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Jolanda la figlia del Corsaro Nero
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CAPITOLO PRIMO
La taverna "El Toro"
Quella sera la taverna El Toro, contrariamente al solito, brulicava di
persone, come se qualche importante avvenimento fosse avvenuto o stesse per
succedere.
Quantunque non fosse una delle migliori di Maracaybo, frammiste a marinai, a
facchini del porto, a meticci e ad indiani caraibi, si vedevano - cosa piuttosto
insolita - delle persone appartenenti alla migliore società di quella ricca ed
importante colonia spagnola: grossi piantatori, proprietari di raffinerie di
zuccheri, armatori di navi, ufficiali della guarnigione e perfino qualche membro
del governo.
La sala, piuttosto ampia, coi muri affumicati, dall'ampio camino, malamente
illuminata da quelle incomode e famose lampade usate sul finire del sedicesimo
secolo, ne era piena. Nessuno però beveva ed i tavolini, addossati alle pareti,
alla rinfusa, erano deserti. Invece la grande tavola centrale di vecchio noce,
lunga più di dieci metri, era circondata da una quadrupla fila di personaggi,
che parevano in preda ad una vivissima agitazione e che scommettevano con un
furore, che avrebbe meravigliato anche un moderno americano degli Stati
dell'Unione.
"Venti piastre per Zambo!"
"Trenta per Valiente!"
"Valiente si prenderà una tale speronata che cadrà al primo colpo!"
"Sarà Zambo a cadere!"
"E voi, don Raffaele?"
"Punterò su Plata, è più robusto dell'uno e dell'altro e avrà la
vittoria finale!"
"Canarios! Un poltrone quel Plata."
"Come vorrete, don Alonzo, ma io aspetto il suo turno!"
"Basta!"
"Avanti i combattenti!"
"Chiusura! Chiusura!"
Un tocco di campana annunciò che le scommesse erano terminate, e ai clamori
assordanti di prima successe un profondo silenzio.
Due uomini erano entrati nella sala per due porte diverse e si erano collocati
alle due estremità del tavolo. Portavano fra le braccia due splendidi galli,
uno tutto nero colle penne a riflessi azzurro-dorati; l'altro rosso a striature
bianche e nere.
Erano due careadores ossia allevatori di galli combattenti, professione anche
oggidì assai lucrosa e molto apprezzata nelle antiche colonie spagnole
dell'America Meridionale.
In quell'epoca la passione per quello sport barbaro, aveva raggiunto un vero
fanatismo e si può dire che non passava giorno senza che vi avvenissero
combattimenti di galli. E non mancavano perfino i giudici di campo, il cui
giudizio era inappellabile.
L'educazione dei galli battaglieri richiedeva però cure minuziose, quanto
quelle dei bulldog destinati ad affrontare i tori, se non di più. Essi venivano
abituati a misurarsi ancora quand'erano pulcini. Avevano un nutrimento speciale,
composto per lo più di granoturco, il cui numero di granelli era stabilito per
ogni pasto. Per dare agli speroni maggior forza ed impedire che potessero
guastarsi, si proteggevano con guaine di cuoio foderate di lana.
Alla comparsa dei due galli, un entusiastico evviva era scoppiato fra gli
spettatori:
"Bravo, Zambo!"
"Forza, Valiente!"
Il giudice di campo, un grosso raffinatore di zucchero, che doveva conoscere le
regole complicate di quel turf, pesò minuziosamente i due volatili, misurò la
loro alatura e la lunghezza degli speroni onde eguagliare le condizioni di
combattimento, quindi una voce forte dichiarò che l'eguaglianza era perfetta e
che tutto andava benissimo.
I due galli furono subito lasciati liberi, collocandoli alle due estremità
della tavola.
Come abbiamo detto, erano entrambi bellissimi e di razza andalusa, la migliore e
la più battagliera.
Zambo era più alto di qualche pollice del suo avversario, con un becco robusto,
un po' arquato alla sua estremità come quello dei falconi, cogli artigli
piuttosto corti ed invece assai acuminati. El Valiente appariva più robusto,
più tozzo, con gambe più grosse e speroni più lunghi, il becco era invece
più corto, ma più largo e aveva sulla testa una bella cresta d'un rosso quasi
violaceo e gli occhi più brillanti, anzi più provocanti.
Appena messi in libertà, i due galli si rizzarono in tutta la loro altezza,
starnazzando le ali ed arruffando le penne del collo e lanciarono quasi
simultaneamente il loro grido di guerra e di sfida.
"Assisteremo ad una bella lotta" disse un ufficiale della guarnigione.
"Io ritengo invece che sarà breve" disse don Raffaele "e che la
vittoria la deciderà Plata."
"Silenzio!" gridarono tutti.
I due galli stavano per accostarsi, tenendo la testa bassa, quasi rasente alla
superficie del tavolo, quando due passi pesanti ed uno strascinare di spadoni,
li fece arrestare.
"Chi disturba la lotta?" chiede il giudice di campo, con stizza.
Tutti si erano voltati corrugando la fronte e brontolando.
Due uomini erano entrati nella taverna, aprendo fragorosamente la porta, non
immaginandosi certo di disturbare quelle brave persone e tanto meno i due galli
combattenti.
Erano due tipi di bravacci o di avventurieri, personaggi che si trovavano allora
di frequente nelle colonie spagnole d'oltre Atlantico. D'aspetto piuttosto
brigantesco, portavano vesti un po' sgualcite, cappellacci di feltro dalle tese
ampie con piume di struzzo quasi senza barbe, alti stivali di cuoio giallo, a
tromba molto larga, e posavano fieramente la sinistra su certi spadoni, che
dovevano mettere i brividi indosso a più d'un tranquillo borghese di Maracaybo.
Uno era di statura molto alta, coi lineamenti piuttosto angolosi, coi capelli
d'un biondo rossastro; l'altro invece più basso e più membruto, con barba nera
ispida.
Tanto l'uno che l'altro poi avevano la pelle assai abbronzata, arsa dal sole e
dai venti del mare.
Udendo gli spettatori a mormorare e vedendosi addosso tutti quegli sguardi un
po' crucciati, i due avventurieri alzarono i loro spadoni e s'avviarono in punta
dei piedi verso un tavolo situato nell'angolo più oscuro, ordinando ad un
garzone, che era prontamente accorso, un boccale di Alicante.
"C'è numerosa compagnia qui" disse l'uomo più basso a mezza voce.
"Troveremo forse in questa taverna quanto ci occorre."
"Sii prudente, Carmaux."
"Non temere, amburghese."
"Toh!... Ecco un bellissimo spettacolo! Un combattimento di galli! Da un
pezzo non ne vedevo."
"Bisognerebbe abbordare qualcuno di quegli spettatori."
"Basta che non sia un ufficiale."
"Prenderò un borghese, Wan Stiller" disse Carmaux. "Al capitano
poco importa, purché sia un maracaybino."
"Guarda là quell'uomo panciuto, che mi ha l'aria di essere un qualche
ricco piantatore o qualche raffinatore di zuccheri."
"Che possa saperne qualche cosa, quell'uomo?"
"Tutti questi grossi piantatori e commercianti sono in relazione col
governatore. E poi, chi non ricorda il Corsaro Nero qui? Ne abbiamo fatte di
belle con quel valoroso gentiluomo."
"Maledette guerre!" esclamò Carmaux "Se invece di tornare nel
suo Piemonte, fosse rimasto qui, forse sarebbe ancora vivo."
"Taci, Carmaux" disse l'amburghese. "Tu mi rattristi troppo. Mi
sembra impossibile che sia morto. E se il capitano Morgan fosse stato male
informato?"
"Egli lo ha saputo da un compatriota del Corsaro Nero, che ha assistito
alla sua fine."
"Dove l'hanno ucciso?"
"Sulle Alpi, mentre combatteva valorosamente contro i francesi che
minacciavano d'invadere il Piemonte. Si dice però che quel prode la cercasse la
morte."
"Perché, Carmaux? Tu non me lo hai mai detto prima d'ora."
"Non lo seppi che ieri dal signor Morgan."
"Quale motivo lo spingeva a giuocare pazzamente la vita?" chiese l'amburghese.
"Il dolore d'aver perduta la moglie, la duchessa di Wan Guld, morta nel
dare alla luce la bambina."
"Povero signor di Ventimiglia! Così valoroso, così leale, così
generoso... Verranno altri filibustieri, ma come lui no, mai."
Uno scoppio fragoroso di grida li fece alzare entrambi. Gli spettatori che
circondavano il tavolo parevano in preda ad una vera frenesia. Alcuni
acclamavano, altri imprecavano, tutti si agitavano, sbracciandosi e pestando i
piedi.
Carmaux e l'amburghese, vuotate d'un fiato le tazze, si erano accostati agli
spettatori, mettendosi specialmente dietro al grasso piantatore o raffinatore di
zucchero, che era quel señor Raffaele che voleva riservare le sue scommesse per
il Plata.
I due galli, dopo una serie di finte e di salti, si erano attaccati con furore e
Zambo aveva ricevuto un colpo di sperone sulla testa perdendo parte della sua
bella cresta e anche un occhio.
"Bel colpo!" mormorò Carmaux, che pareva se n'intendesse.
Il careador si era subito impadronito del vinto, bagnandogli le ferite coll'acquavite,
onde arrestarne almeno per qualche istante il sangue.
El Valiente, tronfio della vittoria riportata, cantava a piena gola,
pavoneggiandosi e starnazzando le sue belle ali.
La lotta non era però che cominciata, perché Zambo non si poteva ancora
considerare fuori combattimento. Anzi, malgrado fosse cieco di un occhio, poteva
disputare a lungo la vittoria ed anche riuscire a strapparla all'avversario.
Si capisce che ormai il favorito era El Valiente che aveva dato un così bel
saggio della sua bravura.
Perfino don Raffaele si era sentito tentare. Dopo un po' di esitazione aveva
gridato:
"Cinquanta piastre sul Valiente. Chi tiene? chi..."
Un colpetto sulla spalla destra gl'interruppe la frase e lo fece voltare
indietro.
Carmaux non aveva ancora alzata la mano.
"Che cosa volete, señor?" chiese il raffinatore o piantatore che
fosse, aggrottando la fronte e mostrandosi un po' offeso per quella
familiarità.
"Volete un consiglio?" disse Carmaux. "Puntate sul gallo
ferito."
"Siete forse un careador?"
"A voi poco deve importare se lo sia o no. Se volete, punto duecento
piastre su quello..."
"Su Zambo?" chiese il piantatore, facendo un gesto di sorpresa.
"Avete del denaro che vi pesa troppo nelle tasche?"
"Niente affatto, anzi sono venuto qui per guadagnarne."
"E puntate su Zambo?"
"Sì, e vedrete come, fra poco, concerà l'altro. Scommettete con me,
señor."
"Sia" disse il grasso piantatore, dopo qualche esitazione "Se
perdo mi rifarò con Plata."
"Scommettiamo insieme?"
"Accetto."
"Trecento piastre per Zambo!" gridò Carmaux.
Tutti gli sguardi si erano fissati su quell'avventuriero, che scommetteva una
somma relativamente grossa su un gallo ormai semi-sconfitto.
"Tengo io!" gridò il giudice di campo. "Avanti i
combattenti."
Un momento dopo i due campioni si ritrovavano l'uno di fronte all'altro.
Zambo, quantunque così mal conciato e sanguinante, assalì per primo, saltando
molto in alto, ma anche questa volta sbagliò il colpo e fu respinto.
El valiente che si teneva pronto, s'alzò in tutta la sua altezza, poi con uno
slancio improvviso si precipitò sull'avversario tentando di cadergli sul cranio
per spaccarglielo con un buon colpo d'artiglio.
Zambo però, si era prontamente rimesso, si teneva in guardia colle ali pronte
alla parata e la testa ritirata, e gli rispose con un colpo di becco così bene
assestato, da strappargli di colpo uno dei due barbigli della gola.
"Bravo gallo! Gallo fino!" gridò il piantatore.
Aveva appena pronunciate queste parole, quando El Valiente che perdeva sangue in
abbondanza, si precipitò sul rivale colla velocità e l'impeto del falcone.
I due volatili si videro per alcuni istanti dibattersi, uniti strettamente, poi
rotolarsi sulla tavola, poi diventare immobili come se si fossero uccisi
reciprocamente. Zambo era rimasto sotto l'avversario e non si scorgeva quasi
più.
Don Raffaele si era voltato verso Carmaux, dicendogli con accento secco:
"Abbiamo perduto."
"Chi ve lo dice?" chiese l'avventuriero. "Ah! Guardate! Trecento
piastre sono già nelle nostre tasche, señor."
Zambo non era affatto morto, anzi tutt'altro. Quando gli spettatori cominciavano
a disperarsi, con una mossa improvvisa era sfuggito di sotto all'avversario e si
era alzato, cantando a piena gola e piantando gli speroni nel corpo del vinto.
El Valiente era morto e giaceva inerte col cranio spaccato.
"Ebbene señor, che cosa ne dite?" chiese Carmaux, mentre attorno alla
tavola scoppiava una salva d'imprecazioni all'indirizzo del vinto.
"Dico che voi avete avuto un colpo d'occhio ammirabile" rispose il
piantatore, con accento lieto.
Carmaux ritirò le trecento piastre e ne fece due mucchi eguali, dicendo:
"Centocinquanta per ciascuno, señor. La partita non è stata
cattiva."
"No, v'ingannate" disse don Raffaele.
"E perché?"
"Non ho scommesso che cinquanta piastre."
"Perdonate, ma noi abbiamo giuocato in società. Raccogliete le vostre
piastre che sono state guadagnate lealmente contro il giudice di campo che ha
puntato sul morto."
"Siete molto ricco voi per essere così generoso?" chiese il
piantatore guardandolo con molto stupore.
"Non ci tengo al denaro: ecco tutto" rispose Carmaux.
"Voglio farvi guadagnare anch'io, señor. Puntate sul gallo che porteranno
ora."
"Vedremo."
Un altro careador era in quel momento entrato, deponendo sulla tavola un gallo
di forme splendide, più alto di Zambo, con una coda magnifica e le penne tutte
bianche a riflessi argentei.
Era El Plata.
"Che ne dite señor?" disse fon Raffaele, volgendosi verso Carmaux.
"Bellissimo senza dubbio" rispose l'avventuriero, che lo guardava
attentamente.
"Puntate?"
"Sì, cinquecento piastre su Zambo."
"Sul Plata volete dire."
"Señor, cinquecento piastre per Zambo. Chi ci tiene?" gridò.
"È una follìa."
"Scommettete con me?"
"Che sia invincibile quel Zambo?"
"Questa sera sì!"
"Siete il diavolo, voi?"
"Se non sono veramente Belzebù, sarò un suo prossimo parente"
rispose Carmaux, ironicamente. "Orsù, ci tenete con me?"
"Sì, per la metà. El Plata, che era il mio favorito, a mare."
Le scommesse erano finite ed il silenzio era tornato nell'ampia sala.
I due galli, appena trovatisi di fronte, si erano assaliti con furore, sbattendo
le ali e strappandosi mazzetti di penne.
Parevano entrambi della stessa forza e Zambo, quantunque semi-cieco, non
accordava tregua all'avversario.
Ben presto il sangue cominciò a macchiare la tavola. I due combattenti si erano
già trafitti parecchie volte cogli speroni ed El Plata aveva la bella cresta
violacea a brandelli.
Di tanto in tanto, come di comune accordo, s'arrestavano per riprendere lena e
scuotere i grumi di sangue che li acciecavano, poi tornavano alla carica con
maggior furia di prima. Al quinto attacco El Plata rimase sotto a Zambo.
Un coro d'imprecazioni rimbombò nella sala, giacché i più avevano scommesso
per il nuovo gallo. El Plata però, con una scossa improvvisa riuscì a
liberarsi dalla stretta, ma non riuscì a parare un colpo di becco
dell'avversario che gli strappò un occhio.
"Così almeno sono pari" disse Carmaux. "L'uno e l'altro ne hanno
perduto uno."
Il careador si era precipitato verso El Plata. Gli fece ingoiare un sorso
d'acquavite, gli lavò la testa colla spugna per sbarazzarlo dai grumi di
sangue, gli sprizzò nell'orbita vuota un po' di succo di limone, poi tornò a
lanciarlo sulla tavola, dicendo:
"Su, mio bravo."
Aveva avuto troppa fretta. Il povero gallo, ancora stordito, non poté far
fronte al fulmineo attacco del prode Zambo e cadde quasi subito colla testa
spaccata da un furioso colpo di becco.
"Che cosa vi avevo detto, señor?" disse Carmaux, volgendosi verso don
Raffaele.
"Che voi siete uno stregone, od il migliore careador dell'America."
"Con tutte queste piastre che abbiamo guadagnato, possiamo permetterci il
lusso di vuotare una bottiglia di Xeres. Ve l'offro io, se non vi
rincresce."
"Lasciate a me questo onore."
"Come volete, señor."
CAPITOLO SECONDO
Il rapimento del piantatore
Mentre venivano portati due altri galli, durando quei combattimenti delle
notti intere talvolta, Carmaux, Wan Stiller ed il grasso don Raffaele, seduti
intorno ad un tavolo collocato in un angolo della sala, trincavano allegramente,
come vecchi amici, dell'eccellente Xeres a due piastre la bottiglia.
Lo spagnolo, messo in buon umore dalle vincite fatte e da alcuni bicchieri,
chiacchierava come una gazza, vantando le sue piantagioni, le sue raffinerie di
zucchero, e facendo comprendere ai due avventurieri come egli fosse uno dei
pezzi grossi della colonia.
Ad un tratto s'interruppe, chiedendo a bruciapelo a Carmaux, che continuava a
riempirgli il bicchiere:
"Ma... señor mio, non siete della colonia voi?"
"No, anzi siamo giunti solamente questa sera."
"Da dove?"
"Da Panama."
"Siete venuti per cercare qui da occuparvi? Ho qualche posto sempre
disponibile."
"Siamo gente di mare, signore, noi e poi non abbiamo intenzione di fermarci
a lungo qui."
"Cercate qualche carico di zucchero?"
"No" disse Carmaux, abbassando la voce. "Siamo incaricati di una
missione segreta per conto dell'illustrissimo signor presidente dell'Udienza
reale di Panama."
Don Raffaele sgranò tanto d'occhi e divenne leggermente pallido per l'emozione.
"Signori" balbettò. "Perché non me lo avete detto prima?"
"Silenzio e parlate a voce bassa. Noi dobbiamo fingerci avventurieri e
nessuno deve sapere chi ci ha qui mandati" disse Carmaux con voce grave.
"Siete incaricati di qualche inchiesta sull'amministrazione della
colonia?"
"No, di appurare una notizia che interessa assai l'illustrissimo signor
presidente. Ah! Ora che ci penso, voi potreste dirci qualche cosa. Frequentate
la casa del governatore?"
"Prendo parte a tutte le feste ed a tutti i ricevimenti signor..."
"Chiamatemi semplicemente Manco" disse Carmaux. "Dicevo che voi,
che frequentate la casa del governatore, potreste darci qualche preziosa
informazione."
"Sono tutto a vostra disposizione. Chiedetemi."
"Questo non è veramente il luogo" disse Carmaux, sbirciando gli
spettatori. "Si tratta di cosa molto grave."
"Venite a casa mia, señor Manco."
"Le pareti talvolta hanno delle orecchie. Preferisco l'aria libera."
"Le vie sono deserte a quest'ora."
"Andiamo sulla calata, così noi saremo vicini alla nostra nave. Vi
spiacerebbe, señor?"
"Sono ai vostri ordini per far piacere all'illustrissimo presidente. Gli
parlerete di me?"
"Oh! Non dubitatene."
Vuotarono la seconda bottiglia, pagarono il conto e uscirono, mentre un quarto
gallo cadeva sulla tavola, colla testa traforata da uno degli speroni
dell'avversario.
Carmaux e l'amburghese, quantunque avessero vuotato nientemeno che sei
bottiglie, pareva che avessero mandato giù dell'acqua; il piantatore invece
aveva le gambe malferme e si sentiva girare la testa.
"Sii pronto quando io ti darò il segnale" mormorò Carmaux agli
orecchi dell'amburghese. "Sarà una buona presa."
Wan Stiller fece col capo un cenno di assentimento.
Carmaux passò familiarmente un braccio sotto quello del grasso piantatore, per
impedirgli di camminare a sghimbescio, e tutti e tre si diressero verso la
spiaggia, attraversando viuzze strette e oscurissime, non sentendosi in quei
tempi il bisogno dell'illuminazione delle strade.
Quando sboccarono sul largo viale di palme, che conduceva al porto, Carmaux che
fino allora era rimasto silenzioso, scosse il piantatore che pareva fosse lì
lì per addormentarsi, dicendogli:
"Possiamo parlare; non v'è nessuno qui."
"Ah! Già... il presidente... il segreto..." borbottò don Raffaele
aprendo gli occhi. "Eccellente quell'Alicante... un altro bicchiere, señor
Manco."
"Non siamo più nella taverna, mio caro signore" disse Carmaux.
"Se vorrete vi torneremo e vuoteremo altre due o tre bottiglie."
"Eccellente... squisito..."
"Basta, lo sappiamo, veniamo al fatto. Voi mi avete promesso di darmi le
informazioni che desideravo e badate che vi è di mezzo l'illustrissimo signor
presidente dell'Udienza reale di Panama e vi avverto che quell'uomo non ischerza."
"Sono un suddito fedele."
"Bene, bene, señor."
"Parlate, che cosa desiderate? Io sono amico del governatore... molto
amico..."
"Un amicone, lo sappiamo. Ditemi, e aprite bene gli orecchi, e pensate bene
quello che dite. È vera la voce corsa che qui si trovi la figlia del cavaliere
di Ventimiglia, il famoso Corsaro Nero? È vera? Il signor presidente
dell'Udienza vorrebbe saperlo."
"Che cosa può importargliene?" chiese don Raffaele, con stupore.
"Né io né voi dobbiamo saperlo. È vero o no?"
"È vero."
"Quando è giunta?"
"Saranno quindici giorni. L'hanno catturata su una nave olandese, caduta in
potere d'una nostra fregata, dopo un sanguinoso combattimento."
"Che cosa veniva a fare qui, in America?"
"Si dice che venisse a raccogliere l'eredità di suo nonno, Wan Guld. Il
duca possedeva vaste tenute qui e anche a Costarica, che non sono mai state
vendute."
"È vero che è prigioniera?"
"Sì."
"Perché?" "Voi vi scordate, sembra, quanto male abbia fatto a
Maracaybo ed a Gibraltar suo padre, il Corsaro Nero."
"Per vendicarsi, dunque."
"E per impedirle di entrare in possesso dei beni del duca. Rappresentano
dei bei milioni, che il governatore conta di far passare nelle casse proprie ed
in quelle del governo."
"E se il Piemonte o l'Olanda reclamassero la sua libertà? Voi sapete che
non è suddita spagnola."
"Vengano a prenderla, se l'osano."
"Dove si trova ora?"
"Questo lo ignoro" disse don Raffaele dopo un po' di esitazione.
"Voi non lo volete dire."
"Non voglio compromettermi col governatore, señor Manco."
"Diffidereste di noi?"
Don Raffaele si era fermato, poi aveva fatto un passo indietro, guardando con
spavento quei due avventurieri e maledicendo in cuor suo i galli, le bottiglie e
la sua imprudenza.
"Voi non mi avete ancora data alcuna prova di essere veramente quelli che
mi avete detto."
"Ve le daremo le prove quanto prima, quando sarete a bordo del nostro
legno. Venite con noi, non abbiate timore."
"Sia, purché passiamo sull'altro viale."
"Vi sono i doganieri colà e non desideriamo di essere veduti da nessuno.
Venite o..." disse Carmaux con accento minaccioso, mettendo la destra
sull'impugnatura dello spadone.
Il povero piantatore impallidì orribilmente, poi, tutto d'un tratto si
slanciò, con un'agilità che non si sarebbe mai supposta in quel corpo così
grosso e rotondo, fra le aiuole che dividevano i due viali, gridando con quanta
voce aveva in gola:
"Aiuto doganieri! M'assassinano!"
"Carmaux aveva mandato una rauca imprecazione.
"Birbante! Ci fa prendere! Addosso amburghese!"
In due salti furono alle spalle del fuggiasco. Bastò un pugno di Wan Stiller
per farlo cadere mezzo intontito.
"Presto il bavaglio!"
Carmaux si slacciò d'un colpo la fascia di lana rossa che gli stringeva i
fianchi, e ravvolse intorno al viso del piantatore, non lasciandogli scoperto
che il naso onde non morisse asfissiato.
"Prendilo per le braccia, amburghese, e lesti alla scialuppa. Per
satanasso! I doganieri!"
"Buttiamolo in mezzo alle aiuole, Carmaux" disse l'amburghese.
Afferrarono il disgraziato piantatore e lo lasciarono cadere in mezzo ad un
cespuglio di macupi le cui larghe foglie erano più che sufficienti per
nasconderlo.
Si erano appena allontanati di pochi passi, quando una voce imperiosa gridò:
"Alt o facciamo fuoco."
Due uomini, due doganieri, erano balzati sul viale, dirigendosi velocemente
verso i due avventurieri..
Uno era armato d'un archibugio, l'altro invece teneva in pugno un'alabarda.
"Siamo persone oneste" rispose Carmaux. "Dove andiamo? A prendere
una boccata d'aria. Questo maledetto lago è così pieno di zanzare che non si
può dormire."
"Chi ha gridato: Aiuto doganieri?"
"Un uomo che fuggiva, inseguito da un altro."
"Da quale parte?"
"Da quella."
"Voi mentite; veniamo appunto di là e non abbiamo veduto nessuno a
fuggire."
"Mi sarò ingannato" rispose Carmaux, placidamente.
"M'avete un'aria sospetta, miei signori. Seguiteci al posto e consegnate,
innanzi tutto, le vostre spade."
"Signor doganiere" disse Carmaux, con accento d'uomo offeso. "Non
si arrestano due tranquilli cittadini che possono essere dei gentiluomini. Noi
contrabbandieri! Per la morte di Belzebù volete scherzare?"
"Al posto di dogana e fuori le spade" ripeté il doganiere, alzando
l'archibugio. "Si vedrà poi chi siete. Presto o faccio fuoco: è
l'ordine."
"Folgore" disse Carmaux volgendosi verso l'amburghese e levando la
spada come se si preparasse a consegnarla.
Appena l'ebbe in pugno, con una mossa fulminea si gettò da un lato, per non
ricevere la scarica in pieno petto e vibrò al doganiere una puntata così
terribile in mezzo al ventre, da passarlo da parte a parte.
Quasi nello stesso momento Wan Stiller, il quale certo si era messo in guardia
per la parola pronunciata dal compagno che doveva avere un significato, si
precipitava sul secondo doganiere, che era ben lungi dall'attendersi
quell'improvviso attacco.
Con un rovescione spezzò netto il manico dell'alabarda, poi colla guardia della
spada lo percosse tremendamente sul cranio, facendolo stramazzare al suolo mezzo
accoppato.
I due spagnoli erano caduti l'uno sull'altro, senza aver avuto il tempo di
mandare un grido.
"Bel colpo, Carmaux" disse l'amburghese.
"E di corsa. La fortuna non protegge due volte di seguito."
Volsero uno sguardo all'intorno e non vedendo nessuno, balzarono fra le aiuole e
presero il piantatore per le gambe e le braccia, correndo poi verso la riva.
Don Raffaele, mezzo soffocato e anche mezzo morto di spavento, non aveva opposta
alcuna resistenza, anzi non aveva nemmeno approfittato dell'intervento dei due
doganieri per cercare di fuggire.
Presso la riva si trovava una di quelle scialuppe strettissime, chiamate
baleniere, fornita d'un piccolo albero con un'antenna e di timone.
Carmaux e Wan Stiller vi salirono, deposero il piantatore fra i due banchi di
mezzo, gli legarono le gambe e le braccia, lo copersero con un pezzo di vela,
poi presero i remi e sciolsero l'ormeggio.
"È mezzanotte" disse Carmaux, dando uno sguardo alle stelle, "e
la via è lunga. Non vi giungeremo prima di domani sera."
"Teniamoci sotto la riva: vi è la caravella che veglia al largo."
"Passeremo egualmente" rispose Carmaux. "Non inquietarti."
"Alziamo la vela?"
"Più tardi. Avanti e non fare troppo rumore."
La baleniera partì velocissima e silenziosa, rasentando la gettata, per tenersi
all'ombra che proiettavano i filari delle altissime palme che si prolungavano
per un buon tratto.
Nel porto tutto era silenzio. Le navi, ancorate qua e là, colle antenne e le
vele calate sul ponte, erano deserte.
Gli spagnoli si credevano troppo sicuri in Maracaybo, per prendersi la briga di
tenere uomini di guardia. Dopo l'ultima scorreria dei filibustieri della Tortue,
guidati dall'Olonese, dal Corsaro Nero e dal Basco, avvenuta molti anni prima,
avevano innalzati forti, che si credevano inespugnabili ed un gran numero di
formidabili batterie, che collegavano i loro tiri fra la costa e le isolette
davanti alla città.
I due avventurieri s'avanzavano con prudenza, non essendo permesso di notte di
entrare nel porto e nemmeno di uscirne. Sapevano che al di là delle isolette
una grossa caravella incrociava per impedire entrate sospette o fughe.
Quando la scialuppa raggiunse l'estremità della gettata, Carmaux e Wan Stiller
deposero i remi ed issarono una piccola vela latina che era tinta in nero,
affinché non la si potesse scorgere fra le tenebre.
Il vento era favorevole, soffiando dal lago e poi anche al di là sulla gettata,
l'ombra continuava essendo la costa coperta da paletuvieri foltissimi e da palme
mauritie assai alte.
"Sempre sotto?" chiese Wan Stiller, che si era collocato a poppa, alla
barra del timone mentre Carmaux teneva la scotta.
"Sì, per ora."
"Vedi la caravella?"
"Sto cercandola."
"Che navighi coi fanali spenti?"
"Senza dubbio."
"Sarebbe un guaio se la trovassimo sulla nostra rotta."
"Ah! Eccola laggiù che sta girando la punta di quell'isoletta. Governa
diritto. Non ci scorgeranno."
La baleniera, messasi al vento, cominciò a filare colla velocità di uno
squalo, radendo sempre la spiaggia.
In quindici minuti raggiunse il promontorio che chiudeva verso settentrione il
piccolo porto e che era guardato da un fortino costruito sulla cima d'una rupe,
vi girò intorno senza che le sentinelle l'avessero scorta e si diresse verso il
nord per attraversare lo stretto formato fra la penisoletta di Sinamaica da un
lato e le isole di Tablazo e di Zapara dall'altro, onde raggiungere il golfo di
Maracaybo.
Ormai non avevano più nulla da temere, potendo spacciarsi per pescatori o per
canottieri.
"Gettiamo le nostre vesti e diventiamo marinai" disse Carmaux.
"Nessuno sospetterà di noi."
Aprì una cassa che si trovava sotto la prora ed estrasse delle grosse casacche
di panno grigio, delle fascie di lana e dei berretti terminanti a punta con
grosso fiocco azzurro.
Legato il timone e la scotta, in pochi istanti si trasformarono, poi gettarono
lungo i bordi alcune reti, lasciando cadere in acqua i sugheri.
"Vediamo come sta ora l'amico" disse Carmaux, quand'ebbe finito.
Levò la tela che copriva il disgraziato piantatore, poi lo sbarazzò della
sciarpa che gli chiudeva la bocca.
Don Raffaele respirò a lungo, senza però aprire gli occhi.
"Il sonno è stato più forte della paura" disse l'avventuriero
ridendo. "Quello Xeres e quell'Alicante erano proprio di prima qualità. Il
capitano Morgan sarà ben lieto di questa cattura e penserà lui a far
sciogliere la lingua al nostro prigioniero."
"Purché non muoia sul colpo, risvegliandosi nelle mani dei
filibustieri" disse Wan Stiller.
"Prenderemo le nostre precauzioni onde non spaventarlo tutto d'un
tratto."
"Avrebbe fatto meglio a spiattellare tutto ciò che sapeva intorno alla
figlia del cavaliere di Ventimiglia."
"L'avrei rapito egualmente."
"Che cosa vuol farne Morgan di un abitante di Maracaybo?"
"Mio caro, potrà avere da questo imbecille delle preziose informazioni sul
numero dei soldati che occupano i forti e dei cannoni che li armano."
"Dunque è risoluto ad assalire la piazza?"
"Ora più che mai!"
"Avremo un osso duro da rodere, mio caro Carmaux. Hai veduto che opere
imponenti hanno innalzato gli spagnoli? Maracaybo non è più quella che era
quando l'espugnammo col Corsaro Nero e con quel diavolo di Olonese."
"Siamo in buon numero e non ci mancano le artiglierie. I milioni di piastre
che ricaveremo compenseranno largamente i rischi d'una simile impresa."
"Purché la flotta non venga scoperta."
"La baia di Amnay è ben coperta e nessuno scorgerà le nostre navi.
D'altronde i nostri stanno in guardia e non si lasceranno sfuggire i curiosi e
gli spioni."
Essendo il vento sempre favorevole e tendendo anzi a rinfrescare sempre più,
avvicinandosi l'alba, la baleniera guadagnava via con crescente rapidità.
Graziosamente piegata sul tribordo, coll'estremità del pennone inferiore quasi
a fior d'acqua, scivolava senza far rumore sulle tranquille acque dell'ampia
laguna, lasciandosi a poppa una striscia di spuma fosforescente.
I due filibustieri tacevano, però si grattavano di quando in quando con furore.
Erano le zanzare, le jejeus e le zancudos tempraneros, che di tratto in tratto
calavano in nuvole fitte sulla scialuppa, punzecchiando ferocemente e
dolorosamente i due avventurieri.
Esse sono un vero flagello per quelle regioni e non lasciano tregua. In certe
ore del giorno volteggiano le prime; di notte sono le seconde che si mettono in
campagna e che montano la guardia, come dicono gl'indiani caraibi.
E come sono dolorose le loro punture! Tanto che i poveri indiani, che non sono
vestiti, preferiscono affrontare un feroce giaguaro, piuttosto che imbattersi in
una nuvola di zancudos.
Fortunatamente l'alba non era lontana. Le stelle cominciavano a scolorirsi e
verso oriente una pallida striscia bianca con delicate sfumature rosa,
cominciava a delinearsi al di sopra dei cupi ed immensi boschi della costa d'Altagracia
e di La Rita.
Tablazo, una delle due isole che chiudono o meglio riparano la laguna dalle
ondate del golfo, si disegnava già colle sue belle e ricche piantagioni di
cacao e di canne da zucchero e coi suoi pittoreschi villaggi, fondati sui
bassifondi e abitati dagl'indiani.
Quei villaggi, che allora s'incontravano dappertutto lungo le coste del golfo e
della laguna di Maracaybo e che oggi sono piuttosto rari, davano un aspetto
oltremodo grazioso a quella regione chiamata dai primi scopritori spagnoli
Venezuela, ossia piccola Venezia.
Ogni villaggio era formato da una sola abitazione, lunga parecchie centinaia di
metri, capace però di contenere qualche centinaio di famiglie o anche più.
Quelle lunghe case, situate a tre o quattrocento passi dalla riva e talvolta
anche più lontano, viste in lontananza sembravano case galleggianti, invece
erano costruite su solide palafitte, formate da pali di gajac tanto robusti da
sfidare la scure e anche la sega e che rimanendo immersi si diceva acquistassero
la durezza del ferro.
Sopra i pali quegli abili costruttori avevano formato un'immensa piattaforma di
legno leggiero, di bombax ceiba o di cedro nero, poi con bambù intrecciati
innalzavano le abitazioni, coprendole con foglie di cenea o di vihai che
sostituivano abbastanza bene le tegole o le ardesie.
Non esistevano pareti, regnando tutto l'anno un calore intenso, quindi i
naviganti potevano vedere, senza fatica, ciò che accadeva in quelle strane
abitazioni, senza prendersi l'incomodo di entrarvi.
La laguna cominciava a popolarsi.
Dei canotti scavati nel tronco d'un cedro odoroso, montati da indiani quasi
interamente nudi, scivolavano rapidamente sulle acque, lasciandosi dietro delle
lunghe file di grosse zucche che le piccole ondate presto disperdevano; al largo
alcune piccole caravelle veleggiavano lentamente, aspettando l'alta marea per
approdare nei minuscoli porti dell'isoletta.
"Sotto o sopravvento?" chiese l'amburghese.
"Stringi sempre la costa" rispose Carmaux. "Passeremo fra Zapara
e la costa."
CAPITOLO TERZO
La flotta dei filibustieri
Alle otto del mattino, la scialuppa superava di volata lo stretto formato
dalla punta orientale dell'isola di Zapara e la costa di Capatarida, entrando
nel golfo di Maracaybo.
Quantunque i due filibustieri avessero incontrate due grosse caravelle da guerra
ed anche un galeone, nessuno li aveva disturbati, né avevano chiesto loro chi
erano e dove si recavano.
Le reti che tenevano lungo i bordi, dovevano aver fatto supporre agli spagnoli
che fossero dei tranquilli pescatori e perciò nessuno si era preso la briga di
fermarli.
Appena giunti fuori dallo stretto, Carmaux e Wan Stiller misero la prora verso
l'est, tenendosi un po' lontani dalla costa, essendo quella cosparsa di
bassifondi, dai quali sorgevano ancora in buon numero dei villaggi di caraibi.
Anche in quel luogo si vedevano galleggiare moltissime grosse zucche, fra le
quali nuotavano e giuocherellavano un bel numero di anitre e di gallinelle
acquatiche, senza manifestare alcuna paura per quei galleggianti.
"Dimmi un po', Carmaux" disse Wan Stiller. "Servono a nutrire i
pesci tutte quelle zucche? Ne sai qualche cosa tu?"
"No, servono a prendere gli uccelli acquatici, mio caro amburghese."
"Scherzi?"
"Parlo da senno. Come tu sai tutti gli uccelli marini sono assai diffidenti
e non si lasciano quasi mai accostare dalle scialuppe. I caraibi gettano dunque
un gran numero di zucche che sono legate le une alle altre, con liane
lunghissime, per abituare i volatili alla loro presenza. Quando credono giunto
il buon momento, degli abili nuotatori si gettano in acqua, colla testa cacciata
entro una zucca nella quale prima praticano alcune aperture per poter vedere
liberamente."
"Comprendo" disse Wan Stiller, ridendo. "Protetti dalla zucca
s'avvicinano ai volatili e li tirano sott'acqua."
"Precisamente" rispose Carmaux, "e ti posso dire anche che fanno
delle caccie abbondanti e che non tornano mai ai loro villaggi senza portare,
appesi alla cintura, otto o dieci volatili. Quando poi..."
Uno sternuto sonoro gl'interruppe la frase. Don Raffaele aveva aperti gli occhi,
e faceva sforzi disperati per alzarsi e per rompere i legami che gli
imprigionavano le mani ed i piedi.
"Buon giorno, señor" disse Carmaux. "Pare che fosse veramente di
prima qualità, quell'Alicante."
Il disgraziato piantatore lo guardò con due occhi strambuzzati, poi digrignando
i denti, disse con voce rauca:
"Siete due malandrini."
"Malandrini! Oibò! V'ingannate, señor" rispose Carmaux. "Siamo
più galantuomini di quello che credete e potrete persuadervene frugando le
vostre tasche, appena vi avremo sciolte le mani.
"Che cosa volete dunque da me? Perché m'avete rapito? Suppongo che non mi
ripeterete la storiella del signor presidente dell'Udienza reale di
Panama."
"Veramente quel signore non c'entra più" disse Carmaux. "Vi
condurremo però dinanzi ad una persona che è non meno potente e che del pari
non scherza."
"Chi è costui?"
"Un altissimo personaggio, che pare s'interessi assai della sorte della
figlia del Corsaro Nero e che farà di tutto per salvarla."
"Toglierla al governatore!... Eh, via, quell'uomo non se la lascerà
sfuggire."
"La vedremo, quando i cannoni smantelleranno le fortezze di Maracaybo"
rispose Carmaux. "Venti anni or sono quegli stessi pezzi hanno spazzato via
la guarnigione."
Don Raffaele era diventato spaventosamente pallido.
"Sareste dei filibustieri, voi?" chiese con voce strozzata.
"Per servirvi, señor."
"Misericordia!... Sono un uomo morto!..."
"Non mi sembra, almeno per ora" disse Carmaux, ironicamente.
"Chi è il vostro capo?"
"Morgan."
"L'antico luogotenente del Corsaro Nero!... Il vincitore di Portobello?"
"Lo stesso."
"Povero me!... Povero me!..." sospirò il disgraziato.
"Oh! Non spaventatevi tanto, señor" disse Carmaux. "Il capitano
Morgan non ha mai mangiato alcuno e passa per un buon gentiluomo."
"Sì, un gentiluomo che ha fatto massacrare tutti i frati e tutte le
monache di Portobello."
"Già, è l'inferno che ci ha vomitati" disse l'amburghese ridendo.
"Così almeno dicono i vostri frati.
"Señor, lasciate andare le vostre collere, e accettate un crostino.
Abbiamo qui un po' di biscotto, una bella anitra arrostita ieri mattina e anche
un paio di bottiglie di vino spagnolo, che non varranno meno di quelle del
taverniere.
"È poca cosa per un signore pari vostro, ma per il momento non abbiamo di
meglio da offrirvi."
Carmaux trasse dalla cassa le provviste, ne fece tre parti uguali e slegò le
braccia al prigioniero, dicendo:
Don Raffaele, a cui la brezza marina aveva messo indosso un certo appetito, pur
brontolando e roteando gli occhi, si mise a mangiare e non rifiutò un paio di
bicchieri di Porto offertigli con gentilezza un po' ironica da Carmaux, né un
eccellente sigaro di tabacco di S. Cristoforo regalatogli dall'amburghese.
A mezzodì la baleniera si trovava già nelle acque del golfo Caro, formato da
una parte dalla costa venezuelana e dall'altra dalla penisola di Paraguana.
L'amburghese, che teneva sempre il timone e che si regolava su di una bussola
tascabile, mise la prora verso il capo Cardon, che già si delineava vagamente
sull'orizzonte.
Il golfo era deserto, poiché di rado le navi spagnole ardivano spingersi
lontane dai porti ben difesi, se non erano in buon numero e per lo meno scortate
da qualche nave d'alto bordo, per paura di venire catturate dai terribili
corsari della Tortue.
La baleniera continuò tutto il giorno ad inoltrarsi verso settentrione,
favorita da una brezza sempre fresca e dalle acque che erano appena mosse. Nel
momento in cui il sole tramontava, giungeva dinanzi alla baia d'Amnay, rifugio
in quell'epoca affatto disabitato e molto di rado frequentato dalle navi, che
non vi cercavano un approdo se non in causa di qualche violentissima tempesta.
"Ci siamo" disse Carmaux, volgendosi verso don Raffaele.
Il disgraziato piantatore, che dopo la colazione si era chiuso in un ostinato
silenzio, sospirò a lungo, senza rispondere.
La scialuppa manovrò per alcuni minuti in mezzo ad alcune catene di scoglietti
a fior d'acqua, poi si cacciò arditamente nella baia, alla cui estremità si
vedevano delle masse oscure sormontate da alte alberature ed antenne.
"Che cosa sono? Delle navi?" chiese don Raffaele che erasi fatto
smorto.
"È la flotta del capitano Morgan" rispose Carmaux.
"Una flotta?"
"Che farà buona prova contro i forti di Maracaybo."
Dietro una punta rocciosa era comparsa improvvisamente una grossa fregata, che
si trovava ancorata dinanzi alle altre navi, in modo da sbarrare l'entrata della
baia,.
"Ohè!" gridò Carmaux, facendo portavoce colle mani.
"Chi vive?" gridò una voce alzatasi sul ponte della nave.
"Fratelli della Costa: Carmaux e Wan Stiller. Calate la scala!"
La baleniera accostò la nave sotto il tribordo e si ormeggiò all'estremità
della scala di corda, che era stata subito gettata dagli uomini di guardia.
"Señor, coraggio" disse Carmaux, sciogliendo le corde che stringevano
le gambe del piantatore.
"Sì, ne avrò per morire" disse don Raffaele con voce cupa.
Quantunque si sentisse tremare le gambe, si aggrappò alla scala e dopo una
mezza dozzina di sospiri, gli uni più profondi degli altri, si trovò sulla
nave ammiraglia della flotta corsara.
Alcuni uomini, armati fino ai denti e muniti di lanterne, accorsero subito
circondandolo e guardando con viva curiosità.
"Il capitano?" chiese Carmaux.
"È nella sua cabina."
"Fate chiaro. Venite, señor e non tremate tanto."
Prese il piantatore per un braccio e, parte spingendolo e parte tirandolo, lo
condusse nel quadro, introducendolo in un salotto che era illuminato da una
lampada d'argento e che aveva le pareti coperte d'armi da fuoco e da taglio.
Un uomo di mezza età, di statura piuttosto bassa, ma robustissimo, dall'aspetto
fiero, cogli occhi nerissimi e vivaci, stava seduto dinanzi ad un tavolo tenendo
dinanzi a sé delle carte marine, che stava esaminando con profonda attenzione.
Vedendo entrare i due uomini s'alzò quasi di scatto, chiedendo:
"Che cosa mi porti, mio bravo Carmaux?"
"Un uomo, signore, che potrà dirvi quanto desiderate sapere sulla figlia
del cavaliere di Ventimiglia."
Una rapida emozione alterò per un istante i fieri lineamenti del terribile
corsaro.
"È là, è vero?" chiese a Carmaux.
"Sì, capitano."
"Nelle mani degli spagnoli?"
"Prigioniera del governatore."
"Grazie, Carmaux: esci e lasciami solo con quest'uomo."
CAPITOLO QUARTO
Morgan
Morgan, dopo la scomparsa del suo comandante, il Corsaro Nero, non aveva
abbandonato il golfo del Messico, né i filibustieri della Tortue.
Dotato d'una forza d'animo straordinaria, d'un coraggio a tutta prova e di
larghe vedute, non aveva tardato a farsi largo fra i Fratelli della Costa, i
quali si erano ben presto accorti che quell'uomo avrebbe potuto condurli a
grandi imprese.
Possessore ancora d'una discreta fortuna, raccolti gli avanzi dell'equipaggio
della Folgore, si era subito messo in mare, accontentandosi dapprima di assalire
le navi isolate, che commettevano l'imprudenza di solcare senza scorta, le acque
di San Domingo e di Cuba.
Quella crociera, più pericolosa che fruttifera, durava daparecchi anni con
varia fortuna, quando gli venne offerto il comando di una squadra composta di
dodici navi fra grosse e piccole, con un equipaggio di settecento uomini, per
tentare qualche grossa impresa a danno degli spagnoli.
Morgan non aspettava che l'occasione di aver forze sufficienti, per realizzare i
suoi grandiosi progetti.
Salpò quindi dalla Tortue annunciando che va ad assalire Puerto del Principe,
una delle più ricche e anche delle meglio difese città dell'isola di Cuba.
Un prigioniero spagnolo che era a bordo della sua flotta, con un coraggio
temerario si gettò in acqua e, riuscito a prendere terra, corse ad avvertire il
governatore di quella città del pericolo che la minacciava.
Il governatore aveva sottomano ottocento soldati valorosissimi e sapeva di poter
contare sulla popolazione.
Marciò sui corsari ed impegnò un disperato combattimento, ma dopo quattro ore
i suoi soldati volgono in fuga, lasciando sul campo di battaglia fra morti e
feriti più di tre quarti di loro.
Lo stesso governatore era caduto.
Morgan, imbaldanzito della vittoria, assaltò la città e, nonostante la difesa
opposta dagli abitanti, se ne impadronì e la saccheggiò con poco profitto
però, perché gli abitanti avevano avuto tempo di nascondere nei boschi le loro
migliori cose.
Saputo da una lettera che era stata intercettata, che un grosso corpo di
spagnoli accorreva da Santiago per cacciarli dalla città, i filibustieri si
guastarono col loro capo, che accusavano di averli condotti ad una impresa più
pericolosa che fruttifera.
Una rissa nata fra i marinai francesi ed inglesi, che formavano gli equipaggi
fece nascere una viva discordia. I primi si separarono da Morgan; i secondi
invece, che disponevano di otto navi, giurarono di seguirlo ovunque egli volesse
condurli.
Si parlava molto in quell'epoca dell'opulenza di Portobello, una delle più
belle città dell'America centrale, che riceveva tesori immensi da Panama, ma
che era anche una delle meglio fortificate e delle meglio guardate.
Nella mente audace di Morgan, nasce l'idea di piombare su quella città e di
tentarne l'espugnazione.
Quel progetto sembrava così temerario che i filibustieri crollarono la testa
quando li avvertì del suo disegno.
"Che importa" disse allora il fiero corsaro, "se piccolo è il
nostro numero, quando grandi sono i nostri cuori?"
Come resistere a quell'uomo? E la squadra, fidando nell'abilità del suo
ammiraglio, veleggiò verso Portobello. Era l'anno 1668.
Morgan approdò di notte a qualche miglio dalla città; lasciò un piccolo
numero a guardia dei legni; fece salire il grosso sulle scialuppe ed i
filibustieri s'accostarono silenziosamente ai forti.
Quattro marinai che servivano da perlustratori, s'impadronirono d'una sentinella
spagnola e la portano a Morgan, il quale riuscì a ottenere le notizie che gli
erano necessarie per predisporre l'assalto.
Poi la fece condurre sotto uno dei forti perché invitasse la guarnigione ad
arrendersi, se non voleva essere tagliata a pezzi.
Portobello aveva due castelli, ritenuti da tutti inespugnabili, presidiati
ognuno da trecento soldati e armati di un buon numero di cannoni. Morgan
assaltò il primo, dopo un sanguinoso combattimento vi penetrò alla testa dei
suoi, rinchiuse la guarnigione in un recinto, mise una miccia al magazzino delle
polveri e fece saltare spagnoli e castello insieme!...
Lieti di quel primo ed insperato successo, i filibustieri corsero verso la
città, per assalire il secondo ma vennero accolti da un fuoco così terribile,
che cominciarono a dubitare dell'esito dell'ardita impresa.
Morgan fece uscire dai conventi e dalle chiese tutti i frati e tutte le monache
e procuratesi dodici lunghe scale, li obbliga a piantarle essi medesimi nei
fossati, servendosi di loro come di baluardo per proteggere i propri uomini.
Gli spagnoli, sordi alle grida strazianti dei monaci e delle monache, fermi nel
volersi difendere, non cessarono il fuoco, e fecero una strage completa di quei
miseri e di quelle disgraziate.
Nondimeno i filibustieri non si perdettero ancora d'animo, riuscirono a salire
sulle mura, allontanando con granate i difensori e si impadronirono anche del
secondo castello.
La lotta non era però ancora finita, poiché un terzo forte dominava la città
ed era quello on cui si era rinchiuso il governatore.
Morgan intimò la resa, promettendo al presidio salva la vita. L'intimazione
ebbe per risposta una salva di cannonate.
I filibustieri, che sono ormai risoluti a tutto, non ostante le perdite tremende
che subivano, e l'eroica difesa del presidio, scalarono anche quelle mura colla
sciabola alla mano e, incredibile a dirsi, riuscirono a prendere anche il terzo
castello. Il governatore e tutti gli ufficiali vi avevano lasciata la vita. I
superstiti furono risparmiati.
Così in un solo giorno quel terribile corsaro, senza artiglierie e con
quattrocento soli uomini, riusciva a espugnare una delle più cospicue città
dell'America, che era l'emporio maggiore delle colonie spagnole dopo Panama, in
fatto di metalli preziosi.
Il bottino fu immenso; eppure Morgan ebbe ancora l'audacia di mandare due
prigionieri al presidente dell'Udienza Reale di Panama, coll'incarico di
chiedergli cento mila piastre per il riscatto della città!...
Quel presidente aveva millecinquecento uomini. Andò per scacciare i corsari e...
fu battuto e costretto a tornarsene sulle rive dell'Oceano Pacifico!... Però,
sperando di ricevere nuovi rinforzi, intimò a Morgan di lasciare la città.
Morgan gli rispose che se non la riscattava l'avrebbe incendiata e avrebbe
ucciso tutti i prigionieri. E le centomila piastre furono mandate.
Il riposo non era fatto per l'allievo del Corsaro Nero.
Risvegliatasi in Europa la guerra contro la Spagna, nel 1669, chiese patente di
corso al governatore della Giamaica, il quale non solo gliela accordò, ma gli
offerse anche il comando di un vascello di trentasei cannoni, perché assalisse
le colonie spagnole.
Morgan andò ad incrociare nelle acque di San Domingo, con la speranza di fare
grossi bottini, ma la nave gli saltò in aria con trecento dei suoi uomini, ed
egli si salvò per miracolo.
Il fuoco alle polveri era stato impiccato da alcuni francesi che aveva fatto
incatenare, perché si erano messi ai servigi della Spagna a danno degl'inglesi.
Avendo però costoro un vascello poderoso come quello che gli era stato affidato
dal governatore della Giamaica, Morgan coi marinai superstiti se ne impadronì e
tornò trionfante alla Tortue per organizzare una grossa spedizione.
Già aveva radunati parecchi legni montati da ben novecento filibustieri e si
preparava a rivolgersi verso le città del Venezuela che promettevano ricchi
saccheggi, quando si sparse la voce che la figlia del suo antico capitano, del
Corsaro Nero, era giunta nelle acque del Golfo del Messico e che gli spagnoli
l'avevano catturata, per vendicarsi del male che aveva fatto suo padre,
diciassette anni prima, ai possedimenti del grande Carlo V.
Come abbiamo già detto, Morgan non aveva più avuto notizie del terribile
corsaro. Solo aveva molti anni prima ricevuto un anello che recava le armi
intrecciate dei signori di Ventimiglia e di Roccabruna e dei duchi di Wan Guld,
lo stemma della donna che amava e solo delle vaghe voci erano giunte, a lunghi
intervalli, alla Tortue, sparse da filibustieri provenzali e savoiardi, che
asserivano essersi quell'intrepido gentiluomo ritirato nei suoi castelli del
Piemonte, dopo aver sposata la figlia del suo implacabile nemico.
Un marinaio olandese, che montava la nave catturata dagli spagnoli e nella quale
si trovava la figlia del Corsaro Nero, sfuggito miracolosamente alla rabbia
degli assalitori, aveva portato alla Tortue la notizia del suo arrivo in America
e della sua cattura, provocando una enorme sensazione fra i filibustieri, che
non avevano ancora scordato il fiero cavalier di Ventimiglia, che per tanti anni
li aveva condotti alla vittoria.
Soprattutto Morgan, che conservava una vera venerazione per il suo antico
capitano, era stato profondamente colpito. Fino allora aveva ignorato che il
Corsaro Nero avesse avuto dal suo matrimonio una figlia e che fosse morto sulle
Alpi in difesa del suo forte Piemonte e dei Duchi Savoiardi.
Fatto cercare il marinaio olandese e avuta la conferma che sulla nave catturata
si trovava realmente la figlia del suo capitano, apprese che era stata condotta
prigioniera a Maracaybo. Allora non ebbe più che una sola idea: andare a
salvarla, a costo di devastare tutte le città spagnole del Venezuela.
La proposta, fatta ai filibustieri della squadra, gente ruvida e feroce se
vogliamo, ma di gran cuore, era stata senz'altro accettata e le navi erano
salpate, mettendo risolutamente la prora al sud.
Disgraziatamente una fiera tempesta le aveva assalite, prima di avvistare le
coste venezuelane, disperdendole in varie direzioni, e di quindici, solamente
otto erano riuscite a rifugiarsi nella baia di Amnay. Di là Morgan aveva
inviati Wan Stiller e Carmaux, i due marinai fidati del Corsaro Nero, a
Maracaybo per avere notizie più precise sulla sorte toccata alla figlia del
gentiluomo piemontese o perché gli portasse qualche prigioniero che gli
fornisce più dettagliate informazioni...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Uscito Carmaux, Morgan si era messo ad osservare con un certo interesse il
piantatore, che si teneva appoggiato ad una parete, pallido come un cencio di
bucato e tremante come se avesse la febbre terzana.
"Voi siete?" gli chiese finalmente, con voce secca.
"Don Raffaele Tocuyo, señor capitano."
"È vero che la figlia del cavaliere di Ventimiglia, o meglio del Corsaro
Nero, è prigioniera a Maracaybo?"
"L'ho udito a raccontare."
"Dove si trova?"
"Nelle mani del governatore: l'ho già detto ai vostri uomini."
"Narratemi quanto sapete."
Il piantatore, con voce tremante, non si fece pregare e gli raccontò quanto
aveva già detto ai due filibustieri che lo avevano fatto prigioniero.
"È tutto?" chiese Morgan, piantandogli addosso uno sguardo
scrutatore.
"Lo giuro, capitano."
"Non sapete dove si trova rinchiusa?"
"No, ve lo assicuro" rispose don Raffaele, dopo un po' di esitazione
che non isfuggì al corsaro.
"Eppure un uomo che frequenta la casa del governatore, dovrebbe saperne di
più."
"Non sono il suo confidente."
"È giovane la figlia del Corsaro?"
"Mi hanno detto che non deve avere più di sedici anni e che somiglia a suo
padre."
"Di quali forze dispone il governatore di Maracaybo?"
"Ah!... Signore..."
Morgan corrugò la fronte ed un lampo minaccioso brillò nei suoi occhi
nerissimi.
"Non sono abituato a ripetere la medesima domanda" disse con voce
breve e tagliente come la lama d'una spada.
Batté le mani e Carmaux e Wan Stiller, che dovevano essersi messi di guardia
nella corsìa, furono pronti ad entrare.
"Conducete sul ponte quest'uomo" disse Morgan.
"Che cosa volete fare di me, signore?" chiese don Raffaele spaventato.
"Io sono un povero uomo inoffensivo."
"Lo saprete subito."
I due filibustieri lo presero per le braccia e lo condussero in coperta. Morgan
li aveva seguìti.
Gli uomini di guardia vedendo comparire il comandante erano accorsi portando
parecchie lanterne.
"Un cappio dal pennone d'artimone" disse loro Morgan, a mezza voce.
Un marinaio salì sulle griselle, scomparendo in mezzo alla velatura.
"Parlerete ora?" chiese Morgan, volgendosi verso il prigioniero, che
era stato collocato presso l'albero di mezzana.
Don Raffaele non rispose. Il buon sangue spagnolo si era ridestato in lui e non
si sentiva l'animo di commettere un tradimento.
Ad un tratto vacillò e mandò un urlo terribile.
Un gherlino era sceso silenziosamente dall'alto e Carmaux, ad un cenno di Morgan,
aveva gettato al collo del piantatore il cappio, dandogli una stretta.
"Issa!" gridò Morgan.
"No... no... dirò tutto!" urlò il piantatore, portandosi le mani al
collo.
"Vedete che ho degli argomenti irresistibili" disse il corsaro,
ridendo ironicamente.
"Vi sono seicento soldati" disse don Raffaele, precipitosamente.
"È vero che il forte della Barra lo si giudica imprendibile?"
"Così si dice."
Morgan alzò le spalle.
"Anche quelli di Portobello si ritenevano inespugnabili, eppure li abbiamo
presi" disse. "Voi mi assicurate che la figlia del cavalier di
Ventimiglia è la?"
"Lo ripeto."
"Voi tornerete questa notte istessa a Maracaybo con una lettera per il
governatore. Badate che io saprò trovarvi e punirvi se non eseguirete ciò che
vi dico. Qui una lanterna."
Strappò da un libbriccino una pagina, si levò da una tasca una matita,
s'appoggiò alla murata e scrisse alcune righe.
"Cacciatevi bene queste parole nel vostro cervello onde possiate ripeterle
al governatore, nel caso che smarriste il biglietto" disse poi,
rivolgendosi a don Raffaele.
"Al signor Governatore di Maracaybo.
"Vi accordo ventiquattr'ore per mettere in libertà ed inviarmi la
figlia del cavaliere di Ventimiglia e della duchessa di Wan Guld, il cui padre
fu un tempo governatore di Maracaybo e suddito spagnolo.
"Se non obbedite, spianerò la città e se occorre anche quella di
Gibraltar.
"Rammentatevi di ciò che hanno saputo fare i filibustieri guidati dal
Corsaro Nero, da Pietro l'Olonese e da Michele il Basco, diciott'anni or sono.
MORGAN
"Almirante della squadra della Tortue."
"Carmaux, fa preparare una scialuppa montata da otto uomini ed
inalberare la bandiera bianca. Condurranno questo señor a Maracaybo."
"Dobbiamo accompagnarli io e Wan Stiller?"
"Avete bisogno di riposo: restate a bordo. Andate señor e badate che la
vostra pelle è ormai segnata. Sta in voi a salvarla."
Ciò detto tornò nella sua cabina, mentre il povero piantatore scendeva nella
scialuppa che era stata già calata in acqua.
CAPITOLO QUINTO
La presa di Maracaybo
Le ventiquattro ore erano trascorse senza che notizia alcuna fosse giunta
alla flotta filibustiera, che non aveva lasciato il suo ancoraggio; peggio
ancora, nemmeno la scialuppa aveva fatto ritorno, quantunque il mare si fosse
mantenuto sempre calmo e il vento non avesse cessato di soffiare.
Una profonda commozione si era impadronita dei cinquecento corsari che
equipaggiavano la flotta, temevano che gli spagnoli di Maracaybo non avessero
rispettata la bandiera bianca inalberata sulla scialuppa, ciò che altre volte
era accaduto.
Anche Morgan, di solito così calmo, cominciava a dar segni non dubbi d'una viva
irritazione, passeggiando sulla coperta con passo agitato e la fronte corrugata.
Carmaux e Wan Stiller erano addirittura furiosi. "Sono stati presi ed
impiccati" ripeteva il primo. "Non rispettano nemmeno i nostri
parlamentari. Eppure siamo belligeranti patentati, essendo la Spagna in guerra
colla Francia e coll'Inghilterra."
"Il capitano li vendicherà, amico Carmaux" rispondeva l'amburghese.
"Raderemo Maracaybo al suolo. Questa volta non la risparmieremo, come
quando ci siamo andati col Corsaro Nero e coll'Olonese."
Altre dodici ore trascorsero in continue impazienze ed in attese vane. Già
Morgan, d'accordo con Pierre le Picard,(1) suo secondo nel comando della
squadra, si accingeva a dare il comando di salpare le àncore, quando agli
ultimi raggi del sole fu scorto un piccolo canotto indiano montato da un solo
uomo e che arrancava faticosamente, cercando d'imboccare la piccola baia.
Gli fu mandata incontro una scialuppa montata da dodici uomini, e venti minuti
dopo quell'uomo si trovava a bordo della nave ammiraglia, dinanzi a Morgan.
Un grido di sorpresa e di rabbia era sfuggito a tutti i marinai, riconoscendo in
lui uno degli otto filibustieri incaricati di scortare il piantatore.
"Dove sono i tuoi compagni?" chiese Morgan, dopo d'averlo lasciato
vuotare una tazza di rum, tanto quel povero diavolo appariva sfinito dalla
fatica.
"Impiccati, capitano" rispose il filibustiere. "Essi penzolano da
sette forche erette sulla Plaza Maior di Maracaybo, nell'istesso luogo ove
diciott'anni or sono fu preso il Corsaro Rosso, il fratello del signore di
Ventimiglia."
Un lampo terribile era guizzato negli occhi dell'Almirante della squadra.
"Impiccati! ..." gridò con voce terribile.
"Per ordine del governatore."
"Malgrado la bandiera bianca?"
"Che hanno subito stracciata sotto i nostri occhi, dopo averci fatti
sbarcare e averci accolti come parlamentari."
"E non vi siete difesi?"
"Ci avevano prima invitati a deporre le armi, promettendo di rispettarci
come messi di pace."
"Miserabili!... E perché ti hanno risparmiato?"
"Perché vi recassi la risposta del governatore."
"L'hai?"
"Eccola" disse il filibustiere levandosi dalla fascia di lana che gli
cingeva i fianchi, un biglietto.
Morgan se ne impadronì vivamente, gettandovi sopra gli occhi.
Non conteneva che due righe:
"Aspetto a Maracaybo i filibustieri della Tortue per impiccarli tutti.
Il governatore della piazza".
Morgan stracciò con ira il biglietto, poi rivolgendosi al marinaio, chiese:
"Ti ha detto nulla della figlia del cavaliere di Ventimiglia?"
"Sì, che andate a prenderla, se ne avete il coraggio."
"E la prenderemo" rispose Morgan.
Poi, con voce tuonante, in modo da poter essere udito anche dai marinai delle
altre navi, gridò:
"Si salpino le àncore e si sciolgano le vele. Prima di domani sera
Maracaybo sarà nostra."
Un urlo immenso, alzatosi su tutte le navi, rispose:
"A Maracaybo!... A Maracaybo!..."
Mezz'ora dopo le otto navi lasciavano la baia, veleggiando verso il golfo. La
Folgore - che era la nave di Morgan, così battezzata a ricordo della valorosa
nave del Corsaro Nero - apriva la via.
Era la più grossa di tutte, una fregata a tre alberi, armata di trentasei
cannoni di grosso calibro, fra cui alcuni pezzi da caccia e montata da ottanta
uomini che nulla temevano.
Le altre, che erano quasi tutte caravelle predate agli spagnoli, ma armate di
numerosi pezzi di cannone, di petriere e di grosse spingarde, la seguivano in
una doppia colonna, tenendosi ad una distanza di cinque o seicento metri l'una
dall'altra, onde aver campo sufficiente per manovrare senza correre il pericolo
d'investirsi.
Tutte avevano i fanali spenti. Tuttavia, quantunque la luna mancasse, la notte
era abbastanza chiara, essendo l'aria delle regioni tropicali ed equatoriali
d'una purezza straordinaria.
Morgan, che si trovava sul ponte di comando, scrutava attentamente l'orizzonte,
essendogli stato riferito giorni innanzi che tre grosse navi spagnole avevano
lasciati i porti di Cuba per dargli la caccia e assalirlo prima che tentasse
qualche altra impresa contro le città del continente.
Carmaux, che era il suo fido, si trovava con lui e scambiavano qualche parola.
"Mi viene però un dubbio, capitano" disse Carmaux.
"E quale?"
"Che il governatore, conoscendo lo scopo della nostra spedizione e
sapendoci vicini, approfitti del nostro ritardo per far trasferire altrove la
figlia del signor di Ventimiglia."
Una ruga profonda si era disegnata sull'ampia fronte di Morgan.
"Se non ritrovassi quella fanciulla" disse con voce minacciosa,
"non darei una piastra di tutte le pelli degli spagnoli di Maracaybo. Tu
sai che so essere gentiluomo come il signor di Ventimiglia; ma anche tremendo ed
implacabile come Pietro l'Olonese, che fu il più feroce e spietato filibustiere
della Tortue."
"Quel cane di governatore, che mi fu dipinto come un uomo avidissimo e che
fu un tempo amico intimo del duca Wan Guld, il suocero del signor di
Ventimiglia, sarebbe capace di farla scomparire."
"Sventura a lui. Come il Corsaro Nero fu implacabile contro il duca, io non
lo sarò meno col governatore di Maracaybo e lo perseguiterei fino alla morte.
Ah! Se la figlia del nostro vecchio condottiero ci avesse avvertiti del suo
arrivo in America, gli spagnoli non l'avrebbero presa. Tutti i più celebri
filibustieri della Tortue si sarebbero tenuti onorati di scortarla e di
proteggerla. È strano che non si sia ricordata che suo padre contava fra noi un
numero così immenso di amici e di camerati devoti e che ignorasse che alla
Tortue egli possiede ancora una villa e delle piantagioni che io solo amministro
da diciassette anni."
"Forse era sua intenzione di giungere fra noi improvvisamente e, senza
l'incontro colla fregata spagnola che ha catturata la nave olandese, sarebbe
già la regina della Tortue."
"Ah!... Guarda Carmaux!..."
"Che cosa, capitano?"
"Dei fanali laggiù che navigano verso il nord."
"Che siano i tre vascelli che sono incaricati di darci la caccia? Ho udito
a raccontare che sono navi grosse, d'alto bordo, equipaggiate da biscaglini e
capaci d'affrontare una squadra ben più numerosa della nostra. In guardia con
quei lupi, capitano."
"Quei fanali vanno verso il settentrione, quindi non li incontreremo sulla
nostra rotta" rispose Morgan.
"Purché non facciano rotta falsa, per poi piombarci alle spalle quando
saremo impegnati coi cannoni del forte della Barra a Maracaybo" disse
Carmaux.
"Giungeranno troppo tardi. Va ad avvertire Pierre le Picard di stringere
contro la costa e fa chiamare in coperta tutti gli uomini."
Mentre venivano eseguiti i suoi ordini, Morgan seguiva attentamente cogli
sguardi i sei punti luminosi che continuavano ad allontanarsi dal golfo di
Maracaybo, anziché accorrere in difesa della città. Quando li vide scomparire
sul fosco orizzonte, respirò liberamente e la ruga che si delineava sulla
fronte, scomparve.
"Se torneranno, giungeranno a cose finite" mormorò. "Quando
sorgerà l'alba, noi saremo sotto il forte della Barra e vedremo se gli spagnoli
resisteranno a lungo."
Le otto navi che formavano la squadra si erano ripiegate verso la costa,
stringendo il vento il più possibile. Già l'isola di Zapara era in vista sulle
sue spiagge non brillava nessun fuoco che annunciasse qualche sorveglianza da
parte degli spagnoli.
Mancava qualche ora all'alba, quando la squadra, ancora da nessuno avvistata,
entrava a gonfie vele nella laguna di Maracaybo, passando fra la penisoletta di
Sinamaica e la punta occidentale di Tablayo.
Tutti gli uomini erano già ai loro posti di combattimento, dietro le brande
accumulate sui bastingaggi o nelle batterie dietro ai pezzi, ed i comandanti sui
ponti col portavoce in mano.
"Carmaux" disse Morgan che fissava il forte della Barra, già in
vista. "Dà ordine ai nostri artiglieri di non far fuoco, anche se gli
spagnoli ci bombardano.
Cominciavano a diradarsi le tenebre, quando la squadra comparve improvvisamente
nelle acque battute dal forte, disposta su una sola linea, colla Folgore nel
centro.
L'allarme era stato già dato e l'intera guarnigione era uscita frettolosa dalle
casematte per accorrere sugli spalti del castello. Quei soldati dovevano però
essere ben sorpresi di vedersi piombare addosso, all'improvviso, quella squadra
che non era stata fino allora segnalata nemmeno dalle caravelle incaricate della
vigilanza della bocca della laguna.
Probabilmente il governatore, non credendo alla minaccia di Morgan, non si era
preso nemmeno il fastidio di avvertire il comandante del forte di prepararsi
alla difesa.
Gli spagnoli però non si perdettero d'animo ed accolsero la squadra con un
furioso cannoneggiamento, credendo di affondarla facilmente o per lo meno di
costringerla a tornare nel golfo.
Avevano però da fare con gente che non s'inquietava gran che delle cannonate.
Malgrado quella grandine di palle, le navi corsare continuavano tranquillamente
ad accostarsi, senza prendersi la briga di rispondere.
Qualche albero e qualche pennone cadeva, qualche murata si sfasciava qualche
filibustiere venivano mutilato o fulminato da quelle incessanti scariche, eppure
nessuno osava trasgredire l'ordine dato da Morgan, tanto era ferrea la
disciplina che regnava sui vascelli corsari.
Già la Folgore non si trovava che a due gomene dalla spiaggia e si preparava a
calare in mare le scialuppe, quando tutto quel furioso cannoneggiamento come per
incanto cessò.
Diradatosi il fumo che ondeggiava sugli spalti, gli equipaggi con loro grande
stupore non scorsero più nessun uomo dietro alle artiglierie.
"Che cosa vuol dir ciò?" si chiese Morgan, che non aveva abbandonato
per un solo istante il ponte di comando. "Che si arrendano? Eppure
ritenevano questo forte inespugnabile. Pierre le Picard!..."
Il filibustiere che portava quel nome e che, come abbiamo detto, aveva il
comando in seconda e che godeva fama di essere uno dei più intrepidi Fratelli
della Costa, lasciò la ribolla del timone, raggiungendo il comandante.
"Che cosa ne pensi tu di questo improvviso silenzio?" gli chiese
Morgan. "Che nasconda qualche sorpresa?"
"Vado ad assicurarmene" rispose il filibustiere, senza esitare.
"Datemi quaranta uomini, tenetene pronti altri cento e do la scalata al
forte."
Le scialuppe erano state già calate in acqua. Il filibustiere scelse i suoi
uomini e vogò verso terra, mentre le altre navi si preparavano a sbarcare parte
dei loro equipaggi, onde appoggiarlo nell'ardimentosa impresa.
Morgan, che temeva una sorpresa, fa scaricare tutti i venti cannoni di tribordo,
tempestando le difese avanzate del castello, ma nessuno rispose, né alcun
soldato si mostrò.
I quaranta corsari della Folgore, sbarcati a terra, presero a scalare le rocce,
armati solamente d'una pistola e d'una corta sciabola, lottando in celerità per
giungere primi. Giunti sotto le mura scagliarono fra i merli alcune granate
mandandole a scoppiare al di là delle cinte, poi montando gli uni sulle spalle
degli altri, si arrampicarono sulla cinta esterna e la scalarono mandando urla
terribili.
Non trovano altro che i cannoni e pochi fucili abbandonati dal nemico nella sua
precipitosa ritirata. Il presidio, credendo di non poter arrestare i corsari e
spaventato dal numero delle navi, si era ritirato precipitosamente in Maracaybo,
accontentandosi di mettere una miccia accesa al magazzino delle polveri, perché
con esse saltassero in aria anche i nemici.
Fortunatamente i corsari non erano ancora entrati nel forte quando lo scoppio
avvenne.
Crollarono con immenso fracasso le casematte, le merlature e parte delle
muraglie, aprendo qua e là delle enormi breccie, senza però danneggiare
l'equipaggio della Folgore.
Udendo quel rombo spaventevole e vedendo innalzarsi quella colonna di fumo, i
marinai delle altre navi si erano affrettati a prendere terra per accorrere in
aiuto dei loro camerati che credevano di trovare malconci e anche alle prese
cogli spagnoli, e furono invece accolti da altissime grida di vittoria.
Morgan, informato della ritirata del presidio, decise senz'altro d'investire la
città, prima che i suoi abitanti potessero rifugiarsi nei boschi e mettere in
salvo i loro tesori.
Lo scoppio del forte aveva già sparso il terrore fra quella disgraziata
popolazione, che aveva già provati gli orrori del saccheggio, compiuto
vent'anni prima dai filibustieri del Corsaro Nero, di Pietro l'Olonese e di
Michele il Basco.
Invece di prepararsi alla difesa tutti gli abitanti si erano dati a fuga
precipitosa nei boschi vicini, portando con sé quanto aveva di meglio, e anche
fra i soldati della guarnigione regnava un panico, che la presenza del
governatore e dei suoi ufficiali non bastava a dissipare.
Il nome di Morgan, l'espugnatore di Portobello, faceva titubare i più vecchi
soldati, che pur avevano date tante prove di valore sui campi dell'Europa e che
avevano conquistati e rovesciati imperi, come quelli degli Aztechi nel Messico e
degli Incas nel Perù.
I filibustieri, lasciati pochi uomini a guardia della squadra e saliti sulle
scialuppe, si accostarono velocemente alle banchine del porto. Morgan era alla
loro testa con Pierre le Picard, Carmaux e Wan Stiller.
Vedendoli sbarcare, gli spagnoli, che erano pure in buon numero e che avevano
innalzate frettolosamente delle trincee, avevano aperto un violentissimo fuoco
di moschetteria, mentre i due fortini che proteggevano la città dal lato di
terra, facevano rombare i loro grossi cannoni. Era però ormai troppo tardi per
arrestare quei filibustieri, che le possenti e numerose artiglierie del forte
della Barra non avevano saputo trattenere né schiacciare.
I bucanieri, che si trovavano sempre in buon numero sulle navi corsare e che, in
quell'epoca, erano i migliori bersaglieri del mondo, con scariche ben
aggiustate, avevano ben presto costretto il presidio ad abbandonare le trincee
ed a salvarsi con una fuga più che precipitosa.
Dieci minuti dopo, le bande di Morgan irrompevano nelle vie della disgraziata
città, invadendo le case e uccidendo senza misericordia quanti tentavano di
opporre resistenza.
CAPITOLO SESTO
Don Raffaele
Mentre i filibustieri s'abbandonavano al saccheggio, Morgan con una
cinquantina dei suoi marinai si era diretto verso il palazzo del governo, dove
sperava di sorprendere ancora il governatore e dove supponeva di trovare qualche
resistenza.
Non vi era invece più nessuno. Tutti erano fuggiti, lasciando il portone
spalancato ed il ponte levatoio abbassato.
Solo sette forche, dalle quali pendevano i sette corsari che avevano
accompagnato il piantatore, facevano triste mostra, proprio nel mezzo dell'ampia
e deserta piazza.
Nello scorgerli, un urlo di rabbia era scoppiato fra il drappello di Morgan.
"Bruciamo il palazzo del governatore!... Vendetta, capitano, vendetta!...
Trucidiamo tutti!..."
Pierre le Picard, che faceva parte del drappello, gridò:
"Portate qui due barili di polvere e facciamo saltare il palazzo!..."
Già degli uomini stavano per slanciarsi in varie direzioni, quando un comando
breve ma energico di Morgan li arrestò.
"Sono io che comando qui!... Chi si muove è uomo morto!..."
Il filibustiere si era gettato fra la turba furibonda, colla spada nella destra
e una pistola nella sinistra.
"Insensati!..." urlò. "Che cosa siamo venuti a far qui? E non
pensate che forse in questo palazzo, in qualche antro segreto si trova la figlia
di cavalier di Ventimiglia? Volete ucciderla per una stupida vendetta?"
A quelle parole l'ira furibonda dei filibustieri era improvvisamente sbollita.
Chi poteva assicurare che il governatore, prima di fuggire, non avesse nascosta
in qualche sotterraneo la fanciulla, per la cui salvezza avevano tentato
quell'ardito colpo di mano?
"Invece di gridare come oche" disse l'almirante della flotta corsara,
"cercate di fare quanti prigionieri potete. Qualcuno saprà dirci dove si
trova la figlia del Corsaro Nero.
"Questo si chiama parlare d'oro" disse Carmaux che faceva parte del
drappello. "Ehi, amburghese, dove sei?"
"Eccomi, compare" rispose Wan Stiller.
"In caccia, amico mio. Cerchiamo di prendere qualche pezzo grosso."
Mentre Morgan entrava con parecchi dei suoi ufficiali nel palazzo del governo,
per frugarlo da cima a fondo, e gli altri si disperdevano in varie direzioni per
procurarsi dei prigionieri, Carmaux e l'amburghese, che conoscevano
sufficientemente la città essendovi stati già due volte col Corsaro Nero molti
anni prima, presero un viottolo che serpeggiava fra le muraglie di alcuni
giardini.
"Dove mi conduci?" chiese l'amburghese, dopo aver percorso un
centinaio di passi, senza aver incontrato alcuno. "Non è da questa parte
che fuggono gli abitanti."
"Voglio andare a fare una visita alla taverna El Toro" rispose Carmaux.
"Scommetterei una piastra contro un doblone di Spagna che troveremo
qualcuno da quelle parti."
"I nostri non devono ancora essere giunti fino là."
"Infatti non odo alcun colpo di fucile echeggiare verso la laguna."
"Allunga il passo, amburghese."
I filibustieri della squadra, che avevano appena allora cominciato il
saccheggio, si trovavano ancora nei sobborghi, che si prolungavano dietro il
forte della Barra e non erano giunti ancora nel cuore della città.
Da quella parte si udivano clamori spaventevoli, seguìti da qualche scarica di
fucili e si vedevano alzarsi anche delle colonne di fumo. Nei giardini e nelle
case adiacenti, regnava invece un silenzio assoluto. La popolazione doveva aver
approfittato della breve resistenza opposta dalle truppe, per sgombrare
precipitosamente, salvandosi nei boschi o sulle isole della laguna.
Carmaux e l'amburghese, di quando in quando scorgevano bensì qualche uomo o
qualche donna attraversare velocemente i giardini, ma non si prendevano la briga
di dare loro la caccia.
Correvano da dieci minuti, quando si trovarono su una piazzetta all'estremità
della quale, dinanzi ad una porta, pendevano due enormi corna.
"La taverna" disse Carmaux.
"Sì, la riconosco dall'insegna" rispose l'amburghese.
"Pare che anche qui tutti abbiano sgombrato."
"Taci!..."
"Che cos'hai?"
"Qualcuno s'avvicina."
Presso la taverna s'apriva una via e da quella parte si udivano delle persone
avanzarsi, correndo disperatamente.
"Attento amburghese" gridò Carmaux, slanciandosi da quella parte.
Aveva appena raggiunto l'angolo, quando un uomo gli cadde fra le braccia.
Carmaux fu pronto a stringerselo al petto, gridandogli con voce minacciosa:
"Arrenditi!..."
Nel medesimo istante otto o dieci negri che correvano all'impazzata, carichi di
pacchi voluminosi, urtarono l'amburghese così violentemente da mandarlo a gambe
levate, prima ancora che avesse potuto alzare il moschetto.
"Tuoni d'Amburgo!..." aveva esclamato Wan Stiller. "Mi
accoppano!..."
Udendo quella voce, l'uomo che era caduto fra le braccia di Carmaux aveva alzato
il capo, lasciandosi sfuggire subito un grido d'angoscia.
"Sono morto!..."
Carmaux era scoppiato in una risata fragorosa.
"Ah!... Il piantatore!... Che bell'incontro!... Come state señor
Raffaele?..."
Il disgraziato piantatore, sentendosi allentare la stretta, aveva fatto due
passi indietro, ripetendo con voce strozzata:
"Sono morto!... Sono morto!..."
"È dunque una vera mania che avete di credervi sempre morto?" chiese
Carmaux che non cessava di ridere. "Eppure mi sembra che scoppiate per
troppa salute."
"Toh!" esclamò in quel momento Wan Stiller, che si era alzato.
"Chi vedo?... Il piantatore?... Buona presa, Carmaux!"
Don Raffaele, muto per il terrore, guardava or l'uno or l'altro, tirandosi i
capelli.
"Ohimè!..." sospirò il piantatore. "Mi impiccherete per
vendicare i vostri camerati, che il governatore ha fatto appendere alle forche
della Plaza Mayor."
"Non siete stato voi."
"Lo so, però il vostro comandante potrebbe crederlo."
"Bah!... Bah!..." fece Carmaux, che si divertiva immensamente e che
faceva sforzi sovrumani per conservarsi serio. "Coraggio, signor mio; ecco
là Wan Stiller che porta in trionfo quattro bottiglie, che devono essere state
turate ai tempi di papà Noè. Perbacco!... Che fiuto che ha quell'amburghese!...
Ha scoperto la cantina di colpo!..."
Carmaux aveva preso per un braccio ben stretto il piantatore, onde non gli
scappasse, quando a breve distanza rimbombarono alcuni colpi di archibugio e da
una via laterale sbucarono a corsa sfrenata parecchi abitanti, che portavano
sulle spalle dei grossi involti contenenti probabilmente le loro ultime
ricchezze.
"Misericordia!..." esclamò il piantatore. "Ci uccidono!..."
"Ragione di più per rifugiarci nella taverna" disse Carmaux.
"Non si sa mai!... Una palla può deviare e fare scoppiare anche la vostra
pancia."
Lo spinse violentemente entro la taverna, dove l'amburghese stava decapitando,
colla sua corta sciabola, le quattro bottiglie.
La sala era deserta, ma tutto era sotto sopra. La grande tavola dove avevano
combattuto i galli giaceva colle gambe all'aria, i tavolini erano addossati alla
rinfusa contro le pareti; gli sgabelli ingombravano il pavimento assieme a vasi
e bottiglie infrante.
Pareva che il proprietario, prima di fuggire, avesse cercato di spezzare quanto
non aveva potuto portare con sé.
"Purché sia rimasta salva la cantina, poco importa" disse Carmaux.
"È così, amburghese?"
"Vero Alicante" rispose Wan Stiller, facendo schioccare la lingua da
buon intenditore. "È proprio di quello che abbiamo bevuto la sera del
combattimento dei gatti.
"Bada che gli altri non vengano a vuotarcele, perché non ho trovate che
queste bottiglie. Quel mascalzone di taverniere ha fracassato tutto nella
cantina. Imbecille!"
Riempì un bicchiere trovato per miracolo ancora intatto e lo offrì al
piantatore, dicendogli:
"Elisir di lunga vita, signor spagnolo. È di quello, ve ne
ricordate?"
Don Raffaele, che si sentiva tremare le gambe, lo vuotò d'un fiato borbottando
un grazie.
"Un altro" disse Carmaux, mentre l'amburghese si metteva alle labbra
una delle quattro bottiglie.
"Volete ubriacarmi una seconda volta per poi impiccarmi?" chiese don
Raffaele.
"Ve l'ha detto qualcuno che il capitano Morgan ha decretato la vostra
morte?" chiese Carmaux, con voce grave.
"Sono un moribondo, dunque?" urlò don Raffaele, diventando livido.
"Vuole vendicare su di me la morte dei suoi sette marinai?"
Carmaux lo guardò per qualche istante in silenzio, aggrottando a più riprese
la fronte, poi disse:
"Sta in voi salvarvi."
"Che cosa devo fare? Ditemelo! Io sono ricco, posso pagare un grosso
riscatto al vostro capitano..."
"Quello lo pagherete a noi, mio caro signore" disse Carmaux,
"essendo stati noi a farvi prigioniero; ma per ora non è questione di
danaro, bensì di pelle."
"Spiegatevi meglio" disse don Raffaele, che cominciava a respirare
più liberamente. "Non ho alcun desiderio di ballare un fandango
all'estremità d'una corda."
"Allora rispondete e pesate bene le vostre parole" disse Carmaux, che
tutto d'un tratto era diventato minaccioso. "Dove è stata nascosta la
signora di Ventimiglia?"
"Come!" esclamò il piantatore, facendo un gesto di sorpresa.
"Non l'avete ancora trovata?"
"No."
"Eppure io non l'ho veduta a fuggire col governatore."
"Ah! Ha preso il largo quel brav'uomo!" esclamò Wan Stiller con voce
ironica.
"Assieme ai suoi ufficiali e su buoni cavalli" rispose don Raffaele.
"A quest'ora deve essere ben lontano e sarete ben bravi se riuscirete a
raggiungerlo."
"E non vi era con lui la figlia del Corsaro Nero?"
"No."
"Don Raffaele!" gridò Carmaux, picchiando sulla tavola un pugno così
formidabile da far saltare le bottiglie. "Badate che giuocate la vostra
vita."
"Lo so ed è per questo che io non cercherò d'ingannarvi."
"Allora si trova ancora qui?"
"Ne sono più che certo."
"O che sia stata uccisa?" chiese Carmaux impallidendo.
"Non credo, che il governatore abbia avuto il coraggio di lordarsi le mani
del proprio sangue."
"Che cosa dite?" chiesero ad una voce i due filibustieri.
Il piantatore si morse le labbra come se si fosse pentito di essersi lasciate
sfuggire quelle parole, poi alzando le spalle disse:
"Io non ho giurato di mantenere il segreto e poi la mia vita si trova nelle
vostre mani ed io ho il diritto di difenderla come meglio posso."
Carmaux tracannò un sorso d'Alicante, poi incrociando le braccia e piantando
gli occhi in viso al piantatore, disse:
"Don Raffaele, spiattellate. Di quale sangue parlavate?"
"Avrete la pazienza di ascoltarmi?"
Carmaux stava per rispondere, quando alcuni colpi di fucile rimbombarono sulla
piazza e parecchie persone passarono correndo dinanzi alla taverna, gettandosi
verso le vicine ortaglie.
Cinque o sei filibustieri, che avevano in mano gli archibugi ancora fumanti,
vedendo l'insegna del Toro, si erano affacciati alla porta della taverna,
urlando:
"Una cantina! Hurrà! Buchiamo le botti!"
Carmaux si slanciò verso di loro coll'archibugio in mano, gridando:
"Indietro, camerati!"
"Toh!" esclamò uno di quei corsari. "I due inseparabili!...
Volete bere tutto voi?... Satanasso!... Lo spagnolo che ha fatto impiccare i
nostri compagni!... Abbruciamolo vivo!..."
"È nostro prigioniero" gridò Carmaux.
"Fosse anche del diavolo, io non me ne andrò se prima non gli avrò bucato
il ventre" disse un altro corsaro. "Largo, camerata! Quell'uomo
appartiene alla giustizia dei Fratelli della Costa."
Il povero don Raffaele, che era diventato paonazzo dal terrore, si era rifugiato
dietro la tavola, cercando di farsi più piccino che poteva.
"Levatevi dai piedi!" urlò Carmaux, puntando risolutamente
l'archibugio verso i filibustieri che si spingevano l'un l'altro per entrare.
"Quest'uomo è una preda dell'almirante."
Udendo quelle parole, i corsari si arrestarono titubanti, poi volsero le spalle
allontanandosi di corsa, tanto era il terrore che esercitava Morgan anche su
quell'accozzaglia di scorridori del mare, che pur non riconoscevano né leggi,
né governo.
"Parlate, ora" disse Carmaux, tornando verso il piantatore.
"Nessuno verrà più a disturbarci."
Don Raffaele bevette d'un fiato un bicchiere d'Alicante, per riprendere
coraggio, poi disse:
"L'istoria che io sto per narrarvi è un segreto che solo pochissimi
spagnoli conoscono e che voi ignorate. Vorrei però sapere, prima di
cominciarla, quale causa dell'odio implacabile che regnava fra il Corsaro Nero,
signor di Ventimiglia, ed il duca Wan Guld, un tempo governatore di questa
città.
"Voi che siete stati marinai e forse confidenti del terribile corsaro, che
tanto male ha recato alle nostre colonie, dovete saperne qualche cosa e ciò
schiarirebbe forse l'odio che il governatore attuale nutre ora per la giovine
figlia di quello scorridore del mare."
"Come!" esclamò Carmaux. "Il governatore odia la figlia del
Corsaro Nero? Non è dunque solo l'interesse che lo ha spinto a farla
prigioniera?"
"No, è odio di sangue" disse don Raffaele, con voce grave. "Se
il duca è morto ha lasciato un vendicatore che non sarà meno implacabile di
lui."
"Che cosa mi narrate voi?" disse Carmaux, spaventato.
"Rispondete alla domanda che vi ho fatta, poi io mi spiegherò
meglio."
CAPITOLO SETTIMO
Il monastero dei Carmelitani
Carmaux, che pareva in preda ad una vivissima agitazione, stette qualche
istante silenzioso guardando il piantatore, poi disse:
"L'odio fra il Corsaro Nero ed il duca di Wan Guld risale circa a
venticinque anni fa e non ebbe principio in America, bensì nelle Fiandre. I
signori di Ventimiglia erano allora in quattro fratelli e combattevano fra le
truppe dei duchi di Savoia, alleati della Francia, contro la Spagna. Belli
tutti, valorosi, audaci, godevano fama d'essere i più nobili gentiluomini del
Piemonte. Un giorno essi vennero assediati in una rocca fiamminga da un numero
strabocchevole di spagnoli, assieme al loro reggimento che era comandato dal
duca di Wan Guld. Resistevano tenacemente da alcune settimane, combattendo come
leoni, quando una notte il nemico entrava nella rocca a tradimento e se ne
impossessava, dopo d'aver ucciso uno dei quattro fratelli che era accorso a
contrastargli il passo. Un uomo aveva venduta la rocca ed aveva aperte le porte:
quel miserabile era il duca di Wan Guld."
"Avevo udito a parlare vagamente di quella storia" disse don Raffaele.
"Continuate."
"Il duca, per sfuggire all'ira dei signori di Ventimiglia, aveva chiesto al
governo spagnolo un posto nelle colonie dell'America ed era stato nominato
governatore di questa città."
"Era il prezzo del tradimento" disse l'amburghese, picchiando il pugno
sulla tavola.
"Il duca" proseguì Carmaux, "credeva di essere stato dimenticato
dai signori di Ventimiglia, ma s'ingannava. Non erano ancora trascorsi sei mesi
da che aveva assunto il suo posto, quando comparvero alla Tortue tre navi,
montate dai tre fratelli piemontesi. Erano il Corsaro Nero, il Verde ed il
Rosso, i quali avevano giurato di non lasciar più pace al traditore e di
vendicare il fratello assassinato nella rocca."
"Conosco il seguito" disse don Raffaele. "Dopo varie vicende, il
duca riusciva a catturare ed impiccare il Corsaro Verde e poi il Rosso, mentre
il Nero, senza saperlo, s'innamorava della figlia del suo mortale nemico, che
egli credeva fosse una principessa fiamminga."
"Sì, è così" rispose Carmaux. "E quando il Corsaro Nero, che
aveva giurato, sui cadaveri dei fratelli, di sterminare senza misericordia tutti
coloro che portavano il nome del traditore, seppe che la fanciulla che amava era
la figlia del duca, pur piangendo, l'abbandonò sola fra le onde in una
scialuppa, quando la tempesta stava per scoppiare sul golfo del Messico. Dio
però vegliava sulla fanciulla e la scialuppa, invece di venire assorbita dai
gorghi, andava a naufragare sulle coste meridionali della Florida, abitate da
una tribù di Caraibi, i quali, sedotti dalla bellezza meravigliosa della
naufraga, invece di divorarla la proclamarono la loro regina."
"Ed il Corsaro uccise il duca, è vero?" chiese don Raffaele.
"No, perché venuti all'abbordaggio alcuni mesi dopo, appunto nelle acque
della Florida, il vecchio traditore, piuttosto di cadere vivo nelle mani del suo
nemico, dava fuoco alle polveri inabissandosi colla propria nave fra i baratri
del Golfo del Messico."
"Il Corsaro era già a bordo di quella nave?"
"Sì, e anche noi" disse Carmaux, "avevamo già espugnato il
vascello del duca, quando l'esplosione ci scaraventò in mare assieme al
Corsaro. Salvatici su alcuni rottami, per una fortunata combinazione, due giorni
dopo approdavamo sulle coste della Florida, dove venivamo fatti prigionieri dai
sudditi della duchessa, la regina dei Caraibi. Se non ci mangiarono fu perché
la figlia di Wan Guld ci aveva riconosciuti a tempo e perché non si era spenta
ancora in lei l'affezione profonda che nutriva per il Corsaro."
"E non si vendicò?" chiese don Raffaele.
"Tutt'altro, perché una sera s'imbarcarono insieme su una scialuppa e per
molti anni non si seppe più nulla di loro. Più tardi un filibustiere italiano
ci narrò come il Corsaro e la giovane duchessa erano stati raccolti al largo da
una nave inglese in rotta per l'Europa e condotti in Piemonte, dove si erano
sposati.
"La loro felicità, come forse avrete saputo anche voi, fu breve. Dieci
mesi dopo, la duchessa moriva dando alla luce una bambina e l'anno seguente il
Corsaro, che non poteva rassegnarsi alla perdita della sua compagna, si faceva
uccidere sulle Alpi, combattendo contro i francesi che avevano invasa la Savoia
e che minacciavano il Piemonte."
"Sì, è così" disse don Raffaele. "Il governatore di Maracaybo
era stato esattamente informato."
"Perché s'interessava tanto del Corsaro?" chiese Carmaux con
sorpresa.
"Perché aveva ricevuto da suo padre una terribile missione."
"Quale?"
"Di vendicarlo."
"Ma chi era dunque suo padre?"
"Il duca di Wan Guld."
Un grido di stupore era sfuggito dalle labbra di Carmaux e di Wan Stiller.
Entrambi erano balzati in piedi, in preda ad una vivissima agitazione.
"Il duca ha lasciato un figlio!" avevano esclamato.
"Sì, un figlio avuto da una marchesa messicana ed a cui fu imposto il nome
di conte di Medina e Torres; non potendo assumere quello del padre."
"Ed è lui il governatore di Maracaybo?" chiese Carmaux.
"Sì, fu lui a far prigioniera Jolanda di Ventimiglia, la figlia del
Corsaro Nero." disse il piantatore "Dai suoi agenti, che aveva mandati
in Italia per spiare il Corsaro e, possibilmente, anche per ucciderlo, ciò che
sarebbe certo a quest'ora avvenuto, egli seppe che la giovane si era imbarcata
su una nave olandese in rotta per l'America, onde entrare in possesso dei beni
immensi lasciati dal duca".
"Mandò due navi poderose furono mandate a sorvegliare i passi delle
Antille, coll'incarico di catturare il veliero olandese, temendo il conte di
Medina che la figlia del Corsaro si recasse prima alla Tortue a chiedere
l'appoggio dei filibustieri, per riavere i beni che il governo spagnolo, dietro
istigazione del governatore di Maracaybo, aveva sequestrati."
"E perché li aveva sequestrati?"
"Per vendicarsi del male che aveva fatto il Corsaro Nero alle colonie
spagnole" disse don Raffaele.
"E chi amministra quei beni?" chiese Carmaux.
"Il bastardo del duca, il quale finirà poi per trattenerseli; e quei
possessi, se non lo sapete, valgono una decina di milioni."
"E non li ha mai reclamati la duchessa di Wan Guld, la moglie del
Corsaro?"
"Certo, ma senza risultato."
"Per cento milioni di aringhe salate!" esclamò Carmaux. "Ora
comprendo, un po' meglio di prima, perché quel briccone di governatore ci
teneva a fermare la figlia del Corsaro ed averla nelle sue mani. Mio caro don
Raffaele, ecco una bella occasione per salvare la vostra pelle e anche le vostre
sostanze. M'impegno io di farvele rispettare dai miei camerati, ma bisogna che
voi ci fate trovare la fanciulla. "Se il governatore non l'ha condotta con
sé..."
"Di questo son certo" disse il piantatore.
"Allora deve essere ancora qui. Dove? A voi il dircelo."
Don Raffaele era rimasto silenzioso, colla fronte stretta fra le mani, come se
pensasse profondamente. Ad un tratto si alzò dicendo:
"Sì, non può essere stata affidata che al capitano Valera."
"Chi è costui?" chiese Carmaux.
"Un intimo amico del conte di Medina e un po' anche la sua anima
dannata."
"Dove abita?"
"Nel convento dei Carmelitani."
"Non sarà fuggito?"
"Si sarà invece nascosto nei sotterranei che sono immensi e che si dice
comunichino colla laguna."
"Che uomo è?"
"Un valoroso, capace di difendere a lungo la preda affidatagli."
"Non perdiamo tempo" disse Carmaux. "Se i sotterranei comunicano
col lago, quel furfante potrebbe questa sera prendere il largo colla
fanciulla."
"Avvertiamo il capitano" disse Wan Stiller.
"E prendete con voi degli altri uomini" disse don Raffaele.
"Siamo già in troppi noi due" rispose Carmaux. "Sappiamo
maneggiare la spada come veri gentiluomini, è vero Wan Stiller?"
"Siamo allievi del Corsaro Nero, la prima e la più famosa lama della
Tortue" rispose l'amburghese.
"Su in cammino" disse Carmaux.
Vuotarono l'ultima bottiglia e uscirono.
Due filibustieri carichi di vasi di argento e di arredi sacri, che avevano
probabilmente rubati in qualche chiesa vicina, passavano in quel momento dinanzi
alla taverna.
"Ohe, camerati" gridò loro Carmaux. "Avvertite senza ritardo il
capitano Morgan che siamo sulle tracce della figlia del Corsaro Nero e che non
s'inquieti se tarderemo a tornare."
"Buona fortuna, Carmaux" risposero i due corsari, allontanandosi
velocemente.
"Guidateci don Raffaele e non dimenticatevi che la vostra vita sta nelle
mani della signora di Ventimiglia."
"Lo so" rispose il piantatore, con un sospiro che veniva proprio dal
cuore, "e farò il possibile per salvarla."
Si diresse verso una viuzza che doveva essere qualche scorciatoia, aperta fra
una piantagione d'indaco e di canne da zucchero, facendo segno ai due
filibustieri di seguirlo.
Dopo aver percorsi parecchi viottoli che separavano le ultime case della città
dalle piantagioni e dalla laguna, don Raffaele si arrestò dinanzi ad un vecchio
palazzo annerito dal tempo e che era sormontato da due torrette munite di
campane.
"Il convento dei Carmelitani" disse.
"Sembra che sia stato lasciato dai suoi abitanti" disse Carmaux, che
aveva osservato che la porta era aperta.
"Tutti sono fuggiti. Voi sapete che i corsari inglesi non risparmiano i
nostri frati."
"È vero" rispose Wan Stiller.
"Entriamo?" chiese il piantatore.
"Perbacco!" esclamò Carmaux. "Voglio vedere quel bravo capitano,
se ci sarà ancora."
"Sono certo che non è fuggito."
Spinsero la porta ferrata che era socchiusa e si trovarono in una sala
vastissima, in una specie di chiesa con alcuni altari e molte torce.
Quantunque i filibustieri di Morgan non fossero giunti fino là, vi regnava un
gran disordine. Banchi e sedie erano stati gettati sossopra; gli altari erano
stati frettolosamente spogliati di quanto avevano di più prezioso ed in terra
si vedevano quadri d'immagini sacre e crocifissi.
"È vasto questo monastero?" chiese Carmaux.
"Assai" rispose don Raffaele. "Ritengo però inutile frugare le
sale e le celle. Se il capitano si trova ancora qui, si sarà nascosto nei
sotterranei."
"Dove si trovano?"
Don Raffaele indicò un angolo della chiesa:
"Sotto quella pietra."
"Che abbia dei compagni il vostro capitano?"
"Lo ignoro."
"Ah! diavolo!" esclamò Carmaux. "Forse siamo stati imprudenti a
non prendere con noi un rinforzo! Che cosa ne dici, amburghese?"
"Dico che siamo solidi e ben armati" rispose Wan Stiller, "e che
non è questo il momento di rimandare l'impresa."
"Tu parli come un libro stampato, compare. Giacché abbiamo cominciato,
checché debba succedere, dobbiamo condurlo a termine."
Raccolse da terra un grosso cero, subito imitato dall'amburghese, l'accese e si
diresse verso l'angolo indicato dal piantatore.
"Spero, don Raffaele" disse, "che non ci attirerete in qualche
agguato. Io andrò innanzi, ma il mio compagno vi terrà dietro colla spada in
mano e vi avverto che quando vibra un colpo inchioda un uomo come uno
scarafaggio."
Il piantatore fece un cenno affermativo col capo e si asciugò il sudore che gli
bagnava la fronte.
Entro una specie di nicchia si vedeva una pietra circolare, fornita d'un anello
di ferro, che pareva l'ingresso di una tomba. Ed infatti si vedevano delle
lettere incise sulla lastra e anche uno stemma, che rappresentava due leoni
rampanti su una fascia diagonale.
"Qui" disse il piantatore con voce soffocata.
Carmaux passò la canna dell'archibugio nell'anello e aiutato dall'amburghese
levò e rovesciò la pietra.
Un tanfo di muffa e d'aria corrotta sfuggì dal foro, facendo indietreggiare i
due corsari.
"Un rifugio punto profumato" disse Carmaux. "Possibile che quel
capitano si sia rifugiato qui dentro?"
"Sì" disse il piantatore.
"Da chi lo avete saputo voi?"
"Dal governatore e dal padre superiore del monastero."
"Sapete molte cose voi, don Raffaele. È stata una vera fortuna l'avervi
incontrato quella sera del combattimento dei galli."
"O una disgrazia?"
"Per voi forse, non certo per noi" disse Carmaux ridendo. "Orsù
scendiamo."
Una scaletta di pietra a chiocciola conduceva nei sotterranei del monastero.
Carmaux snudò la spada, accese anche la torcia dell'amburghese, poi scese
coraggiosamente, badando dove metteva il piede.
Don Raffaele lo seguiva brontolando; Wan Stiller veniva per ultimo col moschetto
armato.
Dopo quindici gradini, i due filibustieri ed il piantatore si trovarono in una
specie di cripta, sulle cui pareti, semi-murate, si vedevano dei feretri di
pietra con degli stemmi e delle iscrizioni.
"Sono i sepolcri del monastero?" chiese Carmaux, facendo una smorfia.
"Sì" rispose don Raffaele.
"Il luogo è veramente poco allegro. Dove andiamo ora?"
"Entrate in quella galleria; conduce, ne sono certo, al rifugio del
capitano Valera."
"Sarà solo colla figlia del Corsaro Nero?"
"Io non posso saperlo, ve lo dissi già."
"Andiamo, compare" disse Carmaux, volgendosi verso l'amburghese.
"Non voglio che quest'uomo creda che noi abbiamo paura."
Alzò la torcia per meglio vedere dove metteva i piedi e s'inoltrò
risolutamente nel corridoio, tenendo la punta della spada diritta innanzi a sé.
Anche in quel corridoio si vedevano numerose tombe e anche dei monumenti,
rappresentanti per lo più dei cavalieri spagnoli con corazze, spade ed elmetti.
Dopo qualche minuto giunsero dinanzi ad un cancello di ferro semiarruginito, che
non era chiuso.
Al di là si vedeva una seconda cripta e all'estremità, Carmaux e Wan Stiller
scorsero, con viva gioia, una sottile striscia di luce che si proiettava
dall'umido e nero pavimento del sotterraneo.
"Ci siamo" mormorò Carmaux, spegnendo rapidamente le due torce.
"Ho mantenuta la mia promessa?" chiese don Raffaele.
"Da gentiluomo" rispose Carmaux. "È ben là che noi troveremo la
figlia del Corsaro Nero?"
"Ne son certo."
"Le hanno scelta una ben brutta prigione."
"Bisognava sottrarla alle vostre ricerche."
"Compare Wan Stiller, preparati a battagliare" disse Carmaux. "Il
capitano non si arrenderà senza lotta."
"Di questo non ne dubito" disse don Raffaele. "È un
valoroso."
S'avvicinarono cautamente a quella striscia di luce e s'accorsero che sfuggiva
al disotto di una porta.
Carmaux accostò un occhio alla toppa che era abbastanza larga e guardò
attentamente, rattenendo il respiro.
Al di là, vi era una stanza piuttosto vasta, colle pareti coperte da tavoloni
di legno e arredata semplicemente, non essendovi che alcuni scaffali e delle
vecchie poltrone a bracciuoli in pelle di Cordova. Due uomini stavano seduti
dinanzi ad una tavola che si trovava nel mezzo e parevano intenti a finire una
partita agli scacchi.
Uno aveva l'aspetto d'un gentiluomo e indossava anche l'elegante costume dei
ricchi spagnoli, l'altro sembrava un soldato, avendo indosso la corazza ed in
testa un mezzo elmetto d'acciaio con una piuma.
"Non sono che due" disse Carmaux sottovoce, volgendosi verso l'amburghese.
"È aperta la porta?"
"Mi sembra."
"Spingi ed entriamo. E le torce?"
"La stanza è illuminata e non ne avremo bisogno."
"Avanti dunque."
Carmaux spinse violentemente la porta, che non doveva essere stata assicurata
internamente e s'inoltrò colla spada in pugno, dicendo con voce un po' ironica:
"Buona sera, signori!..."
CAPITOLO OTTAVO
Un duello terribile
I due giuocatori, vedendo entrare quei tre personaggi, di cui due armati di
spada e d'archibugio, balzarono rapidamente in piedi, allontanando le sedie.
Colui che pareva un gentiluomo, era di statura piuttosto alta, magro come un
biscaglino, colle gambe e le braccia estremamente lunghe e poteva avere una
quarantina d'anni.
Il suo volto, dai lineamenti duri, angolosi, con due occhi grigi dal lampo
vivido, non era affatto piacevole.
L'altro, che doveva essere un soldato, era invece piuttosto tozzo, basso di
statura ed abbronzato come un indiano o per lo meno come un meticcio.
Aveva gli occhi nerissimi invece ed i lineamenti assai meno duri del compagno,
quantunque avesse nell'insieme qualche cosa che ricordava il muso astuto e
feroce del coguaro.
"Chi è di voi che si chiama il capitano Valera?" chiese Carmaux
sempre ironico, scoprendosi con finta cortesia il capo.
"Sono io" rispose l'uomo magro squadrandolo dal capo alle piante.
"E voi chi siete?"
"Vi preme saperlo?"
"Certo, prima di cacciarvi di qui a calci."
"Ah!... È una cosa un po' difficile, mio signore" disse il
filibustiere ridendo. "Ho dunque l'onore di dirvi che noi siamo due corsari
agli ordini del capitano Morgan."
Una bestemmia era sfuggita dalle labbra dello spagnolo.
"Chi vi ha guidati qui?"
Carmaux aveva gettato un rapido sguardo verso la porta e non vide che l'amburghese.
Il prudente don Raffaele non aveva osato comparire dinanzi al capitano, che
probabilmente lo conosceva.
"Siamo venuti di nostra iniziativa" disse, ritenendo inutile
compromettere il piantatore.
"E che cosa volete?"
"Null'altro che la restituzione della signora di Ventimiglia, che il conte
di Medina vi ha affidata."
"Chi ve lo disse?" gridò il capitano, sfoderando rapidamente la
spada.
"Adagio colle armi" disse Carmaux, facendo due passi innanzi, mentre
l'amburghese alzava l'archibugio.
"Ci minacciate?"
"Siamo gente di guerra, mio caro signore. Basta! Abbiamo chiacchierato
abbastanza e non abbiamo tempo da perdere. Consegnateci la figlia del Corsaro
Nero."
"Alcazar, a me!" urlò il capitano. "Cacciamo questi
gaglioffi."
Il soldato era già balzato innanzi snudando la spada, e con un urto improvviso
aveva rovesciata la tavola, gettando a terra il candeliere.
Wan Stiller aveva fatto fuoco sul capitano, ma in causa dell'improvvisa
oscurità aveva mancato il colpo.
"Mano alla spada, compare!" urlò Carmaux. "Ci piombano addosso.
"Don Raffaele, accendete una torcia!"
Nessuno rispose.
"Tuoni d'Amburgo!" gridò Wan Stiller, indietreggiando verso la porta,
e menando colpi all'impazzata per impedire ai due spagnoli di accostarsi.
"Il piantatore è scappato come una lepre!..."
"Tieni testa tu per qualche minuto?"
"Sì, compare."
Carmaux, indietreggiando, aveva ritrovata la porta. Avendo lasciate le due torce
nel corridoio, appoggiate alla parete, s'avanzò a tentoni per ritrovarle ed
accenderle, avendo con sé l'acciarino e l'esca.
L'amburghese, che non correva più il pericolo di venire colpito dal compagno,
tirava stoccate in tutte le direzioni e si copriva con mulinelli fulminei,
urlando a squarciagola.
"Avanti, se l'osate!... Prendete questa, capitano!... A te, soldataccio,
che tremi come un coniglio!... Tuoni d'Amburgo!... Vi faccio in cinquemila
pezzi!..."
I due spagnoli, trincerati dietro la tavola, tiravano anch'essi colpi
all'impazzata, per tener lontani gli avversari, e non facevano meno fracasso
gridando:
"Ladri!..."
"Assassini!..."
"Fuori di qui, bricconi!..."
"Volete la figlia del Corsaro? Eccola colla punta d'acciaio."
Mentre i tre uomini battagliavano contro le tenebre, senza osare fare un passo
innanzi, Carmaux trovò finalmente le torce, ma non il piantatore, il quale
aveva approfittato per darsela a gambe. Carmaux ne accese una.
"Vedremo ora come se la caveranno" disse.
Spalancò la porta e si precipitò nella sala sotterranea, urlando:
"Giù le armi o vi uccidiamo!"
Invece di abbassare le spade, i due spagnoli si posero in guardia, gridando:
"Avanzatevi, se l'osate!"
Carmaux piantò la torcia in una fessura del pavimento, e si fece innanzi,
dicendo:
"A te il soldato, a me il capitano."
"Sì" rispose l'amburghese.
Prima però d'incrociare la lama, Carmaux fece un ultimo tentativo.
"Siamo allievi del Corsaro Nero, che fu il più formidabile spadaccino
della Tortue" disse. "Noi vi uccidiamo, questo è certo. Volete
arrendervi e consegnarci la signora di Ventimiglia?"
"Il capitano Valera non si arrende ad un mascalzone pari tuo" rispose
lo spagnolo. "Vedrai come ti scucirò il ventre."
"Tuoni dell'aria!... A noi due!..."
Carmaux con un salto si era gettato verso la tavola, dietro la quale si tenevano
i due spagnoli ed aveva incrociata la spada col capitano.
Wan Stiller, dal canto suo aveva girato l'ostacolo, piombando addosso al
soldato, il quale era stato costretto a lasciare il riparo per non farsi
prendere alle spalle.
I quattro duellanti mostravano di conoscere a fondo tutte le sottigliezze della
scherma e di essere spadaccini di vaglia.
I due corsari però, avendo fatte le loro prime armi sotto il Corsaro Nero, che
fu il più famoso schermitore del suo tempo, fino dai primi colpi avevano
gettato un po' di timore negli animi dei due spagnoli, i quali si erano illusi
di sbrigare presto la partita, non essendo generalmente i filibustieri che dei
bravi tiratori d'archibugio.
Carmaux incalzava furiosamente il capitano, senza concedergli un istante di
tregua. L'aveva costretto a lasciare il riparo ed a rompere tre o quattro volte,
ed ora combattevano presso un angolo della sala.
Wan Stiller tempestava il soldato di botte. Già due volte l'aveva toccato, ma
avendo lo spagnolo il petto coperto dalla corazza, non ne aveva avuto alcun
danno.
Si capiva però che il suo avversario, assai meno destro del capitano, non
poteva durarla a lungo e si vedeva che si esauriva rapidamente vibrando stoccate
inutili.
"Ti arrendi?" chiese ad un certo momento l'amburghese, accorgendosi
che non parava più colla rapidità di prima.
"Mai" rispose il soldato. "I Bardabo muoiono, ma non si
arrendono."
"Non vedi che sto per ucciderti, e che non ne puoi più?"
"Allora prendi questa!"
Il soldato che si trovava quasi addosso al muro, con uno scatto improvviso si
era gettato sull'amburghese e, mentre gl'impegnava la spada guardia contro
guardia, aveva allungata una gamba, tentando di dargli uno sgambetto e di farlo
cadere.
"Ah!... Traditore!..." urlò l'amburghese. "Non è leale ciò.
Muori dunque!..."
Si gettò bruscamente da una parte per disimpegnare meglio la lama, poi andò a
fondo, spingendo il ferro con velocità fulminea.
La punta, entrata sotto l'ascella destra del soldato, che la corazza non
difendeva, era scomparsa nel corpo del disgraziato.
"Toccato" brontolò lo spagnolo, con voce semi-spenta.
Si appoggiò alla parete, lasciandosi sfuggire la spada, stravolse gli occhi,
mormorò qualche parola, poi stramazzò al suolo vomitando sangue.
"L'hai voluto" disse l'amburghese.
Poi si slanciò verso Carmaux, dicendo:
"Vengo in tuo aiuto, compare."
Il capitano teneva ancora testa al filibustiere, ma si trovava quasi addosso al
muro e appariva assai affaticato.
Aveva passata la spada dalla destra alla sinistra, per cercare di imbrogliare
vieppiù Carmaux, il quale, non essendo mancino, non doveva trovare quel
cambiamento di suo gusto.
"Pensate anche a me" disse Wan Stiller, piombandogli addosso.
"No, compare, non sarebbe leale" disse Carmaux. "Lascia a me
sbrigare la faccenda."
Il capitano, udendo quelle parole aveva fatto un ultimo salto indietro ed aveva
abbassata la spada.
"Vi credevo un ladrone del mare" disse, "capace di assassinarmi
anche a tradimento, e ritrovo invece in voi un gentiluomo. Al vostro posto, un
altro non avrebbe rifiutato il concorso d'un compagno."
"Il Corsaro Nero mi ha insegnato a essere leale" rispose Carmaux.
"Vi arrendete?"
Il capitano prese la spada con ambe le mani, l'appoggiò su un ginocchio e la
spezzò in due, dicendo:
"Sono vostro prigioniero."
"Non sappiamo che cosa farne dei prigionieri" rispose Carmaux. "Morgan
a quest'ora ne ha perfino troppi. Noi siamo venuti qui a cercare la figlia del
Corsaro Nero"
"Mi è stata affidata dal governatore e senza un suo ordine io non posso
cederla."
"È fuggito dopo le prime cannonate e non sappiamo dove sia. Quindi non
potrebbe, in questo momento, darvi il permesso."
"È presa adunque la città?"
"È in nostra mano da tre ore."
"Allora, signori, ogni resistenza da parte mia sarebbe inutile, da che
tutti sono fuggiti, compreso il governatore."
"Dov'è la signorina di Ventimiglia?"
Il capitano ebbe un'ultima esitazione, poi disse:
"Io ve la cederò, se voi mi promettete di ottenere dal vostro capitano il
permesso di lasciare la città indisturbato."
"Il signor Morgan ve lo accorderà" disse Carmaux. "Impegniamo la
nostra parola."
"Prendete la torcia e seguitemi."
Wan Stiller obbedì. Lo spagnolo si trasse dalla cintura di pelle, che portava
ai fianchi, una chiave e si diresse verso una porta che si vedeva all'estremità
della sala sotterranea.
"Adagio, signore" disse Carmaux che era sempre diffidente.
"Eravate soli qui?"
"Non vi è nessun altro" rispose il capitano. "Al fracasso
sarebbero già accorsi e allora le sorti del duello sarebbero forse
cambiate."
"Infatti avete ragione" disse Carmaux.
Il capitano introdusse la chiave nella toppa e aprì la porta, avanzandosi in
un'altra sala illuminata da un lampadario di stile veneziano, colle pareti
rivestite di pannelli, il pavimento riparato da un tappeto assai fitto e
arredata con una certa eleganza.
All'estremità si vedeva un'alcova, le cui tende rosse, con ricami d'oro
sbiadito dal tempo e dall'umidità, erano abbassate.
"Signora" disse il capitano. "Vi prego d'alzarvi. Delle persone
che hanno conosciuto vostro padre sono venute qui e vi aspettano."
Un grido si udì dietro alle tende, un grido di stupore e anche di gioia; poi
una fanciulla con una mossa fulminea erasi slanciata fuori dall'alcova, fissando
i suoi occhi sui due filibustieri che si erano levati i berretti.
Era una bellissima fanciulla, di quindici o sedici anni, alta e flessibile come
un giunco, dalla pelle pallidissima, quasi alabastrina, con la tinta che
ricordava suo padre il Corsaro Nero; aveva due occhi grandi, d'un nero intenso,
e lunghe ciglia che lasciavano cadere sul suo viso la loro ombra.
I suoi capelli, neri come l'ala di un corvo, li teneva sciolti sulle spalle,
legati solamente presso la nuca da una piccola fila di perle.
Indossava una semplice cappa bianco, con guarnizioni di trine e un sottile
ricamo d'oro sulle larghe maniche.
Vedendo i due corsari, si lasciò sfuggire un secondo grido e rimase colla bocca
aperta, mostrando due file di denti piccoli come granelli di riso e più
splendenti dell'opale.
"Signorina di Ventimiglia" disse Carmaux, inchinandosi goffamente e
con un certo imbarazzo, "noi siamo due fedeli marinai di vostro padre, qui
mandati dal suo antico luogotenente, il capitano Morgan..."
"Morgan!..." esclamò la fanciulla. "Morgan!... Il comandante in
seconda della Folgore?"
"Sì, signorina. Avete udito a parlare di lui?"
"Mio padre è morto troppo presto perché me ne parlasse" disse la
fanciulla con profonda tristezza, "ma, nelle sue memorie, ho trovato molte
volte il nome di quel fedele e valoroso corsaro, che lo seguì sui mari e che lo
aiutò a compiere le sue vendette. Dov'è ora?"
"Qui, in Maracaybo, signorina."
"Morgan qui? Allora i filibustieri della Tortue hanno preso la
città!"
"Da stamane."
"E potrò vederlo?"
"Quando vorrete."
"E voi, capitano, me lo permetterete?" chiese volgendosi verso lo
spagnolo.
"Voi siete libera, signora, dal momento che il governatore è
fuggito."
"Ah!" fece la giovane, con accento un po' ironico. "Il conte di
Medina è scappato dinanzi ai filibustieri della Tortue? Lo credevo più
valoroso."
"Meglio la fuga che la prigionia."
"Già, per coloro che non sanno morire combattendo. Sicché io sono
libera?"
"E sotto la nostra protezione, signorina" disse Carmaux.
"Voi siete..."
"Eravamo due devoti servitori di vostro padre, il Corsaro Nero."
"I vostri nomi."
"Carmaux e Wan Stiller."
La giovane si passò una mano sulla fronte, come per risvegliare delle lontane
memorie, poi disse:
"Carmaux... Wan Stiller... voi dovete aver accompagnato mio padre nella
Florida... dopo l'esplosione del vascello di mio nonno il duca... Nelle memorie
scritte e lasciate a me da mio padre io ho trovato molte volte i vostri
nomi..."
Fece alcuni passi innanzi e tese le sue belle mani dalle dita affusolate verso i
due filibustieri, dicendo:
"Una stretta, eroi del mare, fedeli compagni di mio padre nella sua triste
vita avventurosa."
I due corsari, confusi, impacciati, chiusero le due manine fra le loro dita
ruvide e callose, borbottando qualche parola.
"Ed ora" disse la fanciulla "sono con voi, se il capitano non si
oppone."
Si gettò sulle spalle una lunga mantiglia di seta nera con pizzi di Venezia,
prese un grazioso cappello di feltro oscuro adorno d'una piuma nera e si mise
fra i due corsari, dicendo al capitano con accento ironico:
"I miei saluti al signor conte di Medina e Torres, e ditegli che se mi
vorrà, bisognerà che venga a prendermi alla Tortue, se ne avrà il
coraggio."
Il capitano non rispose; ma appena Carmaux e Wan Stiller furono usciti colla
fanciulla, disse:
"Stupidi!... Non mi avete ucciso!... Miei cari, avrete ben presto mie
nuove. Ed ora cerchiamo di raggiungere il governatore, senza attendere il loro
salvacondotto."
CAPITOLO NONO
Jolanda di Ventimiglia
Quando i due filibustieri e la figlia del Corsaro Nero uscirono dal convento
dei Carmelitani, trovarono sulla porta don Raffaele.
L'onesto piantatore se l'era svignata, per paura che i due corsari avessero la
peggio in quel combattimento e che il capitano Valera gli facesse pagare ben
caro il tradimento, ma non aveva osato lanciarsi attraverso le vie della città,
che erano percorse dagli uomini di Morgan, i quali potevano fargli passare un
brutto quarto d'ora.
Si era perciò tenuto nascosto dietro la porta del monastero, in attesa che il
capitano od i corsari comparissero, pronto a mettersi sotto la protezione
dell'uno o degli altri.
"Ah!... Siete qui, don Raffaele?" disse Carmaux, scorgendolo
raggomitolato dietro la porta. "Non avete dato una bella prova del vostro
coraggio, lasciando noi soli alle prese coi vostri compatrioti."
"Voi sapete che io non sono mai stato un uomo di guerra" rispose il
piantatore. "Che cosa volete che facessi per voi, non possedendo nessuna
arma per di più?
"Ah!... La signora di Ventimiglia!... Che uomini siete voi!... Riuscite in
tutte le vostre imprese. Li avete uccisi gli altri?"
"Uno solo, il soldato" rispose Carmaux. "Basta, conduceteci al
palazzo del governo per vie fuori di mano, se è possibile."
"Attraverseremo le ortaglie" rispose don Raffaele.
"Vi fidate di costui?" chiese la fanciulla a Carmaux.
"È una nostra vecchia conoscenza" rispose il filibustiere, ridendo.
"Non temete di quel coniglio."
Si misero in cammino, inoltrandosi attraverso a delle piccole piantagioni
d'indaco e di cotone, che si stendevano dietro i sobborghi.
Non si scorgeva nessuno. Spagnoli e schiavi negri erano fuggiti o erano stati
già catturati dai filibustieri di Morgan, che avevano spinto fino là le loro
scorrerie, a giudicarlo dalle porte sfondate o sgangherate delle abitazioni e
dagli ammassi di mobili fracassati, che si scorgevano sulle vie e che dovevano
essere stati gettati dalle finestre.
Dopo un lungo giro, il piccolo drappello giunse sulla Plaza Mayor, dove gran
parte dei corsari di Morgan vi si erano radunati.
Montagne di barili, di balle di cotone, di botti di zucchero, di farina e di
altre derrate, ingombravano la piazza, che pareva fosse stata tramutata in un
immenso mercato.
Parecchie centinaia di prigionieri spagnoli, scelti fra le persone più cospicue
della città, si trovavano ammassati in un angolo, guardati da drappelli di
corsari, armati fino ai denti.
Vedendo comparire Carmaux e Wan Stiller colla fanciulla e col piantatore,
parecchi filibustieri erano mossi loro incontro gridando:
"Buona presa, Carmaux?"
"Corna di toro!... Il vecchio marinaio ha scelta una vera perla!... Dove
hai scovata quella bellezza, furbone?"
"E questi è il traditore che ha fatto impiccare i nostri camerati"
urlarono parecchi, circondando don Raffaele. Facciamolo ballare con una buona
corda al collo!..."
"Oh!... Canaglia, non scappi più."
Venti mani si erano allungate verso il disgraziato piantatore, che pareva più
morto che vivo, e stavano per afferrarlo, quando Carmaux si gettò in mezzo a
loro colla spada in mano, urlando:
"Largo!... È preda mia e guai a chi la tocca!..."
"Impicchiamolo!... Lascia fare, camerata. Te lo pagheremo egualmente."
"È del capitano" ribatté Carmaux. "Me lo ha già pagato.
Sgombrate! E questa fanciulla è la figlia del Corsaro Nero"
Un grido di stupore ed insieme d'ammirazione sfuggì da tutti i petti. Tutti
lasciarono cadere le spade e le sciabole, e si levarono i berretti ed i
cappellacci.
"La signora di Ventimiglia!" esclamarono.
La fanciulla era rimasta impassibile, e guardava fieramente quei ruvidi uomini
del mare, colle ciglia aggrottate.
Fece solamente un lieve cenno col capo, vedendo i filibustieri scoprirsi
rispettosamente.
"Andiamo, signora" disse Carmaux, ringuainando la spada. "Il
capitano ci aspetta."
Il circolo si aperse. Carmaux e Wan Stiller si diressero verso il palazzo del
governatore, dove Morgan aveva preso alloggio.
Anche colà i filibustieri avevano, secondo la loro abitudine, tutto devastato,
colla speranza di trovare oro e denaro nascosti.
I mobili erano stati fracassati, le tappezzerie lacerate, i soffitti sfondati e
sgretolati, e sollevate perfino le lastre di pietra dei pavimenti.
Carmaux, che conosceva il palazzo, avendo preso parte al saccheggio compiuto
vent'anni prima dai filibustieri dell'Olonese, del Corsaro Nero e di Michele il
Basco, condusse la fanciulla in una delle sale superiori, dicendole:
"Aspettatemi qui, signora, e tu Wan Stiller, mettiti di guardia alla porta
e impedisci a tutti l'entrata. Vado a cercare il capitano."
Morgan si trovava nell'ampia sala del Consiglio coi suoi ufficiali, tutti
occupati a far chiudere in casse il denaro, l'oro e le pietre preziose, frutto
del saccheggio.
Vedendo entrare Carmaux, che non aveva più veduto dal mattino, ma che era stato
avvertito come si trovasse sulle traccie della figlia del Corsaro Nero, gli
mosse sollecitamente incontro, chiedendogli premurosamente:
"Nulla, è vero?"
"L'abbiamo trovata."
"Jolanda di Ventimiglia!..." esclamò Morgan trasalendo.
"È qui."
"Tu sei un uomo meraviglioso, Carmaux. Avrai doppia parte nella
ripartizione del bottino e altrettanto avrà l'amburghese.
"Conducimi da lei."
"Un momento, mio capitano. Ho appreso un segreto sul conto del governatore
di Maracaybo, che la figlia del Corsaro Nero probabilmente ignora, ma che voi
dovete conoscere prima di vederla."
Morgan lo condusse in un gabinetto attiguo alla sala, chiudendo la porta.
Quando Carmaux gli ebbe narrato tutto ciò che aveva appreso da don Raffaele, lo
stupore dell'almirante non ebbe più limiti.
"Il conte di Medina, figlio di Wan Guld!" esclamò. "Ecco un
nemico che se somiglia a suo padre, ci darà del filo da torcere e che bisogna
che cada nelle nostre mani prima che noi lasciamo Maracaybo. Quella razza è
implacabile nei suoi odii. Sai dove si è rifugiato?"
"Tutti lo ignorano, capitano."
"Finché egli è libero, Jolanda di Ventimiglia avrà tutto da temere da
lui, se è vero che suo padre lo ha incaricato di vendicarlo anche sui
discendenti del Corsaro Nero."
Rifletté un momento, poi disse:
"Dobbiamo recarci a Gibraltar senza perdere tempo. So che la squadra
spagnola è stata veduta al largo di Puerto de Chimare e potrebbe, da un momento
all'altro, giungere qui ed impedirci l'uscita dalla laguna. Darò ordine ai miei
d'imbarcarsi oggi stesso, veleggeremo questa sera alla volta di Gibraltar.
Conducimi dalla fanciulla, mio bravo Carmaux. Sono impaziente di vederla."
Rientrarono nella sala del Consiglio. Morgan conferì per qualche minuto coi
suoi ufficiali, dando gli ordini opportuni, onde prima che le tenebre
scendessero, gli equipaggi, i prigionieri e le ricchezze accumulate si
trovassero a bordo dei legni; poi seguì Carmaux entrando nel salotto dove si
trovava la figlia del Corsaro Nero.
Appena si trovò in presenza della fanciulla, un grido gli sfuggì.
"Mi sembra di vedere in voi, signora" le disse inchinandosi
galantemente "il fiero gentiluomo d'oltremare."
"Siete voi il capitano Morgan?" chiese la fanciulla con voce
armoniosa, fissando sul formidabile filibustiere, che empiva ormai già il mondo
delle sue audaci imprese, i suoi grandi occhi neri.
"Sì" egli rispose, "Io ero il luogotenente di vostro padre,
signora."
"Morgan" disse Jolanda, senza staccare un solo istante i suoi sguardi
dal fiero scorridore del mare. "Quante volte ho trovato questo nome nelle
memorie lasciate da mio padre! Sapete che io ho lasciato l'Europa, per venire a
chiedere la vostra protezione?"
"Contro chi, signora?" chiese il filibustiere.
"Contro il conte di Medina, che mi nega i diritti indiscutibili che io ho
sull'eredità di mia madre, la duchessa Honorata Wan Guld."
"Se voi, signora, prima di salpare dai porti dell'Europa, mi aveste
avvertito delle vostre intenzioni, avrei lasciata la Tortue con una flotta
imponente per venirvi ad incontrare all'entrata del golfo del Messico. Sarebbe
bastata la notizia che la figlia del Corsaro Nero veniva a chiedere la
protezione dei Fratelli della Costa, perché tutti i filibustieri della Tortue
si mettessero in mare. Vostro padre, o signora, quantunque sia scomparso da
molti anni, conta ancora più amici che i più famosi corsari, me
compreso."
"Sì" disse la fanciulla con un sospiro. "Mio padre aveva qui,
fra gli eroi del mare, ancora molti devoti camerati."
"Signora" disse Morgan con impeto. "Vi hanno usata qualche
villania gli spagnoli? Parlate e, parola di Morgan, voi ne avrete pronta
vendetta."
Jolanda lo guardò a lungo in silenzio, quasi sorridendo, poi disse:
"No."
"Nemmeno il governatore?"
"No."
"Eppure io so che meditava di farvi sparire."
"Farni... sparire?"
"Sì, signora."
"Per qual motivo?" chiese la fanciulla con stupore.
"Ve lo dirò in un altro momento."
"Queste parole mi sorprendono. So che il governatore insisteva perché
rinunciassi in favore del governo spagnolo ai miei diritti sulle vaste
possessioni che appartenevano a mia madre, dopo la morte del duca, mio
nonno."
"E avete rinunciato?"
"Oh, mai!..."
"Non vi ha minacciato?"
La fanciulla parve riflettere qualche istante, poi disse:
"Mi ha parlato di vendetta, che egli era stato incaricato di
compiere."
"Miserabile!" gridò Morgan. "Il giaguaro voleva ingannarvi,
prima di divorarvi."
"Dite?" chiese Jolanda.
"Signora, si dice che il governatore sia fuggito a Gibraltar. In questo
momento i miei uomini stanno imbarcandosi per andarlo a trovare, non potendo
essere io tranquillo finché quell'uomo non sarà in mia mano. Vi offro sulla
mia nave, che porta il nome glorioso e temuto della invincibile Folgore che
comandava vostro padre, un posto. Mi seguirete voi? Sarete sotto la protezione
della bandiera dei Fratelli della Costa e nessuno potrà giungere fino a voi, se
prima non ci avranno distrutti dal primo all'ultimo. Accettate?"
"Ho fede nella lealtà dei filibustieri, compagni di mio padre"
rispose la fanciulla. "Capitano Morgan, io appartengo alla filibusteria."
"Venite, signora, e si provino gli spagnoli a strapparvi agli scorridori
del mare della Tortue."
CAPITOLO DECIMO
Il sacco di Gibraltar
La sera stessa, la flotta corsara abbandonava Maracaybo, non lasciando in
città che una piccola partita di filibustieri, incaricati di scovare gli
abitanti, che dovevano trovarsi ancora in buon numero nascosti nei boschi dei
dintorni, e di sorvegliare l'entrata della laguna, onde le navi spagnole già
segnalate non chiudessero il passo.
Morgan sperava, come già avevano fatto diciassette anni prima il Corsaro Nero,
l'Olonese ed il Basco, di sorprendere Gibraltar e di averla in sua mano senza
troppa resistenza.
Sapeva che la città era risorta più bella e più ricca, in quel periodo di
calma relativamente lungo e che gli spagnoli l'avevano fortificata. Era quindi
quasi certo che il conte di Medina avesse trovato colà un rifugio, non
essendovene altri di considerevoli, in quell'epoca, in tutta la vasta laguna di
Maracaybo.
A mezzanotte, la flotta, forte di sette navi, avendone lasciata una ai
filibustieri rimasti a terra, si trovava già in mezzo al lago, avendo il vento
favorevole e muoveva velocemente verso la baia de la Mochila, sulle cui rive
sorgeva la città!
Morgan, come al solito, guidava in persona la sua nave, essendo più pratico di
quei bassifondi. Era d'altronde un uomo a cui bastava qualche ora di riposo per
rimettersi completamente, tanto era gagliarda la sua fibra.
Carmaux e Wan Stiller, che erano, si può dire, i suoi aiutanti di campo e che
godevano la sua completa fiducia, gli tenevano compagnia, fumando dei grossi
sigari spagnoli e chiacchierando fra di loro.
La notte, abbastanza chiara, quantunque la luna mancasse, permetteva alla flotta
di tenersi al largo dalle numerose isole che ingombravano allora, molto più di
adesso, la laguna. I piloti d'altronde, seguivano perfettamente la rotta della
nave ammiraglia, mantenendosi su una sola linea, non essendo tutti pratici di
quelle acque, che nascondevano banchi e bassifondi in gran numero.
Cominciava ad albeggiare, quando la flotta giunse in vista delle coste
verdeggianti de la Mochila. Qualche lume si discerneva sull'orizzonte, ancora
piuttosto fosco, annunciante l'entrata del piccolo porto di Gibraltar.
"Carmaux" disse Morgan, che non aveva lasciato, durante tutta la
notte, la ribolla del timore. "Ti ricordi ancora del porto?"
"Sì, mio capitano, quantunque siano trascorsi ormai tanti anni."
"Dobbiamo governare a levante?"
"Con una quarta a greco."
"Il tuo piantatore ti ha detto di quali mezzi di difesa può disporre la
guarnigione?"
"Quel povero diavolo da ieri mi sembra assolutamente imbecillito e non ha
saputo dirmi nulla."
"L'hai imbarcato con noi?"
"Si trova nella mia cabina. È stato a pregarmi d'imbarcarlo, mentre io
avrei fatto a meno di quel poltrone, che non ha ormai più alcun valore per
noi."
"Forse t'inganni, mio bravo Carmaux. Può diventare ancora un uomo
prezioso, essendo uno dei notabili di Maracaybo e conoscendo il governatore. Ho
più fiducia in lui, che in tutti gli altri prigionieri."
"Colla paura che lo ha preso, mi pare che non valga più d'un negro. Si è
fisso in capo che quel capitano Valera si sia accorto che è stato lui a guidare
me e Wan Stiller al monastero e trema continuamente per la sua pelle."
"Lo lasceremo andare senza riscatto."
"Se avrà il coraggio di andarsene" disse l'amburghese, ridendo.
"Va a svegliarlo" disse Morgan.
Wan Stiller vuotò la pipa e pochi istanti dopo tornava in coperta, spingendosi
innanzi il piantatore.
Il povero uomo pareva che fosse diventato veramente un imbecille. Si vedeva
perfino troppo evidentemente che non era mai stato un uomo di guerra.
"Io ho ancora un vecchio conto da saldare con voi" gli disse Morgan,
quando se lo vide dinanzi. "Direttamente od indirettamente voi foste la
causa dell'impiccagione dei marinai che vi scortavano Non ve l'ho perdonato,
come forse speravate."
"Ah, signore" gemette il povero diavolo. "Voi credete ancora
che..."
"Basta: ho bisogno di voi."
"Ancora? Allora uccidetemi."
"Vi farò impiccare, se lo desiderate, ma più tardi. Conoscete Gibraltar?"
"Sì, signore."
"Vi mando colà come mio parlamentario."
"Io sono un povero piantatore, senza influenza alcuna."
"Ve la procureremo noi l'influenza che vi manca" disse Morgan, con
accento secco "appoggiata dai novantasei cannoni della nostra
squadra."
"E se mi uccidessero invece?"
"Sapremo vendicarvi."
"Magro compenso" brontolò don Raffaele. "Se mi trova non mi
risparmierà!"
"Chi?"
"Il capitano Valera."
"Tanta paura avete di quell'uomo?"
"È l'anima dannata del conte di Medina."
"È impossibile che voi lo troviate a Gibraltar" disse Carmaux.
"Io sono certo che è rimasto nascosto nei sotterranei del
monastero..."
"Uhm!" fece il piantatore, crollando il capo. "Non lo
conoscete."
"Orsù, finitela colle vostre paure" disse Morgan. "Voi porterete
al governatore di Gibraltar un mio messaggio, che ho già scritto, col quale
invito la guarnigione e la popolazione a consegnarmi il conte di Medina, sotto
pena, in caso di rifiuto, di distruggere la città da cima a fondo. E voi sapete
che Morgan ha sempre mantenute le sue promesse."
"E se non fosse ancora giunto, signore?" chiese don Raffaele.
"M'indicheranno dove si è rifugiato. Io d'altronde sono convinto che egli
si trova già in quella città. Carmaux, fa' armare una scialuppa con dodici
filibustieri, onde conducano quest'uomo a terra. Non siamo che a sei miglia
dalla costa, e se alle dieci non riceveremo risposta, parola di Morgan, la
popolazione si ricorderà per lunghi anni di me e dei filibustieri delle Tortue.
A voi la lettera e v'auguro buona fortuna, don Raffaele."
"E se anche il governatore di Gibraltar facesse impiccare i vostri
uomini?" chiese il piantatore.
"Ci saremo noi a proteggerli colle nostre artiglierie. D'altronde,
sbarcherete solo voi. Andate."
Il filibustiere mise la nave attraverso il vento, onde permettere di calare in
mare la scialuppa, poi, quando la vide allontanarsi, segnalò alle navi della
squadra di stringere la fila e di entrare in porto.
Cosa appena credibile: gli spagnoli di Gibraltar, pur sapendo che i corsari si
erano impadroniti di Maracaybo ed avendo già provati gli orrori del saccheggio
commessi dall'Olonese, non aveva presa misura alcuna per opporre una lunga
difesa, sicché alle sette del mattino le sette navi di Morgan poterono entrare
tranquillamente nella piccola baia e gettare le àncore dinanzi alle mura ed ai
fortini che si prolungavano lungo le rive della laguna.
La scialuppa, dopo d'aver sbarcato don Raffaele, era tornata a bordo della
Folgore, senza essere stata disturbata, però pareva che gli spagnoli,
quantunque molto meno numerosi di quelli di Maracaybo, si preparassero alla
difesa, vedendoli piazzare le artiglierie di fronte alla squadra e coronare le
cime degli spalti e le merlature dei castelli.
Morgan, dopo aver fatto disporre i suoi corsari ai posti di combattimento e
d'aver fatto calare in acqua, bene armate con petrieri, tutte le scialuppe, si
era seduto tranquillamente su un mucchio di cordami, sull'alto castello di prora
della sua nave, aspettando la risposta del governatore.
Jolanda di Ventimiglia, che aveva lasciata la sua cabina, appena ricevuto
l'annuncio che la flotta si preparava ad assalire la città, si teneva presso di
lui, appoggiata alla murata di babordo, guardando, senza manifestare alcun
timore, le artiglierie nemiche che minacciavano la squadra.
Aveva indossato un elegante vestito di seta nera con ricami e trine, il colore
preferito da suo padre, che faceva risaltare doppiamente il pallore alabastrino
del suo viso.
Non portava nessun gioiello. Solo una fila di perle azzurre, che dovevano avere
un valore immenso per la loro tinta, era annodata intorno alla lunga
capigliatura nera che portava sciolta sulle spalle.
Pareva che non facesse attenzione al formidabile corsaro, mentre invece, di
quando in quando, di sfuggita, i suoi occhioni neri si fissavano rapidamente su
di lui.
Quasi come sentisse la penetrazione di quegli sguardi, anche il filibustiere
usciva bruscamente dalla sua apparente tranquillità e alzava il capo, girandolo
verso la fanciulla.
Era già una mezz'ora che la flotta aveva gettate le àncore, senza che gli
spagnoli nulla avessero tentato, quando un colpo di cannone rimbombò sulla più
alta cima dei castelli, seguíto dal ben noto fischio rauco del proiettile.
La palla andò a spaccare la dolfiniera del bompresso e scheggiò la cima della
polena, passando poi fra Morgan e la fanciulla.
"Ci salutano, capitano" disse Jolanda, volgendosi verso il
filibustiere, che era balzato in piedi, pallidissimo.
"Ho tremato per voi" disse Morgan, gettandosi prontamente dinanzi alla
fanciulla, per farle scudo col proprio corpo. "Discendete: gli spagnoli ci
mirano."
"Non vi spaventate, capitano" rispose Jolanda. "Mio padre non
temeva certo le palle nemiche."
"Qui fra poco cadrà piombo e ferro, signora. Vi prego, ritiratevi."
Un altro colpo di canone era partito da uno degli spalti e la palla era passata
sopra le loro teste, mandando in ischegge l'argano prodiero.
Morgan aveva afferrata la fanciulla per un braccio, traendola sulla tolda.
"Gli spagnoli pagheranno cari questi due colpi di cannone, sparati forse
più contro di voi che su di me. Essi sanno di certo, a quest'ora, che voi siete
con noi. Nella vostra cabina, signora di Ventimiglia."
"Quando assalirete la città, mi avvertirete?" chiese la fanciulla.
"Ecco il buon sangue del Corsaro Nero" disse Morgan, guardandola con
ammirazione. "Voi siete degna d'essere la figlia del più prode campione
della filibusteria."
La condusse fino al quadro di poppa, mentre le navi della squadra facevano
tuonare i cannoni e le scialuppe s'empivano di combattenti per assalire i
castelli.
"A noi, ora" disse Morgan, salendo sul ponte di comando.
"Rispondete alla mia intimazione col ferro, e ferro e fuoco avrete, finché
vorrete. Artiglieri!... Fuoco di bordata!"
Le sette navi avevano già cominciato a rispondere, con un crescendo
spaventevole, tempestando gli spalti e le merlature dei castelli con uragani di
bombe, mentre le scialuppe prendevano rapidamente il largo, montate da duecento
bucanieri, che erano i bersaglieri della flotta.
La fregata di Morgan specialmente, avvampava come un cratere in piena eruzione,
tirando delle tremende fiancate, che aprivano degli squarci considerevoli nelle
muraglie non troppo resistenti della città.
La nave, non ostante la sua mole, trabalzava sotto quelle formidabili scariche,
come se fosse lì lì per aprirsi, ed il rombo si ripercuoteva con tale
intensità nella stiva e nelle corsìe, che gli artiglieri non riuscivano a
comprendersi.
Gli spagnoli avevano dapprima risposto con molto vigore, ma dopo alcune
scariche, cominciarono a rallentare.
Vedendo avanzarsi le scialuppe, volsero contro quelle le loro artiglierie,
sparando a mitraglia, ma i filibustieri avevano dei piloti così destri, che
assai di rado gli equipaggi, che le montavano, venivano colpiti. I pezzi avevano
appena fatto fuoco, che le imbarcazioni viravano con fulminea velocità,
gettandosi fuori dal campo di tiro.
L'abilità di quegli uomini e soprattutto l'esattezza matematica del fuoco dei
bucanieri, i quali di rado mancavano ai loro colpi, non tardarono a sconcertare
i difensori ed a persuaderli che la resistenza era ormai vana.
Ed infatti le prime baleniere erano appena sotto le muraglie, che si videro gli
spagnoli sgombrare rapidamente gli spalti e le merlature e fuggire all'impazzata
verso la città, senza nemmeno inchiodare le loro artiglierie.
Anche gli abitanti, erano già scappati, per mettersi in salvo nelle foreste
foltissime, che circondavano il lago; troppo tardi però per sfuggire ai
filibustieri, una partita dei quali si era gettata verso le savane, per tagliare
loro il passo.
In meno di mezz'ora, i terribili scorridori del golfo del Messico si erano resi
padroni della città, dei castelli, delle artiglierie e dei magazzini delle
armi.
Furibondi per la resistenza trovata e anche per le perdite subìte, che erano
state più considerevoli che nell'impresa di Maracaybo, quei predoni si erano
abbandonati al saccheggio.
Morgan, come aveva già fatto a Maracaybo, si era subito precipitato del palazzo
del governo, colla speranza di sorprendervi il conte di Medina, ma vi era giunto
quando ormai tutti erano fuggiti.
"È una vera sfortuna" disse Carmaux a Wan Stiller. "Anche qui
giungiamo quando quelli che cerchiamo hanno già sloggiato. Che quel dannato
conte sia un diavolo simile a suo padre? Te ne ricordi, amburghese, come il duca
di Wan Guld sfuggì al Corsaro Nero, quando cercammo di catturarlo prima a
Maracaybo e poi qui?"
"Tuoni d'Amburgo!" esclamò Wan Stiller. "Si direbbe che la
medesima istoria si ripete senza nessuna variante. Dove sarà fuggito quel
maledetto conte?"
"Non siamo ancora certi che si sia rifugiato qui."
"Se potessimo trovare don Raffaele."
"Ci pensavo in questo istante. Quel sornione, che finge non saper mai
nulla, finisce sempre col conoscere mille cose."
"Purché non l'abbiano impiccato! Tu sai che i governatori spagnoli non
sono mai stati troppo teneri pei loro amministrati."
"Mi rincrescerebbe" disse Carmaux, "se avesse fatta una tale
fine. Non la meritava."
"Orsù, che cosa facciamo? È inutile ostinarsi a rimanere qui, ora che gli
uccelli sono scappati. Lasciamo agli altri l'incarico di frugare le cantine ed i
solai. Il governatore ed i suoi ufficiali non saranno stati così sciocchi da
nascondersi in questo palazzo. Cerchiamo anche noi di saccheggiare qualche
casa."
"Preferisco una cantina" disse Carmaux. "Mi ripugna rubare, e poi
il Corsaro Nero ci ha compensati a sufficienza, per aver bisogno di qualche
mezzo migliaio di piastre."
"Invecchi, compare" disse l'amburghese, ridendo.
"È per questo che preferisco ora la bottiglia."
"Vada per la cantina, dunque. Non ne mancheranno a Gibraltar."
I due filibustieri si presero sotto braccio e s'allontanarono, senza più
occuparsi dei loro camerati che si preparavano a far scontare orribilmente, a
quei disgraziati abitanti, la breve resistenza opposta.
Avevano già percorse tre o quattro vie, tenendosi lontani dalle case, per non
ricevere sul capo i mobili che venivano lanciati dalle finestre, assordati dagli
spari che echeggiavano in tutte le direzioni e dalle urla strazianti degli
abitanti, che venivano terrorizzati in tutti i modi e anche tormentati, onde
confessassero i luoghi ove avevano nascosti i loro tesori, quando su una piazza
s'imbatterono in un gruppo di filibustieri che schiamazzavano a piena gola.
"È preso!... È preso!..."
"Getta una corda su quel palmizio!..."
"Non ci scappi più."
"Facciamo dondolare la botte!..."
"E spilliamola per vedere se è piena di vino o di sangue!..."
"Chi hanno preso?" chiese l'amburghese.
"Il governatore di Maracaybo forse!" esclamò Carmaux.
"Accorriamo, compare!..."
I filibustieri, che pareva si divertissero come una banda di collegiali in
vacanza, avevano formato circolo intorno ad uno dei palmizi che ombreggiavano la
piazza, ed uno di loro erasi arrampicato fino alla cima, gettando ai compagni
una fune, che terminava in un nodo scorsoio.
"Ohè!... Issa la botte!..." avevano gridato quelli che stavano
abbasso.
Un urlo straziante, che fece balzare innanzi, con maggior velocità, Carmaux e
Wan Stiller, si udì, poi un corpaccio grosso veramente come una botte s'alzò
fra quel gruppo d'uomini, agitando pazzamente le braccia e le gambe.
Era l'impiccato, che veniva tirato in aria.
"Tuoni d'Amburgo!" urlò Wan Stiller, sguainando la sua draghinassa.
"Don Raffaele!".
In pochi slanci furono addosso ai filibustieri che ridevano a crepapelle,
vedendo le smorfie che faceva il povero piantatore e sfondarono impetuosamente
il circolo, mandandone parecchi a gambe levate.
"Ferma!... Ferma!..." tuonò Carmaux, alzando minacciosamente la sua
spada.
L'amburghese, che era molto più alto del compagno, con un colpo di draghinassa
aveva tagliata la corda ed aveva ricevuto fra le braccia don Raffaele, che era
già diventato paonazzo e che aveva cacciato fuori mezzo palmo di lingua.
L'atto di Wan Stiller e l'aria minacciosa di Carmaux, avevano prodotto un
effetto così profondo sui corsari, che nessuno si era mosso per impedire che il
povero piantatore venisse salvato. Solo uno di loro, forse più seccato degli
altri di essere privato di quel divertimento, s'alzò dinanzi a Carmaux,
dicendogli con accento irritato:
"Hai proprio giurato di proteggere sempre quel pappagallo? Per la seconda
volta ce lo strappi dalle mani e cominciamo a perdere la pazienza."
"Saresti capace di ripetere queste parole in presenza del capitano Morgan?"
gli chiese Carmaux, muovendogli incontro.
Il corsaro fece una smorfia, che fece scoppiare dalle risa i suoi compagni.
"Andatevene dunque" disse Carmaux. "E l'ordine."
Poi i filibustieri, che sapevano che con Morgan non vi era da scherzare, e l'amburghese
e Carmaux godevano la piena confidenza del capo, si sbandarono in varie
direzioni, lasciandoli soli.
"Come va don Raffaele?" chiese Carmaux al piantatore, a cui l'amburghese
faceva inghiottire alcuni sorsi d'aguardiente.
"È meglio che mi uccidiate, signori" rispose il disgraziato.
"Ormai sono un uomo finito."
"Con tutta quella polpa che avete indosso! Eh via, don Raffaele! State
meglio di noi."
"Se non mi uccidete voi, lo faranno gli altri."
"No, perché noi vi proteggiamo. Avete veduto il conte di Medina?"
"No, e credo che non sia venuto qui, ne sono certo. Perderete inutilmente
il vostro tempo, se vorrete cercarlo."
"E il governatore della città?"
"Fuggito anche lui, signore, dopo le prime cannonate e dopo d'avermi fatto
anche bastonare."
"Voi? E perché?"
"Perché gli ho portata la lettera del capitano Morgan. Ho le ossa tutte
rotte. Maledetti galli!... Senza quella lotta, non mi avreste preso e non avrei
dovuto sopportare tante disgrazie."
"Vi abbiamo fatto guadagnare un bel gruzzolo di piastre e vi lagnate
ancora" disse Wan Stiller, ridendo. "Ecco la riconoscenza degli
uomini!..."
"Venite, don Raffaele" disse Carmaux. "Vi faremo passare lo
spavento con un paio di bottiglie d'Alicante, di quello che tanto vi piace. Il
mio camerata saprà scovare qualche cantina."
CAPITOLO UNDICESIMO
Fra il forte e la squadra spagnola
Per sei settimane, i filibustieri di Morgan si fermarono in quella
disgraziata città, tormentando gli abitanti per far loro confessare dove
tenevano nascosti i loro tesori e frugando i boschi e le savane, colla speranza
di scoprire il governatore di Maracaybo.(2)
La taglia di cinquemila piastre promessa da Morgan a chi riusciva a prenderlo,
era stato uno dei motivi principali per cui i filibustieri si erano accaniti
contro la popolazione, sperando di strappare qualche confessione sul rifugio
scelto dal conte di Medina, ma tutto era stato vano.
La notizia recata da alcuni corsari lasciati in Maracaybo, che gli spagnoli
avevano rioccupato e riattato il forte della Barra e che tre grosse fregate, al
comando d'un ammiraglio, erano improvvisamente comparse all'entrata della
laguna, coll'incarico di distruggere la squadra corsara, decise finalmente i
filibustieri a lasciare Gibraltar, dove d'altronde non vi era ormai più nulla
da saccheggiare.
Non soddisfatti però del bottino accumulato, si fecero promettere dagli
abitanti un riscatto di cinquantamila piastre, che doveva essere pagato a
Maracaybo, minacciando in caso di rifiuto di tornare per incendiare e
distruggere da capo a fondo la città.
Lo stesso giorno i corsari salpavano, portando con sé i notabili che dovevano
rimanere in ostaggio come garanzia del versamento promesso.
Erano però tutti inquieti per le notizie ricevute dai loro camerati di
Maracaybo e anche Morgan pareva che fosse un po' scosso.
Non li preoccupava il riattamento e l'armamento del forte della Barra, bensì
l'arrivo della squadra spagnola, composta di navi d'alto bordo, armate ognuna di
sessanta cannoni e montate da forti equipaggi.
Che cosa avrebbe potuto fare la squadra, composta quasi tutta di caravelle
relativamente piccole, assai vecchie e malamente armate? Solo la fregata di
Morgan avrebbe potuto impegnare la lotta e anche quella con nessuna probabilità
di vittoria.
"Che cosa farete, signor Morgan?" chiese Jolanda, quando il
filibustiere scese nel quadro per informarla della gravità della situazione.
"Non lo so ancora" rispose il filibustiere "ma noi non ci
arrenderemo di certo e ci difenderemo finché rimarrà sulle nostre navi un solo
uomo ed una sola carica di polvere."
"Se vi prendessero, che cosa vi farebbero gli spagnoli?"
"Ci impiccherebbero, senza misericordia."
"E quale sarebbe la mia sorte?"
Morgan guardò la fanciulla, che gli aveva rivolta quella domanda con una voce
assolutamente tranquilla, come se la cosa quasi non la riguardasse.
"Signora," disse il filibustiere "non siete ancora nelle loro
mani, e per impossessarsi di voi, bisognerebbe che passassero prima sul corpo di
noi tutti."
"E se gli spagnoli l'avessero piuttosto con me che con voi? Sapete a che
cosa pensavo in questo momento?"
"A chi?"
"Al conte di Medina."
"Al governatore di Maracaybo?"
"Io sono quasi certa che sia stato lui a far giungere la squadra spagnola
per riavermi in sua mano."
"Ciò è possibile, signora. Quell'uomo ha infatti molto interesse a
tenervi prigioniera. Ci tiene ai milioni di vostro nonno; se così non fosse non
avrebbe mandato due fregate alle piccole Antille, per aspettare la nave che vi
conduceva in America."
"È il governo spagnolo che vuole privarmi dell'eredità materna, o
lui?"
"Lui, signora."
"Non ha diritti da vantare sulle possessioni lasciate dal duca, mio
avo."
"Ne siete ben certa?" chiese Morgan. "Non vi ha detto nulla,
quando vi condussero in sua presenza?"
"Mi ha solamente invitata a firmare la rinuncia dei miei beni posseduti nel
Venezuela ed a Panama" rispose Jolanda.
"Con quale pretesto?"
"Che mi erano stati sequestrati dal vice re di Panama, per risarcire le
popolazioni danneggiate dalle scorrerie fatte da mio padre e dai suoi
saccheggi."
"Miserabile!" esclamò Morgan. "Tutti, gli spagnoli compresi, non
ignoravano che vostro padre non volle mai una sola piastra fruttata dalle
imprese dei corsari. Egli possedeva nella sua patria castelli e terre
sufficienti per non averne bisogno, e lasciava la sua parte, che gli spettava
per diritto di conquista, ai suoi marinai.
"Non avete alcun sospetto di chi possa essere quel conte?"
"Perché mi fate questa domanda, signor Morgan?" chiese la fanciulla
con sorpresa.
"Desideravo saperlo."
"È uno spagnolo, che forse odiava mio padre più degli altri."
Morgan tacque per qualche istante, facendo il giro del salotto, poi chiese:
"Quando vostro padre morì da eroe sulle Alpi, combattendo contro lo
straniero, chi s'incaricò di voi?"
"Una mia lontana parente."
"Non vi siete mai accorta che attorno a voi si esercitasse una certa
sorveglianza?"
Jolanda, a quella domanda era rimasta muta, interrogando cogli sguardi il
corsaro.
Ad un tratto si batté la fronte colla mano, dicendo:
"Fritz..."
"Fritz!..." esclamò Morgan. "Chi era costui?"
"Un fiammingo, venuto non so da dove, che la mia parente aveva preso ai
suoi servigi e che non mi lasciava un solo istante."
"Vecchio o giovane?"
"Aveva allora trent'anni."
"Quando lasciaste l'Europa, vi accompagnò?"
"Sì, capitano."
"Che cosa è avvenuto di quell'uomo?"
"Non lo so. Scomparve dopo l'abbordaggio dato alla nave olandese che mi
conduceva in America. È morto nel combattimento o fu fatto prigioniero, io non
lo so."
"Ecco il traditore" disse Morgan.
"Perché?"
"Deve essere stato lui ad informare il governatore di Maracaybo della
vostra partenza per l'America."
"Voi dunque credete?..."
"Io dico che quell'uomo ve lo aveva messo a fianco il conte di
Medina."
"Tanto interesse aveva il governatore a sorvegliarmi?"
"Più di quello che credete, signora" disse Morgan. "Un giorno ne
saprete di più. Se però gli spagnoli pensano di riprendervi, ora che siete
sotto la protezione dei Fratelli della Costa, s'ingannano. Ah!... Vengono a
chiudermi il passo con tre vascelli d'alto bordo!... Ebbene, noi la vedremo.
Vivete tranquilla, signora di Ventimiglia. L'antico luogotenente di vostro
padre, mette la sua spada a vostra disposizione."
Morgan, così parlando, cosa strana, si era animato, ciò che accadeva ben di
rado in un uomo del suo carattere, piuttosto chiuso e freddo.
Lasciò il quadro e risalì in coperta, più preoccupato però di quello che
realmente sembrasse.
Le navi della squadra veleggiavano in gruppo, come se temessero da un momento
all'altro la comparsa dei tre formidabili vascelli spagnoli, che ormai sapevano
lancianti sulle loro tracce.
Stringevano soprattutto il vento, per tenersi ben presso la fregata di Morgan,
come uno stormo di pulcini che non si sentono sicuri che presso la chioccia.
Gibraltar da parecchie ore era ormai scomparsa ed il vento le spingeva
rapidamente verso Maracaybo.
"Ebbene, capitano?" chiese Carmaux, abbordando Morgan che passeggiava
sul ponte di comando.
"Che cosa vuoi, vecchio mio?"
"Come ce la caveremo?"
"Ti ricordi di Puerto Limon?" chiese ad un tratto Morgan, fermandosi
dinanzi a lui.
"Come fosse ieri, comandante."
"Come ha fatto il Corsaro Nero a sbarazzarsi delle navi spagnole, che gli
chiudevano il passo?"
"Ha preparato un buon brulotto pieno di zolfo e di pece e lo ha mandato
contro di loro."
"E il risultato?"
"Una nave incendiata e l'altra in pericolo."
"E noi faremo lo stesso" rispose Morgan. "Vi è la Caramada, che
non vale cinquemila piastre, compresi i suoi dodici cannoni.
"La trasformeremo in un brulotto e la scaraventeremo contro le navi
spagnole. Tutto finirà bene, mio vecchio Carmaux: lo vedrai."
"Abbiamo la figlia del Corsaro Nero e non possiamo ridarla nelle mani degli
spagnoli. Io sono pronto a dare la mia vecchia pelle per quella fanciulla."
"Ed io a dannare anche la mia anima" rispose Morgan, con accento così
caldo che fece alzare il capo al vecchio marinaio. Poi, quasi si fosse pentito
di aver detto troppo, aggiunse con un accento freddo: "Faremo quello che
potremo." E riprese la sua passeggiata, con un passo però più agitato di
prima, borbottando: "Sì, quello che potremo."
Alla mezzanotte, la squadra, che aveva avuto il vento sempre favorevole,
giungeva dinanzi a Maracaybo, accolta con grida di giubilo dalla piccola
guarnigione che vi aveva lasciata.
Disgraziatamente le notizie recate a bordo da essi erano poco incoraggianti. Il
forte della Barra era stato munito formidabilmente di nuove artiglierie, durante
quelle sei settimane e occupato da una forte guarnigione, e le navi spagnole non
avevano lasciati i loro ancoraggi in attesa di dare ai corsari una terribile e
decisiva battaglia.
La via era chiusa, per riguadagnare il mare dei Caraibi, e una lotta era
impossibile ad evitarsi.
Morgan, che non si sentiva in grado di assalire le grosse navi spagnole, prese
nondimeno e senza esitare il suo partito, colla speranza di spaventare i nemici
e deciderli a lasciarlo andare.
Fece scendere in una scialuppa alcuni prigionieri, scelti fra i più influenti e
la stessa notte li mandò all'ammiraglio spagnolo, intimandogli di lasciargli
sgombra la ritirata, se voleva evitare la distruzione della città ed il
massacro di tutti gli ostaggi che aveva a bordo.
L'alba non era spuntata, che i messaggieri tornavano scoraggiati a bordo,
recando la notizia che l'ammiraglio avrebbe pagato il riscatto chiesto con delle
palle di cannone e che si sarebbe ritirato solamente dopo la restituzione del
bottino preso nelle due città e di tutti i prigionieri, gli schiavi negri
compresi e soprattutto della signora Jolanda di Ventimiglia.
Udendo quelle pretese, soprattutto l'ultima, un terribile scoppio d'ira si era
manifestato fra gli equipaggi della squadra. Tutto, piuttosto che rendere la
figlia del Corsaro Nero; questo era stato il grido che era echeggiato su tutte
le navi.
Morgan aveva subito chiamato a bordo della Folgore i vari comandanti, dicendo
loro:
"Volete voi accettare la vostra libertà, col sacrificio del vostro bottino
e della signora di Ventimiglia, o difendervi?"
La risposta, a nome di tutti, la diede Pierre le Picard, che, dopo Morgan, era
quello che godeva maggior influenza fra i filibustieri.
"Preferiamo farci uccidere dal primo all'ultimo, piuttosto che rendere la
figlia del Corsaro Nero. I Fratelli della Costa mai si macchieranno d'una simile
viltà."
Avendo però riflettuto meglio alle forze imponenti di cui disponeva
l'ammiraglio spagnolo, decisero di mandargli altri messaggeri, coll'incarico di
dirgli che avrebbero abbandonato Maracaybo senza distruggerla, che abbandonavano
il pensiero di esigere un riscatto e che si offrivano di mettere in libertà
tutti gli ostaggi e metà degli schiavi e dei prigionieri di Gibraltar.
Non vedendo giungere risposta alcuna e sospettando che gli spagnoli cercassero
di guadagnar tempo, per avere qualche altra nave di rinforzo, Morgan decise di
agire senza ritardo e di sorprendere la flotta avversaria.
Aveva già messi gli occhi sulla Caramada, che era una delle più grosse, ma
anche delle più vecchie navi della squadra, e che poteva prestarsi ottimamente
per farne un brulotto fiammeggiante da lanciare fra le navi spagnole.
Fece asportare quanto poteva avere valore, poi fece riempire la nave di zolfo,
di pece, di bitume, di grassi e di legnami resinosi, onde, da un momento
all'altro, prendesse fuoco da prora a poppa, poi fece collocare sulla coperta
dei fantocci con cappellacci alla filibustiera, che volevano rappresentare
uomini, e piantare sulla ribolla del timone il grande stendardo d'Inghilterra,
onde far credere agli spagnoli che quella fosse la nave ammiraglia.
Sei giorni furono impiegati in quei preparativi, durante i quali l'ammiraglio
spagnolo, che si credeva ormai sicuro di tenere in suo potere i corsari, non
diede segno di vita, mentre avrebbe potuto facilmente piombare sulla squadra,
sgominarla e affondarla senza troppa fatica.
Verso il tramonto del settimo giorno, Morgan, dopo d'aver fatto giurare ai suoi
uomini di non chiedere grazia fino all'ultimo sospiro, diede il segnale della
partenza.
La nave-brulotto, che era montata da un pugno d'uomini scelti fra i più
valorosi, apriva la marcia con tutte le vele sciolte, per meglio mascherare i
fantocci della coperta.
La seguiva a breve distanza la fregata di Morgan, poi venivano le altre navi su
due colonne.
Una profonda ansietà regnava su tutti i ponti, poiché nessuno ignorava che se
il colpo non riusciva era la fine di tutti.
Morgan, al momento di muoversi, era sceso nel quadro dove Jolanda si trovava.
"Signora" le disse con una certa emozione. "Noi stiamo per
giuocare una partita disperata, forse la più tremenda di quante io ne abbia
impegnate cogli spagnoli. Checché succeda non lasciate il quadro. Se la nave
affonderà all'ultimo momento mi troverete al vostro fianco."
"Signor Morgan" rispose la fanciulla, alzando su di lui i suoi begli
occhi, "voi potreste risparmiare questa battaglia che può costare tante
vite umane. Me soprattutto che gli spagnoli vogliono: cedetemi a loro. Sono una
donna e non mi faranno alcun male."
"Mai, signora. I filibustieri sono pronti a dare la loro vita per la figlia
di colui che fu il più grande eroe del mare. E poi, signora, correreste più
pericoli voi che noi."
"Io?..." chiese Jolanda con stupore. "Sono i miei possessi che
vogliono e non già la mia vita. Se li prendano dunque e dirò, come mio padre,
che ho in Piemonte abbastanza terre e castelli, per farne a meno di quelli che
possedeva qui mio nonno."
"Se si trattasse solamente di questo, signora" disse Morgan, "non
avrei esitato, col vostro consenso, ad aprire trattative coll'ammiraglio
spagnolo, ma c'è ben d'altro che voi ignorate. Volete un consiglio? Guardatevi
dal governatore di Maracaybo, dal conte di Medina, perché quell'uomo cercherà
di farvi tutto il male possibile."
"Per quale motivo? Io non l'ho mai veduto prima del mio arrivo in
America."
"È un segreto, che per ora non vi posso svelare. Addio signora, e se le
palle mi risparmieranno, ci rivedremo dopo la battaglia. Ecco il cannone che
comincia a tuonare. Pregate per le nostre armi."
Ciò detto, Morgan si slanciò verso la scala, che metteva sul ponte, gridando:
"Pronti per l'abbordaggio, miei prodi!..."
Il brulotto non si trovava allora che a mille passi dalle navi spagnole, le
quali stavano salpando le àncore, per dare addosso alla squadra.
Erano tre grosse fregate di sessanta cannoni ciascuna, dai bordi altissimi ed il
castello pure assai alto, già pieno d'armati.
Le navi filibustiere, eccettuata la fregata di Morgan, facevano una ben meschina
figura, di fronte a quei poderosi colossi.
Pareva però che gli spagnoli, confidando nelle proprie forze, non avessero
troppa fretta di muoversi, né di aprire il fuoco.
La sola nave ammiraglia era stata lesta a salpare le àncore, e si dirigeva
verso il brulotto per tagliargli il passo.
Cosa appena credibile: invece di far tuonare i suoi sessanta cannoni, che
sarebbero stati più che sufficienti per mandarlo a fondo in pochi minuti, tanto
più che, come abbiamo detto, Morgan aveva resa la Caramada un puro scheletro,
gli muoveva addosso per abbordarlo!...(3)
Era quello che desideravano i filibustieri, i quali stentavano a credere d'aver
tanta fortuna.
"Tuoni d'Amburgo!..." esclamò Wan Stiller, che dal castello della
Folgore seguiva attentamente la marcia del brulotto. "Quegli spagnoli sono
pazzi!..."
"Fanno a meraviglia il nostro giuoco, compare" disse Carmaux, che gli
stava presso. "Fra poco vedremo un bel fuoco!..."
La distanza fra il brulotto e la nave ammiraglia scemava a vista d'occhio, e
nessuna cannonata partiva ancora dall'enorme nave.
Solo le altre due cominciavano a sparare qualche colpo sulla squadra,
maltrattandola abbastanza gravemente.
I marinai della Caramada, nascosti dietro le murate, colle torce accese,
aspettavano in silenzio.
Ad un tratto il pilota, che stava semi-coperto sotto il grande stendardo
inglese, vedendo la nave ammiraglia di traverso, con un colpo di ribolla le
cacciò il bompresso fra le sartìe, urlando:
"Fuoco!... Date fuoco!... E gettate gli arponi d'arrembaggio!..."
I dieci o dodici uomini, che montavano la Caramada, scagliarono le torce fra i
cumuli di zolfo, di bitume e di pece, che si trovavano dispersi per la coperta
fra il legname resinoso, che ingombrava la stiva, lanciarono poscia i grappini
d'abbordaggio fra le griselle della fregata; quindi, approfittando dello stupore
degli spagnoli, si gettarono in acqua, raggiungendo a nuoto la scialuppa che si
trovava dietro la poppa e recidendo la fune che la tratteneva.
Una fiammata immensa, prodotta dall'esplosione di alcuni barili di polvere,
nascosti fra le materie infiammabili, s'alzò sulla Caramada, investendo la
velatura ed il sartiame della nave ammiraglia e costringendo gli uomini che si
trovavano sulle murate, pronti a respingere il temuto abbordaggio, a fuggire.
Una luce intensa illuminava il mare e le navi. Il brulotto ardeva come uno
zolfanello e con lui l'ammiraglia, la cui alberatura era ormai tutta in fiamme.
Un urlo immenso era echeggiato fra i filibustieri:
"Avanti, Fratelli della Costa!... Addosso!..."
Mentre le navi minori investivano l'ammiraglia, cannoneggiandola furiosamente,
per impedire agli spagnoli di spegnere l'incendio, Morgan si era gettato addosso
ad un'altra nave, la più grossa della squadra, tempestandola coi suoi quaranta
cannoni.
La terza aveva già ai fianchi le due navi della riserva, che erano le meglio
armate dopo la Folgore, e montate per la maggior parte da bucanieri, quegli
impareggiabili tiratori, che non avevano rivali al mondo e che con ogni palla
uccidevano.
CAPITOLO DODICESIMO
"All'abbordaggio, figli del mare!"
La battaglia si era impegnata con furore d'ambe le parti, fra grandi clamori
e un rimbombo assordante, essendovi su tutte quelle navi più di trecento pezzi
d'artiglieria.
I filibustieri, incoraggiati dal primo successo, combattevano col solito valore,
mirando soprattutto a distruggere l'ufficialità e facendo un fuoco infernale
sui ponti, sui casseri e sui castelli, per sgombrarli e tentare un fulmineo
abbordaggio.
La nave ammiraglia, tutta avvolta dalle fiamme, era ormai perduta e bruciava
assieme al brulotto, che le era rimasto impiccicato al fianco.
I filibustieri delle piccole navi non avevano trovata alcuna resistenza, poiché
il fuoco era avvampato così rapidamente, che la maggior parte degli spagnoli,
che montavano la fregata, erano rimasti arsi dal primo scoppio e soffocati dal
fumo intenso e nauseante, che si sprigionava dalla stiva della Caramada.
Per compassione avevano salvato i pochi superstiti, compreso l'ammiraglio, che
era stato raccolto da una scialuppa, nel momento in cui stava per annegare.
Tuttavia la vittoria non era ancora guadagnata, poiché le due altre navi si
difendevano terribilmente, mettendo a dura prova il valore dei corsari. Due
volte Morgan aveva tentato di abbordare la nave che aveva assalito e ne era
sempre stato respinto, con grande perdita d'uomini.
I sessanta cannoni della spagnola, abilmente manovrati, avevano anzi causato
alla Folgore tali danni, da temere che da un momento all'altro affondasse o per
lo meno perdesse la sua intera alberatura.
Eppure, dall'espugnazione di quella grossa fregata dipendeva la vittoria,
essendo i filibustieri ancora troppo inferiori di forze per tener fronte a tutte
e due.
Morgan, che vedeva sfuggirsi di mano tutte le speranze che aveva concepite e
vedeva la sua squadra in pericolo di venire dispersa e ricacciata verso
Maracaybo, fece un supremo appello ai suoi uomini.
"A me i più valorosi!..." urlò, impugnando colla destra la spada e
colla sinistra la pistola. "Cento piastre a chi metterà i piedi sulla
fregata!... Carmaux!... Abborda!..."
Il francese, che si trovava alla ribolla con Wan Stiller, con un brusco colpo di
barra gettò la Folgore addosso alla fregata, mentre i gabbieri dalle coffe e
dalle gabbie gettavano i grappini d'abbordaggio.
La spagnola però era così alta di bordo, che le murate della Folgore si
trovavano appena a livello degli sportelli della batteria.
I corsari, tuttavia, incoraggiati da Morgan e da Pierre le Picard, che pei primi
si erano aggrappati alle bancazze, tentando di issarsi fino ai bastingaggi, dopo
d'aver scagliate parecchie bombe sulla fregata spagnola, per allontanarne i
difensori, si erano slanciati all'arrembaggio, con urla tremende, tenendo fra i
denti le loro corte sciabole, colle quali solevano combattere nelle pugne corpo
a corpo.
Disgraziatamente gli spagnoli affacciati al parapetto della loro nave avevano
buon gioco a fucilarli mentre si arrampicavano.
Il momento era terribile e lo scoraggiamento cominciava ad impossessarsi di quei
forti e rubidi uomini del mare, quando improvvisamente una voce metallica ed
imperiosa, che ricordava i comandi taglienti del Corsaro Nero, si levò sul
ponte della Folgore, dominando il rimbombo delle artiglierie e le urla dei
combattenti:
"Su, uomini del mare!... All'abbordaggio!..."
Tutti si erano voltati, dimenticando per un istante che gli spagnoli stavano
sopra di loro e che li fucilavano.
Jolanda di Ventimiglia, tutta vestita di nero, come usava suo padre, con una
lunga piuma pure nera infissa nei capelli ed una spada nella destra, era
comparsa sul ponte della Folgore, fra il fumo delle artiglierie, e additava ai
corsari la fregata.
"Su, uomini del mare!..." ripeté, con quell'accento che sapeva
ritrovare suo padre nei momenti più terribili. "All'abbordaggio! La figlia
del Corsaro Nero vi guarda!..."
Un clamore spaventevole aveva risposto alla fanciulla. "All'abbordaggio!...
All'abbordaggio!..."
E quegli uomini, che stavano per cedere, si erano inerpicati su per le bancazze
e su per le sartìe, come una legione di demonî, urlando a squarciagola:
"Morte!... Morte agli spagnoli!..."
Un uomo solo, che si teneva sospeso allo sportello d'un sabordo della batteria,
era rimasto immobile, fissando i suoi sguardi sull'eroica fanciulla, che colla
sua presenza stava per decidere della vittoria. Era Morgan.
Quella contemplazione però non ebbe che la durata di pochi istanti.
Udendo sopra la sua testa il fragore delle spade e delle sciabole, si inerpicò
su per lo sportello, aggrappandosi alle sartìe dell'albero maestro, e gridando
con voce tuonante:
"Su, su, figli del mare!... La figlia del Corsaro Nero vi guarda!..."
I filibustieri erano già sulla coperta della fregata e si erano rovesciati
addosso all'equipaggio spagnolo, con tale impeto, da ricacciarlo parte a poppa e
parte a prora, in completo disordine.
Il comandante della fregata, vedendo la nave ormai perduta, si era lasciato
uccidere e anche gli ufficiali erano per la maggior parte caduti al primo urto.
L'arrivo di Morgan e di Pierre le Picard, con un nuovo drappello di
filibustieri, persuase gli spagnoli a gettare le armi e chiedere quartiere.
L'equipaggio della terza fregata, vedendo ammainare, dall'albero maestro della
compagna, il grande stendardo di Spagna e vedendo la nave ammiraglia affondare,
fra un vortice di fiamme e di scintille e fra l'orrendo fragore delle
santebarbare, prese rapidamente il suo partito, onde non venire a sua volta
assalita e presa.
Con due tremende bordate, eseguite dai suoi sessanta cannoni, respinse le navi
più piccole della squadra filibustiera, che le si stringevano addosso,
maltrattandole più o meno gravemente quasi tutte, poi, spiegate rapidamente
tutte le vele, prese la fuga in direzione del forte della Barra.
Sia per partito preso, affinché i corsari non s'impadronissero più tardi delle
artiglierie, od imperizia dei suoi piloti, urtò così poderosamente contro le
scogliere dell'isolotto, da spaccarsi a metà e da colare a fondo in pochi
minuti, lasciando appena il tempo all'equipaggio di guadagnare terra e di
rifugiarsi nel forte.
Un urlo formidabile, un urlo di vittoria, sprigionatosi da quasi quattrocento
petti, aveva salutata la fuga dell'ultima nave.
Mai, fino allora, i filibustieri avevano ottenuto un trionfo così completo.
Miracoli molti e prodigi di valore quasi incredibili, ne avevano compiuti in
cento altre lotte, ma non come quelli.
Morgan, appena fatti rinchiudere i prigionieri spagnoli nelle batterie e
collocare alle porte delle polveriere uomini fidati, onde evitare qualche
tradimento, era sceso sulla sua nave, dove Jolanda di Ventimiglia si trovava
sempre, calma, sorridente, colla spada ancora in pugno.
"Signora" le disse, mentre i suoi occhi, ordinariamente freddi,
s'accendevano d'un lampo strano. "È a voi che noi dobbiamo la fortuna di
aver vinto una delle più terribili battaglie che ricordi la storia dei
filibustieri della Tortue. Senza la vostra improvvisa comparsa e quel grido, che
imitava così bene la voce squillante di vostro padre, l'invincibile Corsaro
Nero, forse a quest'ora la mia flotta sarebbe stata distrutta e noi tutti
saremmo in fondo al mare."
"Io!..." esclamò la fanciulla sorridendo. "Mi sono rammentata
della frase che mio padre lanciava, quando spingeva i suoi uomini
all'abbordaggio e l'ho pronunciata. Una cosa che qualunque altra donna avrebbe
potuto fare."
"No, signora" rispose Morgan, con insolito calore. "Un'altra
donna non avrebbe avuto il coraggio di esporsi al fuoco d'una così grossa
fregata e si sarebbe guardata dal lasciare la sua cabina. Solo voi, nelle cui
vene scorre il sangue del più grande eroe del mare, avreste potuto fare ciò
che avete fatto. Abbiate, signora, la riconoscenza mia e quella dei miei
uomini."
Poi, volgendosi verso i filibustieri, che dall'alto delle murate della fregata
spagnola o del cassero e dal castello della Folgore contemplavano muti la
fanciulla, gridò:
"Salutate l'eroina del mare!"
Un urlo entusiastico, che si ripeté su tutti i legni, che erano accorsi attorno
alla fregata di Morgan, s'alzò fra quei quattrocento uomini:
"Viva la figlia del Corsaro Nero!... Evviva l'eroina del mare!..."
Quei ruvidi uomini, che da un istante all'altro sembravano impazziti, agitavano
i cappelli e scaricavano in aria le armi, fra urrah strepitosi, che dovevano
giungere fino agli orecchi della guarnigione del forte della Barra.
La fanciulla, profondamente commossa, fece colla mano un cenno di saluto; poi,
aiutata da Morgan, scese la scaletta del ponte, ritornando nel quadro, mentre i
tre urrah di rigore squarciavano l'aria ed i cannoni della vinta fregata
tuonavano, con orrendo frastuono, in onore della valorosa italiana.
"Tuoni d'Amburgo!" esclamò Wan Stiller, che si trovava sotto il ponte
di comando, insieme all'inseparabile suo compare ed a don Raffaele. "Si
direbbe che io ho gli occhi umidi!..."
"Ed io li ho davvero" rispose Carmaux. "Ah!... la brava
fanciulla!... E quel grido!... Mi pareva che noi fossimo tornati ai tempi in cui
il Corsaro Nero comandava l'abbordaggio dal castello della vecchia
Folgore."
"Sì, una bella e valorosa fanciulla" borbottò il piantatore.
"Peccato che non si trovasse sul ponte della fregata dei miei
compatrioti."
"Che cosa avete da mormorare, don Raffaele?" chiese Carmaux, che aveva
realmente gli occhi umidi.
"Dicevo che se quella fanciulla non fosse uscita dalla sua cabina, non so
se voi avreste vinta la fregata" rispose il piantatore con un sospiro.
"Non dico il contrario. Si difendevano bene i vostri compatrioti, parola di
Carmaux. Ci hanno ammazzati quindici o venti uomini e feriti quasi
altrettanti."
"E non siete ancora fuori dalla laguna. Il forte della Barra è stato
rialzato più formidabile di prima e non vi lascierà passare, senza bombardarvi
per bene."
"È vero" disse Wan Stiller, guardando le imponenti opere di difesa
che munivano l'isolotto e che in sole sei settimane gli spagnoli avevano
costruite. "Quello sarà un osso ben duro da rodere."
"E che ci darà dei grossi fastidi" aggiunse Carmaux. "Eppure
bisognerà andarcene al più presto. Pierre le Picard ha saputo da un pilota,
caduto in nostra mano, che queste tre fregate facevano parte di una squadra di
sei vascelli incaricata di sterminarci.
"Prima ancora che gli altri giungano, dobbiamo sgombrare. Non si è due
volte fortunati. Ah!..."
"Che cos'hai compare?" chiese Wan Stille.
"Don Raffaele, devo darvi una notizia che non so se vi farà piacere o
dispiacere."
"Quale?"
"Sapete chi ho veduto fra i difensori della fregata?"
"Non saprei."
"Il capitano Valera."
L'emozione che provò il povero uomo nell'apprendere quella notizia fu tale, che
cadde fra le braccia dell'amburghese che gli stava dietro.
"Ohe, don Raffaele!" gridò il filibustiere, rimettendolo in
equilibrio, "che cosa vi piglia?"
"È morto?" chiese il piantatore, che era diventato livido.
"No, si trova fra i prigionieri" rispose Carmaux.
"Allora sono un uomo finito."
Il fischietto del mastro d'equipaggio, che chiamava i filibustieri a raccolta,
interruppe la loro conversazione.
Morgan, dopo un breve consiglio tenuto coi comandanti delle navi, che si erano
radunati nel quadro della Folgore, aveva dato ordine ai mastri di far alzare le
vele e di muovere, senza ritardo, verso il forte della Barra per tentare di
espugnarlo, o per lo meno di guadagnare il mar dei Caraibi, onde evitare il
pericolo di farsi rinchiudere nella laguna dalle altre tre fregate, che potevano
comparire da un momento all'altro.
Gli equipaggi delle due navi più maltrattate e che erano diventate quasi
inservibili, furono imbarcati sulla nave spagnola e, alla mezzanotte, la
squadra, aggiustati alla meglio i danni riportati dalle alberature, muoveva
risolutamente verso il forte, per tentare l'ultimo colpo.
Già entusiasmati dal primo successo, i filibustieri si tenevano quasi sicuri di
riuscire anche nella seconda impresa, sicché si fecero sotto il forte, senza
nemmeno degnarsi di rispondere al fuoco intenso degli spagnoli e, giunti dinanzi
alle scogliere, misero in acqua le scialuppe e presero terra in numero di
trecento, assalendo vigorosamente le torri e le trincee.
Avevano però fatto troppo affidamento sulle loro forze e come aveva già detto
Wan Stiller, trovarono un osso troppo duro per i loro denti.
Nonostante l'impetuosità dei loro attacchi e la moltitudine di bombe che
lanciavano a mano sugli spalti, due ore dopo erano costretti a ripiegare più
che in fretta, lasciando un numero considerevole di morti e portando con sé
molti feriti.
La sconfitta inaspettata, turbò profondamente quei formidabili uomini, che si
reputavano invincibili e anche lo stesso Morgan, il quale cominciava a dubitare
di poterla spuntare.
Egli tornò col grosso della squadra, aveva fatto ritorno a Maracaybo, per
vedere di prendere, d'accordo coi capi delle navi, qualche decisione disperata.
Prevalse dapprima l'idea di impressionare la guarnigione del forte, mandando al
governatore alcuni prigionieri, coll'incarico di chiedergli un forte riscatto se
voleva che risparmiassero la città. E così fu fatto.
Ottenuto un formale rifiuto, Morgan si rivolse agli abitanti i quali, per non
vedersi completamente rovinati, si decisero, facendo uno sforzo supremo, a
pagarlo.
Con quelle migliaia di piastre non miglioravano affatto la posizione dei
filibustieri, i quali si vedevano sempre nell'impossibilità di lasciare la
laguna e sopra il capo la minaccia di veder comparire il resto della squadra
spagnola.
Decisero di scendere a patti, chiesero al comandante del forte che li lasciasse
uscire, offrendogli in cambio la libertà di tutti i prigionieri, che si
trovavano come ostaggi a bordo delle navi filibustiere, minacciando, in caso di
rifiuto, d'impiccarli tutti agli alberi ed assicurandolo poi che, dopo,
passerebbero egualmente sotto il forte.
La risposta fu tutt'altro che quella sperata, poiché il governatore fece loro
dire da un suo messo, che se gli abitanti di Maracaybo avessero impedito
l'ingresso ai pirati, come egli era risoluto d'impedirne l'uscita, non si
sarebbero trovati in quelle tristi condizioni e che li impiccassero pure.
Morgan non era inumano e d'altronde non voleva offrire alla figlia del Corsaro
Nero un così triste e feroce spettacolo. Aumentando però il pericolo e
cominciando a mancare i viveri in Maracaybo, decise di tentare nuovamente la
sorte.
Fece dividere fra i filibustieri le duecento cinquantamila piastre ricavate dal
saccheggio nelle due città, parte in oro, parte in argento ed in pietre
preziose, gli schiavi negri e le merci preziose che erano in grande quantità;
poi, sopra piccoli legni, fece passare dietro le boscaglie del forte della Barra
duecento dei suoi uomini, come se si preparassero ad assalire gli spagnoli da
quella parte.
Appena però calarono le tenebre, li fece rimbarcare nascostamente sui legni.
Gli spagnoli, ingannati da quella manovra, sospettando che i filibustieri
assalissero il forte dalla parte di terra, erano stati solleciti a piazzare da
quella parte la maggior parte delle loro artiglierie, per schiacciarli
facilmente.
Quell'inganno doveva essere la salvezza dei corsari. Infatti, col favor delle
tenebre, la stessa notte, la squadra lasciava tacitamente la laguna, coi fanali
spenti, imboccando audacemente lo stretto della Barra.
Quando gli spagnoli s'accorsero dello strattagemma, era troppo tardi per
impedire ai loro odiati nemici l'uscita, ed invano fecero tuonare le loro
artiglierie.
Appena giunto fuori di tiro, Morgan fece sbarcare la maggior parte dei
prigionieri, per non avere le navi troppo ingombre, e, salutato il forte con una
salva, si spingeva in alto mare senz'altre molestie.
Ancora una volta la fortuna aveva arriso a quell'audace filibustiere.
CAPITOLO TREDICESIMO
Fra il fuoco e le onde
Da due giorni, la squadra dei filibustieri aveva lasciate le acque di
Maracaybo, navigando di conserva per essere pronta a dare battaglia alle tre
fregate spagnole, che dovevano battere quel mare e che non avevano ancora preso
parte al combattimento, quando la sera del terzo, mentre si trovava a una
cinquantina di miglia dall'isola d'Oruba, s'alzò improvvisamente sull'orizzonte
una nuvola nerissima, che non prometteva nulla di buono,.
L'atmosfera già da qualche ora aveva acquistata una trasparenza straordinaria,
segno infallibile d'un prossimo uragano, ed il mare, quantunque apparisse
tranquillo, esalava un odore strano, come se le acque si fossero improvvisamente
corrotte.
Era la stagione degli uragani e dei tremendi maremoti, o razzi di mare, prodotti
dai furiosi venti di ponente e che di frequente sconvolgono le Antille, grandi e
piccole, causando disastri immensi.
Al sentire quell'odore caratteristico e al vedere il sole tramontare più rosso
del solito, una certa inquietudine si era impadronita di tutti gli equipaggi
della squadra che conoscevano per prova la violenza delle tempeste del mar dei
Caraibi e dell'immenso golfo del Messico.
"Si prepara di certo una brutta notte" disse Carmaux a Wan Stiller,
che guardava attentamente le prime stelle alzarsi sull'orizzonte, e che
apparivano più grandi del consueto.
"Cattivo odore" rispose l'amburghese, fiutando a più riprese l'aria.
"Odor di bufera, compare."
"Il capitano Morgan ha avuta una buona idea di farci passare su questa
fregata. È molto più solida della sua Folgore, che ha il cassero sconquassato
e l'alberatura danneggiata."
"Si direbbe che presentiva la bufera" disse Carmaux.
"Abbiamo però una mina nella stiva."
"Una mina?"
"I prigionieri spagnoli, che potrebbero approfittare della tempesta per
giuocarci qualche brutto tiro.
"Se io fossi stato il capitano, li avrei sbarcati assieme agli altri. Già
temo che non caverà da essi grossi riscatti."
"Vi sono fra loro dei pezzi grossi, amico Carmaux."
"Il capitano Valera forse?"
"Ah!"
"Che hai, amburghese?"
"Hai mai chiesto a costui come è riuscito ad imbarcarsi sulla squadra
spagnola, mentre noi l'avevamo lasciato nei sotterranei del convento? Non hai
trovato strana la sua presenza su questa nave?"
"Infatti, è vero" disse Carmaux, che era stato colpito dalla
riflessione dell'amburghese. "Perché quell'uomo invece di mettersi in
salvo si è unito alla squadra? Che si trovasse sulla fregata anche il
governatore?..."
"Di cui era l'anima dannata e l'amico intimo, come disse don Raffaele"
aggiunse Wan Stiller. "Vorrei vederci un po' chiaro in questa
faccenda."
"Ed io non meno di te, amburghese" disse Carmaux.
"E il diavolo ce lo ha mandato qui, dove si trova la figlia del Corsaro
Nero!"
"Teniamolo d'occhio, compare. Il nemico peggiore per la signora di
Ventimiglia, dopo il conte di Medina, è quello."
Uno scricchiolìo si era fatto udire in alto. Le vele di pappafico e di
contrapappafico giravano, sbattendo fortemente, sotto le prime raffiche.
Morgan era comparso in quel momento sul ponte, con Pierre le Picard e la
signorina di Ventimiglia.
"Tempesta" disse volgendosi verso la fanciulla, che guardava verso
ponente, dove la nuvola s'alzava rapidissima, tinta dagli ultimi riflessi del
tramonto. "Non avrete paura, signora?"
"Sono la figlia d'un uomo di mare" rispose Jolanda, con voce
tranquilla.
"Per quanto violenta sia, noi potremo reggere alle onde e alla furia dei
venti" disse Morgan. "Sono le piccole navi della squadra che si
troveranno a mal partito e non potranno seguirci. Pierre le Picard, prendi tutte
le disposizioni necessarie per far fronte all'uragano. Non lasciamoci
sorprendere. Temo qualche razzo di mare."
"Che cos'è?" chiese Jolanda.
"È un'onda mostruosa che si solleva improvvisamente, nell'epoca delle
grandi maree, ed alla quale difficilmente le navi possono resistere. Fra il
luglio e l'ottobre si ripete ogni anno due o tre volte e cagiona sempre danni
immensi, specialmente sulle spiagge delle isole. Talvolta quel cavallone s'alza,
quando il mare è quasi tranquillo, s'avvicina alle coste così lento che niuno
crederebbe potesse causare incomodo alcuno. Quando però giunge a quattro o
cinquecento passi, s'alza fulmineo, come sollevato da una forza misteriosa e
piomba così tremendo, che spazza via città e borgate e trascina le navi,
ancorate nelle rade, attraverso le campagne dove le lascia in secco. Qualche
volta invece compare durante gli uragani e allora è più tremendo."
Un rombo formidabile, che si ripercosse lungamente nel seno della nuvola nera e
che parve lo scoppio simultaneo d'una mezza dozzina di grossi pezzi
d'artiglieria, interruppe la loro conversazione.
Quasi subito si udirono per l'aria dei lunghi fischi stridenti, come se mille
correnti s'incrociassero, provenienti da varie direzioni, e l'alberatura della
fregata fu scossa dalla cima degli alberetti ai travi inferiori.
Fra i fragori delle prime ondate, i fischi del vento e le note stridule dei
mastri e dei contro-mastri, si udì la voce di Carmaux a gridare:
"Attenti alle gabbie e che la fortuna ci protegga!"
Il mare montava a vista d'occhio, mentre la nuvola nera copriva tutta la vôlta
celeste, con rapidità fantastica, intercettando la luce degli astri.
Sulle acque del mar dei Caraibi era piombata una profonda oscurità, che i due
grossi fanali di poppa della fregata non riuscivano a rompere.
Da ponente, i fischi continuavano a succedersi, seguìti da raffiche sempre più
impetuose, che facevano crepitare le vele. Le onde vi facevano eco, muggendo
sordamente.
"Sai che cosa mi ricorda questa notte?" chiese Carmaux, che stava alla
ribolla, essendo uno dei migliori piloti della squadra filibustiera.
"Lo indovino" rispose l'amburghese, che lo aiutava in quella gravosa
manovra. "La notte in cui il Corsaro Nero abbandonava fra le onde, sola, su
una scialuppa, la madre della signora Jolanda, la figlia di quel maledetto
duca."
"Sì, amburghese" rispose Carmaux, con voce commossa. "Anche
allora il mare montava e la tempesta ci minacciava. Chi avrebbe detto che un
giorno, il Corsaro avrebbe ritrovata la fanciulla che pur tanto aveva amata,
regina d'una tribù di antropofaghi caraibi e che l'avrebbe sposata?"
"E come piangeva quella notte il Corsaro!..."
Un muggito spaventevole, che si fece udire al largo, soffocò le ultime parole
dell'amburghese.
"È il razzo di mare che si forma" disse Carmaux. "Che cosa
accadrà delle piccole navi della squadra? Badiamo che non ci piombi di
traverso."
La fregata teneva testa alle onde, che già l'assalivano con furore e la
scuotevano poderosamente, non ostante la sua mole relativamente enorme.
I gabbieri avevano già ammainato tutte le vele basse, non conservando che le
gabbie ed i fiocchi, pure l'alberatura subiva ancora scosse violentissime,
quando le raffiche la investivano.
Le altre navi cominciavano già a disperdersi. Si vedevano i loro fanali
brillare in varie direzioni, alcuni verso il sud, altri verso levante, come se
fuggissero dinanzi all'uragano. Morgan d'altronde, a mezzo di razzi, aveva loro
segnalato di rifugiarsi dove meglio credevano, ben comprendendo che non
avrebbero potuto seguirlo nella sua rotta.
A mezzanotte tutte erano scomparse. Certo avevano cercato di rifugiarsi verso le
numerose isole che coprono le spiagge venezuelane, dove potevano trovare ottime
rade.
La fregata però non aveva ancora deviato dalla sua rotta, e proseguiva verso il
settentrione per raggiungere, se non la Tortue, almeno la Giamaica, dove non
poteva correre pericolo alcuno, essendo colonia inglese ed aperta alle navi
filibustiere che avevano ottenuto patenti di corsa contro gli spagnoli.
Il mare diventava sempre più spaventoso e le raffiche aumentavano di violenza.
Il vento di ponente si scatenava, acquistando la forza prodigiosa che suole
raggiungere nelle grandi tempeste, allorquando riesce a spostare perfino i
grossi cannoni da trentadue delle batterie esposte alla sua furia.
Tuoni assordanti rimbombavano in seno alla nube nera, con un crescendo
terribile, coprendo sovente la voce dei mastri e dei contro-mastri, mentre lampi
abbaglianti si succedevano senza posa.
Morgan, quantunque prevedesse che la bufera avrebbe ben presto raggiunta la
massima violenza, mostrava una calma ed una tranquillità d'animo ammirabile. Se
era un formidabile uomo di guerra, era pure uno dei più valenti marinai
dell'epoca.
Ritto sul ponte di comando, col portavoce in mano, impartiva gli ordini senza
che si sentisse nel suo accento alcuna vibrazione che dimostrasse la menoma
apprensione.
Jolanda, che si era rifiutata di scendere nella sua cabina, stava presso di lui,
aggrappata alle traverse dal ponte, sfidando intrepidamente gli spruzzi delle
onde che giungevano talvolta fino a quel punto elevatissimo della fregata, e
guardando con curiosità, esente da qualsiasi timore, i baratri che si formavano
fra i cavalloni ed entro i quali la grossa nave affondava con mille paurosi
scricchiolii.
"Non avete paura?" le chiedeva sovente Morgan.
"Sono la figlia d'un uomo di mare" rispondeva ella, sorridendo.
"Su questi mari mio padre ha sfidato gli uragani. Perché non debbo
sfidarli anch'io?"
Verso le due del mattino, un clamore assordante s'alzò in mezzo alle onde.
Pareva che migliaia e migliaia di persone urlassero tutte insieme e che
invocassero soccorso.
Morgan era diventato un po' pallido, e la sua fronte si era aggrottata.
"Che cos'è?" chiese Jolanda.
"Il razzo di mare che si forma" rispose il filibustiere.
A un tratto, parve che il cielo s'incendiasse da levante a ponente. Alla notte
tenebrosa successe una vera notte di fuoco.
Le onde parevano avvampare, come se nel loro seno si fossero aperti centinaia di
vulcani sottomarini.
I lampi si succedevano ai lampi, e così vividi e intensi, che i marinai si
sentivano abbacinati. Una vera pioggia di folgori cadeva sul mare e se ne
vedevano perfino di quelle a due ed anche a tre branche.
L'equipaggio della fregata guardava con terrore quello spettacolo, cogli occhi
socchiusi. Anche Jolanda, per la prima volta, sembrava scossa.
"Signor Morgan!..." esclamava. "Che cosa succede?"
"Attraversiamo una meteora di fuoco, signora. Scendete nel quadro!...
Scendete!..."
In quel momento si udì una voce a gridare:
"Lassù, sul mostravento del maestro!..."
Tutti apersero gli occhi, guardando sulla cima dell'alberatura.
Una sfera, non più grossa di un arancio, che pareva incandescente e proiettava
una luce azzurrognola, girava intorno al mostravento del contrapappafico, come
se cercasse di posarsi sulla punta della banderuola.(4)
D'improvviso, scoppiò con una detonazione secca, che parve prodotta dal
frangersi d'una granata, poi una lingua di fuoco serpeggiò lungo l'albero,
avvolgendo le sartìe ed i paterazzi e raggiunse la gran gabbia, spandendo
all'intorno un acuto odore di zolfo.
Un urlo di spavento si era alzato fra i filibustieri della fregata.
"Al fuoco!... Al fuoco!..."
La gran gabbia si era incendiata e le fiamme, alimentate dal vento, si erano
allungate verso la vela latina dell'albero di trinchetto.
Morgan stava per slanciarsi giù dal ponte di comando, seco trascinando la
figlia del Corsaro, quando udì Pierre le Picard a urlare:
"Anche la latina ha preso fuoco ed il razzo di mare romba al
largo!..."
Morgan soffocò a stento una imprecazione, per non allarmare la fanciulla. Non
poté però trattenere un grido di furore.
"È la maledizione che piomba su noi!"
Riacquistando però prontamente il suo sangue freddo, aiutò Jolanda a scendere
la scala, che le onde volta a volta attraversavano.
"Signora" le disse con voce un po' commossa, guardandola negli occhi.
"Morgan non è uomo da lasciarsi abbattere; abbiate fiducia in me."
"Non ho paura" rispose Jolanda. "So che uomo siete."
"Lasciate il ponte, signora. Siamo fra le onde ed il fuoco, ed i pericoli
non si possono sempre prevedere."
"Vi obbedisco, capitano Morgan."
"Wan Stiller, a te la signora!..." gridò il filibustiere, vedendo
passare l'amburghese con dei buglioli in mano.
Guardò la fanciulla che si allontanava, stretta al braccio del filibustiere,
sempre tranquilla, come se nessun pericolo la minacciasse, poi si slanciò
attraverso la tolda, dove regnava una viva confusione, gridando con voce
stentorea:
"Alle pompe!..."
La fregata si era messa alla cappa, colle sue vele della mezzana, per fuggire
dinanzi all'uragano che la investiva con forza terribile, trascinandola verso
levante. L'albero maestro ed il trinchetto erano entrambi in fiamme.
I paterazzi, le sartìe, le manovre correnti, i pennoni e le coffe bruciavano
come fiammiferi, essendo imbevuti di catrame e le vele lasciavano cadere sulla
coperta lembi di tela accesa e scintille in gran numero.
L'alberatura poteva considerarsi come perduta, pericolo gravissimo in mezzo ad
una bufera, che poteva durare molte ore. Senza le vele la nave era priva d'ogni
stabilità.
Al comando di Morgan, i corsari avevano messe in opera la pompa di prora e
quella di poppa, ma la manovra era tutt'altro che facile, colle onde che ad ogni
istante invadevano la coperta, minacciando di spazzare via gli uomini, che si
erano collocati alle traverse.
I getti, d'altronde, non potevano avere grande efficacia in alto. Gli attrezzi,
anche bagnati, bruciavano egualmente e, lasciando cadere ad ogni istante od un
pezzo di pennone infiammato, od un lembo di tela ardente, od un paterazzo,
esponevano gli uomini ad un continuo pericolo.
Per di più, essendo il vento instabile, vi era la probabilità che anche
l'albero di mezzana prendesse fuoco.
Tuttavia quei fieri uomini, abituati da lunga pezza a tutti i pericoli,
lottavano disperatamente. Alcuni avevano già assalito i due alberi colle scuri,
per farli cadere in mare, quando Morgan, vedendo che non bastavano, diede
l'ordine di chiamare in coperta i prigionieri spagnoli, che si trovavano
racchiusi nella stiva e che, vedendo quei bagliori sinistri, urlavano
spaventosamente.
Erano una trentina, fra cui il capitano Valera e don Raffaele.
Udendo però quel comando, Carmaux aveva fatto un salto.
"Ecco un'imprudenza che noi possiamo pagare cara" aveva detto a Wan
Stiller, che lo aveva raggiunto. "Dei nemici in coperta, quando il fuoco è
a bordo!... Compare, apri gli occhi!..."
"Credo che tu abbia torto" rispose l'amburghese. "La loro pelle
vale la nostra e ci terranno a salvarla."
"Gli altri sì, ma ve n'è uno che sarebbe ben lieto di mandarci tutti in
fondo al mare. Apri gli occhi, compare."
"Di chi sospetti?"
"Del capitano Valera."
Un urlo scoppiato a prora li fece rabbrividire.
"Largo!... Cade il maestro!..."
Una turba di gente passò a corsa sfrenata fra di loro, spingendoli verso le
murate. Erano gli uomini delle pompe, che si salvavano sul cassero, non ostante
le grida ed i sagrati di Pierre le Picard e di Morgan.
Nel medesimo istante si udirono i gabbieri del bompresso ad urlare:
"Bada, pilota!... Il razzo monta!..."