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I pescatori di balene/3

 

XIX

CACCIA AI BUOI MUSCHIATI

A quale punto della costa americana erano giunti i due audaci balenieri? Era impossibile saperlo, ma secondo i loro calcoli dovevano trovarsi fra l'Yucon, grande fiume che sbocca verso l'ovest, e il Makenzie, altro grande fiume che sbocca all'est. Del resto nè il tenente nè il fiociniere per il momento si preoccupavano di ciò; a loro bastava di essere giunti a quella costa tanto sospirata e che per loro era la salvezza.
Forse molto cammino dovevano ancora percorrere e forse molti pericoli dovevano ancora affrontare, ma che importava? L'America era lì, a pochi passi di distanza, e non chiedevano di più. In seguito avrebbero pensato a raggiungere qualche tribù di eschimesi o d'indiani o meglio ancora qualcuno degli stabilimenti che la Compagnia della Baia d'Hudson fondò in gran numero in quella regione, per il commercio delle pelliccie.
Ansiosi di porre i piedi su quella terra così miracolosamente e quasi senza fatica raggiunta, non perdettero un solo istante e, attaccatisi alla slitta con una lunga correggia, si spinsero risolutamente innanzi.
Disgraziatamente il cammino non era più facile. Il ghiaccio, sconvolto e sollevato dagli urti degli "icebergs", dei "palks" e degli "streams", presentava per ogni dove larghi crepacci o punte aguzze e scricchiolava in modo inquietante come se fosse sempre lì lì per aprirsi. La slitta, non trovando modo di scivolare su quel terreno irregolare e malfermo, ora si sprofondava ed ora si rovesciava facendo andare in bestia il fiociniere il quale sudava, quantunque il termometro segnasse ancora 12° sotto lo zero.
Non fu che alle 8 che i due balenieri stanchi, colle vesti lacerate dalle punte dei ghiacci e le scarpe assai malandate, poterono raggiungere la cima della sponda americana.
I loro sguardi percorsero ansiosamente il paese che si stendeva a loro dinanzi, colla speranza di scoprire qualche capanna o qualche colonna di fumo che segnalasse la presenza di una creatura umana, ma invano.
La regione era assolutamente deserta e desolata. Una pianura coperta di ghiacci e di nevi, frastagliata da piccoli laghetti gelati e da crepacci profondi, s'apriva dinanzi a loro, chiusa verso sud da alcune montagne che sembravano dirupate e molto difficili a scalarsi e le cui vette sparivano dentro una fitta nebbia.
Qualche meschina pianticella, dei miseri salici artici non più alti di venti centimetri, qualche macchia di licheni detti di "roccia trippa" e un pò di muschio apparivano qua e là sulla bianca distesa di neve, ma nessuno di quei "settlements" che s'incontrano talvolta in mezzo a quei deserti delle terre d'Hudson, nessun villaggio di eschimesi, nessuna capanna e nessun animale.
- Era brutto il nostro banco di ghiaccio, ma questa costa non mi sembra migliore! - disse Koninson.
- Credevi forse di riposare in un soffice letto stasera? - chiese il tenente ridendo.
- No, ma credevo di vedere qualche volto umano.
- Ne vedremo e fra non molto forse.
- Ma più a sud.
- E perchè più a sud? Forse che gli eschimesi hanno paura del freddo per spingersi fin qui? Essi salgono molto più a nord e mi ricordo che alcuni furono trovati così lontani dalle terre abitabili da ignorare l'esistenza di altri popoli. James Ross, per esempio, che nel 1818 intraprese una campagna polare, trovò una tribù di questi strani individui al 78° di latitudine, in un lembo di terra da tutti ignorato e che da secoli e secoli vivevano credendo di essere i soli rappresentanti della razza umana. Vedi bene che non hanno paura di spingersi verso nord.
- E chi li aveva condotti là?
- Chi può saperlo? Forse in un'epoca assai lontana una piccola tribù era emigrata fino a quella elevata latitudine.
- Ditemi, signor Hostrup, da dove si crede che siano venuti gli eschimesi?
- Dirlo sarebbe molto difficile, ma si suppone, e con ragione, che siano venuti dall'Asia.
- Infatti mi sembra la via più breve e la più facile, esistendo fra i due continenti il lungo arcipelago delle isole Aleutine. Ed è molto tempo che questo popolo si conosce?
- Si conosceva prima ancora che Cristoforo Colombo scoprisse l'America.
- Eh? - fè Koninson, al colmo della sorpresa.
- Sì, fiociniere, ciò che dico è vero; ma non intendo con ciò scemare il grande merito spettante al celebre navigatore italiano, poichè se si sapeva che esistevano verso nord delle terre abitate, non si sapeva che all'occidente dell'Europa esistesse l'America.
- E chi furono i primi navigatori ad avere relazioni con quei figli delle nebbie e dei ghiacci?
- Gli Scandinavi, che fino dal secolo IX si spinsero verso nord fondando colonie nell'Islanda e nella Groenlandia.
- Avevano dell'audacia, i nostri vecchi!
- Infatti ne ebbero molta, poichè non si accontentarono di sbarcare in Groenlandia, ma si spinsero più oltre verso l'occidente sbarcando su di una costa che pare fosse l'attuale Labrador e dove fondarono ricche e numerose colonie.
- Fino nel Labrador? Ma se oggi è un vero deserto di ghiaccio, appena abitabile dagli eschimesi!
- Oggi sì, ma pare che in quei tempi godesse un clima abbastanza mite, tanto è vero che vi cresceva la vite e appunto per questo chiamarono quella terra Vinlandia, ossia "terra del vino".
- E come scomparvero quelle colonie?
- Non lo si sa. Nei primi anni della scoperta della Vinlandia molti Scandinavi s'imbarcarono per quel paese e anche molti Islandesi, fondando su diversi punti della costa grandi stabilimenti e mandando in Europa molti vascelli carichi di pelliccie; poi, a poco a poco le relazioni coll'Islanda e coi paesi scandinavi si rallentarono, finchè cessarono totalmente, forse a causa dei ghiacci che sempre più scendevano verso sud, forse per altre cause che restarono per sempre ignote. Il fatto è che tutte quelle colonie, un tempo così fiorenti, disparvero senza lasciar traccie. Anzi, taluni opinano che la Vinlandia non fosse il Labrador, ma l'isola di Terra Nuova; così incerte sono le memorie lasciate da quegli intrepidi naviganti e coloni.
- Che siano stati tutti uccisi dagli eschimesi?
- Non si sa, Koninson. Fors'anche dalla fame causata dal crescente freddo apportato dai ghiacci che distrusse i loro raccolti, forse da guerre civili, forse da qualche epidemia e, potrebbe anche darsi, dagli eschimesi.
- E non potrebbero essersi invece fusi cogli eschimesi?
- È possibile; anzi, molti scienziati sono del tuo parere, poichè è stato più volte osservato che talune tribù eschimesi sotto i loro strati di olio e di pittura hanno la pelle bianca. Ma lasciamo lì gli eschimesi e pensiamo ad accamparci. Domani, se il tempo, lo permetterà, ci dirigeremo verso quella catena di monti che chiudono l'orizzonte meridionale.
- E poi? - chiese Koninson.
- Poi continueremo ad avanzare verso sud finchè incontreremo il Porcupine. Quando saremo là, penseremo a raggiungere il fiume Makenzie e quindi il lago del Grand'Orso.
- Perchè andremo fino a quel lago?
- Perchè là appunto si trova un forte della Compagnia della Baia d'Hudson.
- Allora ci andremo. Le nostre gambe sono buone malgrado la lunga prigionia subita in quella dannata capanna. Ora accampiamoci e mettiamo sotto i denti qualche cosa, poichè mi sento una fame diabolica.
Staccarono la vela dalla slitta, rizzarono una specie di tenda sostenuta dall'albero e dal pennoncino e coprirono il suolo colle pelli che avevano portato con loro per ripararsi dal freddo e combattere l'umidità.
Koninson, accesa la lampada, fece bollire un pò di pesce secco mescolandovi dei fagiuoli, gli ultimi che ancora possedeva, e quando tutto fu pronto invitò il tenente al magro desco. Dopo una fumata, turarono per bene la tenda e si coricarono cercando di addormentarsi.
Avevano appena chiuso gli occhi che udirono, a breve distanza, un lungo urlo che aveva un non so che di lugubre.
- Che razza di bestia si avvicina? - chiese Koninson, allungando la destra verso il suo fucile.
- Mi pare che fosse l'urlo d'un lupo! - disse il tenente, punto spaventato.
- Brutta compagnia, signor Hostrup. Forse che quei famelici animali si spingono fin sulle rive dell'oceano artico?
- Nella buona stagione s'incontrano anche su queste coste. Probabilmente hanno fiutato l'odore del nostro pasto e si sono affrettati a dirigersi a questa volta. Metti fuori il capo e guarda.
Koninson alzò la tela e strisciò all'aperto portando con sè il fucile.
Un grande lupo dal mantello grigio urlava verso alcuni grossi animali assai villosi, che per le loro forme somigliavano ai buoi e che passavano ad un chilometro di distanza dirigendosi verso la catena di monti.
- Signor Hostrup, uscite, uscite! - esclamò egli. - Vedo dei buoi.
- Dei buoi? - disse il tenente. - Sei pazzo, giovanotto mio?
- No, no, affrettatevi che se ne vanno.
Il tenente uscì e dovette proprio convincersi che Koninson non aveva del tutto torto.
- Sono buoi muschiati - disse, dopo aver attentamente guardato i ruminanti che galoppavano rapidamente verso sud. - E sono molti.
- Una ventina per lo meno - aggiunse Koninson. - Sono buoni da mangiare?
- Sì, fiociniere.
- Che appartengano a qualche tribù di eschimesi?
- No, non vivono che allo stato selvaggio e s'incontrano di rado, poichè la loro razza va a poco a poco scomparendo.
- Se li inseguissimo?
- Sarebbe fatica sprecata, poichè corrono e molto più rapidamente di noi.
- Ma volete lasciarli andare? - insistette il fiociniere che si era fitto in capo di regalarsi, per l'indomani, delle succolente bistecche
- Per ora sì, ma domani cercheremo di sorprenderli in qualche vallata e vedrai che qualcuno cadrà sotto le nostre palle. Oggi è inutile spaventarli.
Il fiociniere dovette a malincuore arrendersi. D'altronde i buoi muschiati, che forse avevano fiutato qualche pericolo sia da parte dei due balenieri che dei lupi, si erano affrettati ad allontanarsi, ed in breve sparvero in mezzo alle colline di neve.
Il tenente e il suo compagno ritornarono sotto la tenda e si riaddormentarono, ma furono ancora risvegliati, e parecchie volte, dalle urla dei lupi, di cui alcuni vennero a ronzare non solo attorno alla slitta, ma anche attorno alla tenda.
All'indomani, un pò prima delle 6, erano tutti e due in piedi, pronti a mettersi in caccia.
La giornata era splendida. Al disopra dei monti di ghiaccio che chiudevano l'orizzonte settentrionale, brillava un superbo sole il quale aveva portato la temperatura a soli 9° sotto lo zero.
Per l'aria, vere nuvole di uccelli passavano e ripassavano mandando allegre grida, e sui campi di neve della terra americana si vedevano galoppare in tutti i sensi gran numero di volpi bianche occupate a cacciare i piccoli sorci di neve che cominciavano a lasciare le loro tane.
La grossa selvaggina non mancava. In lontananza, fra gli "icebergs" e gli "hummocks", dei lunghi corpi nerastri si avvoltolavano in mezzo alle nevi, godendosi i tiepidi raggi di sole che li inondavano; erano foche e trichechi che, forato il ghiaccio, venivano a "respirare una boccata d'aria" come diceva Koninson.
- Partiamo! - disse il tenente, dopo essersi riempite le tasche di palle e di polvere ed essersi caricato del fucile e di una scure. - I buoi muschiati non devono essere molto lontani.
- E la slitta la lasceremo qui? - chiese Koninson.
- Partiremo domani per il sud. Oggi ci dedicheremo alla caccia.
- Non chiedo di meglio. Avanti, signor Hostrup; io ho un vivissimo desiderio di far conoscenza coi buoi muschiati.
Chiusero alla meglio la tenda affinchè durante la loro assenza i lupi non facessero man bassa sui viveri, inforcarono gli occhiali per difendere gli occhi dal riflesso delle nevi percosse dai raggi solari e si misero animosamente in cammino, dirigendosi verso la catena di montagne, le cui valli non potevano essere lontane più di quattro o cinque miglia.
Sul principio la marcia non fu difficile, quantunque la neve, cominciando a sciogliersi, rendesse il cammino faticoso; ma ben presto divenne aspra a causa del terreno che diventava sempre più malagevole, ora interrotto da larghi crepacci dai quali saliva una fitta nebbia che tosto si disperdeva, ora da profondi letti di neve che cedeva subito sotto i piedi, ed ora da certe collinette brulle i cui fianchi, coperti di ghiaccio, mal si prestavano per le ascensioni.
Soffermandosi però di quando in quando per riprendere lena, verso le 10 del mattino i due cacciatori giungevano all'entrata di una stretta ma molto profonda e tortuosa vallata, interrotta qua e là da alte roccie sui cui fianchi germogliavano stentatamente alcuni campioni della famiglia delle sassifraghe, pochi salici artici e licheni di roccia.
Il tenente, che di quando in quando si arrestava per guardare la neve, scoprì numerose traccie di buoi muschiati che si perdevano in fondo alla valle.
- Siamo vicini alla grossa selvaggina - disse a Koninson. - Prepara il fucile e bada di non mancare il colpo, poichè i buoi muschiati hanno delle solide corna.
- Assalgono i cacciatori? - chiese il fiociniere.
- Qualche volta sì, e allora diventano pericolosi; più d'un eschimese è stato sventrato come un "toreador" spagnuolo, se non peggio. Avanti e silenzio.
Armarono i fucili e s'addentrarono nella valle cercando di evitare gli stagni e i piccoli corsi d'acqua per non fare rumore calpestando il ghiaccio che li copriva e cercando pure di mantenersi nascosti più che era possibile, allo scopo di non allarmare subito la selvaggina che forse pascolava a breve distanza.
Avevano percorso in quella guisa oltre mezzo miglio, quando udirono dietro alcune roccie dei sonori muggiti.
- Adagio, Koninson! - mormorò il tenente trattenendo il compagno che stava per slanciarsi innanzi. - Giriamo pian piano le roccie.
Si gettarono a terra e, strisciando a mò di serpenti, avanzarono lentamente finchè giunsero a una piccola rupe, dietro la quale potevano vedere e sparare senza correre pericolo.
La scalarono e guardarono dall'altra parte: i buoi muschiati, che la sera innanzi avevano attraversata la pianura inseguiti dai lupi, stavano loro dinanzi, a meno di duecento passi.


XX

ATTRAVERSO LE MONTAGNE

Erano tredici, meno grandi dei bufali e dei buoi comuni, ma d'aspetto ferocissimo, col loro lunghissimo pelo color bruno scuro che scendeva quasi fino a terra, gli occhi selvaggi e le lunghe corna minacciosamente allargate all'infuori.
Formavano una specie di cerchio attorno a due buoi che avevano forme più massicce, corna molto più lunghe e statura molto più elevata, senza dubbio due maschi, e che si guardavano ferocemente come se fossero lì lì per precipitarsi l'uno contro l'altro.
- Facciamo fuoco? - chiese Koninson, che tormentava il grilletto del suo fucile.
- Non ancora, - rispose il tenente.
- Perchè, signor Hostrup? Se ci scappano?
- Non ci scapperanno, fiociniere. Hanno ben altro da fare ora.
- E cosa mai?
- Se non m'inganno, stiamo per assistere ad un duello fra quei due maschi, cosa che succede di frequente fra questi intrattabili ruminanti.
- E perchè mai?
- Per disputarsi le femmine. Sta zitto e guarda.
I due maschi infatti stavano per impegnare una di quelle lotte che quasi sempre finiscono colla morte di uno degli avversari e qualche volta di tutti e due.
Avevano abbassato i solidi cranii, mostrando le corna che sembravano assai aguzze e d'una durezza a tutta prova e dimenavano le brevi code con crescente rapidità, indizio certo della grande irritazione che li animava. Le femmine, dal canto loro, si erano affrettate a ritirarsi da una parte, onde lasciare maggior campo ai due campioni.
Ad un tratto, i due combattenti mandarono un muggito lungo, sonoro, che si ripercosse stranamente per la stretta valle, e si scagliarono l'un contro l'altro con rabbia estrema e colla testa bassa.
L'urto fu terribile: entrambi non ressero all'incontro e caddero l'un sull'altro; ma tosto si rialzarono con un'agilità che non si sarebbe supposta in quei corpi, tornando a caricarsi con maggior furore e avventandosi tremende cornate che laceravano la pelle e producevano profonde ferite dalle quali il sangue sgorgava a rivi.
Per un buon quarto d'ora combatterono con varia fortuna mescendo i muggiti ai cupi colpi delle lunghe corna, poi uno, il più piccolo, cadde dibattendosi fra le convulsioni della morte. Dal ventre squarciato per un lungo tratto, assieme ad una vera pioggia di sangue, uscivano gli intestini.
Il vincitore però non si arrestò, e quantunque pur lui ridotto a mal partito, colla fronte quasi interamente scoperta dalla quale pendevano brani di pelle sanguinolenta, un occhio levato e il petto sfondato, si scagliò un'ultima volta sul vinto, percuotendolo rabbiosamente cogli zoccoli e colle corna.
- Ah brigante! - mormorò Koninson, che non poteva più star fermo. - Ora ti accomodo io.
Stava per puntare il fucile, quando la banda tutta d'un tratto fece un rapido voltafaccia slanciandosi attraverso la valle, seguita, dopo una breve esitazione, anche dal vincitore.
Il tenente e Koninson balzarono sulla roccia che li aveva fino allora nascosti e fecero fuoco dietro ai fuggiaschi che non si arrestarono, quantunque uno fosse stato veduto fare uno scarto e vacillare.
- Inseguiamoli! - gridò il fiociniere.
- È inutile, - disse il tenente. - Non vedi come trottano? Ci vorrebbero dei cavalli per raggiungerli.
- Ma in qualche luogo si fermeranno.
- Sì, ma dove e quando? Sono capaci di attraversare la catena di monti e di slanciarsi verso le pianure del sud.
- Quegli animali si arrampicano anche sui monti?
- Sì e come le capre.
- Ma ditemi, signor Hostrup, perchè si chiamano buoi muschiati?
- Perchè la loro carne è impregnata di muschio.
- Sicchè noi mangeremo delle bistecche...
- Muschiate e molto muschiate, mio caro fiociniere.
- Bah! Purchè sia carne fresca, non domando altro.
- Non ne mangerai molta, te l'assicuro.
- Ma se gli eschimesi la mangiano...
- Gli eschimesi vi sono abituati e poi, sai bene che hanno dei ventricoli capaci di tollerare qualunque cibo nauseante, come pesci corrotti, olio di foca e di balena, ecc. Orsù, andiamo a tagliare qualche pezzo di carne e poi torniamo alla tenda.
Si diressero verso il bue che aveva terminato di agitarsi e a colpi di scure gli aprirono il ventre, staccandogli sei o sette costole. Koninson però non si accontentò e si impadronì anche della lingua che doveva essere eccellente.
Raccolte le armi, si misero in cammino e verso le 6 pomeridiane giungevano alla tenda attorno alla quale trovarono numerose traccie di lupi, segno evidente che avevano tentato di entrarvi, ma senza riuscirvi.
La lampada fu accesa e la pentola messa a bollire con un bel pezzo di carne che non pesava meno di due chilogrammi; ma i due balenieri per quanto si sforzassero e per quanta voglia avessero di porre sotto i denti un pò di quel manzo, fecero poco onore al pasto. Carne e brodo erano impregnati di muschio in siffatto modo, che un vero affamato avrebbe esitato lunga pezza.
- Al diavolo i buoi e il loro muschio! - esclamò Koninson, - Non valeva la pena di fare tanta strada per guadagnarci questo pasto,
- Te l'avevo detto - disse il tenente. - Ma ci hanno guadagnato le nostre gambe che avevano bisogno di una bella passeggiata per prepararsi alla gran marcia.
- Quando partiremo?
- Domani, se il tempo lo permetterà.
- Allora buona notte, signor Hostrup.
Richiusero la tenda, tirando per maggior precauzione la slitta dinanzi all'entrata e s'avvolsero nelle loro coperte dopo aver però caricato le armi onde essere pronti a qualsiasi assalto.
Il mattino del 23 il tenente dava il segnale della partenza. Egli aveva fretta di allontanarsi da quelle spiaggie che non offrivano alcuna risorsa e che, stante la vicinanza della catena di montagne, le cui cime dovevano essere ricche di ghiacciai pronti a spezzarsi ai primi calori, potevano diventare pericolosissime.
Piegata la tenda e insaccati i viveri, i due intrepidi balenieri si recarono sulla spiaggia a dare un ultimo sguardo a quel mare gelato nelle cui profondità dormivano i loro disgraziati compagni e che forse non dovevano mai più rivedere.
I campi di ghiaccio erano ancora là, colle nevi che il sole non era ancora riuscito a intaccare e colle loro montagne dalle cime bizzarramente frastagliate, ma non presentavano più quella superficie compatta che avrebbe sfidato le mine e lo sperone delle corazzate dei due mondi. Qua e là, immensi crepacci si erano aperti ed in fondo a questi si vedeva il mare alzarsi ed abbassarsi e poi tornare a montare, quasi fosse stanco di quella lunga ed opprimente prigionia.
Ogni qual tratto, un "iceberg" mal solido, o scosso dai continui urti di ghiacci minori, capitombolava con un fragore immenso che si ripercuoteva a grandi distanze in quell'atmosfera limpida e secca, o s'apriva improvvisamente, con uno scricchiolìo che si perdeva in lontananza, un largo crepaccio dentro il quale si rovesciavano confusamente colonne, cupole e piramidi che tosto scomparivano sotto lo spumeggiante oceano. Altre volte invece, una vera montagna di ghiaccio, sfondando col proprio peso il banco, scompariva e poi riappariva con un salto immenso lanciando, in mezzo ai ghiacci che l'attorniavano, degli enormi sprazzi di acqua che correvano in tutte le direzioni, formando qua e là dei torrenti e dei laghetti ove calavano subito a bagnarsi, gettando strida gioconde, bande di uccelli marini.
- È pur sempre bello questo strano spettacolo che solamente qui si può ammirare - disse il tenente.
- Bello sì, ma io vorrei esserne ben lontano - disse Koninson. - Vivessi mille anni mi ricorderò sempre di questa disgraziata campagna.
- Non parliamone, amico mio, e partiamo.
- Avete ragione, signor Hostrup. È meglio lasciar dormire i tristi ricordi e mettere la prua verso sud. Animo, Koninson, se vuoi salvare la pelle.
Il fiociniere e il tenente, dato un ultimo sguardo all'oceano polare, si attaccarono alla slitta a cui avevano legato delle corde e si misero animosamente in marcia cercando di mantenere una via, più che era possibile, retta.
La grossa crosta di ghiaccio che ancora copriva la terra, si prestava assai allo scivolamento del veicolo, ma le frequenti screpolature, manifestatesi qua e là, e di cui talune raggiungevano qualche metro di larghezza, i frequenti incontri di strati di neve non ancor ben solidificata o in via di scioglimento, entro i quali i due balenieri sprofondavano fino alle anche, e talvolta anche più, rallentavano e rendevano penoso il cammino. Ma la tenacia del tenente e la robustezza di Koninson la vinsero sugli ostacoli, ed a mezzogiorno la slitta si trovava già nella valle che menava direttamente ai monti. Colà si trovava ancora il bue muschiato ucciso il giorno innanzi, ma ridotto ormai uno scheletro dai denti degli affamati lupi.
Fecero una breve fermata onde mangiare un boccone, indi ripresero il faticoso cammino, reso ancor più difficile dal notevole innalzarsi del terreno e dall'incontro di enormi lastre di ghiaccio staccatesi senza dubbio da qualche vicino ghiacciaio e scivolate fin là.
La valle era deserta e selvaggia. A destra e a sinistra, bizzarre roccie di natura granitica, come lo sono tutte quelle che si incontrano in quelle gelate regioni, rivestite di neve e di ghiaccio, s'alzavano capricciosamente frastagliate e per lo più coi fianchi così ripidi da rendere impossibile una scalata. Qua e là gran numero di massi enormi coprivano il terreno e disposti in così strana guisa che parevano scagliati da qualche improvviso scoppio di uria poderosa mina ed in mezzo a quelli, piccole piante, magri licheni, mezzi divorati dai buoi muschiati o dalle renne, ranuncoli, sassifraghe e graminacee.
Non un animale, non un uccello si scorgevano in quella brutta valle e regnava un silenzio profondo, triste, che faceva una strana impressione.
- Che brutto luogo! - disse Koninson. - Si direbbe che stiamo per attraversare un cimitero. Ma dove si sono cacciati i lupi e i buoi muschiati?
- Non lo so meglio di te - rispose il tenente. - Ma, se devo dirti il vero, non mi trovo bene in questa valle.
- E perchè? Temete qualche cosa?
- Forse, Koninson; ma andiamo innanzi.
Continuarono ad avanzare, salendo sempre e raddoppiando gli sforzi, senza incontrare nè un lupo, nè una volpe, animali questi che si vedono dappertutto in quelle lontane regioni. Il tenente, man mano che procedeva, diventava più inquieto; l'assenza di quegli animali, anzichè tranquillizzarlo, lo rendeva pensieroso.
Erano già giunti a due soli chilometri da un'alta montagna, i cui fianchi, coperti da immensi ghiacci tramandavano, sotto i riflessi del sole, una luce acciecante, quando il tenente si arrestò improvvisamente afferrando le braccia di Koninson.
- Ascolta! - disse.
Lassù, verso la montagna, si udiva uno strano rumore; pareva che si staccasse o si fendessse del ghiaccio e che poi scivolasse producendo dei lunghi fischi.
- Cosa succede? - chiese Koninson.
- Non v'è più dubbio, ci troviamo dinanzi ad un grande ghiacciaio - rispose il tenente.
- E così?
- Questi scricchiolii e queste sorde detonazioni indicano la imminente caduta dei ghiacci. Stiamo in guardia, Koninson.
- Volete che pieghiamo verso est?
- Credo che sarà meglio per noi.
Piegarono a destra e si cacciarono dietro una lunga linea di roccie che potevano ripararli. Era tempo!
Tutt'a un tratto, sulla montagna che giganteggiava dinanzi a loro, s'udirono spaventevoli detonazioni seguite da lunghi fischi e dall'alto si videro scivolare con straordinaria rapidità degli immensi blocchi di ghiaccio i quali, rovesciando e polverizzando gli innumerevoli "hummoks" formati dalla neve, si scagliavano attraverso alla valle come altrettanti treni diretti, alcuni filando verso nord in direzione del mare ed altri spaccandosi contro le roccie che nell'urto perdevano tutto il loro rivestimento invernale.
A quella prima discesa ne tenne dietro una seconda, poi una terza, una quarta, una quinta ad intervalli di pochi minuti, empiendo l'aria di mille fragori e la valle di massi di ghiaccio.
I due balenieri, riparati dalle roccie che si dirigevano verso est senza interruzioni, camminavano rapidamente per tema che altri ghiacci, passando sopra ai caduti, non finissero col sorpassare la linea che li proteggeva e che non era molto alta.
Di quando in quando, dei massi di ghiaccio, rimbalzando a grande altezza, cadevano al di là delle roccie ed uno per poco non sfracellò la testa a Koninson.
- Presto, presto, - ripeteva il tenente, facendo sforzi sovrumani, - o prima di domani nessuno di noi sarà vivo.
- Dannata regione! - borbottava Koninson, che malgrado il freddo cominciava a sudare. - In mare i ghiacci stritolano le navi e in terra mirano le costole degli uomini!
Spronati dal continuo capitombolare dei massi e dalle detonazioni che crescevano d'intensità annunciando altre e più pericolose cadute, verso le otto della sera, affranti, affamati, giungevano dinanzi ad una seconda montagna più bassa, meno irta e i cui fianchi non offrivano alla vista alcun ghiacciaio.
- Alt! - disse il tenente. - Accampiamoci qui.
- Saremo sicuri?
- Lo credo, Koninson; però dormiremo con un solo occhio.


XXI

TRASCINATI DAI GHIACCI

Tutta la notte i ghiacciai della montagna furono in continuo movimento empiendo l'aria di interminabili fragori e scagliando nella sottoposta valle immense quantità di massi di cui taluni del peso di migliaia di tonnellate.
Il tenente e Koninson, quantunque al sicuro, più volte lasciarono la tenda e si spinsero verso la valle che ormai era interamente coperta, presentando un indescrivibile caos di valanghe, di "icebergs" rovesciati e di massi che, di quando in quando, urtati, spinti da altri ghiacci e da altri ammassi di neve, si agitavano e rimbalzavano come se fossero esseri viventi.
Alle 6 del mattino, dopo una magra colazione, i due balenieri che vedevano i loro viveri scemare rapidamente e sapevano di aver dinanzi una grande estensione di terra, prima di giungere ai luoghi abitati, piegata la tenda e attaccatisi alla slitta, si rimettevano in cammino onde intraprendere la traversata della catena dei monti.
Il caso li aveva guidati in un buon passaggio, formato da una specie di strettissima valle che s'arrampicava fra due colline e che pareva si prolungasse fino alla cima.
Per di più quel passaggio pareva che non offrisse ostacoli, poichè si vedeva salire senza roccie e senza accumulamento di nevi, le quali cose avrebbero reso difficilissima la via alla slitta che, quantunque di molto alleggerita, pesava ancora un centinaio e più di chilogrammi.
Aiutandosi coi bastoni forniti dai pennoni della vela, i balenieri, riunendo tutte le loro forze, si cacciarono nella stretta valle che poteva anche chiamarsi una semplice spaccatura e cominciarono a salire tenendo però sempre gli occhi volti verso le cime delle due vicine colline dalle quali poteva, da un istante all'altro, cadere qualche valanga e seppellirli.
La slitta, quantunque avesse sotto di sè un buon strato di solido ghiaccio che la faceva scivolare abbastanza bene, diventava pesante a causa del pendio che cresceva sempre più, ma i due marinai, che avevano fretta di uscire da quel pericoloso passo, non si arrestarono e incoraggiandosi vicendevolmente colla voce e coll'esempio, continuavano a salire, aggrappandosi alle pareti rocciose quando si sentivano trascinare indietro e piantando profondamete i bastoni nella neve.
Dopo aver fiancheggiato dei profondi abissi da cui saliva una densa nebbia sotto la quale si udivano ululare i lupi, dopo aver arrischiato venti volte di fiaccarsi il collo, dopo aver sollevato, con uno sforzo sovrumano, più di una volta la loro slitta per superare certe creste ove nessuna mano di uomo aveva aperto un passaggio, verso le dieci del mattino giunsero dinanzi ad una specie di caverna che occuparono per prendere un pò di riposo.
Mentre Koninson, che non poteva star fermo, s'ingegnava ad accomodare la slitta che in quei trabalzi aveva sofferto non poco, il tenente fece un'ampia provvista di lichene di roccia con cui contava di regalarsi una eccellente zuppa.
Fu in quella raccolta che egli scoprì una strana pianticella che prima d'allora non aveva mai vista e della quale non aveva mai udito parlare.
- Vieni, Koninson, - disse. - Ho messo la mano su una rarità che i botanici ancora ignorano.
- Roba da mangiare? - chiese il fiociniere, che pensava al pranzo.
- No, ma sono contento di averla scoperta.
Il fiociniere raggiunse il tenente che gli mostrò un bizzarro fiore, piantato in mezzo alla neve e cresciuto fra i gelati soffi del vento settentrionale, formato di tre sole foglie del diametro di circa tre pollici coperte di microscopici cristalli di neve e d'una stella, i cui petali, lunghi quanto le foglie e larghi un mezzo pollice, mostravano dei piccoli punti lucenti come diamanti e della grossezza di capi di spilli.
- È meraviglioso! - disse il fiociniere. - Un fiore che nasce in mezzo ai ghiacci!
- Ne hai visto di simili?
- Mai, signor Hostrup, eppure ho viaggiato assai nelle regioni polari. Tò! E cos'è quella roba rossa che vedo laggiù, presso quel masso di ghiaccio?
- Un'altra pianta meravigliosa forse?
- Non credo, signor Hostrup. Io la direi...
- Neve rossa, vuoi dire.
- Precisamente.
- E lo è infatti.
- Come? Forse che c'è anche della neve rossa?
- Altri viaggiatori artici l'hanno veduta più a nord.
Si diressero verso quello strato rosso che non occupava però più di tre o quattro metri quadrati e si convinsero che era proprio neve colorata di rosso.
- Ma come diventa di questo colore? - chiese Koninson, meravigliato. - Forse per la presenza di vegetali coloranti microscopici?
- Lo si è creduto, Koninson: ma il viaggiatore Scoresby, che l'ha studiata, non è di questo parere. Secondo lui, il principio colorante deriverebbe da migliaia di piccoli infusorii che si muoverebbero con rapidità vertiginosa.
- Che abbia differente sapore della bianca?
- Non credo; del resto puoi...
- Zitto, signor tenente!
- Cosa c'è ancora?
- Udite!
Il tenente tese gli orecchi e fra i cupi rimbombi dei ghiacci scivolanti dalla montagna, udì delle urla acute che rapidamente sì avanzavano.
- Bah! Sono lupi! - disse.
- Ma mi sembrano molti.
- Abbiamo i nostri fucili, ragazzo mio.
- Non ci assaliranno?
- Forse, ma noi li respingeremo. Entriamo nella caverna e prepariamo la zuppa.
Trascinarono con loro la slitta onde porre in salvo le provvigioni che ancora restavano e raggiunsero il ricovero, dentro il quale potevano difendersi contro l'attacco delle voraci bestie.
Koninson accese la lampada, il tenente sciolse sulla fiamma un pò di neve e mise nella marmitta il lichene raccolto che ben presto cominciò a bollire, spandendo all'intorno un profumo appetitoso.
Quando fu ridotto in una specie di pasta gommosa e nerastra, il tenente invitò il fiociniere ad assaggiarla.
- Il colore non è rassicurante! - disse Koninson. - Ma il profumo è promettente.
E l'assaggiò una, due, tre volte.
- Eccellente! - esclamò. - Rammenta il sapore del manioca. E come si chiama dagli eschimesi, questa zuppa?
- Trippa di roccia.
- Evviva la trippa, adunque!
La marmitta, vigorosamente assalita, fu ben presto vuotata. I due balenieri stavano per porre sotto i denti alcuni biscotti onde completare il pasto, quando un enorme lupo, dagli occhi scintillanti e dal pelo lungo e arruffato, fece il suo ingresso nella caverna emettendo un lugubre ululato.
- Troppo ardito, mio caro! - disse il tenente afferrando il fucile.
All'ululato del lupo fecero eco altri ululati che venivano dal di fuori.
- Diavolo! - esclamò Koninson, prendendo l'altro fucile. - Abbiamo una banda dinanzi alla grotta.
- Hanno fame quelle brutte bestie e forse calcolano di sfamarsi colle nostre polpe.
- È ciò che vedremo.
Il lupo, punto spaventato, non si muoveva e pareva invitasse i compagni a seguirlo; ma il tenente con un colpo di fucile lo abbattè.
Alla detonazione e all'urlo di dolore emesso dal colpito, gli altri lupi invece di fuggire s'affacciarono all'entrata della caverna, mostrando minacciosamente i loro acuti denti e dardeggiando sui due balenieri sguardi ardenti.
Koninson fece fuoco in mezzo al gruppo e fece cadere il più ardito. La banda intera si precipitò sul morto e lo fece a brani contendendoselo ferocemente.
- Ah! - esclamò il fiociniere. - Il proverbio questa volta riceve una solenne smentita.
- È vero! - disse il tenente. - Ora non si dirà più che lupo non mangia lupo. Orsù, mano alla scure e carichiamo quelle canaglie...
Gettando alte grida, si slanciarono in mezzo ai lupi i quali s'affrettarono a battere in ritirata arrestandosi però a breve distanza.
- Pare che non abbiano voglia di lasciarci, signor Hostrup.
- Ma noi partiremo lo stesso. Ho fretta di raggiungere la cima del colle.
- In marcia, adunque.
Caricarono i fucili, s'attaccarono alle corde della slitta e usciti dalla caverna, ripresero la faticosa ascensione. I lupi si misero a seguirli ad una distanza di trenta o quaranta passi, destando tutti gli echi delle montagne coi loro interminabili ululati.
Per due ore, tirando e spingendo rabbiosamente la slitta che pareva diventasse sempre più pesante, seguirono quella specie di passaggio ma, giunti ad una certa altezza, si trovarono dinanzi ad una parete di ghiaccio che chiudeva la via e così elevata da non potersi superare.
Dovettero deviare ed arrampicarsi sui fianchi della montagna più vicina, che erano i meno aspri, ma che tuttavia presentavano delle pendenze che talvolta parevano inaccessibili, lambendo certi burroni che solamente a guardarci dentro venivano le vertigini.
I loro sforzi sovrumani però trionfarono di tutti quegli ostacoli e, verso le otto della sera, rattrappiti dalle immense fatiche e dal freddo che lassù si faceva sentire assai vivo, giunsero finalmente sul versante opposto della montagna dove si fermarono, spaziando gli sguardi sul panorama che si stendeva dinanzi a loro, per un tratto di moltissime leghe.
Proprio sotto di loro la montagna scendeva rapida, affatto liscia, coperta da enormi lastre di ghiaccio sovrapposte a strati altissimi, senza abissi, senza valli, senza alberi. Più oltre, una pianura scintillante si apriva a perdita d'occhio, smarrendo verso sud, senza alture, senza capanne, senza boschi, senza un essere animato.
A destra ed a sinistra, sulle due vicine montagne, due grandi ghiacciai, due veri fiumi di ghiaccio in movimento, scendevano verso la pianura vomitando di quando in quando degli "icebergs" del peso di parecchie centinaia di tonnellate, che il sole imporporava splendidamente.
Una fitta nebbia, che il vento sbatteva a destra ed a sinistra e che talora lacerava, s'alzava dal fondo di profondi abissi, dentro i quali s'udivano muggire degli impetuosi torrenti.
- Dove siamo noi? - chiese Koninson.
- Sul fianco di una montagna - disse il tenente.
- Lo vedo bene, signor Hostrup, ma io vorrei sapere in qual luogo: se vicini o lontani dalle terre abitate.
- Vicini no di certo. Bisognerà giungere al Porcupine prima d'incontrare qualche tribù d'indiani.
- È molto lontano questo fiume?
- So che scorre verso sud, attraverso a questa immensa pianura, ma a quale distanza precisamente non lo so.
- A qualche migliaio di chilometri no di certo.
- No, ma a più di duecento sì.
- Allora lo raggiungeremo.
- Ne sono certo. Dove sono andati i lupi?
- Pare che si siano stancati di seguirci, signor Hostrup. Certamente hanno capito che la nostra carne non era troppo buona per i loro denti.
- Meglio così. Dormiremo più tranquilli.
- Contate di rizzare la tenda qui?
- E perchè no? Scendere è impossibile per le nostre gambe che non stanno più ritte e il luogo non mi sembra cattivo.
- Sarà solido il ghiaccio?
- Lo credo poichè non scorgo nessuna spaccatura, nè odo alcuno scricchiolìo.
- Allora accampiamoci. Staremo un pò troppo freschi, ma ci siamo ormai abituati.
Assicurarono la slitta perchè qualche colpo di vento non la facesse scivolare su quella ripida china, rizzarono la tenda appoggiandola ad un grossissimo masso di ghiaccio, una specie di "hummok" che pareva fosse rotolato dalla cima della montagna, ma che sembrava irremovibile, e si cacciarono sotto.
La notte non doveva essere tranquilla sui fianchi di quella montagna, e con quei due ghiacciai vicini che non stavano un solo istante zitti. Parecchie volte, agitati da strani presentimenti e spaventati dalle detonazioni dei ghiacci che diventavano più intense, i balenieri uscirono per vedere se correvano qualche pericolo.
Verso la mezzanotte però, affranti dalle fatiche e da quella quasi continua veglia, s'addormentarono profondamente.
Non erano trascorse tre ore, quando il tenente fu improvvisamente destato da un formidabile boato che fece tremare il ghiaccio su cui posava la tenda.
Aprì gli occhi e attraverso il tessuto scorse un vivo bagliore che pareva cagionato da un grande incendio.
- Guarda! - esclamò. - Si direbbe che la montagna brucia.
Alzò un lembo della tenda e strisciò all'aperto.
Una superba aurora boreale, forse l'ultima della stagione invernale splendeva sull'orizzonte settentrionale lanciando attraverso la volta celeste immensi fasci di luce rossastra, i quali tingevano del colore del fuoco tutte le montagne, i ghiacciai e la gran pianura.
Ma questo non era tutto. Si sarebbe detto che quella luce avesse avuto anche il calore del fuoco, poichè tutti i ghiacci delle montagne si fendevano in mille guise come se sotto di loro la terra si sconvolgesse e precipitavano a migliaia nella sottoposta pianura in un disordine spaventevole, sibilando, fischiando, tuonando e tutto abbattendo sul loro cammino.
Il tenente balzò in piedi, ma si sentì subito atterrare. Anche i fianchi della montagna su cui si trovava erano in movimento, e quelle grandi lastre di ghiaccio, che poche ore prima parevano inchiavardate e sicurissime, si fendevano in tutti i versi e scivolavano giù per le chine.
- Siamo perduti! - esclamò involontariamente. - Koninson! Koninson! All'erta!
Il fiociniere si slanciò fuori della tenda, ancora mezzo addormentato.
- Cosa succede? - chiese.
La sua voce si perdette fra le detonazioni dei ghiacci.
Si precipitò verso il tenente che, impotente e ormai rassegnato, aveva incrociato le braccia sul petto aspettando la morte che pareva ormai certa.
- Fuggiamo, signore! - esclamò.
- Dove?
- Alla grotta.
- È impossibile, la via è interrotta.
- Allora siamo perduti.
- Chissà! Speriamo in Dio.
- Signor tenente...
Il fiociniere non proseguì. Una scossa violenta l'aveva atterrato assieme al tenente e alla tenda.
Quasi subito udirono una detonazione paragonabile solo allo scoppio d'una mina di cinquecento chilogrammi di polvere e si sentirono trascinare verso il basso, dapprima lentamente e poi con una rapidità vertiginosa.
Un lastrone di ghiaccio di dimensioni enormi e del peso di parecchie migliaia di tonnellate, su cui si trovavano i due balenieri, si era staccato e scendeva la montagna più rapido di un treno diretto, seco trascinando tutto ciò che incontrava sul suo cammino, fiancheggiato e seguito da un vero esercito di massi di ghiaccio che rimbalzavano in tutte le direzioni.
I due balenieri, mezzo soffocati dalla rapidità della discesa, storditi dalle migliaia di ghiacciuoli che li percuotevano incessantemente, assordati dai fragori che produceva il lastrone nella sua corsa e che talora erano fischi stridenti e tal'altra ruggiti che sembravano emessi da fiere in furore, tentavano di mantenersi presso la slitta, ma brusche scosse, di quando in quando, li separavano violentemente lanciandoli a destra o a sinistra, innanzi e indietro a rischio di cadere in mezzo a tutto quel rovinio di massi che non avrebbe mancato di schiacciarli.
Dopo un minuto, che ai due disgraziati parve lungo quanto un secolo, il ghiaccione toccò il piano. Si raddrizzò con un colpo tremendo che lo fece crepitare e fendere in più luoghi, indi continuò la corsa attraverso la pianura con un rullìo paragonabile a quello di una nave in un giorno di tempesta.
Ad un tratto avvenne un potente urto. Il lastrone aveva cozzato contro una rupe che s'alzava di pochi metri sulla superficie del suolo, ma che presentava una resistenza incalcolabile.
Il ghiaccione si rialzò come un cavallo che si inalbera sotto una violenta speronata, e ricadde spaccandosi in venti e più parti.
I due balenieri, scaraventati innanzi da quei due urti, caddero in mezzo alla neve ove rimasero immobili come se fossero stati uccisi sul colpo.


XXII

IL PORCUPINE

Passarono alcuni minuti, poi in mezzo alla neve e ai frammenti di ghiaccio che si erano accumulati in grande quantità attorno al lastrone infranto, apparve una testa, quella di Koninson.
Il buon fiociniere girò all'intorno due occhi spaventati cercando ansiosamente il suo compagno che non si vedeva ormai più, indi radunando le forze si fece un pò di largo respingendo a destra e a sinistra i ghiacciuoli che lo rinserravano e gridò replicatamente, con un tono che faceva supporre come nulla di guasto ci fosse nei polmoni:
- Signor Hostrup!
- Sei vivo? - chiese una voce soffocata, che usciva di sotto una massa di neve.
- Dove siete, mio tenente?
- Qui sotto ma sto per liberarmi.
- Salvo?
- Pare che nulla vi sia di rotto. Aiutami se puoi.
Il fiociniere, lavorando vigorosamente colle braccia e colle gambe, ingrandì il buco in cui si trovava e, continuando il faticoso esercizio, pervenne a raggiungere il cumulo di neve che si agitava dall'alto in basso sotto i violenti sforzi del tenente.
- Un pò di pazienza, signor Hostrup, - disse. - Per bacco! Mi par di essere un uccello preso col vischio. Largo! Largo!
Si mise a spazzare la neve colle mani e dopo qualche minuto scorse un braccio che cercava di uscire. L'afferrò e tirò bruscamente a sè, facendo crollare l'intero cumulo e mettendo allo scoperto il tenente.
- Grazie, Koninson, - disse il liberato, dopo aver respirato una gran boccata d'aria. - Che capitombolo!
- E che viaggio, signor Hostrup! Posso dire di aver viaggiato colla rapidità d'un treno diretto anche in un luogo dove forse non si aprirà mai una linea ferroviaria.
- Bella consolazione, Koninson. Per poco, questo viaggetto ci costava la pelle. Ma dov'è andata a finire la nostra slitta?
- Non sarà lontana.
- Cerchiamola, ragazzo mio, poichè la perdita di essa sarebbe per noi una morte certa.
Unendo le parole ai fatti, si cacciò in mezzo ai ghiacciuoli e alla neve, mentre il fiociniere faceva altrettanto, ma prendendo una direzione opposta.
La fortuna, che li aveva protetti durante la pericolosissima discesa, anche questa volta si mostrò loro benigna, poichè rinvennero ben presto il veicolo che il colpo aveva lanciato fra due grossissimi pezzi di ghiaccio. Nella caduta non pareva avesse sofferto; solamente le casse e i barili avevano spezzato i legami ed erano caduti all'ingiro. Presso la slitta rinvennero pure le loro armi e un pò più lontano la tenda, ancora in ottimo stato.
- Non speravo tanto! - disse il tenente. - Bisogna proprio dire che la Provvidenza non ci abbandona.
- Speriamo che ci conduca a salvamento, signor Hostrup.
- Ne sono certo.
- Ed ora cosa facciamo?
- Usciremo di qui e prenderemo la via del sud. Vedo che la pianura è perfettamente liscia e sento un buon vento venire dalle montagne. Spiegheremo la vela.
Rimisero sulla slitta tutte le casse e i barili; indi, dato mano alle scuri, si scavarono una via attraverso i rottami del ghiaccione, girando attorno alla gran rupe che aveva causato l'urto.
Dopo un'ora uscivano finalmente nella pianura che pareva si prestasse assai ad un rapido viaggio, essendo coperta di un solido strato di neve, liscio come la superficie d'un lago tranquillo.
La vela fu subito issata, il timone messo a posto e i due balenieri "s'imbarcarono", come diceva Koninson, dirigendosi verso sud con una rapidità superiore ai quindici nodi all'ora.
A mezzogiorno, dopo un viaggio che non poteva essere nè migliore nè più tranquillo, e dopo aver percorso un tratto di circa centoventi chilometri, fecero una fermata presso un gruppo di alti pioppi, le cui cime s'incurvavano graziosamente.
Koninson, felice di aver trovato finalmente della legna, a colpi di scure fece cadere il più piccolo ed accese un fuoco capace di arrostire un bue intero.
- Ah, se ci fosse un bel pezzo di carne fresca, quale festa! - esclamò egli levando un pò di "pemmican" ed alcuni biscotti da una cassa.
- Ne avremo, Koninson.
- Quando?
- Appena saremo giunti al Porcupine. Là i pesci abbondano e le trote vi sono grossissime.
- Allora.... ah!
- Cos'hai?
- Non avete udito un gemito, voi?
- Un gemito? Diventi pazzo, ragazzo mio?
- Con questo freddo? Udite! Udite!
Il tenente, con sua grande meraviglia, questa volta udì un gemito che pareva emesso da gola umana, ed a brevissima distanza.
- Che vi sia qualche eschimese ferito? - chiese Koninson.
- Ma dove?
- In mezzo agli alberi.
- No, io credo invece che stia per venire l'arrosto che tu desideri. Guarda lassù, su quel grande pioppo.
Koninson guardò nella direzione indicata e vide svolazzare un grande uccello le cui ali superavano, prese insieme, un metro e mezzo di estensione.
- Un'aquila? - esclamò.
- Ma che aquila! È una stupenda "nyceta nivea".
- E credete che sia stato quell'uccello a mandare quei gemiti umani?
- Proprio lui.
- Si mangia?
- È carne non disprezzabile.
Koninson balzò sul fucile e lo puntò, ma il tenente gli abbassò l'arma.
- Non aver fretta! - gli disse. - Vedrai che si avvicinerà a noi.
- Ma come mai quell'uccello, che somiglia ad un gufo, si trova qui, in questa regione così fredda?
- Le "nycete" frequentano i luoghi caldi e i freddi. S'incontrano presso le rive dell'oceano artico e anche sulle rive del golfo del Messico.
- E di che cosa vivono, in questi deserti di neve?
- Di uccelli finchè ce ne sono e, quando questi sono emigrati, danno la caccia ai piccoli animali. Si nascondono sovente nelle vicinanze delle tane delle lepri, degli ermellini e persino delle volpi e, quando le vittime escono, piombano loro addosso con rapidità fulminea, dilaniandole a colpi di becco e d'artiglio.
- Sono uccelli coraggiosi.
- Sì, e tanto da affrontare i cani e qualche volta da avventarsi contro i cacciatori.
- Signor tenente, vedo che l'uccello non viene da noi; andiamo noi da lui.
- Andiamo, Koninson.
Raccolsero i fucili e si diressero verso il pioppo sulla cui cima la "nyceta" continuava a svolazzare gettando di quando in quando un forte "rik-rik" che poteva, fino ad un certo punto, sembrare un gemito umano.
Quando giunsero a breve distanza, l'uccello si abbassò, poi partì con grande rapidità producendo, colle larghe ali, un forte rumore e si precipitò al suolo come se fosse stato ucciso o ferito.
- Olà! - esclamò Koninson. - Cosa vuol dire ciò?
Si precipitò verso la "nyceta" che sembrava morta, ma quando le fu vicino, essa si alzò nuovamente, spiccò un'altra volata e ricadde trecento metri più innanzi.
- Che sia ferita? - chiese il fiociniere, la cui sorpresa cresceva.
- No! - disse il tenente - Noi abbiamo da fare con una femmina, la quale ricorre a questa astuzia per allontanarci dal suo nido,
- Allora mangeremo anche delle uova. Che pasto, signor Hostrup
Questa volta non si lasciò più ingannare dal povero uccello. Appena fu per riprendere il volo, il fiociniere puntò il fucile e, con una palla ben aggiustata, lo fece cadere, ma per sempre.
- Il bell'arrosto! - esclamò.
Ed infatti era un bell'arrosto. Quell'uccello, dalle penne bianche solcate da un certo numero di macchie brune trasversali e longitudinali, dal becco robusto e ricurvo, era lungo quasi due piedi e non pesava meno di dieci chilogrammi. Era il vitto assicurato per un paio di giorni, per i poveri naufraghi; ma Koninson chiedeva qualche cosa di più.
Impadronitosi dell'uccello, si affrettò a raggiungere la macchia di pioppi e, dopo aver cercato qua e là, scoprì il nido, una specie di cavo tappezzato di pochi fili d'erba acquatica e di penne candide e lunghe che la femmina si era coraggiosamente strappate dal petto, e contenente otto grosse uova.
- Che giornata fortunata! - esclamò allegramente il bravo fiociniere. - Presto, signor Hostrup, ritorniamo presso il fuoco e mettiamoci al lavoro. Le mie mandibole sono impazienti.
Due ore dopo, seduti dinanzi al fuoco, divoravano ferocemente più di mezzo uccello, dopo aver trangugiato le uova a mò d'antipasto. Il tenente, per compiere l'opera, diede la stura ad una bottiglia di "gin", l'ultima che ancora possedevano e che avevano religiosamente conservata per le grandi occasioni.
Verso le 4 pomeridiane, approfittando d'un fresco vento che veniva da nord-nord-ovest, spiegavano la vela e riprendevano la corsa verso sud, ma non rapidamente come il mattino a causa della neve che, essendosi in parte sciolta sotto i raggi solari, opponeva una certa resistenza ai pattini della slitta.
Parecchie volte dovettero discendere e trascinare il veicolo per qualche tratto onde sorpassare certi strati di neve eccessivamente molle, anzi quasi disciolta. Nondimeno verso le 9 della sera avevano percorso altri quaranta o cinquanta chilometri.
Il tenente stava per ammainare la vela volendo accamparsi, quando Koninson gli additò una costruzione piantata sulle rive di un laghetto ancora gelato.
- Forse ci sono degli abitanti là sotto! - disse il fiociniere. - Non mi rincrescerebbe di vedere un volto umano per quanto possa essere brutto.
- Ho poca speranza - rispose il tenente, - Tuttavia dirigiamoci laggiù.
La slitta riprese la corsa e dopo venti minuti si arrestava presso l'abitazione segnalata.
I due balenieri balzarono a terra, si armarono dei fucili per precauzione, e si diressero a quella volta.
Era una capanna semplicissima, formata da sette od otto pali sostenenti un tetto di ramoscelli e di pezzi di corteccia, assicurata con strisce di pelle. La neve, accumulandosi sopra, l'aveva in parte sfondata, ma poteva ancora servire di ricovero.
- È un'abitazione estiva dei Co-yuconi.
- Abbandonata da molto tempo senza dubbio - osservò Koninson.
- Dall'anno scorso, molto probabilmente.
- Tò! Cosa sono quegli oggetti ammonticchiati in quell'angolo?
- Ossa di animali.
- Forse che i Co-yuconi le raccolgono per venderle?
- No, Koninson, - disse il tenente ridendo. - Li ammucchiano nelle loro capanne perchè credono che, gettandoli via, debbano succedere delle disgrazie; che le caccie diventino infruttifere; che le trappole lascino scappare la selvaggina; che il freddo distrugga gli animali; ecc. Anche quando si tagliano le unghie, i capelli e la barba, raccolgono il tutto entro sacchetti di pelle che sospendono agli alberi del loro territorio, e ciò per lo stesso motivo.
- Strane superstizioni, signor Hostrup. Ma guardate laggiù, presso la riva del laghetto, non vedete qualche cosa?
- Sì, dei pali piantati sul ghiaccio o meglio nell'acqua - disse il tenente.
- Che cosa saranno?
- Mio caro Koninson, credo che faremo bene a recarci laggiù.
- Che sperate di trovare?
- So che gli abitanti di queste regioni prima che l'inverno cominci, piantano nei fiumi e nei laghi dei pali a cui sospendono delle trappole per i pesci.
- Che ci sia sotto qualche rete?
- Se non sarà una rete, troveremo qualche cosa di simile. Andiamo, Koninson.
Lasciarono la piccola capanna e si diressero verso il laghetto. Il tenente non si era ingannato, poichè attraverso il ghiaccio distinsero una forma nerastra stretta fra due pali e che pareva un gran paniere.
Con pochi colpi di scure spezzarono il ghiaccio e sotto vi scorsero una specie di imbuto di vimini terminante in un recipiente pure di vimini, dentro il quale nuotavano parecchi grossi pesci.
Koninson cacciò dentro le mani, e in pochi minuti ritirò due trote, tre lucci, due bei pesci che il tenente riconobbe per "gadus lota", ed infine un pesce molto grosso, tutto nero, che gli indigeni chiamano "nalina", ma, la cui carne di qualità mediocre serve per lo più a nutrire i cani delle slitte.
- Abbiamo dei viveri per quattro o cinque giorni! - disse il fiociniere tutto contento. - Ringrazio di cuore quel co-yucone che ha avuto la buona idea di collocare qui l'imbuto. Se lo troverò, gli regalerò uno dei nostri coltelli.
Fecero ritorno alla capanna sotto cui allegramente pranzarono colle due trote; indi, dopo poche chiacchiere, si avvolsero nelle loro coperte, sicuri di non venire disturbati da nessuno.
Alle 4 del mattino, approfittando del freddo della notte che aveva indurito lo strato di neve, tornarono a spiegare la vela e ripresero la corsa con una celerità di dieci o dodici chilometri all'ora.
Verso le 7 del mattino Koninson segnalò verso sud un bosco che pareva prolungarsi indefinitamente verso est e verso ovest, formato da pioppi e da abeti neri.
- Dobbiamo essere vicini al Porcupine! - disse il tenente. - Apri bene gli occhi, fiociniere.
Manovrò in modo da entrare sotto il bosco senza urtare contro gli alberi, e lasciò che la slitta continuasse a scivolare verso il sud.
Mezz'ora dopo Koninson con un rapido movimento faceva cadere la vela. Era tempo; duecento passi più innanzi, fra due rive coperte di salici, si estendeva un largo fiume che doveva essere il Porcupine.


XXIII

L'ORSO BIANCO

Il Porcupine, chiamato anche Ratto, è un bel corso d'acqua comunicante col fiume Makenzie, che scorre da ovest ad est, quasi parallelamente alla costa, da cui però dista oltre duecento miglia. Nella stagione estiva molti canotti lo percorrono mettendo in comunicazione il forte Yucon colla stazione di La Pierre e coi forti che si trovano sulle rive del Makenzie; ma, quando comincia a gelare, la navigazione viene interamente sospesa e le tribù indiane che popolano le rive e che si chiamano "figlie del Ratto", si ritirano o verso sud o verso nord, dedicandosi alla caccia che talvolta è più produttiva della pesca.
Quando il tenente e Koninson, lasciata la slitta, discesero la sponda, non scorsero anima viva, nè alcuna abitazione. Il fiume, completamente gelato, non aveva attirato ancora alcuno di quei valenti canottieri e pescatori che s'incontrano così spesso nella buona stagione.
Però, percorrendo la riva per qualche tratto, trovarono qua e là numerose traccie del soggiorno degli indiani. Infatti ai piedi d'una roccia rinvennero delle vecchie reti state abbandonate perchè inservibili; più oltre una capanna semi-arsa, un remo ancora piantato nel ghiaccio e finalmente anche un canotto lungo otto piedi, costruito con lunghe liste di corteccia di betulla cucite insieme con sottili radici d'abete e calafatato di resina. Un fianco, però, era stato sfondato, forse dall'urto dei ghiacci, sicchè non poteva più servire.
- Diamine, mi pare che questi signori indiani si facciano molto desiderare! - disse Koninson. - Molte traccie abbiamo trovato, ma non un volto umano abbiamo veduto dalle rive dell'Oceano a questo fiume.
- Eppure parecchie tribù vivono in questa desolata regione - rispose il tenente.
- Ma dove sono?
- Non lo so, ma vi sono e qualcuno ne incontreremo.
- E verremo bene accolti?
- Non ho mai udito dire che gli indiani di queste terre siano cattivi.
- Però so che parecchie volte hanno dato addosso ai bianchi.
- È vero, Koninson, ma per difendere la loro indipendenza. Aggiungerò anzi, che hanno dimostrato di essere assai coraggiosi e di non aver paura dei forti meglio armati.
- Quale tribù sperate d'incontrare?
- Quella che si chiama "figlia del Ratto", che vive sulle sponde di questo fiume. È possibile, però, che in sua vece ne incontriamo qualche altra, poichè nessuna ha dimora stabile e tutte vanno qua e là cercando i territori che offrono maggiore selvaggina.
- E come si chiamano questi altri indiani?
- Vi sono i Co-yuconi, i più numerosi dell'Alaska e che abitano le rive del fiume Yukon; i Koctck-a-Kutkin o indiani delle bassure; gli An-Kutkin e i Tatanckok-Kutkin appartenenti alla famiglia dei Malemuti, che abitano il basso corso dell'Yukon, e i Tanana, che hanno il loro centro al confluente dell'Yukon col fiume Tanana, dove si erge un grosso villaggio chiamato Nuclu-kayette.
Altre tribù minori occupano il territorio che si estende fra i fiumi suddetti e il Makenzie, appartenenti quasi tutte alla gran tribù dei "figli del Ratto".
- Ed ora che noi siamo qui giunti, dove ci dirigeremo, signor Hostrup? Verso ovest o verso est?
- Sarei dell'opinione di seguire il Porcupine fino al Makenzie e di raggiungere il forte Speranza.
- Allora andiamo al forte Speranza.
- Ti avverto che la via sarà lunga.
- Non mi spavento, signor Hostrup.
- Oggi accamperemo qui e cercheremo di rinnovare le nostre provviste. Io spezzerò il ghiaccio e mi metterò a pescare; tu batterai i boschi.
- Non chiedo di meglio.
Tornarono alla slitta, mangiarono un boccone e si separarono: Koninson si cacciò sotto il bosco col fucile e il tenente discese la riva armato di scure per aprire un buco nel ghiaccio.
Il fiociniere per qualche tratto costeggiò il Porcupine colla speranza di abbattere qualche capo di selvaggina acquatica, avendo notato qua e là delle traccie di lontre ma nulla scorgendo, si addentrò nel bosco camminando con prudenza e cercando di non far scricchiolare la neve.
In lontananza si udivano le lugubri urla di una muta di lupi, forse occupata a cacciare qualche grosso capo di selvaggina, qualche alce senza dubbio, sicchè si diresse da quella parte, niente affatto atterrito dai denti di quei feroci ma non coraggiosi carnivori.
Dopo aver superato una piccola altura sulla quale erano già spuntati in gran numero i papaveri dai petali bianchi e dai petali d'oro, primi fiori della buona stagione, un certo numero di sassifraghe stellate e di ranuncoli gialli, ridiscese verso il fiume avendo udite le urla dirigersi da quella parte e quindi allontanarsi in direzione sud.
Aveva raggiunta una macchia di piante sui cui rami spuntavano certe coccole rosse delle quali sono amanti gli orsi bianchi, quando scorse a terra delle larghe tracce che indicavano il passaggio di un grosso animale.
- Oh! Oh! - esclamò egli, arrestandosi di botto. - Queste non sono nè tracce di alci, nè di lupi e tanto meno di volpi.
Si curvò e le esaminò attentamente, poi si sollevò rapidamente gettando uno sguardo inquieto sotto gli alberi e intorno ai cespugli che crescevano in gran numero presso la riva del fiume.
- Per di qui è passato un orso, e senza alcun dubbio un orso bianco - mormorò. - Devo tornare o tirare innanzi?
Esitò un momento, sapendo quanto fosse forte e terribile l'avversario che poteva da un istante all'altro incontrare, ma la speranza di tornare all'accampamento con un sì bell'animale lo decise a continuare la caccia seguendo appunto quelle orme.
Rinnovò per maggior precauzione la carica del fucile introducendovi due palle, si assicurò se il coltello scorreva facilmente nella guaina di pelle, poi si slanciò risolutamente innanzi, ma con gli occhi bene aperti e gli orecchi ben tesi.
Percorse un quattro o cinquecento metri fermandosi di frequente per ascoltare, poi si gettò precipitosamente dietro a un grosso albero.
In mezzo ad un cespuglio, lontano un tiro di freccia, aveva veduto agitarsi una massa biancastra che era subito scomparsa, forse perchè stava scendendo il pendio della riva.
Stette alcuni minuti immobile cercando di distinguere meglio il carnivoro, poi udì, non senza provare un certo tremito, una specie di nitrito simile a quello che emette un mulo.
- È un orso bianco! - esclamò il fiociniere, abbandonando con precauzione il nascondiglio. - Animo, mio caro Koninson, se sei venuto fin qui non devi tornare al campo a mani vuote.
Sapendo quanto gli orsi bianchi siano diffidenti e difficili a lasciarsi accostare se non sono affamati, si gettò sottovento onde l'animale non lo fiutasse e guadagnò la riva del fiume sempre tenendosi celato dietro i tronchi degli alberi e le irregolarità del terreno.
Giunto là, s'alzò sulle ginocchia tenendo in mano il fucile e guardò.
A trenta soli passi di distanza egli scorse l'orso bianco occupato a divorare le coccole rosse dei cespugli e le tenere gemme di alcuni minuscoli salici d'acqua che crescevano stentatamente fra la neve.
Senza dubbio non si era ancora accorto della presenza del cacciatore, poichè non dimostrava alcuna inquietudine, anzi lentamente gli si avvicinava.
Koninson imbracciò il fucile e mirò lungamente la testa del mostro, non ignorando che, se lo avesse colpito in qualunque altra parte del corpo, non lo avrebbe atterrato.
Alcuni istanti dopo la detonazione del fucile si fece udire scuotendo fortemente gli strati dell'aria. Quando il fumo si dissipò, il fiociniere, con suo grande terrore, vide l'orso che saliva la riva di galoppo, aprendosi impetuosamente il passo fra i cespugli.
Nessuna macchia di sangue si scorgeva sulla bianca pelliccia, segno chiaro che la palla si era perduta altrove.
Mancava il tempo di ricaricare l'arma e anche di fuggire, poichè l'orso non era più che a pochi passi.
Il fiociniere in quel terribile frangente non si perdette d'animo. Afferrò il fucile per la canna e quando si vide l'animale dinanzi, lo percosse replicatamente sul muso.
Disgraziatamente l'arma gli sfuggì di mano mentre vibrava un terzo colpo e si trovò inerme.
Impegnare una lotta corpo a corpo col coltello era cosa troppo pericolosa con simile avversario, la cui forza è veramente straordinaria, se non eguale, certo di poco inferiore a quella del terribile orso grigio delle Montagne Rocciose. Non restava che fuggire a tutte gambe.
Koninson si appigliò a questo partito, e si diede a precipitosa fuga attraverso la foresta, mandando alte grida per attirare l'attenzione del tenente che non doveva essere molto lontano.
Superò, correndo disperatamente, la piccola altura procurando di tenersi presso gli alberi onde, in caso disperato, salvarsi sui rami; poi si lasciò scivolare o meglio rotolare fino al basso, dove incontrò il tenente che si era affrettato ad accorrere col fucile e una scure.
- Cos'hai? - gli chiese questi, precipitandosi verso di lui. - Che ti è accaduto? Chi ti insegue?
- Fuggite! Fuggite! - esclamò Koninson rimettendosi in piedi. - Ho un orso bianco alle spalle.
- Un orso! E dov'è?
- L'ho incontrato presso le rive del fiume e si era messo a inseguirmi, dopo essere sfuggito al mio colpo di fucile.
- Se si mostra avrà una buona accoglienza, ragazzo mio. Ma dov'è il tuo moschetto?
- Mi è sfuggito di mano mentre mi difendevo.
- Bisogna andarlo a riprendere, o quell'animale te lo rovinerà tutto. Orsù, prendi la scure e andiamo a vedere.
- Badate, tenente, che abbiamo da fare con un orso affamato, il quale si getterà su di noi.
- Siamo in due e possiamo tenergli testa. Hai nulla di rotto?
- Sono intatto.
- Allora silenzio e avanti.
Il tenente, che ci teneva assai ad abbattere il carnivoro per rinnovare le provviste già molto scarse, salì intrepidamente l'altura a rapidi passi, fiancheggiato da Koninson, il quale trovandosi male armato tentennava, e giunto sulla cima gettò uno sguardo sul versante opposto, in direzione del fiume, ma. non vide nulla, nè udì il ben noto nitrito del pericoloso avversario.
- Dove si sarà nascosto? - si chiese.
- Forse dietro a quelle macchie - rispose il fiociniere, indicando i cespugli che crescevano sulle sponde del Porcupine.
- Non ti ha inseguito?
- Non lo so, poichè non ardii voltarmi indietro.
- Scendiamo, amico mio.
Tenendosi dietro ai tronchi degli alberi e cercando di produrre meno rumore che fosse possibile, per sorprenderlo e sparargli addosso prima che potesse fuggire, raggiunsero i cespugli e precisamente il luogo ove era avvenuta la lotta.
Guardarono attorno alle piante, sulla riva e nel fiume, ma l'orso bianco non c'era e, quello che era più sorprendente, non c'era nemmeno il fucile perduto dal fiociniere.
- Tò! - esclamò il tenente al colmo della sorpresa. - Che abbia mangiato il moschetto? Eppure non è una bistecca.
Si misero a frugare nelle macchie colla più grande attenzione, visitarono i crepacci, girarono i tronchi degli alberi per un bel tratto di bosco, ma sempre nulla: il fucile era proprio scomparso.
- Che ne dici? - chiese Hostrup, che si grattava furiosamente la testa.
- Io dico che questa sparizione ha del soprannaturale, - rispose Koninson.
- Che l'orso abbia portato con sè l'arma?
- E per che farne?
- Non lo so davvero, Koninson.
- Che sia venuto qui qualche indiano?
- Non è possibile, poichè non vedo sulla neve che le tue traccie e quelle dell'orso.
- E allora?
- Che sia un orso ammaestrato?
- Ma non vi sono serragli nei dintorni, che io sappia, signor Hostrup.
- Ma vi possono essere degli indiani.
- E voi credete...
- Io non credo nulla, ma dico che quell'orso può appartenere a qualche banda d'indiani.
- E voi supponete che il birbante abbia portato il mio fucile ai suoi padroni?
- Così deve essere.
- Cosa dobbiamo fare?
- Inseguire il ladro.
- Ben detto, signor Hostrup.
- Ecco qui le traccie che ha lasciato sulla neve. Ha disceso la riva, ed ha attraversato il fiume dirigendosi senza dubbio verso sud. Forse dietro a quella foresta sorge un accampamento di indiani.
- Allora andiamo, ma... e la nostra slitta?
- La ritroveremo nel ritorno.
- Ma i lupi la saccheggeranno.
- Faranno un ben magro bottino, amico Koninson. Orsù, in cammino.
Discesero la riva, attraversarono il fiume che in quel luogo misurava circa duecento metri di larghezza e risalirono l'opposto pendio entrando in un'altra foresta, sotto la quale scorrazzavano diversi lupi bianchi di dimensioni non comuni.
Le traccie dell'orso furono ben presto ritrovate ed assieme ad esse l'impronta del calcio del fucile.
- Si direbbe che quel birbante adopera la mia arma come un bastone - disse Koninson.
- Deve essere un gran burlone! - rispose il tenente.
- Ora che ci penso, che sappia anche adoperare il fucile? Non vorrei che ce lo scaricasse contro a tradimento.
- Mi hai detto che non hai avuto tempo di ricaricarlo, quindi questo pericolo non esiste. Affrettiamo il passo e apriamo ben bene gli occhi.
Si rimisero in cammino sempre seguendo le traccie del carnivoro ma, percorsi duecento metri, tutti e due tornarono a fermarsi in preda ad una certa inquietudine. Da una fitta macchia di pini e di abeti neri, usciva una grande cortina di fumo che strisciava lentamente sul campo gelato prolungandosi infinitamente, e in distanza si udivano delle voci umane.
- Un accampamento? - chiese Koninson.
- Senza dubbio! - rispose il tenente.
- Andiamo innanzi?
- Sì, ma con prudenza. Se sono indigeni potremmo venire scambiati per nemici e accolti molto male.
- Vedete? - esclamò Koninson, - le traccie dell'orso si dirigono verso quell'accampamento.
- Lo dicevo io, che quel burlone doveva essere ammaestrato. Gettiamoci dietro questi alberi e procediamo cauti.
Stavano per eseguire quella prudente tattica, quando delle urla selvaggie scoppiarono alle loro spalle. Si volsero rapidamente l'uno puntando il fucile e l'altro impugnando la scure. Alcuni uomini, che si erano forse tenuti nascosti dietro i tronchi degli alberi o i mucchi di neve, correvano loro addosso agitando certe fiocine e certi ramponi di forma particolare ed alcuni vecchi fucili.
Essi giunsero come un uragano fino a pochi passi dal tenente e dal fiociniere, poi si fermarono di colpo in un atteggiamento che nulla aveva di ostile, e uno di loro, il capo senza dubbio, facendo un passo innanzi, disse con voce abbastanza graziosa e in lingua russa:
- Siate i benvenuti. I Tanana sono vostri amici!


XXIV

CACCIA E TRADIMENTO

Quegli indiani Tanana, la cui tribù abita ordinariamente l'alto corso dell'Yucon dove ha un grosso villaggio chiamato Nu-clukayette, erano una quindicina e, a prima vista, non tali da ispirare troppa fiducia e simpatia.
Avevano i lineamenti brutti, angolosi, gli occhi foschi, il viso dipinto a vivaci colori, i capelli lunghi, sciolti, adorni di penne e di pezzi di argilla sorretti da strisce di garza e un bastoncino passato fra le cartilagini del naso che dava loro un aspetto tutt'altro che gradevole.
Le loro vesti consistevano in corte giubbe di pelli d'orso o d'ermellino o di lupo, calzoni di pelle di foca adorni di frangie e di perle comperate senza dubbio dai commercianti ambulanti, e grandi scarpe da neve formate da una specie di rete terminante in punta sul dinanzi e arrotondata di dietro.
Dopo la corsa fatta, che aveva per scopo di provare se gli stranieri avevano il "cuore forte" - com'è loro costume - si erano fermati in atteggiamento pacifico.
Il tenente, che aveva rapidamente puntato il fucile contro di loro pronto a far fuoco, dopo le parole del capo lo aveva abbassato tenendosi però in guardia, non fidandosi interamente di quegli indiani che ordinariamente vedono di cattivo occhio i bianchi stabiliti sulle loro terre.
- Se vieni come amico, nulla hai da temere! - disse poi, rivolgendosi al capo che aspettava una risposta.
- Mio fratello è russo? - chiese questi.
- No, appartengo ad una tribù che è molto lontana da qui, verso il sole che tramonta.
- Allora sei mio amico! - rispose il capo.
Gettò a terra il vecchio fucile che teneva in mano, s'avvicinò al tenente e accostando il proprio naso a quello di lui glielo strofinò energicamente.
Dopo questo segno di amicizia riprese:
- Se mio fratello non teme l'ospitalità dei Tanana, mi segua: avrà una tenda, della carne e del fuoco.
- Ti seguo.
La banda gettò le armi sulle spalle e si addentrò nella grande macchia seguita dai due naufraghi.
- Possiamo fidarci? - chiese Koninson.
- Sì, ma fino ad un certo punto! - rispose il tenente. - Ad ogni modo abbiamo anche noi delle armi.
Dopo dieci minuti di cammino, giungevano in una vasta radura in mezzo alla quale si rizzavano sei grandi tende di pelle di renna, di forma conica, sostenute da pertiche e sormontate da strani emblemi rappresentanti teste di orsi e teste di lupi.
Alcune donne ancor più brutte degli uomini, più orribilmente dipinte, infagottate in pelli di orso e di foca e adorne, specialmente al naso, di conchiglie di "ki-a-qua" (dentalium), mossero incontro ai nuovi venuti: ma ad un gesto dei guerrieri si affrettarono a ritirarsi.
Il capo condusse gli ospiti dinanzi ad una piccola tenda mezzo sdruscita e che pareva si reggesse per un miracolo di equilibrio e li invitò ad entrare, promettendo di raggiungerli fra pochi istanti. Koninson per il primo vi mise dentro la testa, ma la ritirò subito sternutando sonoramente.
- Ma questo è un porcile - disse. - Sfido chiunque a sopportare l'orribile puzza che regna lì dentro.
- Bah! Non bisogna essere schizzinosi, ragazzo mio! - rispose il tenente. - Credevi forse di trovare un palazzo? Animo, entriamo.
Facendo uno sforzo, si cacciarono sotto la tenda dove si arrestarono mezzo asfissiati da un insopportabile odore di carne corrotta.
Nel mezzo ardeva una strana lampada scavata in una pietra ollare, la quale spandeva all'intorno un luce rossastra e fetente. Negli angoli, ammonticchiate alla rinfusa, si vedevano diverse pelli di animali non ancora completamente seccate, poi interiori che finivano di marcire, pesci corrotti, dei sacchetti che parevano contenere carne secca e infine un gran numero di fiocine di ogni forma e dimensione, nonchè certi coltellacci d'una forma particolare montati in corno di narvalo o in un dente di morsa.
- Questo deve essere il magazzino della tribù e anche l'arsenale - disse il tenente.
- Che pulizia, signor Hostrup! Noi morremo asfissiati se non ci affrettiamo a uscire.
- Se vivono i Tanana in queste brutte tende, possiamo viverci anche noi.
- Ma forse le altre sono migliori.
- Probabilmente saranno peggiori.
- E l'orso? Tò, me lo ero scordato.
- Quando verrà il capo sapremo qualche cosa. Ah! Eccolo che ritorna!
Infatti il Tanana si avvicinava accompagnato da un guerriero il quale portava un grosso pesce, che pareva fosse stato allora allora levato dai carboni.
- Mio fratello accetti il regalo che gli offre il capo - disse il Tanana entrando.
- Sii il benvenuto, - rispose il tenente - e ricevi i nostri ringraziamenti.
Il guerriero depose su di una pelle il pesce, poi uscì mentre il capo si sedeva per terra colle gambe incrociate. I due naufraghi non si fecero pregare a far onore al pasto e lavorarono così bene di denti che ben presto del pesce non rimasero che le pinne.
Il Tanana, quando vide che avevano terminato, estrasse dal suo sacchetto che portava appeso alla cintura la pipa, la caricò flemmaticamente, l'accese, aspirò due boccate, poi la passò agli ospiti che fecero altrettanto.
Terminata quella funzione che presso tutti gli Indiani dell'America settentrionale è della più alta importanza, poichè viene considerata come una dichiarazione di amicizia, il Tanana, che fino allora non aveva pronunciato sillaba, disse:
- Mio fratello il viso pallido è contento dei suoi fratelli dal viso rosso?
- Sì e ti ringrazio della cortese ospitalità accordatami.
- Allora mi dirà perchè viaggia in queste terre che non sono le sue.
- Siamo qui perchè la tempesta ci ha gettati, malgrado tutta la nostra buona volontà per non approdarvi.
- Ah! I miei fratelli sono stati disgraziati adunque? Montavano forse una di quelle grandi barche che vengono così da lontano?
- L'hai detto.
- Ed ora dove vanno?
- Cerchiamo di raggiungere un qualche forte o della Compagnia inglese o di quella russa.
- Ma i forti sono molto lontani.
- Ma le nostre gambe sono buone.
- E non possedete un attiraglio?
- Una slitta, ma senza cani per trascinarla.
- E dov'è questa slitta? - chiese il Tanana, i cui occhi mandarono un lampo.
- L'abbiamo lasciata a due ore di cammino di qui, sulla riva del Porcupine.
- Mio fratello possederà dell'"acqua di fuoco"?
- Dell'acquavite, vuoi dire? No, l'abbiamo consumata tutta.
- Possederà della polvere da sparo.
- Sì, ma non molta.
- Doveva portarne un pò a suo fratello Tanana.
- Basta appena per noi due.
Il capo non dissimulò un gesto di dispetto che al tenente non sfuggì.
- Ma perchè ha lasciato la sua slitta? - chiese il Tanana.
- Per inseguire un orso bianco che ci aveva rubato un fucile. È tuo quell'orso?
- No.
- Sarà di qualche tuo guerriero. Io so che è entrato nel tuo campo e io conto sulla tua generosità per riavere l'arma.
Il Tanana lo guardò per qualche istante senza rispondere, poi disse:
- Tu l'avrai, ma ad un patto.
- Parla.
- Che tu venga quest'oggi con me nella foresta a cacciare l'alce. I volti pallidi sono tutti bravi cacciatori e tu e il tuo compagno mi sarete di grande aiuto.
- Accetto.
II capo si alzò, uscì dalla tenda e poco dopo ritornava portando il fucile che Koninson s'affrettò a prendere, mandando una esclamazione di gioia.
- Ora mettiamoci in cammino! - disse il Tanana. - Le alci sono state già scoperte dai miei uomini e forse a quest'ora sono strette da ogni parte. Affrettiamoci, poichè conto di partire questa notte con tutta la mia tribù.
- E per dove? - chiese il tenente.
- Verso il sole che si leva, nel paese dei Malemuti - rispose il Tanana con un enigmatico sorriso. - Odi le grida dei cacciatori?
In lontananza si erano improvvisamente udite delle alte grida seguite dall'abbaiare di numerosissimi cani.
- Andiamo! - disse il tenente.
Il Tanana uscì seguito dai due marinai, disse qualche parola ad alcuni guerrieri che lo attendevano fuori della tenda, poi si addentrò nel bosco.
- Che vi pare di questo selvaggio? - chiese Koninson al tenente. - Mi ha un certo viso che non mi rassicura completamente.
- Hai ragione, mio degno fiociniere, ma staremo in guardia e ci guarderemo ben bene alle spalle.
Le grida e gli abbaiamenti si avvicinavano rapidamente e ben presto attraverso gli alberi si videro correre parecchi cacciatori preceduti da grossi cani, poco dissimili per altezza e per forme dai lupi.
- Dove sono queste alci? - chiese Hostrup al capo.
- Dinanzi a noi - rispose il Tanana.
- Sono molti i cacciatori?
- Una quarantina sparsi sulla nostra destra e sulla nostra sinistra.
Camminarono per altri venti minuti sempre più inoltrandosi nella foresta e sempre preceduti dai cacciatori che continuavano a mandare urla selvagge, poi il Tanana si arrestò.
Dinanzi a loro, a tre o quattrocento metri, stavano riunite venti o venticinque alci, superbi animali, grandi quanto un cavallo giovane, colle teste adorne di corna robustissime. Correvano or qua or là in preda ad un vivo spavento, cercando di fuggire fra gli spazi lasciati dai cacciatori, ma senza arrischiarsi, poichè subito ritornavano galoppando disordinatamente
II tenente e il fiociniere puntarono le armi mirando ognuno un'alce, ma il Tanana con un gesto li trattenne.
- Siamo a buon tiro - disse Hostrup.
- Non è ancor giunto il momento - rispose il capo. - Aspetta che entrino nel recinto e poi farai fuoco a volontà.
- In quale recinto?
- Guarda laggiù.
Il tenente guardò nella direzione indicata e non senza sorpresa vide, attraverso gli alberi, un grandioso recinto fabbricato con rami assicurati ai tronchi mediante strisce di pelle, il quale si restringeva a mò di collo di bottiglia.
- È così che noi cacciamo - disse il Tanana. - Le alci hanno paura ad entrare, ma noi le costringeremo.
- E non spezzeranno il recinto?
- È semplice, ma molto solido. Attenzione e guardatevi dalle corna, poichè talvolta le alci, rese furiose, si gettano sui cacciatori a testa bassa.
I suoi uomini si erano a poco a poco riuniti formando un semicerchio assai vasto il quale si univa colle due estremità del recinto. Ad un cenno del capo impugnarono le fiocine e si spinsero coraggiosamente innanzi raddoppiando le grida e aizzando i cani.
Le alci si misero a caracollare confusamente mostrando delle intenzioni tutt'altro che pacifiche, ma quando si videro assalite dai cani e minacciate assai da vicino dai cacciatori, non esitarono più a fuggire e non trovando dinanzi che l'apertura del recinto vi si spinsero dentro.
II capo, i due naufraghi e tutti gli altri le seguirono e si appostarono dietro a certi mucchi di neve muniti di una feritoia, che erano stati precedentemente costruiti.
- Fuoco a volontà! - comandò il capo.
Tosto da ogni parte partirono detonazioni ed alcuni alci, colpite mortalmente, caddero dibattendosi disperatamente. Le altre fecero di gran galoppo il giro del recinto cercando una uscita che ormai non esisteva più, essendo stata subito chiusa quella che poc'anzi c'era, poi si scagliarono contro i rami d'albero tentando di spezzarli a colpi di corna, ma invano poichè, come aveva detto il capo, erano solidissimi e ben legati.
Vista l'inutilità dei loro sforzi, si rivolsero contro i cacciatori, ma una nuova scarica, che ne gettò a terra altre quattro o cinque, le costrinse a riprendere la fuga.
Riunitesi in fondo al recinto, le povere bestie parvero consigliarsi, poi ritornarono verso i cacciatori a testa bassa mostrando minacciosamente le loro robuste corna. Alcune colpite dalle palle caddero, ma le altre passarono come un uragano fra cumulo e cumulo, si gettarono furiosamente contro il recinto che in quel luogo presentava una solidità molto dubbia, ne rovesciarono un tratto e fuggirono nel bosco allontanandosi verso est con tale rapidità, da par perdere ogni speranza di raggiungerle.
Il tenente e il fiociniere fecero atto di inseguirle, ma il capo Tanana li arrestò.
- È inutile - disse. - Abbiamo carne quanta ci basta per vivere un bel pezzo.
Ed infatti aveva ragione. Nove alci giacevano a terra immobili e due altre si dibattevano negli ultimi aneliti.
Mentre alcuni cacciatori uscivano traendosi dietro i cani per condurre colà le slitte, gli altri s'affrettarono a finire le ferite; poi, dato mano ai coltelli, si misero a scuoiare e a tagliare con tanta abilità e prestezza che due ore dopo la non facile operazione era finita.
Al tramonto, quell'ammasso di carne ancor palpitante veniva caricato sulle slitte e portato all'accampamento dove erano stati accesi dei grandi fuochi.
Il capo offrì ai due marinai una lauta ed abbondante cena, poi li ricondusse nella loro tenda che in quel frattempo era stata completamente vuotata.
- Quando parti? - gli chiese il tenente, prima di coricarsi.
- Domani all'alba - rispose il Tanana con un sottile sorriso. - Dormi in pace sotto la buona guardia dei miei guerrieri e all'alba riceverai i miei saluti e una provvista di carne da bastarti per un mese.
- A domani, adunque! - risposero i due naufraghi. E si sdraiarono con accanto le armi.


XXV

IL MAKENZIE

Dormivano da tre o quattro ore, quando Koninson fu improvvisamente destato da un lontano abbaiare che rapidamente diventava fioco perdendosi verso occidente.
Rammentandosi delle parole dette il giorno innanzi dal Tanana e dei sospetti manifestati dal tenente, si alzò in preda ad una certa inquietudine temendo che quei poco rassicuranti selvaggi avessero approfittato della notte per giuocare qualche brutto tiro.
Cercò il fedele fucile e mandò un sospirone di soddisfazione nel sentirselo ancora vicino, poi stette in ascolto. Agli abbaiamenti poco prima uditi, era succeduto un profondo silenzio che veniva rotto solamente dallo stormire degli alti pioppi e dei pini. Non una parola, non un passo che indicasse la presenza dei guerrieri incaricati di vegliare sull'accampamento, non quel russare che indica la vicinanza di uomini che dormono.
- Hum! - esclamò. - Spira una cert'aria che non mi rassicura affatto.
Strisciò verso l'apertura, alzò la tenda e guardò. Dapprima nulla vide essendo l'oscurità profonda; ma poi s'accorse che quel tratto di terreno, poco prima occupato dalle tende dei Tanana, era completamente libero.
- I bricconi sono fuggiti! - esclamò. - Signor Hostrup, aprite gli occhi!
- È spuntato il sole? - chiese il tenente sbadigliando.
- Non ancora, ma vi dò un'altra nuova che vi sveglierà completamente. I nostri cari Tanana se ne sono fuggiti defraudandoci della nostra porzione di carne, a quanto pare, poichè non vedo vicino a me nessuna bistecca.
- Dovevamo aspettarci qualche bricconata da quei messeri, mio caro fiociniere. Speriamo che tutto il male sia questo.
- Forse che avete timore di qualche cosa di peggio?
- Questa fuga precipitosa, le parole del capo, quell'insistenza nel chiederci se avevamo della polvere da regalare, se eravamo soli e dove avevamo lasciato la nostra slitta...
- Corpo d'una balena! - esclamò Koninson. - Sospettate forse...
- Che abbiano fatto una visita alla nostra slitta - terminò il tenente.
- Se fosse vero, guai a loro!
- Bah! Sarà un pò difficile il raggiungerli, tanto più che si dirigono verso est.
- Verso est? Io ho udito gli abbaiamenti dei loro cani verso ovest, signor Hostrup.
- Verso ovest! Sei propri sicuro?
- Sicurissimo.
- Allora gatta ci cova. Io temo di aver avuto da fare con uno scaltro briccone, e non sono più sorpreso se ci ha giocato questo brutto tiro. Affrettiamoci a raggiungere il fiume; ho fretta di arrivare alla slitta.
- Ma vi giuro fin d'ora, signor Hostrup, che se quel birbante ci ha derubati io lo inseguirò e lo raggiungerò per quanto lontano fugga.
- Se saremo capaci di raggiungerlo. I Tanana avevano dei cani attaccati alle loro slitte e chissà mai dove saranno a quest'ora.
Si posero in marcia senza prendersi il disturbo di portare con loro la tenda essendo tutta bucata e si diressero verso il Porcupine. Alcuni lupi che ronzavano sotto il bosco, si provarono a seguirli gettando lugubri urla, ma un colpo di fucile, che atterrò il più feroce, li costrinse a ritornare più che in fretta sotto gli alberi.
Due ore dopo i due balenieri giungevano sulla riva del fiume. Stavano per scenderla, quando Koninson incespicò in un oggetto che cadde con rumore rimbalzando e correndo sulla superficie gelata.
- Bestia o cosa? - chiese egli curvandosi innanzi ed firmando precipitosamente il fucile.
- Mi è sembrato un barilotto - disse il tenente. - Uhm! Brutto segno!
In quell'istante sulla riva opposta si videro alcune ombre muoversi rapidamente, poi sparire sotto un gruppo di cespugli.
- Chi vive? - gridò il fiociniere imbracciando il fucile.
Nessuno rispose, ma poco dopo udì un acuto stridio che rapidamente si allontanava verso ovest e un po' più tardi dei lontani latrati.
- Temo che siano i Tanana - disse il tenente che ascoltava attentamente.
- Corriamo alla slitta, signor Hostrup - suggerì il fiociniere. - Forse arriveremo in tempo per far pagar caro il tradimento.
Si slanciarono giù dalla sponda attraversarono correndo il fiume e rimontarono la riva opposta guadagnando una piccola altura da cui potevano dominare il paese circostante per un gran fratto. Alla loro destra avevano il bosco battuto il giorno innanzi; alla sinistra una pianura sull'orlo della quale scorsero una massa confusa che doveva essere la slitta. Nè da una parte nè dall'altra videro alcun uomo; però in distanza si udiva ancora l'acuto stridio che doveva essere prodotto dallo scivolio di una slitta tutta a gran galoppo. Lasciarono l'altura e si diressero verso la slitta la quale rizzava ancora il lungo albero a cui si vedeva sospesa e imbrogliata la vela. Quando furono vicini scorsero a terra casse e barili, aperte le une, sfondati gli altri, e parecchi altri oggetti che facevano parte dell'equipaggiamento.
- Ah, miserabili! - esclamò Koninson. - Ci hanno derubati!
E pur troppo era vero. I Tanana, approfittando senza dubbio del sonno dei due balenieri, si erano recati colà ed avevano tutto saccheggiato. Viveri, accette, provvista di polvere e di palle, vesti di ricambio, tutto era stato portato via. Non restava che la sola slitta, ma fortunatamente in buono stato e ancora provveduta della sua vela che forse i Tanana non avevano toccata per mancanza di tempo.
- Hanno fatto bene a fuggire così presto - disse il tenente, che perdeva un pò della sua calma abituale. - Se li avessi colti sul fatto, qualcuno l'avrebbe pagata cara, questa bricconata. Mio caro Koninson, siamo stati corbellati come due ragazzi.
- Ma li ritroveremo forse un giorno, signor Hostrup - rispose il fiociniere tendendo minacciosamente il pugno verso l'ovest. - Anche noi andiamo da quella parte e chissà!...
- Buon per noi che ci hanno lasciata la vela.
- Ma non ci hanno lasciato nemmeno un granello di polvere, e voi sapete che in questo dannato paese non si vive se non si adopera il fucile. Non so il perchè non si sia mai pensato ad aprire delle trattorie.
- Perchè gli orsi mangerebbero la dispensa e anche i trattori, amico Koninson. Orsù, quante cariche ti rimangono?
- Una sessantina e niente di più!
- Io ne ho altrettanto. Bah! Con centoventi colpi di fucile possiamo andare fino sulle rive del Makenzie e anche più lontano.
- Ma non abbiamo intanto un briciolo di pane da mettere sotto i denti e non vedo nessun animale intorno a noi.
- Per ora stringerai la cinghia dei tuoi calzoni, poi vedremo. Aiutami a spiegare la vela e rimettiamoci in viaggio, giacchè qui più nulla abbiamo da fare.
Ad oriente cominciava a biancheggiare quando si rimisero in viaggio, favoriti da un vento abbastanza forte che soffiava da sud-sud-est. La slitta, vigorosamente cacciata innanzi dalla grande vela che era così gonfia da temere che scoppiasse, si rimise a scivolare sulla pianura con un lungo stridio e con una velocità che fu stimata non inferiore ai nove nodi all'ora.
Il tenente, che stava a timone, la spinse al di là del bosco lasciando alla sua destra il fiume che accennava a piegare verso sud, poi la lanciò dritta dinanzi a sè, sapendo bene che in qualunque punto avrebbe incontrato sul suo passaggio il Makenzie, il quale taglia quella desolata regione fino alle rive dell'oceano artico.
Il paese era sempre piano e disabitato. Solamente a nord, alcune catene di monti, assai lontane, apparivano semi-nascoste fra un fitto nebbione e verso sud dei grandi boschi di pini e di abeti costeggianti il corso del Porcupine.
Di quando in quando da quegli alberi uscivano correndo torme di lupi affamati, i quali si davano a inseguire la slitta colla speranza di raggiungerla, ma ben presto desistevano riconoscendo l'inutilità dei loro sforzi; talvolta invece delle renne dalle corna ramose apparivano fra i cespugli e, dopo aver guardato quello strano veicolo che doveva sembrare ai loro occhi un immenso uccello, fuggivano spaventate senza lasciar tempo al fiociniere di prendere il fucile.
Dei Tanana nessuna traccia, quantunque i due balenieri si guardassero ben bene d'attorno e porgessero attento ascolto ai rumori del largo.
A mezzogiorno, dopo aver percorso molte miglia sotto un sole che cominciava già a diventare caldo ed a sciogliere i ghiacci, Koninson additò al tenente una specie di battello sospeso ad alcuni piuoli alti un paio di metri da terra e che si trovava sull'orlo della foresta.
- Cos'è quella roba là? - chiese. - Indica la presenza di qualche tribù di indiani, o la vicinanza di qualche villaggio abbandonato?
- Nè l'uno, nè l'altro - rispose il tenente. - Se non m'inganno, quella è una tomba.
- Che non ci potrà certamente giovare.
- Anzi, troveremo qualche cosa che farà per noi. Ammaina la vela e andiamo a vedere.
Il fiociniere s'affrettò ad ubbidire e la slitta, trasportata dal proprio slancio, andò a fermarsi a poca distanza da quella strana tomba.
Il tenente e il fiociniere vi si diressero e la esaminarono con curiosità. Consisteva in un vero canotto indiano di corteccia di betulla e armatura di salice, lungo circa otto piedi, solido e leggero ad un tempo. Era sospeso a circa due metri da terra con alcuni piuoli e sotto di esso la neve appariva smossa di recente e vi si vedeva un certo rigonfiamento come se nascondesse qualche cosa.
- Il morto è nel canotto? - chiese Koninson.
- No, giace sepolto sotto la neve. Il canotto conterrà invece le armi, le scarpe, le reti e le lenze appartenenti all'estinto.
- E dei viveri?
- Forse, ghiottone. Sali nel canotto e guarda dentro.
Il fiociniere si alzò sui piuoli e salito nella leggera imbarcazione gettò giù due fiocine di corno di narvalo diligentemente aguzzate, un paio di scarpe assai malandate, alcune reti e una lenza di pelle di foca lunga una trentina di metri.
- Non valeva la pena di venire fin qui - diss'egli di assai cattivo umore. - Ci avessero messo almeno qualche sacchetto di quell'eccellente "pemmican" che sanno fare gli indiani di questa regione!
- Sanno bene che i morti non mangiano, ragazzo mio, - disse il tenente.
- Ma perchè mettono sulle tombe le armi e le reti?
- Perchè se ne servano nell'altra vita.
- Ah! Credono che i morti risuscitino.
- Tutti gli indiani ne sono convinti. Ora scendi e cerchiamo di procurarci la colazione. Tò! Ecco dei lupi che urlano nel bosco. La loro carne è pessima, ma chi non ha di meglio può accontentarsi.
- Voi v'ingannate, signor Hostrup, poichè ho qualche cosa di più appetitoso da offrirvi. Guardate in alto.
Il tenente alzò il capo e vide un grossissimo uccello il quale volava pesantemente come se facesse molta fatica a mantenersi in aria. Imbracciò rapidamente il fucile, mirò alcuni istanti con molta attenzione, poi premette lentamente il grilletto.
Il grosso volatile colpito dall'infallibile palla del cacciatore, rotolò due volte su sè stesso mandando una nota che parve emessa da una tromba, poi piombò a terra con sordo rumore rimanendo immobile.
- È un cigno - disse Koninson precipitandovisi sopra.
- Trenta libbre di carne eccellente! - rispose il tenente.
- Ma come mai questo uccello si trova qui?
- In estate i cigni vengono a visitare questa regione. La presenza di questo uccello indica che lo sgelo dei fiumi non è molto lontano.
- Brutta nuova per chi non ha che una slitta a vela.
- Bah! Fra poco non avremo più bisogno di questo veicolo, poichè il Makenzie non deve essere molto lontano.
Koninson si affrettò a spennare il volatile il cui peso, come aveva detto il tenente, superava le trenta libbre, poi ne mise un grosso pezzo al fuoco che in quel frattempo era stato acceso con legna morta raccolta nella vicina foresta.
Calmata la fame, i due naufraghi tornarono a imbarcarsi, e la slitta, favorita ancora da un buon vento, ripartì costeggiando sempre la foresta.
L'indomani, dopo una ventina di miglia, il terreno che fino allora si era mostrato molto favorevole cominciò a cambiare.
La gran pianura era spesso interrotta da ondulazioni, da salite, da larghi crepacci e da ruscelletti, le cui rive assai più alte dei corsi d'acqua facevano trabalzare disordinatamente il veicolo, minacciando spesso di mandarlo in pezzi.
Anche un largo fiume che il tenente suppose fosse il Peel, uno degli affluenti al Porcupine, e che sbocca a breve distanza dal Makenzie, venne ad interrompere la corsa.
I due naufraghi furono costretti a calare la slitta dalla riva e attraversare il ghiaccio per poi issarla sulla sponda opposta.
In quella traversata poco mancò che affondassero nel fiume poichè il ghiaccio, corroso dall'azione delle acque e dal sole, più volte crepitò e tremò sotto il peso della slitta.
II 14 maggio il vento improvvisamente mancò e così pure per altri tre giorni durante i quali il sole, che rapidamente diventava caldo, sciolse gran parte dello strato di neve rendendo così la marcia della slitta assai penosa.
Il 18 dovettero rinunciare a partire di giorno, quantunque il vento fosse propizio, anzi molto forte. La neve, eccessivamente rammollita, non permetteva più lo scivolamento.
La gran pianura, percossa da una vera pioggia di raggi caldissimi, presentava un sublime spettacolo. Pareva che un immenso incendio la divorasse, estendosi fino agli estremi limiti dell'orizzonte. La neve, i massi di ghiaccio, gli "hummoks", si fondevano a vista d'occhio e fitte masse di vapori ondeggiavano in tutti i versi, sbattute dagli impetuosi soffi del vento meridionale.
Di quando in quando, però, fasci di luce scaturivano da quelle masse, e così abbaglianti che gli occhi dei due balenieri non ci potevano resistere. Le acque pullulavano dappertutto correndo in tutte le direzioni, radunandosi nelle bassure, formando torrentelli e stagni, e producendo un ronzio che, di mano in mano che il sole si alzava sempre più splendido e sempre più caldo, diventava più forte.
- Corpo di una balenottera! - esclamò Koninson che si era affrettato a tirarsi i capelli sugli occhi per non rimanere cieco. - Si direbbe che oggi messer Febo si è avvicinato alla terra di qualche milione di miriametri.
- Se non ci affrettiamo, la nostra vela ci sarà affatto inutile. Fra un paio di giorni la pianura rimarrà scoperta - disse il tenente.
- E quando partiremo?
- Stasera farà ancora un pò di freddo e tutta quest'acqua e questa neve geleranno.
Il tenente non si era ingannato.
Verso le 11 di sera, quantunque il sole fosse ancora sull'orizzonte, la temperatura precipitò quasi improvvisamente di parecchi gradi, fino a toccare i tre sotto lo zero e la vasta pianura gelò.
I balenieri spiegarono la vela e ripartirono con una velocità notevolissima, essendosi il vento mantenuto assai forte.
Alle tre del mattino avevano già percorso trenta e più miglia, ora scendendo ed ora salendo.
Ad un tratto l'orecchio di Koninson fu ferito da uno strano muggito che veniva da est.
- Abbiamo qualche branco d'alci dinanzi a noi? - chiese egli prendendo il fucile.
- Lo spero - rispose il tenente, prendendo la sua arma.
Di mano in mano che la slitta procedeva il muggito cresceva sempre, ma sulla pianura non si vedeva alcun essere vivente, per quanto i balenieri aprissero gli occhi.
Koninson, che cominciava a diventare inquieto, s'alzò in piedi e si issò sull'albero. Un grido gli sfuggì tosto:
- Lasciate la scotta. Abbiamo un fiume dinanzi!
- È il Makenzie! - esclamò il tenente.
In un baleno, lasciò andare la fune, ma ormai era troppo tardi per arrestare la slitta che divorava la via con una celerità di quindici nodi all'ora.
In men che lo si dica, giunse al fiume che correva incassato fra due alte muraglie, barellò un istante nel vuoto, poi precipitò giù inabissandosi nei gorghi del Makenzie.


XXVI

GLI ORSI DELLE TERRE NUDE

Il Makenzie, scoperto solamente verso il finire del XVIII secolo, e precisamente nel 1789, da un inglese che gli diede il proprio nome, è uno dei più grandi ma nello stesso tempo dei meno conosciuti fiumi che solcano quell'immensa estensione di tetre semideserte e quasi sempre gelate, appartenenti alla Compagnia della Baia di Hudson.
Il preciso suo corso ancora oggi si ignora, ma secondo taluni sarebbe di circa 3200 chilometri. Alimentato dal Lago dello Schiavo, poi dal Lago del Grand'Orso, a cui è unito da un fiume che chiamasi pure Grand'Orso, quindi dal Porcupine, scorre con grandi serpeggiamenti attraverso a quelle terre e va a scaricarsi presso i 69° 14' di latitudine nord e i 129° 12' di longitudine ovest nell'Oceano artico, per una larga imboccatura ostruita in parte da un gruppo d'isole deserte fra cui le più notevoli sono quella della Balena, ove si fermò Makenzie, e quella di Garry, visitata dal capitano Franklin nel 1825.
La Compagnia della Baia di Hudson, che traffica cogli Indiani, ha sulle rive di questo grande fiume alcuni piccoli forti abitati da pochi cacciatori, separati gli uni dagli altri da grandi distanze.
All'infuori di questi posti, il paese bagnato è quasi deserto, poichè anche le tribù indiane vi sono poche e senza stabile dimora.
Malgrado quel repentino capitombolo da una sponda alta più di una quindicina di piedi, nelle acque del fiume, che forse da sole poche ore si erano liberate dalla crosta di ghiaccio, i due balenieri non si perdettero d'animo. Con un vigoroso colpo di tallone ritornarono subito a galla e si aggrapparono alla slitta la quale nel precipitare non aveva riportato che la rottura dell'albero, tagliato in due dall'urto di un grosso ghiaccio.
La prima cosa che fecero fu di tentare di guadagnar la riva; ma, almeno per il momento, furono costretti ad abbandonare l'idea, poichè enormi lastroni di ghiaccio, che il fiume trascinava tumultuosamente nella sua rapida corsa, li circondavano da ogni lato minacciando di schiacciarli o di tagliarli a mezzo.
- Passiamo a prua - disse il tenente. - Eviteremo almeno gli urti.
Tenendosi stretti alle traverse della slitta, si portarono entrambi sul dinanzi, cercando di tenersi più che potevano fuori dell'acqua per non gelare completamente.
- Hai nulla di guasto? - chiese poi il tenente.
- Non mi pare - rispose Koninson. - Ma, se rimaniamo qui una sola mezz'ora, mi guasterò tutto. Corpo d'una pipa rotta! Sono ben fredde queste acque.
- Le tue munizioni?
- Le ho bene assicurate e vedete che anche il fucile non l'ho abbandonato.
- Ora pensiamo a guadagnare la riva.
- Ma questi dannati ghiacci ci stritoleranno se abbandoniamo la slitta, e poi le mie vesti sono diventate così pesanti che non sarò capace di nuotare per dieci metri.
- Si tratta di spingere la slitta verso la riva. Attenzione, Koninson!
Una gran lastra di ghiaccio, un vero "stream" lungo una cinquantina di metri, muoveva dritto sulla slitta frantumando con mille scricchiolìi tutti i ghiacci minori.
- Ci schiaccerà! - disse Koninson, battendo i denti per il freddo.
- Prima romperà la slitta! - rispose il tenente. - Non perderti d'animo, amico mio, e tieni fermo finchè raggiungiamo la riva.
- Vi confesso che non ne posso più. Queste acque sono diabolicamente fredde e sento che a poco a poco i miei muscoli si irrigidiscono.
- Attenzione, Koninson.
Il lastrone non era che a pochi passi. Frantumò con un potente urto due piccoli ghiacci, poi si precipitò come un ariete sulla slitta. Si udì un lungo scricchiolìo, le traverse si spezzarono, le corde si ruppero, lasciando cadere i pochi oggetti che i naufraghi avevano salvato dalle rapaci mani dei Tanana, quindi tutto l'apparecchio si disciolse andandosene alla deriva.
Il tenente e Koninson furono travolti dalla corrente, ma ben presto, lottando con disperata energia, riuscirono ad aggrapparsi ad un banco di ghiaccio issandovisi sopra.
- Ah, mio tenente! - mormorò il povero fiociniere che non si reggeva più. - Mi pare che il mio cuore sia diventato un blocco di ghiaccio.
- Coraggio, amico. La corrente ci spinge verso la riva destra e fra pochi istanti toccheremo terra.
Koninson non rispose. Quasi completamente assiderato si era raggomitolato su sè stesso, ormai incapace di fare il più piccolo movimento.
Fortunatamente il banco urtò contro i ghiacci della riva e si incastrò fortemente dentro un largo crepaccio. Il tenente, a cui quel bagno prolungato in quelle acque così gelate non aveva completamente tolte le forze, si caricò del compagno e raggiunse la sponda arrestandosi a pochi passi da un boschetto di betulle.
Senza occuparsi di sè stesso, in pochi istanti spogliò il fiociniere, poi raccolse un pò di neve e si mise a strofinarlo vigorosamente per rimettergli in circolazione il sangue.
Dopo alcuni minuti lo vide muoversi e infine riaprire gli occhi.
- Vedo che hai la pelle dura e sono contento! - gli disse, sorridendo. - Orsù, ragazzo mio, spicca quattro salti finchè io corro al boschetto a procurare della legna.
- Grazie, signor Hostrup, ma se tardate a spogliarvi delle vesti, gelerete.
- Bah! La mia pelle sfida quella degli orsi bianchi; d'altronde non impiegherò che pochi minuti ad accendere un buon fuoco.
Impugnò la scure che aveva avuto tempo di salvare nel momento che la slitta capitombolava nel fiume, e si allontanò correndo, raccogliendo qua e là i rami morti e quelli che tagliava. Fatta un'ampia provvista ritornò presso Koninson, il quale stava facendo una ginnastica indiavolata per non tornare a gelare.
L'esca e l'acciarino, conservati dentro un astuccio impermeabile, procurarono un bel fuoco attorno al quale i due balenieri si assisero, riscaldandosi le membra ed asciugandosi le vesti.
- Ditemi, signor Hostrup, - disse il fiociniere che aveva ricuperato le forze e la favella - dove supponete che noi siamo?
- Sulle rive del Makenzie, ma in quale punto preciso non te lo saprei dire.
- Siamo molto lontani dal forte che cercate?
- Te lo dirò quando avremo raggiunto la riviera del Grand'Orso, che si scarica in questo fiume.
- A sud o a nord da noi?
- A nord no di certo, poichè ci siamo costantemente tenuti a nord del Porcupine e questo fiume sbocca nel Makenzie quasi di fronte alla riviera del Grand'Orso.
- Allora marceremo verso sud seguendo il fiume.
- È necessario, e quando avremo raggiunto la riviera piegheremo ad est finchè troveremo il forte Speranza, il quale, se la memoria non mi tradisce, deve trovarsi a circa mezza via fra il Makenzie e il lago del Grand'Orso o del Musquàsa-ky-e-gum, come lo chiamano gli indiani.
- Auff! Mi ci vorrà una settimana a pronunciare siffatto nome. Questo sforzo di lingua lo lascio a voi ed agli indiani. Ma ditemi, signor Hostrup, a cosa servono i forti piantati fra quelle deserte regioni?
- A scopo di commercio.
- E con chi commerciano?
- Cogli indiani, i quali si recano di quando in quando ai forti a vendere le pelli degli orsi, di foche, di martore, di volpi, di linci, di lupi, di castori, di ratti muschiati e di lontre, contro, armi, liquori, reti, ecc. Anzi, ti dirò che tanto la Compagnia Russa che quella della Baia di Hudson, proprietarie dei forti, fanno ottimi affari.
- Ma dove sono questi indiani, che non ne abbiamo veduto che trenta o quaranta?
- Sono disseminati qua e là, ma tutti sanno dove si trovano i forti.
- Ne troveremo degli altri, dunque?
- Sì, poichè il territorio su cui ci troviamo, e che appartiene alla Compagnia della Baia di Hudson, è più popolato di quello appartenente alla Russia. Nei pressi del Makenzie e del lago del Grand'Orso si trovano numerose tribù di Jannoit della famiglia degli Eschimesi, di indiani Loschi, così chiamati perchè sono realmente loschi, di Fianchi di Cane o Liu-tcan che sono tutti balbuzienti, di Denè, di Diendije, di Fine e di Chippewyans, i quali poi per lungo tempo furono creduti forniti di coda a causa delle loro vesti che di dietro terminano in una lunga punta.
- Speriamo di trovare anche abbondante selvaggina, poichè non abbiamo un solo pezzetto di carne da porre sotto i denti.
- Ne troveremo, Koninson, anzi mi metterò oggi stesso in cerca di qualche capo di selvaggina. Puoi reggerti?
- No, tenente, ho le gambe che si rifiutano di star ritte.
- Andrò io solo a battere il paese, e se incontro un orso puoi star certo che stasera faremo un lauto pranzo.
Indossò le vesti che si erano asciugate dinanzi a quella grande fiammata, rinnovò la carica del fucile con polvere asciutta, poi, dopo aver raccomandato al fiociniere di fare altrettanto col secondo fucile, per tenersi pronto a qualunque evento, s'allontanò lentamente inoltrandosi, nel paese, un pò verso sud.
Camminava da due ore costeggiando un bosco di betulle e di pini che pareva seguisse la riva del Makenzie, quando si trovò sul limite di una palude il cui fango era tenacissimo. Dopo aver errato un pò a destra e un pò a sinistra, s'avventurò su una lingua di terra che si addentrava in quella palude, fiancheggiata da altissimi abeti neri e da folti boschetti di salici, nella speranza di incontrare qualcuna di quelle stupende lontre la cui pelliccia si paga quasi a peso d'oro.
Ad un tratto i suoi orecchi furono colpiti da una specie di grugnito, che veniva dal mezzo d'un gruppo di piante.
- In guardia! - mormorò, armando il fucile. - Qui ci sono delle bistecche.
Si gettò a terra per non farsi scoprire e si trascinò carponi e senza produrre rumore, verso il luogo d'onde venivano i grugniti.
Quando giunse in mezzo ai salici vide dinanzi a sè, a circa duecento metri, un orso di statura piuttosto piccola, somigliante agli orsi bruni d'Europa, che si avvoltolava nel fango assieme ad un orsacchiotto grosso quanto un cane di statura media.
- Oh! - esclamò egli sorpreso. - Che razza di animale è mai questo? Non può essere che un orso detto delle Terre Nude, accennato da John Richardson, il compagno dell'infelice Franklin. Stiamo in guardia, poichè si dice che sia ferocissimo.
L'orsa, poichè doveva essere una femmina, d'improvviso si alzò guardando verso il gruppo di piante. Senza dubbio aveva fiutato la presenza del cacciatore e si mostrava inquieta se non per sè stessa, certamente per l'orsacchiotto che non era in grado di difendersi.
Il tenente, che non voleva perdere una sì bella occasione, si alzò pure in piedi e puntato rapidamente i fucile fece fuoco attraverso il fogliame.
L'orsa mandò un urlo terribile, poi si diede a fuggire attraverso la palude cacciando dinanzi a sè l'orsacchiotto, che mandava lamentevoli grugniti.
Il tenente saltò nella palude risoluto a inseguirli, ma fatti pochi passi fu costretto a fermarsi poichè tanta era la tenacità di quel fango da non lasciargli alzare i piedi. Anzi s'accorse che minacciava di sprofondare.
Scaricò una seconda volta il fucile, ma con nessun frutto, poichè l'orsa che forse aveva trovato del terreno più solido, continuò a fuggire scomparendo in mezzo alle piante, sempre accompagnata dal piccino.
Uscì dalla palude dopo aver ricaricata l'arma e si slanciò sotto il bosco dirigendosi verso sud, colla speranza di raggiungere la belva che forse era stata gravemente colpita.
Percorse tre o quattro chilometri quasi sempre correndo, ma quando si fermò s'accorse di essersi allontanato assai dalla palude. Stava per tornare sui propri passi e riguadagnare l'accampamento, quando gli pervenne un lontano muggito che pareva prodotto dal rompersi d'un grosso fiume.
- Che sia il Makenzie? - si chiese. - Ciò non può essere, poichè il fragore viene da sud, mentre il fiume deve scorrere alla mia destra. Il sole è ancora alto e Koninson non diventerà inquieto se tardo a ritornare.
Proseguì il cammino verso sud, inoltrandosi in un nuovo bosco di salici, di abeti e di betulle, e dopo una mezz'ora di trovava sulla riva di un largo corso d'acqua che veniva da est.
- È il Makenzie, o la riviera del Grand'Orso? - si chiese egli, salendo su di un'alta rupe dalla quale poteva dominare un gran tratto di paese. - Sarà senza dubbio il Makenzie; poichè la riviera deve trovarsi molto più a sud. Ad ogni modo mi accerterò seguendone le rive.
Stava per mettersi in cammino quando, girando gli occhi ai piedi della rupe, scorse sulla sponda una tenda semi-atterrata e presso questa quattro lunghi oggetti che potevano fino ad un certo punto sembrare uomini giganteschi avvolti in pelliccie.
- Cosa saranno quegli oggetti là? - si domandò. - Andiamo un pò a vedere.
Scese verso la riva seguendo un sentieruzzo appena praticabile e si avvicinò a quegli strani oggetti che subito riconobbe. Erano quattro canotti eschimesi, di quelli che si chiamavano "kajacks", leggerissimi assai, essendo costruiti con pelli di foca ricucite sopra uno scheletro di ossa di balena o di legno molto sottile, lunghi tre metri, larghi non più di settanta centimetri, un pò rialzati a prua e bassi a poppa e con un'apertura nella quale si caccia il battelliere. Osservandoli attentamente li trovò in ottimo stato e dentro rinvenne alcune pagaie a doppia pala.
- Scoperta magnifica! - disse il tenente. - Se gli eschimesi, con questi canotti, ardiscono sfidare le tempeste e i ghiacci dell'Oceano artico o dei grandi laghi, noi potremo senza tema sfidare la corrente del Makenzie. Se Dio continua a proteggerci fra poche settimane potrò riposare le mie stanche membra al forte Speranza.
Si avvicinò alla tenda sollevando un lembo, ma tosto si ritrasse facendo un gesto di orrore. Colà uno scheletro, perfettamente denudato dalle sue carni, giaceva in mezzo a pochi pezzi di pelliccia che un tempo dovevano averlo ricoperto.
- Il disgraziato sarà morto di fame e i lupi avranno banchettato colle sue carni - disse il tenente. - E quanti ne muoiono in questa regione dei grandi freddi! Orsù, ritorniamo che Koninson sarà inquieto.
Risalì la rupe e si rimise in cammino costeggiando il fiume che accennava a volgersi verso nord. Dopo due buone ore si convinse che percorreva la riva sinistra del Makenzie e non già del Grand'Orso, poichè il fiume, dopo un brusco gomito, si dirigeva verso nord.
Si riposò pochi minuti su di un rialzo di terreno, indi proseguì la via a lenti passi volgendo sguardi a destra e a sinistra, sperando di scoprire qualche capo di selvaggina.
Già cominciava a distinguere il fumo che si alzava dall'accampamento, quando nello sbucare da un gruppo di pini si trovò improvvisamente dinanzi all'orsa e al suo orsacchiotto che stavano uscendo dalla palude.
Imbracciò rapidamente il fucile e fece fuoco. L'orsacchiotto, che stava dinanzi di pochi passi, colpito nella testa, rotolò due volte su di sè stesso, poi rimase immobile.
Là madre, furente, si alzò sulle zampe posteriori, cacciò un urlo di rabbia e di dolore, e si slanciò verso il cacciatore il quale, non avendo tempo di ricaricare l'arma e non osando venire ad un combattimento a corpo a corpo, si slanciò verso l'accampamento gridando:
- A me, Koninson!... A me!...
Il fiociniere, messo in guardia dalla detonazione, si era già alzato col fucile in mano. Vedendo l'orsa inseguire il tenente, si slanciò innanzi e fece fuoco. La belva, ferita dalla palla, si arrestò di botto, poi tornò sui propri passi zoppicando; si fermò un momento presso il cadavere dell'orsacchiotto come per assicurarsi se era morto, e finalmente si cacciò nella palude scomparendo in mezzo alle macchie di salici.


XXVII

SUL MAKENZIE

Due ore dopo i due balenieri seduti ad un gran fuoco banchettavano allegramente colle carni dell'orsacchiotto che furono ad unanimità dichiarate eccellenti, più delicate di quelle dei porcellini da latte. La povera madre non si era più fatta vedere e pareva che ormai avesse abbandonato ogni progetto di vendetta; sicchè, dopo il pasto, poterono discorrere tranquillamente sul nuovo viaggio che stavano per intraprendere sul Makenzie e che molto probabilmente doveva essere l'ultimo, essendo lontani solamente poche giornate dal forte Speranza.
- Se tutto procede bene e non facciamo cattivi incontri, fra una settimana potremo riposare su di un buon letto - diceva il tenente, dopo aver narrato la fortunata scoperta dei "kajacks".
- Io conto di essere ormai fra le mura del forte - disse Koninson. - Sul fiume non troveremo ostacoli di certo.
- Non bisogna correre troppo, ragazzo mio. Ci troviamo in un certo paese che può giuocarci ancora dei brutti tiri. Gli indiani o gli eschimesi, gli orsi e la fame possono metterci in gravi imbarazzi.
- Io ho fiducia nella nostra buona stella che, dalle sponde dellArtico, ci condusse fin qui, signor Hostrup.
- Piuttosto quando saremo giunti al forte, cosa faremo?
- S'incaricherà quel comandante di farci condurre negli stabilimenti dell'est. Nella buona stagione le comunicazioni sono frequenti tra forte e forte e, quando saremo giunti nel Canada, daremo un addio all'America e torneremo in patria.
- Come desidero di rivedere la mia Danimarca, signor Hostrup! - disse Koninson sospirando. - I nostri parenti ci crederanno a quest'ora morti fra i ghiacci del polo.
- La cosa è certa.
- E di tanti che erano con noi, non ritornano che due! Povero capitano e poveri compagni!
- Lascia le cose tristi, mio buon Koninson, - disse il tenente che pure era diventato commosso. - Non è il momento di evocare la dolorosa storia del naufragio. Orsù, pensiamo a riposare, che domani dobbiamo partire per tempo.
- E non correremo alcun pericolo? L'orsa non si è più fatta vedere, ma potrebbe ritornare e approfittare del nostro sonno per divorarci il cranio.
- Hai ragione, quantunque le belve non osino avvicinarsi egli accampamenti difesi da un fuoco. Coricati; il primo quarto li guardia lo farò io.
Il fiociniere, che si sentiva ancora spossato, non se lo fece dire due volte e si sdraiò coi piedi volti verso il fuoco, mentre il tenente si sedeva pochi passi più lontano col fucile fra le ginocchia.
Il primo quarto passò senza incidenti, ma durante il secondo l'orsa si mostrò sull'orlo della palude e si spinse fino a poche centinaia di passi dall'accampamento mandando urla disperate. Il fuoco però, che veniva continuamente alimentato, la tenne lontana e verso le prime ore del mattino la povera madre ritornava in mezzo ai salici allontanandosi verso est.
Alle 7 i due balenieri, caricatisi delle loro armi e della carne dell'orsacchiotto, si misero in cammino seguendo la riva del Makenzie e tre ore dopo giungevano dinanzi alla tenda scoperta il giorno precedente.
Il tenente visitò accuratamente i "kajacks" e, trovatili in ottimo stato, ne gettò due sul fiume.
- In barca, - comandò poi - e facciamo molta attenzione ai ghiacci, poichè basta un solo urto per sfondare le costole di questi leggerissimi canotti.
Si cacciarono dentro, presero le pagaie a doppia pala e si spinsero al largo evitando con somma cura le lastre di ghiaccio che la corrente ancora trascinava, e in quantità rilevante.
Da principio le loro mosse furono faticose, ma ben presto le loro braccia ritrovarono l'antico vigore e i due leggieri canotti, spinti energicamente innanzi, risalirono il fiume con notevole velocità, rimbalzando agilmente sulla corrente.
Le due rive offrivano di quando in quando delle pittoresche vedute, ma erano affatto deserte. Quella di sinistra, alta assai, in taluni punti tagliata quasi a picco, era selvaggia, con rupi gigantesche dai cui crepacci saltavano nel fiume torrentelli spumeggianti, con gole profonde e affatto spoglie d'ogni vegetazione, con piccoli ghiacciai, che lasciavano scivolare grandi ammassi di ghiaccio, i quali s'inabissavano con cupo fragore rimontando poscia a galla; quella di destra invece scendeva dolcemente mostrando boschi di pini altissimi e di abeti e di betulle e macchie di salici nani in mezzo alle quali si vedevano saltellare numerosi topi campagnuoli dal mantello giallastro o bruno.
Qualche lupo si mostrava qua e là, ma fuggiva ratto, e anche qualche lince si spingeva fin sulle rive a guardare con gli occhi sanguigni i due piccoli canotti che filavano in mezzo ai ghiacci galleggianti.
I due naufraghi avevano già percorso una dozzina di miglia, quando improvvisamente giunse ai loro orecchi una specie di nitrito molto acuto che pareva emesso da un mulo.
Si fermarono entrambi, guardandosi in faccia con inquietudine.
- Se non m'inganno questo è il grido dell'orso bianco - disse Koninson.
- Non ti sei ingannato, ragazzo mio, - rispose il tenente.
- Fortunatamente abbiamo i canotti.
- Se all'orso saltasse il brutto ticchio di darci la caccia, i nostri canotti a nulla gioverebbero. Sono nuotatori formidabili, quei carnivori dal bianco mantello, e non perdono contro un canotto.
- Infatti sovente ho veduto qualcuno di questi mostri nuotare ad una trentina di miglia dalle coste. Mi sorprende però di trovarli qui, su questo fiume.
- E perchè, Koninson?
- Mi hanno detto che gli orsi bianchi non si allontanano molto dalle rive dell'Oceano.
- È vero, ma talvolta si addentrano nelle terre seguendo il corso dei fiumi e non di rado se ne uccisero ad una distanza di centosessanta e anche duecento miglia dalle coste marine.
II nitrito si fece udire più vicino. Koninson e il tenente guardarono verso la riva sinistra e videro scendere, attraverso la spaccatura di una roccia, un grosso orso bianco, il quale si arrestò sedendosi sulle zampe posteriori.
- Mi pare che non abbia delle buone intenzioni - disse Koninson. - Il birbante deve essere affamato e conta di satollarsi colle nostre carni. Eh, mio caro, sono troppo coriacee per il tuo ventricolo.
- Stiamo in guardia, poichè mi ha l'aria di non lasciarci passare. Appoggiamo verso la riva destra.
- Se si potesse piantargli due palle nel cranio?
- È impossibile avere il polso fermo in questi canotti. Orsù, prendiamo il largo.
L'orso non assaliva. Si accontentava di seguirli con due occhi che manifestavano un'ardente bramosia, agitando il capo da destra a sinistra, con quel moto che è particolare a tutti gli orsi, a qualunque razza appartengano.
I due canotti erano già giunti presso la riva che in quel luogo disgraziatamente non offriva approdi essendo tagliata quasi a picco, quando l'orso si decise a muoversi. Fece alcuni passi innanzi e indietro, come se cercasse un buon punto, poi si gettò nel fiume con un sordo tonfo, sollevando una colonna d'acqua.
- Presto, fuggiamo o siamo perduti! - gridò il tenente. - Attento ai ghiacci, Koninson, poichè se il tuo canotto si spezza l'orso non ti risparmierà.
Fecero forza di remi e risalirono la corrente sperando di giungere in qualche punto della sponda che permettesse di approdare e di affrontare sul terreno solido il nemico che nel liquido elemento aveva dalla sua tutti i vantaggi possibili.
Ma ben presto s'accorsero con vivo terrore, che quella gara con quell'abile nuotatore era impossibile. Infatti il feroce animale, che forse una gran fame animava, veniva innanzi con una velocità incredibile battendo furiosamente le sue larghe zampe e mostrando una larga bocca che, di quando in quando, richiudeva con colpi secchi da mettere i brividi. Certi momenti si slanciava quasi interamente fuori dell'acqua spiccando dei lunghi salti, come se trovasse un terreno solido, guadagnando in un colpo solo tre o quattro metri.
La buona stella però, che fino allora aveva protetto i naufraghi, anche questa volta non li abbandonò. Infatti ad una svolta del fiume scorsero alcun isolotti che potevano offrire un rifugio o almeno un luogo propizio per affrontare l'animale.
- Presto, Koninson! - disse il tenente che remava disperatamente. - Dirigiamoci laggiù e prendiamo subito terra.
Con un ultimo sforzo si avvicinarono agli isolotti e si arenarono dinanzi al primo. Abbandonati precipitosamente i canotti, si slanciarono a terra portando con loro i fucili e la scure.
L'orso non era lontano che trenta passi e raddoppiava gli sforzi temendo che l'agognata preda fosse per sfuggirgli. Vedendo i due uomini prendere terra e puntare i fucili, armi che senza dubbio non gli erano nuove, subito si tuffò.
- Fugge forse? - chiese Koninson, che contava di regalarsi uno zampone d'orso per pranzo.
- Non lo credo - rispose il tenente, tenendo il fucile sempre puntato. - Simili animali non abbandonano così facilmente una preda, quando sono affamati. Cercherà di avvicinarsi tenendosi sott'acqua per poi gettarsi contro di noi all'improvviso.
- Bah! Avrà l'accoglienza che si merita.
- Eccolo, Koninson! Mira giusto!
Infatti l'orso era repentinamente riapparso a pochi passi dall'isolotto. Con un solo balzo si slanciò sulla riva tentando di risalirla.
- Fuoco! - gridò il tenente.
Le due detonazioni dei fucili si fusero in una sola. La belva, ferita, mandò un lungo nitrito che parve anzi un vero urlo e tornò a sommergersi, lasciando alla superficie un cerchio di sangue che rapidamente si allargava.
- È morto! - gridò Koninson slanciandosi innanzi.
- Non ti fidare! - disse il tenente. - Sta in guardia!
L'avvertimento giungeva troppo tardi. Koninson si era già immerso nella corrente fino alle ginocchia, quando si sentì violentemente atterrare. L'orso, che spiava il nemico tenendosi sott'acqua, repentinamente si rialzò e urtò violentemente il fiociniere che non resse al colpo.
- Aiuto, signor Hostrup! - gridò il disgraziato, tentando, ma invano, di rimettersi in gambe.
- Non temere, ragazzo! - tuonò il tenente.
L'orso, con una agilità che si sarebbe creduta impossibile in quel corpo tutt'altro che ben formato, stava per gettarsi sul fiociniere per dilaniarlo coi potenti artigli, ma il tenente gli si gettò coraggiosamente dinanzi.
S'udì un colpo secco, seguito da un sordo grugnito. La belva, colpita mortalmente alla testa, si rovesciò nel fiume perdendo un torrente di sangue misto a brani di cervella, e sparve in mezzo ai gorghi.
- Grazie, mio tenente! - disse Koninson con voce commossa. - Non dimenticherò mai questo colpo maestro.
- Mi ringrazierai a pericolo finito! - rispose Hostrup, raccogliendo prontamente il fucile e disponendosi a caricarlo.
- Come? Non è morto dunque?
- Non è lui che ci darà ancora da fare, ma i suoi compagni. Guarda, mio povero amico, guarda sulla riva che ci sta di fronte.
Koninson guardò nella direzione indicata e non potè trattenere un gesto di spavento.
Da una collinetta che scendeva dolcemente nel fiume, tre forme biancastre scivolavano rapidamente sulla neve mandando dei grugniti punto rassicuranti. Erano tre altri orsi bianchi i quali, forse attirati dalle urla del compagno e dalle detonazioni, accorrevano a prendere parte alla lotta.
- Corpo d'una balena! - esclamò il fiociniere impallidendo. - Ma questo è il paese degli orsi! Ci assaliranno?
- Se son affamati come quello che abbiamo ucciso, non si accontenteranno di guardarci - rispose il tenente che cominciava a diventare inquieto.
- Si potrebbe tentare la fuga?
- Se la loro intenzione è quella di assalirci, l'acqua non li arresterà. Qui si tratta di mirare giusto e di picchiare sodo. Carica il tuo fucile e stiamo attenti.
I tre orsi erano allora giunti sulla riva del fiume, ma non parevano avere molta fretta. Andavano innanzi e indietro lentamente, guardando i due uomini più con curiosità che con ferocia, senza decidersi a entrare nel fiume.
Finalmente uno, il più grosso, s'immerse e nuotò in direzione degli isolotti, ma procedendo cautamente. Koninson e il tenente lo mirarono e gli scaricarono contro i fucili.
La lezione parve sufficiente, poichè il carnivoro s'arrestò un momento, poi raggiunse i compagni zoppicando e perdendo sangue.
Si fermarono ancora alcuni minuti sulla riva, indi s'allontanarono per la stessa via di prima, scomparendo dietro le rocce.
- Buon viaggio! - gridò il fiociniere.
- E tarda guarigione all'ammalato! - aggiunse il tenente. - Che il diavolo si porti questi affamati abitanti delle regioni artiche!
- Fortunatamente che non erano di cattivo umore, quei signori dalla bianca pelliccia. E quello che abbiamo ucciso, dove è andato a finire?
- La corrente l'ha portato chi sa mai dove, Koninson.
- Che disgrazia che tanta carne sia andata perduta!
- Bah! Ne troveremo dell'altra.
- Ma le munizioni scarseggiano, signor Hostrup. Non ho più di quaranta colpi.
- Ti basteranno per giungere al forte. Orsù, imbarchiamoci e proseguiamo il viaggio.
Rimisero a galla i canotti, vi si cacciarono dentro e abbandonarono il gruppo d'isolette colla maggior sollecitudine, temendo di vedere ritornare gli orsi bianchi che forse si tenevano celati dietro le rocce.
Fortunatamente i tre carnivori non si fecero vedere, sicchè poterono proseguire tranquillamente il loro viaggio costeggiando la sponda opposta che si manteneva così dirupata da non permettere la discesa ad alcun animale per quanto fosse fornito di solidi artigli.
A mezzogiorno fecero una breve sosta dentro un profondo "fiord" che li teneva riparati dai ghiacci che la corrente continuava a trascinare, mangiarono alla meglio un pezzo d'orsacchiotto, poi ripartirono.
Il viaggio fu però di breve durata, poichè ben presto si alzò sul fiume un nebbione così denso da non permettere più di discernere i ghiacci anche a pochi passi di distanza. Le due rive in breve scomparvero ai loro occhi.
- Approdiamo - disse il tenente, che temeva pei fragili canotti. - Vedo dinanzi a noi un isolotto boscoso che ci offrirà un buon fuoco e un riparo contro il freddo della notte.
- Non faremo cattivi incontri, spero.
- No, ma veglieremo per turno. Hai veduto come nuotano gli orsi bianchi? Se qualcuno si aggira sulle rive e si accorge della nostra presenza, non ci penserà su due volte a farci una visita durante il nostro sonno.
Presero terra all'estremità dell'isolotto che non aveva una estensione maggiore di trenta metri, tirarono a secco i canotti e si accamparono fra due alti pini. Koninson, dopo aver acceso il fuoco, fece una corsa attraverso quel brano di terra per assicurarsi che nessun animale fosse celato fra le piante, poi allestì la cena.
Alle 10 di sera, quando il nebbione era più fitto, il tenente sì coricò accanto al fuoco sotto la guardia del compagno, cui spettava il primo quarto.
Nessun incidente venne a interrompere il suo sonno. Alle due del mattino surrogò Koninson che cadeva dalla stanchezza.
Nessun rumore fino allora era stato avvertito, all'infuori del gorgoglio della corrente che si rompeva contro l'isolotto e gli urti dei ghiacci. Ma verso le quattro, quando il nebbione cominciava ad alzarsi, il tenente, che si teneva seduto accanto al fuoco col fucile in mano, avvertì dei vaghi rumori che venivano dalla riva destra.
Si alzò rapidamente e s'avvicinò al fiume curvandosi verso la corrente. Ben presto udì in mezzo al nebbione un lungo fischio che si ripetè parecchie volte.
- Che animale è mai questo? - si chiese egli. - Un orso no di certo.
Stette in ascolto e gli parve di udire degli scoppi di risa che era si avvicinavano ed ora si allontanavano.
- Se non mi trovassi sul Makenzie, direi che sulla riva ci sono delle jene, ma le terre della Baia d'Hudson non hanno mai ospitato questi animali dei climi caldi.
- Signor Hostrup! - disse in quell'istante il fiociniere che si era svegliato. - C'è della gente allegra, a quanto pare. Chi ride in questo brutto paese?
- È ciò che io sto chiedendomi - rispose il tenente.
- Sono persone o animali?
- Persone senza dubbio.
- Forse siamo giunti al forte senza accorgercene?
- Io credo che sia ancora molto lontano.
- Provate a chiamare.
- Olà, chi ride? - gridò il tenente.
Una specie di grugnito vi rispose, seguito tosto da risa sgangherate e un vociare di persone.
- Senza dubbio ci sono degli Indiani - disse il fiociniere raggiungendo il tenente. - Ci saranno amici o nemici?
- In questo paese non si può dire mai nulla, poichè le tribù indiane oggi rispettano i bianchi e domani sono capaci di assassinarli a tradimento.
- Provatevi a interrogarli. Che lingua parlano gli abitanti di questa regione?
- Una lingua che ben pochi conoscono, ma avendo essi frequenti comunicazioni coi forti della Compagnia comprenderanno l'inglese o almeno il russo.
- Proviamoci.
- Olà, chi siete e da dove venite? - chiese egli in inglese.
- Co-yuconi, - rispose una voce forte e distinta.
- Corpo d'un vascello sventrato! - esclamò Koninson, facendo un salto. - Io conosco questa voce!
- È quella...
- Del capo Tanana che ci ha derubati.
- Se è proprio lui che ha parlato, gli farò pagar caro il tradimento. Arma il fucile e teniamoci pronti a tutto.


XXVIII

FRA I TANANA E I LUPI

La nebbia a poco a poco si alzava.
Il sole, che appena sceso sotto l'orizzonte subito riappariva, cominciava già a lanciare fasci di luce attraverso le masse di vapore, facendo scintillare vivamente i ghiacci che il fiume trascinava nel suo corso. Ancora pochi minuti e la riva sulla quale dovevano trovarsi i Co-yuconi sarebbe stata interamente visibile.
Le voci si continuavano a udire. Pareva che gli indiani si divertissero, poichè gli scrosci di risa non cessavano, anzi diventavano più sonori e più allegri. Però, nel momento in cui un gran fascio di luce, attraversando uno strappo manifestatesi nel nebbione, scendeva sull'isolotto, le voci improvvisamente cessarono, poi si riudirono a qualche distanza per quindi spegnersi completamente.
- Se ne sono andati - disse Koninson, facendo un gesto di dispetto.
- Ma forse il loro accampamento non è lontano - rispose il tenente.
- E contate di recarvi colà?
- Senza dubbio, fiociniere, poichè ci saranno di non poca utilità. Ecco che il nebbione si alza rapidamente; possiamo imbarcarci, ora che i ghiacci sono visibili.
- Sono pronto a seguirvi, signor Hostrup.
Rimisero in acqua i canotti, s'imbarcarono e in pochi minuti si trovarono sulla sponda opposta riparati dentro un piccolo seno formato da due alte rocce.
- Vedi nessuno? - disse il tenente, armando per precauzione il fucile.
- Nessuno, nè odo alcuna voce - rispose il fiociniere,
- Allora possiamo sbarcare.
- Una parola prima, signor Hostrup. Se gli indiani ci fanno un'accoglienza ostile, bisognerà venire alle mani e non so come la finirà. Noi siamo due, e loro sono in molti, forse.
- Hanno troppo paura dei bianchi per alzare le mani contro di noi. Eppoi il forte Speranza è vicino e non ardiranno farci qualche brutto tiro.
- Ma perchè volete avvicinarli?
- Non l'hai ancora compreso? È per farci condurre al forte dietro qualche compenso.
- Vi prevengo che la mia borsa è rimasta sul "Danebrog".
- Abbiamo i nostri fucili, armi molto preziose in questa regione.
- Allora andiamo, signor Hostrup.
In fondo al piccolo seno, fra due rupi, s'apriva a uno stretto sentieruzzo per il quale senza dubbio gli indiani erano discesi. I due balenieri, abbandonati i canotti dopo di averli ben assicurati ad uno scoglio, s'arrampicarono su per quello scabroso passaggio e raggiunsero la cima di una rupe dalla quale si poteva dominare un vasto tratto di paese.
Dinanzi a loro si estendeva una vastissima pianura, chiusa verso sud, ma a molte leghe di distanza, da una grande catena di montagne che probabilmente si staccava dalla grande catena delle Montagne Rocciose che forma l'ossatura principale dell'America del Nord. Qua e là, specialmente lungo il corso del fiume, apparivano boschi di pini, di abeti, di betulle e di altissimi pioppi.
Il luogotenente, che guardava attentamente verso est, non tardò a scorgere un gruppo di tende che si appoggiava ad un bosco e dalle cui cime coniche uscivano delle nuvolette di fumo
- Ecco l'accampamento - disse il fiociniere.
- Ma mi sembra molto grande, signor Hostrup. Quali indiani saranno?
- Forse dei Denè o dei Loschi, oppure dei Chippewyans.
- E il forte, lo vedete in nessun luogo?
- È molto lontano, fiociniere, forse qualche centinaio e anche più di chilometri. Forza alle gambe e avanti.
Si gettarono in spalla i fucili e partirono di buon passo, fiancheggiando un bosco che seguiva il corso del fiume ed entro il quale si udivano numerosi ululati di lupi. La neve che ancora copriva la pianura, essendosi gelata durante la notte, rendeva la marcia facile. In meno di un'ora giunsero a poche centinaia di passi dall'accampamento composto di una quindicina di tende.
L'abbaiare di numerosissimi cani, che avevano fiutato le vicinanza di stranieri, fecero uscire dieci o dodici uomini, i quali avanzarono senza diffidenza verso i due naufraghi.
Erano tutti di statura piuttosto inferiore alla media, dalla pelle olivastra e lucente, forse perchè unta di recente con grasso, cogli occhi un pò obliqui e i capelli neri, grossi e lunghi. Portavano vesti di pelle di foca e di orso, munite di cappucci orlati di pelle di volpe, ed avevano lunghi stivali cuciti con nervi di animali. Le loro armi consistevano in certe fiocine di denti di narvalo munite d'una punta di rame, e in archi.
- Sono eschimesi - disse il tenente che li aveva subito riconosciuti.
- Possiamo fidarci? - chiese Koninson.
- Godono fama di essere molto ospitali, ma assai vendicativi. Credo che non avremo da temere.
Un eschimese, che doveva essere certamente un capo, a giudicarlo dalle vesti che erano più ricche di quelle degli altri, s'avvicinò ai naufraghi e, dopo averli salutati in inglese, strofinò energicamente il proprio naso contro il loro in segno di amicizia.
- I bianchi nulla hanno da temere dalle tribù degli Innoit! - disse poscia. - Siano i benvenuti nella mia tenda.
- Siamo pronti a seguirti, - rispose il tenente - e non avrai a pentirti di averci ospitati.
- I bianchi si recano al forte Speranza?
- Sì, ma noi non conosciamo la via venendo dalle lontane regioni dell'ovest.
- Kumiath la insegnerà! - rispose il capo. - Seguitemi nella mia tenda.
Il capo li condusse nell'accampamento dove vennero circondati da una trentina di eschimesi fra uomini e donne accorsi da tutte le parti ai furiosi abbaiamenti dei cani. Il tenente e il fiociniere notarono che fra i curiosi si trovavano anche alcuni individui che per la loro statura più elevata, per le loro vesti e per i loro lineamenti parevano appartenere ad un'altra razza. Non vi fecero però molto caso e seguirono il capo il quale, dopo averli fatti passare attraverso un vero labirinto di bastoni sostenenti gran numero di pezzi di carne messi a seccare, li condusse in una piccola tenda dove, in mezzo a mucchi di pelli, marcivano, fra odori pestilenziali, ma che sembravano invece apprezzati dagli eschimesi che si cibano volentieri di carni corrotte, salmoni, lucci, trote, gadus, coreganus ed altri pesci del Makenzie.
Benchè non si trovassero troppo bene fra quei miasmi, si accomodarono su una gran pelle d'orso distesa per terra e fecero come meglio poterono onore al cavallo marino conservato in olio di balena e ad una grossa trota, un pò troppo passata, offerta loro dal capo. Per tema di fare un affronto all'eschimese, furono anche costretti a sorbire una certa quantità di olio di morsa che fu loro gentilmente offerto, con quante smorfie ognuno lo può immaginare.
Terminato quel diabolico pasto, sontuoso per un eschimese gran bevitore d'olio e mangiatore di carne cruda, corrotta o malamente affumicata sulla fiamma di una lampada, ma quanto mai disgustoso per un europeo, il capo intavolò una conversazione narrando che da soli pochi giorni aveva lasciato il forte Speranza, dove aveva fatto moltissimi scambi di pelli contro tabacco, conterie, armi, ecc., e che ora stava per raggiungere le sponde dell'oceano a cacciarvi la balena.
- Dista molto il forte? - chiese il tenente, quando il capo ebbe finito.
- Tre giorni di marcia e niente di più! - rispose l'eschimese. - Basta seguire questo bosco che si stende lungo le rive del Makenzie per non smarrire la via.
- Ci sono altre tribù che si dirigono al forte?
- Sì, una che è venuta dalle lontane regioni dell'ovest, come voi e che si è accampata nel bosco.
- Appartiene alla vostra razza?
- No.
- È molto numerosa?
- Lo è diventata in questi giorni. Conta almeno quattrocento uomini.
- Il suo nome?
- Il suo nome è... Tò, ecco alcuni dei suoi uomini, senza dubbio qui giunti per vedere gli uomini bianchi e che...
Non aveva ancora finito che il fiociniere, alzatesi di colpo, si precipitava fuori urtando furiosamente contro un grosso attruppamento di persone radunatesi dinanzi alla tenda. Il suo robusto pugno piombò con secco rumore su di un uomo il quale stramazzò a terra mandando un urlo di dolore.
Gli eschimesi si divisero precipitosamente, lasciando alle prese i due avversari che lottavano con pari accanimento.
Il tenente, che non sapeva ancora di che si trattasse, accorse in aiuto di Koninson, il quale ad ogni pugno che lasciava cadere gridava:
- Questo per la polvere! Questo per le palle! E questo per la carne che ci hai rubato!
Solo allora si accorse che l'avversario era un indiano, anzi il capo Tanana che li aveva indegnamente traditi e derubati sulle rive del Porcupine.
Stava per piombare anche lui sul traditore, quando questi sgusciando con una agilità sorprendente fra le mani del fiociniere, riuscì a rimettersi in piedi.
- Ti ucciderò! - gridò minaccioso.
Poi fuggì a rompicollo verso la foresta dove si trovava il suo accampamento. Il tenente, che aveva perduta la sua flemma abituale, stava già per armare il fucile e inviargli una palla nel dorso, ma il capo eschimese gli abbassò l'arma dicendogli:
- Sii prudente! Essi sono molti e molto vendicativi.
- Ma quell'uomo ci ha derubati, dopo aver chiesto il nostro aiuto per rifornirsi di viveri - disse il tenente.
- Meriterebbe la morte, ma tu qui sei straniero e non hai che un compagno, mentre i Tanana sono numerosi. Vieni nella mia tenda e cercheremo di accomodare ogni cosa.
- È troppo tardi! - disse il fiociniere. - Si tratta ora di far parlare i fucili.
E non s'ingannava. Dalla foresta uscivano allora due o trecento guerrieri, mandando grida assordanti. I più erano armati di fiocine e di coltelli, ma taluni portavano dei fucili, assai vecchi, ma non del tutto in cattivo stato.
- Che uragano sta per scoppiare? - si chiese Koninson che si preparava però a vendere cara la vita. - Non so come la finirà, se quei pagani si gettano tutti uniti contro di noi.
- Fuggite! - disse l'eschimese che aggrottava la fronte e che era diventato pensieroso. - I Tanana sono valorosi e non si arresteranno dinanzi ai vostri fucili.
- Ma dove fuggire? - chiese il tenente. - I nostri canotti sono lontani e saremo raggiunti prima di trovarli.
- Dietro la mia tenda ho una slitta tirata da una muta di robusti cani. Montatela e fuggite verso il forte.
- Ma si vendicheranno contro di te, mio buon eschimese.
- I Tanana non ardiranno alzare le mani contro di me - rispose con fierezza l'eschimese. - Questa è la terra degli Eschimantik (mangiatori di pesce crudo), come loro ci chiamano, e sanno che una offesa fatta alla mia tribù la pagherebbero cara, poichè i miei compatrioti non la lascerebbero impunita. Presto fuggite, o sarà troppo tardi.
Il tenente si levò l'orologio e lo diede al bravo eschimese dicendogli:
- Conservalo in memoria della tua buona azione. Ed ora alziamo i tacchi.
Si slanciò dietro la tenda seguito da Koninson, ma si arrestò subito mandando una sonora imprecazione. Sette od otto Tanana, che si erano avvicinati tenendosi nascosti dietro le tende degli eschimesi, sbarravano la via. Alla loro testa, armato d'un vecchio fucile, si trovava il capo, il cui naso schiacciato dal potente pugno del fiociniere, mandava ancora sangue.
- Ah, brigante! - gridò il tenente.
- Non si passa di qui - disse il capo con tono minaccioso.
- E cosa pretenderesti tu?
- Che tu mi consegni il tuo compagno perchè io vendichi l'affronto fattomi.
- Bene, prendi questo, giacchè lo vuoi.
Il tenente puntò rapidamente il fucile e fece fuoco. Il Tanana, colpito alla fronte, stramazzò al suolo fulminato, mentre i suoi guerrieri fuggivano disordinatamente gettando urla di rabbia e di vendetta.
- Presto, Koninson, salviamoci! - disse il tenente.
- Andiamo, signore, e filiamo dritti al forte.
La slitta era pronta. Dodici robusti cani, somiglianti ai lupi, dalle gambe nervose, erano attaccati due a due, pronti a partire al primo segnale.
I due naufraghi balzarono nel veicolo e si slanciarono attraverso la pianura trascinati in una rapidissima corsa.
Dalla parte dell'accampamento scoppiarono alcune fucilate, le cui palle attraversarono gli strati d'aria sibilando; poi si videro i Tanana dirigersi correndo verso il bosco mandando clamori assordanti.
- Tò! Fuggono forse? - chiese Koninson al tenente che animava i cani colla voce e colla correggia.
- Ne dubito, fiociniere.
- Che ci diano la caccia?
- Lo temo, ma i nostri cani corrono come il vento e abbiamo già un notevole vantaggio.
- Terranno duro questi corridori?
- Per parecchie ore e senza rallentare. Basta che la neve non ceda sotto il peso della slitta.
- Vedo che la pianura è tutta bianca. Ma oh! La matassa s'imbroglia!
- Che cosa vedi?
- Delle slitte che escono dal bosco.
- Sono i Tanana che ci danno la caccia. Quante sono?
- Ne ho contate sette e, se non corrono più di noi, certo non rimangono indietro.
II tenente volse un rapido sguardo verso il bosco e vide infatti sette slitte correre con fantastica rapidità sulla nevosa pianura, trascinate da lunghe file di cani. Quattordici uomini le montavano e i più erano armati di fucili.
- Diamine! Sono proprio decisi a vendicare il loro capo, - disse. - Bah! Avranno pane per i loro denti, se riescono a raggiungerci. Tu sorveglia i loro movimenti, mentre io cerco di far correre i nostri cani.
- E gli eschimesi? Mi spiacerebbe che quei buoni diavoli la pagassero per noi.
- Il capo mi sembrò quieto; è segno che non avrà nulla da temere. S'avvicinano?
- Vorrei ingannarmi, signor Hostrup, ma mi pare che guadagnino su di noi.
- Avanti, miei piccini! - gridò il tenente, sferzando i piccoli trottatori. - Se vi comportate bene, avrete doppia razione di carne stasera.
- Non ne abbiamo un pezzettino grande come un soldo.
- Ne troveremo al forte. Se continuiamo a correre così, vi giungeremo in poche ore. Guadagnano i Tanana?
- Sì, signor Hostrup. Non sono che a un chilometro da noi.
- Quante cariche ci restano?
- Una cinquantina.
- Ci bastano per abbatterli tutti quattordici! - disse il tenente con voce tranquilla. - Avanti, miei piccini, lesto il passo e tu, bianco, fatti più sotto. Là, così va bene.
Un colpo di fucile echeggiò al largo, ma la palla non giunse fino ai fuggiaschi.
- Troppo lontano, mio caro! - disse Koninson ridendo. - Quando sarete a tiro lo darò io il segnale e vi garantisco, brutti pagani, che lo assaggierete, il mio piombo.
Altri due colpi di fucile rimbombarono, ma non con miglior effetto. I Tanana compresero che non era ancor giunto il momento di far parlare la polvere e raddoppiarono le grida e le scudisciate per far correre di più i loro cani, i quali parevano più robusti e più veloci di quelli regalati dall'eschimese.
Ben presto non furono che a seicento metri di distanza.
Koninson, che non li perdeva di vista un sol momento, stava per puntare il fucile quando vide le sette slitte fare un rapido voltafaccia e fuggire precipitosamente verso l'accampamento, di cui si scorgevano appena appena le tende.
- Tò! - esclamò il fiociniere al colmo della sorpresa. - Battono in ritirata!
- Come? I Tanana fuggono?
- Sì signor Hostrup. Che abbiano avuto paura dei nostri fucili?
- Io non lo credo.
- E allora? Che siamo vicini al forte?
- Dinanzi a noi non vedo che un bosco e anche molto lontano.
- Che ci minacci qualche pericolo?
- Lo temo, Koninson, anzi ne sono certo.
- E da che io arguite?
- I nostri cani da qualche minuto corrono più rapidi e mi sembrano inquieti.
Infatti il tenente non si ingannava. Le povere bestie non parevano più tranquille e divoravano la via con crescente rapidità, senz'essere eccitate. Avevano cessato i loro allegri abbaiamenti, il loro pelo era diventato irto e volgevano frequentemente la testa verso i padroni, come se invocassero la loro protezione.
- Hum! - mormorò Koninson. - C'è qualche cosa di grave in aria.
- O meglio in terra. Guarda laggiù, guarda!
Koninson guardò nella direzione indicata e vide una linea oscura estendersi dinanzi ad un bosco e poi slanciarsi attraverso la pianura con fantastica rapidità. Quantunque dotato di una buona dose di coraggio, impallidì.
- I lupi! - esclamò.
- Che giungono a centinaia - aggiunse il tenente.
- Ecco perchè i Tanana sono fuggiti. Sfuggire al palo di tortura degli Indiani per cadere sotto i denti dei lupi, mi sembra che sia un pò dura. Vi confesso, signor Hostrup, che comincio ad aver paura.
- Calma e sangue freddo, fiociniere. Se possiamo giungere a quel bosco che chiude l'orizzonte, siamo salvi.
- Contate di trovare colà dei difensori?
- No, ma troveremo degli alberi sui quali potremo trovare un comodo rifugio. Prepara le armi e lascia a me la cura di guidare i cani.
I lupi arrivavano di gran corsa mandando delle urla brevi, come strozzate e mostrando le loro potenti mascelle armate di acuti e bianchissimi denti. Erano almeno duecento e parevano molto affamati e perciò decisi a tutto.
Giunti presso la slitta, che continuava a filare colla velocità di una freccia, formarono un ampio semicerchio. Non assalivano ancora, forse tenuti in rispetto dalla presenza dei due uomini, ma le loro urla parevano volessero dire: Vi mangeremo! Vi mangeremo!
- Devo aprire il fuoco? - chiese Koninson con un leggero tremito.
- No, finchè si accontentano di seguirci - rispose il tenente che era tutto intento a far correre i cani, nella cui rapidità stava la salvezza di tutti. - Aspetta che ci assalgano.
Per un paio di miglia i lupi, quantunque la fame attanagliasse il loro stomaco, continuarono a seguire e a fiancheggiare la slitta, ma poi il loro semicerchio si restrinse e uno di loro, più ardito o più affamato degli altri, si precipitò addosso ai cani che si gettarono violentemente da una parte. Pronto come il lampo Koninson fece fuoco e l'aggressore cadde stecchito nella neve. Alcuni carnivori, spaventati dalla detonazione, si sbandarono, ma gli altri raggiunsero la slitta.
Pochi minuti dopo un altro lupo tentò l'assalto, ma ebbe egual sorte del primo. La slitta si trovava allora a due soli chilometri dal bosco e filava con una velocità vertiginosa. Tre o quattro altri l'assalirono per di dietro tentando di balzarvi dentro.
- Aiuto, signor Hostrup! - gridò Koninson. - Io non basto più.
Il tenente abbandonò la correggia affidandosi all'istinto dei cani e afferrò il fucile. Era tempo, poichè i feroci carnivori avanzavano sempre più, pronti ad un assalto generale.
Due detonazioni rimbombarono, poi altre due, poi due altre ancora abbattendo altrettanti lupi. I due balenieri continuarono così, mentre i cani li trascinavano verso il bosco.
I lupi, che ormai avevano assaggiato il sangue, non retrocedevano più. Urlando furiosamente assalivano la slitta per di dietro e ai lati tentando di strangolare i cani e di saltare alla gola degli nomini i quali si difendevano disperatamente.
Ad un tratto Koninson gettò un grido di disperazione.
- Non ho più polvere!
- Maledizione! - urlò il tenente. - E questo è il mio ultimo colpo!
I lupi, come se avessero compreso che la vittoria era ormai sicura, si precipitarono confusamente all'assalto della slitta, circondandola da ogni parte. I cani sparvero sotto il numero degli assalitori e dopo breve lotta furono fatti a brani, ma i due balenieri non erano ancora vinti. Ritti sul sedile, si difendevano con sovrumana energia respingendo l'orda incalzante coi calci dei fucili, spaccando teste, fracassando dorsi, scavezzando gambe, schiacciando musi.
Ma quella lotta di due contro centocinquanta e più non poteva durare a lungo. Già il fiociniere e il tenente si sentivano impotenti di più oltre resistere, già le loro forze venivano meno, i più feroci balzavano contro le loro gambe, quando una scarica violenta rintronò sotto il bosco che era lontano soli trecento passi.
Quindici o venti uomini, apparsi improvvisamente, balzarono in mezzo all'orda urlante disperdendola a colpi di scure e di fucile e accolsero nelle loro braccia i due balenieri, così miracolosamente salvati.
- Signore, - disse un di loro volgendosi verso il tenente che non si reggeva più - non abbiate più timore: siete fra i cacciatori del forte Speranza.


CONCLUSIONE

Le tribolazioni dei naufraghi del "Danebrog" erano terminate.
Ormai erano salvi e più nulla avevano da temere.
Nel forte Speranza che era lontano pochi chilometri dal luogo ove era avvenuto l'inseguimento, i due naufraghi ebbero la più cordiale ospitalità e le più affettuose cure da parte di quei bravi cacciatori e del loro comandante.
La loro meravigliosa odissea destò gran meraviglia, e più e più volte, dinanzi ad un bel fuoco e fra un bicchiere di "gin" o di "wiscky", dovettero ripeterla.
Per tre settimane, largamente nutriti, vissero colà; poi, giunta la buona stagione, ben equipaggiati e ben forniti di denaro, partirono per gli stabilimenti dall'est in compagnia di una esperta guida. Di tappa in tappa raggiunsero il Canada, e a Quebec s'imbarcarono per New York e quindi per l'Europa.
Ventisette giorni dopo sbarcavano finalmente in Aalborg, loro città natìa, dove riabbracciarono i loro parenti e amici che li avevano già pianti come morti.
Ma la vita tranquilla e la terraferma non avevano attrattive per quei due lupi di mare. Ben presto la nostalgia dell'oceano li invase e, all'apertura della nuova campagna di pesca, s'imbarcarono a bordo di un'altra nave baleniera alla caccia dei giganti del mare.
Nonostante le terribili prove subite essi conservano ancora una strana affezione per quei mari gelidi del polo artico, sotto i cui ghiacci, nel seno delle onde, dormono il sonno eterno il capitano Weimar e i suoi sventurati compagni!

 

 

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