciti di qui, sí o no?
- Se non ci sono piú seduti intorno al tavolino, vuol dire che se ne sono
andati.
- Avete capito, signor ufficiale? - chiese il guascone. - Erano in tre e io non
son uomo da ammazzare come cani tre cristiani, per poi gettare i loro
cadaveri... dove? Non abbiamo nemmeno il pozzo in questa casaccia. Mi pare
quindi impossibile che tre uomini di carne ed ossa siano scomparsi senza
lasciare traccia di sé. Che fossero dei diavoletti? Si dice che se ne trovino
fra quei cani dei filibustieri, almeno cosí affermano i frati della cattedrale.
- L'uomo biondo non era di certo un diavolo, poiché era troppo buono cattolico,
- rispose l'ufficiale, il quale pareva preoccupato.
- Vuotiamo alcuni bicchieri ancora, poi procederemo ad una visita rigorosa alla
mia casa. Oh!... Aspettate!... Ho in cantina una bottiglia che conta venticinque
anni e quattordici giorni, lo so ci certo, perché l'ho presa in mano
quest'oggi.
"Volete che l'assaggiamo, signor ufficiale?"
- Vada pure la bottiglia vecchia, - rispose il capo della ronda. - Avremo sempre
tempo di visitare la vostra casa.
- Panchita, un lume!... - gridò il guascone. - Dammi anche la mia draghinassa,
perché questa istoria di uomini scomparsi mi ha un po' guastato il sangue.
Prese l'uno e l'altra e, mentre l'ufficiale, approfittando della sua assenza,
faceva gli occhietti dolci alla bella taverniera, scese la scala che conduceva
in una profonda e molto spaziosa cantina, occupata in buona parte da botti e da
barilotti.
Nel passare dietro il banco però, il furbo compare si era impadronito di un
fascio di tovaglie.
Aveva appena messo i piedi sull'ultimo gradino, quando si vide precipitare
addosso Buttafuoco e Mendoza.
- Dunque?... - chiesero ad una voce alta i due avventurieri.
- La va male, amici. Quel Pfiffero era sorvegliato e la ronda è venuta a
chiedermi che cosa ne ho fatto.
- Bisogna farlo sparire, - disse Mendoza.
- Cacciarlo dentro la botte di Xeres?
- Almeno là non andranno a cercarlo.
- Io ho trovato di meglio, - rispose il guascone.
- Di' su.
- Voglio farvi fare la parte dei fantasmi.
- Sei pazzo, don Barrejo?
- Vi dico che se non riusciamo a spaventare quei tre poliziotti, le nostre
faccende finiranno male, poiché intendono di fare una visita minuziosa alla mia
casa ed alla cantina, per cercare quel maledetto Pfiffero.
- Che cosa vuoi che facciamo? - chiese Mendoza, a cui sorrideva l'idea di far la
parte dello spauracchio.
- Vi ho portato qui delle tovaglie che indosserete quando l'ufficiale e gli
alabardieri scenderanno. All'estremità della cantina poi vi sono dei
ferrivecchi e vi troverete anche delle catene.
"Fingetevi spettri o diavoli e vedrete che corsa prenderà la ronda!"
- Risali? - chiese Mendoza.
- Devo portare sopra un paio di bottiglie ancora, che faranno girare
completamente la testa a quei brav'uomini.
"Fra un quarto d'ora cominciate a rumoreggiare. Io rispondo di tutto."
- E se quei tre poliziotti non credessero affatto ai fantasmi? - chiese
Buttafuoco.
- Tonnerre!... Allora impegneremo risolutamente la lotta e nessuno di loro
uscirà vivo dalla cantina, - rispose il guascone. - Vi lascio il lume che vi
raccomando di spegnere dopo che avrete ben nascosto dietro le botti quel
Pfiffero ubbriacone.
Il bravo taverniere passò in rivista la sua biblioteca, formata di bottiglie di
prima marca, almeno cosí assicurava lui, ne prese due che sembravano molto
venerande e risalí la scala, impugnando la draghinassa.
L'ufficiale stava in quel momento accarezzando il mento della bella castigliana.
Don Barrejo finse di non vedere nulla e si precipitò verso il tavolo, sbuffando
come una foca.
- Pepito mio! - gridò Panchita, fingendosi spaventata. - Che cos'hai?
- Io non so, - rispose il guascone, deponendo sul tavolo le due bottiglie, - ma
dopo la comparsa di quell'uomo vestito di nero e dai capelli biondi e la sua
scomparsa misteriosa, succedono qui certe cose che mi impressionano
profondamente, moglie mia.
I tre soldati erano diventati un po' pallidi, cosa d'altronde non sorprendente
in quei tempi, in cui tutti credevano alle apparizioni dei diavoli, dei
folletti, delle streghe e degli spettri.
- Che cosa avete veduto? - chiese l'ufficiale.
- Posso essermi ingannato, eppure giurerei di aver scorto, all'estremità della
cantina, una figura bianca che danzava intorno alla mie botti.
- Volete spaventarci, taverniere?
- Niente affatto, signor ufficiale. Non vi pare che io sia pallidissimo?
- Veramente lo eravate anche prima.
- No, perché la mia pelle è sempre abbronzata, è vero, Panchita?
- Verissimo, - rispose la castigliana, la quale si studiava di secondare il
marito, senza sapere che cosa stava per succedere.
- Mi viene un sospetto, signor ufficiale, - riprese il guascone, il quale stava
sturando le due bottiglie.
- Quale?
- Che quell'uomo vestito di nero non fosse affatto un buon cristiano e che
invece di uscire dalla porta si sia tramutato in uno spirito per succhiarmi
tutto il vino della mia cantina.
- Che storie ci narrate, taverniere? - chiese l'ufficiale. - Io ho conosciuto
quel signore e vi posso garantire che è un buon cattolico, poiché il marchese
di Montelimar non prende ai suoi servigi degli eretici.
- Il marchese di Montelimar! - esclamò don Barrejo. - Chi è?
- Alto là, taverniere, - rispose l'ufficiale. - Voi non avete il diritto di
conoscere i segreti della polizia di Panama.
- Allora beviamo.
Il guascone stava per empire i bicchieri, quando sotto terra si udirono dei
rumori indistinti e tuttavia non meno impressionanti. Pareva che delle persone
martellassero delle lastre di ferro, mentre altre si divertivano a trascinare
catene o ferravecchi.
L'ufficiale, i due alabardieri e Panchita erano balzati in piedi, mentre don
Barrejo si lasciava cadere su una sedia, mandando un sospirone che avrebbe
intenerito perfino i sassi.
- Chi produce questo baccano? - chiese l'ufficiale, sfoderando la sua spada.
- È l'anima dell'uomo che voi cercate, ve l'assicuro io, - disse don Barrejo. -
L'ho scorto nella mia cantina.
- Volete burlarvi di noi, taverniere?
- Burlarvi!... Andiamo dunque a vedere!... Siamo in quattro e bene armati e
anche mia moglie, se vuole, sa maneggiare benino il spiedo.
Il guascone aveva pronunciate quelle parole con tanta gravità che le guardie
della ronda erano rimaste non poco impressionate. Quella storia di diavoletti
nella cantina e la scomparsa misteriosa, assolutamente inesplicabile per loro
che ignoravano come fossero andate le cose, cominciava a seccarli moltissimo.
L'ufficiale vuotò un bicchiere pieno di vecchia Malaga, che doveva fargli
girare non poco la testa, poi, asciugandosi i baffi col dorso della mano, disse
con voce grave, volgendosi verso i due alabardieri:
- Noi dobbiamo compiere il nostro dovere, camerati, e riportare al signor
marchese il corpo o l'anima di quel signore che è venuto qui a bere.
"Vuotate anche voi un altro bicchiere per farvi animo e andiamo a vedere
che cosa succede nella cantina di questa taverna.
"Por Dios!... Siamo uomini d'armi!..."
- Panchita!... - gridò don Barrejo. - Prendi lo spiedo tu e porta un altro
lume.
- Ne avevi già uno quando sei sceso nella cantina, - rispose la castigliana.
- L'ho lasciato cadere quando mi è sembrato di vedere lo spettro dell'uomo
biondo.
- Tu finirai per diventare un don Fracassa, marito mio.
- I miei malanni li pagano i meticci che vengono qui a bere il mezcal, tu già
lo sai.
"Siamo pronti? A me il lume e, corpo d'un cannone!... voglio battagliare
cogli spettri se realmente si sono rifugiati nella mia cantina.
"Signor ufficiale, vi prego di starmi molto vicino. Sapete... io non sono
un uomo d'armi e non ho maneggiato fino ad oggi altro che bottiglie."
- Ci siamo noi, - rispose il capo della ronda, a cui pareva che la vecchia
Malaga avesse dato un gran colpo alle gambe. - Siete pronti, alabardieri?
- Sí, signore, - risposero i due soldati, i quali non si trovavano in migliori
condizioni.
- Partiamo e non diamo quartiere né ai diavoli, né ai folletti, né ai
fantasmi. Caramba!... Metteremo a soqquadro la cantina della taverna d'El Moro.
Ed i tre poliziotti, pieni di ardore pel troppo vino bevuto, si mossero,
preceduti da don Barrejo il quale reggeva la lampada ed impugnava fieramente la
sua fida draghinassa e seguiti dalla bella castigliana armata d'un formidabile
spiedo.
Capitolo III
LA CACCIA AI FANTASMI
I QUATTRO uomini, ben decisi a liberare la cantina della taverna d'El Moro
dall'anima dell'uomo biondo e scialbo, poiché ormai anche nell'animo delle
guardie era nato il convincimento che fosse qualche demonio, s'impegnarono nella
lunghissima scala, la quale contava non meno di una cinquantina di giardini.
Scesi però i dieci primi gradini, don Barrejo credette opportuno di fare una
breve sosta e di trinciare, colla sua draghinassa, una gran croce.
Come se i fantasmi si fossero subito accorti di quel segno cristiano, ripresero
a martellare ferramenta ed a trascinare catene, sbattendole contro le botti, e
producendo cosí un fracasso veramente infernale.
L'ufficiale e le due guardie avevano rimontato sollecitamente qualche gradino,
urtando la bella castigliana, la quale teneva ben alto lo spiedo.
- Signor ufficiale, - disse il guascone, simulando un grande spavento. - Volete
lasciarmi solo alle prese coll'anima di quell'uomo misterioso?
- No, no, prendo solamente un po' di fiato, - rispose l'altro, il quale era
pallidissimo.
- Dovevate bere qualche gocciolo ancora, prima di avventurarvi in queste
catacombe.
- È vasta dunque la vostra cantina?
- Io non sono mai riuscito a percorrerla tutta. Si dice che finisca nell'ossario
del cimitero di città.
- Brrr!... - fece l'ufficiale. - Non potevate trovare di peggio.
- Si dice, però io non ho mai potuto verificare questo.
- Io non vorrei possedere una simile cantina, mio caro taverniere, rispose
l'ufficiale.
Le guardie doppiamente impressionate da quella rivelazione che non
s'aspettavano, esitarono un poco prima di riprendere la discesa.
Se si fosse trattato di misurarsi con degli indios bravos o con dei
filibustieri, senza dubbio avrebbero fatto bravamente il loro dovere, senza
farsi pregare, ma quella storia di spettri che già si facevano udire e di
ossari, metteva nel loro animo uno sgomento d'altronde perdonabile in quei
tempi.
- Andiamo, dunque? - Chiese don Barrejo, il quale faceva tremolare la lampada
per simulare un crescente spavento. - Qui bisogna prendere il coraggio a due
mani, caramba.
- Fate lume, - rispose l'ufficiale. - Mi pare che la vostra mano oscilli troppo.
- Canarios!... Sono dinanzi a tutti e sarò il primo a venire acciuffato e
portato all'inferno o nell'ossario. Pensate che io ho una moglie e bellina per
di piú.
- Mostrate dunque il vostro coraggio dinanzi a lei.
- Se è per Panchita, scendo subito ed accoppo tutti gli spiriti che infestano
la mia cantina, - rispose il guascone, il quale frenava a gran pena le risa.
Rialzò la lampada, tracciò in aria un altro segno della croce e, quantunque
nella cantina si udissero sempre sbatacchiare catene contro le botti e di quando
in quando degli ululati che parevano uscire dalle gole di lupi arrabbiati,
riprese animosamente la discesa, non senza biascicare delle ave marie. Giunto al
venticinquesimo gradino, ossia quasi alla metà, il guascone tornò a fermarsi.
- Signor ufficiale, - disse con voce alterata. - Le mie gambe non mi reggono
piú.
- Non vi mostrate un poltrone dinanzi a vostra moglie, - rispose il capo della
ronda. - Qualcuno bisogna bene che vada innanzi e voi solo siete pratico di
questa cantina.
"E poi non siamo noi qui, pronti ad appoggiarvi?"
- E non udite questi rumori?
- Non sono sordo.
- Da che cosa credete che provengano?
- Lo sapremo quando saremo giunti abbasso. Orsú, taverniere, un po' di coraggio
ed impugna ben salda la tua draghinassa.
- E se ci fossero veramente dei fantasmi? - disse una delle due guardie, con un
certo tremolío nella voce. - Sapete bene, capo, che non si uccidono.
- E che le alabarde passerebbero attraverso ai loro corpi, come in mezzo ad una
nube di fumo, - aggiunse l'altra.
- Noi non li abbiamo ancora veduti, - rispose l'ufficiale. - Se compariranno
davvero... vedremo che cosa converrà fare.
- Sí darcela a gambe al piú presto, - disse don Barrejo.
L'ufficiale non rispose. Si trovava troppo imbarazzato a dare una risposta
contraria.
Tirato il fiato, il guascone si decise finalmente a scendere gli altri venti o
venticinque gradini ed a raggiungere il fondo.
La cantina s'apriva dinanzi a loro, ampia, altissima e, come abbiamo detto, ben
fornita di botti piú o meno piene.
Uno spettacolo terrificante, tale da far gelare il sangue anche ad un
filibustiere s'offerse allora agli occhi delle tre guardie e del cantiniere.
I gemiti, le urla, i fragori di ferramenta erano cessati ed invece erano
comparsi improvvisamente due spettri, i quali erano saltati giú dalle ultime
botti delle due file, mettendosi subito a girare su se stessi e facendo
vivamente agitare i loro drappi bianchi.
Don Barrejo aveva cacciato un urlo ed aveva subito lasciata cadere a terra la
lampada.
- Scappiamo!...Scappiamo!... - aveva gridato con voce strozzata.
Le tre guardie avevano già voltate le spalle e stavano arrampicandosi
affannosamente su per la scala, spingendosi innanzi Panchita la quale strillava
come se la scorticassero.
In pochi istanti si trovarono tutti nella taverna. Le guardie erano pallide ed
affannate e pareva che non avessero piú voce.
Fortunatamente vi era ancora del vino sul tavolo ed un paio di bicchieri di
vecchio Xeres, cacciati un dietro all'altro, diedero un po' di animo ai
disgraziati.
- La tua cantina è maledetta, - disse l'ufficiale, appena poté tirare il
fiato. - Erano ben dei fantasmi quelli?
- Se lo erano!... - esclamò Don Barrejo. - Chiedetelo alle vostre guardie ed a
mia moglie.
- Sí, sí, capo, - si affrettarono a confermare i due alabardieri.
- Erano dei veri spettri.
- Allora mio caro, cavatela come puoi, - disse l'ufficiale. - Io non mi occupo
di questi affari.
"Aprici."
- Come!... Ve ne andate, signore ufficiale? - strillò Panchita, la quale si era
abbandonata su una sedia, simulando uno spavento impossibile a descriversi.
- I soldati non hanno mai battagliato contro le ombre, bella mia, - rispose il
capo della ronda, il quale non vedeva il momento di trovarsi all'aperto. - Le
nostre spade e le nostre alabarde non ci servirebbero a nulla.
- E dove volete che andiamo a dormire? Sotto la pioggia? - disse don Barrejo, il
quale fingeva di strapparsi i capelli.
- Andate a bussare alla porta di qualche vicino.
- Dovrò allora raccontargli il motivo per cui io e mia moglie siamo fuggiti e
domani tutto il quartiere saprà che la mia cantina è frequentata dagli spiriti
dell'ossario.
- E saremo completamente rovinati, - sospirò la bella castigliana.
- Io non so che cosa farvi, miei cari, - rispose l'ufficiale, il quale fissava
la porta della cantina rimasta aperta, come se temesse di veder comparire, da un
momento all'altro, uno di quei due spettri giganti. - Io non posso darvi che un
consiglio.
- Dite su, signor ufficiale, - piagnucolò don Barrejo.
- Di recarvi domani mattina dal Padre Superiore del convento piú vicino e di
pregarlo di mandarvi una mezza dozzina di frati con delle croci e con molta
acqua santa.
- Rimanete qui fino a domani?
- No, mio caro taverniere, ne abbiamo abbastanza dei misteri che si succedono
qui. Domani in pieno giorno, verremo forse a ritrovarvi per sapere qualche cosa.
Aprite ora e lasciateci andare.
- Piove ancora al di fuori.
- Preferisco prendermi dell'acqua, piuttosto di scendere ancora nella tua
cantina. Andiamo camerati.
Don Barrejo, fingendosi disperato, aprí la porta della taverna e tutti,
compresa Panchita, uscirono sulla via.
- In quel momento passavano alcuni nottambuli, non curanti della pioggia che
continuava a cadere a catinelle.
Vedendo aprirsi la taverna ed uscire delle persone che subito non avevano potuto
scorgere, poiché le guardie si erano bene avviluppate nei loro ampi mantelli,
si accostarono, ed uno della comitiva, quantunque sembrasse abbastanza alticcio,
chiese:
- Si può bere una bottiglia?
- Eccovi in buona compagnia, - disse l'ufficiale a Don Barrejo. - Queste brave
persone non se ne andranno finché offrirete da bere.
- E chi è che andrà in cantina a prendere le bottiglie se vi sono i fantasmi?
- Come, vi sono i fantasmi nella vostra casa? - chiese un altro della comitiva,
facendosi precipitosamente il segno della croce.
- Si caballeros, e cosí terribili che hanno fatto scappare perfino le signore
guardie.
I nottambuli non ne vollero sapere di piú s'allontanarono correndo, mentre le
guardie se ne andavano pure dall'altra parte rasentando i muri delle case.
Don Barrejo attese che il rumore dei passi fosse completamente cessato, poi
rientrò nella taverna e, mentre sua moglie si affrettava a chiudere, si gettò
su una sedia ridendo a crepapelle e con tale fragore da attirare perfino
l'attenzione dei due fantasmi, i quali non tardarono a comparire sulla porta
della cantina, facendo svolazzare le candide tovaglie che li coprivano.
- Vade retro Satana!... - gridò il guascone, impugnando una bottiglia. - Tu
puzzi troppo di zolfo.
Mendoza che era dinanzi, si sbarazzò delle tovaglie e si precipitò verso il
tavolino, seguito da Buttafuoco, il quale, forse per la prima volta dopo tanti
anni, si permetteva pure di ridere allegramente.
- Rajo de Sol!... - esclamò il basco, afferrando pure lui una bottiglia che non
era stata ancora interamente vuotata. - Ti proclamo, don Barrejo, il piú grande
ed il piú furbo guascone che la terra degli spadaccini e degli avventurieri
abbia allattato.
- Sí, un brav'uomo, - confermò Buttafuoco, il quale cercava pure di bagnarsi
la gola.
- Sono scappati come lepri, - rispose don Barrejo. - Ah!... Che commedia,
amici!... Io non so come abbia fatto a trattenere fino a questo momento le risa.
Non ne potevo proprio piú.
- Che ritornino? - chiese Mendoza.
- Ecco quello che temo. Sono capaci di venire ancora qui accompagnati forse da
una mezza dozzina di frati. Ecco quello che io temo, amici.
"L'avventura non finirà certamente qui, anche perché il marchese di
Montelimar vorrà sapere che cosa è successo del corpo o dell'anima di compare
Pfiffero.
"Questo fiammingo comincia a diventare pericolosissimo, anche se è
ubbriaco morto. Vi pare signor Buttafuoco?"
- Purtroppo prevedo dei grossi guai ora che il marchese ha dei sospetti su di
noi e che ci fa pedinare dovunque dalle sue spie, - rispose il bucaniere.
- Allora io ritorno sulla mia prima idea, disse il guascone. - Scendo in
cantina, scoperchio la botte e ve lo getto dentro.
"Per un ubbriaco deve essere una morte dolcissima quella di finire affogato
dentro dieci ettolitri di Xeres."
Che poi dovresti gettar via, - disse Mendoza.
- Ma che!... Domani lo ripesco, scavo una buca e lo seppellisco in qualche
angolo della cantina. In quanto al vino vedrai che saprò venderlo egualmente,
anche se ha conservato un morto per dodici ore.
- Ah!... Canaglia!...
- Oh!... I meticci e gl'indiani non hanno il palato raffinato.
- No, - ripeté per la seconda volta Buttafuoco. - Io penso che quell'uomo
potrebbe diventare per noi preziosissimo.
"Se è, come sembra, il confidente del marchese di Montelimar, noi potremo
sapere da lui molte cose preziosissime."
- E se domani il marchese manda altre persone a cercarlo? Se lo scoprono, mi
appiccano, signor Buttafuoco.
- Che non vi sia qualche nascondiglio nella tua cantina? - chiese Mendoza. - In
casa non hai qualche granaio?
Don Barrejo stette un momento silenzioso, poi picchiò un pugno sulla tavola,
esclamando:
- Ho trovato!... Anch'io ho scoperto l'America!...
- Ehi, guascone, hai il cervello guasto? - chiese Mendoza. - Che i fantasmi
abbiano fatta anche a te troppa impressione?
- I cervelli dei guasconi sono chiusi dentro il cranio con due file di viti,
amico, e non si rovinano cosí facilmente. Io ti dico che ho trovato un
magnifico nascondiglio.
- Udiamo, disse Buttafuoco.
- Giorni fa ho acquistata una botte nuovissima, cosí ampia da contenerci tutti
insieme e che io contavo di empire di mezcal. Prendo compare Pfiffero e lo
caccio là dentro, cosí almeno non correrà piú il pericolo di morire gonfio
di Xeres come un otre.
- L'hai proprio colle botti tu! - esclamò Mendoza.
- Non sono forse diventato un taverniere?
- E se le guardie tornano non vi sarà pericolo che compare Pfiffero, come lo
chiami tu, si metta ad urlare anche dentro la sua botte e ti tradisca?
- Mai piú!...
- E perché?
- Perché appena mi accorgo che si sveglia, invece di dargli un bicchiere
d'acqua zuccherata gli vuoto in gola una bottiglia intera di aguardiente e torno
ad ubbriacarlo.
Tu sei diventato piú feroce d'un caimano, dopo il tuo matrimonio, - disse
Mendoza.
- Ma no, signor mio, - protestò la bella castigliana, - anzi è diventato piú
mansueto d'un agnello, il mio Pepito, dopo che si è sposato.
- Lasciamo stare Pepito, che qui non c'entra affatto, ed occupiamoci subito di
quel Pfiffero.
"Approvate la mia idea?"
- Se non c'è di meglio, cacciamolo pur dentro la botte per ora, - disse
Buttafuoco. - Ve lo faremo rimanere d'altronde il meno che sarà possibile,
poiché avremo noleggiata una scialuppa e fileremo in cerca di Raveneau de
Lussan.
- Bada di non ubbriacarlo troppo, quel povero diavolo, desse Mendoza. - Non
vogliamo che muoia.
- Per chi mi prendi? - rispose il guascone, - per l'ultimo taverniere che esiste
in tutte e due le Americhe? Gli darò da bere solamente dell'aguardiente
finissimo, che costa a me non meno di quattro piastre la bottiglia.
- Sbrighiamo allora questo affare e poi andiamocene, - disse Buttafuoco. - La
señorita Ines di Ventimiglia sarà molto inquieta e non si sarà certamente
ancora coricata.
- Come!... Vi riceve di notte? - chiese don Barrejo.
- Non osiamo farci vedere di giorno. Le precauzioni non sono mai troppe quando
si è impegnata una partita con un Montelimar.
Presero i lumi e scesero nella cantina, giungendo ben presto all'estremità
delle due file di botti.
Colà si trovava un enorme recipiente che pareva una piccola torre messa a
guardia dei Xeres, degli Alicanti e dei Malaga, capace di contenere nel suo
interno, e senza alcuna difficoltà, almeno quattro uomini.
- Come vedete la botte è proprio nuova, - disse don Barrejo, - quindi il
Pfiffero non correrà alcun pericolo di asfissiarsi.
Prese un martello e assalí i cerchi superiori, per smuovere le doghe e levare
il coperchio. Mendoza e Buttafuoco lo aiutavano alla meglio, non essendo pratici
in quel mestiere che il guascone invece conosceva ormai a fondo, forse meglio
d'un bottaio.
- Il nido è pronto a ricevere il merlotto, - disse don Barrejo, dopo alcuni
minuti. - Andatemi a cercare il Pfiffero mentre levo il coperchio.
Il disgraziato fiammingo russava beatamente sotto le botti come se si trovasse
nel suo letto.
Buttafuoco e Mendoza presero quel corpo inerte e lo passarono al guascone, il
quale lo lasciò cadere, senza troppi riguardi, in fondo al monumentale
recipiente, mettendo poi subito a posto il coperchio in modo però che non
combaciasse perfettamente, onde l'aria potesse liberamente circolare.
- Sfido chiunque ad andarlo a scovare, - disse don Barrejo, quand'ebbe finito.
- Si ode però che qualche cosa respira o russa li dentro, - disse Mendoza, il
quale aveva appoggiato un orecchio alle doghe.
- T'inganni, amico, - rispose il guascone. - È il vino buono che bolle. Forse
che non borbotta quando comincia a fermentare?
- Sei meraviglioso, don Barrejo, - disse Buttafuoco. - Io sono certo che con
l'aiuto di voi due non sarà cosa difficile a me di condurre la señorita di
Ventimiglia nel paese di sua madre a raccogliere l'eredità lasciatale dal Gran
Cacico.
- Volete dire, signor Buttafuoco, che voi contate fin d'ora sulla mia
draghinassa, - disse don Barrejo.
- Siamo venuti qui per portarvi via con noi. Non ne avete abbastanza di fare il
taverniere, voi che siete un gentiluomo piú atto a maneggiare le armi che le
bottiglie?
- Cominciavo infatti ad annoiarmi mortalmente ed a rimpiangere i bei tempi
passati, quando sotto il figlio del Corsaro Rosso si montava all'assalto di
qualche nave o di qualche casa almeno una volta alla settimana.
"E mia moglie?"
- Lasciala qui a condurre la taverna, - disse Mendoza. - Quando noi torneremo
non avrai piú bisogno di vendere vino e Panchita potrà sfoggiare gioielli e
bei vestiti finché vorrà.
"Signor Buttafuoco, andiamo."
Risalirono in fretta, si gettarono addosso i loro mantelloni, provarono a far
scorrere le spade ed i pugnali, e dopo d'aver accarezzato il mento alla bella
castigliana senza che don Barrejo trovasse di che dire, il filibustiere ed il
bucaniere uscirono cautamente in istrada.
Pioveva sempre a dirotto ed un ventaccio impetuoso e quasi freddo sbatacchiava
le finestre delle case e le monumentali insegne dei negozi.
In lontananza si udiva l'oceano Pacifico muggire sinistramente e rompersi contro
le calate del porto.
- Quando ci rivedremo? - chiese don Barrejo.
- Se domani avremo bisogno di te, segui il ragazzetto indiano che ti ha portata
la nostra lettera, - rispose Buttafuoco. - Intanto noi cercheremo il modo di
sbarazzarti al piú presto del fiammingo per non comprometterti e...
Il bucaniere si era bruscamente interrotto, mettendo mano alla spada.
- Chi si avanza? - si chiese con inquietudine.
Degli uomini, cinque o sei, tutti chiusi in cappe grigie e che tenevano in mano
delle lanterne, s'avanzavano verso la taverna, borbottando delle preghiere.
- Un funerale a quest'ora? - si domandò Mendoza.
Subito però ruppe in uno scroscio di risa. Aveva capito di che cosa si
trattava.
- La polizia ha avvertito il Padre Superiore del vicino convento che la tua
cantina è infestata dagli spiriti ed ecco i frati che giungono solleciti per
benedire le tue botti d'acqua santa.
"Fa' loro buona accoglienza e cavatela come puoi. Signor Buttafuoco,
filiamo!..."
I due avventurieri si allontanarono velocemente, mentre i sei frati, preceduti
da un sagrestano zoppo, che reggeva un grosso recipiente di acqua santa, si
fermavano dinanzi alla taverna.
Avevano appena svoltato l'angolo della via, quando un uomo, che fino allora era
rimasto confuso colla fitta ombra proiettata da un vecchio porticato, si
slanciò sulle loro tracce.
Capitolo IV
LA SCOMPARSA DELLA CONTESSA DI VENTIMIGLIA
IL BUCANIERE ed il filibustiere, messi in buono umore dai vini tracannati
alla cantina d'El Moro, se ne andavano tranquillamente per la loro via,
prendendosi filosoficamente la pioggia torrenziale, la quale si ostinava a non
cessare.
Né l'uno né l'altro si erano accorti dell'uomo che si era lanciato sulle loro
tracce e che, passando attraverso a delle viuzze note a lui solo, cercava di
sopravanzarli.
Il ventaccio rumoreggiava sui tetti delle case, facendo, di quando in quando,
volare delle tegole e rovinare il comignolo di qualche camino. I tuoni ed i
lampi si univano alle raffiche che l'oceano Pacifico, diventato oceano rabbioso,
scaraventava con inaudita violenza sulla città addormentata.
Avevano percorse già una decina di vie fangose e sfondate, poiché in
quell'epoca gli spagnuoli non si curavano gran che della viabilità, occupati
come erano a difendersi dai continui attacchi dei filibustieri, che
interrompevano i loro fiorenti commerci, quando giunsero dinanzi ad una casetta
a due piani, di bell'aspetto, sulla cui porta si leggeva, su una insegna
monumentale, il seguente titolo:
POSADA DEL RIO VERDE
- Ci siamo, - disse Mendoza. - Che la señorita Ines di Ventimiglia ci
aspetti ancora?
- Ha nelle sue vene sangue indiano, - rispose Buttafuoco. - Abbiamo fatto però
tardi.
- Vedo brillare un lume attraverso le persiane d'una finestra. O la señorita o
il mio fido bucaniere Wandoe, vegliano:
Stavano per avvicinarsi alla porta dell'albergo, quando un uomo tutto avvolto in
un ampio ferraiolo, sbucò da una via laterale e con tanta furia da urtare
malamente Mendoza.
- Ehi, amico, avete bevuto? - esclamò il basco. - Girate al largo perché io ho
l'abitudine di non farmi urtare due volte dal primo mascalzone che incontro di
notte.
Lo sconosciuto aveva fatto tre o quattro passi indietro e si era aperto il
mantellone, dicendo:
- Mi pare, caballero, che mi abbiate chiamato mascalzone, se non sono diventato
sordo.
- Ciò che vi auguro, di tutto cuore, - rispose il basco, ironicamente.
- Giacché dunque non sono sordo, - riprese lo sconosciuto, - ho potuto
raccogliere benissimo la vostra offesa.
- E cosí?
- Vorrei sapere con chi potrei incrociare la mia spada per vedere se sarà degno
di me.
- Chi siete voi dunque?
- Don Ramon de los Montes, figlio d'un grande di Spagna.
- Ah!... Figlio di papà!...
- Scherzate meno e ditemi chi siete.
- Io non sarò indegno di voi, don Ramon de los Montes, poiché io sono il conte
don Diego de Alcalà y Veragrua e duca di Sabalioz.
- E... l'altro? - chiese il figlio del grande di Spagna, o almeno quello che si
spacciava per tale.
- Non avendovi dato del mascalzone, signor de los Montes, preferisco per ora
serbare l'incognito. Vorrei invece pregarvi se non sarebbe meglio rimettere a
domani questa questione, che mi pare molto sospetta, poiché io credo voi figlio
d'un grande di Spagna, quanto io sono figlio di Montezuma, il disgraziato
imperatore del Messico.
- Come!... - gridò lo sconosciuto, gettando a terra il mantellone e snudando
rapidamente la spada. - Mi si dà del mascalzone, e poi si pongono anche in
dubbio i miei titoli? ah!... Caramba!... Questo è troppo!...
- Si direbbe che voi andate in cerca di questioni, - disse Buttafuoco, a cui era
sorto un sospetto.
- Canarios!... io sono l'uomo piú tranquillo del mondo, ma quando mi
s'importuna allora divento anche uno dei piú terribili.
"Qui si è insultato il figlio d'un grande di Spagna e qui il sangue
scorrerà, signori miei, perché io sono ben risoluto a non lasciarvi andare
indisturbati.
"Se non volete battervi, seguitemi al piú vicino posto di polizia."
- Tu non sei altro che un miserabile avventuriero in cerca di colpi di spada,
pessima canaglia, - disse Mendoza, estraendo a sua volta la spada.
- O meglio pagato da qualcuno per darci delle noie, - aggiunse Buttafuoco. -
Quante piastre ti hanno fissato per ognuna delle nostre pelli?
- Canarios!... Questo è troppo!... - gridò lo sconosciuto, facendo un salto
contro il muro della posada per non farsi sorprendere alle spalle.
- Allora finiamola alla lesta, - disse Mendoza. - Voi state a guardarmi, per
ora; se cadrò mi vendicherete.
- Lo inchioderò contro la parete come una lucertola, - rispose Buttafuoco,
mettendo pur mano alla spada.
Mendoza, come già sappiamo, era uno spadaccino di primo ordine, che valeva non
meno del terribile guascone don Barrejo.
Desideroso di sbrigare presto la faccenda, pel timore che sopraggiungesse
qualche ronda, attaccò risolutamente l'avversario vibrandogli una dietro
l'altra tre o quattro fulminee stoccate, parate appena in tempo.
- Canarios!... - esclamò lo sconosciuto, un po' sconcertato. - Chi è stato il
vostro maestro?
- È inutile che ve lo dica, - rispose Mendoza, il quale non gli lasciava quasi
nemmeno il tempo di rimettersi in guardia. - Quando vi avrò vibrata la stoccata
dei Tre Corsari, voi rimarrete inchiodato contro la parete, quindi non avrete
piú il bisogno dell'indirizzo del mio maestro, bensí di un passaporto per
l'altro mondo.
- Ehi, correte troppo, mio signore.
- Aspettate un po' e vedrete un colpo meraviglioso, l'ultimo però per voi.
I due spadaccini, non curanti della pioggia che non cessava di cadere, si
scambiavano stoccate con grande accanimento. Il fragore delle spade non si
udiva, poiché il tuono continuava a rumoreggiare ed il vento ad ululare fra i
comignoli delle case.
Lo sconosciuto, dopo qualche minuto, si trovò obbligato a rompere ed
appoggiarsi quasi alla parete. Sembrava molto sorpreso di aver trovato un
avversario cosí formidabile, mentre forse aveva sperato di sbarazzarsi di
entrambi con pochi colpi di spada.
- Signor figlio d'un grande di Spagna, - disse Mendoza, mentre una folgore
attraversava la piazza, seguita da uno schianto terribile. - Preparatevi alla
partenza che non ha ritorno.
Stava per tornare all'attacco, quando una finestra della posada si aprí ed una
voce d'un uomo chiese:
- Chi si ammazza davanti al mio albergo?
- È l'amico Mendoza che si diverte un po', - disse Buttafuoco, alzando la
testa. - Lascia fare, Wandoe, fra poco tutto sarà finito.
"Porta invece una torcia ed un archibugio."
- Canaglie!... - gridò lo sconosciuto, facendo una rapida mossa di fianco per
prendere piú campo. - Avete degli amici qui ed ora mi farete assassinare a
colpi d'arma da fuoco.
"Non è agire da gentiluomini questo."
- Basterà il colpo dei Tre Corsari, - rispose Mendoza, chiudendogli prontamente
il passo e costringendolo ad appoggiarsi alla parete. - A te, bandito, prendi
questo per ora!...
- Ed anche tu questa - rispose lo sconosciuto, il quale si difendeva
disperatamente, chiamando in suo soccorso tutte le risorse della terribile arte
della scherma.
Mendoza parò la botta, poi tutto d'un tratto si abbassò verso terra,
appoggiandosi sulla mano sinistra e andò a fondo.
Lo sconosciuto aveva mandato un grido, poi aveva lasciata cadere la spada,
appoggiandosi contro il muro.
Aveva ricevuta una magnifica stoccata nella spalla sinistra, dal basso in alto.
Mendoza ritirò lentamente la lama, la cui punta si era arrossata contro la
scapola dell'avversario e fece un gesto di malumore.
- Troppo alto - disse. - Avrei dovuto attraversargli il cuore.
In quel momento il preteso figlio del grande di Spagna, vinto dal dolore intenso
causatogli da quel terribile colpo, rovinò al suolo, rimanendo inerte.
- Morto? - chiese Buttafuoco.
- Oh, no, - rispose Mendoza. - La ferita però deve essere dolorosissima.
In quell'istante la porta della posada ed un uomo di alta statura, che
rassomigliava stranamente a Buttafuoco, pure molto barbuto e molto abbronzato,
comparve, portando in una mano una lanterna e nell'altra un lungo archibugio.
- Che cosa succede qui, amici? - chiese, avvicinando premurosamente al bucaniere
ed al filibustiere, il quale stava asciugando tranquillamente la punta della
lama.
- Non ne sappiamo piú di te, Wandoe, - rispose Buttafuoco. - Questo mascalzone
ci ha provocati e Mendoza ha approfittato dell'occasione per dargli una buona
lezione di scherma.
- Non ci vedo chiaro in tutto questo, - rispose il proprietario della posada. -
Questo furfante deve essere stato pagato dal marchese per assassinarvi. Vediamo
un po': ne conosco molti di questi sicari. Si avvicinò al ferito, il quale
pareva che fosse svenuto e gli proiettò in pieno viso i raggi della lanterna.
Ad un tratto un grido gli sfuggí e fece due o tre passi indietro, esclamando:
- Ah!... Disgraziato!... Disgraziato!... L'avevo sospettato.
- Che cosa? - chiesero ad una voce Mendoza e Buttafuoco.
- Aiutatemi a portare a coperto quest'uomo, - rispose Wandoe. - Non bisogna
lasciarlo morire.
- Questi birbanti hanno la pelle dura e poi la sua ferita è piú dolorosa che
pericolosa. Ah!... Se l'avessi côlto un po' piú sotto, allora non risponderei
piú di lui.
I tre uomini sollevarono il ferito ed entrarono nella posada, arrestandosi in
una vasta camera a pianterreno che era ancora illuminata, la quale conteneva
solamente sei amache che in quel momento erano vuote.
Il ferito fu sollevato con molte precauzioni e deposto su uno di quei comodi e
freschi giacigli.
Subito Mendoza, con una navaja datagli da Wandoe, gli tagliò la casacca, il
giustacuore e la camicia e mise allo scoperto la ferita.
- Niente di grave, - disse, arrestando con un fazzoletto il sangue che sgorgava
in abbondanza.
La fasciò alla meglio, aggiungendo:
- Ci occuperemo poi meglio di quest'uomo. Spiegaci ora, Wandoe, il tuo sgomento
che per noi è inesplicabile.
"L'hai veduto altre volte questo avventuriero?"
Wandoe, il quale aveva un viso assolutamente sconvolto, guardò il bucaniere ed
il filibustiere quasi con terrore, poi chiese con voce strozzata:
- Non ve l'ha condotta?
- Chi? - domandarono ad un tempo Buttafuoco e Mendoza.
- La señorita.
- La señorita Ines di Ventimiglia?...
- Sí!... Sí!... - balbettò Wandoe.
- Tu sei impazzito? - gridò Buttafuoco. - Che cosa vuoi dire?
- Non ho il coraggio di dirvelo. Ora comprendo che noi siamo stati giuocati.
- Suvvia, - disse il bucaniere, il quale cominciava a perdere la pazienza. -
Spiegati una buona volta.
- Vi chiedo se ve l'ha condotta.
- Ma chi?
- La señorita di Ventimiglia, - ripeté Wandoe, con angoscia.
- Quell'uomo lí è venuto oggi, dopo il mezzodí, con un biglietto firmato
"Buttafuoco" con cui la si avvertiva di lasciare immediatamente la mia
posada, essendo ormai stato scoperto il mio rifugio dal marchese di Montelimar.
Buttafuoco e Mendoza, udendo quelle parole, erano rimasti come fulminati.
- La señorita scomparsa!... - esclamò finalmente Buttafuoco, mentre Mendoza si
strappava un ciuffo di capelli. - L'hai veduta tu questa lettera?
- La señorita me l'ha fatta leggere, prima di decidersi a lasciare la mia
posada.
- Ah!... Cane d'un marchese!... - urlò Mendoza, con accento feroce. - Ce l'ha
fatta!...
- Dimmi, Wandoe, - disse Buttafuoco, il quale aveva riacquistato prontamente il
suo sangue freddo. - La señorita non ha avuto alcun sospetto?
- Nessuno, perché quel biglietto portava la tua firma e già sapeva che qualche
cosa c'era in aria. Glielo avevi già detto tu che il marchese era ormai sulle
vostre tracce.
- A che ora ha lasciato la posada?
- Verso le tre pomeridiane.
- Ed è uscita con quell'uomo lí?
- Si.
- Ne sei ben certo?
- Non posso ingannarmi, perché avevo già oggi osservato sul viso di
quell'avventuriero una profonda cicatrice che pare prodotta da un colpo di
draghinassa.
- Mi stupisce però come la señorita non avesse intuito che si trattava d'un
tradimento.
- Nessuno poteva sapere in Panama che Buttafuoco era qui, - rispose Wandoe.
- È vero anche questo. Che polizia ammirabile ha quel marchese! Ci ha portato
un colpo mortale, tuttavia noi non siamo uomini da perderci di coraggio.
"Occupati del ferito e curalo piú che puoi. Da lui sapremo dove ha
condotto la contessina di Ventimiglia.
"C'è il lume nel tuo gabinetto?"
- Sí, amico.
- Vieni Mendoza, - disse Buttafuoco.
Aprirono una porta ed entrarono in una stanzina attigua, che serviva come di
segreteria della posada, e come la prima camera era pure illuminata.
Buttafuoco gettò via con dispetto il feltro ed il mantello e si sedette dinanzi
ad un tavolo, prendendosi il capo fra le mani.
Mendoza, che aveva scoperta sullo scrittoio una bottiglia, si era affrettato ad
impadronirsene, per rimettersi meglio da tante emozioni passate.
- Orsú, signor Buttafuoco, - disse il filibustiere empiendo due bicchieri. -
Schiarite un po' le idee con questo Porto, che Wandoe ha certamente serbato per
noi. Verranno subito a galla come le sardine del mare dell'Olanda.
- Io credo, mio caro, - rispose il bucaniere, - che noi abbiamo trovato un
avversario degno di noi.
"È vero che aveva dato molto da fare al figlio del Corsaro Rosso.
"Se noi non riusciremo a riavere nelle nostre mani la señorita, potremo
rinunciare all'eredità del Gran Cacico del Darien, poiché la presenza della
figlia del Corsaro è assolutamente necessaria."
- Lo so, - rispose Mendoza. - I capi delle tribú non consegnerebbero il tesoro
ai primi arrivati. Il difficile sta ora nello strapparla nuovamente al marchese
di Montelimar.
"Egli certamente aspettava pazientemente, da anni ed anni, il suo arrivo in
Panama, per averla ancora una volta sottomano."
- Che il nostro passaggio attraverso l'istmo sia stato notato? Io mi sono
rivolto piú di cento volte questa domanda.
- E da chi? Chi poteva riconoscerci dopo sei anni d'assenza?
- Eppure, come vedi, appena abbiamo messo i piedi in Panama abbiamo avuto
intorno delle spie. Io non credo affatto che il marchese ti abbia riconosciuto
mentre passeggiavamo sulle calate del porto.
- Vi deve essere qui sotto un mistero, signor Buttafuoco. Io vorrei sapere
innanzitutto il perché quel bucaniere inviato al conte di Ventimiglia dal Gran
Cacico prima di esalare l'ultimo suo sospiro, ci abbia lasciati sbarcando sul
continente, colla scusa di recarsi ad avvertire le tribú del Darien
dell'imminente arrivo della principessa.
"Non avete mai notato qualche cosa di doppio in quell'uomo?"
- Piú di quanto tu credi, - rispose Buttafuoco.
- Che sia stato lui a tradirci per impadronirsi da solo del tesoro?
- Può darsi, Mendoza; però io conosco gl'indiani, so quanto sono cocciuti e
non rimetteranno l'eredità del Gran Cacico che nelle mani della señorita.
- E come faranno a riconoscerla?
- Da un tatuaggio misterioso che la contessina porta su una spalla e che sarebbe
come una specie di timbro reale.
- Allora siamo al sicuro contro qualunque mistificazione.
- Oh!... Per questo sí, - rispose il bucaniere. - A noi ora non resta che far
perdere nuovamente le nostre tracce alle spie del marchese ed ai suoi sicari, e
cercare di metterci al piú presto in relazione con Raveneau de Lussan, poiché
senza l'aiuto dei filibustieri non potremmo raggiungere le grandi selve del
Darien.
In quel momento entrò Wandoe portando un'altra bottiglia e dei bicchieri.
- Come va dunque il ferito? - chiese Buttafuoco.
- L'uomo è robusto e la lama non ha offeso alcun organo importante. Fra dieci o
dodici giorni quell'uomo sarà perfettamente ristabilito.
- La botta era troppo alta, - disse Mendoza, con un certo rammarico.
- Non dolertene, - gli disse Buttafuoco. - Quest'uomo sarà piú prezioso vivo
anziché morto.
Quindi, rivolgendosi verso il padrone della posada, gli disse:
- Hai degli amici nel porto?
- I filibustieri che hanno ormai rinunciato al loro pericoloso mestiere non
mancano.
- A noi occorre una casetta isolata e non sospettata, per poter agire a nostro
agio. Ormai non possiamo soffermarci né qui né alla taverna di don Barrejo.
- Ho l'affar tuo, - rispose Wandoe, dopo d'aver pensato un momento. - Prima di
mezzodí tu avrai una modesta casetta e, se vorrai, anche una buona barca da
pesca.
"Il proprietario dell'una e dell'altra è un ex-filibustiere di David,
graziato dagli spagnuoli e che ora fa il pescatore, ma in fondo è rimasto
sempre un figlio della Tortue."
- Non ti domando di piú. Questa sera noi prenderemo possesso dell'alloggio e vi
trasporteremo i due prigionieri.
- E come? - chiese Mendoza.
- Lascia fare a me, mio caro basco, e vedrai che noi la faremo bella alle spie
del marchese di Montelimar.
"Wandoe, hai sempre quel vispo ragazzo indiano?"
- Sempre, amico.
- Dammi una penna ed un calamaio per scrivere a don Barrejo. Scommetto che
quando riceverà la mia lettera, quel pazzo di guascone riderà tanto da
slogarsi le mascelle.
Capitolo V
IL VIAGGIO STRAORDINARIO D'UNA BOTTE
SCAPPATI via Buttafuoco e Mendoza, il guascone era rimasto solo in mezzo alla
strada, sotto la pioggia torrenziale, guardando con una certa ansietà i sei
frati che indossavano delle cappe grigie e che portavano dei ceri fumosi, i
quali resistevano ostinatamente all'acqua.
Il venerando drappello formato da barbe grigie, come abbiamo detto, era
preceduto da un sagrestano zoppo che procedeva con delle strane mosse da
ranocchio e che reggeva un secchio pieno d'acqua santa.
Il povero guascone sarebbe stato ben lieto di chiudere la porta in viso ai
frati, quantunque buon cristiano, e di andarsene subito a dormire, ma a quei
tempi non c'era da scherzare coi religiosi ed una qualunque offesa si poteva
pagare assai cara.
Costretto a fare buona cera suo malgrado, don Barrejo, invece di chiudere la
porta, spalancò i due battenti e ricevette cortesemente le sei barbe grigie,
baciando ad ognuna di esse il cordone per mostrarsi buon cristiano.
- A che cosa devo l'onore della vostra visita ad un'ora cosí tarda, reverendi?
- chiese. - Non vi è alcun morto qui da portare al cimitero.
- Vi sono però dei fantasmi, - disse un frate rubicondo e grosso.
- C'erano una volta.
- Come, c'erano una volta!... - esclamò il frate, inarcando le sopracciglia. -
È appena mezz'ora che è venuto da noi un ufficiale delle guardie ad avvertirci
che la vostra cantina era piena di satanelli.
- Ora però non ci sono piú, reverendo, poiché poco fa sono disceso e non ho
piú udito nessun rumore, né veduto nessun satanello, né satanasso.
- Noi vogliamo vedere bene dentro in questa faccenda, - rispose il frate. - Le
stregonerie non sono tollerate.
- Se i reverendi padri vogliono seguirmi, andiamo pure a dare la caccia ai
fantasmi, - disse il guascone, prendendo un lume e mettendosi dinanzi al
sagrestano-ranocchio che era piú bianco d'un cencio di bucato. Le sei barbe
grigie scesero attraverso l'ampia scala, una scala quasi da palazzo, e giunsero
ben presto in cantina, dove cominciarono subito a borbottare certe preci ed a
trinciare una infinità di segni della croce.
Il guascone fingeva di borbottare anche lui qualcosa che non si capiva, e di
quando in quando s'appoggiava contro il sagrestano-ranocchio, manifestando un
grande spavento.
Quando le preghiere furono finite, il frate piú anziano cominciò a benedire le
botti e le pareti per rimandare all'inferno spettri e satanelli.
Passando dinanzi alla grossa botte dove stava rinchiuso il disgraziato Pfiffero,
si arrestò titubante.
- Che cos'è questo rumore che si ode lí dentro? - chiese, rivolgendosi al
guascone.
- È vino nuovo che bolle, reverendo, - rispose don Barrejo, con grande
serietà.
- Ne siete ben certo?
- Diamine!... Ce l'ho messo dentro tre giorni fa.
- Gorgoglia in un modo curioso.
- La cantina non è troppo fresca, quantunque sia molto profonda.
- Dove sono comparsi i fantasmi?
- Precisamente qui.
- Quanti erano?
- Due, reverendo.
- E il passaggio che conduce all'ossario del cimitero?
- Quale passaggio?
- L'ufficiale delle guardie mi ha detto che qui vi era una galleria.
- Sí, una volta, reverendo, poi è venuta una scossa di terremoto ed ha fatto
crollare le vôlte.
Le sei barbe grigie fecero il giro della cantina, continuando a benedire, mentre
don Barrejo cercava fra la botti un certo caratello che non sarebbe dispiaciuto
nemmeno ai reverendi.
- Padri, - disse, quando stavano per risalire la scala, ormai persuasi di aver
relegati per sempre tutti gli spiriti maligni all'inferno. - Io non ho dell'olio
da offrirvi per le vostre lampade, perché sono un povero diavolo. Accettate
però pel vostro disturbo questo caratello di vecchio Alicante.
- Grazie, buon figliuolo: servirà pei feriti che ricoveriamo al convento.
Don Barrejo lo mise sulle spalle del sagrestano-ranocchio e la comitiva ritornò
nella taverna e quindi uscí nella via.
- Dieci giornate come questa, - disse il guascone, quando i frati se ne furono
andati e la porta fu chiusa, - ed a te, mio povero don Barrejo, non rimarrà
altra alternativa che di chiudere bottega per mancanza di vino.
"Che buco hanno fatto quest'oggi fra Mendoza, Buttafuoco, il Pfiffero, la
ronda e poi i frati per sopra mercato.
"Al diavolo anche i fantasmi!
"Panchita!..."
Una voce che veniva dal di sopra rispose:
- Vieni a dormire, Pepito.
- Lascia che faccia i conti della giornata, - rispose il guascone. - Abbiamo
lavorato molto quest'oggi. L'affare dell'eredità del Gran Cacico del Darien mi
ricompenserà però largamente delle perdite, - aggiunse poi a mezza voce.
Stava per aprire un vecchio registro, tutto sgorbio e macchie d'inchiostro, dove
nessuno avrebbe potuto certamente raccapezzarsi, fuorché il proprietario della
taverna d'El Moro e sua moglie, quando si udí picchiare alla porta.
- Tonnerre!... - esclamò il guascone, il quale cominciava a perdere le staffe.
- È proprio scritto che questa notte io non debba né fare i miei conti, né
andare a dormire? Al diavolo tutte le ronde di Panama.
Si alzò, scaraventando lontano lo sgabello su cui stava seduto, prese per
precauzione la sua draghinassa ed aprí la porta.
Due uomini d'aspetto poco rassicurante, con ampi ferraiuoli e cappellacci
immensi, tentarono di entrare, mentre uno di loro chiedeva:
- È vero che la vostra taverna è piena di spettri? Noi non abbiamo paura
nemmeno del diavolo e vi offriamo di tenervi compagnia fino a domani mattina.
- Chi ve lo ha detto? - gridò don Barrejo, mostrando la draghinassa.
- Abbiamo veduto i frati uscire poco fa dalla vostra taverna.
- Ebbene, giacché non avete paura nemmeno del diavolo, andate a tenere
compagnia a lui. Io non ho bisogno di nessuno.
E chiuse senz'altro la porta sul viso dei due sconosciuti, accompagnando il
colpo con un tonnerre dei piú formidabili che fossero usciti mai dalle sue
labbra.
- Questa è una notte d'inferno, - borbottò il brav'uomo. - O questi spettri
faranno la fortuna della mia taverna o rovineranno completamente le mie tasche e
porteranno via anche la lunga catena d'oro di Panchita.
"Birbante di Mendoza!... Quando c'entra lui, porta ovunque la rivoluzione.
È vero che anche don Barrejo, che è qui che mi ascolta, quando ci si mette fa
le sue."
Aveva appena terminato i conti della giornata, constatando un'uscita di trenta
bottiglie non pagate, senza contare il caratello regalato ai frati, quando fu di
nuovo picchiato alla porta.
- Cane d'un lume!... - esclamò il guascone, furioso. - È questo che mi
tradisce.
Riprese la draghinassa e per la seconda volta aprí.
Si trovò di fronte a tre o quattro altri individui di dubbia cera, i quali gli
chiesero tutti ad una voce:
- È qui che ci sono gli spettri? Siamo venuti per spazzarli via.
- Basta la mia scopa!... - gridò don Barrejo. - Tonnerre!... Lasciate che i
galantuomini, che hanno lavorato quindici ore su ventiquattro, si prendano un
po' di riposo. Filate!...
Vedendo il guascone a roteare minacciosamente la draghinassa, anche quegli
ultimi nottambuli se la diedero a gambe sotto la pioggia sempre scrosciante.
- Che vengano a prendermi a gabbo? - si chiese don Barrejo, il quale perdeva la
pazienza. - Il primo che viene a seccarmi ancora, lo afferro per la gola e lo
mando a tenere compagnia a compare Pfiffero, parola di guascone.
"La notte è perduta, è quindi inutile guastare il sonno della mia
dolcissima metà."
Scosse tre o quattro bottiglie ed avendone trovata una semipiena la svuotò in
due colpi, poi si allungò su due sedie, appoggiandosi contro il tavolino.
Il suo sonno non durò molto, poiché fu interrotto ben presto dallo squillare
delle duecento campane che contava allora Panama e che tutte insieme formavano
un tale baccano da scuotere anche i morti.
Quel breve sonno però lo aveva rimesso completamente in gambe, non avendo
ancora dimenticato le sue vecchie abitudini d'avventuriero.
Aveva appena data la voce a Panchita perché si alzasse, quando udí bussare
discretamente alla porta.
- Che sia un altro che viene a vedere i fantasmi? - si chiese. - Tonnerre!...
Gli romperò la testa con un colpo di bottiglia.
Brontolando e bestemmiando, andò ad aprire e si ritrovò davanti un ragazzo
indiano di dodici o quattordici anni, d'aspetto furbesco ed intelligentissimo,
con occhi di fuoco e la pelle dai riflessi ramigni.
- Che cosa vuoi tu, furfante? - Gli chiese don Barrejo.
- Prendete, da parte di Buttafuoco, - rispose il ragazzo, consegnandogli il
biglietto piegato in quattro.
Poi se ne fuggí, piú lesto d'un cervo, prima che il guascone avesse pensato a
trattenerlo, scomparendo ben presto fra le fitte cortine di pioggia, non essendo
il cattivo tempo ancora cessato.
- Qui dentro ci devono essere delle grandi novità, - borbottò il guascone,
girando e rigirando la carta fra le dita. - Saprò io decifrare questi sgorbi?
Quel caro Buttafuoco ama troppo la scrittura.
"Bah!... Una mania anche quella!..."
Allargò, come aveva l'abitudine, le sue lunghe e magrissime gambe, simili ad un
immenso compasso, si mise una mano sul fianco destro e colla sinistra si cacciò
sotto gli occhi la carta che era coperta di lettere grosse come ditali, poiché
anche i gentiluomini allora si occupavano di frequentare piú le sale di scherma
che la scuola.
Il guascone non era della forza del gentiluomo francese, quantunque anche lui
avesse prese delle lezioni dal curato del suo villaggio, sicché dopo una mezza
dozzina di tonnerre, pronunciati su tutti i tuoni davvero, dovette rinunciare e
darsi del triplice asino.
Fortunatamente la bella taverniera era già scesa, e siccome ne sapeva molto
piú di lui, non le riuscí difficile decifrare quegli sgorbi.
Quali terribili notizie conteneva quel bigliettino!... La contessina di
Ventimiglia scomparsa e probabilmente prigioniera del marchese di Montelimar;
Buttafuoco e Mendoza assaliti e con un altro prigioniero da unire al Pfiffero;
la necessità quindi di mettere insieme i due uomini dentro la botte e di
trasportarli altrove, per evitare delle sgradite sorprese da parte della
polizia.
- In conclusione, che cosa vuole Buttafuoco? - chiese don Barrejo, il quale si
grattava furiosamente la testa.
- Che questa sera tu gli conduca il fiammingo alla posada, senza levarlo dalla
botte.
- Diventano pazzi questi avventurieri scatenati? Il rapimento della contessina
deve aver fatto perdere loro la testa.
- Io credo il contrario, invece, Pepito mio, - disse Panchita.
- Ti sbarazzano di quell'uomo che per noi costituisce un continuo pericolo.
"Pensa che cosa succederebbe se le guardie lo scoprissero dentro la
botte."
- Tu ragioni meglio del curato del mio villaggio, che si ostinava a cacciarmi in
testa, come tanti chiodi, degli a e dei b. Condurre via quella botte non sarà
cosa facile.
"È bensí vero che non sarò cosí stupido da farla viaggiare in pieno
giorno.
"Tra là là, ci sono!..."
- A che cosa?
- Il problema è sciolto, - disse il guascone, prendendo una bottiglia d'aguardiente
e riempiendosi un bicchierino. - Ad ogni passo io scopro una nuova America.
- E con tutte queste scoperte io non vedo altro che te che ti attacchi alla
bottiglia dell'aguardiente, - disse la bella castigliana.
- Questa sera, prima del tramonto, andrai a chiamare tuo fratello. Egli è forte
e grosso come un toro e fra noi due la botte verrà portata fuori dalla cantina.
"Raccomandagli di noleggiare un carretto qualunque per caricare il Pfiffero
e anche l'altro che si trova nella posada.
"Come vedi, non ci voleva molto studio a risolvere la questione.
Quella invece che farà sudare sarà l'altra: la scomparsa della contessina di
Ventimiglia."
- Vuoi occuparti anche di quella? - chiese la castigliana, con inquietudine.
- Quand'è che i guasconi hanno dimenticato gli amici? - chiese don Barrejo, con
voce grave, mettendosi le mani sui fianchi ed allargando piú che poté le sue
gambe. - Ohé, Panchita, vi permettete delle osservazioni fuori di luogo.
- Io penso alla tua vita, Pepito, che può correre, da un momento all'altro,
qualche grave pericolo.
- I guasconi, quando hanno una draghinassa al fianco, sanno difendersi contro
tutti gli spadaccini di questo e dell'altro mondo. Ricordatelo Panchita.
Tracannò un altro bicchierino di aguardiente e andò a sedersi presso la porta,
osservando le persone che passavano.
La storia degli spettri, colla relativa visita dei frati, doveva essersi sparsa
fra gli a abitanti del quartiere, poiché presso gli angoli delle case si
raggruppavano delle vecchie comari le quali si additavano, dopo il segno della
croce, la taverna d'El Moro.
Don Barrejo fingeva di non accorgersi di nulla e poi si occupava piú di certi
tipi, che non aveva mai veduti bazzicare la sua osteria e che passavano e
ripassavano, coi feltri inclinati insolentemente su un orecchio e le spade bene
in vista.
- Se quei corvi credono di farmi paura, s'ingannano, - borbottò il guascone. -
Devono essere tutte spie del marchese di Montelimar, perciò niente vino per
loro.
E mantenne la parola. A piú riprese, alcuni di quegli individui sospetti,
entrarono nella taverna chiedendo da bere, però don Barrejo, colla scusa che le
botti erano state benedette troppo di recente e che i fantasmi potevano
ritornare, un po' scherzando e un po' colle brusche li fece sloggiare al piú
presto.
Quel giorno la taverna d'El Moro non vendette un bicchiere di vino, poiché la
cera burbera del proprietario aveva fatto scappare tutti.
Verso sera, mentre l'uragano si rinnovava colla solita violenza, essendo Panama
una città soggetta alle grandi siccità e anche agli interminabili acquazzoni,
Panchita lasciava la taverna, mentre il marito chiudeva con fracasso le porte,
per avvertire i vicini che non voleva essere disturbato.
Da un armadio aveva tratta una corazza irrugginita ed un elmetto e si era messo
a strofinare vigorosamente or l'una ed or l'altro, continuando a borbottare come
era sua abitudine.
Quando le credette abbastanza lucide, prese un lume ed una bottiglia di
aguardiente, che aveva già prima sturata, e scese nella cantina, per vedere in
quali condizioni si trovava il suo Pfiffero.
Scalò la grossa botte, alzò il coperchio e si lasciò cadere entro l'ampio
recipiente, badando di non calpestare il povero fiammingo, il quale stava
rannicchiato in fondo.
- Ohé, mastro Arnoldo!... - chiamò don Barrejo, scuotendolo vigorosamente. - A
che punto siamo della vostra digestione?
Dapprima non ottenne per risposta che un rauco brontolio, poi le labbra del
disgraziato, si agitarono come se volessero pronunciare qualche parola.
- Dite su, mastro Arnoldo, - disse il guascone, mettendogli la lampada sotto il
viso. - Avete sete?
- Si... da... pere...
- Sempre ai vostri ordini, mastro Arnoldo.
Gl'introdusse in bocca il collo della bottiglia e lo tenne fermo finché gli
parve conveniente.
Guardò la bottiglia attraverso la luce: era mezza vuota.
- Eccellente, è vero, mastro Arnoldo? - chiese. - Scommetto che non ne avete
bevuto mai di simile da quando siete nato.
Il fiammingo non rispose. Fulminato da una seconda sbornia, si era raggomitolato
su sé stesso, ricominciando a russare.
- Lasciamolo riposare tranquillo, - borbottò don Barrejo. - Sarebbe
un'imprudenza se gli facessi inghiottire tutto il contenuto della bottiglia.
Risalí rimise a posto il coperchio, badando che non combaciasse, e tornò nella
taverna per indossare la corazza e mettersi in testa l'elmetto.
- Eccomi tornato armigero, - disse, con sospiro. - Ah!... Quelli erano bei
tempi!... Le draghinasse non avevano il tempo di arrugginirsi.
"Chissà che non ritornino."
Un quarto d'ora dopo, Panchita, tutta inzuppata d'acqua, era di ritorno,
accompagnata da un bell'uomo sui trent'anni, bruno come un indiano, con due
baffoni neri che gli davano un aspetto marziale. Don Barrejo non aveva esagerato
quando aveva detto a Panchita che il di lei fratello era grosso e forte come un
toro, poiché infatti il nuovo venuto doveva possedere certi muscoli, da rompere
a pugni le costole anche ad un bue.
- Hai condotto il carretto Rios? - Gli chiese don Barrejo.
- Sì, cognato, - rispose il bell'uomo.
- Sai che cosa dobbiamo fare?
- Mia sorella mi ha spiegato ogni cosa.
- Hai portato con te almeno una spada? L'avventura potrebbe finire maluccio.
- Tu sai che io maneggio meglio il randello e me ne sono portato uno di quei
solidissimi.
- Allora sbrighiamoci: Panchita, fa' lume.
I due uomini scesero nella cantina, alzarono non senza fatica la grossa botte e
la trasportarono, dopo un lavoro laborioso, su un carretto che stava fermo
dinanzi la porta della taverna, collocandovela diritta per non disturbare il
sonno del fiammingo.
- Chiudi subito e non aprire a nessuno, - disse don Barrejo a Panchita.
- E tu, quando tornerai? In quale avventura t'imbarchi, Pepito mio? Eravamo
cosí tranquilli prima!...
- Quando si tratta d'un tesoro come quello del Gran Cacico del Darien, non vi è
da esitare a mettervi le mani sopra, moglie mia, - rispose il guascone. - E poi
ho nelle vene il sangue di centomila avventurieri e cominciavo ad invecchiare
troppo presto nella mia taverna.
"Ti rimanderò Rios, il quale ti terrà compagnia durante la mia
assenza."
L'abbracciò, poi si mise dietro al carretto, mentre il robusto castigliano
tirava piú forte d'un mulo.
La notte non era migliore della precedente. Il vento soffiava con mille ululati
attraverso le vie oscure, strappando le larghe foglie delle splendide palme e
devastando i giardini, e la pioggia non cessava un solo istante di cadere.
Il fratello di Panchita e don Barrejo, l'uno tirando e l'altro spingendo, erano
giunti all'estremità della via, quando s'incontrarono in tre individui, i quali
si divertivano a prendersi l'acquazzone, chiacchierando tranquillamente.
- Ohé, dove si va a quest'ora con quel po' po' di vino? - gridò uno dei tre,
avanzandosi verso il carretto.
- Al porto, - rispose asciuttamente don Barrejo.
- Si potrebbe assaggiarlo, prima che se lo bevano tutto i peruviani od i cileni?
- È merce sigillata, - ripose il guascone, continuando a spingere.
- Carrai!... - esclamò un altro. - Si fa un buco nel ventre della botte e si
succhia. Credi che noi non abbiamo abbastanza piastre per pagarti?
- Io non sono il padrone.
- Cerchi d'ingannarci, poiché abbiamo riconosciuto benissimo in te il
proprietario della taverna degli spettri.
- Insomma, che volete? - chiese il guascone, cui il sangue cominciava a muoversi
piú rapido.
- Bere, por dios!... - risposero i tre sconosciuti, mettendosi dinanzi a Rios
per impedirgli di proseguire.
- Che cosa bere?
- Quello che sta lí dentro, caramba, - rispose una dei tre.
- Se vuoi, alzo il coperchio e ti lancio fra le gambe la bestia che vi è
dentro. Vorrei vederti allora, bravaccio, che corsa prenderesti.
"Non sai che lí dentro vi è un giaguaro?"
- Ah!... Baie!... - esclamarono i tre uomini.
- Accostate dunque i vostri orecchi d'asino alla botte ed ascoltate, - disse don
Barrejo.
Il fiammingo russava, in quel momento, in modo tale da far tremare perfino le
doghe dell'enorme recipiente.
I tre sconosciuti, niente affatto persuasi di quanto aveva detto il padrone
della taverna d'El Moro, s'accostarono al carretto ed allungarono le teste verso
la botte.
Udendo quel brontolio rauco, balzarono indietro spaventati.
- Carrai!... - gridò uno. - Il padrone porta via gli spettri che infestano la
sua cantina!... Gambe, amici!...
- E subito, o lancio il giaguaro, - gridò don Barrejo. - Vale meglio di tutti i
satanelli dell'inferno.
I tre uomini si erano slanciati ad una corsa disperata, scomparendo ben presto
fra le tenebre.
- Anche gli ubbriachi qualche volta servono a qualche cosa, è vero Rios? -
disse il guascone.
- Se non la finivano però li randellavo per bene, - rispose il castigliano,
riprendendo la marcia.
- Sai dove si trova la posada del Rio Verde?
- Sí, cognato.
- È là che dobbiamo fermarci per ora.
Dopo venti minuti giungevano, sempre sotto una pioggia dirotta che li bagnava
fino alle ossa, dinanzi alla posada del Rio Verde.
Come don Barrejo si era immaginato, erano attesi da Mendoza, Buttafuoco e da
Wandoe, i quali stavano chiacchierando sotto il piccolo patio.
Scambiarono appena poche parole, poi il bucaniere e il filibustiere portarono
fuori un uomo che pareva non desse piú segno di vita.
- È quello che deve tenere compagnia al Pfiffero? - chiese il guascone, il
quale si era affrettato a levare il coperchio alla botte.
- Sí, - rispose il basco.
- Mi sembra morto.
- Lo abbiamo fatto bere perché non gridi.
- Un sistema pericoloso che non consiglierei mai per un uomo ferito.
- Se anche muore, ci rimarrà sempre compare Arnoldo.
Alzarono il preteso figlio del grande di Spagna, lo calarono, colle dovute
precauzioni, dentro la botte, stendendolo accanto al fiammingo.
- Al porto ed in fretta, - disse Buttafuoco. - Noi scorteremo il carretto e
Wandoe ci guiderà.
- Che bella notte per far viaggiare le botti, - disse don Barrejo, ridendo. -
Vorrei essere dentro anch'io col Pfiffero, almeno sarei al coperto.
Sempre sotto la pioggia torrenziale, il carretto si mise quasi in corsa, perché
spingeva anche Mendoza, mentre Wandoe segnava la via e Buttafuoco stava alla
retroguardia.
Le vie erano deserte ed oscure. Nemmeno le ronde si lasciavano vedere,
preferendo certamente qualche vecchio porticato dove potevano almeno ripararsi
da quel furioso ed ostinato acquazzone.
L'oceano Pacifico muggiva sempre rabbiosamente, con un crescendo talvolta
spaventoso.
Già i cinque uomini cominciavano a scorgere i fanali delle navi ancorate nel
porto, oscillanti sotto il battere e ribattere delle onde, e Wandoe aveva già
annunciato che stavano per giungere alla casa affittata, quando udirono il
rumore di persone lanciate a corsa disperata, che cercavano di raggiungerli.
- Ferma, Rios!... - gridò don Barrejo, levando la draghinassa.
Il robusto castigliano arrestò il carretto e s'armò d'uno di quei nodosi
bastoni che usano i contadini della Manica e che valgono talvolta meglio delle
spade e delle draghinasse.
- Siamo lontani dalla casa? - chiese Buttafuoco a Wandoe.
- Appena duecento passi, ma sarà meglio che quegli individui che ci danno la
caccia non ci vedano entrare. Possono essere anche quelli agenti del marchese
che ci hanno seguiti.
- Tonnerre!... Allora picchierò sodo, - disse don Barrejo. - È un po' che ho
una voglia pazza di sfogarmi su quei mascalzoni.
- Ed io non meno di te, compare, - aggiunse Mendoza. - Questa botte non doveva
giungere a posto senza qualche cattivo incontro.
"Diamine!... È visibile come un faro!..."
Otto o dieci uomini, coperti di ampi mantelli e cappellacci, si erano, dopo una
lunga ed affannosa corsa, avvicinati al carro rimasto immobile in mezzo alla via
sotto quel diluvio d'acqua.
- Chi siete e che cosa volete? - Chiese Mendoza, avanzandosi verso di loro colla
spada in mano.
- Sapere a chi avete rubata quella magnifica botte, - disse uno di quegli
sconosciuti.
- Marrano!... Ci prendi per dei ladri!...
- Non si porta via del vino a quest'ora e sotto questa pioggia.
- Che cosa vuoi concludere?
- Che noi abbiamo sete e che vi proponiamo di dare l'assaggio al contenuto.
- Sí, abbiamo sete!... - gridarono tutti gli altri, sbarazzandosi dei mantelli
per mostrare che erano armati.
- Ehi, tu che vuoi assaggiare di questo vinello, - disse il guascone
rivolgendosi al capo-banda, - vieni a udire qui come borbotta. Poi mi dirai se
sarà bevibile.
- Se borbotta sarà vino nuovo e a noi piace molto perché è piú dolce, -
rispose lo sconosciuto, avanzandosi verso il carretto ed appoggiando un orecchio
alla botte, mentre i suoi compagni ridevano a crepapelle.
- Odi? - chiese il guascone.
- Carrai!... Tu mi burli!... Si direbbe che lí dentro vi sono delle bestie
feroci che ringhiano.
- T'inganni, amico: vi sono degli spettri che abbiamo presi in una cantina d'una
famosa taverna e che andiamo a gettare in mare.
Un grande scoppio di risa accolse quelle parole.
- Camerati!... - gridò il capo-banda. - Avete paura voi degli spiriti?
- No!... No!... - risposero gli altri ad una voce.
- Fuori le spade e diamo battaglia a quei figli di Satana. Almeno vedremo come
sono fatti. Rovesciate la botte!...
- Quale? - chiese Mendoza, avanzandosi a sua volta, seguito da Buttafuoco e da
Wandoe.
- Quella che sta sul tuo carretto.
- Lo scherzo è finito, mio caro, e ora si lavora a colpi di spada, se ci secchi
ancora.
- Oh!... Il buffone che...
Una terribile piattonata attraverso le labbra gli ruppe la frase e qualche dente
insieme.
- A te, canaglia!... - aveva gridato Mendoza.
I compagni del colpito, i quali parevano molto allegri, avevano estratte le
spade e si erano gettati confusamente contro i quattro uomini, i quali li
aspettavano a piè fermo, appoggiati al carretto. Rios aspettava il momento
opportuno per far suonare il suo terribile bastone murcese sulle spalle degli
assalitori, i quali vociavano in coro:
- Prendiamo d'assalto le botte!...
Abituati però piú a vuotare boccali di vino che a maneggiare le spade, fino
dal primo attacco si trovarono a mal partito. Ci voleva ben altro per tenere
testa al guascone, a Mendoza ed al gentiluomo francese diventato bucaniere.
Fra un grandinare di colpi si udirono due o tre grida di dolore, poi due uomini
abbandonarono precipitosamente il campo di battaglia, lasciando a terra mantelli
e cappelli, segno evidente che se l'erano già prese.
Gli altri però, incolleriti di essere tenuti in iscacco da quei quattro uomini
che credevano dei semplici tavernieri, stavano per ritornare all'attacco, quando
il forte castigliano entrò in linea.
La faccenda fu breve. Gli aggressori, martellati sonoramente dal randello
murcese, dopo una breve resistenza scapparono a gambe levate, lasciando sul
terreno perfino delle spade spezzate.
Mentre l'ercole castigliano, aiutato da Buttafuoco, li inseguiva per qualche
tratto per impedire un ritorno offensivo, don Barrejo, Mendoza e Wandoe
spingevano il carretto a tutta corsa verso il porto, mettendolo al sicuro sotto
un oscuro porticato che riparava una modesta casetta da pescatori, situata di
fronte ad una delle calate.
Capitolo VI
LE IMPRESE DEL GUASCONE
L'ABITAZIONE affittata da Wandoe, perché i suoi amici in caso di pericolo
fossero piú pronti ad imbarcarsi, come abbiamo detto, era una modestissima
casetta ad un solo piano, composta di tre sole stanze e di un porticato
necessario a stendervi le reti.
L'interno era illuminato, la porta aperta, sicché Wandoe, il guascone ed il
basco non ebbero da aspettare per entrare.
Un ruvido tipo d'uomo di mare, piuttosto attempato, li aspettava in una stanza
che doveva servire ad un tempo da cucina e da tinello. Vedendoli entrare, si
tolse dalla bocca la pipa, poi il berretto, dicendo:
- Buena noche, caballeros: siete in casa vostra.
Strinse la mano a Wandoe e se ne andò senz'altro aggiungere, come per far
meglio comprendere loro che erano realmente in casa propria.
Mendoza diede uno sguardo all'intorno, visitò le altre due stanze occupate da
quattro amache e da molti arnesi da pesca, e tornò verso i compagni, dicendo:
- Ci staremo benissimo qui, finché le spie del marchese non verranno a
scovarci. Quel gentiluomo tiene sotto di sé degli uomini che devono possedere
un fiuto straordinario.
"Lesti, amici, portiamo dentro il ferito ed il fiammingo. La botte la
getteremo piú tardi in mare, perché non possa servire come di traccia."
Tornarono nel porticato portando un lume, levarono il coperchio e tirarono
fuori, con precauzione, il Pfiffero ed il preteso figlio del grande di Spagna,
mettendoli su due amache che occupavano la stanza vicina.
In quel momento Rios e Buttafuoco entrarono, l'uno armato del suo formidabile
bastone e l'altro sempre impugnando la spada.
- Sono scappati? - chiese Mendoza.
- Io credo che corrano ancora, - rispose Buttafuoco. - La lezione è stata dura,
ma l'hanno cercata loro.
"Mio caro don Barrejo, le vostre botti sono troppo pericolose, siano piene
di buon vino o vuote."
- Sono stregate, signor Buttafuoco, - rispose il guascone, ridendo, - e tali
sono rimaste anche dopo tutte le benedizioni dei frati.
- Come stanno i nostri prigionieri?
- Russano come canne d'organo, - rispose il basco.
- Sarà meglio rimandare a domani l'interrogatorio. Lasciamoli riposare e
cerchiamo anche noi di schiacciare alla meglio un sonnellino.
"Ne abbiamo bisogno."
Chiusero e sprangarono la porta, fecero una nuova visita alla casetta, poi
Buttafuoco e Wandoe si gettarono sulle due altre amache, mentre Mendoza, il
guascone e Rios si sdraiavano su un mucchio di vecchie reti.
Al di fuori intanto l'uragano continuava ad infuriare ed il Pacifico
scaraventava, dentro il porto di Panama, le sue formidabili ondate, mettendo a
dura prova le âncore e le catene dei numerosi velieri che lo ingombravano.
Per Buttafuoco ed il basco fu forse quella la prima notte veramente tranquilla
che trascorsero da quando erano giunti nella grande città spagnuola, che allora
godeva la fama, come oggi S. Francisco di California, di essere la regina del
Pacifico.
Il guascone, abituato ad alzarsi molto per tempo nella sua qualità di
taverniere, fu il primo ad aprire gli occhi.
Suo primo pensiero fu quello di fare una visita ai due prigionieri.
Il preteso figlio del grande di Spagna russava ancora; il fiammingo invece si
dibatteva come un disperato dentro l'amaca che gli era stata chiusa addosso
perché non scappasse, brontolando e facendo delle smorfie cosí ridicole da far
scoppiare dalle risa il feroce guascone.
- Compare Arnoldo, mi sembrate un bel pesce dentro la rete, - disse don Barrejo,
allentando subito le corde. - Come va dunque la salute, dopo una cosí lunga
dormita? Che pessimo soldato sareste voi in guerra!...
- Da pere, - chiese il disgraziato, dopo d'aver dimenata dieci volte la lingua,
che doveva essere stata arrostita da quell'abbondante bevuta d'aguardiente.
- Pere qui non ne abbiamo, compare Arnoldo, però vi darò qualche cosa di
meglio.
Prese una ciotola di terra, della capacità di un litro, la riempí in un grande
vaso poroso che si trovava in un angolo e la porse al povero diavolo, il quale
la vuotò senza staccarla un solo istante dalle labbra.
- La va un po' meglio ora, compare Arnoldo? - Chiese ironicamente il feroce
guascone.
- Testa malata, - rispose il fiammingo.
- Bevete e dormite troppo voi, mio caro. Avete delle pessime abitudini e io, se
fossi il marchese di Montelimar, non vi perdonerei.
- Montelimar... - borbottò il fiammingo, passandosi una mano sulla fronte.
In quel momento, svegliati da quel chiacchierio, entrarono Mendoza, Buttafuoco,
Wandoe e Rios.
- L'avete spedita al Perú la sbornia, signor Arnoldo Pfiffer ecc.? - Chiese
Mendoza. - Sono ben lieto di vedervi finalmente in ottima salute.
Il fiammingo, vedendo tutte quelle persone, aggrottò la fronte e divenne
pallidissimo.
- Svegliate l'altro, don Barrejo, - disse Buttafuoco.
- Perché? - chiese sotto voce Mendoza.
- Per accertarmi se si conoscono.
- Lo sospettate?
- Scommetterei il mio vecchio e fedele archibugio, che mi ha salvato cento volte
la vita, contro una navaja da due piastre.
- Lasciate fare a me, allora, signor Buttafuoco.
Si avvicinò al ferito e cominciò a fargli il solletico sotto la gola,
provocandogli subito il singhiozzo.
Il preteso figlio del grande di Spagna era stato un po' ubbriacato, affinché si
mantenesse tranquillo dentro la botte, però non aveva preso la solenne sbornia
del fiammingo, sicché dopo tre o quattro sbadigli e molti singhiozzi, si decise
finalmente ad aprire gli occhi.
Mendoza, che lo spiava attentamente, lo sollevò, perché potesse vedere il
fiammingo che stava seduto nell'amaca vicina.
I due spioni del marchese di Montelimar si guardarono un momento, stupiti di
trovarsi insieme; poi dopo d'aver fatta una brutta smorfia, non poterono frenare
due imprudenti esclamazioni:
- Aramejo!...
- Stiffel!...
- Datevi il buon giorno, dunque, - disse Buttafuoco. - Siete vecchie conoscenze,
a quanto pare.
Il fiammingo e il preteso figlio del grande di Spagna masticarono fra le labbra
qualche cosa. Certo non dovevano essere contenti di essere caduti nella trappola
cosí abilmente tesa da Buttafuoco.
- Chi è che si chiama Aramejo? - chiese il bucaniere, ridendo.
Il ferito si guardò bene dal rispondere e fissò gli sguardi sul soffitto, per
contare forse le ragnatele che vi si trovarono.
Il fiammingo invece preferí sbadigliare, mostrando certi denti degni di non
sfigurare in bocca ad un giovane squalo.
- Orsú, - disse Buttafuoco, ironicamente. - Vedo che vi siete riconosciuti.
Sarebbe ormai troppo tardi per negarlo.
"Mastro Arnoldo, date dunque la mano a questo figlio d'un grande di Spagna.
Sono ben lieto che voi abbiate delle buone relazioni fra l'alta società
panamese."
Il fiammingo sgranò gli occhi, guardando due o tre volte il suo compagno di
sventura, poi proruppe in una fragorosa risata.
- Un crande di Spagna!... - esclamò.
- Ohé, mastro Pfiffero, siete allegro stamane, - disse il guascone. - Vi
preferisco però cosí. Il mio vecchio aguardiente fa talvolta di questi
miracoli.
Il ferito aveva guardato il fiammingo ferocemente, seccato di essere stato
tradito cosí presto, però non pronunciò alcuna parola.
- Signori, - disse Buttafuoco, rivolgendosi verso i due prigionieri, - vi
avverto che il Consiglio si raduna e che sarà per voi un terribile Consiglio di
guerra, perché noi siamo uomini risoluti ad affogarvi in mare con una pietra al
collo se vi ostinerete a non parlare.
"La parola a voi, innanzi tutto, don Aramejo, siate o no il figlio d'un
crande di Spagna, come ha detto mastro Arnoldo.
"Non dimenticate che giuocate la vostra pelle.
"Che cosa avete fatto della señorita che siete andato a prendere alla
posada del Rio Verde adoperando un biglietto che portava la mia firma?"
- Señor... - balbettò il ferito, - che cosa dite voi? Io non so di quale
señorita intendete parlare.
- Ehi, furfante, - disse Wandoe, facendosi innanzi. - Vorresti negare di
riconoscermi? Guardami bene in viso!
- Mio pofero crande di Spagna, siamo presi, - disse mastro Arnoldo, rivolgendosi
al ferito. - Gettate fuori tutto o perdere tutta la pelle, amico.
Il ferito masticò a mezza voce una bestemmia, poi, rivolgendosi risolutamente
verso Buttafuoco, gli chiese:
- Che cosa volete sapere, voi?
- Voglio sapere, mio caro ladro di signorine, dove avete condotto la señorita
che siete andato a prendere a nome mio, capite bene, alla posada del Rio Verde,
- rispose il bucaniere piccato dall'insolenza del prigioniero.
- E quando vi avrò detto che l'ho condotta dal marchese di Montelimar, il quale
vantava su di lei dei diritti, avendola allevata, che cosa vorreste concludere?
- Che tu sei il piú grande furfante che io abbia incontrato fino ad oggi, e che
io sono un uomo da non lasciarmi intimorire da te, spavaldo.
- Volete ammazzarmi? Fatelo pure!
- La morte talvolta è troppo dolce, - rispose Buttafuoco, con voce minacciosa.
- Qui siamo isolati e potrei farti subire tali tormenti, da rimpiangere il
giorno che sei nato.
"Sai già di che cosa sono capaci i bucanieri ed i filibustieri, e noi
tutti apparteniamo ai terribili Fratelli della Costa, che tanto male hanno fatto
ai tuoi compatrioti al di qua e al di là dell'istmo.
"Se vuoi provare la nostra ferocia, noi siamo pronti."
Il ferito, udendo quelle parole, aveva provato un sussulto ed era diventato
livido. Solamente il nome dei filibustieri provocava su tutti gli spagnuoli per
quanto coraggiosi fossero, un disastroso scoraggiamento.
- Mi hai capito? - chiese Buttafuoco, dopo qualche istante di silenzio.
- Sí, señor, - rispose il prigioniero, con meno superbia.
- Allora risponderai alle domande che ti farò. Chi ti ha dato il mio nome?
- Il marchese di Montelimar.
- Da chi aveva saputo che io ero giunto a Panama colla contessina di
Ventimiglia?
- Questo potreste domandarlo a Stiffel.
- Ah!... Io non so nulla affatto, - si affretto a dire il fiammingo.
- Il silenzio è d'oro, - sentenziò gravemente Mendoza.
- Compare Pfiffero è prudente, - aggiunse don Barrejo.
Il fiammingo approvò con un grazioso sorriso che aveva però molta ironia
insieme.
- Voi, bricconi, non direte mai nulla, o per lo meno direte soltanto ciò che vi
potremo strappare dalle labbra, - disse Buttafuoco. - Non giuocate a
scarica-barile, perché la pazienza non è mai stata il forte dei bucanieri.
- Lo sappiamo, - disse il fiammingo.
- Allora parlate, prima di farvi gettare in mare dopo d'avervi arrostite le
piante dei piedi.
- Aramejo, siamo presi, - ripeté il Pfiffero. - Canta!... Canta!...
Il preteso figlio del Grande di Spagna assunse un'aria da bravaccio, non ostante
la sua ferita che gli doveva dare non pochi dolori, poi, dopo essersi alzati i
baffi, chiese:
- Ebbene, che cosa volete sapere ancora da me? Non ve l'ho già detto che la
señorita l'ho condotta dal marchese di Montelimar? Mi pare che basti.
- E dove? - chiese Buttafuoco.
- Diavolo!... Nel suo palazzo!...
- A quale scopo?
- Ah!... Io non posso conoscere i segreti del mio padrone, - rispose Aramejo. -
Mi si danno degli ordini ed io obbedisco senza discuterli.
"Potrà saperne di piú il mio compagno."
- Verrà la sua volta. Dammi ora un'altra spiegazione.
- Non ne ho altre.
- Perché ci hai provocati ed assaliti presso la posada del Rio Verde?
- Perché avevo ricevuto l'ordine di tentare di stoccarvi.
- Ci conoscevi dunque?
- Vi avevo seguiti dopo la vostra uscita dalla taverna d'El Moro - rispose lo
spadaccino.
- E tu ti credevi tanto forte da spedirci all'altro mondo, senza lasciarci il
tempo di farci firmare il passaporto da compare Belzebú? - disse Mendoza.
- Speravo e, come avete veduto, mi sono ingannato, perché mi sono presa una
magnifica stoccata che per un pelo non ha mandato invece me all'altro mondo.
- Passiamo ad interrogare messer Pfiffero, - disse il guascone. - Quell'uomo lí
deve sapere qualche cosa di piú di questo imprudente bravaccio.
Il fiammingo sorrise ironicamente, senza darsi la cura di dissimularlo.
Il terribile guascone, che lo teneva d'occhio, scoppiò come una granata.
- Ehi, compare Pfiffero! - gridò. - Non ridete sotto i baffi in presenza
nostra, corpo di tutti i tuoni della Francia e della Spagna!... Se credete di
preparavi a prenderci a gabbo, vi dico subito che il vostro giuoco potrebbe
finire malissimo.
"Rios, accendi il fuoco e scalda un pentolone d'acqua e bada che sia ben
calda. Giacché questo Pfiffero m'ha bevuto, senza pagare una piastra, Xeres,
Alicante e aguardiente finissimo, se non parlerà chiaro, gli faremo ora
trangugiare una bottiglia piena d'acqua bollente e gli cucineremo
gl'intestini."
- Misericordia!... - mormorò Mendoza, frenando a stento uno scoppio di risa. -
Questo don Barrejo è diventato piú feroce d'un cannibale!...
- Va', Rios! - comandò il guascone, con un gesto tragico. - Ed ora, signor
Buttafuoco, interrogate pure.
"Lo sorveglio io questo Pfiffero, e guai se s'imbroglia."
Il viso del fiammingo era diventato oscuro. Gettò su Buttafuoco una sguardo
inquieto, chiedendogli con voce tremolante:
- Che cos'è dunque che si vuol sapere ora da me? Io non ho avuto alcuna parte
nel rapimento della señorita.
"Prendetevela con Aramejo."
- Tu devi saperla piú lunga del tuo compagno, - disse Buttafuoco, - e spero
strapparti delle informazioni che ci saranno preziosissime.
"Il marchese di Montelimar era stato avvertito del nostro arrivo a
Panama?"
- Sí, - rispose il fiammingo, terrorizzato dagli occhi terribili del guascone
fissi su di lui.
- E come?
- Voi non avevate un compagno?
- Sí, un uomo che era stato molti anni ai servigi del Gran Cacico del Darien, e
che ci lasciò prima di sbarcare sul continente.
- Per andare dove? - chiese il fiammingo, un po' ironicamente.
- Per recarsi al Darien ad avvertire quelle tribú dell'imminente arrivo della
señorita.
- O per venire invece di nascosto a Panama per tradirvi?
- Che cosa dici tu? - chiesero, ad una voce, Buttafuoco e Mendoza, colpiti in
pieno petto da quell'inattesa rivelazione.
- La verità, - rispose mastro Arnoldo, con voce grave. - Quell'uomo doveva aver
saputo che il marchese di Montelimar da anni mirava ad impadronirsi del tesoro
del Gran Cacico e vi ha traditi, dietro la promessa di avere un terzo del
tesoro.
- Ah!... Cane dannato!... - esclamò Mendoza, furibondo. - Ed io l'avevo creduto
un onesto bucaniere!... Ora comprendo tutto.
- Ed io comprendo che l'eredità del Cacico è in pericolo, - aggiunse don
Barrejo. - Ah!... Quel Montelimar sa condurre a meraviglia i suoi affari!
- Non mi aspettavo un colpo simile, - disse Buttafuoco, Il quale pareva
scombussolato, - e non avrei mai supposto che un vecchio bucaniere fosse capace
di compiere un simile tradimento. È vero che la canaglia abbonda fra le nostre
file!...
- Che cosa faremo ora, signor Buttafuoco? - chiese il basco.
- Non perdiamo la testa per cosí poco, - rispose il bucaniere. - Quell'uomo
può essere pericolosissimo, però io credo che non sia ancora giunto al Darien.
E poi, senza la contessina di Ventimiglia non si potrà far nulla da parte di
chicchessia.
- L'ha in mano il marchese, signor Buttafuoco, - disse il guascone.
- Non sono però ancora partiti.
- Chi lo sa?
- Oh!... Signor Arnoldo, - disse Buttafuoco, con feroce cipiglio, - avete da
narrarci delle altre cose molto interessanti. Don Barrejo, tenete pronta qualche
bottiglia d'acqua bollente.
- Ve ne sono dieci in cucina, - rispose il guascone. - Rios non perde il suo
tempo.
- Allora a noi due, messer Arnoldo.
Il disgraziato fiammingo era diventato terreo, mentre invece il suo compagno
sogghignava sotto i baffi.
- In che cosa posso esservi ancora utile? - balbettò.
- Il marchese quando partirà pel Darien? Voi dovete saperlo.
- Appena le truppe spagnuole si saranno ammassate in buon numero attraverso
l'istmo, - rispose il fiammingo. - Il Darien deve finire la sua indipendenza.
- E la contessina?
- So che il signor marchese ha dato gli ordini opportuni perché un galeone la
trasporti, fra qualche settimana, alla baia di David, per risparmiarle un lungo
e faticoso viaggio in terra.
- Il nome di quel galeone? Tu devi certamente saperlo, se sei dentro gli affari
del tuo padrone.
- Il San Juan.
- È giunto già in porto?
- Non ancora; si aspetta dal Perú con un carico di verghe d'oro.
- Buonissime per i filibustieri di Raveneau, - borbottò Mendoza. - Ah!... Se
potessero metterci sopra le mani, che magnifico colpetto! Terremo nota di questo
affare.
- Don Barrejo, - disse Buttafuoco, - tenete a mente il nome di quel galeone.
- Me lo pianto nel cervello con un chiodo lungo quanto la mia draghinassa, -
rispose il guascone.
- Ora lasciamo in pace questi uomini, pel momento, - riprese il bucaniere. - Ne
sappiamo piú di quanto speravo.
"Venite, amici."
Si erano radunati in cucina, dove il bravo Rios, credendo in buona fede che il
suo terribile cognato volesse cucinare le budella dei due prigionieri, si
affannava a soffiare sul fuoco per far bollire un pentolone monumentale pieno
d'acqua.
- Il Consiglio di guerra apre l'udienza, - disse don Barrejo, con quel suo fare
fra il comico ed il serio. - Il signor Buttafuoco, nominato ad unanimità
presidente, ha la parola.
- Sarò breve, - rispose il bucaniere. - Qui si tratta di non perdere tempo e di
raggiungere a Taroga Raveneau de Lussan ed i suoi filibustieri, per arrestare la
nave che dovrà portare la contessina di Ventimiglia alla baia di David.
"Senza la señorita noi non potremmo fare assolutamente nulla e tanto
varrebbe allora rinunciare alla spedizione."
- Noi siamo tutti pronti a partire, - disse Mendoza. - Verrai anche tu, è vero,
don Barrejo?
- Dove ci sono da menare colpi di draghinassa accorro sempre, - rispose il
terribile guascone.
- E Panchita?
- Mi aspetterà sotto la sorveglianza di mio cognato Rios.
"Sono o non sono padrone della mia libertà, io, tonnerre!..."
- Bisognerebbe però trovare il modo di avvertire la señorita, - disse
Buttafuoco.
- Oh!... Me ne incarico io, - disse don Barrejo.
- Cosí presto? - chiese Mendoza.
- Tu sai, basco, che io ho una fantasia fervidissima.
- Bada di non farti prendere.
- Colle mie gambe!... Sfido tutte quelle degli armigeri del marchese. Lasciate
fare a me e vi garantisco che prima di questa sera la contessina avrà nostre
notizie e che noi avremo anche le sua.
"Signor Buttafuoco, volete prepararmi qualche bigliettino? Ho una matita a
vostra disposizione."
- Ed io non manco di carta, - rispose il bucaniere. - Mi aspetto però da voi un
vero colpo di testa, degno di un guascone.
- Quando ci va di mezzo l'onore della grande Guascogna si possono affrontare
mille pericoli e compiere mille miracoli.
- Noi intanto ci occuperemo per noleggiare qualche caravella per raggiungere i
filibustieri di Taroga. Tu, Wandoe, conosci molti marinai.
- L'affare non sarà difficile, - rispose il padrone della posada, - non so
però come farete a lasciare il porto. Gli spagnuoli sono diventati
eccessivamente curiosi, dopo che Raveneau de Lussan li guarda dal Pacifico, e
nessun veliero può uscire senza uno speciale permesso od un'alta
raccomandazione.
- Tonnerre!... - esclamò il guascone. - Non abbiamo forse con noi il Pfiffero
ed il figlio del grande di Spagna? Avranno delle carte, suppongo, che
accorderanno loro ampia libertà di agire in nome del marchese di Montelimar.
"Assoldiamo quelle due canaglie promettendo loro una parte dell'eredità
del Grande Cacico del Darien. Piú tardi penseremo noi a gettarli in bocca ai
pesci-cani del Pacifico."
- Decisamente questo guascone è diventato un antropofago, - disse Mendoza. - Ed
io che avevo creduto che dopo il suo matrimonio fosse diventato uno zuccherino
candito!
- Approvate le mie idee? - chiese don Barrejo, il quale non aveva fatto
attenzione alle parole del basco.
- Pienamente, - rispose Buttafuoco, il quale aveva scritto rapidamente alcune
righe su un pezzo di carta strappato da un libriccino. - Contiamo di lasciare
Panama questa sera: pensateci voi a cavarvela come meglio potrete.
- Ed io vi prometto di darvi una prova di quanto sanno fare i guasconi, quando
vogliono, - rispose don Barrejo. - Rios, attaccati al carretto e riconduci la
botte alla taverna.
"Ora è giorno e non avremo piú da fare con degli ubriachi insolenti.
Amici, a questa sera, prima del tramonto."
Si gettò sopra la corazza il mantellone di panno oscuro, si fissò bene al
fianco la draghinassa, e lasciò la catapecchia, insieme al robusto castigliano,
il quale non si era dimenticato di armarsi del suo formidabile randello. Il
meraviglioso porto di Panama, il piú bello ed il piú ampio che gli spagnuoli
possedessero nell'America centrale, e centro d'un attivissimo commercio col
Messico, col Perú e col Chilí, i quali inviavano al Presidente dell'Udienza
Reale i loro galeoni carichi di verghe d'oro, era tutto in movimento.
I velieri, sempre numerosissimi, non ostante la vicinanza dei filibustieri,
spiegavano le loro ampie vele per asciugarle al sole o per prendere il largo,
mentre sulle comode calate, turbe di meticci e d'indiani s'affaccendavano
intorno a vere montagne di merci pronte ad essere imbarcate pei porti del Perú.
Sull'avamporto, due grosse fregate, armate di una quarantina di cannoni
ciascuna, bordeggiavano, facendo di quando in quando, delle punte al largo, per
prevenire una qualche non improbabile sorpresa da parte dei filibustieri
annidati solidamente a Taroga, ma sempre pronti a piombare sui velieri isolati
ed espugnarli colla loro solita bravura.
La filibusteria, che tanti mali aveva recato agli spagnuoli, si spengeva
lentamente, però i suoi ultimi campioni non valevano meno di Montbars, di
Pietro l'Olandese, di terribile fama, di Wan Horn, di Laurent e di Morgan, che
per circa un secolo avevano fatto tremare e piangere l'orgogliosa Spagna.
Rios ed il guascone, dopo essersi aperto un varco fra la folla dei mercanti e
degli armatori che affluiva verso il porto, risalirono verso il centro della
città, dove sorgevano i piú grandiosi palazzi dei signori di Panama, fra cui
quello del marchese di Montelimar, che don Barrejo conosceva benissimo.
Giunti a questo punto si separarono.
- Dirai a tua sorella che questa sera ci rivedremo e che si prepari per un po'
di tempo a non vedermi piú, - aveva detto il guascone. - Bisogna curarli i
propri affari, tonnerre!...
- Va bene - aveva risposto semplicemente il robusto castigliano, e se n'era
andato col suo carretto e colla sua botte monumentale, la quale non mancava, per
la sua mole, di attirare gli sguardi di tutti i passanti.
Don Barrejo percorse diverse vie, finché sbucò su una vasta piazza,
fiancheggiata da bellissimi palazzi.
Da tutte le porte uscivano, in gran numero, cuochi, domestici, garzoni, e delle
belle meticce per fare le spese mattutine.
Don Barrejo si rialzò i baffi un po' grigiastri, si mise il feltro piumato
sulle ventiquattro, aprí il mantellone per mettere ben in vista la sua corazza,
diventata press'a poco lucente, e l'impugnatura della sua formidabile
draghinassa, e si mise a passeggiare, con sussiego, dinanzi ad un palazzone sul
cui frontone campeggiava lo stemma dei marchesi di Montelimar, formato da un
monte verde come un ramarro, sorgente da un mare bluastro su fondo dorato.
- Aspettiamo qualche gallinella, - disse. - Tonnerre!... Sono ancora un
bell'uomo!... Se ho guadagnato il cuore della piú splendida taverniera di
Panama, potrò fare ancora una breccia nel cuore di qualche cuoca o di qualche
servetta.
Passeggiava da un quarto d'ora dinanzi al palazzo, sbirciando un po'
insolentemente gli alabardieri che vegliavano dinanzi alla grandiosa gradinata
di marmo, quando vide uscire, agile come un uccello, una bellissima mulatta,
dagli occhi ardenti ed i capelli crespi e nerissimi, portando infilato in un
braccio nudo e rotondo un grosso paniere.
- Ecco l'affar mio, - disse il guascone. - Ora pesco il mio pesciolino.
Capitolo VII
SULL'OCEANO PACIFICO
DON BARREJO ai suoi tempi, malgrado le sue lunghissime gambe, era stato,
nella sua qualità di armigero, un gran conquistatore di donne, quindi non
disperava affatto di condurre a buon porto i suoi disegni.
Adocchiata la bella mulatta, allungò il passo ed in pochi momenti le fu alle
spalle, dicendole:
- Eh!... Eh!... Dove correte, mia bella?
La mulatta si voltò, guardò il guascone, poi, come affascinata dall'aria
marziale di lui o dallo splendore della corazza, gli rispose:
- Al mercato, caballero.
- Chiamatemi conte, perché mio padre è un grande di Spagna.
- Sí, signor conte.
- Sei ai servigi del marchese di Montelimar? - le chiese don Barrejo,
mettendosele a fianco.
- Sí, signor conte.
- Posso offrirti qualche cosa? La mattina è fresca, e un buon bicchiere di
mezcal non farà male né a me, né a te.
- Oh!... Signor conte!... - esclamò la mulatta.
- Insieme ad un gruzzolo di piastre luccicanti, - proseguí il furbo guascone.
- Che cosa volete da me, signor conte? - chiese la mulatta, stupita di trovarsi
a fianco d'un cosí grande gentiluomo.
- Signor conte, - disse poi, - io non sono che una povera serva mulatta, che non
ha mai avvicinato persone di cosí alto grado.
- Ebbene sono io che ti avvicino a me, - rispose don Barrejo, posando fieramente
la sinistra sull'impugnatura della draghinassa, perché gli era parso che
qualche passante lo avesse guardato sorridendo ironicamente. - Pelli bianche dal
sangue azzurro o pelli dorate dal sangue multicolore, per me fanno lo stesso,
perché nelle mie vene non ho una goccia di sangue castigliano.
"Come ti chiami?"
- Carmencita.
- Bel nome, tonnerre!...
Passavano in quel momento dinanzi ad un negozio mezzo albergo e mezzo
bottiglieria. Il guascone prese per una spalla la bella mulatta e, senza tanti
complimenti, la cacciò dentro, comandando un boccale di mezcal e delle focacce
dolci.
- Signor conte, - si provò a dire la cuciniera del marchese.
- Qui dentro chiamami semplicemente Diego, - rispose don Barrejo. - I figli dei
grandi di Spagna bisogna che qualche volta conservino l'incognito.
Prese il boccale colmo di quel vino dolciastro e piccante, ricavato dall'alcool,
empí le tazze, poi offrí galantemente alla mulatta i pasticcini inzuccherati.
- Odimi mia cara, - disse poi, abbassando la voce. - vuoi guadagnare dieci
piastre?
- Non ne prendo tante in un mese di lavoro, signor...
- Diego, ti ho detto. Allora ne aggiungeremo altre dieci cosí faranno venti.
Spero che saprai contare.
- Voi gettate i denari dalla finestra, signor... Diego.
- Che cosa sono venti piastre pel il figlio d'un grande di Spagna? Mio padre
deve possederne un numero sterminato che un giorno passeranno attraverso le mie
mani.
- Che cosa devo fare per guadagnare la somma che mi promettete, mio gentiluomo?
- chiese la mulatta, la quale, pur chiacchierando, sgretolava coi suoi magnifici
denti i pasticcini zuccherati, innaffiandoli con dei buoni bicchieri di mezcal.
- Rispondere semplicemente alle mie domande, - rispose il guascone.
- Allora potete interrogarmi anche fino a questa sera.
- Non voglio privare il marchese delle sue belle cuoche. Stammi bene attenta
ora, Carmencita.
- Parlate, signor Diego.
- Sai tu che sia stata condotta al palazzo, due giorni or sono, una bellissima
señorita che ha la pelle leggermente abbronzata?
- Sí, signor Diego. Sono io che le fornisco i pasti.
- Tonnerre!... Questo si chiama aver fortuna!... È ben guardata?
- Ha sempre due alabardieri dinanzi alla sua porta.
- Tu però puoi entrare liberamente quando vuoi?
- Sí, signor Diego.
- Vedi, mia cara Carmencita, io sono pazzamente innamorato di quella señorita e
anche lei mi vuole un gran bene, ma mio padre si è messo di mezzo e me l'ha
fatta portar via dal Marchese di Montelimar.
- Oh!...
- Non la vedi mai piangere il suo perduto amore?
- Veramente no, - rispose la mulatta.
- È orgogliosa la señorita, e non vorrà farsi vedere dinanzi agli altri.
- Sarà come dite voi, signor Diego.
- Ho da darti un incarico che costerà a me le venti piastre ed a te nessuna
fatica, - disse il guascone, levando da un tasca il biglietto datogli da
Buttafuoco. - Non hai da fare altro che consegnarglielo, senza che nessuno ti
veda.
- È una cosa semplicissima.
- La señorita ti darà un altro biglietto che tu mi porterai qui prima che il
sole tramonti. Ora eccoti le prime dieci piastre; le altre ad affare finito.
"Sei contenta, mia bella Carmencita?"
- Siete generoso, signor conte.
- Eh!... Come un conte, - rispose il guascone, sorridendo. - Suvvia, da' un
ultimo colpo di denti a questi pasticcini che fanno piú bene a te che a me, poi
vattene subito perché il marchese non sospetti qualche cosa.
- Non si occupa delle sue serve.
- Non si sa mai!
La bella mulatta diede fondo ai dolci, bevette qualche altro bicchiere di mezcal,
poi, dopo aver promesso di trovarsi all'appuntamento, se ne andò col suo gran
paniere infilato nel braccio.
- Tonnerre!... - mormorò il guascone, quando fu solo, stropicciandosi
allegramente le mani. - Anche fra le serve si trovano delle brave persone.
"Orsú, andiamo a passare la mia ultima giornata insieme a Panchita,
poiché domani noi non saremo piú certamente a Panama.
"Tonnerre!... Era tempo che don Barrejo si svegliasse dal suo lungo sonno
matrimoniale, e che riprendesse la sua vita di avventuriero.
"Non ero già nato per fare il cantiniere."
Gettò sul tavolo una piastra ed uscí senza attendere il cambio, fra gli
inchini dei garzoni, stupiti di tanta generosità. Già, si capisce, essi
ignoravano la storia dell'eredità del Gran Cacico del Darien sulla quale il
guascone contava di rifarsi ampiamente.
Soltanto verso il mezzodí don Barrejo fece la sua entrata nella sua taverna,
proprio nel momento in cui Panchita e Rios stavano per mettersi a tavola.
- Salute e buon appetito alla compagnia, - disse, sbarazzandosi del ferraiolo. -
Com'è che non vi è alcun bevitore, moglie?
- Ah!... Sei tu, finalmente!...
- Credevi che fossi un altro, moglie? Vanno male gli affari? La mia taverna è
diventata un deserto.
- Quella maledetta botte ha spaventato tutti, - rispose Panchita. - L'hanno
veduta uscire ieri sera e rientrare stamane e nel quartiere si sussurra che tu
alla notte vai ad affogar gli spettri che accalappi nella cantina.
Il guascone proruppe in una risata.
- Non mi ero mai creduto capace di tanto, - disse. - Vuoi un consiglio, Rios?
Va' a gettare in mare quella dannata botte che minaccia di diventare la nostra
rovina.
"Quando non la vedranno piú ritornare si persuaderanno che i satanelli, i
diavoletti, i fantasmi ed i folletti se ne sono andati e verranno ancora a bere
il buon Xeres d'El Moro.
"Orsú, facciamo il nostro ultimo pranzo in compagnia, moglie."
- Come, parti?
- Sono tre giorni che continuo a dirtelo. Siete un po' duri d'orecchio, voialtri
castigliani?
- E dove vai?
- Fra gl'indiani, a raccogliere l'eredità del Gran Cacico del Darien. Mia cara,
ritornerò con una montagna d'oro ed apriremo un magnifico albergo come non se
ne sono mai veduti in Panama.
- E se ti uccidono?
- Chi? Uccidere don Barrejo? I guasconi non si lasciano ammazzare come polli,
mia cara, ricordatelo. E poi quando ci sono con me Mendoza e Buttafuoco si può
star tranquilli.
"Scommetto che verrebbe volentieri con me anche Rios."
- Certo, se si trattasse di combattere solamente contro gli indiani, - rispose
l'ercole castigliano.
- Ah!... Questo non si sa, e perciò ti lascio a far la guardia a mia moglie.
Bevi, mangia ed intasca, senza contare, ché l'eredità del Cacico pagherà
tutto.
"Pranziamo e basta colle chiacchiere, per ora. Ho la lingua quasi
secca."
Pranzò allegramente, senza piú accennare alle sue future conquiste, occupò il
pomeriggio a rimettere in ordine la cantina insieme a Rios, poi verso il
tramonto prese le sue pistole e disse a Panchita che lo guardava con sorpresa:
- Addio, mogliettina: ritorno il guascone dei bei tempi.
- E quando rimarrai assente?
- Chi lo sa? Potrebbe dirtelo solamente l'anima del Gran Cacicco del Darien.
- E se tu non ritornassi piú?
- Ti rimariterai, - rispose semplicemente don Barrejo.
L'abbracciò affettuosamente, strinse la mano al cognato e se ne andò
tranquillamente, canticchiando fra i denti:
Las doncellas son de oro
Las casadas son de plata
Y las viudad son de cobre
Y las viejas de hora de lata.
(Le donzelle sono d'oro
Le donne maritate d'argento
Le vedove son di rame
E le vecchie di latta)
Affrettò il passo e giunse ben presto nella posada dove l'aspettava la
mulatta.
La giovane vi era di già e stava sgretolando altri pasticcini e bevendo
dell'altro mezcal, certo che il suo generoso amico non si sarebbe fatto pregare
per pagare il conto.
- Dunque, Carmencita? - chiese il guascone, abbracciandola.
- Tutto fatto, signor conte.
- Corpo di Giove Pluvio!... Tu sei una perla!... Il biglietto?
- Consegnato alla señorita.
- E non ti ha dato nulla per me?
- Un altro biglietto, - rispose la mulatta, levandosi dal corsetto di percallo
variegato un piccolo piego.
Il guascone l'afferrò, l'aprí, vi gettò sopra gli occhi, borbottò delle
parole incomprensibili, per non farsi credere un ignorante, poi se lo mise in
tasca, mormorando:
- Qui ci vogliono gli occhi di Buttafuoco o quelli del curato del mio villaggio,
se risplenderanno ancora, cosa di cui dubito assai, poiché il sant'uomo era
già vecchio ed anche in Guascogna purtroppo si prendono dei passaporti per
l'altro mondo.
Mise dinanzi alla mulatta le altre dieci piastre, vuotò un paio di bicchieri di
mezcal, pagò il conto e si alzò, dicendo:
- Noi ci rivedremo ancora, mia bella. Dirai alla señorita che tutto va bene.
"Addio, e non commettere imprudenze."
E, come aveva lasciato sua moglie, piantò in asso la mulatta e se ne andò
sempre canticchiando fra i denti:
Las doncellas son de oro...
Quando giunse al porto la notte era già calata ed il cannone aveva tuonato
per segnalare la sospensione delle partenze.
Trovò Buttafuoco e Mendoza in grandi faccende. Avevano fatto acquisto di
archibugi, di pistole e di munizioni e stavano impaccandole.
- Ecco la risposta della señorita, signor Buttafuoco, - disse il guascone,
piombando nella casetta come una bomba. - Come vedete, io ho mantenuta la mia
promessa.
- Comincio a sospettare che siate parente del diavolo, - rispose il bucaniere.
- Un po' piú, un po' meno tutti i guasconi sono imparentati con compare
Berlicche, - rispose don Barrejo. - È una cosa che si sa anche in Biscaglia, è
vero, Mendoza?
Buttafuoco aveva aperto rapidamente il biglietto della contessina di
Ventimiglia, e d'un colpo d'occhio l'aveva scorso.
- I nostri prigionieri hanno detto la verità, - disse. - Fra otto o dieci
giorni il marchese la farà imbarcare sul San Juan per condurla alla baia di
David insieme all'avanguardia della spedizione.
- Fulmini di Biscaglia!... - esclamò Mendoza. - Abbiamo appena il tempo di
raccogliere i filibustieri di Raveneau de Lussan.
- Non ci manca che d'imbarcarci poiché tutto è pronto, - rispose Buttafuoco. -
Domani mattina saremo ben lontani da Panama.
- Si parte? - esclamò il guascone.
- Wandoe insieme al fiammingo hanno noleggiato oggi una piccola caravella che si
dice dovrà trasportarci in California, mentre quando saremo in mare andremo
dove vorremo, se l'equipaggio non vorrà servire da colazione o da cena ai
pesci-cani.
- Quanti sono a bordo?
- In sei, compreso il capitano.
- Se faranno i prepotenti con quattro colpi di draghinassa pareggeremo il
numero, - disse il guascone. - Chi viene con noi?
- Il tuo amico Pfiffero e il figlio del grande di Spagna, - disse Mendoza. -
Ormai si sono decisi ad abbandonare il marchese di Montelimar e ad associarsi a
noi.
"Uno è fiammingo e l'altro portoghese, quindi potranno menare stoccate
sugli spagnuoli, se si presenterà l'occasione, senza che la loro coscienza
abbia nulla che dire."
- Sono già a bordo?
- Sí.
- Con Wandoe?
- Quello ha la sua posada, mio caro don Barrejo, e di avventure non ne vuole
piú sapere.
- Quello non è né un basco né un guascone, - rispose il taverniere, con
disprezzo. - Forse che io non ho lasciato mia moglie per correre attraverso il
mondo in cerca di gloria e di stoccate?
- Forse eri stanco della castigliana, - disse il basco, ridendo.
- Oh no!... - protestò il guascone. - Io amo la mia donna, ma preferisco le
avventure.
- Partiamo, - disse in quel momento Buttafuoco, il quale aveva terminato di fare
i suoi pacchi.
- Eh, signor mio, non avete pensato ad una cosa però!
- A quale, don Barrejo?
- Il cannone ha già tuonato e l'uscita dal porto è chiusa per tutti i velieri.
- Non per quelli però che portano a bordo un agente segreto del marchese di
Montelimar, - rispose Buttafuoco. - Abbiamo pensato a tutto noi, e questa notte
lasceremo Panama.
- Quand'è cosí possiamo cominciare la nostra vita avventurosa, - rispose don
Barrejo. - Sono sei anni che non mi ritrovo fra i filibustieri e che non provo
il mare.
- Allora prenditi degli aranci, amico, - disse Mendoza. - Sai che le onde
giuocano talvolta dei brutti scherzi allo stomaco.
- Il mio è di ferro, - rispose don Barrejo.
Presero i pacchi contenenti le armi e le munizioni, chiusero la porta e si
diressero verso la gettata, dinanzi alla quale ondeggiava agilmente una piccola
caravella di ottanta o cento tonnellate, colle due vele latine e le quadre del
trinchetto già sciolte.
Ricominciava a piovere, però l'oceano non muggiva piú rabbiosamente, ed una
fresca brezza soffiava dalla parte di terra.
Mastro Arnoldo fu il primo che ricevette i tre formidabili avventurieri con un
"pona sera" dolcissimo.
Un uomo barbuto e molto abbronzato, gli stava dietro: era il comandante.
- Tutto fatto, compare? - chiese Buttafuoco, al fiammingo.
- Fia libera per foi, - rispose il fiammingo. - Fanale ferde segnare permesso.
- Dov'è il tuo compagno?
- In una cabina: molto malato Aramejo.
- Se non guarirà, offriremo una colazione agli squali dell'oceano Pacifico, -
disse don Barrejo. - Il tuo amico, compare Pfiffero, non ha nemmeno una goccia
di sangue dei grandi di Spagna.
- Aho!... - fece il fiammingo, il quale credette opportuno di non aggiungere
nessun'altra parola.
I cinque marinai, tutti meticci della costa del Pacifico e che anche in quei
tempi godevano fama di essere bravi uomini di mare, salparono l'âncora, mentre
il capitano issava sulla cima del trinchetto un fanale a luce verde, ciò che
indicava che il veliero aveva libera uscita a suo rischio e pericolo.
Con un'abile manovra la caravella si staccò dalla banchina, sfilando tra una
moltitudine di navi disperse pel porto, e si diresse sollecitamente verso
l'uscita, spinta dalla brezza che soffiava abbastanza forte da terra.
Buttafuoco, Mendoza ed il guascone, dopo d'aver fatta una rapida visita alla
stiva, la quale era ingombra di botti che sembravano vuote e che perciò
potevano nascondere degli avventurieri del marchese, erano risaliti in coperta
radunandosi a prora.
- Avete notato nulla di sospetto, signor Buttafuoco? - chiese sotto voce, il
guascone. - Io non mi fido molto, sapete, di quel Pfiffero.
- Assolutamente nulla, - rispose il bucaniere.
- Allora siamo padroni noi.
- Ossia le nostre spade.
- Le quali, al momento opportuno, sapranno fare terribilmente il loro dovere.
- Prendiamo però le nostre precauzioni. Che uno di noi vegli sempre e faccia
scrupolosamente il suo quarto.
"Noi non ci troviamo certo fra buoni amici."
- E tu, Mendoza, che sei stato marinaio, - disse il guascone, - bada alla rotta
di questa carcassa. Invece di farci andare in California questi uomini sono
capaci si condurci al Perú o al Chilí.
- Tengo d'occhio la bussola, amico, - rispose il basco. - Al primo quarto che
fanno saltare agguanto il timoniere e lo getto in mare.
- Insieme al Pfiffero.
- Se sarà possibile manderò a bere anche lui, nel caso che tradisca la fede
giurata.
- Ha troppa paura di noi per tentare qualche cosa ai nostri danni, quantunque
abbia due occhi cosí azzurri che non mi persuadono affatto.
- Strage generale, - disse Buttafuoco, accendendo la sua pipa.
La caravella con poche bordate aveva raggiunta la bocca del porto, dinanzi a cui
incrociavano le due grosse fregate per impedire qualche sorpresa da parte dei
filibustieri che si aggiravano ancora sulle acque del Pacifico.
Al di fuori l'onda era un po' forte, nondimeno il piccolo veliero, quantunque
dovesse contare un bel numero d'anni e dovesse avere la colomba spezzata, si
comportava discretamente bene.
Il capitano, dopo un breve consulto coi suoi cinque marinai e dopo aver
interrogato a lungo l'orizzonte con un cannocchiale, aveva messo la prora a nord
ovest, per evitare le numerose scogliere che coprivano la costa.
- Tutto va bene per ora, - disse Mendoza, il quale aveva fatto una scappata a
poppa per accertarsi della rotta sulla bussola. - Domani costringeremo questi
uomini a filare su Taroga e se si opporranno daremo loro addosso.
- M'incarico io di tagliare la barba al capitano, - disse don Barrejo.
- Se volete andarvi a riposare rimango io di guardia.
- No, Mendoza, - rispose Buttafuoco. - I nostri quarti li cominceremo domani,
quando avremo la certezza che l'equipaggio ci tiene in conto di pacifici
passeggeri.
"Compare Arnoldo potrebbe aver soffiato qualche cosa negli orecchi del
capitano e non commetterò mai l'imprudenza di lasciare il ponte, almeno per
ora."
I suoi due compagni approvarono con un cenno del capo, e dopo di aver accese a
loro volta le pipe, ripresero il loro posto a prora.
Al largo mareggiava sempre forte l'ondata, tribolando non poco la corsa della
piccola caravella, però la notte era magnificamente stellata ed un quarto di
luna molto pallido brillava all'orizzonte specchiandosi nelle acque. I cinque
marinai ed il loro capitano, preoccupati forse dalla vicinanza dei terribili
scorridori del Pacifico, non lasciarono la coperta un solo momento, e compare
Arnoldo tenne loro compagnia.
Quando l'alba spuntò, le coste americane non erano piú visibili all'orizzonte.
La caravella, durante la notte, aveva derivato fortemente al largo in causa
forse di qualche corrente.
- Siamo già ben lontani, - disse Mendoza. - Se questa corsa continua fra un
paio di giorni poi potremmo giungere a Taroga.
"Mi pare però che l'amico barbuto non abbia l'intenzione di farci vedere i
nostri amici filibustieri."
Infatti i marinai, a un colpo di fischietto del capitano, avevano virato di
bordo, cercando di tornare almeno in vista della costa per gettarvisi sopra nel
caso che i filibustieri facessero la loro comparsa.
Non era però cosí che la intendevano i tre avventurieri, i quali non tardavano
a mettersi in tasca le pipe e ad affrontare il comandante.
- Che cosa fate? - gli chiese Buttafuoco, con un certo cipiglio poco
rassicurante.
- Cambio rotta, - rispose l'uomo barbuto. - Siamo troppo al largo ed io non ho
alcun desiderio di dare dentro a qualche nave corsara.
- Vi ordino di riprendere la rotta di prima e di non occuparvi dei filibustieri.
- Voi!... - esclamò il capitano, stupito.
- Io, - rispose tranquillamente Buttafuoco.
- E per andare dove?
- Vogliamo accertarci se a Taroga ci sono ancora, sí o no, quei bravi uomini.
- Io vi ho imbarcati per condurvi in California.
- Abbiamo ora cambiato pensiero.
- È forse vostra la caravella?
- L'abbiamo noleggiata per nostro conto e noi vogliamo andare dove ci piace.
- Eh!...Eh!...Comandate un po' troppo, signor mio, in casa mia!... - gridò il
capitano. - Se volete farvi ammazzare dai filibustieri, imbarcatevi sulla
scialuppa che la mia caravella rimorchia e andatevene al diavolo.
"In quanto a me ritorno alla costa il piú presto possibile."
- Non avendo però noi nessun desiderio di farci divorare dai pesci-cani, ed
avendo noleggiata la vostra caravella e non già la scialuppa, per la seconda
volta vi ordino di rimettere la prora a ponente poiché la nostra rotta è
quella.
"In California ci andrete piú tardi."
- E basta, messer barbuto, - aggiunse il guascone, battendo la mano sulla sua
draghinassa. - O obbedire o provare il filo dei nostri gingilli; e tagliano,
sapete.
Il capitano era diventato livido.
- Chi siete dunque, voi? - chiese balbettando.
- Non vi occupate di sapere chi siamo e che cosa intendiamo di fare, - rispose
Buttafuoco. - Vi dico solo dai filibustieri non avrete nulla da temere, finché
noi saremo a bordo della vostra caravella.
Il capitano stava per ribattere la parola, quando mastro Arnoldo, il quale aveva
assistito impassibile a quella disputa che minacciava di farsi grave, poiché i
meticci non sembravano disposti a lasciar solo il loro capo, intervenne.
- Obbedite a questi signori, - disse. - Ordine del marchese di Montelimar.
"Io rispondo di tutto."
- Quand'è cosí, si vada allora verso l'inferno. Vedremo se il signor marchese
sarà là a proteggerci quando i filibustieri monteranno all'abbordaggio.
- Basta cosí, - disse Arnoldo.
- Ehi, compare Pfiffero, potevi intervenire un po' prima e risparmiarci un sacco
di chiacchiere inutili, - disse il guascone.
Il fiammingo alzò le spalle senza rispondere e riprese il suo posto dietro
l'abitacolo di poppa.
Il capitano, dopo essersi consigliato coi suoi uomini, i quali cominciarono a
guardare in cagnesco i tre avventurieri, senza però osare di manifestare
apertamente il loro malumore, fece rimettere la prora verso ponente.
Nessun pericolo pareva d'altronde che minacciasse la caravella, poiché l'oceano
appariva assolutamente deserto. Solamente degli uccellacci marini e dei branchi
di pesci-volanti lo percorrevano, e quelli non potevano dare certamente noia ai
naviganti.
Il vento però era diventato cosí debole coll'alzarsi del sole che la caravella
non riusciva a guadagnare piú di un paio di nodi all'ora. C'era però del
malvolere anche da parte dei marinai i quali lasciavano troppo le scotte.
A mezzodí i tre avventurieri, che si consideravano ormai come i padroni della
navicella, reclamarono imperiosamente la colazione e anche abbondante,
dichiarando di avere un appetito da pesci-cani.
Il capitano ed i marinai, i quali incominciarono ad aver paura di quei tre
spavaldi che già supponevano dei filibustieri, si guardarono dal negarla.
Durante la giornata la caravella continuò a navigare pesantemente verso
ponente, guadagnando appena una ventina di miglia, però appena il sole
scomparve, la brezza si rialzò piú viva accelerando la corsa della carcassa.
I tre avventurieri si digerirono tranquillamente anche la cena, poi Buttafuoco
ed il guascone si ritirarono nella cabina loro assegnata, mentre il basco
montava il suo quarto di guardia con un paio di pistoloni alla cintura e la sua
fida spada che tante meraviglie aveva compito sotto il figlio del Corsaro Rosso.
Capitolo VIII
IL TRADIMENTO
LA NOTTE non accennava di essere cosí limpida e cosí tranquilla come quella
precedente.
Era scesa sull'oceano una nuvolaglia piuttosto fitta, la quale, subito dopo il
tramonto del sole, si era dispersa pel cielo oscurando gli astri e coprendo il
quarto di luna.
Ma pel momento nessun indizio vi era che avesse a scoppiare qualche tempesta.
Mendoza, accesa la sua pipa, si era seduto dietro l'abitacolo, nel posto
occupato durante il giorno dal fiammingo, e che gli permetteva di sorvegliare
attentamente la bussola.
Temeva che i marinai approfittassero di quell'oscurità per fare rotta falsa e
ritornare verso la costa americana e forse non aveva torto di sospettare,
poiché si era già accorto che i due uomini rimasti a guardia della velatura,
avevano già piú volte tentato un colpo di sorpresa per virare di bordo.
Erano trascorse un paio d'ore senza che il basco, il quale raddoppiava la sua
vigilanza, avesse notato nulla di straordinario, quando guardando verso prora,
gli apparve di scorgere il fiammingo in segreto colloquio col capitano che da
poco era salito in coperta.
Sospettoso per carattere, il basco intuí subito che qualche cosa si doveva
combinare fra quei due, e se ne convinse sempre piú quando li vide sparire
entro il boccaporto di prora.
- Amico Mendoza, apri quattro invece di due occhi, - si disse. - Qui gatta ci
cova.
Si alzò, vuotò la pipa, diede un ultimo sguardo all'oceano, poi disse forte:
- Buona notte, timoniere: vado anch'io ad allungare un po' le gambe.
Poi si lasciò cader giú dal boccaporto di poppa, ma invece di entrare nel
quadro dove russavano il guascone, Buttafuoco ed il preteso figlio del grande di
Spagna, aprí silenziosamente la porta che comunicava colla stiva, la quale,
come abbiamo detto, era ingombra di botti vuote.
Fu subito colpito dalla luce proiettata da una lanterna la quale si avanzava
lentamente seguendo la corsia di babordo.
- Che cosa si viene a fare qui a quest'ora? - si chiese con inquietudine.
Si gettò verso la corsia opposta confondendosi fra le botti, e scorse ben
presto le due persone che seguivano la lanterna: erano il capitano ed il
fiammingo.
- Che abbiano nascosto qui qualche caratello di vino e che vengano a berselo
senza invitarci? - mormorò il basco. - Simili bricconate noi non le
permetteremo, e se c'è da bere si berrà in compagnia.
Si rannicchiò in un angolo oscuro e stette ad osservare.
I due uomini si avanzarono fino quasi verso il centro della stiva, poi
sollevarono due grossi botti gettandole sopra le vicine e si cacciarono dentro
il vano rimasto.
- È qui, - disse il capitano, la cui voce giungeva distintamente fino a Mendoza,
data la sonorità della stiva.
- Molta polfere? - aveva chiesto subito mastro Arnoldo.
- Cinquanta libbre.
- Basteranno?
- Non rimarrà intatta una tavola.
- E nemmeno uno di quei pirpanti?
- Spero di no.
- Afete la miccia?
- È già a posto.
- Quanto durare?
- Dieci minuti almeno.
- Afremo tempo di scappare colla scialuppa?
- Non avremo che da ritirare la fune poiché è sempre a rimorchio della
caravella. Vi ho fatto mettere già dentro dei viveri e dei remi.
- Date fuoco.
Mendoza ne sapeva piú del bisogno. Spaventato, colla fronte madida di freddo
sudore, retrocesse sollecitamente verso il quadro e si precipitò dentro la
cabina occupata dal guascone e da Buttafuoco.
- Su, su, in piedi subito, senza perdere un istante, - disse, scuotendoli
vigorosamente.
- Ci si abborda? - chiese il guascone, balzando lestamente giú dal lettuccio.
- Seguitemi senza far rumore e non mi chiedete spiegazioni, - rispose Mendoza. -
Venite, signor Buttafuoco, se vi preme la pelle.
A poppa, come in tutte le caravelle e anche nei galeoni, s'apriva un ampio
sabordo, il quale serviva anche talvolta a piazzarvi della piccola artiglieria.
Mendoza spinse i suoi amici verso quello, poi disse:
- Calatevi in mare senza esitare.
Buttafuoco ed il guascone, impressionati dalla voce alterata del basco, non
chiesero nessuna spiegazione. Si assicurarono le spade, scavalcarono il sabordo
e si lasciarono cadere in mezzo alla scia spumeggiante.
Un secondo dopo anche Mendoza era in acqua.
In quel momento la scialuppa, la quale seguiva la caravella attaccata con una
funicella d'una trentina di metri, giungeva.
Mendoza e don Barrejo l'abbordarono da una parte e Buttafuoco, che era piú alto
e piú pesante, dall'altra parte, poi non senza sforzo vi si issarono.
- Taglia la fune!... - comandò il basco, volgendosi a don Barrejo.
Il guascone, comprendendo che stava per accadere qualche cosa di terribile,
obbedí subito.
- Ai remi ora!...Arrancate forte se vi preme salvarvi!...
La scialuppa si mise in corsa in senso inverso della rotta tenuta dalla
caravella. Aveva appena percorsi cinquanta o sessanta metri, quando un urlo
echeggiò sul piccolo veliero.
- Maledizione!... La scialuppa è scomparsa!... Siamo perduti!...
Si udirono delle urla, delle bestemmie, poi un gran lampo squarciò l'oscurità,
seguito da un rombo formidabile e da una tempesta di rottami.
La caravella era saltata in aria col suo disgraziato equipaggio, con compare
Pfiffero ed il pretesto figlio del grande di Spagna.
Per alcuni istanti sopra il gorgo aperto dallo scafo sventrato dall'esplosione,
si distese una nuvolaglia di fumo rossastro, poi la brezza notturna lo disperse.
- Amici, - disse Mendoza, con voce commossa, asciugandosi il sudore che gli
copriva la fronte, malgrado il bagno, - ringraziate Iddio, se siete ancora
cristiani, poiché a lui solo dovete la vostra salvezza.
- Io mi domando ancora che cosa sia successo, - disse don Barrejo, il quale
pareva istupidito. - Che cos'è che è saltato?
- La caravella, e se tardavamo due o tre minuti saltavamo anche noi.
- Aveva preso fuoco? - chiese il bucaniere, il quale non riusciva ancora a
raccapezzarsi di quel terribile colpo di scena.
- Cioè, avevano dato fuoco ad un barile di cinquanta libbre di polvere per
mandare noi in aria, - rispose il basco. - Per una fortunata combinazione me ne
sono accorto a tempo e la scialuppa, che doveva servire a loro, è rimasta
invece nelle nostri mani.
- Avevano giurata la nostra perdita?
- Il capitano insieme a compare Pfiffero e probabilmente d'accordo coll'equipaggio,
- rispose Mendoza.
- Amici, - disse Buttafuoco, - ritorniamo laggiú. Vi può essere qualche uomo
da raccogliere.
- Lasciate che i pesci-cani se lo mangino, - disse il feroce guascone.
- No, - rispose Buttafuoco, afferrando un remo. - Queste inumanità non le
permetterò mai.
"Sono stati abbastanza puniti del loro infame tradimento."
- È giusto, - disse Mendoza.
Presero i remi e si diressero rapidamente verso il luogo ove era scomparsa la
caravella, sormontando, non senza difficoltà, l'onda prodotta dal gorgo che
stava distendendosi all'intorno con un orribile rumoreggiare.
Lo scafo, aperto dall'esplosione, era affondato. Alla superficie rimanevano
invece moltissimi rottami: pezzi d'alberi, pennoni che reggevano ancora le loro
vele latine distese sull'acqua, casse, botti, pezzi di murata ed avanzi del
quadro e del castello di prora.
L'esplosione doveva essere stata formidabile, poiché non vi era nessun attrezzo
intero.
La scialuppa passò in mezzo ai rottami, soffermandosi qua e là con la speranza
di raccogliere ancora qualche superstite.
Nessun essere vivente galleggiava. Scorsero invece un troncone umano
appartenente ad un meticcio, il quale si teneva ancora col le braccia
disperatamente aggrappato ad un'antenna. Il disgraziato era stato tagliato a
metà e non aspettava che un pescecane per perdere anche quanto rimaneva del suo
corpo.
- Sono scomparsi tutti, - disse il guascone. - Anche compare Pfiffero,
quantunque io in fondo fossi convinto che avesse qualche legame di parentela con
messer Berlicche, se n'è andato in un mondo migliore.
- Era però il piú colpevole, poiché deve essere stato lui a preparare il
tradimento che doveva mandarci a cercare il tesoro del Gran Cacico nel regno
delle tenebre eterne.
- Qui non vi è piú da far nulla, - disse Buttafuoco. - Non ci rimane che di
puntare su Taroga, se potremo giungervi.
- E perché no, signore? - chiese il basco. - La scialuppa è solida, abbiamo
dei viveri e nulla dobbiamo temere da parte dei nostri amici filibustieri.
- Siamo lontani ancora? - chiese il guascone.
- Non vi potremo giungere prima di quarant'otto ore, - rispose Mendoza. -
Dobbiamo contare solamente sui remi ed avremo da faticare un poco a compiere la
traversata.
"Fortunatamente il tempo finora si mantiene buono."
- Guarda che cosa hanno messo qui dietro i marinai della caravella, - disse
Buttafuoco.
- Vedo dei pacchi ed un barile.
Mendoza ed il guascone fecero rapidamente l'inventario di quanto era stato
imbarcato, e constatarono che il capitano barbuto aveva fatto le cose per bene,
poiché il barile era pieno d'acqua, una cassa era colma di biscotti ed i pacchi
contenevano dei formaggi e dei prosciutti salati. Non vi era certamente
l'abbondanza, ma non vi era nemmeno il pericolo di morire di fame, poiché le
provviste erano state fatte per sette uomini, mentre gli avventurieri non erano
che tre.
- Orsú, non possiamo lagnarci, - disse Mendoza. - Quei poveri diavoli avevano
certamente contato di riguadagnare la costa americana in un paio di giorni.
"Noi avremo provviste sufficienti per una settimana, anche senza metterci a
razione. Si parte?"
- Partiamo, - disse Buttafuoco sedendosi a poppa.
Il guascone si mise a mezza barca, il basco si sedette sulla panca di prora e la
scialuppa abbandonò lentamente quel tratto di mare cosparso di rottami,
dirigendosi verso ponente.
Fra i viveri il basco aveva trovato, ben avvolta in uno straccio, una bussola, e
se l'era subito appropriata per mantenere la direzione, almeno approssimativa.
Per tre o quattro ore la scialuppa si avanzò sotto i colpi vigorosi del
guascone e del basco, sormontando abbastanza facilmente le ondate che di quando
in quando giungevano dal largo; poi i due uomini dovettero cedere.
- Preferisco dare dei colpi di draghinassa, - disse il guascone, sbarazzandosi
della giubba ed anche del giustacuore.
- Ed io colpi di spada, - disse il basco. - Sono diventato un pessimo marinaio.
- T'inganni, compare: sei solamente invecchiato.
- Vorrei però che tu ti gettassi davanti alla mia spada.
- Tonnerre!... La draghinassa d'un guascone non attraverserà mai il mare di
Biscaglia per ferire i fratelli piú o meno prossimi, - disse con voce grave.
- O per non prenderle? - disse il basco, scherzando.
- I guasconi cadono sul campo dell'onore, senza prenderle.
- Sicché nemmeno quando sono stati accoppati non le hanno toccate secche, -
disse Buttafuoco.
- No, signore, perché quando un uomo è morto non confesserà mai di essersi
fatto ammazzare da un altro spadaccino piú abile di lui.
"Almeno cosí si pensa nella grande Guascogna."
- Un paese che non vale nemmeno la Biscaglia e che è solamente un piccolo
dipartimento francese!
- Che cosa importa il paese se siamo grandi noi? E poi, vedi, mio caro basco...
Un urto violentissimo, che fece cappeggiare la scialuppa da babordo a tribordo,
fino quasi ad imbarcare dell'acqua, lo interruppe.
- Abbiamo urtato? - disse Buttafuoco, balzando in piedi.
- E contro chi, signore? - chiese il basco. - Non vi sono scoglietti da queste
parti.
- Contro qualche rottame della caravella, amico Mendoza.
- Eh, siamo ben lontani.
Un altro urto avvenne in quel momento, e fu cosí improvviso, da mandare a gambe
levate il guascone.
- Tonnerre!... - gridò, aggrappandosi al banco per non cadere in acqua. - È il
diavolo del Pacifico che giuoca con noi?
Mendoza si era curvato sull'acqua ed osservava attentamente.
Dapprima non vide nulla, ma dopo qualche istante scorse delle grosse strisce
fosforescenti che correvano in tutte le direzioni, descrivendo dei fulmini
zig-zag.
- Capperi!... - esclamò. - Ora so chi sono i disturbatori della nostra quiete.
Poi volgendosi verso il guascone, il quale si era rimesso già in equilibrio,
gli disse:
- Ecco una bella occasione per provare il filo della tua draghinassa e la
robustezza del tuo braccio.
- Si tratta di menare colpi? - gridò don Barrejo, levando subito lo spadone. -
Non
chiedo di meglio.
- Contro chi? - domandò Buttafuoco.
Siamo caduti in mezzo ad una banda di pesci-martello, signore, - rispose il
basco.
- Che riescano a rovesciare la scialuppa?
- Non sono grossi come i charcharias, tuttavia misurano anche essi quattro o
cinque metri ed hanno certe bocche da far venir la pelle d'oca solamente a
vederle.
- L'affare è dunque serio, - disse don Barrejo.
- Forse piú grave di quello che tu credi, poiché la nostra scialuppa non è
niente affatto pesante ed il suo fasciame è cosí avariato che potrebbe cedere
sotto un poderoso colpo di coda.
- Scommetterei qualunque cosa che è l'anima di compare Pfiffero che ce li ha
mandati per prendersi la sua rivincita.
Malgrado la gravità della situazione, Buttafuoco e Mendoza non poterono frenare
un risata.
- Non c'è da ridere, - disse il burlone. - Ve l'avevo sempre detto che quel
Pfiffero doveva essere qualche parente del diavolo.
Ohé!...Volete buttarci all'aria? Pensate che io ho le gambe troppo lunghe per
mantenermi in equilibrio su questa carcassa e che non sono mai stato marinaio.
Un terzo urto aveva gettata la scialuppa da un lato facendola nuovamente piegare
fino al livello d'acqua. Guai se in quel momento forse giunta l'eterna ondata
del pacifico, la quale per fortuna si riproduce ad intervalli abbastanza lunghi.
- Fuori le spade, amici, e diamo battaglia, se non volete servire da cena a
questi dannati squali, - disse Mendoza.
- Ora li punisco io questi insolenti, - rispose il guascone.
- Bada di non cadere in acqua, poiché allora nessuno certo ti salverebbe,
nemmeno la tua draghinassa.
"Dobbiamo avere intorno a noi una decina di quei mostri."
- Dieci colpi di spada e tutto sarà finito, - disse il guascone.
Si sedettero sui banchi disponendosi in modo da equilibrare il meglio che era
possibile la scialuppa e cominciarono a menar colpi all'impazzata a babordo ed a
tribordo.
I pesci-martello però pareva che non avessero, almeno pel momento, alcun
desiderio di provare il filo e le punte delle spade, poiché si mantenevano
ostinatamente sommersi. Solamente di quando in quando qualcuno, appena segnalato
da una rapidissima scia fosforescente, s'avventava contro la scialuppa, vi
cozzava la grossa e robusta testa foggiata a martello e passava subito
dall'altra parte della chiglia senza dar tempo ai tre spadaccini di colpirlo.
- Che battaglia è questa? - chiese don Barrejo, dopo d'aver menato inutilmente
una trentina di colpi di draghinassa senza aver ottenuto altro risultato che di
spruzzare i suoi compagni. - Non si combatte cosí in Guascogna.
- Manda loro un cartello di sfida e pregali di presentarsi uno per volta, -
disse Mendoza.
- Non ho potuto ancora vedere una di quelle bestiacce.
- L'aurora è vicina e cosí avrai l'occasione di ammirarli.
- È vero che sono bruttissimi?
- Ma no, sono anzi carini; con quel loro martellaccio fornito alle estremità di
due occhi che ti mettono indosso il malessere al solo vederli...
- E il chiami carini, birbante!... Ah!... Eccone uno che arriva!... Se ti prendo
ti taglio in due!...
Una striscia fosforescente si avvicinava con una rapidità fulminea, dirigendosi
verso la scialuppa.
Don Barrejo afferrò la draghinassa a due mani e tirò giú una botta capace di
spaccare anche un macigno.
La larga lama questa volta non cadde nel vuoto e colpí sul dorso il
pesce-martello, tagliandogli nel tempo stesso le pinne dorsali.
Lo squalo si rovesciò prontamente sul dorso e si avventò contro il bordo della
scialuppa, cercando di addentarlo.
- Tonnerre!... Se è brutto!... - gridò don Barrejo. - E Mendoza li chiamava
carini questi mostri!...
La draghinassa piombò sul muso del terribile squalo spaccandoglielo mentre
Mendoza e Buttafuoco gli cacciavano nei fianchi le loro spade, urlando:
- Prendi, birbante!...
- Gusta questa, canaglia!...
Lo squalo fece un balzo, alzandosi quasi a metà fuori dall'acqua, poi scomparve
nella profondità dell'oceano.
- Ecco uno che va a trovare l'ospedale dei pesci, ammesso che ve ne sia qualcuno
in fondo al mare, - disse don Barrejo.
- Gliele abbiamo date, finalmente, - aggiunse Mendoza. - Ero stanco di forare
inutilmente l'acqua.
- Questo si chiama battagliare, è vero, basco? Che colpi che danno i guasconi,
eh?
- E che stoccate danno i baschi, - rispose Mendoza. - Devo avergli trapassato il
cuore di colpo.
- Allora è inutile che vada all'ospedale.
- Chiacchierate troppo, voi, - disse Buttafuoco. - Non vedete che i compagni del
ferito montano all'assalto?
- E noi siamo pronti a riceverli, è vero, Mendoza? - gridò il guascone.
- Sempre, - rispose il basco.
Delle linee fosforescenti s'incrociavano attorno alla scialuppa, stringendosi
sempre piú. I pesci-martello accoverano a vendicare il compagno.
- Aprite gli occhi!... - gridò Mendoza, - e saldi in gambe!...
La scialuppa, urtata da tutte le parti, trabalzava disordinatamente come se
l'oceano, tutto d'un tratto, fosse diventato tempestoso.
I mostri la investivano con furore, avventando dei colpi di coda che potevano
sfondare il vecchio fasciame, come aveva detto il basco, poi passavano sotto la
chiglia e cercavano di alzarla spingendosi a galla.
Fortunatamente il peso costituito dai tre avventurieri, dal barile pieno d'acqua
e dalle provviste, era abbastanza considerevole, quindi vi era ben poca
probabilità che riuscissero nel loro intento di gettarla colla chiglia in aria.
Buttafuoco, Mendoza ed il guascone, non poco impressionati dal simultaneo
attacco di tutti quei mostri, si facevano in dodici per menare botte furiose, le
quali non cadevano sempre nel vuoto. Era la draghinassa specialmente che faceva
i piú bei colpi, spaccando quei brutti martellacci.
Quell'assalto durò dieci buoni minuti, poi gli squali parvero averne abbastanza
di quella grandine di stoccate che apriva dei larghi buchi sui loro dorsi,
poiché finalmente si decisero ad allontanarsi, pur mantenendosi sempre in
vista.
- Non sono battaglie, queste, guascone? - chiese il basco, asciugando, su uno
straccio, la sua spada grondante di sangue.
- Non dico di no, - rispose don Barrejo, tergendosi il sudore che gli colava
dalla fronte. - Però preferisco sempre quelle che si combattono in terra.
"Almeno si guardano i nemici in viso e poi si hanno i piedi piú fermi.
"Che siano persuasi che coi guasconi e coi i baschi non c'è da guadagnare
nessuna cena?"
- Si dice che quei mostri siano molti testardi, amico, e non sarei sorpreso se
alla prima luce del giorno ritornassero all'attacco.
- Se provassimo ad allontanarci? disse Buttafuoco.
- Era quello che volevo proporvi, signore. Lasciamo che Barrejo si riposi un po'
e facciamo lavorare noi i remi.
- Anzi io vi guarderò, corpo d'un satanello, - rispose il guascone. - Ho
incominciato a provarci un po' di gusto anche alle battaglie marittime.
Buttafuoco ed il basco presero i remi e si misero ad arrancare, colla prora
sempre volta a ponente, cercando di passare di fianco alla torma famelica.
Infatti per un po' vi riuscirono, ma poi dovettero constatare, con loro poco
piacere, che gli squali organizzavano la caccia, decisi, a quanto pareva, a
guadagnarsi la prima colazione giacché avevano perduta la cena.
Quando il sole, dopo una brevissima aurora, s'alzò risplendente sull'oceano,
facendo scintillare le acque di miriadi di pagliuzze d'oro, i pesci-martello,
che durante la notte si erano limitati a scortare la scialuppa, tenendosi ad una
certa distanza, tornarono a mostrare delle intenzioni estremamente bellicose che
non garbavano piú nemmeno al battagliero don Barrejo.
Mendoza non si era sbagliato sul loro numero. Erano proprio nove o dieci, tutti
lunghi dai quattro ai cinque metri, i quali si avanzavano con dei ridicoli
movimenti, che in altre occasioni avrebbero strappate delle rise, poiché
martellavano l'acqua a destra ed a sinistra, sollevando alti sprazzi di
candidissima schiuma.
Di quando in quando si arrestavano come per prendere lena, rimontavano alla
superficie per un buon terzo della loro lunghezza e mostravano le loro enormi
bocche semi-circolari, irte di denti e situate là dove avrebbe dovuto trovarsi
il collo, ciò che doveva rendere un po' difficile, a quei mostri, l'afferrare
di colpo la preda.
- È un piccolo esercito che si prepara a darci valorosamente un nuovo attacco,
- disse don Barrejo, il quale li osservava piú con curiosità che con vera
apprensione. - Da buon guascone io francamente li ammiro.
- Perché desiderano mangiare le tue magre gambe? Bella colazione che offriresti
tu! - esclamò Mendoza. - Fossero quelle del signor Buttafuoco!...
- Io spero che rimarranno col desiderio in gola, - rispose don Barrejo -
Tonnerre!... La mia draghinassa è sempre pronta, e poi sai che cosa si dice?
- Se non ti spieghi non posso indovinare.
- Che la carne dei guasconi è piú amara di quella degli altri.
- Perché siete piú biliosi, diavolo!...
- Allora daranno la preferenza alla tue bistecche ed a quelle del Signor
Buttafuoco e risparmieranno le mie gambe, intorno alle quali d'altronde,
troverebbero delle ben magre polpe.
"Ah!... Eccoli!... Mano alle spade, signori miei, e cerchiamo di far onore
alla Guascogna, alla Bassa Loira ed alla Biscaglia."
- Coi pesci!... - esclamò Buttafuoco.
- Non sono meno pericolosi degli uomini, signore.
- Questo è vero, però sono certo che non apprezzeranno affatto il nostro
valore.
La torma furibonda si scagliava allora all'attacco in linea serrata, non
cercando piú di tenersi sott'acqua.
Reclamava imperiosamente la sua colazione con certi rauchi gorgoglii, che certi
momenti rassomigliavano al tuono udito ad una grandissima distanza.
I tre avventurieri, dopo d'aver trasportato rapidamente a prora il barile, la
cassa ed i viveri, per non squilibrare la scialuppa, si radunarono intorno alla
poppa e cominciarono animosamente la lotta, incoraggiandosi a vicenda con
altissime grida.
- Avanti la Guascogna!...
- Sotto la Bassa Loira!...
- Picchia, Biscaglia!...
Il primo pesce martello che giunse sotto la poppa e che tentò di addentare
l'orlo del fasciame coi suoi denti duri come l'acciaio, non ebbe fortuna,
poiché il bucaniere fu pronto ad immergergli nella bocca spalancata la sua
spada inchiodandogli la lingua contro il palato.
Il povero squalo fece un capitombolo e si lasciò andare a picco fra un cerchio
di sangue.
Anche al secondo, che si slanciò all'assalto con grande impeto, tentando di
cozzare contro la scialuppa colla sua testaccia, non andò meglio.
Aveva avuto il torto di presentarsi al guascone, e vi potete immaginare come il
terribile spadaccino picchiasse sodo.
Vlan!... Vlan!... Due colpi di draghinassa ben assestati e le due estremità del
martello cadono interamente tagliate.
Il povero squalo, cosí spaventosamente mutilato, si arrestò un momento
versando due torrenti di sangue dalle ferite, poi anche quello si lasciò
andare.
La lotta era appena cominciata. Gli altri, resi furiosi per le perdite subite e
per tanta ostinata resistenza, circondarono la scialuppa scrollandola
poderosamente e tentando di rovesciarla.
I colpi di spada e di draghinassa grandinavano fitti su quei corpacci, tagliando
e bucando; però i mostri marini tenevano duro quantunque in mare, tutto intorno
a loro, si tingesse di sangue.
I tre avventurieri erano costretti a precipitarsi ora verso prora ed ora verso
poppa, a seconda che l'attacco diventava piú violento.
Un profondo terrore cominciava ad impadronirsi anche di quei saldi cuori che
avevano sfidato tante volte la morte in tanti combattimenti. L'idea di dover ben
presto finire nelle gole di quelle affamate bestiacce paralizzava non poco la
loro energia.
Battagliavano ferocemente da un quarto d'ora, sempre minacciati di trovarsi da
un momento all'altro in acqua, quando un colpo di fucile rimbombò, ed uno
squalo, colpito dalla palla di un bersagliere infallibile, balzò piú che mezzo
fuori dalla spuma sanguigna riversandosi all'indietro.
Quasi subito altre due detonazioni si seguirono e altri due pesci-martello
subirono l'egual sorte.
Buttafuoco aveva gettato un rapido sguardo verso il largo.
Una grossa piroga, che pareva fosse sorta improvvisamente dal mare, montata da
una dozzina di uomini che portavano dei giganteschi cappellacci di foglie di
palma intrecciate, accorreva a gran forza di remi in loro aiuto.
Quattro di quei salvatori sconosciuti, che dovevano essere dei meravigliosi
tiratori, facevano fuoco contro gli squali senza mai mancare al bersaglio.
Buttafuoco aveva mandato un grido altissimo:
- I filibustieri!...
- Tonnerre!... Finalmente e proprio a tempo, - disse il guascone, menando un
ultimo colpo.
Cinque minuti dopo i tre avventurieri, sfuggiti miracolosamente e per ben due
volte ad una morte spaventevole, salivano a bordo della piroga filibustiera e
cadevano fra le braccia di Raveneau de Lussan.