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I misteri della jungla nera
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I. L'assassinio.
Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le
cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d'aver solcato le nevose
montagne dell'Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe,
di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci,
formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.
La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di
fiumicelli, di canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise
possibili l'immensa estensione di terre strette fra l'Hugly, il vero Gange, ed
il golfo del Bengala. Di qui una infinità d'isole, d'isolotti, di banchi, i
quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.
Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di
queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio
qualsiasi; dal sud al nord, dall'est all'ovest, non scorgete che immense
piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte
cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di
migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei
canali.
È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche
canne, ancor più raro se v'accade di scorgere un gruppo di manghieri, di
giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all'olfatto il
soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano
timidamente fra quel caos di vegetali.
Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci,
regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di
sibili e di fischi, che gela il sangue.
Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà;
promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la
incrollabile sua decisione.
Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le
febbri ed il veleno di quell'aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al
pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto;
inoltrarsi in quelle jungle, è andare incontro alla morte.
Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e
quelle acque gialle, che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e
persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il
marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e
giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il
formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là
che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il
rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le
sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano,
aspettando ansiosamente l'arrivo d'un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire
la spenta vita alla sua terribile divinità!
Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle
Sunderbunds meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre
bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel
golfo del Bengala.
Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto
fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della
quale dormiva, avvolto in un gran dootèe di chites stampato un indiano
d'atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una
forza non comune ed un'agilità di quadrumane.
Era un bel tipo di bengalese, sui trent'anni, di tinta giallastra ed
estremamente lucida, unta di recente con olio di cocco, aveva bei lineamenti
labbra piene senz'essere grosse e che lasciavano intravvedere un'ammirabile
dentatura; naso ben tornito, fronte alta, screziata di linee di cenere, segno
particolare dei settari di Siva. Tutto l'insieme esprimeva una energia rara ed
un coraggio straordinario, di cui mancano generalmente i suoi compatriotti.
Come si disse, dormiva, ma il suo sonno non era tranquillo. Grosse goccie di
sudore irrigavano la sua fronte, che talvolta si aggrottava, si offuscava; il
suo ampio petto sollevavasi impetuosamente, scomponendo il dootèe che
l'avvolgeva; le sue mani piccole come quelle d'una donna, si chiudevano
convulsivamente e correvano spesso alla testa, strappando il turbante e mettendo
allo scoperto il cranio accuratamente rasato.
Delle parole tronche, delle frasi bizzarre, di quando in quando uscivano dalle
sue labbra, pronunciate con un tono di voce dolce, appassionato.
- Eccola, - diceva egli sorridendo. - Il sole tramonta... scende dietro i
bambù... il pavone tace, il marabù s'alza, lo sciacallo urla... Perché non si
mostra?... Che ho fatto io? Non è questo il luogo?... Non è quello il mussenda
dalle foglie sanguigne?... Vieni vieni, o dolce apparizione... soffro, sai,
soffro ed anelo l'istante di rivederti.
Ah!... Eccola, eccola... i suoi azzurri occhi mi guardano, le sue labbra
sorridono... Oh! come è divino quel sorriso! Mia celeste visione, perché
rimani muta dinanzi a me? Perché mi guardi così?... Non aver paura di me: sono
Tremal-Naik, il cacciatore di serpenti della jungla nera... Parla, parla, lascia
che io oda la tua dolce voce... Il sole tramonta, le tenebre calano come corvi
sui bambù... non sparire, non sparire, non lo voglio, no! no! no!
L'indiano emise un acutissimo grido e sulla sua faccia si dipinse una viva
angoscia.
A quel grido, dalla capanna uscì, correndo, un secondo indiano. Era questi di
statura assai più bassa dell'addormentato ed assai esile, con gambe e braccia
che somigliavano a bastoni nodosi ricoperti di cuoio. Il tipo fierissimo, lo
sguardo fosco, il corto languti che coprivagli i fianchi, le buccole che
pendevano dai suoi orecchi, tutto insomma lo davano a conoscere a prima vista
per un maharatto, gente bellicosa dell'India occidentale.
- Povero padrone, - mormorò egli, guardando l'addormentato. - Chi sa qual
terribile sogno turba il suo sonno.
Riattizzò il fuoco, poi sedette accanto al padrone, agitando dolcemente un
dugbah di bellissime penne di pavone.
- Quale mistero, - ripigliò l'addormentato con voce rotta. - Mi pare di vedere
delle macchie di sangue!... Dolce visione fuggi di là... t'insanguinerai.
Perché tutto quel rosso?... Perché tutti quei lacci? Si vuole strangolare
qualcuno adunque? Quale mistero?
- Cosa dice? - si domandò il maharatto, sorpreso.- Sangue, visioni, lacci?...
Quale sogno!
Ad un tratto l'addormentato si scosse; sbarrò gli occhi, scintillanti come due
neri diamanti e s'alzò a sedere.
- No!... No!... - esclamò egli con voce rauca. - Non voglio!...
Il maharatto lo guardò con occhi compassionevoli.
- Padrone, - mormorò egli. - Cos'hai?
L'indiano parve che ritornasse in sé. Chiuse gli occhi, poi tornò a riaprirli,
fissando in volto il maharatto.
- Ah! sei tu, Kammamuri! - esclamò.
- Sì, padrone.
- Cosa fai tu qui?
- Veglio su di te e scaccio le zanzare.
Tremal-Naik aspirò fortemente l'aria fresca della notte, passandosi più volte
le mani sulla fronte.
- Dove sono Hurti ed Aghur! - chiese, dopo qualche istante di silenzio.
- Nella jungla. Ieri sera hanno scoperto le traccie di una gran tigre e questa
mane si sono recati a cacciarla.
- Ah! - fe' sordamente Tremal-Naik.
La sua fronte si aggrottò e un profondo sospiro che pareva un ruggito
soffocato, venne a morirgli sulle aride labbra.
- Cos'hai padrone? - chiese Kammamuri. - Tu stai male.
- Non è vero.
- Eppure dormendo ti lagnavi.
- Io?...
- Sì, padrone, tu parlavi di strane visioni.
Un amaro sorriso sfiorò le labbra del cacciatore di serpenti.
- Soffro, Kammamuri, - diss'egli con rabbia. - Oh! ma soffro molto.
- Lo so, padrone.
- Come lo sai tu?
- Da quindici giorni io ti osservo e vedo sulla tua fronte delle profonde rughe,
e sei malinconico, taciturno. Una volta tu non eri così triste.
- È vero, Kammamuri.
- Qual dolore può affliggere il mio padrone? Saresti forse stanco di vivere
nella jungla?
- Non dirlo, Kammamuri. È qui, fra questi deserti di spine, fra queste paludi,
sulla terra delle tigri e dei serpenti, che io son nato e cresciuto e qui, nella
mia cara jungla morirò.
- È una donna, una visione, un fantasma!
- Una donna! - esclamò Kammamuri sorpreso. - Una donna hai detto?
Tremal-Naik crollò il capo in senso affermativo e si strinse fortemente la
fronte fra le mani, come se volesse soffocare qualche tetro pensiero.
Per parecchi minuti fra loro due regnò un funebre silenzio, appena rotto dal
gorgoglio della fiumana che rompevasi contro le rive e dai gemiti del vento che
accarezzava l'immensa jungla.
- Ma dove hai veduto questa donna? - chiese alfine Kammamuri.- Dove mai, ché la
jungla non ha che delle tigri per abitanti?
- L'ho veduta nella jungla, Kammamuri, - disse Tremal-Naik con voce cupa. - Era
una sera, oh non la scorderò mai, quella sera, Kammamuri! Io cercavo i serpenti
sulle rive d'un ruscello, laggiù, proprio nel più folto dei bambù, quando a
venti passi da me, in mezzo ad una macchia di mussenda, dalle foglie sanguigne,
apparve una visione, una donna bella, raggiante, superba. Non ho mai creduto,
Kammamuri, che esistesse sulla terra una creatura così bella, né che gli dei
del cielo fossero capaci di crearla.
Aveva neri e vivi gli occhi, candidi i denti, bruna la pelle e dai suoi capelli
d'un castagno cupo, ondeggianti sulle spalle, ne veniva un dolce profumo che
inebbriava i sensi.
Ella mi guardò, emise un gemito lungo, straziante, poi scomparve al mio
sguardo. Mi sentii incapace di muovermi e rimasi là, colle braccia tese
innanzi, trasognato. Quando tornai in me e mi misi a cercarla, la notte era
scesa sulla jungla, e non vidi né udii più nulla.
Chi era quella apparizione? Una donna od uno spirito celeste? Ancora lo ignoro.
- Tremal-Naik si tacque. Kammamuri notò che egli tremava sì forte da temere
che avesse la febbre
- Quella visione mi fu fatale, - ripigliò Tremal-Naik, con rabbia.- Da quella
sera si operò in me uno strano cangiamento; mi parve di essere diventato un
altro uomo; e che qui, nel cuore, si sviluppasse una terribile fiamma!
Si direbbe che quell'apparizione mi ha stregato. Se sono nella jungla, me la
vedo danzare dinanzi agli occhi; se sono sul fiume la vedo nuotare dinanzi la
prua del mio battello; penso e il mio pensiero corre a lei; dormo e in sogno mi
appare sempre lei. Mi sembra di essere pazzo.
- Mi spaventi, padrone, - disse Kammamuri, girando all'intorno uno sguardo
pauroso. - Chi era quella bella creatura?
- L'ignoro, Kammamuri. Ma era bella oh sì! molto bella! - esclamò Tremal-Naik
con accento appassionato.
- Forse uno spirito!
- Forse.
- Forse una divinità?
- Chi può dirlo?
- E non l'hai più veduta?
- Sì, l'ho veduta ancora e molte e molte volte. La sera dopo, alla medesima
ora, senza sapere il come, mi trovava sulle rive del ruscello. Quando la luna
s'alzò dietro le oscure foreste del settentrione, quella superba creatura
riapparve fra le macchie dei mussenda.
- Chi sei? - gli chiesi.
- Ada, - mi rispose.
E disparve emettendo il medesimo gemito. Mi sembrò che sprofondasse sotto
terra.
- Ada! - esclamò Kammamuri. - Che nome è questo?
- Un nome che non è indiano.
- E non aggiunse altra parola?
- Nessuna.
- È strano; io non sarei più ritornato.
- Ed io vi ritornai. V'era una forza irresistibile, potente che mi spingeva mio
malgrado verso quel luogo; più volte tentai di fuggire e mi mancò la forza di
farlo. Ti ho detto che mi pareva d'essere stregato.
- E cosa provavi in sua presenza?
- Non lo so, ma il cuore mi batteva forte forte.
- Non l'avevi, prima, mai provata quella sensazione?
- Mai, - disse Tremal-Naik.
- Ed ora la vedi ancora quella creatura?
- No, Kammamuri. La vidi dieci sere di seguito; alla stessa ora comparivami
dinanzi agli occhi mi contemplava mutamente, poi scompariva senza rumore. Una
volta le feci un cenno, ma non si mosse; un'altra volta aprii le labbra per
parlare, ed ella si pose un dito sulla bocca invitandomi a tacere.
- E tu non la seguisti mai?
- Mai, Kammamuri, perché quella donna mi faceva paura. Quindici giorni or sono,
mi apparve vestita tutta di seta rossa e mi guardò più a lungo del solito. La
sera seguente invano l'aspettai, invano la chiamai: non la rividi più.
- È un'avventura strana, - mormorò Kammamuri.
- È terribile, invece, - disse Tremal-Naik con voce sorda. - Non ho più bene,
non sono più l'uomo di una volta; mi sento indosso la febbre e una smania
furiosa di rivedere quella visione che mi stregò.
- Allora tu ami quella visione.
- L'amo! Non so cosa significhi questa parola. In quell'istante, ad una grande
distanza, verso le immense paludi del sud, echeggiarono alcune note acutissime.
Il maharatto si alzò di scatto e divenne cinereo.
- Il ramsinga! esclamò egli, con terrore.
- Cos'hai che ti sgomenti? - chiese Tremal-Naik.
- Non odi il ramsinga?
- Ebbene, cosa vuol dir ciò?
- Segnala una disgrazia, padrone.
- Follie, Kammamuri.
- Non ho mai udito suonare il ramsinga nella jungla, fuorché la notte che fu
assassinato il povero Tamul.
A quel ricordo una profonda ruga solcò la fronte del cacciatore di serpenti.
- Non sgomentarti, - diss'egli, sforzandosi di parer calmo. - Tutti gli indiani
sanno suonare il ramsinga e tu sai che talvolta qualche cacciatore ardisce porre
il piede sulla terra delle tigri e dei serpenti.
Aveva appena terminato di parlare, che s'udi il lamentevole urlio d'un cane e
poco dopo un potente miagolìo che poteva scambiarsi per un vero ruggito.
Kammamuri fremette dalla testa alle piante.
- Ah! padrone! - esclamò. - Anche il cane e la tigre segnalano una sventura.
- Darma! Punthy! - gridò Tremal-Naik.
Una superba tigre reale, di alta statura, di forme vigorose, col mantello
aranciato e screziato di nero, uscì dalla capanna e fissò il padrone con due
occhi che mandavano terribili lampi. Dietro ad essa comparve, qualche istante
dopo, un cagnaccio nero, con lunga coda, orecchi aguzzi, ed il collo armato di
un grosso anello di ferro irto di punte.
- Darma! Punthy! - ripeté Tremal-Naik.
La tigre si raccolse su se stessa, emise un sordo brontolìo e con un salto di
quindici piedi venne a cadere ai piedi del padrone.
- Cos'hai, Darma? - chiese egli, passando le sue mani sul robusto dorso della
belva. - Tu sei inquieta.
Il cane invece di accorrere dal padrone si piantò sulle quattro zampe allungò
la testa verso il sud, fiutò per qualche tempo l'aria ed abbaiò lamentosamente
tre volte. - Che sia toccata qualche disgrazia ad Hurti e ad Aghur? - mormorò
il cacciatore di serpenti, con inquietudine.
- Lo temo, padrone, - disse Kammamuri, gettando sguardi spaventati sulla jungla.
- A quest'ora dovrebbero essere qui, ed invece non danno segno di vita.
- Hai udito nessuna detonazione, durante la giornata?
- Sì, una verso la metà del meriggio, poi più nulla.
- Da dove veniva?
- Dal sud, padrone.
- Hai mai veduto alcuna persona sospetta aggirarsi nella jungla?
- No, ma Hurti mi disse d'aver veduto, una sera delle ombre sulle rive
dell'isola Raimangal ed Aghur d'avere udito degli strani rumori provenire dal
banian sacro.
- Ah! dal banian! - esclamò Tremal-Naik. - Hai udito qualche cosa anche tu?
- Forse. Cosa facciamo, padrone?
- Aspettiamo.
- Ma possono...
- Zitto! - disse Tremal-Naik, stringendogli un braccio con forza tale da
arrestargli il sangue.
- Cos'hai udito? - mormorò il maharatto, battendo i denti.
- Guarda laggiù, non ti sembra che i bambù della jungla si muovano?
- È vero, padrone.
Punthy fece udire per la terza volta il suo lamentevole urlo, che fu seguito
dalle note acute del misterioso ramsinga. Tremal-Naik si strappò dalla cintura
di pelle di tigre una lunga e ricca pistola incrostata d'argento e l'armò.
In quell'istante un indiano, d'alta statura, seminudo, armato d'una sola scure,
si slanciò fuori dai bambù correndo a rompicollo verso la capanna.
- Aghur! - esclamarono ad una voce Tremal-Naik ed il maharatto.
Punthy gli si slanciò contro urlando lugubremente.
- Padrone!... pa... drone! - rantolò l'indiano.
Giunse come un fulmine dinanzi alla capanna, barcollò come fosse stato colpito
da un improvviso malore, stralunò gli occhi, gettò un grido strozzato come un
rantolo e piombò fra le erbe come albero sradicato dal vento.
Tremal-Naik gli si era precipitato sopra. Una esclamazione di sorpresa gli
sfuggì.
L'indiano pareva moribondo. Aveva alle labbra una spuma sanguigna, tutto il
volto lacerato ed imbrattato di sangue, gli occhi stravolti e dilatati
enormemente ed ansimava emettendo rauchi sospiri.
- Aghur! - esclamò Tremal-Naik. - Che cosa ti è successo? Dov'è Hurti?
La faccia d'Aghur, a quel nome si contrasse spaventosamente e colle unghie
sollevò rabbiosamente la terra.
- Padrone... pa...drone! - balbettò egli con profondo terrore.
- Continua.
- Sof... foco... ho corso... ah! padrone.
- Che sia avvelenato? - mormorò Kammamuri.
- No, - disse Tremal-Naik. - Il povero diavolo ha galoppato come un cavallo e
soffoca; fra qualche minuto si sarà rimesso. -
Infatti Aghur cominciava a ritornare in sé, ed a respirare liberamente.
- Parla, Aghur, - disse Tremal-Naik, dopo qualche minuto. - Perché sei
ritornato solo? Perché tanto terrore? Cosa è successo al tuo compagno?
- Ah! padrone, - balbettò l'indiano rabbrividendo.- Quale disgrazia!
- Il ramsinga l'aveva annunciata, - mormorò Kammamuri, sospirando.
- Avanti, Aghur, - incalzò il cacciatore di serpenti.
- Se l'aveste veduto il poveretto... era là, disteso per terra, irrigidito,
cogli occhi fuor dalle orbite...
- Chi?... chi?...
- Hurti!
- Hurti morto! - esclamò Tremal-Naik.
- Si, l'hanno assassinato ai piedi del banian sacro.
- Ma chi l'ha assassinato? Dimmelo, che io vada a vendicarlo.
- Non lo so, padrone.
- Narra tutto.
- Eravamo partiti per cacciare una gran tigre. Sei miglia da qui, scovammo la
belva la quale, ferita dalla carabina di Hurti, fuggì verso il sud. Seguimmo
per quattro ore la sua pista e la ritrovammo presso la riva, di fronte all'isola
Raimangal, ma non riuscimmo a ucciderla, poiché appena ci scorse si gettò in
acqua approdando ai piedi del gran banian.
- Bene e poi?
- Io volevo ritornare, ma Hurti si rifiutava dicendo che la tigre era ferita e
quindi una facile preda. Attraversammo il fiume a nuoto e giungemmo all'isola
Raimangal, dove ci separammo per esplorare i dintorni.
L'indiano s'arrestò battendo i denti pel terrore e divenne pallidissimo.
- Calava la sera, - riprese egli con voce cupa. - Sotto i boschi cominciava a
fare oscuro e regnava un silenzio funebre che metteva paura. Tutto ad un tratto
una nota acuta, quella del ramsinga, rimbombò. Mi guardo d'attorno ed i miei
occhi s'incontrano con quelli di un'ombra che si teneva a venti passi da me,
semi-nascosta fra un cespuglio.
- Un'ombra! - esclamò Tremal-Naik. - Un'ombra hai detto?
- Sì, padrone, un'ombra.
- Chi era? Dimmelo, Aghur, dimmelo!
- Mi parve una donna.
- Una donna!
- Si, sono sicuro che era una donna.
- Bella?
- Faceva troppo oscuro perché potessi vederla distintamente.
Tremal-Naik si passò una mano sulla fronte.
- Un'ombra! - ripeté egli, più volte. - Un'ombra laggiù! Se fosse la mia
visione?... Tira innanzi, Aghur.
- Quell'ombra mi guardò per alcuni istanti, poi tese un braccio verso di me,
invitandomi ad allontanarmi subito. Sorpreso e spaventato ubbidii, ma non avevo
fatto ancora cento passi, che un urlo straziante giunse ai miei orecchi. Quel
grido lo riconobbi subito: era quello di Hurti!
- E l'ombra? - chiese Tremal-Naik, in preda ad una estrema agitazione.
- Non mi volsi nemmeno indietro per vedere se era rimasta là, oppure scomparsa.
Mi slanciai attraverso alla jungla colla carabina in mano e giunsi sotto al gran
banian, ai piedi del quale, disteso sul dorso, vidi il povero Hurti. Lo chiamai
e non mi rispose. Lo toccai, era ancora caldo ma il suo cuore non batteva più!
- Sei certo?
- Sicurissimo, padrone.
- Dove era stato colpito?
- Non vidi sul suo corpo ferita alcuna.
- È impossibile!
- Te lo giuro.
- E non vedesti alcuno?
- Nessuno, né udii alcun rumore. Io ebbi paura mi gettai nel fiume lo
attraversai perdendo la carabina e riguadagnai la nostra jungla. Credo di aver
fatto sei miglia senza respirare, tanto era il mio spavento. Povero Hurti!
II. L'isola misteriosa.
Un profondo silenzio seguì la triste narrazione dell'indiano. Tremal-Naik,
diventato ad un tratto cupo e nervosissimo, s'era messo a passeggiare dinanzi al
fuoco, colla testa china sul petto, la fronte aggrottata e le braccia
incrociate. Kammamuri, agghiacciato dal terrore, meditava aggomitolato su se
stesso. Persino il cane aveva cessato di fare udire ii suo lamentevole urlo e
s'era sdraiato a fianco di Darma.
Le note acute del misterioso ramsinga strapparono il cacciatore di serpenti
dalle sue meditazioni. Alzò il capo come un cavallo di battaglia che ode il
segnale della carica, gettò un'occhiata profonda nella deserta jungla sulla
quale ondeggiava allora una densa nebbia, carica d'esalazioni velenose, girò su
se stesso ed avvicinandosi bruscamente ad Aghur, gli disse:
- Hai udito mai il ramsinga?
- Sì, padrone, rispose l'indiano, - ma una sola volta.
- Quando?
- La notte che scomparve Tamul, vale a dire sei mesi fa.
- Sicché credi anche tu, come Kammamuri, che segnali una disgrazia?
- Si, padrone.
- Sai chi è che lo suona?
- Non lo seppi mai.
- Credi tu che il suonatore abbia relazione coi misteriosi abitanti di Raimangal?
- Lo credo.
- Chi sospetti che siano quegli uomini?
- Sono poi uomini?
- Non credo che siano le anime dei morti.
- Allora saranno pirati, - disse Aghur.
- E quale interesse possono avere, per assassinare i miei uomini?
- Chissà, forse quello di spaventarci e di tenerci lontani.
- Dove supponi che abbiano le loro capanne?
- L'ignoro, ma oserei dire che ogni notte si radunano sotto la fosca ombra del
banian sacro.
- Sta bene, - disse Tremal-Naik. - Kammamuri, prendi i remi.
- Cosa vuoi fare, padrone? - chiese il maharatto.
- Recarmi al banian.
- Oh! Non farlo, padrone! - gridarono a un tempo i due indiani.
- Perché?
- Ti ammazzeranno come hanno ammazzato il povero Hurti.
Tremal-Naik li guardò con due occhi che mandavano fiamme.
- Il cacciatore di serpenti non tremò mai in sua vita, né tremerà questa
sera. Al canotto, Kammamuri! - esclamò egli, con un tono di voce da non
ammettere replica.
- Ma, padrone!...
- Hai paura forse? - chiese sdegnosamente Tremal-Naik.
- Sono maharatto! - disse l'indiano con fierezza.
- Va' allora. Questa notte io saprò chi sono quegli esseri misteriosi che mi
hanno dichiarato la guerra: e chi è colei che mi ha stregato.
Kammamuri prese un paio di remi e si diresse verso la riva. Tremal-Naik entrò
nella capanna, staccò da un chiodo una lunga carabina dalla canna rabescata, si
munì di una gran fiasca di polvere e si passò nella cintola un largo
coltellaccio.
- Aghur, tu rimarrai qui, - diss'egli, uscendo. Se fra due giorni non saremo
ritornati, verrai a raggiungerci a Raimangal colla tigre o con Punthy.
- Ah! padrone...
- Non ti senti il coraggio bastante per venire laggiù?
- Del coraggio ne ho, padrone. Volevo dire che fai male a recarti in quell'isola
maledetta.
- Tremal-Naik non si lascia assassinare, Aghur.
- Prendi con te Darma. Potrebbe esserti utile.
- Tradirebbe la mia presenza ed io voglio sbarcare senza esser veduto, né
udito. Addio, Aghur.
Si gettò la carabina ad armacollo e raggiunse Kammamuri, che lo attendeva
presso ad un piccolo gonga, rozzo e pesante battello, scavato nel tronco di un
albero.
- Partiamo, disse.
Saltarono nel battello e presero il largo, remando lentamente ed in silenzio.
Un'oscurità profonda, resa densa da una nebbia pestilenziale che ondeggiava
sopra i canali, le isole e le isolette, copriva le Sunderbunds e la corrente del
Mangal.
A destra ed a sinistra si estendevano masse enormi di bambù spinosi, di
cespugli fitti, sotto i quali si udivano brontolare le tigri e sibilare i
serpenti, di erbe lunghe e taglienti, confuse, amalgamate, strette le une alle
altre in modo da impedire il passo.
In lontananza però, sulla fosca linea dell'orizzonte, spiccavano qua e là
alcuni alberi, dei manghi carichi di frutta squisite, dei palmizi tara, dei
latania e dei cocchi dall'aspetto maestoso, con lunghe foglie disposte a cupola.
Un silenzio funebre, misterioso, regnava ovunque, rotto appena appena dal
mormorìo delle acque giallastre che radevano i rami arcuati dei paletuvieri e
le foglie del loto e dal fruscio dei bambù scossi da un soffio di aria calda,
soffocante, avvelenata.
Tremal-Naik, sdraiato a poppa, col fucile sottomano, taceva e teneva aperti gli
occhi fissandoli ora sull'una e ora sull'altra riva, dove udivansi sempre rauchi
brontolii e sibili lamentevoli. Kammamuri, invece, seduto nel mezzo, faceva
volare il piccolo gonga il quale lasciavasi dietro una scia di una fosforescenza
ammirabile, da far quasi credere che quelle acque corrotte fossero sature di
fosforo.
Ogni qual tratto, però, cessava di remare, ratteneva il respiro e stava alcuni
istanti in ascolto, chiedendo di poi al cacciatore di serpenti se nulla avesse
udito o veduto.
Era di già mezz'ora che navigavano, quando il silenzio fu rotto dal ramsinga,
che si fece udire sulla riva destra, ma così vicino, da sospettare che il
suonatore si trovasse a un centinaio di passi di distanza.
- Alto! - mormorò Tremal-Naik.
Non aveva ancora terminata la parola, che un secondo ramsinga rispose al primo,
ma ad una distanza maggiore, intuonando una melodia malinconica, quanto era
brillante e viva l'altra. La musica indiana si basa su quattro sistemi che hanno
un'intima relazione colle quattro stagioni dell'anno ed a ciascuno di essi viene
applicato un tono e modo particolare.
È malinconica nella stagione fredda, viva ed allegra nel ringiovanire della
stagione, languida nei grandi calori d'estate e brillante nell'autunno.
Perché mai quei due istrumenti suonavano così contrariamente? Era forse un
segnale? Kammamuri lo temeva.
- Padrone - diss'egli, - siamo stati scoperti.
- È probabile, - rispose Tremal-Naik, che ascoltava attentamente.
- Se ritornassimo? Questa notte non fa per noi.
- Tremal-Naik non ritorna mai. Arranca e lascia che i ramsinga suonino a loro
piacimento.
Il maharatto riprese i remi spingendo innanzi il gonga, il quale non tardò a
giungere in un luogo dove il fiume stringevasi a mo' di collo di bottiglia. Un
buffo d'aria tiepida, soffocante, carica d'esalazioni pestifere, giunse al naso
dei due indiani.
Dinanzi a loro, ad un tre o quattrocento passi, apparvero molte fiammelle che
vagolavano bizzarramente sulla nera superficie del fiume. Alcune, come fossero
attirate da una forza misteriosa, vennero a danzare dinanzi alla prua del gonga,
allontanandosi dipoi con fantastica rapidità.
- Eccoci al cimitero galleggiante, - disse Tremal-Naik. - Fra dieci minuti
arriveremo al banian.
- Passeremo col gonga? - chiese Kammamuri.
- Con un po' di pazienza si passerà.
- È male, padrone, offendere i morti.
- Brahma e Visnù ci perdoneranno. Arranca, Kammamuri.
Il gonga, con pochi colpi di remo raggiunse la stretta del fiume e sboccò in
una specie di bacino, sul quale si intrecciavano i lunghi rami di colossali
tamarindi, formando una fitta volta di verzura.
Colà galleggiavano parecchi cadaveri che i canali del Gange avevano trascinato
fino al Mangal.
- Avanti! - disse il cacciatore di serpenti.
Kammamuri stava per ripigliare i remi, quando la volta di verzura, che copriva
quel cimitero galleggiante, s'aprì per dar passaggio a uno stormo di strani
esseri dalle ali nere, i trampoli lunghissimi, i becchi aguzzi e smisurati.
- Cosa c'è di nuovo? - esclamò Kammamuri sorpreso.
- I marabù, - disse Tremal-Naik.
Infatti un centinaio di quei funebri uccelli del sacro fiume, calavano,
starnazzando giocondamente le ali, posandosi sui cadaveri.
- Avanti, Kammamuri, - ripeté Tremal-Naik.
Il gonga spinto innanzi, e dopo una buona mezz'ora, attraversato il cimitero,
trovossi in un bacino assai più ampio, completamente sgombro, che veniva diviso
in due bracci da una aguzza punta di terra, sulla quale spiccava un grandissimo
e singolare albero.
- Il banian! - disse Tremal-Naik.
Kammamuri a quel nome fremette.
- Padrone! - mormorò, coi denti stretti.
- Non temere, maharatto. Deponi i remi e lascia che il gonga s'areni da sé
sull'isola. Forse c'è qualcuno nei dintorni.
Il maharatto ubbidì sdraiandosi sul fondo del canotto, mentre Tremal-Naik,
armata per ogni precauzione la carabina, faceva altrettanto.
Il gonga, trasportato dalla corrente che facevasi lievemente sentire, si
diresse, girando su se stesso, verso la punta settentrionale dell'isola
Raimangal, sede degli esseri misteriosi che avevano assassinato il povero Hurti.
Un silenzio profondo regnava in quel luogo. Non si udiva nemmeno lo stormire dei
giganteschi bambù, essendo cessato il venticello notturno, né le note dei
ramsingo. Il fiume stesso pareva che fosse diventato d'olio.
Tremal-Naik di quando in quando, però, alzava con precauzione la testa e
scrutava attentamente le rive, per nulla rassicurato da quel silenzio. Il gonga
si arenò, con un lieve strofinìo, a un centinaio di passi appena dal banian,
ma i due indiani non si mossero.
Passarono dieci minuti d'angosciosa aspettativa, poi Tremal-Naik ardì alzarsi.
Prima cosa che gli diede nell'occhio, fu una forma nera, confusa, distesa fra le
erbe, ad una ventina di metri dalla riva.
- Kammamuri, - mormorò. - Alzati ed arma le tue pistole.
Il maharatto non se lo fece dire due volte.
- Cosa vedi, padrone? - chiese egli con un filo di voce.
- Guarda laggiù.
- Eh!... - fe' il maharatto, sbarrando gli occhi. - Un uomo!
- Zitto!
Tremal-Naik alzò la carabina prendendo di mira quella massa nera che aveva
l'apparenza d'un essere umano sdraiato, ma l'abbassò senza scaricarla.
- Andiamo a vedere cos'è, Kammamuri, - diss'egli.- Quell'uomo non è vivo.
- E se fingesse d'essere morto?
- Peggio per lui.
I due indiani sbarcarono, dirigendosi quatti quatti verso quell'individuo che
non dava segno di vita. Erano giunti ad una diecina di passi, quando un marabù
si alzò rumorosamente volando verso il fiume.
- È un uomo morto, - mormorò Tremai-Naik. - Se fosse...
Non terminò la frase. In quattro salti raggiunse quel cadavere; una sorda
esclamazione gli uscì dalle labbra contorte per l'ira. - Hurti! - esclamò.
Infatti quel cadavere era Hurti, il compagno dell'indiano Aghur.
L'infelice era disteso sul dorso, colle gambe e le braccia raggrinzate,
probabilmente per lo spasimo, la faccia spaventosamente scomposta e gli occhi
aperti, schizzanti dalle orbite. Le ginocchia erano rotte e insanguinate ed
egualmente i piedi, segno evidente che era stato trascinato per qualche tratto
sul terreno, forse quando era ancora agonizzante, e dalla bocca sbarrata
uscivagli d'un buon palmo la lingua.
Tremal-Naik sollevò lo sventurato indiano per vedere in qual luogo era stato
colpito, ma non trovò sul corpo di lui alcuna ferita. Esaminandolo però
meglio, vide attorno al collo una lividura assai marcata e dietro il cranio una
contusione, che pareva prodotta da una grossa palla o da un sasso arrotondato.
- L'hanno stordito prima e poi strangolato, diss'egli, con voce sorda.
- Povero Hurti, - mormorò il maharatto.- Ma perché assassinarlo e in questo
modo?
- Lo sapremo, Kammamuri, e ti giuro che Tremal-Naik non lascierà impunito il
delitto.
- Ma temo, padrone, che gli assassini siano molto potenti.
- Tremal-Naik sarà più potente di loro. Orsù, ritorna al canotto.
- E Hurti? Lo lascieremo qui?
- Lo getterò nelle sacre acque del Gange domani mattina.
- Ma le tigri, questa notte lo divoreranno.
- Sul cadavere di Hurti veglia il cacciatore di serpenti.
- Ma come? Non ritorni tu?
- No, Kammamuri, io rimango qui. Quando avrò sbrigato le mie faccende,
abbandonerò quest'isola.
- Ma tu vuoi farti assassinare.
- Un sorriso sdegnoso sfiorò le labbra del fiero indiano.
- Tremal-Naik è un figlio della jungla! Ritorna al canotto, Kammamuri.
- Oh mai, padrone!
- Perché?
- Se ti accade una disgrazia, chi ti aiuterà? Lascia che t'accompagni e ti
giuro che ti seguirò dove tu andrai.
- Anche se io mi recassi a trovare la visione?
- Sì, padrone.
- Rimani con me, prode maharatto, e vedrai che noi due faremo per dieci.
Seguimi!
Tremal-Naik si diresse verso la riva, afferrò il gonga a tribordo e con una
violenta scossa lo rovesciò, calando a picco.
- Cosa fai? - chiese Kammamuri, sorpreso.
- Nessuno deve sapere che noi siamo qui giunti. E ora, a noi lo svelare il
mistero.
Cambiarono la polvere alle carabine ed alle pistole, onde essere sicuri di non
mancare al colpo, e si diressero verso il banian, la cui imponente massa
spiccava fieramente nella profonda tenebra.
III. Il vendicatore di Hurti.
I banian, chiamati altresì al moral o fichi delle pagode, sono gli alberi
più strani e più giganteschi che si possa immaginare.
Hanno l'altezza ed il tronco delle nostre più grandi e più grosse quercie e
dagli innumerevoli rami, tesi orizzontalmente, scendono delle finissime radici
aeree, le quali, appena toccano terra, s'affondano e s'ingrossano rapidamente,
infondendo nuovo nutrimento e più vigorosa vita alla pianta.
Avviene così, che i rami s'allungano sempre più, generando nuove radici e
quindi nuovi tronchi sempre più lontani, di maniera che un albero solo copre
una estensione vastissima di terreno. Si può dire che forma una foresta
sostenuta da centinaia e centinaia di bizzarri colonnati, sotto i quali i
sacerdoti di Brahma collocano i loro idoli. Nella provincia di Guzerate esiste
un banian chiamato Cobir bor assai venerato dagli indiani ed al quale non
esitano a dare tremila anni d'età; ha una circonferenza di duemila piedi e non
meno di tremila colonne o radici che dir si voglia. Anticamente era assai più
vasto, ma parte di esso fu distrutto dalle acque del Nerbudda, che rosero una
parte dell'isola su cui cresce.
Il banian sotto il quale i due indiani stavano per passare la notte, era uno dei
più giganteschi, fornito di più di seicento colonne, sostenenti smisurati rami
carichi di piccoli frutti vermigli e con un tronco grossissimo, ma che ad una
certa altezza era tagliato.
Tremal-Naik e Kammamuri, dopo di avere esaminato scrupolosamente colonnato per
colonnato per assicurarsi che dietro non celavasi alcuno, si sedettero vicino al
tronco l'uno presso l'altro, colla carabina montata, posata sulle ginocchia.
- Qui qualcuno verrà, - disse il cacciatore di serpenti, sottovoce.
- Sfortuna al primo che giunge sotto il tiro della mia carabina.
- Credi adunque che gli esseri misteriosi che assassinarono Hurti, vengano qui?
- chiese Kammamuri.
- Sono certissimo. Vedrai, maharatto, che prima di domani, noi sapremo qualche
cosa.
- Ci impadroniremo del primo che viene e lo accopperemo.
- Secondo le circostanze. Orsù, silenzio ora, ed occhi bene aperti.
Trasse da una tasca una foglia somigliante a quella dell'edera, conosciuta in
India sotto il nome di betel d'un sapore amarognolo e un poco pungente, vi unì
un pezzetto di noce di arecche e un po' di calce e si mise a masticar questo
miscuglio che vuolsi conforti lo stomaco, fortifichi il cervello, preservi i
denti e curi l'alito. Passarono due ore lunghe come due secoli, durante le quali
nessun rumore turbò il silenzio che regnava sotto la fitta ombra del gigantesco
albero. Doveva essere la mezzanotte o poco meno, quando a Tremal-Naik, che
tendeva per bene gli orecchi, sembrò di udire un rumore strano. Lo si avrebbe
detto un rombo, simile a uno di quelli che precedono talvolta i terremoti, ma
assai più sordo. Tremal-Naik si sentì invadere da una vaga inquietudine.
- Kammamuri - mormorò con un filo di voce. - Sta' in guardia.
- Cos'hai veduto? - chiese il maharatto, trasalendo.
- Nulla, ma ho udito un rumore che mi è nuovo.
- Dove?
- Mi parve che venisse da sotto terra.
- È impossibile, padrone!
- Tremal-Naik ha gli orecchi troppo acuti per ingannarsi.
- Cosa pensi che sia?
- L'ignoro, ma lo sapremo.
- Padrone, qui c'è qualche terribile mistero.
- Hai paura?
- No, sono maharatto.
- Allora sveleremo ogni cosa.
In quell'istante, sotto terra, s'udì distintamente ripetersi il misterioso
rombo. I due indiani si guardarono in volto con sorpresa.
- Si direbbe che qui sotto suonano qualche enorme tamburo, l'hauk per esempio, -
disse Tremal-Naik.
- Non può essere altrimenti, - rispose Kammamuri.- Ma come mai viene da sotto
terra? Che abbiano il loro asilo sotto la jungla, questi esseri misteriosi?
- Così deve essere, Kammamuri.
- Cosa facciamo, padrone?
- Rimarremo qui: qualche persona uscirà da qualche parte.
- Tykora! - gridò una voce.
I due indiani balzarono simultaneamente in piedi. Cosa strana, incrediblle:
quella voce era stata pronunciata così vicina a loro, da credere che la persona
che l'aveva emessa fosse dietro le loro spalle.
- Tykora! - mormorò Tremal-Naik. - Chi pronunciò questo nome? Guardò attorno,
ma non vide alcuno; guardò in alto, ma non scorse che i rami del banian,
confusi fra le tenebre.
- Che ci sia qualcuno nascosto fra i rami?
- Ma no, - disse Kammamuri, tremando. - La voce si udì dietro di noi.
- È strano.
- Tykora! - esclamò la medesima voce misteriosa.
I due indiani tornarono a guardarsi intorno. Non era più possibile ingannarsi;
qualcuno stava a loro vicino, ma con loro sorpresa e diciamolo pure, terrore,
non era visibile.
- Padrone, - mormorò Kammamuri, - abbiamo da fare con qualche spirito.
- Non credo agli spiriti, io, - rispose Tremal-Naik. - Quest'essere che si
diverte a spaventarci lo scopriremo.
- Oh!... - esclamò il maharatto, facendo tre o quattro passi indietro, come un
ubriaco.
- Cosa vedi Kammamuri?
- Guarda lassù... padrone! Guarda!...
Tremal-Naik alzò gli occhi sul banian e scorse un fascio di luce uscire dal
tronco mozzato. Malgrado il suo straordinario coraggio, si sentì agghiacciare
il sangue nelle vene.
- Della luce! - balbettò, sgomentato.
- Scappiamo, padrone! - supplicò Kammamuri.
Sotto terra si udì per la terza volta il misterioso boato e dal tronco del
banian uscì la squillante nota del ramsinga. In lontananza echeggiarono altre
note simili.
- Fuggiamo, padrone! - ripeté Kammamuri, pazzo di terrore.
- Mai! - esclamò Tremal-Naik, risolutamente.
Aveva messo il pugnale fra i denti e afferrato la carabina per la canna per
servirsene come d'una mazza. D'un tratto cambiò idea.
- Vieni, Kammamuri, - diss'egli. - Prima d'incominciare la pugna, sarà meglio
vedere con chi dobbiamo lottare.
Egli trascinò il maharatto ad un duecento passi dal tronco del banian e si
nascosero dietro a tre o quattro colonne riunite che permettevano ai due indiani
di vedere senza essere scoperti.
- Non una parola, ora, - disse. - Al momento opportuno agiremo.
Dal colossale tronco del banian uscì un'ultima nota acutissima che svegliò
tutti gli echi delle Sunderbunds. Il fascio di luce che usciva dalla sommità
dell'albero si spense e in sua vece apparve una testa umana, coperta da una
specie di turbante giallo.
Essa girò all'intorno qualche istante, come per assicurarsi che alcuna persona
trovavasi al disotto del gigantesco albero, poi si alzò, ed un uomo, un indiano
a giudicarlo dalla tinta, uscì, aggrappandosi ad uno dei rami. Dietro di lui
uscirono quaranta altri indiani, i quali si lasciarono scivolare giù pei
colonnati, fino a terra.
Erano tutti quasi nudi. Un solo dubgah, specie di sottanino, d'un giallo sporco,
copriva i loro fianchi e sui loro petti scorgevansi dei tatuaggi strani che
volevano essere lettere del sanscrito e proprio nel mezzo vedevasi un serpente
colla testa di donna.
Un sottile cordone di seta, che pareva un laccio ma che aveva una palla di
piombo all'estremità, girava più volte attorno al dubgah ed un pugnale era
passato in quella strana cintura.
Quegli esseri misteriosi, si assisero silenziosamente per terra, formando un
circolo attorno ad un vecchio indiano dalle braccia smisurate, e lo sguardo
brillante come quello d'un gatto.
- Figli miei, - disse questi con voce grave. - La nostra possente mano ha
colpito lo sciagurato che ardì calcare questo suolo consacrato ai thugs ed
inviolabile a qualsiasi straniero. È una vittima di più da aggiungere alle
altre cadute sotto il nostro pugnale, ma la dea non è ancora soddisfatta.
- Lo sappiamo, - risposero in coro gl'indiani.
- Sì, figli liberi dell'India, la nostra dea domanda altri sacrifici.
- Che il nostro grande capo comandi e noi tutti partiremo.
- Lo so, che voi siete bravi figli, - disse il vecchio indiano. - Ma il tempo
non è ancora venuto.
- Cosa s'aspetta adunque?
- Un gran pericolo ci minaccia, figli. Un uomo ha gettato gli occhi sulla
Vergine, che veglia la pagoda della dea.
- Orrore! - esclamarono gl'indiani.
- Sì, figli miei, un uomo audace osò guardare in volto la vaga Vergine, ma
quell'uomo se non cadrà sotto la folgore della dea, perirà sotto il nostro
infallibile laccio.
- Chi è quest'uomo?
- A suo tempo lo saprete. Portatemi la vittima.
Due indiani si alzarono e si diressero verso il luogo dove giaceva il cadavere
del povero Hurti. Tremal-Naik, che aveva assistito senza batter ciglio a quella
strana scena, alla vista di quei due uomini che afferravano il morto per le
braccia trascinandolo verso il tronco del banian, si era alzato di scatto colla
carabina in mano.
- Ah! maledetti! - esclamò egli con voce sorda togliendoli di mira.
- Cosa fai, padrone? - bisbigliò Kammamuri, prendendogli l'arma ed
abbassandola.
- Lascia che li accoppi, Kammamuri, - disse il cacciatore di serpenti. - Essi
hanno ucciso Hurti, è giusto che io lo vendichi.
- Vuoi perderci tutti e due. Sono quaranta.
- Hai ragione, Kammamuri. Li colpiremo tutti in una sola volta.
Riabbassò la carabina e tornò a coricarsi mordendosi le labbra per frenare la
collera.
I due indiani avevano allora trascinato Hurti nel mezzo del circolo e l'avevano
lasciato cadere ai piedi del vecchio.
- Kâlì! - esclamò egli, alzando gli occhi verso il cielo.
Trasse il pugnale dalla cintura e lo cacciò nel petto di Hurti.
- Miserabile! - urlò Tremal-Naik. - È troppo!
Egli s'era slanciato fuori dal nascondiglio. Un lampo squarciò le tenebre
seguito da una strepitosa detonazione ed il vecchio, colpito in pieno petto
dalla palla del cacciatore di serpenti, cadde sul corpo di Hurti.
IV. Nella jungla.
All'improvvisa detonazione, gl'indiani erano balzati in piedi col laccio
nella dritta e il pugnale nella sinistra. Vedendo il loro capo dibattersi per
terra tutto imbrattato di sangue, dimenticarono per un istante l'uccisore, per
accorrere in suo aiuto. Questo momento bastò perché Tremal-Naik e Kammamuri si
dessero alla fuga, senza essere scorti.
La jungla coperta di fitti cespugli spinosi e di bambù giganteschi, che
promettevano rifugi introvabili, era a pochi passi. I due indiani vi si
precipitarono nel mezzo, correndo disperatamente per cinque o sei minuti, poi si
lasciarono cadere sotto un gruppo assai folto di bambù, alti non meno di
diciotto metri.
- Se ti è cara la vita, - disse rapidamente Tremal-Naik a Kammamuri, - non
muoverti.
- Ah padrone! Cosa hai fatto! - disse il povero maharatto. - Li avremo tutti
addosso e ci strangoleranno come il disgraziato Hurti.
- Ho vendicato il mio compagno. Del resto non ci troveranno.
- Sono spiriti, padrone.
- Sono uomini. Taci e guardati ben d'attorno.
In lontananza si udivano le urla dei terribili abitanti del banian.
- Vendetta! Vendetta! - gridavano.
Tre note acute, le note del ramsinga, echeggiarono nella jungla e sotto terra
s'udì cupo rimbombo di poco prima. I due cacciatori si aggomitolarono,
facendosi più piccini e rattenendo persino il respiro. Sapevano che se venivano
scoperti, sarebbero stati irremissibilmente strangolati dai lacci di seta di
quei mostruosi individui, che avevano di già sacrificato tante vittime.
Non erano ancora trascorsi tre minuti che s'udirono i bambù aprirsi
violentemente e fra le tenebre fu scorto uno di quegli uomini. col laccio nella
destra ed il pugnale nella sinistra, passare come una freccia dinanzi alla
macchia e scomparire nel folto della jungla.
- L'hai veduto, Kammamuri? - chiese sottovoce Tremal-Naik.
- Sì, padrone, - rispose il maharatto.
- Essi ci credono assai lontani e corrono, sperando di raggiungerci.
Fra pochi minuti non avremo un solo uomo alle spalle.
- Diffidiamo, padrone. Quegli uomini mi fanno paura.
- Non temere, che son qui io. Zitto e sta' bene attento.
Un altro indiano, armato come il primo, passò correndo qualche istante dopo, e
pur esso scomparve nel folto dei bambù.
In lontananza s'udì ancora qualche grido, qualche fischio che pareva, che anzi
doveva essere un segnale, poi tutto tacque.
Trascorse mezz'ora. Tutto indicava che gli indiani, lanciati forse su di una
falsa traccia, erano assai lontani. Il momento non poteva essere più propizio
per fare un giro sui talloni e fuggire in direzione della riva.
- Kammamuri, - disse Tremal-Naik, - noi possiamo metterci in marcia.
Gli indiani, a mio parere, devono essere tutti dinanzi a noi e nel mezzo della
jungla.
- Sei proprio sicuro, padrone?
- Non odo rumore alcuno.
- E dove andremo? Al banian forse?
- Sì, maharatto.
- Vuoi cacciarti là dentro, forse?
- No per ora, ma domani notte ritorneremo qui e sveleremo il mistero.
- Ma chi supponi che sieno quegli uomini?
- Non lo so, ma lo saprò, Kammamuri, come pure saprò chi sia quella donna che
veglia nella pagoda della loro terribile dea. Hai udito tu, ciò che disse quel
vecchio?
- Sì, padrone.
- Non so, ma mi parve che parlasse di me ed ho il sospetto che quella Vergine
sia...
- Chi mai?
- La donna che m'ha stregato, Kammamuri. Allorché quel vecchio parlò di lei,
ho sentito il cuore battermi con veemenza strana e ciò mi succede tutte le
volte che...
- Zitto, padrone!... - mormorò Kammamuri, con voce soffocata.
- Cos'hai udito?
- Un bambù s'è mosso.
- Dove?
- Laggiù... a trenta passi da noi. Zitto!
Tremal-Naik alzò il capo e lo girò all'intorno, scrutando con attenzione la
nera massa dei bambù, ma non scorse alcuno. Tese gli orecchi, rattenendo il
respiro e trasalì. Un fruscìo appena distinto si udiva nella direzione
indicata dal maharatto, si avrebbe detto che una mano scostava con somma
precauzione le larghe e cuoriformi foglie delle gigantesche piante.
- Qualcuno s'avvicina, - mormorò egli. - Non muoverti, Kammamuri.
Il fruscio cresceva e s'avvicinava, ma assai lentamente. Di lì a poco videro
due bambù piegarsi e comparire un indiano il quale si curvò verso terra,
portando una mano all'orecchio. Stette un minuto così, poi si rialzò e parve
che fiutasse l'aria.
- Gary! - bisbigliò egli.
Un secondo indiano uscì da quei bambù, a sei passi di distanza dal primo.
- Odi nulla? - domandò il nuovo venuto.
- Assolutamente nulla. - Eppure, mi parve che qualcuno bisbigliasse.
- Ti sarai ingannato. Sono cinque minuti che me ne sto qui, cogli orecchi ben
tesi. Siamo su di una falsa via.
- Dove sono gli altri?
- Tutti dinanzi a noi, Gary. Si teme che gli uomini che hanno ardito qui
sbarcare, tentino un colpo di mano sulla pagoda.
- A quale scopo?
- Quindici giorni fa, la vergine della pagoda incontrò un uomo. Furono scorti
da uno dei nostri a scambiarsi dei segnali.
- E perché?
- Si crede che l'uomo voglia liberare la Vergine.
- Oh! L'orrendo delitto! - esclamò l'indiano che chiamavasi Gary.
- Questa notte un indiano, compagno del miserabile che osò alzare gli occhi
sulla Vergine della nostra venerabile dea, è sbarcato. Senza dubbio veniva a
spiare.
- Ma quell'indiano fu strangolato.
- Sì, ma dietro di lui sono sbarcati altri uomini, uno dei quali assassinò il
nostro sacerdote.
- E chi è quest'uomo che mirò in volto la Vergine?
- Un uomo formidabiie, Gary, e capace di tutto: è il cacciatore di serpenti
della jungla nera.
- Bisogna che muoia.
- Morrà, Gary. Per quanto corra, noi lo raggiungeremo ed i nostri lacci lo
strangoleranno. Ora tu parti e cammina dritto fino a che giungi sulla riva del
fiume: io mi reco alla pagoda a vegliare sulla Vergine. Addio, e che la nostra
dea ti protegga.
I due indiani si separarono prendendo due vie differenti. Appena il rumore
cessò, Tremal-Naik che tutto aveva udito, balzò in piedi
- Kammamuri, - diss'egli con viva emozione, bisogna che ci separiamo. Tu li hai
uditi: essi sanno che io sono sbarcato e mi cercano.
- Ho udito tutto, padrone.
- Tu seguirai l'indiano che si dirige verso il fiume e appena lo potrai
guadagnerai la riva opposta. Io seguo l'altro.
- Tu mi nascondi qualche cosa, padrone. Perché non vieni anche tu alla riva?
- Devo recarmi alla pagoda.
- Oh! Non farlo, padrone!
- Sono irremovibile. Nella pagoda si nasconde la donna che mi ha stregato.
- E se ti assassinano?
- Mi uccideranno a fianco di lei e morrò felice. Parti, Kammamuri, parti ché
comincia a prendermi la febbre.
Kammamuri emise un profondo respiro che pareva un gemito, e si alzò.
- Padrone, - disse con voce commossa. - Dove ci rivedremo?
- Alla capanna, se sfuggo alla morte: vattene.
Il maharatto si cacciò nella jungla dietro le traccie dell'indiano, in
direzione della riva. Tremal-Naik stette lì a guardarlo. colle braccia
incrociate sul petto e la fronte abbuiata.
- Ed ora, - diss'egli rialzando con fierezza il capo, quando il maharatto
scomparve ai suoi occhi, - sfidiamo la morte!...
Si gettò la carabina ad armacollo, diede un ultimo sguardo all'intorno e si
allontanò a passi rapidi e silenziosi, seguendo le traccie del secondo indiano
il quale non doveva essere molto discosto.
La via era difficile ed intricatissima. Il terreno era coperto, fin dove poteva
giungere l'occhio, da una rete fitta fitta di bambù che si rizzavano ad
un'altezza veramente straordinaria.
V'erano colà i cosiddetti bans tulda, coperti di foglie grandissime, i quali,
in meno di trenta giorni, acquistano un'altezza che sorpassa i venti metri ed
una grossezza di trenta centimetri.
I behar bans, alti appena un metro, col fusto vuoto ma forte ed armato di lunghe
spine, ed una varietà numerosa di altri bambù conosciuti comunemente nelle
Sunderbunds col nome generico di bans, i quali si stringevano così davvicino,
che era d'uopo servirsi del coltello per aprirsi un passaggio.
Un uomo non pratico di quei luoghi si sarebbe senza dubbio smarrito in mezzo a
quei giganteschi vegetali e si sarebbe trovato nell'impossibilità di fare un
passo innanzi senza far rumore, ma Tremal-Naik, che era nato e cresciuto nella
jungla, movevasi là sotto con sorprendente rapidità e sicurezza, senza
produrre il menomo fruscìo. Non camminava, poiché ciò sarebbe stato
assolutamente impossibile, ma strisciava simile ad un rettile, guizzando fra
pianta e pianta, senza mai arrestarsi, senza mai esitare sulla via da scegliere.
Ogni qual tratto egli appoggiava l'orecchio a terra ed era sicuro di non perdere
le traccie dell'indiano che lo precedeva, trasmettendo il terreno, il passo di
lui, per quanto fosse leggiero.
Aveva già percorso più d'un miglio, quando s'accorse che l'indiano erasi
improvvisamente arrestato. Appoggiò tre o quattro volte l'orecchio, ma il
terreno non trasmetteva alcun rumore, si alzò ascoltando con profonda
attenzione, ma nessun fruscìo gli pervenne. Tremal-Naik cominciò a diventare
inquieto.
- Cosa è succeduto? - mormorò egli, guardandosi d'attorno. - Che si sia
accorto che io lo seguo? Stiamo in guardia!
Percorse ancora tre o quattro metri strisciando, poi alzò il capo, ma lo
riabbassò quasi subito. Aveva urtato contro un corpo tenero che pendeva
dall'alto e che erasi subito ritirato.
- Oh! - fe' egli.
Un pensiero terribile gli attraversò il cervello. Si gettò prontamente da un
lato sguainando il coltello e guardo in aria.
Nulla vide o almeno nulla gli parve di vedere. Eppure era sicuro di aver urtato
contro qualche cosa, che non doveva essere una foglia di bambù.
Stette alcuni minuti immobile come una statua.
- Un pitone! - esclamo ad un tratto, senza però sgomentarsi.
Un fruscìo repentino erasi udito in mezzo ai bambù, poi un corpo oscuro,
lungo, flessuoso, discese ondeggiando per una di quelle piante. Era un mostruoso
serpente pitone, lungo più di venticinque piedi, il quale allungavasi verso il
cacciatore di serpenti sperando di allacciarlo fra le sue viscose spire e
stritolarlo con una di quelle terribili strette alle quali nulla resiste. Aveva
la bocca aperta colla mascella inferiore divisa in due branche come i ferri
d'una tenaglia, la forcuta lingua tesa e gli occhi accesi, che brillavano
sinistramente fra la profonda oscurità.
Tremal-Naik s'era lasciato cadere per terra per non venire afferrato dal
mostruoso rettile e ridotto in un ammasso d'ossa infrante e di carni
sanguinolenti.
- Se mi muovo sono perduto, - mormorò egli con straordinario sangue freddo. -
Se l'indiano che mi precede non s'accorge di nulla, sono salvo.
Il rettile era disceso tanto, che colla testa toccava la terra. Egli si allungò
verso il cacciatore di serpenti che conservava la rigidezza d'un cadavere,
ondeggiò per qualche tratto su di lui lambendolo colla fredda lingua, poi
cercò di farglisi sotto per avvolgerlo. Tre volte tornò alla carica sibilando
di rabbia e tre volte si ritirò contorcendosi in mille guise, salendo e
ridiscendendo il bambù attorno il quale erasi avvinghiato. Tremal-Naik
fremente, inorridito, continuava a rimanere immobile facendo sforzi sovrumani
per padroneggiarsi, ma appena vide il rettile alzarsi arrotolandosi in parte su
se stesso, affrettossi a strisciare cinque o sei metri lontano. Credendosi ormai
fuori di pericolo, s'era voltato per rialzarsi, quando udì una voce minacciosa
a gridare:
- Cosa fai qui?
Tremal-Naik s'era prontamente alzato col coltello in pugno. A sette od otto
metri di distanza, assai vicino al posto occupato dal rettile, era
improvvisamente sorto un indiano di alta statura, estremamente magro, armato
d'un pugnale e di una specie di laccio che finiva in una palla di piombo.
Sul petto portava tatuato il misterioso serpente colla testa di donna,
contornato da alcune lettere del sanscrito.
- Cosa fai qui? - ripeté quell'indiano con tono minaccioso.
- E tu cosa fai? - ribatté Tremal-Naik, con calma glaciale. - Sei forse uno di
quei miserabili che si divertono ad assassinare le persone che qui sbarcano?
- Sì, e sappi che ora farò altrettanto con te.
Tremal-Naik si mise a ridere, guardando il rettile il quale cominciava a
svolgere gli anelli, ondeggiando quasi sulla testa dell'indiano.
- Tu credi di uccidermi, - disse il cacciatore, e la morte invece ti sfiora.
- Ma prima morrai tu! - gridò l'indiano, facendo fischiare attorno al capo la
corda di seta.
Un sibilo lamentevole emesso dal rettile, lo arrestò nel momento che lanciava
la palla di piombo.
- Oh! esclamò, manifestando un profondo terrore.
Aveva alzata la testa e s'era trovato dinanzi al rettile. Volle fuggire e fece
un salto indietro, ma incespicò in un bambù mozzato e capitombolò fra le
erbe.
- Aiuto! aiuto!... urlò egli disperatamente.
L'enorme rettile s'era lasciato cadere a terra ed in un baleno aveva afferrato
l'indiano fra le sue spire, stringendolo in modo tale da togliergli il respiro e
da fargli crocchiar tutte le ossa del corpo.
- Aiuto!... aiuto!... - ripeté lo sventurato, sbarrando spaventosamente gli
occhi. Tremal-Naik con un moto spontaneo s'era slanciato verso il gruppo. Con un
terribile colpo di coltello tagliò in due il pitone, il quale sibilava
rabbiosamente, coprendo di bava sanguigna la vittima. Stava per ricominciare,
quando udì i bambù agitarsi furiosamente in parecchi luoghi.
- Eccolo! - tuonò una voce.
Erano altri indiani che correvano sul luogo, compagni dell'infelice che il
rettile, quantunque spezzato in due, stritolava, facendogli schizzare il sangue
dalle carni. Comprese il pericolo che correva, e senza aspettar altro si diede a
precipitosa fuga attraverso la jungla.
- Eccolo! eccolo! - ripeté la medesima voce. Fuoco su di lui! fuoco!
Un colpo d'archibugio rintronò destando tutti gli echi della jungla, poi un
secondo ed infine un terzo. Tremal-Naik, sfuggito miracolosamente ai proiettili,
s'era rivoltato ruggendo come le belve che egli cacciava nella jungla.
- Ah! miserabili! - urlò egli furente.
S'era strappato di dosso la carabina e l'aveva puntata contro gli assalitori che
venivano innanzi coi pugnali fra i denti e i lacci in mano, pronti a
strangolarlo.
Dalla canna usci una striscia di fuoco seguita da una detonazione. Un indiano
cacciò un urlo terribile, portò le mani al volto e rotolò fra le erbe.
Tremal-Naik ripigliò la sfrenata corsa saltando a destra e a sinistra onde
impedire ai nemici di prenderlo di mira.
Attraversò un gruppo di bambù che abbatté furiosamente e si cacciò in mezzo
alla fitta jungla, facendo perdere le traccie agli inseguitori.
Corse così per un quarto d'ora; si arrestò un momento a prendere fiato
sull'orlo della piantagione, poi si slanciò come un pazzo in mezzo a terreni
paludosi e scoperti, solcati da innumerevoli canaletti d'acque stagnanti. Aveva
gli occhi iniettati di sangue e la spuma alle labbra, ma correva sempre come
avesse le ali ai piedi, saltando via gli ostacoli che gli sbarravano la via,
tuffandosi nei pantani, immergendosi negli stagni o nei canali, non avendo che
un solo pensiero: frapporre fra sé e gli assalitori il maggior spazio
possibile.
Quanto corse, non lo poté sapere. Quando si arrestò, egli si trovava a un
duecento passi da una superba pagoda, che ergevasi isolata sulla riva di un
ampio stagno contornato da colossali ruine.
V. La vergine della pagoda.
Quella pagoda, del più puro stile indiano, era la più bella che Tremal-Naik
avesse veduto nelle Sunderbunds. Costruita tutta in granito bigio era alta più
che sessanta piedi, con una base larga quanto due terzi dell'altezza, contornata
da stupendi colonnati, scolpiti con quella valentìa che distingue la razza
indiana. Man mano che la pagoda saliva, andava a poco a poco restringendosi sino
a terminare in una specie di cupola sormontata da una gigantesca palla di
metallo, con una punta assai aguzza sostenente il misterioso serpente colla
testa di donna.
Agli angoli della pagoda scorgevansi il Trimurti indiano, figurato da tre teste
sopra un solo corpo sostenuto da tre gambe e, qua e colà, una moltitudine di
sculture strane, curiose, rappresentanti molte figure della storia sacra
degl'indiani, Brahma, Siva, Visnù, Parvadi, la sinistra dea della morte seduta
sopra un leone, Darma-Ragia, il Plutone degl'indiani e molte altre divinità,
nonché un gran numero di mostri spaventevoli e di teste d'elefanti colle
proboscidi tese.
Tremal-Naik, come si disse, si era fermato di colpo, sorpreso di trovarsi
dinanzi ad una pagoda, là dove credeva di trovare la selvaggia jungla.
- Una pagoda! - aveva esclamato egli. - Sono perduto!
Gettò un rapido sguardo all'intorno. Egli si trovava in una specie di radura
d'una estensione di oltre mezzo miglio, sgombra affatto d'ogni cespuglio e
d'ogni bambù.
- Sono perduto! - ripeté egli, con ira.- Se non trovo un nascondiglio, fra
cinque minuti mi pioveranno addosso quei terribili uomini e mi strangoleranno.
Ebbe per un istante l'idea di ritornare indietro e di riguadagnare la jungla per
nascondersi, ma vi erano più di ottocento metri da percorrere, cioè il tempo
sufficiente perché gli inseguitori lo scoprissero. Pensò alle ruine che
contornavano lo stagno, ma non presentavano nascondigli di sorta.
- E se salissi lassù, - mormorò egli, guardando la sommità della pagoda. - E
perché no?...
Un uomo come lui, rotto ad ogni sorta d'esercizi e che possedeva una forza
erculea congiunta ad un'agilità straordinaria da muovere ad invidia una scimmia
guenù, era capace di issarsi fino alla cupola aggrappandosi ai colonnati ed
alle sculture che collegavansi in modo da formare un'erta e bizzarra gradinata.
Si slanciò verso la pagoda, dopo d'aver disarmato la carabina e di aversela
gettata dietro le spalle, stette qualche istante ad udire, e rassicurato del
profondo silenzio che colà regnava, imprese l'ardita scalata.
Con una rapidità sorprendente salì su una colonna e di là si slanciò sulle
pareti del tempio aggrappandosi alle gambe delle divinità, inerpicandosi sui
loro corpi, posando i piedi sulle loro teste, afferrandosi alle proboscidi degli
elefanti e alle corna dei buoi del dio Siva.
Cosa strana, incomprensibile, misteriosa: man mano che saliva sentivasi il cuore
battere precipitosamente, le membra acquistare una forza straordinaria. Egli
sentivasi come attirato da una forza irresistibile verso la sommità della
pagoda, ed al contatto di quelle fredde pietre provava delle sensazioni
sconosciute, inesplicabili.
Potevano essere le due del mattino, quando, dopo d'avere eseguito venti manovre
aeree da far gelare il sangue ad un ginnasta e di aver corso altrettante volte
il pericolo di capitombolar giù e di sfracellarsi il cranio, giunse alla
cupola. Con un ultimo slancio s'aggrappò alla gigantesca palla di metallo,
sormontata dalla punta sostenente il serpente colla testa di donna.
Con sua sorpresa egli si trovò ondeggiante al di sopra di una larga apertura,
profonda ed oscura quanto un pozzo, attraversata da una sbarra di bronzo sulla
quale trovò modo di appoggiare i piedi.
- Dove sono? - si chiese egli. - Questo pozzo, senza dubbio deve menare
nell'interno della pagoda.
Abbandonò la grande palla e s'aggrappò alla sbarra guardando giù, ma non vide
che tenebre; tese l'orecchio, ma il più profondo silenzio regnava sotto di lui,
segno evidente che nessuno trovavasi nella pagoda. Una cosa che lo colpì fu una
corda abbastanza grossa, formata d'un vegetale lucente e flessibilissimo,
annodata alla sbarra e che scompariva giù nell'apertura. L'afferrò e riunendo
le sue forze la tirò a sé; s'accorse subito che alla estremità v'era
attaccato un corpo alquanto pesante il quale, alla trazione, ondeggiò
tintinnando.
Deve essere una lampada, - disse Tremal-Naik. Ad un tratto si batté la fronte.
- Ora mi ricordo! - esclamò egli con viva emozione. - Sì... quei due uomini
parlavano di una pagoda... di una vergine che veglia... Giusto Visnù, sarebbe
mai...
S'arrestò e portò ambo le mani al cuore che batteva con veemenza
straordinaria. Egli provava allora un'emozione analoga a quella che sentiva in
quelle sere che trovavasi dinanzi alla strana visione.
Fu un lampo. S'aggrappò a quella corda e si mise a scendere nelle tenebre,
quantunque ignorasse ancora dove andasse a finire e ciò che lo attendeva
laggiù. Pochi minuti dopo i suoi piedi battevano su di un oggetto arrotondato,
il quale mandò un suono metallico che gli echi del tempio ripeterono più
volte.
Stava per curvarsi per vedere cos'era, quando un cigolìo simile a quello di una
porta che gira sui cardini, giunse ai suoi orecchi.
Guardò sotto di sé e gli parve di scorgere, fra le tenebre, un'ombra che
muovevasi, ma senza produrre rumore di sorta.- Chi può esser mai? - si chiese
egli, rabbrividendo.
Con una mano estrasse una pistola e l'impugnò deciso di vendere caramente la
vita, se veniva scoperto, e attese coll'immobilità d'una statua di granito.
Un sospiro profondo salì fino a lui; quel sospiro lo impressionò in un modo
nuovo, misterioso. Gli sembrò che gli avessero vibrato una pugnalata in cuore.
- Sono pazzo o stregato, - mormorò egli.
L'ombra si era fermata dinanzi ad una massa nera, enorme che trovavasi proprio
al disotto della fune.
- Eccomi, orribile divinità! - esclamò una voce di donna che scosse
Tremal-Naik fino al fondo dell'anima.
Tremal-Naik al colmo della sorpresa udì una materia liquida precipitare sul
suolo e sentì spandersi per l'aria un profumo soave.
- Mostruosa gente! - pensò egli. - Eppure quell'ombra ha una voce dolce come le
note del saranguy... È strana! tremo come se avessi la febbre. Perché?...
- Ti odio! - esclamò la medesima voce, con profonda amarezza. - Ti odio,
spaventevole divinità, che mi condannasti ad eterno martirio dopo d'avermi
distrutto tutto ciò che avevo di più caro sulla terra. Assassini, possiate
essere maledetti in questa e nell'altra vita!
Uno scoppio di pianto seguì la maledizione che quell'essere misterioso aveva
scagliato su quegli uomini che aveva chiamato assassini. Tremal-Naik per la
seconda volta fremette in tutte le membra e lui, l'uomo dall'animo
inaccessibile, lui, il selvaggio figlio della jungla, lui, il cacciatore di
serpenti, per la prima volta in sua vita, si sentì commosso.
Ebbe per un istante l'idea di lasciarsi cadere nel vuoto. ma un po' di
diffidenza lo trattenne. Del resto era troppo tardi, poiché l'ombra s'era
allontanata scomparendo nelle tenebre e poco dopo udì il cigolìo della porta
che schiudevasi.
- Ma che non possa svelare adunque questo mistero? - mormorò Tremal-Naik, quasi
con rabbia. - Ma chi sono adunque questi mostri che han bisogno di vittime?
- Chi è mai questa spaventevole divinità? Chi è questa donna che viene a
maledire a mezzanotte, nell'ora dei delitti, dei fantasmi, delle vendette?...
Chi è questo essere, che mentre gli altri strangolano, piange? Che mentre gli
altri mi fan ribrezzo, mi commuove! Che mentre gli altri han cupa la voce, l'ha
dolce, soave come un'armonia celeste?... Quest'essere, questa donna io la voglio
vedere, io le voglio parlare e tutto mi svelerà. Non so, ma una voce interna mi
dice che questa donna io l'ho veduta altre volte, ha fatto palpitare il mio
cuore, che questa donna è...
S'arrestò anelante, quasi spaventato. Una fiamma gli salì in volto e lo
inondò di sudore.
- Se fosse la mia visione! - esclamò egli con voce tremante per l'emozione. -
Quando m'arrampicava sul tempio io era commosso; quando scesi quaggiù io
tremava. Se fosse vero?... Scendiamo.
Si lasciò calare giù e posò i piedi su di un oggetto duro e scabroso, che
diede quel suono particolare dei corpi metallici e specialmente dei bronzi.
S'accorse di essere sopra alla massa nera, dinanzi alla quale la donna aveva
versato quel profumo, maledetto e pianto.
- Cos'è mai questo? - mormorò egli.
Si chinò, appoggiò le mani su quella massa di bronzo e si lasciò scivolar
giù, finché toccò terra. I suoi piedi sdrucciolarono su di una superficie
liscia e umidiccia.
- È qui che ella sparse il profumo, - diss'egli.- L'odore che mi sale alle nari
me lo dice. Domani saprò dove mi trovo e con chi avrò da fare.
Fece sei o sette passi brancolando fra le tenebre e si aggomitolò su se stesso,
colle pistole in mano, aspettando che un raggio di luce illuminasse quel
misterioso tempio.
Passarono alcune ore senza che rumore alcuno turbasse il funebre silenzio che
regnava in quel luogo; lassù, verso l'apertura, il cielo cominciava a
rischiararsi e gli astri ad impallidire sotto i primi albori. Tremal-Naik,
immobile, cogli occhi bene aperti e gli orecchi tesi, aspettava sempre con
quella pazienza che è particolare alle razze asiatiche.
Verso le quattro il sole apparve improvvisamente sull'orizzonte, illuminando la
grande palla di bronzo che ergevasi sulla cima della pagoda e dall'ampia
apertura scese un fascio di luce. Tremal-Naik scattò in piedi, sorpreso,
sbalordito dallo spettacolo che offrivasi dinanzi a' suoi occhi.
Egli si trovava in una specie di immensa cupola, le cui pareti erano
bizzarramente dipinte. Le prime dieci incarnazioni di Visnù, il dio
conservativo degli indiani che ha la sua residenza nel Vaicondu o mare di latte
del serpente Adissescien, erano dipinte all'ingiro, circondate dai principali
deverkeli o semi-dei venerati dagl'indiani, protettori degli otto angoli del
mondo, abitatori del sorgon, cioè paradiso di quelli che non hanno tanti meriti
per andare nel cailasson o paradiso di Siva. A metà della cupola v'erano
scolpiti i cateri, giganteschi geni malvagi, che divisi in cinque tribù vanno
errando pel mondo dal quale non possono uscire, né meritare la beatitudine
promessa agli uomini, se non dopo d'aver raccolto gran numero di preghiere.
Nel mezzo della pagoda si elevava una grande statua di bronzo, rappresentante
una donna con quattro braccia, di cui una brandiva una lunga daga e un'altra una
testa.
Una grande collana di teschi le scendeva fino al collo dei piedi ed una cintura
di mani e di braccia mozzate le stringeva i fianchi.
La faccia di quell'orribile donna era tatuata, le sue orecchie erano adorne di
anelli; la lingua dipinta di rosso cupo, del color del sangue, le usciva d'un
buon palmo dalle labbra atteggiate ad un feroce sorriso; i polsi erano stretti
da larghi braccialetti ed i piedi posavano su di un gigante coperto di ferite.
Quella divinità, lo si capiva a prima vista, trasportata dalla ebbrezza del
sangue, danzava sul corpo della vittima.
Un altro oggetto strano, era una vaschetta di marmo bianco, incastonata nelle
lucenti pietre del pavimento. Era colma di limpidissima acqua e dentro vedevasi
nuotare un pesce di un bel giallo d'oro, piccolo e che somigliava assai ad un
mango del Gange. Tremal-Naik non aveva mai visto nulla di simile.
Egli si era fermato dinanzi alla mostruosa divinità e la contemplava con un
misto di stupore e di paura.
Chi era mai quella sinistra figura contornata di cranii ed ornata di mani e
braccia mozze? Cosa significava quel pesciolino dorato nuotante in quella bianca
vaschetta? Quale relazione avevano quei due strani simboli, coi feroci uomini
che inseguivano e strangolavano i loro simili?
- Che io sogni? - mormorò Tremal-Naik, stropicciandosi più volte le palpebre.
- Io non comprendo nulla!
Non aveva ancor finito, che un leggiero cigolìo giungeva ai suoi orecchi. Si
volse colla carabina in mano, ma quasi subito indietreggiò fino alla mostruosa
divinità, rattenendo a gran pena un grido di stupore e di gioia.
Dinanzi a lui, sul limitare di una porta dorata, stavasene ritta una fanciulla
di meravigliosa bellezza, col più angoscioso terrore dipinto sul volto.
Poteva avere quattordici anni. La sua taglia era graziosa e di forme
superbamente eleganti.
Aveva i lineamenti d'una purezza antica, animati dalla scintillante espressione
della donna anglo-indiana.
La pelle era rosea, d'una morbidezza impareggiabile, gli occhi grandi neri e
scintillanti come diamanti; un naso diritto che nulla aveva d'indiano, labbra
sottili, coralline, schiuse ad un melanconico sorriso che lasciava scorgere due
file di denti d'abbagliante bianchezza una opulenta capigliatura d'un castano
cupo, fuliginoso, separata sulla fronte da un mazzetto di grosse perle, era
raccolta in nodi ed intrecciata con fiori di sciambaga dal soave profumo.
Tremal-Naik come si disse, era vivamente indietreggiato fino alla mostruosa
statua di bronzo.
- Ada!... Ada!... L'apparizione della jungla! - esclamò egli con voce
soffocata.
Non seppe dire di più e rimase lì, muto, ansante, trasognato a mirare quella
superba creatura che continuava a fissarlo con profondo terrore. Ad un tratto
quella fanciulla fece un passo innanzi lasciando cadere a terra l'ampio sari di
seta, orlato d'una larga striscia azzurra, fregiata di complicati disegni, che
ricoprivala come un ampio mantello.
Un fascio di luce abbagliante l'avvolse, togliendola alla vista del cacciatore
di serpenti che fu forzato a chiudere gli occhi.
Quella fanciulla era coperta letteralmente d'oro e di pietre preziose
d'inestimabile prezzo. Una corazza d'oro, tempestata dei più bei diamanti del
Golconda e del Guzerate, decorata del misterioso serpente colla testa di donna,
le racchiudeva tutto il seno e spariva in un largo scialle di cachemire trapunto
d'argento, che cingevale i fianchi; molteplici collane di perle e di diamanti le
pendevano dal collo, grossi come nocciuole; larghi braccialetti pur tempestati
di pietre preziose le ornavano le nude braccia, ed i calzoncini larghi, di seta
bianca, erano stretti sul collo dei piedi nudi e piccini, da cerchietti di
corallo della più bella tinta rossa. Un raggio di sole, penetrato da uno
stretto pertugio, battendo sopra quella profusione di ori e di gioie aveva per
così dire immersa la giovanetta in un mare di luce d'un fulgore acciecante.
- La visione!... La visione!... - ripeté per la seconda volta Tremal-Naik,
tendendo le braccia verso di lei! - Oh! quanto è bella!...
La giovanetta si guardò attorno con smarrimento e portò un dito sulle labbra,
come per invitarlo a tacere, poi camminò dritta verso di lui.
- Sciagurato! - diss'ella con ispavento. - Cosa sei venuto a far qui?... Qual
follia ti trascinò in quest'orribile luogo?...
Il cacciatore di serpenti, senza volerlo, era caduto in ginocchio tendendo le
mani verso di lei che indietreggiò con maggiore spavento.
- Non toccarmi! - diss'ella, con un filo di voce.
Tremal-Naik aveva emesso un sospiro:
- Sei bella! esclamò egli con passione.
- Taci, Tremal-Naik!
- Sei bella!... - ripeté il selvaggio figlio della jungla. Ella gli pose un
dito sulle labbra.
- Se non vuoi perdermi, non fare rumore, - disse la giovanetta con dolce
rimprovero. - Tu non sai ancora, i tremendi pericoli che ci minacciano.
- Io sono Tremal-Naik! Chi è quest'uomo che ti minaccia? Dimmelo ed io, il
cacciatore di serpenti, ti giuro che domani questo nemico sarà scomparso dalla
terra!...
- Non parlare così, Tremal-Naik!
- Perché?... Senti, fanciulla: non aveva mai veduto un volto di donna nella mia
jungla popolata dalle sole tigri. Quand'io per la prima volta ti vidi, agli
ultimi raggi del sole morente, là, dietro quel cespuglio di mussenda, mi sono
sentito scuotere tutto. Mi parve che tu fossi una divinità scesa dal cielo e
t'adorai.
- Taci! taci! - ripeté con voce rotta la fanciulla, nascondendosi il volto fra
le mani.
- Non posso tacere, vago fiore della jungla! - esclamò Tremal-Naik con maggior
passione. - Quando tu scomparisti, mi parve che qualche cosa si staccasse dal
mio cuore. Ero come ubriaco, dinanzi agli occhi mi danzava la tua visione, nelle
vene scorrevami più rapido il sangue e lingue di fuoco mi salivano in volto e
più su fino al cervello. Si avrebbe detto che tu mi avevi stregato!
- Tremal-Naik! - mormorò con ansia la fanciulla.
- Quella notte non dormii, - proseguì il cacciatore di serpenti. - Avevo la
febbre indosso e una smania furiosa di rivederti. Perché? Io l'ignorava, né
sapeva capacitarmi come ciò accadesse. Era la prima volta in vita mia che
provavo una tale emozione. Passarono quindici giorni. Tutte le sere, al calar
del sole, io ti rivedeva dietro al mussenda ed io mi sentivo felice dinanzi a
te; mi pareva di esser trasportato in un altro mondo mi pareva di essere
diventato un altro uomo. Tu non mi parlavi, ma mi guardavi e per me era anche
troppo; quei tuoi sguardi erano eloquenti e mi dicevano che tu...
S'arrestò ansante, guardando la fanciulla che teneva il volto nascosto fra le
mani.
- Ah! - esclamò egli con dolore. - Tu adunque non vuoi che parli.
La fanciulla si scosse e lo fissò, con occhi umidi.
- Perché parlare, - balbettò ella, - quando tra noi v'è un abisso? Perché
sei venuto qui, sciagurato, a ridestare nel mio cuore una speranza vana? Non sai
tu adunque, che questo luogo è maledetto, interdetto soprattutto a colui che io
amo?
- Che io amo! - esclamò Tremal-Naik, con gioia. Ripeti, ripeti questa parola,
vago fiore della jungla! È vero adunque che tu mi ami? È vero dunque che tu
venivi ogni sera dietro il mussenda perché mi amavi?
- Non farmi morire, Tremal-Naik, - esclamò la fanciulla con angoscia.
- Morire! Perché? Qual pericolo ti minaccia? Non sono qui io a difenderti? Che
importa se questo luogo è maledetto? Che importa se fra noi due v'è un abisso?
Io sono forte, tanto forte che per te scrollerei questo tempio e infrangerei
quell'orribile mostro, dinanzi al quale tu versi dei profumi.
- Come, tu sai questo? Chi te lo disse?
- T'ho veduta questa notte.
- Questa notte eri qui dunque?
- Sì, ero qui, anzi lassù aggrappato a quella lampada, proprio sopra al tuo
capo.
- Ma chi ti condusse in questo tempio?
- La sorte, o meglio il laccio degli uomini che abitano questa terra maledetta.
- T'hanno dunque veduto?
- M'hanno dato la caccia.
- Ah! disgraziato, sei perduto! - esclamò la fanciulla con disperazione.
Tremal-Naik si slanciò verso di lei.
- Ma dimmi, qual mistero è questo? - chiese egli con furore, a gran pena
frenato. - Perché tanto terrore? Che cosa vuol dire quella mostruosa figura che
ha bisogno di profumi? Cos'è quel pesce dorato che nuota in quel bacino? Cosa
significa quel serpente dalla testa di donna che tu hai impresso sulla corazza?
Chi sono questi uomini che strangolano i loro simili e che vivono sotto terra?
Io lo voglio sapere, o Ada, io lo voglio!
- Non interrogarmi, Tremal-Naik.
- Perché?
- Ah! se tu sapessi qual terribile destino pesa su me!
- Ma io son forte.
- Che vale la forza contro questi uomini?
- Farò a loro una guerra spietata.
- T'infrangeranno come un giovane bambù. Non sfidano essi la possanza
dell'Inghilterra? Sono forti, Tremal-Naik, e tremendi! Nulla resiste a loro: né
le flotte, né gli eserciti. Tutto cade dinanzi al velenoso loro soffio.
- Ma chi sono adunque essi?
- Non posso dirlo.
- E se io te lo comandassi?
- Rifiuterei.
- Dunque tu... diffidi di me! - esclamò Tremal-Naik con rabbia.
- Tremal-Naik! Tremal-Naik! - mormorò l'infelice giovanetta, con accento
straziante.
Il cacciatore di serpenti si torse le braccia.
- Tremal-Naik, - proseguì la fanciulla, - una condanna pesa su di me, una
condanna terribile, spaventevole, che non cesserà che colla mia morte. Io t'ho
amato, prode figlio della jungla, t'amo sempre, ma...
- Ah! tu mi ami! - esclamò il cacciatore di serpenti.
- Sì, ti amo, Tremal-Naik.
- Giuralo su quel mostro che ci sta dappresso.
- Lo giuro! - disse la giovanetta, tendendo la mano verso la statua di bronzo.
- Giura che tu sarai mia sposa!...
Uno spasimo scompose i lineamenti della giovanetta.
- Tremal-Naik, - mormorò ella con voce cupa, - sarò tua sposa, se pure sarà
possibile!
- Ah! ho forse un rivale.
- No, né vi sarà alcuno tanto audace da fissare il suo sguardo su di me.
Appartengo alla morte.
Tremal-Naik aveva fatto due passi indietro colle mani strette al capo.
- Alla morte!... - esclamò.
- Sì, Tremal-Naik, appartengo alla morte. Il giorno in cui un uomo poserà le
sue mani su di me, il laccio dei vendicatori troncherà la mia vita.
- Ma sogno io forse?
- No, sei sveglio e colei che ti parla è la donna che ti ama.
- Ah! tremendo mistero!
- Sì, tremendo mistero, Tremal-Naik. Tra noi v'è un abisso che nessuno sarà
capace di colmare... Fatalità! Ma cosa ho fatto io per essere così
disgraziata? Qual delitto ho commesso io, per essere maledetta?
Uno scoppio di pianto soffocò la sua voce ed il suo volto s'irrigò di lagrime.
Tremal-Naik emise un sordo ruggito e strinse le pugna con tale forza da far
crocchiare le ossa.
- Che posso fare per te? - chiese egli, commosso fino al fondo dell'anima. -
Queste tue lagrime mi fanno male, vago fiore della jungla. Dimmi che devo fare,
comanda ed io ti ubbidirò più d'uno schiavo. Vuoi che io ti tragga da questo
luogo, io lo farò, dovessi lasciare la vita nel tentativo.
- Oh! no, no! - esclamò la giovanetta, con ispavento. - Sarebbe la morte per
entrambi.
- Vuoi che io parta di qui? Senti, io ti amo assai, ma se la tua esistenza
richiedesse la separazione eterna fra noi due, io infrangerò l'amore che nacque
nel mio cuore. Sarò dannato, sarà un martirio continuo per me, ma lo farò.
Parla, cosa devo fare?
La giovanetta taceva e singhiozzava. Tremal-Naik l'attirò dolcemente a sé e
stava per aprire le labbra, quando al di fuori echeggiò l'acuta nota del
ramsinga.
- Fuggi! fuggi, Tremal-Naik! - esclamò la giovanetta, fuori di sé pel terrore.
- Fuggi o siamo perduti!
- Ah! maledetta tromba! - urlò Tremal-Naik, digrignando i denti.
- Essi arrivano, - proseguì la giovanetta con voce spezzata. - Se ci trovano,
ci immoleranno alla loro spaventevole divinità. Fuggi! fuggi!
- Oh giammai!
- Ma vuoi tu adunque farmi morire!
- Io ti difenderò!
- Ma fuggi, disgraziato! fuggi!
Tremal-Naik per tutta risposta raccolse da terra la carabina e l'armò.
La giovanetta comprese che quell'uomo era irremovibile.
- Abbi pietà di me! - diss'ella con angoscia. - Essi vengono.
- Ebbene, io li aspetterò, - rispose Tremal-Naik.- Il primo uomo che ardirà
alzare su di te la sua mano, giuro sul mio dio che lo ammazzo come una tigre
della jungla.
- Ebbene rimani, giacché sei irremovibile, prode figlio della jungla; io ti
salverò.
Ella raccolse il suo sari e si diresse verso la porta dalla quale era entrata.
Tremal-Naik si slanciò verso di lei trattenendola.
- Dove vai? - gli chiese.
- A ricevere l'uomo che sta per arrivare ed impedirgli che qui entri.
Questa sera, alla mezzanotte, io ritornerò da te. Allora si compirà la
volontà dei numi e forse... fuggiremo.
- Il tuo nome?
- Ada Corishant.
- Ada Corishant! Ah! quanto è bello questo nome! Va', nobile creatura, a
mezzanotte t'attendo!
La giovanetta s'avvolse nel sari, guardò un'ultima volta, cogli occhi umidi,
Tremal-Naik e uscì soffocando un singhiozzo.
VI. La condanna di morte.
Uscita dalla pagoda, Ada, ancora commossa, col volto ancor bagnato di
lagrime, ma gli occhi sfavillanti di fierezza, era entrata in un piccolo salotto
coperto da stuoie dipinte e decorato da mostruose divinità, poco dissimili da
quelle di già descritte. Il serpente dalla testa di donna, la statua di bronzo
dal volto orribile e la vasca di marmo bianco col pesciolino rosso, non
mancavano.
Un uomo era di già entrato e passeggiava innanzi e indietro con visibile
impazienza. Era un indiano di alta statura, magro come un bastone, col volto
energico, lo sguardo lampeggiante e feroce, e il mento coperto da una piccola
barba nera ed arruffata. Portava, avvolto attorno al corpo, un ricco dootèe,
specie di mantello di seta gialla, trapunto in oro con in mezzo il misterioso
emblema. Le braccia che aveva nude, erano coperte di cicatrici bianche e da
bizzarri segni, che un indiano stesso si sarebbe rotto il capo senza pur
decifrarli.
Nello scorgere Ada, quest'uomo si era fermato di botto fissando su di lei uno
sguardo che aveva dei bagliori strani, e le sue labbra s'atteggiarono ad un
riso, anzi ad un sogghigno che incuteva spavento.
- Salve alla vergine della pagoda - diss'egli, inginocchiandosi dinanzi alla
giovanetta.
- Salve al gran capo prediletto della divinità, rispose Ada con voce tremante.
Entrambi tacquero, guardandosi fissamente. Pareva che cercassero reciprocamente
di leggersi il pensiero che attraversava la loro mente.
- Vergine della pagoda sacra, - disse dopo qualche tempo l'indiano, - tu corri
un gran pericolo.
Ada fremette. L'accento dell'indiano era cupo e minaccioso.
- Dove sei stata questa notte? Mi dissero che tu sei entrata nella pagoda.
- È vero. Tu mi inviasti dei profumi e li versai ai piedi della tua divinità.
- Dici la nostra.
- Sì, la nostra, - disse la giovanetta coi denti stretti.
- Cos'hai veduto nella pagoda?
- Nulla.
- Vergine della pagoda, tu corri un gran pericolo, - ripeté l'indiano con voce
ancor più cupa. - Io ho scoperto tutto!...
Ada aveva fatto un balzo indietro, gettando un urlo d'orrore.
- Sì, - proseguì l'indiano con rabbia concentrata, - ho scoperto tutto! Il tuo
cuore, condannato a non battere mai su questa terra, ha palpitato d'amore per un
uomo che tu vedesti nella jungla nera. Quest'uomo è sbarcato la notte scorsa
sui nostri domini e dopo d'aver alzato la mano su di noi, d'aver commesso un
orrendo delitto, scomparve, ma io lo ritrovai. Quest'uomo è entrato nella
pagoda.
- Tu menti! tu menti! - esclamò la sventurata giovanetta.
- Vergine della pagoda, amando quell'uomo hai mancato ai tuoi doveri. Buon per
te che quell'uomo non ardì alzare le sue mani su di te.
- Tu menti! tu menti! - ripeté la giovanetta, smarrita.
- Ma quell'uomo non uscirà vivo di qui, - ripigliò l'indiano con gioia feroce.
- Folle, ei voleva sfidare noi potenti, noi che facciamo tremare l'Inghilterra.
Il serpente entrò nella tana del leone e il leone lo sbranerà.
- Non farlo!
L'indiano si mise a sogghignare.
- Chi è che s'oppone ai voleri della nostra divinità?
- Io!
- Tu?
- Sì, io, miserabile. Guarda!
Ada con un movimento rapido, aveva gettato a terra il sari, s'era armata di un
pugnale dalla lama serpeggiante tinta d'un sottile veleno e se l'aveva appuntato
alla gola. L'indiano da abbronzato che era, divenne nerastro.
- Cosa vuoi fare? - chiese egli, sgomentato.
- Suyodhana, - disse la giovanetta con un tono di voce da non lasciare dubbio. -
Se tu tocchi un sol capello a quell'uomo, ti giuro che la tua dea perderà la
sua vergine.
- Getta quel pugnale!
- Suyodhana, giura sulla tua dea che Tremal-Naik uscirà vivo di qui.
- È impossibile. Quell'uomo è condannato: il suo sangue è già destinato alla
dea.
- Giuralo! - disse Ada con accento minaccioso.
Suyodhana si raccolse su se stesso come per slanciarsi verso di lei, ma la paura
di giungere troppo tardi l'arrestò.
- Senti, vergine della pagoda, - disse egli, ostentando calma. - Quell'uomo
sarà salvo, ma tu devi solennemente giurare che non l'amerai mai!
Ada mandò uno straziante gemito e si torse disperatamente le mani.
- Tu mi uccidi! - esclamò ella, singhiozzando.
- Sei l'eletta della nostra dea.
- Perché, mostruose creature, troncare sì presto una felicità appena nata?
Perché spegnere sì presto il raggio di sole che inondava questo povero cuore
chiuso ad ogni gioia? No, non è possibile ch'io infranga questa passione che è
ormai gigante.
- Giuralo e quell'uomo è salvo.
- Sei tu dunque inesorabile? Non v'è più adunque alcuna speranza? Ma io
rinnego la spaventevole tua dea che mi fa orrore, che maledii sin dal primo
giorno che la fatalità mi gettò fra le vostre braccia.
- Siamo inesorabili, - incalzò l'indiano
- Ma non hai tu adunque mai amato? - chiese ella, piangendo di rabbia. - Non sai
adunque cosa sia una passione infranta?
- Non so cosa sia l'amore, - disse l'inflessibile indiano. - Giura, vergine
della pagoda, o io spengo quell'uomo.
- Ah! maledetti!...
- Giura!
- Ebbene!... - esclamò l'infelice con voce spenta.- Io... io giuro... che non
amerò... più quell'uomo.
Emise un urlo disperato, straziante, si portò le mani al cuore e cadde priva di
sensi sulle stuoie. L'indiano ruppe in uno scroscio di risa.
- Tu hai giurato che non l'amerai, - diss'egli con satanica gioia, raccogliendo
il pugnale che la giovanetta aveva lasciato cadere. - Ma io non ho giurato che
quell'uomo uscirà vivo di qui. Sorridi, eccelsa divinità e gioisci: questa
notte ti offriremo una nuova vittima!
Accostò alle labbra uno zuffolo d'oro e cavò un acuto fischio.
Un indiano, col laccio stretto attorno ai fianchi ed il pugnale in mano entrò,
inginocchiandosi dinanzi a Suyodhana.
- Figlio delle sacre acque del Gange, eccomi, diss'egli.
- Karna, - disse Suyodhana, - porta via la vergine della pagoda e veglia su di
lei.
- Conta su di me, figlio delle sacre acque del Gange.
- Quella vergine tenterà forse di suicidarsi, ma tu glielo impedirai, giacché
la nostra divinità non ha per ora che costei. Se muore, morrai tu pure.
- Lo impedirò.
- Radunerai poscia una cinquantina dei più fanatici e li disporrai intorno alla
pagoda. L'uomo non deve sfuggirci.
- V'è un uomo nella pagoda?
- Sì, Tremal-Naik, il cacciatore di serpenti della jungla nera. Va ed a
mezzanotte sii qui.
L'indiano afferrò la povera Ada fra le braccia ed uscì. Suyodhana, o meglio il
figlio delle sacre acque del Gange, aspettò che ogni rumore di passi fosse
cessato, poi s'inginocchiò dinanzi alla vaschetta di marmo, nella quale
guizzava il pesciolino dorato.
- Padre mio, - diss'egli.
Il pesciolino che nuotava in fondo al bacino, a quella voce venne a galla.
- Padre mio, - proseguì l'indiano. - Un uomo, un miserabile, ha alzato gli
occhi sulla vergine della pagoda. Quest'uomo è in mano nostra; vuoi che viva o
che muoia?
Il pesciolino si sprofondò nuotando con vivacità. Suyodhana si alzò di
scatto: un sinistro lampo balenò nei suoi sguardi.
- La dea l'ha condannato, - diss'egli con voce cupa... - Quell'uomo morrà!
Tremal-Naik, rimasto solo, s'era lasciato cadere ai piedi della statua
comprimendosi fortemente il cuore che battevagli furiosamente, come se volesse
uscirgli dal petto. Giammai un'emozione simile aveva scosso le sue fibre;
giammai aveva provato tanta gioia, nella solitaria e selvaggia sua vita fra le
canne e le tigri.
- Bella! bella! - esclamava egli, senza por mente che trovavasi nella pagoda
maledetta e che forse cento orecchi l'ascoltavano. - Oh! sarai mia sposa, sì,
vago fiore della jungla, dovessi mettere a ferro e a fuoco questa isola, dovessi
da solo cozzare coi mostri che ti hanno condannato. Uscirò di qui, ritroverò i
miei prodi compagni ed allora ti rapirò, ti salverò. Essi son forti, tu hai
detto, essi sono terribili, ma io sarò più forte e più terribile e farò loro
scontare a caro prezzo quelle lagrime che tu, infelice, hai sparso dinanzi a me.
L'amore mi darà la forza di compiere tale impresa. - Si era alzato e si era
messo a passeggiare, agitatissimo, colle pugna convulsivamente chiuse ed i
lineamenti sconvolti da una rabbia concentrata.
- Povera Ada! - ripigliò egli, con profonda tenerezza. - Qual destino mai pesa
su di te? Perché tu non puoi amarmi? La morte troncherà la tua vita, hai
detto, il giorno che tu dovessi diventar mia sposa; ma io l'arresterò questa
morte, io la infrangerò colle mie proprie mani.
Oh! svelerò sì, questo tremendo mistero e quel giorno tremino gli sciagurati
che ti condannarono.
Egli s'arrestò udendo le acute note del ramsinga.
- Maledetto istrumento! - esclamò. - Suona sempre!
Rabbrividì al pensiero che gli attraversò il cervello.
- Questa tromba annuncia una sventura, - mormorò. - Che m'abbiano scoperto o
che abbiano ucciso Kammamuri?
Rattenne il respiro tendendo gli orecchi. Il suo fine udito raccolse un brusìo
di voci, che sembravano venire dal di fuori.
- Cosa vuol dir ciò? Al di fuori v'è della gente. Che sieno gli indiani, gli
abitanti di questi funebri luoghi?
Si guardò intorno con superstizioso terrore, ma era affatto solo, guardò
l'apertura della pagoda, ma era affatto libera.
- Qualche cosa sta per succedere, lo sento, disse a voce bassa, - ma mostrerò
chi sia Tremal-Naik, quando si batte.
Esaminò le cariche delle pistole e della carabina, temendo forse che una mano
misteriosa le avesse levate; esaminò persino la lama del suo fedele pugnale,
tinto più di cento volte nel sangue dei serpenti e delle tigri, e s'accoccolò
dietro alla mostruosa statua, rimpicciolendosi più che gli era possibile.
La giornata passò con una lentezza spaventevole per l'indiano, condannato ad
una immobilità quasi assoluta e ad un digiuno forzato.
Le ombre della notte a poco a poco invero i più oscuri recessi della pagoda,
poi s'alzarono gradatamente verso la cupola: alle nove l'oscurità era così
profonda, da non vederci ad un passo di distanza, quantunque la luna brillasse
in cielo, riflettendosi sulla grande palla di bronzo dorato e sul serpente dalla
testa di donna.
Il ramsinga non aveva più fatto udire le sue funebri note ed il brusìo era da
lunga pezza cessato. Un silenzio misterioso regnava dappertutto.
Tremal-Naik tuttavia non ardiva muoversi; il solo movimento che facesse, era
quello di appoggiare l'orecchio sulle fredde pietre della pagoda e di ascoltare
con profonda attenzione.
Una voce segreta gli diceva di vegliare e di diffidare e ben presto si accorse
che quella voce non mentiva, poiché verso le undici, quando più fitte erano le
tenebre, un rumore strano, non ancor definibile, giunse fino a lui.
Pareva che qualche cosa scendesse dall'alto, seguendo la corda che sosteneva la
lampada. Tremal-Naik per quanto aguzzasse gli occhi non fu però capace di
distinguere ciò che fosse. Per ogni precauzione impugnò le pistole e
silenziosamente s'alzò, ponendosi in ginocchio.
- Che può esser mai? - si chiese egli. - Ada, no poiché mezzanotte è ancor
lontana. Che sieno quei terribili uomini?
Una vampa d'ira gli salì in volto.- Sfortuna a colui che qui entra!
Un tintinnìo metallico risuonò fra le tenebre. Era la lampada che si agitava,
scossa senza dubbio da colui che scendeva dall'alto. Tremal-Naik non si
trattenne più.
- Chi è là? - gridò egli.
Nessuno rispose alla domanda, anzi il tintinnìo cessò.
- Che mi sia ingannato? - si domandò egli.
Si alzò e guardò in aria. Lassù, sulla cupola, la luna continuava a
riflettersi sulla palla dorata e scorgevasi una parte della fune vegetale che
sosteneva la lampada, ma nessuno essere umano v'era appeso.
- È strano, - disse Tremal-Naik, diventato inquieto.
Tornò a rannicchiarsi continuando a guardarsi d'intorno. Passarono altri venti
minuti, poi la lampada tornò a tintinnare.
- Chi è là? - ripete egli con voce stridula. - Se v'è qualcuno si faccia
innanzi, che Tremal-Naik lo attende.
Nuovo silenzio. Allora s'aggrappò ai piedi della gigantesca statua, salì sulle
braccia, si elevò fino a posare i piedi sulla testa ed afferrò la lampada
scuotendola furiosamente. Uno scroscio di risa risuonò nella pagoda.
- Ah, - esclamo Tremal-Naik, che sentivasi invadere dalla rabbia. - V'è
qualcuno che ride lassù. Aspetta!
Radunò le sue erculee forze, poi con una strappata irresistibile spezzò la
fune. La lampada rovinò al suolo con un fracasso indescrivibile, che gli echi
del tempio più volte ripeterono.
Un secondo scroscio di risa risuonò. Tremal-Naik si precipitò giù dalla
statua, nascondendovisi dietro.
Era tempo. Una porta s'aprì ed un indiano alto e magro, riccamente vestito, con
un pugnale in una mano e una torcia resinosa nell'altra, apparve.
Quell'uomo era il truce Suyodhana: una gioia infernale irradiava il bronzeo suo
volto e ne' suoi occhi balenava un sinistro lampo. Egli si arrestò un momento a
contemplare la mostruosa divinità, dietro la quale stava Tremal-Naik col
coltello fra i denti e le pistole in pugno poi fece alcuni passi innanzi. Dietro
a lui si avanzarono ventiquattro indiani, ponendosi dodici a destra e dodici a
sinistra.
Erano tutti armati di pugnale e del cordone di seta colla palla di piombo.
- Figli miei, - disse Suyodhana con un accento da far fremere, - è mezzanotte!
- Gli indiani sciolsero le corde, brandirono i pugnali e piantarono le torcie in
alcuni buchi fatti nelle pietre.
- Siamo pronti alla vendetta! - risposero in coro.
- Un empio, - proseguì Suyodhana, - ha profanato la pagoda della nostra dea.
Cosa merita quest'uomo?
- La morte, - risposero gl'indiani.
- Un empio ardì parlare d'amore alla vergine della pagoda. Cosa merita
quest'uomo?
- La morte, - ripeterono gl'indiani.
- Tremal-Naik! - gridò Suyodhana con terribile accento. - Mostrati!
Uno scroscio di risa gli rispose, poi il cacciatore di serpenti, che tutto aveva
udito, apparve, slanciandosi con un solo salto dinanzi alla mostruosa divinità.
Non era più lo stesso uomo; pareva una vera tigre sbucata dalla jungla. Un
feroce sorriso sfiorava le sue labbra, la sua faccia era truce, alterata da una
collera furiosa e gli occhi mandavano sinistri baleni.
Il selvaggio figlio della jungla si risvegliava, pronto a ruggire ed a mordere.
- Ah! Ah! - esclamò egli ridendo. - Siete voi che volete uccidere Tremal-Naik?
Si vede che non conoscete ancora il cacciatore di serpenti. Guardate, assassini,
quanto vi disprezzo.
Alzò in aria le due pistole e le scaricò, gettando lontano da sé le armi.
Scaricò dipoi la carabina e l'impugnò per la canna per servirsene come d'una
mazza.
- Ora, - diss'egli, - chi si sente tanto ardito da assalire Tremal-Naik, si
faccia innanzi. Mi batto per la donna, che voi, o maledetti, condannaste.
Fece un salto indietro e si mise sulla difensiva, emettendo il suo urlo di
guerra.
- Avanti! avanti! - tuonò. - Mi batto per la vergine della pagoda!
- Un indiano, senza dubbio il più fanatico, gli si avventò contro, facendo
fischiare in aria il laccio. Sia che avesse preso troppo slancio o che
scivolasse, egli venne a cadere quasi ai piedi di Tremal-Naik.
La terribile mazza s'alzò e discese con rapidità fulminea percotendo il cranio
dell'indiano. La morte fu istantanea.
- Avanti! avanti! - ripeté Tremal-Naik. - Mi batto per la mia Ada!
I ventitré indiani si scagliarono come un sol uomo sul cacciatore di serpenti,
che roteava come un demente la carabina.
Un altro indiano cadde, ma la carabina non resse a quel secondo colpo e si
spezzò nelle mani di colui che l'adoperava.
- A morte! a morte! - vociarono gl'indiani, spumanti d'ira.
Un laccio piombò su Tremal-Naik stringendogli il collo, ma egli lo strappò di
mano allo strangolatore, poi impugnò il coltello e si avventò contro la statua
di bronzo salendole sulla testa.
- Largo! largo! - gridò egli, girando intorno sguardi feroci.
Si raccolse su se stesso come una tigre e saltando sopra le teste degl'indiani
cercò dirigersi verso la porta, ma gli mancò il tempo.
Due corde gli strinsero le braccia, percuotendolo dolorosamente colle palle di
piombo e lo atterrarono.
Egli gettò un urlo terribile. Gl'indiani in un baleno gli furono sopra come una
torma di cani attorno al cinghiale, e malgrado la sua forte resistenza venne
solidamente legato e ridotto all'impotenza.
- Aiuto! aiuto! - rantolò egli.
- A morte! a morte! - gridarono gli indiani.
Con uno sforzo erculeo spezzò due corde, ma fu tutto quello che poté fare.
Nuovi lacci lo strinsero, e così fortemente, che le carni divennero nere.
Suyodhana, che aveva assistito impassibile a quella disperata lotta di un uomo
solo contro ventidue, gli si avvicinò e lo contemplò per alcuni istanti con
gioia satanica. Tremal-Naik nulla potendo fare, gli sputò contro.
- Empio! - esclamò il figlio delle sacre acque del Gange.
Afferrò con mano solida il suo pugnale e l'alzò sul prigioniero che lo
guardava sdegnosamente.
- Figli miei, - disse l'indiano, - qual pena merita quest'uomo?
- La morte! - risposero gl'indiani.
- E la morte sia.
Tremal-Naik emise un ultimo grido.
- Ada! Povera Ada!
La lama del vendicatore che penetravagli nel petto, gli spense la voce. Sbarrò
gli occhi, li chiuse, uno spasimo violento agitò le sue membra e si irrigidì.
Un rivo di sangue caldo scorreva per le sue vesti, disperdendosi per le pietre.
- Kâlì! - disse Suyodhana, volgendosi verso la statua di bronzo.- Scrivi sul
tuo nero libro, il nome di questa nuova vittima.
Ad un cenno due indiani sollevarono l'infelice Tremal-Naik.
- Gettatelo nella jungla a pasto delle tigri, concluse il terribile uomo. -
Così periscono gli empi!...
VII. Kammamuri.
Kammamuri, dopo l'avvenuta separazione, aveva preso la via che conduceva al
fiume, cercando di seguire le traccie dell'indiano che lo precedeva. Però,
bisogna dirlo, il bravo maharatto si allontanava dal suo padrone a malincuore, e
quasi con rimorso.
Egli, con ragione, temeva che Tremal-Naik commettesse qualche pazzia, sapendo
che voleva rivedere la misteriosa visione e perciò ogni dieci passi s'arrestava
titubante, più disposto ad indietreggiare, malgrado il divieto, che di andare
innanzi.
Come ritornare alla capanna, sapendo che il padrone trovavasi nella jungla
maledetta, dove i nemici pullulavano come i bambù? Gli sembrava una enormità,
una cosa assolutamente impossibile, quasi un delitto.
Non aveva ancor percorso mezzo miglio, quando si decise di ritornare sui propri
passi a costo di far andare in bestia Tremal-Naik.
- Infine, - disse il bravo maharatto, - un compagno potrà servirgli a qualche
cosa. Animo, Kammamuri, coraggio ed occhi aperti.
Fece una piroetta sui talloni e si diresse nuovamente verso l'ovest, non ponendo
più mente all'indiano che fino allora lo aveva preceduto.
Non aveva fatto ancor venti passi, che udì una voce disperata a gridare:
- Aiuto! aiuto!
Kammamuri fece un salto indietro.
- Aiuto! - mormorò egli. - Chi chiama aiuto?
Stette in ascolto, con una mano all'orecchio: il venticello notturno che spirava
dall'ovest, portò a lui un fischio acuto.
- Succede qualche cosa laggiù, - borbottò il maharatto, inquieto.- Il vento
porta, chi ha gridato deve essere a mezzo miglio da qui, nella direzione presa
dal mio padrone. Che assassinino qualcuno?
La paura di cadere nelle mani degli indiani era forte, ma la curiosità la
vinse.
Si pose la carabina sotto il braccio e si diresse verso l'ovest, scostando i
bambù con precauzione. Proprio in quell'istante echeggiò una detonazione.
Nell'udirla, il maharatto sentì gelarsi il sangue nelle vene. La carabina di
Tremal-Naik, che tante e tante volte aveva udito rombare nella jungla nera, la
conosceva troppo bene perché potesse ingannarsi.
- Grande Siva! - mormorò coi denti stretti. - Il padrone si difende.
L'idea che Tremal-Naik corresse un pericolo, gl'infuse un coraggio
straordinario.
Disprezzando ogni precauzione, dimenticando che forse gl'indiani lo spiavano, si
mise a correre verso il luogo dal quale sembrava essere partita la detonazione.
Un quarto d'ora dopo giungeva ad una specie di radura, nel mezzo della quale
contorcevasi un oggetto lungo lungo, sparso di macchie. Quel corpo emetteva dei
sibili acuti, particolari ai serpenti, allorché sono irritati.
- To', un pitone! - esclamò Kammamuri il quale, famigliarizzato a simili
rettili, non provava paura alcuna.
Stava per allontanarsi, per evitare il pericolo di venire assalito e stritolato,
quando s'accorse che il rettile non era più intero e che a lui vicino giaceva
un corpo umano.
Sentì rizzarsi il ciuffo di capelli che crescevagli sulla nuca.
- Che sia il padrone, - mormorò.
Afferrò la carabina per la canna, affrontò il rettile che contorcevasi
rabbiosamente perdendo sangue e gli schiacciò la testa.
Liberatosi del mostro, corse a quel corpo umano che non dava più segno di vita.
- Visnù sia benedetto! - esclamò, emettendo un sospirone. - Non è il padrone.
Infatti era un indiano, quello stesso che per lanciarsi contro Tremal-Naik era
caduto fra le spire del pitone. Il povero diavolo non era più riconoscibile,
dopo la terribile stretta del rettile.
Era una massa di carne contorta, stritolata, inondata di sangue.
Aveva la bocca smisuratamente aperta e lorda d'una spuma sanguinosa, gli occhi
fuori delle orbite, punte di ossa infrante che gli uscivano dal petto
orrendamente sfondato e le membra spezzate in dieci diversi luoghi.
Kammamuri si curvò su di lui per udire se respirava ancora, ma quelle carni
erano già fredde.
- Il pover'uomo non ha potuto resistere alla potente stretta, - disse.- Tanto
peggio per lui: quest'indiano non può essere che uno di quelli che ci davano la
caccia, poiché vedo sul suo petto il misterioso tatuaggio. Orsù, qui non c'è
ormai più nulla da fare e corro il pericolo di venire scoperto.
Un leggiero strofinìo di bambù scossi, lo inchiodò sul suolo. Si piegò
prontamente e si distese in mezzo alle erbe, rimanendo immobile come il cadavere
che aveva vicino.
Se non era stato ancora veduto, poteva sfuggire allo sguardo di colui o di
coloro che avevano smosso i bambù, essendo le canne alte.
Lo strofinìo era subito cessato, ma non bisognava fidarsi. Gli indiani sono
pazienti come le pelli-rosse dell'America e spiano la preda per delle ore, anzi
per delle giornate, e Kammamuri, indiano pur lui, non le ignorava.
Stette così parecchio tempo, poi ardì alzare il capo e guardare all'intorno.
Un sibilo lamentevole fendé l'aria e si senti strozzare da un laccio, che una
mano abile aveva gettato attorno al suo collo.
Rattenne il grido che stava per uscirgli dalle labbra, afferrò con pugno solido
la corda impedendo così che lo strangolasse e ricadde fra le erbe dibattendosi
come un agonizzante. L'astuzia riuscì pienamente.
Lo strangolatore, che tenevasi imboscato dietro ad un gruppo di canne da
zucchero selvatiche, credendo che la vittima fosse per spirare, balzò fuori per
finirla a colpi di pugnale. Kammamuri aveva afferrata una delle pistole e
l'aveva armata drizzandola su di lui.
- Sei morto! - gli gridò.
Un lampo ruppe le tenebre, seguito da una detonazione. Lo strangolatore
barcollò, portò le mani al petto e cadde di peso fra le erbe.
Kammamuri gli fu sopra colla seconda pistola.
- Dov'è Tremal-Naik? - gli chiese.
Lo strangolatore tentò di risollevarsi, ma ricadde. Un getto di sangue gli
uscì dalla bocca, stralunò gli occhi, emise un gemito e s'irrigidì. Era
morto.
- Battiamocela, - mormorò il maharatto. - Tra poco avrò alle calcagna i suoi
compagni.
Saltò in piedi e si diede a precipitosa fuga dalla parte che era venuto
persuaso che il morto fosse l'indiano che lo aveva preceduto e che Tremal-Naik
fosse riuscito a salvarsi.
Percorse, così correndo, più d'un miglio inoltrandosi sempre più nella
jungla, procurando di mantenere una via retta per giungere alla riva del fiume e
di là aspettare il ritorno del padrone che non voleva abbandonare. Era la
mezzanotte, quando si trovò sul limitare di una foresta di palme da cocco,
superbe piante che superano in bellezza le palme da datteri, e che una sola
basta per fornire ad una intera famiglia il cibo, la bevanda e persino le
vestimenta.
Il maharatto non ardì andare più innanzi; s'arrampicò su una di quelle piante
e stabilì lassù il suo domicilio, sicuro di non venire assalito dagl'indiani e
meno ancora dalle tigri, che dovevano trovarsi in buon numero in quell'isola.
Si accomodò sul tronco, si legò colla corda presa allo strangolatore e
rassicurato dal profondo silenzio che regnava, chiuse gli occhi.
Non dormì che pochissime ore, poiché un baccano infernale lo svegliò.
Una grossa banda di sciacalli, sbucata chi sa mai da dove, aveva attorniato
l'albero e gli faceva l'onore di una spaventevole serenata.
Quegli animali, poco dissimili dai lupi, che pullulano come le formiche in tutta
o quasi tutta l'India, ed i cui morsi sono ritenuti velenosi, erano più di
cento e facevano salti disperati, sfogando la loro rabbia con urli lamentevoli,
quasi strazianti, da incutere terrore anche a chi è abituato a udirli da lunga
pezza.
Kammamuri avrebbe ben voluto allontanarli con qualche schioppettata, ma la tema
di attirare gl'indiani, assai più terribili di quelle bestie, lo trattenne e si
rassegnò ad ascoltare il loro concerto che durò fino all'alba.
Allora poté gustare il sonno che si prolungò più di quanto avrebbe voluto,
poiché quando riaprì gli occhi, il sole aveva quasi compito l'intero suo giro
e declinava rapidamente all'occidente. Spaccò una noce di cocco giunta a
completa maturanza, grossa quanto la testa di un uomo, la cui polpa indurita
rammenta il sapore delle mandorle, ne inghiottì una buona parte e si rimise
bravamente in marcia, non già questa volta coll'intenzione di recarsi alla
riva, ma di trovare Tremal-Naik.
Attraversò il bosco di cocchi perdendo parecchie ore e quantunque la notte
fosse abbastanza inoltrata, rientrò nella jungla piegando verso il sud e
continuò a marciare così fino a mezzanotte, fermandosi di quando in quando ad
esaminare il terreno colla speranza di trovare qualche traccia del padrone.
Disperando ormai di scoprire qualche indizio, stava per cercare un albero su cui
passare il restante della notte, quando due sordi spari, tirati a poca distanza
l'un dall'altro, lo colpirono.
- To' - esclamò sorpreso.
Un terzo sparo, più forte degli altri due, s'udì.
- Il padrone! - gridò. - Questa volta non mi sfugge più!
Sospese le sue ricerche e corse verso il sud colla celerità d'un cavallo, e
mezz'ora dopo giungeva in un'ampia radura, in mezzo alla quale illuminata da uno
splendido chiaro di luna, ergevasi una grandiosa pagoda. Fece alcuni passi
innanzi, poi ritornò rapidamente indietro riguadagnando i bambù.
Due uomini si erano mostrati all'aperto e muovevano verso la jungla, portando
una terza persona che sembrava morta.
- Cosa vuol dire ciò? - borbottò il maharatto, che cadeva di sorpresa in
sorpresa. - Che vengano a seppellire quel cadavere nella jungla?
S'allontanò ancor più, cacciandosi nel fitto d'un cespuglio, ma in un luogo da
cui poteva vedere senza essere scoperto.
I due portatori, che riconobbe per due indiani, attraversarono rapidamente la
radura, arrestandosi presso i bambù.
- Animo, Sonephur, - disse uno dei due. Facciamolo dondolare e scagliamolo là
in mezzo. Sono certo che domani mattina non troveremo che le ossa, se le tigri
saranno d'umore di lasciarle.
- Lo credi? - chiese l'altro.
- Sì, la nostra amata dea s'incaricherà d'inviargli una mezza dozzina di
quelle bestie. Quest'indiano è un bel pezzo di carne e abbastanza giovane.
I due miserabili scoppiarono in una sonora risata, a quell'atroce scherzo.
- Prendilo bene, Sonephur.
- Andiamo, uno, due...
I due indiani fecero oscillare il cadavere e lo scagliarono in mezzo alla
jungla.
- Buona fortuna! - gridò uno.
- Buona notte, - disse l'altro. - Domani mattina verremo a farti una visita.
Ed i due indiani s'allontanarono sghignazzando.
Kammamuri aveva assistito a quella scena. Aspettò che i due indiani fossero
molto lontani, poi uscì dal nascondiglio e spinto da una forte curiosità,
s'avvicinò al cadavere. Un urlo strozzato gli uscì dalle labbra.- Il padrone!
esclamò con voce straziante. - Oh! i maledetti!
Infatti quel cadavere era Tremal-Naik. Aveva gli occhi chiusi, la faccia
orribilmente alterata e in mezzo al petto, confitto sino al manico, un pugnale.
Le vesti erano tutte lorde del sangue che usciva ancora dalla profonda ferita.
- Padrone! mio povero padrone! - singhiozzò il maharatto.
Appoggiò ambe le mani sul corpo di lui e trasalì come se fosse stato toccato
da una pila elettrica. Gli pareva d'aver sentito il cuore a battere.
Avvicinò l'orecchio e ascoltò rattenendo il respiro. Non vi era da ingannarsi:
Tremal-Naik non era ancor morto poiché il cuore debolmente batteva.
- Forse non è colpito a morte, - mormorò, tremando per l'emozione. - Calma,
Kammamuri, e agiamo senza perdere tempo.
Con precauzione tolse a Tremal-Naik il kurty mettendo a nudo l'ampio petto. Il
pugnale gli era stato immerso fra la sesta e la settima costola, in direzione
del cuore, ma senza averlo toccato.
La ferita era terribile, ma forse non era mortale; Kammamuri che se ne intendeva
più d'un medico, sperò di salvare l'infelice.
Prese delicatamente l'arma e lentamente, senza scosse, la estrasse dalla ferita:
un getto di sangue caldo e rosso uscì dalle labbra. Era buon segno.
- Guarirà, - disse il maharatto.
Stracciò un pezzo del kurty ed arrestò l'emorragia che poteva essere fatale
pel ferito. Ora si trattava di avere un po' d'acqua e alcune foglie di youma da
spremere sulla piaga, per affrettare la cicatrizzazione.
- Bisogna a qualsiasi costo allontanarsi da qui per trovare qualche stagno, -
mormorò poi. - Tremal-Naik è forte, un uomo d'acciaio e sopporterà il
trasporto senza aggravare la ferita. Animo, Kammamuri.
Raccolse tutte le sue forze, lo afferrò fra le braccia più delicatamente che
poté, e s'allontano barcollando, dirigendosi verso l'est, ossia verso il fiume.
Riposando ogni cento passi per tirare il fiato e per vedere se il padrone dava
sempre segno di vita, grondante di sudore, reggendosi a mala pena sulle gambe,
percorse più d'un miglio e si fermò sulle rive d'uno stagno d'acqua
limpidissima, circondato da una triplice fila di piccoli banani e di cocchi.
Depose il ferito su di un denso strato d'erbe, ed applicò sulla sanguinosa
piaga delle pezzuole bagnate. A quel contatto un debole sospiro, che parve un
gemito represso, uscì dalle labbra di Tremal-Naik.
- Padrone! padrone! - chiamo il maharatto.
Il ferito agitò le mani ed aprì gli occhi che roteavano in un cerchio
sanguigno, fissandoli su Kammamuri.
Un raggio di gioia illuminò il suo bronzeo volto.
- Mi riconosci, padrone? - chiese il maharatto.
Il ferito fece un cenno affermativo col capo e mosse le labbra come per parlare,
ma non articolò che un suono confuso, incomprensibile.
- Non puoi ancora parlare, - disse Kammamuri, - ma mi narrerai ogni cosa poi.
Sta' certo, padrone, che ci vendicheremo dei miserabili che t'hanno conciato
così malamente.
Lo sguardo di Tremal-Naik brillò di un cupo fuoco e strinse le dita strappando
le erbe. Egli lo aveva senza dubbio compreso.
- Calma, calma, padrone. Ora troverò io alcune erbe che ti faranno molto bene,
e fra quattro o cinque giorni abbandoneremo questi luoghi e ti condurrò alla
capanna a terminare la tua guarigione.
Gli raccomandò un'ultima volta silenzio e immobilità completa, batté le erbe
per un raggio di trenta o quaranta passi per assicurarsi che non nascondevano
alcuno di quei terribili serpenti detti rubdira mandali il cui morso fa, come si
dice, sudar sangue, e si allontanò strisciando.
Non corse molto, che trovò alcune pianticelle di youma, volgarmente chiamate
lingua di serpente il cui succo è un balsamo prezioso per le ferite.
Ne fece una buona raccolta e si disponeva a ritornare, ma fatti appena pochi
passi s'arrestò colle mani sui calci delle pistole.
Gli era sembrato di aver veduto una massa nera cacciarsi silenziosamente fra i
bambù; aveva più la forma d'un animale, che d'un essere umano.
Fiutò a più riprese l'aria e sentì un odore marcatissimo di selvatico.
- Attento Kammamuri, - mormorò. Abbiamo una tigre vicina.
Si mise fra i denti il coltellaccio e s'avanzò intrepidamente verso lo stagno
guardando attentamente attorno. S'aspettava di trovarsi da un momento all'altro
di fronte al feroce carnivoro, ma così non fu e giunse in mezzo agli alberi
senza averlo nemmeno veduto.
Tremal-Naik era nel medesimo luogo di prima e pareva assopito, di che si
rallegrò il bravo maharatto. Si mise vicino la carabina e le pistole per esser
pronto a servirsene, masticò le erbe, malgrado la loro insopportabile amarezza
e le applicò sulla piaga.
- Là, così va bene, - diss'egli stropicciandosi allegramente le mani. - Domani
il padrone starà meglio e potremo sloggiare da questo luogo che non mi sembra
molto sicuro. Gl'indiani fra poche ore si recheranno nella jungla e non trovando
il cadavere, si metteranno senza dubbio in campagna. Non lasciamoci dunque
prendere così...
Un miagolìo formidabile, famigliare alle tigri, simile ad un ruggito, gli
troncò la frase. Volse rapidamente la testa, allungando istintivamente le mani
verso le armi.
Là, a quindici passi di distanza, raccolta su se stessa, come in atto di
slanciarsi stava un'enorme tigre reale, che lo fissava con due occhi brillanti
che avevano i riflessi azzurrini dell'acciaio.
VIII. Una notte terribile.
Tremal-Naik, al ruggito di guerra del felino, si era subitamente svegliato,
facendo un brusco movimento, come se cercasse il suo fedele coltellaccio. Il
moribondo s'era rianimato come il soldato che ode lo squillo di tromba che dà
il segnale della mischia.
- Kammamuri? - articolò con uno sforzo supremo.
- Non muoverti, padrone! - disse il maharatto, che fissava negli occhi la belva,
sempre raccolta su se stessa.
- La ti...gre! la ti...gre! - ripeté il ferito.
- Ci penso io. Torna ad adagiarti e non prenderti pensiero per la mia vita.
Il maharatto aveva impugnata una pistola e aveva diretto la canna sulla tigre,
ma non ardiva tirare, temendo in primo luogo di non ucciderla sul colpo e collo
sparo di attirare l'attenzione dei nemici.
La tigre, lo si vedeva, esitava ad assalire, tenuta in rispetto dalla canna
lucente della pistola, conoscendone indubbiamente i mortali effetti. Si batté
tre o quattro volte i fianchi colla coda, come i gatti allorché sono in
collera, emise un secondo miagolio più forte del primo poi cominciò ad
indietreggiare sollevando la terra coi suoi potenti artigli senza staccare gli
occhi dal maharatto che sosteneva imperterrito quello sguardo.
- Kamma...muri... la ti...gre! - tornò a balbettare Tremal-Naik, sforzandosi di
sollevarsi sulle braccia.
- Se ne va, padrone. Non ardisce attaccare il cacciatore di serpenti ed il suo
maharatto. Sta' cheto e tutto andrà bene.
Ad un tratto la tigre scattò in piedi, drizzò gli orecchi come cercasse di
raccogliere qualche rumore, emise un terzo ma più basso miagolio fece un rapido
voltafaccia e scomparve nella jungla, lasciandosi dietro il ben noto odore di
selvatico.
Kammamuri s'era pure alzato, in preda ad una forte inquietudine.
- Chi può avere spaventata la tigre? - si domandò con ansietà. - Qualcuno
sicuramente si avvicina.
Si slanciò verso gli alberi ed esaminò la jungla che era distante un centinaio
di passi, ma non vide alcuno.
S'affrettò a ritornare vicino a Tremal-Naik, che era ricaduto sul letto di
foglie.
- La ti...gre? - chiese il ferito con voce fioca.
- È scomparsa, padrone, - rispose il maharatto, dissimulando la sua
inquietudine. Ha avuto paura della mia pistola. Dormi e non pensare ad altro.
Il ferito mandò un sordo gemito.
- Ada! balbettò.
- Cosa vuoi, padrone?
- Ah! come... era bella... bel...la!
- Cosa vuoi dire? Chi era bella?
- Ma...ledetti... l'han...no rapita... ma... - digrignò i denti con rabbia e
cacciò le unghie in terra.
- Ada!... Ad...a! - ripeté.
- Delira, - pensò il maharatto.
- Sì, l'hanno ra...pita, - continuò il ferito. - Ma... la ritro... verò oh!
sì, la ritroverò!
- Non parlare, padrone, che corriamo un grave pericolo.
- Pericolo? - balbettò Tremal-Naik, senza comprenderlo. - Chi parla di pe...ricolo?
Tornerò qui... sì, tornerò, maledetti... con la mia Darma... e vi fa...rò
divorare tut...ti!
Agitò le braccia con impeto furioso, roteò gli occhi, li chiuse e rimase
immobile come fosse morto.
- Dorme, - disse Kammamuri. - Tanto meglio: almeno il suo gridare non tradirà
la nostra presenza. Ed ora, stiamo in guardia, che la tigre forse ci spia.
Si sedette incrociando le gambe alla maniera dei turchi, si mise la carabina
sulle ginocchia, si cacciò in bocca una pallottola di betel per combattere il
sonno che lo assaliva e attese pazientemente l'alba, cogli occhi bene aperti e
gli orecchi ben tesi. Passarono una, due, tre ore, senza che nulla accadesse.
Nessun miagolio di tigre, nessun sibilo di serpente, nessun urlo di sciacallo
rompeva il silenzio che regnava nella misteriosa jungla. Solo di quando in
quando un soffio d'aria carico di pestifere esalazioni, passava sulle canne e le
curvava con dolce mormorio. Le tre dovevano essere trascorse, quando una specie
di fischio, potente, bizzarro, ruppe il silenzio. Era una specie di niff! niff!
assai acuto.
Il maharatto sorpreso e un po' atterrito, s'alzò e tese gli orecchi rattenendo
il respiro. Quel misterioso niff! niff! si ripeté e molto vicino.
- Questa non è la tigre! - mormorò Kammamuri. - Quale pericolo ancora ci
minaccia?
Armò la carabina, strisciò senza far rumore verso gli alberi e guardò.
A trenta passi da lui si muoveva un grosso animale lungo non meno di dodici
piedi, di forme pesanti, massiccie. Aveva la pelle irta di protuberanze, la
testa grossa e un po' triangolare, gli orecchi grandi e sulla massa ossea delle
nari un corno aguzzo e molto lungo.
Kammamuri riconobbe subito con che razza di nemico aveva a che fare, e si sentì
il cuore rimpicciolire per lo spavento.
- Un rinoceronte! - esclamò con un filo di voce. - Siamo perduti!...
Non alzò nemmeno la carabina, ben sapendo che la palla si sarebbe schiacciata
contro quella pelle grossissima che è più resistente d'una corazza d'acciaio.
Poteva bensì colpire il mostro in un occhio, il solo punto vulnerabile, ma la
paura di mancare al colpo e di venire sventrato dal terribile corno o
schiacciato sotto le mostruose zampe, gli suggerì l'idea di starsene cheto
sperando di non venire scoperto.
Il rinoceronte pareva in preda ad una viva irritazione, ciò che succede sovente
a questo animale intrattabile, rozzo, brutale e povero d'intelligenza. Si
slanciava, come fosse diventato d'un tratto pazzo, con una agilità veramente
sorprendente per un essere della sua struttura e si divertiva a spezzare, a
frantumare, a disperdere i bambù, facendo delle ampie breccie nella jungla.
Di quando in quando s'arrestava respirando fragorosamente, si avvoltolava per
terra come un cignale, agitando pazzamente le tozze gambe e sprofondando fra le
erbe il suo corno, per poi risollevarsi e ricominciare daccapo i suoi assalti
contro i bambù.
Kammamuri non respirava nemmeno per non attirare l'attenzione del bruto; sudava
come riposasse sul coperchio di una caldaia in ebollizione, e stringeva con mano
convulsa la carabina, divenuta inutile quanto un bastone di ferro. Egli aveva
paura che l'animale se la prendesse cogli alberi e s'avvicinasse allo stagno,
scoprendo così Tremal-Naik.
Stette lì qualche tempo, poi riguadagnò il giaciglio del padrone. Sua prima
cura fu quella di strappare quanta erba poté e nascondere totalmente il ferito,
poi se la svignò accanto ad un banian abbastanza grosso, portando seco le armi.
- Non posso fare di più, - disse. - Ad ogni modo, accoglierò il bruto con una
scarica generale delle mie armi.
Il rinoceronte continuava a saltellare presso la jungla. Si udiva il terreno
tremare sotto il suo peso, i bambù a spezzarsi crepitando e la sua formidabile
respirazione paragonabile al suono d'una rauca tromba.
D'improvviso Kammamuri udì il miagolìo della tigre. Si slanciò rapidamente
verso lo stagno, guardandosi d'intorno con spavento.
Sull'albero che aveva allora allora abbandonato, scorse la tigre aggrappata ad
uno dei rami; i suoi occhi scintillavano come quelli di un gatto e i suoi
artigli strappavano la corteccia della pianta.
Puntò rapidamente il fucile verso la fiera, la quale, sgomentata, si slanciò
giù per guadagnare la jungla, ma si trovò dinanzi al rinoceronte.
I due formidabili animali si guardarono reciprocamente per qualche istante. La
tigre, che forse sapeva di nulla avere da guadagnare in una lotta col brutale
colosso, cercò di fuggire, ma non ne ebbe il tempo.
Il rinoceronte aveva fatto udire il suo grido. Abbassò la testaccia mostrando
l'aguzzo suo corno e si slanciò furiosamente sulla belva, dimenando
rabbiosamente la corta sua coda.
L'urto fu terribile. La tigre aveva fatto un salto immenso, cadendo sulla groppa
del colosso, il quale, fatti trenta o quaranta passi, si gettò a terra
costringendola a lasciarlo.
- Bravo rinoceronte! - mormorò Kammamuri.
I due nemici s'erano entrambi risollevati, con rapidità fulminea,
precipitandosi l'un sull'altro. Il secondo assalto non fu fortunato per la
tigre. Il corno del rinoceronte le fracassò il petto lanciandola di poi in aria
per più di quaranta metri. Ricadde, cercò di risollevarsi mugolando di dolore
e di rabbia e tornò a volare ancor più in alto perdendo torrenti di sangue.
Il rinoceronte non attese nemmeno che ricadesse. Con un terzo colpo della sua
terribile arma la sventrò, poi rivoltandola contro terra la schiacciò coi suoi
larghi piedi riducendola in un ammasso di carni sanguinolente e di ossa
infrante.
Tutto ciò era successo in pochi secondi. Il colosso, soddisfatto, emise due o
tre volte il suo sordo fischio, indi rientrò nella jungla a devastare i bambù,
senza però allontanarsi dallo stagno.
La sua ritirata giungeva in buon punto, poiché Tremal-Naik, in preda al delirio
e ad una violentissima febbre, s'era risvegliato chiamando Kammamuri.
Ciò rendeva la situazione dei due indiani estremamente pericolosa, poiché
l'intrattabile animale poteva udire le loro voci e comparire improvvisamente fra
gli alberi. Il maharatto sapeva bene che non vi era da illudersi sulle
probabilità di salvare la vita, nemmeno colla fuga, poiché tutte le specie di
rinoceronti superano nella corsa l'uomo più agile.
S'affrettò a raggiungere il padrone ed a liberarlo dalle erbe che lo coprivano.
- Silenzio, - diss'egli, ponendogli un dito sulle labbra. - Se ci ode, siamo
irremissibilmente perduti.
Ma Tremal-Naik, in preda al delirio, agitava pazzamente le braccia e dalle
labbra gli uscivano parole insensate:
- Ada... Ada!... - gridava egli, sbarrando spaventosamente gli occhi - dove se'
tu, vergine della pagoda?... Ah! ah! mi ricordo... Sì, mezzanotte!
mezzanotte!... Ed essi sono venuti, tutti armati, molti contro uno, ma non ho
paura no, io, non tremo, sai, Ada, sono il cacciatore di serpenti... forte!
molto forte! L'ho visto sai quell'uomo, quello che ti ha condannata. Era brutto,
molto brutto e voleva strangolarmi. Perché quegli uomini hanno dei lacci?
Perché hanno anche loro il serpente sul petto? Quanti serpenti, quante teste di
donna. Ma non mi fan paura. Che? io aver paura di loro? Io, Tremal-Naik?...
Ah!... Ah!...
Tremal-Naik diede in uno scroscio di risa, che fece fremere il maharatto fino in
fondo all'anima.
- Ma padrone, sta' zitto! - supplicò Kammamuri, che udiva il maledetto animale
saltare furiosamente sul limite della jungla.
Il delirante lo guardò con occhi semi-chiusi e proseguì a voce più alta: -
Era notte, notte molto buia, io scendevo dall'alto e sotto di me vagava la
visione. L'ho udito il profumo cadere sulle pietre. Perché, crudele, adorare
quella divinità? Non mi ami tu adunque?... Tu sorridi, ma io fremo. Tu sai
quanto ti ama il cacciatore di serpenti. Avrei forse un rivale? Guai a lui!...
Guarda che si avvicinano i maledetti... ridono, sghignazzano e mi minacciano...
via di qui, via, assassini, via, via!... Hanno ancora i lacci, li gettano...
aspettate che io vengo... La vendicherò, assassini, eccomi!... Kammamuri!
Kammamuri! mi strangolano!
Il delirante si alzò a sedere cogli occhi stralunati e la schiuma alle labbra e
tendendo il pugno chiuso verso il maharatto gridò:
- Sei tu che vuoi strangolarmi? Kammamuri, dammi le pistole che lo accoppi.
- Padrone, padrone, - balbettò il maharatto.
- Ah tu... non sai chi sono? Kammamuri, mi strangolano!... Aiuto!... aiu...
Il maharatto gli soffocò le grida, mettendogli rapidamente una mano sulla bocca
e rovesciandolo a terra. Il ferito si dibatteva furiosamente ruggendo come una
fiera.
- Aiuto!... - tornò ad urlare.
Dalla parte degli alberi si udì un potente grugnito. Il maharatto, tremante di
spavento, vide il muso triangolare del rinoceronte far capolino fra le fronde.
Si tenne per perduto.
- Grande Siva! - esclamò, raccogliendo in furia la carabina.
Il rinoceronte guardò il gruppo coi suoi occhietti piccoli e brillanti, ma più
con sorpresa che con collera.
Non vi era un istante da perdere. Quella sorpresa non doveva durare molto, per
quel brutale colosso, che tanto facilmente si irrita.
Il maharatto, reso ardito dall'imminenza del pericolo, puntò freddamente la
carabina, mirò uno degli occhi e lasciò partire la scarica, ma la palla mal
diretta si schiacciò sulla fronte del rinoceronte, il quale tese
orizzontalmente il corno preparandosi ad assalire.
La perdita dei due indiani era ormai quasi certa. Ancora pochi minuti e
avrebbero subìta la medesima sorte della tigre.
Fortunatamente Kammamuri non aveva perduto il suo sangue freddo. Visto l'animale
ancora in piedi, lasciò cadere l'arma diventata inutile, si precipitò sopra
Tremal-Naik, lo sollevò fra le sue braccia, corse allo stagno e saltò dentro,
sprofondando fino alle spalle.
Il rinoceronte caricava allora con furia irresistibile. In quattro salti varcò
la distanza e piombò pesantemente nell'acqua, sollevando uno sprazzo di fango e
di spuma.
Kammamuri, atterrito, cercò di fuggire, ma non lo poté. Le sue gambe si erano
affondate in una sabbia tenacissima e in modo tale, che ogni sforzo riusciva
inutile.
Il poveretto, mezzo asfissiato, tremante, pallido, gettò un urlo straziante:
- Aiuto! Son morto!...
Udendo dietro di sé sordi fischi, si volse e vide il rinoceronte dibattersi
furiosamente e avventare a destra e a sinistra tremendi colpi di corno. Il
colosso, trascinato dall'enorme peso, era affondato fino al ventre e continuava
ad affondare nelle sabbie mobili.
- Aiuto!... - ripeté il maharatto, sforzandosi di mantenere fuori dall'acqua il
padrone.
Un lontano latrato rispose alla disperata chiamata. Kammamuri trasalì: quel
latrato l'aveva udito ancora e non una, ma mille volte. Una pazza speranza gli
balenò in mente.
- Punthy!... - gridò.
Un cane nero, vigoroso, grosso, sbucò dalla fitta massa di bambù e corse verso
lo stagno latrando con furore. Quel cane che arrivava in così buon punto, era
proprio il fedele Punthy, il quale lanciossi contro il rinoceronte tentando di
azzannargli un orecchio. Quasi nel medesimo istante si udì la voce di Aghur.
- Tieni fermo, Kammamuri! - gridava il bravo giovanotto. - Ci sono!...
Il bengalese con un salto varcò una fitta macchia, scomparve fra i bambù e
riapparve sulla riva dello stagno. Armò rapidamente il fucile, si mise in
ginocchio e sparò contro il rinoceronte, il quale, colpito nel cervello, cadde
su di un fianco, scomparendo più che mezzo sott'acqua.
- Non muoverti, Kammamuri, - proseguì il destro cacciatore. - Ora compiremo il
salvataggio; ma... Cos'ha il padrone?... È forse ferito?
- Taci e spicciati, Aghur, - disse il maharatto, che tremava ancora. - Nella
jungla vagano dei nemici.
Il bengalese sciolse in fretta la corda che cingevagli il dubgah e gettò un
capo a Kammamuri che l'afferrò solidamente.
- Tieni fermo, - disse Aghur.
Radunò tutte le sue forze e cominciò a tirare. Kammamuri si sentì strappare
da quelle tenaci sabbie e trascinare verso la riva, sulla quale frettolosamente
si arrampicò.
- Ebbene, - chiese Aghur con ansietà, mirando con occhio atterrito il padrone.
- Cosa gli è accaduto?
- L'hanno pugnalato.
- Ah!... E chi mai?
- Gli stessi che assassinarono Hurti.
- Quando?... Come?...
- Te lo dirò più tardi. Sbrigati, costruisci una barella e partiamo; siamo
inseguiti.
Aghur non volle saperne di più. Snudò il coltellaccio, tagliò sei o sette
rami, lì legò con solide corde e sopra quella rozza barella ammonticchiò
alcune bracciate di foglie. Kammamuri sollevò lentamente il padrone che non era
ancora tornato in sé, e ve lo stese sopra.
- Andiamo e silenzio, - comandò Kammamuri. - Hai il canotto?
- Sì, è arenato sulla sabbia, - rispose Aghur.
- Hai le pistole cariche?
- Tutt'e due.
- Avanti allora e tieni gli occhi aperti.
- Siamo forse spiati?
- Forse sì.
I due indiani sollevarono la barella e si misero in marcia preceduti dal cane,
seguendo uno stretto sentiero aperto nel mezzo della jungla.
In quindici minuti giunsero al fiume, sul quale galleggiava il canotto. Nel
momento che s'imbarcavano, Punthy abbaiò.
- Zitto, Punthy, - disse Kammamuri, prendendo i remi.
Il cane, anziché ubbidire, mise le zampe sul bordo del canotto e raddoppiò i
suoi abbaiamenti. Pareva in preda ad una forte eccitazione.
I due indiani guardarono verso la jungla, ma non videro alcuno. Eppure Punthy
doveva aver udito qualche rumore.
Misero le pistole sui banchi, afferrarono i remi e si spinsero al largo
rimontando il fiume. Non avevano ancora percorso trecento braccia, che il cane
ricominciò ad abbaiare rabbiosamente.
- Alto là! - gridò una voce imperiosa.
Kammamuri si volse indietro stringendo nella dritta una delle pistole.
Sulla riva, sul luogo da essi abbandonato, si teneva ritto un colossale indiano
col laccio nella dritta e il pugnale nella sinistra.
- Alto là! - ripeté egli.
Kammamuri invece di ubbidire sparò. L'indiano si accasciò su se stesso
agitando le braccia, indi scomparve fra i cespugli.
- Arranca! Arranca, Aghur! - gridò il maharatto.
Il canotto fendette rapidamente le acque dirigendosi verso il cimitero
galleggiante, nel mentre che una voce tonante, ripiena di minaccia, gridava
dalle coste dell'isola maledetta:
- Ci rivedremo!...
IX. Manciadi.
Ad oriente cominciava ad albeggiare, quando il canotto giunse alle sponde
della jungla nera.
Nulla di nuovo pareva che fosse accaduto. La capanna si rizzava ancora fra i
canneti sormontata da una dozzina di giganteschi arghilah immobili sulle loro
lunghe gambe giallastre, e la tigre, la fedele Darma, vi girava e rigirava
attorno, senza mai allontanarsi.
- Buono, - mormorò Kammamuri. - I maledetti non hanno visitato questi luoghi.
Darma!
La tigre a quella chiamata s'arrestò, alzò la testa, fissò sul canotto i suoi
occhi verdastri e si slanciò verso la riva emettendo un sordo mugolìo.
Kammamuri e Aghur si affrettarono a sbarcare e portarono il padrone nella
capanna, adagiandolo su di una comoda amaca. La tigre ed il cane si arrestarono
al di fuori a vegliare.- Esamina la ferita, Aghur, - disse Kammamuri.
Il bengalese levò la fascia e guardò attentamente il petto del povero
Tremal-Naik. Una ruga si disegnò sulla sua fronte.
- È grave, - disse. - Il pugnale è entrato assai, probabilmente fino
all'impugnatura.
- Guarirà?
- Lo spero. Ma perché l'hanno pugnalato?
- È difficile il dirlo. Tu sai che il padrone voleva rivedere la visione.
- Almeno così ha detto.
- Egli, giunto all'isola, si fissò in testa di scoprire quella creatura. Pare
che sapesse ove si celava, poiché mi comandò di ritornare alla capanna e
partì solo. Ventiquattro ore dopo lo trovava nella jungla immerso in un lago di
sangue: lo avevano pugnalato.
- Ma chi?
- Gli uomini che abitano l'isola e che forse vegliano su quella donna.
- Ma a quale scopo?
- Certamente per ucciderlo.
- Hai veduto tu quegli esseri?
- Coi miei propri occhi.
- Sono uomini o spiriti?
- Credo che siano uomini. Anzi mi gettarono un laccio al collo per strangolarmi,
e ne uccisi due o tre. Se fossero spiriti, non sarebbero morti.
- È strano, - mormorò Aghur, diventato pensieroso. - E cosa fanno quegli
uomini? Perché ammazzano le persone che sbarcano sulla loro isola?
- L'ignoro, Aghur. So che sono uomini terribili e che adorano una divinità la
quale esige molte vittime.
- Hai paura, Kammamuri?
- Ho le mie buone ragioni per averne.
- Credi tu che si mostreranno nella nostra jungla?
- Lo temo, Aghur: quell'uomo ci ha gridato: "ci rivedremo".
- Mal per loro. La tigre è un animale da non lasciarli avvicinare.
- Lo so, ma vegliamo attentamente. Ci sono nell'aria delle nubi che minacciano
tempesta.
- Lascia fare a me, Kammamuri. Tu pensa a guarire il padrone e io m'incarico di
loro.
Kammamuri ritornò presso il padrone per applicare sulla ferita un nuovo
cataplasma di erbe, ed Aghur si sedette dinanzi alla capanna, colla tigre ed il
cane accovacciati.
La giornata passò senza incidenti. Tremal-Naik ebbe ancora qualche accesso di
delirio, durante il quale gli usci più volte dalle labbra straziate il nome di
Ada, la sventurata giovane che aveva lasciato senza difesa, nelle mani di quei
terribili fanatici.
Però tornò a cadere in una specie di assopimento, che si prolungò fino al
calare del sole. I due indiani, quantunque ardessero dal desiderio
d'interrogarlo per sapere qualche cosa su coloro che lo avevano pugnalato,
credettero bene di astenersene per non affaticarlo.
Allorché le tenebre stesero il loro nero velo sulla silenziosa jungla, Aghur
montò pel primo la guardia, al di fuori della capanna, armato fino ai denti. Il
cane si era accovacciato ai suoi piedi cogli occhi fissi al sud. A mezzanotte
nessun indiano era comparso, né sul fiume, né sulla jungla. Però il cane
s'era più volte alzato fiutando l'aria, dando segni evidenti d'inquietudine.
Forse presentiva qualche cosa d'insolito; chissà, forse la vicinanza di qualche
persona e forse anche di qualche animale selvaggio. Aghur stava per svegliare
Kammamuri onde lo surrogasse, quando Punthy s'alzò abbaiando.
- To'! - esclamò l'indiano, sorpreso. - Cosa vuol dir ciò?
Il cane abbaiava colla testa volta al fiume, segno evidente che colà succedeva
qualche cosa. Contemporaneamente la tigre apparve sulla soglia della capanna,
facendo udire un sordo miagolio.
- Kammamuri! - chiamò Aghur, preparando le armi.
Il maharatto, che dormiva con un sol occhio, lo raggiunse.
- Cosa succede? - chiese egli.
- I nostri animali hanno udito qualche cosa e sono inquieti.
- Hai udito qualche rumore?
- Assolutamente nulla.
- Tieni il cane ed ascoltiamo.
Aghur s'affrettò a ubbidire.
D'improvviso verso il fiume s'udi a gridare:
- Aiuto! Aiuto!...
Il cane si mise ad abbaiare furiosamente.
- Aiuto!...- ripeté la medesima voce.
- Kammamuri! - esclamò Aghur. - Qualcuno si annega.
- Certamente.
- Non possiamo lasciarlo annegare.
- Non sappiamo chi sia.
- Non importa: alla riva!
- Prepariamo le armi e stiamo attenti. Non si sa mai cosa può accadere. Tu,
Darma, rimani qui e sbrana senza pietà quanti si presentano.
La tigre certamente lo comprese, poiché si raccolse su se stessa, cogli occhi
fiammeggianti, pronta a scagliarsi sul primo venuto. I due indiani si
slanciarono verso la riva, preceduti da Punthy che continuava ad abbaiare
furiosamente, e guardarono sul fiume che pareva nero come se fosse d'inchiostro.
- Vedi nulla? - chiese Kammamuri ad Aghur, che si era curvato sulla corrente.
- Sì, mi pare di scorgere laggiù qualche cosa che va alla deriva.
- Un uomo forse?
- Si direbbe più il tronco di un albero.
- Olà! - gridò Kammamuri. - Chi chiama?
- Salvatemi! - rispose una fioca voce.
- È un naufrago, disse il maharatto.
- Potete giungere alla riva? - chiese Aghur.
Un gemito fu la risposta che ottenne. Non vi era da esitare, quel naufrago si
trovava agli estremi e poteva da un momento all'altro annegarsi. I due indiani
balzarono nel canotto e si diressero rapidamente verso di lui. Ben presto
s'avvidero che l'oggetto nero che andava alla riva era il tronco di un albero, a
cui era aggrappato un uomo. In pochi istanti lo raggiunsero allungando le mani
al naufrago, che le afferrò colla forza della disperazione.
- Salvatemi!... - balbettò egli ancora una volta, lasciandosi deporre nel fondo
del battello.
I due indiani si curvarono su di lui osservandolo con curiosità. Era un uomo
della loro razza, bengalese al tipo, di statura inferiore alla media, di
colorito assai oscuro, estremamente magro ma coi muscoli assai pronunciati,
indizio sicuro d'una forza non comune. Aveva la faccia qua e là contusa e la
gialla tunica, strettamente chiusa al corpo, macchiata di sangue.
- Sei ferito? - gli domandò Kammamuri.
Quell'uomo lo fissò attentamente con due occhi che avevano strani riflessi.
- Credo, - mormorò dipoi.
- Hai la veste insanguinata. Lasciami vedere
- Non è nulla, - diss'egli, mettendosi le mani sul petto, come se avesse paura
di metterlo allo scoperto. - Ho battuto la testa su quel tronco d'albero e mi
sanguinò il naso.
- Da dove vieni?
- Da Calcutta.
- Ti chiami?
- Manciadi.
- Ma come ti trovi qui?
Il bengalese tremò in tutte le membra, battendo i denti.
- Chi abita questi luoghi? - chiese egli, con terrore.
- Tremal-Naik, il cacciatore di serpenti, - rispose Kammamuri.
Manciadi tornò a tremare.
- Feroce uomo, - balbettò.
Aghur ed il maharatto si guardarono l'un l'altro con sorpresa.
- Tu sei pazzo, - disse Aghur.
- Pazzo!... Non sai tu che i suoi uomini mi diedero la caccia, come se fossi una
tigre?
- I suoi uomini ti diedero la caccia! Ma siamo noi i suoi compagni.
Il bengalese si raddrizzò, guardandoli con ispavento.
- Voi!... Voi!... - ripeté. - Sono perduto!
S'aggrappò all'orlo del canotto colla evidente intenzione di lanciarsi nel
fiume, ma Kammamuri l'afferrò a mezzo corpo obbligandolo a sedersi.
- Spiegami la causa di questo spavento, - gli disse con accento minaccioso. -
Noi non facciamo male ad alcuno, ma ti avverto che se tu non parli chiaro ti
spacco il cranio col calcio della mia carabina.
- Volete assassinarmi! - piagnucolò Manciadi.
- Sì, se non ti spieghi. Cosa sei venuto a far qui?
- Sono un povero indiano e campo la vita cacciando. Un capitano dei sipai mi
promise cento rupie per una pelle di tigre, e qui venni sperando di soddisfarlo.
- Tira avanti.
- Ieri sera approdai alla riva opposta del Mangal, e mi appiattai nella jungla,
due ore dopo mi si slanciarono addosso alcuni uomini e mi sentii stringere il
collo da un laccio...
- Ah! - esclamarono i due indiani. - Un laccio, hai detto?
- Sì - confermò il bengalese.
- Gii hai veduti quegli uomini? - chiese Aghur.
- Sì, come vedo voi.
- Cosa avevano sul petto?
- Mi pare d'aver visto un tatuaggio.
- Erano quelli di Raimangal, - disse Kammamuri. - Continua.
- Impugnai il mio coltello, - proseguì Manciadi, che fremeva ancora per lo
spavento, - e tagliai la corda. Corsi a lungo inseguito dappresso e giunto al
fiume mi vi gettai dentro a capofitto.
- Sappiamo il resto, - disse il maharatto. - Tu adunque sei cacciatore.
- Sì, e valente.
- Vuoi venire con noi?
- Un lampo strano brillò negli occhi del bengalese.
- Non domando di meglio, - s'affrettò a dire. - Sono solo al mondo.
- Sta bene, noi ti adottiamo. Domani mattina ti presenterò al padrone.
I due indiani rituffarono i remi nel fiume e ricondussero il canotto nel piccolo
seno. Appena sbarcarono, Punthy si slanciò contro il bengalese, abbaiando
rabbiosamente e mostrandogli i denti.
- Zitto, Punthy, - disse Kammamuri, trattenendolo.- È uno dei nostri.
Il cane, anziché obbedire, si mise a ringhiare minacciosamente.
- Questa bestia mi pare che non sia troppo cortese, - disse Manciadi,
sforzandosi a sorridere.
- Non aver paura, ti diventerà amico, - disse il maharatto.
Legato il canotto, raggiunsero la capanna dinanzi alla quale vegliava la tigre.
Cosa strana, anche questa si mise a brontolare in modo tutt'altro che
amichevole, guardando di traverso il nuovo arrivato.
- Oh! - esclamò egli spaventato. - Una tigre!
- È addomesticata. Fermati qui che vado dal padrone.
- Dal padrone! È qui forse? - chiese il bengalese attonito.
- Sicuro.
- Ancora vivo!...
- To'! - esclamò il maharatto sorpreso. - Perché tale domanda?
Il bengalese trasalì e parve confuso.
- Come sai tu che è ferito, per farmi tale domanda? - replicò Kammamuri.
- Non m'hai detto tu che era stato ferito?
- Io!...
- Mi sembra.
- Non mi rammento.
- Eppure non posso averlo udito dire che da te o dal tuo compagno.
- Così deve essere.
Kammamuri ed Aghur rientrarono nella capanna. Tremal-Naik dormiva profondamente
e sognava, poiché delle parole tronche uscivano dalle sue labbra.
- Non vale la pena di svegliarlo, - borbottò Kammamuri, volgendosi ad Aghur.
- Lo presenteremo domani, disse quest'ultimo. - Cosa ti sembra di quel Manciadi?
- Ha l'aspetto d'un buon uomo e ho tutte le ragioni per credere che ci aiuterà
validamente.
- Lo credo anch'io.
- Lo faremo vegliare lui fino a domani.
Aghur prese una terrina di cangi, densa decozione di riso, e la recò a Manciadi
il quale si mise a mangiare con una voracità da lupo.
Raccomandatogli di fare buona guardia e di dare l'allerta se scorgesse qualche
pericolo, s'affrettò a rientrare, chiudendo, per precauzione, la porta.
Era appena scomparso che Manciadi s'alzò con una sveltezza sorprendente. I suoi
occhi s'erano d'un subito accesi e sulle sue labbra errava un satanico sorriso.
- Ah! Ah! - esclamò egli, sogghignando.
S'accostò alla capanna e vi appoggiò l'orecchio, ascoltando con profondo
raccoglimento. Stette così un lungo quarto d'ora, poi partì colla rapidità di
una freccia arrestandosi mezzo miglio più lontano.
Accostò le dita alle labbra ed emise un acuto fischio. Tosto al sud un punto
rossastro si alzò fendendo le tenebre e scoppiò spandendo una luce vivida che
subito si spense con una sorda detonazione.
Altre due volte il fischio risuonò, poi nella jungla tutto tornò silenzio e
mistero.
X. Lo strangolatore.
Erano trascorsi venti giorni. Tremal-Naik, mercé la sua robusta costituzione
e le assidue cure dei suoi compagni, guariva rapidamente.
La ferita si era ormai richiusa e poteva alzarsi.
Però, mentre riacquistava le forze, l'indiano diventava ognor più cupo ed
inquieto. I suoi compagni lo sorprendevano talvolta colla faccia nascosta fra le
mani e le gote umide, come se avesse pianto. Non parlava che rade volte, non
confessava a chicchessia il terribile dolore che struggevalo e talvolta veniva
assalito da improvvisi accessi di rabbia, durante i quali si lacerava le carni
colle unghie e tentava di gettarsi dall'amaca gridando:
- Ada!... Ada!...
Kammamuri ed Aghur indarno si sforzavano di farlo parlare; indarno cercavano la
causa di quelle sfuriate che minacciavano di riaprire la non ancora cicatrizzata
ferita e si chiedevano chi mai poteva essere colei che portava quel nome che
egli pronunciava e nei suoi deliri e nei suoi sonni, quel nome che era il suo
incubo, il suo tormento.
Manciadi il bengalese, qualche volta si associava a loro per venire a capo di
qualche cosa, ma ciò accadeva assai di rado. Quest'uomo pareva anzi che
sfuggisse la presenza del ferito, quasiché avesse da temere qualche cosa.
Non entrava nella di lui stanza se non quando lo vedeva dormire, ma quasi con
ripugnanza. Amava meglio percorrere la jungla in cerca di selvaggina, di
raccogliere legna e di attingere acqua. Strana cosa: ogni qual volta udiva il
padrone invocare Ada, egli veniva assalito da un tremore straordinario e la sua
faccia, di solito tranquilla, d'un subito s'alterava cangiando persino di
colore.. Altro particolare misterioso è, che di mano in mano che Tremal-Naik
migliorava, anziché gioire, diventava tetro e d'umore nero.
Si avrebbe detto che a quell'uomo spiaceva che il padrone guarisse. Perché?
Nessuno avrebbe potuto dirlo.
Il mattino del ventunesimo giorno, nella capanna accadde un avvenimento che
doveva avere funeste conseguenze.
Kammamuri s'era alzato al primo raggio di sole. Visto che Tremal-Naik dormiva
d'un sonno tranquillo, si diresse verso la porta per svegliare Manciadi che
riposava al di fuori, sotto una piccola tettoia di canne di bambù. Levò la
spranga e spinse l'uscio ma con sua grande sorpresa questo non s'aprì: c'era al
di fuori qualche cosa che gli faceva intoppo.- Manciadi!- gridò il maharatto.
Nessuno rispose alla chiamata.. Nella mente del maharatto balenò il sospetto
che al poveretto fosse toccata qualche disgrazia, che i nemici lo avessero
strangolato o che le tigri della jungla l'avessero sbranato.
Accostò un occhio alla fessura della porta e s'accorse che l'oggetto che le
impediva d'aprirsi era un corpo umano. Guardando con maggiore attenzione,
riconobbe in lui il bengalese Manciadi.
- Oh!... - esclamò egli con orrore. Aghur!
L'indiano fu lesto ad accorrere alla chiamata del compagno.
- Aghur, - disse il maharatto, sgomentato. - Hai udito nulla questa notte?
- Assolutamente nulla.
- Nemmeno un gemito?
- No, perché?
- Hanno ucciso Manciadi!
- È impossibile! - esclamò Aghur.
- È qui disteso dinanzi alla porta.
- Darma non ha dato alcun segnale e nemmeno Punthy.
- Eppure dev'esser morto. Non risponde, né si muove.
- Bisogna uscire: spingi forte.
Il maharatto appoggiò una spalla alla porta e fece forza respingendo Manciadi.
Ottenuto un varco, i due indiani si slanciarono all'aperto. Il povero bengalese
era coricato bocconi e pareva morto, quantunque non si vedesse sul suo corpo
ferita alcuna.. Kammamuri gli accostò una mano sul petto e sentì che il cuore
ancora batteva.
- È svenuto, - diss'egli.
Strappò una penna ad un punya che trovavasi lì vicino, vi diede fuoco e
l'accostò alle nari dello svenuto. Tosto un sospiro sollevò il petto, poi le
braccia e le gambe si mossero e infine s'aprirono gli occhi che si fissarono con
smarrimento sui due indiani.
- Cosa ti è accaduto - gli chiese premurosamente Kammamuri.
- Siete voi! - esclamò affannosamente il bengalese. - Ah!... che paura!...
Credevo di essere stato ammazzato sul colpo!
- Ma cos'hai veduto? Chi cercò d'ammazzarti? Degli uomini forse?
- Uomini?... Chi parla d'uomini?
- Di' su.
- Ma non sono stati uomini, - disse il bengalese.
- Sì, sì, non m'inganno, era un elefante.
- Un elefante! esclamarono i due indiani. - Un elefante qui!
- Ma sì, era un elefante enorme, con una proboscide mostruosa, e due denti
lunghissimi.
- E si è avvicinato a te? - chiese Aghur.
- Sì, e per poco non mi spezzò il cranio. Io dormiva saporitamente, quando fui
svegliato da un potente soffio; aprii gli occhi e vidi sopra di me la gigantesca
testa del mostro. Cercai di alzarmi per fuggire, ma la proboscide mi piombò sul
cranio, inchiodandomi al suolo.
- E poi? - chiese Kammamuri con ansietà.
- Poi non ricordo più nulla. Il colpo era stato così forte che svenni.
- Che ora era?
- Non lo so, perché m'ero addormentato.
- È strano, - disse il maharatto. - E Punthy non s'accorse di nulla.
- Cosa facciamo, - chiese Aghur, lanciando uno sguardo ardente sulla jungla.
- Lasciamo il colosso in pace, rispose Kammamuri.
- Ritornerà, - s'affrettò a dire Manciadi, - e rovinerà la capanna..
- È vero, - disse Aghur. - Se lo inseguissimo?
- E perché no? Abbiamo delle buone carabine.
- Io sono pronto ad aiutarvi, - rispose Manciadi.
- Ma non possiamo lasciare solo il padrone, quantunque sia completamente
guarito, - osservò Kammamuri. - Voi sapete che un pericolo ci minaccia sempre.
- Tu rimarrai e noi andremo alla caccia, - incalzò Aghur. - Con un vicino così
pericoloso, non si può vivere tranquilli.
- Se avete coraggio bastante, vi lascio libero campo.
- Così va bene! - esclamò Aghur. - Lascia fare a noi, e vedrai che prima di
mezzodì il colosso sarà morto.
Andò a prendere nella capanna due pesanti carabine di grosso calibro e ne porse
una al bengalese che la caricò con grande attenzione, con una verga di piombo.
Munitisi di pistoloni e d'un enorme coltellaccio, nonché di abbondanti
munizioni, entrarono risolutamente nella jungla, percorrendo un largo sentiero
tracciato fra i bambù. Aghur era allegro e discorreva; il bengalese, invece,
era diventato cupo e spesso soffermavasi per guardare il compagno che lo
precedeva di pochi passi.
Talvolta si chinava verso terra ed ascoltava, fingendo di cercare le traccie
dell'elefante. Quel brusco cangiamento, quegli sguardi e quelle manovre, non
sfuggirono ad Aghur, il quale credette che il bengalese avesse paura.
- Animo, Manciadi, diss'egli, allegramente. - Non credere che sia tanto
difficile abbattere una bestia, anche se è munita di proboscide. Una palla in
un occhio e tutto sarà finito.
- Non ho paura io, - rispose bruscamente il bengalese, sforzandosi, ma invano,
di atteggiare le sue labbra ad un sorriso.
- Mi sembri inquieto.
- Infatti lo sono, ma non è l'elefante che mi preoccupa.
- E che cosa, adunque?
- Aghur, - disse Manciadi con accento strano. - Hai paura della morte?
- Se ho paura della morte?... Perché mi fai questa domanda? Non ho mai avuto
paura di nulla... io!
- Meglio per te.
- Non ti capisco.
- Comprenderai fra qualche ora, silenzio ed avanti.
- È pazzo, - pensò Aghur, - o mezzo morto dalla paura. Sta bene, lo abbatterò
io il colosso.
I due indiani affrettarono il passo, malgrado il sole che gli arrostiva e gli
ostacoli che ingombravano il sentiero, e un'ora dopo giungevano in un boschetto
di giacchieri alberi, le cui frutta, anziché pendere all'estremità dei rami,
escono direttamente dal tronco, d'un bel colore giallo, d'una fragranza
straordinaria e del peso di oltre trenta libbre.
Quivi giunti, Manciadi con grande sorpresa del compagno, si mise a fischiare
un'arietta malinconica, giammai udita nella jungla nera.
- Cosa fai? - gli chiese Aghur.
- Fischio, - rispose Manciadi tranquillamente.
- Farai fuggire l'elefante.
- Anzi lo attiro. Gli elefanti amano la musica e, quando la odono, accorrono.
- To'! non l'ho mai saputo.
- Cammina, Aghur, e guardati ben d'attorno. Sai tu dove trovasi uno stagno?
- Qui vicino.
- Andiamo.
Aghur, quantunque tuttociò gli sembrasse assai strano, ubbidì.. Prese un
sentieruccio appena visibile e condusse il compagno sulle rive di un piccolo
stagno contornato da ammassi di pietre rozzamente scolpite rovine di un'antica
pagoda.
- Tu rimarrai qui, - gli disse il bengalese. - Io batto il bosco e scovo
l'elefante, poiché qui dev'essere nascosto.
Si mise sotto il braccio la carabina e si allontanò senza aggiungere sillaba.
Appena fu certo di non essere né veduto, né udito, si mise a correre
rapidamente e si arrestò ai piedi di un palmizio, sul cui tronco vedevasi
rozzamente inciso l'emblema misterioso degl'indiani di Raimangal.
- A me ora, diss'egli. - Questo bosco sarà la sua tomba.
Si drizzò quanto era lungo ed emise un fischio. Un segnale eguale vi rispose e
qualche minuto dopo, fra il varco di due cespugli appariva la sinistra figura di
Suyodhana. Egli incrociò le braccia sul petto, fregiato del serpente dalla
testa di donna, e fissò Manciadi con uno sguardo acuto come la punta d'una
spilla.
- Figlio delle sacre acque del Gange, sii il benvenuto, - disse il bengalese,
toccando la polvere colla fronte.
- Ebbene? - chiese brevemente Suyodhana.
- Siamo battuti.
- Che vuoi tu dire?
- Tremal-Naik è vivo.
Suyodhana divenne ancor più cupo e si conficcò le unghie nelle carni.
- Avrei mancato al colpo? - ringhiò egli. - Eppure il pugnale vendicatore gli
squarciò il seno!
Chinò il capo sul petto e s'immerse in tetri pensieri.
- Manciadi, - disse dopo qualche tempo, - quell'uomo deve morire.
- Comanda, figlio delle sacre acque del Gange.
- La vergine della sacra pagoda fu profondamente ferita dal velenoso sguardo di
quell'uomo. La sciagurata ancora l'ama, né cesserà d'amarlo finché egli
vivrà.
- Crederà alla sua morte?
- Sì, perché io le darò le prove.
- Cosa devo fare? Devo avvelenarlo?
- No, il veleno non sempre uccide; vi sono degli antidoti.
- Devo strangolarlo? Ho il mio laccio.
- Andiamo adagio. Hai eseguito quanto ti ordinai?
- Sì, figlio delle sacre acque del Gange. Aghur m'attende presso lo stagno.
- Bene, tu lo ucciderai.
- E poi? chiese il fanatico con terribile calma.
- Poi tornerai alla capanna e narrerai a Kammamuri che Aghur fu assassinato. Ti
crederà e correrà a cercarlo; comprendi il resto.
- Hai altro da dirmi?
- Più nulla.
- E strangolato che abbia Tremal-Naik, cosa dovrò fare?
- Raggiungermi a Raimangal: va'!
Manciadi toccò una seconda volta la polvere colla fronte e si allontanò colla
dritta sul calcio d'una pistola.
- Decisamente, - disse il bengalese, - il figlio delle sacre acque del Gange è
un grande uomo!
Il fanatico non pensò nemmeno al doppio assassinio che stava per commettere.
Suyodhana così aveva ordinato, e Suyodhana parlava in nome della mostruosa
divinità alla quale tutti loro avevano consacrato il loro braccio e la loro
vita. Attraversò lentamente il bosco dei giacchieri e giunse allo stagno,
presso il quale stava sdraiato, colla carabina sulle ginocchia, la futura
vittima.
- Hai veduto l'elefante? - gli chiese Aghur.
- Non ancora, ma ho scoperto le sue traccie, - disse l'assassino guardandolo con
due occhi che mandavano sinistri bagliori.
- Cos'hai che mi guardi così? - domandò Aghur.
Il bengalese non rispose e continuò a guardarlo.
- Hai scoperto qualche cosa di strano?
- Sì, - rispose Manciadi. - Aghur, ti ricordi cosa ti dissi un'ora fa?
- L'indiano parve sorpreso ed inquieto. Forse presentiva la catastrofe.
- Allorché mi parlasti della morte?
- Sì.
- Me lo ricordo, - rispose Aghur.
- Non ti sembra crudele morire a vent'anni, quando l'avvenire forse sorride? Non
ti sembra atroce abbandonare questa terra indorata dal sole e profumata
dall'olezzo di mille fiori, per scendere nella tomba, nell'oscurità, nel
mistero?
- Sei pazzo? - domandò Aghur.
- No, Aghur, non sono pazzo, - disse l'assassino avvicinandoglisi fino a
toccarlo. - Guarda! -
Aprì la tunica che coprivalo e mise allo scoperto il suo petto tatuato del
serpente colla testa di donna.
- Cos'è? - chiese Aghur.
- L'emblema della morte.
- Non capisco.
- Tanto peggio per te.
Il bengalese sciolse il laccio che teneva nascosto sotto la tunica e lo fece
fischiare attorno alla sua testa.
- Aghur! - gridò, - Suyodhana ti ha condannato e devi morire!
L'indiano comprese allora tutto. Balzò in piedi colla carabina in mano, ma gli
mancò il tempo di puntarla sul traditore.
Un fischio tagliò l'aria e il poveretto, stretto alla gola dal laccio, la cui
palla di piombo lo percosse fortemente alla nuca, stramazzò a terra.
- Assassino!... - urlò egli con voce strozzata.
- Aghur! - disse lo strangolatore con accento funebre. - Saluta un'ultima volta
il sole che ti accarezza, respira un'ultima volta quest'aria che corre sulle
Sunderbunds, invia l'estremo saluto ai tuoi compagni e scendi nella tomba.
- Kammamuri!... Padrone!... - balbettò Aghur, dibattendosi.
Il fanatico afferrò solidamente il laccio e soffocò la voce della vittima con
una violenta strappata, poi gli si gettò sopra e col pugnale lo trafisse.
- Muori, ché la dea lo vuole! - gli gridò un'ultima volta Manciadi.
Aghur, col volto cinereo, gli occhi schizzanti dalle orbite cacciò fuori un
rauco gemito e cercò di risollevarsi, ma ricadde.
- E uno, - disse il fanatico, lanciando un guardo feroce sull'assassinato. -
Ora, pensiamo all'altro.
E s'allontanò a rapidi passi, mentre uno stormo di marabù calava sul cadavere
ancor caldo dell'infelice Aghur.