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Attraverso l'Atlantico in pallone
|
Emilio
Salgari
Capitolo
1
Una
sorpresa alla polizia canadese
“Hurrah!”
urlano diecimila voci.
“Evviva
il Washington!”
“Hurrah
per Mister Kelly!”
“Mille
dollari a chi ci tiene!” grida una voce.
“Siete
pazzo Paddy?... Li perderete: ve lo assicuro io.”
“Duecento
sterline!...” grida un’altra voce.
“Chi
ci tiene?”
“Su
chi scommettete?”
“Sulla
riuscita della traversata!”
“Ecco
un altro pazzo! Avete molte sterline da gettare in mare, Mister Holliday!”
“Le
vincerò: Kelly attraverserà l’oceano e scenderà in Inghilterra.”
“No,
in Spagna”, grida un altro.
“In
Spagna o in Inghilterra, poco importa. Chi ci tiene a duecento sterline?”
“Le
perderete, il suo pallone scoppierà.”
“E
andrà a finire in fondo all’oceano.”
“Kelly
è un pazzo!”
“Kelly
è stanco di vivere!”
“No:
è un coraggioso! Hurrah
per Kelly! Viva il Washington!”
“Mille
dollari che Kelly morrà affogato.”
“Duemila
che il suo aerostato scoppierà sulle nostre teste.”
“Cento
sterline che Kelly si fracasserà sulla spiaggia.”
“Mille
che attraverserà l’oceano!”
“Accettate?”
“Sì...!”
“No...
siete pazzi!”
“Hurrah
per Kelly!”
Questi
dialoghi, queste grida, queste scommesse, le une più stravaganti delle altre,
si incrociano in tutti i sensi, si fanno ovunque. Yankee, canadesi, inglesi
scommettono: con pari furore, sterline e dollari corrono dappertutto, mentre
la folla si agita, si urta, si spinge, si schiaccia contro un grande recinto,
rovesciando i policemen. che non sono più in grado di trattenerla,
malgrado non risparmino i colpi di mazza, che grandinano sui più impazienti
con sordo rumore.
Dalle
prime epoche della sua scoperta, mai si era veduta tanta gente radunata sulle
spiagge dell'Isola Brettone. Da tre giorni, battelli a vapore, barche a vela,
scialuppe e lance rovesciavano su quelle sponde americane del Maine, del New
Hampshire, del Vermont. del Massachusetts, del Delaware, del Maryland, del
Connecticut e dello stato di New York, francesi e inglesi del Basso e dell’Alto
Canada e dell’Isola di Terranova.
La
piccola città di Sidney, capoluogo dell’Isola Brettone, era stata invasa
dai primi arrivati: gli altri, malgrado la stagione fosse tutt’altro che
mite, si erano accampati all’aperto, sotto tende improvvisate con coperte d’ogni
specie, con vele, con stuoie, decisi a non andarsene prima di aver veduto ciò
che li aveva attratti su quelle spiagge quasi inospitali.
Che
cosa aveva potuto radunare colà, in sì breve tempo, quelle venticinque o
trentamila persone? Una notizia emozionante, portata da tutte le linee
telegrafiche del Canada e degli Stati Uniti dell’Unione.
Un
uomo - un audace, secondo alcuni; un pazzo che era stanco di vivere e spendere
milioni, secondo altri - aveva annunciato che stava per tentare la traversata
dell’Oceano Atlantico in pallone! Non ci voleva di più per far accorrere
all’Isola Brettone gli Americani e gli Inglesi, gli uni grandi amatori di
spettacoli mirabolanti, gli altri grandi ammiratori delle audacie
scientifiche.
Il
nome dell’aeronauta che stava per tentare quella temeraria impresa, era noto
negli Stati Settentrionali dell’Unione e nel Basso come nell’Alto Canada.
Ned
Kelly, tale era il suo nome, era uno yankee puro sangue, nato a New
Port, nel Connecticut. Ricco a milioni, solo al mondo, ardito, amante delle
scienze, ingegnere di fama, da parecchi anni si era dato allo studio dell’aeronautica.
Si diceva che volesse trovare il mezzo di dirigere i palloni: anzi aveva fatto
parecchie ascensioni, recando seco degli apparecchi di sua invenzione, ma, a
quanto pareva, con poca riuscita. Aveva quindi abbandonato quegli attrezzi,
più di peso che di utilità, e si diceva che si fosse dato allo studio delle
correnti aeree, volendo tentare un grande viaggio.
Si
sapeva che da parecchi mesi faceva delle ascensioni sulle coste della Nuova
Scozia e dell'Isola Brettone con un pallone frenato; poi egli era
improvvisamente partito per New York, assentandosi per varie settimane.
Nei
primi di aprile del 1878 il telegrafo annunciava che Ned Kelly avrebbe tentato
la traversata dell’Oceano Atlantico, con un pallone di nuovo modello. Quella
notizia commosse profondamente americani e canadesi.
Gli
scienziati dei due paesi s’affrettarono a chiamare quell’audace impresa un
suicidio; i giornali si divisero in due campi, l’uno a favore dell’ingegnere,
l’altro contro; il pubblico, salvo poche eccezioni, chiamò quel tentativo
una pazzia!... Pazzia, o suicidio, o buona riuscita, le persone meglio munite
di denaro s’imbarcarono in massa chi sui piroscafi, chi sui velieri, chi
sulle lance, e si portarono all’Isola Brettone. Tutti volevano assistere
alla partenza della spedizione, quantunque i più fossero convinti di veder
scoppiare quel nuovo pallone appena si fosse alzato e altri di assistere all’agonia
dell’aeronauta e dei suoi compagni, se ne avesse trovati, perché non
dubitavano che si sarebbero tutti annegati in mezzo all’ampio oceano.
Mentre
gli aiutanti dell’ingegnere si preparavano a gonfiare l’aerostato, la cui
enorme massa occupava una gran parte dell’immenso recinto costruito sulla
spiaggia, a tre miglia da Sidney, e a disporre i sacchi di zavorra, le casse
dei viveri, i barili d’acqua, le gomene, le ancore, ecc., gli americani, gli
inglesi e i canadesi, seguendo la loro passione, scommettevano con furore. I
più giocavano contro la riuscita dell’impresa: ma taluni, che forse avevano
una grande fiducia nell’ingegnere o nel suo pallone, puntavano in suo
favore, eccitando la più alta sorpresa o la più clamorosa ilarità.
A
un tratto un grido echeggia:
“Silenzio!...”
Le
urla, le risa, le discussioni cessano come per incanto, gli occhi di quei
tremila spettatori si fissano in mezzo al vasto recinto, dove si stendono due
enormi tubi, le cui estremità si prolungano da una parte verso un caseggiato,
dove si fabbrica l’idrogeno, e dall’altra scompaiono sotto due enormi
cumuli di seta, che cominciano ad agitarsi, come se sotto di loro s’introducesse
una rapida corrente d’aria.
Un
grido immenso scoppia da ogni parte: è un grido di stupore, che si converte
subito in esclamazioni d’ogni genere e in discussioni animate.
I dialoghi s’incrociano ancora da ogni parte.
“Chi
ha mai visto un pallone di quel genere?...”
“Un
pallone!... Ma sono due i palloni!...”
“A
me sembrano due pelli di balena!”
“Che
Kelly abbia trovato il modo di dirigere gli aerostati?...”
“L’ingegnere
ci farà perdere le scommesse.”
“A
vantaggio nostro che abbiamo scommesso per lui!...”
“By
God!”
“Sapristi!”
“Hurrah!,
Hurrah!”
Un
alto grido scoppia da tutte le parti, e una carica di applausi frenetici
rimbomba, coprendo i muggiti delle onde, che si frangono con furore contro la
spiaggia, e le grida degli aiutanti.
Quei
due ammassi di seta si sono distesi sotto la spinta dell’idrogeno che s’ingolfa
attraverso i tubi, e le forme che assumono strappano a tutti grida di
meraviglia. Non sono i soliti palloni, che sembrano fiaschi rovesciati: sono
due fusi immensi, lunghi quasi quaranta metri, con un diametro di quindici al
centro, che si alzano lentamente con un leggero ondeggiamento, tendendo le
corde che gli aiutanti, in numero di trenta, tengono con mani robuste.
Al
di sotto di quei due fusi, che rammentano le forme dei sigari avana, appeso a
una lunga asta che occupa il centro dello spazio lasciato dai due aerostati,
ma a una distanza di tre metri dal loro lato inferiore, si agita una specie di
battello, lungo trenta piedi, già carico d’una infinità di oggetti, di
pacchi, di sacchetti, di botti, di casse, ma costruito d’un metallo leggero
e che si direbbe argento. Ancora pochi minuti e quell’immensa macchina
spiccherà il volo sopra i flutti muggenti dell’Atlantico.
L’emozione
degli spettatori è al colmo. Ognuno dimentica le scommesse e tiene gli occhi
fissi su quei due palloni, che sempre più si gonfiano, mentre gli aiutanti
eseguono delle manovre misteriose con certe pompe. Si direbbe che iniettino,
nell’interno dei due aerostati, un gas speciale o qualche cosa di simile.
Ma
quell’emozione prende enormi proporzioni quando si vede apparire l’ardito
aeronauta, uscito allora dal caseggiato dove si fabbrica l’idrogeno.
E
un bell’uomo sui trentacinque anni, di statura alta, slanciato, con la
fronte spaziosa, gli occhi neri e lampeggianti, i lineamenti energici. Indossa
un semplice costume di lana bianca ed è seguito da un giovane negro di
diciotto o vent’anni, vestito come lui.
Un
“hurrah” immenso scoppia: gli spettatori agitano pazzamente i
berretti, i cappelli, i fazzoletti.
“Viva
Kelly!”
“Viva
il Washington!”
“Hurrah...Hurrah!...”
L’ingegnere,
giunto in mezzo al recinto, fa spiegare sulla poppa di quell’imbarcazione
argentea che deve servirgli da navicella, la bandiera stellata degli Stati
dell’Unione, provocando da parte dei suoi compatrioti entusiastici evviva,
poi con rapido sguardo esamina il suo magnifico apparecchio aereo, e
volgendosi verso il pubblico, dopo aver reclamato con un gesto energico il
più assoluto silenzio, dice: “Ho cercato, ma invano, un terzo compagno che
mi segua in questo grande viaggio aereo attraverso l’oceano. Se qualcuno di
voi si sente il coraggio di salire sul mio Washington, offro un posto.”
Un
silenzio glaciale accoglie le parole dell'aeronauta: l’entusiasmo s’è
estinto ad un tratto. Gli spettatori si guardano in viso l’un l'altro; ma
nessuno emette un sì. Applaudire quel coraggioso, sta bene; ma accompagnarlo,
seguirlo sull’oceano su quella macchina capricciosa in balia del vento, per
perire forse nei flutti, è un altro affare!
Nessuno
si sente in vena di morire per la scienza.
Kelly
attende un minuto, poi balza nella navicella, seguito dal giovane negro,
gridando: “Pronti al comando!...”
Ad
un tratto un uomo si slancia attraverso la massa del pubblico, aprendosi il
passo con spinte irresistibili, balza sopra il recinto e si precipita verso l’ingegnere,
gridando: “Cercate un compagno: eccomi!”
La
folla per un momento raffreddata, si riscalda come per incanto chi è quel
giovanotto che osa affrontare la morte? Nessuno lo sa; ma deve essere un
coraggioso, e gli audaci sono e devono essere ammirati. Gli “hurrah”
prendono proporzioni tali da assordare; gli applausi scoppiano dovunque, tutti
agitano i cappelli e i fazzoletti, tutti urlano, si agitano, si dimenano come
ossessi.
Ma
d’improvviso, mentre l’ingegnere sta per dare il comando di “Via tutti!”
e i suoi trenta aiutanti stanno per abbandonare le funi, si odono delle grida
di rabbia: “È lui!”, “Addosso, policemen,” “Prendiamolo!”,
“Fermate!... Fermate!” Quindici o venti policemen, guidati da
alcuni capi, si precipitano nel recinto, correndo verso il pallone, ma ormai
è troppo tardi. Il vascello aereo, libero, s’innalza maestosamente,
trasportando con sé l’ingegnere, il suo negro e quello sconosciuto, giunto
all’ultimo momento.
“Scendete!”
gridano i policemen, che sembrano furiosi. Uno di loro con un salto si
aggrappa a una fune pendente dalla navicella; ma il vascello aereo, che deve
avere una potenza ascensionale immensa, lo trascina con sé.
Il
pubblico scoppia in una clamorosa risata. Lo sconosciuto però, che pare si
aspettasse un simile colpo di scena, si curva sul bordo della navicella e
taglia la fune con un rapido colpo di coltello, facendo capitombolare
sconciamente l’agente di polizia, e rovescia sul capo degli altri un sacco
di zavorra, accecandoli. Una guardia estrae il revolver e lo punta in alto; ma
il pubblico, che s’è riversato nel recinto come una fiumana, glielo strappa
di mano, per tema che guasti quella meravigliosa nave aerea. Un ultimo immenso
grido riecheggia: “Hurrah! Hurrah per Kelly! Viva
il Washington!”
I
due palloni erano allora tanto alti che già parevano due sigari: si videro
per alcuni istanti rasentare un grande nuvolone che si estendeva sopra l’oceano,
poi sparire verso il nord, in direzione di Terranova.
Quasi
contemporaneamente una rapida nave a vapore, un incrociatore della Real
Marina, usciva precipitosamente da Sidney e si slanciava sulle tracce degli
aeronauti.
Capitolo 2
Il
Feniano
Kelly
aveva tutto osservato: aveva udito le grida di rabbia dei policemen e
le intimazioni di scendere, aveva visto il brusco ma fortunatamente troppo
tardo assalto e la fulminea manovra dello sconosciuto: ma per il momento non
aveva creduto conveniente interrompere la sua partenza e aprire le valvole per
tornare a terra. Avrebbe potuto sbarazzarsi di quell’individuo, di quel
compagno giunto proprio all’ultimo momento, più tardi, se non fosse stato
degno di seguirlo in quel pericoloso viaggio attraverso l’immenso oceano.
Non si era occupato quindi di lui e aveva rivolto tutta l’attenzione al suo
vascello aereo, al suo superbo Washington, come l’aveva battezzato,
il quale continuava ad innalzarsi nello spazio.
L’isola
impiccioliva rapidamente sotto di lui, di mano in mano che la distanza
cresceva. Gli spettatori sembravano una piccola macchia nera; Sidney una
macchia biancastra irregolare; le navi ancorate nel porto piccoli punti scuri;
l’isola aveva le dimensioni di un giornale tagliato capricciosamente dalle
forbici di un bambino.
A
nord si scorgeva Terranova col suo grande banco, cosparso di puntini neri, che
dovevano essere le navi occupate alla pesca dei merluzzi; verso l’ovest si
disegnavano nettamente le coste della Nuova Scozia e più oltre quelle del New
Brunswick, e verso il sud si distinguevano confusamente quelle del Maine, che
si perdevano verso il New Hampshire.
Di
tratto in tratto si udivano da terra dei sordi rumori che parevano applausi e
delle detonazioni. Dopo pochi minuti tutto tacque, e un silenzio profondo
regnò nelle alte regioni dell’aria.
Il
Washington era ormai salito a 3500 metri e, raggiunta la cosiddetta
zona d’equilibrio, filava verso il nord-est, in direzione di Terranova, con
un lieve dondolio e con una velocità di trentasei miglia all’ora.
“Tutto
va bene,” mormorò l’ingegnere. “Se Dio ci protegge, anche questa grande
traversata si compirà.”
Abbandonò
il bordo della navicella e guardò i suoi due compagni. Il negro, rannicchiato
in un angolo, si teneva strettamente aggrappato alle corde delle casse che
ingombravano la poppa di quella specie di imbarcazione: i suoi grandi occhi,
che parevano di porcellana, manifestavano un inesprimibile terrore e la sua
tinta, da nera era diventata grigia. Se fosse stata bianca, sarebbe stata
pallida, anzi livida.
Lo
sconosciuto invece pareva tranquillissimo, come se si trovasse in una
imbarcazione ondeggiante sul mare. Ora guardava l’oceano che rumoreggiava
giù in fondo, distendendosi verso l’est a perdita d’occhio, ora l’Isola
Brettone, che era diventata un punto bruno, ed ora alzava il capo, esaminando
con un certo stupore i due immensi palloni fusiformi che si libravano
maestosamente in mezzo all’atmosfera.
Quello
sconosciuto, che doveva essere dotato d’un sangue freddo straordinario e di
un coraggio a tutta prova per mostrarsi così tranquillo a 3500 metri d’altezza,
era un giovane di venticinque o ventisei anni, alto, biondo, magro, tutto
nervi, con due occhioni azzurri, due baffetti appena nascenti, di aspetto
simpatico e distinto. Indossava un costume da marinaio; ma si comprendeva a
prima vista che non doveva essere il suo vestito abituale, poiché le sue mani
non erano callose, né il suo viso portava le tracce dei morsi dei venti, dell’aria
marina, del sole. Chi poteva essere? Ecco quello che si chiedeva l’ingegnere.
Si avvicinò al giovanotto, che continuava a guardare ora i due palloni ora l’oceano
e, battendogli familiarmente sulle spalle, gli chiese: “Ebbene, che cosa ne
dite?..”
Lo
sconosciuto a quella domanda si volse verso l’ingegnere e rispose con voce
tranquilla: “Io dico che scenderemo in Europa.”
“Lo
credete?”
“Sì,
Signor Kelly, e compiango sinceramente quelli che hanno scommesso contro la
riuscita di questo grandioso viaggio.”
“E
fate conto di tenermi compagnia?”
“A
meno che non mi obblighiate a fare un salto nell’oceano! Sarebbe una caduta
un po' lunga; ma infine, se fosse proprio necessario per la vostra salvezza,
disponete pure liberamente della mia pelle.”
“Scherzate?”
“No,
parola d’onore.”
“Avete
dell'audacia!” esclamò Kelly con stupore. “Voi non dovete essere un
volgare briccone.”
“Un
briccone... e che cosa vi ha fatto supporre questo?”
“Avete
dimenticato i policemen?”
“Ah
sì!” esclamò lo sconosciuto, scoppiando in una grande risata. “Pochi
secondi di ritardo e mi avrebbero preso.”
“Pare
che abbiate dei conti da regolare con la polizia britannica: comprenderete che…”
Lo
sconosciuto impallidì leggermente, poi disse con triste accento: “È vero:
voi avete il diritto di credermi un malfattore e come tale indegno di seguirvi
in questo grande viaggio.”
“No,
ma...”
“Al
vostro posto questo sospetto mi sarebbe filtrato nel cervello, Mister Kelly, e
avrei obbligato lo sconosciuto a spiegarsi o ad andarsene. Mi spiegherò; poi
se mi crederete indegno di tenervi compagnia e di dividere con voi i pericoli
di questo grande viaggio mi getterò a capofitto nell’oceano.”
“Per
uccidervi? Dimenticate che ci troviamo a 3500 metri d'altezza!”
“Bah!
La morte non mi fa paura. Il mio delitto è quello di aver troppo amato la
terra dei miei avi, la mia patria, la mia Irlanda.”
“Siete
un feniano?(
[1]
)”
“Sì,
Mister Kelly, sono uno dei capi di quella lega che mira alla emancipazione
dell’Irlanda dall’oppressione dell’Inghilterra e che, all’ombra della
bandiera stellata del vostro paese, ha dichiarato una guerra di sterminio alla
potenza inglese, la quale tiene schiava la mia povera patria; di quella lega
che al tempo della guerra di secessione sparse tanto sangue per i vostri
compatrioti dell’Unione. Voi sapete la guerra atroce che le polizie inglese
e canadese muovono alla lega per distruggerla. Io, capo dei feniani del Basso
Canada, segnalato come uno dei più pericolosi e dei più audaci, quindici
giorni or sono, venivo sorpreso di notte e arrestato come complice dell’assassinio
di uno sceriffo, trovato ucciso con due colpi di rivoltella sul qual di
Quebec... Questo delitto, attribuito a torto ai feniani, poiché vi giuro che
nessuno della lega lo compì, avrebbe dovuto mandarmi a passeggiare all’altro
mondo senza colpa; ma i miei amici trovarono il modo di farmi evadere. Sapendo
che le autorità mi avevano condannato a piroettare nell’aria con una corda
al collo, travestito da marinaio scesi il San Lorenzo e sbarcai all’Isola
Brettone, in attesa d una nave in rotta per l’Europa. Appresi della vostra
partenza per le regioni dell’aria e avendo udito che cercavate un compagno,
decisi di seguirvi, certo che gl’inglesi, che non avrebbero mancato di
visitare scrupolosamente le navi transatlantiche, non mi avrebbero inseguito
per aria; e avete veduto che i policemen sono rimasti a terra. Questo
è il mio delitto: ora giudicatemi voi.”
“Ma
voi siete il feniano Harry O’Donnell!” esclamò l’ingegnere.
“In
persona, Mister Kelly.”
“Sono
ben felice di avervi salvato, O’Donnell, e sono doppiamente felice d’aver
un compagno della vostra specie.”
“Grazie,
Mister Kelly,” disse il feniano, stringendo calorosamente la mano che l’aeronauta
gli porgeva. “Speriamo che gli inglesi non ci raggiungano.”
“Raggiungerci?
E in qual modo, O’Donnell?”
“Ho
veduto una nave, un incrociatore inglese uscire da Sidney e filare verso
Terranova a tutto vapore, pochi minuti dopo la nostra partenza.”
“E
voi credete...?”
“Che
ci dia la caccia.”
“Credere
che uno steamer possa gareggiare con il pallone è una pazzia, amico
mio. In poche ore il vostro incrociatore rimarrà indietro di due o trecento
miglia.”
“Ma
non siamo quasi immobili?” chiese l’irlandese con stupore.
“Filiamo
con una velocità di trentasei miglia all’ora.”
“Ma
io non sento alcun movimento e nemmeno un lieve soffio; se il pallone
camminasse con una velocità di trentasei miglia all’ora, si dovrebbe
provare una forte corrente d’aria. Guardate, Mister Kelly: la bandiera è
immobile e il fumo della mia sigaretta non si disperde che lentamente.”
“E
che cosa proverebbe ciò?”
“Che
dobbiamo essere immobili, o poco meno.”
“V’ingannate,
O’Donnell, o potete accertarcene guardando l’Isola Brettone, che ormai è
appena visibile, mentre Terranova ingrandisce a vista d’occhio.”
“Infatti
è vero.”
“Noi
non possiamo accorgerci della marcia del nostro vascello aereo, perché i
palloni non hanno moto proprio. È la massa d’aria che li tiene prigionieri,
ed essa cammina: ecco il motivo della nostra apparente immobilità.
Anche
se il vento fosse più forte, noi non ci accorgeremmo della sua rapidità e ci
sembrerebbe di essere sempre immobili.”
“Ciò
è strano!” esclamò l’irlandese. “Io ho sempre creduto il contrario.”
“E
i più lo credono; anzi, taluni pretesi aeronauti hanno perfino immaginato di
dotare i palloni di vele, credendo di poter aumentare la loro velocità.”
“Mentre
le vele rimarrebbero assolutamente inerti.”
“Precisamente.”
“E
non potrebbe nemmeno influire la maggiore o minore grandezza dei palloni sulla
rapidità?”
“Nemmeno:
sia piccolo o grande, il pallone filerà sempre con la velocità del vento e
niente più.”
“E
credete voi di riuscire ad attraversare l’Atlantico e di discendere sulle
coste europee?”
“Lo
spero, O’Donnell. Dispongo di tali mezzi che mi permettono di mantenermi in
aria per parecchi giorni, anzi alcune settimane. Ho a lungo studiato questo
grandioso viaggio aereo, ho tutto calcolato con precisione matematica, mi sono
preparato a tutto e ho fatto degli studi profondi sulla direzione delle
correnti aeree che si spingono verso il levante.
Se
avessi voluto intraprendere la traversata dell’oceano, avrei dovuto
caricarmi di tale massa di carbone per la macchina da farlo ricadere subito, e
sono tornato al vecchio sistema dei palloni liberi, che finora ritengo sia
ancora da preferirsi. È vero che ho introdotto nel mio vascello aereo dei
grandi miglioramenti ma, come vedete, è sempre un pallone senza moto proprio,
senza macchine e senza eliche, affidato solamente alle correnti aeree.
Dapprima
avevo cercato di costruire un pallone dirigibile, dotandolo di moto proprio;
ma mi sono convinto che, coi mezzi attuali di cui dispone la scienza, sarebbe
stata un’utopia e ho rinunciato.
È
bensì vero che ero riuscito a costruire una piccola macchina a vapore che
metteva in movimento due grandi eliche, le quali mi permettevano di lottare
contro il vento, quando questo soffiava con velocità moderata, e ad inventare
un timone che mi dava adito a dirigere l’aerostato; ma ciò poteva servire
soltanto per un viaggio di breve durata.
Andremo
direttamente in Europa? Io lo spero. Ma se la grande corrente che va a
levante, e che io ho scoperto, dovesse deviare nel mezzo dell’oceano e
spingerci altrove, ho pensato a trovare il mezzo di mantenerci a lungo in aria
e spero di esserci riuscito.
Se
tutto va bene, se un uragano non fa scoppiare i palloni, e un fulmine non ce
li incenerisce, io calcolo di toccare le sponde dell'Europa fra sei giorni o
forse anche meno.”
“Quale
distanza corre fra l’isola Brettone e le prime coste europee?”
“Circa
tremila miglia. Ho scelto appositamente l’Isola Brettone, che si può
considerare come un lembo di terraferma, data la sua vicinanza alla Nuova
Scozia, e che è la più prossima alle coste europee.
Avrei
potuto partire dalla Groenlandia, che dista dalle spiagge della Norvegia solo
ottocento miglia; ma avrebbero detto; forse che io non ero partito
dall'America, quantunque i geografi di tutte le nazioni considerino quel gran
deserto di ghiaccio come terra americana.”
“Ma
non vi è altro punto più prossimo?”
“No,
poiché scendendo più a sud le distanze crescono, allargandosi l’oceano.
Tra la Florida e il Marocco abbiamo già una larghezza di tremilaseicento
miglia; fra Rio della Piata e il Capo di Buona Speranza sono altrettante.”
“Ma
fra il Capo di San Rocco e la costa africana non si restringe l’oceano?”
“È
vero, O’ Donnell, poiché là l’Atlantico è largo solo milleseicento
miglia; ma noi avremo incontrato le grandi calme e i venti che da levante
soffiano costantemente verso ponente; e anche se fossimo riusciti ad
attraversare l’oceano, saremmo caduti sulle coste inospitali della Sierra
Leone, forse fra le mani dei feroci abitanti del Dahomey e degli Ascianti.”
“Ma
siete certo che i venti ci spingano verso oriente?”
“Proprio
certo, no; ma io so che al di là di Terranova i venti ordinariamente soffiano
verso il nord-est.”
“Ma
allora finiremo in Manda o in Norvegia,” disse l’irlandese.
“Ma
credete che non vi siano altre correnti sopra quelle che vi ho accennato? Io
spero di trovarne qualcuna che mi faccia piegare verso l’oriente. Bisogna
però non illudersi, O’Donnell, ed essere preparati a tutto, anche a
ritornare in America. Siamo in balia delle correnti aeree: possono spingerci
direttamente in Europa, come possono trascinarci verso le gelide regioni del
nord, o a quelle ardenti dell’equatore; possono prepararci una discesa
trionfale sulle spiagge o dell’Inghilterra, o del Portogallo, o della
Spagna, o... la morte. La nostra vita è nelle mani di Dio e dei venti.”
“Sono
preparato a tutto, Mister Kelly,” disse l’irlandese. “Ero condannato a
morte, e tutti i giorni che vivrò ancora saranno guadagnati. Nel caso in cui
fosse necessario, per salvezza vostra e dell’aerostato, ve lo dissi già,
disponete liberamente della mia pelle.”
“Grazie,
O’Donnell,” disse l’aeronauta, sorridendo. “Cercherò di risparmiarla
finché lo potrò e mi limiterò a gettare la zavorra che qui abbonda. Porto
con me un peso enorme, che mi permetterà di mantenermi in aria lungo tempo.”
“Quanti
chilogrammi ? “
“Tutto
compreso, noi, la scialuppa, le armi, le provviste, le funi, ecc., tocchiamo i
2600 chilogrammi.”
“Tale
forza hanno i vostri palloni!”
“La
loro forza ascensionale è di 1,20 chili per metro cubo d’idrogeno, essendo
questo di qualità superiore agli altri, che non sollevano ordinariamente più
di 1,18 chili. Ora facciamo l’inventario dei nostri progetti; poi, in attesa
di giungere sopra Terranova, se vorrete, vi spiegherò il sistema che ho
adottato per i miei aerostati.”
Il
pallone di Mister Kelly
L’imbarcazione
che serviva da navicella conteneva una tale quantità di oggetti, da
sorprendere qualunque persona, anche se fosse stato un aeronauta. Dispersi un
po’ alla rinfusa si vedevano casse, cassette, barilotti, coperte, tende,
gomene, cilindri di metallo, coni bizzarri che sembravano imbuti, armi, una
specie di pompa, ancore, barometri, termometri, remi, vele, cannocchiali,
manichelle e infiniti altri oggetti di ogni genere.
L’ingegnere
si levò dalla tasca un piccolo libro coperto di cifre e di parole e
riscontrò, con cura estrema, i numeri impressi su tutti quegli oggetti. “Bravo,
Simone!” disse rivolgendosi verso il negro, che continuava a battere i denti
e a sgranare i suoi grandi occhi spaventati. “Vedo che non hai dimenticato
nulla.”
“Malgrado
la sua paura!” disse l’irlandese. “Per San Patrick mio patrono, mi pare
che il vostro servitore sia stato preso da una grande tremarella!”
“Si
abituerà, O’Donnell,” rispose l’Ingegnere. “È la prima volta che si
trova su un pallone libero.”
“Suppongo
però che abbiate già fatto qualche ascensione.”
“Sì,
ma su un pallone frenato. Facciamo l’inventario di ciò che possediamo e
cerchiamo di mettere un po’ d’ordine nella nostra navicella.?
“Nella
scialuppa, volete dire”.
“Infatti,
è una vera imbarcazione, leggerissima. ma solida a tutta prova, e ci sarà di
grande utilità nel caso che i nostri palloni dovessero cadere in mezzo all’oceano.”
“Ma
quale metallo avete adoperato per costruirla? Si direbbe che sia una barra d’argento.”
“Ho
impiegato uno dei metalli più leggeri, ma nello stesso tempo dei più solidi:
l’alluminio. È un metallo che oggi è poco usato, ma che è destinato ad
avere un grande avvenire. Ecco la nota delle nostre ricchezze: quattro barili
di alluminio contenenti 330 litri d’acqua, 340 chili, due casse di biscotti,
200 chili: sei casse di carni conservate e conserve alimentari, 200 chili:
cioccolato, bottiglie di liquori, due fucili, tre rivoltelle, munizioni, una
scure, due coltelli, 90 chili; bussole, termometri, barometri, un sestante del
punto, matite, carta e piccoli oggetti, 24 chili; piccola farmacia, 4 chili;
tende, coperte, vestiti, una vela per la scialuppa, albero e remi, 36 chili;
tre ancore, una da terra e due da mare, due piccioni messaggeri, 26 chili.”
“Tre
ancore!” esclamò O’Donnell. “V’ingannate: io non ne vedo che una.”
“No,
amico mio: ne possediamo tre. Quella che vedete lì e che ha la solita forma,
è una: le altre due sono quei coni di alluminio che somigliano a imbuti.”
“Non
vi comprendo.”
“Basta
immergere uno di questi coni in mare, e subito si rovescia, si riempie d’acqua,
e la resistenza che oppone basta, se non a fermare del tutto i miei palloni,
almeno a rallentare assai la loro marcia.”
“Avete
pensato a tutto, Mister Kelly.”
“Lo
spero,” rispose l’ingegnere. “Una pompa premente, 8 chili...”
“Una
pompa! Che cosa volete farne?”
“Per
mantenere sempre gonfi i due palloncini.”
“Ma
quali?”
“Quelli
che stanno dentro nei due grandi palloni contenenti l’idrogeno. Mi
spiegherò meglio più tardi. Dieci cilindri di idrogeno compresso, 24
chili...”
“Per
cosa farne?”
“Per
i miei aerostati. Comprenderete che io dovevo cercare il mezzo per mantenermi
in aria il maggior tempo possibile, e ho immagazzinato in quei cilindri,
mediante una pompa speciale di mia invenzione, ben quattrocento metri cubi di
idrogeno.”
“E
non scoppieranno i tubi?”
“No:
almeno lo spero. Peso del battello, 72 chili; peso delle funi, 100 chili; peso
dei nostri corpi... Quanto pesate?”
“Sessanta
chilogrammi.”
“185
chili fra tutti e tre. Peso dei due aerostati, 602 chili; zavorra e altri
piccoli oggetti, 758... Totale 2600. Va bene, O’Donnell?”
“È
esatto,” rispose l’irlandese.
“Dunque
noi possiamo disporre di quasi 800 chilogrammi di zavorra: un bel peso, in
fede mia, ma necessario”
“Una
cosa però non ho veduto, fra i tanti oggetti che ingombrano la scialuppa.”
“E
quale?”
“Una
cucina.”
“Oh,
ghiottone! Mi ero dimenticato di avvertirvi, prima che saliste nella mia
navicella, che sareste stato costretto a nutrirvi esclusivamente di cibi
freddi.”
“Non
era necessario: freddi o caldi, poco m’importa. Ho fatto l’osservazione
non per me, ma per voi.”
“La
cucina portatile è stata la prima cosa che ho eliminato dalla lista dei miei
oggetti. Sopra il nostro capo vi è una specie di polveriera, e una scintilla
basterebbe a farla scoppiare. L’idrogeno s’infiamma facilmente; ed ecco il
motivo per cui ho rinunciato ad accendere il fuoco per tutta la durata del
viaggio.”
“E
proibito fumare, dunque.”
“No,
vedete anzi che tengo anch’io una provvista di sigarette: ma alla prima fuga
di gas vi consiglio di gettare nell’oceano, e senza ritardo, il vostro
sigaro.”
“Non
mancherò di farlo, Mister Kelly. Ora mi spiegherete il vostro sistema di
palloni.”
“Bastano
poche parole. Come vedete, i miei due palloni hanno la forma di due grandi
fusi, lunghi ventotto metri ciascuno, del diametro di 9,20 metri al centro,
più acuminati dinanzi che di dietro e del volume totale di 2120 metri cubi,
ossia di 1060 ciascuno. Ho preferito questa forma, perché si presta meglio:
se fossero stati due palloni ordinari gli urti fra di loro sarebbero stati
frequenti, e per la loro rotondità sarei stato obbligato a tenere ad una
distanza troppo grande la mia navicella.
Sembrano
uniti; ma le loro maglie sono indipendenti l’una dall’altra, e con pochi
colpi di coltello possono separarli. Se uno si guastasse, potrei facilmente
lasciarlo cadere in mare senza lunghe manovre e farmi reggere dall’altro,
gettando la mia provvista di zavorra e gli oggetti meno necessari. Entrambi
sono muniti di due valvole: una situata in alto, detta di manovra, serve per
la discesa; e per ottenere ciò, basta dare uno strappo a questo due corde
fissate a poppa della navicella; l’altra, detta di sicurezza, è automatica,
e serve a dar sfogo all’idrogeno quando si dilata per il troppo calore del
sole. Senza di questa si potrebbe correre il pericolo di veder scoppiare i
nostri palloni.
Quando
raggiungeremo dei climi più caldi, vi toccherà sovente di sentire un acuto
odore di gas. Sarà una perdita grave, ma necessaria per la nostra salvezza.
Ma nei miei due palloni ho voluto introdurre un grande miglioramento, che è
stato già studiato e anche adoperato, credo, da taluni aeronauti europei, e
con risultati soddisfacenti, io ho avuto la massima cura nella scelta del
tessuto di seta dei miei palloni e nella vernice interna ed esterna che doveva
spalmarli; ma, come voi sapete, il gas fugge sempre anche attraverso i tessuti
più impermeabili, e dopo un certo tempo l’aerostato perde la sua forza
ascensionale, ricade e forma delle grandi pieghe, entro le quali s’ingolfa
il vento, producendo talvolta delle lacerazioni. Io spero che col tessuto da
me fatto appositamente fabbricare e verniciare, la perdita dell’idrogeno
sarà minima, tanto più che i miei palloni, invece di essere semplici, hanno
doppia coperta. Tuttavia fra otto o dieci giorni si sarebbero manifestate
delle pieghe che sarebbero diventate assai pericolose, data la forma speciale
del mio vascello aereo. Per ovviare a questo grave inconveniente e mantenere
la superficie dei miei aerostati sempre tesa, ho posto in mezzo ad essi due
piccoli palloni gonfi d’aria, introdotta con la pompa premente che avete
veduto. Quando i due fusi perdono l’idrogeno, io gonfio sempre più i miei
due piccoli palloncini i quali, aumentando il loro volume, costringeranno la
superficie dei primi a rimanere sempre tesa.”
“Benissimo,
Mister Kelly; ma quando i due palloncini saranno completamente gonfi, come
farete ad aumentare il loro volume? Allora non potrete più evitare le pieghe
che si manifesteranno nei due grandi aerostati.”
“Non
ho portato con me i dieci cilindri di idrogeno compresso? Voi vedete che tutti
e quattro i palloni, all’estremità inferiore, o, meglio, nel loro punto
centrale, hanno quattro tubi che si prolungano fino a noi. Adatto i cilindri
alle maniche dei due fusi e v’inietto dentro i miei 400 metri cubi di gas.”
“Per
San Patrick, mio protettore! Voi avete pensato ad ogni cosa!” esclamò l’irlandese.
“Lo
spero, O’Donnell; ma questo non è tutto. Se i due grandi aerostati
perdessero poco idrogeno e il gonfiamento ad aria dei palloncini fosse
sufficiente a mantenerli tesi, io potrei accrescere la forza ascensionale del
mio vascello aereo, iniettando i miei 400 metri cubi di idrogeno nei secondi”
“Eliminando
l’aria?”
“Sì.
All’una sostituisco l’altro”
“E
se tutto ciò non bastasse e il nostro vascello dopo un certo numero di giorni
cadesse? Chissà, i venti possono spingerci lontano, sull’ampio oceano.”
“Ho
pensato anche a questo, O’Donnell. Ho preso con me tre lunghe guide-ropes
o meglio, tre funi moderatrici, del peso complessivo di 70 chili e d'ineguale
lunghezza. Se il mio vascello si abbassa (e ciò avverrà senza dubbio tutte
le notti, poiché con lo scemare del calore l’idrogeno si restringe,
diminuendo considerevolmente la forza ascensionale), io lascio pendere le mie
tre funi. Immergendosi, esse perdono una parte del loro peso specifico e
alleggeriscono i palloni d’un peso non piccolo. Non bastano? Senza
sacrificare la zavorra, calo i miei barili d’acqua, che sono chiusi
ermeticamente nei loro recipienti di alluminio, e mi scarico due o trecento
chilogrammi. Un’ora di sole basta a dilatare l’idrogeno e noi, a giorno
fatto, risaliamo in alto, portando con noi i nostri barili e le nostre guide-ropes,
sacrificando forse poche decine di chilogrammi di zavorra.”
“E
se ancora ciò non bastasse e i nostri palloni scendessero per mancanza d’idrogeno?”
“Mi
resta la scialuppa. Da aeronauti diverremo marinai e cercheremo di raggiungere
la costa più vicina, o di incontrare qualche nave.”
“Ma
voi avete eliminato tutti i pericoli.”
“Tutti
no, O’Donnell. Un uragano può lacerarci i palloni, o un fulmine
incendiarli, e noi precipitare in fondo all’oceano.”
“Speriamo
di scendere sani e salvi in Europa, Mister Kelly.”
“Confidiamo
in Dio e nel nostro Washington. Simone, versaci un bicchiere di whisky.
Quassù fa freddo assai, e una sorsata di liquore ci farà bene e forse ci
eviterà un raffreddore.”
Il
negro non si mosse: sempre rannicchiato a poppa della scialuppa, con gli occhi
strabuzzati, la pelle bigia, le mani convulsivamente strette attorno alle
funi, pareva inebetito dallo spavento. Cercò di rispondere alla domanda del
padrone; ma il solo rumore che gli uscì dalle labbra contratte fu uno
stridìo di denti.
“Orsù,
poltrone,” disse l’ingegnere. “Hai paura di precipitare nell’oceano?
Bel compagno che ho scelto.”
“Ho...
ho... paura massa (padrone)..” balbettò il negro con voce
rotta.
L’irlandese
proruppe in una fragorosa risata. “Siete comico, mastro Simone,” disse.
“Non sareste stato voi di certo a tenere allegra compagnia al vostro
padrone. Con vostro permesso, Mister Kelly, metto le zampe io sulla vostra
cantina.”
L’irlandese
che conservava il suo inalterabile buon umore, stappò una bottiglia e riempì
tre bicchieri. “Hurrah per il Washington” gridò. Stava per
accostare il bicchiere alle labbra, dopo aver toccato quello dell’ingegnere,
quando un'acuta detonazione risuonò sotto l’aerostato. “Per San Patrick!”
urlò, “cosa scoppia?”
“Una
granata,” rispose Kelly, con voce tranquilla.
“Pare
che agli inglesi prema assai di catturarvi. Bah! sarà polvere sprecata!”
In
quel momento l’aerostato si librava quasi sopra San Paolo, piccola isola che
è situata fra quella Brettone e Terranova, mantenendosi a un’altezza di
3500 metri.
Il
vento, che era lentamente scemato, lo trascinava verso il nord-est con una
velocità di ventidue miglia all’ora, tendendo a spingerlo verso la grande
isola dei merluzzi, che si delineava distintamente con le sue numerose baie, i
suoi laghi, le sue colline e i suoi boschi.
All’ovest
si vedeva l’isola d’Anticosti, la cui forma allungata si stendeva a mo' di
immenso cetaceo; più vicino appariva il gruppo delle isole Maddalene, che
occupano quasi il centro del grande golfo di san Lorenzo; al sud-ovest l’isola
frastagliata del Principe Edoardo e al sud quella del Capo Brettone, che
sembrava un gancio, e al nord le due isolette francesi di Miquelon e di S.
Pierre, situate dinanzi alla profonda baia di Placentia, che s’ingolfa entro
Terranova. Fra queste due isole e quella di San Paolo, i due aeronauti
scorsero un legno a vapore, che sembrava grande come una scialuppa e che
pareva venisse dalla baia sopraccennata. Un nuvolone di fumo biancastro si
alzava ancora a prua, disperdendosi lentamente.
“Ecco
chi ci bombarda,” disse l'ingegnere.
“Quella
nave?”
“Sì.”
“Che
sia quella uscita da Sidney?”
“Oibò!
Sarà ancora lontana quella: forse è quel punto nero perduto in mezzo al
golfo.”
“Ma
chi può aver avvertito quel legno che ci prende a colpi di cannone?”
“Il
telegrafo, amico mio. Avranno annunciato da Sidney la vostra fuga in pallone
alle autorità di San Giovanni o di Harbour-Grace, e queste hanno lanciato
qualche incrociatore o qualche stazionario del grande banco di merluzzi contro
di noi.”
“Che
ci credano tutti e due feniani?”
“Mi
crederanno vostro complice.”
“E
si rovina o si tenta di rovinare un sì magnifico vascello aereo?”
“Gli
inglesi sono testardi. O’Donnell, e non indietreggiano dinanzi ad alcuna
cosa, pur di riuscire nei loro progetti; ma fortunatamente siamo su un
vascello che non ha rivali e fila a tale velocità da infischiarsene di tutti
gli incrociatori del mondo e delle loro artiglierie.”
“Non
giungeranno fino a noi le palle?”
“Non
lo credo e poi ho tanta zavorra da metterci fuori di portata. Ah, ah...”
Un
lampo era balenato sulla prua del legno cacciatore, e una nuvola di fumo aveva
avvolto l’albero di bompresso. Un fischio acuto attraversò gli strati d’aria
inferiori poi, a circa seicento metri sotto la navicella, scoppiò qualcosa
con grande fracasso.
“E
una granata di buon calibro” disse l’ingegnere. “Diavolo! Hanno dei
cannoni di lunga portata quei dannati inglesi; ma siamo ancora troppo lontani,
miei cari, e consumerete inutilmente le vostre cariche.”
“Signor
Kelly,” disse O'Donnell con una certa emozione, “io non vorrei con la mia
presenza, crearvi degli imbarazzi.”
“Che
cosa volete dire?”
“Di
lasciarmi scendere e di liberarvi della mia pericolosa compagnia.”
“Per
favi impiccare?”
“Bah,
era il destino!”
“Siete
pazzo, O’Donnell?”
“No,
ve lo dico sul serio.”
“E
credete che io intenda privarmi della vostra compagnia? Siete mio ospite e non
lascerete la mia nave aerea se non quando saremo giunti in una terra dove non
correrete alcun pericolo. “
“Ma
io posso crearvi dei seri guai e compromettere forse il vostro grandioso
viaggio. Non vedete cosa ci regalano questi signori inglesi? Ci daranno una
caccia spietata attraverso l’Atlantico, c’inseguiranno a cannonate senza
pietà. Per me poco importa; ma per voi, per il vostro pallone...”
“Avete
finito?” chiese l’ingegnere. “Correte come un treno diretto lanciato
attraverso la grande linea del Pacifico. Basta, per centomila diavoli!
Lasciate che gli inglesi consumino polvere e palle, lasciateli correre
attraverso l’oceano a consumare carbone e tempo: io me ne rido di loro e vi
condurrò in salvo, dovessi impiegare la forza. Ci dichiarano guerra? L’accetteremo
e vedremo chi uscirà con le costole rotte. Guardate: la nave che ci
bombardava è ormai un punto nero, e la sfido a raggiungerci.”
“Grazie,
Mister Kelly,” disse l’irlandese con voce commossa, stringendogli la mano.
“Vi sono debitore della vita.”
“Orsù,”
disse l’ingegnere, “non se ne parli più, e vuotiamo un altro sorso. Il
freddo cresce di passo in passo che ci avviciniamo a Terranova, e se non lo
combattiamo ci procureremo dei malanni.”
Mentre
così discorrevano, il vascello aereo, che si manteneva sempre a quella grande
altezza, filava maestosamente sopra il golfo di San Lorenzo, avvicinandosi
alla grande isola, che pareva gli corresse incontro. Una calma perfetta
sembrava regnasse attorno agli aeronauti: diciamo sembrava poiché, in
realtà, l’aria era turbata, precipitandosi verso il nord-est con velocità
crescente. Appena appena si avvertiva un leggero ondulamento della navicella,
tanto erano ben equilibrati i due aerostati e così solidamente uniti: si
sarebbe detto che formassero un corpo solo. Alle due detonazioni era succeduto
un profondo silenzio, che faceva una certa impressione sugli animi dell’irlandese
e del negro Simone specialmente, il quale non si era ancora rimesso dal suo
terrore. A quell’altezza non si udivano più né i muggiti delle onde, che
pure si vedevano coperte di candida spuma, né le grida degli immensi stormi
di gabbiani e di procellarie che si vedevano volteggiare al di sopra del
golfo.
Quantunque
il sole fosse alto, essendo le undici antimeridiane, un freddo acuto regnava
in quelle alte regioni e i tre aeronauti, sebbene si trovassero a soli 3500
metri, provavano una certa oppressione al petto e una certa difficoltà nella
respirazione, a causa della rarefazione dell'aria. O’Donnell, che cominciava
a battere i denti, si accorse che il termometro segnava due gradi sotto lo
zero. “Diamine,” esclamò, “fa un bel freddo per essere al 24 d’aprile”
Guardò giù: ad una grande distanza, verso il sud, si vedeva l'incrociatore
che li aveva bombardati; ma era ormai tanto piccolo, che rassomigliava a una
ciabatta. Una nuvola di fumo nerissimo lo avvolgeva, e ciò indicava come
forzasse la sua macchina per tener dietro all’aerostato, che sempre più si
allontanava. A sinistra si scorgevano le due isole francesi di Miquelin e di
S. Pierre, attorno alle quali navigavano flottiglie di wargas, o di dorès,
piccole imbarcazioni adoperate per la pesca con le lenze; al nord, proprio
dinanzi al pallone, s’estendeva la baia di Placentia occupata da un buon
numero di velieri e piroscafi. Aguzzando gli occhi verso l'est, al di qua
delle sponde orientali dell’isola, gli parve di scorgere una quantità
immensa di punti neri, appena visibili sulla cupa superficie dell’oceano.
“Cosa
sono?” chiese, volgendosi verso l’ingegnere che gli stava accanto.
“Battelli
e bastimenti intenti a pescare merluzzi sul grande banco.”
“Ah!”
esclamò O’Donnell. “Come mi piacerebbe assistere a quella pesca!”
“Se
il vento non cambia, passeremo sopra il banco. La corrente ci farà tagliare
Terranova da sud-ovest al nord-est, e ci spingerà sull’oceano in quella
direzione.”
“E
potremo distinguere le diverse fasi della pesca?”
“Sì,
purché non soffi il poudrin.”
“Che
cos'è questo poudrin?”
“E
un ventaccio freddo, che produce tormente di neve e che porta con sé dei
nebbioni bianchi, talmente densi da non lasciar scorgere un oggetto qualsiasi
a pochi metri di distanza. Soffia sovente sopra il grande banco, e allora
causa numerose disgrazie fra i pescatori, poiché i piccoli battelli da pesca,
i cosiddetti dorès, malgrado i continui segnali delle navi da guerra e
delle navi a vela, si smarriscono e molto spesso si allontanano in mezzo all’oceano,
dove le onde li inghiottono. Ogni anno centinaia di quei piccoli canotti non
tornano più alle navi alle quali appartengono.”
“Ditemi,
Mister Kelly: cosa sono quei quadri bianchi che scorgo sulle rive di Miquelon
e di S. Pierre, e sui quali vedo agitarsi dei punti neri che debbono essere
uomini”
“Sono
graves”
“Ne
so quanto prima,” disse O’Donnell.
“Allora
vi dirò che sono tratti di terreno accuratamente coperti di pietre arenarie e
divisi in grandi quadrati da canaletti destinati allo scolo delle acque; ma
quelle pietre sono disposte di modo che l'aria vi possa circolare liberamente.
E quegli uomini sono graviers, occupati a preparare le graves.”
“Ma
che cosa sono quelle graves”
“Sono
destinate a ricevere i merluzzi per l'essiccazione. Tutti i proprietari delle graves
hanno una cura estrema nel preparare quei terreni, poiché, se sono
trascurati, possono influire assai sulla conservazione dei pesci.”
“E
i graviers chi sono?”
“Sarebbe
un po’ difficile dirlo. A udir loro, sono tutti figli di buone famiglie; a
parer mio, sono lavoranti luridi e cenciosi. Non sono né marinai, né
pescatori, quantunque pretendano di essere l’uno e l’altro, e sono
occupati nello sbarco del sale necessario alla conservazione dei merluzzi e
nella preparazione delle graves. Si reclutano ordinariamente nei più
miserabili villaggi della Brettagna, si alloggiano in grandi truppe nei
magazzini costruiti intorno alle graves sotto la direzione di un
mastro, e terminata la stagione delle pesche, si rimandano in patria. Essendo
per lo più economi, ritornano sempre al villaggio natio con un discreto
gruzzolo di denaro. Sulle coste orientali di Terranova vedrete centinaia di
quelle graves e migliaia di graviers”
“II
merluzzo ha bisogno di molte preparazioni prima di essere messo in commercio?”
“Il
merluzzo secco richiede delle cure speciali: non così quello detto merluzzo
verde, ch’è il più costoso, ma il più spiccio a essere preparato e anche
il più gustoso. Il verde, appena pescato, viene semplicemente salato, senza
seccarlo. Lo si chiude in barili con strati di sale, e dopo poche settimane lo
si può mangiare, sia in America che in Europa. Quello secco, invece, lo si
lascia in sale tre soli giorni per sbarazzarlo di tutto il sangue e dell’acqua
che contiene, poi si porta sulle graves e lo si espone al sole. Quando ha
preso tre soli, operazione che richiede la più accurata sorveglianza, poiché
il troppo calore o la troppa umidità delle nebbie possono guastarlo, lo si
depone in modo che l’aria lo lambisca in tutta la sua superficie. Quaranta
giorni dopo, quando cioè i merluzzi sono giunti, come dicono i pescatori, al
loro decimo sole, si accumulano gli uni sopra gli altri, formando delle grandi
cataste alte parecchi metri. Di giorno queste cataste si lasciano esposte al
sole e all’aria; ma di notte si coprono con una immensa tela impermeabile,
per proteggerli dall’umidità. Al sessantesimo giorno si scelgono i merluzzi
perfettamente secchi e si pongono subito in commercio. Se ve ne sono di umidi,
si tornano a mettere sulla grave a stagionarsi e a prendere un altro sole.”
“Terra!”
esclamò O’Donnell, che aveva girato uno sguardo al basso. L’ingegnere
diede uno sguardo alla bussola.
“Direzione
nord-est,” disse. “Prima di sera avremo attraversato Terranova e ci
libreremo sopra il grande banco da pesca.”
Capitolo
5
Terranova,
Newfoundland, è una delle maggiori isole dell’America settentrionale
e, si può dire senza tema di esagerazione, è quella che offre maggiori
ricchezze di tutte, non solo per le sue acque, che sono immensamente ricche di
pesci, fra i quali primeggiano i merluzzi e le aringhe. E situata di fronte al
Labrador, dalla cui terra è separata dallo stretto di Belle Isole, fra il
46° e il 51° e 46’ di latitudine nord e il 54° 5l’ e 62° di
longitudine ovest. La sua superficie, che tocca gli 85.000 chilometri
quadrati, è assai irregolare, frastagliata da penisole molto pronunciate, da
un grande numero di baie, da piccoli porti, da cale e insenature, entro i
quali possono comodamente ripararsi le navi, essendovi dovunque acqua
profonda.
Notevolissime
per la loro estensione e sicurezza sono le baie di Placentia, di Fortuna e di
Santa Maria al sud, di Nostra Donna e Bianca a settentrione; di Concezione,
Trinità e Buonavista a oriente; di San Giovanni, delle Isole di San Giorgio
all'occidente, tutte popolate da pescatori, i quali sono oltre 100.000.
L’interno
di Terranova è per lo più piano: verso l’occidente, però, l’isola
presenta parecchie catene di colline. Ha numerosi laghi, parecchi fiumi, ma di
poca importanza, grandi selve, ricche di selvaggina, di caribù e di volpi, e
parecchie città. La capitale dell’isola è San Giovanni, situata in una
baia posta al sud-est, con un porto di difficile accesso, essendo l’imboccatura
assai stretta. Vengono poi Harbour-Grace, situata sulla costa occidentale
della baia Concezione, poi Carbonier, Porto Trinità e Placentia.
Quest’isola
fu una delle prime scoperte, anzi taluni affermano che lo sia stata ancor
prima che il grande Colombo toccasse le isole del Golfo del Messico. I più,
però, e con ragione, ritengono che Giovanni Caboto, che intraprese quell’audace
spedizione per conto dell’Inghilterra, l’abbia scoperta nel l497, cioè
cinque anni più tardi dell’approdo di Colombo alle Antille. Malgrado la sua
scoperta risalga a un’epoca così avanzata, Terranova rimase quasi
abbandonata e la sua colonizzazione non iniziò che nel 1623 con lord
Baltimore.
L’aerostato
spinto da un freddo vento di sud-ovest, filava sopra quella lunga e sottile
penisola che racchiude, verso occidente, la baia Placentia, dirigendo verso
quella di Trinità. Da quell’altezza l’isola era interamente visibile in
tutti i suoi punti, anche i più lontani. Era come un’immensa carta
geografica, spiegata sotto gli occhi degli arditi aeronauti. Grandi boschi di
larici, di betulle, di pini e frassini apparivano qua e là, come pure
parecchi villaggi, situati lungo le spiagge della baia. Si vedevano i
pescatori scendere precipitosamente a terra e gli abitanti uscire in fretta
dalle capanne ad ammirare il vascello aereo, che filava maestosamente sopra le
loro teste e si udivano di quando in quando dei clamori e anche qualche
detonazione.
“Diavolo!”
esclamò l’irlandese, che non amava il silenzio. “Ci prendono per aquile?
Fortunatamente siamo molto alti e le loro palle non arriveranno fino a noi.”
“Crederanno
di salutarci,” rispose Kelly.
“Che
siano indiani?”
“Gli
indiani di Terranova sono morti tutti e da parecchi anni.”
“Li
hanno distrutti?”
“La
civiltà dei bianchi è fatale alle razze di colore. Dove si introduce,
distrugge.”
“Vi
erano delle tribù all'epoca della scoperta?”
“Sì,
e non poche, a quanto sembra, ma scomparvero presto. L’ultima fu quella dei
Micmac.”
“Erano
proprio dei barbari?”
“No,
anzi si scoprirono in loro notevoli principi di civiltà, che dimostravano
che, in tempi antichi, avevano avuto contatti con gli uomini bianchi.”
“In
tempi anteriori alla scoperta dell’isola?” chiese O’Donnell con
sorpresa.
“Sì,
amico mio.”
“Ma
l’isola fu scoperta solo nel 1497! Chi poteva averla visitata prima di
Caboto?”
“Voi
mettete in campo un'autentica questione, che ha fatto versare torrenti d’inchiostro
agli storici europei.”
“E
quale mai?”
“Che
l’America settentrionale sia stata visitata dagli europei cinque secoli
prima delle scoperte di Colombo e di Caboto.”
“Ma
da chi?”
“Dagli
scoto-irlandesi e dai norvegesi.”
“Questa
è bella!”
“Sembra
che prima del 1000 parecchi audaci marinai scoto-irlandesi, spinti o dall’istinto
dell’emigrazione o dal desiderio di conquista, siano sbarcati su queste
isole e sulle coste del Canada, fondando degli insediamenti e introducendo fra
le tribù primitive la religione cristiana. Infatti, si sa che quando i
norvegesi, dopo aver scoperto l’Islanda e la Groenlandia, sbarcarono su
queste coste, trovarono tracce evidenti del cristianesimo.”
“Ma
che sia proprio vero che i norvegesi siano sbarcati in queste regioni?”
“Le
tradizioni leggendarie che la Saga nordica ha trasmesso fino a noi, accennano
alle spedizioni dei norvegesi e degli scoto-irlandesi, e ormai si è certi che
qui fondarono parecchi insediamenti, specialmente nella Nuova Scozia e nel
Nuovo Brunswick.”
“Ma
che cosa accadde delle loro colonie? Perché non si spinsero verso il sud,
alla conquista delle regioni più miti e più ricche?”
“Ecco
quello che si ignora. Di quelle colonie non rimasero che le tracce, sono state
distrutte dai selvaggi o qualche terribile malattia ha spento quei primi
coloni? Ciò però non toglie alcun merito alle grandi scoperte di Colombo e
di Caboto, perché furono loro a far conoscere all’Europa un altro immenso
continente, la cui esistenza era stata messa in dubbio e...”
“Che
cosa?”
“Non
vi sembra che il freddo stia improvvisamente aumentando. O’Donnell?”
'“Al
punto che batto i detti, ingegnere.”
“Ascoltate!”
Entrambi
tesero le orecchie e udirono in aria dei leggeri crepitii. Pareva che dei
corpuscoli urtassero la superficie degli aerostati. Kelly guardò in alto e
vide brillare, ai raggi leggermente tiepidi del sole, delle pagliuzze di
ghiaccio che si tenevano sospese in aria. “Comprendo da cosa deriva questo
brusco abbassamento della temperatura,” disse, “attraversiamo uno strato
di sottili ghiaccioli. Brutto segno: porterà una nevicata.”
“Tò!”
esclamò O’Donnell. “Non vi sembra che ci stiamo abbassando?”
“Infatti
è vero. Questo freddo repentino tende a restringere l’idrogeno, ma appena
saremo usciti da questo strato, il sole tornerà a dilatarlo e noi a salire.”
Il vascello aereo si abbassava lentamente, ma doveva essere cosa di breve
durata. Ben presto il barometro avvertì gli aeronauti che i trovavano a 3000
metri di altezza, mentre prima si erano sempre tenuti a 3500. Quell’abbassamento
permise di osservare meglio la grande isola che si stendeva sotto di loro. Si
distinguevano perfettamente le abitazioni sparse sul bordo delle grandi
boscaglie, gli abitanti che cercavano di correre dietro all’aerostato,
credendolo forse un gigantesco uccello di nuovo genere, data la sua forma
così differente dai soliti palloni, e si udivano nettamente le loro grida di
stupore.
Alle
tre pomeridiane O’Donnell e l’ingegnere scorsero, come annidata sulle
sponde di una baia, San Giovanni, la capitale dell’isola. Per alcuni istanti
poterono vedere il palazzo dell’assemblea, la dogana, le fortificazioni e le
numerose graves che si estendevano per lungo tratto fuori dalla città,
poi non videro più che una massa biancastra poiché il vento li spingeva
verso nord, ossia in direzione delle baie di Trinità e Bonavista. Alle tre e
quaranta minuti si libravano sopra il capo Fuels, avvistando l’isola del
Fuoco, e pochi minuti più tardi l’aerostato abbandonava l’isola, filando
sopra l’oceano Atlantico, le cui onde si urtavano con profondi muggiti,
coprendosi d’un immenso manto di candida spuma.”
“Addio
terra!” esclamò O’Donnell. “D’ora innanzi non vedremo che acqua.”
“Purché
il vento non cambi direzione,” disse l’ingegnere. “Potrebbe spingerci
verso il nord e fors’anche ricondurci verso l'America.”
“Dove
ci porta ora?”
“Diritti
al grande banco. Non vedete laggiù, verso l’est, quei punti neri? Sono le
navi occupate nella pesca ai merluzzi.”
“E
lontano però il grande banco”
“Vi
giungeremo fra un paio d ore, se la nostra velocità, che è ora di quaranta
miglia, non diminuisce.”
“Si
pescano dappertutto i merluzzi, intorno all’isola?”
“Sì,
specialmente quando i pesci cominciano a lasciare il banco per cercare un
altro cibo. In primavera i merluzzi si radunano in grandi masse nei dogger-banks
delle coste di Islanda, nei fiorden della Norvegia e nei golfi dell’Irlanda,
poi si dirigono tutti insieme verso Terranova. È in questa stagione che dalle
coste della Norvegia, della Francia, dell’Inghilterra e dell’Olanda
partono vere flottiglie di pescatori, i quali, cosa sorprendente davvero, qui
vengono senza bisogno di carte e di strumenti necessari a fare il punto,
seguendo, direi quasi, una traccia secolare. Si calcolano fino a seimila navi
che tutti gli anni vengono impiegate nella pesca del prezioso pesce.”
“Devono
pescarne una quantità immensa.”
“Dai
35 ai 40 milioni.”
“E
chi per primo s’accorse della riunione dei merluzzi su questo grande banco?”
“Caboto
lo aveva notato; poi un altro ardito navigatore italiano, il fiorentino
Giovanni da Verrazzano, che prese possesso di Terranova nel 1525 in nome di
Francesco I re di Francia e che poco dopo cadde sotto le lance e le scuri
degli indigeni; poi Cartier, lo scopritore del fiume San Lorenzo.”
“Si
pescano anche nel San Lorenzo?”
“No,
i merluzzi non penetrano mai nei fiumi, anzi si tengono lontani dalle foci.”
“Terminata
la stagione sul grande banco, si radunano altrove?”
“No,
si disperdono, scompaiono e non si vedono più per il resto dell’anno. Si
ignora dove vadano a svernare durante la stagione fredda, ma pare che si
tengano in acque assai profonde. Ma ecco le prime barche da pesca, O’Donnell,
aprite bene gli occhi, e non vi dispiacerà di aver fatto una volata sopra il
grande banco di Terranova.
Attraverso
il banco di Terranova
Il
grande banco di Terranova, che deve la sua celebrità alla pesca del merluzzo,
è situato fra il 40° 57’ e il 50° 17’ di latitudine nord e il 46° e il
50° di longitudine ovest. La sua lunghezza è di 900 chilometri; la sua
larghezza è varia, avendo una forma irregolare, che in certi punti tocca i
300 chilometri.
È
un banco immenso, sabbioso; ma la sua profondità permette il passaggio delle
navi quasi dappertutto. È là che al principio della primavera, specialmente
dopo l’arrivo delle immense bande di godillons, uccelli del mare che
seguono i merluzzi nelle loro emigrazioni, si radunano a migliaia le navi da
pesca, cercando di occupare i migliori posti e specialmente lo spazio
interposto fra i paralleli 44° e 46° che è il preferito dai pesci
migratori.
Né
i pesanti e densissimi nebbioni prodotti dalle acque tiepide del Gulf-stream
con l’incontro della fredda corrente polare e degli icebergs o monti
di ghiaccio galleggianti, staccatisi dalle terre artiche, né l’irrompere di
quelle enormi masse di ghiaccio, del peso di parecchie migliaia di tonnellate,
attraverso il grande banco, né i soffi tremendi del poudrin che
solleva enormi ondate, trattengono quelle migliaia di pescatori, i quali si
inoltrano arditamente sul banco, gareggiando fra loro per riempire più presto
le loro navi del prezioso pesce, che frutterà a loro dei grandi benefizi.
Tutti
già conoscono il merluzzo, ma allo stato secco e decapitato.
È
dotato di una voracità fenomenale, al par del luccio d’acqua dolce, e si
nutre di crostacei, di molluschi e di pesci.
Ha
tre pinne sul dorso, due anali e una piccola caudale, tagliata in forma
quadrata. Il suo muso è grosso, ottuso, munito sotto la sinfisi di un
barbiglio carnoso di forma conica; i suoi occhi sono grandi, il corpo svelto,
coperto di piccole scaglie aderenti; il suo colore è verdognolo e giallastro
sopra, argenteo sotto.
Essendo
così vorace, la sua presa è facile, poiché si getta senza esitare sulle
lenze dei pescatori, inghiottendo gli ami assieme alla preda che vi è
attaccata.
Le
lenze che vengono adoperate nella pesca sono funicelle solidissime, del
diametro di metri 0,027, della lunghezza di 100 metri, o di 150 e anche l60,
munite di cordicelle più sottili, terminanti in ami di ferro dolce o d’acciaio,
i quali portano o pezzi di aringa, o di cappellano o di cornuto.
Queste
lenze sono trattenute verticalmente da pezzetti di piombo, del peso da quattro
a sei grammi. Si calcola che ogni pescatore, con tempo favorevole, prenda in
una giornata dai duecentocinquanta ai trecentocinquanta merluzzi!
Quando
l’aerostato, spinto dal vento del sud-ovest, giunse sul banco, i pescatori
erano in piena attività.
Fin
dove arrivava lo sguardo, bricks, brigantini, golette, orche, cutters
rotolavano furiosamente sotto le larghe onde dell'Atlantico e dappertutto si
vedevano miriadi di dorès, quei piccoli battelli incaricati del ritiro
delle lenze e delle prede, montati ognuno da due uomini vestiti di abiti di
tela incatramata o cerata e di un lungo grembiule che sale fino al loro collo.
Un
attività febbrile regnava dappertutto, fra un baccano assordante che saliva
fino agli aeronauti.
Gli
uomini delle piccole imbarcazioni ritiravano, con celerità fantastica, le
lunghe lenze, staccavano i merluzzi, che pendevano da una specie di uncino
detto èlan-gueur, li sventravano per estrarne gli intestini, che
servivano da esca per le lenze, e strappavano loro la lingua, che ponevano con
somma cura nelle tasche dei loro grandi grembiuli e in una borsa appesa alla
cintura. Quelle lingue non si raccolgono per ricavarne qualche profitto:
servono solamente per regolare i conti col proprietario della nave da pesca,
il quale alla sera fa ritirare tutte le lingue per sapere quanti merluzzi ha
raccolto durante la giornata ognuno dei suoi uomini.
Sui
ponti dei vari battelli il lavoro ferveva con non minore attività.
I
capitani, i padroni, i mastri, ritti dinanzi a delle tavole, tagliavano le
teste ai merluzzi portati a bordo dei legni dai pescatori dei piccoli canotti
e raccoglievano i fegati e le uova, che deponevano entro grandi canestri,
mentre i loro aiutanti, gli habilleurs, strappavano la spina dorsale e
pulivano l'interno, gettando poi tutti quei pesci nella stiva, dove altri
uomini erano incaricati di sottoporli al primo sale. Da quei fegati, che i
pescatori radunano in grandi quantità, si estrae quel miracoloso olio che ha
acquistato grande rinomanza. Già da tempo antichissimo gli inglesi, gli
olandesi ed i norvegesi avevano scoperto in quell’olio delle proprietà
miracolose; ma per lo più lo adoperavano contro i reumatismi articolari con
buon successo. Oggi invece viene usato come ricostituente, e tutti ormai
conoscono la sua efficacia straordinaria. Quello che si estrae dai merluzzi
che si pesano sul banco di Terranova viene considerato il migliore, perché è
più ricco di sostanze grasse e quindi più efficace come ricostituente.
Dal
grande banco s’innalzava fino all’aerostato un puzzo nauseante di pesce, d’olio,
un fumo nero e pesante, eruttato dalle numerose navi da guerra di tutte le
nazioni, scaglionate fra quegli innumerevoli battelli da pesca, ed al nord, al
sud, all’est e all’ovest si udiva un frastuono impossibile a descriversi:
fischi di macchine, spari di petrieri che richiamavano a bordo i canotti,
tocchi di campane, suoni di trombette, un grido, un chiamarsi continuo, un
vociare in tutte le lingue.
All'apparire
dell’aerostato, il quale filava maestosamente sopra il banco, subentrò un
profondo silenzio. Tutti quei pescatori dimenticarono per alcuni istanti le
lenze ed i merluzzi, guardando quel meraviglioso vascello che il vento
spingeva sopra i muggenti flutti dell’oceano. Tutti quegli uomini parevano
stupiti da quella improvvisa apparizione. Avevano indovinato di che cosa si
trattasse, o la scambiavano, come gli abitanti di Terranova, per un immenso
uccello di nuova specie? A quel silenzio successe ben presto un clamore
assordante: hurrah immensi echeggiarono da un capo all’altro del
grande banco, si agitavano i berretti, si ammainavano le bandiere tre volte in
segno di saluto, si suonavano furiosamente le campane e le trombette, e si
sparavano i petrieri, come quando le pesanti nebbie piombano repentinamente
sulle flottiglie.
I
legni da guerra, i cui equipaggi avevano subito compreso di cosa si trattasse
e che forse avevano avuto sentore dell’ardita spedizione del Mister Kelly,
scaricavano i loro pezzi, mentre i marinai, arrampicatisi sui pennoni,
salutavano gli intrepidi aeronauti con formidabili hurrah.
“Grazie!”
gridò l’ingegnere, vivamente commosso, mentre sventolava la bandiera degli
Stati dell’Unione e O’Donnell scaricava le due carabine.
Ma
la loro comparsa fu rapida, il vento spingeva l’aerostato sopra l’oceano
con la velocità di sessanta miglia all’ora, in pochi minuti passò sopra
quelle lunghe file di navi e di canotti e si allontanò verso il nord-est.
“Per
San Patrick! “esclamò l’irlandese. “Vi confesso. Mister Kelly, che
quell’inattesa accoglienza mi ha scombussolato.”
“E
io vi dico che non sono meno commosso di voi, O’Donnell” rispose l’ingegnere.
“Che
questi pescatori conoscessero già il vostro progetto?”
“È
probabile, perché negli Stati Uniti e nel Canada ne hanno parlato a lungo, e
quelli di Terranova ne saranno stati informati.”
“Comunque
sia, quella dimostrazione d’affetto è stata commovente, ingegnere. Non mi
ha permesso di seguire attentamente la pesca dei merluzzi.”
“Ne
sapete già abbastanza, su quella pesca.”
“Sì,
grazie alla Vostra erudizione. Quale direzione teniamo?”
“Sempre
quella di nord-est, cioè della mia corrente.”
“E
non incontreremo più terre, d’ora innanzi?”
“Nessuna
fino sulle coste d’Europa.”
“Diavolo!
Ciò produce un certo effetto, Mister Kelly.”
“Lo
manderete giù assieme a quattro bocconi e a una bottiglia di vecchio vino di
Spagna.”
“Credo
che abbiate ragione” rispose l’irlandese, sorridendo.
“Un
buon bicchiere di vino scaccia meglio di qualunque altra cosa le emozioni,
anzi, vi confesso che questo freddo mi ha messo indosso un certo appetito.”
“Sono
sette ore che non abbiamo messo sotto i denti una briciola di biscotto. Ehi!
Simone, preparaci qualche cosa.”
“È
fiato sprecato, Mister Kelly. Il vostro negro mi pare che sia sempre mezzo
morto di paura. Evidentemente i viaggi aerei non sono fatti per i negri.”
L’irlandese
aveva ragione. Il servitore dell’ingegnere non si era ancora mosso dal posto
che occupava e continuava a tenersi strettamente aggrappato alle corde
gettando in giro degli sguardi smarriti.
“Orsù,
poltrone” disse l’ingegnere. “Quale strana paura ti ha invaso?”
“Temo
di cadere, massa” rispose il negro balbettando.
“Forse
cadiamo noi?”
“Io
sono negro, e voi...”
“Siamo
bianchi” disse O’Donnell, scoppiando in una fragorosa risata. “Che gli
uomini della nostra razza portino nel ventre un magazzino d’idrogeno? Che
sia proprio così, signor discendente di Cam?”
Il
negro cercò di sorridere a quelle parole ma, invece, le sue grosse e tumide
labbra si contorsero orribilmente, senza riuscirvi. Quel povero diavolo fece
però uno sforzo supremo per alzarsi; ma ricadde pesantemente, come se avesse
le gambe rotte, emettendo un grido di spavento.
Quell’altezza
produceva su di lui un senso di invincibile paura; quel vuoto lo atterriva e
gli faceva girare la testa.
“Rimani
là” disse O’Donnell. “M’incarico io del servizio di bordo, poltrone.”
In
un batter d'occhio aprì una cassa, ne tolse una scatola di carne arrostita,
un’altra di acciughe, dei biscotti, una bottiglia, bicchieri e posate, e
preparò la tavola, che era sostituita da una panchina del battello.
“Quando
desiderate, Mister Kelly” disse con la sua più bella voce.
L’ingegnere,
che stava esaminando i suoi strumenti, si affrettò a rispondere all’appello,
ed i due aeronauti, che cominciavano a provare i morsi della fame intaccarono
con molto appetito le vivande, senza dimenticare il negro, il quale fece molto
onore al pasto, specialmente alla bottiglia, malgrado la sua grande paura.
Terminata
la cena, l’ingegnere e l’irlandese accesero le sigarette, poi volsero uno
sguardo verso l’ovest.
Il
grande banco era scomparso sotto l’orizzonte, e l’aerostato filava sull’immensa
distesa dell’Atlantico, i cui muggiti salivano fino alla navicella.
L’irlandese,
malgrado la sua audacia, impallidì leggermente. Ormai non dovevano contare
più sulle loro forze e sul loro vascello aereo, poiché la sola immensità li
circondava e in caso di catastrofe nessun uomo sarebbe accorso in loro aiuto.
Quasi
contemporaneamente il sole tramontò e le tenebre piombarono bruscamente sull’oceano
avvolgendo l’aerostato.