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I pescatori di balene
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I
IL CAPODOLIO
La notte del 24 agosto 1864, una nave correva bordate, a tutte vele sciolte,
a centotrenta miglia a sud delle Aleutine, lunga catena di isole che si estende
dinanzi al mare di Behring fra le coste dell'America e dell'Asia. Era un
magnifico veliero di oltre quattrocentoventi tonnellate, attrezzato a "barco",
colla prua tagliata quasi ad angolo retto e munita di un solido sperone di
acciaio, i fianchi piuttosto larghi e difesi da lamine di rame di notevole
spessore. Alta era la sua alberatura, con uno sviluppo grandissimo di vele;
libera quasi del tutto la sua coperta, ma untuosa e sdrucciolevole, senza
cassero e senza castello. Sulla poppa, in lettere dorate, spiccavano questi due
nomi: "Danebrog Aalborg".
Sulla gran gabbia, aggrappati alle sartie e alle griselle, si vedevano due
uomini un po' curvi innanzi, cogli occhi fissi sull'oscuro mare che muggiva
sordamente frangendosi contro i fianchi del naviglio.
Uno dimostrava quarant'anni. Era di statura bassa ma tarchiato, con larghe
spalle e grosse e robustissime membra. Aveva la pelle un po' abbronzata, gli
occhi di un azzurro profondo, il naso un po' rosso, forse per il soverchio abuso
di bevande spiritose, e la barba e i capelli biondi.
Aveva accostato agli occhi un cannocchiale e guardava attentamente l'immensa
distesa d'acqua.
L'altro era invece un giovanotto di venticinque o ventisei anni, di statura
molto alta, biondo di capelli, cogli occhi pure azzurri, ma la pelle ancora
bianca. Dai suoi lineamenti traspariva una energia straordinaria e un coraggio
indomito.
- Ebbene, tenente Hostrup, - disse ad un tratto il giovanotto - si vede nulla?
- Ho un bel guardare, fiociniere, ma non vedo proprio nulla - rispose il
compagno.
- Eppure ho udito distintamente un tonfo e ho visto con questi occhi una grossa
ondata correre a quattrocento passi dal nostro legno.
- E tu credi che sia stata una balena?
- Sì, tenente.
- Se fosse vero! - esclamò l'ufficiale mordendosi i baffi. A quest'ora tutti i
balenieri hanno dell'olio nel ventre del loro legno, mentre noi non ne abbiamo
ancora una goccia. E siamo in pieno agosto! Comprendi, Koninson, in pieno
agosto!
- Lo comprendo, signore, ma la colpa non è nostra. Se quel "brick"
del malanno non ci avesse, colla sua speronata, inchiodati per tre lunghi mesi
nei cantieri della Nuova Arcangelo, a quest'ora avremmo già mezzo carico nella
stiva.
- Che il diavolo si porti quel "brick" e tutta la ciurmaglia che lo
monta! Fortunatamente abbiamo del fegato, noi, e il nostro "Danebrog"
è un legno che non teme i ghiacci. Se sarà necessario andremo fino al polo.
- Il capitano ha questa intenzione?
- Per Bacco! Se non troviamo balene nel mare di Behring, egli ci trascinerà
sotto il polo. Vuole vincere la scommessa a qualunque costo.
- C'è una scommessa - chiese il fiociniere.
- Sì, e molto grossa.
- E con chi,tenente?
- Col capitano del "Biscoë".
- Ah! Quel dannato norvegese scommette contro i danesi? Allora bisogna sfidare
tutto, pur di vincere.
- E tutto sfideremo, Koninson.
- Io sono pronto a seguire il capitano anche al polo, purchè colà vi siano
delle balene, e vi giuro, signor Hostrup, che il mio rampone non fallirà una
sola volta.
- Lo so che la tua è un'arma terribile, che ha già ucciso parecchie dozzine di
balene.
- Delle centinaia, signore! - disse Koninson con orgoglio. - Sono duecento e
più anni che viene adoperata nella mia famiglia.
- Corbezzoli! La tua è adunque una famiglia di fiocinieri?
- Sì, tenente, e il rampone di cui oggi mi servo si trasmette di padre in
figlio.
- E chi lo adoperò per primo?
- Mio nonno Erico Koninson, il quale lo ebbe in dono dal re Cristiano V.
- Ah! È un'arma reale?
- Sì, e...
Il fiociniere fu bruscamente interrotto da una voce che pareva scendesse dal
cielo e che aveva gridato:
- Ohè! L'animale soffia!
Il tenente e Koninson alzarono il capo e videro sulla crocetta dell'albero di
trinchetto un marinaio che stava guardando il mare.
- L'hai udito tu? - chiese il signor Hostrup.
- Sì, tenente! - rispose il marinaio.
- Da qual parte?
- Il soffio veniva da sottovento.
Il tenente puntò il cannocchiale e guardò con profonda attenzione.
- Ebbene? - chiese Koninson, che non era capace di star fermo.
- Il marinaio non si è ingannato. Laggiù ho veduta una massa nerastra sorgere
e poi tuffarsi.
- È una balena?
- Non lo so poichè, come ben vedi, l'oscurità è profonda e il cetaceo è
apparso a un buon miglio di distanza.
- Balena o capodolio, noi lo prenderemo, tenente.
- Lo spero, Koninson. Andiamo ad avvertire il capitano Weimar.
- E prepariamo le baleniere. Ho il sangue che mi bolle nelle vene pensando che
fra poco mi misurerò col mostro che soffia.
Il tenente e il fiociniere si aggrapparono alle griselle e scesero rapidamente
in coperta, dove dieci o dodici marinai stavano già preparando le baleniere per
la caccia.
Il capitano, tosto avvertito della presenza del cetaceo, non tardò a comparire
sulla tolda.
Valdemaro Weimar, comandante e proprietario del legno, non aveva più di
trentacinque anni. Era alto, vigoroso, biondo come il tenente Hostrup, con una
fronte alta, lo sguardo vivo e nero e labbra sottili che denotavano una energia
non comune.
Nato in Danimarca, come tutti gli uomini del suo equipaggio, aveva affrontato il
mare a soli dieci anni e ora godeva una grande fama, come marinaio e come
pescatore di balene. Nulla lo spaventava; nè le più terribili tempeste, nè le
più ardite navigazioni nei poco conosciuti mari artici, nè i ghiacci del polo.
Sei volte, con un'audacia senza pari, mentre tutti i suoi colleghi fuggivano
verso il sud dinanzi all'avanzata del gelo, aveva condotto la sua valorosa nave
al di là delle terre abitate, sfidando i ghiacci polari per inseguire le balene
che vi si erano rifugiate, e due volte, sorpreso dagli immensi campi di
ghiaccio, aveva svernato sulle deserte coste della Giorgia occidentale e senza
perdere nè un uomo nè una imbarcazione.
Quando il tenente Hostrup lo informò della presenza di un cetaceo, gli occhi
del bravo capitano scintillarono di gioia.
- Ah, è così! - esclamò. - Sta bene, domani mattina lo cacceremo. Dov'è?
- Laggiù, un miglio sottovento! - disse il tenente.
- Non bisogna perderlo di vista. Due gabbieri sulle crocette e tu, mastro
Widdeak, - aggiunse, volgendosi ad un vecchio marinaio che stava al timone -
governa in modo di tenerti sempre a poca distanza dal cetaceo. E ora andiamo a
vedere coi nostri occhi.
Salì sulla murata di tribordo aggrappandosi alle sartie del trinchetto e
guardò nella direzione indicata con un forte cannocchiale.
- Lo vedete, capitano? - chiese Hostrup che l'aveva raggiunto.
- Sì, tenente.
- Balena o capodolio?
- Non è facile dirlo, ma dalle sue mosse brusche, lo crederei più un capodolio
che una balena.
- Lo cacceremo egualmente.
- Lo credo, tenente; Koninson non teme simili mostri, quantunque siano,
specialmente se soli, pericolosissimi. Mi ricordo che una volta uno, un
solitario anche quello, ebbe l'audacia di gettarsi contro un brigantino.
- E lo colò a picco?
- Lo sfasciò di colpo, tenente. Ehi, Koninson, prepara due baleniere.
- Pronto, capitano! - rispose il fiociniere.
Con un fischio chiamò i diciotto marinai che formavano l'equipaggio del "Danebrog",
e si mise alacremente al lavoro. Dieci minuti dopo tutto era pronto per la
pesca. Non mancava che di calare le baleniere in mare e di muovere contro il
cetaceo che non pareva disposto ad abbandonare quelle acque.
Il capitano Weimar e il suo tenente, sempre in piedi sulla murata seguivano
attentamente collo sguardo l'enorme pesce che di quando in quando si tuffava o
avventava dei formidabili colpi di coda sollevando delle grandi ondate.
Il primo si mostrava impazientissimo e imprecava contro l'oscurità; il secondo
invece, uomo flemmatico quanto mai, quantunque non meno intrepido marinaio del
capitano, appariva tranquillissimo e taceva fumando con tutta flemma in una
vecchia pipa che quasi mai abbandonava.
Anche Koninson e l'equipaggio erano in preda ad una viva agitazione, e
ingiuriavano il cetaceo che non si lasciava accostare dalla nave, quantunque
questa filasse con una notevole velocità avvicinandosi alle isole Aleutine, che
ormai non dovevano essere molto lontane.
Finalmente cominciò a far chiaro. Ad oriente apparve una luce biancastra che
fece impallidire la luce degli astri e che gettò sui neri flutti delle tinte
madreperlacee di bellissimo effetto.
Il capitano attese ancora un po', quindi tornò a puntare il cannocchiale verso
il cetaceo che allora si trovava a due miglia dal "Danebrog", ma quasi
nel medesimo istante il gigantesco pesce, quasi indovinasse che qualcuno lo
spiava, si tuffò.
- Ah, brigante! - esclamò Weimar. - Ma non per questo mi sfuggirai. Ehi, mastro
Widdeak governa dritto su quel briccone!
Il mastro non si fece ripetere il comando e lanciò il "Danebrog"
verso il luogo ove il cetaceo si era inabissato; ma passarono dieci, venti,
trenta minuti, senza che apparisse a galla.
- Non è una balena quella là! - disse il capitano. - Se lo fosse, a quest'ora
sarebbe già tornata a galla.
- È un capodolio, capitano - disse il tenente. - Non ci sono che questi cetacei
che siano capaci di starsene quaranta, cinquanta e anche sessanta minuti senza
respirare.
- Niente di meglio. Alla balena preferisco il capodolio che dà maggior
profitto. Ma come mai si trova qui?
- Guarda! Guarda! - gridò in quell'istante Koninson.
A cinquecento metri dal "Danebrog" si era visto alla superficie dei
mare un largo tremolio, segno evidente che il cetaceo stava per risalire; poi
apparve un punto nero, indi una massa enorme che gettò in aria due nuvolette di
vapore grigiastro. Koninson gettò un grido:
- Un capodolio! Un capodolio! Alle baleniere, ragazzi!
II
LA CACCIA
Il fiociniere non si era ingannato.
Era un vero capodolio, pesce enorme, dalla testaccia spaventevole che eguaglia
il terzo della lunghezza del corpo, il muso assai rigonfio, la bocca immensa
armata di cinquantaquattro denti di forma conica e ricurvi all'indentro e il
dorso coperto di gibbosità più o meno grandi.
Era lungo diciassette o diciotto metri, con una circonferenza di quattordici o
quindici, enorme massa che prometteva almeno sessanta o settanta tonnellate dì
eccellente olio, senza contare quel prezioso liquido conosciuto col nome di
bianco di balena che portava nella testa.
Il mostro pareva non essersi accorto della presenza del "Danebrog", e
dopo il primo soffio si era messo a nuotare lentamente, quasi interamente
sommerso, mostrando di quando in quando l'estremità dei muso e lanciando in
aria, con sordo rumore, le nuvolette di vapore che diventavano però sempre meno
fitte.
- Abbiamo da fare senza dubbio con un vecchio maschio - disse il capitano.
- Peccato che sia solo - disse Koninson che guardava il cetaceo con occhio
fiammeggiante.
- Avrai un gran da fare egualmente, fiociniere. Tu sai che questi mostri sono
sempre di cattivo umore e coraggiosi fino alla pazzia. Affrettiamoci prima che
si allontani troppo. Ai vostri posti, giovanotti.
In un baleno furono imbrogliate le vele e le due baleniere sospese alle gru
furono calate in mare. Erano queste due svelte imbarcazioni, colla prua
tagliente, le costole saldissime, a prova di coda. I remi, i ramponi, le lance e
le lenze erano già state collocate a posto.
Il tenente Hostrup, Koninson e quattro robusti rematori, presero posto nella
prima; mastro Widdeak, il secondo fiociniere Harwey, un bravo giovanotto allievo
di Koninson e che aveva già ramponate non poche balene, presero posto nella
seconda assieme ad altri quattro marinai.
- C'è tutto? - chiese il capitano curvandosi sulla murata.
- Tutto - risposero ad una voce il tenente e il mastro.
- Al largo adunque e che Dio vi guardi!
Le due baleniere a quel comando s'allontanarono fendendo le onde con grande
rapidità. Il tenente e il mastro, con un lungo remo le guidavano e accanto a
loro con una coscia trattenuta nella scanalatura della poppa, stavano i due
fiocinieri cogli occhi fissi sul cetaceo e i ramponi in mano, lance terribili,
munite di una freccia lunga un buon metro, in forma di una V rovesciata, coi
margini esterni taglientissimi e i margini interni grossi e dritti per impedire
all'arma, una volta entrata nelle carni del cetaceo di uscirne.
Ad ognuna di queste armi era già attaccata una lenza di 400 metri terminante in
una tavoletta di sughero grossa assai e sulla quale si vedeva impresso, a ferro
rovente, il nome del "Danebrog" e il porto da dove era salpato.
Il capodolio, a quanto pareva, non aveva ancora scorto le due baleniere che gli
si avvicinavano rapidamente e in silenzio, manovrando in modo da coglierlo in
mezzo. Continuava tranquillamente a nuotare, tuffando ora la testa per pascersi,
o sollevando la possente coda bilobata, un sol colpo della quale era più che
sufficiente per gettare in aria o schiacciare gli arditi cacciatori che stavano
per affrontarlo.
Già le baleniere non erano che a tre gomene, quando il mostro si voltò
bruscamente verso di esse guardandole coi suoi occhietti e mostrando la sua
enorme bocca capace di contenere tutti i dodici uomini che correvano su di lui.
Contemporaneamente battè la coda in basso sollevando onde gigantesche.
- Attenzione! - disse il tenente. - Il capodolio è inquieto.
- Che brutto sguardo! - disse Koninson con voce un po' alterata. - Si direbbe
che affascina.
- Non guardarlo, Koninson.
- Guardo il punto ove posso lanciare il mio rampone.
Le due baleniere avevano rallentata la corsa ed avanzavano colla massima
prudenza cercando di virare al largo.
Ad un tratto il capodolio gettò fuori una nuvoletta di vapore più denso,
agitò la coda e si inabissò lentamente formando un piccolo vortice.
- Fermi! - gridarono il tenente e il mastro.
I marinai alzarono i remi e le due baleniere rimasero ferme, lasciandosi
dondolare dalle onde.
Nessuno fiatava nè si muoveva e tutti, eccettuato il tenente, erano
pallidissimi. Persino Koninson, che aveva già cacciato centinaia di volte i
giganti del mare era bianco e le sue membra provavano, di quando in quando, dei
tremiti nervosi.
Era il principio di quella strana paura che sovente invade i balenieri, anche i
più audaci e i più invecchiati nel mestiere, paura che talvolta assume
proporzioni tali da far perdere completamente la testa ai timonieri e ai
remiganti e da togliere ai fiocinieri le forze in siffatta guisa da non essere
più capaci di alzare il braccio per scagliare, al momento opportuno, il
rampone.
Se il mare fosse stato tranquillo e le baleniere, nel ricadere, non avessero
fatto rumore, si sarebbe udito il cuore di Koninson e di tutti gli altri battere
precipitosamente.
- Coraggio, fiociniere! - disse il tenente.
- Ne ho, signore! - rispose il giovanotto, sforzandosi di sembrare calmo. -
Aspetto solo che il mostro ricompaia per piantargli nelle costole il mio
rampone, e Dio mi danni se non gli farò una ferita mortale.
- Attenti, ragazzi! - gridò in quell'istante mastro Widdeak.
Cento passi più innanzi, alla superficie del mare si scorse un largo tremolio,
poi apparve prima l'estremità del muso indi la testa e quindi l'intero
capodolio.
Ad un cenno del tenente i marinai tuffarono i remi e la baleniera mosse
velocemente contro il gigante. Già non era più che a trenta braccia e Koninson
aveva afferrato e alzato il rampone, quando il cetaceo sollevò colla sua
potente coda una montagna d'acqua così enorme, che la baleniera fu rovesciata
violentemente su di un fianco atterrando coloro che la montavano
- Maledizione - urlò Koninson.
Dopo quella prima ondata il mostro ne sollevò una secondi e finalmente una
terza ancora maggiore che riempì più che mezza l'imbarcazione, la quale si
trovò nell'impossibilità di agire.
Koninson e i marinai abbandonato il rampone e i remi si videro costretti a
vuotare l'acqua imbarcata che minacciava di mandarli a picco, mentre il cetaceo,
preso da un subitaneo accesso di collera, correva qua e là come fosse impazzito
gettando sordi brontolii che somigliavano al tuono udito a grande distanza e
lanciando ovunque colpi di mare. Pareva che cercasse i nemici per frantumarli a
colpi di coda ma, male servito dai suoi occhietti che, sono debolissimi, non
riusciva a scorgerli.
Mastro Widdeak, che fino allora si era tenuto un po' indietro, spinse la
baleniera contro di lui. In tre minuti giunse ad una distanza di sole venti
braccia.
- Coraggio, Harwey! - gridò Koninson.
Il giovane fiociniere, quantunque pallidissimo e in preda ad un forte tremito
che paralizzava in parte le sue forze, alzò il rampone cercando un buon punto
per lanciarlo.
- Getta! - urlò il mastro.
Il rampone ondeggiò innanzi ed indietro e partì. Forò due onde, sfiorò una
terza e si piantò nel fianco destro del capodolio in una parte carnosa e ricca
di tendini.
Subito la baleniera si mise a indietreggiare rapidamente lasciando scorrere la
lenza.
Il mostro, ferito forse pericolosamente fece un balzo innanzi gettando un urlo
così acuto da poter essere udito a parecchi chilometri di distanza, indi si
tuffò. Ma non rimase sott'acqua che brevissimi istanti e riapparve cento
braccia più innanzi gettando un secondo e più forte urlo, battendo
furiosamente la coda e rovesciandosi sul fianco ferito come se cercasse di
strapparsi l'arma che lo tormentava.
Mastro Widdeak diresse l'imbarcazione verso di lui, mentre Harwey afferrava una
lancia munita all'estremità di una specie di palla tagliente, aspettando il
momento che alzasse la coda per lanciargliela sotto le ultime vertebre caudali.
Il tenente spinse pure innanzi la sua baleniera, ma il cetaceo, che senza dubbio
non era stato ferito molto gravemente dopo aver descritto un semicerchio, si
mise a filare con estrema rapidità verso nord-nord-est.
In breve la lenza del rampone fu tutta consumata senza che il capodolio scemasse
la sua velocità. Harwey attaccò una seconda la lenza, ma anche questa in
pochissimo tempo fu tutta fuori.
- Cerchiamo di affaticarlo! - disse mastro Widdeak.
- Lega la lenza! - gridò Koninson, che era ancora lontano, quantunque i
remiganti arrancassero disperatamente.
Harwey legò la lenza e la baleniera fu trascinata dal cetaceo che continuava a
nuotare verso nord-nord-est, senza tuffarsi e senza fermarsi un solo istante.
Ma anche questo tentativo non riuscì a scemare la corsa del mostro, anzi si
accrebbe tanto che c'era da temere che le onde invadessero la baleniera.
Mastro Widdeak fece legare la "droga" alla lenza e lasciò andare il
capodolio, certo di ritrovarlo ben presto senza vita.
- A bordo! - disse egli. - Quel brigante si di stancherà di correre e allora lo
troveremo.
La scialuppa virò di bordo e si diresse verso il "Danebrog" che
avanzava a tutte vele spiegate verso la baleniera del tenente, sulla quale
bestemmiava su tutti i toni e in tutte le lingue della terra il fiociniere
Koninson.
Pochi minuti dopo i dodici cacciatori salivano sul "Danebrog".
- Mille tuoni! - esclamò Koninson, mettendo piede sulla tolda. - Non mi
aspettavo quest'oggi un tiro così birbone. Brigante d'un capodolio, sfuggire
così al mio rampone! Ma se lo incontro ancora gli farò passare un gran brutto
quarto d'ora.
- Non pigliartela tanto a cuore, fiociniere! - disse il tenente. - Lo
raggiungeremo e ben presto, è vero, capitano?
- Lo spero - rispose Weimar.
- Lo spero anch'io - disse Koninson. - Ma se il mio rampone l'avesse toccato!...
Quel briccone di Harwey ha sempre più fortuna di me.
- Saresti geloso? - chiese il capitano, ridendo.
- Io! Mai più! Ma se l'avessi ramponato io!... Mille tuoni, non sarebbe corso
tanto.
- Ti ripeto che lo raggiungeremo.
- Ma dove sarà fuggito?
- Scommetterei una botte di "wisky" contro una tazza di
"gin" che si è diretto verso lo stretto di Isanotzkoi.
- Ci dirigeremo adunque verso quello stretto.
- Subito, fiociniere A bordo le baleniere, giovanotti.
Le due imbarcazioni in brevi istanti furono issate alle gru, dopo di che il
"Danebrog" si rimise in marcia dirigendosi verso la penisola di Alaska
che coll'isola di Uminak forma lo stretto accennato di Isanotzkoi
L'equipaggio a cui premeva assai ritrovare il cetaceo per non perdere la famosa
scommessa impegnata col norvegese, erasi già quasi tutto installato sulle coffe
e sulle crocette, tenendo gli occhi fissi verso nord - nord - est. Il capitano
aveva promesso una bottiglia di "wisky" al primo che lo scopriva, e
quel premio era da tutti agognato.
Ben presto però dovette rinunciare a quella guardia che stancava assai, tanto
più che non scorgeva alcuna traccia del fuggitivo nè una macchia rossastra che
indicasse del sangue, nè quelle materie grasse che si lasciano ordinariamente
dietro i cetacei in genere.
Per quattro lunghe ore il bravo veliero, spinto da un fresco vento di sud-ovest,
filò con una velocità superiore al sette nodi senza deviare dalla sua rotta,
poi piegò un po' verso nord-est colla speranza di ritrovare su quella nuova via
le tracce.
- Nulla! - esclamò il capitano che scrutava l'oceano con un cannocchiale. -
Bisogna che sia ben forte per camminare tanto.
- Io temo che non sia gravemente ferito, signore - disse il tenente che fumava
pacificamente la sua pipa, seduto sulla murata di babordo.
- Ha lanciato forse male il rampone Harwey?
- Bene no di certo, capitano; nè del resto, lo poteva. Il capodolio aveva
sconvolto il mare in siffatta guisa, che nelle baleniere non era possibile
tenersi in piedi.
- Diavolo! Che lo si perda?
- Non lo credo. Camminerà molto, è cosa certa, forse fino allo stretto di
Behring, ma poi si fermerà e morrà.
- Ma lo ritroveremo noi?
- E perchè no? C'è la "droga" attaccata alla lenza.
- Lo so ma io so pure che vi sono dei balenieri che non si fanno scrupolo di
impadronirsi dei cetacei ramponati dagli altri. E questi pirati di nuova specie
non sono pochi.
- Aggiungo qualche cosa d'altro, ora che ci penso - disse il tenente.
- Che cosa, signor Hostrup?
- Che se il nostro capodolio va a morire su qualche isola o su qualche costa per
noi è perduto. Gli abitanti se lo prenderanno senza curarsi della
"droga".
- Non ci mancherebbe che questa disgrazia! Sapete, tenente, che noi siamo molto
sfortunati? E proprio quest'anno che abbiamo impegnato la scommessa con quel
briccone di norvegese. Fortunatamente ho un equipaggio forte e coraggioso e una
nave che non teme i ghiacci del polo.
- Siete risoluto a salire molto al nord?
- Sì, signor Hostrup - rispose il capitano con voce grave.
- Salirò fin oltre lo stretto di Behring, e andrò a visitare le coste della
Giorgia. Se non troverò colà tante balene da completare il carico, salirò
ancora più al nord verso la terra di Wrangel.
- Siate prudente, capitano.
- Avete paura dei ghiacci, voi?
- Io!... Quando ho una borsa di tabacco e una bottiglia di "gin" o di
"brandy", vado dritto fino al polo.
- Lo so, tenente, che voi non avete paura di nulla. Sta bene, saliremo fino a
incontrare i grandi banchi di ghiaccio. Bisogna che i danesi vincano i
norvegesi.
Due ore dopo il "Danebrog" avvistava le isole Aleutine.
III
IL MARE DI BEHRING
Le isole Aleutine formano una lunga catena che separa il Grand'Oceano dal
mare di Behring. Si dipartono dalla penisola di Alaska, il punto più avanzato
della costa americana verso occidente, e descrivendo un immenso semicerchio
vanno a congiungersi colla costa asiatica, lasciando fra di esse degli stretti
numerosissimi, ora piccoli ed ora grandi, spesso ingombri di scogIietti e di
banchi che rendono la navigazione assai difficile.
Dirne il numero esatto è impossibile anche oggi, poichè molte sono appena
conosciute e molte altre non lo sono affatto. Ad ogni modo sono moltissime e
talune di rispettabile grandezza, quali la Behring, Atton, Unalaska, Unimak,
ecc. La popolazione di tutto l'arcipelago si crede non superi le 6000 anime.
Per lo più dette isole sono montagnose con alcuni vulcani che vomitano quasi
sempre fumo e le spiaggie alte assai rendono l'approdo difficile, anche perchè
cinte da numerosi frangenti contro i quali, da una parte e dall'altra, si
rompono con orribile frastuono le onde del Grand'Oceano e quelle del mare di
Behring.
Su quelle rupi non crescono che degli intristiti abeti, delle piccole quercie,
dei salici nani, e nelle valli riparate dai gelidi soffi del vento
settentrionale, delle fitte e alte erbe. Ma se la flora è così misera la fauna
invece è ricca, infatti innumerevoli sono le volpi, le renne e anche le foche.
Non poche lontre, quantunque accanitamente cacciate dagli agenti della compagnia
russo-americana, vivono presso le sponde, e anche le balene di quando in quando
vi fanno la loro comparsa.
Prima del 1741 queste isole erano a tutti sconosciute. Il celebre navigatore
danese Vito Behring fu il primo a scoprirne alcune, il suo compagno Tchirikof ne
scopriva altre nel 1742, e Billings e Saritchef negli anni 1793 e 1795
visitavano le restanti. È però probabile che talune non siano ancora state
percorse da alcun europeo od americano
L'isola avvistata dal "Danebrog" era Unimak, la più occidentale
dell'arcipelago, situata a 54° 30' di latitudine nord e 167° di longitudine
ovest. Si distinguevano chiaramente le sue tre montagne, la prima colla cima
irregolarissima, la seconda in forma di cono e alta assai, vomitante un fumo
nerissimo e la terza, chiamata dagli indigeni Kaighinak, mozzata. Quantunque si
fosse in piena estate, sulle cime scintillavano con magico effetto i ghiacci non
ancor disciolti dal sole.
- Entriamo nello stretto o giriamo di fuori? - chiese mastro Widdeak al
capitano, che osservava l'isola.
- Il passo di Isanotzkoi ci è troppo famigliare perchè non si tenti il
passaggio. Così potremo vedere se il capodolio si è arenato sulle coste della
penisola d'Alaska.
Mastro Widdeak tornò al timone e diresse la nave verso Io stretto accennato che
divide l'isola di Unimak dall'Alaska. Ben presto si trovò a poche gomene dalle
sponde della prima, dove virò di bordo veleggiando parallelamente ad esse.
L'isola sembrava completamente deserta, quantunque l'abitino un cento o
centocinquanta aleutini. Non si vedeva alcuna capanna e nemmeno un battello fra
i piccoli "fiords". Anche i terreni apparivano aridissimi: solamente
dei piccoli abeti rizzavano verso il cielo il loro verde fogliame e poche erbe
si scorgevano in fondo alle vallette.
Le sponde dappertutto erano alte, dirupate e sparse qua e là di massi di
basalto, forse colà lanciati dal vulcano fumante durante la terribile eruzione
del 1820.
Alle 2 del pomeriggio il "Danebrog" entrava lentamente nello stretto
di lsanotzkoi percorso da forti ondate, le quali andavano a rompersi con estrema
furia contro le sponde dell'isola.
Colà volteggiavano numerosissime bande di gabbiani dalle piume bianchissime ma
tinte leggermente di rosa sotto l'addome, i piedi neri e il becco giallo,
uccelli voracissimi che si tengono quasi sempre presso le isole artiche, ma di
una codardia fenomenale, poichè basta un uccello qualsiasi per metterli in
fuga. Quantunque la loro carne sia poco pregiata, il tenente Hostrup,
appassionatissimo e bravissimo cacciatore, sparò alcune fucilate abbattendone
parecchi nel momento che passavano sopra il legno.
Alle 3 fu segnalata una barca indigena che pareva provenisse dalla vicina
penisola di Alaska. Era una "baidaire", scialuppa grandissima, scavata
nel tronco di un grossissimo albero colà portato senza dubbio dalle correnti
marine e montata da una ventina di aleutini, uomini di mediocre statura ma
robustissimi di tinta bruna, con viso rotondo, naso schiacciato, occhi piccoli
ma espressivi e capelli nerissimi.
Passando presso il "Danebrog" salutarono con alte grida i marinai. Il
capitano approfittò per interrogarli circa il capodolio, ma nulla potè sapere,
avendo quegli uomini lasciata la penisola di Alaska da due sole ore.
Più tardi fu vista anche una "bodarkie", leggerissimo canotto
costruito con pelli di vitello marino e somigliantissimo a quello usato dai
groenlandesi. Lo montava un solo uomo munito di un remo a due pale, e pareva
venisse da nord. Camminava però così rapidamente che in breve sparve verso
est.
- Forse quell'uomo poteva direi qualche cosa - disse Koninson al tenente che
guardava distrattamente le coste dell'isola.
- Se avesse scoperto il capodolio io ti dico che non ce l'avrebbe detto,
fiociniere - rispose Hostrup.
- E perchè?
- Per spogliarlo lui coi suoi compagni. Un capodolio rappresenta una vera
fortuna per questi poveri abitanti che ben sovente soffrono la fame, ma lo
troveremo, fiociniere, non temere. Ho guardato poco fa l'acqua e ho scorto delle
macchie oleose galleggiare e ciò indica che il nostro cetaceo è passato di
qui.
- Mille tuoni! Bisogna seguire queste tracce.
- Le seguiremo Koninson.
- Io pianterò domicilio nella rete della delfiniera per non perderle.
- Niente di meglio.
Alle 9 di sera il "Danebrog", che filava con una discreta velocità,
usciva dal canale di Isanotzkoi ed entrava nel mare di Behring, ampia distesa
d'acqua compresa fra il 52° e 66° di latitudine nord e il 160° e 200° di
longitudine est, cinta al sud dalla lunga catena delle isole Aleutine all'est e
al nord-est dalle coste americane e al nord-ovest e ovest dal Kamtsciatka.
La maggiore lunghezza di questo mare che per lo più è coperto di nebbioni e di
ghiacci, è da est ad ovest di circa 560 leghe. Tanto sulla costa americana
quanto su quella asiatica, forma baie ampie ove non di rado vanno a partorire le
balene durante la "stagione dei seni". Sono rimarchevoli a nord-ovest
la grande baia, che può chiamarsi anche golfo d'Anadyr, ove si scarica il fiume
omonimo, ad ovest quelle di Aliutorskoi e di Kamtsciatka e ad est quelle di
Bristol e di Norton. Racchiude pure nel suo seno isole considerevoli, quali
Sidov, San Matteo, San Paolo e San Giorgio.
Nel momento che il "Danebrog" entrava in questo vasto e molto
pericoloso mare, nessuna vela si scorgeva sull'orizzonte, nè alcun cetaceo.
Solamente alcune procellarie, funesti uccelli che non si dilettano che di
tempeste, sfioravano le onde, entro le quali di quando in quando si tuffavano
per pescare i pesciolini. Tre o quattro vennero a volteggiare attorno alla nave,
mostrando le loro penne nerissime.
Il "Danebrog", spinto da un forte vento di sud-sud-ovest, si slanciò
verso l'ampia baia di Bristol, dove si scorgevano sui flutti le sostanze oleose
che davano all'acqua una tinta più verdastra, ma l'intera notte passò senza
che quel dannato capodolio si facesse vedere.
L'indomani, 26 agosto, ancora nulla. Il capitano Weimar cominciò a diventare
inquieto e di assai cattivo umore. Gli pareva impossibile che il mostro, con un
rampone nei fianchi, avesse potuto percorrere tanta via quantunque si
continuassero a scorgere le macchie oleose sui flutti.
Anche il secondo, di solito così flemmatico, era diventato un po' nervoso.
Passeggiava per la coperta fumando la sua eterna pipa con maggior furia e di
tratto in tratto lo si udiva brontolare.
Koninson poi, che da ventiquattro ore aveva piantato domicilio nella rete della
delfiniera per non perdere di vista le macchie oleose, dormendo colà e
facendosi servire pure colà i pasti, era proprio furibondo. Lo si vedeva in
continua agitazione, a rischio di sfondare la rete e di quando in quando lo si
udiva mandare al diavolo tutti i capodolii degli oceani e. qualchevolta il
rampone di Harwey.
Il 27 nulla ancora. Il mattino del 28, a trenta miglia a sud dal capo Rumjenzow,
un gabbiere segnalò una nave che si dirigeva verso il sud correndo bordate.
Il capitano Weimar ordinò subito al timoniere di dirigere il "Danebrog"
a quella volta per interrogare l'equipaggio.
Mezz'ora dopo si trovava a un solo miglio dalla nave segnalata. Era un bel
"brick" di duecentocinquanta o trecento tonnellate, di forme eleganti
e quasi carico. A poppa si alzava un fumo nerissimo segno evidente che
l'equipaggio procedeva alla fusione di materie grasse.
- Deve essere un baleniere - disse il tenente.
- Weimar fece spiegare la bandiera danese e con una serie di segnali pregò il
"brick" di mettersi in panna: il che subito fece. Il "Danebrog"
in pochi minuti lo raggiunse mettendosi pure in panna a tre gomene di distanza.
- In che cosa posso esservi utile? - chiese il capitano del "brick",
imboccando il portavoce, mentre il suo equipaggio spiegava la bandiera stellata
degli Stati Uniti d'America.
- Venite dallo stretto? - chiese Weimar.
- L'avete detto.
- Avete incontrato un capodolio con un rampone al fianco?
- Sì, capitano. L'ho scorto ieri sera dinanzi la baia di Norton.
- Vivo?
- Vivo sì, ma mi parve agli estremi.
- Come va la pesca?
- Ho carico completo. Se volete un buon consiglio uscite dallo stretto e
costellate la Giorgia. Troverete balene in gran numero.
- Grazie, capitano.
- Buona fortuna, signore.
Il "brick" spiegò le vele e riprese la corsa verso il sud, mentre il
"Danebrog" si dirigeva verso il capo Rumjänzow che doveva apparire
fra breve.
La speranza di ritrovare ben presto il capodolio era rinata in tutti i cuori.
Koninson per primo aveva abbandonato il suo domicilio per arrampicarsi sulla
gran gabbia e parecchi altri marinai l'avevano seguito, anzi alcuni si erano
spinti più in alto, fino alle crocette. Persino il flemmatico tenente si era
arrampicato sul trinchetto e dalla coffa esplorava il mare con un forte
cannocchiale.
Alle 10 del mattino il "Danebrog" girava il capo Rumjänzow ed entrava
nella baia di Chactoole, assai aperta e poco sicura, a nord-est della quale, fra
il 64° e il 65° di latitudine nord e il 163° e il 164° di longitudine ovest,
si apre la baia di Norton, scoperta dal celebre capitano Cook nel 1778.
Le coste apparivano dirupate e altissime, frastagliate, minate, sventrate
dall'eterna azione del mare e con piccolissimi "fiords" entro i quali
si ingolfavano le onde con grande fragore. Qua e là si vedeva qualche abete,
qualche betulla nana, qualche cespuglio e delle cascate d'acqua che balzavano di
roccia in roccia con bellissimo effetto.
Il "Danebrog" per qualche tratto navigò in prossimità delle coste,
indi mise la prua verso la baia di Norton che raggiunse verso le 4 del
pomeriggio dopo aver girato un capo dirupatissimo che cadeva quasi a piombo sul
mare.
Quasi subito si udì Koninson dall'alto della gran gabbia gridare:
- Il capodolio a prua!
Tutti gli occhi si volsero verso la direzione accennata. A cinque sole gomene
dal "Danebrog", vicinissimo alla costa, galleggiava coi ventre in aria
il cetaceo circondato da migliaia e migliaia di uccelli marini che formavano,
colle loro discordi grida, un baccano indiavolato.
IV
L'URAGANO
Era proprio il cetaceo che Harwey aveva ramponato dinanzi all'arcipelago
delle isole Aleutine e che dopo due, tre, quattro giorni di continua fuga era
colà andato a spirare.
Il mostro portava ancora nel fianco l'arma che l'aveva ucciso alla quale era
attaccata la lenza colla "droga" portante le cifre del "Danebrog".
Sul suo ventre e sulla enorme testa che era un po' affondata si vedevano le
procellarie, i gabbiani, le urie e le strolaghe cibarsi delle sue grasse carni.
Ve n'erano delle migliaia ed altre ancora accorrevano da tutte le parti
dell'orizzonte per prendere parte al lauto banchetto.
Il "Danebrog", abilmente diretto da mastro Widdeak, venne a collocarsi
a fianco del cetaceo, attorno al quale nuotavano già, ma senza arrischiarsi ad
addentarlo, tanta è la paura che destano in tutti gli abitanti del mare
siffatti giganti, numerosissime torme di smisurati pescicani.
- È un bel mostro - disse Koninson gettando gli occhi su quell'enorme massa. -
Scommetterei che misura diciannove metri
- E forse di più disse il tenente. - Ci darà almeno novanta tonnellate d'olio.
- Ci vorrebbe una bestiaccia così ogni settimana. Si diventerebbe ricchi in una
sola stagione.
- Al lavoro, giovanotti! - gridò il capitano. - Bisogna far presto se si vuole
uscire dallo stretto di Behring prima della comparsa dei ghiacci.
Mastro Widdeak fece calare in mare una baleniera e vi saltò dentro con sei
uomini armati di palette taglienti, abbordando il cetaceo alla testa. Con
parecchi vigorosi colpi aprirono il labbro inferiore, entrarono nella enorme
bocca e intaccarono la lingua, enorme massa oleosa del peso di parecchie
tonnellate e che, ben cucinata, è un cibo non disprezzabile.
Mentre il mastro operava da quel lato, Koninson, seguito da parecchi marinai,
tagliava un fitto strato di grasso in prossimità della testa, facendolo
passare, senza però spezzarlo, a bordo.
Quando la lingua fu ritirata in coperta, i marinai cominciarono a far girare
lentamente l'enorme cetaceo, il quale presentò presto il dorso irto di strane
protuberanze.
Il tenente Hostrup e quattro uomini armati di scuri, con mille precauzioni, per
non cadere in mare raggiunsero il cranio che tosto sfondarono per raccogliere
quel prezioso olio che è conosciuto in commercio sotto il nome di "bianco
di balena" e viene specialmente adoperato nella fabbricazione delle candele
e dei saponi di lusso.
Quest'olio, o meglio questo spermaceto, è bianco, brillante, perlaceo e si
trova in un canale allungato che forma, riunendosi, le ossa del cranio con
quelle della faccia. Nell'animale vivo è fluido, ma nell'animale morto lo si
trova coagulato e talvolta il canale, ne contiene più di quattro tonnellate.
Ordinariamente però non sono che tre, e tante appunto ne conteneva il capodolio
abbordato dal "Danebrog".
Raccolto lo spermaceto che si vende ad un prezzo piuttosto elevato, i marinai
continuarono a far girare il cetaceo strappandogli la cotenna che appena a bordo
veniva tagliata a pezzi e ammucchiata grossa a poppa, dove erano già state
apparecchiate sul fornello delle caldaie della capacità di quattrocento
cinquanta litri, per la fusione.
Ben presto la coperta della nave baleniera offrì una scena selvaggia. Quelle
nubi di fumo nere, puzzolenti, che s'alzavano dai fornelli alimentati dai
frammenti di tessuto cellulare del cetaceo; quelle caldaie che bollivano
spandendo all'intorno un odore ancora più nauseante; quelle masse grasse che
venivano gettate da tutte le parti spandendo veri rivi d'olio; quel sangue che
salendo dalla cotenna arrossava la tolda e le murate quei marinai scalzi
imbrattati di sudiciume e armati di coltelli di ogni dimensione, quel carcame
enorme che mostrava le carni rossastre e le costole gigantesche, e quelle
migliaia e migliaia di uccelli che s'incrociavano in tutti i versi, mescendo le
loro rauche grida ai comandi degli uomini, ai brontolii delle caldaie e ai tuffi
dei mostruosi pescicani, formavano uno strano quadro.
Le tenebre però, in breve, posero fine allo smembramento del carcame. Il
capitano Weimar, che aveva lavorato anche lui come l'ultimo dei suoi marinai,
fece distribuire, dopo la cena, una larga razione di "gin" e, fatta
assicurare la nave con due solide àncore, affinchè non venisse gettata verso
la costa che non era molto lontana, ordinò il riposo.
All'indomani il lavoro fu ripreso per tempissimo e con maggiore alacrità. La
cotenna fu interamente tirata a bordo, poi vennero strappati i denti che
quantunque composti di un avorio non troppo bello hanno pure qualche valore,
parte dei muscoli che danno una colla eccellente, i tendini, grande quantità di
ossa dalle quali si ricava il nero animale e finalmente il canale ove nascondesi
spesso l'"ambra grigia", materia preziosissima che tramanda un profumo
delicatissimo molto ricercato dalle eleganti americane ed europee, tanto poco
densa che galleggiava sull'acqua e che altro non è se non un escremento
alterato, una parte d'alimento infine, incompiutamente digerito.
Koninson ne trovò sei pezzi, nel canale del capodolio, dei peso di cinque o
seicento grammi ciascuno e di forma irregolare.
Alle 6 del pomeriggio più nulla vi era da trarre dalla carcassa.
Il capitano, che aveva molta fretta di raggiungere lo stretto di Behring per
arrivare alle coste della Giorgia prima della comparsa dei ghiacci fece spiegare
le vele, e alle 7, dopo due lunghe bordate, il "Danebrog" lasciava la
baia di Norton colla prua nord-nord-est, portando con sè oltre novanta
tonnellate di materie grasse una parte delle quali erano state già fuse,
ottenendo un olio giallastro, d'un sapore di pesce rancido, della densità di
0,927 e che non doveva gelare che a 0°.
Fuori dalla baia il mare era un po' agitato a causa di un forte vento di
nord-ovest, freddo assai e che tendeva a crescere. Per di più, per il cielo
correvano dei nuvoloni di una tinta biancastra, saturi di elettricità e che non
presagivano nulla di buono.
- Temo che si scateni un uragano - disse il capitano abbordando il tenente che
passeggiava, in coperta colle mani in tasca e la pipa in bocca.
- Danzeremo! - si accontentò di dire il flemmatico uomo.
- Ma molto forte, signor Hostrup. Ho notato che il barometro si abbassa
rapidamente e che lo "storm-glass" si decompone assai. Vorrei già
essere lontano dai pericolosi paraggi dello stretto.
- Bah! Il "Danebrog" è un eccellente veliero che se ne infischia
degli uragani, capitano.
- Non dico di no. Spero che se la caverà bene anche questa volta.
- Verso le 10 di sera, la massa delle nubi diventò più densa e il mare
cominciò ad alzarsi. Numerose procellarie correvano sopra le spumeggianti
creste dei flutti, gettando rauche strida. Si sarebbe detto che quei funesti
uccelli invocassero la tempesta che stava per scoppiare.
Il capitano, temendo che l'uragano si scatenasse da un momento all'altro, rimase
in coperta fino ad ora tardissima, ma vedendo che il vento, quantunque soffiasse
irregolarmente, non mutava direzione si ritirò nella sua cabina dopo aver fatto
chiudere i pappafichi e i contra e terzarolare le vele basse.
La notte infatti passò abbastanza tranquillamente. Non vi furono raffiche
violente nè cavalloni molto alti.
Il 31 però la massa delle nubi divenne più densa e più nera, abbassandosi
tanto da credere che volesse tuffare i suoi lembi nel mare. Il vento crebbe di
violenza girando da sud a sud-est, fischiando in mille guise attraverso gli
attrezzi e sollevando gigantesche ondate che andavano coprendosi di bianchissima
spuma.
Ben presto si udì in lontananza il tuono e alcuni lividi lampi illuminarono i
neri vapori che allora correvano disordinatamente come cavalli sbrigliati.
Il capitano fece chiudere buona parte delle vele e salire in coperta tutto
l'equipaggio. Il lupo di mare prevedeva un uragano violentissimo e voleva essere
pronto a sostenerne gli attacchi.
Verso le 11 del mattino il mare diventò burrascosissimo e il vento ancora più
impetuoso. Non erano onde, ma vere montagne d'acqua quelle che correvano
urtandosi furiosamente. Non si udivano che i mille muggiti del vento, lo
sbattere delle vele e dei cordami, il gemito degli alberi, le grida dei marinai
e le strida delle procellarie.
Il "Danebrog", guidato dall'abile mano di mastro Widdeak, si
comportava valorosamente, fendendo le onde col suo acuto e solido sperone, ma
dopo qualche ora si trovò in una situazione così scabrosa che fece illividire
il viso a più di un marinaio e aggrottare la fronte persino al flemmatico
tenente.
Il vento aveva allora raggiunto la straordinaria velocità di 27 metri al minuto
secondo, velocità che solo raggiunge nelle grandi tempeste, e alle quali ben
poche navi resistono. Infatti il "Danebrog" si sentiva trascinare via
con velocità incalcolabile, andando attraverso le onde che si rimescolavano
orribilmente empiendo l'aria di mille muggiti, tuffando spesso il tribordo
nell'acqua. Gran parte delle sue vele, in meno che non si dica, furono lacerate
e strappate dai pennoni, compromettendo così molto seriamente la sua
stabilità.
Il povero legno, che non obbediva quasi più al timone, traballava
disordinatamente, ora salendo i cavalloni, ora precipitando negli avvallamenti
dove minacciava di venire per sempre inghiottito: gemeva, perdeva ora un pezzo
di murata, ora un attrezzo della coperta. C'erano certi momenti che tanta era la
massa dell'acqua che si slanciava sopra i suoi bordi, da non sapere se
galleggiasse ancora o fosse per andare a picco.
Il capitano Weimar, aggrappato alla ribolla del timone con a fianco mastro
Widdeak, malgrado la gravità della situazione, conservava un ammirabile sangue
freddo e comandava con voce tonante la manovra.
Il tenente aggrappato ad una catena di prua faceva eseguire gli ordini con voce
tranquilla, come se si trovasse in una solida casa, anzichè su una nave che da
un momento all'altro poteva sfasciarsi.
I marinai, scalzi, seminudi, senza berretti, inzuppati d'acqua, i volti lividi
per il terrore, si tenevano stretti stretti alle murate o alle sartie, o ai
bracci delle vele inferiori, cogli occhi fissi sui comandanti, pronti a eseguire
le manovre. Di quando in quando qualcuno di loro, investito da un colpo di mare,
veniva trascinato per la coperta o gettato contro gli alberi, riportando
talvolta delle contusioni di qualche gravità. E uno fu persino sbattuto fuori
dalla murata e si salvò solamente aggrappandosi prontamente ad una gru.
Alle 9 pomeridiane, cioè dopo tredici ore di ostinatissima lotta, il "Danebrog"
che aveva sempre camminato con una celerità superiore ai dodici, e qualche
volta ai tredici nodi, si trovava a breve distanza dallo stretto di Behring.
Già la costa americana, al chiarore di un lampo era stata scorta a sette od
otto miglia sopravvento.
Il capitano Weimar mandò due uomini sulla gran gabbia, affinchè fossero pronti
a segnalare le isole Diomede che sorgono in mezzo allo stretto, e contro le
quali poteva venire spinto il "Danebrog".
Alle 10 una raffica furiosa si rovesciò sulla nave, la quale, presa di
traverso, fu violentemente rovesciata su di un fianco. Un immenso grido di
spavento echeggiò sulla coperta mescendosi a urli della tempesta. Tutti i
marinai credettero che non si risollevasse mai più.
Fortunatamente Koninson, che si trovava presso i bracci della vela di maestra
con pochi colpi di scure tagliò le manovre. Ciò bastò perchè la nave
riprendesse il suo equilibrio prima che le onde si precipitassero sulla tolda.
Quasi subito successe una breve calma. Le nubi, violentemente squarciate da quel
furioso colpo di vento, mostrarono per alcuni istanti il sole, che in quelle
latitudini elevate, nella stagione estiva, si può dire che non tramonta mai.
L'effetto prodotto da quella luce dorata sullo sconvolto mare fu stupendo, ma
durò pochi istanti. Le nubi richiusero quello strappo, la semi-oscurità tornò
a stendersi sui flutti e il vento ricominciò a ruggire con maggior forza,
spingendo innanzi a sè la nave, alla quale non restavano più che la vela di
trinchetto e la randa dell'albero di mezzana.
Ad un tratto si udirono i gabbieri gridare:
- Terra a prua!...
Il capitano affidò il timone a mastro Widdeak e si slanciò, nonostante i
violenti rollii, a prua dove l'aveva già preceduto il tenente.
Ad una distanza di quattro miglia il mare si sollevava a prodigiosa altezza
intorno al gruppo delle Diomede formato dall'isola Ratmanoff che è la più
grande, dalla Krusenstern che è la mezzana e da Ferway che è un arido scoglio.
- Bisogna tenersi al largo assai, capitano! - disse il tenente
- Mi metterò io al timone! - rispose Weimar. - Fate preparare alcune vele di
ricambio.
- Temete che scappino quelle spiegate?
- Se giunge una raffica forte quanto quella di prima non potranno resistere, ne
son certo.
Il capitano ritornò a poppa e prese la ribolla del timone mentre il tenente
faceva portare in coperta alcune vele.
Il "Danebrog" era giunto nello stretto, il quale è largo ben 83
chilometri fra il capo orientale dell'Asia e il capo di Galles dell'America e
profondo assai.
Qui il mare era orribilmente agitato. Le onde, spinte dal vento, si
schiacciavano, per così dire, fra due coste, quantunque, come si disse, queste
siano assai distanti l'una dall'altra; e si frangevano furiosamente contro le
isole lanciando sprazzi di spuma a tale altezza che questi toccavano le nere
frange delle nubi.
A mezzanotte il "Danebrog" giungeva dinanzi all'isola Ratmanoff, sulla
quale volteggiavano disordinatamente migliaia di uccelli marini.
D'improvviso, quando i marinai si credevano già quasi fuori di pericolo, una
raffica furiosa investì la nave che tuffò più di mezza prua nel seno degli
spumanti flutti. Gli alberi si curvarono come fossero semplici stecchi, poi si
udirono due scoppi violenti seguiti da urla di terrore. Le due vele strappate
dai pennoni volarono via come due immensi uccelli. Il capitano Weimar, malgrado
il suo straordinario coraggio, impallidì.
- Una vela! Una vela o siamo perduti! - gridò.
Infatti il "Danebrog", senza un brano di tela, veniva spinto dalle
onde e dal vento contro l'isola Ratmanoff che mostrava i suoi scogli a meno di
quattro gomene di distanza.
Il tenente, Koninson, mastro Widdeak e una decina di marinai malgrado le
disordinate scosse che li atterravano, tentarono di spiegare una trinchettina,
ma le onde che si precipitavano in coperta e i soffi tremendi del vento,
rendevano quell'operazione quasi impossibile.
Tre volte la vela fu innalzata fino al pennone e tre volte il vento l'abbattè e
con essa gli uomini.
Allora un grande spavento si impadronì del l'equipaggio. Alcuni marinai perduta
completamente la testa per il terrore, si misero a correre per la coperta sordi
ai comandi e alle minacce dei capi. Altri, non meno spaventati, si gettarono
sulle baleniere.
Il "Danebrog", semi-rovesciato su un fianco, coperto d'acqua ad ogni
istante, andava sempre attraverso le onde malgrado gli sforzi disperati del
capitano che non aveva abbandonato la ribolla.
Ad un tratto avvenne un urto formidabile sul tribordo, seguito da un crepitio
sinistro. Il capitano, il tenente e i marinai furono violentemente rovesciati in
coperta.
Quando si risollevarono il "Danebrog" non correva più. Si era arenato
a una sola gomena dall'isola, in mezzo ad un gruppo di scoglietti le cui punte
nere uscivano dalle onde.
V
L'ISOLA RATMANOFF
Il capitano Weimar sentendo la nave ferma e comprendendo che forse una grave
avaria le era toccata, gettò un vero ruggito.
Con un vigoroso colpo di timone tentò dapprima di trarla da quegli scogli che
potevano, da un istante all'altro, sventrargliela, ma non riuscendovi si
precipitò verso prua dove si affollavano i marinai gettando grida di terrore.
Hostrup, che anche in quel terribile frangente, che pur poteva diventare per
tutti fatale, non aveva perduto un millesimo della sua tranquillità, vi era
già.
- Perduti? - gli chiese il capitano col denti stretti.
- Forse no! - rispose con voce calma il tenente.
Il capitano respinse alcuni marinai e salì sul bompresso. Il "Danebrog"
posava la prua su di un banco di sabbia, riparato a destra e a sinistra da una
doppia fila di scoglietti. La poppa però galleggiava e se da una parte era un
bene, dall'altra era anche un male poichè le onde, sollevandola violentemente
minacciavano di disarticolare il vascello.
- Che ci sia una falla? - chiese il tenente,
- Lo temo! - rispose Weimar - Mi pare di vedere un'apertura un po' sotto la
linea di galleggiamento. Ira di Dio! Anche questa disgrazia doveva toccarci! Non
bastava dunque la speronata dell'americano? Povero il mio "Danebrog"!
- Ma forse la cosa non è grave, capitano.
- Ma chi turerà la falla? Qui siamo come in mezzo ad un deserto.
- Abbiamo un abile carpentiere a bordo.
- Scendiamo nella stiva, signor Hostrup.
I due comandanti fecero aprire il boccaporto maestro e scesero nel ventre del
vascello preceduti da Koninson e da mastro Widdeak che avevano accese due
lanterne. Rimosse le botti che occupavano la stiva, si diressero verso prua dove
si arrestarono, ascoltando con profonda attenzione.
Udirono distintamente un sordo gorgoglio, dovuto senza dubbia all'acqua che
entrava nella falla apertasi.
- Sarà grande l'apertura? - si chiese con ansietà il capitano.
- Non lo credo, - disse mastro Widdeak. - Il gorgoglio non è molto forte.
- Dobbiamo levare le botti? - chiese Koninson.
- Per ora è inutile, - disse il tenente. - Finchè la burrasca non sarà
cessata, nulla potremo fare.
- Non c'è pericolo di colare a picco?
- No, - disse il capitano. - Il "Danebrog" è fortemente incagliato e
la poppa è molto alta. Saliamo in coperta.
Abbandonarono la stiva e tornarono sulla tolda ove i marinai, ancora pallidi, li
attendevano con grande ansietà. Il capitano con poche parole li rassicurò.
Pel momento nulla eravi da fare, poichè l'uragano continuava a infuriare in
siffatta maniera da rendere impossibile la calata delle baleniere.
Il capitano fece gettare un'àncora a poppa per assicurare maggiormente il
vascello, e altre due ne fece gettare fra gli scoglietti, a babordo l'una e a
tribordo l'altra. Ciò fatto attese, in preda ad una certa agitazione che non
riusciva a vincere, che il mare si calmasse.
La sua pazienza e quella dell'equipaggio furono messe a dura prova, poichè
l'uragano infuriò tutto il giorno, scuotendo fortemente la nave che gemeva
sinistramente sul suo letto di sabbia.
Verso però le 11 pomeridiane quei formidabili soffi a poco a poco scemarono di
violenza e attraverso gli squarciati vapori tornò a mostrarsi il sole che
allora radeva l'orizzonte occidentale.
Alla mezzanotte una calma assoluta regnava negli strati superiori, e l'aria,
poco prima così agitata e fredda, era diventata così tiepida da far quasi
credere di essere nel Messico anzichè nello stretto di Behring. Il mare però
mantenevasi ancora agitatissimo e continuava a infrangersi con grande violenza
contro le isole, inoltrandosi nei "fiords" con muggiti prolungati.
L'indomani, 2 settembre, a bassa marea il capitano, il tenente, Widdeak e il
carpentiere scesero in una baleniera e approdarono sul banco dove la prua del
vascello era rimasta quasi interamente allo scoperto.
L'avaria causata dal violentissimo urto era gravissima ma non irreparabile. A
pochi piedi dall'asta di prua, subito sotto la linea di galleggiamento, la punta
aguzza di uno scoglietto aveva aperto un buco così grande che vi poteva passare
comodamente un barile. La chiglia fortunatamente non aveva riportato alcun
guasto, avendo incontrato un banco di sabbia, in cui vi si era quasi interamente
seppellita,
- Che ne dici, carpentiere?- chiese il capitano con inquietudine.
- Il colpo è stato fierissimo, - rispose l'interrogato, - e la falla è
ragguardevole. Però....
- Però?... - disse il capitano, nei cui sguardi brillò un lampo di gioia.
- La si turerà.
- Quanto tempo chiedi? Bisogna che sia breve affinchè possiamo approfittare
della gran marea del 12 settembre.
- Per quel giorno il Danebrog sarà pronto a prendere il mare.
- E quando avremo lasciato il banco, dove andremo? - chiese il tenente che
caricava flemmaticamente e con profonda attenzione la sua pipa.
- Vi spiacerebbe seguirmi verso il nord? - disse il capitano, guardandolo fisso
fisso.
- Ne sarei lietissimo, signore.
Il capitano gli prese la destra e gliela strinse fortemente.
- Siete un brav'uomo, signor Hostrup.
- Mi sta sul cuore la scommessa, signor Weimar, - rispose Hostrup. - E da parte
mia rischierò senza esitare la mia vita, pur di tenere sempre alta la fama dei
balenieri danesi.
- Grazie, tenente. Ed ora, carpentiere, al lavoro.
Dovendosi approfittare della sola bassa marea, il carpentiere si mise
alacremente all'opera, aiutato da una squadra di marinai che su un'altra
baleniera gli avevano recato gli attrezzi necessari, una considerevole quantità
di legname e parecchie grosse lastre di rame, mentre alcuni altri sgombravano la
prua delle botti che l'occupavano e mettevano in opera le pompe per estrarre
l'acqua entrata dalla falla.
Il tenente Hostrup, che di simili lavori si intendeva poco, tornò a bordo a
prendere il suo fucile.
- Faremo una passeggiata sull'isola, - disse a Koninson. - Vedo dei grossi
uccelli e forse nei "fiords" si nasconde qualche foca o qualche
tricheco. Prendi un fucile e seguimi....
- Maneggio meglio il rampone che le armi da fuoco, tenente, - rispose il
fiociniere. - Voi penserete ai volatili e io alle foche.
- Come vuoi, amico.
S'imbarcarono sul piccolo canotto e presero il largo girando attorno agli
scoglietti sui quali venivano a rompersi le ultime onde sollevate dall'uragano.
Arrancando con lena, in brevi istanti raggiunsero l'isola, ma da quella parte la
costa non offriva approdi, essendo tagliata quasi a picco e molto alta. Attorno
vi volteggiavano numerosi uccelli marini, i quali fra i crepacci avevano
piantato i loro nidi.
Proseguendo, i due cacciatori scoprirono ben presto un piccolo "fiord",
il quale terminava in una sponda bassa coperta in parte d'una sabbia finissima e
in parte di ciottoloni neri e arrotondati dal continuo lavorio delle onde.
Legarono il piccolo canotto ad una rupe e balzarono a terra portando le loro
armi.
L'isola offriva un brutto aspetto. Qua e là si rizzavano delle alture
aridissime, più oltre delle grandi rocce nere nei cui crepacci scorgevansi
alcuni magri licheni, qualche rosa canina selvatica, o qualche pianticella di
ribes o di uva spina.
- Che desolazione! - esclamò Koninson. - Troveremo almeno delle foche?
- Lo spero, fiociniere, - rispose il tenente. - Una volta qui erano talmente
numerose, che alcuni balenieri vi facevano i loro carichi d'olio; oggi però, in
causa delle cacce accanite, non se ne incontrano che pochissime.
- Dovevano, distruggerne un numero enorme quei balenieri per fare un carico
intero.
- Delle migliaia, Koninson.
- Allora non tarderanno a sparire dappertutto.
- Ciò avverrà sicuramente e forse fra non molto. Già le sponde dell'America
settentrionale cominciano a essere spopolate.
- Che disgrazia! E dire che sono animali così inoffensivi! Se la prendessero
almeno cogli orsi bianchi, quei balenieri paurosi.
Dato uno sguardo alle rive, i due cacciatori si addentrarono nell'isola, ove gli
uccelli si mostravano talmente numerosi da oscurare talvolta la luce del sole.
Ora passavano immense bande di urie, uccelli dalle penne nere e bianche, il
becco lungo e dritto e le gambe collocate così indietro da costringere quei
volatili a sedersi anzichè coricarsi; ora stormi di strolaghe, bellissimi
uccelli col petto e il dorso neri, le ali macchiate e le parti inferiori di un
bianco niveo, e ora lunghe file di oche bernine, grosse come un'oca comune e che
facevano un baccano indiavolato.
- Per bacco! - esclamò il tenente. - Se si volesse fare un carico di uccelli la
fatica non sarebbe molta.
- Accontentiamoci di empire la dispensa del cuoco, - disse Koninson. -
All'opera, signore.
II tenente si arrampicò su di una rupe, si accomodò sulla cima e di là
cominciò a sparare contro le bande di volatili che gli passavano sopra, a
destra, a sinistra e dinanzi senza mostrarsi spaventate.
In breve parecchi gabbiani, oche, urie e strolaghe si trovarono a terra colpite
dal piombo del valente cacciatore. Koninson ammazzava gli uccelli feriti a colpi
di rampone.
Quelle continue detonazioni finirono però collo spaventare i volatili, i quali
si allontanarono dalla rupe volando verso le coste dell'isola.
- Siete un tiratore da far paura, - disse Koninson al tenente, che raccoglieva
le vittime. - C'è qui tanta carne da nutrire per un'intera settimana
l'equipaggio del "Danebrog".
- E non ho ancora finito, fiociniere. Ho visto laggiù due grossi uccelli e
conto di abbatterli.
Ammucchiarono le vittime sotto la sporgenza di una rupe e si rimisero in cammino
riaccostandosi al mare, e precisamente verso un piccolo "fiord", sopra
il quale volteggiavano due grandissimi uccelli dalle penne bianche e nere.
- Cosa sono? - chiese Koninson. - Aquile forse?
- Aquile qui? A me sembrano due albatros.
- Ma gli albatros sono uccelli dei mari australi, signore.
- Non ti dico, di no, ma non pochi di quei voraci giganti vanno a piantare i
loro nidi, sulle isole dei mari della Cina e del Giappone e in giugno si
spingono, sin qui.
- La loro carne è eccellente?
- Se devo dirti la verità, è coriacea; però tenuta qualche tempo nel sale e
condita con una salsa piccante, non è sgradevole.
I due cacciatori giunsero ben presto al "fiord", ma i due albatros, un
po' magri si ma veramente giganteschi, le cui ali spiegate misuravano non meno
di cinque metri, si allontanarono e così rapidamente, che in pochi istanti,
furono fuori di vista.
- Vigliacchi! esclamò il fiociniere.
- E lo sono davvero, malgrado la loro mole e, il loro formidabile rostro - disse
il tenente.
- Ma... oh!...
- Che hai?
- Guardate alla vostra sinistra, presso il mare! - disse Koninson a bassa voce.
Il tenente guardò nella direzione indicata e sopra una roccia che cadeva a
picco sul mare, ma poco alta, scorse una massa rossiccia, di dimensioni
ragguardevoli.
- È una foca! - disse Koninson.
- No, deve essere un tricheco - disse il tenente, che caricò subito il fucile a
palla.
- Bisogna ammazzarlo.
- Lo ammazzeremo, fiociniere. Cerchiamo però di non farci vedere, altrimenti si
lascerà cadere in mare.
Si gettarono in mezzo alle rocce e tenendosi sempre nascosti giunsero a soli
duecento passi dalla preda che si scaldava ai raggi del sole mezza coricata su
un fianco.
Il tenente non si era ingannato. Era proprio un tricheco, che taluni chiamano
anche morsa, lungo quasi quattro metri e con una circonferenza di tre, coperto
di un pelo corto, scarso e rossiccio. Si vedevano distintamente i suoi lunghi
denti di avorio che scendono verticalmente dalla mascella superiore.
Tali animali, che un tempo erano numerosissimi su tutte le coste settentrionali
dell'Asia e dell'America, sono inoffensivi a terra, ove si muovono con molto
stento, ma aggrediti in mare, ove nuotano con grande sveltezza, si difendono
disperatamente e più di una volta i loro solidi denti spezzarono le scialuppe
dei cacciatori.
Il tenente mandò Koninson dietro una rupe che era a breve distanza da quella
occupata dal tricheco, poi puntò lentamente il fucile, mirò con somma
attenzione e sparò.
Il tricheco, colpito alla testa, fece un brusco salto mandando una specie di
ruggito e si mise a dibattersi, cercando tuttavia di guadagnare l'orlo della
roccia per precipitarsi in mare. Ma Koninson era vicino; in dieci salti lo
raggiunse e gli vibrò una tale ramponata da finirlo quasi sul colpo.
- Bella fucilata - esclamò il fiociniere volgendosi al tenente che si
avvicinava colla solita calma. - Questi sì che sono animali che valgono una
palla!
- Lo credo, Koninson. È tanto grasso questo tricheco che ci fornirà più di
due barili d'olio.
- E olio migliore di quello della balena, signor Hostrup.
- Che ce ne siano degli altri?
- Ne dubito, Koninson. I balenieri hanno distrutto anche i trichechi.
- E ve n'eran molti in quest'isola?
- Delle migliaia, fiociniere. Mi fu narrato da un capitano olandese, quindici
anni, or sono, che un baleniere norvegese in quattro sole ore ne ammazzò più
di cinquecento.
- Che strage!
- E so pure, ma non mi ricordo più ora in quale località, che l'equipaggio di
un bastimento inglese nel 1705 ne uccise ben ottocento nello spazio di sei ore e
che tre anni più tardi un altro equipaggio ne uccise novecento in sette ore.
- In una giornata, in quei tempi si caricava un bastimento di olio.
- Ed erano carichi quelli che valevano molto di più dei nostri, poichè anche
le pelli dei trichechi hanno valore e i denti, che danno un avorio più compatto
e più bianco di quello degli elefanti, si pagavano molto cari.
- E come faremo a trasportare a bordo questo bestione?
- Lasciamolo qui. Manderemo i marinai a raccoglierlo. Continuiamo l'escursione
Koninson.
- I due cacciatori si misero a costeggiare l'isola facendo un'ampia raccolta di
uova di uccelli marini, per lo più depositati sulle sabbie o nei crepacci delle
rocce e sparando di quando in quando sui gabbiani.
Alle 6, carichi come muli, s'imbarcavano nel piccolo canotto e tornavano a bordo
dove il carpentiere, il capitano, mastro Widdeak e i marinai lavoravano
febbrilmente attorno alla falla.
VI
IL DISINCAGLIAMENTO
La mattina del 12 settembre, giorno della grande marea, il "Danebrog"
era pronto a riprendere il mare. La falla era stata accuratamente chiusa dal
carpentiere, e tanto bene da non lasciare penetrare la più piccola goccia
d'acqua e da poter sopportare gli urti dei ghiacci. Non restava da farsi che il
disincagliamento, operazione difficile ma sul cui esito nessun uomo
dell'equipaggio dubitava.
Mancando quattro sole ore alla massima altezza del flusso, i preparativi furono
alacremente spinti innanzi. Per il mezzodì tutto doveva essere pronto e ogni
uomo al suo posto, onde non correre il pericolo di far riuscire vani gli sforzi
e dover attendere parecchi altri giorni.
Il capitano innanzi tutto fece trasportare tutto il carico della stiva a poppa
per rendere più leggera la prua e quindi più facile il disincagliamento. Dopo
di che fece imbarcare due delle maggiori ancore che furono gettate a sessanta
braccia dalla poppa, su di un fondo resistente, e fermare le gomene ai due
molinelli di bordo, mentre il tenente faceva preparare le vele, per allontanarsi
subito, disincagliata la nave, dal pericoloso bacino che gli scogli chiudevano
quasi interamente.
Alle 10 tutto era pronto a bordo del "Danebrog" e tutti gli uomini ai
loro posti.
La marea cresceva con qualche rapidità, coprendo le nere degli scoglietti e
producendo sopra questi un forte gorgoglio. Ben presto quasi tutte le rocce
scomparvero e a prua della nave si udì un leggero fremito seguito tosto da
alcuni scricchiolii.
- Pronti! - gridò il capitano.
I marinai si curvarono sulle aspe dei molinelli e attesero con trepidazione.
Più di un viso era diventato pallido per l'emozione.
I fremiti e gli scricchiolii continuavano, anzi diventavano più forti man mano
che il flusso montava.
Alle 12,25 il capitano, che aveva in mano un cronometro, gridò con voce
tonante:
- Forza, ragazzi! Forza!
I marinai diedero un colpo violento alle aspe che si curvarono. Le due gomene di
poppa si tesero senza che le ancore si movessero, ma la nave, quantunque
continuasse a scricchiolare, non si mosse. Il capitano impallidì e si sentì
bagnare la fronte di un freddo sudore.
- Forza, forza! - ripetè.
Il tenente si precipitò in aiuto dei marinai che facevano sforzi disperati.
Passarono alcuni secondi che parvero lunghi come tanti minuti poi il "Danebrog"
scivolò bruscamente sulla sabbia retrocedendo con notevole velocità. Il
capitano, che era subito balzato a prua, lasciò andare a picco un ancorotto,
mentre il tenente correva alla ribolla del timone.
Il "Danebrog" percorse cinquanta braccia, poi si arrestò di colpo a
meno di una gomena dagli scogli.
Un urrah fragoroso irruppe da tutti i petti. La nave baleniera era ormai salva.
Il tenente si fece incontro al capitano che era diventato raggiante di gioia e
gli strinse vigorosamente la destra.
- Dio ci protegge - gli disse.
- Bisogna crederlo, signor Hostrup, - rispose Weimar. - Ho tremato assai per il
mio "Danebrog", che amo come se fosse un pezzo della mia carne. Se
l'avessi perduto non mi sarei più consolato.
- Ed ora andiamo?....
- Sulle coste della Giorgia, tenente. Faremo una rapida campagna, poi torneremo
a sud.
- Con un carico completo, speriamo.
- Sì, tenente. Il cuore mi dice che vinceremo la scommessa.
- Dio lo voglia, capitano.
Non essendo prudente fermarsi fra quegli scogli, Weimar fece calare in mare le
baleniere e rimorchiare il "Danebrog" al largo.
Alle 2 del pomeriggio, dopo aver visitata la riparazione che fu trovata
perfettamente asciutta, i marinai spiegavano le vele e la nave si rimetteva in
cammino dirigendosi verso il capo di Galles, che forma l'estrema punta, verso
occidente, della costa americana.
Il mare era quasi tranquillo, di un verde superbo e affatto deserto. Solamente
delle procellarie e dei gabbiani volteggiavano sopra le larghe ondate, mandando
di quando in quando delle rauche strida.
Un vento fresco, ma che soffiava irregolarmente, ora da sud ed ora da
sud-sud-est, gonfiava le vele della nave, la quale scivolava con celerità
discreta lasciandosi a poppa un solco spumeggiante.
- Signor Hostrup, - disse Koninson avvicinandosi al flemmatico comandante che
guardava attentamente le onde, appoggiato alla murata di tribordo - impiegheremo
molto a raggiungere la costa americana?
- Prima di mezzanotte gireremo il capo di Galles, fiociniere.
- Ditemi, tenente, è vero che questo stretto ha una profondità spaventevole?
- Sì e tanto che se una fregata affondasse, i suoi alberetti rimarrebbero fuori
dall'acqua. Se vuoi saperlo, la sua spaventevole profondità non supera i
diciannove metri.
- Soli?
- Soli, Koninson, nè uno più nè uno di meno.
- E sono molti anni che fu scoperto questo stretto?
- Non troppi, Koninson. Prima del 1741 lo si ignorava, anzi molti credevano che
l'America fosse unita all'Asia.
- E chi lo scoperse?
- Vito Behring
- Un russo?
- Per i russi sì, ma per gli altri no, poichè Bhering è nato in Danimarca
come ci sono nato io e come ci sei nato tu.
- Ah! Un nostro compatriota! Deve essere stato un grande marinaio.
- Se non lo fosse stato, non si sarebbe spinto fin qui, a quel tempi in cui si
ignorava dove erano le coste, le isole, gli scogli, i banchi e quali le
correnti.
- Aveva intrapreso la spedizione per suo conto?
- No, per incarico dell'imperatrice delle Russie, Caterina. E ciò accadeva nel
1728, ma Behring volle prima esplorare le coste siberiane e accertarsi se il
Giappone era unito o staccato dalla penisola di Kamtsciatka. Dapprima navigò
verso sud-est, ma non trovando alcuna terra mise la prua verso nord-est e dopo
44 giorni, a 58° 50' di latitudine, scopriva le montagne della costa americana.
- E vi sbarcò?
- No, poichè allora scoppiò una tempesta così orribile che lo costrinse a
ritornare, e quale ritorno! Il 3 novembre la spedizione naufragava su di
un'isola lontana 160 chilometri dalla penisola di Kamtsciatka e colà pativa
tali sofferenze che molti marinai perirono e fra questi anche Behring.
E qui viene un punto molto oscuro.
Si narrò da taluni che quando lo sfortunato navigatore fu gettato nella fossa
onde seppellirlo, respirava ancora anzi che respingeva colle mani la sabbia che
gli veniva gettata sopra.
- Che sia stato commesso un delitto?
- Chi può dirlo?
- Povero Behring! E cosa successe dei suoi compagni?
- Rimasero colà tutto l'inverno, poi fabbricarono una navicella coi rottami
della nave naufragata e ripresero coraggiosamente il mare; dopo altri patimenti
riuscirono a raggiungere le coste della penisola di Kamtsciatka.
In quell'istante si udì un marinaio, che era salito sulla gran gabbia segnalare
la costa americana, che una nebbiola aveva fino allora tenuta celata. Era il
capo di Galles, punta scoscesa, aridissima, dietro la quale, ad una certa
distanza però, si elevano delle montagne che per la maggior parte dell'anno si
vedono coperte di neve.
Il "Danebrog", che correva assai, si avvicinò alla costa, poi virò
di bordo dirigendosi verso il golfo di Krotzebue che si apre fra il capo
Krusenstern a nord e il capo Espemberg a sud e che rinchiude ad est la baia di
Escholtz, davanti la quale si trova l'isola Chamisso, a sud quella di Spasariet
e ad ovest quella di Buona Speranza.
A due chilometri dal capo di Galles la costa americana, che fino allora si era
mostrata dirupatissima, cominciò ad abbassarsi e apparvero immense paludi sulle
quali si vedevano volteggiare migliaia di oche, di gabbiani, di gazze marine, di
strolaghe e di urie. Le loro grida, portate dal vento, giungevano fino a bordo
del "Danebrog".
Alcuni di quegli uccelli vennero fin presso la nave, e il tenente si divertì a
sparare alcune fucilate.
Durante la notte del 12-13 - notte per modo di dire, poichè il sole splendeva
sempre - il vento crebbe considerevolmente, accelerando la corsa del "Danebrog",
e la temperatura, fino allora dolcissima si abbassò improvvisamente a 0°.
L'indomani il legno girava il capo Espemberg e passava dinanzi al golfo di
Kotzebue che s'insinua entro terra per ben venti leghe su una larghezza di
ventitrè. Le sue coste erano alte, spalleggiate da gruppi di montagne e
apparivano affatto deserte. Nessun canotto solcava le acque tranquille del
golfo, dove in certe epoche si recano a pescare gli indiani Kitgoni che abitano
le sponde settentrionali, e gli indiani Kiumisi che abitano le meridionali.
Di balene nessuna traccia. Invece furono segnalati alcuni delfini gladiatori,
nemici accaniti delle prime, dotati di una forza prodigiosa e di una voracità
straordinaria. Qualcuno era lungo più di otto metri.
Il 14, presso il capo Krusenstern, Koninson che guardava sempre attentamente il
mare sperando di trovare quelle materie oleose che si lasciano addietro le
balene, segnalò un banco di "boete", il quale aveva fatto cangiare
tinta all'acqua, che appariva bruna anzichè verdastra. Questi banchi, che le
balene cercano avidamente, sono formati da piccoli crostacei in forma di gamberi
ma il cui diametro non supera i due millimetri e si producono in primavera e in
estate. Talvolta hanno una lunghezza di quindici e persino venti leghe, una
larghezza di una o due e uno spessore di quattro o cinque metri.
- Una volta, quando s'incontravano questi banchi, si trovava sempre una balena o
anche due - disse malinconicamente Koninson, volgendosi verso il tenente che gli
stava presso.
- Mio caro fiociniere, oggi le balene sono assai scemate rispose Hostrup. - Non
sono molti secoli che si vedevano a frotte nel mare di Biscaglia, ed ora se si
vuol trovarne una bisogna risalire in questi mari.
- Sono forse diminuite a causa di qualche malattia?
- No, a causa della caccia accanita dei balenieri. Ogni anno se ne distruggono
un numero grandissimo, anzi non si esita ad affermare che nessuna balena può
raggiungere il suo completo sviluppo, perchè prima di questo cade sotto il
rampone dei fiocinieri.
- E siamo solamente noi a distruggerle?
- Purtroppo no. Le balene hanno altri nemici e forse più accaniti di noi.
- E quali mai? Chi osa sfidare simili giganti che hanno una coda così possente?
- Il più feroce è un crostaceo detto "pidocchio di balena", il quale
aderisce talmente alla pelle dei cetacei che per staccarlo bisogna farlo a
brani.
- Ma come può, un crostaceo, uccidere una balena?
- Nel modo più facile, Koninson. Questo pidocchio le si aggrappa nei punti più
delicati, o sulle labbra, o sugli organi generativi e comincia a rodere
cacciandosi entro le carni, causandole dolori sì atroci che dopo un certo tempo
la disgraziata è costretta a morire.
- Che mostro!
- Ma ci sono altri nemici e non meno feroci. I capodolii, come ben sai,
assalgono le balene tutte le volte che le incontrano e le mordono, così
orribilmente da ucciderle.
- Ho assistito una volta a una simile lotta.
- Ve ne sono degli altri: i pescispada e i narvali, che si divertono a cacciare
il loro acuto corno nel ventre dello sfortunato cetaceo; e i delfini, specie
quelli detti gladiatori, che gli si cacciano, in bocca e ne divorano la lingua.
- Che canaglie! E di tutti questi nemici quale è il più terribile?
- L'uomo, il quale ogni anno ne distrugge centinaia e centinaia.
- Allora verrà un giorno che non se ne troverà più una.
- Sì, se le balene non si affrettano a rifugiarsi al di là dei ghiacci eterni,
sotto il polo.
- E nell'oceano australe sono pure così accanitamente cacciate dai balenieri?
- Tanto come su questi mari.
- E le balene di quell'oceano sono eguali a quelle di questo?
- No, Koninson; ve ne sono tre specie e tutte differenti dalla balena franca che
noi cacciamo. Vi si trova il "rightwhale", un cetaceo molto grande e
che è privo della pinna natatoia; l'"hump-back" con due pinne
biancastre e che è grosso come una balenottera, infine il "finback",
d'una tinta bronzina, di una irrequietezza straordinaria e assai rumoroso.
- E tutti danno olio?
- Tutti, Koninson.,
- Ah! Vorrei provare il mio rampone anche contro quei giganti.
- Lo proverai fiociniere. Se usciamo salvi da questa spedizione, l'anno venturo
andremo a pescare nel mari del sud. Il capitano me l'ha promesso.
- Quel giorno che metteremo la prua a sud sarà il più bello della mia vita,
signor Hostrup.
- Lo credo, fiociniere.
VII
LA BALENA
La mattina del 17 settembre, all'altezza del capo di Barrow, che è il più
avanzato verso il nord della Giorgia occidentale, l'equipaggio del "Danebrog"
scopriva le tracce del passaggio delle balena.
Erano larghe macchie di sostanze oleose che spiccavano vivamente sull'acqua
verdastra del mare, e così copiose da far credere che colà fosse passato un
numerosissimo branco di cetacei.
Il capitano Weimar, che già aveva cominciato a disperare, mise subito delle
vedette sugli alberi e fece preparare le baleniere affinchè tutto fosse pronto
al momento opportuno.
Koninson tornò a piantar domicilio nella rete del bompresso per non perdere di
vista quelle macchie oleose che si dirigevano verso, l'est, seguendo le coste,
della Giorgia. Ben presto fu segnalato un immenso banco di "boete", il
cibo prediletto delle balene, ma qua e là rotto. Senza dubbio i cetacei avevano
colà pescato - come diceva Koninson - facendo dei gran vuoti colle loro enormi
bocche. Anche qui le sostanze grasse galleggiavano in gran nunero, spiccando
ancor meglio sulla tinta brunastra dei banco.
Alle sette del pomeriggio, alla distanza di quattordici miglia dalla punta
Tangente, si udì un gabbiere gridare dall'alto della crocetta di maestra:
- Una balena a babordo!
Il capitano Weimar e tutti i marinai, che da dodici ore erano in preda ad una
viva agitazione, si precipitarono verso la murata di babordo aguzzando gli
sguardi verso il punto indicato.
A due miglia dal "Danebrog", si scorgeva una specie di cilindro di
dimensioni gigantesche e risplendente come se fosse di acciaio. Era
perfettamente immobile, però ad una estremità si vedevano apparire, di quando
in quando, due piccole colonne di vapore che si alzavano in forma di V.
- Sì, sì è una balena! - gridò il capitano.
- E di dimensioni non comuni - aggiunse il tenente che aveva puntato lentamente
un cannocchiale. - La briccona pranza tranquillamente in mezzo di un banco di
"boete".
- Ebbene, che mangi anche il mio rampone - gridò Koninson che aveva abbandonato
precipitosamente la rete. - Mille milioni di fulmini! Era tempo che se ne
incontrasse una! Olà! Ragazzi, sangue freddo e audacia, e io rispondo della
vittoria!
- Il capitano diede ordine al timoniere di dirigere il "Danebrog"
verso il gigante, mentre Koninson e i marinai calavano a fior d'acqua le due
più solide e più svelte baleniere, mettendovi dentro tutti gli attrezzi
necessari: remi, ramponi, lancie, lenze e le "droghe".
- A un chilometro di distanza il "Danebrog" si mise in panna.
Avvicinarsi troppo ad una balena che si caccia non è prudente, perchè essa
quando è ferita perde completamente la testa e si getta contro qualunque cosa.
Il capitano Weimar ben si ricordava del brutto caso toccato alla nave "Essex"
nel 1820, quando, investita da una balena resa pazza dal dolore cagionatole da
una ferita, era andata a picco.
Subito il tenente Hostrup, Koninson e quattro marinai presero posto nella
maggiore baleniera e mastro Widdeak, Harwey e altri quattro remiganti
nell'altra.
- Badate che non ci sfugga - disse il capitano che era rimasto a bordo.
- Vi, giuro, signore, che non si ripeterà il caso del capodolio - disse
Koninson. - Mi sento indosso un coraggio da non temere venti balene.
- Al largo, dunque!
Le due baleniere si staccarono dal "Danebrog" e si diressero,
rapidamente, ma senza far rumore, verso il cetaceo. Quella del tenente precedeva
di una gomena quella di mastro Widdeak.
Ben presto i cacciatori giunsero a sole trecento braccia dalla preda, la quale
non aveva ancor dato il più piccolo segno di inquietudine.
Era una superba balena franca, lunga più di venti metri, del peso di ottanta o
novanta tonnellate, con una testa voluminosissima, convessa superiormente e
fornita di una bocca enorme, lunga più di tre metri e alta più di quattro. La
pelle del gigante, nera, liscia, untuosa, sotto ai raggi del sole brillava così
vivamente da offendere gli occhi di chi la guardava.
- Cosa fa? - chiese sottovoce il tenente a Koninson che la fissava con occhi
fiammeggianti.
- Pascola in mezzo al banco di "boete". - rispose il fiociniere.
- Se si potesse sorprenderla..
- Lo dubito, tenente. Ecco che comincia a dar segni d'inquietudine.
La balena infatti, che fino allora aveva conservato una immobilità quasi
perfetta, aveva alzato la sua potente coda terminante in una pinna orizzontale,
triangolare e larga sei o sette metri. Con un colpo vigoroso lanciò a destra ed
a sinistra due altissime onde, poi agitò le pinne pettorali che sono lunghe ben
tre metri, causando nuove onde e si mise a filare fra il banco di "boete",
cacciando fuori dagli sfiatatoi due colonne di vapore, il quale ricadeva sotto
forma di goccioline che formavano sull'acqua macchie oleose.
- Attento, Koninson! - disse il tenente, facendo segno ai remiganti di
raddoppiare la battuta.
- Spingete innanzi la baleniera senza tema, signore, - rispose il fiociniere che
aveva afferrato il suo terribile rampone.
- Sono pronto!
- Ad un tratto la balena si tuffò lasciando dietro di sè un piccolo vortice.
Il tenente guardò attentamente da qual parte aveva piegata la coda per
indovinarne la direzione presa, poi comandò ai remiganti di avanzare lentamente
e senza far rumore.
Passarono alcuni minuti che parvero lunghissimi, poi si udì un rumore simile ad
un tuono lontanissimo e sulla tranquilla superficie del mare si scorse un largo
tremolio.
- Attenti! - disse il tenente. - La balena sta per mostrarsi. Sei pronto,
Koninson?
- Sempre! - rispose il fiociniere.
Il rumore si faceva sempre più distinto, poi a quattrocento passi dalla
baleniera, verso prua, apparve un punto nero, l'estremità del muso del cetaceo,
indi gli sfiatatoi, il dorso e finalmente la formidabile coda, la quale battè
violentemente il mare.
- Il gigante è inquieto - disse il tenente. - Ci ha sentiti. Allungate la
battuta, ragazzi.
Tornata a galla, la balena aveva lanciato in aria, a parecchi metri d'altezza
due colonne di bianco vapore, poi si era un po' immersa.
Per trenta o quaranta secondi scivolò mostrando solamente il dorso, e a
intervalli la coda; indi rialzò la testa e gettò due altre colonne di vapore.
Tornò a immergere la testa e per parecchi minuti ancora ripetè quella manovra
gettando, di quando in quando, colonne di vapore che diventava però sempre meno
denso, e agitando la coda innanzi e indietro.
- La briccona scandaglia - mormorò Hostrup,.
Le due baleniere avanzavano lentamente e con prudenza. I due fiocinieri in
piedi, colla coscia cacciata nella scanalatura di prua, il rampone in aria un
po' pallidi, lanciavano sguardi di fuoco sulla preda.
Il cetaceo non fuggiva, ma dava sempre segni di inquietudine. Il suo respiro,
che si ode a una non breve distanza, era più frequente, la sua coda si alzava e
si abbassava con molta violenza; e spesso sollevava la testa fuori dell'acqua
come se cercasse di vedere i nemici che la seguivano.
- Arranca a tutta lena! - gridò ad un tratto il tenente.
La baleniera partì rapida come una saetta. In brevi istanti si trovò a sole
venti braccia dal cetaceo.
- Koninson! - gridò il tenente.
- Pronto, signore! rispose il fiociniere.
- Getta!...
Koninson alzò il rampone, lo fece oscillare innanzi e indietro e lo lanciò con
tutta la forza del suo braccio, piantandolo profondamente nel fianco destro
della balena in un punto ricco di tendini e di carne.
Parve che il cetaceo subito non si accorgesse di essere stato ferito, ma dopo
alcuni secondi agitò furiosamente la coda lanciando contemporaneamente una nota
così acuta da udirsi a parecchi chilometri di distanza.
- Attenti ragazzi! - gridò il tenente, mentre Koninson afferrava una lancia
munita di una specie di palla taglientissima.
La baleniera si spinse innanzi a tutta velocità, ma il cetaceo si rovesciò
bruscamente sul fianco ferito sforzandosi di strapparsi l'arma, che doveva farlo
soffrire atrocemente; indi si tuffò con grande fracasso, dopo aver lanciato
un'altra e più formidabile nota.
- Maledetto! - gridò Koninson - Se aspettava due secondi ancora, gli tagliavo i
tendini e l'arteria della coda.
La lenza filava rapidissimamente, anzi tanto che si dovette bagnare il bordo
della baleniera affinchè per il continuo strofinio non si accendesse. Ben
presto fu quasi tutta finita; Koninson ne aggiunse un'altra.
- Per mille, boccaporti! - gridò il fiociniere. - Vuol scendere all'inferno?
- Pazienza, - Koninson - disse il tenente. Ricomparirà, te lo dico io.
Mezzo minuto dopo la lenza cessò di filare.
- Ehi, mastro Widdeak, sta bene attento! - gridò il tenente. - Il cetaceo
apparirà vicino alla tua baleniera.
- Lo riceveremo, come si deve! - rispose il mastro.
- Eccolo! Eccolo! - gridarono ad un tratto alcuni marinai.
Sulla tranquilla superficie del mare, a una sola gomena dalla prua della
baleniera di Widdeak, era stato scorto il tremolio.
Harwey, che era ansioso di lanciare la sua arma si alzò di colpo.
Poco dopo il gigante apparve. Aveva il rampone ancora piantato nel fianco e
manifestava il suo dolore con sordi brontolii e con un continuo eruttare di
densi vapori dai due sfiatatoi.
Mastro Widdeak diresse verso di lui la sua baleniera. Harwey alzò il rampone e
lo lanciò con grande forza.
Il cetaceo, nuovamente ferito, emise una formidabile nota che durò otto o dieci
secondi. Si sarebbe detto che quella nota era prodotta da una impetuosissima
corrente d'aria spinta dentro un largo tubo di bronzo.
Subito dopo il mostro si mise a guizzare qua e là, ora avvicinandosi alle
baleniere e ora allontanandosi come se avesse completamente perduto la testa. La
sua possente coda e le sue grandi pinne pettorali battevano furiosamente l'acqua
sollevando delle ondate. Sordi brontolii gli uscivano dalla gola e fischi acuti,
dagli sfiatatoi i quali lanciavano senza posa bianchissime e molto dense nubi di
vapore.
- Avanti! Avanti! - gridò Koninson.
Il tenente, punto curandosi dei colpi di mare e punto spaventato dai tremendi
colpi di coda che il mostro avventava, fece avanzare la baleniera mentre mastro
Widdeak girava al largo per non imbrogliare le due lenze.
I cacciatori con pochi colpi di remo si trovarono a breve distanza dal cetaceo.
Koninson che era diventato frenetico, appena lo vide alzare la coda gli lanciò
il rampone dalla punta rotonda, colpendolo nelle ultime vertebre caudali. Dalla
larga ferita uscì subito un grosso rivo di sangue, il quale arrossò per un
largo tratto le acque.
- Urrah! Urrah! - urlò il fiociniere balena è nostra!
Infatti per il cetaceo era ormai finita. Colpito ai fianchi dai due ramponi e
poi sotto la coda da quella larga palla tagliente che gli aveva recisi i tendini
e l'arteria, non poteva più fuggire. Era questione di ore, forse di soli
minuti, poichè le baleniere tornavano alla carica per gettare le lancie.
In meno di quindici secondi altre ferite gli furono aperte sui fianchi dai due
fiocinieri, e tutte mortali.
Allora cominciò l'agonia, ma un'agonia terribile e pericolosissima, non solo
per le baleniere, ma per il "Danebrog".
Il gigante diventato pazzo per il dolore e anche cieco si precipitava in tutte
le direzioni con impeto irresistibile. Usciva più di mezzo dall'acqua, si
tuffava, tornava a galla, si rovesciava sui fianchi, ora filava colla rapidità
di una freccia, ora si arrestava mandando suoni rauchi, metallici o note
potenti, ora descriveva delle curve o dei bruschi angoli.
Il "Danebrog" si era messo nuovamente alla vela per non venire
investito e si teneva ad una grande distanza e le due baleniere avevano un gran
da fare per non venire subissate dalle onde che il gigante sollevava, o
sfasciate dalla coda.
Ad un tratto però la balena si arrestò. Dai suoi sfiatatoi uscirono con
sinistro rumore due getti di sangue che arrossarono una grande zona di mare, poi
un fremito agitò l'intera massa.
Mandò un'ultima e più acuta nota, indi sollevò la testa mostrando la sua
immensa bocca, poi si rovesciò sul dorso e rimase immobile col ventre a fior
d'acqua.
Era morta!
VIII
I PRIMI GHIACCI
Pochi minuti dopo il "Danebrog" che, come si disse, aveva già
spiegato le vele, abbordava la balena che era tornata a galla e presso la quale
si erano già ormeggiate te le due baleniere.
Il gigante galleggiava in mezzo ad un ampio cerchio di sangue uscitole dalle
numerose ferite apertegli dai ramponi e dalle lancie e sul suo ventre avevano
già preso posto gli uccelli marini sempre pronti ad accorrere dove sanno che
c'è da rimpinzarsi. Ve n'erano delle migliaia giunti da tutte le parti
dell'orizzonte e specialmente dalla costa americana che non distava più di
sette miglia.
Lo smembramento cominciò subito. Il capitano, seguito da un forte drappello di
marinai armati di pale taglienti, entrò nella bocca della balena, dopo averle
strappato il labbro inferiore, onde estrarle la lingua che è lunga non meno di
otto metri e per raccogliere i fanoni i quali sono in numero di settecento,
della lunghezza di cinque metri, un po' curvi, stretti gli uni agli altri per lo
più neri ma talvolta anche variegati. Pendono dalla mascella superiore e sono
riuniti da una sostanza glutinosa, attaccaticcia assai, la quale disseccandosi
forma su di essi una specie di vernice lucida e liscia.
Terminate queste due importanti operazioni, i marinai posero mano alla
dipanazione di quell'enorme massa che pesava non meno di novantamila chilogrammi
e che era avvolta da un grossissimo strato di grasso.
Ben presto i fornelli ricominciarono a funzionare empiendo l'aria di un fumo
nerissimo e fetente e la coperta del legno offerse il riluttante aspetto che
abbiamo già descritto nello smenbramento del capodolio. Questa volta però
fiocinieri e marinai lavoravano con maggior alacrità, essendo impazientissimi
di rimettersi alla vela. Quegli uomini che da parecchi anni navigavano in quei
freddi mari, quantunque la temperatura fosse, cosa insolita, ancora mite,
presentivano l'avvicinarsi dell'inverno e d'un inverno rigidissimo
Già il sole non lanciava più, alla mezzanotte i suoi splendidi raggi su quei
mari e su quelle terre. Da alcuni giorni, fra le 10 e le 11 della notte
tramontava e per alcune ore si teneva celato sotto l'orizzonte. E già gli
uccelli marini erano diventati meno numerosi e ad ogni istante grandi bande
fuggivano verso il sud in cerca di un clima più mite. I ghiacci non erano
ancora apparsi, ma i marinai se non li vedevano, li sentivano.
Il capitano aveva notato e presentito tutto ciò prima dell'equipaggio e perciò
stimolava i lavoranti, non avendo tuttavia ritardato a spingersi più innanzi
per completare il carico.
Prima che il sole tramontasse una terza parte del cetaceo era stata già
dipanata e parecchie tonnellate d'olio erano state calate nella stiva.
Quella notte, per la prima volta, il freddo scese tre gradi sotto zero e l'acqua
gettata sulla tolda poco prima dello spuntare del giorno, gelò.
Il 18 e il 19 settembre lo smembramento fu continuato con tanta alacrità che
alle 10 pomeridiane l'ultimo pezzo di grasso veniva ritirato a bordo. Il
capitano fece tosto spiegare le vele e il "Danebrog" abbandonò il
gigantesco carcame agli uccelli marini, mettendo la prua ad est ove si
scorgevano sempre, ed in grandissima quantità, le macchie oleose galleggiare
sull'acqua.
La sera era magnifica. Il sole splendeva superbamente calando lentamente verso
l'orizzonte, dove erravano alcune nuvolette dalla tinta di fuoco, e il mare era
liscio come uno specchio, senza la più piccola ruga.
In lontananza, verso sud, giganteggiavano le dirupate coste americane coi loro
abeti e i loro pini piantati sulle vette; verso nord una coppia di delfini
gladiatori scherzava, mostrando ora le code e ora l'oscuro dorso; verso ovest
una gran frotta di oche bernine filava in silenzio e rapidissimamente verso
regioni più calde.
L'aria era mite e aveva una mollezza che rammentava una delle più belle notti
d'autunno dei climi temperati, rinfrescata di quando in quando da un venticello
che spirava da ovest.
Il "Danebrog", con tutte le sue vele spiegate, per alcune miglia filò
verso est, poi piegò verso la costa americana ove si dirigevano le macchie
oleose.
Nulla accadde durante la notte, ma poco dopo il sorgere del sole fu fatta una
scoperta che turbò gli animi e fece aggrottare la fronte al capitano Weimar che
era appena salito sulla tolda.
Era una montagna di ghiaccio, un "iceberg" che scendeva lentamente
verso sud spinto dalle correnti e dal vento che da alcune ore soffiava da nord.
- Brutto incontro! - disse Koninson al tenente, che era salito sulla murata per
meglio osservare l'"iceberg".
- Era ora! - rispose con voce tranquilla il signor Hostrup. - Non siamo più in
estate.
- Non dico di no, tenente, ma se a questa montagna ne tenessero dietro altre
cento o duecento, come avanzeremo noi?
- Il "Danebrog" ha un solido sperone e non teme i ghiacci.
- Ditemi, tenente, le montagne di ghiaccio si spingono molto verso sud?
- Molto, Koninson. Io ne vidi alcune a parecchie centinaia di miglia dalle isole
Aleutine, in pieno oceano Pacifico, altre a sud del Banco di Terranova o sulle
coste del grande Impero russo e perfino presso le sponde della Norvegia. Anzi mi
ricordo che una nave in viaggio dalla Scozia a Brema fu schiacciata da un
"iceberg" che era sceso nel mare del Nord.
- Tanto scendono!
- E scenderanno sempre più. Se tu vivrai un secolo ne vedrai alcuni anche sulle
coste della Danimarca e fors'anche della Prussia.
- E perchè, signore?
- Perchè la linea dei ghiacci ogni anno guadagna spazio.
- Dunque il freddo cresce nelle regioni polari?
- Sì, Koninson. Alcuni mari, che alcuni secoli or sono erano navigabili, ora
sono ingombri dai ghiacci e alcune terre, un tempo fertili, oggi sono ridotte a
deserti di neve. Vuoi degli esempi?
- Gettateli fuori, signor Hostrup.
- Nel IX secolo, alcuni Scandinavi che avevano fondato delle colonie in
Groenlandia e in Islanda, sbarcavano su una costa ove cresceva la vite, e
perciò chiamarono quella terra Vinland. Sai come si chiama oggi quel paese?
- No, signor Hostrup.
- Si chiama Labrador.
- Come, nel IX secolo nel Labrador cresceva la vite!
- Si, fiociniere. E cosa è oggi il Labrador?
- Un deserto di neve ove la vite non crescerebbe nemmeno accanto alla stufa. Per
Bacco, che discesa hanno fatto i ghiacci!
- Un altro esempio, Koninson. Quattrocento anni fa gli Islandesi trafficavano
liberamente, in pieno inverno, coi Groenlandesi. Oggi d'inverno non si
arrischiano più a navigare in quel tratto di mare per non venire stritolati dai
ghiacci.
- È strano! - disse Koninson.
- Vuoi ora un terzo esempio? Quaranta o cinquant'anni fa, sulle coste
dell'America settentrionale e sulle vicine isole, vivevano in grande numero i
buoi muschiati, grossi e bellissimi ruminanti dal pelo lunghissimo e dalle
grandi corna. Sai perchè oggi questi ruminanti sono scomparsi?
- Perchè, tenente?
- Perchè il freddo è sceso a distruggere le praterie e questa è cosa quasi
recente. Io ho conosciuto un capitano il quale cinquant'anni fa cacciava le
balene, durante l'inverno, nella baia di Melville. Chi è l'audace baleniere che
oggi ardisce entrare d'inverno in quella baia?
- E nell'oceano antartico, la linea dei ghiacci si spinge pure sempre più
innanzi?
- Più che nell'oceano artico, Koninson. Colà si trovano dei ghiacci sopra il
50° parallelo e talvolta anche sopra il 45°, specialmente nel tratto di mare
compreso fra l'America del Sud e l'Australia.
- Che ciò dipenda dal raffreddarsi del nostro globo?
- Certamente. Ecco l'"iceberg"; guarda come è bello!
La montagna di ghiaccio era allora vicinissima al "Danebrog". Aveva la
forma di una piramide, un'altezza di oltre cento metri e una base di trecento. I
raggi del sole, riflettendosi sulle mille faccettine, la rendevano così
sfolgorante che a guardarla gli occhi provavano un acuto dolore.
Sulla cima di quel colosso, che il vento del nord spingeva verso la costa
americana, alcuni uccelli marini avevano piantato i loro nidi e mandavano acute
strida.
Tutto l'equipaggio del "Danebrog", quantunque abituato a simili
incontri, era salito in coperta a contemplare quel primo apportatore del freddo
che, colpito in pieno dal sole, scintillava come fosse un enorme diamante.
- Bello! - disse Koninson.
- Ma pericoloso - aggiunse il tenente.
Ad un tratto dalla sommità di quella montagna caddero dei frammenti di ghiaccio
che produssero sull'acqua un rumore analogo a quello delle goccie d'acqua.
Subito gli uccelli se ne volarono via mandando strida di spavento.
- L'"iceberg" si rovescia!- gridò mastro Widdeak. - Attento all'onda,
timoniere!
La montagna di ghiaccio, rosa alla base dall'acqua, stava per perdere il suo
equilibrio. Fu veduta oscillare da destra a sinistra per alcuni istanti, poi
tutto d'un colpo la sua vetta tracciò nell'aria una grande curva e l'intera
massa piombò nel mare con un cupo rimbombo. Sparve tutta, poi una grande punta
azzurra emerse fra un vortice di spuma, dapprima lentamente, indi con un balzo
repentino e ricadde sollevando un'ondata che fece piegare sul babordo il "Danebrog",
correndo poi ad infrangersi con indescrivibile violenza contro la costa
americana.
Per alcuni minuti la montagna, che presentava una punta assai aguzza, ondeggiò
spaventosamente, ora tuffandosi e ora risalendo, poi a poco a poco riprese
l'equilibrio e si allontanò verso sud sempre scintillante, sempre superba,
sempre gigantesca.
Quello stesso giorno di fronte alla baia Smith, altri due "icebergs",
ma di dimensioni più piccole, furono incontrati dal "Danebrog" che
navigava sempre in vista della costa americana, dietro le macchie oleose che
apparivano ancora numerosissime.
Il 21 la temperatura discese bruscamente a 7° sotto zero e il vento crebbe di
violenza diventando così freddo che i marinai furono costretti a indossare le
vesti d'inverno.
Verso il mezzodì il "Danebrog" entrava fra due lunghissime file di
"hummoks", piccoli ghiacci di pochi metri di altezza, staccati senza
dubbio da qualche campo di ghiaccio o da qualche grande "iceberg".
Erano cinque o seicento, arrotondati gli uni, aguzzi gli altri, o scabri, o
lisci, o screpolati, che si urtavano rumorosamente frangendosi e che ad ogni
istante perdevano l'equilibrio prendendo nuove forme. Il sole, battendovi sopra,
dava ad alcuni l'apparenza di zaffiri, ad altri di smeraldi, ametiste e diamanti
di grande splendore.
II "Danebrog" non provò gran fatica ad aprirsi il passo col suo
solido sperone di acciaio e spinto da un buon vento se li lasciò ben presto
tutti a poppa. Ma tre miglia più innanzi nuovi ghiacci apparvero, più solidi,
più grandi e più numerosi dei primi. Li capitanava un gigantesco
"iceberg" ai cui piedi nuotavano alcuni narvali, grandi pesci armati
da un dente lungo assai e molto aguzzo.
A rendere ancor più difficile la navigazione, scese dalla costa americana un
nebbione fittissimo, il quale in pochi istanti coprì il mare celando agli occhi
dei marinai i ghiacci.
- Hum! - mormorò il capitano che era diventato inquieto. - Se non procediamo
cauti, corriamo pericolo di rompere una costola al "Danebrog".
Fece prendere terzaruoli su quasi tutte le vele per diminuire la velocità della
nave, e mise alcuni uomini a prua con dei solidi buttafuori per respingere i
ghiacci che potevano danneggiare il bompresso.
Alle 5 del pomeriggio il nebbione era diventato così fitto che il timoniere non
distingueva più l'albero di trinchetto, e i gabbieri dalle coffe a gran fatica
discernevano la coperta del bastimento.
Una viva inquietudine si impadronì dell'equipaggio. Ognuno temeva l'incontro
improvviso di qualche "iceberg" che forse in quei momenti navigava a
poche gomene e fors'anche a sole poche braccia.
Di quando in quando agli orecchi degli uomini di guardia giungevano dei forti
cozzi, degli scricchiolii e dei colpi sordi come di ghiacci che, perduto
l'equilibrio, capitombolano e delle forti ondate venivano ad infrangersi contro
i fianchi del "Danebrog" il quale procedeva alla cieca.
Alle 10, dopo il tramonto del sole, a bordo non ci si vedeva più in là di
cinque passi.
- La cosa diventa seria assai! - disse Koninson al tenente. - Non si sa più
dove si va.
- Questo nebbione non durerà molto, fiociniere - rispose il signor Hostrup. -
Appena il sole risorgerà lo dileguerà, io vedrai.
- Ma prima di domani mattina...
- Taci!...
- Che avete udito?
- Qualche gran ghiaccio naviga presso di noi, Koninson. Non odi questo gridìo?
Il fiociniere tese gli orecchi trattenendo il respiro. Attraverso la fitta
cortina di vapori udì distintamente un acuto gridìo che lentamente si
avvicinava, indi un sordo muggito, come il rompersi di una grande ondata contro
una costa.
- Oh! Oh! - esclamò.
- Vedi nulla? - chiese il tenente.
- Nulla, signore, ma sento la presenza di un "iceberg". Gli uccelli
marini non si riuniscono in gran numero che attorno ad una balena morta o a un
grande ghiaccio.
- Attenzione, timoniere! - gridò il tenente. - E voi, ragazzi, pronti ai bracci
delle manovre.
Il capitano, che stava a poppa accanto al timoniere, accorse a prua. Quasi nel
medesimo istante a poche braccia dallo sperone apparve un debole chiarore.
- Un "iceberg"? - chiese Weimar.
- Sì, capitano! - rispose il tenente. - E se non m'inganno deve essere
colossale.
- Barra a babordo tutta, mastro Widdeakl - gridò il capitano.
A prua si udirono alcuni cozzi violenti seguiti da forti crepitii, poi un'onda
di considerevole altezza venne a spezzarsi contro lo sperone. Un centinaio di
uccelli marini fendette il nebbione e calò sulla nave, credendola forse, fra
quell'oscurità, il corpo di una balena.
- I buttafuori! I buttafuori! - gridò Weimar salendo sul bompresso per meglio
vedere.
Dieci marinai muniti di solidi spuntoni accorsero per respingere l'assalto del
formidabile nemico che li minacciava, ma d'improvviso furono rovesciati sulla
coperta. Un urto violentissimo era avvenuto a prua e il "Danebrog" era
stato respinto.
Un grido di spavento sfuggì da quasi tutti i petti. Un "iceberg" alto
almeno cento metri era sorto dinanzi alla nave dondolandosi spaventosamente.
- Tutti a prua, perdio! - urlò il capitano che non aveva perduto il suo sangue
freddo.
I marinai, risollevatisi prontamente, si slanciarono colà e spinsero fuori gli
spuntoni, alcuni dei quali si spezzarono contro l'"iceberg" che
continuava a oscillare formando alla sua base delle forti ondate.
Il "Danebrog", vigorosamente respinto, virò di bordo e scivolò lungo
i fianchi del ghiaccione. Tre volte fu toccato e tre volte i suoi pennoni
corsero rischio di spezzarsi e le sue murate di piegarsi, ma finalmente si
allontanò dirigendosi verso sud-ovest. Pochi istanti dopo l'"iceberg"
scompariva fra la nebbia.
IX
I FURORI DELL'OCEANO ARTICO
Tutta quella notte il "Danebrog" continuò a urtare contro i
ghiacci che di ora in ora diventavano più numerosi e più grandi e due altre
volte corse il pericolo di farsi schiacciare da due immensi "icebergs"
che non erano stati scorti a tempo e che gli erano passati a sole poche braccia,
a babordo l'uno ed a tribordo l'altro. Fortunatamente, come il tenente aveva
predetto, ai primi albori quelle fitte brume cominciarono a rompersi, lasciando
vedere qua e là dei tratti di mare ed i ghiacci che li coprivano. Sorto il
sole, si alzarono bruscamente formando in cielo una nuvola color del piombo, il
cui aspetto nulla di buono prometteva.
Uno splendido quadro apparve tosto all'equipaggio del vascello, che si trovava
tutto in coperta.
Fin dove giungevano gli occhi, il mare, che in quel momento era perfettamente
calmo, senza la più piccola ruga, appariva coperto di ghiacci che un superbo e
ancor caldo sole d'autunno faceva scintillare vivamente.
Qui si ergevano gli "icebergs" imponenti, aguzzi, brillanti come se
fossero di quarzo; là si alzavano delle piramidi stupende dalle pareti liscie,
tinte di un verde superbo alla base e fiammeggianti sulla cima; più oltre si
slanciavano arditamente in aria svelte colonne tutte infuocate dai raggi del
sole, e più oltre ancora punte aguzze, grandi arcate sotto le quali il mare
prendeva la tinta opaca della malachite alternata colle trasparenze dello
smeraldo, massi enormi che parevano di marmo incrostati di grandi opali e di
perle, strane cupole d'un azzurro magnifico, poi piccoli "streams" di
forme allungate, piccoli "palks" di forme circolari, dirupati "hummoks"
dai cui fianchi scendevano con lieve mormorio cascatelle d'acqua, poi altri
"icebergs" ancor più scintillanti, poi altre colonne fiammeggianti,
altri massi, altre cupole ed infine, lontano lontano, verso il nord, un gran
campo di giaccio, un vero "ice-fìeld", sopra cui splendeva quella
luce biancastra, acciecante, che sale fino alle nubi, che si vede a grandi
distanze e che i marinai chiamano "ice-blink".
Un silenzio perfetto, strano, regnava sopra quell'immensa distesa di ghiacci, e
due soli uccelli, due poveri gabbianelli, solcavano quella abbagliante
atmosfera, mandando di quando in quando un triste grido.
- Ventre di balena! - esclamò Koninson che, come il solito, si trovava vicino
al signor Hostrup. - È' uno spettacolo superbo, tenente.
- Non dico di no, ma sarei più contento se non l'avessi dinanzi agli occhi -
rispose l'ufficiale.
- Perchè, signore?
- Perchè questi ghiacci finiranno coll'unirsi e, se ci prendono in mezzo, per
il "Danebrog" sarà finita.
- Il nostro vascello ha un solido sperone.
- Ma i ghiacci avranno allora uno spessore tale da sfidare lo sperone di una
fregata di cinquemila tonnellate. E poi, non conti tu le pressioni?
- Le costole del "Danebrog" sono ancora salde, signore.
- Ma le pressioni sono formidabili, Koninson. Quando i ghiacci non trovano più
posto, stritolano irresistibilmente tutto ciò che impedisce loro di allargarsi.
E tu sai quanti vascelli colarono a picco completamente stritolati!.
- Ditemi, tenente, è proprio terribile la forza del ghiaccio?
- Immensa, fiociniere.
- E perchè?
- Per il semplice motivo che l'acqua, congelandosi, cresce di volume. Mi ricordo
d'aver veduto una palla di ferro che era stata riempita d'acqua e poi collocata
in una ghiacciaia ove il termometro segnava 4° sotto zero, scoppiare come se
fosse di vetro.
- Se me lo dicesse un altro non ci crederei, tenente.
- Io so che anche un cannone scoppiò.
- Un cannone!
- Sì, fiociniere, e aggiungerò che l'esperimento fu fatto da Huggens nel 1667.
Questo Huggens aveva riempito d'acqua un pezzo d'artiglieria di ferro, le cui
pareti avevano uno spessore di tre centimetri, poi l'aveva ben chiuso. Alla
notte l'acqua gelò e al mattino fu trovato il cannone spezzato.
- Corpo d'una balena!
- Anche il maggiore Edwards William nel 1784 fece degli esperimenti.
- Con altri cannoni?
- No, con bombe. Ne riempì otto che avevano il diametro esterno di 32
centimetri e una grossezza di parete di millimetri 0,038; le turò con tappi di
ferro solidamente trattenuti da lamine e le sottopose ad una temperatura che
variava fra i 19° e i 28° sotto zero. Sette bombe lanciarono in aria il
turacciolo e la ottava scoppiò. E nota, non tutta l'acqua racchiusa si era
gelata.
- Ora credo che una nave possa venire stritolata dalle pressioni dei ghiacci,
per quanto abbia le costole salde. Ditemi, tenente, quale densità ha il
ghiaccio?
- Gli scienziati, dopo lunghi studi, l'hanno determinata al valore medio di
0,918, a 0° di temperatura.
- Un'altra domanda, tenente. Perchè il mare gela solamente alla superficie? Se
il freddo è intenso dovrebbe gelare anche in fondo.
- Ora te lo spiego, curioso fiociniere. Quando la temperatura è scesa allo
zero, lo strato d'acqua superiore di un mare, di un lago o di un fiume,
raffreddandosi diventa più pesante rispetto agli altri strati che possiedono
ancora del calore e allora precipita in fondo. Il secondo strato, occupando il
primo posto, pure si raffredda e pure precipita, e così avviene pure di tutti
gli altri. Quando a tutti è stato sottratto il calore, il primo strato gela ed
essendo il ghiaccio un cattivo conduttore, impedisce o almeno ritarda molto il
congelamento degli altri. Ecco perchè difficilmente un mare gela dalla
superficie al fondo.
- Secondo questa vostra teoria, i mari più profondi gelerebbero meno facilmente
degli altri.
- Certo, Koninson.
- Ditemi, tenente, quale è la più bassa temperatura a cui gela l'acqua?
- Secondo le ultime osservazioni questa temperatura sarebbe di 12 centesimali
sotto zero per l'acqua limpida e tranquilla.
- L'acqua del mare, che è salata, si solidifica meno facilmente di quella dei
laghi e dei fiumi?
- Sì, perchè prima deve separarsi dai sali. Oh!, cosa vedo!
- Cosa mai? - chiese Koninson, curvandosi sulla murata e gettando uno sguardo
sul mare.
- Ancora le macchie oleose.
- Siamo adunque sulle traccie delle balene. Ah!, se venissero a tiro del mio
rampone!
Il tenente non si era ingannato. Dinanzi alla prua del "Danebrog"
erano ricomparse le macchie oleose che il nebbione aveva fatto smarrire.
La bella nuova fu tosto recata al capitano, il quale ordinò tosto di seguirle
per quanto lo permettevano i ghiacci, che erano sempre numerosissimi.
Disgraziatamente non lo dovevano che per un breve tratto. Già da alcuni minuti
la nuvola formatasi in cielo si era dilatata prendendo una tinta più fosca e
minacciando di coprire il mare con un nebbione pari, se non maggiore, a quello
del dì innanzi.
Ben presto la costa americana, che non distava più che sei o sette miglia,
scomparve, poi si coprì pure il sole. La nube continuò a scendere qualche ora
dopo e finalmente si trovò a breve distanza dalla superficie del mare che aveva
perduto la sua brillante tinta verdastra.
A mezzodì un vento freddissimo cominciò a soffiare dal nord, abbattendo non
pochi ghiacci male equilibrati e mettendo in movimento tutti gli altri con
grande pericolo del "Danebrog" che poteva venire schiacciato.
Tutto all'ingiro s'udirono allora tonfi, scoppi violenti e cozzi formidabili che
diventavano, quanto più il vento cresceva, sempre più forti.
Alle 2 il mare presentava uno spettacolo spaventevole. Lunghe ondate, come se
fossero mosse da una forza misteriosa, correvano da nord a sud, colle creste
coperte di candida spuma, accavallandosi disordinatamente e lanciando in aria
giganteschi sprazzi che il vento tosto disperdeva e polverizzava.
Sulle loro cime o nei loro avvallamenti, gli "icebergs", gli "hummoks",
i "palks" e gli "streams" si dondolavano spaventosamente,
ora tuffandosi ed ora tornando a galla; si urtavano furiosamente struggendosi
reciprocamente e, lanciando ovunque frammenti, si rovesciavano facendo fuggire
con acute strida gli uccelli marini che avevano piantato nei crepacci i loro
nidi. Guai se uno di essi avesse urtato, con quell'impeto, i fianchi del
vascello!
I marinai, pallidi, col terrore negli occhi, seguivano attentamente i balzi
disordinati di quelle montagne e ogni qualvolta una di esse minacciava di
portarsi presso il vascello, sporgevano i buttafuori onde possibilmente
respingerla.
Alle 3, quando l'oscurità era maggiore, cominciò a cadere attraverso il
nebbione una neve fitta che in pochi minuti coperse i ghiacci, la tolda e gli
attrezzi del "Danebrog". Il freddo scese quasi tutto d'un colpo di
altri 8 gradi!
- L'affare diventa serio assai! - disse il tenente a Koninson. - Corriamo il
pericolo di venire sfracellati.
- E l'oscurità cresce sempre - disse il fiociniere, masticando rabbiosamente un
mozzicone di sigaro. - Un gran brutto navigare è il nostro, con tutti questi
ghiacci che pare abbiano una voglia matta di fare del "Danebrog" una
frittata. Vedete la costa americana, signor Hostrup?
- No, Koninson, e anche quella costa mi dà assai da pensare. Possiamo trovarci
da un istante all'altro dinanzi a una delle numerose isole o scogliere che la
cingono..
In quell'istante, tra i fischi del vento e i muggiti delle onde, si udì mastro
Widdeak gridare con accento di terrore:
- Abbiamo un "iceberg" a prua!
Il capitano, il tenente e Koninson, malgrado i violentissimi beccheggiamenti del
vascello, si slanciarono colà. A mezza gomena appena, attraverso il nebbione,
si vedeva scintillare una gran montagna di ghiaccio la quale, urtata da tutte le
parti dalle onde, pareva fosse lì lì per capovolgersi.
- Vira, timoniere! - urlò il capitano. - Tutti ai bracci delle manovre!
Il "Danebrog", che non era più che a venti o a trenta passi
dall'"iceberg", virò prontamente sul posto, ma ricevette sul fianco
tale colpo di mare che lo fece quasi rovesciare sul tribordo. Quasi nel medesimo
istante si udì ancora mastro Widdeak urlare:
- Bada, timoniere! Un altro "iceberg" dinanzi la prua!
Infatti, dritto l'asta di prua, era improvvisamente apparso un altro
"iceberg" e questo ancora più grande del primo. Era una specie di
colonna alta almeno cento metri e grossa quasi altrettanto.
- Siamo proprio circondati? - gridò il capitano con ira.
Si slanciò alla ruota del timone, e mentre i marinai, ad un comando del
tenente, si portavano tutti a prua armati dei buttafuori, diresse la nave in
modo da passare fra le due montagne che erano distanti appena due gomene l'una
dall'altra, manovra quanto mai pericolosa, poichè potevano proprio in quel
momento perdere l'equilibrio e sfracellare il "Danebrog" assieme a
tutti quelli che lo montavano.
- State in guardia, capitano! - gridò il tenente, appena vide la nuova
direzione presa dalla nave. - Gli "icebergs" non mi sembrano bene
equilibrati.
- Non temete, tenente! - rispose il capitano con voce ferma. - Che nessuno
abbandoni i buttafuori!
Il "Danebrog", spinto dal vento e dalle onde e guidato dalla ferrea
mano del capitano Weimar, si avvicinò rapidamente alle due montagne le quali,
violentemente urtate dalle acque che muggivano e rimuggivano, balzando e
rimbalzando, oscillavano spaventosamente minacciando di urtarsi e di
capovolgersi.
Non mancavano più che poche decine di metri, perchè il "Danebrog"
giungesse al pericoloso passo, quando dall'"iceberg" più grande
caddero in mare parecchie centinaia di ghiacciuoli, ciò che indicava che stava
per perdere l'equilibrio.
Un urlo di terrore si alzò sul ponte della nave; i marinai che si erano
raggruppati a prua, lasciarono il posto precipitosamente, gettando via i
buttafuori. Alcuni si slanciarono verso le baleniere, ritenendo ormai imminente
una catastrofe.
Il tenente, che era rimasto intrepidamente sul castello di prua, si gettò in
mezzo ai fuggiaschi alzando minacciosamente il buttafuori che teneva in mano.
- Ai vostri posti! - urlò.
- Il primo che pone una mano sulle baleniere lo ammazzo come un cane! - tuonò
dal canto suo il capitano, che si teneva aggrappato alla ruota del timone. -
Tutti a prua o siamo perduti!
Koninson primo, mastro Widdeak secondo, poi tutti gli altri riguadagnarono i
posti assegnati. Era tempo! Il "Danebrog" si era cacciato fra le due
montagne di ghiaccio e una di queste, portata innanzi da un'onda, minacciava di
spezzare i pennoni e le murate.
I marinai, quantunque il terrore li agghiacciasse, ubbidirono di comune accordo.
L'"iceberg" che avanzava sempre rollando spaventosamente, tutto d'un
tratto s'inclinò verso la nave che gli passava di fianco ratta ratta e
sfracellò i buttafuori mandando a terra gli uomini che li stringevano. Per la
seconda volta i marinai abbandonarono i loro posti fuggendo a tribordo. Il
capitano Weimar gettò un vero ruggito e il tenente, malgrado tutto il suo
coraggio, impallidì. Entrambi credettero che questa volta pel "Danebrog"
fosse proprio finita.
Un'altra onda avvicinò di più la montagna di ghiaccio. Un pennone, quello di
maestra, che sporgeva assai fuori dal bordo, fu smussato da un blocco di
ghiaccio staccatosi dalla cima dell'"iceberg"
- Si salvi chi può! - urlarono alcuni marinai, che avevano perduto
completamente la testa.
- Fermi! Fermi! Passiamo! - tuonò il capitano Weimar sempre ritto dietro la
ruota del timone.
Il "Danebrog", trasportato dal vento che soffiava con forza
irresistibile, filava come una rondine marina quasi strisciando sul fianco della
montagna. Due volte toccò, ma finalmente uscì dal pericoloso passo e si
slanciò sulle onde furenti lasciandosi addietro i due "icebergs", i
quali in brevi istanti scomparvero nel nebbione.
Un grido di gioia s'alzò fra l'equipaggio, unito al grido di: "Viva il
capitano"!
Ma quel grido cessò quasi subito. Uno strano e formidabile fragore si era
improvvisamente udito verso sud-est. Pareva che l'oceano si rompesse contro una
costa che il nebbione non permetteva di vedere.
- Tenente Hostrup! - gridò il capitano che aveva pure udito quel lungo muggito.
- Cosa abbiamo dinanzi a noi? La costa americana forse?
Il tenente salì sul castello di prua e guardò attentamente dinanzi, a babordo
e a tribordo, ma altro non vide che furiosi marosi i quali trascinavano nei loro
disordinati movimenti ghiacci di ogni dimensione, sfracellandoli gli uni contro
gli altri. Si curvò più che potè verso l'acqua e tese attentamente gli
orecchi. Fra i fischi del vento e i cozzi dei ghiacci udì distintamente un
sordo muggito.
- Sì, capitano - gridò. - Noi abbiamo vicina la costa o una scogliera.
- Tutti ai bracci delle vele pronti a virare! - comandò il capitano,
Il "Danebrog" per dieci minuti tirò innanzi, sempre orribilmente
sballottato dalle onde, che saltavano sopra le murate inondando la tolda da prua
a poppa. Ad un tratto, a breve distanza apparve una spuma biancastra e il
muggito poco prima udito divenne così intenso da credere che la costa o le
scogliere fossero a poche gomene. Il capitano Weimar stava per dare il comando
di virare, quando avvenne un leggero cozzo che arrestò subito la marcia del
"Danebrog".
Il tenente e Koninson corsero a prua e si issarono, per meglio vedere, sul
bompresso. Quasi subito avvenne un secondo urto e questa volta così forte da
rovesciare tutto l'equipaggio. Una montagna d'acqua, varcate le murate, si
precipitò sulla tolda atterrando tutto ciò che incontrava.
Tra i fischi del vento ed i muggiti delle onde s'udirono due grida d'aiuto, poi
più nulla. Quando i caduti si rialzarono, il "Danebrog" galleggiava
ancora, ma due uomini mancavano. Il tenente Hostrup e il fiociniere Koninson,
che al momento dell'urto si trovavano sull'albero di bompresso, erano stati
trascinati via dal colpo di mare!
X.
LA SCOGLIERA
L'uragano non cessava un solo momento, anzi tendeva a diventare ancora più
terribile. Un vento indiavolato, irresistibile, spazzava senza posa l'oceano ora
fischiando e ora muggendo, lacerando il nebbione e sconvolgendo le acque che
s'alzavano in forma di montagne, urtandosi con mille muggiti. I ghiacci, che
pareva crescessero ad ogni istante di numero, orribilmente scrollati, perdevano
ad ogni tratto l'equilibrio, si sprofondavano, tornavano a galla, si
rovesciavano ora su un fianco e ora sull'altro e si frantumavano con scoppi
paragonabili a quelli delle folgori o delle artiglierie.
In mezzo a tutti quei fragori, che diventavano ognora più intensi, di quando in
quando si udiva un grido gutturale seguito da un fischio acuto, tagliente, che
non era prodotto nè dal vento, nè da alcun abitante dell'oceano, ma che pure
pareva uscisse dalle onde. Quel grido e quel fischio erano emessi da Koninson.
Il fiociniere, strappato dal bompresso dal colpo di mare che aveva rovesciato
l'equipaggio, era stato portato subito lontano dal "Danebrog" in mezzo
agli elementi scatenati, prima che avesse avuto il tempo di aggrapparsi alle
corde e di chiamare aiuto.
Il povero giovanotto, quantunque abituato fino dall'infanzia ai freddi intensi
delle regioni polari e quantunque fortissimo nuotatore, nel trovarsi tutto d'un
colpo immerso in quelle acque ghiacciate e fra quelle onde di cui alcune
superavano in altezza quindici metri, aveva perduta la testa e aveva bevuto
parecchio, ma ben presto aveva riacquistato il suo sangue freddo e con un
vigoroso colpo di tallone era risalito a galla girando attorno uno sguardo colla
speranza di rivedere il "Danebrog". Ma ahimè! Il vascello, spinto dal
vento che soffiava con crescente furia, era ormai scomparso nel fitto nebbione.
Provò una stretta al cuore; si credette per sempre perduto.
Lanciò due o tre grida di aiuto, ma furono soffocate dalle urla del vento, dai
muggiti delle onde e dai cozzi dei ghiacci.
- È finita - mormorò, battendo i denti per il freddo e per il terrore. - Che
fare ora? Dove dirigersi?
Ad un tratto si ricordò dell'urto avvenuto e dei muggiti che avevano segnalato
la vicinanza di una costa o per lo meno di una scogliera. Tese gli orecchi e
alla sua destra udì ancora rompersi le onde e aguzzando gli occhi vide una
lunga distesa di spuma biancastra.
- Animo, Koninson - disse. - La terra è vicina, cerchiamo di guadagnarla. Poi
vedremo ciò che si potrà fare.
Ringagliardito dalla speranza, si mise a lottare contro le onde che l'assalivano
da tutte le parti, ora spingendolo a destra, ora a sinistra, ora innanzi ed ora
indietro, ora portandolo a grande altezza ed ora precipitandolo in profondi
baratri dai quali usciva a prezzo di immani fatiche. E malgrado ciò, nella
previsione che qualche suo compagno fosse stato pure strappato dalla tolda della
nave, gettava di quando in quando un grido ed un fischio.
Aveva percorso circa cento metri verso sud, cioè verso il luogo ove l'oceano si
rompeva con furia estrema, quando dall'alto di un'onda vide a breve distanza
degli oggetti neri apparire fuori dell'acqua.
- Tò! Dei rottami! - esclamò. - Che il "Danebrog" sia andato a
picco? Dio non lo voglia!
Si rimise a nuotare con disperata energia, cercando di evitare i ghiacci che
potevano stritolargli la testa o sfondargli le costole e risalì un'altra onda.
Anche questa volta, attraverso la nebbia, scorse degli altri oggetti neri,
somiglianti a punte aguzze e contro i quali l'oceano si frangeva.
- La costa! - esclamò. - Quelli là sono scogli! Ah se potessi approdare senza
sfracellarmi! Forse...
Non terminò la frase. Fra i muggiti delle onde aveva udito distintamente un
fischio acuto e poi un grido umano.
- Ho un compagno vicino? - si chiese.
Con un colpo vigoroso si sollevò sull'onda e guardò attentamente innanzi a sè,
ma nulla vide. Allora gettò un grido altissimo e si arrestò trattenendo il
respiro e tendendo gli orecchi.
Nessuno rispose alla sua chiamata.
- Mi sono senza dubbio ingannato - mormorò. - Io solo sono stato strappato
dalla tolda del "Danebrog". Animo, ragazzo, e attento agli scogli!
Quantunque il freddo a poco a poco gli irrigidisse le membra e le vesti,
diventate pesantissime, lo impacciassero assai, continuò ad avanzare. Ad un
tratto, in un momento in cui il vento taceva, udì il fischio di prima.
- Chi fischia? - gridò con quanta voce aveva in petto.
- Ohè! Del "Danebrog"! - gridò una voce poco lontana.
- Ma dove siete? - chiese Koninson, dibattendosi gagliardamente contro le onde
che minacciavano di trascinarlo verso un masso di ghiaccio.
- Qui, che bevo allegramente! - rispose la voce di prima. - Ma chi siete voi? Un
marinaio del "Danebrog" forse?
- Sono Koninson, il fiociniere del "Danebrog". Uno scroscio di risa si
udì fra i fischi del vento. Koninson sbarrò gli occhi.
- Si ride con questo freddo e questo mare indiavolato! - esclamò. - Ma chi
siete voi?
- Ehi, ragazzo, poggia un pò che il tuo tenente ti aspetta, - disse la voce.
- Siete voi, signor Hostrup?
- In carne e ossa, fiociniere.
- Anche voi strappato dal "Danebrog" da quella dannata ondata?
- Sì, fiociniere. Avvicinati che ti aspetto, ma sbrigati perchè la gran tazza
bolle orribilmente.
Koninson, facendo sforzi disperati, si avanzò nella direzione onde aveva udita
la voce e poco dopo si trovò a pochi passi dal tenente Hostrup, il quale
nuotava tranquillamente come si fosse trovato in un lago, anzichè in un mare
furibondo.
- Ah! Quale consolazione provo nel vedervi, signore! - disse Koninson,
avvicinandoglisi.
- Briccone! Bella consolazione trovarmi in mezzo a queste onde che mi pestano e
mi gelano le carni. E del "Danebrog". cos'è successo?
- Non ne so più di voi, signor Hostrup. Dopo che fui portato via non lo vidi
più.
- Che sia andato a picco? Mi ricordo di un urto violentissimo.
- Non è possibile. Il "Danebrog" ha le costole dure e poi non sarebbe
scomparso tutto d'un colpo.
- Speriamo, Koninson, che si sia messo in salvo. Ma chissà mai dove lo ha
portato l'uragano e se a bordo si sono accorti subito della nostra scomparsa!
- Credete che tornerà a cercarci?
- Ne sono certo, ma quando il mare e il vento si saranno calmati.
- E intanto cosa faremo noi?
- Guadagneremo la scogliera che ci è vicina.
- E là moriremo probabilmente di freddo e di fame.
- Dietro la scogliera vi sarà la costa americana, Koninson, ne sono certo. Sei
stanco?
- Stanco no, ma ho le membra quasi irrigidite e le vesti così pesanti che
fatico assai a mantenermi a galla. Ah, se potessi levarmele di dosso!
- Non farlo, Koninson. Come resisterai dopo a questo freddo?
- Ma se non troviamo da asciugarci...
- Bah! Sulla costa americana gli alberi non mancano.
- Ma chi li accenderà?
- Ho la mia pipa e il mio tabacco, Koninson, e tu sai che assieme a queste due
cose va sempre unito l'acciarino.
- E anche un pezzo d'esca, spero.
- Nella mia scatoletta ho anche l'esca. Ora bada a non romperti le costole
contro la scogliera; siamo a meno di una gomena dai primi scogli. Avanti,
fiociniere!
I due disgraziati marinai del "Danebrog", ora avvicinati in modo da
urtarsi, ed ora separati violentemente, si diressero verso la scogliera che,
come sì disse, era vicinissima. Ben presto entrarono in mezzo ad una
candidissima spuma piena di ghiacciuoli così acuti che laceravano le membra.
Qui le onde si frangevano e si rifrangevano con tale furore contro gli scogli,
che i due nuotatori si trovarono grandemente imbarazzati a mantenersi a galla.
C'erano dei momenti che entrambi scomparivano.
- Coraggio, fiociniere! - gridò ad un tratto il tenente che non perdeva,
malgrado tutto quel diavolìo, la sua abituale flemma. - Attento alle punte!
- Ho paura! - disse Koninson battendo i denti. - Questi muggiti mi fanno perdere
la testa.
- Calma e coraggio, Koninson.
- Verremo stritolati, tenente. Guardate che punte aguzze.
- Nuota contro corrente, fiociniere. L'onda ci spingerà egualmente a terra.
Erano allora a sole cinquanta braccia dalla scogliera, le cui punte nere e
sottili, al solo vederle, mettevano i brividi. L'oceano, frangendosi contro,
produceva un baccano orribile: erano spaventevoli muggiti, scoppi violenti che
parevano colpi di cannone, scricchiolii, fischi, cozzi. Colonne d'acqua si
slanciavano furiosamente in alto e ricadevano con incredibile violenza rompendo
le ondate, le quali talora, chissà mai per qual causa, formavano dei vortici e
gran numero di ghiacci si frantumavano scagliando ovunque i loro pezzi, di cui
parecchi di non piccole dimensioni.
Un mezzo minuto più tardi i due nuotatori assordati, pesti, acciecati e mezzi
soffocati, erano quasi sopra gli scogli. Un'onda li sollevò a prodigiosa
altezza, e dopo averli furiosamente scossi, li trascinò sopra le punte aguzze
scagliandoli impetuosamente contro una rupe che usciva parecchi metri fuori da
quelle acque irritate. Si udirono, fra i muggiti dell'oceano e i cozzi dei
ghiacci, due grida, poi più nulla. Erano stati sfracellati sul colpo?
Per alcuni istanti la scogliera apparve deserta, poi fra la spuma che la copriva
incessantemente, apparve una forma umana: era il tenente Hostrup. S'alzò quanto
era lungo aprendo ben bene le gambe per non venire portato via dal mare, si
tastò lentamente le costole, poi le gambe, indi le braccia, poi starnutò
sonoramente.
- Nulla di rotto! - disse, con una certa compiacenza. - Per Bacco! C'è qualcuno
che mi protegge. Ma quel povero ragazzo, dov'è cacciato?
Gettò uno sguardo all'intorno ed a pochi passi vide un uomo dibattersi contro
le onde.
- Ehi, Koninson, coraggio, ragazzo mio, e, se hai nulla di rotto, alzati,
- Ah, mio tenente! - esclamò il fiociniere, battendo i denti per il freddo e
per l'emozione. - Che brutto approdo!
- Sei intero?
- Sì, ma tutto ammaccato.
- Poco di male, allora. Vieni, amico, cerchiamo di guadagnare un pezzo di terra
meno umida e meno fredda. Brr!... Ancora dieci minuti e noi geleremo.
Koninson si strinse addosso i panni che sgocciolavano da tutte le parti e,
aggrappandosi alle sporgenze delle roccie, lo raggiunse.
- Cosa facciamo? - chiese.
- Laggiù attraverso la nebbia, non ti sembra di vedere una massa, oscura alla
base e biancastra alla cima?
- Sì, tenente.
- Che sarà?
- La costa americana.
- Tale è anche la mia opinione. Ragazzo mio, bisogna farsi animo e
raggiungerla.
- Ma questa scogliera mi pare isolata.
- Torneremo a saltare in acqua.
- Con questo freddo?
- Ci scalderemo prima.
- A qual fuoco?
- Non parlare di fuoco ora. Bisognerà accontentarsi di un esercizio violento.
Imitami, Koninson.
Così dicendo il tenente si era messo a saltare come una capra agitando
pazzamente le braccia Koninson comprese che solamente quella bizzarra ginnastica
poteva arrestare il gelo che a poco a poco gli irrigidiva le membra.
- Ora che le braccia e le gambe funzionano discretamente bene, andiamocene! -
disse il tenente dopo un quarto d'ora. - Spicciamoci, Koninson, e bada di
tenerti vicino a me.
- Non ci fracasseremo le costole questa volta?
- Speriamo che la costa abbia un pendio più dolce e sia priva di scogli.
Attraversarono la scogliera che misurava dieci o dodici metri di larghezza su
venticinque o trenta di lunghezza e scesero dall'altra parte. Ivi il mare era
più tranquillo, ma un gran numero di ghiacci lo ingombravano e tutti coperti da
un alto strato di neve.
Koninson si arrestò indeciso,
- Farà un freddo terribile lì dentro!- disse.
- La traversata durerà poco, fiociniere - rispose il tenente. - Non abbiamo che
sei o settecento metri da percorrere.
- E se quei ghiacci ci pigliano in mezzo e ci schiacciano la testa?
- Cercheremo di evitarli. Orsù, non tardare un secondo di più, Koninson, se ti
preme la pelle. Guarda, la scogliera sta per essere spazzata da quell'onda
mostruosa. Coraggio, fiociniere, che Dio non ricuserà di aiutarci.
Il tenente saltò in acqua per il primo; Koninson, dopo un pò di esitazione, lo
seguì. Credettero tutti e due di morire gelati tanto quell'acqua era fredda, ma
si fecero animo e ricominciarono a nuotare affrettando i movimenti.
- Tene...nte - balbettò Koninson. - Mi... pare che... mi si schiacci... il
petto...
- Nuota... forte, fiociniere... La costa non è lontana.
- Auff... ne ho... per una settimana e...
- Sta zitto... conserva le... tue forze...
Ansando, rantolando, l'uno vicino all'altro, i due disgraziati avanzavano verso
i ghiacci che pareva volessero ostruire il passo. Ben presto si trovarono fra
due "palks" di non piccole dimensioni i quali dondolavano
perpendicolarmente scricchiolando ad ogni colpo. Il tenente si cacciò
arditamente nel canale da essi formato, spintovi anche dalle onde che, superata
la scogliera, correvano ad infrangersi verso la costa, la quale era difesa da un
grande banco tagliato in forma di sperone. Koninson lo seguì.
Passato il canale, si cacciarono entro un altro formato da due piccoli "icebergs",
dalle cui cime cadevano ad ogni istante pezzi di ghiaccio così sottili e acuti
che parevano lame di coltelli. Più di uno cadde addosso ai nuotatori, lacerando
le loro casacche.
Dopo dieci buoni minuti giunsero finalmente ad una sola gomena dal banco di
ghiaccio. Dietro a questo appariva confusamente, fra il nebbione, la costa che
era senza dubbio quella americana. Era alta, dirupata, coperta da uno strato di
neve e, a quanto pareva, deserta. Però sulla cima di quelle rupi, il tenente
credette di vedere delle piante.
- Co...rag...gio, Koni...nson! - balbettò.
- A...van...ti - rispose il fiociniere, che non ne poteva proprio più e che
aveva le braccia paralizzate.
Fecero un ultimo e disperato sforzo e si avvicinarono ancor più.
Finalmente un'onda li prese e li portò abbastanza tranquillamente sul banco di
ghiaccio ove rotolarono senza forze e irrigiditi, in mezzo alle nevi ed ai
ghiacciuoli.
Erano allora le 6 del mattino.