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Jolanda la figlia del Corsaro Nero

 


CAPITOLO PRIMO

La taverna "El Toro"

Quella sera la taverna El Toro, contrariamente al solito, brulicava di persone, come se qualche importante avvenimento fosse avvenuto o stesse per succedere.
Quantunque non fosse una delle migliori di Maracaybo, frammiste a marinai, a facchini del porto, a meticci e ad indiani caraibi, si vedevano - cosa piuttosto insolita - delle persone appartenenti alla migliore società di quella ricca ed importante colonia spagnola: grossi piantatori, proprietari di raffinerie di zuccheri, armatori di navi, ufficiali della guarnigione e perfino qualche membro del governo.
La sala, piuttosto ampia, coi muri affumicati, dall'ampio camino, malamente illuminata da quelle incomode e famose lampade usate sul finire del sedicesimo secolo, ne era piena. Nessuno però beveva ed i tavolini, addossati alle pareti, alla rinfusa, erano deserti. Invece la grande tavola centrale di vecchio noce, lunga più di dieci metri, era circondata da una quadrupla fila di personaggi, che parevano in preda ad una vivissima agitazione e che scommettevano con un furore, che avrebbe meravigliato anche un moderno americano degli Stati dell'Unione.
"Venti piastre per Zambo!"
"Trenta per Valiente!"
"Valiente si prenderà una tale speronata che cadrà al primo colpo!"
"Sarà Zambo a cadere!"
"E voi, don Raffaele?"
"Punterò su Plata, è più robusto dell'uno e dell'altro e avrà la vittoria finale!"
"Canarios! Un poltrone quel Plata."
"Come vorrete, don Alonzo, ma io aspetto il suo turno!"
"Basta!"
"Avanti i combattenti!"
"Chiusura! Chiusura!"
Un tocco di campana annunciò che le scommesse erano terminate, e ai clamori assordanti di prima successe un profondo silenzio.
Due uomini erano entrati nella sala per due porte diverse e si erano collocati alle due estremità del tavolo. Portavano fra le braccia due splendidi galli, uno tutto nero colle penne a riflessi azzurro-dorati; l'altro rosso a striature bianche e nere.
Erano due careadores ossia allevatori di galli combattenti, professione anche oggidì assai lucrosa e molto apprezzata nelle antiche colonie spagnole dell'America Meridionale.
In quell'epoca la passione per quello sport barbaro, aveva raggiunto un vero fanatismo e si può dire che non passava giorno senza che vi avvenissero combattimenti di galli. E non mancavano perfino i giudici di campo, il cui giudizio era inappellabile.
L'educazione dei galli battaglieri richiedeva però cure minuziose, quanto quelle dei bulldog destinati ad affrontare i tori, se non di più. Essi venivano abituati a misurarsi ancora quand'erano pulcini. Avevano un nutrimento speciale, composto per lo più di granoturco, il cui numero di granelli era stabilito per ogni pasto. Per dare agli speroni maggior forza ed impedire che potessero guastarsi, si proteggevano con guaine di cuoio foderate di lana.
Alla comparsa dei due galli, un entusiastico evviva era scoppiato fra gli spettatori:
"Bravo, Zambo!"
"Forza, Valiente!"
Il giudice di campo, un grosso raffinatore di zucchero, che doveva conoscere le regole complicate di quel turf, pesò minuziosamente i due volatili, misurò la loro alatura e la lunghezza degli speroni onde eguagliare le condizioni di combattimento, quindi una voce forte dichiarò che l'eguaglianza era perfetta e che tutto andava benissimo.
I due galli furono subito lasciati liberi, collocandoli alle due estremità della tavola.
Come abbiamo detto, erano entrambi bellissimi e di razza andalusa, la migliore e la più battagliera.
Zambo era più alto di qualche pollice del suo avversario, con un becco robusto, un po' arquato alla sua estremità come quello dei falconi, cogli artigli piuttosto corti ed invece assai acuminati. El Valiente appariva più robusto, più tozzo, con gambe più grosse e speroni più lunghi, il becco era invece più corto, ma più largo e aveva sulla testa una bella cresta d'un rosso quasi violaceo e gli occhi più brillanti, anzi più provocanti.
Appena messi in libertà, i due galli si rizzarono in tutta la loro altezza, starnazzando le ali ed arruffando le penne del collo e lanciarono quasi simultaneamente il loro grido di guerra e di sfida.
"Assisteremo ad una bella lotta" disse un ufficiale della guarnigione.
"Io ritengo invece che sarà breve" disse don Raffaele "e che la vittoria la deciderà Plata."
"Silenzio!" gridarono tutti.
I due galli stavano per accostarsi, tenendo la testa bassa, quasi rasente alla superficie del tavolo, quando due passi pesanti ed uno strascinare di spadoni, li fece arrestare.
"Chi disturba la lotta?" chiede il giudice di campo, con stizza.
Tutti si erano voltati corrugando la fronte e brontolando.
Due uomini erano entrati nella taverna, aprendo fragorosamente la porta, non immaginandosi certo di disturbare quelle brave persone e tanto meno i due galli combattenti.
Erano due tipi di bravacci o di avventurieri, personaggi che si trovavano allora di frequente nelle colonie spagnole d'oltre Atlantico. D'aspetto piuttosto brigantesco, portavano vesti un po' sgualcite, cappellacci di feltro dalle tese ampie con piume di struzzo quasi senza barbe, alti stivali di cuoio giallo, a tromba molto larga, e posavano fieramente la sinistra su certi spadoni, che dovevano mettere i brividi indosso a più d'un tranquillo borghese di Maracaybo.
Uno era di statura molto alta, coi lineamenti piuttosto angolosi, coi capelli d'un biondo rossastro; l'altro invece più basso e più membruto, con barba nera ispida.
Tanto l'uno che l'altro poi avevano la pelle assai abbronzata, arsa dal sole e dai venti del mare.
Udendo gli spettatori a mormorare e vedendosi addosso tutti quegli sguardi un po' crucciati, i due avventurieri alzarono i loro spadoni e s'avviarono in punta dei piedi verso un tavolo situato nell'angolo più oscuro, ordinando ad un garzone, che era prontamente accorso, un boccale di Alicante.
"C'è numerosa compagnia qui" disse l'uomo più basso a mezza voce. "Troveremo forse in questa taverna quanto ci occorre."
"Sii prudente, Carmaux."
"Non temere, amburghese."
"Toh!... Ecco un bellissimo spettacolo! Un combattimento di galli! Da un pezzo non ne vedevo."
"Bisognerebbe abbordare qualcuno di quegli spettatori."
"Basta che non sia un ufficiale."
"Prenderò un borghese, Wan Stiller" disse Carmaux. "Al capitano poco importa, purché sia un maracaybino."
"Guarda là quell'uomo panciuto, che mi ha l'aria di essere un qualche ricco piantatore o qualche raffinatore di zuccheri."
"Che possa saperne qualche cosa, quell'uomo?"
"Tutti questi grossi piantatori e commercianti sono in relazione col governatore. E poi, chi non ricorda il Corsaro Nero qui? Ne abbiamo fatte di belle con quel valoroso gentiluomo."
"Maledette guerre!" esclamò Carmaux "Se invece di tornare nel suo Piemonte, fosse rimasto qui, forse sarebbe ancora vivo."
"Taci, Carmaux" disse l'amburghese. "Tu mi rattristi troppo. Mi sembra impossibile che sia morto. E se il capitano Morgan fosse stato male informato?"
"Egli lo ha saputo da un compatriota del Corsaro Nero, che ha assistito alla sua fine."
"Dove l'hanno ucciso?"
"Sulle Alpi, mentre combatteva valorosamente contro i francesi che minacciavano d'invadere il Piemonte. Si dice però che quel prode la cercasse la morte."
"Perché, Carmaux? Tu non me lo hai mai detto prima d'ora."
"Non lo seppi che ieri dal signor Morgan."
"Quale motivo lo spingeva a giuocare pazzamente la vita?" chiese l'amburghese.
"Il dolore d'aver perduta la moglie, la duchessa di Wan Guld, morta nel dare alla luce la bambina."
"Povero signor di Ventimiglia! Così valoroso, così leale, così generoso... Verranno altri filibustieri, ma come lui no, mai."
Uno scoppio fragoroso di grida li fece alzare entrambi. Gli spettatori che circondavano il tavolo parevano in preda ad una vera frenesia. Alcuni acclamavano, altri imprecavano, tutti si agitavano, sbracciandosi e pestando i piedi.
Carmaux e l'amburghese, vuotate d'un fiato le tazze, si erano accostati agli spettatori, mettendosi specialmente dietro al grasso piantatore o raffinatore di zucchero, che era quel señor Raffaele che voleva riservare le sue scommesse per il Plata.
I due galli, dopo una serie di finte e di salti, si erano attaccati con furore e Zambo aveva ricevuto un colpo di sperone sulla testa perdendo parte della sua bella cresta e anche un occhio.
"Bel colpo!" mormorò Carmaux, che pareva se n'intendesse.
Il careador si era subito impadronito del vinto, bagnandogli le ferite coll'acquavite, onde arrestarne almeno per qualche istante il sangue.
El Valiente, tronfio della vittoria riportata, cantava a piena gola, pavoneggiandosi e starnazzando le sue belle ali.
La lotta non era però che cominciata, perché Zambo non si poteva ancora considerare fuori combattimento. Anzi, malgrado fosse cieco di un occhio, poteva disputare a lungo la vittoria ed anche riuscire a strapparla all'avversario.
Si capisce che ormai il favorito era El Valiente che aveva dato un così bel saggio della sua bravura.
Perfino don Raffaele si era sentito tentare. Dopo un po' di esitazione aveva gridato:
"Cinquanta piastre sul Valiente. Chi tiene? chi..."
Un colpetto sulla spalla destra gl'interruppe la frase e lo fece voltare indietro.
Carmaux non aveva ancora alzata la mano.
"Che cosa volete, señor?" chiese il raffinatore o piantatore che fosse, aggrottando la fronte e mostrandosi un po' offeso per quella familiarità.
"Volete un consiglio?" disse Carmaux. "Puntate sul gallo ferito."
"Siete forse un careador?"
"A voi poco deve importare se lo sia o no. Se volete, punto duecento piastre su quello..."
"Su Zambo?" chiese il piantatore, facendo un gesto di sorpresa. "Avete del denaro che vi pesa troppo nelle tasche?"
"Niente affatto, anzi sono venuto qui per guadagnarne."
"E puntate su Zambo?"
"Sì, e vedrete come, fra poco, concerà l'altro. Scommettete con me, señor."
"Sia" disse il grasso piantatore, dopo qualche esitazione "Se perdo mi rifarò con Plata."
"Scommettiamo insieme?"
"Accetto."
"Trecento piastre per Zambo!" gridò Carmaux.
Tutti gli sguardi si erano fissati su quell'avventuriero, che scommetteva una somma relativamente grossa su un gallo ormai semi-sconfitto.
"Tengo io!" gridò il giudice di campo. "Avanti i combattenti."
Un momento dopo i due campioni si ritrovavano l'uno di fronte all'altro.
Zambo, quantunque così mal conciato e sanguinante, assalì per primo, saltando molto in alto, ma anche questa volta sbagliò il colpo e fu respinto.
El valiente che si teneva pronto, s'alzò in tutta la sua altezza, poi con uno slancio improvviso si precipitò sull'avversario tentando di cadergli sul cranio per spaccarglielo con un buon colpo d'artiglio.
Zambo però, si era prontamente rimesso, si teneva in guardia colle ali pronte alla parata e la testa ritirata, e gli rispose con un colpo di becco così bene assestato, da strappargli di colpo uno dei due barbigli della gola.
"Bravo gallo! Gallo fino!" gridò il piantatore.
Aveva appena pronunciate queste parole, quando El Valiente che perdeva sangue in abbondanza, si precipitò sul rivale colla velocità e l'impeto del falcone.
I due volatili si videro per alcuni istanti dibattersi, uniti strettamente, poi rotolarsi sulla tavola, poi diventare immobili come se si fossero uccisi reciprocamente. Zambo era rimasto sotto l'avversario e non si scorgeva quasi più.
Don Raffaele si era voltato verso Carmaux, dicendogli con accento secco:
"Abbiamo perduto."
"Chi ve lo dice?" chiese l'avventuriero. "Ah! Guardate! Trecento piastre sono già nelle nostre tasche, señor."
Zambo non era affatto morto, anzi tutt'altro. Quando gli spettatori cominciavano a disperarsi, con una mossa improvvisa era sfuggito di sotto all'avversario e si era alzato, cantando a piena gola e piantando gli speroni nel corpo del vinto.
El Valiente era morto e giaceva inerte col cranio spaccato.
"Ebbene señor, che cosa ne dite?" chiese Carmaux, mentre attorno alla tavola scoppiava una salva d'imprecazioni all'indirizzo del vinto.
"Dico che voi avete avuto un colpo d'occhio ammirabile" rispose il piantatore, con accento lieto.
Carmaux ritirò le trecento piastre e ne fece due mucchi eguali, dicendo:
"Centocinquanta per ciascuno, señor. La partita non è stata cattiva."
"No, v'ingannate" disse don Raffaele.
"E perché?"
"Non ho scommesso che cinquanta piastre."
"Perdonate, ma noi abbiamo giuocato in società. Raccogliete le vostre piastre che sono state guadagnate lealmente contro il giudice di campo che ha puntato sul morto."
"Siete molto ricco voi per essere così generoso?" chiese il piantatore guardandolo con molto stupore.
"Non ci tengo al denaro: ecco tutto" rispose Carmaux.
"Voglio farvi guadagnare anch'io, señor. Puntate sul gallo che porteranno ora."
"Vedremo."
Un altro careador era in quel momento entrato, deponendo sulla tavola un gallo di forme splendide, più alto di Zambo, con una coda magnifica e le penne tutte bianche a riflessi argentei.
Era El Plata.
"Che ne dite señor?" disse fon Raffaele, volgendosi verso Carmaux.
"Bellissimo senza dubbio" rispose l'avventuriero, che lo guardava attentamente.
"Puntate?"
"Sì, cinquecento piastre su Zambo."
"Sul Plata volete dire."
"Señor, cinquecento piastre per Zambo. Chi ci tiene?" gridò.
"È una follìa."
"Scommettete con me?"
"Che sia invincibile quel Zambo?"
"Questa sera sì!"
"Siete il diavolo, voi?"
"Se non sono veramente Belzebù, sarò un suo prossimo parente" rispose Carmaux, ironicamente. "Orsù, ci tenete con me?"
"Sì, per la metà. El Plata, che era il mio favorito, a mare."
Le scommesse erano finite ed il silenzio era tornato nell'ampia sala.
I due galli, appena trovatisi di fronte, si erano assaliti con furore, sbattendo le ali e strappandosi mazzetti di penne.
Parevano entrambi della stessa forza e Zambo, quantunque semi-cieco, non accordava tregua all'avversario.
Ben presto il sangue cominciò a macchiare la tavola. I due combattenti si erano già trafitti parecchie volte cogli speroni ed El Plata aveva la bella cresta violacea a brandelli.
Di tanto in tanto, come di comune accordo, s'arrestavano per riprendere lena e scuotere i grumi di sangue che li acciecavano, poi tornavano alla carica con maggior furia di prima. Al quinto attacco El Plata rimase sotto a Zambo.
Un coro d'imprecazioni rimbombò nella sala, giacché i più avevano scommesso per il nuovo gallo. El Plata però, con una scossa improvvisa riuscì a liberarsi dalla stretta, ma non riuscì a parare un colpo di becco dell'avversario che gli strappò un occhio.
"Così almeno sono pari" disse Carmaux. "L'uno e l'altro ne hanno perduto uno."
Il careador si era precipitato verso El Plata. Gli fece ingoiare un sorso d'acquavite, gli lavò la testa colla spugna per sbarazzarlo dai grumi di sangue, gli sprizzò nell'orbita vuota un po' di succo di limone, poi tornò a lanciarlo sulla tavola, dicendo:
"Su, mio bravo."
Aveva avuto troppa fretta. Il povero gallo, ancora stordito, non poté far fronte al fulmineo attacco del prode Zambo e cadde quasi subito colla testa spaccata da un furioso colpo di becco.
"Che cosa vi avevo detto, señor?" disse Carmaux, volgendosi verso don Raffaele.
"Che voi siete uno stregone, od il migliore careador dell'America."
"Con tutte queste piastre che abbiamo guadagnato, possiamo permetterci il lusso di vuotare una bottiglia di Xeres. Ve l'offro io, se non vi rincresce."
"Lasciate a me questo onore."
"Come volete, señor."

CAPITOLO SECONDO

Il rapimento del piantatore

Mentre venivano portati due altri galli, durando quei combattimenti delle notti intere talvolta, Carmaux, Wan Stiller ed il grasso don Raffaele, seduti intorno ad un tavolo collocato in un angolo della sala, trincavano allegramente, come vecchi amici, dell'eccellente Xeres a due piastre la bottiglia.
Lo spagnolo, messo in buon umore dalle vincite fatte e da alcuni bicchieri, chiacchierava come una gazza, vantando le sue piantagioni, le sue raffinerie di zucchero, e facendo comprendere ai due avventurieri come egli fosse uno dei pezzi grossi della colonia.
Ad un tratto s'interruppe, chiedendo a bruciapelo a Carmaux, che continuava a riempirgli il bicchiere:
"Ma... señor mio, non siete della colonia voi?"
"No, anzi siamo giunti solamente questa sera."
"Da dove?"
"Da Panama."
"Siete venuti per cercare qui da occuparvi? Ho qualche posto sempre disponibile."
"Siamo gente di mare, signore, noi e poi non abbiamo intenzione di fermarci a lungo qui."
"Cercate qualche carico di zucchero?"
"No" disse Carmaux, abbassando la voce. "Siamo incaricati di una missione segreta per conto dell'illustrissimo signor presidente dell'Udienza reale di Panama."
Don Raffaele sgranò tanto d'occhi e divenne leggermente pallido per l'emozione.
"Signori" balbettò. "Perché non me lo avete detto prima?"
"Silenzio e parlate a voce bassa. Noi dobbiamo fingerci avventurieri e nessuno deve sapere chi ci ha qui mandati" disse Carmaux con voce grave.
"Siete incaricati di qualche inchiesta sull'amministrazione della colonia?"
"No, di appurare una notizia che interessa assai l'illustrissimo signor presidente. Ah! Ora che ci penso, voi potreste dirci qualche cosa. Frequentate la casa del governatore?"
"Prendo parte a tutte le feste ed a tutti i ricevimenti signor..."
"Chiamatemi semplicemente Manco" disse Carmaux. "Dicevo che voi, che frequentate la casa del governatore, potreste darci qualche preziosa informazione."
"Sono tutto a vostra disposizione. Chiedetemi."
"Questo non è veramente il luogo" disse Carmaux, sbirciando gli spettatori. "Si tratta di cosa molto grave."
"Venite a casa mia, señor Manco."
"Le pareti talvolta hanno delle orecchie. Preferisco l'aria libera."
"Le vie sono deserte a quest'ora."
"Andiamo sulla calata, così noi saremo vicini alla nostra nave. Vi spiacerebbe, señor?"
"Sono ai vostri ordini per far piacere all'illustrissimo presidente. Gli parlerete di me?"
"Oh! Non dubitatene."
Vuotarono la seconda bottiglia, pagarono il conto e uscirono, mentre un quarto gallo cadeva sulla tavola, colla testa traforata da uno degli speroni dell'avversario.
Carmaux e l'amburghese, quantunque avessero vuotato nientemeno che sei bottiglie, pareva che avessero mandato giù dell'acqua; il piantatore invece aveva le gambe malferme e si sentiva girare la testa.
"Sii pronto quando io ti darò il segnale" mormorò Carmaux agli orecchi dell'amburghese. "Sarà una buona presa."
Wan Stiller fece col capo un cenno di assentimento.
Carmaux passò familiarmente un braccio sotto quello del grasso piantatore, per impedirgli di camminare a sghimbescio, e tutti e tre si diressero verso la spiaggia, attraversando viuzze strette e oscurissime, non sentendosi in quei tempi il bisogno dell'illuminazione delle strade.
Quando sboccarono sul largo viale di palme, che conduceva al porto, Carmaux che fino allora era rimasto silenzioso, scosse il piantatore che pareva fosse lì lì per addormentarsi, dicendogli:
"Possiamo parlare; non v'è nessuno qui."
"Ah! Già... il presidente... il segreto..." borbottò don Raffaele aprendo gli occhi. "Eccellente quell'Alicante... un altro bicchiere, señor Manco."
"Non siamo più nella taverna, mio caro signore" disse Carmaux. "Se vorrete vi torneremo e vuoteremo altre due o tre bottiglie."
"Eccellente... squisito..."
"Basta, lo sappiamo, veniamo al fatto. Voi mi avete promesso di darmi le informazioni che desideravo e badate che vi è di mezzo l'illustrissimo signor presidente dell'Udienza reale di Panama e vi avverto che quell'uomo non ischerza."
"Sono un suddito fedele."
"Bene, bene, señor."
"Parlate, che cosa desiderate? Io sono amico del governatore... molto amico..."
"Un amicone, lo sappiamo. Ditemi, e aprite bene gli orecchi, e pensate bene quello che dite. È vera la voce corsa che qui si trovi la figlia del cavaliere di Ventimiglia, il famoso Corsaro Nero? È vera? Il signor presidente dell'Udienza vorrebbe saperlo."
"Che cosa può importargliene?" chiese don Raffaele, con stupore.
"Né io né voi dobbiamo saperlo. È vero o no?"
"È vero."
"Quando è giunta?"
"Saranno quindici giorni. L'hanno catturata su una nave olandese, caduta in potere d'una nostra fregata, dopo un sanguinoso combattimento."
"Che cosa veniva a fare qui, in America?"
"Si dice che venisse a raccogliere l'eredità di suo nonno, Wan Guld. Il duca possedeva vaste tenute qui e anche a Costarica, che non sono mai state vendute."
"È vero che è prigioniera?"
"Sì."
"Perché?" "Voi vi scordate, sembra, quanto male abbia fatto a Maracaybo ed a Gibraltar suo padre, il Corsaro Nero."
"Per vendicarsi, dunque."
"E per impedirle di entrare in possesso dei beni del duca. Rappresentano dei bei milioni, che il governatore conta di far passare nelle casse proprie ed in quelle del governo."
"E se il Piemonte o l'Olanda reclamassero la sua libertà? Voi sapete che non è suddita spagnola."
"Vengano a prenderla, se l'osano."
"Dove si trova ora?"
"Questo lo ignoro" disse don Raffaele dopo un po' di esitazione.
"Voi non lo volete dire."
"Non voglio compromettermi col governatore, señor Manco."
"Diffidereste di noi?"
Don Raffaele si era fermato, poi aveva fatto un passo indietro, guardando con spavento quei due avventurieri e maledicendo in cuor suo i galli, le bottiglie e la sua imprudenza.
"Voi non mi avete ancora data alcuna prova di essere veramente quelli che mi avete detto."
"Ve le daremo le prove quanto prima, quando sarete a bordo del nostro legno. Venite con noi, non abbiate timore."
"Sia, purché passiamo sull'altro viale."
"Vi sono i doganieri colà e non desideriamo di essere veduti da nessuno. Venite o..." disse Carmaux con accento minaccioso, mettendo la destra sull'impugnatura dello spadone.
Il povero piantatore impallidì orribilmente, poi, tutto d'un tratto si slanciò, con un'agilità che non si sarebbe mai supposta in quel corpo così grosso e rotondo, fra le aiuole che dividevano i due viali, gridando con quanta voce aveva in gola:
"Aiuto doganieri! M'assassinano!"
"Carmaux aveva mandato una rauca imprecazione.
"Birbante! Ci fa prendere! Addosso amburghese!"
In due salti furono alle spalle del fuggiasco. Bastò un pugno di Wan Stiller per farlo cadere mezzo intontito.
"Presto il bavaglio!"
Carmaux si slacciò d'un colpo la fascia di lana rossa che gli stringeva i fianchi, e ravvolse intorno al viso del piantatore, non lasciandogli scoperto che il naso onde non morisse asfissiato.
"Prendilo per le braccia, amburghese, e lesti alla scialuppa. Per satanasso! I doganieri!"
"Buttiamolo in mezzo alle aiuole, Carmaux" disse l'amburghese.
Afferrarono il disgraziato piantatore e lo lasciarono cadere in mezzo ad un cespuglio di macupi le cui larghe foglie erano più che sufficienti per nasconderlo.
Si erano appena allontanati di pochi passi, quando una voce imperiosa gridò:
"Alt o facciamo fuoco."
Due uomini, due doganieri, erano balzati sul viale, dirigendosi velocemente verso i due avventurieri..
Uno era armato d'un archibugio, l'altro invece teneva in pugno un'alabarda.
"Siamo persone oneste" rispose Carmaux. "Dove andiamo? A prendere una boccata d'aria. Questo maledetto lago è così pieno di zanzare che non si può dormire."
"Chi ha gridato: Aiuto doganieri?"
"Un uomo che fuggiva, inseguito da un altro."
"Da quale parte?"
"Da quella."
"Voi mentite; veniamo appunto di là e non abbiamo veduto nessuno a fuggire."
"Mi sarò ingannato" rispose Carmaux, placidamente.
"M'avete un'aria sospetta, miei signori. Seguiteci al posto e consegnate, innanzi tutto, le vostre spade."
"Signor doganiere" disse Carmaux, con accento d'uomo offeso. "Non si arrestano due tranquilli cittadini che possono essere dei gentiluomini. Noi contrabbandieri! Per la morte di Belzebù volete scherzare?"
"Al posto di dogana e fuori le spade" ripeté il doganiere, alzando l'archibugio. "Si vedrà poi chi siete. Presto o faccio fuoco: è l'ordine."
"Folgore" disse Carmaux volgendosi verso l'amburghese e levando la spada come se si preparasse a consegnarla.
Appena l'ebbe in pugno, con una mossa fulminea si gettò da un lato, per non ricevere la scarica in pieno petto e vibrò al doganiere una puntata così terribile in mezzo al ventre, da passarlo da parte a parte.
Quasi nello stesso momento Wan Stiller, il quale certo si era messo in guardia per la parola pronunciata dal compagno che doveva avere un significato, si precipitava sul secondo doganiere, che era ben lungi dall'attendersi quell'improvviso attacco.
Con un rovescione spezzò netto il manico dell'alabarda, poi colla guardia della spada lo percosse tremendamente sul cranio, facendolo stramazzare al suolo mezzo accoppato.
I due spagnoli erano caduti l'uno sull'altro, senza aver avuto il tempo di mandare un grido.
"Bel colpo, Carmaux" disse l'amburghese.
"E di corsa. La fortuna non protegge due volte di seguito."
Volsero uno sguardo all'intorno e non vedendo nessuno, balzarono fra le aiuole e presero il piantatore per le gambe e le braccia, correndo poi verso la riva.
Don Raffaele, mezzo soffocato e anche mezzo morto di spavento, non aveva opposta alcuna resistenza, anzi non aveva nemmeno approfittato dell'intervento dei due doganieri per cercare di fuggire.
Presso la riva si trovava una di quelle scialuppe strettissime, chiamate baleniere, fornita d'un piccolo albero con un'antenna e di timone.
Carmaux e Wan Stiller vi salirono, deposero il piantatore fra i due banchi di mezzo, gli legarono le gambe e le braccia, lo copersero con un pezzo di vela, poi presero i remi e sciolsero l'ormeggio.
"È mezzanotte" disse Carmaux, dando uno sguardo alle stelle, "e la via è lunga. Non vi giungeremo prima di domani sera."
"Teniamoci sotto la riva: vi è la caravella che veglia al largo."
"Passeremo egualmente" rispose Carmaux. "Non inquietarti."
"Alziamo la vela?"
"Più tardi. Avanti e non fare troppo rumore."
La baleniera partì velocissima e silenziosa, rasentando la gettata, per tenersi all'ombra che proiettavano i filari delle altissime palme che si prolungavano per un buon tratto.
Nel porto tutto era silenzio. Le navi, ancorate qua e là, colle antenne e le vele calate sul ponte, erano deserte.
Gli spagnoli si credevano troppo sicuri in Maracaybo, per prendersi la briga di tenere uomini di guardia. Dopo l'ultima scorreria dei filibustieri della Tortue, guidati dall'Olonese, dal Corsaro Nero e dal Basco, avvenuta molti anni prima, avevano innalzati forti, che si credevano inespugnabili ed un gran numero di formidabili batterie, che collegavano i loro tiri fra la costa e le isolette davanti alla città.
I due avventurieri s'avanzavano con prudenza, non essendo permesso di notte di entrare nel porto e nemmeno di uscirne. Sapevano che al di là delle isolette una grossa caravella incrociava per impedire entrate sospette o fughe.
Quando la scialuppa raggiunse l'estremità della gettata, Carmaux e Wan Stiller deposero i remi ed issarono una piccola vela latina che era tinta in nero, affinché non la si potesse scorgere fra le tenebre.
Il vento era favorevole, soffiando dal lago e poi anche al di là sulla gettata, l'ombra continuava essendo la costa coperta da paletuvieri foltissimi e da palme mauritie assai alte.
"Sempre sotto?" chiese Wan Stiller, che si era collocato a poppa, alla barra del timone mentre Carmaux teneva la scotta.
"Sì, per ora."
"Vedi la caravella?"
"Sto cercandola."
"Che navighi coi fanali spenti?"
"Senza dubbio."
"Sarebbe un guaio se la trovassimo sulla nostra rotta."
"Ah! Eccola laggiù che sta girando la punta di quell'isoletta. Governa diritto. Non ci scorgeranno."
La baleniera, messasi al vento, cominciò a filare colla velocità di uno squalo, radendo sempre la spiaggia.
In quindici minuti raggiunse il promontorio che chiudeva verso settentrione il piccolo porto e che era guardato da un fortino costruito sulla cima d'una rupe, vi girò intorno senza che le sentinelle l'avessero scorta e si diresse verso il nord per attraversare lo stretto formato fra la penisoletta di Sinamaica da un lato e le isole di Tablazo e di Zapara dall'altro, onde raggiungere il golfo di Maracaybo.
Ormai non avevano più nulla da temere, potendo spacciarsi per pescatori o per canottieri.
"Gettiamo le nostre vesti e diventiamo marinai" disse Carmaux. "Nessuno sospetterà di noi."
Aprì una cassa che si trovava sotto la prora ed estrasse delle grosse casacche di panno grigio, delle fascie di lana e dei berretti terminanti a punta con grosso fiocco azzurro.
Legato il timone e la scotta, in pochi istanti si trasformarono, poi gettarono lungo i bordi alcune reti, lasciando cadere in acqua i sugheri.
"Vediamo come sta ora l'amico" disse Carmaux, quand'ebbe finito.
Levò la tela che copriva il disgraziato piantatore, poi lo sbarazzò della sciarpa che gli chiudeva la bocca.
Don Raffaele respirò a lungo, senza però aprire gli occhi.
"Il sonno è stato più forte della paura" disse l'avventuriero ridendo. "Quello Xeres e quell'Alicante erano proprio di prima qualità. Il capitano Morgan sarà ben lieto di questa cattura e penserà lui a far sciogliere la lingua al nostro prigioniero."
"Purché non muoia sul colpo, risvegliandosi nelle mani dei filibustieri" disse Wan Stiller.
"Prenderemo le nostre precauzioni onde non spaventarlo tutto d'un tratto."
"Avrebbe fatto meglio a spiattellare tutto ciò che sapeva intorno alla figlia del cavaliere di Ventimiglia."
"L'avrei rapito egualmente."
"Che cosa vuol farne Morgan di un abitante di Maracaybo?"
"Mio caro, potrà avere da questo imbecille delle preziose informazioni sul numero dei soldati che occupano i forti e dei cannoni che li armano."
"Dunque è risoluto ad assalire la piazza?"
"Ora più che mai!"
"Avremo un osso duro da rodere, mio caro Carmaux. Hai veduto che opere imponenti hanno innalzato gli spagnoli? Maracaybo non è più quella che era quando l'espugnammo col Corsaro Nero e con quel diavolo di Olonese."
"Siamo in buon numero e non ci mancano le artiglierie. I milioni di piastre che ricaveremo compenseranno largamente i rischi d'una simile impresa."
"Purché la flotta non venga scoperta."
"La baia di Amnay è ben coperta e nessuno scorgerà le nostre navi. D'altronde i nostri stanno in guardia e non si lasceranno sfuggire i curiosi e gli spioni."
Essendo il vento sempre favorevole e tendendo anzi a rinfrescare sempre più, avvicinandosi l'alba, la baleniera guadagnava via con crescente rapidità.
Graziosamente piegata sul tribordo, coll'estremità del pennone inferiore quasi a fior d'acqua, scivolava senza far rumore sulle tranquille acque dell'ampia laguna, lasciandosi a poppa una striscia di spuma fosforescente.
I due filibustieri tacevano, però si grattavano di quando in quando con furore.
Erano le zanzare, le jejeus e le zancudos tempraneros, che di tratto in tratto calavano in nuvole fitte sulla scialuppa, punzecchiando ferocemente e dolorosamente i due avventurieri.
Esse sono un vero flagello per quelle regioni e non lasciano tregua. In certe ore del giorno volteggiano le prime; di notte sono le seconde che si mettono in campagna e che montano la guardia, come dicono gl'indiani caraibi.
E come sono dolorose le loro punture! Tanto che i poveri indiani, che non sono vestiti, preferiscono affrontare un feroce giaguaro, piuttosto che imbattersi in una nuvola di zancudos.
Fortunatamente l'alba non era lontana. Le stelle cominciavano a scolorirsi e verso oriente una pallida striscia bianca con delicate sfumature rosa, cominciava a delinearsi al di sopra dei cupi ed immensi boschi della costa d'Altagracia e di La Rita.
Tablazo, una delle due isole che chiudono o meglio riparano la laguna dalle ondate del golfo, si disegnava già colle sue belle e ricche piantagioni di cacao e di canne da zucchero e coi suoi pittoreschi villaggi, fondati sui bassifondi e abitati dagl'indiani.
Quei villaggi, che allora s'incontravano dappertutto lungo le coste del golfo e della laguna di Maracaybo e che oggi sono piuttosto rari, davano un aspetto oltremodo grazioso a quella regione chiamata dai primi scopritori spagnoli Venezuela, ossia piccola Venezia.
Ogni villaggio era formato da una sola abitazione, lunga parecchie centinaia di metri, capace però di contenere qualche centinaio di famiglie o anche più.
Quelle lunghe case, situate a tre o quattrocento passi dalla riva e talvolta anche più lontano, viste in lontananza sembravano case galleggianti, invece erano costruite su solide palafitte, formate da pali di gajac tanto robusti da sfidare la scure e anche la sega e che rimanendo immersi si diceva acquistassero la durezza del ferro.
Sopra i pali quegli abili costruttori avevano formato un'immensa piattaforma di legno leggiero, di bombax ceiba o di cedro nero, poi con bambù intrecciati innalzavano le abitazioni, coprendole con foglie di cenea o di vihai che sostituivano abbastanza bene le tegole o le ardesie.
Non esistevano pareti, regnando tutto l'anno un calore intenso, quindi i naviganti potevano vedere, senza fatica, ciò che accadeva in quelle strane abitazioni, senza prendersi l'incomodo di entrarvi.
La laguna cominciava a popolarsi.
Dei canotti scavati nel tronco d'un cedro odoroso, montati da indiani quasi interamente nudi, scivolavano rapidamente sulle acque, lasciandosi dietro delle lunghe file di grosse zucche che le piccole ondate presto disperdevano; al largo alcune piccole caravelle veleggiavano lentamente, aspettando l'alta marea per approdare nei minuscoli porti dell'isoletta.
"Sotto o sopravvento?" chiese l'amburghese.
"Stringi sempre la costa" rispose Carmaux. "Passeremo fra Zapara e la costa."

CAPITOLO TERZO

La flotta dei filibustieri

Alle otto del mattino, la scialuppa superava di volata lo stretto formato dalla punta orientale dell'isola di Zapara e la costa di Capatarida, entrando nel golfo di Maracaybo.
Quantunque i due filibustieri avessero incontrate due grosse caravelle da guerra ed anche un galeone, nessuno li aveva disturbati, né avevano chiesto loro chi erano e dove si recavano.
Le reti che tenevano lungo i bordi, dovevano aver fatto supporre agli spagnoli che fossero dei tranquilli pescatori e perciò nessuno si era preso la briga di fermarli.
Appena giunti fuori dallo stretto, Carmaux e Wan Stiller misero la prora verso l'est, tenendosi un po' lontani dalla costa, essendo quella cosparsa di bassifondi, dai quali sorgevano ancora in buon numero dei villaggi di caraibi.
Anche in quel luogo si vedevano galleggiare moltissime grosse zucche, fra le quali nuotavano e giuocherellavano un bel numero di anitre e di gallinelle acquatiche, senza manifestare alcuna paura per quei galleggianti.
"Dimmi un po', Carmaux" disse Wan Stiller. "Servono a nutrire i pesci tutte quelle zucche? Ne sai qualche cosa tu?"
"No, servono a prendere gli uccelli acquatici, mio caro amburghese."
"Scherzi?"
"Parlo da senno. Come tu sai tutti gli uccelli marini sono assai diffidenti e non si lasciano quasi mai accostare dalle scialuppe. I caraibi gettano dunque un gran numero di zucche che sono legate le une alle altre, con liane lunghissime, per abituare i volatili alla loro presenza. Quando credono giunto il buon momento, degli abili nuotatori si gettano in acqua, colla testa cacciata entro una zucca nella quale prima praticano alcune aperture per poter vedere liberamente."
"Comprendo" disse Wan Stiller, ridendo. "Protetti dalla zucca s'avvicinano ai volatili e li tirano sott'acqua."
"Precisamente" rispose Carmaux, "e ti posso dire anche che fanno delle caccie abbondanti e che non tornano mai ai loro villaggi senza portare, appesi alla cintura, otto o dieci volatili. Quando poi..."
Uno sternuto sonoro gl'interruppe la frase. Don Raffaele aveva aperti gli occhi, e faceva sforzi disperati per alzarsi e per rompere i legami che gli imprigionavano le mani ed i piedi.
"Buon giorno, señor" disse Carmaux. "Pare che fosse veramente di prima qualità, quell'Alicante."
Il disgraziato piantatore lo guardò con due occhi strambuzzati, poi digrignando i denti, disse con voce rauca:
"Siete due malandrini."
"Malandrini! Oibò! V'ingannate, señor" rispose Carmaux. "Siamo più galantuomini di quello che credete e potrete persuadervene frugando le vostre tasche, appena vi avremo sciolte le mani.
"Che cosa volete dunque da me? Perché m'avete rapito? Suppongo che non mi ripeterete la storiella del signor presidente dell'Udienza reale di Panama."
"Veramente quel signore non c'entra più" disse Carmaux. "Vi condurremo però dinanzi ad una persona che è non meno potente e che del pari non scherza."
"Chi è costui?"
"Un altissimo personaggio, che pare s'interessi assai della sorte della figlia del Corsaro Nero e che farà di tutto per salvarla."
"Toglierla al governatore!... Eh, via, quell'uomo non se la lascerà sfuggire."
"La vedremo, quando i cannoni smantelleranno le fortezze di Maracaybo" rispose Carmaux. "Venti anni or sono quegli stessi pezzi hanno spazzato via la guarnigione."
Don Raffaele era diventato spaventosamente pallido.
"Sareste dei filibustieri, voi?" chiese con voce strozzata.
"Per servirvi, señor."
"Misericordia!... Sono un uomo morto!..."
"Non mi sembra, almeno per ora" disse Carmaux, ironicamente.
"Chi è il vostro capo?"
"Morgan."
"L'antico luogotenente del Corsaro Nero!... Il vincitore di Portobello?"
"Lo stesso."
"Povero me!... Povero me!..." sospirò il disgraziato.
"Oh! Non spaventatevi tanto, señor" disse Carmaux. "Il capitano Morgan non ha mai mangiato alcuno e passa per un buon gentiluomo."
"Sì, un gentiluomo che ha fatto massacrare tutti i frati e tutte le monache di Portobello."
"Già, è l'inferno che ci ha vomitati" disse l'amburghese ridendo. "Così almeno dicono i vostri frati.
"Señor, lasciate andare le vostre collere, e accettate un crostino. Abbiamo qui un po' di biscotto, una bella anitra arrostita ieri mattina e anche un paio di bottiglie di vino spagnolo, che non varranno meno di quelle del taverniere.
"È poca cosa per un signore pari vostro, ma per il momento non abbiamo di meglio da offrirvi."
Carmaux trasse dalla cassa le provviste, ne fece tre parti uguali e slegò le braccia al prigioniero, dicendo:
Don Raffaele, a cui la brezza marina aveva messo indosso un certo appetito, pur brontolando e roteando gli occhi, si mise a mangiare e non rifiutò un paio di bicchieri di Porto offertigli con gentilezza un po' ironica da Carmaux, né un eccellente sigaro di tabacco di S. Cristoforo regalatogli dall'amburghese.
A mezzodì la baleniera si trovava già nelle acque del golfo Caro, formato da una parte dalla costa venezuelana e dall'altra dalla penisola di Paraguana.
L'amburghese, che teneva sempre il timone e che si regolava su di una bussola tascabile, mise la prora verso il capo Cardon, che già si delineava vagamente sull'orizzonte.
Il golfo era deserto, poiché di rado le navi spagnole ardivano spingersi lontane dai porti ben difesi, se non erano in buon numero e per lo meno scortate da qualche nave d'alto bordo, per paura di venire catturate dai terribili corsari della Tortue.
La baleniera continuò tutto il giorno ad inoltrarsi verso settentrione, favorita da una brezza sempre fresca e dalle acque che erano appena mosse. Nel momento in cui il sole tramontava, giungeva dinanzi alla baia d'Amnay, rifugio in quell'epoca affatto disabitato e molto di rado frequentato dalle navi, che non vi cercavano un approdo se non in causa di qualche violentissima tempesta.
"Ci siamo" disse Carmaux, volgendosi verso don Raffaele.
Il disgraziato piantatore, che dopo la colazione si era chiuso in un ostinato silenzio, sospirò a lungo, senza rispondere.
La scialuppa manovrò per alcuni minuti in mezzo ad alcune catene di scoglietti a fior d'acqua, poi si cacciò arditamente nella baia, alla cui estremità si vedevano delle masse oscure sormontate da alte alberature ed antenne.
"Che cosa sono? Delle navi?" chiese don Raffaele che erasi fatto smorto.
"È la flotta del capitano Morgan" rispose Carmaux.
"Una flotta?"
"Che farà buona prova contro i forti di Maracaybo."
Dietro una punta rocciosa era comparsa improvvisamente una grossa fregata, che si trovava ancorata dinanzi alle altre navi, in modo da sbarrare l'entrata della baia,.
"Ohè!" gridò Carmaux, facendo portavoce colle mani.
"Chi vive?" gridò una voce alzatasi sul ponte della nave.
"Fratelli della Costa: Carmaux e Wan Stiller. Calate la scala!"
La baleniera accostò la nave sotto il tribordo e si ormeggiò all'estremità della scala di corda, che era stata subito gettata dagli uomini di guardia.
"Señor, coraggio" disse Carmaux, sciogliendo le corde che stringevano le gambe del piantatore.
"Sì, ne avrò per morire" disse don Raffaele con voce cupa.
Quantunque si sentisse tremare le gambe, si aggrappò alla scala e dopo una mezza dozzina di sospiri, gli uni più profondi degli altri, si trovò sulla nave ammiraglia della flotta corsara.
Alcuni uomini, armati fino ai denti e muniti di lanterne, accorsero subito circondandolo e guardando con viva curiosità.
"Il capitano?" chiese Carmaux.
"È nella sua cabina."
"Fate chiaro. Venite, señor e non tremate tanto."
Prese il piantatore per un braccio e, parte spingendolo e parte tirandolo, lo condusse nel quadro, introducendolo in un salotto che era illuminato da una lampada d'argento e che aveva le pareti coperte d'armi da fuoco e da taglio.
Un uomo di mezza età, di statura piuttosto bassa, ma robustissimo, dall'aspetto fiero, cogli occhi nerissimi e vivaci, stava seduto dinanzi ad un tavolo tenendo dinanzi a sé delle carte marine, che stava esaminando con profonda attenzione.
Vedendo entrare i due uomini s'alzò quasi di scatto, chiedendo:
"Che cosa mi porti, mio bravo Carmaux?"
"Un uomo, signore, che potrà dirvi quanto desiderate sapere sulla figlia del cavaliere di Ventimiglia."
Una rapida emozione alterò per un istante i fieri lineamenti del terribile corsaro.
"È là, è vero?" chiese a Carmaux.
"Sì, capitano."
"Nelle mani degli spagnoli?"
"Prigioniera del governatore."
"Grazie, Carmaux: esci e lasciami solo con quest'uomo."

CAPITOLO QUARTO

Morgan

Morgan, dopo la scomparsa del suo comandante, il Corsaro Nero, non aveva abbandonato il golfo del Messico, né i filibustieri della Tortue.
Dotato d'una forza d'animo straordinaria, d'un coraggio a tutta prova e di larghe vedute, non aveva tardato a farsi largo fra i Fratelli della Costa, i quali si erano ben presto accorti che quell'uomo avrebbe potuto condurli a grandi imprese.
Possessore ancora d'una discreta fortuna, raccolti gli avanzi dell'equipaggio della Folgore, si era subito messo in mare, accontentandosi dapprima di assalire le navi isolate, che commettevano l'imprudenza di solcare senza scorta, le acque di San Domingo e di Cuba.
Quella crociera, più pericolosa che fruttifera, durava daparecchi anni con varia fortuna, quando gli venne offerto il comando di una squadra composta di dodici navi fra grosse e piccole, con un equipaggio di settecento uomini, per tentare qualche grossa impresa a danno degli spagnoli.
Morgan non aspettava che l'occasione di aver forze sufficienti, per realizzare i suoi grandiosi progetti.
Salpò quindi dalla Tortue annunciando che va ad assalire Puerto del Principe, una delle più ricche e anche delle meglio difese città dell'isola di Cuba.
Un prigioniero spagnolo che era a bordo della sua flotta, con un coraggio temerario si gettò in acqua e, riuscito a prendere terra, corse ad avvertire il governatore di quella città del pericolo che la minacciava.
Il governatore aveva sottomano ottocento soldati valorosissimi e sapeva di poter contare sulla popolazione.
Marciò sui corsari ed impegnò un disperato combattimento, ma dopo quattro ore i suoi soldati volgono in fuga, lasciando sul campo di battaglia fra morti e feriti più di tre quarti di loro.
Lo stesso governatore era caduto.
Morgan, imbaldanzito della vittoria, assaltò la città e, nonostante la difesa opposta dagli abitanti, se ne impadronì e la saccheggiò con poco profitto però, perché gli abitanti avevano avuto tempo di nascondere nei boschi le loro migliori cose.
Saputo da una lettera che era stata intercettata, che un grosso corpo di spagnoli accorreva da Santiago per cacciarli dalla città, i filibustieri si guastarono col loro capo, che accusavano di averli condotti ad una impresa più pericolosa che fruttifera.
Una rissa nata fra i marinai francesi ed inglesi, che formavano gli equipaggi fece nascere una viva discordia. I primi si separarono da Morgan; i secondi invece, che disponevano di otto navi, giurarono di seguirlo ovunque egli volesse condurli.
Si parlava molto in quell'epoca dell'opulenza di Portobello, una delle più belle città dell'America centrale, che riceveva tesori immensi da Panama, ma che era anche una delle meglio fortificate e delle meglio guardate.
Nella mente audace di Morgan, nasce l'idea di piombare su quella città e di tentarne l'espugnazione.
Quel progetto sembrava così temerario che i filibustieri crollarono la testa quando li avvertì del suo disegno.
"Che importa" disse allora il fiero corsaro, "se piccolo è il nostro numero, quando grandi sono i nostri cuori?"
Come resistere a quell'uomo? E la squadra, fidando nell'abilità del suo ammiraglio, veleggiò verso Portobello. Era l'anno 1668.
Morgan approdò di notte a qualche miglio dalla città; lasciò un piccolo numero a guardia dei legni; fece salire il grosso sulle scialuppe ed i filibustieri s'accostarono silenziosamente ai forti.
Quattro marinai che servivano da perlustratori, s'impadronirono d'una sentinella spagnola e la portano a Morgan, il quale riuscì a ottenere le notizie che gli erano necessarie per predisporre l'assalto.
Poi la fece condurre sotto uno dei forti perché invitasse la guarnigione ad arrendersi, se non voleva essere tagliata a pezzi.
Portobello aveva due castelli, ritenuti da tutti inespugnabili, presidiati ognuno da trecento soldati e armati di un buon numero di cannoni. Morgan assaltò il primo, dopo un sanguinoso combattimento vi penetrò alla testa dei suoi, rinchiuse la guarnigione in un recinto, mise una miccia al magazzino delle polveri e fece saltare spagnoli e castello insieme!...
Lieti di quel primo ed insperato successo, i filibustieri corsero verso la città, per assalire il secondo ma vennero accolti da un fuoco così terribile, che cominciarono a dubitare dell'esito dell'ardita impresa.
Morgan fece uscire dai conventi e dalle chiese tutti i frati e tutte le monache e procuratesi dodici lunghe scale, li obbliga a piantarle essi medesimi nei fossati, servendosi di loro come di baluardo per proteggere i propri uomini.
Gli spagnoli, sordi alle grida strazianti dei monaci e delle monache, fermi nel volersi difendere, non cessarono il fuoco, e fecero una strage completa di quei miseri e di quelle disgraziate.
Nondimeno i filibustieri non si perdettero ancora d'animo, riuscirono a salire sulle mura, allontanando con granate i difensori e si impadronirono anche del secondo castello.
La lotta non era però ancora finita, poiché un terzo forte dominava la città ed era quello on cui si era rinchiuso il governatore.
Morgan intimò la resa, promettendo al presidio salva la vita. L'intimazione ebbe per risposta una salva di cannonate.
I filibustieri, che sono ormai risoluti a tutto, non ostante le perdite tremende che subivano, e l'eroica difesa del presidio, scalarono anche quelle mura colla sciabola alla mano e, incredibile a dirsi, riuscirono a prendere anche il terzo castello. Il governatore e tutti gli ufficiali vi avevano lasciata la vita. I superstiti furono risparmiati.
Così in un solo giorno quel terribile corsaro, senza artiglierie e con quattrocento soli uomini, riusciva a espugnare una delle più cospicue città dell'America, che era l'emporio maggiore delle colonie spagnole dopo Panama, in fatto di metalli preziosi.
Il bottino fu immenso; eppure Morgan ebbe ancora l'audacia di mandare due prigionieri al presidente dell'Udienza Reale di Panama, coll'incarico di chiedergli cento mila piastre per il riscatto della città!...
Quel presidente aveva millecinquecento uomini. Andò per scacciare i corsari e... fu battuto e costretto a tornarsene sulle rive dell'Oceano Pacifico!... Però, sperando di ricevere nuovi rinforzi, intimò a Morgan di lasciare la città.
Morgan gli rispose che se non la riscattava l'avrebbe incendiata e avrebbe ucciso tutti i prigionieri. E le centomila piastre furono mandate.
Il riposo non era fatto per l'allievo del Corsaro Nero.
Risvegliatasi in Europa la guerra contro la Spagna, nel 1669, chiese patente di corso al governatore della Giamaica, il quale non solo gliela accordò, ma gli offerse anche il comando di un vascello di trentasei cannoni, perché assalisse le colonie spagnole.
Morgan andò ad incrociare nelle acque di San Domingo, con la speranza di fare grossi bottini, ma la nave gli saltò in aria con trecento dei suoi uomini, ed egli si salvò per miracolo.
Il fuoco alle polveri era stato impiccato da alcuni francesi che aveva fatto incatenare, perché si erano messi ai servigi della Spagna a danno degl'inglesi.
Avendo però costoro un vascello poderoso come quello che gli era stato affidato dal governatore della Giamaica, Morgan coi marinai superstiti se ne impadronì e tornò trionfante alla Tortue per organizzare una grossa spedizione.
Già aveva radunati parecchi legni montati da ben novecento filibustieri e si preparava a rivolgersi verso le città del Venezuela che promettevano ricchi saccheggi, quando si sparse la voce che la figlia del suo antico capitano, del Corsaro Nero, era giunta nelle acque del Golfo del Messico e che gli spagnoli l'avevano catturata, per vendicarsi del male che aveva fatto suo padre, diciassette anni prima, ai possedimenti del grande Carlo V.
Come abbiamo già detto, Morgan non aveva più avuto notizie del terribile corsaro. Solo aveva molti anni prima ricevuto un anello che recava le armi intrecciate dei signori di Ventimiglia e di Roccabruna e dei duchi di Wan Guld, lo stemma della donna che amava e solo delle vaghe voci erano giunte, a lunghi intervalli, alla Tortue, sparse da filibustieri provenzali e savoiardi, che asserivano essersi quell'intrepido gentiluomo ritirato nei suoi castelli del Piemonte, dopo aver sposata la figlia del suo implacabile nemico.
Un marinaio olandese, che montava la nave catturata dagli spagnoli e nella quale si trovava la figlia del Corsaro Nero, sfuggito miracolosamente alla rabbia degli assalitori, aveva portato alla Tortue la notizia del suo arrivo in America e della sua cattura, provocando una enorme sensazione fra i filibustieri, che non avevano ancora scordato il fiero cavalier di Ventimiglia, che per tanti anni li aveva condotti alla vittoria.
Soprattutto Morgan, che conservava una vera venerazione per il suo antico capitano, era stato profondamente colpito. Fino allora aveva ignorato che il Corsaro Nero avesse avuto dal suo matrimonio una figlia e che fosse morto sulle Alpi in difesa del suo forte Piemonte e dei Duchi Savoiardi.
Fatto cercare il marinaio olandese e avuta la conferma che sulla nave catturata si trovava realmente la figlia del suo capitano, apprese che era stata condotta prigioniera a Maracaybo. Allora non ebbe più che una sola idea: andare a salvarla, a costo di devastare tutte le città spagnole del Venezuela.
La proposta, fatta ai filibustieri della squadra, gente ruvida e feroce se vogliamo, ma di gran cuore, era stata senz'altro accettata e le navi erano salpate, mettendo risolutamente la prora al sud.
Disgraziatamente una fiera tempesta le aveva assalite, prima di avvistare le coste venezuelane, disperdendole in varie direzioni, e di quindici, solamente otto erano riuscite a rifugiarsi nella baia di Amnay. Di là Morgan aveva inviati Wan Stiller e Carmaux, i due marinai fidati del Corsaro Nero, a Maracaybo per avere notizie più precise sulla sorte toccata alla figlia del gentiluomo piemontese o perché gli portasse qualche prigioniero che gli fornisce più dettagliate informazioni...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Uscito Carmaux, Morgan si era messo ad osservare con un certo interesse il piantatore, che si teneva appoggiato ad una parete, pallido come un cencio di bucato e tremante come se avesse la febbre terzana.
"Voi siete?" gli chiese finalmente, con voce secca.
"Don Raffaele Tocuyo, señor capitano."
"È vero che la figlia del cavaliere di Ventimiglia, o meglio del Corsaro Nero, è prigioniera a Maracaybo?"
"L'ho udito a raccontare."
"Dove si trova?"
"Nelle mani del governatore: l'ho già detto ai vostri uomini."
"Narratemi quanto sapete."
Il piantatore, con voce tremante, non si fece pregare e gli raccontò quanto aveva già detto ai due filibustieri che lo avevano fatto prigioniero.
"È tutto?" chiese Morgan, piantandogli addosso uno sguardo scrutatore.
"Lo giuro, capitano."
"Non sapete dove si trova rinchiusa?"
"No, ve lo assicuro" rispose don Raffaele, dopo un po' di esitazione che non isfuggì al corsaro.
"Eppure un uomo che frequenta la casa del governatore, dovrebbe saperne di più."
"Non sono il suo confidente."
"È giovane la figlia del Corsaro?"
"Mi hanno detto che non deve avere più di sedici anni e che somiglia a suo padre."
"Di quali forze dispone il governatore di Maracaybo?"
"Ah!... Signore..."
Morgan corrugò la fronte ed un lampo minaccioso brillò nei suoi occhi nerissimi.
"Non sono abituato a ripetere la medesima domanda" disse con voce breve e tagliente come la lama d'una spada.
Batté le mani e Carmaux e Wan Stiller, che dovevano essersi messi di guardia nella corsìa, furono pronti ad entrare.
"Conducete sul ponte quest'uomo" disse Morgan.
"Che cosa volete fare di me, signore?" chiese don Raffaele spaventato. "Io sono un povero uomo inoffensivo."
"Lo saprete subito."
I due filibustieri lo presero per le braccia e lo condussero in coperta. Morgan li aveva seguìti.
Gli uomini di guardia vedendo comparire il comandante erano accorsi portando parecchie lanterne.
"Un cappio dal pennone d'artimone" disse loro Morgan, a mezza voce.
Un marinaio salì sulle griselle, scomparendo in mezzo alla velatura.
"Parlerete ora?" chiese Morgan, volgendosi verso il prigioniero, che era stato collocato presso l'albero di mezzana.
Don Raffaele non rispose. Il buon sangue spagnolo si era ridestato in lui e non si sentiva l'animo di commettere un tradimento.
Ad un tratto vacillò e mandò un urlo terribile.
Un gherlino era sceso silenziosamente dall'alto e Carmaux, ad un cenno di Morgan, aveva gettato al collo del piantatore il cappio, dandogli una stretta.
"Issa!" gridò Morgan.
"No... no... dirò tutto!" urlò il piantatore, portandosi le mani al collo.
"Vedete che ho degli argomenti irresistibili" disse il corsaro, ridendo ironicamente.
"Vi sono seicento soldati" disse don Raffaele, precipitosamente.
"È vero che il forte della Barra lo si giudica imprendibile?"
"Così si dice."
Morgan alzò le spalle.
"Anche quelli di Portobello si ritenevano inespugnabili, eppure li abbiamo presi" disse. "Voi mi assicurate che la figlia del cavalier di Ventimiglia è la?"
"Lo ripeto."
"Voi tornerete questa notte istessa a Maracaybo con una lettera per il governatore. Badate che io saprò trovarvi e punirvi se non eseguirete ciò che vi dico. Qui una lanterna."
Strappò da un libbriccino una pagina, si levò da una tasca una matita, s'appoggiò alla murata e scrisse alcune righe.
"Cacciatevi bene queste parole nel vostro cervello onde possiate ripeterle al governatore, nel caso che smarriste il biglietto" disse poi, rivolgendosi a don Raffaele.

"Al signor Governatore di Maracaybo.

"Vi accordo ventiquattr'ore per mettere in libertà ed inviarmi la figlia del cavaliere di Ventimiglia e della duchessa di Wan Guld, il cui padre fu un tempo governatore di Maracaybo e suddito spagnolo.
"Se non obbedite, spianerò la città e se occorre anche quella di Gibraltar.
"Rammentatevi di ciò che hanno saputo fare i filibustieri guidati dal Corsaro Nero, da Pietro l'Olonese e da Michele il Basco, diciott'anni or sono.
MORGAN
"Almirante della squadra della Tortue."

"Carmaux, fa preparare una scialuppa montata da otto uomini ed inalberare la bandiera bianca. Condurranno questo señor a Maracaybo."
"Dobbiamo accompagnarli io e Wan Stiller?"
"Avete bisogno di riposo: restate a bordo. Andate señor e badate che la vostra pelle è ormai segnata. Sta in voi a salvarla."
Ciò detto tornò nella sua cabina, mentre il povero piantatore scendeva nella scialuppa che era stata già calata in acqua.

CAPITOLO QUINTO

La presa di Maracaybo

Le ventiquattro ore erano trascorse senza che notizia alcuna fosse giunta alla flotta filibustiera, che non aveva lasciato il suo ancoraggio; peggio ancora, nemmeno la scialuppa aveva fatto ritorno, quantunque il mare si fosse mantenuto sempre calmo e il vento non avesse cessato di soffiare.
Una profonda commozione si era impadronita dei cinquecento corsari che equipaggiavano la flotta, temevano che gli spagnoli di Maracaybo non avessero rispettata la bandiera bianca inalberata sulla scialuppa, ciò che altre volte era accaduto.
Anche Morgan, di solito così calmo, cominciava a dar segni non dubbi d'una viva irritazione, passeggiando sulla coperta con passo agitato e la fronte corrugata.
Carmaux e Wan Stiller erano addirittura furiosi. "Sono stati presi ed impiccati" ripeteva il primo. "Non rispettano nemmeno i nostri parlamentari. Eppure siamo belligeranti patentati, essendo la Spagna in guerra colla Francia e coll'Inghilterra."
"Il capitano li vendicherà, amico Carmaux" rispondeva l'amburghese.
"Raderemo Maracaybo al suolo. Questa volta non la risparmieremo, come quando ci siamo andati col Corsaro Nero e coll'Olonese."
Altre dodici ore trascorsero in continue impazienze ed in attese vane. Già Morgan, d'accordo con Pierre le Picard,(1) suo secondo nel comando della squadra, si accingeva a dare il comando di salpare le àncore, quando agli ultimi raggi del sole fu scorto un piccolo canotto indiano montato da un solo uomo e che arrancava faticosamente, cercando d'imboccare la piccola baia.
Gli fu mandata incontro una scialuppa montata da dodici uomini, e venti minuti dopo quell'uomo si trovava a bordo della nave ammiraglia, dinanzi a Morgan.
Un grido di sorpresa e di rabbia era sfuggito a tutti i marinai, riconoscendo in lui uno degli otto filibustieri incaricati di scortare il piantatore.
"Dove sono i tuoi compagni?" chiese Morgan, dopo d'averlo lasciato vuotare una tazza di rum, tanto quel povero diavolo appariva sfinito dalla fatica.
"Impiccati, capitano" rispose il filibustiere. "Essi penzolano da sette forche erette sulla Plaza Maior di Maracaybo, nell'istesso luogo ove diciott'anni or sono fu preso il Corsaro Rosso, il fratello del signore di Ventimiglia."
Un lampo terribile era guizzato negli occhi dell'Almirante della squadra.
"Impiccati! ..." gridò con voce terribile.
"Per ordine del governatore."
"Malgrado la bandiera bianca?"
"Che hanno subito stracciata sotto i nostri occhi, dopo averci fatti sbarcare e averci accolti come parlamentari."
"E non vi siete difesi?"
"Ci avevano prima invitati a deporre le armi, promettendo di rispettarci come messi di pace."
"Miserabili!... E perché ti hanno risparmiato?"
"Perché vi recassi la risposta del governatore."
"L'hai?"
"Eccola" disse il filibustiere levandosi dalla fascia di lana che gli cingeva i fianchi, un biglietto.
Morgan se ne impadronì vivamente, gettandovi sopra gli occhi.
Non conteneva che due righe:

"Aspetto a Maracaybo i filibustieri della Tortue per impiccarli tutti.

Il governatore della piazza".

Morgan stracciò con ira il biglietto, poi rivolgendosi al marinaio, chiese:
"Ti ha detto nulla della figlia del cavaliere di Ventimiglia?"
"Sì, che andate a prenderla, se ne avete il coraggio."
"E la prenderemo" rispose Morgan.
Poi, con voce tuonante, in modo da poter essere udito anche dai marinai delle altre navi, gridò:
"Si salpino le àncore e si sciolgano le vele. Prima di domani sera Maracaybo sarà nostra."
Un urlo immenso, alzatosi su tutte le navi, rispose:
"A Maracaybo!... A Maracaybo!..."
Mezz'ora dopo le otto navi lasciavano la baia, veleggiando verso il golfo. La Folgore - che era la nave di Morgan, così battezzata a ricordo della valorosa nave del Corsaro Nero - apriva la via.
Era la più grossa di tutte, una fregata a tre alberi, armata di trentasei cannoni di grosso calibro, fra cui alcuni pezzi da caccia e montata da ottanta uomini che nulla temevano.
Le altre, che erano quasi tutte caravelle predate agli spagnoli, ma armate di numerosi pezzi di cannone, di petriere e di grosse spingarde, la seguivano in una doppia colonna, tenendosi ad una distanza di cinque o seicento metri l'una dall'altra, onde aver campo sufficiente per manovrare senza correre il pericolo d'investirsi.
Tutte avevano i fanali spenti. Tuttavia, quantunque la luna mancasse, la notte era abbastanza chiara, essendo l'aria delle regioni tropicali ed equatoriali d'una purezza straordinaria.
Morgan, che si trovava sul ponte di comando, scrutava attentamente l'orizzonte, essendogli stato riferito giorni innanzi che tre grosse navi spagnole avevano lasciati i porti di Cuba per dargli la caccia e assalirlo prima che tentasse qualche altra impresa contro le città del continente.
Carmaux, che era il suo fido, si trovava con lui e scambiavano qualche parola.
"Mi viene però un dubbio, capitano" disse Carmaux.
"E quale?"
"Che il governatore, conoscendo lo scopo della nostra spedizione e sapendoci vicini, approfitti del nostro ritardo per far trasferire altrove la figlia del signor di Ventimiglia."
Una ruga profonda si era disegnata sull'ampia fronte di Morgan.
"Se non ritrovassi quella fanciulla" disse con voce minacciosa, "non darei una piastra di tutte le pelli degli spagnoli di Maracaybo. Tu sai che so essere gentiluomo come il signor di Ventimiglia; ma anche tremendo ed implacabile come Pietro l'Olonese, che fu il più feroce e spietato filibustiere della Tortue."
"Quel cane di governatore, che mi fu dipinto come un uomo avidissimo e che fu un tempo amico intimo del duca Wan Guld, il suocero del signor di Ventimiglia, sarebbe capace di farla scomparire."
"Sventura a lui. Come il Corsaro Nero fu implacabile contro il duca, io non lo sarò meno col governatore di Maracaybo e lo perseguiterei fino alla morte. Ah! Se la figlia del nostro vecchio condottiero ci avesse avvertiti del suo arrivo in America, gli spagnoli non l'avrebbero presa. Tutti i più celebri filibustieri della Tortue si sarebbero tenuti onorati di scortarla e di proteggerla. È strano che non si sia ricordata che suo padre contava fra noi un numero così immenso di amici e di camerati devoti e che ignorasse che alla Tortue egli possiede ancora una villa e delle piantagioni che io solo amministro da diciassette anni."
"Forse era sua intenzione di giungere fra noi improvvisamente e, senza l'incontro colla fregata spagnola che ha catturata la nave olandese, sarebbe già la regina della Tortue."
"Ah!... Guarda Carmaux!..."
"Che cosa, capitano?"
"Dei fanali laggiù che navigano verso il nord."
"Che siano i tre vascelli che sono incaricati di darci la caccia? Ho udito a raccontare che sono navi grosse, d'alto bordo, equipaggiate da biscaglini e capaci d'affrontare una squadra ben più numerosa della nostra. In guardia con quei lupi, capitano."
"Quei fanali vanno verso il settentrione, quindi non li incontreremo sulla nostra rotta" rispose Morgan.
"Purché non facciano rotta falsa, per poi piombarci alle spalle quando saremo impegnati coi cannoni del forte della Barra a Maracaybo" disse Carmaux.
"Giungeranno troppo tardi. Va ad avvertire Pierre le Picard di stringere contro la costa e fa chiamare in coperta tutti gli uomini."
Mentre venivano eseguiti i suoi ordini, Morgan seguiva attentamente cogli sguardi i sei punti luminosi che continuavano ad allontanarsi dal golfo di Maracaybo, anziché accorrere in difesa della città. Quando li vide scomparire sul fosco orizzonte, respirò liberamente e la ruga che si delineava sulla fronte, scomparve.
"Se torneranno, giungeranno a cose finite" mormorò. "Quando sorgerà l'alba, noi saremo sotto il forte della Barra e vedremo se gli spagnoli resisteranno a lungo."
Le otto navi che formavano la squadra si erano ripiegate verso la costa, stringendo il vento il più possibile. Già l'isola di Zapara era in vista sulle sue spiagge non brillava nessun fuoco che annunciasse qualche sorveglianza da parte degli spagnoli.
Mancava qualche ora all'alba, quando la squadra, ancora da nessuno avvistata, entrava a gonfie vele nella laguna di Maracaybo, passando fra la penisoletta di Sinamaica e la punta occidentale di Tablayo.
Tutti gli uomini erano già ai loro posti di combattimento, dietro le brande accumulate sui bastingaggi o nelle batterie dietro ai pezzi, ed i comandanti sui ponti col portavoce in mano.
"Carmaux" disse Morgan che fissava il forte della Barra, già in vista. "Dà ordine ai nostri artiglieri di non far fuoco, anche se gli spagnoli ci bombardano.
Cominciavano a diradarsi le tenebre, quando la squadra comparve improvvisamente nelle acque battute dal forte, disposta su una sola linea, colla Folgore nel centro.
L'allarme era stato già dato e l'intera guarnigione era uscita frettolosa dalle casematte per accorrere sugli spalti del castello. Quei soldati dovevano però essere ben sorpresi di vedersi piombare addosso, all'improvviso, quella squadra che non era stata fino allora segnalata nemmeno dalle caravelle incaricate della vigilanza della bocca della laguna.
Probabilmente il governatore, non credendo alla minaccia di Morgan, non si era preso nemmeno il fastidio di avvertire il comandante del forte di prepararsi alla difesa.
Gli spagnoli però non si perdettero d'animo ed accolsero la squadra con un furioso cannoneggiamento, credendo di affondarla facilmente o per lo meno di costringerla a tornare nel golfo.
Avevano però da fare con gente che non s'inquietava gran che delle cannonate.
Malgrado quella grandine di palle, le navi corsare continuavano tranquillamente ad accostarsi, senza prendersi la briga di rispondere.
Qualche albero e qualche pennone cadeva, qualche murata si sfasciava qualche filibustiere venivano mutilato o fulminato da quelle incessanti scariche, eppure nessuno osava trasgredire l'ordine dato da Morgan, tanto era ferrea la disciplina che regnava sui vascelli corsari.
Già la Folgore non si trovava che a due gomene dalla spiaggia e si preparava a calare in mare le scialuppe, quando tutto quel furioso cannoneggiamento come per incanto cessò.
Diradatosi il fumo che ondeggiava sugli spalti, gli equipaggi con loro grande stupore non scorsero più nessun uomo dietro alle artiglierie.
"Che cosa vuol dir ciò?" si chiese Morgan, che non aveva abbandonato per un solo istante il ponte di comando. "Che si arrendano? Eppure ritenevano questo forte inespugnabile. Pierre le Picard!..."
Il filibustiere che portava quel nome e che, come abbiamo detto, aveva il comando in seconda e che godeva fama di essere uno dei più intrepidi Fratelli della Costa, lasciò la ribolla del timone, raggiungendo il comandante.
"Che cosa ne pensi tu di questo improvviso silenzio?" gli chiese Morgan. "Che nasconda qualche sorpresa?"
"Vado ad assicurarmene" rispose il filibustiere, senza esitare. "Datemi quaranta uomini, tenetene pronti altri cento e do la scalata al forte."
Le scialuppe erano state già calate in acqua. Il filibustiere scelse i suoi uomini e vogò verso terra, mentre le altre navi si preparavano a sbarcare parte dei loro equipaggi, onde appoggiarlo nell'ardimentosa impresa.
Morgan, che temeva una sorpresa, fa scaricare tutti i venti cannoni di tribordo, tempestando le difese avanzate del castello, ma nessuno rispose, né alcun soldato si mostrò.
I quaranta corsari della Folgore, sbarcati a terra, presero a scalare le rocce, armati solamente d'una pistola e d'una corta sciabola, lottando in celerità per giungere primi. Giunti sotto le mura scagliarono fra i merli alcune granate mandandole a scoppiare al di là delle cinte, poi montando gli uni sulle spalle degli altri, si arrampicarono sulla cinta esterna e la scalarono mandando urla terribili.
Non trovano altro che i cannoni e pochi fucili abbandonati dal nemico nella sua precipitosa ritirata. Il presidio, credendo di non poter arrestare i corsari e spaventato dal numero delle navi, si era ritirato precipitosamente in Maracaybo, accontentandosi di mettere una miccia accesa al magazzino delle polveri, perché con esse saltassero in aria anche i nemici.
Fortunatamente i corsari non erano ancora entrati nel forte quando lo scoppio avvenne.
Crollarono con immenso fracasso le casematte, le merlature e parte delle muraglie, aprendo qua e là delle enormi breccie, senza però danneggiare l'equipaggio della Folgore.
Udendo quel rombo spaventevole e vedendo innalzarsi quella colonna di fumo, i marinai delle altre navi si erano affrettati a prendere terra per accorrere in aiuto dei loro camerati che credevano di trovare malconci e anche alle prese cogli spagnoli, e furono invece accolti da altissime grida di vittoria.
Morgan, informato della ritirata del presidio, decise senz'altro d'investire la città, prima che i suoi abitanti potessero rifugiarsi nei boschi e mettere in salvo i loro tesori.
Lo scoppio del forte aveva già sparso il terrore fra quella disgraziata popolazione, che aveva già provati gli orrori del saccheggio, compiuto vent'anni prima dai filibustieri del Corsaro Nero, di Pietro l'Olonese e di Michele il Basco.
Invece di prepararsi alla difesa tutti gli abitanti si erano dati a fuga precipitosa nei boschi vicini, portando con sé quanto aveva di meglio, e anche fra i soldati della guarnigione regnava un panico, che la presenza del governatore e dei suoi ufficiali non bastava a dissipare.
Il nome di Morgan, l'espugnatore di Portobello, faceva titubare i più vecchi soldati, che pur avevano date tante prove di valore sui campi dell'Europa e che avevano conquistati e rovesciati imperi, come quelli degli Aztechi nel Messico e degli Incas nel Perù.
I filibustieri, lasciati pochi uomini a guardia della squadra e saliti sulle scialuppe, si accostarono velocemente alle banchine del porto. Morgan era alla loro testa con Pierre le Picard, Carmaux e Wan Stiller.
Vedendoli sbarcare, gli spagnoli, che erano pure in buon numero e che avevano innalzate frettolosamente delle trincee, avevano aperto un violentissimo fuoco di moschetteria, mentre i due fortini che proteggevano la città dal lato di terra, facevano rombare i loro grossi cannoni. Era però ormai troppo tardi per arrestare quei filibustieri, che le possenti e numerose artiglierie del forte della Barra non avevano saputo trattenere né schiacciare.
I bucanieri, che si trovavano sempre in buon numero sulle navi corsare e che, in quell'epoca, erano i migliori bersaglieri del mondo, con scariche ben aggiustate, avevano ben presto costretto il presidio ad abbandonare le trincee ed a salvarsi con una fuga più che precipitosa.
Dieci minuti dopo, le bande di Morgan irrompevano nelle vie della disgraziata città, invadendo le case e uccidendo senza misericordia quanti tentavano di opporre resistenza.

CAPITOLO SESTO

Don Raffaele

Mentre i filibustieri s'abbandonavano al saccheggio, Morgan con una cinquantina dei suoi marinai si era diretto verso il palazzo del governo, dove sperava di sorprendere ancora il governatore e dove supponeva di trovare qualche resistenza.
Non vi era invece più nessuno. Tutti erano fuggiti, lasciando il portone spalancato ed il ponte levatoio abbassato.
Solo sette forche, dalle quali pendevano i sette corsari che avevano accompagnato il piantatore, facevano triste mostra, proprio nel mezzo dell'ampia e deserta piazza.
Nello scorgerli, un urlo di rabbia era scoppiato fra il drappello di Morgan.
"Bruciamo il palazzo del governatore!... Vendetta, capitano, vendetta!... Trucidiamo tutti!..."
Pierre le Picard, che faceva parte del drappello, gridò:
"Portate qui due barili di polvere e facciamo saltare il palazzo!..."
Già degli uomini stavano per slanciarsi in varie direzioni, quando un comando breve ma energico di Morgan li arrestò.
"Sono io che comando qui!... Chi si muove è uomo morto!..."
Il filibustiere si era gettato fra la turba furibonda, colla spada nella destra e una pistola nella sinistra.
"Insensati!..." urlò. "Che cosa siamo venuti a far qui? E non pensate che forse in questo palazzo, in qualche antro segreto si trova la figlia di cavalier di Ventimiglia? Volete ucciderla per una stupida vendetta?"
A quelle parole l'ira furibonda dei filibustieri era improvvisamente sbollita. Chi poteva assicurare che il governatore, prima di fuggire, non avesse nascosta in qualche sotterraneo la fanciulla, per la cui salvezza avevano tentato quell'ardito colpo di mano?
"Invece di gridare come oche" disse l'almirante della flotta corsara, "cercate di fare quanti prigionieri potete. Qualcuno saprà dirci dove si trova la figlia del Corsaro Nero.
"Questo si chiama parlare d'oro" disse Carmaux che faceva parte del drappello. "Ehi, amburghese, dove sei?"
"Eccomi, compare" rispose Wan Stiller.
"In caccia, amico mio. Cerchiamo di prendere qualche pezzo grosso."
Mentre Morgan entrava con parecchi dei suoi ufficiali nel palazzo del governo, per frugarlo da cima a fondo, e gli altri si disperdevano in varie direzioni per procurarsi dei prigionieri, Carmaux e l'amburghese, che conoscevano sufficientemente la città essendovi stati già due volte col Corsaro Nero molti anni prima, presero un viottolo che serpeggiava fra le muraglie di alcuni giardini.
"Dove mi conduci?" chiese l'amburghese, dopo aver percorso un centinaio di passi, senza aver incontrato alcuno. "Non è da questa parte che fuggono gli abitanti."
"Voglio andare a fare una visita alla taverna El Toro" rispose Carmaux. "Scommetterei una piastra contro un doblone di Spagna che troveremo qualcuno da quelle parti."
"I nostri non devono ancora essere giunti fino là."
"Infatti non odo alcun colpo di fucile echeggiare verso la laguna."
"Allunga il passo, amburghese."
I filibustieri della squadra, che avevano appena allora cominciato il saccheggio, si trovavano ancora nei sobborghi, che si prolungavano dietro il forte della Barra e non erano giunti ancora nel cuore della città.
Da quella parte si udivano clamori spaventevoli, seguìti da qualche scarica di fucili e si vedevano alzarsi anche delle colonne di fumo. Nei giardini e nelle case adiacenti, regnava invece un silenzio assoluto. La popolazione doveva aver approfittato della breve resistenza opposta dalle truppe, per sgombrare precipitosamente, salvandosi nei boschi o sulle isole della laguna.
Carmaux e l'amburghese, di quando in quando scorgevano bensì qualche uomo o qualche donna attraversare velocemente i giardini, ma non si prendevano la briga di dare loro la caccia.
Correvano da dieci minuti, quando si trovarono su una piazzetta all'estremità della quale, dinanzi ad una porta, pendevano due enormi corna.
"La taverna" disse Carmaux.
"Sì, la riconosco dall'insegna" rispose l'amburghese.
"Pare che anche qui tutti abbiano sgombrato."
"Taci!..."
"Che cos'hai?"
"Qualcuno s'avvicina."
Presso la taverna s'apriva una via e da quella parte si udivano delle persone avanzarsi, correndo disperatamente.
"Attento amburghese" gridò Carmaux, slanciandosi da quella parte.
Aveva appena raggiunto l'angolo, quando un uomo gli cadde fra le braccia. Carmaux fu pronto a stringerselo al petto, gridandogli con voce minacciosa:
"Arrenditi!..."
Nel medesimo istante otto o dieci negri che correvano all'impazzata, carichi di pacchi voluminosi, urtarono l'amburghese così violentemente da mandarlo a gambe levate, prima ancora che avesse potuto alzare il moschetto.
"Tuoni d'Amburgo!..." aveva esclamato Wan Stiller. "Mi accoppano!..."
Udendo quella voce, l'uomo che era caduto fra le braccia di Carmaux aveva alzato il capo, lasciandosi sfuggire subito un grido d'angoscia.
"Sono morto!..."
Carmaux era scoppiato in una risata fragorosa.
"Ah!... Il piantatore!... Che bell'incontro!... Come state señor Raffaele?..."
Il disgraziato piantatore, sentendosi allentare la stretta, aveva fatto due passi indietro, ripetendo con voce strozzata:
"Sono morto!... Sono morto!..."
"È dunque una vera mania che avete di credervi sempre morto?" chiese Carmaux che non cessava di ridere. "Eppure mi sembra che scoppiate per troppa salute."
"Toh!" esclamò in quel momento Wan Stiller, che si era alzato. "Chi vedo?... Il piantatore?... Buona presa, Carmaux!"
Don Raffaele, muto per il terrore, guardava or l'uno or l'altro, tirandosi i capelli.
"Ohimè!..." sospirò il piantatore. "Mi impiccherete per vendicare i vostri camerati, che il governatore ha fatto appendere alle forche della Plaza Mayor."
"Non siete stato voi."
"Lo so, però il vostro comandante potrebbe crederlo."
"Bah!... Bah!..." fece Carmaux, che si divertiva immensamente e che faceva sforzi sovrumani per conservarsi serio. "Coraggio, signor mio; ecco là Wan Stiller che porta in trionfo quattro bottiglie, che devono essere state turate ai tempi di papà Noè. Perbacco!... Che fiuto che ha quell'amburghese!... Ha scoperto la cantina di colpo!..."
Carmaux aveva preso per un braccio ben stretto il piantatore, onde non gli scappasse, quando a breve distanza rimbombarono alcuni colpi di archibugio e da una via laterale sbucarono a corsa sfrenata parecchi abitanti, che portavano sulle spalle dei grossi involti contenenti probabilmente le loro ultime ricchezze.
"Misericordia!..." esclamò il piantatore. "Ci uccidono!..."
"Ragione di più per rifugiarci nella taverna" disse Carmaux. "Non si sa mai!... Una palla può deviare e fare scoppiare anche la vostra pancia."
Lo spinse violentemente entro la taverna, dove l'amburghese stava decapitando, colla sua corta sciabola, le quattro bottiglie.
La sala era deserta, ma tutto era sotto sopra. La grande tavola dove avevano combattuto i galli giaceva colle gambe all'aria, i tavolini erano addossati alla rinfusa contro le pareti; gli sgabelli ingombravano il pavimento assieme a vasi e bottiglie infrante.
Pareva che il proprietario, prima di fuggire, avesse cercato di spezzare quanto non aveva potuto portare con sé.
"Purché sia rimasta salva la cantina, poco importa" disse Carmaux. "È così, amburghese?"
"Vero Alicante" rispose Wan Stiller, facendo schioccare la lingua da buon intenditore. "È proprio di quello che abbiamo bevuto la sera del combattimento dei gatti.
"Bada che gli altri non vengano a vuotarcele, perché non ho trovate che queste bottiglie. Quel mascalzone di taverniere ha fracassato tutto nella cantina. Imbecille!"
Riempì un bicchiere trovato per miracolo ancora intatto e lo offrì al piantatore, dicendogli:
"Elisir di lunga vita, signor spagnolo. È di quello, ve ne ricordate?"
Don Raffaele, che si sentiva tremare le gambe, lo vuotò d'un fiato borbottando un grazie.
"Un altro" disse Carmaux, mentre l'amburghese si metteva alle labbra una delle quattro bottiglie.
"Volete ubriacarmi una seconda volta per poi impiccarmi?" chiese don Raffaele.
"Ve l'ha detto qualcuno che il capitano Morgan ha decretato la vostra morte?" chiese Carmaux, con voce grave.
"Sono un moribondo, dunque?" urlò don Raffaele, diventando livido. "Vuole vendicare su di me la morte dei suoi sette marinai?"
Carmaux lo guardò per qualche istante in silenzio, aggrottando a più riprese la fronte, poi disse:
"Sta in voi salvarvi."
"Che cosa devo fare? Ditemelo! Io sono ricco, posso pagare un grosso riscatto al vostro capitano..."
"Quello lo pagherete a noi, mio caro signore" disse Carmaux, "essendo stati noi a farvi prigioniero; ma per ora non è questione di danaro, bensì di pelle."
"Spiegatevi meglio" disse don Raffaele, che cominciava a respirare più liberamente. "Non ho alcun desiderio di ballare un fandango all'estremità d'una corda."
"Allora rispondete e pesate bene le vostre parole" disse Carmaux, che tutto d'un tratto era diventato minaccioso. "Dove è stata nascosta la signora di Ventimiglia?"
"Come!" esclamò il piantatore, facendo un gesto di sorpresa. "Non l'avete ancora trovata?"
"No."
"Eppure io non l'ho veduta a fuggire col governatore."
"Ah! Ha preso il largo quel brav'uomo!" esclamò Wan Stiller con voce ironica.
"Assieme ai suoi ufficiali e su buoni cavalli" rispose don Raffaele. "A quest'ora deve essere ben lontano e sarete ben bravi se riuscirete a raggiungerlo."
"E non vi era con lui la figlia del Corsaro Nero?"
"No."
"Don Raffaele!" gridò Carmaux, picchiando sulla tavola un pugno così formidabile da far saltare le bottiglie. "Badate che giuocate la vostra vita."
"Lo so ed è per questo che io non cercherò d'ingannarvi."
"Allora si trova ancora qui?"
"Ne sono più che certo."
"O che sia stata uccisa?" chiese Carmaux impallidendo.
"Non credo, che il governatore abbia avuto il coraggio di lordarsi le mani del proprio sangue."
"Che cosa dite?" chiesero ad una voce i due filibustieri.
Il piantatore si morse le labbra come se si fosse pentito di essersi lasciate sfuggire quelle parole, poi alzando le spalle disse:
"Io non ho giurato di mantenere il segreto e poi la mia vita si trova nelle vostre mani ed io ho il diritto di difenderla come meglio posso."
Carmaux tracannò un sorso d'Alicante, poi incrociando le braccia e piantando gli occhi in viso al piantatore, disse:
"Don Raffaele, spiattellate. Di quale sangue parlavate?"
"Avrete la pazienza di ascoltarmi?"
Carmaux stava per rispondere, quando alcuni colpi di fucile rimbombarono sulla piazza e parecchie persone passarono correndo dinanzi alla taverna, gettandosi verso le vicine ortaglie.
Cinque o sei filibustieri, che avevano in mano gli archibugi ancora fumanti, vedendo l'insegna del Toro, si erano affacciati alla porta della taverna, urlando:
"Una cantina! Hurrà! Buchiamo le botti!"
Carmaux si slanciò verso di loro coll'archibugio in mano, gridando:
"Indietro, camerati!"
"Toh!" esclamò uno di quei corsari. "I due inseparabili!... Volete bere tutto voi?... Satanasso!... Lo spagnolo che ha fatto impiccare i nostri compagni!... Abbruciamolo vivo!..."
"È nostro prigioniero" gridò Carmaux.
"Fosse anche del diavolo, io non me ne andrò se prima non gli avrò bucato il ventre" disse un altro corsaro. "Largo, camerata! Quell'uomo appartiene alla giustizia dei Fratelli della Costa."
Il povero don Raffaele, che era diventato paonazzo dal terrore, si era rifugiato dietro la tavola, cercando di farsi più piccino che poteva.
"Levatevi dai piedi!" urlò Carmaux, puntando risolutamente l'archibugio verso i filibustieri che si spingevano l'un l'altro per entrare. "Quest'uomo è una preda dell'almirante."
Udendo quelle parole, i corsari si arrestarono titubanti, poi volsero le spalle allontanandosi di corsa, tanto era il terrore che esercitava Morgan anche su quell'accozzaglia di scorridori del mare, che pur non riconoscevano né leggi, né governo.
"Parlate, ora" disse Carmaux, tornando verso il piantatore. "Nessuno verrà più a disturbarci."
Don Raffaele bevette d'un fiato un bicchiere d'Alicante, per riprendere coraggio, poi disse:
"L'istoria che io sto per narrarvi è un segreto che solo pochissimi spagnoli conoscono e che voi ignorate. Vorrei però sapere, prima di cominciarla, quale causa dell'odio implacabile che regnava fra il Corsaro Nero, signor di Ventimiglia, ed il duca Wan Guld, un tempo governatore di questa città.
"Voi che siete stati marinai e forse confidenti del terribile corsaro, che tanto male ha recato alle nostre colonie, dovete saperne qualche cosa e ciò schiarirebbe forse l'odio che il governatore attuale nutre ora per la giovine figlia di quello scorridore del mare."
"Come!" esclamò Carmaux. "Il governatore odia la figlia del Corsaro Nero? Non è dunque solo l'interesse che lo ha spinto a farla prigioniera?"
"No, è odio di sangue" disse don Raffaele, con voce grave. "Se il duca è morto ha lasciato un vendicatore che non sarà meno implacabile di lui."
"Che cosa mi narrate voi?" disse Carmaux, spaventato.
"Rispondete alla domanda che vi ho fatta, poi io mi spiegherò meglio."

CAPITOLO SETTIMO

Il monastero dei Carmelitani

Carmaux, che pareva in preda ad una vivissima agitazione, stette qualche istante silenzioso guardando il piantatore, poi disse:
"L'odio fra il Corsaro Nero ed il duca di Wan Guld risale circa a venticinque anni fa e non ebbe principio in America, bensì nelle Fiandre. I signori di Ventimiglia erano allora in quattro fratelli e combattevano fra le truppe dei duchi di Savoia, alleati della Francia, contro la Spagna. Belli tutti, valorosi, audaci, godevano fama d'essere i più nobili gentiluomini del Piemonte. Un giorno essi vennero assediati in una rocca fiamminga da un numero strabocchevole di spagnoli, assieme al loro reggimento che era comandato dal duca di Wan Guld. Resistevano tenacemente da alcune settimane, combattendo come leoni, quando una notte il nemico entrava nella rocca a tradimento e se ne impossessava, dopo d'aver ucciso uno dei quattro fratelli che era accorso a contrastargli il passo. Un uomo aveva venduta la rocca ed aveva aperte le porte: quel miserabile era il duca di Wan Guld."
"Avevo udito a parlare vagamente di quella storia" disse don Raffaele. "Continuate."
"Il duca, per sfuggire all'ira dei signori di Ventimiglia, aveva chiesto al governo spagnolo un posto nelle colonie dell'America ed era stato nominato governatore di questa città."
"Era il prezzo del tradimento" disse l'amburghese, picchiando il pugno sulla tavola.
"Il duca" proseguì Carmaux, "credeva di essere stato dimenticato dai signori di Ventimiglia, ma s'ingannava. Non erano ancora trascorsi sei mesi da che aveva assunto il suo posto, quando comparvero alla Tortue tre navi, montate dai tre fratelli piemontesi. Erano il Corsaro Nero, il Verde ed il Rosso, i quali avevano giurato di non lasciar più pace al traditore e di vendicare il fratello assassinato nella rocca."
"Conosco il seguito" disse don Raffaele. "Dopo varie vicende, il duca riusciva a catturare ed impiccare il Corsaro Verde e poi il Rosso, mentre il Nero, senza saperlo, s'innamorava della figlia del suo mortale nemico, che egli credeva fosse una principessa fiamminga."
"Sì, è così" rispose Carmaux. "E quando il Corsaro Nero, che aveva giurato, sui cadaveri dei fratelli, di sterminare senza misericordia tutti coloro che portavano il nome del traditore, seppe che la fanciulla che amava era la figlia del duca, pur piangendo, l'abbandonò sola fra le onde in una scialuppa, quando la tempesta stava per scoppiare sul golfo del Messico. Dio però vegliava sulla fanciulla e la scialuppa, invece di venire assorbita dai gorghi, andava a naufragare sulle coste meridionali della Florida, abitate da una tribù di Caraibi, i quali, sedotti dalla bellezza meravigliosa della naufraga, invece di divorarla la proclamarono la loro regina."
"Ed il Corsaro uccise il duca, è vero?" chiese don Raffaele.
"No, perché venuti all'abbordaggio alcuni mesi dopo, appunto nelle acque della Florida, il vecchio traditore, piuttosto di cadere vivo nelle mani del suo nemico, dava fuoco alle polveri inabissandosi colla propria nave fra i baratri del Golfo del Messico."
"Il Corsaro era già a bordo di quella nave?"
"Sì, e anche noi" disse Carmaux, "avevamo già espugnato il vascello del duca, quando l'esplosione ci scaraventò in mare assieme al Corsaro. Salvatici su alcuni rottami, per una fortunata combinazione, due giorni dopo approdavamo sulle coste della Florida, dove venivamo fatti prigionieri dai sudditi della duchessa, la regina dei Caraibi. Se non ci mangiarono fu perché la figlia di Wan Guld ci aveva riconosciuti a tempo e perché non si era spenta ancora in lei l'affezione profonda che nutriva per il Corsaro."
"E non si vendicò?" chiese don Raffaele.
"Tutt'altro, perché una sera s'imbarcarono insieme su una scialuppa e per molti anni non si seppe più nulla di loro. Più tardi un filibustiere italiano ci narrò come il Corsaro e la giovane duchessa erano stati raccolti al largo da una nave inglese in rotta per l'Europa e condotti in Piemonte, dove si erano sposati.
"La loro felicità, come forse avrete saputo anche voi, fu breve. Dieci mesi dopo, la duchessa moriva dando alla luce una bambina e l'anno seguente il Corsaro, che non poteva rassegnarsi alla perdita della sua compagna, si faceva uccidere sulle Alpi, combattendo contro i francesi che avevano invasa la Savoia e che minacciavano il Piemonte."
"Sì, è così" disse don Raffaele. "Il governatore di Maracaybo era stato esattamente informato."
"Perché s'interessava tanto del Corsaro?" chiese Carmaux con sorpresa.
"Perché aveva ricevuto da suo padre una terribile missione."
"Quale?"
"Di vendicarlo."
"Ma chi era dunque suo padre?"
"Il duca di Wan Guld."
Un grido di stupore era sfuggito dalle labbra di Carmaux e di Wan Stiller. Entrambi erano balzati in piedi, in preda ad una vivissima agitazione.
"Il duca ha lasciato un figlio!" avevano esclamato.
"Sì, un figlio avuto da una marchesa messicana ed a cui fu imposto il nome di conte di Medina e Torres; non potendo assumere quello del padre."
"Ed è lui il governatore di Maracaybo?" chiese Carmaux.
"Sì, fu lui a far prigioniera Jolanda di Ventimiglia, la figlia del Corsaro Nero." disse il piantatore "Dai suoi agenti, che aveva mandati in Italia per spiare il Corsaro e, possibilmente, anche per ucciderlo, ciò che sarebbe certo a quest'ora avvenuto, egli seppe che la giovane si era imbarcata su una nave olandese in rotta per l'America, onde entrare in possesso dei beni immensi lasciati dal duca".
"Mandò due navi poderose furono mandate a sorvegliare i passi delle Antille, coll'incarico di catturare il veliero olandese, temendo il conte di Medina che la figlia del Corsaro si recasse prima alla Tortue a chiedere l'appoggio dei filibustieri, per riavere i beni che il governo spagnolo, dietro istigazione del governatore di Maracaybo, aveva sequestrati."
"E perché li aveva sequestrati?"
"Per vendicarsi del male che aveva fatto il Corsaro Nero alle colonie spagnole" disse don Raffaele.
"E chi amministra quei beni?" chiese Carmaux.
"Il bastardo del duca, il quale finirà poi per trattenerseli; e quei possessi, se non lo sapete, valgono una decina di milioni."
"E non li ha mai reclamati la duchessa di Wan Guld, la moglie del Corsaro?"
"Certo, ma senza risultato."
"Per cento milioni di aringhe salate!" esclamò Carmaux. "Ora comprendo, un po' meglio di prima, perché quel briccone di governatore ci teneva a fermare la figlia del Corsaro ed averla nelle sue mani. Mio caro don Raffaele, ecco una bella occasione per salvare la vostra pelle e anche le vostre sostanze. M'impegno io di farvele rispettare dai miei camerati, ma bisogna che voi ci fate trovare la fanciulla. "Se il governatore non l'ha condotta con sé..."
"Di questo son certo" disse il piantatore.
"Allora deve essere ancora qui. Dove? A voi il dircelo."
Don Raffaele era rimasto silenzioso, colla fronte stretta fra le mani, come se pensasse profondamente. Ad un tratto si alzò dicendo:
"Sì, non può essere stata affidata che al capitano Valera."
"Chi è costui?" chiese Carmaux.
"Un intimo amico del conte di Medina e un po' anche la sua anima dannata."
"Dove abita?"
"Nel convento dei Carmelitani."
"Non sarà fuggito?"
"Si sarà invece nascosto nei sotterranei che sono immensi e che si dice comunichino colla laguna."
"Che uomo è?"
"Un valoroso, capace di difendere a lungo la preda affidatagli."
"Non perdiamo tempo" disse Carmaux. "Se i sotterranei comunicano col lago, quel furfante potrebbe questa sera prendere il largo colla fanciulla."
"Avvertiamo il capitano" disse Wan Stiller.
"E prendete con voi degli altri uomini" disse don Raffaele.
"Siamo già in troppi noi due" rispose Carmaux. "Sappiamo maneggiare la spada come veri gentiluomini, è vero Wan Stiller?"
"Siamo allievi del Corsaro Nero, la prima e la più famosa lama della Tortue" rispose l'amburghese.
"Su in cammino" disse Carmaux.
Vuotarono l'ultima bottiglia e uscirono.
Due filibustieri carichi di vasi di argento e di arredi sacri, che avevano probabilmente rubati in qualche chiesa vicina, passavano in quel momento dinanzi alla taverna.
"Ohe, camerati" gridò loro Carmaux. "Avvertite senza ritardo il capitano Morgan che siamo sulle tracce della figlia del Corsaro Nero e che non s'inquieti se tarderemo a tornare."
"Buona fortuna, Carmaux" risposero i due corsari, allontanandosi velocemente.
"Guidateci don Raffaele e non dimenticatevi che la vostra vita sta nelle mani della signora di Ventimiglia."
"Lo so" rispose il piantatore, con un sospiro che veniva proprio dal cuore, "e farò il possibile per salvarla."
Si diresse verso una viuzza che doveva essere qualche scorciatoia, aperta fra una piantagione d'indaco e di canne da zucchero, facendo segno ai due filibustieri di seguirlo.
Dopo aver percorsi parecchi viottoli che separavano le ultime case della città dalle piantagioni e dalla laguna, don Raffaele si arrestò dinanzi ad un vecchio palazzo annerito dal tempo e che era sormontato da due torrette munite di campane.
"Il convento dei Carmelitani" disse.
"Sembra che sia stato lasciato dai suoi abitanti" disse Carmaux, che aveva osservato che la porta era aperta.
"Tutti sono fuggiti. Voi sapete che i corsari inglesi non risparmiano i nostri frati."
"È vero" rispose Wan Stiller.
"Entriamo?" chiese il piantatore.
"Perbacco!" esclamò Carmaux. "Voglio vedere quel bravo capitano, se ci sarà ancora."
"Sono certo che non è fuggito."
Spinsero la porta ferrata che era socchiusa e si trovarono in una sala vastissima, in una specie di chiesa con alcuni altari e molte torce.
Quantunque i filibustieri di Morgan non fossero giunti fino là, vi regnava un gran disordine. Banchi e sedie erano stati gettati sossopra; gli altari erano stati frettolosamente spogliati di quanto avevano di più prezioso ed in terra si vedevano quadri d'immagini sacre e crocifissi.
"È vasto questo monastero?" chiese Carmaux.
"Assai" rispose don Raffaele. "Ritengo però inutile frugare le sale e le celle. Se il capitano si trova ancora qui, si sarà nascosto nei sotterranei."
"Dove si trovano?"
Don Raffaele indicò un angolo della chiesa:
"Sotto quella pietra."
"Che abbia dei compagni il vostro capitano?"
"Lo ignoro."
"Ah! diavolo!" esclamò Carmaux. "Forse siamo stati imprudenti a non prendere con noi un rinforzo! Che cosa ne dici, amburghese?"
"Dico che siamo solidi e ben armati" rispose Wan Stiller, "e che non è questo il momento di rimandare l'impresa."
"Tu parli come un libro stampato, compare. Giacché abbiamo cominciato, checché debba succedere, dobbiamo condurlo a termine."
Raccolse da terra un grosso cero, subito imitato dall'amburghese, l'accese e si diresse verso l'angolo indicato dal piantatore.
"Spero, don Raffaele" disse, "che non ci attirerete in qualche agguato. Io andrò innanzi, ma il mio compagno vi terrà dietro colla spada in mano e vi avverto che quando vibra un colpo inchioda un uomo come uno scarafaggio."
Il piantatore fece un cenno affermativo col capo e si asciugò il sudore che gli bagnava la fronte.
Entro una specie di nicchia si vedeva una pietra circolare, fornita d'un anello di ferro, che pareva l'ingresso di una tomba. Ed infatti si vedevano delle lettere incise sulla lastra e anche uno stemma, che rappresentava due leoni rampanti su una fascia diagonale.
"Qui" disse il piantatore con voce soffocata.
Carmaux passò la canna dell'archibugio nell'anello e aiutato dall'amburghese levò e rovesciò la pietra.
Un tanfo di muffa e d'aria corrotta sfuggì dal foro, facendo indietreggiare i due corsari.
"Un rifugio punto profumato" disse Carmaux. "Possibile che quel capitano si sia rifugiato qui dentro?"
"Sì" disse il piantatore.
"Da chi lo avete saputo voi?"
"Dal governatore e dal padre superiore del monastero."
"Sapete molte cose voi, don Raffaele. È stata una vera fortuna l'avervi incontrato quella sera del combattimento dei galli."
"O una disgrazia?"
"Per voi forse, non certo per noi" disse Carmaux ridendo. "Orsù scendiamo."
Una scaletta di pietra a chiocciola conduceva nei sotterranei del monastero. Carmaux snudò la spada, accese anche la torcia dell'amburghese, poi scese coraggiosamente, badando dove metteva il piede.
Don Raffaele lo seguiva brontolando; Wan Stiller veniva per ultimo col moschetto armato.
Dopo quindici gradini, i due filibustieri ed il piantatore si trovarono in una specie di cripta, sulle cui pareti, semi-murate, si vedevano dei feretri di pietra con degli stemmi e delle iscrizioni.
"Sono i sepolcri del monastero?" chiese Carmaux, facendo una smorfia.
"Sì" rispose don Raffaele.
"Il luogo è veramente poco allegro. Dove andiamo ora?"
"Entrate in quella galleria; conduce, ne sono certo, al rifugio del capitano Valera."
"Sarà solo colla figlia del Corsaro Nero?"
"Io non posso saperlo, ve lo dissi già."
"Andiamo, compare" disse Carmaux, volgendosi verso l'amburghese. "Non voglio che quest'uomo creda che noi abbiamo paura."
Alzò la torcia per meglio vedere dove metteva i piedi e s'inoltrò risolutamente nel corridoio, tenendo la punta della spada diritta innanzi a sé. Anche in quel corridoio si vedevano numerose tombe e anche dei monumenti, rappresentanti per lo più dei cavalieri spagnoli con corazze, spade ed elmetti.
Dopo qualche minuto giunsero dinanzi ad un cancello di ferro semiarruginito, che non era chiuso.
Al di là si vedeva una seconda cripta e all'estremità, Carmaux e Wan Stiller scorsero, con viva gioia, una sottile striscia di luce che si proiettava dall'umido e nero pavimento del sotterraneo.
"Ci siamo" mormorò Carmaux, spegnendo rapidamente le due torce.
"Ho mantenuta la mia promessa?" chiese don Raffaele.
"Da gentiluomo" rispose Carmaux. "È ben là che noi troveremo la figlia del Corsaro Nero?"
"Ne son certo."
"Le hanno scelta una ben brutta prigione."
"Bisognava sottrarla alle vostre ricerche."
"Compare Wan Stiller, preparati a battagliare" disse Carmaux. "Il capitano non si arrenderà senza lotta."
"Di questo non ne dubito" disse don Raffaele. "È un valoroso."
S'avvicinarono cautamente a quella striscia di luce e s'accorsero che sfuggiva al disotto di una porta.
Carmaux accostò un occhio alla toppa che era abbastanza larga e guardò attentamente, rattenendo il respiro.
Al di là, vi era una stanza piuttosto vasta, colle pareti coperte da tavoloni di legno e arredata semplicemente, non essendovi che alcuni scaffali e delle vecchie poltrone a bracciuoli in pelle di Cordova. Due uomini stavano seduti dinanzi ad una tavola che si trovava nel mezzo e parevano intenti a finire una partita agli scacchi.
Uno aveva l'aspetto d'un gentiluomo e indossava anche l'elegante costume dei ricchi spagnoli, l'altro sembrava un soldato, avendo indosso la corazza ed in testa un mezzo elmetto d'acciaio con una piuma.
"Non sono che due" disse Carmaux sottovoce, volgendosi verso l'amburghese.
"È aperta la porta?"
"Mi sembra."
"Spingi ed entriamo. E le torce?"
"La stanza è illuminata e non ne avremo bisogno."
"Avanti dunque."
Carmaux spinse violentemente la porta, che non doveva essere stata assicurata internamente e s'inoltrò colla spada in pugno, dicendo con voce un po' ironica: "Buona sera, signori!..."

CAPITOLO OTTAVO

Un duello terribile

I due giuocatori, vedendo entrare quei tre personaggi, di cui due armati di spada e d'archibugio, balzarono rapidamente in piedi, allontanando le sedie.
Colui che pareva un gentiluomo, era di statura piuttosto alta, magro come un biscaglino, colle gambe e le braccia estremamente lunghe e poteva avere una quarantina d'anni.
Il suo volto, dai lineamenti duri, angolosi, con due occhi grigi dal lampo vivido, non era affatto piacevole.
L'altro, che doveva essere un soldato, era invece piuttosto tozzo, basso di statura ed abbronzato come un indiano o per lo meno come un meticcio.
Aveva gli occhi nerissimi invece ed i lineamenti assai meno duri del compagno, quantunque avesse nell'insieme qualche cosa che ricordava il muso astuto e feroce del coguaro.
"Chi è di voi che si chiama il capitano Valera?" chiese Carmaux sempre ironico, scoprendosi con finta cortesia il capo.
"Sono io" rispose l'uomo magro squadrandolo dal capo alle piante. "E voi chi siete?"
"Vi preme saperlo?"
"Certo, prima di cacciarvi di qui a calci."
"Ah!... È una cosa un po' difficile, mio signore" disse il filibustiere ridendo. "Ho dunque l'onore di dirvi che noi siamo due corsari agli ordini del capitano Morgan."
Una bestemmia era sfuggita dalle labbra dello spagnolo.
"Chi vi ha guidati qui?"
Carmaux aveva gettato un rapido sguardo verso la porta e non vide che l'amburghese. Il prudente don Raffaele non aveva osato comparire dinanzi al capitano, che probabilmente lo conosceva.
"Siamo venuti di nostra iniziativa" disse, ritenendo inutile compromettere il piantatore.
"E che cosa volete?"
"Null'altro che la restituzione della signora di Ventimiglia, che il conte di Medina vi ha affidata."
"Chi ve lo disse?" gridò il capitano, sfoderando rapidamente la spada.
"Adagio colle armi" disse Carmaux, facendo due passi innanzi, mentre l'amburghese alzava l'archibugio.
"Ci minacciate?"
"Siamo gente di guerra, mio caro signore. Basta! Abbiamo chiacchierato abbastanza e non abbiamo tempo da perdere. Consegnateci la figlia del Corsaro Nero."
"Alcazar, a me!" urlò il capitano. "Cacciamo questi gaglioffi."
Il soldato era già balzato innanzi snudando la spada, e con un urto improvviso aveva rovesciata la tavola, gettando a terra il candeliere.
Wan Stiller aveva fatto fuoco sul capitano, ma in causa dell'improvvisa oscurità aveva mancato il colpo.
"Mano alla spada, compare!" urlò Carmaux. "Ci piombano addosso.
"Don Raffaele, accendete una torcia!"
Nessuno rispose.
"Tuoni d'Amburgo!" gridò Wan Stiller, indietreggiando verso la porta, e menando colpi all'impazzata per impedire ai due spagnoli di accostarsi. "Il piantatore è scappato come una lepre!..."
"Tieni testa tu per qualche minuto?"
"Sì, compare."
Carmaux, indietreggiando, aveva ritrovata la porta. Avendo lasciate le due torce nel corridoio, appoggiate alla parete, s'avanzò a tentoni per ritrovarle ed accenderle, avendo con sé l'acciarino e l'esca.
L'amburghese, che non correva più il pericolo di venire colpito dal compagno, tirava stoccate in tutte le direzioni e si copriva con mulinelli fulminei, urlando a squarciagola.
"Avanti, se l'osate!... Prendete questa, capitano!... A te, soldataccio, che tremi come un coniglio!... Tuoni d'Amburgo!... Vi faccio in cinquemila pezzi!..."
I due spagnoli, trincerati dietro la tavola, tiravano anch'essi colpi all'impazzata, per tener lontani gli avversari, e non facevano meno fracasso gridando:
"Ladri!..."
"Assassini!..."
"Fuori di qui, bricconi!..."
"Volete la figlia del Corsaro? Eccola colla punta d'acciaio."
Mentre i tre uomini battagliavano contro le tenebre, senza osare fare un passo innanzi, Carmaux trovò finalmente le torce, ma non il piantatore, il quale aveva approfittato per darsela a gambe. Carmaux ne accese una.
"Vedremo ora come se la caveranno" disse.
Spalancò la porta e si precipitò nella sala sotterranea, urlando:
"Giù le armi o vi uccidiamo!"
Invece di abbassare le spade, i due spagnoli si posero in guardia, gridando:
"Avanzatevi, se l'osate!"
Carmaux piantò la torcia in una fessura del pavimento, e si fece innanzi, dicendo:
"A te il soldato, a me il capitano."
"Sì" rispose l'amburghese.
Prima però d'incrociare la lama, Carmaux fece un ultimo tentativo.
"Siamo allievi del Corsaro Nero, che fu il più formidabile spadaccino della Tortue" disse. "Noi vi uccidiamo, questo è certo. Volete arrendervi e consegnarci la signora di Ventimiglia?"
"Il capitano Valera non si arrende ad un mascalzone pari tuo" rispose lo spagnolo. "Vedrai come ti scucirò il ventre."
"Tuoni dell'aria!... A noi due!..."
Carmaux con un salto si era gettato verso la tavola, dietro la quale si tenevano i due spagnoli ed aveva incrociata la spada col capitano.
Wan Stiller, dal canto suo aveva girato l'ostacolo, piombando addosso al soldato, il quale era stato costretto a lasciare il riparo per non farsi prendere alle spalle.
I quattro duellanti mostravano di conoscere a fondo tutte le sottigliezze della scherma e di essere spadaccini di vaglia.
I due corsari però, avendo fatte le loro prime armi sotto il Corsaro Nero, che fu il più famoso schermitore del suo tempo, fino dai primi colpi avevano gettato un po' di timore negli animi dei due spagnoli, i quali si erano illusi di sbrigare presto la partita, non essendo generalmente i filibustieri che dei bravi tiratori d'archibugio.
Carmaux incalzava furiosamente il capitano, senza concedergli un istante di tregua. L'aveva costretto a lasciare il riparo ed a rompere tre o quattro volte, ed ora combattevano presso un angolo della sala.
Wan Stiller tempestava il soldato di botte. Già due volte l'aveva toccato, ma avendo lo spagnolo il petto coperto dalla corazza, non ne aveva avuto alcun danno.
Si capiva però che il suo avversario, assai meno destro del capitano, non poteva durarla a lungo e si vedeva che si esauriva rapidamente vibrando stoccate inutili.
"Ti arrendi?" chiese ad un certo momento l'amburghese, accorgendosi che non parava più colla rapidità di prima.
"Mai" rispose il soldato. "I Bardabo muoiono, ma non si arrendono."
"Non vedi che sto per ucciderti, e che non ne puoi più?"
"Allora prendi questa!"
Il soldato che si trovava quasi addosso al muro, con uno scatto improvviso si era gettato sull'amburghese e, mentre gl'impegnava la spada guardia contro guardia, aveva allungata una gamba, tentando di dargli uno sgambetto e di farlo cadere.
"Ah!... Traditore!..." urlò l'amburghese. "Non è leale ciò. Muori dunque!..."
Si gettò bruscamente da una parte per disimpegnare meglio la lama, poi andò a fondo, spingendo il ferro con velocità fulminea.
La punta, entrata sotto l'ascella destra del soldato, che la corazza non difendeva, era scomparsa nel corpo del disgraziato.
"Toccato" brontolò lo spagnolo, con voce semi-spenta.
Si appoggiò alla parete, lasciandosi sfuggire la spada, stravolse gli occhi, mormorò qualche parola, poi stramazzò al suolo vomitando sangue.
"L'hai voluto" disse l'amburghese.
Poi si slanciò verso Carmaux, dicendo:
"Vengo in tuo aiuto, compare."
Il capitano teneva ancora testa al filibustiere, ma si trovava quasi addosso al muro e appariva assai affaticato.
Aveva passata la spada dalla destra alla sinistra, per cercare di imbrogliare vieppiù Carmaux, il quale, non essendo mancino, non doveva trovare quel cambiamento di suo gusto.
"Pensate anche a me" disse Wan Stiller, piombandogli addosso.
"No, compare, non sarebbe leale" disse Carmaux. "Lascia a me sbrigare la faccenda."
Il capitano, udendo quelle parole aveva fatto un ultimo salto indietro ed aveva abbassata la spada.
"Vi credevo un ladrone del mare" disse, "capace di assassinarmi anche a tradimento, e ritrovo invece in voi un gentiluomo. Al vostro posto, un altro non avrebbe rifiutato il concorso d'un compagno."
"Il Corsaro Nero mi ha insegnato a essere leale" rispose Carmaux. "Vi arrendete?"
Il capitano prese la spada con ambe le mani, l'appoggiò su un ginocchio e la spezzò in due, dicendo:
"Sono vostro prigioniero."
"Non sappiamo che cosa farne dei prigionieri" rispose Carmaux. "Morgan a quest'ora ne ha perfino troppi. Noi siamo venuti qui a cercare la figlia del Corsaro Nero"
"Mi è stata affidata dal governatore e senza un suo ordine io non posso cederla."
"È fuggito dopo le prime cannonate e non sappiamo dove sia. Quindi non potrebbe, in questo momento, darvi il permesso."
"È presa adunque la città?"
"È in nostra mano da tre ore."
"Allora, signori, ogni resistenza da parte mia sarebbe inutile, da che tutti sono fuggiti, compreso il governatore."
"Dov'è la signorina di Ventimiglia?"
Il capitano ebbe un'ultima esitazione, poi disse:
"Io ve la cederò, se voi mi promettete di ottenere dal vostro capitano il permesso di lasciare la città indisturbato."
"Il signor Morgan ve lo accorderà" disse Carmaux. "Impegniamo la nostra parola."
"Prendete la torcia e seguitemi."
Wan Stiller obbedì. Lo spagnolo si trasse dalla cintura di pelle, che portava ai fianchi, una chiave e si diresse verso una porta che si vedeva all'estremità della sala sotterranea.
"Adagio, signore" disse Carmaux che era sempre diffidente. "Eravate soli qui?"
"Non vi è nessun altro" rispose il capitano. "Al fracasso sarebbero già accorsi e allora le sorti del duello sarebbero forse cambiate."
"Infatti avete ragione" disse Carmaux.
Il capitano introdusse la chiave nella toppa e aprì la porta, avanzandosi in un'altra sala illuminata da un lampadario di stile veneziano, colle pareti rivestite di pannelli, il pavimento riparato da un tappeto assai fitto e arredata con una certa eleganza.
All'estremità si vedeva un'alcova, le cui tende rosse, con ricami d'oro sbiadito dal tempo e dall'umidità, erano abbassate.
"Signora" disse il capitano. "Vi prego d'alzarvi. Delle persone che hanno conosciuto vostro padre sono venute qui e vi aspettano."
Un grido si udì dietro alle tende, un grido di stupore e anche di gioia; poi una fanciulla con una mossa fulminea erasi slanciata fuori dall'alcova, fissando i suoi occhi sui due filibustieri che si erano levati i berretti.
Era una bellissima fanciulla, di quindici o sedici anni, alta e flessibile come un giunco, dalla pelle pallidissima, quasi alabastrina, con la tinta che ricordava suo padre il Corsaro Nero; aveva due occhi grandi, d'un nero intenso, e lunghe ciglia che lasciavano cadere sul suo viso la loro ombra.
I suoi capelli, neri come l'ala di un corvo, li teneva sciolti sulle spalle, legati solamente presso la nuca da una piccola fila di perle.
Indossava una semplice cappa bianco, con guarnizioni di trine e un sottile ricamo d'oro sulle larghe maniche.
Vedendo i due corsari, si lasciò sfuggire un secondo grido e rimase colla bocca aperta, mostrando due file di denti piccoli come granelli di riso e più splendenti dell'opale.
"Signorina di Ventimiglia" disse Carmaux, inchinandosi goffamente e con un certo imbarazzo, "noi siamo due fedeli marinai di vostro padre, qui mandati dal suo antico luogotenente, il capitano Morgan..."
"Morgan!..." esclamò la fanciulla. "Morgan!... Il comandante in seconda della Folgore?"
"Sì, signorina. Avete udito a parlare di lui?"
"Mio padre è morto troppo presto perché me ne parlasse" disse la fanciulla con profonda tristezza, "ma, nelle sue memorie, ho trovato molte volte il nome di quel fedele e valoroso corsaro, che lo seguì sui mari e che lo aiutò a compiere le sue vendette. Dov'è ora?"
"Qui, in Maracaybo, signorina."
"Morgan qui? Allora i filibustieri della Tortue hanno preso la città!"
"Da stamane."
"E potrò vederlo?"
"Quando vorrete."
"E voi, capitano, me lo permetterete?" chiese volgendosi verso lo spagnolo.
"Voi siete libera, signora, dal momento che il governatore è fuggito."
"Ah!" fece la giovane, con accento un po' ironico. "Il conte di Medina è scappato dinanzi ai filibustieri della Tortue? Lo credevo più valoroso."
"Meglio la fuga che la prigionia."
"Già, per coloro che non sanno morire combattendo. Sicché io sono libera?"
"E sotto la nostra protezione, signorina" disse Carmaux.
"Voi siete..."
"Eravamo due devoti servitori di vostro padre, il Corsaro Nero."
"I vostri nomi."
"Carmaux e Wan Stiller."
La giovane si passò una mano sulla fronte, come per risvegliare delle lontane memorie, poi disse:
"Carmaux... Wan Stiller... voi dovete aver accompagnato mio padre nella Florida... dopo l'esplosione del vascello di mio nonno il duca... Nelle memorie scritte e lasciate a me da mio padre io ho trovato molte volte i vostri nomi..."
Fece alcuni passi innanzi e tese le sue belle mani dalle dita affusolate verso i due filibustieri, dicendo:
"Una stretta, eroi del mare, fedeli compagni di mio padre nella sua triste vita avventurosa."
I due corsari, confusi, impacciati, chiusero le due manine fra le loro dita ruvide e callose, borbottando qualche parola.
"Ed ora" disse la fanciulla "sono con voi, se il capitano non si oppone."
Si gettò sulle spalle una lunga mantiglia di seta nera con pizzi di Venezia, prese un grazioso cappello di feltro oscuro adorno d'una piuma nera e si mise fra i due corsari, dicendo al capitano con accento ironico:
"I miei saluti al signor conte di Medina e Torres, e ditegli che se mi vorrà, bisognerà che venga a prendermi alla Tortue, se ne avrà il coraggio."
Il capitano non rispose; ma appena Carmaux e Wan Stiller furono usciti colla fanciulla, disse:
"Stupidi!... Non mi avete ucciso!... Miei cari, avrete ben presto mie nuove. Ed ora cerchiamo di raggiungere il governatore, senza attendere il loro salvacondotto."

CAPITOLO NONO

Jolanda di Ventimiglia

Quando i due filibustieri e la figlia del Corsaro Nero uscirono dal convento dei Carmelitani, trovarono sulla porta don Raffaele.
L'onesto piantatore se l'era svignata, per paura che i due corsari avessero la peggio in quel combattimento e che il capitano Valera gli facesse pagare ben caro il tradimento, ma non aveva osato lanciarsi attraverso le vie della città, che erano percorse dagli uomini di Morgan, i quali potevano fargli passare un brutto quarto d'ora.
Si era perciò tenuto nascosto dietro la porta del monastero, in attesa che il capitano od i corsari comparissero, pronto a mettersi sotto la protezione dell'uno o degli altri.
"Ah!... Siete qui, don Raffaele?" disse Carmaux, scorgendolo raggomitolato dietro la porta. "Non avete dato una bella prova del vostro coraggio, lasciando noi soli alle prese coi vostri compatrioti."
"Voi sapete che io non sono mai stato un uomo di guerra" rispose il piantatore. "Che cosa volete che facessi per voi, non possedendo nessuna arma per di più?
"Ah!... La signora di Ventimiglia!... Che uomini siete voi!... Riuscite in tutte le vostre imprese. Li avete uccisi gli altri?"
"Uno solo, il soldato" rispose Carmaux. "Basta, conduceteci al palazzo del governo per vie fuori di mano, se è possibile."
"Attraverseremo le ortaglie" rispose don Raffaele.
"Vi fidate di costui?" chiese la fanciulla a Carmaux.
"È una nostra vecchia conoscenza" rispose il filibustiere, ridendo. "Non temete di quel coniglio."
Si misero in cammino, inoltrandosi attraverso a delle piccole piantagioni d'indaco e di cotone, che si stendevano dietro i sobborghi.
Non si scorgeva nessuno. Spagnoli e schiavi negri erano fuggiti o erano stati già catturati dai filibustieri di Morgan, che avevano spinto fino là le loro scorrerie, a giudicarlo dalle porte sfondate o sgangherate delle abitazioni e dagli ammassi di mobili fracassati, che si scorgevano sulle vie e che dovevano essere stati gettati dalle finestre.
Dopo un lungo giro, il piccolo drappello giunse sulla Plaza Mayor, dove gran parte dei corsari di Morgan vi si erano radunati.
Montagne di barili, di balle di cotone, di botti di zucchero, di farina e di altre derrate, ingombravano la piazza, che pareva fosse stata tramutata in un immenso mercato.
Parecchie centinaia di prigionieri spagnoli, scelti fra le persone più cospicue della città, si trovavano ammassati in un angolo, guardati da drappelli di corsari, armati fino ai denti.
Vedendo comparire Carmaux e Wan Stiller colla fanciulla e col piantatore, parecchi filibustieri erano mossi loro incontro gridando:
"Buona presa, Carmaux?"
"Corna di toro!... Il vecchio marinaio ha scelta una vera perla!... Dove hai scovata quella bellezza, furbone?"
"E questi è il traditore che ha fatto impiccare i nostri camerati" urlarono parecchi, circondando don Raffaele. Facciamolo ballare con una buona corda al collo!..."
"Oh!... Canaglia, non scappi più."
Venti mani si erano allungate verso il disgraziato piantatore, che pareva più morto che vivo, e stavano per afferrarlo, quando Carmaux si gettò in mezzo a loro colla spada in mano, urlando:
"Largo!... È preda mia e guai a chi la tocca!..."
"Impicchiamolo!... Lascia fare, camerata. Te lo pagheremo egualmente."
"È del capitano" ribatté Carmaux. "Me lo ha già pagato. Sgombrate! E questa fanciulla è la figlia del Corsaro Nero"
Un grido di stupore ed insieme d'ammirazione sfuggì da tutti i petti. Tutti lasciarono cadere le spade e le sciabole, e si levarono i berretti ed i cappellacci.
"La signora di Ventimiglia!" esclamarono.
La fanciulla era rimasta impassibile, e guardava fieramente quei ruvidi uomini del mare, colle ciglia aggrottate.
Fece solamente un lieve cenno col capo, vedendo i filibustieri scoprirsi rispettosamente.
"Andiamo, signora" disse Carmaux, ringuainando la spada. "Il capitano ci aspetta."
Il circolo si aperse. Carmaux e Wan Stiller si diressero verso il palazzo del governatore, dove Morgan aveva preso alloggio.
Anche colà i filibustieri avevano, secondo la loro abitudine, tutto devastato, colla speranza di trovare oro e denaro nascosti.
I mobili erano stati fracassati, le tappezzerie lacerate, i soffitti sfondati e sgretolati, e sollevate perfino le lastre di pietra dei pavimenti.
Carmaux, che conosceva il palazzo, avendo preso parte al saccheggio compiuto vent'anni prima dai filibustieri dell'Olonese, del Corsaro Nero e di Michele il Basco, condusse la fanciulla in una delle sale superiori, dicendole:
"Aspettatemi qui, signora, e tu Wan Stiller, mettiti di guardia alla porta e impedisci a tutti l'entrata. Vado a cercare il capitano."
Morgan si trovava nell'ampia sala del Consiglio coi suoi ufficiali, tutti occupati a far chiudere in casse il denaro, l'oro e le pietre preziose, frutto del saccheggio.
Vedendo entrare Carmaux, che non aveva più veduto dal mattino, ma che era stato avvertito come si trovasse sulle traccie della figlia del Corsaro Nero, gli mosse sollecitamente incontro, chiedendogli premurosamente:
"Nulla, è vero?"
"L'abbiamo trovata."
"Jolanda di Ventimiglia!..." esclamò Morgan trasalendo.
"È qui."
"Tu sei un uomo meraviglioso, Carmaux. Avrai doppia parte nella ripartizione del bottino e altrettanto avrà l'amburghese.
"Conducimi da lei."
"Un momento, mio capitano. Ho appreso un segreto sul conto del governatore di Maracaybo, che la figlia del Corsaro Nero probabilmente ignora, ma che voi dovete conoscere prima di vederla."
Morgan lo condusse in un gabinetto attiguo alla sala, chiudendo la porta.
Quando Carmaux gli ebbe narrato tutto ciò che aveva appreso da don Raffaele, lo stupore dell'almirante non ebbe più limiti.
"Il conte di Medina, figlio di Wan Guld!" esclamò. "Ecco un nemico che se somiglia a suo padre, ci darà del filo da torcere e che bisogna che cada nelle nostre mani prima che noi lasciamo Maracaybo. Quella razza è implacabile nei suoi odii. Sai dove si è rifugiato?"
"Tutti lo ignorano, capitano."
"Finché egli è libero, Jolanda di Ventimiglia avrà tutto da temere da lui, se è vero che suo padre lo ha incaricato di vendicarlo anche sui discendenti del Corsaro Nero."
Rifletté un momento, poi disse:
"Dobbiamo recarci a Gibraltar senza perdere tempo. So che la squadra spagnola è stata veduta al largo di Puerto de Chimare e potrebbe, da un momento all'altro, giungere qui ed impedirci l'uscita dalla laguna. Darò ordine ai miei d'imbarcarsi oggi stesso, veleggeremo questa sera alla volta di Gibraltar. Conducimi dalla fanciulla, mio bravo Carmaux. Sono impaziente di vederla."
Rientrarono nella sala del Consiglio. Morgan conferì per qualche minuto coi suoi ufficiali, dando gli ordini opportuni, onde prima che le tenebre scendessero, gli equipaggi, i prigionieri e le ricchezze accumulate si trovassero a bordo dei legni; poi seguì Carmaux entrando nel salotto dove si trovava la figlia del Corsaro Nero.
Appena si trovò in presenza della fanciulla, un grido gli sfuggì.
"Mi sembra di vedere in voi, signora" le disse inchinandosi galantemente "il fiero gentiluomo d'oltremare."
"Siete voi il capitano Morgan?" chiese la fanciulla con voce armoniosa, fissando sul formidabile filibustiere, che empiva ormai già il mondo delle sue audaci imprese, i suoi grandi occhi neri.
"Sì" egli rispose, "Io ero il luogotenente di vostro padre, signora."
"Morgan" disse Jolanda, senza staccare un solo istante i suoi sguardi dal fiero scorridore del mare. "Quante volte ho trovato questo nome nelle memorie lasciate da mio padre! Sapete che io ho lasciato l'Europa, per venire a chiedere la vostra protezione?"
"Contro chi, signora?" chiese il filibustiere.
"Contro il conte di Medina, che mi nega i diritti indiscutibili che io ho sull'eredità di mia madre, la duchessa Honorata Wan Guld."
"Se voi, signora, prima di salpare dai porti dell'Europa, mi aveste avvertito delle vostre intenzioni, avrei lasciata la Tortue con una flotta imponente per venirvi ad incontrare all'entrata del golfo del Messico. Sarebbe bastata la notizia che la figlia del Corsaro Nero veniva a chiedere la protezione dei Fratelli della Costa, perché tutti i filibustieri della Tortue si mettessero in mare. Vostro padre, o signora, quantunque sia scomparso da molti anni, conta ancora più amici che i più famosi corsari, me compreso."
"Sì" disse la fanciulla con un sospiro. "Mio padre aveva qui, fra gli eroi del mare, ancora molti devoti camerati."
"Signora" disse Morgan con impeto. "Vi hanno usata qualche villania gli spagnoli? Parlate e, parola di Morgan, voi ne avrete pronta vendetta."
Jolanda lo guardò a lungo in silenzio, quasi sorridendo, poi disse: "No."
"Nemmeno il governatore?"
"No."
"Eppure io so che meditava di farvi sparire."
"Farni... sparire?"
"Sì, signora."
"Per qual motivo?" chiese la fanciulla con stupore.
"Ve lo dirò in un altro momento."
"Queste parole mi sorprendono. So che il governatore insisteva perché rinunciassi in favore del governo spagnolo ai miei diritti sulle vaste possessioni che appartenevano a mia madre, dopo la morte del duca, mio nonno."
"E avete rinunciato?"
"Oh, mai!..."
"Non vi ha minacciato?"
La fanciulla parve riflettere qualche istante, poi disse:
"Mi ha parlato di vendetta, che egli era stato incaricato di compiere."
"Miserabile!" gridò Morgan. "Il giaguaro voleva ingannarvi, prima di divorarvi."
"Dite?" chiese Jolanda.
"Signora, si dice che il governatore sia fuggito a Gibraltar. In questo momento i miei uomini stanno imbarcandosi per andarlo a trovare, non potendo essere io tranquillo finché quell'uomo non sarà in mia mano. Vi offro sulla mia nave, che porta il nome glorioso e temuto della invincibile Folgore che comandava vostro padre, un posto. Mi seguirete voi? Sarete sotto la protezione della bandiera dei Fratelli della Costa e nessuno potrà giungere fino a voi, se prima non ci avranno distrutti dal primo all'ultimo. Accettate?"
"Ho fede nella lealtà dei filibustieri, compagni di mio padre" rispose la fanciulla. "Capitano Morgan, io appartengo alla filibusteria."
"Venite, signora, e si provino gli spagnoli a strapparvi agli scorridori del mare della Tortue."

CAPITOLO DECIMO

Il sacco di Gibraltar

La sera stessa, la flotta corsara abbandonava Maracaybo, non lasciando in città che una piccola partita di filibustieri, incaricati di scovare gli abitanti, che dovevano trovarsi ancora in buon numero nascosti nei boschi dei dintorni, e di sorvegliare l'entrata della laguna, onde le navi spagnole già segnalate non chiudessero il passo.
Morgan sperava, come già avevano fatto diciassette anni prima il Corsaro Nero, l'Olonese ed il Basco, di sorprendere Gibraltar e di averla in sua mano senza troppa resistenza.
Sapeva che la città era risorta più bella e più ricca, in quel periodo di calma relativamente lungo e che gli spagnoli l'avevano fortificata. Era quindi quasi certo che il conte di Medina avesse trovato colà un rifugio, non essendovene altri di considerevoli, in quell'epoca, in tutta la vasta laguna di Maracaybo.
A mezzanotte, la flotta, forte di sette navi, avendone lasciata una ai filibustieri rimasti a terra, si trovava già in mezzo al lago, avendo il vento favorevole e muoveva velocemente verso la baia de la Mochila, sulle cui rive sorgeva la città!
Morgan, come al solito, guidava in persona la sua nave, essendo più pratico di quei bassifondi. Era d'altronde un uomo a cui bastava qualche ora di riposo per rimettersi completamente, tanto era gagliarda la sua fibra.
Carmaux e Wan Stiller, che erano, si può dire, i suoi aiutanti di campo e che godevano la sua completa fiducia, gli tenevano compagnia, fumando dei grossi sigari spagnoli e chiacchierando fra di loro.
La notte, abbastanza chiara, quantunque la luna mancasse, permetteva alla flotta di tenersi al largo dalle numerose isole che ingombravano allora, molto più di adesso, la laguna. I piloti d'altronde, seguivano perfettamente la rotta della nave ammiraglia, mantenendosi su una sola linea, non essendo tutti pratici di quelle acque, che nascondevano banchi e bassifondi in gran numero.
Cominciava ad albeggiare, quando la flotta giunse in vista delle coste verdeggianti de la Mochila. Qualche lume si discerneva sull'orizzonte, ancora piuttosto fosco, annunciante l'entrata del piccolo porto di Gibraltar.
"Carmaux" disse Morgan, che non aveva lasciato, durante tutta la notte, la ribolla del timore. "Ti ricordi ancora del porto?"
"Sì, mio capitano, quantunque siano trascorsi ormai tanti anni."
"Dobbiamo governare a levante?"
"Con una quarta a greco."
"Il tuo piantatore ti ha detto di quali mezzi di difesa può disporre la guarnigione?"
"Quel povero diavolo da ieri mi sembra assolutamente imbecillito e non ha saputo dirmi nulla."
"L'hai imbarcato con noi?"
"Si trova nella mia cabina. È stato a pregarmi d'imbarcarlo, mentre io avrei fatto a meno di quel poltrone, che non ha ormai più alcun valore per noi."
"Forse t'inganni, mio bravo Carmaux. Può diventare ancora un uomo prezioso, essendo uno dei notabili di Maracaybo e conoscendo il governatore. Ho più fiducia in lui, che in tutti gli altri prigionieri."
"Colla paura che lo ha preso, mi pare che non valga più d'un negro. Si è fisso in capo che quel capitano Valera si sia accorto che è stato lui a guidare me e Wan Stiller al monastero e trema continuamente per la sua pelle."
"Lo lasceremo andare senza riscatto."
"Se avrà il coraggio di andarsene" disse l'amburghese, ridendo.
"Va a svegliarlo" disse Morgan.
Wan Stiller vuotò la pipa e pochi istanti dopo tornava in coperta, spingendosi innanzi il piantatore.
Il povero uomo pareva che fosse diventato veramente un imbecille. Si vedeva perfino troppo evidentemente che non era mai stato un uomo di guerra.
"Io ho ancora un vecchio conto da saldare con voi" gli disse Morgan, quando se lo vide dinanzi. "Direttamente od indirettamente voi foste la causa dell'impiccagione dei marinai che vi scortavano Non ve l'ho perdonato, come forse speravate."
"Ah, signore" gemette il povero diavolo. "Voi credete ancora che..."
"Basta: ho bisogno di voi."
"Ancora? Allora uccidetemi."
"Vi farò impiccare, se lo desiderate, ma più tardi. Conoscete Gibraltar?"
"Sì, signore."
"Vi mando colà come mio parlamentario."
"Io sono un povero piantatore, senza influenza alcuna."
"Ve la procureremo noi l'influenza che vi manca" disse Morgan, con accento secco "appoggiata dai novantasei cannoni della nostra squadra."
"E se mi uccidessero invece?"
"Sapremo vendicarvi."
"Magro compenso" brontolò don Raffaele. "Se mi trova non mi risparmierà!"
"Chi?"
"Il capitano Valera."
"Tanta paura avete di quell'uomo?"
"È l'anima dannata del conte di Medina."
"È impossibile che voi lo troviate a Gibraltar" disse Carmaux. "Io sono certo che è rimasto nascosto nei sotterranei del monastero..."
"Uhm!" fece il piantatore, crollando il capo. "Non lo conoscete."
"Orsù, finitela colle vostre paure" disse Morgan. "Voi porterete al governatore di Gibraltar un mio messaggio, che ho già scritto, col quale invito la guarnigione e la popolazione a consegnarmi il conte di Medina, sotto pena, in caso di rifiuto, di distruggere la città da cima a fondo. E voi sapete che Morgan ha sempre mantenute le sue promesse."
"E se non fosse ancora giunto, signore?" chiese don Raffaele.
"M'indicheranno dove si è rifugiato. Io d'altronde sono convinto che egli si trova già in quella città. Carmaux, fa' armare una scialuppa con dodici filibustieri, onde conducano quest'uomo a terra. Non siamo che a sei miglia dalla costa, e se alle dieci non riceveremo risposta, parola di Morgan, la popolazione si ricorderà per lunghi anni di me e dei filibustieri delle Tortue. A voi la lettera e v'auguro buona fortuna, don Raffaele."
"E se anche il governatore di Gibraltar facesse impiccare i vostri uomini?" chiese il piantatore.
"Ci saremo noi a proteggerli colle nostre artiglierie. D'altronde, sbarcherete solo voi. Andate."
Il filibustiere mise la nave attraverso il vento, onde permettere di calare in mare la scialuppa, poi, quando la vide allontanarsi, segnalò alle navi della squadra di stringere la fila e di entrare in porto.
Cosa appena credibile: gli spagnoli di Gibraltar, pur sapendo che i corsari si erano impadroniti di Maracaybo ed avendo già provati gli orrori del saccheggio commessi dall'Olonese, non aveva presa misura alcuna per opporre una lunga difesa, sicché alle sette del mattino le sette navi di Morgan poterono entrare tranquillamente nella piccola baia e gettare le àncore dinanzi alle mura ed ai fortini che si prolungavano lungo le rive della laguna.
La scialuppa, dopo d'aver sbarcato don Raffaele, era tornata a bordo della Folgore, senza essere stata disturbata, però pareva che gli spagnoli, quantunque molto meno numerosi di quelli di Maracaybo, si preparassero alla difesa, vedendoli piazzare le artiglierie di fronte alla squadra e coronare le cime degli spalti e le merlature dei castelli.
Morgan, dopo aver fatto disporre i suoi corsari ai posti di combattimento e d'aver fatto calare in acqua, bene armate con petrieri, tutte le scialuppe, si era seduto tranquillamente su un mucchio di cordami, sull'alto castello di prora della sua nave, aspettando la risposta del governatore.
Jolanda di Ventimiglia, che aveva lasciata la sua cabina, appena ricevuto l'annuncio che la flotta si preparava ad assalire la città, si teneva presso di lui, appoggiata alla murata di babordo, guardando, senza manifestare alcun timore, le artiglierie nemiche che minacciavano la squadra.
Aveva indossato un elegante vestito di seta nera con ricami e trine, il colore preferito da suo padre, che faceva risaltare doppiamente il pallore alabastrino del suo viso.
Non portava nessun gioiello. Solo una fila di perle azzurre, che dovevano avere un valore immenso per la loro tinta, era annodata intorno alla lunga capigliatura nera che portava sciolta sulle spalle.
Pareva che non facesse attenzione al formidabile corsaro, mentre invece, di quando in quando, di sfuggita, i suoi occhioni neri si fissavano rapidamente su di lui.
Quasi come sentisse la penetrazione di quegli sguardi, anche il filibustiere usciva bruscamente dalla sua apparente tranquillità e alzava il capo, girandolo verso la fanciulla.
Era già una mezz'ora che la flotta aveva gettate le àncore, senza che gli spagnoli nulla avessero tentato, quando un colpo di cannone rimbombò sulla più alta cima dei castelli, seguíto dal ben noto fischio rauco del proiettile.
La palla andò a spaccare la dolfiniera del bompresso e scheggiò la cima della polena, passando poi fra Morgan e la fanciulla.
"Ci salutano, capitano" disse Jolanda, volgendosi verso il filibustiere, che era balzato in piedi, pallidissimo.
"Ho tremato per voi" disse Morgan, gettandosi prontamente dinanzi alla fanciulla, per farle scudo col proprio corpo. "Discendete: gli spagnoli ci mirano."
"Non vi spaventate, capitano" rispose Jolanda. "Mio padre non temeva certo le palle nemiche."
"Qui fra poco cadrà piombo e ferro, signora. Vi prego, ritiratevi."
Un altro colpo di canone era partito da uno degli spalti e la palla era passata sopra le loro teste, mandando in ischegge l'argano prodiero.
Morgan aveva afferrata la fanciulla per un braccio, traendola sulla tolda.
"Gli spagnoli pagheranno cari questi due colpi di cannone, sparati forse più contro di voi che su di me. Essi sanno di certo, a quest'ora, che voi siete con noi. Nella vostra cabina, signora di Ventimiglia."
"Quando assalirete la città, mi avvertirete?" chiese la fanciulla.
"Ecco il buon sangue del Corsaro Nero" disse Morgan, guardandola con ammirazione. "Voi siete degna d'essere la figlia del più prode campione della filibusteria."
La condusse fino al quadro di poppa, mentre le navi della squadra facevano tuonare i cannoni e le scialuppe s'empivano di combattenti per assalire i castelli.
"A noi, ora" disse Morgan, salendo sul ponte di comando. "Rispondete alla mia intimazione col ferro, e ferro e fuoco avrete, finché vorrete. Artiglieri!... Fuoco di bordata!"
Le sette navi avevano già cominciato a rispondere, con un crescendo spaventevole, tempestando gli spalti e le merlature dei castelli con uragani di bombe, mentre le scialuppe prendevano rapidamente il largo, montate da duecento bucanieri, che erano i bersaglieri della flotta.
La fregata di Morgan specialmente, avvampava come un cratere in piena eruzione, tirando delle tremende fiancate, che aprivano degli squarci considerevoli nelle muraglie non troppo resistenti della città.
La nave, non ostante la sua mole, trabalzava sotto quelle formidabili scariche, come se fosse lì lì per aprirsi, ed il rombo si ripercuoteva con tale intensità nella stiva e nelle corsìe, che gli artiglieri non riuscivano a comprendersi.
Gli spagnoli avevano dapprima risposto con molto vigore, ma dopo alcune scariche, cominciarono a rallentare.
Vedendo avanzarsi le scialuppe, volsero contro quelle le loro artiglierie, sparando a mitraglia, ma i filibustieri avevano dei piloti così destri, che assai di rado gli equipaggi, che le montavano, venivano colpiti. I pezzi avevano appena fatto fuoco, che le imbarcazioni viravano con fulminea velocità, gettandosi fuori dal campo di tiro.
L'abilità di quegli uomini e soprattutto l'esattezza matematica del fuoco dei bucanieri, i quali di rado mancavano ai loro colpi, non tardarono a sconcertare i difensori ed a persuaderli che la resistenza era ormai vana.
Ed infatti le prime baleniere erano appena sotto le muraglie, che si videro gli spagnoli sgombrare rapidamente gli spalti e le merlature e fuggire all'impazzata verso la città, senza nemmeno inchiodare le loro artiglierie.
Anche gli abitanti, erano già scappati, per mettersi in salvo nelle foreste foltissime, che circondavano il lago; troppo tardi però per sfuggire ai filibustieri, una partita dei quali si era gettata verso le savane, per tagliare loro il passo.
In meno di mezz'ora, i terribili scorridori del golfo del Messico si erano resi padroni della città, dei castelli, delle artiglierie e dei magazzini delle armi.
Furibondi per la resistenza trovata e anche per le perdite subìte, che erano state più considerevoli che nell'impresa di Maracaybo, quei predoni si erano abbandonati al saccheggio.
Morgan, come aveva già fatto a Maracaybo, si era subito precipitato del palazzo del governo, colla speranza di sorprendervi il conte di Medina, ma vi era giunto quando ormai tutti erano fuggiti.
"È una vera sfortuna" disse Carmaux a Wan Stiller. "Anche qui giungiamo quando quelli che cerchiamo hanno già sloggiato. Che quel dannato conte sia un diavolo simile a suo padre? Te ne ricordi, amburghese, come il duca di Wan Guld sfuggì al Corsaro Nero, quando cercammo di catturarlo prima a Maracaybo e poi qui?"
"Tuoni d'Amburgo!" esclamò Wan Stiller. "Si direbbe che la medesima istoria si ripete senza nessuna variante. Dove sarà fuggito quel maledetto conte?"
"Non siamo ancora certi che si sia rifugiato qui."
"Se potessimo trovare don Raffaele."
"Ci pensavo in questo istante. Quel sornione, che finge non saper mai nulla, finisce sempre col conoscere mille cose."
"Purché non l'abbiano impiccato! Tu sai che i governatori spagnoli non sono mai stati troppo teneri pei loro amministrati."
"Mi rincrescerebbe" disse Carmaux, "se avesse fatta una tale fine. Non la meritava."
"Orsù, che cosa facciamo? È inutile ostinarsi a rimanere qui, ora che gli uccelli sono scappati. Lasciamo agli altri l'incarico di frugare le cantine ed i solai. Il governatore ed i suoi ufficiali non saranno stati così sciocchi da nascondersi in questo palazzo. Cerchiamo anche noi di saccheggiare qualche casa."
"Preferisco una cantina" disse Carmaux. "Mi ripugna rubare, e poi il Corsaro Nero ci ha compensati a sufficienza, per aver bisogno di qualche mezzo migliaio di piastre."
"Invecchi, compare" disse l'amburghese, ridendo.
"È per questo che preferisco ora la bottiglia."
"Vada per la cantina, dunque. Non ne mancheranno a Gibraltar."
I due filibustieri si presero sotto braccio e s'allontanarono, senza più occuparsi dei loro camerati che si preparavano a far scontare orribilmente, a quei disgraziati abitanti, la breve resistenza opposta.
Avevano già percorse tre o quattro vie, tenendosi lontani dalle case, per non ricevere sul capo i mobili che venivano lanciati dalle finestre, assordati dagli spari che echeggiavano in tutte le direzioni e dalle urla strazianti degli abitanti, che venivano terrorizzati in tutti i modi e anche tormentati, onde confessassero i luoghi ove avevano nascosti i loro tesori, quando su una piazza s'imbatterono in un gruppo di filibustieri che schiamazzavano a piena gola.
"È preso!... È preso!..."
"Getta una corda su quel palmizio!..."
"Non ci scappi più."
"Facciamo dondolare la botte!..."
"E spilliamola per vedere se è piena di vino o di sangue!..."
"Chi hanno preso?" chiese l'amburghese.
"Il governatore di Maracaybo forse!" esclamò Carmaux.
"Accorriamo, compare!..."
I filibustieri, che pareva si divertissero come una banda di collegiali in vacanza, avevano formato circolo intorno ad uno dei palmizi che ombreggiavano la piazza, ed uno di loro erasi arrampicato fino alla cima, gettando ai compagni una fune, che terminava in un nodo scorsoio.
"Ohè!... Issa la botte!..." avevano gridato quelli che stavano abbasso.
Un urlo straziante, che fece balzare innanzi, con maggior velocità, Carmaux e Wan Stiller, si udì, poi un corpaccio grosso veramente come una botte s'alzò fra quel gruppo d'uomini, agitando pazzamente le braccia e le gambe.
Era l'impiccato, che veniva tirato in aria.
"Tuoni d'Amburgo!" urlò Wan Stiller, sguainando la sua draghinassa. "Don Raffaele!".
In pochi slanci furono addosso ai filibustieri che ridevano a crepapelle, vedendo le smorfie che faceva il povero piantatore e sfondarono impetuosamente il circolo, mandandone parecchi a gambe levate.
"Ferma!... Ferma!..." tuonò Carmaux, alzando minacciosamente la sua spada.
L'amburghese, che era molto più alto del compagno, con un colpo di draghinassa aveva tagliata la corda ed aveva ricevuto fra le braccia don Raffaele, che era già diventato paonazzo e che aveva cacciato fuori mezzo palmo di lingua.
L'atto di Wan Stiller e l'aria minacciosa di Carmaux, avevano prodotto un effetto così profondo sui corsari, che nessuno si era mosso per impedire che il povero piantatore venisse salvato. Solo uno di loro, forse più seccato degli altri di essere privato di quel divertimento, s'alzò dinanzi a Carmaux, dicendogli con accento irritato:
"Hai proprio giurato di proteggere sempre quel pappagallo? Per la seconda volta ce lo strappi dalle mani e cominciamo a perdere la pazienza."
"Saresti capace di ripetere queste parole in presenza del capitano Morgan?" gli chiese Carmaux, muovendogli incontro.
Il corsaro fece una smorfia, che fece scoppiare dalle risa i suoi compagni.
"Andatevene dunque" disse Carmaux. "E l'ordine."
Poi i filibustieri, che sapevano che con Morgan non vi era da scherzare, e l'amburghese e Carmaux godevano la piena confidenza del capo, si sbandarono in varie direzioni, lasciandoli soli.
"Come va don Raffaele?" chiese Carmaux al piantatore, a cui l'amburghese faceva inghiottire alcuni sorsi d'aguardiente.
"È meglio che mi uccidiate, signori" rispose il disgraziato. "Ormai sono un uomo finito."
"Con tutta quella polpa che avete indosso! Eh via, don Raffaele! State meglio di noi."
"Se non mi uccidete voi, lo faranno gli altri."
"No, perché noi vi proteggiamo. Avete veduto il conte di Medina?"
"No, e credo che non sia venuto qui, ne sono certo. Perderete inutilmente il vostro tempo, se vorrete cercarlo."
"E il governatore della città?"
"Fuggito anche lui, signore, dopo le prime cannonate e dopo d'avermi fatto anche bastonare."
"Voi? E perché?"
"Perché gli ho portata la lettera del capitano Morgan. Ho le ossa tutte rotte. Maledetti galli!... Senza quella lotta, non mi avreste preso e non avrei dovuto sopportare tante disgrazie."
"Vi abbiamo fatto guadagnare un bel gruzzolo di piastre e vi lagnate ancora" disse Wan Stiller, ridendo. "Ecco la riconoscenza degli uomini!..."
"Venite, don Raffaele" disse Carmaux. "Vi faremo passare lo spavento con un paio di bottiglie d'Alicante, di quello che tanto vi piace. Il mio camerata saprà scovare qualche cantina."

CAPITOLO UNDICESIMO

Fra il forte e la squadra spagnola

Per sei settimane, i filibustieri di Morgan si fermarono in quella disgraziata città, tormentando gli abitanti per far loro confessare dove tenevano nascosti i loro tesori e frugando i boschi e le savane, colla speranza di scoprire il governatore di Maracaybo.(2)
La taglia di cinquemila piastre promessa da Morgan a chi riusciva a prenderlo, era stato uno dei motivi principali per cui i filibustieri si erano accaniti contro la popolazione, sperando di strappare qualche confessione sul rifugio scelto dal conte di Medina, ma tutto era stato vano.
La notizia recata da alcuni corsari lasciati in Maracaybo, che gli spagnoli avevano rioccupato e riattato il forte della Barra e che tre grosse fregate, al comando d'un ammiraglio, erano improvvisamente comparse all'entrata della laguna, coll'incarico di distruggere la squadra corsara, decise finalmente i filibustieri a lasciare Gibraltar, dove d'altronde non vi era ormai più nulla da saccheggiare.
Non soddisfatti però del bottino accumulato, si fecero promettere dagli abitanti un riscatto di cinquantamila piastre, che doveva essere pagato a Maracaybo, minacciando in caso di rifiuto di tornare per incendiare e distruggere da capo a fondo la città.
Lo stesso giorno i corsari salpavano, portando con sé i notabili che dovevano rimanere in ostaggio come garanzia del versamento promesso.
Erano però tutti inquieti per le notizie ricevute dai loro camerati di Maracaybo e anche Morgan pareva che fosse un po' scosso.
Non li preoccupava il riattamento e l'armamento del forte della Barra, bensì l'arrivo della squadra spagnola, composta di navi d'alto bordo, armate ognuna di sessanta cannoni e montate da forti equipaggi.
Che cosa avrebbe potuto fare la squadra, composta quasi tutta di caravelle relativamente piccole, assai vecchie e malamente armate? Solo la fregata di Morgan avrebbe potuto impegnare la lotta e anche quella con nessuna probabilità di vittoria.
"Che cosa farete, signor Morgan?" chiese Jolanda, quando il filibustiere scese nel quadro per informarla della gravità della situazione.
"Non lo so ancora" rispose il filibustiere "ma noi non ci arrenderemo di certo e ci difenderemo finché rimarrà sulle nostre navi un solo uomo ed una sola carica di polvere."
"Se vi prendessero, che cosa vi farebbero gli spagnoli?"
"Ci impiccherebbero, senza misericordia."
"E quale sarebbe la mia sorte?"
Morgan guardò la fanciulla, che gli aveva rivolta quella domanda con una voce assolutamente tranquilla, come se la cosa quasi non la riguardasse.
"Signora," disse il filibustiere "non siete ancora nelle loro mani, e per impossessarsi di voi, bisognerebbe che passassero prima sul corpo di noi tutti."
"E se gli spagnoli l'avessero piuttosto con me che con voi? Sapete a che cosa pensavo in questo momento?"
"A chi?"
"Al conte di Medina."
"Al governatore di Maracaybo?"
"Io sono quasi certa che sia stato lui a far giungere la squadra spagnola per riavermi in sua mano."
"Ciò è possibile, signora. Quell'uomo ha infatti molto interesse a tenervi prigioniera. Ci tiene ai milioni di vostro nonno; se così non fosse non avrebbe mandato due fregate alle piccole Antille, per aspettare la nave che vi conduceva in America."
"È il governo spagnolo che vuole privarmi dell'eredità materna, o lui?"
"Lui, signora."
"Non ha diritti da vantare sulle possessioni lasciate dal duca, mio avo."
"Ne siete ben certa?" chiese Morgan. "Non vi ha detto nulla, quando vi condussero in sua presenza?"
"Mi ha solamente invitata a firmare la rinuncia dei miei beni posseduti nel Venezuela ed a Panama" rispose Jolanda.
"Con quale pretesto?"
"Che mi erano stati sequestrati dal vice re di Panama, per risarcire le popolazioni danneggiate dalle scorrerie fatte da mio padre e dai suoi saccheggi."
"Miserabile!" esclamò Morgan. "Tutti, gli spagnoli compresi, non ignoravano che vostro padre non volle mai una sola piastra fruttata dalle imprese dei corsari. Egli possedeva nella sua patria castelli e terre sufficienti per non averne bisogno, e lasciava la sua parte, che gli spettava per diritto di conquista, ai suoi marinai.
"Non avete alcun sospetto di chi possa essere quel conte?"
"Perché mi fate questa domanda, signor Morgan?" chiese la fanciulla con sorpresa.
"Desideravo saperlo."
"È uno spagnolo, che forse odiava mio padre più degli altri."
Morgan tacque per qualche istante, facendo il giro del salotto, poi chiese:
"Quando vostro padre morì da eroe sulle Alpi, combattendo contro lo straniero, chi s'incaricò di voi?"
"Una mia lontana parente."
"Non vi siete mai accorta che attorno a voi si esercitasse una certa sorveglianza?"
Jolanda, a quella domanda era rimasta muta, interrogando cogli sguardi il corsaro.
Ad un tratto si batté la fronte colla mano, dicendo:
"Fritz..."
"Fritz!..." esclamò Morgan. "Chi era costui?"
"Un fiammingo, venuto non so da dove, che la mia parente aveva preso ai suoi servigi e che non mi lasciava un solo istante."
"Vecchio o giovane?"
"Aveva allora trent'anni."
"Quando lasciaste l'Europa, vi accompagnò?"
"Sì, capitano."
"Che cosa è avvenuto di quell'uomo?"
"Non lo so. Scomparve dopo l'abbordaggio dato alla nave olandese che mi conduceva in America. È morto nel combattimento o fu fatto prigioniero, io non lo so."
"Ecco il traditore" disse Morgan.
"Perché?"
"Deve essere stato lui ad informare il governatore di Maracaybo della vostra partenza per l'America."
"Voi dunque credete?..."
"Io dico che quell'uomo ve lo aveva messo a fianco il conte di Medina."
"Tanto interesse aveva il governatore a sorvegliarmi?"
"Più di quello che credete, signora" disse Morgan. "Un giorno ne saprete di più. Se però gli spagnoli pensano di riprendervi, ora che siete sotto la protezione dei Fratelli della Costa, s'ingannano. Ah!... Vengono a chiudermi il passo con tre vascelli d'alto bordo!... Ebbene, noi la vedremo. Vivete tranquilla, signora di Ventimiglia. L'antico luogotenente di vostro padre, mette la sua spada a vostra disposizione."
Morgan, così parlando, cosa strana, si era animato, ciò che accadeva ben di rado in un uomo del suo carattere, piuttosto chiuso e freddo.
Lasciò il quadro e risalì in coperta, più preoccupato però di quello che realmente sembrasse.
Le navi della squadra veleggiavano in gruppo, come se temessero da un momento all'altro la comparsa dei tre formidabili vascelli spagnoli, che ormai sapevano lancianti sulle loro tracce.
Stringevano soprattutto il vento, per tenersi ben presso la fregata di Morgan, come uno stormo di pulcini che non si sentono sicuri che presso la chioccia.
Gibraltar da parecchie ore era ormai scomparsa ed il vento le spingeva rapidamente verso Maracaybo.
"Ebbene, capitano?" chiese Carmaux, abbordando Morgan che passeggiava sul ponte di comando.
"Che cosa vuoi, vecchio mio?"
"Come ce la caveremo?"
"Ti ricordi di Puerto Limon?" chiese ad un tratto Morgan, fermandosi dinanzi a lui.
"Come fosse ieri, comandante."
"Come ha fatto il Corsaro Nero a sbarazzarsi delle navi spagnole, che gli chiudevano il passo?"
"Ha preparato un buon brulotto pieno di zolfo e di pece e lo ha mandato contro di loro."
"E il risultato?"
"Una nave incendiata e l'altra in pericolo."
"E noi faremo lo stesso" rispose Morgan. "Vi è la Caramada, che non vale cinquemila piastre, compresi i suoi dodici cannoni.
"La trasformeremo in un brulotto e la scaraventeremo contro le navi spagnole. Tutto finirà bene, mio vecchio Carmaux: lo vedrai."
"Abbiamo la figlia del Corsaro Nero e non possiamo ridarla nelle mani degli spagnoli. Io sono pronto a dare la mia vecchia pelle per quella fanciulla."
"Ed io a dannare anche la mia anima" rispose Morgan, con accento così caldo che fece alzare il capo al vecchio marinaio. Poi, quasi si fosse pentito di aver detto troppo, aggiunse con un accento freddo: "Faremo quello che potremo." E riprese la sua passeggiata, con un passo però più agitato di prima, borbottando: "Sì, quello che potremo."
Alla mezzanotte, la squadra, che aveva avuto il vento sempre favorevole, giungeva dinanzi a Maracaybo, accolta con grida di giubilo dalla piccola guarnigione che vi aveva lasciata.
Disgraziatamente le notizie recate a bordo da essi erano poco incoraggianti. Il forte della Barra era stato munito formidabilmente di nuove artiglierie, durante quelle sei settimane e occupato da una forte guarnigione, e le navi spagnole non avevano lasciati i loro ancoraggi in attesa di dare ai corsari una terribile e decisiva battaglia.
La via era chiusa, per riguadagnare il mare dei Caraibi, e una lotta era impossibile ad evitarsi.
Morgan, che non si sentiva in grado di assalire le grosse navi spagnole, prese nondimeno e senza esitare il suo partito, colla speranza di spaventare i nemici e deciderli a lasciarlo andare.
Fece scendere in una scialuppa alcuni prigionieri, scelti fra i più influenti e la stessa notte li mandò all'ammiraglio spagnolo, intimandogli di lasciargli sgombra la ritirata, se voleva evitare la distruzione della città ed il massacro di tutti gli ostaggi che aveva a bordo.
L'alba non era spuntata, che i messaggieri tornavano scoraggiati a bordo, recando la notizia che l'ammiraglio avrebbe pagato il riscatto chiesto con delle palle di cannone e che si sarebbe ritirato solamente dopo la restituzione del bottino preso nelle due città e di tutti i prigionieri, gli schiavi negri compresi e soprattutto della signora Jolanda di Ventimiglia.
Udendo quelle pretese, soprattutto l'ultima, un terribile scoppio d'ira si era manifestato fra gli equipaggi della squadra. Tutto, piuttosto che rendere la figlia del Corsaro Nero; questo era stato il grido che era echeggiato su tutte le navi.
Morgan aveva subito chiamato a bordo della Folgore i vari comandanti, dicendo loro:
"Volete voi accettare la vostra libertà, col sacrificio del vostro bottino e della signora di Ventimiglia, o difendervi?"
La risposta, a nome di tutti, la diede Pierre le Picard, che, dopo Morgan, era quello che godeva maggior influenza fra i filibustieri.
"Preferiamo farci uccidere dal primo all'ultimo, piuttosto che rendere la figlia del Corsaro Nero. I Fratelli della Costa mai si macchieranno d'una simile viltà."
Avendo però riflettuto meglio alle forze imponenti di cui disponeva l'ammiraglio spagnolo, decisero di mandargli altri messaggeri, coll'incarico di dirgli che avrebbero abbandonato Maracaybo senza distruggerla, che abbandonavano il pensiero di esigere un riscatto e che si offrivano di mettere in libertà tutti gli ostaggi e metà degli schiavi e dei prigionieri di Gibraltar.
Non vedendo giungere risposta alcuna e sospettando che gli spagnoli cercassero di guadagnar tempo, per avere qualche altra nave di rinforzo, Morgan decise di agire senza ritardo e di sorprendere la flotta avversaria.
Aveva già messi gli occhi sulla Caramada, che era una delle più grosse, ma anche delle più vecchie navi della squadra, e che poteva prestarsi ottimamente per farne un brulotto fiammeggiante da lanciare fra le navi spagnole.
Fece asportare quanto poteva avere valore, poi fece riempire la nave di zolfo, di pece, di bitume, di grassi e di legnami resinosi, onde, da un momento all'altro, prendesse fuoco da prora a poppa, poi fece collocare sulla coperta dei fantocci con cappellacci alla filibustiera, che volevano rappresentare uomini, e piantare sulla ribolla del timone il grande stendardo d'Inghilterra, onde far credere agli spagnoli che quella fosse la nave ammiraglia.
Sei giorni furono impiegati in quei preparativi, durante i quali l'ammiraglio spagnolo, che si credeva ormai sicuro di tenere in suo potere i corsari, non diede segno di vita, mentre avrebbe potuto facilmente piombare sulla squadra, sgominarla e affondarla senza troppa fatica.
Verso il tramonto del settimo giorno, Morgan, dopo d'aver fatto giurare ai suoi uomini di non chiedere grazia fino all'ultimo sospiro, diede il segnale della partenza.
La nave-brulotto, che era montata da un pugno d'uomini scelti fra i più valorosi, apriva la marcia con tutte le vele sciolte, per meglio mascherare i fantocci della coperta.
La seguiva a breve distanza la fregata di Morgan, poi venivano le altre navi su due colonne.
Una profonda ansietà regnava su tutti i ponti, poiché nessuno ignorava che se il colpo non riusciva era la fine di tutti.
Morgan, al momento di muoversi, era sceso nel quadro dove Jolanda si trovava.
"Signora" le disse con una certa emozione. "Noi stiamo per giuocare una partita disperata, forse la più tremenda di quante io ne abbia impegnate cogli spagnoli. Checché succeda non lasciate il quadro. Se la nave affonderà all'ultimo momento mi troverete al vostro fianco."
"Signor Morgan" rispose la fanciulla, alzando su di lui i suoi begli occhi, "voi potreste risparmiare questa battaglia che può costare tante vite umane. Me soprattutto che gli spagnoli vogliono: cedetemi a loro. Sono una donna e non mi faranno alcun male."
"Mai, signora. I filibustieri sono pronti a dare la loro vita per la figlia di colui che fu il più grande eroe del mare. E poi, signora, correreste più pericoli voi che noi."
"Io?..." chiese Jolanda con stupore. "Sono i miei possessi che vogliono e non già la mia vita. Se li prendano dunque e dirò, come mio padre, che ho in Piemonte abbastanza terre e castelli, per farne a meno di quelli che possedeva qui mio nonno."
"Se si trattasse solamente di questo, signora" disse Morgan, "non avrei esitato, col vostro consenso, ad aprire trattative coll'ammiraglio spagnolo, ma c'è ben d'altro che voi ignorate. Volete un consiglio? Guardatevi dal governatore di Maracaybo, dal conte di Medina, perché quell'uomo cercherà di farvi tutto il male possibile."
"Per quale motivo? Io non l'ho mai veduto prima del mio arrivo in America."
"È un segreto, che per ora non vi posso svelare. Addio signora, e se le palle mi risparmieranno, ci rivedremo dopo la battaglia. Ecco il cannone che comincia a tuonare. Pregate per le nostre armi."
Ciò detto, Morgan si slanciò verso la scala, che metteva sul ponte, gridando:
"Pronti per l'abbordaggio, miei prodi!..."
Il brulotto non si trovava allora che a mille passi dalle navi spagnole, le quali stavano salpando le àncore, per dare addosso alla squadra.
Erano tre grosse fregate di sessanta cannoni ciascuna, dai bordi altissimi ed il castello pure assai alto, già pieno d'armati.
Le navi filibustiere, eccettuata la fregata di Morgan, facevano una ben meschina figura, di fronte a quei poderosi colossi.
Pareva però che gli spagnoli, confidando nelle proprie forze, non avessero troppa fretta di muoversi, né di aprire il fuoco.
La sola nave ammiraglia era stata lesta a salpare le àncore, e si dirigeva verso il brulotto per tagliargli il passo.
Cosa appena credibile: invece di far tuonare i suoi sessanta cannoni, che sarebbero stati più che sufficienti per mandarlo a fondo in pochi minuti, tanto più che, come abbiamo detto, Morgan aveva resa la Caramada un puro scheletro, gli muoveva addosso per abbordarlo!...(3)
Era quello che desideravano i filibustieri, i quali stentavano a credere d'aver tanta fortuna.
"Tuoni d'Amburgo!..." esclamò Wan Stiller, che dal castello della Folgore seguiva attentamente la marcia del brulotto. "Quegli spagnoli sono pazzi!..."
"Fanno a meraviglia il nostro giuoco, compare" disse Carmaux, che gli stava presso. "Fra poco vedremo un bel fuoco!..."
La distanza fra il brulotto e la nave ammiraglia scemava a vista d'occhio, e nessuna cannonata partiva ancora dall'enorme nave.
Solo le altre due cominciavano a sparare qualche colpo sulla squadra, maltrattandola abbastanza gravemente.
I marinai della Caramada, nascosti dietro le murate, colle torce accese, aspettavano in silenzio.
Ad un tratto il pilota, che stava semi-coperto sotto il grande stendardo inglese, vedendo la nave ammiraglia di traverso, con un colpo di ribolla le cacciò il bompresso fra le sartìe, urlando:
"Fuoco!... Date fuoco!... E gettate gli arponi d'arrembaggio!..."
I dieci o dodici uomini, che montavano la Caramada, scagliarono le torce fra i cumuli di zolfo, di bitume e di pece, che si trovavano dispersi per la coperta fra il legname resinoso, che ingombrava la stiva, lanciarono poscia i grappini d'abbordaggio fra le griselle della fregata; quindi, approfittando dello stupore degli spagnoli, si gettarono in acqua, raggiungendo a nuoto la scialuppa che si trovava dietro la poppa e recidendo la fune che la tratteneva.
Una fiammata immensa, prodotta dall'esplosione di alcuni barili di polvere, nascosti fra le materie infiammabili, s'alzò sulla Caramada, investendo la velatura ed il sartiame della nave ammiraglia e costringendo gli uomini che si trovavano sulle murate, pronti a respingere il temuto abbordaggio, a fuggire.
Una luce intensa illuminava il mare e le navi. Il brulotto ardeva come uno zolfanello e con lui l'ammiraglia, la cui alberatura era ormai tutta in fiamme.
Un urlo immenso era echeggiato fra i filibustieri:
"Avanti, Fratelli della Costa!... Addosso!..."
Mentre le navi minori investivano l'ammiraglia, cannoneggiandola furiosamente, per impedire agli spagnoli di spegnere l'incendio, Morgan si era gettato addosso ad un'altra nave, la più grossa della squadra, tempestandola coi suoi quaranta cannoni.
La terza aveva già ai fianchi le due navi della riserva, che erano le meglio armate dopo la Folgore, e montate per la maggior parte da bucanieri, quegli impareggiabili tiratori, che non avevano rivali al mondo e che con ogni palla uccidevano.

CAPITOLO DODICESIMO

"All'abbordaggio, figli del mare!"

La battaglia si era impegnata con furore d'ambe le parti, fra grandi clamori e un rimbombo assordante, essendovi su tutte quelle navi più di trecento pezzi d'artiglieria.
I filibustieri, incoraggiati dal primo successo, combattevano col solito valore, mirando soprattutto a distruggere l'ufficialità e facendo un fuoco infernale sui ponti, sui casseri e sui castelli, per sgombrarli e tentare un fulmineo abbordaggio.
La nave ammiraglia, tutta avvolta dalle fiamme, era ormai perduta e bruciava assieme al brulotto, che le era rimasto impiccicato al fianco.
I filibustieri delle piccole navi non avevano trovata alcuna resistenza, poiché il fuoco era avvampato così rapidamente, che la maggior parte degli spagnoli, che montavano la fregata, erano rimasti arsi dal primo scoppio e soffocati dal fumo intenso e nauseante, che si sprigionava dalla stiva della Caramada.
Per compassione avevano salvato i pochi superstiti, compreso l'ammiraglio, che era stato raccolto da una scialuppa, nel momento in cui stava per annegare.
Tuttavia la vittoria non era ancora guadagnata, poiché le due altre navi si difendevano terribilmente, mettendo a dura prova il valore dei corsari. Due volte Morgan aveva tentato di abbordare la nave che aveva assalito e ne era sempre stato respinto, con grande perdita d'uomini.
I sessanta cannoni della spagnola, abilmente manovrati, avevano anzi causato alla Folgore tali danni, da temere che da un momento all'altro affondasse o per lo meno perdesse la sua intera alberatura.
Eppure, dall'espugnazione di quella grossa fregata dipendeva la vittoria, essendo i filibustieri ancora troppo inferiori di forze per tener fronte a tutte e due.
Morgan, che vedeva sfuggirsi di mano tutte le speranze che aveva concepite e vedeva la sua squadra in pericolo di venire dispersa e ricacciata verso Maracaybo, fece un supremo appello ai suoi uomini.
"A me i più valorosi!..." urlò, impugnando colla destra la spada e colla sinistra la pistola. "Cento piastre a chi metterà i piedi sulla fregata!... Carmaux!... Abborda!..."
Il francese, che si trovava alla ribolla con Wan Stiller, con un brusco colpo di barra gettò la Folgore addosso alla fregata, mentre i gabbieri dalle coffe e dalle gabbie gettavano i grappini d'abbordaggio.
La spagnola però era così alta di bordo, che le murate della Folgore si trovavano appena a livello degli sportelli della batteria.
I corsari, tuttavia, incoraggiati da Morgan e da Pierre le Picard, che pei primi si erano aggrappati alle bancazze, tentando di issarsi fino ai bastingaggi, dopo d'aver scagliate parecchie bombe sulla fregata spagnola, per allontanarne i difensori, si erano slanciati all'arrembaggio, con urla tremende, tenendo fra i denti le loro corte sciabole, colle quali solevano combattere nelle pugne corpo a corpo.
Disgraziatamente gli spagnoli affacciati al parapetto della loro nave avevano buon gioco a fucilarli mentre si arrampicavano.
Il momento era terribile e lo scoraggiamento cominciava ad impossessarsi di quei forti e rubidi uomini del mare, quando improvvisamente una voce metallica ed imperiosa, che ricordava i comandi taglienti del Corsaro Nero, si levò sul ponte della Folgore, dominando il rimbombo delle artiglierie e le urla dei combattenti:
"Su, uomini del mare!... All'abbordaggio!..."
Tutti si erano voltati, dimenticando per un istante che gli spagnoli stavano sopra di loro e che li fucilavano.
Jolanda di Ventimiglia, tutta vestita di nero, come usava suo padre, con una lunga piuma pure nera infissa nei capelli ed una spada nella destra, era comparsa sul ponte della Folgore, fra il fumo delle artiglierie, e additava ai corsari la fregata.
"Su, uomini del mare!..." ripeté, con quell'accento che sapeva ritrovare suo padre nei momenti più terribili. "All'abbordaggio! La figlia del Corsaro Nero vi guarda!..."
Un clamore spaventevole aveva risposto alla fanciulla. "All'abbordaggio!... All'abbordaggio!..."
E quegli uomini, che stavano per cedere, si erano inerpicati su per le bancazze e su per le sartìe, come una legione di demonî, urlando a squarciagola:
"Morte!... Morte agli spagnoli!..."
Un uomo solo, che si teneva sospeso allo sportello d'un sabordo della batteria, era rimasto immobile, fissando i suoi sguardi sull'eroica fanciulla, che colla sua presenza stava per decidere della vittoria. Era Morgan.
Quella contemplazione però non ebbe che la durata di pochi istanti.
Udendo sopra la sua testa il fragore delle spade e delle sciabole, si inerpicò su per lo sportello, aggrappandosi alle sartìe dell'albero maestro, e gridando con voce tuonante:
"Su, su, figli del mare!... La figlia del Corsaro Nero vi guarda!..."
I filibustieri erano già sulla coperta della fregata e si erano rovesciati addosso all'equipaggio spagnolo, con tale impeto, da ricacciarlo parte a poppa e parte a prora, in completo disordine.
Il comandante della fregata, vedendo la nave ormai perduta, si era lasciato uccidere e anche gli ufficiali erano per la maggior parte caduti al primo urto.
L'arrivo di Morgan e di Pierre le Picard, con un nuovo drappello di filibustieri, persuase gli spagnoli a gettare le armi e chiedere quartiere.
L'equipaggio della terza fregata, vedendo ammainare, dall'albero maestro della compagna, il grande stendardo di Spagna e vedendo la nave ammiraglia affondare, fra un vortice di fiamme e di scintille e fra l'orrendo fragore delle santebarbare, prese rapidamente il suo partito, onde non venire a sua volta assalita e presa.
Con due tremende bordate, eseguite dai suoi sessanta cannoni, respinse le navi più piccole della squadra filibustiera, che le si stringevano addosso, maltrattandole più o meno gravemente quasi tutte, poi, spiegate rapidamente tutte le vele, prese la fuga in direzione del forte della Barra.
Sia per partito preso, affinché i corsari non s'impadronissero più tardi delle artiglierie, od imperizia dei suoi piloti, urtò così poderosamente contro le scogliere dell'isolotto, da spaccarsi a metà e da colare a fondo in pochi minuti, lasciando appena il tempo all'equipaggio di guadagnare terra e di rifugiarsi nel forte.
Un urlo formidabile, un urlo di vittoria, sprigionatosi da quasi quattrocento petti, aveva salutata la fuga dell'ultima nave.
Mai, fino allora, i filibustieri avevano ottenuto un trionfo così completo. Miracoli molti e prodigi di valore quasi incredibili, ne avevano compiuti in cento altre lotte, ma non come quelli.
Morgan, appena fatti rinchiudere i prigionieri spagnoli nelle batterie e collocare alle porte delle polveriere uomini fidati, onde evitare qualche tradimento, era sceso sulla sua nave, dove Jolanda di Ventimiglia si trovava sempre, calma, sorridente, colla spada ancora in pugno.
"Signora" le disse, mentre i suoi occhi, ordinariamente freddi, s'accendevano d'un lampo strano. "È a voi che noi dobbiamo la fortuna di aver vinto una delle più terribili battaglie che ricordi la storia dei filibustieri della Tortue. Senza la vostra improvvisa comparsa e quel grido, che imitava così bene la voce squillante di vostro padre, l'invincibile Corsaro Nero, forse a quest'ora la mia flotta sarebbe stata distrutta e noi tutti saremmo in fondo al mare."
"Io!..." esclamò la fanciulla sorridendo. "Mi sono rammentata della frase che mio padre lanciava, quando spingeva i suoi uomini all'abbordaggio e l'ho pronunciata. Una cosa che qualunque altra donna avrebbe potuto fare."
"No, signora" rispose Morgan, con insolito calore. "Un'altra donna non avrebbe avuto il coraggio di esporsi al fuoco d'una così grossa fregata e si sarebbe guardata dal lasciare la sua cabina. Solo voi, nelle cui vene scorre il sangue del più grande eroe del mare, avreste potuto fare ciò che avete fatto. Abbiate, signora, la riconoscenza mia e quella dei miei uomini."
Poi, volgendosi verso i filibustieri, che dall'alto delle murate della fregata spagnola o del cassero e dal castello della Folgore contemplavano muti la fanciulla, gridò:
"Salutate l'eroina del mare!"
Un urlo entusiastico, che si ripeté su tutti i legni, che erano accorsi attorno alla fregata di Morgan, s'alzò fra quei quattrocento uomini:
"Viva la figlia del Corsaro Nero!... Evviva l'eroina del mare!..."
Quei ruvidi uomini, che da un istante all'altro sembravano impazziti, agitavano i cappelli e scaricavano in aria le armi, fra urrah strepitosi, che dovevano giungere fino agli orecchi della guarnigione del forte della Barra.
La fanciulla, profondamente commossa, fece colla mano un cenno di saluto; poi, aiutata da Morgan, scese la scaletta del ponte, ritornando nel quadro, mentre i tre urrah di rigore squarciavano l'aria ed i cannoni della vinta fregata tuonavano, con orrendo frastuono, in onore della valorosa italiana.
"Tuoni d'Amburgo!" esclamò Wan Stiller, che si trovava sotto il ponte di comando, insieme all'inseparabile suo compare ed a don Raffaele. "Si direbbe che io ho gli occhi umidi!..."
"Ed io li ho davvero" rispose Carmaux. "Ah!... la brava fanciulla!... E quel grido!... Mi pareva che noi fossimo tornati ai tempi in cui il Corsaro Nero comandava l'abbordaggio dal castello della vecchia Folgore."
"Sì, una bella e valorosa fanciulla" borbottò il piantatore. "Peccato che non si trovasse sul ponte della fregata dei miei compatrioti."
"Che cosa avete da mormorare, don Raffaele?" chiese Carmaux, che aveva realmente gli occhi umidi.
"Dicevo che se quella fanciulla non fosse uscita dalla sua cabina, non so se voi avreste vinta la fregata" rispose il piantatore con un sospiro.
"Non dico il contrario. Si difendevano bene i vostri compatrioti, parola di Carmaux. Ci hanno ammazzati quindici o venti uomini e feriti quasi altrettanti."
"E non siete ancora fuori dalla laguna. Il forte della Barra è stato rialzato più formidabile di prima e non vi lascierà passare, senza bombardarvi per bene."
"È vero" disse Wan Stiller, guardando le imponenti opere di difesa che munivano l'isolotto e che in sole sei settimane gli spagnoli avevano costruite. "Quello sarà un osso ben duro da rodere."
"E che ci darà dei grossi fastidi" aggiunse Carmaux. "Eppure bisognerà andarcene al più presto. Pierre le Picard ha saputo da un pilota, caduto in nostra mano, che queste tre fregate facevano parte di una squadra di sei vascelli incaricata di sterminarci.
"Prima ancora che gli altri giungano, dobbiamo sgombrare. Non si è due volte fortunati. Ah!..."
"Che cos'hai compare?" chiese Wan Stille.
"Don Raffaele, devo darvi una notizia che non so se vi farà piacere o dispiacere."
"Quale?"
"Sapete chi ho veduto fra i difensori della fregata?"
"Non saprei."
"Il capitano Valera."
L'emozione che provò il povero uomo nell'apprendere quella notizia fu tale, che cadde fra le braccia dell'amburghese che gli stava dietro.
"Ohe, don Raffaele!" gridò il filibustiere, rimettendolo in equilibrio, "che cosa vi piglia?"
"È morto?" chiese il piantatore, che era diventato livido.
"No, si trova fra i prigionieri" rispose Carmaux.
"Allora sono un uomo finito."
Il fischietto del mastro d'equipaggio, che chiamava i filibustieri a raccolta, interruppe la loro conversazione.
Morgan, dopo un breve consiglio tenuto coi comandanti delle navi, che si erano radunati nel quadro della Folgore, aveva dato ordine ai mastri di far alzare le vele e di muovere, senza ritardo, verso il forte della Barra per tentare di espugnarlo, o per lo meno di guadagnare il mar dei Caraibi, onde evitare il pericolo di farsi rinchiudere nella laguna dalle altre tre fregate, che potevano comparire da un momento all'altro.
Gli equipaggi delle due navi più maltrattate e che erano diventate quasi inservibili, furono imbarcati sulla nave spagnola e, alla mezzanotte, la squadra, aggiustati alla meglio i danni riportati dalle alberature, muoveva risolutamente verso il forte, per tentare l'ultimo colpo.
Già entusiasmati dal primo successo, i filibustieri si tenevano quasi sicuri di riuscire anche nella seconda impresa, sicché si fecero sotto il forte, senza nemmeno degnarsi di rispondere al fuoco intenso degli spagnoli e, giunti dinanzi alle scogliere, misero in acqua le scialuppe e presero terra in numero di trecento, assalendo vigorosamente le torri e le trincee.
Avevano però fatto troppo affidamento sulle loro forze e come aveva già detto Wan Stiller, trovarono un osso troppo duro per i loro denti.
Nonostante l'impetuosità dei loro attacchi e la moltitudine di bombe che lanciavano a mano sugli spalti, due ore dopo erano costretti a ripiegare più che in fretta, lasciando un numero considerevole di morti e portando con sé molti feriti.
La sconfitta inaspettata, turbò profondamente quei formidabili uomini, che si reputavano invincibili e anche lo stesso Morgan, il quale cominciava a dubitare di poterla spuntare.
Egli tornò col grosso della squadra, aveva fatto ritorno a Maracaybo, per vedere di prendere, d'accordo coi capi delle navi, qualche decisione disperata.
Prevalse dapprima l'idea di impressionare la guarnigione del forte, mandando al governatore alcuni prigionieri, coll'incarico di chiedergli un forte riscatto se voleva che risparmiassero la città. E così fu fatto.
Ottenuto un formale rifiuto, Morgan si rivolse agli abitanti i quali, per non vedersi completamente rovinati, si decisero, facendo uno sforzo supremo, a pagarlo.
Con quelle migliaia di piastre non miglioravano affatto la posizione dei filibustieri, i quali si vedevano sempre nell'impossibilità di lasciare la laguna e sopra il capo la minaccia di veder comparire il resto della squadra spagnola.
Decisero di scendere a patti, chiesero al comandante del forte che li lasciasse uscire, offrendogli in cambio la libertà di tutti i prigionieri, che si trovavano come ostaggi a bordo delle navi filibustiere, minacciando, in caso di rifiuto, d'impiccarli tutti agli alberi ed assicurandolo poi che, dopo, passerebbero egualmente sotto il forte.
La risposta fu tutt'altro che quella sperata, poiché il governatore fece loro dire da un suo messo, che se gli abitanti di Maracaybo avessero impedito l'ingresso ai pirati, come egli era risoluto d'impedirne l'uscita, non si sarebbero trovati in quelle tristi condizioni e che li impiccassero pure.
Morgan non era inumano e d'altronde non voleva offrire alla figlia del Corsaro Nero un così triste e feroce spettacolo. Aumentando però il pericolo e cominciando a mancare i viveri in Maracaybo, decise di tentare nuovamente la sorte.
Fece dividere fra i filibustieri le duecento cinquantamila piastre ricavate dal saccheggio nelle due città, parte in oro, parte in argento ed in pietre preziose, gli schiavi negri e le merci preziose che erano in grande quantità; poi, sopra piccoli legni, fece passare dietro le boscaglie del forte della Barra duecento dei suoi uomini, come se si preparassero ad assalire gli spagnoli da quella parte.
Appena però calarono le tenebre, li fece rimbarcare nascostamente sui legni.
Gli spagnoli, ingannati da quella manovra, sospettando che i filibustieri assalissero il forte dalla parte di terra, erano stati solleciti a piazzare da quella parte la maggior parte delle loro artiglierie, per schiacciarli facilmente.
Quell'inganno doveva essere la salvezza dei corsari. Infatti, col favor delle tenebre, la stessa notte, la squadra lasciava tacitamente la laguna, coi fanali spenti, imboccando audacemente lo stretto della Barra.
Quando gli spagnoli s'accorsero dello strattagemma, era troppo tardi per impedire ai loro odiati nemici l'uscita, ed invano fecero tuonare le loro artiglierie.
Appena giunto fuori di tiro, Morgan fece sbarcare la maggior parte dei prigionieri, per non avere le navi troppo ingombre, e, salutato il forte con una salva, si spingeva in alto mare senz'altre molestie.
Ancora una volta la fortuna aveva arriso a quell'audace filibustiere.

CAPITOLO TREDICESIMO

Fra il fuoco e le onde

Da due giorni, la squadra dei filibustieri aveva lasciate le acque di Maracaybo, navigando di conserva per essere pronta a dare battaglia alle tre fregate spagnole, che dovevano battere quel mare e che non avevano ancora preso parte al combattimento, quando la sera del terzo, mentre si trovava a una cinquantina di miglia dall'isola d'Oruba, s'alzò improvvisamente sull'orizzonte una nuvola nerissima, che non prometteva nulla di buono,.
L'atmosfera già da qualche ora aveva acquistata una trasparenza straordinaria, segno infallibile d'un prossimo uragano, ed il mare, quantunque apparisse tranquillo, esalava un odore strano, come se le acque si fossero improvvisamente corrotte.
Era la stagione degli uragani e dei tremendi maremoti, o razzi di mare, prodotti dai furiosi venti di ponente e che di frequente sconvolgono le Antille, grandi e piccole, causando disastri immensi.
Al sentire quell'odore caratteristico e al vedere il sole tramontare più rosso del solito, una certa inquietudine si era impadronita di tutti gli equipaggi della squadra che conoscevano per prova la violenza delle tempeste del mar dei Caraibi e dell'immenso golfo del Messico.
"Si prepara di certo una brutta notte" disse Carmaux a Wan Stiller, che guardava attentamente le prime stelle alzarsi sull'orizzonte, e che apparivano più grandi del consueto.
"Cattivo odore" rispose l'amburghese, fiutando a più riprese l'aria.
"Odor di bufera, compare."
"Il capitano Morgan ha avuta una buona idea di farci passare su questa fregata. È molto più solida della sua Folgore, che ha il cassero sconquassato e l'alberatura danneggiata."
"Si direbbe che presentiva la bufera" disse Carmaux.
"Abbiamo però una mina nella stiva."
"Una mina?"
"I prigionieri spagnoli, che potrebbero approfittare della tempesta per giuocarci qualche brutto tiro.
"Se io fossi stato il capitano, li avrei sbarcati assieme agli altri. Già temo che non caverà da essi grossi riscatti."
"Vi sono fra loro dei pezzi grossi, amico Carmaux."
"Il capitano Valera forse?"
"Ah!"
"Che hai, amburghese?"
"Hai mai chiesto a costui come è riuscito ad imbarcarsi sulla squadra spagnola, mentre noi l'avevamo lasciato nei sotterranei del convento? Non hai trovato strana la sua presenza su questa nave?"
"Infatti, è vero" disse Carmaux, che era stato colpito dalla riflessione dell'amburghese. "Perché quell'uomo invece di mettersi in salvo si è unito alla squadra? Che si trovasse sulla fregata anche il governatore?..."
"Di cui era l'anima dannata e l'amico intimo, come disse don Raffaele" aggiunse Wan Stiller. "Vorrei vederci un po' chiaro in questa faccenda."
"Ed io non meno di te, amburghese" disse Carmaux.
"E il diavolo ce lo ha mandato qui, dove si trova la figlia del Corsaro Nero!"
"Teniamolo d'occhio, compare. Il nemico peggiore per la signora di Ventimiglia, dopo il conte di Medina, è quello."
Uno scricchiolìo si era fatto udire in alto. Le vele di pappafico e di contrapappafico giravano, sbattendo fortemente, sotto le prime raffiche.
Morgan era comparso in quel momento sul ponte, con Pierre le Picard e la signorina di Ventimiglia.
"Tempesta" disse volgendosi verso la fanciulla, che guardava verso ponente, dove la nuvola s'alzava rapidissima, tinta dagli ultimi riflessi del tramonto. "Non avrete paura, signora?"
"Sono la figlia d'un uomo di mare" rispose Jolanda, con voce tranquilla.
"Per quanto violenta sia, noi potremo reggere alle onde e alla furia dei venti" disse Morgan. "Sono le piccole navi della squadra che si troveranno a mal partito e non potranno seguirci. Pierre le Picard, prendi tutte le disposizioni necessarie per far fronte all'uragano. Non lasciamoci sorprendere. Temo qualche razzo di mare."
"Che cos'è?" chiese Jolanda.
"È un'onda mostruosa che si solleva improvvisamente, nell'epoca delle grandi maree, ed alla quale difficilmente le navi possono resistere. Fra il luglio e l'ottobre si ripete ogni anno due o tre volte e cagiona sempre danni immensi, specialmente sulle spiagge delle isole. Talvolta quel cavallone s'alza, quando il mare è quasi tranquillo, s'avvicina alle coste così lento che niuno crederebbe potesse causare incomodo alcuno. Quando però giunge a quattro o cinquecento passi, s'alza fulmineo, come sollevato da una forza misteriosa e piomba così tremendo, che spazza via città e borgate e trascina le navi, ancorate nelle rade, attraverso le campagne dove le lascia in secco. Qualche volta invece compare durante gli uragani e allora è più tremendo."
Un rombo formidabile, che si ripercosse lungamente nel seno della nuvola nera e che parve lo scoppio simultaneo d'una mezza dozzina di grossi pezzi d'artiglieria, interruppe la loro conversazione.
Quasi subito si udirono per l'aria dei lunghi fischi stridenti, come se mille correnti s'incrociassero, provenienti da varie direzioni, e l'alberatura della fregata fu scossa dalla cima degli alberetti ai travi inferiori.
Fra i fragori delle prime ondate, i fischi del vento e le note stridule dei mastri e dei contro-mastri, si udì la voce di Carmaux a gridare:
"Attenti alle gabbie e che la fortuna ci protegga!"
Il mare montava a vista d'occhio, mentre la nuvola nera copriva tutta la vôlta celeste, con rapidità fantastica, intercettando la luce degli astri.
Sulle acque del mar dei Caraibi era piombata una profonda oscurità, che i due grossi fanali di poppa della fregata non riuscivano a rompere.
Da ponente, i fischi continuavano a succedersi, seguìti da raffiche sempre più impetuose, che facevano crepitare le vele. Le onde vi facevano eco, muggendo sordamente.
"Sai che cosa mi ricorda questa notte?" chiese Carmaux, che stava alla ribolla, essendo uno dei migliori piloti della squadra filibustiera.
"Lo indovino" rispose l'amburghese, che lo aiutava in quella gravosa manovra. "La notte in cui il Corsaro Nero abbandonava fra le onde, sola, su una scialuppa, la madre della signora Jolanda, la figlia di quel maledetto duca."
"Sì, amburghese" rispose Carmaux, con voce commossa. "Anche allora il mare montava e la tempesta ci minacciava. Chi avrebbe detto che un giorno, il Corsaro avrebbe ritrovata la fanciulla che pur tanto aveva amata, regina d'una tribù di antropofaghi caraibi e che l'avrebbe sposata?"
"E come piangeva quella notte il Corsaro!..."
Un muggito spaventevole, che si fece udire al largo, soffocò le ultime parole dell'amburghese.
"È il razzo di mare che si forma" disse Carmaux. "Che cosa accadrà delle piccole navi della squadra? Badiamo che non ci piombi di traverso."
La fregata teneva testa alle onde, che già l'assalivano con furore e la scuotevano poderosamente, non ostante la sua mole relativamente enorme.
I gabbieri avevano già ammainato tutte le vele basse, non conservando che le gabbie ed i fiocchi, pure l'alberatura subiva ancora scosse violentissime, quando le raffiche la investivano.
Le altre navi cominciavano già a disperdersi. Si vedevano i loro fanali brillare in varie direzioni, alcuni verso il sud, altri verso levante, come se fuggissero dinanzi all'uragano. Morgan d'altronde, a mezzo di razzi, aveva loro segnalato di rifugiarsi dove meglio credevano, ben comprendendo che non avrebbero potuto seguirlo nella sua rotta.
A mezzanotte tutte erano scomparse. Certo avevano cercato di rifugiarsi verso le numerose isole che coprono le spiagge venezuelane, dove potevano trovare ottime rade.
La fregata però non aveva ancora deviato dalla sua rotta, e proseguiva verso il settentrione per raggiungere, se non la Tortue, almeno la Giamaica, dove non poteva correre pericolo alcuno, essendo colonia inglese ed aperta alle navi filibustiere che avevano ottenuto patenti di corsa contro gli spagnoli.
Il mare diventava sempre più spaventoso e le raffiche aumentavano di violenza. Il vento di ponente si scatenava, acquistando la forza prodigiosa che suole raggiungere nelle grandi tempeste, allorquando riesce a spostare perfino i grossi cannoni da trentadue delle batterie esposte alla sua furia.
Tuoni assordanti rimbombavano in seno alla nube nera, con un crescendo terribile, coprendo sovente la voce dei mastri e dei contro-mastri, mentre lampi abbaglianti si succedevano senza posa.
Morgan, quantunque prevedesse che la bufera avrebbe ben presto raggiunta la massima violenza, mostrava una calma ed una tranquillità d'animo ammirabile. Se era un formidabile uomo di guerra, era pure uno dei più valenti marinai dell'epoca.
Ritto sul ponte di comando, col portavoce in mano, impartiva gli ordini senza che si sentisse nel suo accento alcuna vibrazione che dimostrasse la menoma apprensione.
Jolanda, che si era rifiutata di scendere nella sua cabina, stava presso di lui, aggrappata alle traverse dal ponte, sfidando intrepidamente gli spruzzi delle onde che giungevano talvolta fino a quel punto elevatissimo della fregata, e guardando con curiosità, esente da qualsiasi timore, i baratri che si formavano fra i cavalloni ed entro i quali la grossa nave affondava con mille paurosi scricchiolii.
"Non avete paura?" le chiedeva sovente Morgan.
"Sono la figlia d'un uomo di mare" rispondeva ella, sorridendo. "Su questi mari mio padre ha sfidato gli uragani. Perché non debbo sfidarli anch'io?"
Verso le due del mattino, un clamore assordante s'alzò in mezzo alle onde. Pareva che migliaia e migliaia di persone urlassero tutte insieme e che invocassero soccorso.
Morgan era diventato un po' pallido, e la sua fronte si era aggrottata.
"Che cos'è?" chiese Jolanda.
"Il razzo di mare che si forma" rispose il filibustiere.
A un tratto, parve che il cielo s'incendiasse da levante a ponente. Alla notte tenebrosa successe una vera notte di fuoco.
Le onde parevano avvampare, come se nel loro seno si fossero aperti centinaia di vulcani sottomarini.
I lampi si succedevano ai lampi, e così vividi e intensi, che i marinai si sentivano abbacinati. Una vera pioggia di folgori cadeva sul mare e se ne vedevano perfino di quelle a due ed anche a tre branche.
L'equipaggio della fregata guardava con terrore quello spettacolo, cogli occhi socchiusi. Anche Jolanda, per la prima volta, sembrava scossa.
"Signor Morgan!..." esclamava. "Che cosa succede?"
"Attraversiamo una meteora di fuoco, signora. Scendete nel quadro!... Scendete!..."
In quel momento si udì una voce a gridare:
"Lassù, sul mostravento del maestro!..."
Tutti apersero gli occhi, guardando sulla cima dell'alberatura.
Una sfera, non più grossa di un arancio, che pareva incandescente e proiettava una luce azzurrognola, girava intorno al mostravento del contrapappafico, come se cercasse di posarsi sulla punta della banderuola.(4)
D'improvviso, scoppiò con una detonazione secca, che parve prodotta dal frangersi d'una granata, poi una lingua di fuoco serpeggiò lungo l'albero, avvolgendo le sartìe ed i paterazzi e raggiunse la gran gabbia, spandendo all'intorno un acuto odore di zolfo.
Un urlo di spavento si era alzato fra i filibustieri della fregata.
"Al fuoco!... Al fuoco!..."
La gran gabbia si era incendiata e le fiamme, alimentate dal vento, si erano allungate verso la vela latina dell'albero di trinchetto.
Morgan stava per slanciarsi giù dal ponte di comando, seco trascinando la figlia del Corsaro, quando udì Pierre le Picard a urlare:
"Anche la latina ha preso fuoco ed il razzo di mare romba al largo!..."
Morgan soffocò a stento una imprecazione, per non allarmare la fanciulla. Non poté però trattenere un grido di furore.
"È la maledizione che piomba su noi!"
Riacquistando però prontamente il suo sangue freddo, aiutò Jolanda a scendere la scala, che le onde volta a volta attraversavano.
"Signora" le disse con voce un po' commossa, guardandola negli occhi. "Morgan non è uomo da lasciarsi abbattere; abbiate fiducia in me."
"Non ho paura" rispose Jolanda. "So che uomo siete."
"Lasciate il ponte, signora. Siamo fra le onde ed il fuoco, ed i pericoli non si possono sempre prevedere."
"Vi obbedisco, capitano Morgan."
"Wan Stiller, a te la signora!..." gridò il filibustiere, vedendo passare l'amburghese con dei buglioli in mano.
Guardò la fanciulla che si allontanava, stretta al braccio del filibustiere, sempre tranquilla, come se nessun pericolo la minacciasse, poi si slanciò attraverso la tolda, dove regnava una viva confusione, gridando con voce stentorea:
"Alle pompe!..."
La fregata si era messa alla cappa, colle sue vele della mezzana, per fuggire dinanzi all'uragano che la investiva con forza terribile, trascinandola verso levante. L'albero maestro ed il trinchetto erano entrambi in fiamme.
I paterazzi, le sartìe, le manovre correnti, i pennoni e le coffe bruciavano come fiammiferi, essendo imbevuti di catrame e le vele lasciavano cadere sulla coperta lembi di tela accesa e scintille in gran numero.
L'alberatura poteva considerarsi come perduta, pericolo gravissimo in mezzo ad una bufera, che poteva durare molte ore. Senza le vele la nave era priva d'ogni stabilità.
Al comando di Morgan, i corsari avevano messe in opera la pompa di prora e quella di poppa, ma la manovra era tutt'altro che facile, colle onde che ad ogni istante invadevano la coperta, minacciando di spazzare via gli uomini, che si erano collocati alle traverse.
I getti, d'altronde, non potevano avere grande efficacia in alto. Gli attrezzi, anche bagnati, bruciavano egualmente e, lasciando cadere ad ogni istante od un pezzo di pennone infiammato, od un lembo di tela ardente, od un paterazzo, esponevano gli uomini ad un continuo pericolo.
Per di più, essendo il vento instabile, vi era la probabilità che anche l'albero di mezzana prendesse fuoco.
Tuttavia quei fieri uomini, abituati da lunga pezza a tutti i pericoli, lottavano disperatamente. Alcuni avevano già assalito i due alberi colle scuri, per farli cadere in mare, quando Morgan, vedendo che non bastavano, diede l'ordine di chiamare in coperta i prigionieri spagnoli, che si trovavano racchiusi nella stiva e che, vedendo quei bagliori sinistri, urlavano spaventosamente.
Erano una trentina, fra cui il capitano Valera e don Raffaele.
Udendo però quel comando, Carmaux aveva fatto un salto.
"Ecco un'imprudenza che noi possiamo pagare cara" aveva detto a Wan Stiller, che lo aveva raggiunto. "Dei nemici in coperta, quando il fuoco è a bordo!... Compare, apri gli occhi!..."
"Credo che tu abbia torto" rispose l'amburghese. "La loro pelle vale la nostra e ci terranno a salvarla."
"Gli altri sì, ma ve n'è uno che sarebbe ben lieto di mandarci tutti in fondo al mare. Apri gli occhi, compare."
"Di chi sospetti?"
"Del capitano Valera."
Un urlo scoppiato a prora li fece rabbrividire.
"Largo!... Cade il maestro!..."
Una turba di gente passò a corsa sfrenata fra di loro, spingendoli verso le murate. Erano gli uomini delle pompe, che si salvavano sul cassero, non ostante le grida ed i sagrati di Pierre le Picard e di Morgan.
Nel medesimo istante si udirono i gabbieri del bompresso ad urlare:
"Bada, pilota!... Il razzo monta!..."


                                                                                                                                             

 

 

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