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Le meraviglie del Duemila
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IL FIORE DELLA RISURREZIONE
Il piccolo battello a vapore che fa il servizio postale una volta alla
settimana, fra Nuova York, la più popolosa città degli Stati Uniti d'America
settentrionale e la piccola borgata dell'isola Nantucket, quella mattina era
entrato nel piccolo porto con un solo passeggero. Accadeva spesso, durante
l'autunno, terminata la stagione balneare, che rarissime persone approdassero a
quell'isola, abitata solo da qualche migliaio di famiglie di pescatori che non
s'occupavano d'altro che d'affondare le loro reti nei flutti dell'Atlantico.
"Signor Brandok", aveva gridato il pilota, quando il battello a vapore
s'era ormeggiato al ponte di legno "siamo giunti."
Il passeggero, che durante la traversata era rimasto sempre seduto a prora senza
scambiare una parola con nessuno, s'era alzato con una certa aria annoiata, che
non era sfuggita né al pilota, né ai quattro marinai.
"I divertimenti di Nuova York non lo hanno guarito dal suo spleen"
mormorò il timoniere del piccolo battello, volgendosi verso i suoi uomini.
"Eppure, che cosa manca a lui? Bello, giovane e ricco... se fossi io al suo
posto!..."
Il passeggero era difatti un bel giovane, tra i venticinque e i ventott'anni, di
statura alta come sono ordinariamente tutti gli americani, questi fratelli
gemelli degli inglesi, coi lineamenti regolarissimi, gli occhi azzurri ed i
capelli biondi.
Aveva invece negli sguardi un non so che di triste e di vago che colpiva coloro
che lo avvicinavano, e nelle sue mosse qualcosa di pesante e di stanco, che
contrastava vivamente col suo aspetto robusto e florido.
Si sarebbe sospettato che un male misterioso minasse la sua gioventù e la sua
salute, nonostante la bella tinta rosea della sua pelle, quella tinta che indica
la ricchezza e la bontà del sangue delle forti razze anglosassoni.
Come abbiamo detto, udita la voce del pilota, il signor Brandok s'era alzato
quasi a fatica, come se si risvegliasse in quel momento da un lungo sonno.
Sbadigliò due o tre volte, gettò uno sguardo assonnato sulla riva, toccò
appena la tesa del suo cappello per rispondere al saluto rispettoso dei marinai
e scese lentamente sul pontile di legno.
Invece di dirigersi verso la borgata, le cui casette s'allineavano a duecento
passi dal porticciolo, si mise a camminare lungo la spiaggia, colle mani
affondate nelle tasche dei pantaloni e gli occhi semichiusi, come fosse in preda
ad una specie di sonnambulismo.
Giunto all'estremità della borgata si fermò e aprì gli occhi, fissandoli su
un gruppo di monelli scalzi ad onta dell'aria frizzante, che si rincorrevano
lungo le dune ridendo e schiamazzando.
"Ecco degli esseri felici" mormorò con un tono d'invidia. "Essi
almeno non sanno che cosa sia lo spleen."
Stette qualche istante immobile, poi scosse il capo, mandò un lungo sospiro e
riprese la passeggiata, per fermarsi alcuni minuti dopo dinanzi a una bella
casetta a due piani, tutta bianca, colle persiane verniciate e un giardinetto
chiuso da una cancellata in legno.
"Che cosa farà il dottore?" mormorò, guardando le finestre.
"Starà tormentando qualche cavia o qualche povero coniglio. Il segreto di
poter rivivere dopo cent'anni, bell'idea! Io credo che quel buon Toby perda
inutilmente il suo tempo. Eppure egli è molto più, felice di me."
Tornò a sospirare, attraversò lentamente il giardinetto il cui cancello era
aperto e salì la scala, senza quasi rispondere al saluto di una grassa e
rubiconda fantesca che gli aveva gridato dalla cucina:
"Buon giorno, signor Brandok; il mio padrone è nel suo studio."
Il giovine era già al secondo piano. Aprì una porta ed entrò in una stanza
piuttosto vasta e bene illuminata da due ampie finestre, tutta circondata da
scaffali di noce pieni di un numero infinito di storte e di bottiglie
variopinte.
Nel mezzo, curvo su una tavola, vi era un uomo sui cinquantacinque anni, di
forme quasi erculee, con una lunga barba un po' brizzolata e tutto intento ad
osservare un coniglio che pareva, a prima vista, o morto o addormentato.
Udendo aprirsi la porta si levò gli occhiali e si voltò con una certa
vivacità, esclamando con voce giuliva:
"Ah! sei tornato, amico James? Ti sei stancato presto di Nuova York e mi
pare che tu non abbia un'aria molto soddisfatta".
Il giovine si lasciò cadere sopra una sedia che si trovava presso la tavola e
rispose con un mesto sorriso.
"Dunque?" chiese l'uomo attempato, dopo un breve silenzio.
"Sono più annoiato di prima ed è un miracolo che sia qui" rispose
Brandok.
"Perché?"
"Avevo già deciso di fare un bel salto dal faro della Libertà e di
sfracellarmi sul molo."
"Una brutta sciocchezza, mio caro James. A ventisei anni, con un milione di
dollari..."
"E cento milioni di noia che mi fa sbadigliare da mattina a sera"
disse il giovine, interrompendolo. "La vita diventa ogni giorno più
insopportabile e finirò per sopprimermi. Un viaggio all'altro mondo non mi
dispiacerebbe. Forse là m'annoierò meno."
"Viaggia in questo mondo, amico."
"Dove vuoi che vada, Toby?" disse Brandok. "Ho visitato
l'Australia, l'Asia, l'Africa, l'Europa e mezza America. Che cosa vuoi che vada
a vedere?"
Il dottore s'era messo a passeggiare per la stanza, con le mani dietro al dorso,
la testa bassa, come se un profondo pensiero lo preoccupasse. Ad un tratto si
fermò dinanzi al coniglio, dicendo:
"James, ti piacerebbe vedere come camminerà il mondo fra cent'anni?".
Il giovane Brandok aveva alzato la testa che teneva inclinata su una spalla,
interrogando il dottore collo sguardo.
"Sì," riprese Toby "io voglio vedere che cosa sarà l'America
fra venti lustri. Chissà quali meraviglie avranno inventato allora gli uomini.
Macchine straordinarie, navi colossali, palloni dirigibili e mille altre cose
strabilianti. Ormai il genio umano non ha più freno e gl'inventori nascono come
i funghi."
"Hai trovato finalmente il modo di prolungar la vita?" chiese Brandok,
con tono leggermente ironico.
"Di fermarla, invece."
"Ah!"
"Ne vuoi una prova?"
"Possibile che tu abbia fatta una simile scoperta?" esclamò Brandok,
con stupore. "So che tu da molti anni ti dedichi a certi esperimenti."
"E sono pienamente riusciti" disse il dottore. "Vedi questo
coniglio?"
"È morto?"
"No, dorme da quattordici anni."
"È impossibile."
"Fra poco te lo farò risuscitare con una semplice puntura e un bagno
tiepido."
"Quale filtro misterioso hai scoperto? Non ti prendi gioco di me, Toby?"
"A quale scopo? Chiudiamo le porte perché nessuno ci oda o ci veda, e tu
assisterai ad una risurrezione meravigliosa."
Fece girare le chiavi, chiuse un po' le finestre, accostò una sedia al tavolino
e dopo aver offerto al suo giovine amico un sigaro, disse:
"Ascoltami ora; poi verrà l'esperimento".
Toby, dopo essere stato alcuni momenti silenzioso, raccolto in se stesso, s'era
alzato per prendere da uno degli scaffali un vaso di vetro contenente una
piccola pianta disseccata, che pareva unica nel suo genere.
"Ne hai mai veduta una simile, amico James?"
Il giovine Brandok guardò il dottore con una certa sorpresa, dicendo:
"Vorrei sapere che cosa c'entra questa pianticella coi conigli che dormono
da tanti anni. Immagino che non avrai l'intenzione di aumentare le mie
noie".
"Niente affatto" riprese Toby, imperturbabilmente. "Tu dunque non
conosci questo fiore, quantunque tu abbia assai viaggiato?"
"Sai bene che io di botanica non me ne sono mai occupato."
"Allora non hai mai udito parlare del fiore della risurrezione?"
"No, mai" disse il giovine.
"Ascoltami dunque: la storia è interessante e non t'annoierà.
Cinquant'anni or sono, un mio collega, il dottor Dek, viaggiava nell'Alto Egitto
collo scopo di trovare un'antica miniera di metalli in cui lavoravano un tempo
dei sudditi dei Faraoni. Un giorno incontrò un arabo infermo ed il dottore lo
curò amorosamente, salvandogli la vita. Il figlio del deserto era povero,
eppure volle ricompensare il suo salvatore, dandogli un tesoro che da solo
valeva tutte le pietre preziose del mondo."
"In che cosa consisteva?" chiese Brandok, che cominciava ad
interessarsi vivamente a quel racconto che assomigliava ad uno di quelli delle
Mille ed una Notte.
"In una piccola pianta disseccata, che dall'arabo era stata scoperta in una
antichissima tomba, nel seno di una sacerdotessa egiziana che per bellezza non
aveva avuto uguali. Il dottor Dek, ascoltando i pomposi elogi fatti a quel
piccolo fiore, sepolto chissà quanti secoli prima dell'era cristiana e che
portava dei bottoncini arsi dal sole ed ingialliti, non aveva potuto trattenersi
dal sorridere."
"Ed io avrei fatto altrettanto" disse Brandok.
"Ed avresti avuto torto," disse Toby "poiché l'arabo prese la
pianta, la bagnò con alcune gocce d'acqua e sotto gli sguardi del dottore si
compì un prodigio meraviglioso. La pianta, appena sentì inumidirsi, cominciò
a fremere, poi ad agitarsi, i suoi tessuti si raddrizzarono e i suoi bottoni si
gonfiarono, poi si schiusero. Il fiore a poco a poco sbocciava, dopo venti
secoli e più di sonno, svolgendo i suoi leggeri petali, i quali si distendevano
come raggi superbi intorno ad un punto centrale, pieni di eleganza e di
freschezza."
"Strano fenomeno!" esclamò Brandok, che pareva avesse dimenticato il
suo spleen.
"Quel fiore," proseguì il dottore "assomigliava ad una
margherita raccolta in qualche giardino incantato. Quella risurrezione
misteriosa durò parecchi minuti, poi il fiore a poco a poco rovesciò la sua
corolla dalle tinte iridescenti, scoprendo in mezzo ai petali alcuni granelli
antichissimi. Ahimè! La preziosa semente che il fiore della risurrezione
custodiva con tanta gelosa cura, da tanti secoli era irrimediabilmente sterile.
A quale suolo affidare quei granelli? Quale sole avrebbe potuto tenerli in vita?
Sorpreso e ammirato, il dottore portò seco la meravigliosa pianta e rinnovò in
Europa centinaia di volte l'esperimento del vecchio arabo, e sempre il piccolo
fiore del deserto, la pianta misteriosa degli antichi Faraoni, risuscitò nella
sua immortale bellezza mercé alcune gocce d'acqua. Morendo, il dottor Dek
regalò il fiore della risurrezione al discepolo ed amico suo James, il quale
ripeté anch'egli, con eguale successo, la prodigiosa esperienza. Infine il
fiore della pianta egiziana venne offerto ad Alessandro Humboldt ed il grande
naturalista lo risuscitò più volte davanti ai suoi dotti colleghi. Fra le sue
mani la pianta misteriosa non fece che rinascere e morire, senza che egli
potesse penetrarne i segreti; ad ogni operazione ripeteva colla tristezza del
genio impotente: "Nulla c'è in natura che somigli a questa
pianta!""
"E nessuno ha mai potuto penetrare il mistero di quella pianta che tolta
dal sepolcro, dopo migliaia di anni risuscitava grazie ad una goccia d'acqua e
riapriva la sua corolla eternamente bella, come per dire al mondo: "Ecco
come ero al tempo dei Faraoni"?" chiese Brandok.
"Sì, uno solo: io!" disse Toby.
"Tu!?"
"Sì, io" ripeté il dottore.
"Dunque?..."
"Adagio, questo è un segreto. Durante un viaggio che feci venticinque anni
or sono in Egitto, potei avere uno di quei fiori e studiare e anche spiegare i
misteri della sua risurrezione. E da quel fiore mi è sorta l'idea di fermare la
vita umana per farla risvegliare dopo un numero più o meno lungo di anni.
Perché se poteva rivivere un umile fiorellino, non avrebbe potuto fare
altrettanto un organismo così completo come quello dell'uomo? Ecco la domanda
che mi rivolsi e alla cui soluzione impiegai venticinque anni di studi
ininterrotti."
"E ci sei riuscito?"
"Pienamente" rispose Toby.
S'era alzato, avvicinandosi al tavolino e aveva preso fra le mani il coniglio
che pareva morto, avendo le gambe e la testa irrigidite.
"Ha odore, questo animale? Fiutalo, James. Credi che sia morto?"
"È freddo e il cuore non batte più."
"Eppure la sua vita non è altro che sospesa da quattordici anni."
"È dunque la morte artificiale che hai scoperto?"
"Una semplice puntura del mio filtro misterioso è bastata per fermare le
pulsazioni del cuore di questo animale e per conservarlo per un così lungo
tempo."
"È meraviglioso!"
"Forse meno di quello che sembra" disse il dottore. "Sai che cosa
sono i fakiri?"
"Dei fanatici indiani che eseguono degli esperimenti meravigliosi."
"E che si fanno seppellire talvolta per quaranta e anche cinquanta giorni
entro una cassa sigillata, colla bocca e le narici turate da uno strato di cera,
e che poi risuscitano senza aver l'aspetto d'aver sofferto. Un bagno nell'acqua
calda, un po' di burro sulla loro lingua per renderla più pieghevole ed eccoli
ritornare alla vita. Ora vedrai."
Prese da uno scaffale una piccola fiala di vetro che conteneva un liquido rosso,
vi immerse una siringa, poi punse replicatamente il coniglio, la prima volta in
direzione del cuore e la seconda volta alla gola.
L'animale non aveva dato alcun segno di vita ed aveva conservata la sua
rigidezza.
"Aspetta, James" disse il dottore, vedendo apparire sulle labbra del
giovine un sorriso d'incredulità.
In un angolo vi era un bacino di metallo, sotto cui ardeva una lampadina ad
alcool. Il dottore v'immerse un dito per assicurarsi del calore dell'acqua, poi
levò la vaschetta, deponendola sulla tavola.
"Fai fare un bagno al morto?" chiese Brandok.
"Cioè all'addormentato" corresse il dottore. "È necessario
allentare a questo dormiglione i nervi che da tanti anni non agiscono
più."
"Se tu riesci a far rivivere questo animale, io ti proclamo il più grande
scienziato del mondo."
"Non esigo tanto" rispose Toby, ridendo.
Immerse il coniglio nel bacino, tenendogli la testa fuori dell'acqua, poi si
mise ad alzare ed abbassare le gambe anteriori, come per provocare la
respirazione e aspettò, guardando l'amico che s'era fatto tutto serio.
"Pare che tu cominci a credere al buon risultato della strana
operazione" gli disse il dottore. "È vero, James?"
"Non ancora" rispose il giovine.
"Eppure sento che la testa del coniglio comincia a diventar calda."
"Effetto del calore dell'acqua."
"E che la carne freme."
"Non vedo muoversi le gambe."
Ad un tratto mandò un grido di stupore; il coniglio aveva aperti gli occhi e
fissava il dottore colle pupille dilatate.
"Ti sembra morto ora?" disse Toby, con accento beffardo.
"Ti guarda!" esclamò il giovine.
"Lo vedo."
"Agita le zampe!"
"E respira anche."
"Miracolo!... Miracolo!..."
"Zitto, James, non gridar tanto forte."
"È meravigliosa questa risurrezione!"
"Non dico di no."
"Una scoperta che metterà sossopra il mondo."
"Niente affatto, perché io mi guarderò bene dal divulgarla. Non siamo che
in tre sole persone a conoscerla: io, tu ed il notaio del borgo,
quell'eccellente signor Max."
"Perché la conosce anche il notaio?" chiese Brandok.
"Lo saprai più tardi: guarda il risultato per ora."
Aveva levato dalla vaschetta il coniglio e l'aveva messo sul tavolino,
avvolgendolo in un pezzo di stoffa di lana.
L'animale aveva gli occhi aperti, respirava liberamente raggrinzando il naso,
però si vedeva che era debolissimo, non riuscendo a reggersi sulle zampe, né
cercava di fuggire. Doveva essere istupidito.
"Non morrà?" chiese Brandok.
"Stasera lo vedrai mangiare e correre assieme ai suoi compagni che tengo
giù nel mio giardino. Non è il primo che io faccio risuscitare; la settimana
scorsa ne ho fatto rivivere un altro dinanzi al notaio ed anche quello dormiva
da quattordici anni. Ora mangia, saltella e dorme come gli altri, e tutti i suoi
organi funzionano perfettamente bene."
"Toby," esclamò Brandok, con profonda ammirazione "tu sei un
grand'uomo; tu sei il più grande scienziato del secolo."
"Di questo, o dell'altro?" chiese il dottore.
"Che domanda è questa?"
"Mio caro James, tu devi aver fame ed il pranzo è pronto. L'aria di mare
mette appetito e la mia vecchia Magge mi ha promesso un superbo piatto di pesce.
Lasciamo qui il coniglio e andiamo a riempirci lo stomaco: la cuoca sarà già
arrabbiata per il ritardo. Avremo anche il notaio al pudding."
"Perché il notaio?..."
Il dottore, invece di rispondere, si affacciò alla finestra, e vedendo un
garzone che stava innaffiando le zolle del giardino, gli gridò:
"Tom, avverti Magge che siamo pronti per assaggiare le sue triglie e le sue
dorate, e per le due attacca il poney. Dobbiamo fare una gita allo scoglio di
Retz".
Cinque minuti dopo, il dottore e il signor Brandok seduti in una elegante
saletta da pranzo, dinanzi ad una tavola bene imbandita, gustavano con molto
appetito le grosse ostriche di New Jersey, le più deliziose che si trovino
sulle coste orientali dell'America settentrionale, le dorate e le triglie
preparate dalla brava Magge, innaffiando le une e le altre con dell'eccellente
vino bianco dei vigneti della Florida.
Il dottore non parlava; pareva tutto intento a divorarsi quei deliziosi pesci, i
migliori forse che possegga l'Atlantico settentrionale.
Brandok invece, cosa assolutamente nuova, sembrava che non fosse più tormentato
dallo spleen; chiacchierava per due, tempestando il compagno di domande su
quella meravigliosa scoperta che doveva, a sentir lui, portare la rivoluzione
nel mondo. Con tutto ciò non riusciva che a strappare qualche sorriso allo
scienziato.
"Dunque queste triglie e queste dorate ti hanno reso muto" gridò ad
un tratto Brandok, che cominciava ad arrabbiarsi. "Sono venti minuti che i
tuoi denti continuano a masticare e che invece la tua lingua rimane
immobile."
"No, mio caro James, io penso" rispose il dottore, ridendo.
"Pare che tu abbia dimenticato la tua scoperta."
"Tutt'altro."
"Allora parliamone."
"Al pudding."
"Che cosa c'entra quel pasticcio?"
"Ti ho detto che verrà ad assaggiarlo anche il notaio della borgata, quel
bravo signor Max."
"Ma insomma che cosa c'entra lui?"
"Perdinci, se c'entra! Se dopo cent'anni nessuno più si ricordasse di me e
mi lasciassero dormire per sempre? Tanto varrebbe morire."
"Toby!" esclamò Brandok "Che cosa hai intenzione di fare?"
"Vedere come camminerà il mondo fra cent'anni e null'altro."
"Come! Tu vorresti..."
"Fare un sonno di venti lustri."
"Sei pazzo?"
"Non lo credo" rispose il dottore con voce tranquilla.
Brandok aveva picchiato sulla tavola un pugno così violento, da far traballare
i bicchieri e rovesciare una bottiglia.
"Tu vorresti?..." gridò.
"Farmi rinchiudere nel rifugio che mi son fatto preparare sulla cima dello
scoglio di Retz, per risvegliarmi fra cento anni, mio caro. Si incaricheranno i
discendenti del notaio e il futuro sindaco di Nantucket o i suoi successori, a
farmi ritornare in vita. Lascio ventimila dollari appunto per farmi risuscitare,
unitamente alla fiala contenente il misterioso liquido che mi dovranno iniettare
nei punti indicati nel mio testamento."
"Ti ucciderai!"
"Allora vuol dire che tu non hai alcuna fiducia nella mia grande
scoperta."
"Sì, piena fiducia; però tu non sei un coniglio e poi cento anni non sono
quattordici" disse Brandok.
"Abbiamo sangue e muscoli al pari delle bestie e un cuore che funziona
egualmente. Volevo farti la proposta di addormentarti con me; ora vi
rinunzio."
"Tu hai pensato a me?"
"Sì, sperando che con un riposo di cento anni il tuo spleen finirebbe per
andarsene."
"Se l'altro giorno volevo gettarmi dal faro della Libertà! Vedi in quale
conto ormai tengo la mia vita. Mi vuoi per compagno, Toby? Sono pronto. Anche se
morissi, non perderei nulla."
"Dunque, ti piace la mia idea?"
"Sì, francamente."
"Sei eccentrico come un vero inglese."
"E non sono forse un inglese?" disse Brandok ridendo.
Il dottore s'alzò, andò a prendere su una mensola una polverosa bottiglia che
doveva contare un bel numero d'anni e la sturò, empiendo i due bicchieri.
"Medoc del milleottocentoottantotto" disse. "Dopo ventiquattr'anni
di riposo deve essere diventato eccellente. Alla nostra risurrezione nel
duemilatre!" esclamò, alzando il bicchiere. Lo svuotò di un fiato, stette
qualche minuto soprappensiero, poi disse:
"Quanto possiedi, James...?".
"Cinque milioni di lire."
"In cartelle dello Stato?"
"Sì."
"Devi cambiarle in oro, amico mio. Fra cent'anni quelle cartelle potrebbero
non avere più valore alcuno, mentre invece l'oro rimane sempre oro, sia che si
trovi in verghe od in pezzi da venti lire. Io posseggo soltanto ottantamila
dollari, tuttavia spero che mi basteranno, anche fra cento anni, per non morir
di fame. Sono già a posto nel piccolo sotterraneo che ho fatto scavare sotto la
mia tomba, in una cassaforte, colla chiave a segreto."
"E sei certo che i nostri corpi si conserveranno?"
"Meravigliosamente" disse il dottore. "Ci conserveremo come
fossimo carni gelate."
"Geleremo?"
"Sì."
"Chi metterà del ghiaccio nella nostra tomba?"
"Non ce ne sarà bisogno. Ho scoperto un certo liquido che abbasserà la
temperatura della nostra tomba a 20 gradi sotto lo zero."
"E si manterrà?"
"Finché non sfonderanno la nostra cupola di cristallo per farci
risuscitare. Staremo benissimo là dentro, te lo assicuro. Ah! ecco quel bravo
notaio; giunge a tempo per assaggiare il pudding della mia cuoca e per vuotare
un bicchiere di questo delizioso medoc."
Nella stanza vicina aveva udito Magge che gridava:
"È sempre in ritardo, signor Max! Cinque minuti ancora e non assaggiava
più il mio pudding. Un'altra volta me lo farà bruciare".
La porta del salotto s'era aperta fragorosamente ed il notaio era entrato con un
passo così pesante, da far traballare le bottiglie ed i bicchieri.
Il signor Max era un uomo sulla sessantina, grasso come una botte e col viso
rubicondo nel cui mezzo faceva bella mostra un naso che poteva stare a paragone,
senza arrossire, con quello del guascone Cyrano di Bergerac.
"Buon appetito, signori" gridò, con una voce da granatiere.
"Come va, signor Brandok? V'è passato lo spleen dopo la vostra gita a
Nuova York?"
"Comincia a lasciarmi un po' di tregua, signor Max," rispose il
giovine "e spero che fra alcuni giorni se ne starà tranquillo per un buon
secolo. Poi vedremo."
"Ah!... ho capito" disse il notaio, ridendo. "Toby ha trovato un
compagno."
"Che mi terrà buona compagnia" disse il dottore, empiendo un
bicchiere.
"Assaggiate questo medoc, mio caro notaio; non se ne trova di simile
nemmeno in Francia."
Magge entrava in quel momento, portando su un piatto d'argento un bel pasticcio
dalla crosta dorata, che fumava ancora e che spandeva un profumo delizioso.
"È attaccato il poney?" chiese il dottore.
"Sì, padrone" rispose la cuoca.
"Allora sbrighiamoci."
In pochi minuti fecero sparire il pudding, vuotarono una tazza di tè, poi
scesero nel cortile, dove li attendeva un carrozzino tirato da un piccolo
cavallo bianco che sembrava impaziente di partire.
"Andiamo" disse il dottore, raccogliendo le briglie ed impugnando la
frusta. "Fra mezz'ora saremo allo scoglio di Retz."
Era una splendida giornata d'autunno, rinfrescata da una brezza vivificante
impregnata di salsedine, che soffiava dal settentrione.
L'Oceano Atlantico era in perfetta calma, quantunque il flusso avventasse fra le
scogliere che proteggevano le spiagge dalle ondate le quali s'infrangevano con
mille boati, balzando e rimbalzando. Delle barche pescherecce colle loro belle
vele dipinte di giallo e di rosso a strisce e macchie nere, che davano loro
l'apparenza di gigantesche farfalle, spiccavano vivamente sull'azzurro cupo
delle acque, spingendosi lentamente al largo, mentre in alto stormi di grossi
uccelli marini, di gabbiani e di fregate volteggiavano capricciosamente.
Uscito dalla cinta, il piccolo cavallo aveva preso una via abbastanza larga che
costeggiava l'oceano, slanciandosi ad un trotto rapidissimo, senza che il
dottore avesse avuto bisogno di eccitarlo colla frusta.
Brandok era ridiventato taciturno, come se lo spleen lo avesse ripreso; il
notaio pure non parlava, tutto occupato a fumare la sua pipa che eruttava un
fumo denso come la ciminiera d'un battello a vapore.
Il dottore badava che il poney filasse diritto e non mettesse le zampe in
qualche crepaccio o s'avvicinasse troppo alla scogliera, che in quel luogo
cadeva a picco sull'oceano.
Dei ragazzi di quando in quando sbucavano dalle macchie di pini e di abeti che
si prolungavano verso l'interno dell'isola e rincorrevano per qualche tratto il
carrozzino, gridando a squarciagola:
"Buona passeggiata, dottore!".
Il paesaggio variava rapidamente, accennando a diventare più selvaggio, man
mano che s'accostavano alla spiaggia orientale dell'isola. Non si vedevano più
casette né abitanti. Soltanto le macchie dei pini e degli abeti diventavano
più numerose e più folte e le scogliere più alte e più ripide; le onde
dell'Oceano Atlantico vi s'infrangevano con una violenza tale, che pareva si
sparassero delle cannonate in fondo ai piccoli fiordi scavati dall'eterna azione
delle acque.
Era un rombo continuo, sempre più fragoroso, che impediva ai tre amici di
parlare.
La strada era finita, però il poney non cessava di trottare, senza manifestare
alcuna fatica e faceva traballare maledettamente la carrozzella.
Ad un tratto si fermò dinanzi ad una parete rocciosa, dietro la quale si udiva
l'oceano muggire furiosamente.
"Siamo giunti" disse il dottore, balzando a terra. "Ecco lo
scoglio di Retz."
"E lassù hai preparato la nostra tomba?" chiese Brandok.
"Ed in una posizione bellissima" rispose il dottore. "Il muggito
delle onde ci canterà la ninna nanna, senza tregua, fino al giorno della nostra
risurrezione."
"Se torneremo in vita."
"Dubiti ancora, James?"
"Non prenderti nessun pensiero per i miei dubbi. Ti ho detto che la vita
ormai è diventata troppo pesante per me, quindi poco m'importerebbe anche se
non mi risvegliassi mai più. Mostrami dunque la nostra ultima dimora."
"Non l'ultima."
"Come vuoi."
"Vieni, James."
Legò il poney al tronco d'una betulla, poi prese un piccolo sentiero scavato
nella viva roccia che s'innalzava a zigzag. La rupe, chiamata impropriamente lo
scoglio di Retz, era di mole enorme, alta un centinaio di metri, e formava il
capo più alto dell'isola, verso oriente.
La sua fronte massiccia, tagliata a picco, opponeva un formidabile ostacolo
all'irrompere delle onde dell'Atlantico, quindi non vi era pericolo che cedesse,
nemmeno dopo cent'anni.
Giunti sulla cima, che era piatta, anziché terminare a punta, Brandok scorse
una muraglia, della circonferenza di quattro o cinque metri, che era sormontata
da una cupola di cristallo munita di un parafulmine altissimo.
"È quella la nostra ultima dimora?" chiese.
"Sì" rispose il dottore.
"Quando l'hai fatta costruire?"
"Lo scorso anno."
"Lo sanno gli abitanti della borgata?"
"No, perché ho fatto venire gli operai ed i vetri da Nuova York."
"E la rispetteranno?"
"Lo scoglio è mio: l'ho acquistato dal comune, con contratto regolare, ed
il notaio ha l'ordine di far distruggere il sentiero che conduce quassù e di
cingere la scogliera con una cancellata di ferro altissima."
"Che ho già ordinata" disse il signor Max. "Nessuno verrà a
disturbarvi."
"Entriamo" disse il dottore.
Con una chiave a segreto aprì una porticina di ferro tanto bassa che non si
poteva entrarvi che carponi, ed i tre uomini si introdussero nel piccolo
edificio.
L'interno era tutto coperto da vetri molto spessi incastrati in robuste cerniere
di rame, e di notevole non aveva che un letto molto largo e basso, con coperte
piuttosto pesanti ed un piccolo scaffale su cui stavano delle bottiglie e delle
siringhe.
"Ecco la mia dimora, o meglio la nostra" disse Toby, rivolgendosi
all'amico. "Ti rincresce?"
"Niente affatto" rispose il giovane, che guardava l'oceano attraverso
la cupola di vetro. "Spero che nessuno verrà a disturbarci prima del
giorno che avremo fissato nel nostro testamento. Che piacere udire il fragore
delle onde! Ecco una bella compagnia."
"Ritengo inutile che tu ti provveda di un letto. Questo è più che
sufficiente per tutti e due."
"Ed il sotterraneo dove hai depositato i tuoi valori?"
Il dottore si curvò, levò una piastra di ferro che si trovava ai piedi del
letto e mostrò una stretta gradinata scavata nella viva roccia, che doveva
mettere in qualche cella sotterranea.
"La cassaforte si trova là dentro" disse.
"Vi rinchiuderò anche i miei valori. Domani andrò a Nuova York a cambiare
la mia carta e le mie azioni ferroviarie in oro. Ne avremo abbastanza al nostro
risveglio. A quando il nostro sonno?"
"Fra otto giorni; appena avranno chiusa la base della roccia colla
cancellata."
"Una domanda ancora, mio caro dottore. Se si dimenticassero di
risvegliarci? Sai che io non ho nessun parente."
"Io ho una sorella che ha sette figli" rispose Toby. "Spero che
fra cent'anni esisterà ancora qualche pronipote per venire a riaprirci gli
occhi, o per impossessarsi del nostro tesoro nel caso che noi fossimo proprio
morti; e poi vi è il notaio ed ho anche depositato un atto presso il sindaco.
Non temere James: qualcuno verrà a raccogliere la nostra eredità."
"I miei successori non si dimenticheranno di voi, siatene certi" disse
il signor Max.
"Hai nessun'altra obiezione da fare, James?" chiese Toby.
"No" rispose il giovane.
"Sei risoluto a tentare l'esperimento?"
"Hai la mia parola."
"Allora, torniamo a casa mia a fare gli ultimi preparativi."
Uscirono, chiusero la porticina, scesero lo scoglio e salirono sulla carrozzella
senza aggiungere altra parola.
Dobbiamo confessare però che tutti e tre erano visibilmente commossi.
Otto giorni dopo, prima del tramonto del sole, Brandok, il dottore ed il
notaio lasciavano inosservati la borgata e si mettevano in cammino per lo
scoglio di Retz.
Avevano ormai prese tutte le disposizioni per quella dormita che doveva durare
cent'anni, e tutte le misure perché in quel lunghissimo tempo nessuno si
recasse a disturbarli.
Il signor Brandok aveva già fatto trasportare nottetempo i suoi milioni e li
aveva rinchiusi nella cassaforte nascosta nel piccolo sotterraneo; aveva venduto
tutti i suoi possedimenti, lasciando una parte del ricavato al comune dell'isola
purché vegliasse sulla tomba; il dottore aveva regalato la sua casetta alla sua
cuoca e fatto innalzare intorno alla piccola costruzione la cancellata di ferro
sulla quale aveva fatto collocare parecchie lastre di metallo colla scritta:
Proprietà privata del dottor Toby Holker.
Quando giunsero sulla cima della rupe il sole stava per tramontare in un oceano
di fuoco.
Tutti e tre s'erano fermati, guardando l'oceano che fiammeggiava sotto i
riflessi del tramonto e che s'increspava leggermente sotto la brezza della sera.
In lontananza un grande piroscafo fumava, dirigendosi verso la costa americana;
lungo le scogliere dell'isola alcune barche pescherecce s'avanzavano dolcemente,
tornando verso il porto della piccola borgata; alla base della rupe le onde
s'infrangevano rompendo il silenzio che regnava sull'immenso oceano. I tre
uomini tacevano: il notaio sembrava profondamente commosso; Brandok e Toby un
po' preoccupati. Rimasero così parecchi minuti, guardando ora le barche ed ora
il sole che pareva si tuffasse in acqua; poi ad un tratto il dottore si scosse,
dicendo:
"Non ti penti della parola data, James?".
"No" rispose Brandok, con voce calma.
"Anche se non dovessimo risvegliarci mai più?"
"Nemmeno."
"Signor Max, salutiamoci ed abbracciamoci, poiché non ci rivedremo mai
più, a meno di un miracolo."
"Bisognerebbe che campassi centoquarant'anni, una età impossibile"
disse il notaio, sospirando. "Io morrò, mentre voi risusciterete."
"Un abbraccio, amico, e lasciamoci."
Il signor Max, vivamente commosso, cogli occhi umidi, si strinse fra le braccia
il dottore, tenendoselo per qualche momento sul petto.
"Addio, signor Brandok" disse poi, con voce rotta, porgendogli la
mano. "Vi auguro di tornare in vita e di ricordarvi di me."
"Ve lo promettiamo" rispose il giovane. "Addio, signor Max: noi
andiamo a dormire."
Il notaio s'allontanò, volgendosi più volte per un gesto d'addio; poi
scomparve pel sentiero che conduceva alla base della rupe dove aveva collocato
una grossa cartuccia di dinamite, per distruggerlo.
"Vieni James" disse Toby, quando furono soli. "Guarda un'ultima
volta l'oceano."
"L'ho guardato abbastanza, e poi non lo troveremo certo cambiato, se
risusciteremo."
Aprirono la porticina ed entrarono nella loro tomba, che gli ultimi raggi di
sole illuminavano a sufficienza, facendo scintillare la cupoletta di vetro.
Toby prese dalla mensola una bottiglia e due bicchieri e la stappò.
"Un buon bicchiere di champagne" disse, versando lo spumeggiante
nettare. "Alla nostra risurrezione, James!"
"O alla nostra morte, che per me sarà lo stesso" rispose il giovine,
forzandosi di sorridere. "Almeno lo spleen non mi tormenterà più."
Vuotarono d'un fiato i bicchieri, poi il dottore chiuse in un plico alcuni
documenti che collocò entro una cassetta di metallo.
"Che cosa fai, Toby?" chiese Brandok.
"Qui dentro vi sono le fiale contenenti il misterioso liquido che dovrà
ridarci la vita, e insieme la ricetta che insegnerà come dovranno servirsene
coloro che verranno a risvegliarci."
"Hai finito?"
"Sì. Un altro bicchiere."
"Sia" rispose Brandok.
Vuotarono la bottiglia, poi il dottore sturò una fiala ed empì due piccole
tazze. Era un liquore rossastro, un po' denso, che aveva un profumo speciale.
"Bevi" disse, porgendo una delle tazze a Brandok.
"Cos'è?"
"Il narcotico che ci addormenterà, o meglio che sospenderà la nostra vita
e che impedirà alle nostre carni di corrompersi."
Il giovane prese la tazza con mano ferma, guardò il liquido in trasparenza, poi
lo tracannò senza che un muscolo del suo viso avesse trasalito.
"È un po' amaro, però non è cattivo" disse. "Ah! che freddo,
Toby. Mi pare di avere un blocco di ghiaccio al posto del cuore."
"Non è nulla, e poi durerà poco. Gettati sul letto e copriti."
Mentre Brandok obbediva, il dottore bevve anch'egli la sua tazza, poi s'accostò
barcollando ad un vaso di terra che si trovava in un angolo ed afferrato un
martello che si trovava li presso, con un colpo vigoroso ne spezzò il
coperchio, poi raggiunse frettolosamente il compagno.
Una temperatura da Siberia aveva invaso la stanza. Pareva che da quel vaso
misterioso uscisse una corrente d'aria gelata, come quella che spira nelle
regioni polari.
Il dottore guardò Brandok: il giovane non dava più segno di vita. Pareva che
la morte l'avesse colto di colpo.
"Fra... cento... anni..." ebbe appena il tempo di balbettare il
dottore, e stramazzò a fianco dell'amico. Nello stesso momento l'ultimo raggio
di sole si spegneva e le prime ombre della notte scendevano sul sepolcreto.
UNA RISURREZIONE MIRACOLOSA
Una mattina degli ultimi giorni di settembre del 2003, tre uomini salivano
lentamente lo scoglio di Retz, aiutandosi l'un l'altro per superare le rocce,
non essendovi alcuna traccia di sentiero.
Il primo era un uomo piuttosto attempato, fra i cinquanta e i sessant'anni,
eppure ancora assai vigoroso, senza barba e senza baffi, le braccia e le gambe
lunghissime, perfino troppo in proporzione del tronco, e gli occhi molto
dilatati e quasi bianchi.
Gli altri due erano più giovani di qualche dozzina d'anni, anch'essi bene
sviluppati, con muscolature possenti e cogli occhi egualmente bianchi e smorti.
In tutti e tre poi si osservava uno sviluppo assolutamente straordinario della
testa e specialmente della fronte.
I loro vestiti erano d'una certa stoffa color caffè chiaro, che pareva una
seta, e consistevano in casacche larghissime, e in calzoni corti ed ampi,
fermati sotto il ginocchio.
Giunti sull'orlo superiore dello scoglio, si erano fermati dinanzi ad un'alta
cancellata di ferro arrugginito e corroso dai sali marini che racchiudeva una
piccola costruzione di forma circolare, sormontata da una cupoletta di vetro.
Una lastra di metallo situata in cima ad un palo, portava la seguente scritta,
ancora abbastanza visibile: Proprietà privata del dottor Toby Holker.
"Ci siamo" aveva detto l'uomo attempato, levandosi da una tasca una
chiave vecchissima, d'una forma speciale, e una carta ingiallita. "Che
belle chiavi si usavano cent'anni fa!"
"E sperate di farlo risuscitare il vostro antenato signor Holker?"
domandò uno dei due che lo accompagnavano.
"Almeno le sue ossa le troveremo, ed anche quelle del suo amico"
rispose il signor Holker.
"Ed i milioni, giacché voi siete l'unico erede."
"È vero, signor notaio."
"Potrete aprire?"
"Proviamo" rispose il signor Holker.
Introdusse la chiave nella toppa e, dopo qualche sforzo, fece scattare il
chiavistello.
"Non fabbricavano male a quei tempi, i fabbri," disse, spingendo il
cancello. "Non credevo che dopo cent'anni le serrature funzionassero
ancora."
Il piccolo recinto era coperto di ginestre e di sterpi e di cumuli di erbe
secche. Si capiva che nessuno, da moltissimo tempo, era entrato colà.
"Vediamo" disse Holker, aprendosi il passo fra gli sterpi.
S'accostò, non senza provare una certa emozione, alla piccola costruzione e,
rizzandosi quanto era lungo, appoggiò il viso alla cupoletta di vetro.
Subito un grido gli sfuggì.
"È incredibile! Sono là ambedue e mi sembrano intatti! Che il mio
antenato sia proprio riuscito a scoprire un filtro così meraviglioso da poter
sospendere la vita per cent'anni?"
I suoi due compagni, avevano gettato uno sguardo attraverso i vetri, e anch'essi
non avevano potuto frenare un grido di stupore.
"Sono là! Sono là!"
"E pare che dormano" disse Holker, che era in preda ad una viva
emozione.
"Signor Holker, vi sareste ingannato?" chiese il notaio.
"Non so che dire; ora ho una lontana speranza di poter rivedere vivo il mio
antenato."
"Entriamo, signore. Avete la chiave del sepolcreto?"
"Sì; non entriamo subito, però."
"Perché?..."
"Il mio antenato ha lasciato scritto che si lasci prima la porta aperta per
qualche minuto."
"Non riesco a comprenderne il motivo" disse il compagno del notaio.
"Per non esporci ad un potente raffreddore, signor sindaco" disse
Holker. "Si fa presto a buscarsi una polmonite."
"Che vi sia molto freddo lì dentro?"
"Sembra che il dottor Toby, oltre il filtro avesse anche scoperto un certo
liquido capace di sprigionare un freddo polare."
"Deve trovarsi in quel vaso che scorgete là in quell'angolo."
"Aprite, signor Holker" disse il notaio. "Sono impaziente di
assistere alla risurrezione di quei due uomini."
Fecero il giro della piccola costruzione, finché scoprirono una porticina di
ferro.
Holker introdusse la chiave nella serratura ed aprì facilmente. Subito una
corrente estremamente fredda investì i tre uomini, costringendoli a retrocedere
rapidamente.
"Vi è un banco di ghiaccio là dentro!" esclamò il sindaco.
"Che cosa contiene quel vaso per produrre un simile freddo? Che gli
scienziati di cent'anni fa valessero meglio di quelli d'oggi?"
"Grand'uomo quel mio antenato" disse Holker. "Farò una ben
meschina figura io, vicino a lui!..."
Attesero alcuni minuti, poi, quando la corrente fredda diminuì, uno alla volta
s'introdussero nel sepolcreto, avanzandosi carponi, essendo la porta assai bassa
e stretta.
Si trovarono in una stanza circolare, colle pareti coperte da lastre di vetro,
ben connesse da armature di rame.
Nel mezzo vi era un letto abbastanza largo e su di esso, avvolti in grosse
coperte di feltro, si scorgevano due esseri umani coricati l'uno presso l'altro.
I loro volti erano gialli, gli occhi chiusi, e le loro braccia, che tenevano
sotto le coperte, parevano irrigidite. Non si riscontrava su di loro alcun
indizio di corruzione delle carni.
Il signor Holker s'era accostato rapidamente a loro e aveva sollevato le
coperte.
"È incredibile!" esclamò. "Come si possono essere conservati
così questi due uomini, dopo cent'anni? Possibile che siano ancora vivi?
Nessuno lo ammetterebbe."
I suoi compagni si erano anche essi accostati e guardavano con una specie di
terrore quei due uomini, chiedendosi ansiosamente se si trovavano dinanzi a due
cadaveri o a due addormentati.
Quello che si trovava a destra era un bel giovane di venticinque o trent'anni,
coi capelli di color biondo rossiccio, di statura alta e slanciata; l'altro
invece dimostrava cinquanta o sessant'anni, aveva i capelli brizzolati, ed era
più basso di statura e di forme più massicce.
Sia l'uno che l'altro erano meravigliosamente conservati: solo la pelle del
viso, come abbiamo detto, aveva assunto una tinta giallastra, simile a quella
delle razze mongoliche.
"Qual è il vostro antenato?" chiese il notaio.
"Il più vecchio. L'altro è il signor James Brandok."
"Agirete subito?"
"Senza ritardo."
"Siete medico, è vero?"
"Come il mio antenato."
"Sapete come dovete operare?"
"Il documento lasciato da Toby Holker parla chiaro. Non si tratta che di
far due iniezioni."
"Ed il liquido misterioso?"
"Deve trovarsi in quella cassetta" rispose il signor Holker, indicando
una scatola di metallo che si trovava in fondo al letto.
"Torneranno subito in vita?"
"Non credo; forse dopo che li avremo immersi nell'acqua tiepida."
"Dovremo quindi portarli fino alla borgata?"
"Non è necessario" rispose il signor Holker. "Ho dato ordine al
mio macchinista di raggiungermi col Condor e non tarderà a venire. Porterò il
mio antenato ed il signor Brandok a casa mia, a Nuova York. Desidero che tutti
ignorino per ora la risurrezione di questi due uomini."
Mentre parlava aveva aperto la cassetta di ferro dove si vedevano dei documenti,
due fiale di cristallo piene d'un liquido rossastro e delle siringhe.
"Ecco il filtro misterioso" disse, prendendo le fiale. "Agiremo
senza perdere tempo."
Denudò il petto dei due addormentati, poi immerse una siringa in una delle due
fiale, dicendo:
"Una iniezione in direzione del cuore e una nel collo: vedremo se avranno
qualche effetto".
"Signor Holker," disse il notaio "voi che siete dottore, vi
sembra che siano morti? Hanno un certo aspetto..."
"Di mummie egiziane?"
"No, perché le loro carni hanno ancora una certa freschezza."
"Allora di persone non morte" disse il signor Holker.
"Sapete che non dispero?"
"Batte il loro cuore?"
"No."
"Sono freddi?"
"Sfido io, colla temperatura che regnava qui dentro! Sono immersi in una
specie di catalessi, che mi ricorda gli straordinari esperimenti dei fakiri
indiani."
"Dunque non disperate?"
"Mah... Constato solamente che sono meravigliosamente conservati dopo venti
lustri. Aiutatemi, signor Sterken."
"Che cosa devo fare?"
"Tenete semplicemente una di queste fiale, mentre io inietto il liquido
scoperto dal mio antenato."
"Che sia invece fatale?"
"Io eseguisco la sua ultima volontà; se muore, ammesso che dorma ancora,
non sarà colpa mia. Proviamo!..."
Il signor Holker prese la siringa, appoggiò la punta acutissima sul petto del
dottore in prossimità del cuore e fece una iniezione abbondante, sottocutanea.
Ripeté la medesima operazione sul collo, prese la vena giugulare, poi attese,
in preda ad una profonda ansietà, tenendo in mano il polso del suo antenato.
Nessuno parlava: tutti tenevano gli sguardi fissi sul dottore, colla speranza di
sorprendere su quel viso giallastro una mossa qualsiasi, che potesse essere
indizio d'un ritorno alla vita. Era trascorso un minuto, quando il signor Holker
si lasciò sfuggire un grido di stupore.
"È incredibile!"
"Che cosa avete?" chiesero ad una voce il notaio ed il sindaco.
"Quest'uomo non è morto!"
"Batte il suo polso?"
"Ho sentito una leggera vibrazione."
"Che vi siate ingannato?" domandò il notaio, che era diventato
pallidissimo.
"No... è impossibile... il polso batte... leggermente sì, tuttavia
batte... Non sogno io."
"Dopo cent'anni!..."
"Silenzio... ascoltiamo se anche il cuore dà qualche segno di
vita..."
Il signor Holker aveva appoggiato il capo sul largo petto del suo antenato.
"È freddo?" chiese il sindaco.
"Finora sì."
"Cattivo segno: i morti sono sempre freddi."
"Aspettate, signor sindaco, il filtro ha appena cominciato ad agire."
"E..."
"Tacete! Meraviglioso!... incredibile!... Cos'ha inventato il mio antenato?
Che cosa sono in suo paragone i medici moderni? Degli asini, compreso me!"
"Batte dunque il cuore?" chiesero ad una voce il sindaco ed il notaio.
"Sì... batte..."
"Non v'ingannate?"
"Sono un medico."
"Eppure la tinta giallastra non scompare ancora" disse il notaio.
"Dopo... dopo il bagno forse... Sì, il cuore batte!... È un miracolo!...
Ritornare in vita dopo cent'anni! Chi lo crederebbe?"
"Ed il polso?"
"Vibra sempre con maggior forza."
"Rivolgetevi al signor Brandok, dottore" disse il sindaco.
In quel momento un fischio sonoro echeggiò al di fuori.
"Il mio Condor" disse il signor Holker. "Giunge in tempo!"
"Desiderate qualche cosa dal vostro macchinista?" domandò il notaio.
"Che porti una leva per aprire il sotterraneo. Ed ora occupiamoci del
signor Brandok",
Denudò il petto del giovane e ripeté su di lui le iniezioni fatte già al
signor Toby.
Due minuti dopo, udì un lieve fremito nei polsi, e constatò per di più che la
tinta giallastra tendeva a scomparire e che un lievissimo rossore compariva
sulle gote dell'addormentato.
"Quale miracolo!" ripeteva il signor Holker. "Domani questi
uomini parleranno come noi."
Il notaio era ritornato con un negro di statura imponente, un vero ercole, con
spalle larghissime, braccia grosse e muscolose.
"Harry," disse il signor Holker, rivolgendosi verso il gigante
"prendi queste due persone, e portale sul Condor. Bada di non stringerle
troppo."
"Sì, padrone."
"Sono pronti i materassi?"
"E anche la tenda."
"Sbrigati, ragazzo mio."
Il signor Holker spostò il letto e mise le mani su una piastra di ferro di
forma circolare, munita d'un anello.
"Deve essere qui sotto il sotterraneo contenente i milioni del mio antenato
e del signor Brandok" disse.
"Vi saranno ancora?" chiese il notaio.
"Solo noi potevamo sapere che i due addormentati ve li avevano posti, e poi
noi abbiamo veduto che tutto era in ordine qui dentro, quindi nessuno può
esservi entrato."
Passò la leva portata dal macchinista nell'anello e alzò, non senza fatica, la
piastra.
Essendo già calate le tenebre, accese una lampada elettrica e scorse una
scaletta scavata nella viva roccia.
Scese giù, seguito dal notaio e dal sindaco e si trovò in una celletta di due
metri quadrati contenente due casseforti d'acciaio.
"Sono qui dentro i milioni" disse.
"Li fate portare sul vostro Condor?" chiese il notaio.
"Appartengono al mio antenato ed al signor Brandok. Essendo vivi, non ho
più alcun diritto su queste ricchezze... Harry!"
Il negro che era già tornato, dopo aver portato via Toby e Brandok, scese nel
sotterraneo.
"Aiutami" gli disse Holker.
"Basto io, signore" rispose il gigante. "I miei muscoli sono
solidi e le mie spalle larghe."
Prese la cassa più grossa e la portò via.
"Signori," disse Holker, quando anche la seconda fu levata "la
vostra missione è finita. Il signor Brandok ed il mio avo sapranno
ricompensarvi presto della vostra gentilezza."
"Ce li condurrete un giorno?" chiese il notaio.
"Ve lo prometto."
"Siete ormai certo che essi tornino in vita?" domandò il sindaco.
"Io lo spero, dopo un buon bagno nell'acqua tiepida. Fra quattro ore io
sarò a Nuova York e domani vi darò mie notizie."
Uscirono dal sepolcreto e dalla cinta, chiudendo il cancello e si diressero
verso il margine della rupe che si affacciava sull'oceano, dove si vedeva
vagamente e fra le tenebre, una massa nera che agitava sopra di sé delle ali
mostruose.
"Accendi il fanale, Harry" disse il signor Holker.
Uno sprazzo di luce vivissima si sprigionò, illuminando tutta la cima della
rupe e la massa che si agitava presso il margine.
Era una specie di macchina volante, fornita di quattro ali gigantesche e di
eliche grandissime, collocate al di sopra di una piattaforma di metallo, lunga e
stretta, difesa all'intorno da una balaustra. Nel mezzo, collocati su un soffice
materasso e riparati da una cortina, si trovavano il dottor Toby e Brandok,
coricati l'uno presso l'altro. Il negro stava invece all'estremità della
piattaforma, dietro ad una piccola macchina, munita di parecchi tubi.
"Arrivederci presto, signori" disse Holker, salendo sulla piattaforma
e sedendosi presso i due risuscitati.
"Buon viaggio, signor Holker" risposero il notaio ed il sindaco.
"Dateci domani notizie del dottore e del signor Brandok."
"A cento miglia all'ora, ragazzo mio" disse Holker al negro. "Ho
molta fretta."
Le ali e le eliche si misero in movimento e la macchina volante partì con
velocità fulminea, passando sopra l'isola di Nantucket e tenendo la prora verso
il sud-ovest. Il signor Holker esaminava intanto il dottore Toby ed il suo
compagno, appoggiando spesso la mano sui loro petti e tastando di quando in
quando anche i polsi.
La vitalità tornava lentamente nei due addormentati. Il loro polso cominciava
già a battere, assai debolmente però, ma ancora non respiravano ed il cuore
rimaneva muto.
"Vedremo dopo il bagno" mormorava il signor Holker. "Morti non
sono, quindi non devo disperare. Quale sorpresa per loro quando riapriranno gli
occhi! Rivivere dopo cent'anni! Quale meraviglioso filtro ha scoperto il mio
antenato! E, cosa inesplicabile, non sono invecchiati!"
Il Condor intanto continuava la sua corsa fulminea. Aveva passato l'isola e
correva sopra l'oceano, mantenendosi ad un'altezza di centocinquanta metri.
La sua lampada mandava sempre un lungo sprazzo di luce che si rifletteva sulle
onde.
A mezzanotte, verso ovest, si scorsero a un tratto delle ondate di luce bianca
che salivano a grande altezza.
"Nuova York, padrone" disse il negro.
"Di già?" rispose Holker. "Hai superato le cento miglia all'ora,
mio buon Harry. Sbrighiamoci, e bada di non urtare qualcuno."
Si era alzato e guardava verso quelle luci.
"Arriveremo presto" mormorò.
Venti minuti dopo il Condor correva sopra un raggruppamento di case immense, di
torri e di campanili.
Descrisse alcuni giri in aria, proiettando il fascio di luce sui tetti delle
case, poi calò su una vasta terrazza di metallo, situata sulla cima d'un
palazzo di venti piani.
"Siamo giunti, padrone" disse il negro.
"Prendi i due addormentati e portali nella mia camera. E silenzio con
tutti!"
LE PRIME MERAVIGLIE DEL Duemila
Erano trascorse altre due ore, quando il dottor Toby pel primo aperse
finalmente gli occhi, dopo cent'anni che li aveva tenuti chiusi.
Dopo una immersione durata un quarto d'ora, in una vasca piena di acqua tiepida,
aveva già cominciato a dare qualche segno di vita e a perdere la tinta
giallastra, nondimeno era stata necessaria una nuova iniezione del filtro
misterioso perché il cuore riprendesse finalmente le sue funzioni.
La rigidità dei muscoli era rapidamente scomparsa ed il colorito roseo era
tornato sul suo volto in seguito alla ripresa della circolazione del sangue.
Appena aperti gli occhi, il suo sguardo si fissò sul signor Holker che gli
stava presso, occupato a soffregar il petto di Brandok.
"Buongiorno..." gli disse il pronipote, accostandoglisi rapidamente.
Toby era rimasto muto; nondimeno i suoi occhi parlavano per lui.
Vi era nel suo sguardo dello stupore, dell'ansietà, fors'anche della paura.
"Mi udite?" chiese Holker.
Il dottore fece col capo un segno affermativo, poi mosse le labbra a più
riprese, senza che potesse emettere alcun suono. Certo la lingua non aveva
ancora riacquistata la sua elasticità dopo essere stata per tanti anni
immobilizzata.
"Come vi sentite? Male forse?"
Toby fece un gesto negativo, poi alzò le mani facendo dei segni assolutamente
incomprensibili pel signor Holker. Ad un tratto le abbassò puntandole verso il
signor Brandok, che stava coricato in un letto vicino.
"Mi chiedete se il vostro compagno è vivo o morto, è vero?"
Il dottore accennò di sì.
"Non temete signor... zio, se non vi rincresce che vi chiami con questo
titolo di parentela, poiché appartengo alla vostra famiglia come discendente di
vostra sorella... Non temete, anche il vostro compagno sta per tornare alla vita
e fra poco riaprirà gli occhi. Provate molta difficoltà a muovere la lingua?
Vediamo, zio... sono dottore anch'io al pari di voi."
Gli aprì la bocca e tirò parecchie volte quell'organo, che pareva si fosse
atrofizzato, ripiegandolo poi in tutti i sensi, per fargli riacquistare la
perduta agilità.
"Agisce ora?"
Un suono dapprima confuso uscì dalle labbra del dottor Toby, poi un grido:
"La vita! La vita!".
"Mercé il vostro filtro, zio."
"Cent'anni?"
"Sì, dopo cent'anni di sonno" rispose Holker "non credevate
certo di poter tornare vivo."
"Sì! Sì!" borbottò il dottore.
In quell'istante una voce fioca chiese:
"Toby? Toby?".
Il signor Brandok aveva aperto gli occhi e guardava il suo vecchio amico con uno
stupore facile a comprendersi.
"Toby!" ripeté per la terza volta, tentando di rizzarsi sul
guanciale.
"Non vi movete, signor Brandok" disse Holker. "Sono lieto di
darvi il buongiorno e di udirvi anche parlare. Rimanete coricati; vi è
necessario un buon sonno, del vero sonno."
S'avvicinò ad un tavolino su cui stavano parecchie fiale, ne prese una e versò
il contenuto in due tazze d'argento.
"Bevete questo cordiale" disse, porgendo ad entrambi le tazze.
"Vi darà forza... ah!... mi scordavo di dirvi che i vostri milioni sono al
sicuro, qui in casa mia... Ricoricatevi, fate una buona dormita e questa sera
pranzeremo insieme, ne sono certo."
Il dottor Toby aveva mormorato:
"Grazie, mio lontano parente".
Poi aveva quasi subito chiusi nuovamente gli occhi. Il signor Brandok dormiva di
già, russando sonoramente.
Il signor Holker rimase nella stanza parecchi minuti, curvandosi ora sull'uno
ora sull'altro dei risuscitati, e ripetendo con visibile soddisfazione:
"Ecco il vero sonno che farà ricuperare loro le forze. Meraviglioso
filtro!... Ecco un segreto che, se divulgato, renderà il mio antenato l'uomo
più famoso del mondo. Lasciamoli riposare. Credo che ormai siano salvi".
Otto ore dopo il dottor Toby veniva svegliato da un sibilo leggero, che
pareva venisse dal disotto del guanciale.
Assai sorpreso, s'era alzato a sedere, gettando intorno a sé uno sguardo
meravigliato. Nella stanza non vi era nessuno e Brandok continuava a russare
nell'altro letto.
"Chi mi ha fischiato agli orecchi?" si chiese. "Che io abbia
sognato?"
Stava per chiamare Brandok, quando udì una voce che pareva umana, sussurrargli
agli orecchi:
"Gravi avvenimenti sono avvenuti ieri nella città di Cadice. Gli anarchici
della città sottomarina di Bressak, impadronitisi della nave Hollendorf, sono
sbarcati nella notte, facendo saltare parecchie case, con bombe. La popolazione
è fuggita e gli anarchici hanno saccheggiata la città. Si chiamano sotto le
armi i volontari di Malaga e di Alicante che verranno trasportati sul luogo
dell'invasione con flotte aeree. Si dice che Bressak sia stata distrutta e che
molte famiglie anarchiche siano rimaste annegate".
Il dottore aveva ascoltato, con uno stupore facile ad indovinarsi, quella voce
che annunziava uno spaventevole disastro, poi aveva sollevato rapidamente il
guanciale, poiché la voce s'era fatta udire più precisamente dietro la sponda
del letto, e scorse una specie di tubo sul cui orlo era scritto:
"Abbonamento al World".
"Una meraviglia del Duemila!" esclamò. "I giornali comunicano
direttamente le notizie a casa degli abbonati. Che abbiano soppressa la carta e
le macchine per stamparla? Ai nostri tempi queste comodità non si conoscevano
ancora. Come è progredito il mondo!"
Stava per chiamare l'amico, che non si decideva ad aprire gli occhi, quando udì
uscire dal tubo un altro fischio, poi la medesima voce che diceva:
"Guardate la scena".
Nel medesimo istante il dottore vide illuminarsi un gran quadro che occupava la
parete di fronte al letto e svolgersi una scena orribile e d'una verità
straordinaria.
Degli uomini erano comparsi in mezzo a delle case e correvano all'impazzata,
lanciando delle bombe che scoppiavano con lampi vivissimi.
I muri si sfasciavano, i tetti crollavano; uomini, donne e fanciulli
precipitavano nelle vie, mentre larghe lingue di fuoco si alzavano sopra quegli
ammassi di macerie, tingendo tutto il quadro di rosso.
Gli anarchici continuavano intanto la loro opera di distruzione, e le scene si
succedevano alle scene con vertiginosa rapidità e senza la minima interruzione.
Era una specie di cinematografo, d'una perfezione straordinaria, veramente
stupefacente, che riproduceva con meravigliosa esattezza la terribile strage
annunciata poco prima dal giornale.
Per dieci minuti quel rovinio continuò, poi finì con una fuga disordinata di
gente, che si rovesciava verso una spiaggia, mentre il cielo rifletteva la luce
degli incendi.
"Straordinario" ripeteva il dottore, quando la parete tornò bianca.
"Che progresso ha fatto il giornalismo in questi cento anni! E chissà
quante meraviglie dovremo vedere ancora. Brandok, hai finito il tuo sonno?"
Udendo quella chiamata, il giovane aprì finalmente gli occhi, sbadigliando come
un orso che si sveglia dopo il lungo sonno invernale.
"Come ti senti, amico mio?" chiese Toby.
"Benissimo."
"Il tuo spleen?"
"Per ora non m'accorgo che mi tormenti. E... dimmi, Toby, abbiamo sognato,
o è proprio vero che noi abbiamo dormito un secolo?"
"La prova l'abbiamo nelle nostre casseforti, che hanno portato qui mentre
ci riposavamo."
"Chi potrà credere che noi siamo risuscitati?"
"Il mio parente di certo, poiché è venuto lui a toglierci dal
sepolcreto."
"E dove ci troviamo noi? Ancora a Nantucket?"
"Non lo saprei davvero."
"E tu come stai?"
"Provo un turbamento che non so spiegarmi e mi pare di essere molto
debole."
"Sfido io, dopo un così lungo digiuno?" disse Brandok, ridendo.
"Non senti appetito? Io mangerei volentieri una bistecca, per
esempio."
"Adagio, mio caro. Non sappiamo ancora come funzioneranno i nostri organi
interni."
"Se il cuore, ed i polmoni non danno segno d'aver sofferto, dopo una così
lunga fermata, suppongo che anche gli intestini riprenderanno il loro
lavoro."
"Eppure temevo che si atrofizzassero" disse Toby.
In quel momento la porta si aprì ed il signor Holker comparve, seguito dal
gigantesco negro che portava dei vestiti simili a quelli che indossava il suo
padrone e della biancheria candidissima.
"Come state, zio? Mi permettete di chiamarvi così, d'ora innanzi?"
"Certo, mio caro tardo nipote" rispose il dottore. "Mi trovo
abbastanza bene."
"Anche voi, signor Brandok?"
"Ho solamente un po' di fame."
"Buon segno; vestitevi e poi andremo a pranzare. Le vesti saranno un po'
diverse da quelle che si portavano cent'anni fa, però sono più comode e dal
lato igienico nulla lasciano a desiderare, essendo disinfettate
perfettamente."
"E anche la stoffa mi sembra diversa."
"Stoffa vegetale. Già da sessant'anni abbiamo rinunciato a quella animale,
troppo costosa e poco pulita in paragone a questa. Ah! Troverete il mondo ben
cambiato; per ora non vi dico altro per non scemare la vostra curiosità. Vi
aspetto nella sala da pranzo."
Il dottor Toby e Brandok si cambiarono, fecero un po' di toeletta, poi
lasciarono la stanza, inoltrandosi in un corridoio le cui pareti lucidissime
avevano degli strani splendori, come se sotto la vernice che le copriva vi fosse
qualche strato di materia fosforescente, ed entrarono in un salotto abbastanza
ampio, illuminato da due finestre larghe e alte fino al soffitto, che
permettevano all'aria di entrare liberamente.
Era ammobiliato con semplicità, non esente da una certa eleganza. Le sedie, la
credenziera, gli scaffali situati negli angoli e perfino la tavola che occupava
il centro, erano formati di un metallo bianco e lucentissimo che assomigliava
all'alluminio.
Il signor Holker era già seduto a tavola, la quale era coperta da una tovaglia
colorata che non sembrava di tela.
"Avanti, miei cari amici," disse, andando loro incontro "il
pranzo e pronto."
"E dove lo mangeremo?" chiese Brandok, che non aveva scorto sulla
tavola né piatti, né bicchieri, né posate, né salviette, né cibi di alcun
genere.
"Ah! mi scordavo che un secolo fa gli albergatori erano pure indietro di
cento anni!" disse Holker, ridendo. "Hanno progredito anche loro.
Guardate."
S'accostò ad una parete ed abbassò una lastra di metallo lunga un paio di
metri e larga una trentina di centimetri, unendola alla tavola in modo da
formare un piccolo ponte. L'altra estremità s'appoggiava ad una piccola mensola
sopra la quale sta scritto: "Abbonamento all'Hôtel Bardilly".
"E ora?" chiese Brandok che guardava con crescente stupore.
"Premo questo bottone ed il pranzo lascia le cucine dell'albergo per venire
sulla mia tavola."
"Dove si trova questo Hôtel? In questa casa?"
"Anzi, è piuttosto lontano: sulla riva opposta dell'Hudson."
"Siamo dunque a Nuova York?!" esclamarono ad una voce Toby e Brandok.
"Dove credevate di essere? Ancora a Nantucket?"
"Quando ci avete trasportati?" domandò Brandok al colmo della
sorpresa.
"Ieri sera. Alle otto ho lasciato l'isola e a mezzanotte eravate qui."
"In quattro sole ore, mentre cent'anni fa se ne impiegavano sedici e con
una scialuppa a vapore!" esclamò il dottore.
"Abbiamo camminato colle invenzioni, mio caro zio" disse Holker.
"Ah! ecco il pranzo."
Un sibilo acuto era sfuggito da una piccola fessura della mensola, poi una
porticina si era aperta automaticamente all'estremità della lastra di metallo
che si univa alla tavola e una piccola macchina, seguita da sei vagoncini di
alluminio di forma cilindrica, s'avanzò, correndo su due incavi che servivano
da rotaie.
"Il pranzo che manda l'albergo?" chiesero Toby e Brandok.
"Sì, signori, e con tutto il necessario. Come vedete è una cosa molto
comoda che mi dispensa dall'avere una cuoca ed una cucina" rispose Holker.
Aprì il primo vagoncino che aveva una circonferenza di quaranta centimetri e
una lunghezza uguale e levò dei bicchieri, delle posate, delle salviette e
quattro bottiglie che dovevano contenere del vino o della birra. Dagli altri
quattro estrasse successivamente dei piccoli recipienti contenenti del brodo
ancora caldissimo, poi dei piatti con pasticci e vivande svariate, delle uova,
dei liquori e così via. Tutto il necessario insomma per un pranzo abbondante.
Quand'ebbe terminato, premette un bottone, la porticina si aprì ed il minuscolo
treno scomparve, retrocedendo colla velocità d'un lampo.
"Che cosa ne dite, signor Brandok?" chiese Holker.
"Che ai nostri tempi queste comodità mancavano assolutamente. E tornerà
il treno?"
"Certo, per riprendere le stoviglie."
"E come arriva qui?"
"Per mezzo d'un tubo, e cammina mosso da una piccola pila elettrica, d'una
potenza tale però che le imprime una velocità di quasi cento chilometri
all'ora. Queste vivande non sono state rinchiuse nei loro recipienti che da
qualche minuto; infatti vedete che fumano, anzi scottano."
"E l'albergatore come viene avvertito dal cliente di ciò che
desidera?"
"Per mezzo del telefono. Al mattino il mio servo trasmette all'Hôtel il
menù per il pranzo e per la cena e le ore in cui desidero mangiare, ed il treno
giunge con precisione matematica."
"Non tutti potranno permettersi un lusso simile" osservò il dottore
Toby.
"Certo," rispose Holker "ma quelli che non possono abbonarsi
all'Hôtel se la sbrigano anche più presto."
"A mangiare forse, non certo a prepararsi il pranzo."
"Il lavoratore non fa più cucina in casa, non avendo tempo da perdere.
Otto o dieci pillole, ed ecco inghiottito un buon brodo, il succo d'una mezza
libbra di bue, o di pollo o di una libbra di maiale o di un paio d'uova, d'una
tazza di caffè e così via. Cent'anni fa si perdeva troppo tempo; camminavate
ed agivate colla lentezza delle tartarughe. Oggi invece si gareggia coll'elettricità.
Mangiate, signori miei, o i cibi si raffredderanno. Una tazza di buon brodo,
signor Brandok, prima di tutto, poi sceglierete quello che più vi piace. Vi
avverto che è un pranzo a base di vegetali; ma queste pietanze non sono meno
nutrienti, e non vi parranno meno saporite. Poi parleremo finché vorrete."
LA LUCE ED IL CALORE FUTURO
Il dottor Holker aveva detto la verità. Il brodo era squisitissimo, ma
nessuna pietanza era di carne di bue, di maiale e di montone. Solo dei pesci:
tutti gli altri piatti si componevano di vegetali, fra cui molti che erano
assolutamente sconosciuti a Toby ed a Brandok.
In compenso il vino era così eccellente che né l'uno né l'altro mai ne
avevano gustato di simile.
"Signor Holker," disse Brandok, che mangiava con un appetito
invidiabile, come se si fosse svegliato solo da dieci o dodici ore "siete
vegetariano voi?"
"Perché mi fate questa domanda?" chiese il lontano pronipote del
dottore.
"Ai nostri tempi si parlava molto di vegetarianismo, specialmente in
Germania ed in Inghilterra. Si vede che quella cucina ha fatto dei
progressi."
"Perché non trovate delle bistecche?"
"Sì, e mi stupisce come i moderni americani abbiano rinunciato alle
succose bistecche ed ai sanguinanti roast beef."
"Sono piatti diventati un po' rari, oggi, mio caro, e pel semplice motivo
che i buoi ed i montoni sono quasi scomparsi."
"Ah!"
"Ve ne stupite?"
"Molto."
"Mio caro signore, la popolazione del globo in questi cento anni è
enormemente cresciuta, e non esistono più praterie per nutrire le grandi
mandrie che esistevano ai vostri tempi. Tutti i terreni disponibili sono ora
coltivati intensivamente per chiedere al suolo tutto quello che può dare. Se
così non si fosse fatto, a quest'ora la popolazione del globo sarebbe alle
prese colla fame. I grandi pascoli dell'Argentina e i nostri del Far-West non
esistono più, ed i buoi ed i montoni a poco a poco sono quasi scomparsi, non
rendendo le praterie in proporzione all'estensione. D'altronde non abbiamo più
bisogno di carne al giorno d'oggi. I nostri chimici, in una semplice pillola dal
peso di qualche grammo, fanno concentrare tutti gli elementi che prima si
potevano ricavare da una buona libbra di ottimo bue."
"E l'agricoltura come va senza buoi?"
"Anticaglie" disse Holker. "I nostri campagnoli non fanno uso che
di macchine mosse dall'elettricità."
"Sicché non vi sono più neanche cavalli?"
"A che cosa potrebbero servire? Ce ne sono ancora alcuni, conservati più
per curiosità che per altro."
"E gli eserciti non ne fanno più uso?" chiese il dottor Toby.
"Ai nostri tempi tutte le nazioni ne avevano dei reggimenti."
"E che cosa ne facevano?" chiese Holker, con aria ironica.
"Se ne servivano nelle guerre."
"Eserciti! Cavalleria! Chi se ne ricorda ora?"
"Non vi sono più eserciti?" chiesero ad una voce Toby e Brandok.
"Da sessant'anni sono scomparsi, dopo che la guerra ha ucciso la guerra,
l'ultima battaglia combattuta per mare e per terra fra le nazioni americane ed
europee è stata terribile, spaventevole, ed è costata milioni di vite umane,
senza vantaggio né per le une né per le altre potenze. Il massacro è stato
tale da decidere le diverse nazioni del mondo ad abolire per sempre le guerre. E
poi non sarebbero più possibili. Oggi noi possediamo degli esplosivi capaci di
far saltare una città di qualche milione di abitanti; delle macchine che
sollevano delle montagne; possiamo sprigionare, colla semplice pressione del
dito, una scintilla elettrica trasmissibile a centinaia di miglia di distanza e
far scoppiare qualsiasi deposito di polvere. Una guerra, al giorno d'oggi,
segnerebbe la fine dell'umanità. La scienza ha vinto ormai su tutto e su
tutti."
"Eppure quest'oggi, appena svegliato, mi fu comunicata dal vostro giornale
una notizia che smentirebbe quello che avete detto ora, mio caro nipote"
disse Toby.
"Ah sì! La distruzione di Cadice da parte degli anarchici. Bazzecole!
Ormai questi bricconi irrequieti saranno stati completamente distrutti dai
pompieri di Malaga e di Alicante."
"Dai pompieri?"
"Non abbiamo altre truppe al giorno d'oggi, e vi assicuro che sanno
mantenere l'ordine in tutte le città e sedare qualunque tumulto. Mettono in
batteria alcune pompe e rovesciano sui sediziosi torrenti d'acqua elettrizzata
al massimo grado. Ogni goccia fulmina, e l'affare è sbrigato presto."
"Un mezzo un po' brutale, signor Holker, e anche inumano."
"Se non si facesse così, le nazioni si vedrebbero costrette ad avere delle
truppe per mantenere l'ordine. E del resto siamo in troppi in questo mondo, e se
non troviamo il mezzo d'invadere qualche pianeta, non so come se la caveranno i
nostri pronipoti fra altri cent'anni, a meno che non tornino, come i nostri
antenati, all'antropofagia. La produzione della terra e dei mari non basterebbe
a nutrire tutti, e questo è il grave problema che turba e preoccupa gli
scienziati. Ah! se si potesse dar la scalata a Marte che ha invece una
popolazione così scarsa e tante terre ancora incolte!"
"Come lo sapete voi?" chiese Toby, facendo un gesto di stupore.
"Dagli stessi martiani" rispose Holker.
"Dagli abitanti di quel pianeta!" esclamò Brandok.
"Ah, dimenticavo che ai vostri tempi non si era trovato ancora un mezzo per
mettersi in relazione con quei bravi martiani."
"Scherzate?"
"Ve lo dico sul serio, mio caro signor Brandok."
"Voi comunicate con loro?"
"Ho anzi un carissimo amico lassù che mi dà spesso sue notizie."
"Come avete fatto a mettervi in relazione coi martiani?"
"Ve lo dirò più tardi, quando avrete visitato la stazione elettrica di
Brooklyn. Eh! Sono già quarant'anni che siamo in relazione coi martiani."
"È incredibile!" esclamò il dottor Toby. "Quali meravigliose
scoperte avete fatto voi in questi cent'anni!"
"Molte che vi faranno assai stupire, zio. Appena vi sarete completamente
rimessi, vi proporrò di fare una corsa attraverso il mondo. In sette giorni
saremo nuovamente a casa."
"Il giro del mondo in una settimana!..."
"È naturale che ciò vi stupisca. Ai vostri tempi s'impiegavano
quarantacinque o cinquanta giorni, se non m'inganno."
"E ci sembrava d'aver raggiunto la massima velocità."
"Delle tartarughe" disse Holker, ridendo. "Poi faremo anche una
corsa al polo nord a visitare quella colonia."
"Si va anche al polo, ora?"
"Bah!... è una semplice passeggiata."
"Avete trovato il mezzo di distruggere i ghiacci che lo
circondano?..."
"Niente affatto, anzi io credo che le calotte di ghiaccio che avvolgono i
due confini della terra siano diventate più enormi di quello che erano
cent'anni fa; eppure noi abbiamo trovato egualmente il mezzo di andare a
visitarli e anche a popolarli. Vi abbiamo relegati là..."
Un sibilo acuto che sfuggì da un foro aperto sopra una mensola che si trovava
in un angolo della stanza, gl'interruppe la frase.
"Ah, ecco la mia corrispondenza che arriva" disse Holker, alzandosi.
"Un'altra meraviglia!" esclamarono Toby e Brandok alzandosi.
"Una cosa semplicissima" rispose Holker. "Guardate, amici
miei."
Premette un bottone al disotto d'un quadro che rappresentava una battaglia
navale. La figura scomparve, innalzandosi entro due scanalature, e lasciando un
vano d'un mezzo metro quadrato. Dentro v'era un cilindro di metallo coperto di
numeri segnati in nero, lungo sessanta o settanta centimetri, con una
circonferenza di trenta o quaranta.
"Il mio numero d'abbonamento postale è il 1987" disse Holker.
"Eccolo qui, e in un piccolo scompartimento sono state collocate le mie
lettere."
Mise un dito sul numero, s'aprì uno sportellino e trasse la sua corrispondenza,
poi fece ridiscendere il quadro e premette un altro bottone.
"Ecco il cilindro ripartito" disse. "Va a distribuire la
corrispondenza agli inquilini della casa."
"Come è giunto qui quel cilindro?" chiese Brandok.
"Per mezzo d'un tubo comunicante coll'ufficio postale più vicino, e
rimorchiato da una piccola macchina elettrica."
"E come si ferma?"
"Dietro il quadro vi è uno strumento destinato ad interrompere la corrente
elettrica. Appena il cilindro vi passa sopra, si ferma e non riparte se io prima
non riattivo la corrente premendo quel bottone."
"Vi è un cilindro per ogni casa?"
"Sì, signor Brandok; devo avvertirvi che le abitazioni moderne hanno venti
o venticinque piani e che contengono dalle cinquecento alle mille
famiglie."
"La popolazione d'uno dei nostri antichi sobborghi" disse il dottore.
"Non ci sono dunque più case piccole?"
"Il terreno è troppo prezioso oggidì, e quel lusso è stato bandito. Non
si può sottrarre spazio all'agricoltura. Ma comincia a far buio; sarebbe tempo
d'illuminare il mio salotto. Ai vostri tempi che cosa si accendeva alla
sera?"
"Gas, petrolio, luce elettrica" disse Brandok.
"Povera gente" disse Holker. "E come doveva costar cara allora
l'illuminazione!"
"Certo, signor Holker" disse Brandok. "Ora invece?"
"Abbiamo quasi gratis la luce ed il calore."
Dal soffitto pendeva un'asta di ferro che finiva in una palla, composta d'un
metallo azzurro.
Il signor Holker l'aprì facendola scorrere sopra l'asta e tosto una luce
brillante, simile a quella che mandavano un tempo le lampade elettriche, si
sprigionò, inondando il salotto.
Ciò che la produceva era una pallottolina appena visibile che si trovava
infissa sotto la sfera, e la luce che tramandava, espandeva un dolce calore
assai superiore a quello del gas.
"Che cos'è?" chiesero ad una voce Brandok e Toby.
"Un semplice pezzetto di radium" rispose Holker.
"Il radium!" esclamarono i due risuscitati.
"Si conosceva ai vostri tempi?"
"L'avevano già scoperto" rispose Toby. "Ma non si usava ancora a
causa dell'enorme suo costo. Un grammo non si poteva avere a meno di tre o
quattromila lire. E poi non s'era potuto trovare ancora il modo di applicarlo,
come avete fatto ora voi. Tutti però gli predicevano un grande avvenire."
"Quello che non hanno potuto fare i chimici del 1900 l'hanno fatto quelli
del Duemila" disse Holker. "Quel pezzetto lì non vale che un dollaro
e brucia sempre, senza mai consumarsi. È il fuoco eterno."
"Meraviglioso metallo!..."
"Sì, meraviglioso, perché oltre a darci la luce, ci dà anche il calore.
Ha detronizzato il carbon fossile, la luce elettrica, il gas, il petrolio, le
stufe ed i camini."
"Sicché anche le vie sono illuminate con lampade a radium?" chiese
Toby.
"E anche gli stabilimenti, le officine e così via."
"E nelle miniere di carbone non si lavora più?"
"A che cosa servirebbe il carbone? Poi cominciavano già ad
esaurirsi."
"La forza necessaria per far agire le macchine degli stabilimenti, chi ve
la dà ora?"
"L'elettricità trasportata ormai a distanze enormi. Le nostre cascate del
Niagara, per esempio, fanno lavorare delle macchine che si trovano a mille
miglia di distanza. Se noi volessimo, potremmo dare di quelle forze anche
all'Europa, mandandole attraverso l'Atlantico. Ma anche laggiù hanno costruito
delle cascate sui loro fiumi e non hanno più bisogno di noi."
"Amico James," disse Toby "ti penti d'aver dormito cent'anni per
poter vedere le meraviglie del Duemila?"
"Oh no!" esclamò vivamente il giovane.
"Credevi di veder il mondo così progredito?"
"Non mi aspettavo tanto."
"E il tuo spleen?"
"Non lo provo più, tuttavia... non senti nulla tu?"
"Sì, un'agitazione strana, un'irritazione inesplicabile del sistema
nervoso" disse Toby. "Mi sembra che i muscoli ballino sotto la mia
pelle."
"Anche a me" disse Brandok.
"Sapete da che cosa deriva?" chiese Holker.
"Non saprei indovinarlo" rispose Toby.
"Dall'immensa tensione elettrica che regna ormai in tutte le città del
mondo ed a cui voi non siete ancora abituati. Cent'anni fa l'elettricità non
aveva ancora raggiunto un grande sviluppo, mentre ora l'atmosfera ed il suolo ne
sono saturi. Ma vi abituerete, ne son certo. E per oggi basta. Andate a riposare
e domani mattina faremo una corsa attraverso Nuova York sul mio Condor."
"È un'automobile?" chiese Brandok.
"Sì, ma di nuovo genere" rispose Holker, con un sorriso.
"Cominceremo così il nostro viaggio attraverso il mondo."
A BORDO DEL CONDOR
Era appena spuntata l'alba, quando Holker entrò nella stanza del suo
antenato e del signor Brandok, gridando:
"In piedi miei cari amici!... Il mio Condor ci aspetta dinanzi alle
finestre del salotto e l'hôtel ci ha già mandato il tè".
Non ci volevano che le parole "ci aspetta dinanzi alle finestre" per
far balzare giù dal letto il dottore ed il suo compagno.
"L'automobile davanti alle finestre!" avevano esclamato, infilando i
calzoni.
"Vi sorprendete?"
"A che piano siamo?" chiese Brandok.
"Al diciannovesimo. Si respira meglio in alto ed i rumori della via
giungono appena."
"Allora che automobile è la vostra, per salire a simile altezza?"
"Lo vedrete; sbrigatevi, amici, perché ho desiderio di condurvi stamane
fino alle cascate del Niagara, per mostrarvi i colossali impianti elettrici che
forniscono la forza a quasi tutti gli stabilimenti della Federazione. Prima
andremo a vedere la stazione ultrapotente di Brooklyn, dovendo dare mie notizie
al mio amico marziano. Quel brav'uomo deve essere un po' inquieto pel mio lungo
silenzio e saprà con piacere la notizia della vostra risurrezione."
"Come!" esclamò Toby. "Tu lo avevi informato che un tuo antenato
dormiva da cento anni?"
"Sì, zio" rispose Holker. "Ci facciamo di tratto in tratto delle
confidenze, perché siamo legati da una profonda amicizia."
"Senza esservi mai veduti?" esclamò Brandok.
"Dietro alcune mie indicazioni avrà scarabocchiato il mio ritratto."
"E tu?" chiese Toby.
"Ho il suo."
"Come sono dunque gli abitanti di Marte? Somigliano a noi?"
"Dalle descrizioni che abbiamo ricevuto da loro, non sono affatto simili a
noi; tuttavia in fatto di civiltà e di scienza, sembra che non siano a noi
inferiori. Figuratevi, zio, che hanno delle teste quattro volte più grosse
delle nostre e che quindi, con un simile sviluppo di cervello, non devono essere
più arretrati di noi."
"Ed il corpo?"
"I martiani, da quanto abbiamo potuto comprendere, sono anfibi che
rassomigliano alle foche, con braccia cortissime, che terminano con dieci dita,
e piedi molto grandi e palmati."
"Dei veri mostri, insomma!" esclamò Toby, che ascoltava con viva
curiosità quei particolari.
"Non sembra infatti che siano troppo belli" rispose Holker. "Ma
andiamo a prendere il tè, o lo troveremo freddo. Riparleremo dei martiani e del
loro pianeta quando saremo alla stazione ultrapotente di Brooklyn."
Lasciarono la stanza ed entrarono nel salotto. La piccola ferrovia con un solo
vagoncino, stava ferma all'estremità della piastra di metallo. Non fu però
quella che attrasse l'attenzione di Brandok e del dottore, bensì un'ombra
gigantesca che si agitava dinanzi alle due ampie finestre.
"Che cos'è?" chiesero, slanciandosi innanzi.
"Il mio Condor" rispose tranquillamente Holker.
"Un pallone dirigibile?" chiese.
"No, signori, una macchina volante che funziona perfettamente, dotata d'una
velocità straordinaria, tale da poter gareggiare colle rondini ed i colombi
viaggiatori. Ve n'erano ai vostri tempi?"
"Qualche pallone dirigibile, sempre pericoloso" disse Toby.
"E siccome i palloni causavano troppe disgrazie, noi da cinquant'anni
abbiamo abbandonato l'idrogeno per le ali. Prendiamo il tè, poi avrete il tempo
di osservare il mio Condor e di vederlo manovrare."
Strappò quasi per forza il dottore e Brandok dalle finestre e trasse dal
vagoncino le tazze, la salvietta ed il recipiente contenente la profumata
bevanda, nonché dei biscotti.
"Non siate troppo impazienti" disse. "Bisogna vedere le cose una
alla volta o vi affaticherete troppo. Il tempo non ci manca."
Bevettero il tè, bagnandovi qualche biscotto, poi Holker salì sul davanzale
che era molto basso e mise i piedi sulla piattaforma della macchina volante su
cui erano state collocate quattro comode poltroncine.
Harry, il negro gigante, stava dietro alla macchina, tenendo le mani su una
piccola ruota che faceva agire due immensi timoni di forma triangolare,
costruiti con una specie di tela lucidissima, montati sopra una leggera armatura
di metallo.
Brandok e Toby si erano appena seduti, che il Condor s'innalzò subito
obliquamente fino al di sopra delle immense case, descrivendo una serie di giri
d'una precisione ammirabile. Quella macchina, inventata dagli scienziati del
Duemila, era davvero stupefacente e, quello che è più, d'una semplicità
straordinaria.
Non si componeva che di una piattaforma di metallo che pareva più leggero
dell'alluminio, con quattro ali e due eliche collocate le une lateralmente alle
altre, tutte di tela, con stecche d'acciaio e una piccola macchina che le faceva
agire.
Il gas, come si vede, non vi entrava per nulla; la meccanica aveva trionfato sui
palloni dirigibili del secolo precedente.
Toby ed il suo compagno guardavano con stupore quel congegno straordinario che
si alzava e si abbassava e girava e rigirava come fosse un vero uccello.
Altri consimili ne volavano in gran numero sopra i tetti dei palazzi,
gareggiando in velocità, per la maggior parte montati da signore che ridevano
allegramente, e da fanciulli schiamazzanti.
Ve n'erano di tutte le dimensioni: di grandissimi che portavano perfino venti
persone, e di piccolissimi, appena sufficienti per due; ed altri formati da sole
due ali somiglianti a quelle dei pipistrelli, che reggevano una poltroncina
montata da una sola persona e che pure manovravano con non minore precisione e
rapidità degli altri.
In alto, in basso, s'incrociavano saluti e chiamate, poi la flottiglia aerea si
disperdeva in tutte le direzioni, calando sulle vie, sulle piazze, sulle immense
terrazze delle case o fermandosi dinanzi alle finestre od ai poggioli per
imbarcare nuove persone. Brandok e Toby erano diventati muti, come se lo stupore
avesse paralizzato loro la lingua.
"Non dite nulla, dunque?" chiese finalmente Holker. "Avete
perduta la favella?"
"Io mi domando se sto sognando" disse Brandok. "È impossibile
che tutto ciò sia realtà."
"Mio caro Brandok, siamo nel Duemila."
"Tutto quello che vorrete; eppure stento a persuadermi che il mondo, in
soli cent'anni, sia così progredito. Trasformare gli uomini in uccelli! È
incredibile!"
"E non vi è pericolo che queste macchine volanti cadano?" chiese Toby.
"Qualche volta succedono degli scontri; le ali si spezzano, le eliche si
lacerano e allora guai a chi cade: eppure chi ci bada? Forse che ai vostri tempi
non s'urtavano le vecchie ferrovie e le navi? Sono incidenti che non commuovono
nessuno."
"Che macchine sono quelle che fanno agire le ali?"
"Macchine elettriche di grande potenza. Come vi ho detto, in questi
cent'anni l'elettricità ha fatto dei progressi stupefacenti."
"E quale velocità potete imprimere a queste navi volanti?"
"Anche 150 chilometri all'ora."
"Sicché avete abolito i treni ferroviari?" chiese Brandok.
"Oh no, mio caro signore, non son più quelli che si usavano ai vostri
tempi, troppo lenti per noi, ma ne abbiamo ancora moltissimi. Capirete che
queste macchine volanti non si possono caricare soverchiamente. Non servono che
per divertirsi o per compiere delle piccole corse di piacere. E pei lunghi
viaggi attraverso gli oceani anche" proseguì Holker. "Noi abbiamo dei
veri vascelli aerei, che partono regolarmente da tutti i porti dell'Atlantico e
del Pacifico e che in trentasei ore vi sbarcano in Inghilterra, ed in quaranta
nel Giappone o nella Cina o nell'Australia."
"Non vi sono più navi sui mari?"
"Oh sì, ne abbiamo ancora; ma non sono più quelle che si usavano nel
secolo scorso. Ne vedrete molte quando attraverseremo l'Atlantico. Ho pensato
anzi di lasciare alle cascate del Niagara il mio Condor e di condurvi a Quebec
colla ferrovia canadese, per imbarcarvi poi di là per l'Europa."
"Mio caro nipote," disse Toby "tu trascuri i tuoi affari;
suppongo che avrai qualche occupazione."
"Sono medico nel grande ospedale di Brooklyn; per ora non si ha bisogno di
me, avendo io due mesi di vacanza."
"Anche tu dottore!" esclamò Toby.
"Che farà una ben meschina figura dinanzi all'uomo che ha fatto una così
grande scoperta."
"Ne sarai l'erede" disse Toby.
In quel momento il Condor si abbassò bruscamente su una vasta piazza brulicante
di gente che pareva impazzita.
"Che cosa accade laggiù?" chiese Brandok, che si era curvato sul
parapetto della piattaforma.
"È la piazza della Borsa" rispose Holker.
"Sembra che quegli uomini abbiano il fuoco addosso. Vanno e vengono quasi
correndo."
"E anche la gente che si affolla nelle vie vicine pare che cammini sui
tizzoni" disse Toby. "Eppure non saranno borsisti quelli là."
"Camminavano diversamente cent'anni fa?" chiese Holker, con una certa
sorpresa.
"Erano molto più calmi gli uomini, mentre ora vedo che perfino le signore
marciano a passo di corsa, come se avessero paura di perdere il treno."
"Io ho sempre veduto, da quando son venuto al mondo, correre così
frettolosamente."
"Ah! Ora comprendo," disse Toby. "È la grande tensione elettrica
che agisce sui loro nervi. Il mondo è impazzito o quasi."
"Harry," disse Holker "muovi verso Brooklyn."
Il Condor s'alzò d'un centinaio di metri e si slanciò verso l'est con una
velocità di cinquanta chilometri all'ora.
Vie immense apparivano sotto agli aeronauti, se così si potevano chiamare,
fiancheggiate da palazzi mostruosi di venti, venticinque e perfino di trenta
piani, che dovevano contenere migliaia di famiglie ciascuno, la popolazione di
un villaggio. Mille fragori salivano fino agli orecchi dei due risuscitati,
prodotti chissà da quali macchine gigantesche: fischi, colpi formidabili,
detonazioni, scoppi, e si vedevano, lungo le pareti e sulla cima di colonne di
ferro, roteare con velocità straordinaria delle macchine volanti di dimensioni
mai viste.
"Che cosa fanno laggiù?" chiese Brandok.
"Sono officine meccaniche" rispose Holker.
"Chissà quante migliaia di operai lavoreranno là dentro!"
"Vi ingannate, mio caro signore; gli operai oggidì sono quasi scomparsi.
Non vi sono che dei meccanici per dirigere le macchine. L'elettricità ha ucciso
il lavoratore."
"Cosa è avvenuto di quelle masse enormi di lavoratori che esistevano un
tempo?"
"Sono diventati pescatori ed agricoltori; il mare e le campagne a poco a
poco hanno assorbito gli operai."
"Sicché non vi saranno più scioperi?"
"È una parola sconosciuta."
"Ai nostri tempi si imponevano, e come! Specialmente dopo l'organizzazione
fatta dal grande partito socialista. Che cosa è avvenuto anzi del socialismo?
Si prediceva un grande avvenire a quel partito."
"È scomparso dopo una serie di esperimenti che hanno scontentato tutti e
contentato nessuno. Era una bella utopia che in pratica non poteva dare alcun
risultato, risolvendosi infine in una specie di schiavitù. Così siamo tornati
all'antico, e oggidì vi sono poveri e ricchi, padroni e dipendenti come era
migliaia d'anni prima, e come è sempre stato dacché il mondo cominciò a
popolarsi. Qualche colonia tedesca e russa sussiste nondimeno ancora, composta
da vecchi socialisti che coltivano in comune alcune plaghe della Patagonia e
della Terra del Fuoco, ma nessuno si occupa di loro, né hanno alcuna
importanza, anzi, vanno scomparendo poco a poco."
"Il ponte di Brooklyn!" esclamò Brandok. "Lo riconosco ancora.
Ha dunque resistito fino ad oggi?"
"Già, sono più di centoventi anni che è lì. Gl'ingegneri dei vostri
tempi erano buoni costruttori" disse Holker.
"Come è diventato immenso quel sobborgo!" esclamò il dottore
guardando con ammirazione la distesa di palazzi immensi che si estendeva a
perdita d'occhio.
"Quattro milioni di abitanti" disse Holker. "Ormai gareggia con
Nuova York."
"E Londra che cosa sarà mai?"
"Una città di dodici milioni."
"E Parigi?"
"Una metropoli sterminata, più grossa ancora. Harry, va diritto alla
stazione ultrapotente."
Il Condor, oltrepassato il ponte, aveva affrettato il volo.
Anche di sopra all'antico sobborgo di Nuova York si vedevano volteggiare un gran
numero di macchine volanti, cariche di persone che si dirigevano per lo più
verso l'Hudson o verso il mare.
Il Condor, dopo essere passato sopra la città, si diresse verso una piccola
altura su cui si vedeva ergersi una torre immensa munita sulla cima di
un'antenna smisurata, che pareva un cannone mostruoso minacciante il cielo.
"La stazione ultrapotente" disse Holker. "Vedete là a fianco
della torre anche un tubo lucente, di dimensioni pure enormi?"
"Sì, e cos'è?" chiese Toby.
"È il più grande cannocchiale che esista al mondo."
"Deve essere immenso."
"È lungo centocinquanta metri, signori miei, una vera meraviglia che
permette di vedere la luna ad un solo metro di distanza."
"Sicché voi avete realizzato l'antico sogno dei nostri astronomi."
"Ah! Anche i vostri scienziati hanno tentato di avvicinare di tanto il
nostro satellite?"
"Sì, nipote mio," rispose Toby "e senza riuscirvi. Sicché ora
la luna è ormai conosciuta minutamente?"
"Conosciamo anche le sue più piccole rocce."
"È popolata?"
"È un corpo spento, senz'aria, senz'acqua, senza vegetazione e senza
abitanti."
"Già, anche i nostri astronomi l'avevano supposta così."
"E Marte a quanta distanza lo vedete col vostro cannocchiale?" chiese
Brandok.
"A soli trecento metri."
"Che meraviglie!"
"Adagio, Harry, scendi piano."
Il Condor aveva superata una vasta cinta che circondava la stazione e scendeva
dolcemente, descrivendo delle curve allungate.
Alle otto del mattino s'adagiava a trenta metri dall'enorme telescopio.
I MARTIANI
Un uomo sulla sessantina, che aveva una testa ancor più grossa del signor
Holker ed il viso completamente rasato, era uscito dall'immensa torre che
s'innalzava nel centro della cinta e si era affrettato ad andare incontro ai
visitatori, dicendo:
"Buon giorno, dottore; è un po' di tempo che non vi si vede qui".
"Buon giorno, signor Hibert" aveva risposto Holker. "Vi conduco
due miei amici giunti ieri dall'Inghilterra e che sono curiosi di visitare la
vostra stazione e di avere notizie dei martiani."
"Siano i benvenuti" rispose il signor Hibert, stringendo la mano agli
ospiti. "Sono a loro disposizione."
"Il più grande astronomo d'America" disse Holker, dopo la
presentazione. "La gloria di aver messa in comunicazione la terra con Marte
la dobbiamo a lui."
"Credevo che fossero stati gli scienziati europei" disse Toby.
"So che se ne occupavano molto, un tempo."
"L'America li ha preceduti" disse Holker.
"Sarei curioso di sapere come siete riuscito a dare a quei lontani abitanti
notizie della terra. Dovete aver superate delle difficoltà immense."
"Eppure, che cosa direste se io vi raccontassi che l'idea di fare dei
segnali a noi, nacque prima nel cervello dei martiani?" disse l'astronomo.
"Mi pare impossibile!" esclamò Brandok.
"Eppure è precisamente così, mio caro signore. Già da molti lustri, anzi
fin dal 1900 e anche prima, i nostri vecchi astronomi e anche quelli europei,
specialmente l'italiano Schiaparelli, avevano notato che su quel pianeta
apparivano di quando in quando, specialmente dopo il ritiro delle acque che ogni
anno invadono quelle terre, delle immense linee di fuoco che si estendevano per
migliaia di chilometri."
"Me ne ricordo" disse il dottor Toby. "L'ho già letto su una
vecchia collezione di giornali del 1900 che conservo in casa mia. Si credeva
allora che quei fuochi fossero segnali fattici dagli abitanti di Marte."
"In questo secolo i nostri astronomi, vedendo che quelle linee di fuoco si
ripetevano con maggior frequenza e che descrivevano per lo più una forma
rassomigliante ad una "J" mostruosa, supposero che fossero veramente
segnali e decisero di provare a rispondere. Fu nel 1940 che si fece il primo
esperimento nelle immense pianure del Far-West. Duecentomila uomini furono
disseminati in modo da formare pure una "J" e duecentomila fuochi
furono accesi durante una notte scurissima. Ventiquattr'ore dopo lo stesso
segnale appariva pure su uno degli immensi canali del pianeta marziano. Si
pensò allora, per meglio accertare che si rispondeva a noi, di ripetere
l'esperimento cambiando però la forma del segnale e fu scelta la lettera
"Z". Venti notti dopo, i martiani rispondevano con una lingua di fuoco
della stessa forma. Il dubbio ormai non poteva più sussistere. I martiani,
chissà da quanto tempo, cercavano di mettersi in relazione con noi. Per un mese
furono continuate le prove, cambiando sempre lettera e con crescente
successo."
"Non potevate però comprendervi" disse Toby.
"Sarebbe stato necessario che avessero avuto un alfabeto eguale al nostro,
e poi quel mezzo sarebbe stato molto costoso. Nacque allora nella mente degli
scienziati l'idea di mandare lassù un'onda herziana, nella speranza che anche i
martiani avessero uno strumento ricevitore. A spese dei vari governi americani
fu innalzata questa torre d'acciaio, che fu spinta fino a quattrocento metri e
piantata sulla cima una stazione ultrapotente di telegrafia senza fili."
"Una invenzione non moderna la telegrafia aerea" disse Brandok.
"È vero che si conosceva fin dai primi anni dello scorso secolo, e che fu
perfezionata dalle scoperte di un bravo scienziato italiano, il signor Marconi;
ma allora non aveva la potenza d'oggi. I nostri strumenti, perfezionati da molti
scienziati, hanno raggiunto una tale forza che noi potremmo corrispondere anche
col sole, se lassù vi fossero degli abitanti e dei ricevitori elettrici. Per
molti mesi lanciammo onde elettriche senza alcun risultato; un giorno, con
nostra grande meraviglia, udimmo i segnalatori suonare, erano i martiani che
finalmente ci rispondevano."
"Quel popolo ha fatto anche da parte sua delle meravigliose scoperte!"
esclamò Toby.
"Noi abbiamo i nostri motivi per credere che siano molto più avanti di
noi. Dapprima i segnali furono confusi e ci riuscì impossibile intenderci. A
poco a poco però fu combinato un cifrario speciale che i martiani dopo un paio
d'anni riuscirono a comprendere ed ora corrispondiamo perfettamente bene e ci
comunichiamo le notizie che avvengono sia quaggiù che lassù."
"Stupefacente!" esclamarono ad una voce Brandok e Toby.
"Ve lo avevo detto" disse Holker.
"Ditemi, signor Hibert: Marte assomiglia alla nostra terra?..."
"Un po', avendo terra e acqua al pari del nostro globo. Le sue condizioni
fisiche sono invece molto differenti. I mari di quel pianeta non occupano
nemmeno la metà dell'estensione totale di quel globo; il calore che riceve dal
sole è mediocre, essendo la distanza da esso maggiore di quella della terra.
L'anno è due volte più lungo ossia conta 687 giorni."
"E l'aria è uguale alla nostra?"
"È più leggera, cosicché l'atmosfera lassù è più pura, non si formano
nubi, non si scatenano tempeste, i venti mancano quasi del tutto e le piogge
sono sconosciute."
"E l'acqua?..."
"È analoga a quella della terra e ciò si sapeva anche prima, somigliando
le nevi accumulate ai due poli di Marte alle nostre. Però l'acqua non dà luogo
a evaporazione sensibile, quindi niente piogge."
"Allora mancherà la vegetazione su Marte?"
"Niente affatto, mio caro signore: vi sono piantagioni e foreste splendide
che nulla hanno da invidiare al nostro globo."
"E chi le innaffia se non piove?" chiese Brandok.
"La natura ha provveduto egualmente" disse l'astronomo. "Non
circolando l'acqua con un sistema di nubi, di piogge e di sorgenti come da noi,
vi hanno riparato le nevi condensate nelle regioni polari. Ogni sei mesi, verso
l'epoca dell'equinozio, si fondono e producono delle inondazioni sopra immense
estensioni di centinaia di migliaia di chilometri. Le acque regolate da una
serie di canali, costruiti da quegli abitanti, scorrono e s'inoltrano attraverso
i continenti, fertilizzando le terre e bagnando le pianure. Cessata la fusione,
le acque si ritirano fuggendo per gli stessi canali e lasciando nuovamente allo
scoperto le terre."
"I grandi canali dunque che gli scienziati dello scorso secolo avevano già
segnalato, sono opera dei martiani?" disse Toby.
"Sì" rispose l'astronomo. "Sono lavori imponenti, colossali,
avendo taluni una larghezza di cento e più chilometri."
"E noi andavamo orgogliosi delle opere degli antichi egiziani!"
"Signor Hibert," disse Holker "conduceteci sulla torre. Devo
mandare un saluto al mio amico Onix."
"È il tuo marziano?" chiese Toby.
"Che cosa fa quell'uomo, o meglio quell'anfibio?" chiese Brandok.
"È un mercante di pesce che si duole sempre di non potermi fare assaggiare
le gigantesche anguille che i suoi pescatori prendono nel canale d'Eg."
"Dunque lassù vi sono padroni e lavoratori?"
"Come sul nostro globo."
"Anche dei re?"
"Dei capi che governano le diverse tribù disperse sui continenti."
"Tutto il mondo è paese."
"Pare di sì" disse Holker, ridendo.
"Venite, signori" disse l'astronomo. "La macchina è pronta a
portarci lassù, fino alla piattaforma."
Girarono attorno alla colossale torre guardandola con profonda ammirazione. Che
meschina figura avrebbe fatto la torre Eiffel costruita venticinque lustri prima
a Parigi, e che pure, in quella lontana epoca, aveva meravigliato il mondo
intero per la sua altezza!
Questa era un tubo mostruoso, di quattrocento metri d'altezza con un diametro di
centocinquanta alla base, costruito parte in acciaio e parte in vetro, munito
all'esterno d'una cornice che saliva a spirale, larga tanto da permettere il
passaggio ad un vagoncino contenente otto persone.
Era di forma rotonda, come quella dei fari, e certo d'una resistenza tale da
sfidare i più poderosi cicloni dell'Atlantico.
Toby, Brandok, l'astronomo e Holker presero posto nel vagoncino, il quale
cominciò a salire con velocità vertiginosa, girando intorno alla torre, mentre
i vetri, che pareva si agitassero meccanicamente, davano ai viaggiatori
l'illusione di salire intorno ad un colossale tubo di cristallo.
Due minuti dopo il vagoncino si fermava automaticamente sulla piattaforma della
torre, dinanzi all'immensa antenna d'acciaio che doveva sostenere gli apparecchi
della telegrafia aerea.
"Rassomiglia questa stazione, più in grande, a quella che il signor
Marconi cent'anni fa aveva piantata al Capo Bretone" mormorò Toby agli
orecchi di Brandok. "Ti ricordi che l'avevamo visitata insieme?"
"Sì, ma quale potenza sono riusciti a dare ora alle onde elettriche"
rispose il giovine. "Ah! quante meraviglie! quante... Toby! mi riprende il
fremito dei muscoli."
"È l'elettricità."
"Che non soffrano di quest'agitazione gli uomini di oggi?"
"Essi son nati e cresciuti in mezzo alla grande tensione elettrica, mentre
noi siamo persone di un'altra epoca. Ciò mi preoccupa, amico James, non te lo
nascondo."
"Perché?"
"Non so se potremo farci l'abitudine."
"Che cosa temi?"
"Nulla per ora, tuttavia... provi lo spleen?"
"Finora no" rispose Brandok. "Come sarebbe possibile annoiarsi
con tante meraviglie da vedere? Questa è una seconda esistenza per noi."
"Meglio così."
Mentre si scambiavano queste parole, il direttore aveva lanciato già parecchie
onde elettriche agli abitanti di Marte.
Ci vollero ben quindici minuti prima che la suoneria elettrica annunciasse la
prima risposta, che era un saluto dell'amico di Holker.
"Si vede che quel brav'uomo si trovava alla stazione telegrafica"
disse il nipote di Toby. "Certo aspettava mie notizie."
"Signor Hibert, riuscirete un giorno a dare la scalata a Marte?"
"Io credo che ormai non vi sia più nulla d'impossibile" rispose con
grande serietà l'astronomo. "Da due anni gli scienziati dei due mondi si
occupano di questa grande questione per dare uno sfogo alla crescente
popolazione della terra. Abbiamo oggi degli esplosivi mille volte più
formidabili della polvere e della dinamite che si usava anticamente."
"Anticamente!" esclamò Brandok, quasi scandalizzato.
"Per modo di dire" disse l'astronomo. "Può darsi che un giorno
si riesca a lanciare fra i martiani qualche bomba mostruosa piena di abitanti
terrestri. Non si sa cosa ci riserba l'avvenire. Scendiamo e venite a vedere il
mio telescopio che è il più grande che sia stato finora costruito."
Risalirono sul vagoncino ed in mezzo minuto si trovarono alla base della torre.
Lì vicino si ergeva il mostruoso cannocchiale.
Consisteva in un enorme tubo di lamiera d'acciaio, lungo centocinquanta metri
con un diametro di cinque, pesante ottantamila chilogrammi e fissato su due
enormi pilastri di pietra.
"Un cannone colossale!" esclamò Brandok. "Come fate a muovere
questo mostro?"
"Non ve n'è bisogno," rispose l'astronomo "anzi è fisso."
"Allora non potete osservare che una sola porzione del cielo" osservò
Toby.
"V'ingannate, caro signore. Guardate attentamente lassù e vedrete dinanzi
all'obbiettivo, nel prolungamento dell'asse, uno specchio che è mobile ed è
destinato a rinviare le immagini degli astri nell'asse del telescopio. Quello
specchio è mosso da un movimento d'orologeria regolato in modo da procedere in
senso contrario al moto della Terra, così che l'astro che si vuole osservare
resta costantemente nel campo del cannocchiale come se il nostro pianeta fosse
completamente immobile."
"Che meravigliose invenzioni!" mormorò il dottore. "Che cosa
sono in confronto quelle di cui si vantavano tanto gli scienziati francesi nel
secolo scorso?" disse Brandok.
"Volete parlare del grande telescopio di Parigi? Sì, per molti anni fu
ritenuto una meraviglia," disse l'astronomo "quello però non
avvicinava la luna che a soli centoventotto chilometri, ed era già molto per
quei tempi. Non poteva avvicinarla di più, essendo la luna distante da noi
384.000 chilometri. Ora noi l'avviciniamo ad un metro."
"Amici," disse Holker "partiamo o faremo colazione troppo tardi.
Le cascate sono un po' lontane."
"Andate a visitare quelle del Niagara?" chiese l'astronomo.
"Sì" rispose Holker.
Strinsero la mano allo scienziato, salirono sul Condor e pochi istanti dopo
sfilavano sopra Brooklyn, dirigendosi verso il nord-est.
LE CASCATE DEL NIAGARA
I palazzoni enormi come a Nuova York, contenenti centinaia di famiglie si
succedevano senza interruzione e anche nelle vie dell'antico sobborgo della
capitale dello stato regnava un'animazione straordinaria, febbrile.
I brooklynesi parevano pure impazziti e correvano, piuttosto che camminare, come
se avessero addosso il diavolo e l'argento vivo nelle vene.
La tensione elettrica produceva i medesimi effetti anche sugli abitanti del
sobborgo.
Quello che colpiva sempre i risuscitati era la mancanza assoluta dei cavalli e
delle carrozze; perfino le automobili erano quasi scomparse, non vedendosene che
qualcuna.
Il Condor stava attraversando una vasta piazza, quando l'attenzione di Brandok
fu attirata dal passaggio di quattro mostruosi animali montati ognuno da un
uomo.
"Oh bella!" esclamò. "Degli elefanti!"
"Dove?" chiese Holker.
"Laggiù, guardateli."
"Saranno poi proprio degli elefanti in carne ed ossa?" chiese il
pronipote del dottore, guardandoli un po' ironicamente. "Sospetto che voi
v'inganniate, signor Brandok."
"Non sono cieco, signor Holker."
"E nemmeno io" disse Toby. "Sono dei veri elefanti."
"Sono degli spazzini di acciaio, signori miei," disse Holker, ridendo.
"Qualche nuova invenzione!" esclamarono Toby e Brandok.
"E non meno utile delle altre," disse Holker "e anche molto
economica, perché così il comune può fare a meno d'un esercito di spazzini.
D'altronde quel mestiere era indegno degli uomini."
"Quegli animali sono spazzini?" esclamò Brandok, che stentava a
credere alle parole di Holker.
"E come funzionano bene! Essi eseguono la pulizia delle vie e delle piazze
per mezzo della proboscide, che è composta di un centinaio di tubi d'acciaio,
rientranti l'uno nell'altro in modo da dare ad essa un'agilità straordinaria.
Nella testa invece vi è un potente apparato aspirante, mentre il motore, che è
elettrico, si nasconde nei fianchi dell'animale. Quando il conduttore che, come
vedete, si trova a cavalcioni del collo, come i cornac indiani, scorge delle
immondizie sulla via, preme una leva collocata a portata della sua mano, la
quale dirige i movimenti della tromba e dell'apparato aspirante. La proboscide
allora s'allunga verso l'oggetto da raccogliere e l'apparato si mette in azione.
Ne segue quindi un'aspirazione violenta a cui nulla resiste, di modo che pietre,
cenci, pezzi di carta, torsoli, immondizie d'ogni sorta vanno ad inabissarsi nel
corpo dell'elefante spazzino. Non resta poi che andare a scaricare la raccolta.
Come vedete la cosa è semplicissima."
"Stupefacente invece" disse Brandok. "Che progresso
meccanico!"
"Harry, accresci la velocità" disse Holker.
Brooklyn spariva rapidamente fra le nebbie dell'orizzonte ed il Condor volava
sopra bellissime campagne coltivate con grande cura, in mezzo alle quali si
vedevano correre delle strane macchine agricole di proporzioni gigantesche. Gli
alberi erano rari; le piante basse, invece, infinite. A che cosa infatti sarebbe
dovuto servire il legname dal momento che gli abitanti del globo avevano il
radium per scaldarsi negli inverni e non costruivano che col ferro e coll'acciaio?
Si vedeva che tutto avevano sacrificato per non correre il pericolo di trovarsi
ben presto alle prese colla fame, dato l'immenso e rapido aumento della
popolazione.
Alle nove del mattino il Condor, dopo essere passato in vista di Patterson,
diventata anche quella una città immensa, entrava nello stato della
Pennsylvania alla velocità di centododici chilometri all'ora.
"Signor Holker," disse Brandok. "C'è una cosa che non riesco a
spiegarmi."
"Quale?"
"Ai nostri tempi questi territori erano coperti da linee ferroviarie,
mentre ora non riesco a scorgerne una."
"Eppure in questo momento passiamo sopra una delle più importanti linee.
È quella che unisce Patterson a Quebec."
"Io non la vedo."
"Perché al giorno d'oggi le ferrovie non scorrono più sopra il suolo,
bensì sotto. Diversamente l'aria sfuggirebbe. Guardate là; non scorgete una
casa sormontata da un albero che non è altro che un segnalatore e trasmettitore
elettrico della telegrafia aerea?..."
"La scorgo."
"È una stazione."
"E la ferrovia?"
"Vi passa sotto."
"Mi avete parlato d'aria; cosa c'entra colle ferrovie?"
"Lo saprete quando prenderemo il treno che ci porterà a Quebec. Ah! ecco
l'omnibus che va a Scranton."
Un'enorme macchina aerea, fornita di sei paia d'ali immense e di eliche
smisurate, con una piattaforma di venti metri di lunghezza, carica di persone,
s'avanzava con velocità vertiginosa, tenendosi a cento metri dal suolo.
"Magnifico!" esclamò il dottore. "Chi sono?"
"Contadini che portano i loro prodotti a Scranton"
"Come sono bruni! Si direbbero indiani" disse Bran-dok. "A
proposito, che cosa è avvenuto dei pellirosse che erano ancora assai numerosi
cent'anni fa?"
"Sono stati completamente assorbiti dalla nostra razza e si sono del tutto
fusi con noi. Non esistono ormai che poche centinaia di famiglie, confinate
nell'alto Yucon e presso il circolo polare."
"Era la sorte che loro spettava" disse il dottore. "E dei negri,
che erano numerosissimi anche qui?"
"Sono diventati invece spaventosamente numerosi" rispose Holker.
"Hanno buon sangue, gli africani e non si lasciano assorbire, e così pure
gli uomini di razza gialla."
"C'è ancora la Cina?"
"La Cina, sì; ma non l'impero" rispose Holker, ridendo. "È
stato smembrato dalle grandi potenze europee ed a tempo per impedire una
spaventevole invasione. La razza cinese, in questi cento anni, è raddoppiata e,
senza il pronto intervento dei bianchi, spinta dalla fame non avrebbe tardato a
rovesciarsi sull'Europa e sull'India. Hanno tuttavia invaso buona parte del
globo, non come conquistatori, ma come emigranti e si trovano oggidì colonie
cinesi perfino nel centro dell'Africa e dell'Australia."
"Ed i malesi?"
"È un'altra razza che non esiste più. Ormai al mondo non ci sono più che
bianchi, gialli e negri, che tentano di sopraffarsi; e finora sono i secondi che
hanno maggiore probabilità di vittoria essendo spaventevolmente prolifici. Noi
corriamo il grave pericolo di venire a nostra volta assaliti dalle altre due
razze."
"Dunque il mondo minaccia di divenire tutto giallo" disse Toby.
"Purtroppo, zio" rispose Holker. "Ai vostri tempi a quanto
ascendeva la popolazione del globo?"
"A circa millecinquecento milioni, e l'elemento mongolo vi figurava con
circa seicento milioni."
"La popolazione attuale è invece di due miliardi e duecento milioni ed i
gialli da seicento milioni sono saliti ad un miliardo e cento milioni."
"Che aumento!" esclamò il dottore. "Ed i bianchi quanti sono
dunque?"
"Raggiungono appena i seicento milioni."
"Un aumento non troppo sensibile."
"E lo dobbiamo alle razze nordiche."
"E le razze latine?"
"La sola Italia è cresciuta e rapidamente, perché ha i suoi cinquanta
milioni, mentre la Spagna, e soprattutto la Francia, sono rimaste quasi
stazionarie. Se non vi fosse L'Italia, la razza latina a quest'ora sarebbe stata
assorbita dagli anglosassoni e dagli slavi. Ecco là in fondo Ulmina; stiamo
rientrando nello stato di Nuova York, e fra due ore saremo alle cascate."
Il Condor, che procedeva sempre colla velocità di centodieci chilometri,
rientrava infatti nello stato di Nuova York, passando in vista di Ulmina, città
cento anni prima di modeste proporzioni ed ora diventata vastissima.
Modificò un po' la direzione e s'avviò verso Buffalo, passando sopra campagne
sempre coltivate con grande accuratezza.
Alle undici il Condor si librava in vista del Niagara, quell'ampio fiume che
mette in comunicazione due dei più grandi laghi dell'America settentrionale,
l'Ontario e l'Erie.
L'immensa cascata non si scorgeva ancora; si udiva invece il rombo dell'enorme
massa d'acqua.
Da qualche minuto una viva eccitazione si era impadronita di Toby e Brandok.
I loro muscoli sussultavano, le loro membra tremavano e, lisciandosi i capelli,
facevano sprigionare delle scintille elettriche.
"Quanta elettricità regna qui" disse Toby. "L'aria ne è
satura."
"Provi un certo malessere, James?"
"Sì" rispose il giovane. "Non saprei resistere a lungo a questa
tensione che mi fa scattare."
"E tu, nipote?"
"Io non provo assolutamente nulla" rispose Holker. "Noi ci siamo
ormai abituati."
"Non so se noi ci riusciremo" disse Toby, che pareva assai
preoccupato. "Noi siamo persone d'un altro secolo."
"Io spero di sì" rispose Holker. "Ah! Ecco le cascate!"
Il Condor dopo aver superato una collina che impediva la visuale, con una rapida
volata era giunto sopra le famose cascate, librandosi fra una immensa nuvola
d'acqua polverizzata, in mezzo a cui spiccava un superbo arcobaleno.
L'immensa massa d'acqua si rovesciava nel fiume sottostante, con un fragore
assordante, mettendo in moto un numero infinito di ruote gigantesche, costruite
tutte in acciaio, destinate a trasmettere la forza a tutte le macchine
elettriche della Federazione Americana.
Lo spettacolo era spaventevole e nel medesimo tempo sublime.
In quei cent'anni, delle notevoli modificazioni erano avvenute nella cascata. Le
rocce che dapprima la dividevano erano scomparse, e l'acqua si precipitava ormai
senza intoppi, facendo girare vertiginosamente le ruote. Un numero infinito di
grossi fili d'acciaio, destinati a portare a grandi distanze e suddividere la
forza della cascata, si diramavano in tutte le direzioni.
"Ecco la grande officina elettrica degli Stati Uniti," disse Holker
"che mette in moto, senza un chilogrammo di carbon fossile, migliaia e
migliaia di macchine. Quest'acqua ha fatto abbandonare tutte le miniere di
combustibile."
"Quale forza enorme deve produrre!" esclamò il dottore.
"Se l'Europa ne volesse, potremmo cedergliene una buona parte" rispose
Holker.
"E quale modificazione ha subita la cascata!" disse Brandok.
"E si modificherà ancora" rispose Holker. "I nostri scienziati
hanno già accertato che per giungere al punto attuale ha dovuto cambiare
quattro volte. Nel primo periodo, che sarebbe durato 17.000 anni, la quantità
d'acqua era di un terzo minore del volume attuale e con una caduta di soli
sessanta metri ed una larghezza di 3 chilometri. Nel secondo, il fiume fu diviso
in tre cascate di centoventotto metri e durò 10.000 anni. Ora siamo nel quarto.
Andiamo a far colazione, e poi prenderemo il treno che ci condurrà a Quebec.
Non faremo che una volata sola."
Il Condor descrisse due o tre giri al di sopra della muggente cascata, entrando
e uscendo dalla nube di pulviscolo, poi si diresse verso Buffalo per arrivare al
treno.
Dopo mezz'ora si librava sopra la città, fra un gran numero di battelli volanti
che si dirigevano per la maggior parte verso le cascate, carichi di forestieri
giunti forse dall'Europa.
Il macchinista, dopo aver ricevuto dal suo padrone un ordine, fece scendere la
macchina in una vasta piazza che era circondata da palazzoni di diciotto o venti
piani, costruiti per la maggior parte in lastre metalliche e che non mancavano,
all'esterno almeno, d'una certa eleganza.
"Andiamo a fare colazione al bar del Niagara" disse Holker. "Vi
farete così un concetto degli alberghi moderni."
Sbarcarono ed attraversarono la piazza che era quasi deserta, essendo
mezzogiorno, ossia l'ora del pasto, ed entrarono in una sala vastissima,
arredata con un certo lusso, il cui soffitto era sostenuto da una ventina di
colonne di metallo.
Con viva sorpresa di Brandok e di Toby, in quel preteso ristorante non vi erano
né tavole, né sedie e nemmeno un cameriere.
"Questo è un bar?" chiese Brandok.
"Dove si mangia benissimo, e a buoni prezzi anche" rispose Holker.
"Qui potrete trovare forse qualche bistecca di maiale sapientemente
rosolata, con contorno di rape."
"E a chi devo ordinaria se non vedo nemmeno il padrone del bar o un
cameriere?"
"Chissà dove sarà il padrone del ristorante. Ma la sua presenza non è
necessaria."
"E nemmeno un cameriere?"
"Per farne che?"
Brandok era rimasto a bocca aperta, guardando Toby che non sembrava meno
sorpreso di lui.
"Voi dimenticate, signori, che siamo nel Duemila" disse Holker.
"Vi mostrerò ora come i ristoranti d'oggi siano migliori di quelli d'un
tempo e come il servizio sia inappuntabilmente pronto. Signor Brandok, prendete
una tazza di brodo innanzitutto. Vi farà bene."
"Vada pel brodo!"
Holker diede uno sguardo all'intorno, poi condusse i suoi compagni verso una di
quelle colonne attorno alle quali, ad un metro dal suolo, si vedevano quattro
mensole di metallo ed introdusse in alcuni buchi delle monete.
"Servizio automatico: brodo" aveva letto, con sorpresa di Brandok, su
una piccola piastra situata sopra la mensola.
"Ah! ora comprendo!" esclamò Toby.
Non era trascorso mezzo minuto, che tre porticine s'aprirono e sopra la mensola
comparvero, come per incanto, tre tazze di brodo fumante, assieme ad una
salvietta e ad un cucchiaio di metallo bianco.
"Signor Brandok," disse Holker "ai vostri tempi il servizio era
così pronto?"
"Oh no, in fede mia!" esclamò il giovine. "A quale punto è
giunta la meccanica! E come arrivano qui queste tazze?"
"Con una piccola ferrovia elettrica simile a quella che già avete
veduta."
"Ecco soppressi quei noiosi camerieri e anche il pessimo uso delle
mance."
"E dobbiamo mangiare in piedi?"
"È più spiccio, e poi gli uomini oggi hanno troppa fretta. Volete altri
piatti? Qui vi sono venti colonne che rappresentano il menù della giornata.
Basterà che introduciate una moneta da venticinque centesimi e avrete tutto
quello che vorrete, compresi i dolci, vino, birra, liquori, caffè e tè."
"Quante straordinarie invenzioni! Quante meraviglie!" esclamò Toby.
"E quanta praticità e quante comodità soprattutto" aggiunse il buon
Brandok.
"Amici miei," disse ad un tratto Holker "se cambiassimo un po'
l'itinerario del nostro viaggio? Avete fretta di visitare l'Europa?"
"Nessuna" risposero ad una voce Brandok e Toby.
"Volete che andiamo al polo nord? Ridiscenderemo in Europa per lo
Spitzbergen."
Se Brandok e Toby, a quella inaspettata proposta, non caddero per lo stupore, fu
un vero miracolo.
"Andare al polo nord!" avevano esclamato.
"Da Quebec in cinque ore potremo raggiungere la galleria americana. A
mezzanotte ci riposeremo fra i ghiacci dell'Oceano Artico, in un letto non meno
comodo di quello su cui avete dormito la notte scorsa in casa mia."
"Sei divenuto pazzo, nipotino mio, o vuoi burlarti di noi?" gridò
Toby.
"Non ne ho alcuna voglia, zio mio. Comprendo che la proposta vi possa
stupire, tuttavia vi prometto che la manterrò."
"Che cosa hanno fatto dunque gli uomini del Duemila?"
"Delle cose meravigliose, ve lo dissi già. Terminiamo la nostra colazione,
rimandiamo il Condor a Nuova York e poi prenderemo la ferrovia canadese."
LE FERROVIE DEL Duemila
Dopo aver fatto un'abbondante colazione, innaffiata da parecchi bicchieri di
generoso vino spagnolo ed italiano, il signor Holker ed i suoi compagni
congedarono Harry e si diressero verso un enorme fabbricato, sormontato da una
torre d'acciaio dalla cui cima si diramavano parecchi grossi fili di metallo.
"Ecco la stazione ferroviaria" disse Holker.
"Scusate, signor Holker," disse Brandok, nel momento di entrare
"voi ci promettete di condurci al polo nord?"
"Sì."
"Avete trovato il modo di avvicinare il Sole, per caso?"
"Perché mi fate questa domanda?"
"Fa ancora freddo?"
"Come ai vostri tempi e forse più, ve lo dissi già. L'anno passato la
stazione polare ha segnato 55° sotto zero."
"E ci condurrete con queste vesti?"
"Non ve ne date pensiero" rispose Holker. "Alla stazione di
Quebec troveremo i bagagli contenenti l'occorrente per sfidare i freddi più
intensi. Aspettate un momento che vada a far lanciare un telegramma aereo ad uno
di quei negozianti che conosco."
Mentre si recava all'ufficio telegrafico, Toby e Brandok erano entrati in
un'ampia sala, alla cui estremità si scorgeva uno scalone.
"Dove sono questi treni? Io non li vedo e non odo quei mille fragori che ai
nostri tempi si ripercuotevano sotto le immense tettoie" disse Brandok.
"Da qualche parte vedremo sbucare quello che ci deve portare a
Quebec."
"Sai, Toby, che io a forza di cadere di stupore in stupore finirò per
diventare pazzo?"
"Non ti senti bene?..."
"Mi trovavo meglio cent'anni fa col mio spleen. Provo sempre una
eccitazione strana."
"È la tensione elettrica."
"Amici miei," disse in quel momento Holker "il treno sta per
giungere; abbiamo appena il tempo di discendere la scala."
"I biglietti?" chiese Toby.
"Sono già nel mio portafoglio; ho preso uno scompartimento per noi, così
potremo discorre tranquillamente senza che vi siano testimoni."
All'estremità della scala si udì una voce poderosa gridare:
"Pronti! Il treno è giunto!".
Una ventina di persone, che pareva avessero il diavolo addosso, si erano
precipitate giù dalla gradinata. Holker ed i suoi amici le avevano seguite.
Una galleria fornita di una decina di porte che in quel momento erano aperte e
attraverso le quali si vedevano uscire sprazzi di luce intensa, si allungava per
una quarantina di metri.
Holker spinse i suoi compagni verso una di quelle porte, dicendo:
"Presto, salite!".
I due risuscitati si trovarono in un piccolo scompartimento, con quattro comode
poltroncine che si potevano trasformare in letti, tutte di raso rosso, e
illuminato da una lampadina contenente un pezzetto di radium.
"La ferrovia?" chiese BrandOk.
Le porte di ferro si erano chiuse con fracasso.
Per qualche istante si udirono delle voci gridare e poi più nulla. Anche le
porte dello scompartimento si chiusero da sé, sorgendo da terra.
"Non ci muoviamo?" chiese dopo qualche istante Brandok.
"Siamo già in viaggio" rispose Holker, ridendo.
"Io non provo nessuna scossa, né odo alcun rumore di macchine."
"Eppure il treno corre con una velocità fantastica. Quanto percorrevano
all'ora i vostri treni?"
"Centoventi chilometri al massimo."
"E questo procede colla velocità di trecento!"
"Quale macchina lo spinge?"
"Nessuna macchina; viene aspirato e spinto contemporaneamente."
"Spiegati meglio, nipote mio" disse Toby. "Noi siamo troppo
vecchi per capire a volo le invenzioni moderne."
"Noi viaggiamo in un tubo d'acciaio della circonferenza di cinque metri, i
cui carrozzoni, che sono ordinariamente in numero di venti, combaciano
perfettamente colle pareti di metallo. Questi vagoncini, hanno una forma
cilindrica la cui circonferenza è esattamente precisa a quella interna del tubo
e possono contenere 24 passeggeri. Fra le due stazioni principali vi sono delle
pompe mosse da macchine poderose, che iniettano nel tubo correnti d'aria; in
quella di partenza le pompe sono prementi; in quella d'arrivo invece, delle
pompe aspiranti. I cilindri che costituiscono i carrozzoni, e che sono pure di
acciaio, vengono in tal guisa spinti ed aspirati. In poche parole sono treni ad
aria compressa."
"Stupefacente!" esclamò Toby. "Che cosa non avete inventato voi,
uomini del Duemila?"
"Osservo una cosa" disse Brandok. "Datemi una spiegazione."
"Dite pure."
"I cilindri, collo sfregamento, non s'infiammano? Mi pare che noi dovremmo
cuocere qui dentro, mentre la temperatura si conserva relativamente
fresca."
"Niente affatto: prima perché viene adoperato un metallo che è lentissimo
a riscaldarsi, il tantalio, che se non erro ai vostri tempi valeva 50.000 lire
al chilogrammo e la chimica d'oggi può dare ad un prezzo eguale a quello
dell'argento. Poi perché il cilindro di testa e quello di coda sono formati da
due immensi serbatoi, i quali proiettano incessantemente getti d'acqua,
impedendo il riscaldamento."
"E l'aria pei viaggiatori?"
"Viene fornita da cilindri d'acciaio che sono serbatoi d'aria compressa.
Provate difficoltà a respirare?"
"No" rispose Brandok.
"Vi è un tubo solo per ogni linea?" chiese Toby.
"No, zio, ve ne sono quattro. Uno pei treni diretti che non si fermano che
nelle grandi stazioni, come questo, uno per le stazioni intermedie e due pei
treni merci.
"Appena uno giunge, l'altro di ritorno parte. Ogni due ore abbiamo treni
che vanno ed altri che giungono."
"Così gli scontri sono impossibili" disse Brandok.
"Non possono accadere non essendovi che uno o al più due treni nel tubo,
che seguono la medesima via."
"Quando si pensa come si viaggiava una volta c'è da impazzire! Che cosa
direbbero Francesco I re di Francia e Carlo V, se potessero tornare al mondo! E
pretendevano di avere i più rapidi corrieri del mondo!"
"Quei re?" disse Holker. "Avevano delle lumache, forse."
"E che cosa direbbero il capitano Paulin, Burocchio, Chameran e soprattutto
Marivaux?"
"Chi erano costoro?" chiese Brandok.
"I più rapidi corrieri dell'Europa medievale, che fecero in quell'epoca
stupire tutti per la loro velocità! Paulin aveva impiegato venti giorni per
recarsi da Costantinopoli a Fontainebleau per portare un messaggio a Francesco
I; Burocchio ne aveva impiegati quattro per portare al re di Polonia la notizia
della morte di Carlo IX e Marivaux quattro giorni per percorrere la distanza che
corre fra Parigi e Marsiglia. E quei nostri bravi antenati affermavano che con
simili corrieri le distanze ormai erano scomparse!"
"Si contentavano di poco i nostri vecchi" disse Holker.
Un sibilo acuto, che proveniva dall'alto, fece alzare la testa a Brandok ed a
Toby. Era uscito da un piccolo tubo che si ripiegava in basso vicino alla
lampada a radium.
"Ci avverte che siamo giunti?" chiese Brandok.
"No, è una comunicazione dell'"Jum" a cui è abbonata questa
linea ferroviaria per tenere i viaggiatori al corrente delle notizie più
importanti, anche viaggiando."
"In qual modo?"
"Mediante un filo che si svolge su un rocchetto, a misura che il treno
procede. Ascoltiamo."
Una voce metallica si fece subito udire:
"Grave disastro sul Missouri prodotto da una piena improvvisa.
"Omaha è quasi interamente distrutta e sessantamila persone si sono
annegate. Il governo del Nebraska ha mandato ingegneri con ventimila uomini,
viveri e scialuppe.
"Europa. Gli anarchici della città sottomarina che hanno saccheggiato
Cadice sono stati completamente distrutti dai pompieri di Malaga. Il governo
spagnolo indennizzerà gli abitanti.
"Asia. Il governo dell'India si trova in gravi imbarazzi causa la carestia.
Gl'indiani muoiono di fame a milioni".
"Brandok, tutto ciò non è prodigioso?" chiese Toby.
"Continuiamo a sognare" rispose il giovine. "Ormai io sono
convinto di essermi risvegliato non più sulla terra, bensì in un altro
mondo."
"E quasi lo penso anch'io" rispose Toby.
"Eppure esistono altre meraviglie ben più grandiose" disse Holker.
Una lieve scossa ed un fragore di porte che pareva s'aprissero, lo interruppero.
Quasi nel medesimo istante si udì una voce gridare:
"Montreal!...".
"Di già nel Canada!" esclamò Brandok.
"Sono le due" disse Holker, osservando il suo cronometro.
"Quando giungeremo a Quebec?"
"Alle tre e qualche minuto."
"Ed al polo nord?"
"Fra due giorni."
"E noi supereremo in così breve tempo una così enorme distanza?"
"Scivoleremo con una velocità di duecento miglia all'ora. Altro che la
foga degli uragani!..."
"Scivoleremo?"
"È la parola."
"E come?"
"Lo saprete quando avremo raggiunto i confini del continente americano e ci
inoltreremo sull'Oceano Polare."
"Brandok!"
"Toby!"
"Sogni ancora?"
"Sempre."
"E sogno anch'io."
Cinque minuti dopo, il treno riprendeva la sua corsa infernale e alle tre
pomeridiane si fermava alla stazione di Quebec, la capitale del Canada.
Appena usciti dallo scompartimento, un uomo che gridava "signor Jacob
Holker!" entrò nella galleria, portando due enormi valigie.
"Sono io" rispose il nipote di Toby, muovendogli incontro. "Siete
ai servigi del signor Wass?"
"Sì, signore."
"Le valigie devono contenere gli indumenti per una gita al polo."
"Allora siete proprio quello che cercavo. Abbiamo ricevuto il vostro
telegramma due ore or sono da Buffalo."
Holker pagò, senza mercanteggiare, l'importo, poi condusse i suoi amici al
ristorante della stazione, anche quello automatico, e offrì da bere.
"Abbiamo dieci minuti di tempo per prendere il treno per il polo nord"
disse. "Approfittiamone per scaldarci lo stomaco con un po' di caper-brandy."
Infatti dieci minuti dopo i tre amici prendevano posto in uno scompartimento del
treno del Labrador, diretti al Capo Wolstenholme sullo Stretto di Hudson e
partivano con una velocità di duecentosettanta chilometri all'ora.
"Quando giungeremo sulle coste dell'Oceano Artico?" chiese Brandok.
"Alle cinque di domani mattina" rispose Holker.
"Troveremo qualche albergo lassù?"
"Ed anche un buon letto."
"Fra i ghiacci?"
"Il Capo Wolstenholme è una stazione estiva, molto frequentata durante i
mesi di giugno, luglio ed anche d'agosto, al pari di quella dello Spitzbergen."
"Dello Spitzbergen!" esclamò Toby.
"Perché vi stupite zio?"
"Perché ai nostri tempi quella grande isola dell'Oceano Artico non era
frequentata che da orsi bianchi e da cacciatori di foche e di balene."
"Oggi è diventata un po' come la Svizzera" rispose Holker. "Fra
quelle montagne nevose si trovano alberghi che nulla hanno da invidiare a quelli
di Nuova York. Vedrete che meraviglie!"
"Passeremo di là?"
"Sì, nel ritorno, perché la galleria polare sbocca appunto in
quell'isola."
"Che cosa mai ci narri!"
"Vedrete!... Vedrete!... Siamo nel Duemila, miei cari amici e non già nei
lontani tempi del 1900."
"Ed esquimesi ve ne sono ancora nelle regioni polari?" chiese Brandok.
"Alcune famiglie soltanto; le altre tribù sono invece quasi tutte
scomparse."
"E per quale motivo?"
"In seguito alla totale distruzione delle balene e delle foche che
costituivano la loro alimentazione."
"Sono stati uccisi dalla fame?"
"Sì, signor Brandok."
"Eppure mi avete detto che vi è una numerosa colonia polare."
"È vero, ed è costituita da anarchici, colà confinati perché non
turbino la pace del mondo."
"E come vivono quelli?"
"I pesci abbondano ancora al di là del circolo polare; e poi i governi
americani ed europei li provvedono di viveri, a patto che non lascino i
ghiacci."
"Sicché è loro proibito di tornare in Europa ed in America?"
"E anche in Asia!"
"Ed il mondo è tornato tranquillo dopo la loro espulsione?"
"Abbastanza" rispose Holker.
"E nella colonia polare regna la calma?"
"Costretti a pescare ed a cacciare incessantemente, non hanno più tempo di
occuparsi delle loro pericolose teorie: così regna la calma ed un certo
accordo."
"Erano diventati numerosi in questi cento anni?" chiese Toby.
"Sì, e anche molto pericolosi. Ora non son più da temersi, essendo
relegati colle loro famiglie al polo nord e nelle città sottomarine. Oh! non
inquieteranno più l'umanità."
"Eppure il dispaccio di quel tal giornale smentisce ciò che voi avete
affermato" osservò Brandok.
"Quello è stato un puro caso. E poi avete saputo come sono stati trattati
dai pompieri spagnoli. Pochi getti d'acqua elettrizzata a correnti altissime e
tutto è finito. Diamine!... Il mondo ha il diritto di vivere e di lavorare
tranquillamente senza essere disturbato. Chi secca gli altri, si manda nel regno
delle tenebre e vi assicuro che nessuno piange."
"Una specie di giustizia turca" disse Brandok, ridendo.
"Chiamatela come volete, tutti l'approvano e l'approveranno anche in
avvenire."
Mentre così passavano il tempo, il treno correva entro il tubo d'acciaio con
velocità spaventevole, attraversando i gelidi territori del Labrador.
Essendo come abbiamo detto autunno assai inoltrato, la neve doveva aver coperto
già da qualche mese, quelle terre d'uno strato considerevole, ed al di fuori il
freddo doveva essere intensissimo; eppure i viaggiatori non se ne accorgevano
affatto. D'altronde bastava la lampada a radium per spandere negli
scompartimenti un dolce calore che si poteva aumentare a volontà. Alle otto
della sera il treno si fermava alla stazione di Mississinny innalzata sulle rive
del lago omonimo.
Appena aperte le porte d'acciaio e le portiere dei carrozzoni, degli uomini si
presentarono ai viaggiatori portando delle tazze fumanti di brodo, dei pesci
bolliti e fritti, dei puddings, liquori e tè.
"Avrei preferito cenare al ristorante della stazione" disse Brandok.
"Stiamo meglio qui" disse Holker. "Fuori fa un freddo cane.
Quanti gradi?" chiese al cameriere che aveva portato la cena.
"Quindici sotto zero, signore" rispose l'interrogato. "L'inverno
si annunzia rigidissimo, quest'anno, ed il lago è già gelato da tre
settimane."
"E l'oceano?"
"Tutto lo stretto è percorso da massi enormi di ghiaccio."
"Funziona ancora il battello-tramvai?"
"Fino alla spiaggia di Baffin."
"Quali notizie della galleria?"
"È più salda che mai. Non si è prodotta nessuna screpolatura nemmeno
quest'anno. Buon viaggio, signori, il treno riparte."
Depose le vivande sulle mensole che si trovavano vicino alle poltroncine, poi
scese rapidamente. Un momento dopo le portiere si chiusero, le porte d'acciaio
anche, ed il treno, aspirato da una parte e spinto dall'altra, riprese la corsa.
"Ceniamo, facciamo la nostra toeletta polare e poi cerchiamo di fare una
dormita. Fino alle cinque di domani mattina non verremo più disturbati."
"E poi cambiamo treno?" chiese Toby.
"Sì, per prendere il battello-tramvai" rispose Holker.
"Che cos'è?"
"Lo vedrete domani mattina, zio. Una bella e comoda invenzione anche
quella. Ceniamo."
IL BATTELLO-TRAMVAI
Alle cinque del mattino i tre amici, che dopo aver indossati i pesanti
vestiti dei viaggiatori polari, si erano addormentati, venivano svegliati dalle
grida degli impiegati ferroviari della stazione di Wolstenholme.
Holker per il primo aveva aperto gli occhi, dicendo ai suoi amici:
"Siamo sulle rive dell'Oceano Artico ed il battello-tramvai ci aspetta per
attraversare lo Stretto d'Hudson. Non abbiamo tempo da perdere".
Presero i loro bagagli, lasciarono il caldo scompartimento e uscirono dalla
galleria d'acciaio per entrare nella stazione.
"Una buona tazza di tè con un bicchierino di whisky prima di tutto"
disse Holker, entrando in una sala che serviva da ristorante e che era
splendidamente illuminata da una grossa lampada a radium. "Deve fare molto
freddo, fuori."
Riscaldatisi lo stomaco, lasciarono la stazione, seguiti da altri otto o dieci
viaggiatori, per la maggior parte inglesi e tedeschi che si recavano al polo.
Era ancora notte, però numerose lampade a radium illuminavano le vie del
piccolo villaggio costruito sulle rive dell'Oceano Polare, ed il freddo era
intensissimo.
La neve copriva ogni cosa e doveva avere uno spessore considerevole.
"Chi abita questo paese da lupi?" chiese Brandok, mentre si
infagottava in un ampio mantello di pelle d'orso nero.
"Vi sono qui tre o quattro dozzine di pescatori canadesi" rispose
Holker. "Tutti i tentativi fatti per colonizzare queste vaste terre sono
riusciti vani. È un vero peccato, perché qui lo spazio non mancherebbe per far
sorgere delle città gigantesche."
"E piantare cavoli e seminar grano" disse Brandok, ridendo.
"Eppure qualche cosa nasce e matura qui, nonostante il freddo."
"Ed in qual modo avete potuto ottenere questi miracoli?"
"Proiettando sulle piante e sul terreno un continuo getto di luce a
radium," rispose Holker. "Le patate vi crescono assai bene, e anche i
funghi, nelle cantine delle case."
"Raccogliere dei funghi presso il circolo polare artico! Questa è grossa!
Che cosa direbbero Franklin e Ross, se tornassero in vita?"
In quel momento un fischio acuto risuonò a breve distanza ed un potente fascio
di luce fu proiettato sulla piccola schiera che era guidata da un impiegato
ferroviario.
"Che cosa c'è?" chiese Toby.
"È il battello-tramvai che ci chiama" rispose Holker.
"È un piroscafo od un carrozzone che viaggia sulla terra?"
"L'uno e l'altro, zio" disse Holker.
"Un'altra invenzione diabolica?"
"Ma praticissima."
Affrettarono il passo e, dopo qualche minuto, si trovarono sulla spiaggia
dell'Oceano Artico. All'estremità di un ponte di legno, illuminato da parecchie
lampade, vi era un grosso battello sormontato da un solo albero, sulla cui cima
brillava una grossa palla di radium che lanciava in tutte le direzioni dei fasci
di luce brillantissima, leggermente azzurrina.
Parecchi uomini, coperti da vestiti villosi che li facevano rassomigliare ad
orsi polari, stavano allineati lungo le murate, tenendo in mano delle lunghe
aste colla punta d'acciaio.
"Dei soldati polari?" chiese Brandok.
"Dei marinai" rispose Holker.
"Perché hanno quelle lance?"
"Per allontanare i ghiacci che s'accostano al battello. Ve ne saranno molti
al largo."
"E dove ci porterà questo battello?"
"Fin sulla Terra di Baffin, oltre il lago di Nettelling."
"Mio caro nipote," disse Toby "ai nostri tempi quel lago si
trovava nel cuore dell'isola."
"È così, zio."
"Questo battello non potrà quindi spingersi fin là, a meno che non abbia
delle ruote che lo conducano."
"E se così fosse? Se questo meraviglioso battello potesse ad un tempo
navigare e correre anche sulla terra, come una semplice automobile?"
"Amico James, che cosa dici di questa nuova invenzione?" chiese Toby.
"Che finirò per non stupirmi più di nulla, anche se dovessi trovare dei
mari tramutati in campi fertili" rispose Brandok.
Giunti all'estremità del ponte, salirono sul piroscafo, cortesemente salutati
dal capitano e dai suoi due ufficiali.
Era una bella nave, dai fianchi piuttosto rotondi per meglio sfuggire alle
strette dei ghiacci, lunga una trentina di metri, con in mezzo una galleria
formata da vetri di grande spessore, per difendere i viaggiatori dai morsi del
vento polare, senza impedire loro di vedere ciò che succedeva all'esterno, e
bene illuminata.
Brandok, Holker e Toby presero posto a prora, sotto la galleria, seguiti subito
dagli altri passeggeri.
La porta fu chiusa, la macchina lanciò un fischio acuto ed il battello si mise
in moto a velocità moderata, mentre i suoi uomini, che si trovavano fuori della
galleria, salivano sulle murate immergendo nell'acqua le loro aste dalla punta
ferrata.
Lo Stretto di Hudson, che separa il territorio del Labrador dalla grande isola
di Baffin, era tutto ingombro di ghiacci.
Si vedevano delle montagne galleggianti andare alla deriva, spinte dal vento
polare e anche molti banchi popolati da una grande quantità di uccelli marini.
Sotto i fasci di luce della potente lampada a radium che brillava sulla cima
dell'albero, quei ghiacci scintillavano come enormi diamanti e producevano un
effetto sorprendente e meraviglioso.
Il battello, abilmente guidato, si teneva a distanza da quei pericolosi
ostacoli.
Ora rallentava, poi, quando trovava uno spazio libero o un canale, aumentava
considerevolmente la velocità. Talora investiva poderosamente i banchi di
ghiaccio col suo tagliamare e li stritolava adoperando certi bracci d'acciaio
forniti di denti come quelli delle seghe, che agivano ai due lati della prora, e
che in pochi istanti sgretolavano i massi.
"Una vera nave da ghiaccio" disse Brandok, che guardava con viva
curiosità. "Quante belle invenzioni!"
"E quando la vedrete salire sulla riva e correre sui campi di ghiaccio
della Terra di Baffin come una immensa vettura?" disse Holker.
"È incredibile e nessuno ai nostri tempi avrebbe mai osato sperare di
trasformare una nave in un tramvai" disse Toby.
"E che esce dall'acqua e che prosegue la sua corsa, senza cambiare
apparentemente nulla, senza interrompersi nemmeno un istante; che diventa
vettura dopo essere stata battello e che torna di nuovo battello dopo essere
vettura con un'agilità e rapidità unica" aggiunse Holker. "Sì, è
una vera nave meravigliosa."
"Io vorrei sapere come avviene questa trasformazione" disse Toby.
"In una maniera semplicissima" rispose Holker. "Il battello non
ha che una sola macchina messa in moto dall'elettricità, capace però di
servire a diversi fini e producente una forza applicabile in parecchi modi, per
un'azione sempre diversa. Avviene così che la nave, avvicinandosi alla riva,
riceve dalla motrice tutta la forza che s'accumula su due ruote collocate a
prora e nascoste entro due nicchie aperte nella carena. Appena l'acqua comincia
a mancare, quelle ruote, mediante un meccanismo speciale, si abbassano e si
mettono in funzione, mentre le eliche vengono fermate. A poppa vi sono pure
altre due ruote le quali agiscono perché trascinate dall'impulso di quelle
anteriori. Ecco la nave trasformata, senza bisogno di manovre faticose, in un
enorme tramvai. Sale la riva e si mette in marcia per terra e prosegue fino a
che trova o qualche canale o qualche lago o qualche braccio di mare. Allora le
ruote entrano nelle loro nicchie, le eliche si rimettono in funzione ed ecco il
tramvai tornato battello. Non è ingegnoso tutto ciò?"
"Ve ne sono molte di queste navi?"
"Sì, specialmente in Europa dove esistono spiagge basse, come in Germania,
in Danimarca, in Irlanda, in Italia e così via."
"E questi battelli conservano la loro velocità anche in terra?"
chiese Brandok.
"La medesima," rispose Holker "e la loro forza locomotrice è di
centosessanta metri al minuto."
"E sempre nuove invenzioni le une più meravigliose e più sorprendenti
delle altre. Ah! Toby!"
"Cos'hai, James?"
"Sai che fra questi ghiacci non provo più quella strana agitazione che mi
faceva sussultare i muscoli?"
"Nemmeno io" rispose il dottore. "E ciò dipende dall'essere
lontani dalle grandi città. Qui l'elettricità non può farsi sentire come
laggiù o come sopra le cascate del Niagara."
"Se noi non potremo resistere alle tensioni elettriche che si faranno
sentire fortemente anche nelle grandi città europee, ci rifugeremo al
polo."
"E diventeremo anche noi anarchici" disse il dottore, ridendo.
Il battello-tramvai continuava intanto a lottare vigorosamente contro i ghiacci
per raggiungere le sponde meridionali della Terra di Baffin, che si discernevano
già vagamente fra le brume dell'orizzonte.
Delle montagne enormi, dei così detti ice-bergs, apparivano di quando in
quando, cappeggiando pericolosamente e dondolandosi fra le onde, e minacciando
di rovesciarsi addosso alla piccola nave. Questa con una rapida manovra le
evitava, gettandosi in mezzo ai banchi che sormontava con slanci impetuosi e che
spezzava col proprio peso.
Nessuna nave si scorgeva su quel mare. Da quando le balene erano scomparse e le
foche pure, quelle acque erano diventate deserte.
Abbondavano invece sempre gli uccelli marini, anzi si mostravano così familiari
che calavano in buon numero sulla galleria del battello senza inquietarsi per la
presenza dei marinai.
Verso le dieci del mattino, dopo un'abbondante colazione offerta dal capitano ai
passeggeri, e che era già compresa nel prezzo del biglietto, il Narval, tale
era il nome del battello, giungeva dinanzi alle spiagge meridionali della Terra
di Baffin e precisamente all'imboccatura di un canale che era formato da due
immense rupi, alla cui estremità si vedeva la terra scendere dolcemente.
La nave con pochi colpi di sperone si aprì il passo fra i ghiacci che avevano
già otturata l'entrata del passaggio, poi s'avanzò lentamente finché l'acqua
venne a mancare.
Le quattro ruote avevano lasciate le loro nicchie, abbassandosi in attesa di
mettersi in funzione.
"Ecco che diventa tramvai," disse Holker. "La nave lascia il mare
per la terra."
Il Narval si era bruscamente inclinato e le ruote anteriori si erano messe in
movimento.
Mentre la poppa era ancora in acqua, la prora saliva la riva senza scosse e
senza fatica.
Ben presto l'intera nave si trovò in terra e partì con una velocità di
trentacinque o quaranta chilometri all'ora, come fosse un vero tramvai
elettrico, percorrendo una via segnalata da altissimi pali.
Una pianura immensa, quasi liscia, coperta da un alto strato di ghiaccio e di
neve gelata, si estendeva a perdita d'occhio dinanzi ai viaggiatori polari.
Quella terra, quantunque spazzata dai venti e dagli uragani polari, non era del
tutto disabitata.
Di quando in quando, a lunghi intervalli, il Narval passava dinanzi a piccoli
raggruppamenti di case di ghiaccio, di forma semiovale, abitate dalle ultime
famiglie di esquimesi sfuggite miracolosamente alla morte per fame, dopo la
distruzione delle ultime balene e delle ultime foche da parte degli avidi
pescatori americani.
Vedendo il battello avanzarsi si affrettavano a uscire dalle loro casupole per
chiedere qualche biscotto o qualche scatola di carne o di brodo concentrato.
Erano i medesimi tipi di cent'anni prima. Un tronco tozzo su due gambe pure
tozze, una testa grossa cogli zigomi sporgenti, faccia larga, capelli neri, naso
schiacciato; una certa somiglianza insomma con le loro buone amiche ormai
scomparse: le foche.
Disgraziatamente per loro, non si nutrivano più colle carni delle loro foche
come un secolo prima, non si vestivano più colle loro calde pellicce, non
illuminavano più le loro casupole col loro grasso.
Avevano anche essi un pezzo di radium, ed invece di avere delle fiocine colla
punta di osso, portavano a tracolla dei buoni fucili elettrici coi quali si
procuravano il cibo giornaliero massacrando gli uccelli marini, sempre numerosi
in grazia della cattiva qualità delle loro carni, eccessivamente oleose per i
palati americani ed europei.
Erano molto sparuti però, quei poveri diavoli, quantunque si sapesse, anche
cent'anni prima, di che specie di appetito erano dotati quegli abitanti dei
ghiacci eterni.
Essi infatti non facevano smorfie dinanzi ad un pesce avariato, o a dei volatili
in piena decomposizione, e a degli intestini d'orso bianco, e perfino dinanzi a
degli escrementi o agli avanzi non ancora digeriti che ritiravano dal ventre
delle renne uccise.
Avevano anche perduta la loro proverbiale gaiezza in seguito alla mancanza di
scorpacciate di lardo di balena!
Si capiva che proprio la distruzione di quei giganteschi mammiferi aveva
modificato profondamente il loro temperamento, un tempo così gaio.
"Ecco una razza destinata a scomparire al pari dei pellirosse" disse
Brandok, che era già uscito parecchie volte dalla galleria, per gettare a quei
disgraziati parecchie ceste di biscotti, acquistate dal dispensiere del Narval.
"Quanti anni durerà ancora?"
"Pochi lustri di certo" rispose Holker. "Non sono uomini da poter
prendere parte alla grande lotta per l'esistenza. Scomparse le foche e le balene
di che cosa potrebbero vivere? Se i viaggiatori che vanno al polo non li
aiutassero, a quest'ora sarebbero completamente spariti."
"Eppure vi è una colonia polare lassù, mi avete detto."
"Quelli sono uomini che appartengono alla nostra razza" rispose Holker.
"Ecco l'egoismo della razza bianca!..."
"In coscienza non posso darvi torto."
"Noi, sempre noi soli a dominare il mondo."
"È la lotta per la vita, signor Brandok."
"O meglio la lotta di razza."
"Come volete" rispose Holker. "Comincia a far buio. Come son
brevi le giornate in questa stagione, sulle terre polari! Ecco che il sole
tramonta e non sono che le tre pomeridiane!"
"Quando prenderemo il treno polare?" chiese Toby, con evidente
impazienza.
"Domani sera."
"Allora possiamo cenare e coricarci. Vi saranno delle cabine in questo
battello."
"E bene riscaldate, e con un comodo letto. La società polare ferroviaria
non lesina mica in fatto di comodità. Venite, amici, per intanto andiamo in
sala da pranzo."
Lasciarono la galleria e scesero in uno splendido salone illuminato da quattro
grosse lampade a radium, che mantenevano un calore piacevolissimo.
Si assisero ad una tavola dove si vedevano oltre a dei piatti d'argento, delle
coppe di cristallo piene di fiori ottimamente conservati, raccolti probabilmente
nelle serre di Quebec.
La composizione della cena era veramente polare. Salmone, filetti di narvalo,
fegato di caribou, coscia di renna con crescione, pasticcio di fegato di morsa,
gelato, e liquori a discrezione, con tè e caffè a scelta.
"Almeno qui abbiamo della selvaggina" disse Brandok. "Un piatto
di gran lusso al giorno d'oggi, è vero, signor Holker?"
"Dite rarissimo, anche nelle grandi città! Vive qui ancora qualche gruppo
di renne e si trovano anche dei caribou e qualche morsa. Fra pochi anni vedrete
che quegli animali e quegli anfibi saranno completamente scomparsi."
Cenarono con molto appetito e verso le cinque, mentre un folto nebbione al di
fuori scendeva sulle pianure di ghiaccio, si fecero condurre nelle loro cabine
dove trovarono dei soffici letti che non erano inferiori a quelli della casa del
signor Holker.
LA GALLERIA POLARE
Dormivano da parecchie ore, quando furono bruscamente svegliati da un urto
piuttosto violento, che si ripercosse in tutto lo scafo del battello-tramvai, e
dalle grida dell'equipaggio.
Essendo le lampade a radium rimaste accese, Brandok, Holker e Toby si trovarono
riuniti quasi nello stesso tempo nella sala dove avevano cenato e dove già si
erano raccolti gli altri viaggiatori.
"Signor Holker," disse Brandok, vedendolo scambiare alcune frasi con
uno degli ufficiali che era sceso nella sala "che cos'è avvenuto?"
"Nulla di grave, rassicuratevi" rispose il nuovayorkese con voce
tranquilla. "Il battello ha urtato contro un enorme masso di ghiaccio che
la nebbia impediva di vedere e che sbarrava la via."
"Sicché non potrà più avanzare?"
"Fino a che non si sarà tolto l'ingombro. Non sarà che un ritardo di un
paio d'ore. Saliamo sulla galleria ed andiamo a vedere."
Un masso enorme che doveva essersi staccato da qualche ghiacciaio, avendo il
Narval raggiunto un gruppo di collinette piuttosto ripide, era rotolato fino
sulla via segnalata dai pali ed aveva fermata bruscamente la corsa.
L'intero equipaggio, munito di lampade e di picconi si era già messo al lavoro
per sgretolarlo, aiutato da una ventina di esquimesi, accorsi subito da un
villaggio vicino.
"Se quel blocco piombava nel momento in cui passava il battello, eravamo
fritti" disse Brandok. "Lo schiacciava come una nocciola."
"Sono casi piuttosto rari, non essendovi che poche collinette in
quest'isola" rispose Holker. "Non ho mai udito raccontare che uno di
questi battelli sia stato schiacciato."
"Dove siamo ora?"
"A duecento miglia dalla stazione del lago."
"Signori" disse in quel momento il capitano che era risalito a bordo.
"Ne avremo per tre ore; se volete approfittarne per visitare il villaggio
esquimese dei Naz-tho che si trova qui presso, non vi mancherà il tempo. Una
visita agli abitanti del polo è sempre interessante per un turista. Metto a
vostra disposizione un marinaio con due lampade."
"Approfittiamone pure" disse Brandok. "Io non sono mai stato
nelle regioni polari."
La proposta fu subito approvata anche dagli altri viaggiatori, e qualche minuto
dopo il drappello lasciava la nave, preceduto da un marinaio che illuminava la
via con due lampade a radium.
Il freddo era intensissimo al di fuori, un nebbione pesante, fittissimo che la
luce delle lampade appena appena riusciva a diradare, calava sulle pianure di
ghiaccio, e un forte vento soffiava dal polo.
"Signor Holker, siete stato altre volte qui?" chiese Bran-dok.
"Mi sono recato al polo già due volte."
"Conoscete dunque gli esquimesi?"
"Benissimo."
"Quali progressi hanno fatto in questi cento anni?"
"Nessuno: sono rimasti tali e quali come li avevano trovati gli esploratori
del secolo scorso. Sono esseri incapaci di civilizzarsi, e perciò finiranno
anche essi con lo scomparire. Vi ho già detto che il loro numero è
immensamente scemato dopo la distruzione delle balene, delle foche e delle
morse."
"Vivono ancora nelle capanne di ghiaccio?" chiese Toby.
"Sì, zio, e l'unico miglioramento che abbiano introdotto è quello di aver
soppressa l'antica e fumosa lampada ad olio con quella a radium che li illumina
e li riscalda meglio. Eccoci giunti; volete che visitiamo una capanna? Turatevi
il naso e fatevi coraggio."
Erano giunti dinanzi al villaggio, il quale si componeva d'una mezza dozzina di
abitazioni di forme semisferiche, composte di massi di ghiaccio sovrapposti con
un certo ordine, aventi sul davanti una piccola galleria che immetteva alla
porta d'entrata.
Internamente erano tutte illuminate, sicché scintillavano fra la nebbia come se
fossero colossali diamanti, essendo il ghiaccio mantenuto sempre sgombro dalla
neve che vi si accumulava sopra.
Holker stava per introdursi in una di quelle gallerie così basse e strette che
non si poteva avanzare che strisciando, quando un esquimese che li aveva
seguiti, lo fermò, dicendo:
"Aga-aga-mantuk".
"Che cosa vuol dire?" chiese Brandok.
"Ho capito" disse Holker. "È una tomba, questa, dove sta morendo
tranquillamente qualcuno della tribù. Non disturbiamo la sua agonia."
"Come! là dentro vi è uno che muore?" esclamò Brandok.
"Sì, e solo. La galleria deve essere già stata otturata."
"Quindi è sepolto vivo?"
"Non durerà molto" rispose Holker. "Se la malattia non lo uccide
presto, s'incaricherà la fame di mandarlo nel paradiso degli esquimesi."
"Spiegati meglio, nipote mio" disse Toby. "Perché lo hanno
sepolto vivo?"
"Perché è stato giudicato inguaribile. Qui, quando un uomo od una donna
vengono colpiti da qualche malattia, si cerca di curarli dapprima con degli
incantesimi, urlando e correndo intorno alla capanna e mettendo accanto
all'infermo una pietra di due o tre chilogrammi, secondo la gravità della
malattia, e che ogni mattina viene pesata dalla donna più vecchia della tribù
o dall'angekoc, che è una specie di stregone. Se la pietra non diminuisce di
peso, significa che il malato è spacciato. Gli costruiscono a poca distanza una
nuova capanna di ghiaccio, vi stendono delle pelli, vi portano una brocca
d'acqua ed una lampada. Il malato vien portato nella sua tomba e si corica sul
suo letto. Fratelli, sorelle, moglie, figli e parenti vanno a portargli il loro
ultimo saluto, non fermandosi più del necessario, perché se la morte
sorprendesse il malato, i visitatori sarebbero costretti a spogliarsi dei loro
abiti e gettarli via, perdita non disprezzabile in questi climi. Poi, chiudono
la galleria con massi di ghiaccio e lasciano che il malato si spenga da
sé."
"E si lasciano rinchiudere senza protestare?"
"Anzi, sono loro che pregano i parenti di portarli nella capanna da cui non
usciranno mai più. Più volte dei viaggiatori che si recavano alle colonie
polari presi dall'orrore di quel che accadeva in quelle capanne funebri, avevano
forzata l'entrata per portar via il morente e avevano ricevuto questo
rimprovero: "Chi viene a turbare la mia agonia? Non si può dunque morire
in pace?"."
"E così fanno ancora?" disse Toby.
"Lo vedete."
"Che sia morto l'uomo che si trova in quella capanna?"
"Potrebbe essere ancor vivo; lasciamolo in pace, per non attirarci addosso
l'ira dei suoi parenti, e rispettiamo la sua volontà."
Passarono in un'altra capanna più vasta e meglio illuminata, e dopo essersi
introdotti nell'angusto corridoio, si trovarono nell'interno.
Vi erano due donne coperte di vecchie pellicce sbrindellate ed una mezza dozzina
di fanciulli seminudi, poiché vi regnava un caldo soffocante. Una delle donne
stava masticando un paio di grossi stivali di pelle di morsa che il gelo aveva
indurito e che essa cercava di rammollire coi suoi possenti molari; l'altra era
occupata a preparare il pasto.
Un odore nauseante regnava in quella piccola abitazione, dove alcune volpi e dei
pesci imputridivano affinché le loro carni risultassero più squisite ai palati
esquimesi.
"Ne ho a sufficienza" disse Brandok, che si sentiva soffocare.
"Questi bravi abitanti del polo non hanno fatto un passo avanti da un
secolo a oggi."
Gettarono ai ragazzi alcune manciate di biscotti e tornarono frettolosamente
all'aperto, dove il marinaio del Narval li aspettava assieme agli altri
viaggiatori, che dimostravano d'averne perfin troppo di quella visita. Un quarto
d'ora dopo rientravano nella galleria della nave, ben lieti di trovarsi al
riparo dal freddo e dal nebbione.
L'enorme blocco di ghiaccio non era stato ancora completamente sgretolato, però
poco ci mancava.
Una cartuccia carica di esplosivo potentissimo fece saltare quello che rimaneva,
sicché verso le otto del mattino il Narval si rimetteva in marcia, con una
velocità notevole essendo la pianura quasi liscia.
Durante la giornata, la corsa continuò senza notevoli incidenti, e verso le
cinque Brandok segnalava un gran fascio di luce che forava la nebbia.
"È la stazione di Nettelling" disse Holker. "Fra pochi minuti
noi saliremo sul tramvai elettrico che ci condurrà al polo nord."
Non era trascorso un quarto d'ora che il Narval entrava sotto una immensa
tettoia illuminata da un gran numero di lampade e dove si muovevano parecchie
persone che si potevano facilmente scambiare per bestie polari.
Lì presso si innalzava un alto fabbricato di legno da cui uscivano dei cupi
fragori, come se delle macchine poderose fossero in funzione.
In lontananza invece si scorgeva una lunga fila di lampade, che proiettavano una
luce un po' diversa da quelle a radium; era uno strano sfolgorio come se i
ghiacci scintillassero.
"Che cosa c'è laggiù?" chiesero Brandok e Toby.
"La grande galleria che conduce al polo" rispose Holker. "Una
delle più grandi meraviglie del nostro secolo."
"Voi avete costruita una galleria che conduce al polo!" esclamò il
dottore.
"Come volevate arrivarci? Con delle navi forse? Voi sapete che anche ai
vostri tempi hanno fatto cattiva prova. La grandiosa idea di giungere al polo
per mezzo di una galleria la dobbiamo ad un ingegnere nostro compatriotta. Essa
si diparte dalla riva settentrionale di questo lago, si spinge attraverso la
Terra di Baffin, passa lo stretto di Lancaster, che, come sapete, non sgela mai,
nemmeno in estate, quindi sull'isola di Devon, poi su quella di Lincoln, d'Ellesmere
fino a Grant e giunge al polo sotto l'88° di longitudine."
"Di che cosa è fatta quella galleria?" chiese Brandok, il cui stupore
non aveva più limite.
"Con materiale trovato sul luogo e che non è costato nemmeno un
dollaro" rispose Holker.
"Di ghiaccio?" disse Toby.
"Precisamente, un materiale a buon mercato, cementato con un miscuglio di
sale per dare ai blocchi maggior coesione. La galleria è larga undici piedi,
alta otto, colle pareti che hanno uno spessore di due metri, costruite con
blocchi di ghiaccio di due piedi di lunghezza e mezzo di larghezza. Nella forma
somiglia ad un arco perfetto ed è illuminata a luce elettrica perché le pareti
non si fondano come sarebbe potuto accadere con quella a radium."
"Quanto hanno impiegato a costruirla?" chiese Toby. "Non più di
sette mesi, lavorando appena 400 operai. Non credo che il suo costo abbia
superato i duecentomila dollari."
"E non si scioglie?"
"È impossibile, attraversando una regione dove il termometro, anche in
giugno e in luglio, non segna mai più di tre o quattro gradi sotto zero.
Infatti in quattordici anni che funziona, nessuna arcata è mai crollata."
"E chi ci condurrà al polo?"
"Un carrozzone elettrico di dimensioni straordinarie, che scivola su
rotaie. Qui alla stazione vi sono macchine e dinamo poderose, e anche al polo ve
ne sono d'ugual potenza."
"E finisce al polo la galleria?" chiese Brandok.
"No, signore. I russi e gli inglesi poi ne hanno costruita un'altra che
parte dalla colonia polare e sbocca a nord dello Spitzbergen. Quella di quando
in quando frana al suo sbocco, non essendovi in quelle isole un freddo sempre
intenso. Le riparazioni però sono facili."
"Brandok," disse Toby "cosa ne dici?"
"Che sogno sempre" rispose il giovine.
"Scendiamo ed andiamo a prendere il nostro posto sul tramvai
elettrico" disse Holker. "Faremo colazione là dentro."
All'estremità della tettoia era avanzato un carrozzone enorme, lungo più di
venti metri, su due e mezzo di larghezza, tutto chiuso da vetri che pareva
avessero uno spessore notevolissimo, e difeso al di sopra da una specie di
gabbia d'acciaio destinata certamente a ripararlo dalla caduta di qualche masso
che poteva staccarsi dalla volta della galleria.
Tre lampade a radium di grande potenza lo illuminavano, o meglio lo inondavano
di luce.
L'interno era diviso in cinque scompartimenti: salotto per pranzare, gabinetto
di toeletta, stanza da letto, sala da gioco e da lettura ed una piccola cucina.
Grossi tappeti di feltro erano stesi sul suolo e pesanti pellicce coprivano le
brande che servivano da letto.
"Come si sta bene qui!" esclamò Brandok, sbarazzandosi della
pelliccia ed entrando nel salotto da pranzo dove già si trovavano i viaggiatori
tedeschi ed inglesi che li avevano accompagnati sul Narval. "Che dolce
tepore! Non si direbbe che fuori il termometro segna 22° sotto zero."
"E come sono eleganti questi scompartimenti!" disse Toby, che li aveva
già percorsi.
"Quando giungeremo al polo, signor Holker?" chiese Brandok.
"Non prima delle nove di domani mattina."
"Col sole?"
"Voi parlate del sole in questa stagione. È tramontato da dodici giorni, e
al polo ora regna una notte perfetta, anche in pieno mezzodì."
"È vero; mi dimenticavo che siamo in autunno inoltrato."
"A tavola, signori miei, ed imitiamo i nostri compagni di viaggio."
Si misero ad uno dei sei tavolini che occupavano il salotto e si fecero servire
un pranzo abbondante e anche succulento, fornito dal cuoco del tramvai polare,
pranzo composto per la maggior parte da pesci eccellenti, cucinati in diverse
maniere, che innaffiarono con dello squisito vino bianco secco di California.
Il carrozzone intanto era già partito con una velocità di centocinquanta
chilometri all'ora, inoltrandosi sotto la galleria polare.
Quel tunnel formato tutto di blocchi di ghiaccio cementato con mistura di sale,
era veramente meraviglioso.
Ogni cinquecento passi una lampada elettrica da tre o quattrocento candele, lo
illuminava, facendo scintillare meravigliosamente le pareti, e ad ogni venti
chilometri vi era uno sbocco laterale, attraverso cui si scorgevano delle
casette di legno abitate dai sorveglianti della linea.
"Splendida! Splendida!" ripeteva Brandok, che si era seduto presso il
manovratore fumando un buon sigaro avana. "Questa è certamente l'idea più
grandiosa concepita dagli uomini del Duemila."
"Lo credo anch'io, signor Brandok" rispose Holker che lo aveva
raggiunto, mentre Toby giocava una partita a whist con due inglesi.
"E non vi sarà pericolo che una volta o l'altra succeda una catastrofe?
Supponiamo che in qualche luogo il ghiaccio ceda o si sgretoli per effetto delle
pressioni, o che un pezzo di galleria si rompa. Come potrebbe questo carrozzone,
lanciato a tale velocità, evitare un disastro?"
"In un modo semplicissimo: fermandosi" disse Holker ridendo.
"Di colpo non è possibile; mancherebbe il tempo."
"Ma il manovratore lo potrebbe fermare molto prima se sulla linea vi fosse
una interruzione che potesse causare un disastro."
"In qual modo?"
"Abbiamo dinanzi a noi una macchina pilota che ci precede di cinque
chilometri e che corre con egual velocità del nostro carrozzone"
Brandok lo guardò come se non avesse compreso.
"Mio caro signore," proseguì Holker "i costruttori di questa
linea avevano previsto che dei gravi pericoli avrebbero potuto minacciare i
viaggiatori appunto a causa delle pressioni e dei ghiacci, i quali galleggiano
in molti luoghi sull'oceano, perciò hanno subito cercato di evitarli."
"Una cosa che mi sembrerebbe difficile."
"Per gli uomini del millenovecento forse sì, non per quelli del
Duemila" disse Holker.
"Che cosa hanno pensato di fare?"
"Far precedere i carrozzoni da un vagoncino che ha la funzione di
pilota."
"Vuoto?"
"Sì, signor Brandok, ed unito al carrozzone da un filo elettrico.
Supponete ora che quel vagoncino paragonabile, pei suoi armamenti di fili
elettrici, ai tentacoli che servono ai pesci ciechi per avanzarsi nelle grandi
profondità o nelle caverne sottomarine, vada a urtare contro un ostacolo
qualunque o precipiti in qualche spaccatura apertasi nei banchi di ghiaccio
sostenenti la galleria; immediatamente l'urto viene trasmesso al manovratore del
nostro carrozzone, il quale, messo in allarme dalla suoneria, s'affretta a
fermarsi. Ecco dunque evitato qualsiasi pericolo. Si avvertono tosto gli uomini
incaricati di riparare la galleria, questi si trasportano sul luogo ove il
crollo o la frana sono avvenuti e riparano il guasto. Potete quindi viaggiare
tranquillamente, signor Brandok senza temere alcun disastro."
"È ingegnoso il mezzo" disse il giovine.
"E sicuro, soprattutto" rispose Holker. "Signor Brandok, andiamo
a coricarci. Il tempo passerà più in fretta e quando riapriremo gli occhi, noi
saremo fra gli anarchici della colonia polare."