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LA PERLA SANGUINOSA
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Emilio
Salgari
PARTE
PRIMA
I
FORZATI DI PORT-CORNWALLIS
1
- La spia del penitenziario
«Spia!»
«A
me spia!»
«Bandito!»
«Taci,
brutto malabaro!»
«Negalo,
se l'osi!»
«Ah!
A me della spia!»
«Confidente
dei sorveglianti! Assassino che ci fai somministrare il gatto a nove code
senza averne colpa.»
«La
vuoi finire?»
«No,
e lo ripeterò finché avrò soffio di vita. Spia! Spia! Spia!»
«Vuoi
dunque che ti rompa le ossa?»
«Provati.»
«È
perché hai l'uomo bianco dalla tua? Vi affronto tutti e due e vi riduco in
una poltiglia. Nessuno ha mai tenuto testa al Guercio, il più formidabile
lottatore di Ceylon.»
«Basterò
io solo: un malabaro non teme cento cingalesi.»
«Ma
il Guercio sì.»
«Sarò
io che ti fracasserò il muso e che manderò i tuoi denti a passeggiare
nella foresta, a formare la delizia dei cobra capelo.»
«Non
la vuoi finire, malabaro?»
«No,
perché sei una spia, la spia del bagno.»
Una
spaventosa bestemmia sfuggì dalle labbra del cingalese.
«Che
Budda sia maledetto se non t'ucciderò. È troppo, basta!»
«Tu
ascoltavi i nostri discorsi!»
«Tu
menti!».
«E
ti sei accostato a me ed all'uomo bianco, strisciando come un serpente.
Tutti sanno che sei il beniamino dei sorveglianti e del comandante, e che
mai hai assaggiato la doppia catena, cane d'un cingalese.»
«Ti
uccido! Bisogna che ti uccida! Spia! Ebbene sì, io ti tenevo d'occhio e ti
dirò anche che ho udito tutto quello che hai detto al forzato bianco. Ah!
Ah! L'europeo che sdegna di parlare con me, come se non fosse anche lui un
galeotto, vorrebbe andarsene? No, ci sarò io là, al momento opportuno, per
impedirglielo.»
Una
salva di bestemmie e di ululati fecero eco alle audaci e compromettenti
parole del cingalese.
«Dagli
a quella spia, malabaro!» gridano in coro quindici o venti voci.
«È
ora di finirla con quel briccone.»
«Giù,
dalle, malabaro!»
«Ah!
Tutti contro me, - ghignò il Guercio, furioso. - Ebbene la vedremo, brutti
sciacalli. Ad ognuno il suo ed a suo tempo. Vi farò sentire se pesano i
pugni cingalesi.»
«Ebbene,
comincia da me, - gridò il malabaro. - Vedremo se fra cinque minuti urlerai
tanto. Spicciati: l'affare deve essere finito prima che giungano i
guardiani.»
«Ecco,
prendi!» ruggì il cingalese, avanzandosi coi pugni raccolti sul largo
petto.
Quella
scena aveva luogo in una piccola radura che s'apriva in mezzo alle foreste
che circondano il penitenziario inglese di Port-Cornwallis, fondato dal
governo anglo-indiano, pei forzati pericolosi, sulle coste orientali
dell'isola Nord-Andamana, nel golfo del Bengala, stabilimento che dopo una
diecina di anni doveva venire soppresso, a causa del clima micidiale che
faceva strage dei condannati e dei sorveglianti, ed a causa anche delle
ostilità degli indigeni; ma che nel 1850 era ancora floridissimo.
Una
ventina d'uomini, per la maggior parte indiani e cingalesi, si erano
raccolti in quella radura, approfittando del riposo del mezzodì e
dell'assenza dei guardiani, che avevano preferito schiacciare un sonnellino
nelle amache della tettoia, sicuri che nessuno dei sorvegliati avrebbe
approfittato per prendere il largo date le pessime disposizioni che fino
allora avevano dimostrato gl'indigeni, nemici risoluti d'ogni straniero.
I
due uomini che s'erano assaliti prima a parole e che ora si preparavano a
demolirsi le costole a vicenda, nonostante i rigorosi regolamenti del bagno
e la paura di venire premiati con una solenne fustigazione del terribile
gatto a nove code, terrore dei marinai inglesi, erano due campioni capaci di
disputarsi lungamente la vittoria.
Colui
che aveva sollevato la questione e che veniva chiamato il malabaro, era un
indiano di forme atletiche, alto quasi sei piedi, con un torso da gorilla,
braccia muscolose senza essere esageratamente grosse: aveva lo sguardo
franco ed ardito ed i lineamenti piuttosto fini, che indicavano in lui un
discendente delle caste privilegiate della grande penisola indostana.
Il
suo avversario, che si faceva chiamare il Guercio, perché mancava
effettivamente d'un occhio, del sinistro, e che si era dichiarato cingalese,
era assai più basso di statura, ma lo sviluppo del suo corpo era veramente
enorme, assai superiore a quello dell'altro. Aveva una testa massiccia,
forse troppo grossa, cogli occhi leggermente obliqui, che tradivano un
miscuglio di razza; il viso butterato dal vaiolo in modo da sembrare una
vera schiumarola; un collo da toro, spalle da gigante e braccia
formidabilmente muscolose, che finivano con certi pugni grossi come mazze da
fucina.
Entrambi
non avevano che un paio di pantaloni di tela bigia, essendosi sbarazzati
delle giacche e degli zoccoli che l'amministrazione del penitenziario
fornisce a quei disgraziati, e mostravano così i numerosi e bizzarri
tatuaggi che screziavano i loro petti, rappresentanti serpenti e foglie,
idoli ed animali.
«Dàlli,
malabaro! - gridarono per la seconda volta gli spettatori. - Merita una
correzione quello spione.»
Il
cingalese gettò sui forzati, col suo unico occhio, uno sguardo da tigre,
mentre il malabaro allargava le gambe coprendosi il petto ed il viso colle
braccia.
Stavano
per precipitarsi l'uno contro l'altro, quando il cerchio formato dagli
spettatori fu violentemente aperto ed un nuovo personaggio si mise a fianco
del malabaro, dicendogli:
«Lascia
fare a me, Palicur. Anch'io ho un vecchio conto da saldare con quel
cingalese.»
Mentre
tutti gli altri erano indiani o cingalesi, il nuovo venuto era invece un
europeo di circa trent'anni, colla pelle abbronzata nelle varie sfumature
che si scorgono sui visi della gente di mare, dovute ai calori del sole
tropicale ed ai venti salsi degli oceani, con due occhi d'un azzurro
profondo dai quali trapelava un non so che di profonda tristezza. La sua
taglia non era così alta come quella dei due avversari, era anzi appena al
di sopra della media, piuttosto slanciata pur essendo vigorosa, nondimeno le
sue braccia mostravano dei muscoli poderosi, che dovevano sviluppare, in
certi momenti, una forza poco comune.
Pronunciando
quelle parole, aveva gettato l'ampio cappello di paglia che lo riparava
dagli ardenti raggi del sole, mostrando una bella fronte ampia, solcata da
qualche ruga precoce, ed una folta capigliatura molto bruna.
«Lascia
fare a me, Palicur, - ripeté, prendendo la classica posa dei pugilatori
inglesi. - Il cingalese non mi fa paura.»
«No,
signore, - rispose il malabaro. - Non compromettetevi con quella canaglia.»
«Signore!
- ghignò il Guercio. - Quanto ti dà al mese, malabaro? Non sapevo che tu
fossi il suo servo.»
L'europeo
gettò sul miserabile uno sguardo sprezzante e fece atto di avventarglisi
addosso; ma il malabaro fu pronto a metterglisi dinanzi.
«No,
mai, non voglio che vi misuriate con quest'uomo che è il più forte del
bagno e che solo in me può trovare un rivale capace di tenergli testa. Voi
un giorno mi avete salvato, strappandomi dalle mascelle d'un gaviale, quindi
vi devo la vita ed è mio dovere proteggervi. Se quest'uomo mi ucciderà,
poco monta.»
«Sì,
lasciate fare al malabaro, signore,» dissero in coro gli spettatori, che
pareva professassero un certo rispetto per quell'uomo, quantunque fosse un
condannato al pari di loro.
L'europeo
ebbe una breve esitazione, poi fece due passi indietro, dicendo:
«Aspetterò il mio turno; quella spia oggi deve avere una solenne
correzione e l'avrà o da Palicur o da me.»
«Avete
finito con le vostre chiacchiere? - chiese il cingalese, che cominciava a
perdere la pazienza. - O aspettate che i sorveglianti aprano gli occhi?»
«Eccomi,»
disse il malabaro, rizzandosi d'un colpo, e menò un pugno formidabile che
cadde nel vuoto, avendo fatto il cingalese un rapido salto indietro.
Il
circolo formato dagli spettatori si era subito allargato, onde lasciare ai
due pugilatori spazio maggiore.
Un
silenzio profondo era succeduto a quella pioggia d'invettive, rotto solo dal
grido lamentevole e noioso d'una coppia di scimmie appollaiate fra i rami
d'un fico baniano. Pareva che tutti trattenessero perfino il respiro, per
non perdere nulla di quella lotta, che prometteva di diventare terribile e
che poteva finire colla morte dell'uno o dell'altro avversario.
Palicur,
mancatogli il primo colpo, si era affrettato a rimettersi in guardia e si
teneva diritto, mostrando la sua superba statura d'atleta, mentre il
cingalese invece, che doveva meditare qualche tiro a sorpresa, si era come
ripiegato su se stesso, in modo da coprirsi tutto il corpo coi pugni e colle
braccia.
Per
qualche istante i due avversari si guardarono, poi il malabaro si piegò a
sua volta bruscamente, dicendo:
«Ti
ho compreso, Guercio: prendi!»
Il
suo formidabile pugno scattò colpendo il cingalese in mezzo al petto, il
quale risuonò come una grancassa. Se quel corpo non fosse stato più che
robusto, avrebbe certamente ceduto sotto il colpo poderoso. Il Guercio fece
una brutta smorfia e strinse le labbra per non lasciarsi sfuggire un grido
di dolore, poi a sua volta si slanciò, menando uno dopo l'altro sette od
otto pugni, che il malabaro ricevette sugli avambracci senza scuotersi.
«Ah!
Perdi la flemma! - esclamò l'indiano con voce tranquilla. - Le braccia dei
pescatori di perle possono resistere anche alle martellate e perdi
inutilmente il tuo tempo, Guercio, se batti qui.»
Un
urlo di rabbia era sfuggito alla spia.
«Che
non ti possa demolire, brutto malabaro! - ruggì. - Eppure devi cadere.»
Fece
tre passi indietro, tornando a ripiegarsi su se stesso. Il malabaro, che non
voleva lasciargli il tempo di preparare qualche altro gioco, spiccò un
salto innanzi per investirlo subito, ma ricevette un pugno in pieno viso che
lo fece traballare e gli fece sprizzare sangue dal naso.
L'europeo
mandò un grido credendolo perduto, ma il pescatore di perle si riebbe
prontamente. Piombò sul cingalese, che stava in quel momento per rialzarsi,
e l'abbracciò a mezzo corpo, alzandolo da terra e scotendolo vigorosamente.
Il
Guercio, non essendosi aspettato quell'attacco che convertiva il pugilato in
una partita di lotta, dapprima non oppose resistenza; poi, comprendendo che
stava per venire atterrato, puntò le ginocchia sul ventre del malabaro il
quale fu costretto a deporlo.
Allora
fra i due atleti s'impegnò una lotta disperata. Si afferravano a vicenda,
si urtavano poderosamente, si abbassavano e si alzavano tentando di
atterrarsi. Ansavano, grondavano sudore, e non mandavano alcun grido per non
svegliare i sorveglianti che dormivano non molto lontano, sotto la tettoia
del deposito dei legnami.
Il
cingalese opponeva una resistenza furiosa, tuttavia si capiva facilmente che
avrebbe finito per cedere. Le sue forze si esaurivano rapidamente, mentre il
malabaro conservava le sue per l'ultimo momento.
L'europeo
seguiva attentamente col più vivo interesse le diverse fasi della lotta,
incoraggiando di quando in quando il pescatore di perle con uno sguardo o
con un gesto della mano. Gli altri scommettevano sottovoce, non già denari,
bensì le loro magre razioni.
La
lotta durava da quattro o cinque minuti, sempre più ostinata, quando il
malabaro, che era riuscito a liberarsi la destra, scaricò un pugno
terribile sul cranio dell'avversario. Questi si piegò bruscamente,
sbalordito da quel colpo che gli aveva rintronato il cervello.
Bastò
quell'attimo di interruzione perché il pescatore di perle ne approfittasse.
Sollevò il Guercio fra le poderose braccia, lo tenne un momento sospeso,
poi lo scaraventò dieci passi lontano, nel bel mezzo d'un cespuglio.
«Dagli
il resto, malabaro! - esclamarono gli spettatori. - Concialo per bene.»
Palicur
era già sopra alla spia ed aveva alzato nuovamente il pugno per dargli una
tremenda lezione, quando una voce minacciosa risuonò a breve distanza:
«Ferma o ti brucio le cervella!»
Un
uomo vestito di tela bianca, con un elmo di sughero in testa coperto d'una
fascia di flanella, si era aperto violentemente il passo fra gli spettatori,
tenendo nella destra una pistola a doppia canna, che puntò risolutamente
sul malabaro. Era uno dei sorveglianti della colonia penale, il quale era
stato probabilmente svegliato dalle ultime grida dei forzati.
Palicur,
udendo quella voce minacciosa, abbassò il pugno e si voltò verso il
guardiano, dicendogli:
«Non
abbiamo fatto nulla di male. Abbiamo semplicemente provato le nostre forze
in una partita di lotta.»
Il
Guercio aveva approfittato dell'intervento per sgusciare fra il cespuglio e
mettersi in salvo presso il sorvegliante.
«Quel
cane d'un malabaro ha mentito! - gridò. - Egli mi voleva accoppare,
sospettando in me una spia.»
«Buffone!
- gridò l'europeo. - Sei più vile d'uno sciacallo.»
«Taci
tu, Will, - disse il guardiano ruvidamente. - Tu non hai maggior diritto di
parlare degli altri ed io non ti ho interrogato.»
«Ma
sì, il Guercio ha mentito!» urlarono in coro gli spettatori.
«E
perché sanguina allora il naso di Palicur?» chiese il sorvegliante.
«Perché
sono caduto,» rispose il malabaro.
«Non
è vero, - urlò il cingalese. - Mi ha aggredito e nel difendermi gli ho
dato un pugno, e vi era con lui anche l'europeo. Vi consiglio anzi di
tenerli d'occhio, signor Bek, perché li ho sorpresi mentre ordivano la
fuga. Ecco il movente della loro aggressione.»
Un
urlìo di collera accolse le parole del briccone. Tutti i forzati tesero i
pugni verso di lui e si fecero innanzi minacciosi, pronti ad accopparlo. Il
sorvegliante si gettò prontamente dinanzi al cingalese, poi estrasse la
daga che portava appesa alla cintura, mentre impugnava la pistola colla
sinistra.
«Fermi,
furfanti!- gridò. - Il primo che si accosta è uomo spacciato.»
Poi
mandò un lungo fischio, il fischio di allarme e di richiamo dei poliziotti
inglesi. Tosto altri quattro sorveglianti armati di fucile sbucarono dalle
vicine macchie, collocandosi ai fianchi del loro compagno. I forzati, che
parevano disposti a scagliarsi contro il cingalese ed il suo protettore,
vedendo giungere quel rinforzo si fermarono. Solo l'europeo fece qualche
passo innanzi, dicendo con voce grave:
«Spero,
signor Bek, che voi non crederete a quello che ha detto quel miserabile
cingalese. Nessuno lo ha aggredito, potete credere alla parola leale d'un
uomo di mare.»
«Tu
sei un forzato al pari degli altri e la tua parola non ha maggior valore
della loro, quantunque tu sia un inglese al pari di me,» rispose il
sorvegliante.
Una
viva fiamma balenò negli sguardi di Will, mentre un pallore mortale gli
copriva il volto.
«Un
giorno, - disse con voce alterata, fremente di collera e d'indignazione, -
fui un uomo d'onore. Se io ho ucciso il mio sergente d'armi lo feci perché
costrettovi e spintovi in un momento di follia, e voi lo sapete. Mi hanno
condannato e sia pure, ma questa condanna non ha guastato la lealtà
dell'antico quartiermastro della Britannia.»
L'espressione
dura, quasi sprezzante, che si leggeva sul volto del guardiano, si era a
poco a poco dileguata.
«Ti
credo, - disse, con accento un po' raddolcito. - Sono però costretto a
rinchiudervi tutti e tre nella cella di rigore, finché i fatti saranno
chiariti. Io non posso trasgredire i regolamenti.»
«Fate
pure, - rispose asciuttamente l'ex quartiermastro della Britannia,
porgendo i polsi. - Ammanettatemi.»
Il
sorvegliante fece un segno ai suoi uomini, i quali s'affrettarono ad
incatenare le braccia all'europeo, al malabaro ed al cingalese
«Al
deposito, - disse, - e fate fuoco su chi tenta di fuggire.»
Poi
rivolgendosi agli altri forzati, aggiunse con un tono che non ammetteva
replica:
«Al
lavoro, voi: l'ora del riposo è trascorsa.»
E
mentre nella foresta rimbombavano i colpi di scure dei galeotti ed i tronchi
resinosi dei darmar precipitavano al suolo con gran fragore, i tre
prigionieri, scortati da due guardiani, venivano condotti a Port-Cornwallis.
2
- Un dramma cingalese
Il
penitenziario di Port-Cornwallis, che fu chiamato più tardi il cimitero
degli europei, a causa del clima micidialissimo dovuto alle grandi e
continue piogge e alle immense foreste che coprono quelle isole, non fu
veramente mai una grande colonia penale come quelle australiane e quella di
Norfolk.
Fondato
sulla costa orientale dell'isola più settentrionale del gruppo delle
Andamane, sulle rive d'una profonda e sicura baia, difesa da numerosi
isolotti, vivacchiò senza poter mai ingrandirsi, sia per la vicinanza della
costa birmana con delle isole di fronte alle bocche dell'Irawaddy, ciò che
permetteva facili fughe ai galeotti, sia per la violenza dei monsoni del
sud-ovest che rendevano difficile l'approdo ai trasporti dello Stato, sia
pei grandi calori alternati da acquazzoni furiosi che in breve tempo
riducevano i sorveglianti in tale stato, da costringerli a rimpatriare più
che presto.
Nel
1850 lo stabilimento, quantunque fondato da parecchi anni, si componeva
ancora di poche baracche pei forzati, di una caserma, di una prigione e d'un
ospedale che era sempre il più popolato; e la sua guarnigione non superava
i cinquanta uomini incaricati della vigilanza di tre o quattrocento
galeotti, quasi tutti indiani e cingalesi.
Unico
lavoro di quei miserabili era il dissodamento delle immense foreste che
coprivano l'isola, per preparare dei campi ai futuri coloni; unica ricchezza
che ne traeva il governo anglo-indiano era il commercio dei legnami più
pregiati, che di quando in quando venivano imbarcati per la madre patria;
legnami che abbondavano, specialmente quelli adatti per la costruzione delle
navi. Con gl'indigeni nessun contatto, nonostante gli sforzi dei governatori
della colonia penale per indurli a costruire le loro dimore intorno alla
baia. Quegli isolani, per natura diffidenti, si erano ostinatamente
mantenuti inaccessibili a tutti i tentativi d'incivilimento e d'amicizia,
rimanendo selvaggi e colle armi sempre pronte.
Non
davano fastidi alla colonia, quantunque non vedessero di buon occhio quegli
stranieri insediati sulla loro isola, ma si tenevano celati nelle loro umide
foreste, pronti a respingerli se si fossero inoltrati verso l'interno e a
dare addosso ai forzati i quali, sapendo che presso quei bruti non avrebbero
trovato grazia, si guardavano bene dal fuggire entro terra.
Così
la colonia vivacchiava, senza una speranza di diventare un giorno florida,
al pari delle colonie penali australiane, con nessun altro successo che
quello di aumentare le croci del piccolo cimitero dove forzati e
sorveglianti andavano a riposare per sempre, con una frequenza tale da dare
molto pensiero al governo inglese e da indurlo, più tardi, a lasciar di
nuovo l'isola ai suoi primitivi padroni.
.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il
quartiermastro della Britannia ed il malabaro, mezz'ora dopo la scena
svoltasi nella foresta, si trovavano chiusi insieme in una cella del
penitenziario, una specie di cabina di due metri quadrati, che l'ardente
sole aveva già tramutato in vero forno, incatenati l'uno presso all'altro
sul nudo tavolaccio, in modo da non potersi nemmeno mettere a sedere.
I
guardiani, dopo aver posto a portata delle loro mani una brocca di terra
piena d'acqua e due mezze pagnotte di pane bigio, se n'erano andati
salutandoli con un ironico «buon riposo, giovanotti» e chiudendo
accuratamente la porta di grosse tavole di tek, che solo un petardo avrebbe
potuto sfondare.
«Peccato
non averlo potuto accoppare, - disse il malabaro, quando il rumore dei passi
si spense in fondo al corridoio. - Quell'uomo, signor Will, intralcerà
tutti i nostri piani e la fuga diverrà ormai quasi impossibile.»
«Eppure
bisogna che io me ne vada da questo inferno: è necessario.»
«E
se io non avessi la speranza di poter un giorno o l'altro andarmene, mi
ucciderei spaccandomi la testa contro qualche roccia.»
«Si
direbbe che tu hai più premura di me, - rispose il quartiermastro. - Eppure
ho osservato che gl'indiani sono quelli che tentano meno la fuga e si
rassegnano più facilmente di tutti alla loro sorte.»
«È
vero, signor Will, - rispose il malabaro - ma a quelli forse manca un motivo
imperioso.»
L'europeo
voltò la testa guardando fisso il pescatore di perle e rimase sorpreso
dall'intenso dolore che traspariva in quell'istante dal viso dell'ercole.
«È
l'ardente desiderio di ritornare fra i pescatori di perle a respirare la
libera brezza del mare, o qualche motivo più grave ciò che ti spinge a
tentare l'evasione? - chiese. - Tu non mi hai detto perché ti tormenta
così insistentemente il sogno della libertà.»
«Ve
l'avrei narrato, signor Will, se quel dannato cingalese non avesse
interrotto la nostra conversazione colla sua improvvisa comparsa. Mi ero
deciso a raccontarvi la mia storia, che voi avete sempre ignorato.»
«Mi
hanno detto che ti hanno cacciato in questo bagno perché hai ucciso un
sacerdote buddista nella baia d'Aripo. È vero?»
«È
vero, - rispose il malabaro con voce triste. - L'ho ucciso sui gradini della
pagoda con tre colpi di coltello e, se ho un rincrescimento, è quello di
non aver potuto vibrargliene cinquanta, perché quell'uomo meritava
cinquanta volte la morte.»
«Indovino
una storia dolorosa nella tua vita, - disse il quartiermastro. - Qualche
terribile dramma deve aver avvelenato la tua esistenza.»
«È
vero, signore, - ripeté il pescatore di perle. - Sognarla, vederla sempre,
udire sempre il suo grido, ed essere qui, in questo inferno! È impossibile
che io possa resistere! È troppo! Bisogna che me ne vada!»
Un
rauco singhiozzo soffocò l'ultima parola del pescatore di perle, mentre i
suoi occhi si inumidivano. Pareva che un dolore immenso straziasse in
quell'istante il cuore del disgraziato galeotto.
«Oh
mia Juga! Mia Juga! - esclamò poi con uno scoppio di pianto. - E non poter
avere la libertà e la perla sanguinosa!»
«Calmati,
Palicur, - disse il quartiermastro, che pareva profondamente commosso dal
dolore del malabaro. - Chi è quella Juga? Che cos'è quella perla
sanguinosa? Quale terribile dramma vi è nella tua vita? Quantunque tu
sia indiano ed io europeo, puoi considerarmi come tuo fratello. Te ne ho
dato la prova quando otto giorni or sono ti strappai dalle fauci del
coccodrillo che stava per mozzarti le gambe.»
«Sì,
è vero, voi siete troppo buono, signor Will, - rispose il pescatore di
perle; - vi devo la vita, siete per me come un secondo padre e perciò devo
narrarvi tutto, purché mi promettiate di unire i vostri sforzi ai miei per
fuggire da questo luogo infame.»
«Non
ho meno desiderio di te d'andarmene, mio povero Palicur, - rispose
l'europeo. - Gli uomini di mare male si adattano a vivere nei penitenziari e
ne ho abbastanza di questa esistenza che trascino da tredici mesi. Anch'io
ho sete di libertà, d'aria pura e non vedo l'ora di ritornare sul mare.»
«Allora
ascoltatemi, signor Will. Quantunque non ci conosciamo che da otto giorni,
ho piena fiducia in voi e sono certo che non tradirete il mio segreto. Qui i
cingalesi non mancano e sarebbero capaci d'informare i sacerdoti di Candy
della mia fuga e di metterli in guardia.»
«Che
storia stai per narrarmi tu?» chiese il quartiermastro, che s'interessava
straordinariamente ed a cui quel preambolo aveva aguzzato la curiosità.
«Non
crediate, innanzi tutto, che io sia un semplice pescatore di perle. I miei
padri furono un tempo i sovrani di Calicut, che la Compagnia delle Indie
disperse dopo averli vinti e spodestati, per non aver essi voluto accettare
il suo protettorato che privava il Malabar d'ogni libertà.
«Derubati
delle loro fortune e dei loro possessi, emigrarono nell'India meridionale,
rotolando giù dagli ultimi gradini della loro grandezza, finché l'ultimo
principe, che fu mio padre, dovette diventare un povero pescatore di perle
per campare la vita.»
«Mi
accorsi che tu dovevi appartenere a qualche alta casta, dalla purezza dei
tuoi lineamenti, - disse il quartiermastro della Britannia. -
Continua.»
«Morto
mio padre, tagliato in due da uno squalo mentre raccoglieva perle nello
stretto di Manaar, presi il comando della sua barca, trasferendomi sulle
coste di Ceylon, ove si diceva che si trovassero le più belle perle e che
si celasse la famosa perla sanguinosa, rubata anni or sono nella gran
pagoda di Candy, dove serviva di terzo occhio alla gigantesca statua di
Godama.»
«Una
perla sanguinosa!» esclamò Will.
«Sì,
ma di ciò vi parlerò in seguito, - disse il malabaro. - Fu al Nigamuwa che
conobbi per la prima volta Juga, mentre stavo esplorando quei banchi
perliferi.»
«Chi
era costei?»
«La
più bella fanciulla cingalese che io avessi veduto fino allora, così bella
che tutti la invidiavano. Suo padre era pure un pescatore di perle e quando
s'accorse che i nostri cuori si erano compresi e che battevano insieme d'egual
affetto, non oppose ostacoli e lasciò che ella diventasse la mia fidanzata,
purché m'impegnassi a versargli duecento rupie come prezzo del
matrimonio.»
«Avevo
già raggranellato la somma e credevo di essere ormai vicino alla
realizzazione del mio sogno, quando un avvenimento inaspettato distrusse
d'un colpo tutte le mie speranze.»
«Si
celebrava a Candy la festa di Godama e tutti gli abitanti delle coste
partivano in pellegrinaggio pel monte Hamales, sulla cui cima, come voi
sapete, esiste un albero consacrato al dio dei cingalesi e dove si vede
l'impronta d'un piede gigantesco che si suppone lasciato da lui, slanciatosi
di lassù in cielo, dopo le novecento e novantanove sue metamorfosi.»
«E
che noi europei riteniamo sia un'orma lasciata da Adamo prima di abbandonare
quell'isola meravigliosa, ritenuta il famoso paradiso terrestre, e di
passare in India,» disse il quartiermastro sorridendo.
«Il
padre di Juga, - continuò il malabaro, - fervente buddista, mi aveva
chiesto il permesso di condurre a Candy la mia fidanzata perché assistesse
alla grande processione e ricevesse la benedizione del dio ed io glielo
avevo concesso, non prevedendo che quella gita sarebbe stata fatale a me ed
alla fanciulla. Ahimè! Non doveva più tornare la diletta del mio cuore.»
«Te
la rapirono?»
«Sì,
ma ascoltatemi, signor Will. Dopo le feste di Candy, suo padre volle seguire
i pellegrini che si recavano a visitare il famoso albero di Annarodgburro,
che secondo le tradizioni antiche un uragano trasportò da lontani paesi, e
che sprofondò colà le sue radici per servire di ricovero a Godama. In quel
luogo vi è una pagoda celebre, dove riposano gli antichi rajah di Candy che
hanno meritato di essere ammessi in quella terra santa per aver innalzato
templi e statue in onore del dio protettore dell'isola, e che è abitata da
sacerdoti e da sacerdotesse che vengono scelte fra le più belle fanciulle
cingalesi.»
«Per
procurarsi quelle sacerdotesse, i monaci attendono il giorno in cui viene
condotta in processione la statua colossale di Godama, quindi si cacciano
fra gli spettatori, scegliendo le fanciulle che meglio a loro talenta, e che
sono destinate a diventare le spose del dio.»
«Nessuno
può resistere loro, né le rapite, né i parenti e nessuna protesta
varrebbe a salvarle. Una volta afferrate da quei monaci sono perdute.
D'altronde i parenti si tengono anzi onorati che le loro figlie vadano a
servire il dio, credendo di assicurarsi la protezione del cielo, la
remissione dei peccati ed un posto nel nirwana dopo la morte.»
«Sfortuna
volle che uno di quei tiruvamska - così si chiamano i sacerdoti
cingalesi - adocchiasse Juga, che stava a fianco di suo padre. La sua
bellezza e la sua giovinezza avevano già attirato l'attenzione dei vicini,
sicché, ad un gesto del tiruvamska, quattro o cinque pellegrini si
gettarono sulla mia fidanzata, trascinandola verso un carro dove già si
trovavano altre future spose di Godama.»
«Alla
sera era già prigioniera nella pagoda. Suo padre, spaventato dagli orribili
castighi che i sacerdoti gli minacciavano in questa e nell'altra vita, aveva
dovuto dare il suo consenso. Quando tornò alla costa per informarmi di
quanto era avvenuto, non era più che un'ombra di se stesso, tanto era stato
il suo dolore nel vedersi privare della sua unica figlia che amava alla
follia, e tanto soffriva di doversi presentare a me con quella terribile
notizia. Morì tre giorni dopo di crepacuore ed io fui lì lì per smarrire
la ragione. Caddi ammalato e rimasi parecchi giorni fra la vita e la
morte.»
«Appena
guarito partii per Annarodgburro, risoluto a strappare a quei monaci la mia
Juga. Riuscii infatti una notte, mentre sulla montagna imperversava una
furiosa bufera, ad introdurmi nella pagoda e a trovare la fanciulla amata.»
«Credendo
che nessuno mi avesse veduto, la trassi fuori dal tempio dove ci aspettavano
due veloci cavalli, quando fu dato l'allarme. In meno che non si dica mi
vidi piombare addosso una dozzina di monaci, che mi strapparono a viva forza
la fanciulla.»
«Cieco
di rabbia, trassi dalla fascia il mio coltello di pescatore di perle. Colpii
due o tre volte, all'impazzata, ma fui ben presto atterrato, disarmato e
legato.»
«Quindici
giorni dopo venivo consegnato alle autorità inglesi di Colombo, sotto
l'imputazione d'aver ucciso un sacerdote e di averne feriti altri due. Ogni
difesa fu vana. Fui condannato a dodici anni di relegazione e condotto in
questo inferno.»
Il
quartiermastro l'aveva ascoltato senza interromperlo. Posò una mano sulla
spalla del povero malabaro, che si era accasciato e piangeva in silenzio,
dicendogli con voce dolce:
«Noi
fuggiremo, Palicur, e andremo a liberare la fanciulla.»
«Sarà
un'impresa difficile, signore, - rispose il malabaro con voce spezzata. -
Bisognerebbe che io ricuperassi la perla sanguinosa.»
«Ma
che cos'è quella perla? E che cosa c'entra in questa storia?» Palicur
stava per rispondere, quando in fondo al corridoio si udirono dei passi
pesanti che s'avvicinavano.
«I
guardiani, - disse il quartiermastro. - Brutto segno.»
In
quel momento la porta si aprì e tre sorveglianti guidati da un sergente,
armati tutti di fucili colle baionette inastate, entrarono nella cella.
Dall'aspetto severo e dal volto accigliato del sergente, i due forzati
capirono subito che non spirava buona aria per loro e che quella partita di
pugni non doveva essersi arrestata al capitombolo del Guercio.»
«Pigliate
quell'uomo,» disse il capo, indicando il malabaro.
«Dove
volete condurmi?» chiese Palicur, con voce tranquilla e guardando
ironicamente i quattro guardiani.
«A
farti assaggiare le delizie del gatto a nove code, - rispose il capo. -
Venticinque colpi che ti accarezzeranno le spalle, e ti insegneranno a
rispettare i tuoi compagni di lavoro.»
«E
soprattutto, le spie, - aggiunse il quartiermastro della Britannia,
beffardamente. - Sono persone sacre quelle!»
«Chiudi
il becco, tu, - gridò il capo, e sii contento di non provare anche tu le
nove code.»
«E
il Guercio mi terrà compagnia almeno?» chiese Palicur, il quale non
dimostrava alcuna apprensione per la terribile condanna che gli era stata
inflitta.
«Non
occuparti del 304.»
«Già,
perché è un protetto del direttore nella sua qualità di spia.»
«Basta!
- gridò il capo, alzando minacciosamente il pugno. - Presto, legate questo
pappagallo mal dipinto.»
Il
malabaro, udendo quelle parole, si alzò a sedere, mandando un urlo di
furore.
«Sappi,
sergente, che l'uomo che tu hai chiamato pappagallo è un discendente dei
rajah di Calicut, di quei rajah che diedero tante terribili lezioni ai tuoi
compatrioti, prima di venire dispersi per l'India.»
«Ma
ora non sei che un forzato.»
«Condannato
quasi innocente. Se ho ucciso era nel mio diritto.»
«Già,
tutti dicono così; sempre innocenti, - disse il capo ghignando. - Lesti!»
I
tre guardiani staccarono le catene fissate agli anelli del tavolato e
liberarono le gambe del malabaro, il quale con un balzo fu subito in piedi.
«Eccomi,
- disse, - ma giuro su Sivah che se quel maledetto cingalese non
condividerà la mia pena, appena rimessomi in gambe lo ucciderò.»
«E
noi ti impiccheremo, - rispose il sergente, - così avremo due bricconi di
meno da sorvegliare e due bocche di meno da sfamare. Avanti, in cammino!»
«Ed
io?» chiese il quartiermastro, mentre strizzava l'occhio al malabaro.
«Tu
rimarrai qui per otto giorni, - rispose il capo. - È un riposo che non ti
guasterà le ossa.»
«Io
sono ammalato e non potrò resistere. Volevo anzi, fino da ieri, fare
domanda di essere passato nell'infermeria. Temo di venire colto
dall'itterizia.»
«Te
la sbrigherai col medico, se avrà tempo di venire a trovarti.»
«Vi
prego di avvertirlo. Ho un tremito incessante che non mi lascia un momento.
Sono un vostro compatriota, dopo tutto.»
Il
sergente alzò le spalle e uscì borbottando: «Quando giungerà. Ora è a
caccia.»
E
chiuse la porta con fracasso, facendo scorrere i grossi catenacci.
«Canaglie,
- mormorò il quartiermastro, quando fu solo. - Risparmiano la spia e
torturano quel povero malabaro. Bisogna che ce ne andiamo, dovessimo pagare
colla nostra vita la libertà, altrimenti una volta o l'altra Palicur
commetterà uno sproposito contro quel cane di un Guercio e si farà
impiccare.
«No,
quell'uomo che possiede una forza straordinaria non deve morire. Egli mi è
troppo necessario e l'ora è giunta per tentare la fuga. La scialuppa a
vapore sarà a nostra disposizione. Se tardassimo ancora un mese, i tifoni
ed il monsone ci impedirebbero di avventurarci sul mare con qualche
probabilità di successo.
«Fra
poco Palicur sarà nell'infermeria col dorso sanguinante: e ci sarà anche
l'altro. Raggiungiamoli.»
Si
levò a sedere, per quanto glielo consentiva la lunghezza della catena, e si
mise in ascolto. Non udendo il più lieve rumore, si aprì la camicia e da
una cintura di pelle che gli stringeva il torso levò con precauzione una
scatoletta di fibre di cocco, contenente otto sigarette ed alcuni
zolfanelli.
Le
osservò attentamente palpandole più volte, poi disse:
«Sono
perfettamente asciutte e si lasceranno fumare. Io coll'itterizia, il
macchinista colle guance gonfie, Palicur col groppone rovinato. Chi
sospetterà che tre uomini ridotti in tale stato pensino a fuggire? Purché
nel frattempo non scoprano il cilindro della macchina! In tal caso tutto
sarebbe perduto.»
Accese
una sigaretta e si mise a fumarla frettolosamente, poi ne accese un'altra e
continuò finché le ebbe quasi tutte consumate.
Aveva
appena finito l'ultima, quando fu preso da vomiti violentissimi.
«Ecco
l'itterizia che giunge, - disse, sforzandosi di sorridere. - Fra pochi
minuti il mio corpo diventerà giallo come quello di un vero malato e il
gioco sarà fatto!»
3
- Le astuzie dei forzati
Le
furberie dei forzati per procurarsi delle malattie artificiali, che li
esonerino per qualche tempo dai durissimi lavori dei cantieri, sono tali da
far stupire ed essi riescono così bene nella finzione da ingannare i più
abili medici. Le frodi tentate dai coscritti per essere dichiarati inabili
al servizio militare, sono puerili in confronto a quelle escogitate dai
forzati per avere qualche giorno di malattia e venire perciò trattati con
un certo riguardo.
Nella
loro impazienza di sottrarsi al lavoro che li accascia, i galeotti dei
penitenziari hanno tutte le audacie, tutte le furberie. Davanti a quell'idea
fissa di riposo, - che i guardiani e i medici chiamano poltroneria, forse
ingiustamente, - sparisce perfino la loro sensibilità, e si sono veduti
taluni mutilarsi atrocemente, altri provocare e mantenere pazientemente
delle malattie per lunghi e lunghi mesi, e anche rovinarsi per sempre.
Quei
disgraziati hanno dei segreti che si trasmettono l'uno all'altro e che la
sagacia dei medici difficilmente riesce a scoprire.
Una
delle malattie preferite dai forzati, perché obbliga gli infermieri a
trattenerli a letto parecchie settimane, è appunto l'itterizia. Per
simulare o provocare quella malattia, vi sono due mezzi ai quali i galeotti
ricorrono indifferentemente.
Il
primo consiste nel mettere un po' di tabacco a macerare in un po' d'olio di
cocco per cinque o sei ore, poi seccarlo e fare delle sigarette aggiungendo
al preparato un po' di fosforo preso dai fiammiferi. Basta fumare sette od
otto di quelle sigarette perché apparisca su tutto il corpo la tinta gialla
caratteristica degli itterici. Il medico per di più rileva subito anche un
certo imbarazzo gastrico con vomiti e febbri e si vede obbligato a mandare
il volontario dell'itterizia all'ospedale.
Il
secondo mezzo è altrettanto semplice. Il forzato si mette sotto le ascelle
un pacchetto di cotone imbevuto di aceto e spolverizzato con un po' di
zafferano, quindi si copre molto per provocare un copioso sudore e dopo due
ore prova dapprima un senso di calore nel petto e quindi in tutte le membra;
è questo il segno dell'apparizione della tinta itterica che in pochissimo
tempo invade tutti i tegumenti e le congiuntive. L'uso quotidiano di quel
cotone mantiene poi la pseudo-itterizia, permettendo così all'astuto
forzato di prolungare la sua permanenza nell'ospedale.
Ma
le malattie artificiali non si limitano alla sola itterizia. Ben altre essi
sanno provocarne con dei mezzi sorprendenti che farebbero stupire gli stessi
medici se potessero conoscerli.
Alcuni,
per esempio, preferiscono la congiuntivite. Per procurarsela spargono della
cenere di tabacco nell'interno della palpebra inferiore, oppure fanno molte
lavature con acqua saponata. Si sono veduti anzi taluni forzati diventare
completamente ciechi facendo troppo uso della cenere di tabacco.
Altri
preferiscono la dissenteria e per ottenerla, specialmente i forzati dei
penitenziari della Guiana francese, inghiottono dei semi d'una pianta
chiamata dagl'indigeni «panacoco» (hura crepitans) che esercitano
una grande azione irritante, maggiore di quella che produce l'olio di
croton.
Fu
la morte di uno di quei disgraziati a svelare il segreto di quelle
dissenterie che colpivano troppo di frequente i galeotti della Guiana e
delle isole della Salute, il che diede luogo a provvedimenti proibitivi e
severi da parte dei direttori dei penitenziari, con grande ira dei galeotti
che venivano in tal modo privati d'uno dei mezzi migliori e più semplici
per darsi ammalati.
Di
fianco alle ricette classiche si trovano pure invenzioni straordinarie di
certi intellettuali del bagno che hanno trovato nuovi mezzi da aggiungere a
quelli già conosciuti dai vecchi forzati.
Un
galeotto, per esempio, che era stato studente in medicina, ha utilizzato le
sue conoscenze chimiche per insegnare ai suoi compagni di pena il modo di
procurarsi con poca spesa un rigonfiamento pronunciatissimo dello stomaco.
Per ottenere quella malattia raccoglieva tutte le cannucce delle vecchie
pipe che poteva trovare, specialmente di quelle di gesso, le riduceva in
polvere e faceva trangugiare al «paziente» un po' di quella miscela di
terracotta e di gesso insieme ad un bicchierino d'aceto. Quegli elementi
producevano nello stomaco una grande quantità di acido carbonico che lo
dilatava enormemente, simulando così la classica dilatazione di stomaco.
I
forzati conoscono anche l'arte di produrre e di mantenere le piaghe, e di
dare ad esse un'apparenza orribile. Per giungere a quel risultato sollevano
una piega della pelle e l'attraversano con un filo di lana inzuppato di
tartaro dentario, avendo però cura di non farlo uscire dall'altra parte.
Ciò fatto aspettano la mortificazione del tessuto ed ottengono così una
piaga piena di suppurazione.
Perfino
il flemmone sono capaci di procurarsi e l'ottengono introducendo
profondamente sotto la pelle una sfilacciatura di uno straccio qualunque, un
pezzetto d'osso, una mosca o qualche altro insetto. Il forzato sceglie di
preferenza la cavità della parte posteriore del ginocchio, dove si trova un
grosso strato di tessuto epiteliale, anche perché la guarigione è lunga e
difficile e gli promette un riposo di parecchi mesi e anche perché lo
esenta talvolta dal lavoro per tutta la vita, manifestandosi non rare volte
una anchilosi completa del ginocchio.
.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Will,
il quartiermastro della Britannia, aveva fumato le sigarette da una
mezz'ora, quando il capo sorvegliante rientrò, accompagnato da un uomo
vestito di tela bianca, con un elmo pure di tela in testa e alte uose a
doppia bottoniera.
Era
d'aspetto simpatico, con occhi azzurri, barba e capelli biondi, la pelle
assai abbronzata, dovuta probabilmente al lungo soggiorno in quell'isola,
così esposta alle furiose raffiche dei monsoni indiani ed ai cocentissimi
raggi equatoriali.
«C'è
quel forzato che si lagna di essere ammalato, dottore, - disse il capo. - Io
già vi prevengo che non gli credo e penso che finga di esserlo per andare a
riposare qualche giorno all'infermeria.»
Il
quartiermastro si era alzato da sedere; fingendo uno sforzo supremo e
mostrando le larghe macchie che imbrattavano il suolo e l'orlo del tavolo,
prodotte dal vomito che lo aveva assalito dopo l'ultima sigaretta, disse:
«Ecco
le prove se io sono ammalato o no. Vi ho già detto che temevo mi cogliesse
l'itterizia. Guardatemi il viso, dottore.»
«Sei
giallo come un melone, - rispose il medico. - Non occorre che ti visiti.
Passatelo all'infermeria.»
«Andrà
a tenere compagnia al malabaro,» disse il capo ridendo, mentre il dottore
se ne andava, senza curarsi di dare uno sguardo di più al quartiermastro.
«L'avete
battuto quel disgraziato?» chiese Will a denti stretti.
«Perbacco!
L'abbiamo fatto cantare meglio d'un pappagallo ammaestrato! Tu, che sei
stato marinaio, sai già come accarezza bene le spalle il gatto a nove
code e come sa anche adoperarlo quel caro Fok. Ha il polso solido
quell'uomo e nessuno può resistere ai suoi colpi.»
«E
il Guercio?»
«Non
si puniscono gli innocenti.»
«Cioè
le spie,» corresse ironicamente il quartiermastro.
«È
un'idea tua quella.»
«Tutti
sanno che quel cingalese è la spia del bagno.»
Il
capo sorvegliante alzò le spalle con fare annoiato, poi disse:
«Su,
vieni, se è vero che sei ammalato. Gran buon uomo quel dottore! Io, se
fossi al suo posto, ti avrei mandato invece nella foresta a tagliare
alberi.»
Will
credette opportuno non rispondere.
Il
capo gli staccò la catena, poi lo spinse ruvidamente giù dal tavolato,
dicendogli:
«Non
avrai la pretesa che io ti porti. Avanti!»
Il
quartiermastro ebbe un lampo di rivolta dinanzi a tanta brutalità. Lo
fissò in faccia, incrociando nello stesso tempo le braccia, poi gli disse
con voce sibilante:
«Mi
prendi per un indiano tu, Foster? Tu sei un bruto che non sa rispettare la
sventura.»
«Non
prenderti tanta confidenza, Will, - rispose il capo. - Non ti è permesso
darmi del tu.»
«Sono
un tuo compatriota.»
«Per
me non sei altro che un numero. Basta, cammina o ti farò assaggiare il
gatto appena sarai guarito.»
Il
quartiermastro con uno sforzo supremo si frenò e uscì lentamente dalla
cella, seguito dal capo che teneva in mano l'estremità della catena.
Percorsero
un lungo corridoio, dove regnava un calore infernale e salirono una
gradinata, sul cui pianerottolo vegliava un guardiano armato di carabina
colla baionetta inastata.
«È
entrato nessun altro nell'infermeria?» chiese il capo alla sentinella.
«Sì,
un altro,» rispose il guardiano.
«Chi?»
«Jody,
il macchinista.»
«Anche
quello ammalato?»
«È
entrato poco fa colle guance così gonfie che mi parevano due zucche.»
«Mi
rincresce, perché quello è un buon diavolo.»
Fece
aprire la porta e introdusse Will in una vasta stanza, illuminata da una
mezza dozzina di finestre munite di doppie inferriate, ed ingombra di
lettucci assai bassi, disposti su due linee.
Due
teste si alzarono da due letti, guardarono il nuovo arrivato, poi si
abbassarono subito scomparendo sotto le lenzuola.
«Va'
a coricarti, - disse il capo, spingendo innanzi Will. - Il medico ripasserà
appena avrà terminato il pranzo e la partita di whist col
governatore.»
Il
quartiermastro si diresse verso un letto, si spogliò e si cacciò sotto le
coperte fingendosi completamente esausto, mentre il capo rinchiudeva la
porta, ripetendo:
«Sarà
qui dopo il whist.»
Era
appena uscito che si udì una voce dire con accento un po' beffardo:
«Eccoci
finalmente in compagnia. Cerchiamo ora di guarire presto e tutto andrà a
meraviglia. Il cilindro è finito?»
Da
un letto si era alzata una testa tutta avvolta in pannilini, che mostrava
due gote mostruosamente gonfie, colla pelle assai abbronzata e due occhietti
nerissimi, vivaci, intelligenti.
«Non
sono bello è vero, signor Will!» disse il malato con una risata.
«No,
davvero, mio bravo Jody,» rispose il quartiermastro.
«Ah,
signor Will, - disse in quell'istante un'altra voce. - Come mi hanno
conciato quei cani idrofobi! Mi pare che mi abbiano fracassato perfino le
costole.»
Un'altra
testa si era alzata da un letto vicino: quella del malabaro. Il disgraziato
indiano era completamente trasfigurato ed il suo viso aveva perduto la sua
tinta bronzea per assumere un colore grigiastro, il pallore delle razze
colorate.
Dovevano
averlo orribilmente conciato e certo il suo dorso doveva essere tutta una
piaga, poiché il gatto a nove code, usato ancora nel secolo scorso sui
vascelli da guerra della marina inglese e nei penitenziari, non è meno
terribile dello knut russo.
Si
tratta d'una vera frusta formata da nove strisce di corde guarnite di
piccole palle di piombo, ognuna delle quali traccia, sul dorso del
condannato, un vero solco sanguinoso. Cinquanta colpi bastano per produrre
la morte, talvolta anche meno; perciò a quelle barbare esecuzioni si usava
far assistere un medico, onde le facesse interrompere se la vita del
paziente sembrava in pericolo. Ciò però non graziava il poveretto dai
colpi che gli erano stati assegnati: si attendeva che le ferite si fossero
ben rimarginate per somministrargli i rimanenti.
«Come
stai, mio povero Palicur?» chiese il quartiermastro, commosso dalla figura
spettrale del malabaro.
«Non
bene di certo, signor Will, - rispose il pescatore di perle, sforzandosi di
sorridere. - Non mi hanno graziato nemmeno un colpo. Fortunatamente sono
robusto e noi indiani abbiamo la pelle un po' dura.»
«Per
quanto ne avrai?»
«Per
otto giorni almeno, signor Will.»
«Ti
hanno fasciato bene le piaghe?»
«Sì
e le hanno anche disinfettate. Ma come vi trovate voi qui?»
«Ho
l'itterizia.»
«Vera?»
«Si,
come le gote gonfie di Jody,» rispose il quartiermastro.
Il
malabaro, che si era un po' alzato, guardò l'altro ammalato e, nonostante i
dolori acuti che lo tormentavano, scoppiò in una risata.
«Anche
il mulatto ammalato! - esclamò. - Chi farà funzionare ora la macchina del
battello a vapore?»
«Nessuno
per ora, - rispose Jody. - Bisogna che attendano la mia guarigione se
vorranno servirsene, non essendovi alcuno che possa surrogarmi. La mia
malattia non guarirà se non quando voi sarete in piedi.»
«Come
hai fatto, Jody, a gonfiare le gote in quel modo? - chiese Will. - Sei
mostruoso.»
«Una
cosa da nulla, signor Will. Mi sono graffiato profondamente, con uno spillo,
le mucose della bocca e da un forzato compiacente mi sono fatto soffiare
dentro con una paglia, finché le gote sono diventate grosse come palloni.
Tenete bene in mente questa ricetta; potrebbe esservi utile un giorno per
farvi mandare all'ospedale.»
«Non
ne avremo più bisogno, spero, - disse il quartiermastro, con voce grave. -
Tutto è pronto, vero?»
«Non
mi trovereste qui, signor Will, se fosse altrimenti. Vi avevo avvertito che
mi sarei dato per ammalato appena terminato il cilindro. L'ho finito ieri
sera ed avendo saputo poco fa che vi si voleva far provare il gatto a
nove code, mi sono prontamente ammalato per essere qui insieme a voi.»
«Ah!
Tu credevi che infliggessero anche a me quell'atroce supplizio?»
«Sì,
signor Will, avendovi veduto chiudere nella cella assieme a Palicur. Sono
lieto che vi abbiano risparmiato.»
«Dunque?»
chiese sotto voce il pescatore di perle, che li aveva ascoltati
attentamente, cogli occhi ardenti.
«Non
aspetto che voi,» disse Jody.
«Sei
riuscito a sottrarre dei viveri?» chiese il quartiermastro.
«Sono
tre settimane che nascondo un paio di gallette al giorno e che accumulo noci
di cocco.»
«Dove?»
«In
una cavità della scogliera.»
«E
armi?»
«Ho
potuto sottrarre un paio di pistole e duecento cartucce dall'armeria, senza
che i guardiani se ne siano accorti. D'altronde nessuno avrebbe sospettato
di me.»
«Vi
è carbone nella scialuppa?»
«Ne
avremo per un paio di giorni, signor Will. Poca cosa davvero, che
c'impedirà di andare molto lontano, ma ho preparato un albero e nascosto
due coperte che ci serviranno da vela.»
«Armerò
io la scialuppa e la faremo egualmente filare,» disse il quartiermastro.
«E
dove andremo?» chiese Palicur con una certa inquietudine.
«Per
me, purché si vada, non m'importa affatto del luogo, - rispose il mulatto.
- L'India o la Birmania fa lo stesso.»
«Non
temere, Palicur, - disse il quartiermastro, che s'era accorto della profonda
angoscia che torturava il cuore del pescatore. - Noi andremo a Ceylon, prima
di tutto, se non verremo catturati in alto mare.»
«Vi
sono delle isole sul nostro itinerario ed in caso di pericolo ci getteremo
alla costa. Io conosco le Nicobar, signor Will, - rispose il malabaro. -
Ciò che deve preoccuparci è il modo di potercene andare.»
«Da
queste finestre alla spiaggia non vi sono che duecento passi,» disse Jody.
«E
quattro sentinelle, mio caro.»
«La
sera che voi prenderete il largo esse saranno ubriache, signore. Voi sapete
che sono amico di tutti i guardiani e che nella mia qualità di macchinista
addetto alla scialuppa del governatore, godo di favori speciali e di una
certa libertà, oltre che di una paga che voi non avete e che mi permette di
acquistare qualche bottiglia di gin.»
«Sappiamo
che tu sei un uomo fortunato.»
«Sì,
a paragone degli altri, signor Will, - rispose il mulatto. - Non si tratta
quindi, per voi, che di segare un paio di sbarre delle inferriate e di
calarvi sul tetto del magazzino che sta sotto di noi.»
«E
chi le segherà?»
«Voi,
signor Will. Vi
ho costruito una macchinetta che taglierà il ferro come se fosse legno e
senza produrre rumore; un giocattolo meraviglioso, ve lo assicuro.»
«Se
tu sei riuscito a fabbricare il cilindro della macchina, non dubito che tu
sia stato capace d'inventare qualche congegno straordinario. Sei un
meccanico di prima forza.»
«Bene,
grazie! Continuo, - disse il mulatto. - Io sarò sulla riva ad attendervi e
v'indicherò il luogo ove dovrete rifugiarvi.»
«E
tu?» chiesero ad una voce Will e Palicur.
«Io
non posso lasciare subito il penitenziario. Come potrei accendere la
macchina senza che i guardiani se ne accorgano? Devo aspettare che il sole
sia alzato.»
«È
vero, - disse il quartiermastro, dopo un momento di riflessione. -
Continua.»
«Se
anche mi vedono accendere la macchina di giorno, nessuno se ne preoccuperà,
non avendo essa il cilindro che, come sapete, tolgono sempre per paura che
io scappi. Appena ho la pressione, metto il mio, corro a raccogliervi e via
in alto mare. Ci daranno la caccia, lo so, ma noi saremo lontani allora,
forse alla piccola Andamana.»
«Senza
di te noi non riusciremo mai a darcela a gambe,» disse Will.
«Ed
io senza di voi, signore, finirei chissà dove non essendo mai stato
marinaio,» rispose il mulatto.
«Tieni
d'occhio il Guercio.»
«Quel
maledetto cingalese?»
«Egli
deve aver udito qualche cosa di quanto abbiamo detto stamane io e Palicur.
Sospetta la nostra fuga, quel cane d'uno spione, e ci sorveglierà
strettamente.»
«Mi
guarderò da lui, signor Will. lo credo che non dubiti di me almeno finora.
Se vorrà poi darmi qualche noia, gli scucirò il ventre con un colpo di
coltello.»
«Zitto,
- disse il quartiermastro. - Ecco il medico che viene. Cacciamoci sotto le
coltri e fingiamo di essere più ammalati di quello che siamo realmente.»