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I pescatori di balene/3
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XIX
CACCIA AI BUOI MUSCHIATI
A quale punto della costa americana erano giunti i due audaci balenieri? Era
impossibile saperlo, ma secondo i loro calcoli dovevano trovarsi fra l'Yucon,
grande fiume che sbocca verso l'ovest, e il Makenzie, altro grande fiume che
sbocca all'est. Del resto nè il tenente nè il fiociniere per il momento si
preoccupavano di ciò; a loro bastava di essere giunti a quella costa tanto
sospirata e che per loro era la salvezza.
Forse molto cammino dovevano ancora percorrere e forse molti pericoli dovevano
ancora affrontare, ma che importava? L'America era lì, a pochi passi di
distanza, e non chiedevano di più. In seguito avrebbero pensato a raggiungere
qualche tribù di eschimesi o d'indiani o meglio ancora qualcuno degli
stabilimenti che la Compagnia della Baia d'Hudson fondò in gran numero in
quella regione, per il commercio delle pelliccie.
Ansiosi di porre i piedi su quella terra così miracolosamente e quasi senza
fatica raggiunta, non perdettero un solo istante e, attaccatisi alla slitta con
una lunga correggia, si spinsero risolutamente innanzi.
Disgraziatamente il cammino non era più facile. Il ghiaccio, sconvolto e
sollevato dagli urti degli "icebergs", dei "palks" e degli
"streams", presentava per ogni dove larghi crepacci o punte aguzze e
scricchiolava in modo inquietante come se fosse sempre lì lì per aprirsi. La
slitta, non trovando modo di scivolare su quel terreno irregolare e malfermo,
ora si sprofondava ed ora si rovesciava facendo andare in bestia il fiociniere
il quale sudava, quantunque il termometro segnasse ancora 12° sotto lo zero.
Non fu che alle 8 che i due balenieri stanchi, colle vesti lacerate dalle punte
dei ghiacci e le scarpe assai malandate, poterono raggiungere la cima della
sponda americana.
I loro sguardi percorsero ansiosamente il paese che si stendeva a loro dinanzi,
colla speranza di scoprire qualche capanna o qualche colonna di fumo che
segnalasse la presenza di una creatura umana, ma invano.
La regione era assolutamente deserta e desolata. Una pianura coperta di ghiacci
e di nevi, frastagliata da piccoli laghetti gelati e da crepacci profondi,
s'apriva dinanzi a loro, chiusa verso sud da alcune montagne che sembravano
dirupate e molto difficili a scalarsi e le cui vette sparivano dentro una fitta
nebbia.
Qualche meschina pianticella, dei miseri salici artici non più alti di venti
centimetri, qualche macchia di licheni detti di "roccia trippa" e un
pò di muschio apparivano qua e là sulla bianca distesa di neve, ma nessuno di
quei "settlements" che s'incontrano talvolta in mezzo a quei deserti
delle terre d'Hudson, nessun villaggio di eschimesi, nessuna capanna e nessun
animale.
- Era brutto il nostro banco di ghiaccio, ma questa costa non mi sembra
migliore! - disse Koninson.
- Credevi forse di riposare in un soffice letto stasera? - chiese il tenente
ridendo.
- No, ma credevo di vedere qualche volto umano.
- Ne vedremo e fra non molto forse.
- Ma più a sud.
- E perchè più a sud? Forse che gli eschimesi hanno paura del freddo per
spingersi fin qui? Essi salgono molto più a nord e mi ricordo che alcuni furono
trovati così lontani dalle terre abitabili da ignorare l'esistenza di altri
popoli. James Ross, per esempio, che nel 1818 intraprese una campagna polare,
trovò una tribù di questi strani individui al 78° di latitudine, in un lembo
di terra da tutti ignorato e che da secoli e secoli vivevano credendo di essere
i soli rappresentanti della razza umana. Vedi bene che non hanno paura di
spingersi verso nord.
- E chi li aveva condotti là?
- Chi può saperlo? Forse in un'epoca assai lontana una piccola tribù era
emigrata fino a quella elevata latitudine.
- Ditemi, signor Hostrup, da dove si crede che siano venuti gli eschimesi?
- Dirlo sarebbe molto difficile, ma si suppone, e con ragione, che siano venuti
dall'Asia.
- Infatti mi sembra la via più breve e la più facile, esistendo fra i due
continenti il lungo arcipelago delle isole Aleutine. Ed è molto tempo che
questo popolo si conosce?
- Si conosceva prima ancora che Cristoforo Colombo scoprisse l'America.
- Eh? - fè Koninson, al colmo della sorpresa.
- Sì, fiociniere, ciò che dico è vero; ma non intendo con ciò scemare il
grande merito spettante al celebre navigatore italiano, poichè se si sapeva che
esistevano verso nord delle terre abitate, non si sapeva che all'occidente
dell'Europa esistesse l'America.
- E chi furono i primi navigatori ad avere relazioni con quei figli delle nebbie
e dei ghiacci?
- Gli Scandinavi, che fino dal secolo IX si spinsero verso nord fondando colonie
nell'Islanda e nella Groenlandia.
- Avevano dell'audacia, i nostri vecchi!
- Infatti ne ebbero molta, poichè non si accontentarono di sbarcare in
Groenlandia, ma si spinsero più oltre verso l'occidente sbarcando su di una
costa che pare fosse l'attuale Labrador e dove fondarono ricche e numerose
colonie.
- Fino nel Labrador? Ma se oggi è un vero deserto di ghiaccio, appena abitabile
dagli eschimesi!
- Oggi sì, ma pare che in quei tempi godesse un clima abbastanza mite, tanto è
vero che vi cresceva la vite e appunto per questo chiamarono quella terra
Vinlandia, ossia "terra del vino".
- E come scomparvero quelle colonie?
- Non lo si sa. Nei primi anni della scoperta della Vinlandia molti Scandinavi
s'imbarcarono per quel paese e anche molti Islandesi, fondando su diversi punti
della costa grandi stabilimenti e mandando in Europa molti vascelli carichi di
pelliccie; poi, a poco a poco le relazioni coll'Islanda e coi paesi scandinavi
si rallentarono, finchè cessarono totalmente, forse a causa dei ghiacci che
sempre più scendevano verso sud, forse per altre cause che restarono per sempre
ignote. Il fatto è che tutte quelle colonie, un tempo così fiorenti,
disparvero senza lasciar traccie. Anzi, taluni opinano che la Vinlandia non
fosse il Labrador, ma l'isola di Terra Nuova; così incerte sono le memorie
lasciate da quegli intrepidi naviganti e coloni.
- Che siano stati tutti uccisi dagli eschimesi?
- Non si sa, Koninson. Fors'anche dalla fame causata dal crescente freddo
apportato dai ghiacci che distrusse i loro raccolti, forse da guerre civili,
forse da qualche epidemia e, potrebbe anche darsi, dagli eschimesi.
- E non potrebbero essersi invece fusi cogli eschimesi?
- È possibile; anzi, molti scienziati sono del tuo parere, poichè è stato
più volte osservato che talune tribù eschimesi sotto i loro strati di olio e
di pittura hanno la pelle bianca. Ma lasciamo lì gli eschimesi e pensiamo ad
accamparci. Domani, se il tempo, lo permetterà, ci dirigeremo verso quella
catena di monti che chiudono l'orizzonte meridionale.
- E poi? - chiese Koninson.
- Poi continueremo ad avanzare verso sud finchè incontreremo il Porcupine.
Quando saremo là, penseremo a raggiungere il fiume Makenzie e quindi il lago
del Grand'Orso.
- Perchè andremo fino a quel lago?
- Perchè là appunto si trova un forte della Compagnia della Baia d'Hudson.
- Allora ci andremo. Le nostre gambe sono buone malgrado la lunga prigionia
subita in quella dannata capanna. Ora accampiamoci e mettiamo sotto i denti
qualche cosa, poichè mi sento una fame diabolica.
Staccarono la vela dalla slitta, rizzarono una specie di tenda sostenuta
dall'albero e dal pennoncino e coprirono il suolo colle pelli che avevano
portato con loro per ripararsi dal freddo e combattere l'umidità.
Koninson, accesa la lampada, fece bollire un pò di pesce secco mescolandovi dei
fagiuoli, gli ultimi che ancora possedeva, e quando tutto fu pronto invitò il
tenente al magro desco. Dopo una fumata, turarono per bene la tenda e si
coricarono cercando di addormentarsi.
Avevano appena chiuso gli occhi che udirono, a breve distanza, un lungo urlo che
aveva un non so che di lugubre.
- Che razza di bestia si avvicina? - chiese Koninson, allungando la destra verso
il suo fucile.
- Mi pare che fosse l'urlo d'un lupo! - disse il tenente, punto spaventato.
- Brutta compagnia, signor Hostrup. Forse che quei famelici animali si spingono
fin sulle rive dell'oceano artico?
- Nella buona stagione s'incontrano anche su queste coste. Probabilmente hanno
fiutato l'odore del nostro pasto e si sono affrettati a dirigersi a questa
volta. Metti fuori il capo e guarda.
Koninson alzò la tela e strisciò all'aperto portando con sè il fucile.
Un grande lupo dal mantello grigio urlava verso alcuni grossi animali assai
villosi, che per le loro forme somigliavano ai buoi e che passavano ad un
chilometro di distanza dirigendosi verso la catena di monti.
- Signor Hostrup, uscite, uscite! - esclamò egli. - Vedo dei buoi.
- Dei buoi? - disse il tenente. - Sei pazzo, giovanotto mio?
- No, no, affrettatevi che se ne vanno.
Il tenente uscì e dovette proprio convincersi che Koninson non aveva del tutto
torto.
- Sono buoi muschiati - disse, dopo aver attentamente guardato i ruminanti che
galoppavano rapidamente verso sud. - E sono molti.
- Una ventina per lo meno - aggiunse Koninson. - Sono buoni da mangiare?
- Sì, fiociniere.
- Che appartengano a qualche tribù di eschimesi?
- No, non vivono che allo stato selvaggio e s'incontrano di rado, poichè la
loro razza va a poco a poco scomparendo.
- Se li inseguissimo?
- Sarebbe fatica sprecata, poichè corrono e molto più rapidamente di noi.
- Ma volete lasciarli andare? - insistette il fiociniere che si era fitto in
capo di regalarsi, per l'indomani, delle succolente bistecche
- Per ora sì, ma domani cercheremo di sorprenderli in qualche vallata e vedrai
che qualcuno cadrà sotto le nostre palle. Oggi è inutile spaventarli.
Il fiociniere dovette a malincuore arrendersi. D'altronde i buoi muschiati, che
forse avevano fiutato qualche pericolo sia da parte dei due balenieri che dei
lupi, si erano affrettati ad allontanarsi, ed in breve sparvero in mezzo alle
colline di neve.
Il tenente e il suo compagno ritornarono sotto la tenda e si riaddormentarono,
ma furono ancora risvegliati, e parecchie volte, dalle urla dei lupi, di cui
alcuni vennero a ronzare non solo attorno alla slitta, ma anche attorno alla
tenda.
All'indomani, un pò prima delle 6, erano tutti e due in piedi, pronti a
mettersi in caccia.
La giornata era splendida. Al disopra dei monti di ghiaccio che chiudevano
l'orizzonte settentrionale, brillava un superbo sole il quale aveva portato la
temperatura a soli 9° sotto lo zero.
Per l'aria, vere nuvole di uccelli passavano e ripassavano mandando allegre
grida, e sui campi di neve della terra americana si vedevano galoppare in tutti
i sensi gran numero di volpi bianche occupate a cacciare i piccoli sorci di neve
che cominciavano a lasciare le loro tane.
La grossa selvaggina non mancava. In lontananza, fra gli "icebergs" e
gli "hummocks", dei lunghi corpi nerastri si avvoltolavano in mezzo
alle nevi, godendosi i tiepidi raggi di sole che li inondavano; erano foche e
trichechi che, forato il ghiaccio, venivano a "respirare una boccata
d'aria" come diceva Koninson.
- Partiamo! - disse il tenente, dopo essersi riempite le tasche di palle e di
polvere ed essersi caricato del fucile e di una scure. - I buoi muschiati non
devono essere molto lontani.
- E la slitta la lasceremo qui? - chiese Koninson.
- Partiremo domani per il sud. Oggi ci dedicheremo alla caccia.
- Non chiedo di meglio. Avanti, signor Hostrup; io ho un vivissimo desiderio di
far conoscenza coi buoi muschiati.
Chiusero alla meglio la tenda affinchè durante la loro assenza i lupi non
facessero man bassa sui viveri, inforcarono gli occhiali per difendere gli occhi
dal riflesso delle nevi percosse dai raggi solari e si misero animosamente in
cammino, dirigendosi verso la catena di montagne, le cui valli non potevano
essere lontane più di quattro o cinque miglia.
Sul principio la marcia non fu difficile, quantunque la neve, cominciando a
sciogliersi, rendesse il cammino faticoso; ma ben presto divenne aspra a causa
del terreno che diventava sempre più malagevole, ora interrotto da larghi
crepacci dai quali saliva una fitta nebbia che tosto si disperdeva, ora da
profondi letti di neve che cedeva subito sotto i piedi, ed ora da certe
collinette brulle i cui fianchi, coperti di ghiaccio, mal si prestavano per le
ascensioni.
Soffermandosi però di quando in quando per riprendere lena, verso le 10 del
mattino i due cacciatori giungevano all'entrata di una stretta ma molto profonda
e tortuosa vallata, interrotta qua e là da alte roccie sui cui fianchi
germogliavano stentatamente alcuni campioni della famiglia delle sassifraghe,
pochi salici artici e licheni di roccia.
Il tenente, che di quando in quando si arrestava per guardare la neve, scoprì
numerose traccie di buoi muschiati che si perdevano in fondo alla valle.
- Siamo vicini alla grossa selvaggina - disse a Koninson. - Prepara il fucile e
bada di non mancare il colpo, poichè i buoi muschiati hanno delle solide corna.
- Assalgono i cacciatori? - chiese il fiociniere.
- Qualche volta sì, e allora diventano pericolosi; più d'un eschimese è stato
sventrato come un "toreador" spagnuolo, se non peggio. Avanti e
silenzio.
Armarono i fucili e s'addentrarono nella valle cercando di evitare gli stagni e
i piccoli corsi d'acqua per non fare rumore calpestando il ghiaccio che li
copriva e cercando pure di mantenersi nascosti più che era possibile, allo
scopo di non allarmare subito la selvaggina che forse pascolava a breve
distanza.
Avevano percorso in quella guisa oltre mezzo miglio, quando udirono dietro
alcune roccie dei sonori muggiti.
- Adagio, Koninson! - mormorò il tenente trattenendo il compagno che stava per
slanciarsi innanzi. - Giriamo pian piano le roccie.
Si gettarono a terra e, strisciando a mò di serpenti, avanzarono lentamente
finchè giunsero a una piccola rupe, dietro la quale potevano vedere e sparare
senza correre pericolo.
La scalarono e guardarono dall'altra parte: i buoi muschiati, che la sera
innanzi avevano attraversata la pianura inseguiti dai lupi, stavano loro
dinanzi, a meno di duecento passi.
XX
ATTRAVERSO LE MONTAGNE
Erano tredici, meno grandi dei bufali e dei buoi comuni, ma d'aspetto
ferocissimo, col loro lunghissimo pelo color bruno scuro che scendeva quasi fino
a terra, gli occhi selvaggi e le lunghe corna minacciosamente allargate
all'infuori.
Formavano una specie di cerchio attorno a due buoi che avevano forme più
massicce, corna molto più lunghe e statura molto più elevata, senza dubbio due
maschi, e che si guardavano ferocemente come se fossero lì lì per precipitarsi
l'uno contro l'altro.
- Facciamo fuoco? - chiese Koninson, che tormentava il grilletto del suo fucile.
- Non ancora, - rispose il tenente.
- Perchè, signor Hostrup? Se ci scappano?
- Non ci scapperanno, fiociniere. Hanno ben altro da fare ora.
- E cosa mai?
- Se non m'inganno, stiamo per assistere ad un duello fra quei due maschi, cosa
che succede di frequente fra questi intrattabili ruminanti.
- E perchè mai?
- Per disputarsi le femmine. Sta zitto e guarda.
I due maschi infatti stavano per impegnare una di quelle lotte che quasi sempre
finiscono colla morte di uno degli avversari e qualche volta di tutti e due.
Avevano abbassato i solidi cranii, mostrando le corna che sembravano assai
aguzze e d'una durezza a tutta prova e dimenavano le brevi code con crescente
rapidità, indizio certo della grande irritazione che li animava. Le femmine,
dal canto loro, si erano affrettate a ritirarsi da una parte, onde lasciare
maggior campo ai due campioni.
Ad un tratto, i due combattenti mandarono un muggito lungo, sonoro, che si
ripercosse stranamente per la stretta valle, e si scagliarono l'un contro
l'altro con rabbia estrema e colla testa bassa.
L'urto fu terribile: entrambi non ressero all'incontro e caddero l'un
sull'altro; ma tosto si rialzarono con un'agilità che non si sarebbe supposta
in quei corpi, tornando a caricarsi con maggior furore e avventandosi tremende
cornate che laceravano la pelle e producevano profonde ferite dalle quali il
sangue sgorgava a rivi.
Per un buon quarto d'ora combatterono con varia fortuna mescendo i muggiti ai
cupi colpi delle lunghe corna, poi uno, il più piccolo, cadde dibattendosi fra
le convulsioni della morte. Dal ventre squarciato per un lungo tratto, assieme
ad una vera pioggia di sangue, uscivano gli intestini.
Il vincitore però non si arrestò, e quantunque pur lui ridotto a mal partito,
colla fronte quasi interamente scoperta dalla quale pendevano brani di pelle
sanguinolenta, un occhio levato e il petto sfondato, si scagliò un'ultima volta
sul vinto, percuotendolo rabbiosamente cogli zoccoli e colle corna.
- Ah brigante! - mormorò Koninson, che non poteva più star fermo. - Ora ti
accomodo io.
Stava per puntare il fucile, quando la banda tutta d'un tratto fece un rapido
voltafaccia slanciandosi attraverso la valle, seguita, dopo una breve
esitazione, anche dal vincitore.
Il tenente e Koninson balzarono sulla roccia che li aveva fino allora nascosti e
fecero fuoco dietro ai fuggiaschi che non si arrestarono, quantunque uno fosse
stato veduto fare uno scarto e vacillare.
- Inseguiamoli! - gridò il fiociniere.
- È inutile, - disse il tenente. - Non vedi come trottano? Ci vorrebbero dei
cavalli per raggiungerli.
- Ma in qualche luogo si fermeranno.
- Sì, ma dove e quando? Sono capaci di attraversare la catena di monti e di
slanciarsi verso le pianure del sud.
- Quegli animali si arrampicano anche sui monti?
- Sì e come le capre.
- Ma ditemi, signor Hostrup, perchè si chiamano buoi muschiati?
- Perchè la loro carne è impregnata di muschio.
- Sicchè noi mangeremo delle bistecche...
- Muschiate e molto muschiate, mio caro fiociniere.
- Bah! Purchè sia carne fresca, non domando altro.
- Non ne mangerai molta, te l'assicuro.
- Ma se gli eschimesi la mangiano...
- Gli eschimesi vi sono abituati e poi, sai bene che hanno dei ventricoli capaci
di tollerare qualunque cibo nauseante, come pesci corrotti, olio di foca e di
balena, ecc. Orsù, andiamo a tagliare qualche pezzo di carne e poi torniamo
alla tenda.
Si diressero verso il bue che aveva terminato di agitarsi e a colpi di scure gli
aprirono il ventre, staccandogli sei o sette costole. Koninson però non si
accontentò e si impadronì anche della lingua che doveva essere eccellente.
Raccolte le armi, si misero in cammino e verso le 6 pomeridiane giungevano alla
tenda attorno alla quale trovarono numerose traccie di lupi, segno evidente che
avevano tentato di entrarvi, ma senza riuscirvi.
La lampada fu accesa e la pentola messa a bollire con un bel pezzo di carne che
non pesava meno di due chilogrammi; ma i due balenieri per quanto si sforzassero
e per quanta voglia avessero di porre sotto i denti un pò di quel manzo, fecero
poco onore al pasto. Carne e brodo erano impregnati di muschio in siffatto modo,
che un vero affamato avrebbe esitato lunga pezza.
- Al diavolo i buoi e il loro muschio! - esclamò Koninson, - Non valeva la pena
di fare tanta strada per guadagnarci questo pasto,
- Te l'avevo detto - disse il tenente. - Ma ci hanno guadagnato le nostre gambe
che avevano bisogno di una bella passeggiata per prepararsi alla gran marcia.
- Quando partiremo?
- Domani, se il tempo lo permetterà.
- Allora buona notte, signor Hostrup.
Richiusero la tenda, tirando per maggior precauzione la slitta dinanzi
all'entrata e s'avvolsero nelle loro coperte dopo aver però caricato le armi
onde essere pronti a qualsiasi assalto.
Il mattino del 23 il tenente dava il segnale della partenza. Egli aveva fretta
di allontanarsi da quelle spiaggie che non offrivano alcuna risorsa e che,
stante la vicinanza della catena di montagne, le cui cime dovevano essere ricche
di ghiacciai pronti a spezzarsi ai primi calori, potevano diventare
pericolosissime.
Piegata la tenda e insaccati i viveri, i due intrepidi balenieri si recarono
sulla spiaggia a dare un ultimo sguardo a quel mare gelato nelle cui profondità
dormivano i loro disgraziati compagni e che forse non dovevano mai più
rivedere.
I campi di ghiaccio erano ancora là, colle nevi che il sole non era ancora
riuscito a intaccare e colle loro montagne dalle cime bizzarramente
frastagliate, ma non presentavano più quella superficie compatta che avrebbe
sfidato le mine e lo sperone delle corazzate dei due mondi. Qua e là, immensi
crepacci si erano aperti ed in fondo a questi si vedeva il mare alzarsi ed
abbassarsi e poi tornare a montare, quasi fosse stanco di quella lunga ed
opprimente prigionia.
Ogni qual tratto, un "iceberg" mal solido, o scosso dai continui urti
di ghiacci minori, capitombolava con un fragore immenso che si ripercuoteva a
grandi distanze in quell'atmosfera limpida e secca, o s'apriva improvvisamente,
con uno scricchiolìo che si perdeva in lontananza, un largo crepaccio dentro il
quale si rovesciavano confusamente colonne, cupole e piramidi che tosto
scomparivano sotto lo spumeggiante oceano. Altre volte invece, una vera montagna
di ghiaccio, sfondando col proprio peso il banco, scompariva e poi riappariva
con un salto immenso lanciando, in mezzo ai ghiacci che l'attorniavano, degli
enormi sprazzi di acqua che correvano in tutte le direzioni, formando qua e là
dei torrenti e dei laghetti ove calavano subito a bagnarsi, gettando strida
gioconde, bande di uccelli marini.
- È pur sempre bello questo strano spettacolo che solamente qui si può
ammirare - disse il tenente.
- Bello sì, ma io vorrei esserne ben lontano - disse Koninson. - Vivessi mille
anni mi ricorderò sempre di questa disgraziata campagna.
- Non parliamone, amico mio, e partiamo.
- Avete ragione, signor Hostrup. È meglio lasciar dormire i tristi ricordi e
mettere la prua verso sud. Animo, Koninson, se vuoi salvare la pelle.
Il fiociniere e il tenente, dato un ultimo sguardo all'oceano polare, si
attaccarono alla slitta a cui avevano legato delle corde e si misero
animosamente in marcia cercando di mantenere una via, più che era possibile,
retta.
La grossa crosta di ghiaccio che ancora copriva la terra, si prestava assai allo
scivolamento del veicolo, ma le frequenti screpolature, manifestatesi qua e là,
e di cui talune raggiungevano qualche metro di larghezza, i frequenti incontri
di strati di neve non ancor ben solidificata o in via di scioglimento, entro i
quali i due balenieri sprofondavano fino alle anche, e talvolta anche più,
rallentavano e rendevano penoso il cammino. Ma la tenacia del tenente e la
robustezza di Koninson la vinsero sugli ostacoli, ed a mezzogiorno la slitta si
trovava già nella valle che menava direttamente ai monti. Colà si trovava
ancora il bue muschiato ucciso il giorno innanzi, ma ridotto ormai uno scheletro
dai denti degli affamati lupi.
Fecero una breve fermata onde mangiare un boccone, indi ripresero il faticoso
cammino, reso ancor più difficile dal notevole innalzarsi del terreno e
dall'incontro di enormi lastre di ghiaccio staccatesi senza dubbio da qualche
vicino ghiacciaio e scivolate fin là.
La valle era deserta e selvaggia. A destra e a sinistra, bizzarre roccie di
natura granitica, come lo sono tutte quelle che si incontrano in quelle gelate
regioni, rivestite di neve e di ghiaccio, s'alzavano capricciosamente
frastagliate e per lo più coi fianchi così ripidi da rendere impossibile una
scalata. Qua e là gran numero di massi enormi coprivano il terreno e disposti
in così strana guisa che parevano scagliati da qualche improvviso scoppio di
uria poderosa mina ed in mezzo a quelli, piccole piante, magri licheni, mezzi
divorati dai buoi muschiati o dalle renne, ranuncoli, sassifraghe e graminacee.
Non un animale, non un uccello si scorgevano in quella brutta valle e regnava un
silenzio profondo, triste, che faceva una strana impressione.
- Che brutto luogo! - disse Koninson. - Si direbbe che stiamo per attraversare
un cimitero. Ma dove si sono cacciati i lupi e i buoi muschiati?
- Non lo so meglio di te - rispose il tenente. - Ma, se devo dirti il vero, non
mi trovo bene in questa valle.
- E perchè? Temete qualche cosa?
- Forse, Koninson; ma andiamo innanzi.
Continuarono ad avanzare, salendo sempre e raddoppiando gli sforzi, senza
incontrare nè un lupo, nè una volpe, animali questi che si vedono dappertutto
in quelle lontane regioni. Il tenente, man mano che procedeva, diventava più
inquieto; l'assenza di quegli animali, anzichè tranquillizzarlo, lo rendeva
pensieroso.
Erano già giunti a due soli chilometri da un'alta montagna, i cui fianchi,
coperti da immensi ghiacci tramandavano, sotto i riflessi del sole, una luce
acciecante, quando il tenente si arrestò improvvisamente afferrando le braccia
di Koninson.
- Ascolta! - disse.
Lassù, verso la montagna, si udiva uno strano rumore; pareva che si staccasse o
si fendessse del ghiaccio e che poi scivolasse producendo dei lunghi fischi.
- Cosa succede? - chiese Koninson.
- Non v'è più dubbio, ci troviamo dinanzi ad un grande ghiacciaio - rispose il
tenente.
- E così?
- Questi scricchiolii e queste sorde detonazioni indicano la imminente caduta
dei ghiacci. Stiamo in guardia, Koninson.
- Volete che pieghiamo verso est?
- Credo che sarà meglio per noi.
Piegarono a destra e si cacciarono dietro una lunga linea di roccie che potevano
ripararli. Era tempo!
Tutt'a un tratto, sulla montagna che giganteggiava dinanzi a loro, s'udirono
spaventevoli detonazioni seguite da lunghi fischi e dall'alto si videro
scivolare con straordinaria rapidità degli immensi blocchi di ghiaccio i quali,
rovesciando e polverizzando gli innumerevoli "hummoks" formati dalla
neve, si scagliavano attraverso alla valle come altrettanti treni diretti,
alcuni filando verso nord in direzione del mare ed altri spaccandosi contro le
roccie che nell'urto perdevano tutto il loro rivestimento invernale.
A quella prima discesa ne tenne dietro una seconda, poi una terza, una quarta,
una quinta ad intervalli di pochi minuti, empiendo l'aria di mille fragori e la
valle di massi di ghiaccio.
I due balenieri, riparati dalle roccie che si dirigevano verso est senza
interruzioni, camminavano rapidamente per tema che altri ghiacci, passando sopra
ai caduti, non finissero col sorpassare la linea che li proteggeva e che non era
molto alta.
Di quando in quando, dei massi di ghiaccio, rimbalzando a grande altezza,
cadevano al di là delle roccie ed uno per poco non sfracellò la testa a
Koninson.
- Presto, presto, - ripeteva il tenente, facendo sforzi sovrumani, - o prima di
domani nessuno di noi sarà vivo.
- Dannata regione! - borbottava Koninson, che malgrado il freddo cominciava a
sudare. - In mare i ghiacci stritolano le navi e in terra mirano le costole
degli uomini!
Spronati dal continuo capitombolare dei massi e dalle detonazioni che crescevano
d'intensità annunciando altre e più pericolose cadute, verso le otto della
sera, affranti, affamati, giungevano dinanzi ad una seconda montagna più bassa,
meno irta e i cui fianchi non offrivano alla vista alcun ghiacciaio.
- Alt! - disse il tenente. - Accampiamoci qui.
- Saremo sicuri?
- Lo credo, Koninson; però dormiremo con un solo occhio.
XXI
TRASCINATI DAI GHIACCI
Tutta la notte i ghiacciai della montagna furono in continuo movimento
empiendo l'aria di interminabili fragori e scagliando nella sottoposta valle
immense quantità di massi di cui taluni del peso di migliaia di tonnellate.
Il tenente e Koninson, quantunque al sicuro, più volte lasciarono la tenda e si
spinsero verso la valle che ormai era interamente coperta, presentando un
indescrivibile caos di valanghe, di "icebergs" rovesciati e di massi
che, di quando in quando, urtati, spinti da altri ghiacci e da altri ammassi di
neve, si agitavano e rimbalzavano come se fossero esseri viventi.
Alle 6 del mattino, dopo una magra colazione, i due balenieri che vedevano i
loro viveri scemare rapidamente e sapevano di aver dinanzi una grande estensione
di terra, prima di giungere ai luoghi abitati, piegata la tenda e attaccatisi
alla slitta, si rimettevano in cammino onde intraprendere la traversata della
catena dei monti.
Il caso li aveva guidati in un buon passaggio, formato da una specie di
strettissima valle che s'arrampicava fra due colline e che pareva si prolungasse
fino alla cima.
Per di più quel passaggio pareva che non offrisse ostacoli, poichè si vedeva
salire senza roccie e senza accumulamento di nevi, le quali cose avrebbero reso
difficilissima la via alla slitta che, quantunque di molto alleggerita, pesava
ancora un centinaio e più di chilogrammi.
Aiutandosi coi bastoni forniti dai pennoni della vela, i balenieri, riunendo
tutte le loro forze, si cacciarono nella stretta valle che poteva anche
chiamarsi una semplice spaccatura e cominciarono a salire tenendo però sempre
gli occhi volti verso le cime delle due vicine colline dalle quali poteva, da un
istante all'altro, cadere qualche valanga e seppellirli.
La slitta, quantunque avesse sotto di sè un buon strato di solido ghiaccio che
la faceva scivolare abbastanza bene, diventava pesante a causa del pendio che
cresceva sempre più, ma i due marinai, che avevano fretta di uscire da quel
pericoloso passo, non si arrestarono e incoraggiandosi vicendevolmente colla
voce e coll'esempio, continuavano a salire, aggrappandosi alle pareti rocciose
quando si sentivano trascinare indietro e piantando profondamete i bastoni nella
neve.
Dopo aver fiancheggiato dei profondi abissi da cui saliva una densa nebbia sotto
la quale si udivano ululare i lupi, dopo aver arrischiato venti volte di
fiaccarsi il collo, dopo aver sollevato, con uno sforzo sovrumano, più di una
volta la loro slitta per superare certe creste ove nessuna mano di uomo aveva
aperto un passaggio, verso le dieci del mattino giunsero dinanzi ad una specie
di caverna che occuparono per prendere un pò di riposo.
Mentre Koninson, che non poteva star fermo, s'ingegnava ad accomodare la slitta
che in quei trabalzi aveva sofferto non poco, il tenente fece un'ampia provvista
di lichene di roccia con cui contava di regalarsi una eccellente zuppa.
Fu in quella raccolta che egli scoprì una strana pianticella che prima d'allora
non aveva mai vista e della quale non aveva mai udito parlare.
- Vieni, Koninson, - disse. - Ho messo la mano su una rarità che i botanici
ancora ignorano.
- Roba da mangiare? - chiese il fiociniere, che pensava al pranzo.
- No, ma sono contento di averla scoperta.
Il fiociniere raggiunse il tenente che gli mostrò un bizzarro fiore, piantato
in mezzo alla neve e cresciuto fra i gelati soffi del vento settentrionale,
formato di tre sole foglie del diametro di circa tre pollici coperte di
microscopici cristalli di neve e d'una stella, i cui petali, lunghi quanto le
foglie e larghi un mezzo pollice, mostravano dei piccoli punti lucenti come
diamanti e della grossezza di capi di spilli.
- È meraviglioso! - disse il fiociniere. - Un fiore che nasce in mezzo ai
ghiacci!
- Ne hai visto di simili?
- Mai, signor Hostrup, eppure ho viaggiato assai nelle regioni polari. Tò! E
cos'è quella roba rossa che vedo laggiù, presso quel masso di ghiaccio?
- Un'altra pianta meravigliosa forse?
- Non credo, signor Hostrup. Io la direi...
- Neve rossa, vuoi dire.
- Precisamente.
- E lo è infatti.
- Come? Forse che c'è anche della neve rossa?
- Altri viaggiatori artici l'hanno veduta più a nord.
Si diressero verso quello strato rosso che non occupava però più di tre o
quattro metri quadrati e si convinsero che era proprio neve colorata di rosso.
- Ma come diventa di questo colore? - chiese Koninson, meravigliato. - Forse per
la presenza di vegetali coloranti microscopici?
- Lo si è creduto, Koninson: ma il viaggiatore Scoresby, che l'ha studiata, non
è di questo parere. Secondo lui, il principio colorante deriverebbe da migliaia
di piccoli infusorii che si muoverebbero con rapidità vertiginosa.
- Che abbia differente sapore della bianca?
- Non credo; del resto puoi...
- Zitto, signor tenente!
- Cosa c'è ancora?
- Udite!
Il tenente tese gli orecchi e fra i cupi rimbombi dei ghiacci scivolanti dalla
montagna, udì delle urla acute che rapidamente sì avanzavano.
- Bah! Sono lupi! - disse.
- Ma mi sembrano molti.
- Abbiamo i nostri fucili, ragazzo mio.
- Non ci assaliranno?
- Forse, ma noi li respingeremo. Entriamo nella caverna e prepariamo la zuppa.
Trascinarono con loro la slitta onde porre in salvo le provvigioni che ancora
restavano e raggiunsero il ricovero, dentro il quale potevano difendersi contro
l'attacco delle voraci bestie.
Koninson accese la lampada, il tenente sciolse sulla fiamma un pò di neve e
mise nella marmitta il lichene raccolto che ben presto cominciò a bollire,
spandendo all'intorno un profumo appetitoso.
Quando fu ridotto in una specie di pasta gommosa e nerastra, il tenente invitò
il fiociniere ad assaggiarla.
- Il colore non è rassicurante! - disse Koninson. - Ma il profumo è
promettente.
E l'assaggiò una, due, tre volte.
- Eccellente! - esclamò. - Rammenta il sapore del manioca. E come si chiama
dagli eschimesi, questa zuppa?
- Trippa di roccia.
- Evviva la trippa, adunque!
La marmitta, vigorosamente assalita, fu ben presto vuotata. I due balenieri
stavano per porre sotto i denti alcuni biscotti onde completare il pasto, quando
un enorme lupo, dagli occhi scintillanti e dal pelo lungo e arruffato, fece il
suo ingresso nella caverna emettendo un lugubre ululato.
- Troppo ardito, mio caro! - disse il tenente afferrando il fucile.
All'ululato del lupo fecero eco altri ululati che venivano dal di fuori.
- Diavolo! - esclamò Koninson, prendendo l'altro fucile. - Abbiamo una banda
dinanzi alla grotta.
- Hanno fame quelle brutte bestie e forse calcolano di sfamarsi colle nostre
polpe.
- È ciò che vedremo.
Il lupo, punto spaventato, non si muoveva e pareva invitasse i compagni a
seguirlo; ma il tenente con un colpo di fucile lo abbattè.
Alla detonazione e all'urlo di dolore emesso dal colpito, gli altri lupi invece
di fuggire s'affacciarono all'entrata della caverna, mostrando minacciosamente i
loro acuti denti e dardeggiando sui due balenieri sguardi ardenti.
Koninson fece fuoco in mezzo al gruppo e fece cadere il più ardito. La banda
intera si precipitò sul morto e lo fece a brani contendendoselo ferocemente.
- Ah! - esclamò il fiociniere. - Il proverbio questa volta riceve una solenne
smentita.
- È vero! - disse il tenente. - Ora non si dirà più che lupo non mangia lupo.
Orsù, mano alla scure e carichiamo quelle canaglie...
Gettando alte grida, si slanciarono in mezzo ai lupi i quali s'affrettarono a
battere in ritirata arrestandosi però a breve distanza.
- Pare che non abbiano voglia di lasciarci, signor Hostrup.
- Ma noi partiremo lo stesso. Ho fretta di raggiungere la cima del colle.
- In marcia, adunque.
Caricarono i fucili, s'attaccarono alle corde della slitta e usciti dalla
caverna, ripresero la faticosa ascensione. I lupi si misero a seguirli ad una
distanza di trenta o quaranta passi, destando tutti gli echi delle montagne coi
loro interminabili ululati.
Per due ore, tirando e spingendo rabbiosamente la slitta che pareva diventasse
sempre più pesante, seguirono quella specie di passaggio ma, giunti ad una
certa altezza, si trovarono dinanzi ad una parete di ghiaccio che chiudeva la
via e così elevata da non potersi superare.
Dovettero deviare ed arrampicarsi sui fianchi della montagna più vicina, che
erano i meno aspri, ma che tuttavia presentavano delle pendenze che talvolta
parevano inaccessibili, lambendo certi burroni che solamente a guardarci dentro
venivano le vertigini.
I loro sforzi sovrumani però trionfarono di tutti quegli ostacoli e, verso le
otto della sera, rattrappiti dalle immense fatiche e dal freddo che lassù si
faceva sentire assai vivo, giunsero finalmente sul versante opposto della
montagna dove si fermarono, spaziando gli sguardi sul panorama che si stendeva
dinanzi a loro, per un tratto di moltissime leghe.
Proprio sotto di loro la montagna scendeva rapida, affatto liscia, coperta da
enormi lastre di ghiaccio sovrapposte a strati altissimi, senza abissi, senza
valli, senza alberi. Più oltre, una pianura scintillante si apriva a perdita
d'occhio, smarrendo verso sud, senza alture, senza capanne, senza boschi, senza
un essere animato.
A destra ed a sinistra, sulle due vicine montagne, due grandi ghiacciai, due
veri fiumi di ghiaccio in movimento, scendevano verso la pianura vomitando di
quando in quando degli "icebergs" del peso di parecchie centinaia di
tonnellate, che il sole imporporava splendidamente.
Una fitta nebbia, che il vento sbatteva a destra ed a sinistra e che talora
lacerava, s'alzava dal fondo di profondi abissi, dentro i quali s'udivano
muggire degli impetuosi torrenti.
- Dove siamo noi? - chiese Koninson.
- Sul fianco di una montagna - disse il tenente.
- Lo vedo bene, signor Hostrup, ma io vorrei sapere in qual luogo: se vicini o
lontani dalle terre abitate.
- Vicini no di certo. Bisognerà giungere al Porcupine prima d'incontrare
qualche tribù d'indiani.
- È molto lontano questo fiume?
- So che scorre verso sud, attraverso a questa immensa pianura, ma a quale
distanza precisamente non lo so.
- A qualche migliaio di chilometri no di certo.
- No, ma a più di duecento sì.
- Allora lo raggiungeremo.
- Ne sono certo. Dove sono andati i lupi?
- Pare che si siano stancati di seguirci, signor Hostrup. Certamente hanno
capito che la nostra carne non era troppo buona per i loro denti.
- Meglio così. Dormiremo più tranquilli.
- Contate di rizzare la tenda qui?
- E perchè no? Scendere è impossibile per le nostre gambe che non stanno più
ritte e il luogo non mi sembra cattivo.
- Sarà solido il ghiaccio?
- Lo credo poichè non scorgo nessuna spaccatura, nè odo alcuno scricchiolìo.
- Allora accampiamoci. Staremo un pò troppo freschi, ma ci siamo ormai
abituati.
Assicurarono la slitta perchè qualche colpo di vento non la facesse scivolare
su quella ripida china, rizzarono la tenda appoggiandola ad un grossissimo masso
di ghiaccio, una specie di "hummok" che pareva fosse rotolato dalla
cima della montagna, ma che sembrava irremovibile, e si cacciarono sotto.
La notte non doveva essere tranquilla sui fianchi di quella montagna, e con quei
due ghiacciai vicini che non stavano un solo istante zitti. Parecchie volte,
agitati da strani presentimenti e spaventati dalle detonazioni dei ghiacci che
diventavano più intense, i balenieri uscirono per vedere se correvano qualche
pericolo.
Verso la mezzanotte però, affranti dalle fatiche e da quella quasi continua
veglia, s'addormentarono profondamente.
Non erano trascorse tre ore, quando il tenente fu improvvisamente destato da un
formidabile boato che fece tremare il ghiaccio su cui posava la tenda.
Aprì gli occhi e attraverso il tessuto scorse un vivo bagliore che pareva
cagionato da un grande incendio.
- Guarda! - esclamò. - Si direbbe che la montagna brucia.
Alzò un lembo della tenda e strisciò all'aperto.
Una superba aurora boreale, forse l'ultima della stagione invernale splendeva
sull'orizzonte settentrionale lanciando attraverso la volta celeste immensi
fasci di luce rossastra, i quali tingevano del colore del fuoco tutte le
montagne, i ghiacciai e la gran pianura.
Ma questo non era tutto. Si sarebbe detto che quella luce avesse avuto anche il
calore del fuoco, poichè tutti i ghiacci delle montagne si fendevano in mille
guise come se sotto di loro la terra si sconvolgesse e precipitavano a migliaia
nella sottoposta pianura in un disordine spaventevole, sibilando, fischiando,
tuonando e tutto abbattendo sul loro cammino.
Il tenente balzò in piedi, ma si sentì subito atterrare. Anche i fianchi della
montagna su cui si trovava erano in movimento, e quelle grandi lastre di
ghiaccio, che poche ore prima parevano inchiavardate e sicurissime, si fendevano
in tutti i versi e scivolavano giù per le chine.
- Siamo perduti! - esclamò involontariamente. - Koninson! Koninson! All'erta!
Il fiociniere si slanciò fuori della tenda, ancora mezzo addormentato.
- Cosa succede? - chiese.
La sua voce si perdette fra le detonazioni dei ghiacci.
Si precipitò verso il tenente che, impotente e ormai rassegnato, aveva
incrociato le braccia sul petto aspettando la morte che pareva ormai certa.
- Fuggiamo, signore! - esclamò.
- Dove?
- Alla grotta.
- È impossibile, la via è interrotta.
- Allora siamo perduti.
- Chissà! Speriamo in Dio.
- Signor tenente...
Il fiociniere non proseguì. Una scossa violenta l'aveva atterrato assieme al
tenente e alla tenda.
Quasi subito udirono una detonazione paragonabile solo allo scoppio d'una mina
di cinquecento chilogrammi di polvere e si sentirono trascinare verso il basso,
dapprima lentamente e poi con una rapidità vertiginosa.
Un lastrone di ghiaccio di dimensioni enormi e del peso di parecchie migliaia di
tonnellate, su cui si trovavano i due balenieri, si era staccato e scendeva la
montagna più rapido di un treno diretto, seco trascinando tutto ciò che
incontrava sul suo cammino, fiancheggiato e seguito da un vero esercito di massi
di ghiaccio che rimbalzavano in tutte le direzioni.
I due balenieri, mezzo soffocati dalla rapidità della discesa, storditi dalle
migliaia di ghiacciuoli che li percuotevano incessantemente, assordati dai
fragori che produceva il lastrone nella sua corsa e che talora erano fischi
stridenti e tal'altra ruggiti che sembravano emessi da fiere in furore,
tentavano di mantenersi presso la slitta, ma brusche scosse, di quando in
quando, li separavano violentemente lanciandoli a destra o a sinistra, innanzi e
indietro a rischio di cadere in mezzo a tutto quel rovinio di massi che non
avrebbe mancato di schiacciarli.
Dopo un minuto, che ai due disgraziati parve lungo quanto un secolo, il
ghiaccione toccò il piano. Si raddrizzò con un colpo tremendo che lo fece
crepitare e fendere in più luoghi, indi continuò la corsa attraverso la
pianura con un rullìo paragonabile a quello di una nave in un giorno di
tempesta.
Ad un tratto avvenne un potente urto. Il lastrone aveva cozzato contro una rupe
che s'alzava di pochi metri sulla superficie del suolo, ma che presentava una
resistenza incalcolabile.
Il ghiaccione si rialzò come un cavallo che si inalbera sotto una violenta
speronata, e ricadde spaccandosi in venti e più parti.
I due balenieri, scaraventati innanzi da quei due urti, caddero in mezzo alla
neve ove rimasero immobili come se fossero stati uccisi sul colpo.
XXII
IL PORCUPINE
Passarono alcuni minuti, poi in mezzo alla neve e ai frammenti di ghiaccio
che si erano accumulati in grande quantità attorno al lastrone infranto,
apparve una testa, quella di Koninson.
Il buon fiociniere girò all'intorno due occhi spaventati cercando ansiosamente
il suo compagno che non si vedeva ormai più, indi radunando le forze si fece un
pò di largo respingendo a destra e a sinistra i ghiacciuoli che lo rinserravano
e gridò replicatamente, con un tono che faceva supporre come nulla di guasto ci
fosse nei polmoni:
- Signor Hostrup!
- Sei vivo? - chiese una voce soffocata, che usciva di sotto una massa di neve.
- Dove siete, mio tenente?
- Qui sotto ma sto per liberarmi.
- Salvo?
- Pare che nulla vi sia di rotto. Aiutami se puoi.
Il fiociniere, lavorando vigorosamente colle braccia e colle gambe, ingrandì il
buco in cui si trovava e, continuando il faticoso esercizio, pervenne a
raggiungere il cumulo di neve che si agitava dall'alto in basso sotto i violenti
sforzi del tenente.
- Un pò di pazienza, signor Hostrup, - disse. - Per bacco! Mi par di essere un
uccello preso col vischio. Largo! Largo!
Si mise a spazzare la neve colle mani e dopo qualche minuto scorse un braccio
che cercava di uscire. L'afferrò e tirò bruscamente a sè, facendo crollare
l'intero cumulo e mettendo allo scoperto il tenente.
- Grazie, Koninson, - disse il liberato, dopo aver respirato una gran boccata
d'aria. - Che capitombolo!
- E che viaggio, signor Hostrup! Posso dire di aver viaggiato colla rapidità
d'un treno diretto anche in un luogo dove forse non si aprirà mai una linea
ferroviaria.
- Bella consolazione, Koninson. Per poco, questo viaggetto ci costava la pelle.
Ma dov'è andata a finire la nostra slitta?
- Non sarà lontana.
- Cerchiamola, ragazzo mio, poichè la perdita di essa sarebbe per noi una morte
certa.
Unendo le parole ai fatti, si cacciò in mezzo ai ghiacciuoli e alla neve,
mentre il fiociniere faceva altrettanto, ma prendendo una direzione opposta.
La fortuna, che li aveva protetti durante la pericolosissima discesa, anche
questa volta si mostrò loro benigna, poichè rinvennero ben presto il veicolo
che il colpo aveva lanciato fra due grossissimi pezzi di ghiaccio. Nella caduta
non pareva avesse sofferto; solamente le casse e i barili avevano spezzato i
legami ed erano caduti all'ingiro. Presso la slitta rinvennero pure le loro armi
e un pò più lontano la tenda, ancora in ottimo stato.
- Non speravo tanto! - disse il tenente. - Bisogna proprio dire che la
Provvidenza non ci abbandona.
- Speriamo che ci conduca a salvamento, signor Hostrup.
- Ne sono certo.
- Ed ora cosa facciamo?
- Usciremo di qui e prenderemo la via del sud. Vedo che la pianura è
perfettamente liscia e sento un buon vento venire dalle montagne. Spiegheremo la
vela.
Rimisero sulla slitta tutte le casse e i barili; indi, dato mano alle scuri, si
scavarono una via attraverso i rottami del ghiaccione, girando attorno alla gran
rupe che aveva causato l'urto.
Dopo un'ora uscivano finalmente nella pianura che pareva si prestasse assai ad
un rapido viaggio, essendo coperta di un solido strato di neve, liscio come la
superficie d'un lago tranquillo.
La vela fu subito issata, il timone messo a posto e i due balenieri
"s'imbarcarono", come diceva Koninson, dirigendosi verso sud con una
rapidità superiore ai quindici nodi all'ora.
A mezzogiorno, dopo un viaggio che non poteva essere nè migliore nè più
tranquillo, e dopo aver percorso un tratto di circa centoventi chilometri,
fecero una fermata presso un gruppo di alti pioppi, le cui cime s'incurvavano
graziosamente.
Koninson, felice di aver trovato finalmente della legna, a colpi di scure fece
cadere il più piccolo ed accese un fuoco capace di arrostire un bue intero.
- Ah, se ci fosse un bel pezzo di carne fresca, quale festa! - esclamò egli
levando un pò di "pemmican" ed alcuni biscotti da una cassa.
- Ne avremo, Koninson.
- Quando?
- Appena saremo giunti al Porcupine. Là i pesci abbondano e le trote vi sono
grossissime.
- Allora.... ah!
- Cos'hai?
- Non avete udito un gemito, voi?
- Un gemito? Diventi pazzo, ragazzo mio?
- Con questo freddo? Udite! Udite!
Il tenente, con sua grande meraviglia, questa volta udì un gemito che pareva
emesso da gola umana, ed a brevissima distanza.
- Che vi sia qualche eschimese ferito? - chiese Koninson.
- Ma dove?
- In mezzo agli alberi.
- No, io credo invece che stia per venire l'arrosto che tu desideri. Guarda
lassù, su quel grande pioppo.
Koninson guardò nella direzione indicata e vide svolazzare un grande uccello le
cui ali superavano, prese insieme, un metro e mezzo di estensione.
- Un'aquila? - esclamò.
- Ma che aquila! È una stupenda "nyceta nivea".
- E credete che sia stato quell'uccello a mandare quei gemiti umani?
- Proprio lui.
- Si mangia?
- È carne non disprezzabile.
Koninson balzò sul fucile e lo puntò, ma il tenente gli abbassò l'arma.
- Non aver fretta! - gli disse. - Vedrai che si avvicinerà a noi.
- Ma come mai quell'uccello, che somiglia ad un gufo, si trova qui, in questa
regione così fredda?
- Le "nycete" frequentano i luoghi caldi e i freddi. S'incontrano
presso le rive dell'oceano artico e anche sulle rive del golfo del Messico.
- E di che cosa vivono, in questi deserti di neve?
- Di uccelli finchè ce ne sono e, quando questi sono emigrati, danno la caccia
ai piccoli animali. Si nascondono sovente nelle vicinanze delle tane delle
lepri, degli ermellini e persino delle volpi e, quando le vittime escono,
piombano loro addosso con rapidità fulminea, dilaniandole a colpi di becco e
d'artiglio.
- Sono uccelli coraggiosi.
- Sì, e tanto da affrontare i cani e qualche volta da avventarsi contro i
cacciatori.
- Signor tenente, vedo che l'uccello non viene da noi; andiamo noi da lui.
- Andiamo, Koninson.
Raccolsero i fucili e si diressero verso il pioppo sulla cui cima la "nyceta"
continuava a svolazzare gettando di quando in quando un forte "rik-rik"
che poteva, fino ad un certo punto, sembrare un gemito umano.
Quando giunsero a breve distanza, l'uccello si abbassò, poi partì con grande
rapidità producendo, colle larghe ali, un forte rumore e si precipitò al suolo
come se fosse stato ucciso o ferito.
- Olà! - esclamò Koninson. - Cosa vuol dire ciò?
Si precipitò verso la "nyceta" che sembrava morta, ma quando le fu
vicino, essa si alzò nuovamente, spiccò un'altra volata e ricadde trecento
metri più innanzi.
- Che sia ferita? - chiese il fiociniere, la cui sorpresa cresceva.
- No! - disse il tenente - Noi abbiamo da fare con una femmina, la quale ricorre
a questa astuzia per allontanarci dal suo nido,
- Allora mangeremo anche delle uova. Che pasto, signor Hostrup
Questa volta non si lasciò più ingannare dal povero uccello. Appena fu per
riprendere il volo, il fiociniere puntò il fucile e, con una palla ben
aggiustata, lo fece cadere, ma per sempre.
- Il bell'arrosto! - esclamò.
Ed infatti era un bell'arrosto. Quell'uccello, dalle penne bianche solcate da un
certo numero di macchie brune trasversali e longitudinali, dal becco robusto e
ricurvo, era lungo quasi due piedi e non pesava meno di dieci chilogrammi. Era
il vitto assicurato per un paio di giorni, per i poveri naufraghi; ma Koninson
chiedeva qualche cosa di più.
Impadronitosi dell'uccello, si affrettò a raggiungere la macchia di pioppi e,
dopo aver cercato qua e là, scoprì il nido, una specie di cavo tappezzato di
pochi fili d'erba acquatica e di penne candide e lunghe che la femmina si era
coraggiosamente strappate dal petto, e contenente otto grosse uova.
- Che giornata fortunata! - esclamò allegramente il bravo fiociniere. - Presto,
signor Hostrup, ritorniamo presso il fuoco e mettiamoci al lavoro. Le mie
mandibole sono impazienti.
Due ore dopo, seduti dinanzi al fuoco, divoravano ferocemente più di mezzo
uccello, dopo aver trangugiato le uova a mò d'antipasto. Il tenente, per
compiere l'opera, diede la stura ad una bottiglia di "gin", l'ultima
che ancora possedevano e che avevano religiosamente conservata per le grandi
occasioni.
Verso le 4 pomeridiane, approfittando d'un fresco vento che veniva da
nord-nord-ovest, spiegavano la vela e riprendevano la corsa verso sud, ma non
rapidamente come il mattino a causa della neve che, essendosi in parte sciolta
sotto i raggi solari, opponeva una certa resistenza ai pattini della slitta.
Parecchie volte dovettero discendere e trascinare il veicolo per qualche tratto
onde sorpassare certi strati di neve eccessivamente molle, anzi quasi disciolta.
Nondimeno verso le 9 della sera avevano percorso altri quaranta o cinquanta
chilometri.
Il tenente stava per ammainare la vela volendo accamparsi, quando Koninson gli
additò una costruzione piantata sulle rive di un laghetto ancora gelato.
- Forse ci sono degli abitanti là sotto! - disse il fiociniere. - Non mi
rincrescerebbe di vedere un volto umano per quanto possa essere brutto.
- Ho poca speranza - rispose il tenente, - Tuttavia dirigiamoci laggiù.
La slitta riprese la corsa e dopo venti minuti si arrestava presso l'abitazione
segnalata.
I due balenieri balzarono a terra, si armarono dei fucili per precauzione, e si
diressero a quella volta.
Era una capanna semplicissima, formata da sette od otto pali sostenenti un tetto
di ramoscelli e di pezzi di corteccia, assicurata con strisce di pelle. La neve,
accumulandosi sopra, l'aveva in parte sfondata, ma poteva ancora servire di
ricovero.
- È un'abitazione estiva dei Co-yuconi.
- Abbandonata da molto tempo senza dubbio - osservò Koninson.
- Dall'anno scorso, molto probabilmente.
- Tò! Cosa sono quegli oggetti ammonticchiati in quell'angolo?
- Ossa di animali.
- Forse che i Co-yuconi le raccolgono per venderle?
- No, Koninson, - disse il tenente ridendo. - Li ammucchiano nelle loro capanne
perchè credono che, gettandoli via, debbano succedere delle disgrazie; che le
caccie diventino infruttifere; che le trappole lascino scappare la selvaggina;
che il freddo distrugga gli animali; ecc. Anche quando si tagliano le unghie, i
capelli e la barba, raccolgono il tutto entro sacchetti di pelle che sospendono
agli alberi del loro territorio, e ciò per lo stesso motivo.
- Strane superstizioni, signor Hostrup. Ma guardate laggiù, presso la riva del
laghetto, non vedete qualche cosa?
- Sì, dei pali piantati sul ghiaccio o meglio nell'acqua - disse il tenente.
- Che cosa saranno?
- Mio caro Koninson, credo che faremo bene a recarci laggiù.
- Che sperate di trovare?
- So che gli abitanti di queste regioni prima che l'inverno cominci, piantano
nei fiumi e nei laghi dei pali a cui sospendono delle trappole per i pesci.
- Che ci sia sotto qualche rete?
- Se non sarà una rete, troveremo qualche cosa di simile. Andiamo, Koninson.
Lasciarono la piccola capanna e si diressero verso il laghetto. Il tenente non
si era ingannato, poichè attraverso il ghiaccio distinsero una forma nerastra
stretta fra due pali e che pareva un gran paniere.
Con pochi colpi di scure spezzarono il ghiaccio e sotto vi scorsero una specie
di imbuto di vimini terminante in un recipiente pure di vimini, dentro il quale
nuotavano parecchi grossi pesci.
Koninson cacciò dentro le mani, e in pochi minuti ritirò due trote, tre lucci,
due bei pesci che il tenente riconobbe per "gadus lota", ed infine un
pesce molto grosso, tutto nero, che gli indigeni chiamano "nalina",
ma, la cui carne di qualità mediocre serve per lo più a nutrire i cani delle
slitte.
- Abbiamo dei viveri per quattro o cinque giorni! - disse il fiociniere tutto
contento. - Ringrazio di cuore quel co-yucone che ha avuto la buona idea di
collocare qui l'imbuto. Se lo troverò, gli regalerò uno dei nostri coltelli.
Fecero ritorno alla capanna sotto cui allegramente pranzarono colle due trote;
indi, dopo poche chiacchiere, si avvolsero nelle loro coperte, sicuri di non
venire disturbati da nessuno.
Alle 4 del mattino, approfittando del freddo della notte che aveva indurito lo
strato di neve, tornarono a spiegare la vela e ripresero la corsa con una
celerità di dieci o dodici chilometri all'ora.
Verso le 7 del mattino Koninson segnalò verso sud un bosco che pareva
prolungarsi indefinitamente verso est e verso ovest, formato da pioppi e da
abeti neri.
- Dobbiamo essere vicini al Porcupine! - disse il tenente. - Apri bene gli
occhi, fiociniere.
Manovrò in modo da entrare sotto il bosco senza urtare contro gli alberi, e
lasciò che la slitta continuasse a scivolare verso il sud.
Mezz'ora dopo Koninson con un rapido movimento faceva cadere la vela. Era tempo;
duecento passi più innanzi, fra due rive coperte di salici, si estendeva un
largo fiume che doveva essere il Porcupine.
XXIII
L'ORSO BIANCO
Il Porcupine, chiamato anche Ratto, è un bel corso d'acqua comunicante col
fiume Makenzie, che scorre da ovest ad est, quasi parallelamente alla costa, da
cui però dista oltre duecento miglia. Nella stagione estiva molti canotti lo
percorrono mettendo in comunicazione il forte Yucon colla stazione di La Pierre
e coi forti che si trovano sulle rive del Makenzie; ma, quando comincia a
gelare, la navigazione viene interamente sospesa e le tribù indiane che
popolano le rive e che si chiamano "figlie del Ratto", si ritirano o
verso sud o verso nord, dedicandosi alla caccia che talvolta è più produttiva
della pesca.
Quando il tenente e Koninson, lasciata la slitta, discesero la sponda, non
scorsero anima viva, nè alcuna abitazione. Il fiume, completamente gelato, non
aveva attirato ancora alcuno di quei valenti canottieri e pescatori che
s'incontrano così spesso nella buona stagione.
Però, percorrendo la riva per qualche tratto, trovarono qua e là numerose
traccie del soggiorno degli indiani. Infatti ai piedi d'una roccia rinvennero
delle vecchie reti state abbandonate perchè inservibili; più oltre una capanna
semi-arsa, un remo ancora piantato nel ghiaccio e finalmente anche un canotto
lungo otto piedi, costruito con lunghe liste di corteccia di betulla cucite
insieme con sottili radici d'abete e calafatato di resina. Un fianco, però, era
stato sfondato, forse dall'urto dei ghiacci, sicchè non poteva più servire.
- Diamine, mi pare che questi signori indiani si facciano molto desiderare! -
disse Koninson. - Molte traccie abbiamo trovato, ma non un volto umano abbiamo
veduto dalle rive dell'Oceano a questo fiume.
- Eppure parecchie tribù vivono in questa desolata regione - rispose il
tenente.
- Ma dove sono?
- Non lo so, ma vi sono e qualcuno ne incontreremo.
- E verremo bene accolti?
- Non ho mai udito dire che gli indiani di queste terre siano cattivi.
- Però so che parecchie volte hanno dato addosso ai bianchi.
- È vero, Koninson, ma per difendere la loro indipendenza. Aggiungerò anzi,
che hanno dimostrato di essere assai coraggiosi e di non aver paura dei forti
meglio armati.
- Quale tribù sperate d'incontrare?
- Quella che si chiama "figlia del Ratto", che vive sulle sponde di
questo fiume. È possibile, però, che in sua vece ne incontriamo qualche altra,
poichè nessuna ha dimora stabile e tutte vanno qua e là cercando i territori
che offrono maggiore selvaggina.
- E come si chiamano questi altri indiani?
- Vi sono i Co-yuconi, i più numerosi dell'Alaska e che abitano le rive del
fiume Yukon; i Koctck-a-Kutkin o indiani delle bassure; gli An-Kutkin e i
Tatanckok-Kutkin appartenenti alla famiglia dei Malemuti, che abitano il basso
corso dell'Yukon, e i Tanana, che hanno il loro centro al confluente dell'Yukon
col fiume Tanana, dove si erge un grosso villaggio chiamato Nuclu-kayette.
Altre tribù minori occupano il territorio che si estende fra i fiumi suddetti e
il Makenzie, appartenenti quasi tutte alla gran tribù dei "figli del
Ratto".
- Ed ora che noi siamo qui giunti, dove ci dirigeremo, signor Hostrup? Verso
ovest o verso est?
- Sarei dell'opinione di seguire il Porcupine fino al Makenzie e di raggiungere
il forte Speranza.
- Allora andiamo al forte Speranza.
- Ti avverto che la via sarà lunga.
- Non mi spavento, signor Hostrup.
- Oggi accamperemo qui e cercheremo di rinnovare le nostre provviste. Io
spezzerò il ghiaccio e mi metterò a pescare; tu batterai i boschi.
- Non chiedo di meglio.
Tornarono alla slitta, mangiarono un boccone e si separarono: Koninson si
cacciò sotto il bosco col fucile e il tenente discese la riva armato di scure
per aprire un buco nel ghiaccio.
Il fiociniere per qualche tratto costeggiò il Porcupine colla speranza di
abbattere qualche capo di selvaggina acquatica, avendo notato qua e là delle
traccie di lontre ma nulla scorgendo, si addentrò nel bosco camminando con
prudenza e cercando di non far scricchiolare la neve.
In lontananza si udivano le lugubri urla di una muta di lupi, forse occupata a
cacciare qualche grosso capo di selvaggina, qualche alce senza dubbio, sicchè
si diresse da quella parte, niente affatto atterrito dai denti di quei feroci ma
non coraggiosi carnivori.
Dopo aver superato una piccola altura sulla quale erano già spuntati in gran
numero i papaveri dai petali bianchi e dai petali d'oro, primi fiori della buona
stagione, un certo numero di sassifraghe stellate e di ranuncoli gialli,
ridiscese verso il fiume avendo udite le urla dirigersi da quella parte e quindi
allontanarsi in direzione sud.
Aveva raggiunta una macchia di piante sui cui rami spuntavano certe coccole
rosse delle quali sono amanti gli orsi bianchi, quando scorse a terra delle
larghe tracce che indicavano il passaggio di un grosso animale.
- Oh! Oh! - esclamò egli, arrestandosi di botto. - Queste non sono nè tracce
di alci, nè di lupi e tanto meno di volpi.
Si curvò e le esaminò attentamente, poi si sollevò rapidamente gettando uno
sguardo inquieto sotto gli alberi e intorno ai cespugli che crescevano in gran
numero presso la riva del fiume.
- Per di qui è passato un orso, e senza alcun dubbio un orso bianco - mormorò.
- Devo tornare o tirare innanzi?
Esitò un momento, sapendo quanto fosse forte e terribile l'avversario che
poteva da un istante all'altro incontrare, ma la speranza di tornare
all'accampamento con un sì bell'animale lo decise a continuare la caccia
seguendo appunto quelle orme.
Rinnovò per maggior precauzione la carica del fucile introducendovi due palle,
si assicurò se il coltello scorreva facilmente nella guaina di pelle, poi si
slanciò risolutamente innanzi, ma con gli occhi bene aperti e gli orecchi ben
tesi.
Percorse un quattro o cinquecento metri fermandosi di frequente per ascoltare,
poi si gettò precipitosamente dietro a un grosso albero.
In mezzo ad un cespuglio, lontano un tiro di freccia, aveva veduto agitarsi una
massa biancastra che era subito scomparsa, forse perchè stava scendendo il
pendio della riva.
Stette alcuni minuti immobile cercando di distinguere meglio il carnivoro, poi
udì, non senza provare un certo tremito, una specie di nitrito simile a quello
che emette un mulo.
- È un orso bianco! - esclamò il fiociniere, abbandonando con precauzione il
nascondiglio. - Animo, mio caro Koninson, se sei venuto fin qui non devi tornare
al campo a mani vuote.
Sapendo quanto gli orsi bianchi siano diffidenti e difficili a lasciarsi
accostare se non sono affamati, si gettò sottovento onde l'animale non lo
fiutasse e guadagnò la riva del fiume sempre tenendosi celato dietro i tronchi
degli alberi e le irregolarità del terreno.
Giunto là, s'alzò sulle ginocchia tenendo in mano il fucile e guardò.
A trenta soli passi di distanza egli scorse l'orso bianco occupato a divorare le
coccole rosse dei cespugli e le tenere gemme di alcuni minuscoli salici d'acqua
che crescevano stentatamente fra la neve.
Senza dubbio non si era ancora accorto della presenza del cacciatore, poichè
non dimostrava alcuna inquietudine, anzi lentamente gli si avvicinava.
Koninson imbracciò il fucile e mirò lungamente la testa del mostro, non
ignorando che, se lo avesse colpito in qualunque altra parte del corpo, non lo
avrebbe atterrato.
Alcuni istanti dopo la detonazione del fucile si fece udire scuotendo fortemente
gli strati dell'aria. Quando il fumo si dissipò, il fiociniere, con suo grande
terrore, vide l'orso che saliva la riva di galoppo, aprendosi impetuosamente il
passo fra i cespugli.
Nessuna macchia di sangue si scorgeva sulla bianca pelliccia, segno chiaro che
la palla si era perduta altrove.
Mancava il tempo di ricaricare l'arma e anche di fuggire, poichè l'orso non era
più che a pochi passi.
Il fiociniere in quel terribile frangente non si perdette d'animo. Afferrò il
fucile per la canna e quando si vide l'animale dinanzi, lo percosse
replicatamente sul muso.
Disgraziatamente l'arma gli sfuggì di mano mentre vibrava un terzo colpo e si
trovò inerme.
Impegnare una lotta corpo a corpo col coltello era cosa troppo pericolosa con
simile avversario, la cui forza è veramente straordinaria, se non eguale, certo
di poco inferiore a quella del terribile orso grigio delle Montagne Rocciose.
Non restava che fuggire a tutte gambe.
Koninson si appigliò a questo partito, e si diede a precipitosa fuga attraverso
la foresta, mandando alte grida per attirare l'attenzione del tenente che non
doveva essere molto lontano.
Superò, correndo disperatamente, la piccola altura procurando di tenersi presso
gli alberi onde, in caso disperato, salvarsi sui rami; poi si lasciò scivolare
o meglio rotolare fino al basso, dove incontrò il tenente che si era affrettato
ad accorrere col fucile e una scure.
- Cos'hai? - gli chiese questi, precipitandosi verso di lui. - Che ti è
accaduto? Chi ti insegue?
- Fuggite! Fuggite! - esclamò Koninson rimettendosi in piedi. - Ho un orso
bianco alle spalle.
- Un orso! E dov'è?
- L'ho incontrato presso le rive del fiume e si era messo a inseguirmi, dopo
essere sfuggito al mio colpo di fucile.
- Se si mostra avrà una buona accoglienza, ragazzo mio. Ma dov'è il tuo
moschetto?
- Mi è sfuggito di mano mentre mi difendevo.
- Bisogna andarlo a riprendere, o quell'animale te lo rovinerà tutto. Orsù,
prendi la scure e andiamo a vedere.
- Badate, tenente, che abbiamo da fare con un orso affamato, il quale si
getterà su di noi.
- Siamo in due e possiamo tenergli testa. Hai nulla di rotto?
- Sono intatto.
- Allora silenzio e avanti.
Il tenente, che ci teneva assai ad abbattere il carnivoro per rinnovare le
provviste già molto scarse, salì intrepidamente l'altura a rapidi passi,
fiancheggiato da Koninson, il quale trovandosi male armato tentennava, e giunto
sulla cima gettò uno sguardo sul versante opposto, in direzione del fiume, ma.
non vide nulla, nè udì il ben noto nitrito del pericoloso avversario.
- Dove si sarà nascosto? - si chiese.
- Forse dietro a quelle macchie - rispose il fiociniere, indicando i cespugli
che crescevano sulle sponde del Porcupine.
- Non ti ha inseguito?
- Non lo so, poichè non ardii voltarmi indietro.
- Scendiamo, amico mio.
Tenendosi dietro ai tronchi degli alberi e cercando di produrre meno rumore che
fosse possibile, per sorprenderlo e sparargli addosso prima che potesse fuggire,
raggiunsero i cespugli e precisamente il luogo ove era avvenuta la lotta.
Guardarono attorno alle piante, sulla riva e nel fiume, ma l'orso bianco non
c'era e, quello che era più sorprendente, non c'era nemmeno il fucile perduto
dal fiociniere.
- Tò! - esclamò il tenente al colmo della sorpresa. - Che abbia mangiato il
moschetto? Eppure non è una bistecca.
Si misero a frugare nelle macchie colla più grande attenzione, visitarono i
crepacci, girarono i tronchi degli alberi per un bel tratto di bosco, ma sempre
nulla: il fucile era proprio scomparso.
- Che ne dici? - chiese Hostrup, che si grattava furiosamente la testa.
- Io dico che questa sparizione ha del soprannaturale, - rispose Koninson.
- Che l'orso abbia portato con sè l'arma?
- E per che farne?
- Non lo so davvero, Koninson.
- Che sia venuto qui qualche indiano?
- Non è possibile, poichè non vedo sulla neve che le tue traccie e quelle
dell'orso.
- E allora?
- Che sia un orso ammaestrato?
- Ma non vi sono serragli nei dintorni, che io sappia, signor Hostrup.
- Ma vi possono essere degli indiani.
- E voi credete...
- Io non credo nulla, ma dico che quell'orso può appartenere a qualche banda
d'indiani.
- E voi supponete che il birbante abbia portato il mio fucile ai suoi padroni?
- Così deve essere.
- Cosa dobbiamo fare?
- Inseguire il ladro.
- Ben detto, signor Hostrup.
- Ecco qui le traccie che ha lasciato sulla neve. Ha disceso la riva, ed ha
attraversato il fiume dirigendosi senza dubbio verso sud. Forse dietro a quella
foresta sorge un accampamento di indiani.
- Allora andiamo, ma... e la nostra slitta?
- La ritroveremo nel ritorno.
- Ma i lupi la saccheggeranno.
- Faranno un ben magro bottino, amico Koninson. Orsù, in cammino.
Discesero la riva, attraversarono il fiume che in quel luogo misurava circa
duecento metri di larghezza e risalirono l'opposto pendio entrando in un'altra
foresta, sotto la quale scorrazzavano diversi lupi bianchi di dimensioni non
comuni.
Le traccie dell'orso furono ben presto ritrovate ed assieme ad esse l'impronta
del calcio del fucile.
- Si direbbe che quel birbante adopera la mia arma come un bastone - disse
Koninson.
- Deve essere un gran burlone! - rispose il tenente.
- Ora che ci penso, che sappia anche adoperare il fucile? Non vorrei che ce lo
scaricasse contro a tradimento.
- Mi hai detto che non hai avuto tempo di ricaricarlo, quindi questo pericolo
non esiste. Affrettiamo il passo e apriamo ben bene gli occhi.
Si rimisero in cammino sempre seguendo le traccie del carnivoro ma, percorsi
duecento metri, tutti e due tornarono a fermarsi in preda ad una certa
inquietudine. Da una fitta macchia di pini e di abeti neri, usciva una grande
cortina di fumo che strisciava lentamente sul campo gelato prolungandosi
infinitamente, e in distanza si udivano delle voci umane.
- Un accampamento? - chiese Koninson.
- Senza dubbio! - rispose il tenente.
- Andiamo innanzi?
- Sì, ma con prudenza. Se sono indigeni potremmo venire scambiati per nemici e
accolti molto male.
- Vedete? - esclamò Koninson, - le traccie dell'orso si dirigono verso
quell'accampamento.
- Lo dicevo io, che quel burlone doveva essere ammaestrato. Gettiamoci dietro
questi alberi e procediamo cauti.
Stavano per eseguire quella prudente tattica, quando delle urla selvaggie
scoppiarono alle loro spalle. Si volsero rapidamente l'uno puntando il fucile e
l'altro impugnando la scure. Alcuni uomini, che si erano forse tenuti nascosti
dietro i tronchi degli alberi o i mucchi di neve, correvano loro addosso
agitando certe fiocine e certi ramponi di forma particolare ed alcuni vecchi
fucili.
Essi giunsero come un uragano fino a pochi passi dal tenente e dal fiociniere,
poi si fermarono di colpo in un atteggiamento che nulla aveva di ostile, e uno
di loro, il capo senza dubbio, facendo un passo innanzi, disse con voce
abbastanza graziosa e in lingua russa:
- Siate i benvenuti. I Tanana sono vostri amici!
XXIV
CACCIA E TRADIMENTO
Quegli indiani Tanana, la cui tribù abita ordinariamente l'alto corso dell'Yucon
dove ha un grosso villaggio chiamato Nu-clukayette, erano una quindicina e, a
prima vista, non tali da ispirare troppa fiducia e simpatia.
Avevano i lineamenti brutti, angolosi, gli occhi foschi, il viso dipinto a
vivaci colori, i capelli lunghi, sciolti, adorni di penne e di pezzi di argilla
sorretti da strisce di garza e un bastoncino passato fra le cartilagini del naso
che dava loro un aspetto tutt'altro che gradevole.
Le loro vesti consistevano in corte giubbe di pelli d'orso o d'ermellino o di
lupo, calzoni di pelle di foca adorni di frangie e di perle comperate senza
dubbio dai commercianti ambulanti, e grandi scarpe da neve formate da una specie
di rete terminante in punta sul dinanzi e arrotondata di dietro.
Dopo la corsa fatta, che aveva per scopo di provare se gli stranieri avevano il
"cuore forte" - com'è loro costume - si erano fermati in
atteggiamento pacifico.
Il tenente, che aveva rapidamente puntato il fucile contro di loro pronto a far
fuoco, dopo le parole del capo lo aveva abbassato tenendosi però in guardia,
non fidandosi interamente di quegli indiani che ordinariamente vedono di cattivo
occhio i bianchi stabiliti sulle loro terre.
- Se vieni come amico, nulla hai da temere! - disse poi, rivolgendosi al capo
che aspettava una risposta.
- Mio fratello è russo? - chiese questi.
- No, appartengo ad una tribù che è molto lontana da qui, verso il sole che
tramonta.
- Allora sei mio amico! - rispose il capo.
Gettò a terra il vecchio fucile che teneva in mano, s'avvicinò al tenente e
accostando il proprio naso a quello di lui glielo strofinò energicamente.
Dopo questo segno di amicizia riprese:
- Se mio fratello non teme l'ospitalità dei Tanana, mi segua: avrà una tenda,
della carne e del fuoco.
- Ti seguo.
La banda gettò le armi sulle spalle e si addentrò nella grande macchia seguita
dai due naufraghi.
- Possiamo fidarci? - chiese Koninson.
- Sì, ma fino ad un certo punto! - rispose il tenente. - Ad ogni modo abbiamo
anche noi delle armi.
Dopo dieci minuti di cammino, giungevano in una vasta radura in mezzo alla quale
si rizzavano sei grandi tende di pelle di renna, di forma conica, sostenute da
pertiche e sormontate da strani emblemi rappresentanti teste di orsi e teste di
lupi.
Alcune donne ancor più brutte degli uomini, più orribilmente dipinte,
infagottate in pelli di orso e di foca e adorne, specialmente al naso, di
conchiglie di "ki-a-qua" (dentalium), mossero incontro ai nuovi
venuti: ma ad un gesto dei guerrieri si affrettarono a ritirarsi.
Il capo condusse gli ospiti dinanzi ad una piccola tenda mezzo sdruscita e che
pareva si reggesse per un miracolo di equilibrio e li invitò ad entrare,
promettendo di raggiungerli fra pochi istanti. Koninson per il primo vi mise
dentro la testa, ma la ritirò subito sternutando sonoramente.
- Ma questo è un porcile - disse. - Sfido chiunque a sopportare l'orribile
puzza che regna lì dentro.
- Bah! Non bisogna essere schizzinosi, ragazzo mio! - rispose il tenente. -
Credevi forse di trovare un palazzo? Animo, entriamo.
Facendo uno sforzo, si cacciarono sotto la tenda dove si arrestarono mezzo
asfissiati da un insopportabile odore di carne corrotta.
Nel mezzo ardeva una strana lampada scavata in una pietra ollare, la quale
spandeva all'intorno un luce rossastra e fetente. Negli angoli, ammonticchiate
alla rinfusa, si vedevano diverse pelli di animali non ancora completamente
seccate, poi interiori che finivano di marcire, pesci corrotti, dei sacchetti
che parevano contenere carne secca e infine un gran numero di fiocine di ogni
forma e dimensione, nonchè certi coltellacci d'una forma particolare montati in
corno di narvalo o in un dente di morsa.
- Questo deve essere il magazzino della tribù e anche l'arsenale - disse il
tenente.
- Che pulizia, signor Hostrup! Noi morremo asfissiati se non ci affrettiamo a
uscire.
- Se vivono i Tanana in queste brutte tende, possiamo viverci anche noi.
- Ma forse le altre sono migliori.
- Probabilmente saranno peggiori.
- E l'orso? Tò, me lo ero scordato.
- Quando verrà il capo sapremo qualche cosa. Ah! Eccolo che ritorna!
Infatti il Tanana si avvicinava accompagnato da un guerriero il quale portava un
grosso pesce, che pareva fosse stato allora allora levato dai carboni.
- Mio fratello accetti il regalo che gli offre il capo - disse il Tanana
entrando.
- Sii il benvenuto, - rispose il tenente - e ricevi i nostri ringraziamenti.
Il guerriero depose su di una pelle il pesce, poi uscì mentre il capo si sedeva
per terra colle gambe incrociate. I due naufraghi non si fecero pregare a far
onore al pasto e lavorarono così bene di denti che ben presto del pesce non
rimasero che le pinne.
Il Tanana, quando vide che avevano terminato, estrasse dal suo sacchetto che
portava appeso alla cintura la pipa, la caricò flemmaticamente, l'accese,
aspirò due boccate, poi la passò agli ospiti che fecero altrettanto.
Terminata quella funzione che presso tutti gli Indiani dell'America
settentrionale è della più alta importanza, poichè viene considerata come una
dichiarazione di amicizia, il Tanana, che fino allora non aveva pronunciato
sillaba, disse:
- Mio fratello il viso pallido è contento dei suoi fratelli dal viso rosso?
- Sì e ti ringrazio della cortese ospitalità accordatami.
- Allora mi dirà perchè viaggia in queste terre che non sono le sue.
- Siamo qui perchè la tempesta ci ha gettati, malgrado tutta la nostra buona
volontà per non approdarvi.
- Ah! I miei fratelli sono stati disgraziati adunque? Montavano forse una di
quelle grandi barche che vengono così da lontano?
- L'hai detto.
- Ed ora dove vanno?
- Cerchiamo di raggiungere un qualche forte o della Compagnia inglese o di
quella russa.
- Ma i forti sono molto lontani.
- Ma le nostre gambe sono buone.
- E non possedete un attiraglio?
- Una slitta, ma senza cani per trascinarla.
- E dov'è questa slitta? - chiese il Tanana, i cui occhi mandarono un lampo.
- L'abbiamo lasciata a due ore di cammino di qui, sulla riva del Porcupine.
- Mio fratello possederà dell'"acqua di fuoco"?
- Dell'acquavite, vuoi dire? No, l'abbiamo consumata tutta.
- Possederà della polvere da sparo.
- Sì, ma non molta.
- Doveva portarne un pò a suo fratello Tanana.
- Basta appena per noi due.
Il capo non dissimulò un gesto di dispetto che al tenente non sfuggì.
- Ma perchè ha lasciato la sua slitta? - chiese il Tanana.
- Per inseguire un orso bianco che ci aveva rubato un fucile. È tuo quell'orso?
- No.
- Sarà di qualche tuo guerriero. Io so che è entrato nel tuo campo e io conto
sulla tua generosità per riavere l'arma.
Il Tanana lo guardò per qualche istante senza rispondere, poi disse:
- Tu l'avrai, ma ad un patto.
- Parla.
- Che tu venga quest'oggi con me nella foresta a cacciare l'alce. I volti
pallidi sono tutti bravi cacciatori e tu e il tuo compagno mi sarete di grande
aiuto.
- Accetto.
II capo si alzò, uscì dalla tenda e poco dopo ritornava portando il fucile che
Koninson s'affrettò a prendere, mandando una esclamazione di gioia.
- Ora mettiamoci in cammino! - disse il Tanana. - Le alci sono state già
scoperte dai miei uomini e forse a quest'ora sono strette da ogni parte.
Affrettiamoci, poichè conto di partire questa notte con tutta la mia tribù.
- E per dove? - chiese il tenente.
- Verso il sole che si leva, nel paese dei Malemuti - rispose il Tanana con un
enigmatico sorriso. - Odi le grida dei cacciatori?
In lontananza si erano improvvisamente udite delle alte grida seguite
dall'abbaiare di numerosissimi cani.
- Andiamo! - disse il tenente.
Il Tanana uscì seguito dai due marinai, disse qualche parola ad alcuni
guerrieri che lo attendevano fuori della tenda, poi si addentrò nel bosco.
- Che vi pare di questo selvaggio? - chiese Koninson al tenente. - Mi ha un
certo viso che non mi rassicura completamente.
- Hai ragione, mio degno fiociniere, ma staremo in guardia e ci guarderemo ben
bene alle spalle.
Le grida e gli abbaiamenti si avvicinavano rapidamente e ben presto attraverso
gli alberi si videro correre parecchi cacciatori preceduti da grossi cani, poco
dissimili per altezza e per forme dai lupi.
- Dove sono queste alci? - chiese Hostrup al capo.
- Dinanzi a noi - rispose il Tanana.
- Sono molti i cacciatori?
- Una quarantina sparsi sulla nostra destra e sulla nostra sinistra.
Camminarono per altri venti minuti sempre più inoltrandosi nella foresta e
sempre preceduti dai cacciatori che continuavano a mandare urla selvagge, poi il
Tanana si arrestò.
Dinanzi a loro, a tre o quattrocento metri, stavano riunite venti o venticinque
alci, superbi animali, grandi quanto un cavallo giovane, colle teste adorne di
corna robustissime. Correvano or qua or là in preda ad un vivo spavento,
cercando di fuggire fra gli spazi lasciati dai cacciatori, ma senza
arrischiarsi, poichè subito ritornavano galoppando disordinatamente
II tenente e il fiociniere puntarono le armi mirando ognuno un'alce, ma il
Tanana con un gesto li trattenne.
- Siamo a buon tiro - disse Hostrup.
- Non è ancor giunto il momento - rispose il capo. - Aspetta che entrino nel
recinto e poi farai fuoco a volontà.
- In quale recinto?
- Guarda laggiù.
Il tenente guardò nella direzione indicata e non senza sorpresa vide,
attraverso gli alberi, un grandioso recinto fabbricato con rami assicurati ai
tronchi mediante strisce di pelle, il quale si restringeva a mò di collo di
bottiglia.
- È così che noi cacciamo - disse il Tanana. - Le alci hanno paura ad entrare,
ma noi le costringeremo.
- E non spezzeranno il recinto?
- È semplice, ma molto solido. Attenzione e guardatevi dalle corna, poichè
talvolta le alci, rese furiose, si gettano sui cacciatori a testa bassa.
I suoi uomini si erano a poco a poco riuniti formando un semicerchio assai vasto
il quale si univa colle due estremità del recinto. Ad un cenno del capo
impugnarono le fiocine e si spinsero coraggiosamente innanzi raddoppiando le
grida e aizzando i cani.
Le alci si misero a caracollare confusamente mostrando delle intenzioni
tutt'altro che pacifiche, ma quando si videro assalite dai cani e minacciate
assai da vicino dai cacciatori, non esitarono più a fuggire e non trovando
dinanzi che l'apertura del recinto vi si spinsero dentro.
II capo, i due naufraghi e tutti gli altri le seguirono e si appostarono dietro
a certi mucchi di neve muniti di una feritoia, che erano stati precedentemente
costruiti.
- Fuoco a volontà! - comandò il capo.
Tosto da ogni parte partirono detonazioni ed alcuni alci, colpite mortalmente,
caddero dibattendosi disperatamente. Le altre fecero di gran galoppo il giro del
recinto cercando una uscita che ormai non esisteva più, essendo stata subito
chiusa quella che poc'anzi c'era, poi si scagliarono contro i rami d'albero
tentando di spezzarli a colpi di corna, ma invano poichè, come aveva detto il
capo, erano solidissimi e ben legati.
Vista l'inutilità dei loro sforzi, si rivolsero contro i cacciatori, ma una
nuova scarica, che ne gettò a terra altre quattro o cinque, le costrinse a
riprendere la fuga.
Riunitesi in fondo al recinto, le povere bestie parvero consigliarsi, poi
ritornarono verso i cacciatori a testa bassa mostrando minacciosamente le loro
robuste corna. Alcune colpite dalle palle caddero, ma le altre passarono come un
uragano fra cumulo e cumulo, si gettarono furiosamente contro il recinto che in
quel luogo presentava una solidità molto dubbia, ne rovesciarono un tratto e
fuggirono nel bosco allontanandosi verso est con tale rapidità, da par perdere
ogni speranza di raggiungerle.
Il tenente e il fiociniere fecero atto di inseguirle, ma il capo Tanana li
arrestò.
- È inutile - disse. - Abbiamo carne quanta ci basta per vivere un bel pezzo.
Ed infatti aveva ragione. Nove alci giacevano a terra immobili e due altre si
dibattevano negli ultimi aneliti.
Mentre alcuni cacciatori uscivano traendosi dietro i cani per condurre colà le
slitte, gli altri s'affrettarono a finire le ferite; poi, dato mano ai coltelli,
si misero a scuoiare e a tagliare con tanta abilità e prestezza che due ore
dopo la non facile operazione era finita.
Al tramonto, quell'ammasso di carne ancor palpitante veniva caricato sulle
slitte e portato all'accampamento dove erano stati accesi dei grandi fuochi.
Il capo offrì ai due marinai una lauta ed abbondante cena, poi li ricondusse
nella loro tenda che in quel frattempo era stata completamente vuotata.
- Quando parti? - gli chiese il tenente, prima di coricarsi.
- Domani all'alba - rispose il Tanana con un sottile sorriso. - Dormi in pace
sotto la buona guardia dei miei guerrieri e all'alba riceverai i miei saluti e
una provvista di carne da bastarti per un mese.
- A domani, adunque! - risposero i due naufraghi. E si sdraiarono con accanto le
armi.
XXV
IL MAKENZIE
Dormivano da tre o quattro ore, quando Koninson fu improvvisamente destato da
un lontano abbaiare che rapidamente diventava fioco perdendosi verso occidente.
Rammentandosi delle parole dette il giorno innanzi dal Tanana e dei sospetti
manifestati dal tenente, si alzò in preda ad una certa inquietudine temendo che
quei poco rassicuranti selvaggi avessero approfittato della notte per giuocare
qualche brutto tiro.
Cercò il fedele fucile e mandò un sospirone di soddisfazione nel sentirselo
ancora vicino, poi stette in ascolto. Agli abbaiamenti poco prima uditi, era
succeduto un profondo silenzio che veniva rotto solamente dallo stormire degli
alti pioppi e dei pini. Non una parola, non un passo che indicasse la presenza
dei guerrieri incaricati di vegliare sull'accampamento, non quel russare che
indica la vicinanza di uomini che dormono.
- Hum! - esclamò. - Spira una cert'aria che non mi rassicura affatto.
Strisciò verso l'apertura, alzò la tenda e guardò. Dapprima nulla vide
essendo l'oscurità profonda; ma poi s'accorse che quel tratto di terreno, poco
prima occupato dalle tende dei Tanana, era completamente libero.
- I bricconi sono fuggiti! - esclamò. - Signor Hostrup, aprite gli occhi!
- È spuntato il sole? - chiese il tenente sbadigliando.
- Non ancora, ma vi dò un'altra nuova che vi sveglierà completamente. I nostri
cari Tanana se ne sono fuggiti defraudandoci della nostra porzione di carne, a
quanto pare, poichè non vedo vicino a me nessuna bistecca.
- Dovevamo aspettarci qualche bricconata da quei messeri, mio caro fiociniere.
Speriamo che tutto il male sia questo.
- Forse che avete timore di qualche cosa di peggio?
- Questa fuga precipitosa, le parole del capo, quell'insistenza nel chiederci se
avevamo della polvere da regalare, se eravamo soli e dove avevamo lasciato la
nostra slitta...
- Corpo d'una balena! - esclamò Koninson. - Sospettate forse...
- Che abbiano fatto una visita alla nostra slitta - terminò il tenente.
- Se fosse vero, guai a loro!
- Bah! Sarà un pò difficile il raggiungerli, tanto più che si dirigono verso
est.
- Verso est? Io ho udito gli abbaiamenti dei loro cani verso ovest, signor
Hostrup.
- Verso ovest! Sei propri sicuro?
- Sicurissimo.
- Allora gatta ci cova. Io temo di aver avuto da fare con uno scaltro briccone,
e non sono più sorpreso se ci ha giocato questo brutto tiro. Affrettiamoci a
raggiungere il fiume; ho fretta di arrivare alla slitta.
- Ma vi giuro fin d'ora, signor Hostrup, che se quel birbante ci ha derubati io
lo inseguirò e lo raggiungerò per quanto lontano fugga.
- Se saremo capaci di raggiungerlo. I Tanana avevano dei cani attaccati alle
loro slitte e chissà mai dove saranno a quest'ora.
Si posero in marcia senza prendersi il disturbo di portare con loro la tenda
essendo tutta bucata e si diressero verso il Porcupine. Alcuni lupi che
ronzavano sotto il bosco, si provarono a seguirli gettando lugubri urla, ma un
colpo di fucile, che atterrò il più feroce, li costrinse a ritornare più che
in fretta sotto gli alberi.
Due ore dopo i due balenieri giungevano sulla riva del fiume. Stavano per
scenderla, quando Koninson incespicò in un oggetto che cadde con rumore
rimbalzando e correndo sulla superficie gelata.
- Bestia o cosa? - chiese egli curvandosi innanzi ed firmando precipitosamente
il fucile.
- Mi è sembrato un barilotto - disse il tenente. - Uhm! Brutto segno!
In quell'istante sulla riva opposta si videro alcune ombre muoversi rapidamente,
poi sparire sotto un gruppo di cespugli.
- Chi vive? - gridò il fiociniere imbracciando il fucile.
Nessuno rispose, ma poco dopo udì un acuto stridio che rapidamente si
allontanava verso ovest e un po' più tardi dei lontani latrati.
- Temo che siano i Tanana - disse il tenente che ascoltava attentamente.
- Corriamo alla slitta, signor Hostrup - suggerì il fiociniere. - Forse
arriveremo in tempo per far pagar caro il tradimento.
Si slanciarono giù dalla sponda attraversarono correndo il fiume e rimontarono
la riva opposta guadagnando una piccola altura da cui potevano dominare il paese
circostante per un gran fratto. Alla loro destra avevano il bosco battuto il
giorno innanzi; alla sinistra una pianura sull'orlo della quale scorsero una
massa confusa che doveva essere la slitta. Nè da una parte nè dall'altra
videro alcun uomo; però in distanza si udiva ancora l'acuto stridio che doveva
essere prodotto dallo scivolio di una slitta tutta a gran galoppo. Lasciarono
l'altura e si diressero verso la slitta la quale rizzava ancora il lungo albero
a cui si vedeva sospesa e imbrogliata la vela. Quando furono vicini scorsero a
terra casse e barili, aperte le une, sfondati gli altri, e parecchi altri
oggetti che facevano parte dell'equipaggiamento.
- Ah, miserabili! - esclamò Koninson. - Ci hanno derubati!
E pur troppo era vero. I Tanana, approfittando senza dubbio del sonno dei due
balenieri, si erano recati colà ed avevano tutto saccheggiato. Viveri, accette,
provvista di polvere e di palle, vesti di ricambio, tutto era stato portato via.
Non restava che la sola slitta, ma fortunatamente in buono stato e ancora
provveduta della sua vela che forse i Tanana non avevano toccata per mancanza di
tempo.
- Hanno fatto bene a fuggire così presto - disse il tenente, che perdeva un pò
della sua calma abituale. - Se li avessi colti sul fatto, qualcuno l'avrebbe
pagata cara, questa bricconata. Mio caro Koninson, siamo stati corbellati come
due ragazzi.
- Ma li ritroveremo forse un giorno, signor Hostrup - rispose il fiociniere
tendendo minacciosamente il pugno verso l'ovest. - Anche noi andiamo da quella
parte e chissà!...
- Buon per noi che ci hanno lasciata la vela.
- Ma non ci hanno lasciato nemmeno un granello di polvere, e voi sapete che in
questo dannato paese non si vive se non si adopera il fucile. Non so il perchè
non si sia mai pensato ad aprire delle trattorie.
- Perchè gli orsi mangerebbero la dispensa e anche i trattori, amico Koninson.
Orsù, quante cariche ti rimangono?
- Una sessantina e niente di più!
- Io ne ho altrettanto. Bah! Con centoventi colpi di fucile possiamo andare fino
sulle rive del Makenzie e anche più lontano.
- Ma non abbiamo intanto un briciolo di pane da mettere sotto i denti e non vedo
nessun animale intorno a noi.
- Per ora stringerai la cinghia dei tuoi calzoni, poi vedremo. Aiutami a
spiegare la vela e rimettiamoci in viaggio, giacchè qui più nulla abbiamo da
fare.
Ad oriente cominciava a biancheggiare quando si rimisero in viaggio, favoriti da
un vento abbastanza forte che soffiava da sud-sud-est. La slitta, vigorosamente
cacciata innanzi dalla grande vela che era così gonfia da temere che
scoppiasse, si rimise a scivolare sulla pianura con un lungo stridio e con una
velocità che fu stimata non inferiore ai nove nodi all'ora.
Il tenente, che stava a timone, la spinse al di là del bosco lasciando alla sua
destra il fiume che accennava a piegare verso sud, poi la lanciò dritta dinanzi
a sè, sapendo bene che in qualunque punto avrebbe incontrato sul suo passaggio
il Makenzie, il quale taglia quella desolata regione fino alle rive dell'oceano
artico.
Il paese era sempre piano e disabitato. Solamente a nord, alcune catene di
monti, assai lontane, apparivano semi-nascoste fra un fitto nebbione e verso sud
dei grandi boschi di pini e di abeti costeggianti il corso del Porcupine.
Di quando in quando da quegli alberi uscivano correndo torme di lupi affamati, i
quali si davano a inseguire la slitta colla speranza di raggiungerla, ma ben
presto desistevano riconoscendo l'inutilità dei loro sforzi; talvolta invece
delle renne dalle corna ramose apparivano fra i cespugli e, dopo aver guardato
quello strano veicolo che doveva sembrare ai loro occhi un immenso uccello,
fuggivano spaventate senza lasciar tempo al fiociniere di prendere il fucile.
Dei Tanana nessuna traccia, quantunque i due balenieri si guardassero ben bene
d'attorno e porgessero attento ascolto ai rumori del largo.
A mezzogiorno, dopo aver percorso molte miglia sotto un sole che cominciava già
a diventare caldo ed a sciogliere i ghiacci, Koninson additò al tenente una
specie di battello sospeso ad alcuni piuoli alti un paio di metri da terra e che
si trovava sull'orlo della foresta.
- Cos'è quella roba là? - chiese. - Indica la presenza di qualche tribù di
indiani, o la vicinanza di qualche villaggio abbandonato?
- Nè l'uno, nè l'altro - rispose il tenente. - Se non m'inganno, quella è una
tomba.
- Che non ci potrà certamente giovare.
- Anzi, troveremo qualche cosa che farà per noi. Ammaina la vela e andiamo a
vedere.
Il fiociniere s'affrettò ad ubbidire e la slitta, trasportata dal proprio
slancio, andò a fermarsi a poca distanza da quella strana tomba.
Il tenente e il fiociniere vi si diressero e la esaminarono con curiosità.
Consisteva in un vero canotto indiano di corteccia di betulla e armatura di
salice, lungo circa otto piedi, solido e leggero ad un tempo. Era sospeso a
circa due metri da terra con alcuni piuoli e sotto di esso la neve appariva
smossa di recente e vi si vedeva un certo rigonfiamento come se nascondesse
qualche cosa.
- Il morto è nel canotto? - chiese Koninson.
- No, giace sepolto sotto la neve. Il canotto conterrà invece le armi, le
scarpe, le reti e le lenze appartenenti all'estinto.
- E dei viveri?
- Forse, ghiottone. Sali nel canotto e guarda dentro.
Il fiociniere si alzò sui piuoli e salito nella leggera imbarcazione gettò
giù due fiocine di corno di narvalo diligentemente aguzzate, un paio di scarpe
assai malandate, alcune reti e una lenza di pelle di foca lunga una trentina di
metri.
- Non valeva la pena di venire fin qui - diss'egli di assai cattivo umore. - Ci
avessero messo almeno qualche sacchetto di quell'eccellente "pemmican"
che sanno fare gli indiani di questa regione!
- Sanno bene che i morti non mangiano, ragazzo mio, - disse il tenente.
- Ma perchè mettono sulle tombe le armi e le reti?
- Perchè se ne servano nell'altra vita.
- Ah! Credono che i morti risuscitino.
- Tutti gli indiani ne sono convinti. Ora scendi e cerchiamo di procurarci la
colazione. Tò! Ecco dei lupi che urlano nel bosco. La loro carne è pessima, ma
chi non ha di meglio può accontentarsi.
- Voi v'ingannate, signor Hostrup, poichè ho qualche cosa di più appetitoso da
offrirvi. Guardate in alto.
Il tenente alzò il capo e vide un grossissimo uccello il quale volava
pesantemente come se facesse molta fatica a mantenersi in aria. Imbracciò
rapidamente il fucile, mirò alcuni istanti con molta attenzione, poi premette
lentamente il grilletto.
Il grosso volatile colpito dall'infallibile palla del cacciatore, rotolò due
volte su sè stesso mandando una nota che parve emessa da una tromba, poi
piombò a terra con sordo rumore rimanendo immobile.
- È un cigno - disse Koninson precipitandovisi sopra.
- Trenta libbre di carne eccellente! - rispose il tenente.
- Ma come mai questo uccello si trova qui?
- In estate i cigni vengono a visitare questa regione. La presenza di questo
uccello indica che lo sgelo dei fiumi non è molto lontano.
- Brutta nuova per chi non ha che una slitta a vela.
- Bah! Fra poco non avremo più bisogno di questo veicolo, poichè il Makenzie
non deve essere molto lontano.
Koninson si affrettò a spennare il volatile il cui peso, come aveva detto il
tenente, superava le trenta libbre, poi ne mise un grosso pezzo al fuoco che in
quel frattempo era stato acceso con legna morta raccolta nella vicina foresta.
Calmata la fame, i due naufraghi tornarono a imbarcarsi, e la slitta, favorita
ancora da un buon vento, ripartì costeggiando sempre la foresta.
L'indomani, dopo una ventina di miglia, il terreno che fino allora si era
mostrato molto favorevole cominciò a cambiare.
La gran pianura era spesso interrotta da ondulazioni, da salite, da larghi
crepacci e da ruscelletti, le cui rive assai più alte dei corsi d'acqua
facevano trabalzare disordinatamente il veicolo, minacciando spesso di mandarlo
in pezzi.
Anche un largo fiume che il tenente suppose fosse il Peel, uno degli affluenti
al Porcupine, e che sbocca a breve distanza dal Makenzie, venne ad interrompere
la corsa.
I due naufraghi furono costretti a calare la slitta dalla riva e attraversare il
ghiaccio per poi issarla sulla sponda opposta.
In quella traversata poco mancò che affondassero nel fiume poichè il ghiaccio,
corroso dall'azione delle acque e dal sole, più volte crepitò e tremò sotto
il peso della slitta.
II 14 maggio il vento improvvisamente mancò e così pure per altri tre giorni
durante i quali il sole, che rapidamente diventava caldo, sciolse gran parte
dello strato di neve rendendo così la marcia della slitta assai penosa.
Il 18 dovettero rinunciare a partire di giorno, quantunque il vento fosse
propizio, anzi molto forte. La neve, eccessivamente rammollita, non permetteva
più lo scivolamento.
La gran pianura, percossa da una vera pioggia di raggi caldissimi, presentava un
sublime spettacolo. Pareva che un immenso incendio la divorasse, estendosi fino
agli estremi limiti dell'orizzonte. La neve, i massi di ghiaccio, gli "hummoks",
si fondevano a vista d'occhio e fitte masse di vapori ondeggiavano in tutti i
versi, sbattute dagli impetuosi soffi del vento meridionale.
Di quando in quando, però, fasci di luce scaturivano da quelle masse, e così
abbaglianti che gli occhi dei due balenieri non ci potevano resistere. Le acque
pullulavano dappertutto correndo in tutte le direzioni, radunandosi nelle
bassure, formando torrentelli e stagni, e producendo un ronzio che, di mano in
mano che il sole si alzava sempre più splendido e sempre più caldo, diventava
più forte.
- Corpo di una balenottera! - esclamò Koninson che si era affrettato a tirarsi
i capelli sugli occhi per non rimanere cieco. - Si direbbe che oggi messer Febo
si è avvicinato alla terra di qualche milione di miriametri.
- Se non ci affrettiamo, la nostra vela ci sarà affatto inutile. Fra un paio di
giorni la pianura rimarrà scoperta - disse il tenente.
- E quando partiremo?
- Stasera farà ancora un pò di freddo e tutta quest'acqua e questa neve
geleranno.
Il tenente non si era ingannato.
Verso le 11 di sera, quantunque il sole fosse ancora sull'orizzonte, la
temperatura precipitò quasi improvvisamente di parecchi gradi, fino a toccare i
tre sotto lo zero e la vasta pianura gelò.
I balenieri spiegarono la vela e ripartirono con una velocità notevolissima,
essendosi il vento mantenuto assai forte.
Alle tre del mattino avevano già percorso trenta e più miglia, ora scendendo
ed ora salendo.
Ad un tratto l'orecchio di Koninson fu ferito da uno strano muggito che veniva
da est.
- Abbiamo qualche branco d'alci dinanzi a noi? - chiese egli prendendo il
fucile.
- Lo spero - rispose il tenente, prendendo la sua arma.
Di mano in mano che la slitta procedeva il muggito cresceva sempre, ma sulla
pianura non si vedeva alcun essere vivente, per quanto i balenieri aprissero gli
occhi.
Koninson, che cominciava a diventare inquieto, s'alzò in piedi e si issò
sull'albero. Un grido gli sfuggì tosto:
- Lasciate la scotta. Abbiamo un fiume dinanzi!
- È il Makenzie! - esclamò il tenente.
In un baleno, lasciò andare la fune, ma ormai era troppo tardi per arrestare la
slitta che divorava la via con una celerità di quindici nodi all'ora.
In men che lo si dica, giunse al fiume che correva incassato fra due alte
muraglie, barellò un istante nel vuoto, poi precipitò giù inabissandosi nei
gorghi del Makenzie.
XXVI
GLI ORSI DELLE TERRE NUDE
Il Makenzie, scoperto solamente verso il finire del XVIII secolo, e
precisamente nel 1789, da un inglese che gli diede il proprio nome, è uno dei
più grandi ma nello stesso tempo dei meno conosciuti fiumi che solcano
quell'immensa estensione di tetre semideserte e quasi sempre gelate,
appartenenti alla Compagnia della Baia di Hudson.
Il preciso suo corso ancora oggi si ignora, ma secondo taluni sarebbe di circa
3200 chilometri. Alimentato dal Lago dello Schiavo, poi dal Lago del Grand'Orso,
a cui è unito da un fiume che chiamasi pure Grand'Orso, quindi dal Porcupine,
scorre con grandi serpeggiamenti attraverso a quelle terre e va a scaricarsi
presso i 69° 14' di latitudine nord e i 129° 12' di longitudine ovest
nell'Oceano artico, per una larga imboccatura ostruita in parte da un gruppo
d'isole deserte fra cui le più notevoli sono quella della Balena, ove si fermò
Makenzie, e quella di Garry, visitata dal capitano Franklin nel 1825.
La Compagnia della Baia di Hudson, che traffica cogli Indiani, ha sulle rive di
questo grande fiume alcuni piccoli forti abitati da pochi cacciatori, separati
gli uni dagli altri da grandi distanze.
All'infuori di questi posti, il paese bagnato è quasi deserto, poichè anche le
tribù indiane vi sono poche e senza stabile dimora.
Malgrado quel repentino capitombolo da una sponda alta più di una quindicina di
piedi, nelle acque del fiume, che forse da sole poche ore si erano liberate
dalla crosta di ghiaccio, i due balenieri non si perdettero d'animo. Con un
vigoroso colpo di tallone ritornarono subito a galla e si aggrapparono alla
slitta la quale nel precipitare non aveva riportato che la rottura dell'albero,
tagliato in due dall'urto di un grosso ghiaccio.
La prima cosa che fecero fu di tentare di guadagnar la riva; ma, almeno per il
momento, furono costretti ad abbandonare l'idea, poichè enormi lastroni di
ghiaccio, che il fiume trascinava tumultuosamente nella sua rapida corsa, li
circondavano da ogni lato minacciando di schiacciarli o di tagliarli a mezzo.
- Passiamo a prua - disse il tenente. - Eviteremo almeno gli urti.
Tenendosi stretti alle traverse della slitta, si portarono entrambi sul dinanzi,
cercando di tenersi più che potevano fuori dell'acqua per non gelare
completamente.
- Hai nulla di guasto? - chiese poi il tenente.
- Non mi pare - rispose Koninson. - Ma, se rimaniamo qui una sola mezz'ora, mi
guasterò tutto. Corpo d'una pipa rotta! Sono ben fredde queste acque.
- Le tue munizioni?
- Le ho bene assicurate e vedete che anche il fucile non l'ho abbandonato.
- Ora pensiamo a guadagnare la riva.
- Ma questi dannati ghiacci ci stritoleranno se abbandoniamo la slitta, e poi le
mie vesti sono diventate così pesanti che non sarò capace di nuotare per dieci
metri.
- Si tratta di spingere la slitta verso la riva. Attenzione, Koninson!
Una gran lastra di ghiaccio, un vero "stream" lungo una cinquantina di
metri, muoveva dritto sulla slitta frantumando con mille scricchiolìi tutti i
ghiacci minori.
- Ci schiaccerà! - disse Koninson, battendo i denti per il freddo.
- Prima romperà la slitta! - rispose il tenente. - Non perderti d'animo, amico
mio, e tieni fermo finchè raggiungiamo la riva.
- Vi confesso che non ne posso più. Queste acque sono diabolicamente fredde e
sento che a poco a poco i miei muscoli si irrigidiscono.
- Attenzione, Koninson.
Il lastrone non era che a pochi passi. Frantumò con un potente urto due piccoli
ghiacci, poi si precipitò come un ariete sulla slitta. Si udì un lungo
scricchiolìo, le traverse si spezzarono, le corde si ruppero, lasciando cadere
i pochi oggetti che i naufraghi avevano salvato dalle rapaci mani dei Tanana,
quindi tutto l'apparecchio si disciolse andandosene alla deriva.
Il tenente e Koninson furono travolti dalla corrente, ma ben presto, lottando
con disperata energia, riuscirono ad aggrapparsi ad un banco di ghiaccio
issandovisi sopra.
- Ah, mio tenente! - mormorò il povero fiociniere che non si reggeva più. - Mi
pare che il mio cuore sia diventato un blocco di ghiaccio.
- Coraggio, amico. La corrente ci spinge verso la riva destra e fra pochi
istanti toccheremo terra.
Koninson non rispose. Quasi completamente assiderato si era raggomitolato su sè
stesso, ormai incapace di fare il più piccolo movimento.
Fortunatamente il banco urtò contro i ghiacci della riva e si incastrò
fortemente dentro un largo crepaccio. Il tenente, a cui quel bagno prolungato in
quelle acque così gelate non aveva completamente tolte le forze, si caricò del
compagno e raggiunse la sponda arrestandosi a pochi passi da un boschetto di
betulle.
Senza occuparsi di sè stesso, in pochi istanti spogliò il fiociniere, poi
raccolse un pò di neve e si mise a strofinarlo vigorosamente per rimettergli in
circolazione il sangue.
Dopo alcuni minuti lo vide muoversi e infine riaprire gli occhi.
- Vedo che hai la pelle dura e sono contento! - gli disse, sorridendo. - Orsù,
ragazzo mio, spicca quattro salti finchè io corro al boschetto a procurare
della legna.
- Grazie, signor Hostrup, ma se tardate a spogliarvi delle vesti, gelerete.
- Bah! La mia pelle sfida quella degli orsi bianchi; d'altronde non impiegherò
che pochi minuti ad accendere un buon fuoco.
Impugnò la scure che aveva avuto tempo di salvare nel momento che la slitta
capitombolava nel fiume, e si allontanò correndo, raccogliendo qua e là i rami
morti e quelli che tagliava. Fatta un'ampia provvista ritornò presso Koninson,
il quale stava facendo una ginnastica indiavolata per non tornare a gelare.
L'esca e l'acciarino, conservati dentro un astuccio impermeabile, procurarono un
bel fuoco attorno al quale i due balenieri si assisero, riscaldandosi le membra
ed asciugandosi le vesti.
- Ditemi, signor Hostrup, - disse il fiociniere che aveva ricuperato le forze e
la favella - dove supponete che noi siamo?
- Sulle rive del Makenzie, ma in quale punto preciso non te lo saprei dire.
- Siamo molto lontani dal forte che cercate?
- Te lo dirò quando avremo raggiunto la riviera del Grand'Orso, che si scarica
in questo fiume.
- A sud o a nord da noi?
- A nord no di certo, poichè ci siamo costantemente tenuti a nord del Porcupine
e questo fiume sbocca nel Makenzie quasi di fronte alla riviera del Grand'Orso.
- Allora marceremo verso sud seguendo il fiume.
- È necessario, e quando avremo raggiunto la riviera piegheremo ad est finchè
troveremo il forte Speranza, il quale, se la memoria non mi tradisce, deve
trovarsi a circa mezza via fra il Makenzie e il lago del Grand'Orso o del
Musquàsa-ky-e-gum, come lo chiamano gli indiani.
- Auff! Mi ci vorrà una settimana a pronunciare siffatto nome. Questo sforzo di
lingua lo lascio a voi ed agli indiani. Ma ditemi, signor Hostrup, a cosa
servono i forti piantati fra quelle deserte regioni?
- A scopo di commercio.
- E con chi commerciano?
- Cogli indiani, i quali si recano di quando in quando ai forti a vendere le
pelli degli orsi, di foche, di martore, di volpi, di linci, di lupi, di castori,
di ratti muschiati e di lontre, contro, armi, liquori, reti, ecc. Anzi, ti dirò
che tanto la Compagnia Russa che quella della Baia di Hudson, proprietarie dei
forti, fanno ottimi affari.
- Ma dove sono questi indiani, che non ne abbiamo veduto che trenta o quaranta?
- Sono disseminati qua e là, ma tutti sanno dove si trovano i forti.
- Ne troveremo degli altri, dunque?
- Sì, poichè il territorio su cui ci troviamo, e che appartiene alla Compagnia
della Baia di Hudson, è più popolato di quello appartenente alla Russia. Nei
pressi del Makenzie e del lago del Grand'Orso si trovano numerose tribù di
Jannoit della famiglia degli Eschimesi, di indiani Loschi, così chiamati
perchè sono realmente loschi, di Fianchi di Cane o Liu-tcan che sono tutti
balbuzienti, di Denè, di Diendije, di Fine e di Chippewyans, i quali poi per
lungo tempo furono creduti forniti di coda a causa delle loro vesti che di
dietro terminano in una lunga punta.
- Speriamo di trovare anche abbondante selvaggina, poichè non abbiamo un solo
pezzetto di carne da porre sotto i denti.
- Ne troveremo, Koninson, anzi mi metterò oggi stesso in cerca di qualche capo
di selvaggina. Puoi reggerti?
- No, tenente, ho le gambe che si rifiutano di star ritte.
- Andrò io solo a battere il paese, e se incontro un orso puoi star certo che
stasera faremo un lauto pranzo.
Indossò le vesti che si erano asciugate dinanzi a quella grande fiammata,
rinnovò la carica del fucile con polvere asciutta, poi, dopo aver raccomandato
al fiociniere di fare altrettanto col secondo fucile, per tenersi pronto a
qualunque evento, s'allontanò lentamente inoltrandosi, nel paese, un pò verso
sud.
Camminava da due ore costeggiando un bosco di betulle e di pini che pareva
seguisse la riva del Makenzie, quando si trovò sul limite di una palude il cui
fango era tenacissimo. Dopo aver errato un pò a destra e un pò a sinistra,
s'avventurò su una lingua di terra che si addentrava in quella palude,
fiancheggiata da altissimi abeti neri e da folti boschetti di salici, nella
speranza di incontrare qualcuna di quelle stupende lontre la cui pelliccia si
paga quasi a peso d'oro.
Ad un tratto i suoi orecchi furono colpiti da una specie di grugnito, che veniva
dal mezzo d'un gruppo di piante.
- In guardia! - mormorò, armando il fucile. - Qui ci sono delle bistecche.
Si gettò a terra per non farsi scoprire e si trascinò carponi e senza produrre
rumore, verso il luogo d'onde venivano i grugniti.
Quando giunse in mezzo ai salici vide dinanzi a sè, a circa duecento metri, un
orso di statura piuttosto piccola, somigliante agli orsi bruni d'Europa, che si
avvoltolava nel fango assieme ad un orsacchiotto grosso quanto un cane di
statura media.
- Oh! - esclamò egli sorpreso. - Che razza di animale è mai questo? Non può
essere che un orso detto delle Terre Nude, accennato da John Richardson, il
compagno dell'infelice Franklin. Stiamo in guardia, poichè si dice che sia
ferocissimo.
L'orsa, poichè doveva essere una femmina, d'improvviso si alzò guardando verso
il gruppo di piante. Senza dubbio aveva fiutato la presenza del cacciatore e si
mostrava inquieta se non per sè stessa, certamente per l'orsacchiotto che non
era in grado di difendersi.
Il tenente, che non voleva perdere una sì bella occasione, si alzò pure in
piedi e puntato rapidamente i fucile fece fuoco attraverso il fogliame.
L'orsa mandò un urlo terribile, poi si diede a fuggire attraverso la palude
cacciando dinanzi a sè l'orsacchiotto, che mandava lamentevoli grugniti.
Il tenente saltò nella palude risoluto a inseguirli, ma fatti pochi passi fu
costretto a fermarsi poichè tanta era la tenacità di quel fango da non
lasciargli alzare i piedi. Anzi s'accorse che minacciava di sprofondare.
Scaricò una seconda volta il fucile, ma con nessun frutto, poichè l'orsa che
forse aveva trovato del terreno più solido, continuò a fuggire scomparendo in
mezzo alle piante, sempre accompagnata dal piccino.
Uscì dalla palude dopo aver ricaricata l'arma e si slanciò sotto il bosco
dirigendosi verso sud, colla speranza di raggiungere la belva che forse era
stata gravemente colpita.
Percorse tre o quattro chilometri quasi sempre correndo, ma quando si fermò
s'accorse di essersi allontanato assai dalla palude. Stava per tornare sui
propri passi e riguadagnare l'accampamento, quando gli pervenne un lontano
muggito che pareva prodotto dal rompersi d'un grosso fiume.
- Che sia il Makenzie? - si chiese. - Ciò non può essere, poichè il fragore
viene da sud, mentre il fiume deve scorrere alla mia destra. Il sole è ancora
alto e Koninson non diventerà inquieto se tardo a ritornare.
Proseguì il cammino verso sud, inoltrandosi in un nuovo bosco di salici, di
abeti e di betulle, e dopo una mezz'ora di trovava sulla riva di un largo corso
d'acqua che veniva da est.
- È il Makenzie, o la riviera del Grand'Orso? - si chiese egli, salendo su di
un'alta rupe dalla quale poteva dominare un gran tratto di paese. - Sarà senza
dubbio il Makenzie; poichè la riviera deve trovarsi molto più a sud. Ad ogni
modo mi accerterò seguendone le rive.
Stava per mettersi in cammino quando, girando gli occhi ai piedi della rupe,
scorse sulla sponda una tenda semi-atterrata e presso questa quattro lunghi
oggetti che potevano fino ad un certo punto sembrare uomini giganteschi avvolti
in pelliccie.
- Cosa saranno quegli oggetti là? - si domandò. - Andiamo un pò a vedere.
Scese verso la riva seguendo un sentieruzzo appena praticabile e si avvicinò a
quegli strani oggetti che subito riconobbe. Erano quattro canotti eschimesi, di
quelli che si chiamavano "kajacks", leggerissimi assai, essendo
costruiti con pelli di foca ricucite sopra uno scheletro di ossa di balena o di
legno molto sottile, lunghi tre metri, larghi non più di settanta centimetri,
un pò rialzati a prua e bassi a poppa e con un'apertura nella quale si caccia
il battelliere. Osservandoli attentamente li trovò in ottimo stato e dentro
rinvenne alcune pagaie a doppia pala.
- Scoperta magnifica! - disse il tenente. - Se gli eschimesi, con questi
canotti, ardiscono sfidare le tempeste e i ghiacci dell'Oceano artico o dei
grandi laghi, noi potremo senza tema sfidare la corrente del Makenzie. Se Dio
continua a proteggerci fra poche settimane potrò riposare le mie stanche membra
al forte Speranza.
Si avvicinò alla tenda sollevando un lembo, ma tosto si ritrasse facendo un
gesto di orrore. Colà uno scheletro, perfettamente denudato dalle sue carni,
giaceva in mezzo a pochi pezzi di pelliccia che un tempo dovevano averlo
ricoperto.
- Il disgraziato sarà morto di fame e i lupi avranno banchettato colle sue
carni - disse il tenente. - E quanti ne muoiono in questa regione dei grandi
freddi! Orsù, ritorniamo che Koninson sarà inquieto.
Risalì la rupe e si rimise in cammino costeggiando il fiume che accennava a
volgersi verso nord. Dopo due buone ore si convinse che percorreva la riva
sinistra del Makenzie e non già del Grand'Orso, poichè il fiume, dopo un
brusco gomito, si dirigeva verso nord.
Si riposò pochi minuti su di un rialzo di terreno, indi proseguì la via a
lenti passi volgendo sguardi a destra e a sinistra, sperando di scoprire qualche
capo di selvaggina.
Già cominciava a distinguere il fumo che si alzava dall'accampamento, quando
nello sbucare da un gruppo di pini si trovò improvvisamente dinanzi all'orsa e
al suo orsacchiotto che stavano uscendo dalla palude.
Imbracciò rapidamente il fucile e fece fuoco. L'orsacchiotto, che stava dinanzi
di pochi passi, colpito nella testa, rotolò due volte su di sè stesso, poi
rimase immobile.
Là madre, furente, si alzò sulle zampe posteriori, cacciò un urlo di rabbia e
di dolore, e si slanciò verso il cacciatore il quale, non avendo tempo di
ricaricare l'arma e non osando venire ad un combattimento a corpo a corpo, si
slanciò verso l'accampamento gridando:
- A me, Koninson!... A me!...
Il fiociniere, messo in guardia dalla detonazione, si era già alzato col fucile
in mano. Vedendo l'orsa inseguire il tenente, si slanciò innanzi e fece fuoco.
La belva, ferita dalla palla, si arrestò di botto, poi tornò sui propri passi
zoppicando; si fermò un momento presso il cadavere dell'orsacchiotto come per
assicurarsi se era morto, e finalmente si cacciò nella palude scomparendo in
mezzo alle macchie di salici.
XXVII
SUL MAKENZIE
Due ore dopo i due balenieri seduti ad un gran fuoco banchettavano
allegramente colle carni dell'orsacchiotto che furono ad unanimità dichiarate
eccellenti, più delicate di quelle dei porcellini da latte. La povera madre non
si era più fatta vedere e pareva che ormai avesse abbandonato ogni progetto di
vendetta; sicchè, dopo il pasto, poterono discorrere tranquillamente sul nuovo
viaggio che stavano per intraprendere sul Makenzie e che molto probabilmente
doveva essere l'ultimo, essendo lontani solamente poche giornate dal forte
Speranza.
- Se tutto procede bene e non facciamo cattivi incontri, fra una settimana
potremo riposare su di un buon letto - diceva il tenente, dopo aver narrato la
fortunata scoperta dei "kajacks".
- Io conto di essere ormai fra le mura del forte - disse Koninson. - Sul fiume
non troveremo ostacoli di certo.
- Non bisogna correre troppo, ragazzo mio. Ci troviamo in un certo paese che
può giuocarci ancora dei brutti tiri. Gli indiani o gli eschimesi, gli orsi e
la fame possono metterci in gravi imbarazzi.
- Io ho fiducia nella nostra buona stella che, dalle sponde dellArtico, ci
condusse fin qui, signor Hostrup.
- Piuttosto quando saremo giunti al forte, cosa faremo?
- S'incaricherà quel comandante di farci condurre negli stabilimenti dell'est.
Nella buona stagione le comunicazioni sono frequenti tra forte e forte e, quando
saremo giunti nel Canada, daremo un addio all'America e torneremo in patria.
- Come desidero di rivedere la mia Danimarca, signor Hostrup! - disse Koninson
sospirando. - I nostri parenti ci crederanno a quest'ora morti fra i ghiacci del
polo.
- La cosa è certa.
- E di tanti che erano con noi, non ritornano che due! Povero capitano e poveri
compagni!
- Lascia le cose tristi, mio buon Koninson, - disse il tenente che pure era
diventato commosso. - Non è il momento di evocare la dolorosa storia del
naufragio. Orsù, pensiamo a riposare, che domani dobbiamo partire per tempo.
- E non correremo alcun pericolo? L'orsa non si è più fatta vedere, ma
potrebbe ritornare e approfittare del nostro sonno per divorarci il cranio.
- Hai ragione, quantunque le belve non osino avvicinarsi egli accampamenti
difesi da un fuoco. Coricati; il primo quarto li guardia lo farò io.
Il fiociniere, che si sentiva ancora spossato, non se lo fece dire due volte e
si sdraiò coi piedi volti verso il fuoco, mentre il tenente si sedeva pochi
passi più lontano col fucile fra le ginocchia.
Il primo quarto passò senza incidenti, ma durante il secondo l'orsa si mostrò
sull'orlo della palude e si spinse fino a poche centinaia di passi
dall'accampamento mandando urla disperate. Il fuoco però, che veniva
continuamente alimentato, la tenne lontana e verso le prime ore del mattino la
povera madre ritornava in mezzo ai salici allontanandosi verso est.
Alle 7 i due balenieri, caricatisi delle loro armi e della carne
dell'orsacchiotto, si misero in cammino seguendo la riva del Makenzie e tre ore
dopo giungevano dinanzi alla tenda scoperta il giorno precedente.
Il tenente visitò accuratamente i "kajacks" e, trovatili in ottimo
stato, ne gettò due sul fiume.
- In barca, - comandò poi - e facciamo molta attenzione ai ghiacci, poichè
basta un solo urto per sfondare le costole di questi leggerissimi canotti.
Si cacciarono dentro, presero le pagaie a doppia pala e si spinsero al largo
evitando con somma cura le lastre di ghiaccio che la corrente ancora trascinava,
e in quantità rilevante.
Da principio le loro mosse furono faticose, ma ben presto le loro braccia
ritrovarono l'antico vigore e i due leggieri canotti, spinti energicamente
innanzi, risalirono il fiume con notevole velocità, rimbalzando agilmente sulla
corrente.
Le due rive offrivano di quando in quando delle pittoresche vedute, ma erano
affatto deserte. Quella di sinistra, alta assai, in taluni punti tagliata quasi
a picco, era selvaggia, con rupi gigantesche dai cui crepacci saltavano nel
fiume torrentelli spumeggianti, con gole profonde e affatto spoglie d'ogni
vegetazione, con piccoli ghiacciai, che lasciavano scivolare grandi ammassi di
ghiaccio, i quali s'inabissavano con cupo fragore rimontando poscia a galla;
quella di destra invece scendeva dolcemente mostrando boschi di pini altissimi e
di abeti e di betulle e macchie di salici nani in mezzo alle quali si vedevano
saltellare numerosi topi campagnuoli dal mantello giallastro o bruno.
Qualche lupo si mostrava qua e là, ma fuggiva ratto, e anche qualche lince si
spingeva fin sulle rive a guardare con gli occhi sanguigni i due piccoli canotti
che filavano in mezzo ai ghiacci galleggianti.
I due naufraghi avevano già percorso una dozzina di miglia, quando
improvvisamente giunse ai loro orecchi una specie di nitrito molto acuto che
pareva emesso da un mulo.
Si fermarono entrambi, guardandosi in faccia con inquietudine.
- Se non m'inganno questo è il grido dell'orso bianco - disse Koninson.
- Non ti sei ingannato, ragazzo mio, - rispose il tenente.
- Fortunatamente abbiamo i canotti.
- Se all'orso saltasse il brutto ticchio di darci la caccia, i nostri canotti a
nulla gioverebbero. Sono nuotatori formidabili, quei carnivori dal bianco
mantello, e non perdono contro un canotto.
- Infatti sovente ho veduto qualcuno di questi mostri nuotare ad una trentina di
miglia dalle coste. Mi sorprende però di trovarli qui, su questo fiume.
- E perchè, Koninson?
- Mi hanno detto che gli orsi bianchi non si allontanano molto dalle rive
dell'Oceano.
- È vero, ma talvolta si addentrano nelle terre seguendo il corso dei fiumi e
non di rado se ne uccisero ad una distanza di centosessanta e anche duecento
miglia dalle coste marine.
II nitrito si fece udire più vicino. Koninson e il tenente guardarono verso la
riva sinistra e videro scendere, attraverso la spaccatura di una roccia, un
grosso orso bianco, il quale si arrestò sedendosi sulle zampe posteriori.
- Mi pare che non abbia delle buone intenzioni - disse Koninson. - Il birbante
deve essere affamato e conta di satollarsi colle nostre carni. Eh, mio caro,
sono troppo coriacee per il tuo ventricolo.
- Stiamo in guardia, poichè mi ha l'aria di non lasciarci passare. Appoggiamo
verso la riva destra.
- Se si potesse piantargli due palle nel cranio?
- È impossibile avere il polso fermo in questi canotti. Orsù, prendiamo il
largo.
L'orso non assaliva. Si accontentava di seguirli con due occhi che manifestavano
un'ardente bramosia, agitando il capo da destra a sinistra, con quel moto che è
particolare a tutti gli orsi, a qualunque razza appartengano.
I due canotti erano già giunti presso la riva che in quel luogo
disgraziatamente non offriva approdi essendo tagliata quasi a picco, quando
l'orso si decise a muoversi. Fece alcuni passi innanzi e indietro, come se
cercasse un buon punto, poi si gettò nel fiume con un sordo tonfo, sollevando
una colonna d'acqua.
- Presto, fuggiamo o siamo perduti! - gridò il tenente. - Attento ai ghiacci,
Koninson, poichè se il tuo canotto si spezza l'orso non ti risparmierà.
Fecero forza di remi e risalirono la corrente sperando di giungere in qualche
punto della sponda che permettesse di approdare e di affrontare sul terreno
solido il nemico che nel liquido elemento aveva dalla sua tutti i vantaggi
possibili.
Ma ben presto s'accorsero con vivo terrore, che quella gara con quell'abile
nuotatore era impossibile. Infatti il feroce animale, che forse una gran fame
animava, veniva innanzi con una velocità incredibile battendo furiosamente le
sue larghe zampe e mostrando una larga bocca che, di quando in quando,
richiudeva con colpi secchi da mettere i brividi. Certi momenti si slanciava
quasi interamente fuori dell'acqua spiccando dei lunghi salti, come se trovasse
un terreno solido, guadagnando in un colpo solo tre o quattro metri.
La buona stella però, che fino allora aveva protetto i naufraghi, anche questa
volta non li abbandonò. Infatti ad una svolta del fiume scorsero alcun isolotti
che potevano offrire un rifugio o almeno un luogo propizio per affrontare
l'animale.
- Presto, Koninson! - disse il tenente che remava disperatamente. - Dirigiamoci
laggiù e prendiamo subito terra.
Con un ultimo sforzo si avvicinarono agli isolotti e si arenarono dinanzi al
primo. Abbandonati precipitosamente i canotti, si slanciarono a terra portando
con loro i fucili e la scure.
L'orso non era lontano che trenta passi e raddoppiava gli sforzi temendo che
l'agognata preda fosse per sfuggirgli. Vedendo i due uomini prendere terra e
puntare i fucili, armi che senza dubbio non gli erano nuove, subito si tuffò.
- Fugge forse? - chiese Koninson, che contava di regalarsi uno zampone d'orso
per pranzo.
- Non lo credo - rispose il tenente, tenendo il fucile sempre puntato. - Simili
animali non abbandonano così facilmente una preda, quando sono affamati.
Cercherà di avvicinarsi tenendosi sott'acqua per poi gettarsi contro di noi
all'improvviso.
- Bah! Avrà l'accoglienza che si merita.
- Eccolo, Koninson! Mira giusto!
Infatti l'orso era repentinamente riapparso a pochi passi dall'isolotto. Con un
solo balzo si slanciò sulla riva tentando di risalirla.
- Fuoco! - gridò il tenente.
Le due detonazioni dei fucili si fusero in una sola. La belva, ferita, mandò un
lungo nitrito che parve anzi un vero urlo e tornò a sommergersi, lasciando alla
superficie un cerchio di sangue che rapidamente si allargava.
- È morto! - gridò Koninson slanciandosi innanzi.
- Non ti fidare! - disse il tenente. - Sta in guardia!
L'avvertimento giungeva troppo tardi. Koninson si era già immerso nella
corrente fino alle ginocchia, quando si sentì violentemente atterrare. L'orso,
che spiava il nemico tenendosi sott'acqua, repentinamente si rialzò e urtò
violentemente il fiociniere che non resse al colpo.
- Aiuto, signor Hostrup! - gridò il disgraziato, tentando, ma invano, di
rimettersi in gambe.
- Non temere, ragazzo! - tuonò il tenente.
L'orso, con una agilità che si sarebbe creduta impossibile in quel corpo
tutt'altro che ben formato, stava per gettarsi sul fiociniere per dilaniarlo coi
potenti artigli, ma il tenente gli si gettò coraggiosamente dinanzi.
S'udì un colpo secco, seguito da un sordo grugnito. La belva, colpita
mortalmente alla testa, si rovesciò nel fiume perdendo un torrente di sangue
misto a brani di cervella, e sparve in mezzo ai gorghi.
- Grazie, mio tenente! - disse Koninson con voce commossa. - Non dimenticherò
mai questo colpo maestro.
- Mi ringrazierai a pericolo finito! - rispose Hostrup, raccogliendo prontamente
il fucile e disponendosi a caricarlo.
- Come? Non è morto dunque?
- Non è lui che ci darà ancora da fare, ma i suoi compagni. Guarda, mio povero
amico, guarda sulla riva che ci sta di fronte.
Koninson guardò nella direzione indicata e non potè trattenere un gesto di
spavento.
Da una collinetta che scendeva dolcemente nel fiume, tre forme biancastre
scivolavano rapidamente sulla neve mandando dei grugniti punto rassicuranti.
Erano tre altri orsi bianchi i quali, forse attirati dalle urla del compagno e
dalle detonazioni, accorrevano a prendere parte alla lotta.
- Corpo d'una balena! - esclamò il fiociniere impallidendo. - Ma questo è il
paese degli orsi! Ci assaliranno?
- Se son affamati come quello che abbiamo ucciso, non si accontenteranno di
guardarci - rispose il tenente che cominciava a diventare inquieto.
- Si potrebbe tentare la fuga?
- Se la loro intenzione è quella di assalirci, l'acqua non li arresterà. Qui
si tratta di mirare giusto e di picchiare sodo. Carica il tuo fucile e stiamo
attenti.
I tre orsi erano allora giunti sulla riva del fiume, ma non parevano avere molta
fretta. Andavano innanzi e indietro lentamente, guardando i due uomini più con
curiosità che con ferocia, senza decidersi a entrare nel fiume.
Finalmente uno, il più grosso, s'immerse e nuotò in direzione degli isolotti,
ma procedendo cautamente. Koninson e il tenente lo mirarono e gli scaricarono
contro i fucili.
La lezione parve sufficiente, poichè il carnivoro s'arrestò un momento, poi
raggiunse i compagni zoppicando e perdendo sangue.
Si fermarono ancora alcuni minuti sulla riva, indi s'allontanarono per la stessa
via di prima, scomparendo dietro le rocce.
- Buon viaggio! - gridò il fiociniere.
- E tarda guarigione all'ammalato! - aggiunse il tenente. - Che il diavolo si
porti questi affamati abitanti delle regioni artiche!
- Fortunatamente che non erano di cattivo umore, quei signori dalla bianca
pelliccia. E quello che abbiamo ucciso, dove è andato a finire?
- La corrente l'ha portato chi sa mai dove, Koninson.
- Che disgrazia che tanta carne sia andata perduta!
- Bah! Ne troveremo dell'altra.
- Ma le munizioni scarseggiano, signor Hostrup. Non ho più di quaranta colpi.
- Ti basteranno per giungere al forte. Orsù, imbarchiamoci e proseguiamo il
viaggio.
Rimisero a galla i canotti, vi si cacciarono dentro e abbandonarono il gruppo
d'isolette colla maggior sollecitudine, temendo di vedere ritornare gli orsi
bianchi che forse si tenevano celati dietro le rocce.
Fortunatamente i tre carnivori non si fecero vedere, sicchè poterono proseguire
tranquillamente il loro viaggio costeggiando la sponda opposta che si manteneva
così dirupata da non permettere la discesa ad alcun animale per quanto fosse
fornito di solidi artigli.
A mezzogiorno fecero una breve sosta dentro un profondo "fiord" che li
teneva riparati dai ghiacci che la corrente continuava a trascinare, mangiarono
alla meglio un pezzo d'orsacchiotto, poi ripartirono.
Il viaggio fu però di breve durata, poichè ben presto si alzò sul fiume un
nebbione così denso da non permettere più di discernere i ghiacci anche a
pochi passi di distanza. Le due rive in breve scomparvero ai loro occhi.
- Approdiamo - disse il tenente, che temeva pei fragili canotti. - Vedo dinanzi
a noi un isolotto boscoso che ci offrirà un buon fuoco e un riparo contro il
freddo della notte.
- Non faremo cattivi incontri, spero.
- No, ma veglieremo per turno. Hai veduto come nuotano gli orsi bianchi? Se
qualcuno si aggira sulle rive e si accorge della nostra presenza, non ci
penserà su due volte a farci una visita durante il nostro sonno.
Presero terra all'estremità dell'isolotto che non aveva una estensione maggiore
di trenta metri, tirarono a secco i canotti e si accamparono fra due alti pini.
Koninson, dopo aver acceso il fuoco, fece una corsa attraverso quel brano di
terra per assicurarsi che nessun animale fosse celato fra le piante, poi
allestì la cena.
Alle 10 di sera, quando il nebbione era più fitto, il tenente sì coricò
accanto al fuoco sotto la guardia del compagno, cui spettava il primo quarto.
Nessun incidente venne a interrompere il suo sonno. Alle due del mattino
surrogò Koninson che cadeva dalla stanchezza.
Nessun rumore fino allora era stato avvertito, all'infuori del gorgoglio della
corrente che si rompeva contro l'isolotto e gli urti dei ghiacci. Ma verso le
quattro, quando il nebbione cominciava ad alzarsi, il tenente, che si teneva
seduto accanto al fuoco col fucile in mano, avvertì dei vaghi rumori che
venivano dalla riva destra.
Si alzò rapidamente e s'avvicinò al fiume curvandosi verso la corrente. Ben
presto udì in mezzo al nebbione un lungo fischio che si ripetè parecchie
volte.
- Che animale è mai questo? - si chiese egli. - Un orso no di certo.
Stette in ascolto e gli parve di udire degli scoppi di risa che era si
avvicinavano ed ora si allontanavano.
- Se non mi trovassi sul Makenzie, direi che sulla riva ci sono delle jene, ma
le terre della Baia d'Hudson non hanno mai ospitato questi animali dei climi
caldi.
- Signor Hostrup! - disse in quell'istante il fiociniere che si era svegliato. -
C'è della gente allegra, a quanto pare. Chi ride in questo brutto paese?
- È ciò che io sto chiedendomi - rispose il tenente.
- Sono persone o animali?
- Persone senza dubbio.
- Forse siamo giunti al forte senza accorgercene?
- Io credo che sia ancora molto lontano.
- Provate a chiamare.
- Olà, chi ride? - gridò il tenente.
Una specie di grugnito vi rispose, seguito tosto da risa sgangherate e un
vociare di persone.
- Senza dubbio ci sono degli Indiani - disse il fiociniere raggiungendo il
tenente. - Ci saranno amici o nemici?
- In questo paese non si può dire mai nulla, poichè le tribù indiane oggi
rispettano i bianchi e domani sono capaci di assassinarli a tradimento.
- Provatevi a interrogarli. Che lingua parlano gli abitanti di questa regione?
- Una lingua che ben pochi conoscono, ma avendo essi frequenti comunicazioni coi
forti della Compagnia comprenderanno l'inglese o almeno il russo.
- Proviamoci.
- Olà, chi siete e da dove venite? - chiese egli in inglese.
- Co-yuconi, - rispose una voce forte e distinta.
- Corpo d'un vascello sventrato! - esclamò Koninson, facendo un salto. - Io
conosco questa voce!
- È quella...
- Del capo Tanana che ci ha derubati.
- Se è proprio lui che ha parlato, gli farò pagar caro il tradimento. Arma il
fucile e teniamoci pronti a tutto.
XXVIII
FRA I TANANA E I LUPI
La nebbia a poco a poco si alzava.
Il sole, che appena sceso sotto l'orizzonte subito riappariva, cominciava già a
lanciare fasci di luce attraverso le masse di vapore, facendo scintillare
vivamente i ghiacci che il fiume trascinava nel suo corso. Ancora pochi minuti e
la riva sulla quale dovevano trovarsi i Co-yuconi sarebbe stata interamente
visibile.
Le voci si continuavano a udire. Pareva che gli indiani si divertissero, poichè
gli scrosci di risa non cessavano, anzi diventavano più sonori e più allegri.
Però, nel momento in cui un gran fascio di luce, attraversando uno strappo
manifestatesi nel nebbione, scendeva sull'isolotto, le voci improvvisamente
cessarono, poi si riudirono a qualche distanza per quindi spegnersi
completamente.
- Se ne sono andati - disse Koninson, facendo un gesto di dispetto.
- Ma forse il loro accampamento non è lontano - rispose il tenente.
- E contate di recarvi colà?
- Senza dubbio, fiociniere, poichè ci saranno di non poca utilità. Ecco che il
nebbione si alza rapidamente; possiamo imbarcarci, ora che i ghiacci sono
visibili.
- Sono pronto a seguirvi, signor Hostrup.
Rimisero in acqua i canotti, s'imbarcarono e in pochi minuti si trovarono sulla
sponda opposta riparati dentro un piccolo seno formato da due alte rocce.
- Vedi nessuno? - disse il tenente, armando per precauzione il fucile.
- Nessuno, nè odo alcuna voce - rispose il fiociniere,
- Allora possiamo sbarcare.
- Una parola prima, signor Hostrup. Se gli indiani ci fanno un'accoglienza
ostile, bisognerà venire alle mani e non so come la finirà. Noi siamo due, e
loro sono in molti, forse.
- Hanno troppo paura dei bianchi per alzare le mani contro di noi. Eppoi il
forte Speranza è vicino e non ardiranno farci qualche brutto tiro.
- Ma perchè volete avvicinarli?
- Non l'hai ancora compreso? È per farci condurre al forte dietro qualche
compenso.
- Vi prevengo che la mia borsa è rimasta sul "Danebrog".
- Abbiamo i nostri fucili, armi molto preziose in questa regione.
- Allora andiamo, signor Hostrup.
In fondo al piccolo seno, fra due rupi, s'apriva a uno stretto sentieruzzo per
il quale senza dubbio gli indiani erano discesi. I due balenieri, abbandonati i
canotti dopo di averli ben assicurati ad uno scoglio, s'arrampicarono su per
quello scabroso passaggio e raggiunsero la cima di una rupe dalla quale si
poteva dominare un vasto tratto di paese.
Dinanzi a loro si estendeva una vastissima pianura, chiusa verso sud, ma a molte
leghe di distanza, da una grande catena di montagne che probabilmente si
staccava dalla grande catena delle Montagne Rocciose che forma l'ossatura
principale dell'America del Nord. Qua e là, specialmente lungo il corso del
fiume, apparivano boschi di pini, di abeti, di betulle e di altissimi pioppi.
Il luogotenente, che guardava attentamente verso est, non tardò a scorgere un
gruppo di tende che si appoggiava ad un bosco e dalle cui cime coniche uscivano
delle nuvolette di fumo
- Ecco l'accampamento - disse il fiociniere.
- Ma mi sembra molto grande, signor Hostrup. Quali indiani saranno?
- Forse dei Denè o dei Loschi, oppure dei Chippewyans.
- E il forte, lo vedete in nessun luogo?
- È molto lontano, fiociniere, forse qualche centinaio e anche più di
chilometri. Forza alle gambe e avanti.
Si gettarono in spalla i fucili e partirono di buon passo, fiancheggiando un
bosco che seguiva il corso del fiume ed entro il quale si udivano numerosi
ululati di lupi. La neve che ancora copriva la pianura, essendosi gelata durante
la notte, rendeva la marcia facile. In meno di un'ora giunsero a poche centinaia
di passi dall'accampamento composto di una quindicina di tende.
L'abbaiare di numerosissimi cani, che avevano fiutato le vicinanza di stranieri,
fecero uscire dieci o dodici uomini, i quali avanzarono senza diffidenza verso i
due naufraghi.
Erano tutti di statura piuttosto inferiore alla media, dalla pelle olivastra e
lucente, forse perchè unta di recente con grasso, cogli occhi un pò obliqui e
i capelli neri, grossi e lunghi. Portavano vesti di pelle di foca e di orso,
munite di cappucci orlati di pelle di volpe, ed avevano lunghi stivali cuciti
con nervi di animali. Le loro armi consistevano in certe fiocine di denti di
narvalo munite d'una punta di rame, e in archi.
- Sono eschimesi - disse il tenente che li aveva subito riconosciuti.
- Possiamo fidarci? - chiese Koninson.
- Godono fama di essere molto ospitali, ma assai vendicativi. Credo che non
avremo da temere.
Un eschimese, che doveva essere certamente un capo, a giudicarlo dalle vesti che
erano più ricche di quelle degli altri, s'avvicinò ai naufraghi e, dopo averli
salutati in inglese, strofinò energicamente il proprio naso contro il loro in
segno di amicizia.
- I bianchi nulla hanno da temere dalle tribù degli Innoit! - disse poscia. -
Siano i benvenuti nella mia tenda.
- Siamo pronti a seguirti, - rispose il tenente - e non avrai a pentirti di
averci ospitati.
- I bianchi si recano al forte Speranza?
- Sì, ma noi non conosciamo la via venendo dalle lontane regioni dell'ovest.
- Kumiath la insegnerà! - rispose il capo. - Seguitemi nella mia tenda.
Il capo li condusse nell'accampamento dove vennero circondati da una trentina di
eschimesi fra uomini e donne accorsi da tutte le parti ai furiosi abbaiamenti
dei cani. Il tenente e il fiociniere notarono che fra i curiosi si trovavano
anche alcuni individui che per la loro statura più elevata, per le loro vesti e
per i loro lineamenti parevano appartenere ad un'altra razza. Non vi fecero
però molto caso e seguirono il capo il quale, dopo averli fatti passare
attraverso un vero labirinto di bastoni sostenenti gran numero di pezzi di carne
messi a seccare, li condusse in una piccola tenda dove, in mezzo a mucchi di
pelli, marcivano, fra odori pestilenziali, ma che sembravano invece apprezzati
dagli eschimesi che si cibano volentieri di carni corrotte, salmoni, lucci,
trote, gadus, coreganus ed altri pesci del Makenzie.
Benchè non si trovassero troppo bene fra quei miasmi, si accomodarono su una
gran pelle d'orso distesa per terra e fecero come meglio poterono onore al
cavallo marino conservato in olio di balena e ad una grossa trota, un pò troppo
passata, offerta loro dal capo. Per tema di fare un affronto all'eschimese,
furono anche costretti a sorbire una certa quantità di olio di morsa che fu
loro gentilmente offerto, con quante smorfie ognuno lo può immaginare.
Terminato quel diabolico pasto, sontuoso per un eschimese gran bevitore d'olio e
mangiatore di carne cruda, corrotta o malamente affumicata sulla fiamma di una
lampada, ma quanto mai disgustoso per un europeo, il capo intavolò una
conversazione narrando che da soli pochi giorni aveva lasciato il forte
Speranza, dove aveva fatto moltissimi scambi di pelli contro tabacco, conterie,
armi, ecc., e che ora stava per raggiungere le sponde dell'oceano a cacciarvi la
balena.
- Dista molto il forte? - chiese il tenente, quando il capo ebbe finito.
- Tre giorni di marcia e niente di più! - rispose l'eschimese. - Basta seguire
questo bosco che si stende lungo le rive del Makenzie per non smarrire la via.
- Ci sono altre tribù che si dirigono al forte?
- Sì, una che è venuta dalle lontane regioni dell'ovest, come voi e che si è
accampata nel bosco.
- Appartiene alla vostra razza?
- No.
- È molto numerosa?
- Lo è diventata in questi giorni. Conta almeno quattrocento uomini.
- Il suo nome?
- Il suo nome è... Tò, ecco alcuni dei suoi uomini, senza dubbio qui giunti
per vedere gli uomini bianchi e che...
Non aveva ancora finito che il fiociniere, alzatesi di colpo, si precipitava
fuori urtando furiosamente contro un grosso attruppamento di persone radunatesi
dinanzi alla tenda. Il suo robusto pugno piombò con secco rumore su di un uomo
il quale stramazzò a terra mandando un urlo di dolore.
Gli eschimesi si divisero precipitosamente, lasciando alle prese i due avversari
che lottavano con pari accanimento.
Il tenente, che non sapeva ancora di che si trattasse, accorse in aiuto di
Koninson, il quale ad ogni pugno che lasciava cadere gridava:
- Questo per la polvere! Questo per le palle! E questo per la carne che ci hai
rubato!
Solo allora si accorse che l'avversario era un indiano, anzi il capo Tanana che
li aveva indegnamente traditi e derubati sulle rive del Porcupine.
Stava per piombare anche lui sul traditore, quando questi sgusciando con una
agilità sorprendente fra le mani del fiociniere, riuscì a rimettersi in piedi.
- Ti ucciderò! - gridò minaccioso.
Poi fuggì a rompicollo verso la foresta dove si trovava il suo accampamento. Il
tenente, che aveva perduta la sua flemma abituale, stava già per armare il
fucile e inviargli una palla nel dorso, ma il capo eschimese gli abbassò l'arma
dicendogli:
- Sii prudente! Essi sono molti e molto vendicativi.
- Ma quell'uomo ci ha derubati, dopo aver chiesto il nostro aiuto per rifornirsi
di viveri - disse il tenente.
- Meriterebbe la morte, ma tu qui sei straniero e non hai che un compagno,
mentre i Tanana sono numerosi. Vieni nella mia tenda e cercheremo di accomodare
ogni cosa.
- È troppo tardi! - disse il fiociniere. - Si tratta ora di far parlare i
fucili.
E non s'ingannava. Dalla foresta uscivano allora due o trecento guerrieri,
mandando grida assordanti. I più erano armati di fiocine e di coltelli, ma
taluni portavano dei fucili, assai vecchi, ma non del tutto in cattivo stato.
- Che uragano sta per scoppiare? - si chiese Koninson che si preparava però a
vendere cara la vita. - Non so come la finirà, se quei pagani si gettano tutti
uniti contro di noi.
- Fuggite! - disse l'eschimese che aggrottava la fronte e che era diventato
pensieroso. - I Tanana sono valorosi e non si arresteranno dinanzi ai vostri
fucili.
- Ma dove fuggire? - chiese il tenente. - I nostri canotti sono lontani e saremo
raggiunti prima di trovarli.
- Dietro la mia tenda ho una slitta tirata da una muta di robusti cani.
Montatela e fuggite verso il forte.
- Ma si vendicheranno contro di te, mio buon eschimese.
- I Tanana non ardiranno alzare le mani contro di me - rispose con fierezza
l'eschimese. - Questa è la terra degli Eschimantik (mangiatori di pesce crudo),
come loro ci chiamano, e sanno che una offesa fatta alla mia tribù la
pagherebbero cara, poichè i miei compatrioti non la lascerebbero impunita.
Presto fuggite, o sarà troppo tardi.
Il tenente si levò l'orologio e lo diede al bravo eschimese dicendogli:
- Conservalo in memoria della tua buona azione. Ed ora alziamo i tacchi.
Si slanciò dietro la tenda seguito da Koninson, ma si arrestò subito mandando
una sonora imprecazione. Sette od otto Tanana, che si erano avvicinati tenendosi
nascosti dietro le tende degli eschimesi, sbarravano la via. Alla loro testa,
armato d'un vecchio fucile, si trovava il capo, il cui naso schiacciato dal
potente pugno del fiociniere, mandava ancora sangue.
- Ah, brigante! - gridò il tenente.
- Non si passa di qui - disse il capo con tono minaccioso.
- E cosa pretenderesti tu?
- Che tu mi consegni il tuo compagno perchè io vendichi l'affronto fattomi.
- Bene, prendi questo, giacchè lo vuoi.
Il tenente puntò rapidamente il fucile e fece fuoco. Il Tanana, colpito alla
fronte, stramazzò al suolo fulminato, mentre i suoi guerrieri fuggivano
disordinatamente gettando urla di rabbia e di vendetta.
- Presto, Koninson, salviamoci! - disse il tenente.
- Andiamo, signore, e filiamo dritti al forte.
La slitta era pronta. Dodici robusti cani, somiglianti ai lupi, dalle gambe
nervose, erano attaccati due a due, pronti a partire al primo segnale.
I due naufraghi balzarono nel veicolo e si slanciarono attraverso la pianura
trascinati in una rapidissima corsa.
Dalla parte dell'accampamento scoppiarono alcune fucilate, le cui palle
attraversarono gli strati d'aria sibilando; poi si videro i Tanana dirigersi
correndo verso il bosco mandando clamori assordanti.
- Tò! Fuggono forse? - chiese Koninson al tenente che animava i cani colla voce
e colla correggia.
- Ne dubito, fiociniere.
- Che ci diano la caccia?
- Lo temo, ma i nostri cani corrono come il vento e abbiamo già un notevole
vantaggio.
- Terranno duro questi corridori?
- Per parecchie ore e senza rallentare. Basta che la neve non ceda sotto il peso
della slitta.
- Vedo che la pianura è tutta bianca. Ma oh! La matassa s'imbroglia!
- Che cosa vedi?
- Delle slitte che escono dal bosco.
- Sono i Tanana che ci danno la caccia. Quante sono?
- Ne ho contate sette e, se non corrono più di noi, certo non rimangono
indietro.
II tenente volse un rapido sguardo verso il bosco e vide infatti sette slitte
correre con fantastica rapidità sulla nevosa pianura, trascinate da lunghe file
di cani. Quattordici uomini le montavano e i più erano armati di fucili.
- Diamine! Sono proprio decisi a vendicare il loro capo, - disse. - Bah! Avranno
pane per i loro denti, se riescono a raggiungerci. Tu sorveglia i loro
movimenti, mentre io cerco di far correre i nostri cani.
- E gli eschimesi? Mi spiacerebbe che quei buoni diavoli la pagassero per noi.
- Il capo mi sembrò quieto; è segno che non avrà nulla da temere.
S'avvicinano?
- Vorrei ingannarmi, signor Hostrup, ma mi pare che guadagnino su di noi.
- Avanti, miei piccini! - gridò il tenente, sferzando i piccoli trottatori. -
Se vi comportate bene, avrete doppia razione di carne stasera.
- Non ne abbiamo un pezzettino grande come un soldo.
- Ne troveremo al forte. Se continuiamo a correre così, vi giungeremo in poche
ore. Guadagnano i Tanana?
- Sì, signor Hostrup. Non sono che a un chilometro da noi.
- Quante cariche ci restano?
- Una cinquantina.
- Ci bastano per abbatterli tutti quattordici! - disse il tenente con voce
tranquilla. - Avanti, miei piccini, lesto il passo e tu, bianco, fatti più
sotto. Là, così va bene.
Un colpo di fucile echeggiò al largo, ma la palla non giunse fino ai
fuggiaschi.
- Troppo lontano, mio caro! - disse Koninson ridendo. - Quando sarete a tiro lo
darò io il segnale e vi garantisco, brutti pagani, che lo assaggierete, il mio
piombo.
Altri due colpi di fucile rimbombarono, ma non con miglior effetto. I Tanana
compresero che non era ancor giunto il momento di far parlare la polvere e
raddoppiarono le grida e le scudisciate per far correre di più i loro cani, i
quali parevano più robusti e più veloci di quelli regalati dall'eschimese.
Ben presto non furono che a seicento metri di distanza.
Koninson, che non li perdeva di vista un sol momento, stava per puntare il
fucile quando vide le sette slitte fare un rapido voltafaccia e fuggire
precipitosamente verso l'accampamento, di cui si scorgevano appena appena le
tende.
- Tò! - esclamò il fiociniere al colmo della sorpresa. - Battono in ritirata!
- Come? I Tanana fuggono?
- Sì signor Hostrup. Che abbiano avuto paura dei nostri fucili?
- Io non lo credo.
- E allora? Che siamo vicini al forte?
- Dinanzi a noi non vedo che un bosco e anche molto lontano.
- Che ci minacci qualche pericolo?
- Lo temo, Koninson, anzi ne sono certo.
- E da che io arguite?
- I nostri cani da qualche minuto corrono più rapidi e mi sembrano inquieti.
Infatti il tenente non si ingannava. Le povere bestie non parevano più
tranquille e divoravano la via con crescente rapidità, senz'essere eccitate.
Avevano cessato i loro allegri abbaiamenti, il loro pelo era diventato irto e
volgevano frequentemente la testa verso i padroni, come se invocassero la loro
protezione.
- Hum! - mormorò Koninson. - C'è qualche cosa di grave in aria.
- O meglio in terra. Guarda laggiù, guarda!
Koninson guardò nella direzione indicata e vide una linea oscura estendersi
dinanzi ad un bosco e poi slanciarsi attraverso la pianura con fantastica
rapidità. Quantunque dotato di una buona dose di coraggio, impallidì.
- I lupi! - esclamò.
- Che giungono a centinaia - aggiunse il tenente.
- Ecco perchè i Tanana sono fuggiti. Sfuggire al palo di tortura degli Indiani
per cadere sotto i denti dei lupi, mi sembra che sia un pò dura. Vi confesso,
signor Hostrup, che comincio ad aver paura.
- Calma e sangue freddo, fiociniere. Se possiamo giungere a quel bosco che
chiude l'orizzonte, siamo salvi.
- Contate di trovare colà dei difensori?
- No, ma troveremo degli alberi sui quali potremo trovare un comodo rifugio.
Prepara le armi e lascia a me la cura di guidare i cani.
I lupi arrivavano di gran corsa mandando delle urla brevi, come strozzate e
mostrando le loro potenti mascelle armate di acuti e bianchissimi denti. Erano
almeno duecento e parevano molto affamati e perciò decisi a tutto.
Giunti presso la slitta, che continuava a filare colla velocità di una freccia,
formarono un ampio semicerchio. Non assalivano ancora, forse tenuti in rispetto
dalla presenza dei due uomini, ma le loro urla parevano volessero dire: Vi
mangeremo! Vi mangeremo!
- Devo aprire il fuoco? - chiese Koninson con un leggero tremito.
- No, finchè si accontentano di seguirci - rispose il tenente che era tutto
intento a far correre i cani, nella cui rapidità stava la salvezza di tutti. -
Aspetta che ci assalgano.
Per un paio di miglia i lupi, quantunque la fame attanagliasse il loro stomaco,
continuarono a seguire e a fiancheggiare la slitta, ma poi il loro semicerchio
si restrinse e uno di loro, più ardito o più affamato degli altri, si
precipitò addosso ai cani che si gettarono violentemente da una parte. Pronto
come il lampo Koninson fece fuoco e l'aggressore cadde stecchito nella neve.
Alcuni carnivori, spaventati dalla detonazione, si sbandarono, ma gli altri
raggiunsero la slitta.
Pochi minuti dopo un altro lupo tentò l'assalto, ma ebbe egual sorte del primo.
La slitta si trovava allora a due soli chilometri dal bosco e filava con una
velocità vertiginosa. Tre o quattro altri l'assalirono per di dietro tentando
di balzarvi dentro.
- Aiuto, signor Hostrup! - gridò Koninson. - Io non basto più.
Il tenente abbandonò la correggia affidandosi all'istinto dei cani e afferrò
il fucile. Era tempo, poichè i feroci carnivori avanzavano sempre più, pronti
ad un assalto generale.
Due detonazioni rimbombarono, poi altre due, poi due altre ancora abbattendo
altrettanti lupi. I due balenieri continuarono così, mentre i cani li
trascinavano verso il bosco.
I lupi, che ormai avevano assaggiato il sangue, non retrocedevano più. Urlando
furiosamente assalivano la slitta per di dietro e ai lati tentando di
strangolare i cani e di saltare alla gola degli nomini i quali si difendevano
disperatamente.
Ad un tratto Koninson gettò un grido di disperazione.
- Non ho più polvere!
- Maledizione! - urlò il tenente. - E questo è il mio ultimo colpo!
I lupi, come se avessero compreso che la vittoria era ormai sicura, si
precipitarono confusamente all'assalto della slitta, circondandola da ogni
parte. I cani sparvero sotto il numero degli assalitori e dopo breve lotta
furono fatti a brani, ma i due balenieri non erano ancora vinti. Ritti sul
sedile, si difendevano con sovrumana energia respingendo l'orda incalzante coi
calci dei fucili, spaccando teste, fracassando dorsi, scavezzando gambe,
schiacciando musi.
Ma quella lotta di due contro centocinquanta e più non poteva durare a lungo.
Già il fiociniere e il tenente si sentivano impotenti di più oltre resistere,
già le loro forze venivano meno, i più feroci balzavano contro le loro gambe,
quando una scarica violenta rintronò sotto il bosco che era lontano soli
trecento passi.
Quindici o venti uomini, apparsi improvvisamente, balzarono in mezzo all'orda
urlante disperdendola a colpi di scure e di fucile e accolsero nelle loro
braccia i due balenieri, così miracolosamente salvati.
- Signore, - disse un di loro volgendosi verso il tenente che non si reggeva
più - non abbiate più timore: siete fra i cacciatori del forte Speranza.
CONCLUSIONE
Le tribolazioni dei naufraghi del "Danebrog" erano terminate.
Ormai erano salvi e più nulla avevano da temere.
Nel forte Speranza che era lontano pochi chilometri dal luogo ove era avvenuto
l'inseguimento, i due naufraghi ebbero la più cordiale ospitalità e le più
affettuose cure da parte di quei bravi cacciatori e del loro comandante.
La loro meravigliosa odissea destò gran meraviglia, e più e più volte,
dinanzi ad un bel fuoco e fra un bicchiere di "gin" o di "wiscky",
dovettero ripeterla.
Per tre settimane, largamente nutriti, vissero colà; poi, giunta la buona
stagione, ben equipaggiati e ben forniti di denaro, partirono per gli
stabilimenti dall'est in compagnia di una esperta guida. Di tappa in tappa
raggiunsero il Canada, e a Quebec s'imbarcarono per New York e quindi per
l'Europa.
Ventisette giorni dopo sbarcavano finalmente in Aalborg, loro città natìa,
dove riabbracciarono i loro parenti e amici che li avevano già pianti come
morti.
Ma la vita tranquilla e la terraferma non avevano attrattive per quei due lupi
di mare. Ben presto la nostalgia dell'oceano li invase e, all'apertura della
nuova campagna di pesca, s'imbarcarono a bordo di un'altra nave baleniera alla
caccia dei giganti del mare.
Nonostante le terribili prove subite essi conservano ancora una strana affezione
per quei mari gelidi del polo artico, sotto i cui ghiacci, nel seno delle onde,
dormono il sonno eterno il capitano Weimar e i suoi sventurati compagni!