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Attraverso l'Atlantico in pallone

 

Emilio Salgari

 

 

Capitolo 1

Una sorpresa alla polizia canadese

 

 

“Hurrah!” urlano diecimila voci.

“Evviva il Washington!”

“Hurrah per Mister Kelly!”

“Mille dollari a chi ci tiene!” grida una voce.

“Siete pazzo Paddy?... Li perderete: ve lo assicuro io.”

“Duecento sterline!...” grida un’altra voce.

“Chi ci tiene?”

“Su chi scommettete?”

“Sulla riuscita della traversata!”

“Ecco un altro pazzo! Avete molte sterline da gettare in mare, Mister Holliday!”

“Le vincerò: Kelly attraverserà l’oceano e scenderà in Inghilterra.”

“No, in Spagna”, grida un altro.

“In Spagna o in Inghilterra, poco importa. Chi ci tiene a duecento sterline?”

“Le perderete, il suo pallone scoppierà.”

“E andrà a finire in fondo all’oceano.”

“Kelly è un pazzo!”

“Kelly è stanco di vivere!”

“No: è un coraggioso! Hurrah per Kelly! Viva il Washington!”

“Mille dollari che Kelly morrà affogato.”

“Duemila che il suo aerostato scoppierà sulle nostre teste.”

“Cento sterline che Kelly si fracasserà sulla spiaggia.”

“Mille che attraverserà l’oceano!”

“Accettate?”

“Sì...!”

“No... siete pazzi!”

“Hurrah per Kelly!”

Questi dialoghi, queste grida, queste scommesse, le une più stravaganti delle altre, si incrociano in tutti i sensi, si fanno ovunque. Yankee, canadesi, inglesi scommettono: con pari furore, sterline e dollari corrono dappertutto, mentre la folla si agita, si urta, si spinge, si schiaccia contro un grande recinto, rovesciando i policemen. che non sono più in grado di trattenerla, malgrado non risparmino i colpi di mazza, che grandinano sui più impazienti con sordo rumore.

Dalle prime epoche della sua scoperta, mai si era veduta tanta gente radunata sulle spiagge dell'Isola Brettone. Da tre giorni, battelli a vapore, barche a vela, scialuppe e lance rovesciavano su quelle sponde americane del Maine, del New Hampshire, del Vermont. del Massachusetts, del Delaware, del Maryland, del Connecticut e dello stato di New York, francesi e inglesi del Basso e dell’Alto Canada e dell’Isola di Terranova.

La piccola città di Sidney, capoluogo dell’Isola Brettone, era stata invasa dai primi arrivati: gli altri, malgrado la stagione fosse tutt’altro che mite, si erano accampati all’aperto, sotto tende improvvisate con coperte d’ogni specie, con vele, con stuoie, decisi a non andarsene prima di aver veduto ciò che li aveva attratti su quelle spiagge quasi inospitali.

Che cosa aveva potuto radunare colà, in sì breve tempo, quelle venticinque o trentamila persone? Una notizia emozionante, portata da tutte le linee telegrafiche del Canada e degli Stati Uniti dell’Unione.

Un uomo - un audace, secondo alcuni; un pazzo che era stanco di vivere e spendere milioni, secondo altri - aveva annunciato che stava per tentare la traversata dell’Oceano Atlantico in pallone! Non ci voleva di più per far accorrere all’Isola Brettone gli Americani e gli Inglesi, gli uni grandi amatori di spettacoli mirabolanti, gli altri grandi ammiratori delle audacie scientifiche.

Il nome dell’aeronauta che stava per tentare quella temeraria impresa, era noto negli Stati Settentrionali dell’Unione e nel Basso come nell’Alto Canada.

Ned Kelly, tale era il suo nome, era uno yankee puro sangue, nato a New Port, nel Connecticut. Ricco a milioni, solo al mondo, ardito, amante delle scienze, ingegnere di fama, da parecchi anni si era dato allo studio dell’aeronautica. Si diceva che volesse trovare il mezzo di dirigere i palloni: anzi aveva fatto parecchie ascensioni, recando seco degli apparecchi di sua invenzione, ma, a quanto pareva, con poca riuscita. Aveva quindi abbandonato quegli attrezzi, più di peso che di utilità, e si diceva che si fosse dato allo studio delle correnti aeree, volendo tentare un grande viaggio.

Si sapeva che da parecchi mesi faceva delle ascensioni sulle coste della Nuova Scozia e dell'Isola Brettone con un pallone frenato; poi egli era improvvisamente partito per New York, assentandosi per varie settimane.

Nei primi di aprile del 1878 il telegrafo annunciava che Ned Kelly avrebbe tentato la traversata dell’Oceano Atlantico, con un pallone di nuovo modello. Quella notizia commosse profondamente americani e canadesi.

Gli scienziati dei due paesi s’affrettarono a chiamare quell’audace impresa un suicidio; i giornali si divisero in due campi, l’uno a favore dell’ingegnere, l’altro contro; il pubblico, salvo poche eccezioni, chiamò quel tentativo una pazzia!... Pazzia, o suicidio, o buona riuscita, le persone meglio munite di denaro s’imbarcarono in massa chi sui piroscafi, chi sui velieri, chi sulle lance, e si portarono all’Isola Brettone. Tutti volevano assistere alla partenza della spedizione, quantunque i più fossero convinti di veder scoppiare quel nuovo pallone appena si fosse alzato e altri di assistere all’agonia dell’aeronauta e dei suoi compagni, se ne avesse trovati, perché non dubitavano che si sarebbero tutti annegati in mezzo all’ampio oceano.

Mentre gli aiutanti dell’ingegnere si preparavano a gonfiare l’aerostato, la cui enorme massa occupava una gran parte dell’immenso recinto costruito sulla spiaggia, a tre miglia da Sidney, e a disporre i sacchi di zavorra, le casse dei viveri, i barili d’acqua, le gomene, le ancore, ecc., gli americani, gli inglesi e i canadesi, seguendo la loro passione, scommettevano con furore. I più giocavano contro la riuscita dell’impresa: ma taluni, che forse avevano una grande fiducia nell’ingegnere o nel suo pallone, puntavano in suo favore, eccitando la più alta sorpresa o la più clamorosa ilarità.

A un tratto un grido echeggia:

“Silenzio!...”

Le urla, le risa, le discussioni cessano come per incanto, gli occhi di quei tremila spettatori si fissano in mezzo al vasto recinto, dove si stendono due enormi tubi, le cui estremità si prolungano da una parte verso un caseggiato, dove si fabbrica l’idrogeno, e dall’altra scompaiono sotto due enormi cumuli di seta, che cominciano ad agitarsi, come se sotto di loro s’introducesse una rapida corrente d’aria.

Un grido immenso scoppia da ogni parte: è un grido di stupore, che si converte subito in esclamazioni d’ogni genere e in discussioni animate.  I dialoghi s’incrociano ancora da ogni parte.

“Chi ha mai visto un pallone di quel genere?...”

“Un pallone!... Ma sono due i palloni!...”

“A me sembrano due pelli di balena!”

“Che Kelly abbia trovato il modo di dirigere gli aerostati?...”

“L’ingegnere ci farà perdere le scommesse.”

“A vantaggio nostro che abbiamo scommesso per lui!...”

“By God!”

“Sapristi!”

“Hurrah!, Hurrah!”

Un alto grido scoppia da tutte le parti, e una carica di applausi frenetici rimbomba, coprendo i muggiti delle onde, che si frangono con furore contro la spiaggia, e le grida degli aiutanti.

Quei due ammassi di seta si sono distesi sotto la spinta dell’idrogeno che s’ingolfa attraverso i tubi, e le forme che assumono strappano a tutti grida di meraviglia. Non sono i soliti palloni, che sembrano fiaschi rovesciati: sono due fusi immensi, lunghi quasi quaranta metri, con un diametro di quindici al centro, che si alzano lentamente con un leggero ondeggiamento, tendendo le corde che gli aiutanti, in numero di trenta, tengono con mani robuste.

Al di sotto di quei due fusi, che rammentano le forme dei sigari avana, appeso a una lunga asta che occupa il centro dello spazio lasciato dai due aerostati, ma a una distanza di tre metri dal loro lato inferiore, si agita una specie di battello, lungo trenta piedi, già carico d’una infinità di oggetti, di pacchi, di sacchetti, di botti, di casse, ma costruito d’un metallo leggero e che si direbbe argento. Ancora pochi minuti e quell’immensa macchina spiccherà il volo sopra i flutti muggenti dell’Atlantico.

L’emozione degli spettatori è al colmo. Ognuno dimentica le scommesse e tiene gli occhi fissi su quei due palloni, che sempre più si gonfiano, mentre gli aiutanti eseguono delle manovre misteriose con certe pompe. Si direbbe che iniettino, nell’interno dei due aerostati, un gas speciale o qualche cosa di simile.

Ma quell’emozione prende enormi proporzioni quando si vede apparire l’ardito aeronauta, uscito allora dal caseggiato dove si fabbrica l’idrogeno.

E un bell’uomo sui trentacinque anni, di statura alta, slanciato, con la fronte spaziosa, gli occhi neri e lampeggianti, i lineamenti energici. Indossa un semplice costume di lana bianca ed è seguito da un giovane negro di diciotto o vent’anni, vestito come lui.

Un  “hurrah” immenso scoppia: gli spettatori agitano pazzamente i berretti, i cappelli, i fazzoletti.

“Viva Kelly!”

“Viva il Washington!”

“Hurrah...Hurrah!...”

L’ingegnere, giunto in mezzo al recinto, fa spiegare sulla poppa di quell’imbarcazione argentea che deve servirgli da navicella, la bandiera stellata degli Stati dell’Unione, provocando da parte dei suoi compatrioti entusiastici evviva, poi con rapido sguardo esamina il suo magnifico apparecchio aereo, e volgendosi verso il pubblico, dopo aver reclamato con un gesto energico il più assoluto silenzio, dice: “Ho cercato, ma invano, un terzo compagno che mi segua in questo grande viaggio aereo attraverso l’oceano. Se qualcuno di voi si sente il coraggio di salire sul mio Washington, offro un posto.”

Un silenzio glaciale accoglie le parole dell'aeronauta: l’entusiasmo s’è estinto ad un tratto. Gli spettatori si guardano in viso l’un l'altro; ma nessuno emette un sì. Applaudire quel coraggioso, sta bene; ma accompagnarlo, seguirlo sull’oceano su quella macchina capricciosa in balia del vento, per perire forse nei flutti, è un altro affare!

Nessuno si sente in vena di morire per la scienza.

Kelly attende un minuto, poi balza nella navicella, seguito dal giovane negro, gridando: “Pronti al comando!...”

Ad un tratto un uomo si slancia attraverso la massa del pubblico, aprendosi il passo con spinte irresistibili, balza sopra il recinto e si precipita verso l’ingegnere, gridando: “Cercate un compagno: eccomi!”

La folla per un momento raffreddata, si riscalda come per incanto chi è quel giovanotto che osa affrontare la morte? Nessuno lo sa; ma deve essere un coraggioso, e gli audaci sono e devono essere ammirati. Gli “hurrah” prendono proporzioni tali da assordare; gli applausi scoppiano dovunque, tutti agitano i cappelli e i fazzoletti, tutti urlano, si agitano, si dimenano come ossessi.

Ma d’improvviso, mentre l’ingegnere sta per dare il comando di “Via tutti!” e i suoi trenta aiutanti stanno per abbandonare le funi, si odono delle grida di rabbia: “È lui!”, “Addosso, policemen,” “Prendiamolo!”, “Fermate!... Fermate!” Quindici o venti policemen, guidati da alcuni capi, si precipitano nel recinto, correndo verso il pallone, ma ormai è troppo tardi. Il vascello aereo, libero, s’innalza maestosamente, trasportando con sé l’ingegnere, il suo negro e quello sconosciuto, giunto all’ultimo momento.

“Scendete!” gridano i policemen, che sembrano furiosi. Uno di loro con un salto si aggrappa a una fune pendente dalla navicella; ma il vascello aereo, che deve avere una potenza ascensionale immensa, lo trascina con sé.

Il pubblico scoppia in una clamorosa risata. Lo sconosciuto però, che pare si aspettasse un simile colpo di scena, si curva sul bordo della navicella e taglia la fune con un rapido colpo di coltello, facendo capitombolare sconciamente l’agente di polizia, e rovescia sul capo degli altri un sacco di zavorra, accecandoli. Una guardia estrae il revolver e lo punta in alto; ma il pubblico, che s’è riversato nel recinto come una fiumana, glielo strappa di mano, per tema che guasti quella meravigliosa nave aerea. Un ultimo immenso grido riecheggia: “Hurrah! Hurrah per Kelly! Viva il Washington!”

I due palloni erano allora tanto alti che già parevano due sigari: si videro per alcuni istanti rasentare un grande nuvolone che si estendeva sopra l’oceano, poi sparire verso il nord, in direzione di Terranova.

Quasi contemporaneamente una rapida nave a vapore, un incrociatore della Real Marina, usciva precipitosamente da Sidney e si slanciava sulle tracce degli aeronauti.

 

 

 

Capitolo 2

 

Il Feniano

 

Kelly aveva tutto osservato: aveva udito le grida di rabbia dei policemen e le intimazioni di scendere, aveva visto il brusco ma fortunatamente troppo tardo assalto e la fulminea manovra dello sconosciuto: ma per il momento non aveva creduto conveniente interrompere la sua partenza e aprire le valvole per tornare a terra. Avrebbe potuto sbarazzarsi di quell’individuo, di quel compagno giunto proprio all’ultimo momento, più tardi, se non fosse stato degno di seguirlo in quel pericoloso viaggio attraverso l’immenso oceano. Non si era occupato quindi di lui e aveva rivolto tutta l’attenzione al suo vascello aereo, al suo superbo Washington, come l’aveva battezzato, il quale continuava ad innalzarsi nello spazio.

L’isola impiccioliva rapidamente sotto di lui, di mano in mano che la distanza cresceva. Gli spettatori sembravano una piccola macchia nera; Sidney una macchia biancastra irregolare; le navi ancorate nel porto piccoli punti scuri; l’isola aveva le dimensioni di un giornale tagliato capricciosamente dalle forbici di un bambino.

A nord si scorgeva Terranova col suo grande banco, cosparso di puntini neri, che dovevano essere le navi occupate alla pesca dei merluzzi; verso l’ovest si disegnavano nettamente le coste della Nuova Scozia e più oltre quelle del New Brunswick, e verso il sud si distinguevano confusamente quelle del Maine, che si perdevano verso il New Hampshire.

Di tratto in tratto si udivano da terra dei sordi rumori che parevano applausi e delle detonazioni. Dopo pochi minuti tutto tacque, e un silenzio profondo regnò nelle alte regioni dell’aria.

Il Washington era ormai salito a 3500 metri e, raggiunta la cosiddetta zona d’equilibrio, filava verso il nord-est, in direzione di Terranova, con un lieve dondolio e con una velocità di trentasei miglia all’ora.

“Tutto va bene,” mormorò l’ingegnere. “Se Dio ci protegge, anche questa grande traversata si compirà.”

Abbandonò il bordo della navicella e guardò i suoi due compagni. Il negro, rannicchiato in un angolo, si teneva strettamente aggrappato alle corde delle casse che ingombravano la poppa di quella specie di imbarcazione: i suoi grandi occhi, che parevano di porcellana, manifestavano un inesprimibile terrore e la sua tinta, da nera era diventata grigia. Se fosse stata bianca, sarebbe stata pallida, anzi livida.

Lo sconosciuto invece pareva tranquillissimo, come se si trovasse in una imbarcazione ondeggiante sul mare. Ora guardava l’oceano che rumoreggiava giù in fondo, distendendosi verso l’est a perdita d’occhio, ora l’Isola Brettone, che era diventata un punto bruno, ed ora alzava il capo, esaminando con un certo stupore i due immensi palloni fusiformi che si libravano maestosamente in mezzo all’atmosfera.

Quello sconosciuto, che doveva essere dotato d’un sangue freddo straordinario e di un coraggio a tutta prova per mostrarsi così tranquillo a 3500 metri d’altezza, era un giovane di venticinque o ventisei anni, alto, biondo, magro, tutto nervi, con due occhioni azzurri, due baffetti appena nascenti, di aspetto simpatico e distinto. Indossava un costume da marinaio; ma si comprendeva a prima vista che non doveva essere il suo vestito abituale, poiché le sue mani non erano callose, né il suo viso portava le tracce dei morsi dei venti, dell’aria marina, del sole. Chi poteva essere? Ecco quello che si chiedeva l’ingegnere. Si avvicinò al giovanotto, che continuava a guardare ora i due palloni ora l’oceano e, battendogli familiarmente sulle spalle, gli chiese: “Ebbene, che cosa ne dite?..”

Lo sconosciuto a quella domanda si volse verso l’ingegnere e rispose con voce tranquilla: “Io dico che scenderemo in Europa.”

“Lo credete?”

“Sì, Signor Kelly, e compiango sinceramente quelli che hanno scommesso contro la riuscita di questo grandioso viaggio.”

“E fate conto di tenermi compagnia?”

“A meno che non mi obblighiate a fare un salto nell’oceano! Sarebbe una caduta un po' lunga; ma infine, se fosse proprio necessario per la vostra salvezza, disponete pure liberamente della mia pelle.”

“Scherzate?”

“No, parola d’onore.”

“Avete dell'audacia!” esclamò Kelly con stupore. “Voi non dovete essere un volgare briccone.”

“Un briccone... e che cosa vi ha fatto supporre questo?”

“Avete dimenticato i policemen?”

“Ah sì!” esclamò lo sconosciuto, scoppiando in una grande risata. “Pochi secondi di ritardo e mi avrebbero preso.”

“Pare che abbiate dei conti da regolare con la polizia britannica: comprenderete che…”

Lo sconosciuto impallidì leggermente, poi disse con triste accento: “È vero: voi avete il diritto di credermi un malfattore e come tale indegno di seguirvi in questo grande viaggio.”

“No, ma...”

“Al vostro posto questo sospetto mi sarebbe filtrato nel cervello, Mister Kelly, e avrei obbligato lo sconosciuto a spiegarsi o ad andarsene. Mi spiegherò; poi se mi crederete indegno di tenervi compagnia e di dividere con voi i pericoli di questo grande viaggio mi getterò a capofitto nell’oceano.”

“Per uccidervi? Dimenticate che ci troviamo a 3500 metri d'altezza!”

“Bah! La morte non mi fa paura. Il mio delitto è quello di aver troppo amato la terra dei miei avi, la mia patria, la mia Irlanda.”

“Siete un feniano?( [1] )

“Sì, Mister Kelly, sono uno dei capi di quella lega che mira alla emancipazione dell’Irlanda dall’oppressione dell’Inghilterra e che, all’ombra della bandiera stellata del vostro paese, ha dichiarato una guerra di sterminio alla potenza inglese, la quale tiene schiava la mia povera patria; di quella lega che al tempo della guerra di secessione sparse tanto sangue per i vostri compatrioti dell’Unione. Voi sapete la guerra atroce che le polizie inglese e canadese muovono alla lega per distruggerla. Io, capo dei feniani del Basso Canada, segnalato come uno dei più pericolosi e dei più audaci, quindici giorni or sono, venivo sorpreso di notte e arrestato come complice dell’assassinio di uno sceriffo, trovato ucciso con due colpi di rivoltella sul qual di Quebec... Questo delitto, attribuito a torto ai feniani, poiché vi giuro che nessuno della lega lo compì, avrebbe dovuto mandarmi a passeggiare all’altro mondo senza colpa; ma i miei amici trovarono il modo di farmi evadere. Sapendo che le autorità mi avevano condannato a piroettare nell’aria con una corda al collo, travestito da marinaio scesi il San Lorenzo e sbarcai all’Isola Brettone, in attesa d una nave in rotta per l’Europa. Appresi della vostra partenza per le regioni dell’aria e avendo udito che cercavate un compagno, decisi di seguirvi, certo che gl’inglesi, che non avrebbero mancato di visitare scrupolosamente le navi transatlantiche, non mi avrebbero inseguito per aria; e avete veduto che i policemen sono rimasti a terra. Questo è il mio delitto: ora giudicatemi voi.”

“Ma voi siete il feniano Harry O’Donnell!” esclamò l’ingegnere.

“In persona, Mister Kelly.”

“Sono ben felice di avervi salvato, O’Donnell, e sono doppiamente felice d’aver un compagno della vostra specie.”

“Grazie, Mister Kelly,” disse il feniano, stringendo calorosamente la mano che l’aeronauta gli porgeva. “Speriamo che gli inglesi non ci raggiungano.”

“Raggiungerci? E in qual modo, O’Donnell?”

“Ho veduto una nave, un incrociatore inglese uscire da Sidney e filare verso Terranova a tutto vapore, pochi minuti dopo la nostra partenza.”

“E voi credete...?”

“Che ci dia la caccia.”

“Credere che uno steamer possa gareggiare con il pallone è una pazzia, amico mio. In poche ore il vostro incrociatore rimarrà indietro di due o trecento miglia.”

“Ma non siamo quasi immobili?” chiese l’irlandese con stupore.

“Filiamo con una velocità di trentasei miglia all’ora.”

“Ma io non sento alcun movimento e nemmeno un lieve soffio; se il pallone camminasse con una velocità di trentasei miglia all’ora, si dovrebbe provare una forte corrente d’aria. Guardate, Mister Kelly: la bandiera è immobile e il fumo della mia sigaretta non si disperde che lentamente.”

“E che cosa proverebbe ciò?”

“Che dobbiamo essere immobili, o poco meno.”

“V’ingannate, O’Donnell, o potete accertarcene guardando l’Isola Brettone, che ormai è appena visibile, mentre Terranova ingrandisce a vista d’occhio.”

“Infatti è vero.”

“Noi non possiamo accorgerci della marcia del nostro vascello aereo, perché i palloni non hanno moto proprio. È la massa d’aria che li tiene prigionieri, ed essa cammina: ecco il motivo della nostra apparente immobilità.

Anche se il vento fosse più forte, noi non ci accorgeremmo della sua rapidità e ci sembrerebbe di essere sempre immobili.”

“Ciò è strano!” esclamò l’irlandese. “Io ho sempre creduto il contrario.”

“E i più lo credono; anzi, taluni pretesi aeronauti hanno perfino immaginato di dotare i palloni di vele, credendo di poter aumentare la loro velocità.”

“Mentre le vele rimarrebbero assolutamente inerti.”

“Precisamente.”

“E non potrebbe nemmeno influire la maggiore o minore grandezza dei palloni sulla rapidità?”

“Nemmeno: sia piccolo o grande, il pallone filerà sempre con la velocità del vento e niente più.”

“E credete voi di riuscire ad attraversare l’Atlantico e di discendere sulle coste europee?”

“Lo spero, O’Donnell. Dispongo di tali mezzi che mi permettono di mantenermi in aria per parecchi giorni, anzi alcune settimane. Ho a lungo studiato questo grandioso viaggio aereo, ho tutto calcolato con precisione matematica, mi sono preparato a tutto e ho fatto degli studi profondi sulla direzione delle correnti aeree che si spingono verso il levante.

Se avessi voluto intraprendere la traversata dell’oceano, avrei dovuto caricarmi di tale massa di carbone per la macchina da farlo ricadere subito, e sono tornato al vecchio sistema dei palloni liberi, che finora ritengo sia ancora da preferirsi. È vero che ho introdotto nel mio vascello aereo dei grandi miglioramenti ma, come vedete, è sempre un pallone senza moto proprio, senza macchine e senza eliche, affidato solamente alle correnti aeree.

Dapprima avevo cercato di costruire un pallone dirigibile, dotandolo di moto proprio; ma mi sono convinto che, coi mezzi attuali di cui dispone la scienza, sarebbe stata un’utopia e ho rinunciato.

È bensì vero che ero riuscito a costruire una piccola macchina a vapore che metteva in movimento due grandi eliche, le quali mi permettevano di lottare contro il vento, quando questo soffiava con velocità moderata, e ad inventare un timone che mi dava adito a dirigere l’aerostato; ma ciò poteva servire soltanto per un viaggio di breve durata.

Andremo direttamente in Europa? Io lo spero. Ma se la grande corrente che va a levante, e che io ho scoperto, dovesse deviare nel mezzo dell’oceano e spingerci altrove, ho pensato a trovare il mezzo di mantenerci a lungo in aria e spero di esserci riuscito.

Se tutto va bene, se un uragano non fa scoppiare i palloni, e un fulmine non ce li incenerisce, io calcolo di toccare le sponde dell'Europa fra sei giorni o forse anche meno.”

“Quale distanza corre fra l’isola Brettone e le prime coste europee?”

“Circa tremila miglia. Ho scelto appositamente l’Isola Brettone, che si può considerare come un lembo di terraferma, data la sua vicinanza alla Nuova Scozia, e che è la più prossima alle coste europee.

Avrei potuto partire dalla Groenlandia, che dista dalle spiagge della Norvegia solo ottocento miglia; ma avrebbero detto; forse che io non ero partito dall'America, quantunque i geografi di tutte le nazioni considerino quel gran deserto di ghiaccio come terra americana.”

“Ma non vi è altro punto più prossimo?”

“No, poiché scendendo più a sud le distanze crescono, allargandosi l’oceano. Tra la Florida e il Marocco abbiamo già una larghezza di tremilaseicento miglia; fra Rio della Piata e il Capo di Buona Speranza sono altrettante.”

“Ma fra il Capo di San Rocco e la costa africana non si restringe l’oceano?”

“È vero, O’ Donnell, poiché là l’Atlantico è largo solo milleseicento miglia; ma noi avremo incontrato le grandi calme e i venti che da levante soffiano costantemente verso ponente; e anche se fossimo riusciti ad attraversare l’oceano, saremmo caduti sulle coste inospitali della Sierra Leone, forse fra le mani dei feroci abitanti del Dahomey e degli Ascianti.”

“Ma siete certo che i venti ci spingano verso oriente?”

“Proprio certo, no; ma io so che al di là di Terranova i venti ordinariamente soffiano verso il nord-est.”

“Ma allora finiremo in Manda o in Norvegia,” disse l’irlandese.

“Ma credete che non vi siano altre correnti sopra quelle che vi ho accennato? Io spero di trovarne qualcuna che mi faccia piegare verso l’oriente. Bisogna però non illudersi, O’Donnell, ed essere preparati a tutto, anche a ritornare in America. Siamo in balia delle correnti aeree: possono spingerci direttamente in Europa, come possono trascinarci verso le gelide regioni del nord, o a quelle ardenti dell’equatore; possono prepararci una discesa trionfale sulle spiagge o dell’Inghilterra, o del Portogallo, o della Spagna, o... la morte. La nostra vita è nelle mani di Dio e dei venti.”

“Sono preparato a tutto, Mister Kelly,” disse l’irlandese. “Ero condannato a morte, e tutti i giorni che vivrò ancora saranno guadagnati. Nel caso in cui fosse necessario, per salvezza vostra e dell’aerostato, ve lo dissi già, disponete liberamente della mia pelle.”

“Grazie, O’Donnell,” disse l’aeronauta, sorridendo. “Cercherò di risparmiarla finché lo potrò e mi limiterò a gettare la zavorra che qui abbonda. Porto con me un peso enorme, che mi permetterà di mantenermi in aria lungo tempo.”

“Quanti chilogrammi ? “

“Tutto compreso, noi, la scialuppa, le armi, le provviste, le funi, ecc., tocchiamo i 2600 chilogrammi.”

“Tale forza hanno i vostri palloni!”

“La loro forza ascensionale è di 1,20 chili per metro cubo d’idrogeno, essendo questo di qualità superiore agli altri, che non sollevano ordinariamente più di 1,18 chili. Ora facciamo l’inventario dei nostri progetti; poi, in attesa di giungere sopra Terranova, se vorrete, vi spiegherò il sistema che ho adottato per i miei aerostati.”

 

 

 

Capitolo 3

 

Il pallone di Mister Kelly

 

L’imbarcazione che serviva da navicella conteneva una tale quantità di oggetti, da sorprendere qualunque persona, anche se fosse stato un aeronauta. Dispersi un po’ alla rinfusa si vedevano casse, cassette, barilotti, coperte, tende, gomene, cilindri di metallo, coni bizzarri che sembravano imbuti, armi, una specie di pompa, ancore, barometri, termometri, remi, vele, cannocchiali, manichelle e infiniti altri oggetti di ogni genere.

L’ingegnere si levò dalla tasca un piccolo libro coperto di cifre e di parole e riscontrò, con cura estrema, i numeri impressi su tutti quegli oggetti. “Bravo, Simone!” disse rivolgendosi verso il negro, che continuava a battere i denti e a sgranare i suoi grandi occhi spaventati. “Vedo che non hai dimenticato nulla.”

“Malgrado la sua paura!” disse l’irlandese. “Per San Patrick mio patrono, mi pare che il vostro servitore sia stato preso da una grande tremarella!”

“Si abituerà, O’Donnell,” rispose l’Ingegnere. “È la prima volta che si trova su un pallone libero.”

“Suppongo però che abbiate già fatto qualche ascensione.”

“Sì, ma su un pallone frenato. Facciamo l’inventario di ciò che possediamo e cerchiamo di mettere un po’ d’ordine nella nostra navicella.?

“Nella scialuppa, volete dire”.

“Infatti, è una vera imbarcazione, leggerissima. ma solida a tutta prova, e ci sarà di grande utilità nel caso che i nostri palloni dovessero cadere in mezzo all’oceano.”

“Ma quale metallo avete adoperato per costruirla? Si direbbe che sia una barra d’argento.”

“Ho impiegato uno dei metalli più leggeri, ma nello stesso tempo dei più solidi: l’alluminio. È un metallo che oggi è poco usato, ma che è destinato ad avere un grande avvenire. Ecco la nota delle nostre ricchezze: quattro barili di alluminio contenenti 330 litri d’acqua, 340 chili, due casse di biscotti, 200 chili: sei casse di carni conservate e conserve alimentari, 200 chili: cioccolato, bottiglie di liquori, due fucili, tre rivoltelle, munizioni, una scure, due coltelli, 90 chili; bussole, termometri, barometri, un sestante del punto, matite, carta e piccoli oggetti, 24 chili; piccola farmacia, 4 chili; tende, coperte, vestiti, una vela per la scialuppa, albero e remi, 36 chili; tre ancore, una da terra e due da mare, due piccioni messaggeri, 26 chili.”

“Tre ancore!” esclamò O’Donnell. “V’ingannate: io non ne vedo che una.”

“No, amico mio: ne possediamo tre. Quella che vedete lì e che ha la solita forma, è una: le altre due sono quei coni di alluminio che somigliano a imbuti.”

“Non vi comprendo.”

“Basta immergere uno di questi coni in mare, e subito si rovescia, si riempie d’acqua, e la resistenza che oppone basta, se non a fermare del tutto i miei palloni, almeno a rallentare assai la loro marcia.”

“Avete pensato a tutto, Mister Kelly.”

“Lo spero,” rispose l’ingegnere. “Una pompa premente, 8 chili...”

“Una pompa! Che cosa volete farne?”

“Per mantenere sempre gonfi i due palloncini.”

“Ma quali?”

“Quelli che stanno dentro nei due grandi palloni contenenti l’idrogeno. Mi spiegherò meglio più tardi. Dieci cilindri di idrogeno compresso, 24 chili...”

“Per cosa farne?”

“Per i miei aerostati. Comprenderete che io dovevo cercare il mezzo per mantenermi in aria il maggior tempo possibile, e ho immagazzinato in quei cilindri, mediante una pompa speciale di mia invenzione, ben quattrocento metri cubi di idrogeno.”

“E non scoppieranno i tubi?”

“No: almeno lo spero. Peso del battello, 72 chili; peso delle funi, 100 chili; peso dei nostri corpi... Quanto pesate?”

“Sessanta chilogrammi.”

“185 chili fra tutti e tre. Peso dei due aerostati, 602 chili; zavorra e altri piccoli oggetti, 758... Totale 2600. Va bene, O’Donnell?”

“È esatto,” rispose l’irlandese.

“Dunque noi possiamo disporre di quasi 800 chilogrammi di zavorra: un bel peso, in fede mia, ma necessario”

“Una cosa però non ho veduto, fra i tanti oggetti che ingombrano la scialuppa.”

“E quale?”

“Una cucina.”

“Oh, ghiottone! Mi ero dimenticato di avvertirvi, prima che saliste nella mia navicella, che sareste stato costretto a nutrirvi esclusivamente di cibi freddi.”

“Non era necessario: freddi o caldi, poco m’importa. Ho fatto l’osservazione non per me, ma per voi.”

“La cucina portatile è stata la prima cosa che ho eliminato dalla lista dei miei oggetti. Sopra il nostro capo vi è una specie di polveriera, e una scintilla basterebbe a farla scoppiare. L’idrogeno s’infiamma facilmente; ed ecco il motivo per cui ho rinunciato ad accendere il fuoco per tutta la durata del viaggio.”

“E proibito fumare, dunque.”

“No, vedete anzi che tengo anch’io una provvista di sigarette: ma alla prima fuga di gas vi consiglio di gettare nell’oceano, e senza ritardo, il vostro sigaro.”

“Non mancherò di farlo, Mister Kelly. Ora mi spiegherete il vostro sistema di palloni.”

“Bastano poche parole. Come vedete, i miei due palloni hanno la forma di due grandi fusi, lunghi ventotto metri ciascuno, del diametro di 9,20 metri al centro, più acuminati dinanzi che di dietro e del volume totale di 2120 metri cubi, ossia di 1060 ciascuno. Ho preferito questa forma, perché si presta meglio: se fossero stati due palloni ordinari gli urti fra di loro sarebbero stati frequenti, e per la loro rotondità sarei stato obbligato a tenere ad una distanza troppo grande la mia navicella.

Sembrano uniti; ma le loro maglie sono indipendenti l’una dall’altra, e con pochi colpi di coltello possono separarli. Se uno si guastasse, potrei facilmente lasciarlo cadere in mare senza lunghe manovre e farmi reggere dall’altro, gettando la mia provvista di zavorra e gli oggetti meno necessari. Entrambi sono muniti di due valvole: una situata in alto, detta di manovra, serve per la discesa; e per ottenere ciò, basta dare uno strappo a questo due corde fissate a poppa della navicella; l’altra, detta di sicurezza, è automatica, e serve a dar sfogo all’idrogeno quando si dilata per il troppo calore del sole. Senza di questa si potrebbe correre il pericolo di veder scoppiare i nostri palloni.

Quando raggiungeremo dei climi più caldi, vi toccherà sovente di sentire un acuto odore di gas. Sarà una perdita grave, ma necessaria per la nostra salvezza. Ma nei miei due palloni ho voluto introdurre un grande miglioramento, che è stato già studiato e anche adoperato, credo, da taluni aeronauti europei, e con risultati soddisfacenti, io ho avuto la massima cura nella scelta del tessuto di seta dei miei palloni e nella vernice interna ed esterna che doveva spalmarli; ma, come voi sapete, il gas fugge sempre anche attraverso i tessuti più impermeabili, e dopo un certo tempo l’aerostato perde la sua forza ascensionale, ricade e forma delle grandi pieghe, entro le quali s’ingolfa il vento, producendo talvolta delle lacerazioni. Io spero che col tessuto da me fatto appositamente fabbricare e verniciare, la perdita dell’idrogeno sarà minima, tanto più che i miei palloni, invece di essere semplici, hanno doppia coperta. Tuttavia fra otto o dieci giorni si sarebbero manifestate delle pieghe che sarebbero diventate assai pericolose, data la forma speciale del mio vascello aereo. Per ovviare a questo grave inconveniente e mantenere la superficie dei miei aerostati sempre tesa, ho posto in mezzo ad essi due piccoli palloni gonfi d’aria, introdotta con la pompa premente che avete veduto. Quando i due fusi perdono l’idrogeno, io gonfio sempre più i miei due piccoli palloncini i quali, aumentando il loro volume, costringeranno la superficie dei primi a rimanere sempre tesa.”

“Benissimo, Mister Kelly; ma quando i due palloncini saranno completamente gonfi, come farete ad aumentare il loro volume? Allora non potrete più evitare le pieghe che si manifesteranno nei due grandi aerostati.”

“Non ho portato con me i dieci cilindri di idrogeno compresso? Voi vedete che tutti e quattro i palloni, all’estremità inferiore, o, meglio, nel loro punto centrale, hanno quattro tubi che si prolungano fino a noi. Adatto i cilindri alle maniche dei due fusi e v’inietto dentro i miei 400 metri cubi di gas.”

“Per San Patrick, mio protettore! Voi avete pensato ad ogni cosa!” esclamò l’irlandese.

“Lo spero, O’Donnell; ma questo non è tutto. Se i due grandi aerostati perdessero poco idrogeno e il gonfiamento ad aria dei palloncini fosse sufficiente a mantenerli tesi, io potrei accrescere la forza ascensionale del mio vascello aereo, iniettando i miei 400 metri cubi di idrogeno nei secondi”

“Eliminando l’aria?”

“Sì. All’una sostituisco l’altro”

“E se tutto ciò non bastasse e il nostro vascello dopo un certo numero di giorni cadesse? Chissà, i venti possono spingerci lontano, sull’ampio oceano.”

“Ho pensato anche a questo, O’Donnell. Ho preso con me tre lunghe guide-ropes o meglio, tre funi moderatrici, del peso complessivo di 70 chili e d'ineguale lunghezza. Se il mio vascello si abbassa (e ciò avverrà senza dubbio tutte le notti, poiché con lo scemare del calore l’idrogeno si restringe, diminuendo considerevolmente la forza ascensionale), io lascio pendere le mie tre funi. Immergendosi, esse perdono una parte del loro peso specifico e alleggeriscono i palloni d’un peso non piccolo. Non bastano? Senza sacrificare la zavorra, calo i miei barili d’acqua, che sono chiusi ermeticamente nei loro recipienti di alluminio, e mi scarico due o trecento chilogrammi. Un’ora di sole basta a dilatare l’idrogeno e noi, a giorno fatto, risaliamo in alto, portando con noi i nostri barili e le nostre guide-ropes, sacrificando forse poche decine di chilogrammi di zavorra.”

“E se ancora ciò non bastasse e i nostri palloni scendessero per mancanza d’idrogeno?”

“Mi resta la scialuppa. Da aeronauti diverremo marinai e cercheremo di raggiungere la costa più vicina, o di incontrare qualche nave.”

“Ma voi avete eliminato tutti i pericoli.”

“Tutti no, O’Donnell. Un uragano può lacerarci i palloni, o un fulmine incendiarli, e noi precipitare in fondo all’oceano.”

“Speriamo di scendere sani e salvi in Europa, Mister Kelly.”

“Confidiamo in Dio e nel nostro Washington. Simone, versaci un bicchiere di whisky. Quassù fa freddo assai, e una sorsata di liquore ci farà bene e forse ci eviterà un raffreddore.”

Il negro non si mosse: sempre rannicchiato a poppa della scialuppa, con gli occhi strabuzzati, la pelle bigia, le mani convulsivamente strette attorno alle funi, pareva inebetito dallo spavento. Cercò di rispondere alla domanda del padrone; ma il solo rumore che gli uscì dalle labbra contratte fu uno stridìo di denti.

“Orsù, poltrone,” disse l’ingegnere. “Hai paura di precipitare nell’oceano? Bel compagno che ho scelto.”

“Ho... ho... paura massa (padrone)..” balbettò il negro con voce rotta.

L’irlandese proruppe in una fragorosa risata. “Siete comico, mastro Simone,” disse. “Non sareste stato voi di certo a tenere allegra compagnia al vostro padrone. Con vostro permesso, Mister Kelly, metto le zampe io sulla vostra cantina.”

L’irlandese che conservava il suo inalterabile buon umore, stappò una bottiglia e riempì tre bicchieri. “Hurrah per il Washington” gridò. Stava per accostare il bicchiere alle labbra, dopo aver toccato quello dell’ingegnere, quando un'acuta detonazione risuonò sotto l’aerostato. “Per San Patrick!” urlò, “cosa scoppia?”

“Una granata,” rispose Kelly, con voce tranquilla.

“Pare che agli inglesi prema assai di catturarvi. Bah! sarà polvere sprecata!”

 

 

 

Capitolo 4

 

La caccia al Washington

 

In quel momento l’aerostato si librava quasi sopra San Paolo, piccola isola che è situata fra quella Brettone e Terranova, mantenendosi a un’altezza di 3500 metri.

Il vento, che era lentamente scemato, lo trascinava verso il nord-est con una velocità di ventidue miglia all’ora, tendendo a spingerlo verso la grande isola dei merluzzi, che si delineava distintamente con le sue numerose baie, i suoi laghi, le sue colline e i suoi boschi.

All’ovest si vedeva l’isola d’Anticosti, la cui forma allungata si stendeva a mo' di immenso cetaceo; più vicino appariva il gruppo delle isole Maddalene, che occupano quasi il centro del grande golfo di san Lorenzo; al sud-ovest l’isola frastagliata del Principe Edoardo e al sud quella del Capo Brettone, che sembrava un gancio, e al nord le due isolette francesi di Miquelon e di S. Pierre, situate dinanzi alla profonda baia di Placentia, che s’ingolfa entro Terranova. Fra queste due isole e quella di San Paolo, i due aeronauti scorsero un legno a vapore, che sembrava grande come una scialuppa e che pareva venisse dalla baia sopraccennata. Un nuvolone di fumo biancastro si alzava ancora a prua, disperdendosi lentamente.

“Ecco chi ci bombarda,”  disse l'ingegnere.

“Quella nave?”

“Sì.”

“Che sia quella uscita da Sidney?”

“Oibò! Sarà ancora lontana quella: forse è quel punto nero perduto in mezzo al golfo.”

“Ma chi può aver avvertito quel legno che ci prende a colpi di cannone?”

“Il telegrafo, amico mio. Avranno annunciato da Sidney la vostra fuga in pallone alle autorità di San Giovanni o di Harbour-Grace, e queste hanno lanciato qualche incrociatore o qualche stazionario del grande banco di merluzzi contro di noi.”

“Che ci credano tutti e due feniani?”

“Mi crederanno vostro complice.”

“E si rovina o si tenta di rovinare un sì magnifico vascello aereo?”

“Gli inglesi sono testardi. O’Donnell, e non indietreggiano dinanzi ad alcuna cosa, pur di riuscire nei loro progetti; ma fortunatamente siamo su un vascello che non ha rivali e fila a tale velocità da infischiarsene di tutti gli incrociatori del mondo e delle loro artiglierie.”

“Non giungeranno fino a noi le palle?”

“Non lo credo e poi ho tanta zavorra da metterci fuori di portata. Ah, ah...”

Un lampo era balenato sulla prua del legno cacciatore, e una nuvola di fumo aveva avvolto l’albero di bompresso. Un fischio acuto attraversò gli strati d’aria inferiori poi, a circa seicento metri sotto la navicella, scoppiò qualcosa con grande fracasso.

“E una granata di buon calibro” disse l’ingegnere. “Diavolo! Hanno dei cannoni di lunga portata quei dannati inglesi; ma siamo ancora troppo lontani, miei cari, e consumerete inutilmente le vostre cariche.”

“Signor Kelly,” disse O'Donnell con una certa emozione, “io non vorrei con la mia presenza, crearvi degli imbarazzi.”

“Che cosa volete dire?”

“Di lasciarmi scendere e di liberarvi della mia pericolosa compagnia.”

“Per favi impiccare?”

“Bah, era il destino!”

“Siete pazzo, O’Donnell?”

“No, ve lo dico sul serio.”

“E credete che io intenda privarmi della vostra compagnia? Siete mio ospite e non lascerete la mia nave aerea se non quando saremo giunti in una terra dove non correrete alcun pericolo. “

“Ma io posso crearvi dei seri guai e compromettere forse il vostro grandioso viaggio. Non vedete cosa ci regalano questi signori inglesi? Ci daranno una caccia spietata attraverso l’Atlantico, c’inseguiranno a cannonate senza pietà. Per me poco importa; ma per voi, per il vostro pallone...”

“Avete finito?” chiese l’ingegnere. “Correte come un treno diretto lanciato attraverso la grande linea del Pacifico. Basta, per centomila diavoli! Lasciate che gli inglesi consumino polvere e palle, lasciateli correre attraverso l’oceano a consumare carbone e tempo: io me ne rido di loro e vi condurrò in salvo, dovessi impiegare la forza. Ci dichiarano guerra? L’accetteremo e vedremo chi uscirà con le costole rotte. Guardate: la nave che ci bombardava è ormai un punto nero, e la sfido a raggiungerci.”

“Grazie, Mister Kelly,” disse l’irlandese con voce commossa, stringendogli la mano. “Vi sono debitore della vita.”

“Orsù,” disse l’ingegnere, “non se ne parli più, e vuotiamo un altro sorso. Il freddo cresce di passo in passo che ci avviciniamo a Terranova, e se non lo combattiamo ci procureremo dei malanni.”

Mentre così discorrevano, il vascello aereo, che si manteneva sempre a quella grande altezza, filava maestosamente sopra il golfo di San Lorenzo, avvicinandosi alla grande isola, che pareva gli corresse incontro. Una calma perfetta sembrava regnasse attorno agli aeronauti: diciamo sembrava poiché, in realtà, l’aria era turbata, precipitandosi verso il nord-est con velocità crescente. Appena appena si avvertiva un leggero ondulamento della navicella, tanto erano ben equilibrati i due aerostati e così solidamente uniti: si sarebbe detto che formassero un corpo solo. Alle due detonazioni era succeduto un profondo silenzio, che faceva una certa impressione sugli animi dell’irlandese e del negro Simone specialmente, il quale non si era ancora rimesso dal suo terrore. A quell’altezza non si udivano più né i muggiti delle onde, che pure si vedevano coperte di candida spuma, né le grida degli immensi stormi di gabbiani e di procellarie che si vedevano volteggiare al di sopra del golfo.

Quantunque il sole fosse alto, essendo le undici antimeridiane, un freddo acuto regnava in quelle alte regioni e i tre aeronauti, sebbene si trovassero a soli 3500 metri, provavano una certa oppressione al petto e una certa difficoltà nella respirazione, a causa della rarefazione dell'aria. O’Donnell, che cominciava a battere i denti, si accorse che il termometro segnava due gradi sotto lo zero. “Diamine,” esclamò, “fa un bel freddo per essere al 24 d’aprile” Guardò giù: ad una grande distanza, verso il sud, si vedeva l'incrociatore che li aveva bombardati; ma era ormai tanto piccolo, che rassomigliava a una ciabatta. Una nuvola di fumo nerissimo lo avvolgeva, e ciò indicava come forzasse la sua macchina per tener dietro all’aerostato, che sempre più si allontanava. A sinistra si scorgevano le due isole francesi di Miquelin e di S. Pierre, attorno alle quali navigavano flottiglie di wargas, o di dorès, piccole imbarcazioni adoperate per la pesca con le lenze; al nord, proprio dinanzi al pallone, s’estendeva la baia di Placentia occupata da un buon numero di velieri e piroscafi. Aguzzando gli occhi verso l'est, al di qua delle sponde orientali dell’isola, gli parve di scorgere una quantità immensa di punti neri, appena visibili sulla cupa superficie dell’oceano.

“Cosa sono?” chiese, volgendosi verso l’ingegnere che gli stava accanto.

“Battelli e bastimenti intenti a pescare merluzzi sul grande banco.”

“Ah!” esclamò O’Donnell. “Come mi piacerebbe assistere a quella pesca!”

“Se il vento non cambia, passeremo sopra il banco. La corrente ci farà tagliare Terranova da sud-ovest al nord-est, e ci spingerà sull’oceano in quella direzione.”

“E potremo distinguere le diverse fasi della pesca?”

“Sì, purché non soffi il poudrin.”

“Che cos'è questo poudrin?”

“E un ventaccio freddo, che produce tormente di neve e che porta con sé dei nebbioni bianchi, talmente densi da non lasciar scorgere un oggetto qualsiasi a pochi metri di distanza. Soffia sovente sopra il grande banco, e allora causa numerose disgrazie fra i pescatori, poiché i piccoli battelli da pesca, i cosiddetti dorès, malgrado i continui segnali delle navi da guerra e delle navi a vela, si smarriscono e molto spesso si allontanano in mezzo all’oceano, dove le onde li inghiottono. Ogni anno centinaia di quei piccoli canotti non tornano più alle navi alle quali appartengono.”

“Ditemi, Mister Kelly: cosa sono quei quadri bianchi che scorgo sulle rive di Miquelon e di S. Pierre, e sui quali vedo agitarsi dei punti neri che debbono essere uomini”

“Sono graves

“Ne so quanto prima,” disse O’Donnell.

“Allora vi dirò che sono tratti di terreno accuratamente coperti di pietre arenarie e divisi in grandi quadrati da canaletti destinati allo scolo delle acque; ma quelle pietre sono disposte di modo che l'aria vi possa circolare liberamente. E quegli uomini sono graviers, occupati a preparare le graves.”

“Ma che cosa sono quelle graves

“Sono destinate a ricevere i merluzzi per l'essiccazione. Tutti i proprietari delle graves hanno una cura estrema nel preparare quei terreni, poiché, se sono trascurati, possono influire assai sulla conservazione dei pesci.”

“E i graviers chi sono?”

“Sarebbe un po’ difficile dirlo. A udir loro, sono tutti figli di buone famiglie; a parer mio, sono lavoranti luridi e cenciosi. Non sono né marinai, né pescatori, quantunque pretendano di essere l’uno e l’altro, e sono occupati nello sbarco del sale necessario alla conservazione dei merluzzi e nella preparazione delle graves. Si reclutano ordinariamente nei più miserabili villaggi della Brettagna, si alloggiano in grandi truppe nei magazzini costruiti intorno alle graves sotto la direzione di un mastro, e terminata la stagione delle pesche, si rimandano in patria. Essendo per lo più economi, ritornano sempre al villaggio natio con un discreto gruzzolo di denaro. Sulle coste orientali di Terranova vedrete centinaia di quelle graves e migliaia di graviers

“II merluzzo ha bisogno di molte preparazioni prima di essere messo in commercio?”

“Il merluzzo secco richiede delle cure speciali: non così quello detto merluzzo verde, ch’è il più costoso, ma il più spiccio a essere preparato e anche il più gustoso. Il verde, appena pescato, viene semplicemente salato, senza seccarlo. Lo si chiude in barili con strati di sale, e dopo poche settimane lo si può mangiare, sia in America che in Europa. Quello secco, invece, lo si lascia in sale tre soli giorni per sbarazzarlo di tutto il sangue e dell’acqua che contiene, poi si porta sulle graves e lo si espone al sole. Quando ha preso tre soli, operazione che richiede la più accurata sorveglianza, poiché il troppo calore o la troppa umidità delle nebbie possono guastarlo, lo si depone in modo che l’aria lo lambisca in tutta la sua superficie. Quaranta giorni dopo, quando cioè i merluzzi sono giunti, come dicono i pescatori, al loro decimo sole, si accumulano gli uni sopra gli altri, formando delle grandi cataste alte parecchi metri. Di giorno queste cataste si lasciano esposte al sole e all’aria; ma di notte si coprono con una immensa tela impermeabile, per proteggerli dall’umidità. Al sessantesimo giorno si scelgono i merluzzi perfettamente secchi e si pongono subito in commercio. Se ve ne sono di umidi, si tornano a mettere sulla grave a stagionarsi e a prendere un altro sole.”

“Terra!” esclamò O’Donnell, che aveva girato uno sguardo al basso. L’ingegnere diede uno sguardo alla bussola.

“Direzione nord-est,” disse. “Prima di sera avremo attraversato Terranova e ci libreremo sopra il grande banco da pesca.”

 

 

 

Capitolo 5

 

La pesca dei merluzzi

 

Terranova, Newfoundland, è una delle maggiori isole dell’America settentrionale e, si può dire senza tema di esagerazione, è quella che offre maggiori ricchezze di tutte, non solo per le sue acque, che sono immensamente ricche di pesci, fra i quali primeggiano i merluzzi e le aringhe. E situata di fronte al Labrador, dalla cui terra è separata dallo stretto di Belle Isole, fra il 46° e il 51° e 46’ di latitudine nord e il 54° 5l’ e 62° di longitudine ovest. La sua superficie, che tocca gli 85.000 chilometri quadrati, è assai irregolare, frastagliata da penisole molto pronunciate, da un grande numero di baie, da piccoli porti, da cale e insenature, entro i quali possono comodamente ripararsi le navi, essendovi dovunque acqua profonda.

Notevolissime per la loro estensione e sicurezza sono le baie di Placentia, di Fortuna e di Santa Maria al sud, di Nostra Donna e Bianca a settentrione; di Concezione, Trinità e Buonavista a oriente; di San Giovanni, delle Isole di San Giorgio all'occidente, tutte popolate da pescatori, i quali sono oltre 100.000.

L’interno di Terranova è per lo più piano: verso l’occidente, però, l’isola presenta parecchie catene di colline. Ha numerosi laghi, parecchi fiumi, ma di poca importanza, grandi selve, ricche di selvaggina, di caribù e di volpi, e parecchie città. La capitale dell’isola è San Giovanni, situata in una baia posta al sud-est, con un porto di difficile accesso, essendo l’imboccatura assai stretta. Vengono poi Harbour-Grace, situata sulla costa occidentale della baia Concezione, poi Carbonier, Porto Trinità e Placentia.

Quest’isola fu una delle prime scoperte, anzi taluni affermano che lo sia stata ancor prima che il grande Colombo toccasse le isole del Golfo del Messico. I più, però, e con ragione, ritengono che Giovanni Caboto, che intraprese quell’audace spedizione per conto dell’Inghilterra, l’abbia scoperta nel l497, cioè cinque anni più tardi dell’approdo di Colombo alle Antille. Malgrado la sua scoperta risalga a un’epoca così avanzata, Terranova rimase quasi abbandonata e la sua colonizzazione non iniziò che nel 1623 con lord Baltimore.

L’aerostato spinto da un freddo vento di sud-ovest, filava sopra quella lunga e sottile penisola che racchiude, verso occidente, la baia Placentia, dirigendo verso quella di Trinità. Da quell’altezza l’isola era interamente visibile in tutti i suoi punti, anche i più lontani. Era come un’immensa carta geografica, spiegata sotto gli occhi degli arditi aeronauti. Grandi boschi di larici, di betulle, di pini e frassini apparivano qua e là, come pure parecchi villaggi, situati lungo le spiagge della baia. Si vedevano i pescatori scendere precipitosamente a terra e gli abitanti uscire in fretta dalle capanne ad ammirare il vascello aereo, che filava maestosamente sopra le loro teste e si udivano di quando in quando dei clamori e anche qualche detonazione.

“Diavolo!” esclamò l’irlandese, che non amava il silenzio. “Ci prendono per aquile? Fortunatamente siamo molto alti e le loro palle non arriveranno fino a noi.”

“Crederanno di salutarci,” rispose Kelly.

“Che siano indiani?”

“Gli indiani di Terranova sono morti tutti e da parecchi anni.”

“Li hanno distrutti?”

“La civiltà dei bianchi è fatale alle razze di colore. Dove si introduce, distrugge.”

“Vi erano delle tribù all'epoca della scoperta?”

“Sì, e non poche, a quanto sembra, ma scomparvero presto. L’ultima fu quella dei Micmac.”

“Erano proprio dei barbari?”

“No, anzi si scoprirono in loro notevoli principi di civiltà, che dimostravano che, in tempi antichi, avevano avuto contatti con gli uomini bianchi.”

“In tempi anteriori alla scoperta dell’isola?” chiese O’Donnell con sorpresa.

“Sì, amico mio.”

“Ma l’isola fu scoperta solo nel 1497! Chi poteva averla visitata prima di Caboto?”

“Voi mettete in campo un'autentica questione, che ha fatto versare torrenti d’inchiostro agli storici europei.”

“E quale mai?”

“Che l’America settentrionale sia stata visitata dagli europei cinque secoli prima delle scoperte di Colombo e di Caboto.”

“Ma da chi?”

“Dagli scoto-irlandesi e dai norvegesi.”

“Questa è bella!”

“Sembra che prima del 1000 parecchi audaci marinai scoto-irlandesi, spinti o dall’istinto dell’emigrazione o dal desiderio di conquista, siano sbarcati su queste isole e sulle coste del Canada, fondando degli insediamenti e introducendo fra le tribù primitive la religione cristiana. Infatti, si sa che quando i norvegesi, dopo aver scoperto l’Islanda e la Groenlandia, sbarcarono su queste coste, trovarono tracce evidenti del cristianesimo.”

“Ma che sia proprio vero che i norvegesi siano sbarcati in queste regioni?”

“Le tradizioni leggendarie che la Saga nordica ha trasmesso fino a noi, accennano alle spedizioni dei norvegesi e degli scoto-irlandesi, e ormai si è certi che qui fondarono parecchi insediamenti, specialmente nella Nuova Scozia e nel Nuovo Brunswick.”

“Ma che cosa accadde delle loro colonie? Perché non si spinsero verso il sud, alla conquista delle regioni più miti e più ricche?”

“Ecco quello che si ignora. Di quelle colonie non rimasero che le tracce, sono state distrutte dai selvaggi o qualche terribile malattia ha spento quei primi coloni? Ciò però non toglie alcun merito alle grandi scoperte di Colombo e di Caboto, perché furono loro a far conoscere all’Europa un altro immenso continente, la cui esistenza era stata messa in dubbio e...”

“Che cosa?”

“Non vi sembra che il freddo stia improvvisamente aumentando. O’Donnell?”

'“Al punto che batto i detti, ingegnere.”

“Ascoltate!”

Entrambi tesero le orecchie e udirono in aria dei leggeri crepitii. Pareva che dei corpuscoli urtassero la superficie degli aerostati. Kelly guardò in alto e vide brillare, ai raggi leggermente tiepidi del sole, delle pagliuzze di ghiaccio che si tenevano sospese in aria. “Comprendo da cosa deriva questo brusco abbassamento della temperatura,” disse, “attraversiamo uno strato di sottili ghiaccioli. Brutto segno: porterà una nevicata.”

“Tò!” esclamò O’Donnell. “Non vi sembra che ci stiamo abbassando?”

“Infatti è vero. Questo freddo repentino tende a restringere l’idrogeno, ma appena saremo usciti da questo strato, il sole tornerà a dilatarlo e noi a salire.” Il vascello aereo si abbassava lentamente, ma doveva essere cosa di breve durata. Ben presto il barometro avvertì gli aeronauti che i trovavano a 3000 metri di altezza, mentre prima si erano sempre tenuti a 3500. Quell’abbassamento permise di osservare meglio la grande isola che si stendeva sotto di loro. Si distinguevano perfettamente le abitazioni sparse sul bordo delle grandi boscaglie, gli abitanti che cercavano di correre dietro all’aerostato, credendolo forse un gigantesco uccello di nuovo genere, data la sua forma così differente dai soliti palloni, e si udivano nettamente le loro grida di stupore.

Alle tre pomeridiane O’Donnell e l’ingegnere scorsero, come annidata sulle sponde di una baia, San Giovanni, la capitale dell’isola. Per alcuni istanti poterono vedere il palazzo dell’assemblea, la dogana, le fortificazioni e le numerose graves che si estendevano per lungo tratto fuori dalla città, poi non videro più che una massa biancastra poiché il vento li spingeva verso nord, ossia in direzione delle baie di Trinità e Bonavista. Alle tre e quaranta minuti si libravano sopra il capo Fuels, avvistando l’isola del Fuoco, e pochi minuti più tardi l’aerostato abbandonava l’isola, filando sopra l’oceano Atlantico, le cui onde si urtavano con profondi muggiti, coprendosi d’un immenso manto di candida spuma.”

“Addio terra!” esclamò O’Donnell. “D’ora innanzi non vedremo che acqua.”

“Purché il vento non cambi direzione,” disse l’ingegnere. “Potrebbe spingerci verso il nord e fors’anche ricondurci verso l'America.”

“Dove ci porta ora?”

“Diritti al grande banco. Non vedete laggiù, verso l’est, quei punti neri? Sono le navi occupate nella pesca ai merluzzi.”

“E lontano però il grande banco”

“Vi giungeremo fra un paio d ore, se la nostra velocità, che è ora di quaranta miglia, non diminuisce.”

“Si pescano dappertutto i merluzzi, intorno all’isola?”

“Sì, specialmente quando i pesci cominciano a lasciare il banco per cercare un altro cibo. In primavera i merluzzi si radunano in grandi masse nei dogger-banks delle coste di Islanda, nei fiorden della Norvegia e nei golfi dell’Irlanda, poi si dirigono tutti insieme verso Terranova. È in questa stagione che dalle coste della Norvegia, della Francia, dell’Inghilterra e dell’Olanda partono vere flottiglie di pescatori, i quali, cosa sorprendente davvero, qui vengono senza bisogno di carte e di strumenti necessari a fare il punto, seguendo, direi quasi, una traccia secolare. Si calcolano fino a seimila navi che tutti gli anni vengono impiegate nella pesca del prezioso pesce.”

“Devono pescarne una quantità immensa.”

“Dai 35 ai 40 milioni.”

“E chi per primo s’accorse della riunione dei merluzzi su questo grande banco?”

“Caboto lo aveva notato; poi un altro ardito navigatore italiano, il fiorentino Giovanni da Verrazzano, che prese possesso di Terranova nel 1525 in nome di Francesco I re di Francia e che poco dopo cadde sotto le lance e le scuri degli indigeni; poi Cartier, lo scopritore del fiume San Lorenzo.”

“Si pescano anche nel San Lorenzo?”

“No, i merluzzi non penetrano mai nei fiumi, anzi si tengono lontani dalle foci.”

“Terminata la stagione sul grande banco, si radunano altrove?”

“No, si disperdono, scompaiono e non si vedono più per il resto dell’anno. Si ignora dove vadano a svernare durante la stagione fredda, ma pare che si tengano in acque assai profonde. Ma ecco le prime barche da pesca, O’Donnell, aprite bene gli occhi, e non vi dispiacerà di aver fatto una volata sopra il grande banco di Terranova.

 

 

 

Capitolo 6

 

Attraverso il banco di Terranova

 

Il grande banco di Terranova, che deve la sua celebrità alla pesca del merluzzo, è situato fra il 40° 57’ e il 50° 17’ di latitudine nord e il 46° e il 50° di longitudine ovest. La sua lunghezza è di 900 chilometri; la sua larghezza è varia, avendo una forma irregolare, che in certi punti tocca i 300 chilometri.

È un banco immenso, sabbioso; ma la sua profondità permette il passaggio delle navi quasi dappertutto. È là che al principio della primavera, specialmente dopo l’arrivo delle immense bande di godillons, uccelli del mare che seguono i merluzzi nelle loro emigrazioni, si radunano a migliaia le navi da pesca, cercando di occupare i migliori posti e specialmente lo spazio interposto fra i paralleli 44° e 46° che è il preferito dai pesci migratori.

Né i pesanti e densissimi nebbioni prodotti dalle acque tiepide del Gulf-stream con l’incontro della fredda corrente polare e degli icebergs o monti di ghiaccio galleggianti, staccatisi dalle terre artiche, né l’irrompere di quelle enormi masse di ghiaccio, del peso di parecchie migliaia di tonnellate, attraverso il grande banco, né i soffi tremendi del poudrin che solleva enormi ondate, trattengono quelle migliaia di pescatori, i quali si inoltrano arditamente sul banco, gareggiando fra loro per riempire più presto le loro navi del prezioso pesce, che frutterà a loro dei grandi benefizi.

Tutti già conoscono il merluzzo, ma allo stato secco e decapitato.

È dotato di una voracità fenomenale, al par del luccio d’acqua dolce, e si nutre di crostacei, di molluschi e di pesci.

Ha tre pinne sul dorso, due anali e una piccola caudale, tagliata in forma quadrata. Il suo muso è grosso, ottuso, munito sotto la sinfisi di un barbiglio carnoso di forma conica; i suoi occhi sono grandi, il corpo svelto, coperto di piccole scaglie aderenti; il suo colore è verdognolo e giallastro sopra, argenteo sotto.

Essendo così vorace, la sua presa è facile, poiché si getta senza esitare sulle lenze dei pescatori, inghiottendo gli ami assieme alla preda che vi è attaccata.

Le lenze che vengono adoperate nella pesca sono funicelle solidissime, del diametro di metri 0,027, della lunghezza di 100 metri, o di 150 e anche l60, munite di cordicelle più sottili, terminanti in ami di ferro dolce o d’acciaio, i quali portano o pezzi di aringa, o di cappellano o di cornuto.

Queste lenze sono trattenute verticalmente da pezzetti di piombo, del peso da quattro a sei grammi. Si calcola che ogni pescatore, con tempo favorevole, prenda in una giornata dai duecentocinquanta ai trecentocinquanta merluzzi!

Quando l’aerostato, spinto dal vento del sud-ovest, giunse sul banco, i pescatori erano in piena attività.

Fin dove arrivava lo sguardo, bricks, brigantini, golette, orche, cutters rotolavano furiosamente sotto le larghe onde dell'Atlantico e dappertutto si vedevano miriadi di dorès, quei piccoli battelli incaricati del ritiro delle lenze e delle prede, montati ognuno da due uomini vestiti di abiti di tela incatramata o cerata e di un lungo grembiule che sale fino al loro collo.

Un attività febbrile regnava dappertutto, fra un baccano assordante che saliva fino agli aeronauti.

Gli uomini delle piccole imbarcazioni ritiravano, con celerità fantastica, le lunghe lenze, staccavano i merluzzi, che pendevano da una specie di uncino detto èlan-gueur, li sventravano per estrarne gli intestini, che servivano da esca per le lenze, e strappavano loro la lingua, che ponevano con somma cura nelle tasche dei loro grandi grembiuli e in una borsa appesa alla cintura. Quelle lingue non si raccolgono per ricavarne qualche profitto: servono solamente per regolare i conti col proprietario della nave da pesca, il quale alla sera fa ritirare tutte le lingue per sapere quanti merluzzi ha raccolto durante la giornata ognuno dei suoi uomini.

Sui ponti dei vari battelli il lavoro ferveva con non minore attività.

I capitani, i padroni, i mastri, ritti dinanzi a delle tavole, tagliavano le teste ai merluzzi portati a bordo dei legni dai pescatori dei piccoli canotti e raccoglievano i fegati e le uova, che deponevano entro grandi canestri, mentre i loro aiutanti, gli habilleurs, strappavano la spina dorsale e pulivano l'interno, gettando poi tutti quei pesci nella stiva, dove altri uomini erano incaricati di sottoporli al primo sale. Da quei fegati, che i pescatori radunano in grandi quantità, si estrae quel miracoloso olio che ha acquistato grande rinomanza. Già da tempo antichissimo gli inglesi, gli olandesi ed i norvegesi avevano scoperto in quell’olio delle proprietà miracolose; ma per lo più lo adoperavano contro i reumatismi articolari con buon successo. Oggi invece viene usato come ricostituente, e tutti ormai conoscono la sua efficacia straordinaria. Quello che si estrae dai merluzzi che si pesano sul banco di Terranova viene considerato il migliore, perché è più ricco di sostanze grasse e quindi più efficace come ricostituente.

Dal grande banco s’innalzava fino all’aerostato un puzzo nauseante di pesce, d’olio, un fumo nero e pesante, eruttato dalle numerose navi da guerra di tutte le nazioni, scaglionate fra quegli innumerevoli battelli da pesca, ed al nord, al sud, all’est e all’ovest si udiva un frastuono impossibile a descriversi: fischi di macchine, spari di petrieri che richiamavano a bordo i canotti, tocchi di campane, suoni di trombette, un grido, un chiamarsi continuo, un vociare in tutte le lingue.

All'apparire dell’aerostato, il quale filava maestosamente sopra il banco, subentrò un profondo silenzio. Tutti quei pescatori dimenticarono per alcuni istanti le lenze ed i merluzzi, guardando quel meraviglioso vascello che il vento spingeva sopra i muggenti flutti dell’oceano. Tutti quegli uomini parevano stupiti da quella improvvisa apparizione. Avevano indovinato di che cosa si trattasse, o la scambiavano, come gli abitanti di Terranova, per un immenso uccello di nuova specie? A quel silenzio successe ben presto un clamore assordante: hurrah immensi echeggiarono da un capo all’altro del grande banco, si agitavano i berretti, si ammainavano le bandiere tre volte in segno di saluto, si suonavano furiosamente le campane e le trombette, e si sparavano i petrieri, come quando le pesanti nebbie piombano repentinamente sulle flottiglie.

I legni da guerra, i cui equipaggi avevano subito compreso di cosa si trattasse e che forse avevano avuto sentore dell’ardita spedizione del Mister Kelly, scaricavano i loro pezzi, mentre i marinai, arrampicatisi sui pennoni, salutavano gli intrepidi aeronauti con formidabili hurrah.

“Grazie!” gridò l’ingegnere, vivamente commosso, mentre sventolava la bandiera degli Stati dell’Unione e O’Donnell scaricava le due carabine.

Ma la loro comparsa fu rapida, il vento spingeva l’aerostato sopra l’oceano con la velocità di sessanta miglia all’ora, in pochi minuti passò sopra quelle lunghe file di navi e di canotti e si allontanò verso il nord-est.

“Per San Patrick! “esclamò l’irlandese. “Vi confesso. Mister Kelly, che quell’inattesa accoglienza mi ha scombussolato.”

“E io vi dico che non sono meno commosso di voi, O’Donnell” rispose l’ingegnere.

“Che questi pescatori conoscessero già il vostro progetto?”

“È probabile, perché negli Stati Uniti e nel Canada ne hanno parlato a lungo, e quelli di Terranova ne saranno stati informati.”

“Comunque sia, quella dimostrazione d’affetto è stata commovente, ingegnere. Non mi ha permesso di seguire attentamente la pesca dei merluzzi.”

“Ne sapete già abbastanza, su quella pesca.”

“Sì, grazie alla Vostra erudizione. Quale direzione teniamo?”

“Sempre quella di nord-est, cioè della mia corrente.”

“E non incontreremo più terre, d’ora innanzi?”

“Nessuna fino sulle coste d’Europa.”

“Diavolo! Ciò produce un certo effetto, Mister Kelly.”

“Lo manderete giù assieme a quattro bocconi e a una bottiglia di vecchio vino di Spagna.”

“Credo che abbiate ragione” rispose l’irlandese, sorridendo.

“Un buon bicchiere di vino scaccia meglio di qualunque altra cosa le emozioni, anzi, vi confesso che questo freddo mi ha messo indosso un certo appetito.”

“Sono sette ore che non abbiamo messo sotto i denti una briciola di biscotto. Ehi! Simone, preparaci qualche cosa.”

“È fiato sprecato, Mister Kelly. Il vostro negro mi pare che sia sempre mezzo morto di paura. Evidentemente i viaggi aerei non sono fatti per i negri.”

L’irlandese aveva ragione. Il servitore dell’ingegnere non si era ancora mosso dal posto che occupava e continuava a tenersi strettamente aggrappato alle corde gettando in giro degli sguardi smarriti.

“Orsù, poltrone” disse l’ingegnere. “Quale strana paura ti ha invaso?”

“Temo di cadere, massa” rispose il negro balbettando.

“Forse cadiamo noi?”

“Io sono negro, e voi...”

“Siamo bianchi” disse O’Donnell, scoppiando in una fragorosa risata. “Che gli uomini della nostra razza portino nel ventre un magazzino d’idrogeno? Che sia proprio così, signor discendente di Cam?”

Il negro cercò di sorridere a quelle parole ma, invece, le sue grosse e tumide labbra si contorsero orribilmente, senza riuscirvi. Quel povero diavolo fece però uno sforzo supremo per alzarsi; ma ricadde pesantemente, come se avesse le gambe rotte, emettendo un grido di spavento.

Quell’altezza produceva su di lui un senso di invincibile paura; quel vuoto lo atterriva e gli faceva girare la testa.

“Rimani là” disse O’Donnell. “M’incarico io del servizio di bordo, poltrone.”

In un batter d'occhio aprì una cassa, ne tolse una scatola di carne arrostita, un’altra di acciughe, dei biscotti, una bottiglia, bicchieri e posate, e preparò la tavola, che era sostituita da una panchina del battello.

“Quando desiderate, Mister Kelly” disse con la sua più bella voce.

L’ingegnere, che stava esaminando i suoi strumenti, si affrettò a rispondere all’appello, ed i due aeronauti, che cominciavano a provare i morsi della fame intaccarono con molto appetito le vivande, senza dimenticare il negro, il quale fece molto onore al pasto, specialmente alla bottiglia, malgrado la sua grande paura.

Terminata la cena, l’ingegnere e l’irlandese accesero le sigarette, poi volsero uno sguardo verso l’ovest.

Il grande banco era scomparso sotto l’orizzonte, e l’aerostato filava sull’immensa distesa dell’Atlantico, i cui muggiti salivano fino alla navicella.

L’irlandese, malgrado la sua audacia, impallidì leggermente. Ormai non dovevano contare più sulle loro forze e sul loro vascello aereo, poiché la sola immensità li circondava e in caso di catastrofe nessun uomo sarebbe accorso in loro aiuto.

Quasi contemporaneamente il sole tramontò e le tenebre piombarono bruscamente sull’oceano avvolgendo l’aerostato.

 



( [1] ) (Appartenente al partito irredentista clandestino irlandese Sinn Fein.)



 

 

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