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LE AVVENTURE DI PADRE CRESPEL NEL LABRADOR
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Emilio SALGARI
1 - CABOTO ED IL LABRADOR
II primo tentativo per trovare nella direzione nord-ovest, partendo dalle coste d'Europa, una via per la Cina e per l'India, fu compiuto da Giovanni Caboto(1), o come lo chiamarono gli inglesi, John Cabot.
L'esploratore italiano, intorno al 1490, prima ancora che Colombo tentasse la prima spedizione verso il Nuovo Mondo, si recò con i suoi tre figliuoli Ludovico, Sebastiano e Santo in Inghilterra, e precisamente a Bristol, per intraprendere di là viaggi di esplorazione. Viaggi che si iniziarono subito; e furono i mercanti di quella città che fino dal 1491 mandarono navi per cercare nel mare Occidentale le isole designate in tutte le vecchie carte marittime.
Così l'inviato spagnolo Pedro de Ayala scriveva il 25 luglio 1498 al re Ferdinando : " Da sette anni i cittadini di Bristol mandano ogni anno due, tre o quattro caravelle per cercare l'isola di Brasil e le sette città, giusta le indicazioni di, questo genovese "(2).
La leggenda dell'isola di Brasil e delle sette città è quanto mai singolare. Al tempo in cui i Mori, con la vittoria decisiva di Xeres de la Frontiera, sopra i Goti, acquistarono la signoria della Spagna, un arcivescovo con sei vescovi, per serbarsi fedeli alle loro credenze e tradizioni, sarebbero fuggiti in un'isola remota dell'Atlantico. Quindi essi avrebbero fondato sette città per cui quell'asilo sarebbe stato chiamato l'isola delle " siete ciudades ". Ma sulle carte geografiche questa creazione del tutto immaginaria appare soltanto al principio del XV secolo.
Ben presto la si confuse con un'altra isola portante un nome ancora più enigmatico, l'isola Antillia, che non ebbe importanza se non all'epoca di Colombo.
Anche l'isola di Brasil (Brazil) all'ovest dell'Irlanda può annoverarsi fra simili creazioni fantastiche così come le numerose altre " insulae fortunatae ", che nel Medio Evo si consideravano come le " isole dei beati ", ed al cui centro era l'isola di San Brandano o Brandone che verso la fine del secolo VI sarebbe partito con molti compagni dall'Irlanda in cerca appunto di una di quelle isole paradisiache(3).
Se l'impresa fosse coronata da successo si ignora : forse niente fu trovato se nel 1480 Tommaso Lloyd navigò nel mare occidentale per cercare, inutilmente, le " isole dei beati ".
Le spese per le spedizioni nelle sconosciute acque dell'Ovest furono sostenute da mercanti privati fino al 1496 finché nel marzo di quel medesimo anno. Enrico VII d'Inghilterra(4) concesse a Giovanni Caboto una patente regia che autorizzava lui e i suoi tre figliuoli a viaggi di esplorazione e, coadiuvato dai commercianti di Bristol, allestì parecchie navi.
Caboto assunse il comando della squadra e con essa prese il mare nel maggio 1497.
Quella prima spedizione fu fortunata. Nel mappamondo redatto da Sebastiano Caboto nel 1544 vi è una iscrizione fatta in italiano e in latino che dice : Questo paese (Labrador) fu scoperto da Giovanni Caboto e da suo figlio nell'anno di nascita del nostro Salvatore Gesù Cristo il 24 giugno mattina del MCCCCXCVII.
Il giorno di San Giovanni, il genovese vide terra, il Labrador, e veleggiò lungo la costa verso nord-est fino a che banchi di ghiaccio lo obbligarono a retrocedere. Su altre carte, fra cui quella del Ribeiro disegnata nel 1528, è indicata la " Tierra del Labrador " come scoperta dagli inglesi(5), mentre a Terranova (Tierra de los bacalhaos) è dato il nome di Cortereal. Nel suo viaggio di ritorno Caboto scoperse i ricchi banchi di pesca nelle acque di Terranova, sicché indubbiamente egli è stato il primo a vedere il continente del Nuovo Mondo. Da escludere che egli penetrasse nel golfo di San Lorenzo perché avrebbe riconosciuto che Terranova era un'isola, ciò che non risulta dalle carte nelle quali essa è invece designata come costa del continente.
Dopo questo viaggio, Giovanni Caboto, ormai vecchio, fu sostituito dal figlio che ancora una volta, nel 1503, veleggiò verso nord-ovest. Ma di questa spedizione si trova solo un cenno in una cronaca dell'epoca secondo il quale Sebastiano(6) dalle terre scoperte avrebbe portato con sé parecchi selvaggi vestiti di pelli che mangiavano carni crude e dei quali nessuno intendeva il linguaggio.
In seguito, portoghesi, francesi e italiani tentarono ancora di inoltrarsi in direzione di nord-ovest. Risulta che Gaspare Cortereal raggiunse nel 1500 la costa del Labrador e fu poi costretto a indietreggiare dinanzi ai ghiacci fino ai banchi di Terranova. Un altro italiano, Giovanni di Verrazzano da Firenze, al servizio della Francia, al comando del Delfino, dopo aver perduto tre navi, due in seguito a una tempesta, una in combattimento contro gli spagnoli presso Madera, il 17 gennaio 1524 affrontò l'oceano e dopo una navigazione felice raggiunse l'America settentrionale al 34° di latitudine boreale là dove ora è la città di Wilminghton e navigò radendo la intera costa fino al 50°. Così scoperse la foce del fiume Hudson(7) dalle acque profonde.
Al Verrazzano seguirono il portoghese Esteban Gomez e il francese Giacomo Carrier di Saint Malo che fondò la prima colonia francese nel Canada e che, successivamente, per primo entrò nel Gran fiume San Lorenzo colà guidato da due indiani catturati con altri durante il suo primo viaggio.
Anche gli inglesi, con Roberto Thorne (figlio di uno dei più cari compagni di Caboto) tentarono la via del nord-ovest e una più sicura conoscenza della Terra del Labrador senza niente concludere; finché durante il regno della grande regina Elisabetta, dopo una tregua di 50 anni, le esplorazioni dei mari e delle terre sconosciuti presero grande impulso per oltre mezzo secolo dal 1576 al 1632.
Il teatro di tali grandi imprese fu, ad occidente della Groenlandia, la famosa " terra verde " dove le acque della Baia di Frobisher, dello Stretto di Davis, della Baia di Baffin, dello Stretto e della Baia di Hudson resero immortali i navigatori che a quelle baie, a quegli stretti imposero il loro nome.
La navigazione in quelle regioni artiche, oltre il 50° grado di latitudine, difficile anche oggi a causa delle nebbie, dei banchi delle paurose montagne di ghiaccio alla deriva, gli icebergs, fu tuttavia tentata e condotta a buon termine da quegli audaci marinai che permisero Una esatta conoscenza del Labrador e delle sue coste.
Stupefacenti le imprese di Enrico Hudson(8) il quale, nel corso di quattro viaggi al nord, sullo yacht Mezzaluna, e quindi sulla nave Discovery, esplorò minutamente il Labrador dandogli i nomi dei grandi suoi patroni, sir Tommaso Smith, sir Francesco Jones, sir Dudley Digges, sir John Wolsteuholm, sir Giacomo Lancaster, tutti altamente benemeriti per abnegazione, zelo, audacia di progetti(9).
Purtroppo sulla Discovery nel giugno 1611, trovandosi al capo Wolsteuhalm, scoppiò la rivolta.
Hudson comandante assai severo, che aveva minacciato i suoi marinai ribelli, perché la nave era stata chiusa dai ghiacci, di abbandonare i riottosi sulla spiaggia inospitale, fu nottetempo assalito a tradimento, legato e insieme al proprio figlio e ad altri otto ufficiali, gettato in una scialuppa e abbandonato in mare.
Il castigo però non tardò a colpire i ribelli, capitanati da Enrico Green, un beneficato da Hudson che lo aveva accolto ed allevato in casa sua fin da ragazzo, che furono trucidati dagli indigeni il 29 luglio successivo presso le isole Digges.
La baia scoperta da Hudson diviene la sua tomba e due navi furono invano inviate alla sua ricerca.
Anche Baffin, navigatore colto e audace, esplorò la Baia di Hudson e le coste orientali del Labrador.
Le esplorazioni furono poi sospese per circa due secoli fino al 1818, ma dalle acque del Labrador e della Baia di Baffin si trasse grande profitto con la pesca delle balene.
Nel 1821, Edoardo Sarry visitò gli stessi luoghi è le sue osservazioni concordarono con quelle di Baffin il quale, in una lettera scritta a Giovanni Wolsteuholm nel 1617 si dice pienamente convinto che il grande trattò di mare al nord dello Stretto di Davis, la Baia di Baffin, non è che una Baia chiusa e che perciò non esiste alcun passaggio(10).
(1) Cabot o Cabotto Giovanni, detto il Nocchiero. I suoi contemporanei lo designano in generale come un "genovese" che ebbe i suoi natali sulla riviera ligure a Castiglione o a Savona.
(2) " Los de Bristol ha siete annos che cada anno un armado dos, tre, cuatro caravelas para ir a buscar la isla del Brasil y la siete ciudades con la fantasia deste genovese ".
(3) La carta del veneziano Pizigano, del 1367, indica questa isola là dove è Madera. La fede nell'esistenza dell'isola era tanto ferma che un cavaliere portoghese si fece dare l'investitura di quel possedimento che era ancora da scoprire e che perfino nel 1750 si continuava a cercare.
(4) Enrico VII (1456-1509) figlio di Maria Beaufort, della casa Rancaster, e di Edmondo Tudor. Sotto il suo regno fu costruita la prima nave da guerra.
(5) L'iscrizione dice: "Esta tierra descubrieron los Ingleses ".
(6) Sebastiano Caboto di nascita è Veneziano. Nacque quando il padre era domiciliato a Venezia, pare nel 1472.
(7) Il Hudson (Nort River) uno dei principali fiumi americani, segna il confine fra gli stati di Nuova York e della Nuova Jersey e sfocia presso Nuova York, nell'Atlantico.
(8) G.
M. Asher: "Henry Hudson, the navigator ", Londra, 1860.
(9) Tali promotori di grandi spedizioni marittime avevano dato vita alla Compagnia dei commercianti di Londra (The company of merchants of London, discoverers of the Nord-west passage).
(10) Più tardi Baffin sperò di trovare l'uscita del passaggio nord-ovest sul lato occidentale, quindi dalla parte dell'Asia verso l'Oceano Pacifico e per tentare ancora una volta entrò al servizio della Compagnia delle Indie orientali. Trovandosi in India, da dove contava partire, ebbe l'incarico di cacciare i portoghesi da Ormuz in unione con Abbas, scià di Persia. Quindi. durante l'assedio della città portoghese, il 23 gennaio 1622 egli fu ucciso da una palla di cannone.
2 - PADRE CRESPEL
Se la storia delle scoperte geografiche è quanto mai drammatica, se la storia delle imprese, di terra e di mare, capitanate da grandi esploratori e navigatori è talvolta tragica, anche le vicissitudini delle missioni grondano lacrime e sangue.
Dal giorno cui papa Gregorio XV, succeduto al Pontefice Paolo V, nel 1621, fondò la Congregazione "Propaganda Fide" che raccolse religiosi di tutti gli ordini affinché si preparassero a partire per le più inospitali regioni, fra barbara gente, un martirologio ebbe inizio.
Le regioni dell'India, della Cina, del Giappone; le isole dell'Oceania, i territori dell'Africa, e del Nuovo Mondo, se offrirono vasto campo allo zelo dei missionari, molte volte coronato da successo, furono anche teatro di massacri atroci e di drammi paurosi.
Numerosi in ogni tempo, e tremendi, comunque, sono i drammi svoltisi sul mare e sulla terra che le antiche cronache registrano al passivo delle conquiste volute nel nome della civiltà. Ogni terra e ogni mare del globo vollero le loro vittime quando furono scoperti, ed anche dopo allorché le vie che ad essi conducevano furono aperte al progresso, in special modo le terre verso le quali valorosi missionari si diressero per recare soffi di civiltà fra genti selvagge e crudeli, per diffondere fra esse il verbo di Cristo.
Fra questi drammi, purtroppo Innumerevoli, che la storia segnala, uno fra i più singolari ed emozionanti è senza dubbio quello di cui fu protagonista il missionario fiammingo padre Crespel.
Padre Crespel è ancora oggi rammentato dalle marinerie specie del Nord Europa e da quella degli Stati Uniti, quantunque egli sia morto da molti, anzi da moltissimi anni, e la sua memoria tramandata dai marinai di padre in figlio.
Le straordinarie e spesso paurose avventure toccate a quella vittima di naufragi e tempeste, vengono anche al nostri giorni raccontate dai vecchi lupi di mare delle spiagge d'Olanda, della Bretagna, del Belgio, anche da quelli della Baia di Hudson e del Golfo di San Lorenzo e perfino dagli anziani pescatori di' aringhe e di merluzzi dei banchi di Terranova.
Le vicende che qui di seguito narreremo sono tutte autentiche; voglio dire che la fantasia, la più grande amica ma anche la più grande nemica dell'uomo, non ha preso la mano al narratore in questo romanzo drammaticamente vissuto.
La storia, esatta e documentata in tutti i suoi particolari, risale precisamente all'anno 1736.
Il protagonista .apparteneva all'Ordine dei francescani o dei " fratres minores ", come si denominano ancora oggi per umiltà; ordine che in quei tempi inviava numerosi missionari anche in America, e specialmente nel Canada, per civilizzare le fiere e sanguinarie tribù pellirosse degli Irochesi e degli Algonkini che odiavano i francesi usurpatori delle loro terre tutte intorno al fiume San Lorenzo, seriamente minacciando fin l'esistenza di Quebec, capitale della Colonia.
Ardente e coraggioso soldato della Fede, padre Crespel decise, di recarsi anche egli nel Canada per insegnare ai feroci pellirosse la dottrina di Gesù.
Nel gennaio del 1724 si imbarca per il Nuovo Mondo, attraversa felicemente l'Atlantico malgrado la stagione poco propizia a causa dei banchi di ghiaccio incontrati nelle acque di Terranova e dei fitti nebbioni prodotti dalla corrente tiepida del Gulf-Stream attraversante quel mare, e quattro mesi dopo sbarca a Quebec.
Le autorità francesi non gli permettono però di esaudire il suo voto. I fieri figli del Nuovo Mondo troppo odiano i " visi pallidi " e non uno esce vivo dalle loro mani.
Padre Crespel ed i suoi fedeli sarebbero stati certamente trucidati dopo atroci torture. Il missionario deve perciò rassegnarsi sebbene la rinuncia sia per lui dolorosa; ma non rimpatria. Rimarrà nel Canada a curare le anime dei coloni e si reca in un villaggio situato nelle vicinanze di Montreal(1), dove da poco si era formata una colonia.
Per dodici anni padre Crespel rimane nel Canada finché la nostalgia della sua terra lo prende. E cosi decide di tornare a rivedere il suo paese, di attraversare una seconda volta l'Atlantico.
Ai primi di novembre del 1736 egli si imbarca su una nave in partenza per la Francia. E da quel momento cominciano le sue disavventure.
(1) 11 2 ottobre 1535 l'ardito navigatore francese Giacomo Cartier, entrato nel fiume San Lorenzo, gettò l'ancora a Quebec. Quivi ebbe un'amichevole accoglienza dal capo degli Algonkini che aveva il dominio del Canada che cerco di persuaderlo di non risalire il fiume fino al villaggio indiano di Hochelaga. Ma il francese invece, preso da curiosità, giunse su alcuni battelli dinanzi ad Hochelaga dove circa mille Indiani lo accolsero festanti. Dalla città, difesa da triplice palizzata, Cartier salì sopra un monte non troppo alto lungo il fiume, dalla cui sommità godette lo spettacolo di un meraviglioso paese ricco di foreste, di corsi d'acqua e di laghi. Il monte ebbe il nome di Montroyal ed in ciò si riconosce il nome della maggior città del Canada, Montreal.
3 - IL VASCELLO " FROMVEUR "
La nave sulla quale padre Crespel si era imbarcato in qualità di cappellano di bordo, era un grande vascello a tre alberi e due ponti, largo di fianchi, destinato alle traversate transatlantiche, che portava alla poppa a caratteri d'oro il nome di Fromveur.
Una volta era stata una bella, rapida e forte nave, una delle migliori che contasse la marina francese in America, e si era acquistata una buona reputazione.
Purtroppo, quantunque ancora di bella apparenza, gli anni le avevano indebolito la carena la quale ormai non offriva che una solidità molto problematica.
Vista di lontano, in porto o in mare con vento favorevole, coll'alta alberatura coperta di ampie e candide vele, con lo scafo dipinto di bianco, con i suoi attrezzi sempre in ordine e con le dorature sempre brillanti, si poteva dire ancora una nave imponente.
Gli esperti, però, dicevano che non valeva più nulla.
I suoi alti bordi, infatti, osservati da vicino, mostravano l'estrema vecchiezza, i suoi fianchi mostravano le offese delle tempeste, rattoppati com'erano in cento luoghi, la sua alberatura malandata sicché ne il colore ne le dorature erano sufficienti a nascondere la sua decrepitezza.
Se il vascello lasciava a desiderare, il suo equipaggio, e specialmente il comandante, non valeva di più.
Per colmo di sventura, il capitano del Fromveur aveva una conoscenza molto approssimativa delle acque canadesi: acque estremamente perigliose per le numerose scogliere che dalle coste si dipartono, per i numerosi banchi rocciosi sommersi al largo e che, per essere dirupati, provocano gigantesche ondate dai marinai chiamate " flutti di fondo ".
Specialmente in autunno inoltrato, la navigazione in quel mare diventa sommamente difficoltosa anche a causa della densa foschia che si addensa all'estuario del fiume San Lorenzo e dei ghiacci alla deriva che provenienti dal Nord, scendono lungo le coste del gelido Labrador.
Il Fromveur era perciò un illustre ma vecchio vascello che avrebbe dovuto essere messo in disarmo da tempo o addirittura demolito anche se, in mare aperto e scevro d'insidie, si comportava bene.
Tolte le ancore dal porto di Quebec, il vascello si mise a scendere il San Lorenzo(1).
Per approfittare della corrente favorevole, il Fromveur si teneva in vista della sponda meridionale essendo da quella parte più veloce il corso del fiume.
I passeggeri compagni del padre Crespel, circa una ventina, erano tutti sul ponte per ammirare l'ampia distesa delle superbe foreste canadesi, forse le più pittoresche del mondo, che si spingevano fino sulla riva.
Nel Canada, come del resto nell'estremo Nord degli Stati Uniti, si trova una vegetazione che rammenta quella che offrono ai nostri occhi le alte regioni alpine.
Le conifere vi sono largamente rappresentate e gli esemplari che esse presentano variano dall'abete ordinario (pinus alba) fino al più gigantesco.
Questi alberi, come l'abete nero, l'abete profumato, il pino a foglie di tasso, i cedri, i larici, formano le immense foreste delle regioni settentrionali dell'America.
È in quelle regioni perdute, ove si trovano gli orsi grigi e le alci, che uomini coraggiosi, i legnaiuoli, lottavano strenuamente tanto contro gli indiani quanto contro la solitudine.
In quelle foreste, fra le molte essenze preziose, si trova anche l'albero della vita o cedro bianco, che porta il nome scientifico di thuya occidentalis, l'abete del Canadà (abies canadensis) e il larice d'America che crescono vicino a numerose specie di aceri, d'olmi, di querce, d'alni, di frassini.
Là si trovano anche oggi quelle foreste vergini la cui lussureggiante vegetazione supera la stessa nostra fantasia e di cui la natura sola ha variato le disposizioni.
È là che le forme vegetali si manifestano in tutta la magnificenza dell'impreveduto.
Le zone più temperate lasciano talvolta dominare, pur dove allignano muschi e sassifraghe, una specie d'alberi a spese degli altri. È in tal modo che le conifere formano la famiglia più numerosa delle foreste vergini canadesi.
Colà si trovano boschi interi di cedri e il carattere particolare di tali gruppi dello stesso albero, si trova nel fatto che le loro radici sono spesso sommerse in vasti pantani che si succedono senza interruzione, infiltrandosi le acque sotto il suolo.
Nel sottobosco, che dovrebbe essere squallido, abbondano invece i fiori. Numerose sono infatti le orchidee che formano estesi tappeti e al fianco di esse si trovano i fiori carnivori designati dai botanici sotto il nome di sarracenia purpurea.
Uno degli alberi che più attrae l'attenzione è l'acero del Canada (acer saccharinum) che l'indiano chiama jucawty e che fornisce all'indigeno zucchero e vino. Come avviene per la betulla, quando si perfori la corteccia di quest'albero o vi si facciano incisioni profonde, si vede il succo sgorgare. L'acero zuccherino è uno dei più begli alberi delle foreste canadesi e raggiunge i 30 metri d'altezza.
In mezzo a quel prodigioso caos di vegetali, che si curvavano sulla corrente della gigantesca fiumana, non era raro vedere apparire sulle rive qualche alce (cervus alces) o caribù, specie di renna.
(1) Il San Lorenzo è da considerarsi fra i grandi fiumi americani. Nasce dal Lago Ontario, a Kingston, corre verso nord-est attraverso il Canada formandone parte dei confini con gli Stati Uniti e, dopo 1100 km. finisce nel golfo omonimo, nell'Oceano Atlantico. Alla foce è largo 70 km. Il San Lorenzo può considerarsi il vasto emissario di quella catena di laghi che bagnano il Canada.
4 - NAUFRAGIO
Il Fromveur fendeva da due giorni le tranquille acque del San Lorenzo, quando il capitano annunciò ai passeggeri che il vascello stava per giungere presso la foce del fiume, là dove comincia il golfo omonimo, racchiuso fra le gelide e dirupate coste del Labrador a settentrione, il Nuovo Brunswick a mezzogiorno e la grande isola di Terranova ad oriente.
Il capitano Révoil era sul ponte e sembrava inquieto. Un pesante nebbione stava calando sul fiume, impedendo di scorgere la riva fino ad allora seguita.
Era una di quelle nebbie fitte come si vedono soltanto nelle acque tutte intorno a Terranova, fitte al punto, per usare una espressione dei pescatori di aringhe e merluzzi, da potersi spezzare con la scure, e prodotte dalle acque tiepide del Gulf-Stream nel loro incontro con la freddissima corrente polare che costeggia il Labrador.
Il vascello sembrava immerso in una notte oscurissima: gli uomini di poppa non potevano più scorgere gli uomini di prua, e quelli di prua non riuscivano a vedere l'estremità dell'albero di bompresso.
Una vaga paura aveva invaso l'anima di tutti, tanto più che il vento cominciava a soffiare con molta violenza, sollevando sul fiume grosse ondate.
Il capitano, lasciato il ponte, si porto sulla tolda, .poi chiamo:
- Mastro Pierre!
Un vecchio marinaio, robusto e ben piantato, dalla barba arruffata si presentò:
- Capitano.
- Mettete nuove vedette a prua. Questa maledetta nebbia è pericolosa e potrebbe portarci sugli scogli. Frattanto fate virare al largo.
Ma anche quando il Fromveur, con una pronta manovra, si portò in mezzo al fiume, dove esso sfocia, il pericolo non era scomparso. Là, infatti, era la grande isola di Anticosti(1) cinta di irte scogliere e di banchi sabbiosi.
La notte era calata e il nebbione, ancora più fitto, non permetteva alle persone di distinguersi fra loro a un sol passo di distanza.
Malgrado gli ordini del capitano Révoil, che imponeva ai passeggeri di ritirarsi nei loro alloggi sotto i ponti per lasciar libera la tolda, nessuno aveva ubbidito.
Raggruppati a prua attorno a padre Crespel, essi cercavano di discernere l'isola perigliosa le cui coste maledette potevano sorgere da un momento all'altro davanti al vascello.
Muti, spaventati, col presentimento nel cuore di una grave sciagura, i disgraziati ascoltavano ansiosamente, temendo di udire ad ogni momento il fragoroso muggito delle onde che s'infrangono contro le scogliere. Ma non giungevano invece che i sibili del vento attraverso l'alberatura e lo sciacquio dei marosi contro i fianchi del vascello.
Ad un tratto, verso la mezzanotte, una voce tuonò da prua:
- La risacca! Attento alla barra, pilota.
Attraverso alla densa nebbia, dritto dinanzi alla prua del Fromveur, si udirono all'improvviso sordi fragori certamente prodotti dall'accanirsi delle onde contro gli scogli.
Il capitano Révoil e i suoi ufficiali, che ignoravano la posizione esatta della nave, si precipitarono verso il castello di prua, in preda a viva angoscia.
Ben presto s'incrociarono, nel buio fitto, domande e risposte allarmanti.
- Siamo vicino agli scogli.
- Ecco là la costa rocciosa.
- No, sono ondate.
- Vi dico che corriamo addosso ad Anticosti.
- No, siamo vicini alla sponda del San Lorenzo.
- È vero, scorgo degli alberi!...
- Sono nebbie!...
Poi in mezzo a quel baccano, s'udì tuonare la voce del capitano:
- Ai bracci delle manovre!... Pronti a virare!... Barra tutta all'orza!..
I marinai, che non erano meno inquieti degli ufficiali, si lanciarono ai bracci delle manovre; ma avevano appena afferrato le funi, che si udì una voce dominata dal terrore gridare:
- Scogli a tribordo!...(2).
- Controbraccia a babordo!... - urlarono gli ufficiali.
Era troppo tardi. Quasi nel medesimo istante un urto tremendo avveniva a prua, seguito da uno scroscio pauroso, come; da un frangersi di legnami. L'intera alberatura oscillò violentemente da prua a poppa, spezzando parecchi paterazzi e parecchie manovre, mentre marinai e passeggeri stramazzavano sulla coperta.
Un urlo immenso, un urlo d'angoscia echeggiò fra il nebbione. Tutti in preda ad un pazzo terrore, dopo essersi rialzati, correvano disordinatamente da prua a poppa, urtandosi confusamente, chiamandosi, interrogandosi.
- Si affonda? - chiedevano gli uni.
- No - rispondevano alcuni.
- Sì, - affermavano altri.
- Si è spaccata la prua.
- Siamo arenati!...
- Si salvi chi può!
- Alle scialuppe!... alle scialuppe!...
Padre Crespel, in mezzo a tanto disordine, aveva conservato la sua calma.
Salì intrepidamente sul ponte di comando, dove si trovava il capitano.
- Signore - gli disse - se siamo in pericolo, dovete pensare a salvare i passeggeri.
- Non so ancora se il vascello colerà picco, - rispose Révoil. - Forse la falla non è grave e potremo aspettare la aurora.
- È necessario assicurarsi che non ci sia pericolo immediato. Andiamo a vedere, comandante, e frattanto fate tranquillizzare i passeggeri dai vostri ufficiali.
Il capitano, dopo aver ordinato di imbrogliare le gabbie, si recò e prua seguito da padre Crespel, dal mastro dell'equipaggio e da alcuni marinai per rendersi conto della situazione.
Attraverso il nebbione si intravedevano vagamente a est riflessi biancastri che sembravano prodotti dalla rifrazione di masse bianchissime.
- Vi è della neve laggiù - informò mastro Jacques.
- Allora vuol dire che siamo in vista della costa del Labrador - disse il cappellano.
- O piuttosto vicini all'isola di Anticosti - disse il capitano.- Tenendoci al largo potremo aspettare la luce del giorno.
- Le scialuppe sono in buono stato? chiese padre Crespel.
- Sì, padre - rispose un marinaio.
- Cerchiamo di conoscere le posizione della nave.
- Bisogna toglierci di qui - disse il mastro accingendosi a salire sull'albero di bompresso.
- Scendiamo nella stiva - ordinò il capitano - e si accendano tutte le lanterne.
Poco dopo la falla fu individuata e il comandante fece valutare la sua entità dalla quantità d'acqua che penetrava in sentina, misurandola con un'apposita sonda.
La falla, non certamente gravissima, era tuttavia considerevole poiché in un'ora aveva dato 10 centimetri di acqua. Fra poco, pur senza provocare l'affondamento del vascello, la via d'acqua avrebbe prodotto una diminuzione di galleggiabilità ed una modificazione di stabilità.
La laceratura poteva essere momentaneamente riparata con un calafataggio di fortuna e il mastro Jacques, dopo avere applicato sulla falla un pezzo di tela catramata, vi inchiodò sopra una solida lastra di piombo che fu quindi protetta da una robusta tavola di pino.
In tal modo la nave, sia pure in via provvisoria, poteva ancora tenere il mare fino all'alba. E l'annuncio dato da padre Crespel ai suoi compagni di viaggio, valse ad infondere loro coraggio.
S'avvicinava frattanto l'alba e la nebbia cominciava a diradare.
- Alle manovre - gridò il comandante. - Spiegate le gabbie basse.
Il Fromveur stette alcuni momenti immobile, poi sotto la pressione del vento sulle vele spiegate e del timone virò lentamente.
Povero vascello!
Con la sentina invasa dall'acqua avanzava piano, inclinandosi pesantemente con mille gemiti quasi fosse sul punto di sfasciarsi e colare a picco.
L'urto era stato fatale allo scafo tutto sconnettendolo sicché le sue costole scricchiolavano e i puntelli della stiva stavano cedendo. Se il mare si fosse agitato o una burrasca fosse scoppiata il Fromveur si sarebbe perduto.
Nondimeno avanzava spinto da un leggero vento che soffiava da terra. Nessuna costa più s'intravedeva ed era probabile che, oltre la manovra, le correnti avessero sospinto al largo il vascello.
Era già giorno fatto e la nebbia che incombeva ancora sul mare cominciava a diradarsi, mentre il cielo andava coprendosi di nubi.
Il capitano passeggiava in coperta in compagnia di padre Crespel, allorché in direzione sud-est alcuni lampi lacerarono lo spazio.
- Un uragano da quella parte? - chiese il francescano con voce triste.
- Sì, padre e dobbiamo temerlo anche noi.
- Abbiamo fede in Dio.
Era veramente una tempesta quella che avanzava e poco dopo sulle acque calò di nuovo una oscurità profonda.
Soffi d'aria calda e soffocante provenivano da sud-est scotendo gli alberi del vascello e agitando il mare che si copriva di schiuma. Ben presto un gran lampo solcò lo spazio seguito da un lugubre tuono.
- Maledizione! - imprecò Révoil. L'uragano! Tutti in coperta, - urlò poi.
Marinai e passeggeri corsero sul ponte mentre la tempesta scoppiava con grande violenza.
Il vento, squarciate le nubi, cominciò a soffiare con furia e il mare fu squassato da onde mostruose.
Il Fromveur, urtato a poppa, a babordo ed a tribordo da quelle masse liquide, affondava pesantemente nei cavi dei marosi, si rialzava con forti scricchiolii, si rovesciava or sull'uno e or sull'altro fianco imbarcando acqua in grande quantità.
Poco dopo un furioso colpo di vento abbatté l'albero di trinchetto, già scardinato nell'urto del vascello contro lo scoglio, che cadde con grande fracasso in coperta assieme ai pennoni, alle vele e alle manovre. Quasi nel medesimo momento un terribile colpo di mare, superata la murata di babordo, si rovesciò sul Fromveur atterrando alcuni uomini.
- Siamo perduti - urlò qualcuno.
- La nave sbanda - gridò qualche altro.
- Si è riaperta la falla - avvertì mastro Jacques.
- L'acqua entra a torrenti!
In quell'istante si udirono delle voci atterrite gridare:
- Si va a picco!...
Infatti il grande vascello cominciava ad affondare e con grande rapidità.
Nelle profondità della stiva si udiva l'acqua irrompere con sordi fragori, da prua a poppa, sollevando il carico e gli attrezzi, e facendo urtare fra di loro, con grande fracasso, le botti e le casse.
Per colmo di sventura, le onde, sollevate dal vento, sempre più impetuoso, balzavano sopra i bordi, rovesciandosi furiosamente sulla coperta della nave.
Allora, in quella profonda oscurità, ognuno pensò alla propria salvezza. Fra marinai e passeggeri erano in quaranta, e tutti e quaranta si agitavano per sfuggire olla morte.
Fra le urla, i comandi, le invocazioni, i muggiti delle onde e i ruggiti del vento, echeggiò l'invito terribile:
- Si salvi chi può!...
Marinai e passeggeri, urtandosi furiosamente, s'affollarono attorno alle scialuppe appese alle grue, tentando di metterle in mare.
Il gran canotto fu il primo ad essere calato.
Il capitano, alcuni ufficiali ed alcuni marinai, in numero di dieci fra tutti, si affrettarono codardamente a prendervi posto; ma un'onda lo investì, lo scaraventò contro i fianchi del vascello ed il canotto, sfracellato, s'apri, lasciando cadere il carico umano.
Per alcuni istanti si udirono echeggiare delle urla disperate e si videro dibattersi nella nebbia delle ombre, poi non s'udì ne si vide più nulla. La rapida corrente del San Lorenzo, aveva inghiottito le prime vittime.
Gli altri, volendo ad ogni costo tentare di salvarsi, calarono un'altra scialuppa, facendo sforzi disperati per tenerla lontana dal vascello, e, gettate parecchie corde, fra una indicibile confusione, vi si calarono dentro.
Diciassette persone, fra marinai e passeggeri, vi trovarono posto. Essendo fin troppo carica, tagliarono le funi e s'allontanarono frettolosamente.
A bordo rimanevano ancora tredici individui, fra i quali padre Crespel, che non aveva voluto abbandonarli.
Il pericolo incalzava: il vascello ormai sventrato affondava rapidamente. Già l'acqua aveva invaso le corsie, le cabine il frapponte e saliva con sordi muggiti come fosse impaziente di inghiottire la preda.
Ancora qualche minuto, e sarebbe arrivata sul ponte.
Fortunatamente, vi era a bordo un altro canotto. Fu portato a braccia a tribordo e calato rapidamente in acqua.
- Presto - gridò padre Crespel.
Gli uomini s'aggrapparono alle funi, portando con sé alcune scatole di viveri, gettarono giù alla rinfusa casse e barili, poi diedero mano ai remi, prendendo il largo.
Era tempo.
L'acqua aveva invaso la coperta e si rovesciava furiosamente sul ponte.
Attraverso la nebbia i naufraghi videro il gran vascello oscillare da prua a poppa, poi, improvvisamente, un sordo boato aveva scosso l'aria: le acque del ponte e della stiva si erano riunite: il vascello affondava rapidamente, ed i suoi alberi sparivano fra le onde, formando un gorgo gigantesco.
Una muraglia liquida si distese attraverso il fiume, minacciando d'inghiottire le due imbarcazioni, e sparve nella nebbia con un lungo muggito.
(1) Lunga isola all'ingresso del braccio N.O. del Golfo di San Lorenzo, di 8150 kmq. con costa pericolosa e interno montuoso. Fu scoperta nel 1534 da G. Cartier e detta Assunzione. Ha due porti.
Le sue acque, come del resto di tutto il golfo, sono ricche di salmoni, aringhe e merluzzi. Il nome di San Lorenzo fu dato al fiume dallo stesso Cartier che ne scoperse la foce il giorno di San Lorenzo (10 agosto 1535).
(2) Le voci babordo e tribordo non esistono nella nomenclatura nautica italiana ; esse erano adoperate dai marinai delle navi straniere e in uso anche nella marineria nostra fino all'Ottocento e poi scomparse. Babordo, comunque, da backbord (ingl.) bordo posteriore corrisponde al fianco sinistro della nave guardando da poppa e tribordo, tribord (fr.) corrisponde al lato destro della nave guardando verso prua. Dritta e sinistra sono gli unici e soli termini che si devono adoperare per indicare i due lati di una nave e distinguere la posizione di qualunque cosa di bordo (in coperta a dritta o a sinistra) o al di fuori (nave a dritta o a sinistra ecc.) corrispondono, lo ripetiamo alla dritta (mai destra) e sinistra di chi è rivolto verso prora.
5 - VERSO L'IGNOTO
La scialuppa ed il canotto, smarriti nella nebbia, erravano alla ventura sulla grande fiumana.
L'oscurità era così profonda che non permetteva ai naufraghi di distinguere da quale parte fosse la presunta costa contro le cui scogliere il grande vascello aveva cozzato.
Il mastro d'equipaggio, che era nel numero dei salvati, aveva dapprima diretto la scialuppa verso l'est, sperando di trovare terra in quella direzione; ma la corrente, che era fortissima, lo aveva trascinato invece verso il nord-ovest.
La situazione dei naufraghi intanto diventava sempre più critica. 11 freddo era intenso, il nebbione sempre fitto, e le onde investivano furiosamente le due scialuppe.
La morte era dinanzi a loro. Se la terra non appariva, non avrebbero potuto, durare molto tempo, poiché la scialuppa ed il canotto s'erano già riempiti d'acqua. Dovevano essere le due del mattino, quando si udì una voce partire dalla scialuppa che precedeva il canotto.
- La risacca!
- Dove? - chiese mastro Jacques.
- Dinanzi a noi.
- Scorgi nulla?
- Nulla affatto.
- Andate diritto; ma attenti alle scogliere.
- Zitti!...
Tutti trattennero il respiro ed alzarono i remi. Dinanzi alle 'due imbarcazioni, a due o trecento passi, si udiva un sordo fragore, come se le onde si infrangessero contro un ostacolo.
- L'isola!..; - gridarono tutti.
Quasi nello stesso momento un furioso colpo di vento lacerò il pesante nebbione, e agli occhi dei naufraghi apparve una serie di alture; d'una bianchezza abbagliantissima.
- L'isola!... L'isola!...
- Arranca!... Arranca!...
- Dio sia ringraziato!..
La scialuppa ed il canotto, spinti innanzi vigorosamente, coprirono la distanza e pochi minuti dopo attraccarono ai piedi di alcune rocce, coperte da un abbondante strato di neve.
Dove erano? Avevano approdato all'isola d'Anticosti, o sulle sponde del San Lorenzo?... Avrebbero potuto trovare, aiuto?
Non lo sapevano; ma, per il momento non se ne preoccupavano: a loro bastava sentirsi sotto i piedi un pezzo di terra.
Sbarcarono frettolosamente, tirarono in secco la scialuppa e il canotto, per impedire che le onde li frantumassero, e, raccolte le poche coperte e qualche vela che avevano salvato, si rannicchiarono gli uni addosso agli altri, in attesa dell'alba.
Il freddo era pungente ed essi erano coricati sulla neve. Soffrivano acuti dolori inzuppati d'acqua com'erano, tuttavia non si lagnavano, sperando che fosse vicina la fine delle loro sofferenze.
Finalmente il nebbione, che da dodici ore gravava sul fiume, cominciò a diradarsi sotto i vigorosi colpi di vento, e ad est apparvero i primi chiarori annuncianti l'aurora.
S'alzarono tutti, spingendo lo sguardo all'intorno. Dinanzi a loro scorreva il fiume, il quale trascinava nella sua rapida corsa gli avanzi della nave naufragata, barili, casse, pennoni, pezzi di fasciame, frammenti di murate.
Dietro a loro s'estendevano invece colline bianche di neve, sulle quali ondeggiavano al vento altissimi pini bianchi, che lanciavano le loro cime a trenta metri di altezza.
- Dove siamo? - chiese padre Crespel al mastro d'equipaggio, che osservava attentamente le alture.
- Non c'è da ingannarsi, padre. Siamo sbarcati nell'isola di Anticosti.
- La conoscete?
- Vi sono sbarcato alcune volte.
- Che isola è?
- È un'isola grande quanto una provincia francese.
- È abitata?
- È affatto deserta, padre. Durante la stagione estiva i pescatori si recano qui alla pesca dei merluzzi; ma d'inverno non vi si trova alcuno.
- Dunque su questa terra non troveremo aiuto.
- Nessuno, padre.
- Cosa faremo?
- Non lo so.
- Bisogna pensare ad uscire da questa cattiva situazione. Non possiamo passare l'inverno qui, senza un ricovero.
- E senza viveri, aggiungete, poiché non ne abbiamo che pochissimi.
- Non possiamo recarci in qualche luogo a cercare aiuto?
- So che vi sono alcuni coloni francesi a Mingan località che si trova a sud-est del lago Manicougan, sulle coste del Labrador; vi sono però almeno quaranta miglia da attraversare sulla neve.
- Ma ho udito dire che nella Baia des Chaleurs si trovano molti coloni.
- No, signore: all'avvicinarsi dell'inverno tutti si rifugiano nel Canada.
- Allora cosa faremo?
- Cercheremo di costruirci un ricovero, padre e aspetteremo il passaggio di qualche nave.
- E se le navi tardassero? - insistette padre Crespel.
- Allora tenteremo di raggiungere Mingan.
- Facciamo l'inventario dei nostri viveri. Temo che la fame, fra breve, batterà alle nostre porte.
- Purtroppo, padre.
Si diressero verso le imbarcazioni e misero a terra i viveri. Le loro ricchezze erano ben magre: consistevano in un centinaio di chilogrammi fra carne salata e farina, pochi legumi, un po' di caffè, ma nemmeno un pezzo di biscotto. Per di più, nella confusione, non avevano imbarcato nemmeno un'arma da fuoco.
- Mettendoci a razione, ne avremo per un mese - disse il mastro.
- Che cosa produce l'isola? - chiese il cappellano.
- Assolutamente nulla. Vi sono boschi, ma non danno frutta. Forse si troveranno delle graminacee; gli indiani affamati ne mangiano.
- Ma ci sarà almeno qualche animale.
- Sì, vi sono alci, caribù, carcaj, (meles labradoris) somiglianti al tasso, lupi, ghiottoni, marmotte, castori, volpi nere, foche quand'è la stagione, lontre; ma come uccidere questa selvaggina, se non possediamo un'arma da fuoco?
- Pescheremo nei torrenti. Trote e salmoni abbondano nelle acque di queste regioni.
- È vero; ma fra breve giungerà il gelo, i torrenti si copriranno di ghiaccio e anche quella risorsa verrà a mancare.
- Orsù, non disperiamo, mastro Jacques, e confidiamo in Dio.
Ritornarono presso i compagni e li informarono della loro precaria situazione. Tutti furono concordi sulla necessità di attendere il passaggio di una nave e intanto si dichiararono pronti a lavorare per il bene comune.
Fu decisa, innanzi tutto, la costruzione di un ricovero per difendersi dal freddo eccessivo.
Raccolsero le vele e le coperte, tagliarono molti rami e improvvisarono una specie di tettoia, che cercarono di otturare alla meglio con un'erba detta hèrbe de lien adoperata dagli indiani nelle costruzioni dei loro ricoveri.
Quella casa aperta a tutti i venti, era però insufficiente a ripararli dal freddo: pure vi si adattarono alla meglio, e, poiché cominciava a nevicare abbondantemente, s'affrettarono a ripararvisi.
Durante quella prima giornata, il tempo si mantenne molto cattivo. Il nebbione, che si accaniva in quella regione, scese di nuovo, al tramonto, addensandosi sul fiume.
Nella notte, il freddo divenne cosi acuto che quei disgraziati, senza coperte, senza vestiti adatti e senza fuoco, non furono capaci di dormire. Ben di più, i loro orecchi furono straziati tutta la notte da un concerto terribile: bande di lupi affamati, discesi dalla vicina montagna, ululavano incessantemente attorno alla capanna. Quei lugubri ululati sembravano tristi presagi.
L'indomani, alcuni naufraghi erano rattrappiti per il freddo della notte. Padre Crespel ed alcuni altri, che avevano meno sofferto, si recarono a far legna e accesero un fuoco gigantesco per riscaldare i poveretti.
Nei giorni seguenti la temperatura si abbassò ancora. Fitte nevicate cadevano sull'isola deserta, coprendo la capanna, che minacciava di cadere; venti impetuosi e gelidi soffiavano dal Nord, spingendo innanzi a loro nebbioni sempre più densi; i torrenti dell'isola erano gelati e perfino sul fiume si vedevano scendere enormi blocchi di ghiaccio.
È impossibile descrivere le sofferenze di quei disgraziati, esposti ai rigori del crudo inverno senza un riparo sufficiente, senza coperte, malamente vestiti e quasi sempre affamati, poiché i viveri erano dispensati con grande economia.
Intanto, nessuna nave appariva. Il vasto Golfo di San Lorenzo, racchiuso fra il Labrador e l'isola di Terranova, si copriva, ogni giorno più, di blocchi enormi di ghiaccio, vere montagne che la corrente polare spingeva attraverso lo Stretto di Belle Isle. Ormai nessun vascello si sarebbe avventurato in quella regione dei ghiacci e nessuna speranza di venire salvati rimaneva a quegli infelici(1).
Era necessario prendere una risoluzione, prima che l'inverno diventasse più rigido e impedisse assolutamente di lasciare l'isola deserta e inospitale.
Un giorno in cui il freddo era più feroce e la fame più acuta, essendo diminuite ancora le razioni, padre Crespel prese il mastro e gli disse:
- Bisogna tentare la sorte, o fra quindici giorni nessuno di noi sarà più vivo.
- Che volete tentare, padre?
- Dobbiamo cercare di guadagnare il Labrador e di raggiungere Mingan.
- Ma vi sono quaranta miglia da percorrere: ve lo dissi già. Potranno i nostri uomini, indeboliti dal freddo e dalle privazioni, resistere a tale marcia attraverso le nevi?
- Quando saremo sbarcati, si porranno i marcia i più forti.
- È un correre incontro alla morte, padre. Se a Mingan non si trovassero più i coloni francesi?
- Possiamo incontrare gli Eschimesi e voi sapete che non sono cattivi.
- Tentiamolo, se lo volete; ma ci seguiranno i compagni?
- Cercherò di persuaderli. Affrettiamoci, o sarà troppo tardi.
Padre Crespel si recò nella capanna ed espose ai suoi compagni di sventura il progetto, facendo comprendere che ormai non potevano più sperare sull'arrivo di alcun vascello e che sarebbe stata una follia sperare di poter affrontare l'inverno in quelle condizioni.
Nessuno mosse obiezione; tutti comprendevano che un prolungato soggiorno sulla deserta e inospitale isola sarebbe stato fatale e fu perciò decisa la partenza per l'indomani all'alba.
(1) Regione di ghiacci, si, ma non appartenente alla propria e vera regione artica che si estende intorno al Polo Nord e va verso sud fino al 60° grado di latitudine N. circa. Il Labrador, come il Canada, appartiene alla regione neoartica che confina al nord con la regione artica (al 60° grado di lat. N.) e si estende fino al Tropico del Cancro.
6 - UNA TRAGICA TRAVERSATA
Era il 27 novembre.
Un freddo intenso, feroce, regnava sull'isola. Un ventaccio rigido, tagliente, soffiava da Nord, sollevando la corrente del fiume in grosse ondate, le quali travolgevano nella loro corsa furiosa enormi blocchi di ghiaccio. Pesanti vapori volteggiavano per l'aria.
La giornata non poteva essere peggiore per affrontare il fiume; i naufraghi, tuttavia, erano più che mai decisi a tentare la sorte.
Raccolsero i viveri, ridotti ormai a pochi chilogrammi di piselli e a due barili di farina, abbatterono la capanna per ricuperare le coperte e le vele e, alle sette del mattino, s'imbarcarono.
Il padre, il mastro d'equipaggio e quindici altri presero posto nella scialuppa più grande, gli altri tredici nel canotto guidato dal contro-mastro.
Sciolte le vele, misero la prua verso la costa del Labrador, lontana quaranta o cinquanta chilometri.
Il fiume offriva uno spettacolo pauroso.
Le onde, respinte dalla marea che saliva con furia estrema, essendo in quei luoghi così potente da raggiungere un'altezza di oltre quindici metri nello spazio di sei ore, s'urtavano furiosamente, minacciando d'inghiottire le due imbarcazioni. Ma quello non era il solo pericolo. Uno ben più grande minacciava i naufraghi: erano i blocchi di ghiaccio che la corrente trascinava e che potevano da un momento all'altro investire la scialuppa ed il canotto e sfracellarli.
Era necessaria molta abilità, per evitarli. Tutti in piedi, coi remi in mano, cercavano di respingerli.
Quella lotta contro la morte durava da tre ore, quando il nebbione calò sul fiume. Il mastro d'equipaggio, temendo che il canotto si smarrisse, raccomandò al contro-mastro di tenersi vicino, in modo da potersi soccorrere a vicenda in caso di pericolo.
Doveva essere mezzogiorno quando il canotto, che lottava contro i ghiacci, scomparve nel nebbione.
- Ohè del canotto!... - gridò il mastro.
Nessuno rispose.
- Che siano andati a picco? - chiese padre Crespel con angoscia.
- Chiamate tutti! - gridò il mastro Jacques.
Le diciassette voci sorsero tutte insieme, ma anche questa volta nessun grido rispose dal largo.
- Sono stati inghiottiti dalle onde - disse il missionario.
- O stritolati dai ghiacci - rispose il mastro. - Hanno cessato di soffrire.
- Ritorniamo, amici. Forse possiamo giungere in tempo per raccogliere qualcuno.
- È impossibile, padre. Le onde ci assaliranno a prua e ci inghiottiranno.
- Tutto dobbiamo tentare: sono nostri compagni.
- Ma non possiamo affrontare una simile lotta senza soccombere anche noi.
- No!... No!... - gridarono i naufraghi. - Ormai sono morti, dobbiamo pensare alla nostra salvezza.
- Sono nostri fratelli - disse il generoso cappellano - hanno diviso con noi i pericoli e le privazioni e sarebbe una vergogna abbandonarli.
- Sarà un tentativo inutile, padre.
- Ma dobbiamo farlo.
- Ci guarderà Iddio - disse il mastro Jacques, e diresse la scialuppa verso il luogo ove poco prima era stato scorto il canotto.
Ripresero a chiamare; ma non rispondevano che i muggiti delle onde e gli scrosci del ghiacci.
La scialuppa errò una buona ora fra il nebbione, correndo venti volte il pericolo di essere inghiottita o spezzata; poi riprese la corsa verso la costa del Labrador.
Tutti erano ormai convinti che il canotto fosse stato ingoiato dalle onde, assieme ai disgraziati che lo montavano.
La notte li sorprese ancora in mare, non avendo essi potuto fare che pochissimo cammino a causa del cattivo tempo e della nebbia, che non permettevano loro di dirigersi, privi di bussola com'erano.
Nessuno osò dormire, temendo che da un istante all'altro anche la scialuppa potesse inabissarsi.
Quale notte! Il vento fischiava lugubremente attraverso la velatura, con sibili paurosi; le onde montavano all'assalto della scialuppa con muggiti spaventosi, bagnando quei poveracci, intirizziti dal freddo e quasi assiderati.
L'oscurità era così profonda, da impedire di scorgere i ghiacci che la corrente travolgeva nella sua corsa disordinata. La morte li minacciava, ma padre Crespel però incoraggiava tutti con la voce e con l'esempio.
Alle due del mattino, nel frastuono della burrasca, parve loro di udire delle voci umane. Si trovavano presso una costa abitata da qualche tribù di indigeni?
- È impossibile che abbiamo attraversato il fiume - disse il mastro.
- Eppure si odono voci umane - rispose il cappellano.
- Che vi sia qualche altra isola dinanzi a noi?
- Non vi è che quella d'Anticosti in questi paraggi.
- Che sia una nave?
- Non lo credo. Non è questa la rotta che tengono i vascelli per recarsi a Quebec.
- Tuttavia alcune persone gridano. Non udite?
Il mastro tese gli orecchi ed udì distintamente alcune voci.
- Ma mi pare di riconoscerle queste voci! - esclamò. Una speranza gli balenò nel cervello.
- Ohe!... del canotto!... gridò con voce tonante.
- Ohe!... della scialuppa! - rispose una voce. - Siete voi, mastro?...
Un immenso grido di gioia echeggiò bordo della scialuppa:
- Il canotto!... Il canotto!...
- Sì, siamo noi!...
- Siete tutti salvi? - chiese padre Crespel.
- Tutti, meno uno - risposero.
- Dio veglia su noi. Coraggio, amici!
L'imbarcazione, che cominciava a delinearsi fra il nebbione, con pochi colpi di remo raggiunse la scialuppa e con essa prese a navigare di conserva.
Quei disgraziati non si trovavano in condizioni migliori dei compagni. Erano assiderati dal freddo e sfiniti al punto da non reggersi in piedi.
Durante la traversata, il canotto era stato imprigionato da ghiacci alla deriva, ed essi avevano dovuto lottare a lungo per liberarsene. Il fracasso della tempesta aveva impedito agli uomini d'udire le grida dei compagni.
Rimasti indietro, si erano smarriti in mezzo al nebbione; ma avevano potuto raggiungere la scialuppa, tenendo la prua verso nord, avendo essi per guida una piccola bussola.
- Stateci vicini - gridò loro il mastro.
- Se vi smarrite una seconda volta, non so se ci ritroveremo ancora.
L'indomani il tempo non migliorò. Soffiava sempre forte il vento e il mare agitatissimo faceva rullare e beccheggiare disperatamente le due imbarcazioni.
I naufraghi del Fromveur, sballottati incessantemente o rinchiusi fra i banchi, cadevano dalla stanchezza e dal sonno, ma non potevano concedersi riposo alcuno: come avrebbero potuto dormire, mentre la morte li minacciava di continuo? Sembra incredibile, eppure per cinque giorni errarono, smarriti, sull'immenso fiume, nella nebbia fittissima, senza toccare terra.
Il 2 dicembre, il canotto, che si manteneva a galla con grande fatica, a causa delle avarie riportate, scomparve. Le chiamate dei compagni furono vane: nessuno rispose.
Si era spezzato contro qualche banco di ghiaccio o si era nuovamente smarrito? Nessuno fu più veduto e nessuno di coloro che lo montavano, ricomparve. Certamente i poveretti erano stati inghiottiti dalle acque del San Lorenzo.
Quella perdita impressionò profondamente i superstiti. Si credettero essi pure votati a morte certa ed abbandonarono la lotta, lasciando che le onde li spingessero a capriccio.
Ormai non speravano più. Dio però vegliava su di loro, poiché l'indomani, mentre la nebbia si alzava, scoprirono la costa del Labrador.
Scorgendo quella terra, i naufraghi ripresero animo e la salutarono con grida di gioia. Essi credevano finalmente di essere giunti al termine delle loro pene.
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La grande penisola del Labrador ha una lunghezza di millecinquecento chilometri e una larghezza di milletrecentocinquanta; ciononostante è la terra più deserta del globo, la meno abitabile e anche oggi non popolata che da poche miserabili tribù di indiani, che vivono a stento cacciando e pescando.
Questa regione è oggi diventata un vero deserto di neve e di ghiaccio a causa della continua discesa dei grandi banchi di ghiaccio che diventano ogni anno più numerosi.
Le sue coste, frastagliate da una infinità di fiords come la Norvegia, sono alte, dirupatissime, battute senza posa dai cavalloni dell'Atlantico e pericolosissime per le navi che si avventurano in quei paraggi.
In estate c'è un po' di tepore, e una magra vegetazione spunta, ma muore ben presto, poiché si può dire che l'inverno comincia in luglio. In agosto cadono le prime nevi e per otto mesi un terribile freddo piomba sulla penisola, mentre enormi banchi di ghiaccio, trascinati dalla corrente polare, si accumulano sulle spiagge, rendendo gli approdi inaccessibili.
Nella breve stagione estiva, quelle coste sono popolate di pescatori.
Abbondano i merluzzi; due o trecento piccoli bastimenti detti schooners, della portata di trenta tonnellate ciascuno, si radunano nei piccoli fiords e vi si trattengono anche in autunno per la caccia delle foche.
Si calcola anzi che se ne uccidano in media, ogni anno, dalle sedici alle diciottomila, ricavando cosi circa trecentocinquanta tonnellate d'olio. All'avvicinarsi dei banchi di ghiaccio, tutti però abbandonano quella terra desolata, e per sei o sette mesi non vi fanno più ritorno.
Curiosa, la denominazione, che significa terra del lavoratore, data ad una regione così sterile e inospitale.
7 - NEL DESERTO DI GHIACCIO
Scorgendo le coste della penisola, i naufraghi speravano che le loro tribolazioni sarebbero fra poco cessate. Su quella terra, infatti, essi credevano di trovare gli aiuti sospirati.
È vero che Mingan, la piccola stazione abitata dai cacciatori francesi, era assai lontana; ma, almeno, non avevano da affrontare più il terribile San Lorenzo, che aveva già inghiottito ventitré uomini, dei quaranta che componevano l'equipaggio della nave naufragata.
Le loro speranze furono però di breve durata e la loro gioia si tramutò ben presto in una profonda costernazione.
La costa era coperta d'immensi banchi di ghiaccio, che la corrente del fiume trascinava lungo le spiagge con mille scricchiolii, mille fragori paurosi.
Montagne di ghiaccio, gli icebergs, alti cento o duecento metri, oscillavano spaventosamente sotto le larghe ondate della marea montante.
Di quando in quando uno di essi perdeva l'equilibrio e si capovolgeva nel fiume con un rombo tremendo, fracassando i ghiacci vicini e sollevando ondate mostruose. Avventurarsi in mezzo a quelle montagne infide dalla base instabile era come affrontare una morte certa.
- È impossibile andare avanti - disse il mastro con ira.
- Cerchiamo un passaggio - rispose padre Crespel. - Lo troveremo, chissà.
- Ma se uno di quei ghiacci ci piomba addosso?
- Siamo nelle mani di Dio.
- Non affronterò mai tale pericolo, padre.
- E nemmeno noi - dissero i naufraghi.
- Volete ritornare ad Anticosti?
- Aspetteremo, padre - disse il mastro Jacques. - Un colpo di vento può sbarazzare la costa e permetterci di raggiungerla.
- Ma dove volete accampare? No, amici, tentiamo la sorte.
Si arresero al suo consiglio e tentarono d aprirsi un passaggio attraverso i piccoli ghiacci.
Respingendo rabbiosamente i blocchi riuscirono a guadagnare un canale che pareva si prolungasse fino alla costa, ma giunti ad una distanza di circa sette chilometri dalle spiaggia, lo trovarono chiuso.
Ritornarono sollecitamente, temendo si chiudesse la via alle loro spalle; in quel frattempo però i ghiacci avevano subito un violento spostamento, ed essi non trovarono più aperta la via del ritorno.
Fu un colpo terribile per quei disgraziati ai quali non rimaneva altro scampo che accamparsi fra i ghiacci ed attendere lo sgelo.
Quale terribile situazione!
Avrebbero potuto resistere al freddo intenso per tre mesi continui, senza ricovero, senza una stufa per riscaldarsi? E come avrebbero potuto vivere, mentre non rimaneva loro che un po' di carne gelata, poche libbre di piselli e un po' di farina? Cupi, disperati, i diciassette naufraghi avevano abbandonato la scialuppa, accampandosi su di un floc. ossia su di un immenso campo di ghiaccio.
Taciturni, rannicchiati gli uni addosso agli altri, contemplavano con occhio triste la barriera di giganti che impediva loro di raggiungere la costa sospirata.
Padre Crespel, che dinanzi a quelle tremende avversità non aveva perduto la sua straordinaria energia, fu il primo a rompere quel disperato silenzio.
- Amici - disse - dobbiamo aver fede nella Provvidenza. Dicono che la fortuna sorrida agli audaci. Cerchiamo di non scoraggiarci e intraprendiamo valorosamente la lotta contro l'avverso destino. Dio è con noi.
- Ma che volete fare. padre? - chiese mastro Jacques. - Non vedete che ormai tutto è finito per noi e che altro non ci rimane che attendere la morte?
- Non abbiamo ancora esaurito tutte le nostre risorse, per scoraggiarci e lasciarci morire.
- Vorreste forse sfidare il terribile inverno su questo banco? Non illudetevi di poter sfuggire allo scorbuto e alle congelazioni.
- Ma chi ci impedisce di costruirci un riparo? Gli indiani di queste regioni non vivono forse all'aperto? Costruiscono capanne di neve e di ghiaccio e passano sotto di esse lunghi mesi senza aver bisogno di stufe.
Questo è vero, padre - dissero i naufraghi.
- Ma i viveri? - chiese il mastro.
- Economizzeremo più che sarà possibile quelli che possediamo. Li divideremo in tante razioni, ne prenderemo due per ciascun giorno, mangeremo i piselli una volta la settimana ed allungheremo la farina con la neve. E poi, chissà, possiamo sorprendere qualche foca, aprire buchi nei ghiacci e cercare di pescare. Se sarà possibile, cercheremo di raggiungere la costa per procurarci molluschi, e un po' di legna per riscaldarci. Vedo lassù, su quelle colline, molti pini.
- Ben detto, padre! - esclamarono i naufraghi, che riprendevano a poco a poco coraggio. - Al lavoro!... al lavoro!...
Non vi era tempo da perdere. Bisognava affrettarsi, prima che il freddo intenso, che toccava già i trenta gradi sotto zero, li assiderasse.
Non era facile impresa, certo. La capanna avrebbe dovuto essere costruita in vicinanza della costa, al riparo dei venti del Nord.
Padre Crespel, per prima cosa, con un coltello, tracciò sulla superficie di un banco a ridosso di una rupe, un circolo del diametro di sei metri che poi il mastro approfondì a colpi di scure formando un canale destinato, a capanna ultimata, a raccogliere l'umidità che si sarebbe raccolta sulla parete interna della capanna.
- Ed ora - disse il coraggioso sacerdote - mettiamoci a tagliare blocchi di ghiaccio. Lavorando sentiremo meno il freddo.
Alcuni uomini, manovrando abilmente le accette, prepararono in breve tempo un grande numero di grossi pezzi di ghiaccio che gli altri, a mano a mano, disponevano in bell'ordine attorno al canaletto, cementandoli con soffice neve.
Sopra quel primo strato di neve ne venne sovrapposto un secondo, lasciando verso il Sud un'apertura piuttosto stretta, quindi la costruzione, che andava a restringersi in modo da formare una cupola a due metri dal suolo, poté dirsi finita.
Per gli Eschimesi quella casa sarebbe andata bene anche così, ma padre Crespel sembrava esigente e la desiderava più confortevole. Aiutato perciò dal mastro, entusiasta al pari degli altri naufraghi di quella superba costruzione che avrebbe permesso di riposare al sicuro dal freddo intenso e dalle intemperie, egli praticò una piccola apertura all'inizio della cupola che avrebbe permesso all'aria di circolare, in tal modo evitando pericoli di congelamenti e al tempo stesso di combattere efficacemente l'umidità.
Certo, mancavano la stufa, combustibili, viveri, pellicce, armi a rendere l'abitazione maggiormente adatta a un lungo soggiorno, ma il buon francescano sperava nell'aiuto della Provvidenza.
- Che ve ne pare? - chiese infine ai suoi compagni.
- Staremo bene - rispose un naufrago - salvo a gelare quando si scateneranno le bufere di neve più violente di quella che imperversa ora.
- Non gelano gli Eschimesi che vivono otto mesi all'anno nelle loro capanne...
- Si, è vero - osservò qualcuno - ma quelli sono ben coperti e possono accendere il fuoco.
- Se la neve cadrà in abbondanza non farà crollare la cupola? - chiese un altro.
- Correremmo il rischio di rimanere sepolti.
- Non cederà - rassicurò padre Crespel. - La capanna è solida, cementata ormai in un unico blocco e le nevicate la consolideranno sempre più. L'unica cosa da fare è tenere sgombro l'ingresso e le aperture.
Il cairn, come gli Eschimesi chiamano tali abitazioni, era costruito. Ma poiché il tempo era ancora pessimo, il francescano propose un lungo riposo in attesa che il tempo cambiasse.
L'esplorazione delle rive avrebbe potuto procurare se non viveri, provviste di legname che il San Lorenzo, trascinando alla deriva, getta sulle coste che incontra lungo il suo cammino.
Prima di procedere alla esplorazione, padre Crespel fece chiudere le due aperture con la tela della velatura e ritirare sul banco la scialuppa, per timore che i ghiacci la stritolassero o la corrente la portasse via.
Divorarono quindi le magre razioni, consistenti in pezzettini di carne gelata e farina disciolta in acqua, poi si coricarono gli uni vicini agli altri per riscaldarsi meglio, stendendosi sulle poche coperte che ancora possedevano e sui pezzi di vela. Da quarantotto ore non chiudevano occhio e cadevano dal sonno.
Sembrerà strano, eppure ben presto un lieve tepore regnò nella capanna di ghiaccio. Essendo la neve e il ghiaccio cattivi conduttori del calore, conservavano a meraviglia quello emanato dai diciassette corpi raggruppati in uno spazio relativamente limitato.
Quanto dormirono? Non seppero dirlo, ma molto a lungo, di certo, poiché quando si svegliarono l'uragano era cessato, una calma perfetta regnava sul fiume e sulle coste della penisola, e un pallido sole gettava i suoi raggi sulla immensa distesa di ghiacci, facendoli scintillare come immensi diamanti incrostati di rubini e di smeraldi.
Approfittarono di quella calma e della temperatura raddolcita per cercare di procurarsi un po' di selvaggina e per esplorare la costa.
Sui banchi di ghiaccio si vedevano parecchie foche, che, distese presso l'orlo dei loro buchi, aperti nel banco, si riscaldavano placidamente ai tiepidi raggi del sole, e sul margine del floc(1) un gran numero di uccelli marini occupati a nidificare.
Si vedevano bande di strolaghe, bellissimi uccelli col becco, il petto e il dorso nerissimi, le ali macchiate di bianco e le parti inferiori più candide della neve; bande di urie, uccelli di mare, che nidificano sui ghiacci o sulle rocce, col becco lungo e diritto, le gambe corte e collocate molto indietro, sicché esse provano una certa difficoltà a stare in piedi, le ali e la coda brevissime e le penne bianche; stormi di oche berniche, grosse come un'oca comune ed eccellenti; e poi nuvoli di gabbiani con le penne bianchissime, ma di un rosa pallido sotto l'addome, i piedi neri ed il becco giallo o turchino, o color dell'ardesia, grandi nuotatori e grandi divoratori di pesci e così arditi che vanno a beccare le scarpe ai viaggiatori addormentati; falchi pescatori, propri delle regioni canadesi e che sembra peschino i pesci emettendo dallo stomaco una specie di olio; ed anche qualche gru, fornita di becco lungo oltre venti centimetri, e qualche uccello di neve, una specie di ortolano.
Anche i grossi pesci non mancavano, e fra i canali aperti nei ghiacci si vedevano nuotare parecchi delfini gladiatori, i più grandi della specie, che raggiungono sovente una lunghezza di otto metri, nemici formidabili delle balene, alle quali divorano la lingua; ed apparivano anche alcuni narvali, rapidi pesci, lunghi tre metri, armati sul muso d'un corno d'avorio scanalato a spira, assai aguzzo sulla cima: arma terribile, poiché talvolta riescono perfino a forare le scialuppe dei pescatori.
Sarebbe però stato necessario un rampone per impadronirsi di quelle grosse prede, e per disgrazia i naufraghi non lo possedevano.
Balzando di ghiaccio in ghiaccio, trascinandosi carponi per non farsi vedere, padre Crespel ed i suoi compagni riuscirono ad impadronirsi di alcune urie, sorprese nel loro nido, ed a fare una raccolta discreta di uova di uccelli marini, pasto sostanzioso sì, ma non troppo appetitoso, poiché quelle uova hanno tutte un sapore di pesce rancido.
Il mastro, più fortunato e più abile di tutti, riuscì anche ad impadronirsi di una mezza dozzina di grasse procellarie, che aveva sorpreso mentre dormivano nei loro nidi.
Quelle procellarie dovevano servire come lampade per rischiarare la capanna.
Essendo sempre assai grasse ed assai oleose, gl'indigeni delle terre boreali usano mettere nei loro becchi un lucignolo, che scende fino al ventre, e lo accendono. Umettate dall'olio dell'uccello, quelle strane lampade danno, per qualche ora, una luce abbastanza chiara.
- Per quest'oggi - propose padre Crespel - pensiamo alla cucina. Queste provviste ci volevano proprio e rimandiamo a domani l'esplorazione della costa.
Quel giorno si fece festa nella capanna.
Il mastro, che era anche cuoco discreto, ammannì ai suoi compagni una frittata di uova di uccello, adoperando il grasso di una procellaria e arrosti tre urie, bruciando però due banchi della scialuppa.
Non è necessario dire che quei disgraziati che da due settimane soffrivano la fame, fecero grandissimo onore alla frittata e all'arrosto.
(1) Floc: Campo di ghiaccio marino trasformato dal congelarsi dell'acqua di mare.