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I pirati della Malesia

 

PARTE PRIMA.

 LA TIGRE DELLA MALESIA.

1. Il naufragio della Young-India.

- Mastro Bill, dove siamo?
- In piena Malesia, mio caro Kammamuri.
- Ci vorrà molto tempo prima di arrivare a destinazione?
- Birbone, ti annoi forse?
- Annoiarmi no, ma ho molta fretta e mi pare che la Young-India cammini adagio.
Mastro Bill, un marinaio sui quarant'anni, alto più di cinque piedi, americano puro sangue, sbirciò con occhio torvo il suo compagno. Questi era un bell'indiano di ventiquattro o venticinque anni, di alta statura, d'una tinta molto abbronzata, di lineamenti belli, nobili, fini, cogli orecchi adorni di pendenti e il collo di monili d'oro che gli ricadevano graziosamente sul nudo e robusto petto.
- Corpo di un cannone! - gridò l'americano indignato. - La Young-India cammina adagio? Questo è un insulto, maharatto mio.
- Per chi ha fretta, mastro Bill, anche un incrociatore che fila quindici nodi all'ora va adagio.
- Diavolo, cos'è tutta questa fretta? - domandò il mastro, grattandosi furiosamente la testa. - Ohé, briccone, c'è qualche eredità da raccogliere?
- Altro che eredità!... se sapeste...
- Di' su, giovanotto...
- Non ci odo da questo lato.
- Capisco, tu vuoi fare il sordo. Uhm!... Chissà che cosa c'è sotto!... Quella ragazza che hai con te... Uhm!...
- Ma!... Dite, mastro, quando arriveremo?
- Dove?
- A Sarawak.
- L'uomo propone e Dio dispone, ragazzo mio. Potrebbe piombarci addosso un tifone e mandarci a bere nella gran tazza tutti.
- Eppoi?
- Eppoi potrebbero giungere addosso i pirati e mandarci al diavolo con due braccia di corda per cravatta e un kriss piantato fra le costole.
- Eh! - esclamò l'indiano, facendo una smorfia. - Ci sono dei pirati qui?
- Come ci sono degli strangolatori nel tuo paese.
- Dite davvero?
- Guarda laggiù, dritto al bompresso. Che cosa vedi?
- Un'isola.
- Bene, quell'isola è un nido di pirati.
- Come si chiama?
- Mompracem. Mette i brividi solo nominarla.
- Davvero?
- Laggiù, mio caro, vive un uomo che ha insanguinato il mare della Malesia.
- Come si chiama?
- Porta un nome terribile. Si chiama la Tigre della Malesia.
- Se ci assalisse, che cosa accadrebbe?
- Un massacro generale. Quell'uomo è ancor più feroce delle tigri della jungla.
- E gl'inglesi non vanno a distruggere la sua orda? - chiese l'indiano, sorpreso.
- Distruggere i tigrotti di Mompracem è affare serio - rispose il marinaio. - Alcuni anni or sono, nel 1850, gl'inglesi con una poderosa flotta bombardarono l'isola, la occuparono e fecero prigioniera la terribile Tigre; ma, prima di arrivare a Labuan, il pirata, non si sa come, scappò.
- E ritornò a Mompracem?
- Non subito. Per due anni non si fece più vedere, poi, al principio del 1852, riapparve alla testa di una nuova banda di pirati malesi e dayaki della più terribile razza. Massacrati i pochi inglesi stabilitisi nell'isola, vi si insediava ricominciando le sue sanguinarie imprese.
In quell'istante un colpo di fischietto risuonò sul ponte della Young-India, accompagnato da uno sbuffo di vento fresco che fece gemere i tre alberi.
- Oh! oh! - fece mastro Bill alzando vivamente la testa. - Fra poco si ballerà disperatamente.
- Lo credete, mastro? - chiese l'indiano con inquietudine.
- Vedo laggiù una nuvola nera coi margini color di rame che non pronostica di certo la calma.
- Corriamo pericolo forse?
- La Young-India, giovanotto mio, è un legno solido che se ne ride dei colpi di mare. Orsù, alla manovra; la gran tazza comincia a bollire. Mastro Bill non s'ingannava. Il mare della Malesia, sino allora terso come un cristallo, cominciava ad incresparsi come fosse scosso da una commozione sottomarina e a prendere una tinta plumbea che nulla prometteva di buono.
All'est, verso la grande isola di Borneo, s'alzava una nube nera come il catrame, con le frange tinte di un rosso ardente, e a poco a poco oscurava il sole prossimo al tramonto. Per l'aria giganteschi albatros, in preda ad una viva inquietudine, svolazzavano sfiorando le onde ed emettendo rauche strida.
Al primo colpo di vento era seguita una specie di calma che metteva in maggior apprensione gli animi dei naviganti, poi all'est cominciò a rullare il tuono.
- Sgombrate il ponte! - gridò il capitano Mac Clintock ai passeggeri.
Tutti, a malincuore, obbedirono scendendo per i boccaporti di prua o di poppa. Uno però era rimasto sul ponte, e quest'uomo era l'indiano Kammamuri.
- Olà, sgombrate! - tuonò il capitano.
- Capitano, - disse l'indiano facendosi innanzi con passo fermo - corriamo pericolo?
- Lo saprai quando la tempesta sarà cessata.
- Bisogna che io sbarchi a Sarawak, capitano.
- Sbarcherai, se non coliamo a picco.
- Ma io non voglio andare a picco, mi capite. A Sarawak ho una persona che...
- Olà, mastro Bill, levatemi dai piedi quest'uomo. Non è questo il momento di perdere tempo.
L'indiano fu trascinato via e cacciato giù nel boccaporto di prua.
Era tempo. Il vento soffiava già dall'est con grande violenza ruggendo su tutti i toni fra l'attrezzatura della nave. La nube nera aveva preso proporzioni gigantesche coprendo quasi interamente la volta celeste. Nel suo seno brontolava incessantemente il tuono correndo all'impazzata da levante a ponente.
La Young-India era un magnifico tre-alberi che portava ancora bene i suoi quindici anni.
La sua costruzione leggera ma solida, lo sviluppo veramente enorme di vele, lo scafo a prova di scoglio ricordavano uno di quegli audaci violatori di blocco che ebbero una parte così importante, e che può chiamarsi leggendaria, nella guerra americana.
Partito il 26 agosto del 1856 da Calcutta con un carico di rotaie di ferro destinato a Sarawak e montato da quattordici marinai, da due ufficiali e dai sei passeggeri, grazie alla sua velocità e ai buoni venti era giunto in meno di tredici giorni nelle acque del mar malese e precisamente in vista della temuta isola di Mompracem, un covo di pirati da cui bisognava ben guardarsi.
Sfortunatamente. La tempesta stava per scoppiare. Il mare esigeva il suo tributo prima che la traversata si completasse, e si vedrà in seguito quale sorta di tributo!
Alle otto di sera l'oscurità era quasi completa. Il sole era scomparso in mezzo alle nuvole e il vento cominciava a soffiare con veemenza estrema, facendo udire ruggiti formidabilmente.
Il mare, agitato sino agli estremi limiti dell'orizzonte, montava rapidamente. Ondate enormi, irte di spuma, si formavano come per incanto cozzando e ricadendo, infrangendosi rabbiosamente contro Mompracem, la quale ergeva la sua massa cupa e sinistra fra le tenebre.
La Young-India correva bordate, ora lanciandosi sulle mobili montagne a squarciare coi suoi alberetti la caliginosa massa delle nubi, ora precipitandosi negli avvallamenti dai quali penava ad uscire.
I marinai scalzi, coi capelli al vento, i volti contratti, mormoravano in mezzo all'acqua che non trovava sfogo sufficiente negli ombrinali. Comandi e bestemmie si mescolavano ai sibili della tempesta.
Alle nove di sera il tre-alberi, sballottolato come un giocattolo, anzi come un semplice fuscello di paglia, era nelle acque di Mompracem.
Malgrado tutti gli sforzi di mastro Bill, che rompevasi le mani sulla ribolla del timone, la Young-India fu trascinata tanto vicina alla costa irta di scogliere, d'isolotti madreporici e di bassi fondi, da temere che vi si infrangesse contro.
Il capitano Mac Clintock, con suo grande terrore, scorse numerosi fuochi accesi fra le sinuosità della spiaggia, e, al chiaror di un lampo, ritto sull'estremo ciglione d'una gigantesca rupe che cadeva a piombo sul mare scorse pure un uomo d'alta statura, con le braccia incrociate sul petto, immobile fra gli elementi scatenati.
Gli occhi di quell'uomo, che sfolgoravano come carboni accesi, si fissarono su di lui in modo strano. Gli parve anzi che alzasse un braccio e gli facesse un gesto amichevole. L'apparizione del resto durò pochi secondi. Le tenebre tornarono a farsi fitte e un colpo di vento allontanò rapidamente la Young-India dall'isola.
- Che il buon Dio ci salvi! - esclamò mastro Bill, che aveva pure scorto quell'uomo. - Quello era la Tigre della Malesia.
La sua voce fu soffocata da uno scoppio spaventevole di tuono che si ripercosse nella profondità del cielo. Quello scoppio parve il segnale d'una musica assordante, indescrivibile. Lo spazio s'infiammò illuminando sinistramente il mare in tempesta.
Le folgori cadevano descrivendo per l'aria mille angoli bizzarri, mille curve diverse, inabissandosi fra le onde e roteando vertiginosamente attorno alla nave, seguite da scrosci spaventosi.
Il mare, quasi volesse gareggiare con quei tuoni, s'alzò enormemente.
Non erano più onde, ma montagne d'acqua scintillanti sotto la vivida luce dei lampi, che si slanciavano furiosamente verso il cielo, come attratte da una forza soprannaturale, e che s'accavallavano le une sulle altre, cangiando forma e dimensione.
Il vento entrava talora a far parte di quella terribile gara, ruggendo furiosamente e cacciando innanzi a sé nembi di pioggia tiepida.
Il tre-alberi, sbandato spaventosamente ora sul tribordo ed ora a babordo, aveva un gran da fare a tenere testa agli elementi scatenati. Gemeva come se si lagnasse di quei formidabili colpi di mare che lo coprivano da prua a poppa, atterrando l'equipaggio; s'alzava, traballava, sferzava le acque col suo bompresso, veniva ora respinto a nord e ora respinto a sud, malgrado gli sforzi disperati del timoniere.
Vi erano momenti in cui i marinai non sapevano se galleggiassero ancora o se stessero colando a picco, tale era la massa d'acqua che balzava sopra le semi-infrante murate.
Per colmo di sventura, a mezzanotte il vento che soffiava sempre più tremendo da nord, balzò improvvisamente all' est.
Non era più possibile lottare. Tirare innanzi col tifone che assaliva a prua era tentare la morte. Quantunque nessun approdo si presentasse sulla via dell'ovest, eccettuate le temute sponde di Mompracem, il capitano Mac Clintock dovette rassegnarsi a porsi alla cappa e fuggire con tutta la celerità che permettevano le poche vele ancor rimaste spiegate.
Due ore erano scorse da che la Young-India aveva virato di bordo, inseguita con accanimento senza pari dai marosi che pareva avessero giurato la sua perdita.
I lampi erano diventati assai rari e l'oscurità tanto fitta da non permettere di vedere a duecento passi di distanza.
Ad un tratto agli orecchi del capitano giunse quel fragore caratteristico delle onde quando s'infrangono contro le scogliere, fragore che il marinaio sa distinguere anche in mezzo alle più spaventevoli burrasche.
- Guarda a prua! - tuonò egli, dominando con la voce il fracasso delle onde ed i fischi del vento.
- Mare rotto! - gridò una voce.
- I frangenti! Tuoni!...- urlò un'altra voce.
Il capitano Mac Clintock si avventò a prua aggrappandosi allo straglio del trinchettino per issarsi sulle murate.
Non si scorgeva nulla; tuttavia tra le raffiche si udiva distintamente il muggire della risacca. Non v'era da ingannarsi. A poche gomene dal tre-alberi s'ergeva una catena di frangenti, forse una diramazione di quelli di Mompracem.
- Attenti a virare! - urlò egli.
Mastro Bill, unendo tutte le forze, tirò vivamente a sé la ribolla.
Quasi nel medesimo istante la nave toccò.
L'urto però era stato appena sensibile. Solamente una parte della falsa chiglia era stata strappata dalle punte aguzze delle madrepore che formavano le cime dei frangenti. Disgraziatamente il vento soffiava sempre da poppa e le onde spingevano innanzi.
L'equipaggio, che in quel terribile momento conservava uno straordinario sangue freddo, riuscì a virare di bordo. La Young-India poggiò al largo con una bordata di duecento metri, sfuggendo le scogliere attorno alle quali urlavano, come molossi affamati, le onde. Pareva che tutto dovesse andar bene. La sonda, filata in furia, aveva dato a prua quattordici braccia di profondità.
La speranza di salvare la nave cominciava a nascere nell'animo dell'equipaggio, quando, d'improvviso, il fragore della risacca tornò a farsi udire dritto l'asta di prua.
Il mare si sollevava con maggior violenza di prima segnalando una nuova barriera di frangenti.
- Poggia tutto, Bill! - tuonò il capitano Mac Clintock.
- I frangenti sotto prua! - urlò un marinaio che era sceso fino alla dolfiniera del bompresso.
La sua voce non giunse fino a poppa. Una montagna di acqua si rovesciò sul tribordo respingendo violentemente il tre-alberi a babordo, atterrando l'equipaggio aggrappato ai bracci delle vele e sfondando le imbarcazioni contro le gru.
S'udì un muggito formidabile, uno schianto come di legni infranti, poi un cozzo spaventevole che fece oscillare gli alberi da poppa a prua.
La Young-India era stata sventrata d'un colpo dalle punte aguzze dei frangenti, e sei marinai, strappati dalle onde, erano stati gettati contro le scogliere.


2. I pirati della Malesia.

Per il disgraziato tre-alberi era suonata l'ultima ora. Incastrato fra due rocce, che sporgevano appena appena le loro punte nere, dentellate in mille guise dall'eterno movimento delle acque, con le coste rotte e la chiglia frantumata, non era più che un rottame impossibile a ripararsi, che presto o tardi il mare avrebbe indubbiamente ridotto in frantumi e disperso.
Lo spettacolo era grandioso e insieme spaventevole.
All'intorno il mare spumeggiava furiosamente con mille boati, frangendosi e rifrangendosi sulle scogliere, trascinando seco frammenti di murate, di madieri, di corbetti e di imbarcazioni che si urtavano con mille scricchiolii.
Sul tre-alberi i superstiti, quasi tutti pazzi di terrore, correvano da prua a poppa mandando mille urla, mille bestemmie, mille invocazioni. Uno s'arrampicava sulle griselle, un altro si spingeva fino alle coffe, un terzo più su, fino alle crocette. Un quarto invece saltellava come se fosse sui carboni ardenti chiamando Dio e la Madonna chi s'affannava a passarsi attraverso al corpo un salva-gente, e chi a preparare un galleggiante per montarvici su, appena la nave si fosse sfasciata.
Il capitano Mac Clintock e mastro Bill, che ne avevano viste di peggio, erano i soli che conservassero un po' di calma.
Visto che il tre-alberi rimaneva immobile, come se fosse stato inchiodato sulle scogliere, si affrettarono a scendere nella stiva.
Videro subito che non v'era più speranza di rimetterlo a galla, poiché era già zeppo d'acqua.
- Orsù - disse mastro Bill con voce commossa, - la poveretta ha esalato l'ultimo respiro!
- Hai ragione, Bill - rispose il capitano ancor più commosso. Questa è la tomba della valorosa Young-India.
- E che cosa faremo?
- Bisogna aspettare l'alba.
- Resisterà ai colpi di mare?
- Lo spero. Le scogliere sono penetrate nel ventre come un cuneo nel tronco di un albero. Mi sembra irremovibile.
- Andiamo a incoraggiare quelli che sono sul ponte. Sono mezzi morti di paura.
I due lupi di mare risalirono sul ponte. I marinai ed i passeggeri, coi visi sconvolti dal terrore, si precipitarono loro incontro interrogandoli con viva ansietà.
- Siamo perduti? - chiedevano gli uni.
- Andiamo a picco? - chiedevano gli altri.
- C'è speranza di salvarsi?
- Dove siamo?
- Calma, ragazzi - disse il capitano. - Non corriamo per ora pericolo alcuno.
L'indiano Kammamuri, che aveva mostrato di aver tanta fretta d'arrivare a Sarawak, si avvicinò al comandante.
- Capitano - chiese con voce tranquilla, - andremo a Sarawak?
Vedi bene che non è possibile, Kammamuri.
- Ma io devo andarci.
- Non so cosa dirti. Il vascello è immobile come uno scoglio.
- Ho il padrone laggiù, capitano.
- Aspetterà.
Lo sguardo vivo e scintillante dell'indiano si fece cupo e la sua faccia, che aveva un non so che di feroce, divenne tetra.
- Kalì li protegge - mormorò.
- Tutto non è ancora perduto, Kammamuri - disse il capitano.
- Non affonderemo dunque?
- Ho detto di no. Orsù, calma, ragazzi. Domani sapremo su quale isola o scogliera abbiamo naufragato e vedremo che cosa si potrà fare. Io garantisco le vostre vite.
Le parole del capitano fecero buon effetto sugli animi dei marinai, i quali cominciarono a sperare di potersi salvare. Coloro che lavoravano alle zattere abbandonarono il lavoro; quelli inerpicati sugli alberi dopo un po' d'esitazione si lasciarono scivolare giù. La calma non tardò a regnare sul ponte del vascello naufragato.
Del resto la burrasca, dopo d'aver raggiunta la massima intensità, cominciava a scemare. I nuvoloni, qua e là squarciati, lasciavano intravvedere di quando in quando il tremulo luccichìo degli astri. Il vento, dopo d'aver fischiato, urlato, ruggito, si calmava a poco a poco.
Tuttavia il mare continuava a mantenersi assai agitato. Gigantesche ondate correvano in tutte le direzioni investendo con furia estrema le scogliere e sfasciandovisi sopra con spaventevole fracasso. Il vascello scosso, sbattuto a prua e a poppa, gemeva come un moribondo, lasciandosi portar via pezzi di murate e frammenti della chiglia infranta. Talvolta, anzi, oscillava da prua a poppa così fortemente, da temere che venisse strappato dal banco madreporico e travolto in mezzo ai marosi. Per fortuna stette saldo, ed i marinai, malgrado l'imminente pericolo e le ondate che si rovesciavano in coperta, poterono gustare anche qualche ora di sonno.
Alle quattro del mattino, verso oriente, il cielo cominciò a schiarirsi. Il sole sorgeva con la rapidità che è propria delle regioni tropicali, annunciato da una tinta rossa magnifica. Il capitano, ritto sulla coffa dell'albero di maestra, con mastro Bill vicino, teneva gli occhi fissi al nord, dove sorgeva, a meno di due miglia, una massa oscura, che doveva essere una terra.
- Ebbene, capitano - chiese il nostromo che masticava rabbiosamente un pezzo di tabacco, - la conoscete quella terra?
- Credo di sì. Fa scuro ancora, ma le scogliere che la cingono da tutte le parti mi fanno sospettare che quell'isola sia Mompracem.
- By God! - mormorò l'americano facendo una smorfia. - Ci siamo rotte le gambe in un brutto luogo.
- Lo temo purtroppo, Bill. L'isola non gode buon nome.
- Dite che è un nido di pirati. È tornata la Tigre della Malesia, capitano.
- Che? - esclamò Mac Clintock, mentre si sentiva correre per le ossa un brivido. - La Tigre della Malesia tornata a Mompracem?
- Sì.
- È impossibile, Bill! Sono parecchi anni che quel terribile individuo è scomparso.
- Ma vi dico che è tornato. Quattro mesi or sono egli assalì l'Arghilah di Calcutta, il quale non gli sfuggì che con gran fatica. Un marinaio che aveva conosciuto il sanguinario pirata mi narrò di averlo scorto a prua di un praho.
- Allora siamo perduti. Non tarderà ad assalirci.
- By God! - urlò il mastro, divenendo di colpo pallidissimo.
- Che cos'hai?
- Guardate capitano! Guardate laggiù!...
- Dei prahos, dei prahos! - gridò una voce dal ponte.
Il capitano, non meno pallido del mastro, guardò verso l'isola e scorse quattro legni che doppiavano un capo, lontano appena tre miglia.
Erano quattro grandi prahos malesi, bassi di scafo, leggerissimi, snelli, con vele di forme allungate sostenute da alberi triangolari.
Questi legni, che filano con una sorprendente rapidità e che, grazie al bilanciere che hanno sottovento e al sostegno che portano sopravento, sfidano i più tremendi uragani, sono generalmente usati dai pirati malesi, i quali non temono di assalire con essi i più grossi vascelli che s'avventurano nei mari della Malesia.
Il capitano non lo ignorava, sicché appena li ebbe scorti, s'affrettò a discendere sul ponte. In poche parole informò l'equipaggio del pericolo che li minacciava. Solo un'accanita resistenza poteva salvarli.
L'armeria di bordo, per disgrazia, non era troppo ben fornita. I cannoni mancavano totalmente, i fucili erano appena sufficienti per armare l'equipaggio e in gran parte assai malandati. V'erano però delle sciabole d'arrembaggio, arrugginite sì, ma ancora in buono stato, qualche pistolone, qualche rivoltella e un buon numero di scuri.
I marinai e i passeggeri, armatisi alla meglio, si precipitarono verso poppa, la quale trovandosi immersa, poteva offrire una buona scalata. La bandiera degli Stati Uniti salì maestosamente sul picco della randa e mastro Bill la inchiodò.
Era tempo. I quattro prahos malesi che filavano come uccelli non erano più che a sette od ottocento passi e si preparavano ad assalire vigorosamente il povero tre-alberi.
Il sole si alzava allora sull'orizzonte e permetteva di vedere chiaramente coloro che li montavano.
Erano ottanta o novanta uomini, semi-nudi, armati di stupende carabine incrostate di madreperla e di laminette d'argento, di grandi parangs di acciaio finissimo, di scimitarre, di kriss serpeggianti con la punta senza dubbio avvelenata nel succo d'upas, e di clave smisurate, dette kampilang, che essi maneggiavano come fossero semplici bastoncini.
Alcuni erano malesi dalla tinta olivastra, membruti e di lineamenti feroci; altri erano bellissimi dayaki di alta statura, con le gambe e le braccia coperte di anelli di rame. C'erano pure alcuni cinesi, riconoscibili per i loro crani pelati e lucenti come avorio, alcuni bughisi, macassaresi e giavanesi. Tutti quegli uomini tenevano gli occhi fissi sul vascello e agitavano furiosamente le armi, emettendo urla feroci che facevano fremere. Pareva che volessero spaventare i naufraghi prima di venire alle mani.
A quattrocento passi di distanza un colpo di cannone rimbombò sul primo praho. La palla, di calibro considerevole, andò a fracassare l'albero di bompresso, il quale si piegò, tuffando la punta in mare.
- Animo, ragazzi! - urlò il capitano Mac Clintock. - Se il cannone parla, è segno che la danza è cominciata. Fuoco di bordata!
Alcuni colpi di fucile seguirono il comando. Urla atroci scoppiarono a bordo dei prahos, segno che non tutto il piombo era andato perduto.
- Così va bene, ragazzi! - urlò mastro Bill.
- Quei brutti musi là non avranno tanto coraggio da spingersi fino a noi. Ohé! Fuoco!
La sua voce fu coperta da una serie di formidabili detonazioni che venivano dal largo. Erano i pirati che cominciavano l'attacco.
I quattro prahos parevano crateri infiammati, eruttavano tremende grandinate di ferro. Tiravano i cannoni, tiravano le spingarde, tiravano le carabine, schiantando, atterrando, distruggendo tutto con una precisione matematica.
In men che non si dica quattro naufraghi giacevano sulla tolda senza vita. L'albero di trinchetto, schiantato sotto la coffa, precipitò sul ponte ingombrando di pennoni, di vele, di cavi. Alle urla di trionfo erano succedute urla di spavento e di dolore, gemiti e rantoli d'agonia.
Era impossibile resistere a quell'uragano di ferro che arrivava con rapidità spaventosa facendo saltare alberi, murate, madieri.
I naufraghi, vistisi perduti, dopo aver scaricato sette od otto volte i loro moschettoni, malgrado i sagrati del capitano e di mastro Bill, abbandonarono il posto fuggendo a tribordo, riparandosi dietro i rottami dell'attrezzatura e delle imbarcazioni.
Alcuni di loro perdevano sangue e gettavano grida strazianti.
I pirati, protetti dai loro cannoni, in capo a un quarto d'ora giunsero sotto la poppa del vascello tentando di issarsi a bordo.
Il capitano Mac Clintock si gettò da quella parte per ribattere l'abbordaggio, ma una scarica di mitraglia lo freddò assieme con tre uomini.
Un urlo terribile echeggiò per l'aria:
- Viva la Tigre della Malesia!
I pirati gettano le carabine, impugnano le scimitarre, le scuri, le mazze, i kriss e danno intrepidamente l'abbordaggio aggrappandosi alle murate, ai paterazzi e alle griselle. Alcuni si slanciano sulla cima degli alberi dei prahos, corrono come scimmie lungo i pennoni e piombano sull'attrezzatura del tre-alberi lasciandosi scivolare in coperta. In un attimo i pochi difensori, sopraffatti dal numero, cadono a prua, a poppa, sul cassero e sul castello.
Presso l'albero di maestra un solo uomo, armato di una pesante e larga sciabola d'abbordaggio, rimaneva ancora...
Quest'uomo, l'ultimo della Young-India, era l'indiano Kammamuri, il quale si difende come un leone, smussando le armi del nemico incalzante e percuotendo a destra e a sinistra.
- Aiuto! aiuto!... - urlò il poveretto con voce strozzata.
- Ferma! - tuonò d'improvviso una voce. - Quell'indiano è un prode!...

3. La Tigre della Malesia.

L'uomo che aveva gettato in così buon momento quel grido poteva avere trentadue o trentaquattro anni.
Era alto di statura, con la pelle bianca, i lineamenti fini, aristocratici, due occhi azzurri, dolci, e i baffi neri che ombreggiavano le labbra sorridenti.
Vestiva con estrema eleganza: giacca di velluto marrone con bottoni d'oro stretta ai fianchi da una larga fascia di seta azzurra, calzoni di broccatello, lunghi stivali di pelle rossa, a punta rialzata, e un ampio cappello di paglia di vera manilla in testa. Ad armacollo portava una magnifica carabina indiana e al fianco pendeva una scimitarra la cui impugnatura d'oro era sormontata da un diamante grosso quanto una nocciola, d'uno splendore ammirabile.
Con un cenno allontanò i pirati, si avvicinò all'indiano che non aveva pensato a rialzarsi, tanta era la sua sorpresa nel sentirsi ancora vivo, e lo guardò per alcuni istanti con profonda attenzione.
- Che ne dici? - gli chiese con tono allegro.
- Io!... - esclamò Kammamuri, che si domandava chi poteva mai essere l'uomo dalla pelle bianca che comandava quei terribili pirati.
- Sei sorpreso di sentirti ancora la testa sulle spalle?
- Tanto sorpreso che mi domando se è vero che sono ancora vivo.
- Non dubitarne, giovanotto.
- Perché? - chiese ingenuamente l'indiano.
- Perché non sei un bianco, innanzitutto...
- Ah! - esclamò - Voi odiate i bianchi?
- Sì.
- Non siete un bianco, voi, dunque?
- Per Bacco, un portoghese puro sangue!
- Non capisco allora perché voi...
- Alto là, giovanotto; questo discorso non mi va a sangue.
- Sia pure, e poi?
- Poi, perché sei un prode e io amo i prodi.
- Sono maharatto - disse l'indiano con fierezza.
- Una razza che ha un buon nome. Dimmi un po', ti spiacerebbe esser dei nostri?
- Io, pirata!
- E perché no? Per Giove! Saresti un bravo compagno.
- E se rifiutassi?
- Non risponderei più della tua testa.
- Se si tratta di salvare la pelle, mi farò pirata. Chissà forse è meglio.
- Bravo giovanotto. Olà, Kotta, vammi a cercare una bottiglia di whisky. Gli americani non navigano mai senza una buona provvista.
Un malese di cinque piedi di altezza, con due braccia smisurate, scese nella cabina del povero Mac Clintock e pochi istanti dopo ritornava con un paio di bicchieri e una polverosa bottiglia alla quale aveva fatto saltare il collo.
- Whisky - lesse Yanez sull'etichetta. - Questi americani sono davvero eccellenti uomini. -
Empì due tazze e ne porse una all'indiano, chiedendogli:
- Come ti chiami?
- Kammamuri.
- Alla tua salute, Kammamuri.
- Alla vostra, signor...
- Yanez - disse l'uomo bianco.
E tracannarono d'un fiato i due bicchieri.
- Ora, giovanotto - disse Yanez, sempre di buon umore, - andremo a trovare il capitano Sandokan.
- Chi è questo Sandokan?
- Per Bacco! La Tigre della Malesia.
- E voi mi condurrete da quell'uomo?
- Certo, mio caro, e sarà lieto di ricevere un maharatto. Andiamo, Kammamuri.
L'indiano non si mosse. Pareva imbarazzato e guardava ora i pirati ed ora la poppa della nave.
- Che cos'hai? - chiese Yanez.
- Signor... - disse il maharatto, esitando.
- Parla.
- Non la toccherete?
- Chi?
- Ho una donna con me.
- Una donna! Bianca o indiana?
- Bianca.
- E dov'è?
- L'ho nascosta nella stiva.
- Conducila sul ponte.
- Non la toccherete?
- Hai la mia parola.
- Grazie, signore - disse il maharatto con voce commossa.
Corse a poppa e sparve nel boccaporto. Pochi istanti dopo risaliva sul ponte.
- Dov'è questa donna? - chiese Yanez.
- Sta per venire, ma non una parola, signore. Ella è pazza.
- Pazza!... Ma chi è?
- Eccola! - esclamò Kammamuri.
Il portoghese si volse verso poppa.
Una donna di meravigliosa bellezza, avvolta in un gran mantello di seta bianca, era improvvisamente uscita dal boccaporto arrestandosi presso il tronco dell'albero di mezzana.
Poteva avere quindici anni. La sua persona era elegante, graziosa, flessuosa; la sua pelle rosea, di una morbidezza impareggiabile; gli occhi grandi, neri e d'una dolcezza infinita; il naso piccolo e dritto; le labbra sottili, rosse come il corallo, schiuse ad un ineffabile sorriso, che lasciava scorgere due file di piccolissimi e bianchissimi denti. Una capigliatura opulenta, nerissima, divisa sulla fronte da un fermaglio in cui era incastonato un grosso diamante, le ricadeva sulle spalle in pittoresco disordine, scendendo fino alla cintura.
Ella guardò quegli uomini armati, i cadaveri che ingombravano il ponte e tutti quei rottami, senza che una contrazione di paura, di orrore o di oscurità, si disegnasse sul suo viso gentile.
- Chi è quella donna? - chiese Yanez con strano accento, afferrando una mano di Kammamuri e stringendola forte.
- La mia padrona - rispose il maharatto. - La vergine della pagoda d'Oriente.
Yanez fece alcuni passi verso la pazza che continuava a conservare
l'immobilità di una statua e la guardò fissa.
- Quale rassomiglianza!... - esclamò impallidendo.
Ritornò rapidamente verso Kammamuri e, prendendogli la mano:
- Quella donna è inglese? - chiese con voce alterata.
- È nata in India da genitori inglesi.
- Perché è diventata pazza?
- È una storia lunga.
- La narrerai dinanzi alla Tigre della Malesia. Imbarchiamoci, maharatto, e voi, tigrotti, spogliate per bene questa carcassa e poi incendiatela. La Young-India ha cessato di esistere.
Kammamuri s'avvicinò alla pazza, la prese per mano e la fece scendere nel praho del portoghese. Ella non aveva opposto resistenza, né pronunziato sillaba alcuna.
- Partiamo - disse Yanez, prendendo la ribolla del timone.
Il mare a poco a poco si era calmato. Solamente attorno ai frangenti spumeggiava e muggiva, sollevandosi in larghe ondate.
Il praho, guidato da quegli abili ed intrepidi marinai, superò le scogliere, balzando e rimbalzando sui cavalloni come una palla elastica e s'allontanò con fantastica rapidità lasciandosi dietro una scia candidissima, in mezzo alla quale giocherellavano mostruosi pesci-cani.
In capo a dieci minuti raggiunse la punta estrema dell'isola, la girò senza rallentare la sua velocità, e navigò verso un'ampia baia che aprivasi dinanzi a un grazioso villaggio. Composto di venti e più solidissime capanne, difeso da una triplice linea di trincee armate di grossi cannoni e da numerosissime spingarde, da alte palizzate e da profondi fossati irti di aguzze punte di ferro.
Un centinaio di malesi semi-nudi, ma tutti armati fino ai denti, uscirono dalle trincee e si slanciarono verso la spiaggia, mandando urla selvagge, agitando pazzamente kriss avvelenati, scimitarre, scuri, picche, carabine e pistole.
- Dove siamo? - chiese Kammamuri con inquietudine.
- Nel nostro villaggio - rispose il portoghese.
- È qui che abita la Tigre della Malesia?
- Abita lassù, dove ondeggia quella bandiera rossa.
Il maharatto alzò il capo, e sulla cima di una gigantesca rupe che cadeva a picco sul mare, scorse una gran capanna difesa da parecchie palizzate, su cui si agitava maestosamente una grande bandiera rossa adorna d'una testa di tigre.
- Andremo lassù? - domandò con commozione.
- Sì, amico - rispose Yanez.
- Come mi riceverà?
- Come si deve accogliere un coraggioso.
- La vergine della pagoda d'Oriente verrà con noi?
- Per ora no.
- Perché? - Perché quella donna somiglia a...
S'interruppe. Una rapida commozione aveva alterato improvvisamente i suoi lineamenti e i suoi occhi si inumidirono. Kammamuri se ne accorse.
- Voi mi sembrate commosso, signor Yanez - disse.
- T'inganni - rispose il portoghese, tirando a sé la ribolla per evitare la punta estrema di una scogliera che riparava la baia. - Sbarchiamo, Kammamuri.
Il praho si era arenato con la prua verso la costa.
Il portoghese, Kammamuri, la pazza e i pirati sbarcarono.
- Conducete questa donna nella migliore abitazione del villaggio - disse Yanez, additando ai pirati la pazza.
- Le faranno del male? - domandò Kammamuri.
- Nessuno ardirà toccarla - disse Yanez. - Le donne qui si rispettano forse più che in India ed in Europa. Vieni, maharatto.
Si diressero verso la gigantesca rupe e salirono una stretta scala scavata nel vivo masso, lungo la quale erano scaglionate sentinelle armate di carabine e di scimitarre.
- Perché tante precauzioni? - chiese Kammamuri.
- Perché la Tigre della Malesia ha centomila nemici.
- Non è amato dunque il capitano?
- Noi lo idolatriamo, ma gli altri... Se tu sapessi, Kammamuri, come gl'inglesi lo odiano. Eccoci giunti: non temere nulla.
Infatti giungevano allora dinanzi alla gran capanna, difesa pur questa da trincee, da gabbionate, da fossati, da cannoni, da mortai e da spingarde del secolo precedente.
Il portoghese spinse prudentemente una grossa porta di legno di teck, capace di resistere al cannone, e introdusse Kammamuri in una stanza tappezzata di seta rossa, ingombra di carabine d'Europa, di scuri, di kriss malesi, di yatagan turchi, di pugnali, di bottiglie, di pizzi, di stoffe, di maioliche della Cina e del Giappone, di mucchi d'oro, di verghe d'argento, di vasi riboccanti di perle e di diamanti.
Nel mezzo, semisdraiato su di un ricco tappeto di Persia, Kammamuri scorse un uomo dal volto abbronzato, vestito sfarzosamente all'orientale, con vesti di seta trapunta in oro e lunghi stivali di pelle pure rossa a punta rialzata.
Quell'individuo non dimostrava più di trentaquattro o trentacinque anni. Era alto di statura, stupendamente sviluppato, con una testa superba, una capigliatura folta, ricciuta, nera come l'ala di un corvo, che gli cadeva in pittoresco disordine sulle robuste spalle.
Alta era la sua fronte, scintillante lo sguardo, sottili le labbra, atteggiate ad un sorriso indefinibile, magnifica la barba che dava ai suoi lineamenti un aspetto fiero che incuteva ad un tempo rispetto e paura.
Nell'insieme, s'indovinava che quell'uomo possedeva la ferocia di una tigre, l'agilità di una scimmia e la forza di un gigante.
Appena vide entrare i due personaggi, con uno scatto si alzò a sedere, fissando su di loro uno di quegli sguardi che penetrano nel più profondo dei cuori.
- Che cosa mi rechi? - chiese con voce metallica, vibrante.
- La vittoria, innanzi tutto - rispose il portoghese. - Ti conduco però un prigioniero. -
La fronte di quell'uomo s'oscurò. - È forse quell'indiano l'individuo che tu hai risparmiato? - domandò egli, dopo qualche istante di silenzio.
- Sì, Sandokan. Ti dispiace, forse?
- Tu sai che rispetto i tuoi capricci, amico mio.
- Lo so, Tigre della Malesia.
- E che cosa vuole quell'uomo?
- Diventare un tigrotto. L'ho veduto battersi, è un eroe.
Lo sguardo della Tigre divenne lampeggiante. Le rughe che solcavano la sua fronte scomparvero come le nubi sotto un vigoroso colpo di vento.
- Avvicinati - disse all'indiano.
Kammamuri, ancora sorpreso di trovarsi dinanzi al leggendario pirata che per tanti anni aveva fatto tremare i popoli della Malesia, si fece innanzi.
- Il tuo nome? - chiese la Tigre.
- Kammamuri.
- Sei?
- Maharatto.
- Un figlio di eroi dunque?
- Dite il vero, Tigre della Malesia - disse l'indiano con orgoglio.
- Perché hai lasciato il tuo paese?
- Per recarmi a Sarawak.
- Da quel cane di James Brooke? - chiese la Tigre con accento d'odio.
- Non so chi sia questo James Brooke.
- Meglio così. Chi hai a Sarawak per recarti laggiù?
- Il mio padrone.
- Cosa fa? È soldato del rajah, forse?
- No, è prigioniero del rajah.
- Prigioniero? E perché?
L'indiano non rispose.
- Parla - disse brevemente il pirata. - Voglio sapere tutto.
- Avrete la pazienza di ascoltarmi? La storia è lunga quanto terribile.
- Le storie terribili e sanguinose piacciono alla Tigre; siedi e narra.

4. Un terribile dramma.

Kammamuri non se lo fece ripetere due volte. Si sedette in mezzo ad un mucchio di velluti sgualciti, bruttati qua e là di macchie, e, dopo essere rimasto alcuni istanti silenzioso, come per raccogliere le idee, disse: - Tigre della Malesia, avete udito parlare delle Sunderbunds del sacro Gange?
- Non conosco quelle terre - rispose il pirata, - ma so cos'è il delta di un fiume. Tu vuoi parlare dei banchi che ostruiscono la foce della grande fiumana.
- Sì, dei grandi ed innumerevoli banchi coperti di canne giganti e popolati di feroci animali che si estendono per molte miglia dalla foce dell'Hugly a quella del Gange. Il mio padrone era nato là in mezzo, in un'isola che si chiama la jungla nera. Era bello, era forte, era prode, il più prode che io abbia incontrato nella mia vita avventurosa. Nulla lo faceva tremare: né il veleno del cobra-capello, né la forza prodigiosa del pitone, né gli artigli della grande tigre del Bengala, né il laccio dei suoi nemici.
- Il suo nome? - chiese il pirata. - voglio conoscere questo eroe.
- Si chiamava Tremal-Naik, il cacciatore di tigri e serpenti della jungla nera.
La Tigre della Malesia a quel nome si alzò, guardando fisso il maharatto.
- Cacciatore di tigri, hai detto? - domandò.
- Sì.
- Perché tale soprannome?
- Perché cacciava le tigri della jungla.
- Un uomo che affronta le tigri non può essere che un coraggioso. Senza conoscerlo, sento già di amare quel fiero indiano. Tira avanti: divento impaziente.
- Una sera Tremal-Naik ritornava dalla jungla. Era una sera magnifica, una vera sera del Bengala; dolce e profumata era l'aria, ancor fiammeggiante l'orizzonte e debolmente stellato il firmamento.
Aveva già percorso un lungo tratto senza incontrare anima viva, quando gli si rizzò dinanzi, a meno di venti passi, fra un cespuglio di mussenda, una giovinetta di meravigliosa bellezza.
- Chi era?
- Era una creatura dalla carnagione rosea, coi capelli neri e gli occhi immensi.
Lo fissò per un istante con sguardo malinconico, poi sparve. Tremal-Naik fu così vivamente toccato da quell'apparizione che arse d'amore per la fanciulla sconosciuta.
Pochi giorni dopo un delitto veniva commesso sulle rive di un'isola che si chiama Raimangal. Uno dei nostri, che si era recato colà a cacciare la tigre, veniva trovato cadavere con un laccio al collo.
- Oh!... - esclamò il pirata, al colmo della sorpresa. - Chi poteva aver strangolato un cacciatore di tigri?
- Siate paziente e lo saprete. Tremal-Naik, come vi dissi, era un uomo coraggioso. Mi prese con sé e sbarcammo a mezzanotte a Raimangal, risoluti a vendicare lo sventurato nostro compagno.
Dapprima udimmo rumori misteriosi che uscivano di sotto terra, poi dal tronco di un gigantesco banian sbucarono parecchi uomini nudi, bizzarramente tatuati. Quegli uomini erano gli assassini del povero cacciatore di tigri.
- Ebbene? - chiese il pirata, i cui occhi brillavano di gioia.
- Tremal-Naik non esitava mai. Un colpo di carabina bastò per gettare a terra il capo di quegli indiani, poi fuggimmo.
- Bravo Tremal-Naik! - esclamò la Tigre con entusiasmo. - Continua. Mi diverto più a udire questa storia che ad abbordare un vascello carico di minerale giallo.
- Il mio padrone, per far perdere le tracce a quegli uomini che ci inseguivano, si separò da me e si rifugiò in una grande pagoda dove ritrovò... indovinate chi?
- La giovanetta forse?
- Sì, la giovanetta che era prigioniera di quegli uomini.
- Ma chi erano?
- Gli adoratori di una divinità feroce che altro non brama che vittime umane. Si chiama Kalì.
- La terribile dea dei thugs indiani?
- La dea degli strangolatori.
- Quegli uomini sono più feroci delle tigri. Oh! io li conosco - disse il pirata. - Ne ebbi qualcuno nella mia banda.
- Un thug nella tua banda? - esclamò il maharatto, rabbrividendo. - Sono perduto.
- Non aver paura, Kammamuri; un tempo ne ebbi qualcuno, ma ora non ne ho più. Continua il tuo racconto.
- La fanciulla, che amava ormai il mio padrone, conoscendo quali pericoli lo circondavano, lo scongiurò di partire all'istante; ma egli non era uomo da aver paura. Rimase là in attesa dei feroci thugs, risoluto a misurarsi con loro e, potendo, a rapire la prigioniera. Ma ohimè! Aveva troppo confidato nelle sue forze. Poco dopo dodici uomini armati di laccio entravano e si scagliavano contro di lui e, malgrado la sua ostinata difesa, veniva atterrato, legato e poi pugnalato dal capo degli strangolatori, il feroce Suyodhana.
- E non morì? - chiese Sandokan, che si interessava al racconto.
- No - continuò Kammamuri, - non morì poiché più tardi io lo ritrovai in mezzo alla jungla, insanguinato, col pugnale ancora infisso nei petto, ma vivo.
- E perché lo avevano gettato nella jungla? - chiese Yanez.
- Perché le tigri lo divorassero. Lo portai nella nostra capanna e dopo molte cure guarì, ma il suo cuore era rimasto ferito dagli occhi neri della giovinetta... Un giorno, dopo essere scampato a parecchi agguati tesigli dai thugs, risolvette di partire per Raimangal, deciso a tutto pur di rivedere l'amata creatura. C'imbarcammo di notte, durante un uragano, scendemmo il Mangal e approdammo all'isola.
Nessun uomo vegliava all'entrata dei banian e ci sprofondammo sotto terra addentrandoci in oscurissimi corridoi. Avevamo saputo che i thugs, non essendo riusciti ad estirpare dal cuore della giovinetta dagli occhi neri l'amore per Tremal-Naik, avevano deciso di bruciarla viva, per calmare l'ira della mostruosa dea, e noi correvamo a salvarla.
- Ma perché era proibito a quella donna di amare? - chiese Yanez.
- Perché era la guardiana della pagoda consacrata alla dea Kalì e, come tale, doveva mantenersi pura.
- Che razza di bricconi!
- Continuo: dopo aver percorso lunghi corridoi, uccidendo le sentinelle, ci trovammo in una immensa sala sostenuta da cento colonne e illuminata da una infinità di lampade che spandevano all'intorno una luce spettrale. Duecento indiani, coi lacci in mano, erano seduti all'intorno. In mezzo si ergeva la statua di Kalì: dinanzi a lei, il bacino dove nuota un pesciolino rosso, che si dice contenga l'anima della dea; e più oltre si levava un gran rogo.
Alla mezzanotte ecco apparire il capo Suyodhana coi suoi sacerdoti che trascinavano l'infelice ragazza, ubriacata di oppio e di misteriosi profumi. Ella non opponeva più alcuna resistenza.
Già non distava che pochi passi dal rogo; già un uomo aveva acceso una fiaccola e i thugs avevano intonato la preghiera dei defunti, quando io e Tremal-Naik ci slanciammo come leoni in mezzo all'orda, scaricando le nostre armi a destra e a sinistra. Sfondare quella muraglia umana, strappare la giovinetta dalle mani dei sacerdoti e fuggire attraverso le oscure gallerie, fu l'affare di un sol momento. Dove fuggivamo? Nessuno di noi lo sapeva, non ci si pensava in quel supremo istante. Non cercavamo che di guadagnare strada sui thugs, i quali, rimessisi dallo spavento, si erano subito lanciati sulle nostre tracce! Corremmo per una buona ora addentrandoci sempre più nelle viscere della terra finché, trovato un pozzo, ci calammo entro una caverna che non aveva uscite. Quando cercammo di risalire era troppo tardi: i thugs ci avevano rinchiusi dentro!
- Maledizione! - esclamò Sandokan. - Di' su, maharatto mio; la tua storia è interessantissima. Dimmi, siete fuggiti?
- No.
- Mille tuoni!
- Ci assediarono strettamente, ci assetarono accendendo attorno alla caverna immensi fuochi che ci arrostivano vivi, poi lasciarono irrompere su di noi un getto d'acqua alla quale era stato mescolato non so quale narcotico. Appena ci fummo dissetati, stramazzammo al suolo come colpiti da sincope e cademmo senza resistenza nelle mani dei nostri nemici.
Eravamo ormai rassegnati a morire, poiché nessuno di noi ignorava che la pietà è sconosciuta ai thugs, nondimeno fummo risparmiati. La morte sarebbe stata troppo dolce per noi e nella mente infernale di Suyodhana, il capo degli strangolatori, si era già formato un terribile disegno, che aveva per scopo di svellere dal cuore della giovinetta l'amore per Tremal-Naik e di sbarazzarsi del mio padrone, che avrebbe potuto diventare per loro un formidabile nemico. Dovete sapere che a quel tempo un uomo prode, risoluto, cui era stata rapita la figlia dai thugs, faceva loro una guerra accanita. Quell'uomo era un inglese e si faceva chiamare capitano Macpherson.
Centinaia e centinaia di thugs erano caduti per sua mano, e giorno e notte egli inseguiva gli altri senza tregua, potentemente aiutato dal governo inglese. Né i lacci degli strangolatori, né i pugnali dei più fanatici settari erano giunti a colpirlo, né le più infernali trame avevano avuto successo contro di lui.
Suyodhana, che lo temeva assai, gli lanciò contro Tremal-Naik promettendogli per compenso la mano della vergine della pagoda d'Oriente, così infatti aveva nome la fanciulla dai capelli neri amata dal mio padrone. La testa del capitano doveva essere il regalo di nozze!
- E Tremal-Naik accettò? - chiese la Tigre, con viva ansietà.
- Egli amava troppo la Vergine e accettò l'orribile patto di sangue impostogli dal padre delle sacre acque del Gange, lo spietato Suyodhana. Non vi narrerò tutto ciò che egli tentò, tutti i pericoli in cui incorse per poter avvicinare quel disgraziato capitano.
Una fortuita combinazione gli procurò il mezzo di diventare uno dei suoi servi, ma un giorno venne scoperto e dovette penare assai per ricuperare la libertà e salvare la vita.
Non rinunziò tuttavia ad effettuare l'impresa impostagli dai thugs ed un giorno riuscì ad imbarcarsi su di una nave che il capitano Macpherson guidava verso le Sunderbunds per assalire nel loro covo i seguaci della sanguinaria dea.
L'istessa notte, scortato da alcuni complici, entrava nella cabina del capitano per decapitarlo. La sua coscienza gli gridava di non commettere un delitto, perché la vita di quell'uomo doveva essere sacra per lui, ed il suo sangue si ribellava; pure era deciso, poiché solamente uccidendo quel formidabile avversario avrebbe potuto avere la fidanzata: o almeno così credeva, non conoscendo ancora l'infernale perversità del fanatico Suyodhana.
- E lo uccise? - chiesero Sandokan e Yanez, con ansietà.
- No - disse Kammamuri. - In quel supremo istante il nome della donna amata sfuggì dalle labbra del mio padrone e fu udito dal capitano che stava per risvegliarsi. Quel nome fu un colpo di fulmine per entrambi: risparmiò un assassinio ed un raccapricciante delitto, poiché quel capitano era il padre della donna amata dal mio padrone.
- Per Giove!... - esclamò Yanez. - Quale storia tremenda ci narri!...
- La verità, signor Yanez.
- Ma il tuo padrone non conosceva il nome della sua fidanzata?...
- Sì, ma il padre ne aveva assunto un altro per non far comprendere ai thugs che egli lottava per riavere la figlia, perché temeva che, conoscendolo, gliela uccidessero.
- Continua - disse Sandokan.
- Ciò che accadde potete immaginarvelo. Il mio padrone confessò tutto: aveva finalmente compreso l'infernale astuzia di Suyodhana. Si offerse al capitano di guidarlo nelle caverne dei settari. Sbarcarono a Raimangal, il mio padrone entrò nel tempio sotterraneo fingendo di portare con sé la testa del capitano e, quando poté rivedere la fanciulla amata, gl'inglesi piombarono sui thugs. Suyodhana, però, uscì vivo dall'assalto improvviso dei nemici, e quando il mio padrone, il capitano, la fidanzata ed i soldati lasciarono i sotterranei per ritornare alla nave, lo udirono gridare con voce minacciosa:
"Ci rivedremo nella jungla!...".
E quell'uomo sinistro manteneva la parola. A Raimangal si erano radunate parecchie centinaia di strangolatori essendo già stati informati della spedizione del capitano Macpherson. Guidati da Suyodhana piombarono, venti volte più numerosi, sugli inglesi. L'equipaggio della nave invano accorse in aiuto del suo capitano. Tutti caddero fra le erbe giganti della jungla, schiacciati dal numero, e il capitano per primo. Perfino la nave fu presa, incendiata e fatta saltare in aria.
Solo Tremal-Naik e la sua fidanzata erano stati risparmiati. Aveva rimorso, Suyodhana, a spegnere anche il mio padrone che tanto aveva fatto per quegl'infami, oppure sperava di fare di lui un thug? Io non lo seppi mai.
Ma, tre giorni dopo, il mio padrone, che era stato fatto impazzire mediante la somministrazione di un liquore misterioso, veniva arrestato dalle autorità inglesi presso il forte Williams. Era stato denunciato come thug ed i testimoni non erano mancati, poiché quella setta conta numerosi seguaci anche a Calcutta.
Fu risparmiato perché era pazzo, ma condannato alla deportazione perpetua nell'isola di Norfolk, una terra al sud d'una regione chiamata Australia, così mi dissero.
- Quale spaventevole dramma!- esclamò la Tigre, dopo alcuni istanti di silenzio. - Così intensamente Suyodhana odiava lo sventurato Tremal- Naik?
- Il capo dei settari voleva, facendo decapitare il capitano dal mio padrone, spegnere per sempre la passione che ardeva nel cuore della vergine della pagoda.
- Era un mostro quel feroce capo dei thugs.
- Ma il tuo padrone è ancora pazzo? - chiese Yanez.
- No, i medici riuscirono a guarirlo.
- E non si difese? Non svelò tutto?...
- Lo tentò, ma non fu creduto.
- Ma perché si trova a Sarawak?...
- Perché il legno che lo trasportava a Norfolk naufragò presso Sarawak. Disgraziatamente nelle mani del rajah non ci starà molto.
- E perché?
- Perché la nave è già partita dall'India e fra sei o sette giorni, se i miei calcoli non m'ingannano, giungerà a Sarawak. Quella nave è diretta a Norfolk.
- Come si chiama quella nave?
- L'Helgoland.
- L'hai vista tu?
- Prima di lasciare l'India.
- E dove ti recavi colla Young-India?
- A Sarawak a salvare il mio padrone - disse Kammamuri con fermezza.
- Solo?
- Solo.
- Sei un giovanotto audace, maharatto mio - disse la Tigre della Malesia. - E della vergine della pagoda d'Oriente cosa fece il terribile Suyodhana?
- La tenne prigioniera nei sotterranei di Raimangal, ma la disgraziata, dopo il sanguinoso assalto dei thugs nella jungla, era impazzita.
- Ma come fuggì dalle mani dei thugs? - chiese Yanez.
- È fuggita? - domandò Sandokan
- Sì, fratellino.
- E dove si trova?
- Lo saprai più tardi. Narrami, Kammamuri, in che modo fuggì - disse Yanez.
- Ve lo dirò in due parole - disse il maharatto. Io ero rimasto coi thugs anche dopo l'atroce vendetta di Suyodhana, e vegliavo attentamente sulla vergine della pagoda. Saputo, dopo parecchio tempo, che il mio padrone era stato condannato alla deportazione nell'isola di Norfolk e che la nave che lo trasportava era naufragata a Sarawak, meditai la fuga. Comperai un canotto, lo nascosi in mezzo alla jungla, e una sera d'orgia, mentre i thugs, ubriachi fradici, non erano più in grado di uscire dai loro sotterranei, mi recai alla pagoda sacra, pugnalai gl'indiani che la custodivano, afferrai fra le mie braccia la Vergine e fuggii.
All'indomani io ero a Calcutta e quattro giorni dopo a bordo della Young-India.
- E la Vergine? - chiese Sandokan.
- È a Calcutta - s'affrettò a dire Yanez.
- È bella?
- Bellissima - disse Kammamuri. - Ha i capelli neri e splendidi occhi scuri.
- E si chiama?
- La vergine della pagoda, vi ho detto.
- Non ha nessun altro nome?
- Sì.
- Dimmelo.
- Si chiama Ada Corishant.
A quel nome la Tigre della Malesia aveva fatto un balzo, gettando un urlo terribile.
- Corishant!... Corishant!... Il nome dell'adorata madre della mia povera Marianna!... Dio!... Dio!... - urlò con accento disperato.
Poi piombò sul tappeto con la faccia orribilmente sconvolta e le mani contratte sul cuore. Un rauco singhiozzo, che parve un ruggito, lacerò il suo petto.
Kammamuri, spaventato, sorpreso, si era alzato per accorrere in aiuto del pirata, che pareva fosse stato colpito a morte, ma due mani robuste lo arrestarono.
- Una parola - gli disse il portoghese, tenendolo stretto per le spalle. - Come si chiamava il padre di quella giovinetta?
- Harry Corishant - rispose il maharatto.
- Gran Dio!... Ed era?
- Capitano dei sipai.
- Esci di qui!
- Ma perché?... Che cosa è accaduto?...
- Silenzio, esci di qui!
E, riafferrandolo per le spalle, lo spinse bruscamente fuori della porta, che richiuse con un doppio giro di chiave.

5. La caccia all'Helgoland.

Il pirata di Mompracem si era prontamente rimesso da quella terribile commozione. La sua faccia, quantunque ancora alterata, aveva ripreso la sua fiera espressione che incuteva rispetto e terrore ai più coraggiosi, e sulle sue labbra, quantunque un po' scolorite, errava un malinconico sorriso.
Grosse gocce di sudore imperlavano però la sua ampia fronte, lievemente corrugata, e una fiamma sinistra brillava in quegli sguardi che penetravano nel più profondo dei cuori.
- È passata la tempesta? - chiese Yanez, sedendosi accanto a lui.
- Sì - disse la Tigre, con voce sorda.
- Ogni volta che tu odi un nome che ti ricorda Marianna ti agiti e stai male.
- Ho troppo amato quella donna... Yanez. Quel ricordo così bruscamente evocato mi ha fatto più male di una palla di carabina che fosse entrata nel mio petto... Marianna, mia povera Marianna!
Un secondo singhiozzo lacerò il petto della Tigre.
- Coraggio, fratello mio - disse Yanez, che era assai commosso. - Non dimenticare che tu sei la Tigre della Malesia.
- Certi ricordi sono tremendi anche per una tigre.
- Vuoi che parliamo di Ada Corishant?
- Parliamone, Yanez.
- Credi a quanto ha narrato il maharatto?
- Credo, Yanez.
- Che cosa farai?
- Yanez - rispose Sandokan con voce triste, - ti ricordi ciò che disse una sera, sotto la fresca ombra di un maestoso durion, mia moglie?
- Sì, me lo ricordo. "Sandokan, mio prode amico, ti disse, ho una cugina che idolatro nella lontana India. È figlia d'un fratello di mia madre".
- Avanti, Yanez.
- Proseguo. "Ella è scomparsa, non si sa dove sia. Si dice che i thugs indiani l'abbiano rapita; Sandokan, mio prode amico, salvala, restituiscila all'addolorato suo genitore".
- Basta, basta, Yanez! - esclamò il pirata con voce straziante.- Oh, quei ricordi mi lacerano il cuore. E non poter riveder più quella povera donna!... Marianna, mia adorata Marianna!...
Il pirata si era preso il capo fra le mani e rauchi singhiozzi sollevavano il suo atletico petto.
- Sandokan - disse Yanez, - sii forte.
Il pirata rialzò il capo.
- Sono forte, - rispose.
- Vuoi che riprendiamo il discorso?
- Sì.
- Purché tu sia calmo.
- Lo sarò.
- Che cosa farai per Ada Corishant?
- Che cosa farò? E me lo chiedi? Andrò subito a salvarla, poi andrò a Sarawak a liberare il suo fidanzato.
- Ada Corishant è salva, Sandokan - disse Yanez.
- Salva!... salva!... - esclamò il pirata balzando in piedi.
- Dov'è?
- Qui.
- Qui!... E perché non me l'hai detto prima?
- Perché quella giovinetta somiglia alla tua defunta moglie, quantunque non abbia né i capelli d'oro, né gli occhi azzurri come il mare. Io temevo che tu nel vederla provassi un fiero colpo.
- Io voglio vederla, Yanez, iovoglio vederla!
- La vedrai subito.
Aprì la porta. Kammamuri, in preda ad una indicibile ansietà, era seduto su un gabbione sfondato aspettando di venire chiamato.
- Signor Yanez!- esclamò con voce tremante, lanciandosi verso il portoghese.
- Calma, Kammamuri.
- Salverete il mio padrone?
- Lo speriamo - disse Yanez.
- Grazie, signore, grazie!
- Mi ringrazierai quando l'avremo salvato. Ora scendi al villaggio e conduci qui la tua padrona.
Il maharatto discese la stretta scala a precipizio mandando urla di gioia.
- Bravo giovanotto - mormorò il portoghese.
Rientrò e si avvicinò a Sandokan, che era tornato a sedersi e teneva il viso nascosto fra le mani.
- A cosa pensi, fratello mio? - gli chiese con voce affettuosa.
- Al passato, Yanez - rispose il pirata.
- Non pensare mai al passato, Sandokan. Tu lo sai, ti fa soffrire. Dimmi, quando partiremo?
- Subito.
- Per Sarawak?
- Per Sarawak.
- Avremo un osso duro da rodere. Il rajah di Sarawak è potente e odia terribilmente i pirati.
- Lo so, ma i nostri uomini si chiamano i tigrotti di Mompracem ed io la Tigre della Malesia.
- Andremo direttamente a Sarawak o incroceremo presso le coste?
- Incroceremo nella vasta baia. Bisogna, prima di sbarcare, affondare l'Helgoland.
- Comprendo il tuo piano.
- Lo approvi?
- Sì, Sandokan, e...
Si arrestò di botto. La porta erasi improvvisamente aperta e sulla soglia era apparsa Ada Corishant, la vergine della pagoda d'Oriente.
- Guardala, Sandokan! - esclamò il portoghese.
Il pirata si volse. Nel vedere quella donna ritta sulla soglia della porta emise un urlo e indietreggiò, vacillando, fino al muro.
- Quale somiglianza!... - esclamò. - Quale somiglianza!
La pazza non si era mossa, conservava una immobilità assoluta, ma guardava fisso il pirata.
D'improvviso fece due passi innanzi e pronunciò una parola:
- Dei thugs?
- No - disse Kammamuri che l'aveva seguita. - No, padrona, non sono thugs.
Ella scosse il capo, si avvicinò a Sandokan che pareva non fosse capace di staccarsi dal muro, e gli mise una mano sul petto. Pareva che cercasse qualcosa.
- Dei thugs? - ripeté ella.
- No, padrona, no - disse il maharatto.
Ada aprì il gran mantello di seta bianca mettendo allo scoperto una corazza d'oro tempestata di grossi diamanti, in mezzo alla quale campeggiava, in alto rilievo, un serpente con la testa di donna.
Guardò a lungo quel misterioso simbolo degli strangolatori indiani, poi guardò il petto di Sandokan.
- Perché non vedo il serpente? - chiese con voce lievemente alterata.
- Perché questi uomini non sono thugs - disse Kammamuri.
Un lampo balenò negli occhi della pazza, ma subito si spense. Aveva compreso ciò che aveva detto Kammamuri? Forse.
- Kammamuri - disse Yanez sottovoce. - Se tu pronunciassi il nome del suo fidanzato?
- No, no! - esclamò il maharatto con terrore. - Essa cadrebbe in
deliquio.
- È sempre così tranquilla?
- Sempre, ma fate che non oda lo squillo di un ramsinga o di un tarè, e che non veda un laccio o una statua della dea Kalì.
- Perché?
- Perché allora fugge e per parecchi giorni delira.
In quell'istante la pazza si volse, dirigendosi a lenti passi verso la porta. Kammamuri, Yanez e Sandokan, il quale si era rimesso dalla sua viva commozione, la seguirono.
- Che cosa vuol fare? - chiese Yanez.
- Non lo so - rispose il maharatto.
La pazza, appena uscita, si era arrestata, guardando con curiosità le trincee e le palizzate che difendevano la capanna, poi s'incamminò verso l'orlo della gigantesca rupe, guardando il mare che muggiva lungo le scogliere dell'isola.
D'un tratto si chinò, come se volesse ascoltare meglio lo strepito delle onde, poi scoppiò in una risata argentina, esclamando:
- Il Mangal!
- Che cosa dice? - chiesero ad una voce Sandokan e Yanez.
- Credo che scambi il mare per il fiume Mangal che bagna l'isola dei thugs.
- Povera giovane! - esclamò Sandokan sospirando.
- Speri di farla ritornare in sé? - chiese Yanez.
- Sì, lo spero - rispose Sandokan.
- In qual modo?
- Te lo dirò quando avremo liberato Tremal-Naik.
- Verrà con noi quella disgraziata?
- Sì, Yanez. Durante la nostra assenza gli Inglesi potrebbero gettarsi su Mompracem e portarcela via.
- Quando si partirà? - chiese Kammamuri.
- Subito - disse Sandokan. - Abbiamo molta strada da percorrere e l'Helgoland forse non è molto lontano.
Kammamuri prese per mano Ada e scese la scaletta, seguito dalla Tigre della Malesia e da Yanez.
- Che impressione ti ha fatto quella sventurata? - chiese il portoghese a Sandokan.
- Un'impressione dolorosa, Yanez - disse il pirata. - Ah, potessi un giorno farla felice!
- Somiglia alla defunta Marianna?
- Sì, sì, Yanez! - esclamò Sandokan con voce commossa. - Ha gli stessi lineamenti della mia povera Marianna!... Basta, Yanez, non parliamo più di quella morta. Ciò mi fa soffrire, immensamente soffrire!
Erano allora giunti alle prime capanne del villaggio. Proprio in quel momento i prahos, carichi del bottino tolto alla Young-India, entravano nella baia.
Gli equipaggi, scorgendo il loro capo, lo salutarono con evviva entusiastici, agitando freneticamente le armi.
- Viva l'invincibile Tigre della Malesia! - urlavano.
- Viva il nostro valoroso capitano! - rispondevano i pirati del villaggio.
Sandokan, con un solo gesto della mano, chiamò attorno a sé tutti i pirati, i quali non erano meno di duecento, la maggior parte malesi e dayachi del Borneo, uomini coraggiosi come leoni, feroci come tigri, pronti a farsi uccidere per il loro capo che adoravano come una divinità.
- Ognuno mi ascolti - diss'egli. - La Tigre della Malesia sta per intraprendere una spedizione che forse costerà la vita a gran numero di noi.
Tigrotti di Mompracem, sulle coste del Borneo regna un uomo, figlio d'una stirpe che tanto male ci inflisse e che noi odiamo, un inglese, tiene in sua mano un mio amico, il fidanzato di questa povera pazza che è cugina della defunta regina di Mompracem.
Un urlo immenso s'alzò attorno a Sandokan.
- Lo si salvi!... lo si salvi!...
- Tigrotti di Mompracem, io voglio salvare il fidanzato di questa infelice.
- Lo salveremo, Tigre della Malesia, lo salveremo!... Chi lo tiene prigioniero?
- Il rajah James Brooke, lo sterminatore dei pirati.
Questa volta non fu un urlo quello che irruppe dai petti dei pirati, fu un ruggito d'ira da far fremere:
- Morte a James Brooke!...
- Morte allo sterminatore dei pirati!
- A Sarawak!... tutti a Sarawak!...
- Vendetta, Tigre della Malesia!
- Silenzio! - tuonò la Tigre della Malesia. - Karà-Olò, fatti innanzi.
Un uomo gigantesco, dalla pelle giallastra, le membra cariche di anelli di rame e il petto adorno di perle di vetro, di denti di tigre, di conchiglie e di ciuffi di capelli, gli si avvicinò, impugnando un pesante sciabolone che si allargava verso l'estremità.
- Quanti uomini conta la tua banda? - gli chiese Sandokan.
- Ottanta - rispose il pirata.
- Hai paura di James Brooke?
- Non ho mai avuto paura di nessuno. Quando la Tigre della Malesia mi ordinerà di gettarmi su Sarawak, io l'assalirò e dietro a me verranno tutti i miei uomini.
- T'imbarcherai con l'intera banda sulla Perla di Labuan. Non occorre che ti dica che il praho deve essere zeppo di palle e di polvere.
- Sta bene, capitano.
- Ed io, che cosa dovrò fare, capitano? - chiese un vecchio malese, sfigurato da più di venti cicatrici.
- Tu, Nayala, rimarrai a Mompracem con le altre bande; lascia che vadano i giovani a Sarawak!
- Rimarrò qui, giacché me l'ordinate, e difenderò l'isola finché avrò una goccia di sangue nelle vene.
Sandokan e Yanez si intrattennero ancora a parlare coi capitani delle bande, indi salirono nella grande capanna.
I loro preparativi furono brevi. Nascoste sotto le vesti alcune borse contenenti grossi diamanti, per un valore di forse due milioni, e scelte le carabine, le pistole, le scimitarre ed i kriss dalla punta acuta e avvelenata, ridiscesero verso la costa.
La Perla di Labuan, coperta di vele, ondeggiava nella piccola rada, impaziente di uscire in mare. Sul ponte stavano schierati gli ottanta dayachi di Karà-Olò, pronti a manovrare.
- Tigrotti - disse Sandokan, volgendosi verso i pirati affollati sulla spiaggia, - difendete la mia isola. - La difenderemo - risposero in coro i tigrotti di Mompracem, agitando le armi.
Sandokan, Yanez, Kammamuri e la vergine della pagoda d'Oriente salirono in una imbarcazione e raggiunsero la nave, la quale, sciolte le gomene, navigò verso l'alto mare salutata da urla di:
- Evviva la Perla di Labuan!...Evviva la Tigre della Malesia!... Evviva i tigrotti di Mompracem!


6. Da Mompracem a Sarawak.

La Perla di Labuan, con la quale il capo dei pirati di Mompracem stava per intraprendere l'audace spedizione, era uno dei più grandi, dei più bei prahos che solcassero gli ampi mari della Malesia.
Stazzava centocinquanta o centosessanta tonnellate, il triplo dei prahos ordinari.
Strettissima aveva la carena, svelte le forme, alta e solida la prua, fortissimi gli alberi e amplissime le vele, i cui pennoni non misuravano meno di sessanta metri.
A vento largo, doveva filare come una rondine marinara e lasciarsi di gran lunga indietro i più rapidi steamers e i più veloci velieri d'Asia e d'Australia.
Non aveva nulla che potesse farla credere un legno corsaro. Né cannoni in vista, né equipaggio numeroso, né sabordi. Pareva un elegante praho mercantile con un carico prezioso nella stiva, in rotta per la Cina o per le Indie. Il più astuto lupo di mare si sarebbe ingannato.
Chi però fosse sceso nella stiva avrebbe potuto vedere di che merci il praho era carico. Non erano né tappeti, né ori, né spezie, né thè: erano bombe, fucili, pugnali, sciaboloni d'arrembaggio e barili di polvere in quantità sufficiente per far saltare due fregate di alto bordo.
Chi poi fosse entrato sotto il gran casotto (attap), avrebbe potuto vedere sei cannoni di lunga portata, posti sulle loro carrette, pronti a vomitare uragani di mitraglia e di palle, nonché due mortai da grosse bombe, grappini d'arrembaggio, asce, scuri e pesanti parangs, le armi favorite dei dayachi del Borneo. Girate le innumerevoli rocce e scogliere madreporiche, che rendevano inaccessibile l'entrata della piccola baia alle grosse navi, la svelta Perla di Labuan mise la prua verso la costa del Borneo, e precisamente verso il capo Sirik, che chiude ad occidente la vasta insenatura di Sarawak.
Il tempo era splendido e il mare tranquillo: in cielo pochi cirri color di fuoco: in mare nulla. Non una vela, non una traccia di fumo che segnalasse uno steamer all'orizzonte, non onde. La immensa distesa d'acqua color piombo era perfettamente tranquilla, quantunque soffiasse un leggero venticello fresco.
In meno di venti minuti, il veloce legno raggiunse l'estrema punta sud dell'isola, dietro la quale finiva di sfasciarsi lo scheletro dell'Young-India e prese il largo, inclinato civettuolamente a babordo, lasciando dietro la poppa una linea perfetta. Yanez e Kammamuri, condotta la vergine della pagoda nella più vasta e bella cabina di poppa, erano risaliti in coperta, dove Sandokan passeggiava con le braccia incrociate sul petto e il capo chino, immerso in profondi pensieri.
- Che ti pare del nostro legno? - chiese Yanez al maharatto, il quale, appoggiato al coronamento di poppa, guardava attentamente le coste dirupate di Mompracem che rapidamente svanivano in lontananza.
- Non mi ricordo di aver navigato su di un legno rapido come questo, signor Yanez - rispose il maharatto. - I pirati, a quanto pare, sanno scegliere i loro navigli.
- Hai ragione, mio caro. Non c'è piroscafo che tenga testa a questa valorosa Perla di Labuan. In pochi giorni, se questo vento non diminuisce, noi saremo in vista delle coste di Sarawak.
- Senza combattimenti?
- Ciò non si può sapere. In questo mare si conosce la Perla di Labuan e molti sono gli incrociatori che battono le coste del Borneo. Potrebbe darsi il caso che a qualcuno di loro saltasse il ticchio di misurarsi con la Tigre della Malesia.
- E se ciò accadesse?
- Perbacco, accetteremmo la sfida. La Tigre della Malesia, amico mio, non rifiuta mai un combattimento.
- Non vorrei che ci assalisse qualche grosso vascello.
- Non ci farebbe paura. Abbiamo nella stiva tante sciabole e tanti fucili da armare la popolazione di una città, tante bombe da affondare una flotta intera e tanta polvere da far saltare mille case.
- Ma solo ottanta uomini!
- Ma sai tu quali uomini sono i nostri?
- So che sono coraggiosi, ma...
- Sono dayachi, mio caro.
- Che cosa vuol dire?
- Gente che non ha paura di gettarsi contro una muraglia di ferro difesa da cento cannoni, quando sanno che al di là vi sono teste da tagliare.
- Danno la caccia alle teste, questi dayachi?
- Sì, giovanotto mio. I dayachi, che vivono per lo più nelle grandi foreste del Borneo, si chiamano head-hunters, ossia cacciatori di teste.
- Sono terribili compagni, allora.
- Formidabili.
- E anche pericolosi. Se una notte saltasse loro la brutta idea di decapitarci?
- Non aver paura, giovanotto. Rispettano e temono più noi che le loro divinità. Basta una parola, una sola occhiata della Tigre per farli diventare mansueti.
- E quando arriveremo a Sarawak?
- Fra cinque giorni, se non sopraggiungono accidenti.
- Burrasche, forse?
- Peuh - fece il portoghese alzando le spalle. - La Perla di Labuan, guidata da un lupo di mare come Sandokan, si ride dei più formidabili cicloni. Sono gli incrociatori, ti ripeto, che di quando in quando vengono a seccarci.
- Ve ne sono molti, dunque?
- Pullulano come le piante velenose. Portoghesi, Inglesi, Olandesi e Spagnoli hanno giurato una guerra a morte contro la pirateria.
- Sicché un bel giorno i pirati scompariranno.
- Oh, mai più! -esclamò Yanez, con profonda convinzione.
- La pirateria durerà finché vi sarà un solo malese.
- E perché?
- Perché la razza malese non si sente inclinata per la civiltà europea. Non conosce che il furto, l'incendio, il saccheggio, l'assassinio, terribili mezzi che le somministrano da vivere in abbondanza. La pirateria malese conta parecchi secoli di vita e continuerà per molti secoli ancora. È una eredità sanguinosa che si trasmette di padre in figlio.
- Ma non scema questa razza?? I continui combattimenti devono fare dei grandi vuoti.
- Poca cosa, Kammamuri, poca cosa! La stirpe malese è feconda come le piante velenose, come gli insetti nocivi. Morto uno, un altro ne nasce e il figlio non è meno valoroso né meno sanguinario del padre.
- La Tigre della Malesia è malese?
- No, è bornese e di una casta elevata.
- Ditemi, signor Yanez, come mai un uomo terribile che assalta vascelli, che trucida interi equipaggi, che saccheggia e incendia villaggi, che, infine, sparge ovunque il terrore, si è generosamente offerto di salvare il mio padrone che non ha mai conosciuto?
- Perché il tuo padrone fu il fidanzato di Ada Corishant.
- Conosceva, forse, Ada Corishant? - chiese Kammamuri, con sorpresa.
- Non l'ha mai veduta.
- Non capisco allora...
- Lo capirai subito, Kammamuri. Nel 1852, cioè cinque anni or sono, la Tigre della Malesia aveva raggiunto il culmine della sua potenza. Aveva molti e ferocissimi tigrotti, molti prahos, parecchi cannoni. Con una sola parola faceva tremare tutti i popoli della Malesia.
- Eravate anche allora insieme con la Tigre?
- Sì e da parecchi anni. Un giorno Sandokan fu informato che a Labuan viveva una fanciulla incantevole, bellissima, e si sentì vinto dal desiderio di contemplarla. Si recò a Labuan, ma fu scoperto da un incrociatore, vinto e ferito. Con infinite pene e affatto solo poté riparare sotto i boschi e di là giungere ad una casa abitata da... indovina da chi?
- Non lo saprei.
- Dalla fanciulla che voleva vedere.
- Oh! quale strana combinazione!
- La Tigre della Malesia non aveva amato fino allora che le lotte, le stragi, le tempeste. Ma, vista la fanciulla, se ne innamorò alla follia.
- Chi? La Tigre? E impossibile! - esclamò Kammamuri.
- Ti narro dei fatti veri - disse Yanez. - Amò la fanciulla, la fanciulla amò ardentemente il pirata e si accordarono per fuggire assieme.
- Perché fuggire?
- La fanciulla aveva uno zio capitano di marina, uomo ruvido, violento, nemico acerrimo della Tigre della Malesia. Passo sopra alle pugne tremende accadute fra inglesi e pirati, sulle disgrazie che toccarono alla Tigre, sul bombardamento di Mompracem, alle fughe. Ti dirò solo che Sandokan finalmente poté far sua la fanciulla e rifugiarsi a Batavia. Io e una trentina di tigrotti lo seguimmo.
- E gli altri?
- Erano tutti morti.
- E perché la Tigre tornò a Mompracem?
Yanez non rispose e il maharatto, sorpreso di non ricevere risposta, alzò gli occhi e lo vide asciugarsi rapidamente una lacrima.
- Ma voi piangete! - esclamò.
- Non è vero - disse Yanez.
- Perché negarlo?
- Hai ragione, Kammamuri. Anche la Tigre della Malesia, che non aveva mai pianto, vidi scoppiare in lacrime. Il cuore mi si stringe e un nodo mi serra la gola tutte le volte che io penso a Marianna Guillonk.
- Marianna Guillonk!... - esclamò il maharatto. - Chi è questa Guillonk?
- Era la giovinetta fuggita con la Tigre della Malesia.
- Parente di Ada Corishant?
- Cugina, Kammamuri.
- Ecco perché la Tigre ha promesso di salvare Tremal-Naik e la sua fidanzata. Ditemi, signor Yanez, è viva Marianna Guillonk?
- No, Kammamuri - disse Yanez con tristezza. - Sono due anni che dorme in una tomba.
- Morta?
- Morta!
- E suo zio?
- Vive ed è sempre in cerca di Sandokan. Lord James Guillonk ha giurato di farlo appiccare assieme a me.
- E dove si trova ora?
- Non lo sappiamo.
- Temete d'incontrarlo?
- Ti dirò che ho un presentimento. Ma... ai presentimenti già io non credo più. - Accese una sigaretta e si mise a passeggiare sul ponte. Il maharatto notò che quell'uomo, di solito così ilare, era diventato triste.
- Forse sono i ricordi che l'hanno reso malinconico - mormorò, e scese nella cabina della pazza.
Il vento continuava a mantenersi buono, anzi tendeva a crescere, accelerando la corsa della Perla di Labuan, la quale non tardò a raggiungere i sette nodi all'ora, velocità che le avrebbe permesso di guadagnare ii capo Sirik molto presto.
A mezzodì furono segnalate a babordo le Romades, gruppo d'isole situate a quaranta miglia dalla costa del Borneo, abitate per la maggior parte da pirati che se la intendevano a meraviglia con quelli di Mompracem. Alcuni prahos, anzi, raggiunsero la Perla di Labuan, augurando all'equipaggio e al suo capitano buona preda.
Qualche vela lontana, un brigantino e alcune giunche cinesi di forme pesanti e barocche, furono segnalati durante il giorno, ma la Tigre della Malesia, che temeva di arrivare dopo l'Helgoland e non voleva esporre i suoi uomini in un combattimento inutile, non si curò di quei navigli.
All'indomani, ai primi albori, fu segnalata Whale, isola considerevole, lontana centodieci miglia da Mompracem, cinta da scogliere innumerevoli che rendono oltremodo pericoloso l'approdo. Una cannoniera con bandiera olandese, che esplorava la costa cercando senza dubbio qualche legno corsaro, appena ebbe scorta la Perla di Labuan prese il largo a tutto vapore; il suo ponte, in un baleno, si coprì di marinai armati di carabine di lunga portata e gli artiglieri smascherarono a tribordo un grosso cannone.
- Aoh! - esclamò Yanez, avvicinandosi a Sandokan che guardava con occhio tranquillo la cannoniera. - Fratellino mio, quella bestia là ha fiutato qualcosa, perché pare che si prepari a darci la caccia.
- Non crederlo - rispose la Tigre. - Si accontenterà di seguirci.
- Non mi va troppo a sangue essere seguito da una cannoniera.
- Hai paura?
- No, fratello mio. Ma se quella cannoniera ci seguisse fino a Sarawak?
- Perché vuoi che ci segua a Sarawak? Se ha un sospetto ci darà battaglia e noi la coleremo a picco.
- Diffida, fratello. Mi si disse che James Brooke ha una buona flottiglia, che cambia assai spesso bandiera ed apparenza per dar la caccia ai pirati.
- Le conosco le astuzie di quel lupo di mare. So che talvolta, per attirare i pirati, disalbera la sua nave, il Realista, per mitragliarli appena giunti a tiro.
- È vero, Sandokan, che quel diavolo d'uomo ha sterminato quanti pirati battevano le coste di Sarawak?
- È vero, Yanez. Col suo piccolo schooner, il Realista, purgò le coste di mezzo Borneo, distruggendo tutti i prahos, incendiando i villaggi, cannoneggiando le fortezze. Quell'uomo ha del sangue nelle vene, non tanto però quanto ne hanno i pirati di Mompracem. Tremi il giorno in cui i miei tigrotti approderanno sulle sue terre.
- Vuoi misurarti con lui?
- Lo spero. La Tigre darà allo sterminatore dei pirati un colpo terribile, forse il colpo di grazia.
- Aho! - esclamò il portoghese.
- Cos'hai?
- Guarda la cannoniera, Sandokan. C'invita a mostrare la nostra bandiera.
- Non sarà certo la mia, quella che mostrerò.
- Quale allora? - chiese Yanez.
- Ehi, Kai-Malù, mostra a quei curiosi una bandiera inglese, olandese o portoghese.
Pochi istanti dopo, una bandiera portoghese sventolava a poppa del praho.
La cannoniera, soddisfatta, prese quasi subito il largo, non già verso l'isola Whale, che si scorgeva ancora all'orizzonte, ma verso il sud.
Quella rotta fece aggrottare le ciglia alla Tigre della Malesia e al suo compagno.
- Uhm! - fece il portoghese. - C'è sotto qualche cosa.
- Lo so, fratello.
- Quella cannoniera si dirige verso Sarawak, ne sono certo, certissimo. Appena fuori di vista modificherà la sua rotta.
- Gli uomini che la montano sono furbi. Hanno fiutato in noi dei pirati.
- Che cosa farai?
- Nulla per ora. Quella cannoniera, oggi, cammina più di noi.
- Che vada ad aspettarci a Sarawak?
- È probabile.
- Ci tenderà forse un agguato alla foce del fiume, con la flotta di Brooke.
- Daremo battaglia.
- Non abbiamo che otto cannoni, Sandokan.
- Noi, ma l'Helgoland ne avrà più di noi. Lo vedrai, portoghese, ci divertiremo.
Per due giorni la Perla di Labuan navigò alla distanza di una trentina di miglia dalla costa del Borneo, segnalata dalla cima del monte Patau, gigantesco cono coperto di superbe foreste che si eleva a 1880 piedi sul livello del mare.
La mattina del terzo, dopo una breve calma, girava il capo Sirik, promontorio roccioso coronato da alcune isole e isolotti che chiude la vasta baia di Sarawak verso nord. Sandokan, che temeva di trovarsi da un istante all'altro dinanzi alla flottiglia di James Brooke, fece caricare i cannoni, nascondere due terzi dell'equipaggio; quindi innalzò la bandiera olandese. Dopo di che, mise la prua al capo Tanjong-Datu, che ad occidente chiude la baia, in vicinanza del quale doveva passare l'Helgoland proveniente dall'India. Verso il mezzodì dello stesso giorno, tra la generale sorpresa, la Perla di Labuan si imbatteva nella cannoniera olandese che tre giorni prima aveva incontrato nelle acque dell'isola Whale. Sandokan, nel vederla, lasciò andare un violento pugno sulla murata. - Ancora la cannoniera! - esclamò, aggrottando la fronte e mostrando i denti, bianchi e aguzzi come quelli di una tigre. - Tu vuoi che io faccia bere del sangue ai miei tigrotti.
- Ci spia, Sandokan - disse Yanez.
- Ma io la colerò a picco.
- Non lo farai, Sandokan. Un colpo di cannone può essere udito dalla flotta di Brooke.
- Io me ne rido della flotta del rajah.
- Sii prudente, Sandokan.
- Sarò prudente, giacché lo vuoi, ma vedrai che quella cannoniera ci tenderà un agguato alla foce del Sarawak.
- Non sei la Tigre della Malesia, tu?
- Sì, ma abbiamo la vergine della pagoda a bordo. Una palla potrebbe colpirla.
- Coi nostri petti le faremo scudo.
La cannoniera olandese era giunta a duecento metri dalla Perla di Labuan. Sul suo ponte si vedevano il capitano, munito di un cannocchiale e, affollati a prua, una trentina di marinai armati di carabine. A poppa alcuni artiglieri circondavano un grosso cannone.
Girò due volte attorno al praho descrivendo un grandissimo semicerchio, poi virò di bordo mettendo la prua a sud, verso Sarawak.
La sua velocità era tale che in tre quarti d'ora non si scorgeva più che un sottile pennacchio di fumo. - Dannazione! - esclamò Sandokan. - Se mi torni a tiro ti mando a picco con una sola bordata. La Tigre, anche se non è di cattivo umore, non si lascia avvicinare tre volte impunemente.
- La ritroveremo a Sarawak - disse Yanez.
- Lo spero, ma...
Un grido che veniva dall'alto lo interruppe bruscamente.
- Eh! Uno steamer all'orizzonte! - aveva gridato un pirata che si teneva a cavalcioni del gran pennone di maestra.
- Un incrociatore, forse! - esclamò Sandokan il cui sguardo si accese.
- Da dove viene?
- Dal nord - rispose il gabbiere.
- Lo vedi bene?
- Non scorgo che il fumo e l'estremità dei suoi alberi.
- Se fosse l'Helgoland! - esclamò Yanez.
- È impossibile! Verrebbe dall'occidente, non già dal nord.
- Può aver toccato Labuan.
- Kammamuri! - gridò la Tigre.
Il maharatto, che si era issato sul coronamento di poppa, si slanciò giù correndo verso il pirata.
- Conosci l'Helgoland? - chiese la Tigre.
- Sì, padrone.
- Ebbene, seguimi!
Si slanciarono verso i paterazzi, s'inerpicarono fino alla estremità dell'albero di maestra e fissarono i loro sguardi sulla verdastra superficie del mare.

7. L'Helgoland.

All'orizzonte, là dove il cielo si confondeva con l'oceano, era quasi improvvisamente apparso un vascello a tre alberi che, quantunque ancora assai lontano, s'indovinava essere di grandi dimensioni. Dal fumaiolo usciva una striscia di fumo nero che il vento portava assai lontano. La sua mole, la sua struttura, i suoi alberi rivelavano subito che quella nave apparteneva alla categoria dei vascelli da guerra.
- Lo scorgi, Kammamuri? - chiese Sandokan, che fissava il piroscafo con estrema attenzione, come se volesse riconoscere la bandiera che sventolava sul picco della randa.
- Sì - rispose il maharatto.
- Lo conosci?
- Aspettate un poco, padrona
- È l'Helgoland?
- Aspettate... mi pare... sì, sì, è l'Helgoland!
- Non t'inganni?
- No, Tigre, non m'inganno. Ecco la sua prua tagliata ad angolo retto, ecco là i suoi alberi tutti d'un pezzo, ecco i suoi dodici sabordi. Sì, Tigre, sì, è l'Helgoland!
Un lampo sinistro guizzò negli occhi della Tigre della Malesia.
- Là v'è lavoro per tutti! - esclamò il pirata.
Si aggrappò ad una sartia e si lasciò scivolare fino al ponte. I suoi pirati, che avevano brandite le armi, gli corsero attorno interrogandolo con lo sguardo.
- Yanez! - chiamò.
- Eccomi, fratello - rispose il portoghese, accorrendo da poppa.
- Prendi sei uomini, scendi nella stiva e sfonda i fianchi del praho.
- Che? Sfondare i fianchi del praho? Sei matto?
- Ho il mio piano. L'equipaggio del vascello udrà le nostre grida, accorrerà e ci accoglierà come naufraghi. Tu sarai un ambasciatore portoghese in rotta per Sarawak e noi la tua scorta.
- Ebbene?
- Ebbene una volta sul vascello, non sarà difficile per uomini come noi impadronircene. Spicciati: l'Helgoland si avanza.
- Fratello, sei davvero un grand'uomo! - esclamò il portoghese.
Fece armare dieci uomini e discese nella stiva ingombra di armi, di barilotti di polvere, di palle e di vecchi cannoni che servivano quale zavorra. Cinque uomini si misero a babordo e gli altri cinque a tribordo, con le scuri in mano.
- Animo, ragazzi - disse il portoghese. - Picchiate sodo, ma che le falle non siano troppo grandi. Bisogna affondare lentamente per non farsi mangiare dai pesci-cani.
I dieci uomini si misero a picchiare contro i bordi della nave che erano solidi come fossero di ferro. Dieci minuti dopo, due enormi getti d'acqua si precipitavano fischiando nella stiva, dirigendosi verso poppa.
Il portoghese ed i dieci pirati si slanciarono in coperta.
- Affondiamo - disse Yanez. - Saldi in gambe, ragazzi, e nascondete le pistole e i kriss sotto le casacche. Domani ne avremo bisogno.
- Kammamuri - gridò Sandokan, - conduci la tua padrona sul ponte.
- Dovremo saltare in mare, capitano? - chiese il maharatto.
- Non c'è bisogno. Se però sarà necessario, m'incarico io di portare la giovanetta.
Il maharatto si precipitò sotto coperta, afferrò fra le robuste braccia la sua padrona, senza che ella opponesse la minima resistenza, e la portò sul ponte.
Il piroscafo era lontano un buon miglio, ma si avanzava colla velocità di quattordici o quindici nodi all'ora. Fra pochi minuti doveva trovarsi sulle acque del praho.
La Tigre della Malesia si avvicinò ad un cannone e vi diede fuoco.
La detonazione fu portata dal vento fino al vascello, il quale mise subito la prua verso il praho.
- Aiuto! a noi! - urlò la Tigre.
- Aiuto! aiuto!
- Affondiamo!
- A noi! a noi! - gridarono i pirati.
Il praho, inclinato a tribordo, affondava lentamente, traballando come fosse ubriaco. Già nella stiva si udiva l'acqua penetrare con sordo rumore attraverso le due spaccature, e i barili urtarsi e spezzarsi contro i cannoni. L'albero di maestra, scavezzato alla base, barcollò un istante, poi precipitò in mare, trascinando nella caduta la gran vela e tutte le sartie.
- In acqua le artiglierie - comandò Sandokan, che sentiva mancarsi il praho sotto i piedi.
I cannoni furono gettati in mare, poi i barili di polvere, le palle, le ancore, la zavorra che era in coperta, le gomene e gli alberi di ricambio.
Sei uomini, afferrati alcuni mastelli, scesero nella stiva per rallentare l'impeto delle acque che entravano con furia rodendo gli orli delle due spaccature..
Il vascello era giunto allora a trecento metri di distanza e si era arrestato. Sei imbarcazioni montate da marinai si staccarono dai suoi fianchi dirigendosi a tutta velocità verso il praho che affondava.
- Aiuto! aiuto! - gridò Yanez, che si trovava in piedi sulla murata di babordo, circondato da tutti i pirati.
- Coraggio - gridò una voce partita dal battello più vicino.
Le imbarcazioni venivano avanti con furia, fendendo rumorosamente le acque. I timonieri, seduti a poppa, colla barra in mano, incoraggiavano i marinai, i quali arrancavano con furore e con perfetto accordo, senza perdere un colpo di remo.
In brevi istanti il praho si trovò abbordato da due lati. L'ufficiale che comandava la piccola squadra, un buon giovanotto nelle cui vene doveva scorrere sangue indiano, saltò sul ponte di legno che stava per sommergersi.
Vedendo la pazza, si scoprì cortesemente il capo.
- Spicciatevi - disse, - prima la signora, poi gli altri. Avete nulla da salvare?
- Nulla, comandante - disse Yanez. - Abbiamo gettato tutto in mare.
- In barca!
La vergine della pagoda prima, poi Yanez, Sandokan e alcuni malesi e dayachi si precipitarono nell'imbarcazione dell'ufficiale, mentre gli altri si accomodavano alla meglio nelle altre cinque.
La piccola squadra si allontanò in fretta, dirigendosi verso il vascello che avanzava a piccolo vapore.
L'acqua arrivava allora sul ponte del praho, il quale oscillava da prua a poppa scuotendo il malfermo albero di trinchetto.
D'improvviso fu visto piegarsi sul fianco dritto, rovesciarsi, poi scomparire sotto le onde, formando un piccolo vortice che attirò le imbarcazioni per una ventina di metri, nonostante gli sforzi erculei dei marinai.
Una grande ondata si distese al largo, sollevando i rottami e infrangendosi contro i fianchi del vascello, il quale barcollò da babordo a tribordo.
- Povera Perla! - esclamò Yanez che provò una stretta al cuore
- Da dove venivate? - chiese l'ufficiale dell'Helgoland, rimasto fino allora silenzioso.
- Da Varauni - rispose Yanez.
- Si era aperta una falla?
- Sì, a causa di un urto contro la scogliera dell'isola Whale. Chi sono tutti questi uomini di colore che conducete con voi?
- Dayachi e malesi. È una scorta d'onore datami dal Sultano del Borneo.
- Ma allora voi siete...?
- Yanez Gomera y Marhanhao, capitano di S.M. Cattolica il Re del Portogallo, ambasciatore alla Corte del Sultano di Varauni.
L'ufficiale si scoperse il capo.
- Sono tre volte felice di avervi salvato - disse inchinandosi.
- Ed io vi ringrazio, signore - disse Yanez, inchinandosi pure. -
Senza il vostro aiuto, a quest'ora nessuno di noi sarebbe in vita.
Le imbarcazioni erano giunte presso il vascello. La scala fu abbassata e l'ufficiale, Yanez, Ada, Sandokan e tutti gli altri salirono in coperta dove li attendevano ansiosamente il capitano e l'equipaggio.
L'ufficiale presentò Yanez al capitano del vascello, un bell'uomo sulla quarantina con due grossi mustacchi e la pelle abbronzata dal sole equatoriale.
- È una vera fortuna, signore, l'essere arrivato in così buon punto - disse il capitano stringendo vigorosamente la destra che il portoghese gli porgeva.
- Certamente, mio caro capitano. Mia sorella sarebbe morta.
- È vostra sorella, signor ambasciatore? - chiese il capitano, guardando la pazza che non aveva ancor pronunciato parola.
- Sì, capitano, ma l'infelice è pazza.
- Pazza?
- Sì, comandante.
- Così giovane e così bella! - esclamò il capitano guardando con occhio compassionevole la vergine della pagoda. - Forse sarà stanca.
- Lo credo, capitano.
- Sir Strafford, conducete la signora nella migliore cabina di poppa.
- Permettete però che il suo servo la segua - disse Yanez. - Accompagnala, Kammamuri.
Il maharatto prese per mano la giovinetta e seguì l'ufficiale a poppa.
- Anche voi, signore, dovete essere stanco e affamato - disse il capitano, rivolgendosi a Yanez.
- Non dico di no, capitano. Sono due lunghe notti che non si dorme affatto e due giorni che appena si assaggia cibo.
- Dove eravate diretti?
- A Sarawak. A proposito, permettetemi, capitano, di presentarvi S.A.R. Orango Kahaian fratello del sultano di Varauni - disse Yanez presentando Sandokan.
Il capitano strinse con entusiasmo la mano della Tigre della Malesia.
- By God! - esclamò. - Un ambasciatore e un principe sul mio vascello? Ciò è un avvenimento. Non occorre che vi dica, signori, che la mia nave è a vostra disposizione.
Mille grazie, capitano - rispose Yanez. - Siete anche voi in rotta per Sarawak?
Precisamente, e faremo il viaggio insieme. Quale fortuna! Vi recate forse dal rajah James Brooke?
- Sì, capitano, devo firmare un trattato importantissimo.
- Lo conoscete il rajah?
- No, capitano.
- Vi presenterò io, signor ambasciatore. Sir Strafford, conducete questi signori nel quadro di poppa e fate servire loro il pranzo.
- E i nostri marinai, dove li alloggerete, capitano? - chiese Yanez.
- Nel frapponte, se non vi spiace.
- Grazie, capitano.
Yanez e Sandokan seguirono l'ufficiale che li condusse in una vasta cabina fornita di lettucci e ammobiliata con molta eleganza.
Le due finestre, riparate da grossi vetri e da cortine di seta, davano sulla poppa della nave e permettevano alla luce e all'aria di entrare liberamente.
- Sir Strafford - disse Yanez, - chi abbiamo vicino alla nostra cabina?
- Il capitano alla vostra destra, e vostra sorella a sinistra.
- Benissimo. Scambieremo qualche parola attraverso le pareti.
L'ufficiale si ritirò, avvertendoli che sarebbe stato subito servito il pranzo.
- Ebbene, fratellino mio, come va? - chiese Yanez quando furono soli. -
Va tutto a gonfie vele - rispose Sandokan: - quei poveri diavoli ci credono davvero due galantuomini.
- Che cosa ne dici del vascello?
- È un legno di prima classe che farà ottima figura a Sarawak.
- Hai contato gli uomini di bordo?
- Sì, sono una quarantina.
- Accidenti! - esclamò il portoghese facendo una brutta smorfia.- Hai paura di quaranta uomini?
- Non dico di no.
- Siamo in buon numero e tutti scelti, Yanez.
- Ma hanno dei buoni cannoni, gli Inglesi.
- Ho incaricato Hirundo di venirmi a dire di quali mezzi dispone il vascello. Il ragazzo è furbo e ci dirà tutto.
- Quando faremo il colpo?
- Questa notte. Domani, a mezzogiorno, saremo alla foce del fiume.
- Zitto, ecco lo steward.
Il garzone portava, aiutato da due mozzi, un lauto pranzo: due sanguinolenti beefsteaks, un colossale pudding, scelte bottiglie di vino francese e di gin. I due pirati, che avevano appetito, si sedettero a tavola, assaltando bravamente il pranzo.
Stavano intaccando il pudding, quando al di fuori si udì un passo silenzioso e un leggero sibilo.
- Entra, Hirundo - disse Sandokan.
Un bel giovanotto, color del bronzo, ben piantato, con lo sguardo vivo entrò chiudendo dietro di sé la porta.
- Siedi e narra, Hirundo - disse Yanez. - Dove sono i nostri?
- Nel frapponte - rispose il giovane dayaco.
- Che cosa fanno?
- Accarezzano le armi.
- Quanti cannoni vi sono nella batteria? - chiese Sandokan.
- Dodici, Tigre.
- Questi inglesi sono ben armati. James Brooke avrà un osso duro da rosicchiare, se gli salterà il ticchio di abbordarci. Con una sola bordata manderemo a picco il suo famoso Realista.
- Lo credo, Tigre.
- Odimi, Hirundo, e cacciati in testa le mie parole.
- Sono tutto orecchi.
- Che nessuno dei nostri si muova, per ora. Quando la luna tramonterà, rovesciate i cannoni della batteria e salite in massa sul ponte gridando: al fuoco! al fuoco! I marinai, gli ufficiali e il capitano saliranno in coperta e noi daremo loro addosso, se non si arrenderanno. Mi hai capito?
- Perfettamente, Tigre della Malesia. Avete altro da dirmi?
- Sì, Hirundo. Quando uscirai di qui, entrerai nella cabina della vergine della pagoda, che è attigua a questa, e dirai a Kammamuri di barricare solidamente la porta e di non uscire finché durerà il combattimento.
- Ho capito, Tigre della Malesia.
- Vattene e obbedisci.
Hirundo uscì ed entrò nella cabina della vergine della pagoda sacra.
- Li ammazzeremo tutti?
- No, Yanez, li costringeremo ad arrendersi. Mi spiacerebbe uccidere questi uomini che ci hanno accolto con tanta gentilezza.
I due pirati terminarono tranquillamente il pasto vuotando parecchie bottiglie, sorseggiarono il thè recato dallo steward e si sdraiarono nei loro lettucci, aspettando pazientemente il segnale per precipitarsi in coperta.
Verso le otto il sole sparve sotto l'orizzonte e le tenebre si stesero a poco a poco, sull'ampia superficie d'acqua che diventava rapidamente oscura.
Sandokan diede uno sguardo fuori dal finestrino.
A babordo, a grande distanza, gli sembrò di vedere una massa nerastra ergersi verso le nubi: a poppa, pure assai lontana, una vela biancastra che radeva l'orizzonte.
- Siamo in vista del monte Matang - mormorò. - Domani saremo a Sarawak.
Tese gli orecchi, avvicinandosi alla porta della cabina.
Udì due persone scendere la scaletta, un bisbiglio, poi due porte aprirsi e chiudersi; una a destra e l'altra a sinistra.
- Bene - tornò a mormorare. - Il capitano e il luogotenente sono entrati nelle loro cabine. Tutto va a meraviglia.
Accese il suo scibouk che aveva avuto il tempo di salvare dal naufragio insieme alle pistole, alla sua scimitarra e al suo kriss d'inestimabile prezzo, e si mise a fumare colla maggiore tranquillità.
Poco dopo udì suonare nella cabina del capitano le nove, poi le dieci, indi le undici. Sussultò come se fosse stato colpito da una pila elettrica. Balzò dal letto.
- Yanez - esclamò.
- Fratello - rispose il portoghese.
La Tigre della Malesia fece due passi verso l'uscio colla mano destra sull'impugnatura della scimitarra. Un grido terribile rimbombò nel ventre del vascello perdendosi sul mare.
- Al fuoco! al fuoco!
- Saliamo! - esclamò Sandokan.
I due pirati, aperta la porta, si slanciarono sul ponte come tigri.

8. La Baia di Sarawak.

Al grido terribile di: al fuoco! al fuoco! l'ingegnere aveva fatto immediatamente arrestare il vascello, il quale non avanzava più che sotto l'impulso delle ultime battute dell'elica.
Una confusione indescrivibile, all'apparire dei due pirati, regnava sul ponte. Dal castello di prua, seminudi o in camicia, uscivano alla rinfusa i marinai, ancora mezzo assonnati, in preda ad un indicibile sgomento, urtandosi gli uni con gli altri, sospingendosi, cadendo e risollevandosi. Gli uomini di guardia, non meno atterriti, credendo che il fuoco avesse già preso allarmanti proporzioni, s'affannavano a raccogliere le secchie sparse sul ponte. Dai boccaporti, invece, come marea montante, salivano in furia i tigrotti di Mompracem, col kriss fra i denti e le pistole in pugno, pronti alla battaglia. Comandi, grida, imprecazioni, esclamazioni, domande, s'incrociavano per ogni dove, dominando i muggiti della macchina e gli ordini dell'ufficiale di quarto.
- Dov'è il fuoco? - chiedeva uno.
- Nella batteria, - rispondeva un altro.
- Alla Santa Barbara! Alla Santa Barbara!
- Formate la catena.
- Tuoni! Alle pompe!
- Capitano! Dov'è il capitano?
- Ai vostri posti! - tuonava l'ufficiale. - Animo, ragazzi, alle pompe! Ai vostri posti!
D'un tratto una voce, squillante come una tromba, risuona in mezzo al ponte del vascello immobile.
- A me, tigrotti!
La Tigre della Malesia si slancia fra i suoi uomini. Nella mano destra stringe come una morsa la scimitarra che scintilla al vago chiarore dei fanali di prua.
Un urlo feroce rimbomba:
- Viva la Tigre della Malesia!
I marinai del vascello, sorpresi, spaventati nel vedere tutti quegli uomini armati pronti a gettarsi contro di loro, si precipitano confusamente a prua ed a poppa afferrando le scuri, le aspe, le manovelle, i boscelli, le gomene.
- Tradimento! tradimento! - si urla da ogni parte.
I pirati, col kriss in mano, si preparano a sfondare le due muraglie umane. La Tigre della Malesia con un fischio arresta lo slancio.
Il capitano era apparso sul ponte e si dirigeva coraggiosamente verso di loro, col revolver nella destra.
- Che cosa succede? - chiese egli, con voce imperiosa.
Sandokan uscì dal gruppo movendo verso di lui.
- Lo vedete bene, capitano - disse egli. - I miei uomini assaltano i vostri.
- Chi siete voi?
- La Tigre della Malesia, mio capitano.
- Come!... Un altro nome dunque?... Dov'è l'ambasciatore?...
- Là in mezzo, con la pistola in pugno, pronto a sparare su di voi, se non vi affrettate ad arrendervi.
- Miserabile!...
- Calma, capitano. Non si insulta impunemente il capo dei pirati di Mompracem.
Il capitano fece tre passi indietro.
- Pirati!... - esclamò. - Voi, pirati!...
- E dei più formidabili.
- Indietro! - tuonò egli alzando il revolver. - Indietro o vi ammazzo!
- Capitano - riprese Sandokan facendosi innanzi; - noi siamo ottanta, tutti armati e decisi a tutto, e voi non avete che quaranta uomini quasi inermi. Io non vi odio e non voglio sacrificarvi inutilmente; arrendetevi dunque, e vi giuro che non vi sarà torto un capello.
- Ma infine che cosa volete?
- Il vostro vascello.
- Per corseggiare poi il mare?
- No, per compiere una buona azione. capitano; per riparare un'ingiustizia degli uomini.
- E se io rifiutassi?
- Lancerei i miei tigrotti contro di voi.
- Ma voi volete derubarmi!
Sandokan si slacciò una cintura ben gonfia che portava sotto la casacca e, mostrandola al capitano:
- Qui vi è un milione in diamanti - disse: - prendete!
Il capitano lo guardò trasognato.
- Non comprendo - disse. - Avete degli uomini coi quali potreste impadronirvi del vascello senza troppi sacrifici e invece mi regalate un milione! Che uomo siete voi?
- Sono la Tigre della Malesia - rispose Sandokan. - Orsù, arrendetevi o sarò costretto a scatenare contro di voi questi tigrotti che mi circondano.
- Ma che cosa farete dei miei uomini?
- V'imbarcheremo tutti nelle scialuppe e vi lasceremo liberi.
- E dove andremo?
- La costa del Borneo non è molto lontana. Spicciatevi, decidete.
Il capitano esitava. Forse temeva che, deposte le armi, i pirati si scagliassero contro i suoi uomini per massacrarli.
Yanez indovinò subito ciò che passava nella mente di lui e, facendosi innanzi:
- Capitano - disse, - avete torto di dubitare della parola della Tigre della Malesia, poiché mai egli mancò alle promesse fatte.
- Avete ragione - disse il comandante. - Olà, marinai, deponete le armi; ogni resistenza è inutile.
I marinai, che se la vedevano molto brutta, non esitarono un solo istante e gettarono sul ponte coltelli, scuri, manovelle e aspe.
- Bravi ragazzi - disse Sandokan.
Ad un suo cenno, le due baleniere e tre scialuppe furono calate in mare, dopo averle ben provviste di viveri.
I marinai, inermi, sfilarono in mezzo ai pirati prendendo posto nelle imbarcazioni. Ultimo rimase il capitano.
- Signore - diss'egli, arrestandosi dinanzi alla Tigre della Malesia, - non abbiamo né un'arma per difenderci, né una bussola per dirigerci. Sandokan staccò da una catenella che gli pendeva sul petto una bussola d'oro e, porgendola all'ufficiale:
- Questa è per dirigervi - rispose.
Si levò dalla cintura le due pistole e dal dito un magnifico anello, ornato di un diamante grosso come una nocciola, e porse i tre oggetti al capitano.
- Queste armi per difendervi, questo anello per ricordo, e la borsa piena di diamanti per pagarvi il vascello che vi ho preso - disse Sandokan.
- Siete l'uomo più strano che abbia incontrato in vita mia - osservò il capitano, ricevendo i tre oggetti. - E non pensate che io potrei scaricarvi addosso queste armi?
- Non lo farete.
- Perché?
- Perché siete un leale gentiluomo. Andate!
Il capitano fece un leggero saluto con la mano e discese nell'imbarcazione, la quale prese subito il largo, seguita da tutte le altre, dirigendosi verso l'ovest.
Venti minuti dopo l'Helgoland lasciava quei paraggi navigando lestamente verso la costa di Sarawak che era lontana tutt'al più un centinaio di miglia.
- Andiamo ora a trovare Kammamuri e la sua padrona - disse Sandokan, dopo aver dato la rotta. - Speriamo che non sia accaduto nulla alla povera Ada.
Scese la scaletta di poppa assieme con Yanez e bussò alla cabina del maharatto.
- Chi è? - domandò Kammamuri.
- Sandokan.
- Abbiamo vinto, capitano?
- Sì, amico mio.
- Evviva la Tigre della Malesia! - urlò il bravo maharatto. Tolse i mobili che aveva accumulato dietro la porta ed aprì. Yanez e Sandokan entrarono.
Il maharatto era armato fino ai denti. Aveva ancora in mano la scimitarra e la sua cintura era zeppa di pistole e di pugnali. Sdraiata su di una poltroncina stava la pazza, occupata a strappare, con mano nervosa, i petali ad una rosa di Cina, tolta poco prima da un vaso di fiori.
Vedendo entrare Sandokan e Yanez si alzò di scatto, fissando su di loro uno sguardo che rivelava un profondo terrore.
- I thugs!... I thugs!... - esclamò.
- Sono i nostri amici, padrona - disse il maharatto.
Ella guardò Kammamuri per qualche istante, poi ricadde sulla poltroncina tornando a strappare il fiore che teneva in mano.
- Le urla dei combattenti hanno prodotto qualche impressione sulla disgraziata? - chiese Sandokan al maharatto.
- Sì - rispose egli. - Si è alzata tutta tremante gridando: I thugs! i thugs! Ma poi, a poco a poco, si è calmata.
- Null'altro?
- Null'altro, capitano.
- Veglia attentamente su di lei, Kammamuri.
- Non lascerò il suo fianco.
Yanez e Sandokan risalirono in coperta. Proprio in quel medesimo istante gli uomini di guardia segnalavano, verso sud, un punto rossastro che correva con rapidità.
Yanez e Sandokan si slanciarono a prua guardando attentamente in quella direzione.
- Dev'essere il fanale di una nave - disse il portoghese.
- Lo è certamente. Ciò mi inquieta assai - rispose Sandokan.
- Perché, fratello mio?
- Quella nave può incontrare le scialuppe. - Corpo di una spingarda! Non ci mancherebbe che questa!...
- Non spaventarti, Yanez. L'Helgoland ha dei buoni cannoni. Ma... toh, quella nave è a vapore. Non vedi, Yanez, quella striscia rossastra che si alza verso il cielo?
- Per Giove! Hai ragione!
- Ai cannoni, ragazzi! Ai cannoni! - tuonò la Tigre della Malesia. -
- Che fai? - chiese Yanez, afferrandolo per un braccio.
- È la cannoniera, Yanez.
- Quale cannoniera?
- Quella che ci seguiva. La manderemo a picco.
- Sei matto!
- Ma non la vedi tu?
- Sì che la vedo, ma se tu le spari addosso, a Sarawak ci cannoneggeranno. Se non andrà a picco alla prima bordata, correrà da quel dannato di Brooke a denunciarci.
- Per Allah! - esclamò Sandokan, colpito da quel ragionamento.
- Stiamo calmi, fratello - disse Yanez.
- E se incontra le scialuppe?
- Non è cosa facile, Sandokan. La notte è oscura, le scialuppe filano verso ovest e la cannoniera, se non erro, ha la prua al nord. Un incontro, in simili circostanze, non è facile. Ho forse torto?
- No, ma vedere quella dannata cannoniera...
- Calma, fratello. Lasciamola filare al nord.
La cannoniera che con tanta ostinazione, ma probabilmente senza saperlo, seguiva i pirati di Mompracem, era allora vicinissima. A babordo e a tribordo brillavano i due fanali verde e rosso e sulla cima del trinchetto il bianco. A poppa si scorgeva il timoniere ritto accanto alla ruota.
Passò accanto all'Helgoland descrivendo una specie di semicerchio e sparve verso il nord, lasciandosi dietro una scia fosforescente.
Non erano trascorsi dieci minuti che si udì al largo una voce gridare:
- Olà, della cannoniera!
Sandokan e Yanez, nell'udire quella chiamata, si slanciarono sul cassero guardando attentamente verso il nord.
- Le scialuppe, forse? - si chiese Sandokan, inquieto.
- Non vedo che la cannoniera là in fondo - osservò Yanez.
- Eppure quella chiamata veniva dal largo
- Che abbiamo udito male?
- Ne dubito Yanez
- Cosa facciamo?
- Ci terremo pronti e avanzeremo con precauzione.
Sandokan rimase sul ponte qualche ora, sperando di raccogliere un altro grido, ma non udì altro che il rumore dei flutti che si infrangevano contro i fianchi del vascello e i gemiti del vento attraverso l'attrezzatura.
A mezzanotte, tranquillo ma pensieroso, scendeva nella cabina del capitano dove Yanez l'aveva preceduto, stendendosi sul lettuccio. Tutta la notte l'Helgoland filò, avanzando nella baia di Sarawak che andava a poco a poco restringendosi. Dagli uomini di guardia nulla era stato avvertito di straordinario; soltanto verso le due del mattino, a cinquecento metri a tribordo, era stata vista un'ombra nera passare con grandissima rapidità e sparire poco dopo. Tutti l'avevano scambiata per un praho navigante senza fanali.
All'alba, quaranta miglia separavano il vascello dalla foce del Sarawak in riva al quale, a poche ore di marcia, sorge la cittadina omonima.
Il mare era tranquillo e il vento abbastanza buono. Qua e là si scorgevano alcuni prahos e alcuni giong, con le loro immense vele, e all'ovest, un po' confusamente, il monte Matang, gigantesco picco che alzasi nell'aria sino a 2790 piedi e sui cui fianchi arrampicasi verdeggianti boscaglie.
Sandokan, che non si sentiva tranquillo in quel mare battuto dai legni di James Brooke, lo sterminatore dei pirati malesi, fece spiegare sul corno la bandiera inglese, la grande striscia rossa sulla sommità della maestra, fece caricare i cannoni, ammonticchiare bombe nella batteria, aprire la Santa Barbara e armare i suoi uomini.
Alle 11 del mattino, a sette miglia, appariva la costa, molto bassa, coperta di foreste lussureggianti e riparata da larghe scogliere. A mezzogiorno l'Helgoland girava la penisola che si biforca, e si spingeva per buon tratto nella baia: poco dopo gettava l'ancora alla foce del fiume, al di là della punta Montabas.


9. La battaglia.

La foce del fiume, che forma una specie di porto riparato da banchi sabbiosi e da scogliere contro le quali si rompe la furia del mare, presentava un magnifico spettacolo. Lungo le rive si stendevano magnifiche boscaglie di pisang dalle gigantesche foglie, le cui frutta hanno un color giallo dorato, di stupendi mangostani, di preziosi sagù dai cui tronchi si estrae una fecola assai nutritiva, di gambir, di betel e di colossali alberi della canfora, sui cui rami urlavano bande di scimmie di un bel colore verde, e cicalavano bande di tucani dagli enormi becchi.
Sul fiume andavano e venivano, o danzavano all'ancora, barche, barchette, prahos malesi, bughisi, bornesi, macassaresi, grandi giong giavanesi con le vele dipinte, giunche cinesi di forme barocche e pesanti, piccole navi olandesi ed inglesi. Alcuni navigli erano in attesa di un carico e altri del vento propizio che permettesse loro di prendere il largo.
Sulle scogliere e sui banchi si vedevano dayachi seminudi occupati a pescare e stormi di albatros, giganteschi volatili forniti di un becco robustissimo che sfonda, senza fatica, il cranio di un uomo, e stormi di rapidissimi uccelli marini, chiamati comunemente fregate.
Sandokan, appena l'Helgoland ebbe gettata l'ancora in un buon punto, proprio in mezzo alla fiumana che scendeva lentamente con la marea, affrettossianciare uno sguardo sulle navi che lo circondavano.
I suoi occhi caddero subito su di un piccolo schooner, armato con numerose artiglierie, che sbarrava il passo trecento metri più in su. A quella vista una sorda imprecazione gli uscì dalle labbra e la sua fronte si aggrottò.
- Yanez - diss'egli all'amico che gli stava vicino, - leggi il nome di quel legno.
- Temi qualche cosa? - chiese il portoghese puntando il cannocchiale.
- Chissà! Leggi, Yanez.
- Il Realista, sta scritto a poppa.
- Non mi ero ingannato. Il cuore mi diceva che quello era proprio di legno che servì a James Brooke per sterminare i pirati malesi.
- Per Bacco! - esclamò il portoghese. - Abbiamo un vicino formidabile.
- Che manderei a picco volentieri per vendicare i miei confratelli.
- Non lo manderai, se non ci seccherà. Bisogna essere prudenti, fratello, e molto, se si vuole liberare il povero Tremal-Naik.
- Lo so, e sarò prudente.
- Toh, guarda, una barca che si dirige verso di noi. Chi è quel brutto uomo?
Sandokan si curvò sulla murata e guardò. Una barchetta scavata nel tronco di un albero, montata da un uomo dalla pelle giallognola, con un perizoma rosso ai fianchi, anelli di rame ai piedi e alle mani, un berretto di piume in capo e un gigantesco becco di tucano sulla fronte, si avvicinava al vascello.
- È un bazir - disse Sandokan.
- Che cosa vuol dire?
- Un ministro di Dinata o di Giuwata, le due divinità dei dayachi. - Che cosa viene a fare a bordo?
- A regalarci qualche stupido presagio.
- Mandiamolo a casa di Belzebù, non sappiamo che farcene dei presagi.
- Anzi, lo riceveremo, Yanez. Ci darà precise informazioni su James Brooke e sulla sua flotta.
La barchetta era giunta presso il vascello.
Sandokan fece gettare la scala e il bazir salì sul ponte con un'agilità sorprendente.
- Che cosa vieni a fare? - chiese Sandokan, parlando in lingua dayaca.
- A venderti i miei presagi - rispose il bazir, scrollando i suoi numerosi anelli che tintinnavano graziosamente.
- Non so che cosa farne. Ti domando altre cose.
- Quali?
- Odimi bene, amico mio. Io voglio sapere molte cose da te e se mi risponderai bene, avrai un bel kriss e tanto tuwak (liquore inebriante) da bere un mese.
Gli occhi del dayaco brillarono di cupidigia.
- Parla - disse.
- Da dove vieni?
- Dalla città.
- Che cosa fa il rajah Brooke?
- Si fortifica!
- Ha paura di qualche sollevazione?
- Sì, dei cinesi e del nipote di Muda-Hassim, l'antico nostro Sultano.
- Hai mai lasciato Sarawak, tu?
- Mai.
- Hai visto condurre a Sarawak un prigioniero color del bronzo?
Il bazir pensò alcuni istanti.
- Un uomo grande e bello? - chiese.
- Sì, grande e bello - disse Sandokan.
- Che aveva il colore degli indiani?
- Sì, era un indiano.
- L'ho visto sbarcare alcuni mesi or sono.
- Dove fu rinchiuso?
- Non lo so, ma può dirtelo un pescatore che abita laggiù disse il dayaco additando una capannuccia di foglie che sorgeva sulla sponda sinistra. - Quell'uomo accompagnò il prigioniero.
- Quando potrò vedere quel pescatore?
- Ora si trova a pescare, ma questa sera tornerà alla capanna.
- Basta così. Olà, Hirundo, regala il tuo kriss a quest'uomo e deponi nella sua canoa un barile di gin.
Il pirata non se lo fece dire due volte. Fece portare nella canoa un barilotto di liquore e diede il suo kriss al bazir, il quale se ne andò contento, come se gli fosse stata regalata una intera provincia.
- Che cosa pensi di fare, fratello? - chiese Yanez appena il dayaco ebbe sgombrato il ponte.
- Agirò immediatamente - rispose Sandokan. - Fra un'ora sarà notte e manderemo a prendere il pescatore.
- E poi?
- Quando sapremo dove si trova Tremal-Naik saliremo a Sarawak e andremo a trovare James Brooke.
- James Brooke?
- Non andremo come pirati, ma come grandi personaggi. Tu sarai ambasciatore olandese.
- Si corre un brutto pericolo, Sandokan. Se Brooke si accorge della gherminella ci farà appiccare.
- Non aver timore, Yanez. La corda che impiccherà la Tigre della Malesia non è stata ancora intrecciata.
- Capitano - disse in quell'istante Hirundo, avvicinandosi a Sandokan. - Arrivano delle navi.
La Tigre della Malesia e Yanez si volsero verso la foce del fiume e videro due brigantini da guerra con numerose artiglierie, battenti bandiera inglese, bordeggiare al largo, cercando di girare la punta Montabas.
- Oh! - fece Yanez. - Altri vascelli da guerra!
- Ti sorprende, forse? - chiese la Tigre della Malesia.
- Un poco, fratello. Qui, in questo fiume, sotto gli occhi di Brooke, non mi sento sicuro. Dubito di tutti.
- Hai torto, Yanez. Vascelli inglesi ve ne sono sempre qui.
I due brigantini, dopo aver bordeggiato per una mezz'ora, entrarono nella fiumana, rimorchiati da una mezza dozzina di imbarcazioni.
Salutarono la bandiera del rajah con due colpi di cannone, passarono a tribordo dell'Helgoland e andarono a gettare l'ancora l'uno a destra e l'altro a sinistra del Realista, ad una distanza di soli venti metri. Quando la manovra fu terminata, le tenebre calavano rapidamente coprendo le boscaglie, gli scogli, le barche, le giunche, i prahos e le acque del fiume.
Era il momento scelto da Sandokan per inviare i suoi uomini a terra a prendere il pescatore. Un'imbarcazione fu calata in mare e Hirundo assieme con altri tre pirati vi discese, arrancando verso la riva.
Sandokan li seguì collo sguardo finché poté, poi si mise a passeggiare sul ponte, fumando freneticamente la sua pipa.
Non aveva ancora fatto due giri, quando il portoghese gli corse incontro col viso stravolto e gli occhi pieni di spavento.
- Sandokan! - esclamò.
- Cos'hai? - chiese il pirata. - Perché quella faccia atterrita?
- Sandokan, si prepara qualcosa contro di noi.
- È impossibile! - esclamò la Tigre, girando all'intorno uno sguardo minaccioso.
- Sì, Sandokan, si prepara un attacco. Guarda verso il mare.
Sandokan, inquieto suo malgrado, diresse gli sguardi verso la foce del fiume. Le sue mani si chiusero attorno all'impugnatura del kriss e della scimitarra. Un sordo ruggito gli uscì dalle labbra frementi.
Là, presso le scogliere, si scorgeva una massa nera, enorme, minacciosa, ancorata in maniera da sbarrare l'uscita. Non ci volle molto a riconoscerla per un vascello di grandi dimensioni che presentava il fianco all'Helgoland.
- Folgori del cielo! - mormorò con estrema rabbia. - Sarebbe vero?... Eppure non lo credo.
- Ma non vedi che ci presenta la bocca dei suoi cannoni? - disse Yanez.
- Ma chi vuoi che ci abbia traditi?
- Forse la cannoniera.
- Non è possibile. La cannoniera andava al nord.
- Ma alle due del mattino gli uomini di guardia hanno veduto una massa nera, rapidissima, filare verso Sarawak.
- E tu vuoi che...?
- La cannoniera ci abbia traditi - terminò Yanez. - Forse ha raccolto gl'inglesi delle imbarcazioni e, chissà, forse l'uomo che gridò: "Olà, della cannoniera!" era un marinaio inglese gettatosi in mare durante il combattimento.
- Sandokan si volse e diresse gli sguardi verso il Realista. La nave di James Brooke era ancora al suo posto, ma le due navi inglesi si erano considerevolmente avvicinate all'Helgoland che si trovava così preso tra due fuochi.
- Ah! - esclamò Sandokan - volete battaglia? Ebbene, sia! Vi farò vedere chi sono, al baleno dei miei cannoni!
Non aveva ancora terminato di parlare che un urlo acutissimo partiva dalla riva sinistra, verso la quale Hirundo si era diretto.
- Aiuto! aiuto! - si era udito gridare.
Sandokan, Yanez ed i pirati balzarono come un solo uomo a tribordo cercando di distinguere ciò che accadeva sotto la tenebrosa foresta.
- Chi grida? - esclamò un pirata.
- Che Dinata mi faccia tagliare la testa se non era la voce di Hirundo - disse un dayaco d'atletica statura.
- Ehi! Hirundo! - gridò Yanez.
Due colpi di fucile scoppiarono sotto le boscaglie, seguiti da quattro tonfi.
Quantunque l'oscurità fosse profonda, i pirati scorsero quattro uomini che nuotavano disperatamente dirigendosi verso la nave.
- È Hirundo! - esclamò un pirata.
- Ohé! La cosa diventa seria! - esclamò un altro.
- Che ci si giuochi un brutto tiro? - chiese il terzo.
- Silenzio - disse la Tigre. - Gettate delle funi.
I quattro uomini, che nuotavano come pesci, in pochi istanti giunsero sotto il vascello. Aggrapparsi alle funi e arrampicarsi fino alla murata fu per essi l'affare di un solo istante.
- Hirundo! - chiamò Sandokan, riconoscendo in quei quattro uomini i pirati inviati poco prima in cerca del pescatore.
- Capitano, - gridò il dayaco, scuotendosi di dosso l'acqua, - siamo circondati.
- Folgori del cielo! - tuonò la Tigre. - Presto, narra ciò che hai veduto.
- Ho visto là sotto, in quei boschi, soldati del rajah, armati di fucili, appiattati dietro i tronchi degli alberi e in mezzo ai cespugli. Pare che non attendano che un segnale per incominciare il fuoco.
- Sei certo di non esserti ingannato?
- Ci sono più di duecento uomini e li ho veduti con questi occhi. Non avete udito i due colpi di fucile che ci hanno sparato contro?
- Sì, ho udito.
- Che cosa facciamo, fratello? - chiese Yanez.
- Ritirarsi non è possibile. Ci prepareremo, e alle prime cannonate daremo battaglia. Tigrotti, a me!
I pirati, che si tenevano a rispettosa distanza, alla chiamata della Tigre si fecero innanzi. I loro occhi brillavano e le loro mani accarezzavano le impugnature dei kriss. Sapevano già di che cosa si trattava e fremevano d'impazienza.
- Tigrotti di Mompracem - disse Sandokan, - James Brooke, lo sterminatore dei pirati malesi, si prepara a darci battaglia. Migliaia di uomini, migliaia di malesi e di dayachi assassinati da quell'uomo; che da tanti anni chiedono ai loro confratelli vendetta. Giurate dinanzi a me di vendicare quegli uomini.
- Lo giuriamo! - risposero in coro i pirati, in preda ad un terribile entusiasmo.
- Tigrotti di Mompracem - riprese Sandokan, - siamo uno contro quattro, ma la Tigre della Malesia è con voi. Ferro e fuoco finché ci saranno polvere e palle a bordo, poi fiamme da prua a poppa. Questa notte bisognerà mostrare a quei cani come sanno combattere i tigrotti della selvaggia Mompracem, guidati dalla Tigre della Malesia.
Ai vostri posti, tigrotti, ai vostri posti! Al mio comando, fuoco!
Un sordo urlo rispose alle parole incitatrici della Tigre della Malesia. I pirati, con Yanez alla testa, si precipitarono nella batteria drizzando le nere gole dei bronzi verso le navi nemiche. Sul ponte rimasero due pirati, ritti accanto alla ruota del timone, e Sandokan che dal castello di prua spiava attentamente le mosse del nemico.
Le quattro navi che si preparavano a sfasciare l'Helgoland con i loro quaranta cannoni sembravano che dormissero profondamente. Nessun rumore si udiva sui loro ponti; però si vedevano delle ombre agitarsi a prua e a poppa.
- Si preparano - mormorò Sandokan coi denti stretti. - Fra dieci minuti la baia s'illuminerà sotto il fuoco di cinquanta e più cannoni; e questa quiete solenne sarà rotta dal ruggito dei pezzi d'artiglieria, dallo scoppio delle bombe, dal sibilo delle palle, dalle urla dei feriti, dagli urrà dei vincitori! Quanto sarà bello lo spettacolo!
D'improvviso la sua fronte si corrugò.
- E Ada? - mormorò; - se una palla la cogliesse? Sambigliong!... Sambigliong!
Il dayaco che portava quel nome accorse prontamente alla chiamata del suo capo.
- Eccomi, capitano - rispose.
- Dov'è Kammamuri? - chiese Sandokan.
- Nella cabina della vergine della pagoda.
- Andrai a raggiungerlo e accumulerai intorno alle pareti della cabina quante botti, quanto ferraccio e quanti pagliericci troverai nella stiva e nel quadro di poppa.
- Si tratta di difendere dalle palle la cabina della Vergine?
- Sì, Sambigliong.
- Lasciate fare a me, capitano. Il ferro non giungerà là dentro.
- Va', amico mio!
- Una parola, capitano. Dovrò rimanere nella cabina?
- Sì, e t'incaricherai di salvare la Vergine se saremo costretti a lasciare la nave. So che tu sei il miglior nuotatore della Malesia. Affrettati, Sambigliong; il nemico si prepara ad assalirci.
Il dayaco si precipitò verso poppa. Sandokan tornò a prua guardando attentamente il fiume.
Dal vascello che sbarrava la foce del fiume si era improvvisamente alzato un razzo. Quasi nel medesimo istante un lampo balenava sul ponte del Realista, seguito da una formidabile detonazione.
La Tigre della Malesia sussultò, mentre l'estremità dell'albero maestro, smussata da una palla da otto, cadeva in coperta con gran fracasso.
- Tigrotti! - urlò egli. - Fuoco! Fuoco!
Un urlo tremendo gli rispose:
- Viva la Tigre della Malesia! Viva Mompracem!
Successe un breve silenzio, gravido di minaccia, poi la piccola rada s'incendiò da un capo all'altro.
Dalle quattro navi nemiche uscivano vampe, fumo e palle, squarciando le tenebre e turbando la pace della notte; dalle foreste giungeva un fuoco nutrito di moschetteria che si estendeva con incredibile celerità lungo le rive.
La battaglia era cominciata. I cinque vascelli combattevano con rabbia indicibile, lampeggiando, tuonando, vomitando uragani di ferro che fendevano l'aria con fischi stridenti. Gli equipaggi, anneriti dala polvere, ebbri di entusiasmo, caricavano e scaricavano senza posa le artiglierie, cercando di distruggersi a vicenda, incoraggiandosi con urla selvagge.
L'Helgoland, in mezzo alla baia, solidamente ancorato, si difendeva furiosamente contro i giganti che lo attaccavano.
Tuonava a babordo, tuonava a tribordo senza perdere un colpo, rispondendo con la mitraglia alla mitraglia, con le bombe alle bombe, atterrando gli alberi, massacrando le manovre, smontando i cannoni, sfondando le batterie, forando le carene, tempestando le foreste sotto le quali sparavano i soldati di James Brooke.
Sembrava un vascello di ferro difeso da un esercito di titani.
Cadevano i suoi pennoni e tentennavano i suoi alberi; si sventravano le imbarcazioni, si demolivano le murate, si sfasciavano i suoi fianchi, si ammazzavano i suoi uomini, ma che importava? Polvere e palle ce n'era per tutti e rispondeva con crescente furore, risoluto a perire piuttosto che arrendersi.
Ad ogni colpo, ad ogni scarica, giù nella batteria si udivano i tigrotti di Mompracem urlare:
- Vendetta! Viva Mompracem!
La Tigre della Malesia, in piedi in mezzo alla nave, contemplava l'orribile spettacolo.
Come era bello quel formidabile uomo, là sul ponte del vascello, che tremavagli sotto i piedi, al chiarore di cinquanta cannoni, cogli occhi in fiamme, i capelli sciolti al vento, le labbra aperte ad un terribile sorriso, la scimitarra in pugno! Il pirata sorrideva, mentre la morte gli fischiava attorno, gli alberi cadevano dinanzi a lui, mentre la mitraglia ruggiva ai suio orecchi schiantando le tavole del ponte, mentre le bombe scoppiavano, lanciando a trecento metri le loro schegge infuocate!
Gli stessi suoi nemici, nel vederlo là sull'eroico vascello, impassibile fra l'uragano di ferro, si sentivano presi da una voglia matta di urlare:
- Viva la Tigre della Malesia! Viva l'eroe della pirateria malese! -
La battaglia durava da mezz'ora, sempre più tremenda, sempre più accanita. L'Helgoland, schiacciati dal fuoco non interrotto di quelle cinquanta bocche, sbranato dalla mitraglia, dilaniato dalla tempesta di bombe che cadeva sempre più fitta, non era più che una fumante carcassa.
Non alberi, non manovre, non murate, non un madiere intero. Era una spugna: i cui fori precipitavasi fischiando l'acqua del fiume. Tirava ancora, rispondeva sempre a quei quattro nemici che avevano giurato di colarlo a picco, ma non si sentiva più capace di tirare innanzi. Già dieci pirati giacevano nella batteria, senza vita; giàdue cannoni non tuonavano più, smontati dal fuoco infernale del nemico; già le bombe venivano meno, già la poppa piena d'acqua calava a poco a poco. Dieci, forse quindici minuti ancora, e l'eroico Helgoland sarebbe andato a picco. Yanez, che faceva bravamente il suo dovere scaricando un cannone dei più grossi, si avvide della gravità della situazione. A rischio di ricevere una scarica di mitraglia nella testa, si slanciò sul ponte in mezzo al quale stava la Tigre della Malesia.
- Fratello! - gridò.
- Fuoco, Yanez!... fuoco!... - tuonò Sandokan. - Essi corrono all'abbordaggio.
- Non possiamo più reggere, fratello! Il vascello va a picco!...
- Folgori del cielo!
- Cosa facciamo? I minuti sono preziosi. -
Uno schianto formidabile seguì queste parole. Il castello di prua, colpito da una bordata di granate, era caduto, sfondando parte della coperta e della camera dei marinai. La Tigre della Malesia emise un grido di rabbia.
- È finita! A me, tigrotti, a me!...
Si precipitò nella batteria dalla quale i tigrotti di Mompracem continuavano a bombardare i vascelli nemici. Un uomo, il maharatto Kammamuri, gli sbarrò la via.
- Capitano - disse, - l'acqua invade la cabina della Vergine. Dov'è Sambigliong? - chiese la Tigre.
- Nella cabina.
- È viva la Vergine?
- Sì, capitano.
- Conducetela sul ponte e state pronti a gettarvi nel fiume. Tigrotti, tutti in coperta!
I pirati scaricarono un'ultima volta i cannoni e salirono sulla coperta ingombra di rottami.
Le navi nemiche, rimorchiate da alcune scialuppe, si avvicinavano per abbordare l'Helgoland.
- Sandokan! - gridò Yanez, non vedendo comparire il terribile uomo. - Sandokan!
Risposero le urla vittoriose degli equipaggi nemici e le carabine dei pirati.
- Sandokan! - ripeté. - Sandokan!
- Eccomi, fratello - rispose una voce.
La Tigre della Malesia si slanciò sul ponte con la scimitarra nella destra e una torcia accesa nella sinistra. Dietro a lui venivano Sambigliong e Kammamuri, portando la vergine della pagoda.
- Tigrotti di Mompracem! - tuonò Sandokan. - Fuoco ancora una volta!
- Viva la Tigre! Viva Mompracem! - urlarono i pirati, scaricando le carabine contro i quattro vascelli.
L'Helgoland barcollava come un ubriaco e si fendeva rapidamente sotto le continue scariche del nemico.
Per i fianchi squarciati entravano, muggendo, le acque, trascinandolo rapidamente a picco.
Da prua, da poppa, dai boccaporti, dai sabordi delle batterie uscivano dense colonne di fumo.
La voce della Tigre della Malesia, squillante come una tromba, si fece ancora udire fra il rombo dei cannoni.
- Si salvi chi può!... Sambigliong, gettati nel fiume con la Vergine!...
Il dayaco e Kammamuri balzarono in acqua assieme con la giovanetta che aveva perduto i sensi, e dietro di loro si precipitarono tutti gli altri, nuotando fra le navi nemiche che si trovavano bordo contro bordo col vascello affondante.
Sul legno era rimasto però un uomo. Era la Tigre della Malesia. Nella destra stringeva ancora la scimitarra e nella sinistra la torcia. Le sue labbra erano atteggiate ad un terribile sogghigno: un lampo feroce balenava nei suoi occhi.
- Viva Mompracem! - lo si udì gridare.
Un urrah formidabile echeggiò nell'aria. Venti, quaranta, cento uomini si slanciarono con le armi in pugno sul ponte oscillante dell'Helgoland.
La Tigre della Malesia non li attese. Con un balzo prodigioso superò la murata e sparve nelle acque del fiume.
Quasi nel medesimo istante il vascello si apriva con un rimbombo orrendo, una fiamma gigantesca si levava verso il cielo illuminando il fiume, le navi nemiche, i boschi, i monti, e scagliando all'intorno miriadi di rottami incandescenti.
Vascelli ed equipaggi sparvero fra il fumo e le fiamme dell'Helgoland saltato in aria per lo scoppio della polveriera!...

PARTE SECONDA.
IL RAJAH DI SARAWAK.

1. LA TAVERNA CINESE.

- Olà! Bell'uomo!
- Milord!
- Al diavolo i milord.
- Sir!...
- All'inferno i sir.
- Mastro!...
- Che ti colga il crampo.
- Monsieur?... Señor!...
- Appiccati. Che pranzo è questo?
- Cinese, señor, cinese come la trattoria.
- E tu vuoi farmi mangiare alla cinese! Cosa sono queste bestioline che si muovono?
- Gamberi del Sarawak ubriacati.
- Vivi?
- Pescati mezz'ora fa, milord.
- E tu vuoi ch'io mangi i gamberi vivi? Corpo d'un cannone!
- Cucina cinese, monsieur.
- E questo arrosto?
- Cane giovane, señor.
- Che cosa? - Cane giovane.
- Corpo d'una spingarda! E tu vuoi che io mangi del cane? E questo stufato?
- È gatto, señor.
- Tuoni e fulmini! Un gatto!
- Un boccone da mandarino, sir.
- E questa frittura?
- Topi fritti nel burro.
- Cane d'un cinese! Tu vuoi farmi crepare!
- Cucina cinese, señor.
- Cucina infernale, vuoi dire. Corpo d'un cannone! Gamberi ubriachi, frittura di topi, cane arrosto e gatto in stufato per pranzo! Se mio fratello fosse qui riderebbe tanto da scoppiare. Orsù, non bisogna essere schifiltosi. Se i cinesi mangiano questa roba, può mangiarla anche un bianco. Animo, portoghese mio!
Il brav'uomo che così parlava si accomodò sulla sedia di bambù, trasse dalla cintura un magnifico kriss coll'impugnatura d'oro ornata di magnifici diamanti, e fece a pezzi il cane arrosto che mandava un profumo appetitoso.
Fra un boccone e l'altro si mise a osservare il locale nel quale si trovava.
Era una stanzaccia bassa, colle pareti dipinte a draghi mostruosi, a fiori strani, a lune sorridenti, ad animali che vomitavano fuoco. Tutto all'intorno v'erano sedili e stuoie sulle quali russavano dei cinesi dal volto giallo, il cranio pelato, la coda lunghissima e i baffi pendenti; qua e là, senza ordine, c'erano tavole di tutte le dimensioni, occupate da brutti malesi dalla pelle olivastra e i denti neri e da bellissimi dayachi seminudi con le membra coperte di anelli di ottone, armati di pesanti parangs, coltellacci lunghi mezzo metro. Alcuni di quegli uomini masticavano il siri, composto di foglie di betel e di noci d'areca, lanciando sul pavimento sputi sanguigni; altri bevevano grandi vasi di arak o di tuwak e altri ancora fumavano lunghe pipe cariche di oppio.
- Hum - borbottò il nostro uomo sventrando il gatto. - Che brutte facce! Non so come quel briccone di James Brooke riesca a dominare questi birbanti. Deve essere un gran volpone e un...
Un fischio acuto, che veniva dall'esterno della taverna, gli troncò la parola.
- Oh! - esclamò.
Accostò due dita alle labbra e imitò quel fischio.
- Señor! - gridò il taverniere, occupato a scuoiare un cane grosso appena scannato.
- Che il tuo Confucio ti impicchi.
- Ha chiamato, monsieur?
- Silenzio. Scuoia il tuo cane e lasciami in pace.
Un indiano alto, di belle forme, quasi nudo, con un laccio di seta stretto attorno alle reni e un kriss sospeso al fianco destro, entrò, girando attorno i suoi grandi occhi neri. Il nostro uomo che stava spolpando una zampa di gatto, scorgendo il nuovo arrivato si alzò, mormorando:
- Kammamuri!
Stava per lasciare il suo posto, quando un rapido cenno dell'indiano, accompagnato da uno sguardo supplichevole, lo arrestò:
- C'è qualche pericolo in aria - tornò a mormorare. - In guardia, amico.
L'indiano, dopo aver un po' esitato, si sedette di fronte a lui. Il taverniere accorse.
- Una tazza di tuwak! - chiese il nuovo avventore.
- E da mettere sotto i denti?
- La tua coda
Il cinese volse le spalle e fece portare una tazza e un vaso di tuwak.
- Spiati? - chiese con un fil di voce l'uomo che gli stava davanti, continuando a divorare.
L'indiano fece col capo un cenno affermativo.
- Che appetito, signore! - esclamò poi a voce alta
- Non mangio da ventiquattro ore, mio caro - rispose il nostro uomo che, come il lettore si sarà immaginato, era il bravo Yanez, l'amico indivisibile della Tigre della Malesia.
- Venite da lontano?
- Dall'Europa. Eh! taverniere di casa del diavolo, un po' di tuwak!
- Vi offro del mio, se non vi spiace - disse Kammamuri.
- Accettato, giovanotto. Siedi vicino a me a da' un colpo di dente a tutta questa roba che mi sta dinanzi.
Il maharatto non si fece pregare e si sedette accanto al portoghese mettendosi a mangiare.
- Possiamo parlare - disse Yanez. - Nessuno può ora sospettare che noi siamo amici. Vi siete salvati tutti?
- Tutti, padron Yanez - rispose Kammamuri. - Prima che spuntasse l'alba, un'ora dopo la vostra partenza, lasciammo i fitti boschetti della riva e ci rifugiammo in una vasta palude. Il rajah aveva mandato soldati a perlustrare la foce del fiume, ma non sono riusciti a scoprire le nostre tracce.
- Sai, Kammamuri, che siamo stati bravi a sfuggire al rajah?
- Un mezzo minuto di ritardo e saremmo saltati in aria tutti quanti. Buon per noi che la notte era tanto oscura che quei birbanti non ci videro nuotare verso la riva.
- La povera Ada ha sofferto nulla?
- Nulla affatto, padron Yanez. Aiutato da Sambigliong, potei trasportarla a terra con tutta facilità.
- Dove si trova ora Sandokan?
- A otto miglia da qui, nel mezzo di un fitto bosco.
- Al sicuro dunque.
- Non lo so. Ho visto delle guardie del rajah aggirarsi nella foresta.
- Diavolo!
- E voi, non correte alcun pericolo?
- Io! Chi sarà quel pazzo che mi prenderà per un pirata? Io, un bianco, un europeo?
- State però in guardia, signor Yanez. Il rajah deve essere un uomo assai furbo.
- Lo so, ma noi siamo più furbi di lui.
- Sapete nulla di Tremal-Naik?
- Nulla, Kammamuri. Ho interrogato parecchie persone, ma senza esito.
- Povero padrone - mormorò Kammamuri.
- Lo salveremo, te lo prometto - disse Yanez. - Questa sera mi metterò all'opera.
- Che cosa volete fare?
- Cercare di avvicinare il rajah e diventare suo amico.
- E come?
- L'idea l'ho e mi pare buona. Provocherò un tafferuglio, farò del baccano, fingerò di voler accoppare qualcuno e mi farò arrestare dalle guardie del rajah.
- E poi?
- Quando mi avranno arrestato inventerò qualche amena storiella e mi spaccerò per un nobile lord, per un baronetto...
- E io che cosa dovrò fare?
- Nulla, mio caro maharatto. Andrai difilato da Sandokan e gli dirai che tutto cammina di bene in meglio. Domani però verrai a ronzare attorno all'abitazione del rajah. Forse avrò bisogno di te.
Il maharatto si alzò.
- Un momento - disse Yanez, traendo di tasca una borsa ben gonfia e porgendogliela.
- Che cosa devo fare?
- Per effettuare il mio progetto bisogna che non abbia un soldo in saccoccia. Dammi anzi il tuo kriss, che non ha alcun valore, e prendi il mio che ha troppo oro e troppi diamanti.
- Ehi! taverniere del demonio, sei bottiglie di vino di Spagna.
- Volete ubriacarvi? - chiese Kammamuri.
- Lascia fare a me e vedrai. Addio mio caro.
L'indiano gettò sulla tavola uno scellino e uscì, mentre il portoghese stappava le bottiglie che certo costavano assai care. Tracannò due o tre bicchieri e il rimanente lo diede a bere ai malesi che gli erano vicini, ai quali non parve vero di aver trovato un europeo così generoso.
- Ehi, taverniere! - gridò ancora il portoghese, - portami dell'altro vino e qualche piatto di lusso.
Il cinese, tutto contento di fare così grassi affari e pregando in cuor suo il buon Buddha di mandargli ogni giorno una dozzina di simili avventori, portò nuove bottiglie e una terrina di delicatissimi nidi di salangana, conditi con aceto e sale, un cibo che solo i ricconi possono gustare.
Il portoghese, quantunque avesse mangiato per due, tornò a lavorare di denti, a bere e a regalare vino a tutti i vicini.
Quando finì, il sole era tramontato da una buona mezz'ora e nella taverna erano state accese gigantesche lanterne di talco, che spandevano sui bevitori la loro scialba luce, cara ai caudati figli del Celeste Impero.
Accese la sigaretta, esaminò la batteria delle sue pistole e si alzò mormorando:
- Andiamocene, caro Yanez. Il taverniere farà un baccano indiavolato, io ne farò più di lui, accorreranno le guardie del rajah ed io verrò arrestato. Sandokan, ne sono certo, non avrebbe ideato un piano migliore.
Gettò in aria due o tre boccate di fumo e si diresse tranquillamente verso la porta. Stava per varcarla, quando si sentì prendere per la giacca.
- Monsieur! - disse una voce.
Yanez si volse accigliato e si trovò dinanzi il taverniere.
- Che cosa vuoi, mascalzone? - chiese, fingendosi offeso.
- Il conto, señor.
- Quale conto?
- Voi non mi avete pagato, gentleman. Mi dovete tre sterline, sette scellini e quattro penny.
- Vattene al diavolo. Non ho un soldo in tutte le dieci tasche.
Il cinese, da giallo che era, divenne cinereo.
- Ma voi mi pagherete - gridò aggrappandosi ai panni del portoghese.
- Lascia il mio vestito, canaglia! - urlò Yanez.
- Mi dovete tre sterline, sette scellini e...
- E quattro penny, lo so: ma io non ti pagherò, briccone... Va' a scuoiare il tuo cane e lasciami in pace.
- Siete un ladro, gentleman? Io vi farò arrestare!
- Prova!
- Aiuto! Arrestate questo ladro! - urlò il cinese furibondo.
Quattro sguatteri si precipitarono in aiuto del loro padrone armati di casseruole, di pentole e di schiumarole. Era quello che desiderava il portoghese, che ad ogni costo voleva far baccano.
Con mano di ferro abbrancò il taverniere per la gola, l'alzò da terra e lo scagliò fuori della porta a rompersi il naso sui ciottoli della via. Indi caricò i quattro sguatteri, dispensando con rapidità meravigliosa tali calci che i disgraziati, in meno che non si dica, si trovarono stesi per terra accanto al padrone.
Urla indemoniate scoppiarono tosto.
- Aiuto, compatriotti! - urlava il taverniere.
- Al ladro! All'assassino! Accoppalo! Ammazzalo! - urlavano gli sguatteri.


2. Una notte in prigione.

Quelle grida emesse da cinesi in un quartiere cinese, dovevano ottenere lo stesso effetto che ha un gong battuto in una via di Canton o di Pekino.
Infatti, in meno di due minuti, un duecento coduti figli del Celeste Impero, armati di bambù, di coltelli, di sassi e di ombrelli, si trovavano riuniti dinanzi alla porta della taverna mandando grida spaventevoli.
- Dàlli al ladro! - gridavano gli uni, roteando minacciosamente bastoni e ombrelli.
- Impicca il bianco! - urlavano gli altri mostrando i coltelli.
- Gettalo nel fiume!
- salassate quel cane!
- Accopalo! Ammazzalo! Annegalo! Abbrucialo! Apppiccalo!
I bevitori, spaventati da quel baccano e temendo di venire lapidati, sgombrarono in fretta la taverna, chi uscendo dalla porta e mescolandosi alla banda, chi saltando dalle finestre, che fortunatamente non erano troppo alte. Lì non rimase che il portoghese, il quale rideva a crepapelle, come se assistesse ad una brillantissima farsa.
- Bravi! bene! bis! bis! - gridava egli, armando però le pistole e tirando dalla cintura il kriss.
Un cinese che parlava più di tutti, in prima fila, gli tirò una sassata: ma il ciottolo andò a spezzare un gran fiasco di sam-sciù, il cui liquore si sparse per terra.
- Ehi! mariuolo! - gridò il portoghese - tu rovini il taverniere.
Raccolse il ciottolo e lo rimandò all'aggressore che n'ebbe rotto un dente.
Urla ancora più acute rimbombarono nel quartiere, facendo accorrere altri cinesi, alcuni dei quali armati di vecchi archibugi. Tre o quattro, incoraggiati dai compagni del taverniere, tentarono di entrare, ma alla vista delle pistole che il portoghese puntava verso di loro si affrettarono a mostrare le suole di feltro dei loro zoccoli.
- Lapidiamolo! - gridò una voce.
- E la mia taverna? - gemette il taverniere.
Una grandine di ciottoli entrò nella taverna fracassando le lanterne, i fiaschi, i piatti, le terrine ed i vasi.
Il portoghese, visto che il tumulto aumentava pericolosamente, scaricò in aria le sue due pistole.
Ai due spari tennero dietro sette archibugiate sparate nella via, ma senz'altro effetto che quello d'ingrossare il baccano.
D'improvviso si udirono varie voci gridare:
- Largo!... Largo!...
- Le guardie del rajah!
Il portoghese respirò. Quel frastuono, i bastoni agitati in aria, i coltelli, le grandinate di ciottoli, i moschettoni e il continuo affluire della folla cominciavano ad inquietarlo.
- Facciamo baccano, ora che non c'è più alcun pericolo - disse.
Si slanciò verso una tavola e la rovesciò mandando in frantumi tutti i fiaschi, i vasi, i tondi che vi erano sopra.
- Arrestatelo! Arrestatelo! - urlò il taverniere. - Quel bianco mi fracassa tutto.
- Largo! Largo alle guardie! - gridarono alcuni.
La folla si divise e sulla porta della taverna apparvero due uomini di colore, alti, robusti, con giacca e calzoni di tela bianca e una draghinassa in pugno.
- Indietro! - gridò il portoghese, puntando su di loro le pistole.
- Un europeo! - esclamarono le due guardie, meravigliate.
- Dite un inglese - precisò Yanez.
Le due guardie ringuainarono le draghinasse.
- Non vogliamo farvi alcun male - disse uno dei due. - Siamo al servizio del rajah Brooke vostro compatriota.
- E che cosa volete da me?
- Liberarvi da questa turba.
- E condurmi in qualche carcere?
- A questo penserà il rajah.
- Mi condurrete da lui?
- Senza dubbio.
- Se è così, vengo. Dal rajah Brooke non ho nulla da temere.
Le due guardie lo presero in mezzo e tornarono a sguainare le draghinasse, onde proteggerlo dalla rabbia dei cinesi che era giunta al colmo.
- Largo! - gridarono.
- I cinesi, in numero grandissimo, a quella intimazione non ubbidirono: volevano ad ogni costo linciare l'europeo, giacchè le due guardie non l'avevano infilzato come avevano sperato.
Le due guardie però non si perdettero d'animo. Distribuendo piattonate a destra e a sinistra e vigorosi calci, riuscirono a fare un po' di largo e trassero il prigioniero in una stretta stradicciola, giurando di ammazzare quanti li avrebbero seguiti.
Quella minaccia ebbe un buon successo
I cinesi, dopo aver urlato su tutti i toni e lanciato imprecazioni contro Yanez, contro le guardie e contro lo stesso rajah che accusavano di proteggere i ladri, si dispersero, lasciando soli il taverniere e i suoi quattro sguatteri malconci.
Sarawak non e una città molto vasta: le due guardie, in meno di cinque minuti, giunsero alla palazzina del rajah, costruita in legno, come tutte le abitazioni dei bianchi che coronano le collinette dei dintorni.
Sulla cima ondeggiava una bandiera che al portoghese parve rossa come quella inglese: dinanzi alla porta stava impalato un indiano armato di fucile e baionetta.
- Mi condurrete subito dal rajah?
- È troppo tardi - risposero le guardie. - Il rajah dorme.
- E dove passerò la notte?
- Vi daremo una stanza.
- Purché non sia una cantina.
- Un compatriota del rajah non si mette in una cantina.
Il portoghese fu fatto entrare: salirono una scala, poi Yanez fu introdotto in una stanzetta con le finestre difese da grosse stuoie di foglie di nipa, il cui arredamento era costituito da un'amaca di filamenti di cocco, da qualche mobile di provenienza europea e da una lampada che era stata già accesa.
- Per Giove! - esclamò, stropicciandosi allegramente le mani. - Dormirò come un babirussa.
- Desidera nulla? - chiese una delle guardie.
- Che mi si lasci dormire - rispose Yanez.
Una guardia uscì, ma l'altra si sedette presso la porta mettendosi in bocca una noce di areca avvolta in una foglia di betel.
- Approfitterò per farlo cantare; ci sono molte cose che ignoro e che quest'uomo senza dubbio sa - pensò Yanez.
Arrotolò una sigaretta, l'accese, aspirò alcune boccate di fumo e avvicinandosi alla guardia:
- Giovanotto, sei indiano? - chiese.
- Bengalese, sir - rispose la guardia.
- È da molto tempo che sei qui.?
- Due anni.
- Hai udito parlare di un pirata che si chiama la Tigre della Malesia?
- Sì.
Yanez represse a stento un gesto di gioia.
- È vero che la Tigre è qui? - domandò.
- Non lo so, ma si dice che i pirati hanno assaltato un vascello a venti o trenta miglia dalla costa e che poi sono sbarcati.
- Dove?
- Non si sa precisamente in qual luogo, ma lo sapremo.
- In qual modo?
- Il rajah ha delle brave spie.
- Dimmi, è vero che alcuni mesi or sono è naufragato un vascello inglese presso il capo Tanjong-Datu?
- Sì - rispose l'indiano. - Era un vascello da guerra proveniente da Calcutta.
- Chi corse in suo aiuto?
- Il nostro rajah col suo schooner, il Realista.
- Fu salvato l'equipaggio?
- Tutto, compreso un indiano condannato alla deportazione perpetua, non ricordo più in quale isola.
- Un indiano condannato alla deportazione perpetua! - esclamò Yanez, fingendo la massima sorpresa. - E chi era costui?
- Si chiamava Tremal-Naik.
- E qual delitto aveva commesso? - chiese Yanez, trepidante.
- Mi si disse che aveva ucciso degli inglesi.
- Che brigante! Ed è ancora qui questo indiano?
- È rinchiuso nel fortino.
- In quale?
- Quello che è sul colle. Non ve n'è che uno a Sarawak.
- Ha guarnigioni il fortino?
- Vi sono i marinai del legno naufragato.
- Molti?
- Una sessantina al massimo.
Yanez fece una smorfia. - Sessanta uomini! - mormorò. - E forse vi saranno anche dei cannoni.
Si mise poi a camminare per la stanza, meditabondo. Passeggiò così per alcuni minuti, poi si sdraiò sull'amaca, pregò la sentinella di abbassare la fiamma della lampada e chiuse gli occhi.
Quantunque prigioniero e con molti pensieri pel capo, il portoghese dormì tranquillo come se fosse stato a bordo della Perla di Labuan o nella capanna della Tigre della Malesia.
Quando si svegliò, un raggio di sole penetrava attraverso le foglie di nipa che servivano da persiane.
Guardò verso la porta, ma la sentinella non c'era più. Vedendolo dormire e fors'anche udendo russare, se n'era andata, certa che un prigioniero di quel genere non sarebbe saltato dalle finestre.
- Benissimo - disse il portoghese. - Approfittiamone.
Balzò giù dall'amaca, fece un po' di toilette, alzò la stuoia e si affacciò alla finestra, respirando a pieni polmoni l'aria fresca del mattino.
Sarawak presentava un bel colpo d'occhio con le sue palazzine di legno circondate da verdeggianti boschetti, col suo grande fiume ombreggiato da superbi alberi e solcato da piccoli prahos, da svelte piroghe, da leggeri e lunghi canotti, con le bizzarre casette dal tetto arcuato e dipinte a smaglianti colori, del quartiere cinese, con le capanne di foglie di nipa, piantate su pali di rispettabile altezza, del quartiere dayaco e le viuzze affollate di cinesi, di dayachi, di bughisi e di macassaresi.
Il portoghese percorse, con un rapido sguardo, la città e arrestò gli sguardi sulle colline. Come si disse, v'erano eleganti palazzine di legno abitate dagli europei. Più oltre, però, si vedeva una graziosa chiesetta e, a non grande distanza, un forte solidamente costruito e con molte feritoie.
Il portoghese lo guardò con attenzione profonda.
- È la che vi è Tremal-Naik - mormorò. - Come liberarlo?
In quello stesso istante una voce dietro di lui diceva:
- Il rajah vi attende.
Yanez si volse e si trovò dinanzi il bengalese.
- Ah! siete voi, amico? - disse sorridendo. - Come sta rajah Brooke?
- Vi attende, sir.
- Andiamo a stringergli la mano.
Uscirono, salirono un'altra scala ed entrarono in un salotto, le cui pareti scomparivano sotto un vero strato d'armi di tutte le grandezze e di tutte le forme.
- Entrate in quel gabinetto - disse il bengalese.
- Che cosa racconterò? - mormorò il portoghese. - Coraggio, Yanez. hai una vecchia volpe dinanzi.
Spinse la porta ed entrò risolutamente nello studio in mezzo al quale davanti ad una tavola ingombra di carte geografiche, stavasene seduto il rajah di Sarawak.

3. Il rajah James Brooke.

James Brooke, al cui valore l'intera Malesia e la marina dei due mondi devono molto, merita alcune righe di storia.
Discendeva, quest'uomo audace che a prezzo di lotte sanguinose, di sforzi terribili, s'ebbe il soprannome di sterminatore di pirati, dalla famiglia del baronetto Vyner, che sotto Carlo II fu Lord-mayor di Londra. Giovanissimo ancora, si era arruolato nell'esercito delle Indie come alfiere ma ferito gravemente in una pugna contro i Bornesi, aveva poco dopo date le proprie dimissioni, ritirandosi a Calcutta.
La vita tranquilla non era fatta per il giovane Brooke, uomo freddo e positivo, ma dotato di una energia straordinaria e amante delle più arrischiate avventure.
Guarito della ferita tornò in Malesia, percorrendola per ogni verso. A questo viaggio egli deve la sua celebrità, divenuta più tardi mondiale.
Profondamente impressionato dall'incessante corseggiare e dalle stragi orrende che compivano i pirati malesi, nonché dalla tratta degli uomini di colore, si era proposto, malgrado i grandi pericoli a cui andava incontro, di rendere sicura la navigazione e libera la Malesia.
James Brooke, nei suoi propositi, era un uomo tenacissimo. Vinti gli ostacoli oppostogli dal suo governo all'esecuzione dell'ardito progetto, armava un piccolo schooner, il Realista, e nel 1838 salpava per Sarawak, cittadina del Borneo che allora non contava più di 1500 abitanti. Vi sbarcava in un brutto momento.
La popolazione di Sarawak, forse aizzata dai pirati malesi, si era ribellata al suo sultano Muda-Hassin e la guerra ferveva con rabbia estrema Brooke offrì tosto il suo braccio al sultano, si mise alla testa delle truppe e, dopo numerosi combattimenti, in meno di venti mesi domò la rivoluzione.
Terminata la campagna, usciva in mare contro i pirati e i mercanti di carne umana. Agguerrito l'equipaggio con una crociera di due anni, dava inizio alle battaglie, alle distruzioni, agli stermini, agli incendi. Non si può calcolare il numero dei pirati da lui uccisi, delle imbarcazioni e dei prahos colati a picco, dei covi arsi. Fu crudele, spietato, fors'anche troppo.
Vinta la pirateria, tornava a Sarawak. Il sultano Muda-Hassin, riconoscente per i grandi servigi resigli, lo nominava rajah della cittadina e del distretto.
Nel 1857, nel quale anno accadono gli avvenimenti che stiamo narrando, James Brooke era al culmine della sua grandezza, a segno che con un sol gesto faceva tremare persino il sultano di Varauni, il più vasto regno della grande isola del Borneo.
Al rumore che fece Yanez entrando, il rajah si alzò con vivacità. Per quanto avesse varcato la cinquantina da qualche anno e nonostante gli strapazzi di una vita agitatissima, era un uomo ancor vegeto, robusto, la cui indomabile energia traspariva dallo sguardo vivo e brillante.
Certe rughe però che solcavano la sua fronte e i capelli già bianchi annunciavano che una rapida vecchiaia avanzavasi.
- Altezza! - disse Yanez inchinandosi.
- Siate il benvenuto, compatriota - disse il rajah, restituendo il saluto.
L'accoglienza era incoraggiante. Yanez, che nell'entrare in quello studio aveva sentito il cuore battere con maggior frequenza, si tranquillò.
- Che cosa vi è accaduto ieri sera? - chiese il rajah dopo avergli additato una sedia. - Le mie guardie mi narrarono che voi avete sparato persino delle pistolettate. Non bisogna irritare i Cinesi, mio caro, che qui sono numerosi e non amano troppo i bianchi.
- Avevo fatto una marcia lunghissima, Altezza, e morivo di fame. Trovatomi dinanzi ad una taverna cinese, sono entrato a mangiare e a bere, quantunque non avessi un solo scellino in saccoccia.
- Come! - esclamò il rajah. - Un mio compatriota senza uno scellino? Sentiamo da dove venite e qual motivo vi guida qui. Io li conosco tutti i bianchi che abitano nel mio Stato, ma non vi ho mai veduto.
- È la prima volta che metto piede in Sarawak - disse Yanez.
- E da dove venite?
- Da Liverpool.
- Ma con quale legno siete venuto?
- Col mio yacht, Altezza.
- Ah! voi avete uno yacht? Ma chi siete voi dunque?
- Lord Gilles Welker di Closeburn - rispose Yanez, senza esitare.
Il rajah gli tese la mano, che il portoghese si affrettò a stringere molto calorosamente.
- Sono felice di accogliere nel mio Stato un lord della nobile Scozia - disse il rajah.
- Grazie, Altezza - rispose Yanez inchinandosi.
- Dove avete lasciato il vostro yacht?
- Alla foce del Palo.
- E come siete giunto qui?
- Percorrendo almeno duecento miglia per terra, fra boschi e paludi, vivendo di frutta come un vero selvaggio.
Il rajah lo guardò con sorpresa.
- Vi siete smarrito forse? - chiese.
- No, Altezza.
- Una scommessa?
- Nemmeno.
- E dunque?
- Una disgrazia.
- Ha naufragato il vostro yacht?
- No, è stato colato a picco a colpi di cannone, dopo essere stato però spogliato di tutto ciò che conteneva.
- Ma da chi?
- Dai pirati, Altezza.
Il rajah, lo sterminatore dei pirati, si alzò di scatto con gli occhi scintillanti, il viso animato da una terribile collera.
- I pirati! - esclamò. - Non sono sterminati ancora quei maledetti?
- Pare di no, Altezza.
- Avete visto il capo dei pirati?
- Sì - disse Yanez.
- Che uomo era?
- Bello assai, coi capelli nerissimi, gli occhi scintillanti, la tinta abbronzata.
- Era lui! - esclamò il rajah con viva commozione.
- Chi lui?
- La Tigre della Malesia.
- Chi è la Tigre della Malesia? Ho già udito questo nome - disse Yanez.
- È un uomo potente, milord, un uomo che possiede il coraggio del leone e la ferocia della tigre, che guida una banda di pirati che di nulla ha paura. Quell'uomo tre giorni or sono gettava l'ancora alla foce del mio fiume.
- Che audacia! - esclamò Yanez che frenò a stento un fremito. - E l'avete assalito?
- Sì, lo assalii e lo sconfissi. Ma la vittoria mi costò cara.
- Ah!
- Vedendosi circondato, dopo una lotta ostinatissima che costò la vita a sessanta soldati di Sarawak, diede fuoco alle polveri e fece saltare il suo legno insieme con uno dei miei.
- È morto, dunque?
- Ne dubito, milord. Ho fatto cercare il suo cadavere, ma non fu possibile trovarlo.
- Che sia ancor vivo?
- Io sospetto che si sia rifugiato nei boschi con buon numero dei suoi.
- Che tenti di assalire la città?
- È un uomo capace di tentare il colpo, ma che non mi coglierà indifeso. Ho fatto venire delle truppe dayache che mi sono fedelissime e ho mandato parecchi indiani della mia guardia a ispezionare le foreste.
- Fate bene, Altezza.
- Lo credo, milord - disse il rajah, ridendo. - Ma continuate il vostro racconto. In qual modo la Tigre vi assalì?
- Avevo lasciato due giorni prima Varauni mettendo la prua verso il capo Sirik. Avevo l'intenzione di visitare le principali città del Borneo, prima di tornarmene a Batavia e quindi in India.
- Facevate un viaggio di piacere?
- Sì, Altezza. Ero in mare da undici mesi.
- Proseguite, milord.
- Verso il tramonto del terzo giorno, lo yacht gettava l'ancora presso la foce del fiume Palo. Mi feci condurre a terra e m'inoltrai solo nelle foreste, con la speranza di abbattere qualche babirussa o una dozzina di tucani. Camminavo da due ore, quando udii una cannonata, poi una seconda, una terza, indi un tuonare continuo, furioso di artiglierie.
Spaventato, tornai correndo verso la costa. Era troppo tardi. I pirati avevano abbordato il mio yacht, ucciso o fatto prigioniero l'equipaggio, e avevano iniziato il saccheggio.
Rimasi nascosto, finché il mio legno andò a picco e i pirati si furono allontanati, poi mi precipitai verso la spiaggia. Non vidi che cadaveri che la risacca rotolava tra gli scogli, rottami, e l'estremità dell'alberetto di maestra che usciva di mezzo piede dalle onde.
Tutta la notte, disperato, mi aggirai presso la foce del fiume, chiamando, ma invano, i miei disgraziati marinai. Al mattino mi misi risolutamente in marcia seguendo la costa, attraversando foreste, paludi e fiumi, cibandomi di frutta e di volatili che la mia carabina mi procurava. A Sendang cedetti la mia arma e il mio orologio, le uniche ricchezze che possedevo, e mi riposai quarantotto ore. Acquistate nuove vesti da un colono olandese, un paio di pistole e un kriss, mi rimisi in viaggio e arrivai qui, affamato, spossato e per di più senza uno scellino.
- Ed ora, cosa contate di fare?
- A Madras ho un fratello ed in Iscozia ho ancora dei possedimenti e dei castelli. Scriverò per farmi mandare alcune migliaia di sterline, e col primo legno che giungerà qui tornerò in Inghilterra.
- Lord Welker - disse il rajah, - io metto la mia casa e la mia borsa a vostra disposizione, e farò di tutto perché non dobbiate annoiarvi durante il tempo che rimarrete nel mio Stato.
Un lampo di gioia balenò sul volto di Yanez.
- Ma, Altezza... - balbettò, fingendosi imbarazzato.
- Ciò che faccio per voi, milord, lo farei per qualunque mio compatriotta.
- Come potrò ringraziarvi?
- Se un giorno verrò in Iscozia, mi contraccambierete.
- Ve lo giuro, Altezza. I miei castelli saranno sempre aperti per voi e per i vostri amici.
- Grazie, milord - disse il rajah ridendo.
Suonò un campanello. Un indiano comparve.
- Questo signore è mio amico - gli disse il rajah additandogli il portoghese. - Metto a disposizione la mia casa, la mia borsa, i miei cavalli e le mie armi.
- Sta bene, rajah - rispose l'indiano.
- Dove vi recate ora, milord? - chiese il principe.
- Visiterò la città e, se me lo permettete, Altezza, farò un giro pei boschi. Sono molto amante della caccia.
- Verrete a pranzare con me?
- Farò il possibile, Altezza.
- Pandij, conducilo nella sua stanza.
Porse la mano a Yanez il quale gliela strin se vigorosamente dicendo:
- Grazie, Altezza, di quanto fate per me.
- Arrivederci, milord.
Il portoghese uscì dal gabinetto, preceduto dall'indiano, ed entrò nella stanza destinatagli.
-Vattene - disse all'indiano. - Se avrò bisogno dei tuoi servigi suonerò.
Rimasto solo, il portoghese diede uno sguardo alla sua stanza. Era vasta, illuminata da due finestre che guardavano verso le colline, tappezzata di bellissima thungoa (carta fiorita di Tung) e ammobiliata con ricercatezza. C'erano un buon letto, un tavolino, parecchie sedie di leggerissimo bambù, sputacchiere cinesi, una bella lampada dorata proveniente senza dubbio dall'Europa e parecchie armi europee, indiane, malesi e bornesi.
- Benissimo - mormorò il portoghese, stropicciandosi le mani. Il mio amico Brooke mi tratta come se fossi un vero lord. Ti farò vedere mio caro, che razza di lord Welker io sia. Ma prudenza, Yanez, prudenza! Hai da fare con una vecchia volpe.
In quell'istante un fischio acuto risuonò al di fuori. Il portoghese trasalì.
- Kammamuri - disse. - Questa è una imprudenza.

4. sotto i boschi.

Andò a chiudere la porta a catenaccio e si affacciò con precauzione alla finestra. A quaranta passi dalla palazzina, alla fresca ombra di un'alta arenga saccariferica, stupenda palma dalle lunghe foglie piumate, se ne stava il maharatto, appoggiato ad un lungo bambù, munito all'estremità di una aguzza punta di ferro, probabilmente avvelenata. Non senza sorpresa, il portoghese vide accanto a lui un piccolo cavallo carico di due grandi ceste di foglie di nipa piene fino all'orlo di frutta di ogni specie e di pani di sagù.
- Il maharatto è più prudente di quanto credevo - mormorò Yanez.- Mi sembra un provveditore delle miniere.
Arrotolò una sigaretta e l'accese. Il bagliore della piccola fiamma attirò subito lo sguardo di Kammamuri.
- Il giovanotto mi ha scorto - disse Yanez, - ma non si muove. Comprende che bisogna essere prudenti.
Gli fece un cenno con la mano, poi rientrò e aprì un cassetto del tavolino. C'erano dei foglietti di carta, un calamaio, delle penne e una borsa ben gonfia che diede, urtandola, un suono metallico.
- Il mio amico Brooke ha pensato a tutto - disse il portoghese ridendo. - Queste sobno fiammanti sterline.
Levò un foglietto di carta, lo lacerò a metà e scrisse in minutissimo carattere:

Sii prudente e guardati bene attorno. Va' ad aspettarmi alla taverna del cinese.

Arrotolò il pezzetto di carta e staccò dalla parete un fusto cilindrico, di legno duro, trapanato nel mezzo, armato all'estremità di un ferro di lancia ben assicurato con strisce di rotang. Era un sumpintan, una cerbottana, lunga metri 1,40, con la quale i dayachi lanciano a sessanta passi, con straordinaria precisione, frecce intinte nel velenosissimo succo dell'upas.
- Devo essere ancora abile - disse il portoghese, esaminando l'arma.
Staccò una freccia lunga 20 centimetri, vi infilò il foglietto scritto e la fece entrare nella cerbottana. Un forte soffio bastò per lanciarla fino al maharatto, il quale fu lesto a raccoglierla ed a staccare la carta. - Ed ora usciamo - disse Yanez, quando ebbe veduto Kammamuri andarsene.
Si gettò a tracolla un fucile a due canne e uscì, rispettosamente salutato dalla sentinella.
Percorrendo vie e viuzze puzzolenti, fiancheggiate da capanne posate su pali sotto le quali sonnecchiavano maiali e cani e saltellavano scimmie, spandendo un odore insopportabile, in meno di un quarto d'ora giunse alla taverna, dinanzi alla quale era legato il cavallo del maharatto.
- Prepariamo delle sterline - disse il portoghese. - Prevedo una scena burrascosa.
Guardò nella taverna. In un angolo, seduto dinanzi ad una terrina di riso, stava Kammamuri; e dietro al banco, con un paio d'occhiali di quarzo affumicato sul naso, stava il taverniere, occupato a scarabocchiare un gran foglio di carta con un pennello di rispettabile grandezza. Il celestiale era senza dubbio occupato a fare i conti.
- Olà - gridò il portoghese entrando.
Il taverniere, a quella chiamata, alzò la testa. Vederlo, balzare in piedi e slanciarglisi contro, impugnando fieramente la sua mostruosa penna intinta nell'inchiostro di Cina, fu tutt'uno.
- Brigante! - urlò.
Il portoghese fu pronto a fermarlo.
- Vengo a pagarti - disse, gettando sulla tavola un pizzico di sterline.
- Giusto Buddha! - esclamò il cinese precipitandosi sulle monete. - Otto sterline! Vi domando perdono, señor...
- Sta' zitto, e porta una bottiglia di vino di Spagna.
Il taverniere in quattro salti corse a prendere una bottiglia che mise dinanzi a Yanez, indi si slanciò verso un gong sospeso alla porta e si mise a batterlo furiosamente.
- Cosa fai? - chiese Yanez.
- Vi salvo, señor - rispose il cinese. - Se non avverto i miei amici che voi avete pagato, non so che cosa vi accadrebbe fra qualche giorno.
Yanez gettò sulla tavola altre dieci sterline.
- Di' ai tuoi amici che lord Welker paga da bere - disse.
- Ma voi siete un principe, milord! - gridò il cinese.
- Lasciami solo.
Il cinese, raccolte le sterline, uscì incontro ai suoi amici, i quali, allarmati da quei colpi precipitati, accorrevano da tutte le parti armati di bambù e di coltelli.
Yanez si sedette dinanzi a Kammamuri sturando la bottiglia.
- Che nuove, mio bravo maharatto? - chiese.
- Brutte, signor Yanez - rispose Kammamuri.
- Corre qualche pericolo Sandokan?
- Non ancora, ma potrebbe venire scoperto da un istante all'altro. Nelle foreste ronzano guardie e dayachi. Ieri sera sono stato fermato e interrogato e questa mane mi è toccata la stessa cosa.
- E tu cos'hai risposto?
- Mi sono spacciato per un provveditore delle miniere di Poma. Per ingannare meglio questi spioni, come avete visto, mi sono provvisto di un cavallo e di alcune ceste.
- Sei furbo, Kammamuri. Dove si trova Sandokan?
- A sei miglia da qui, accampato presso un villaggio in rovina. Sta fortificandosi perché teme di venire assalito.
- Andremo a trovarlo.
- Quando?
- Appena vuotata la bottiglia.
- C'è qualche cosa in aria?
- Ho saputo ove sta imprigionato il tuo padrone.
Il maharatto balzò in piedi, fuori di sé per la gioia.
- Dov'è? Dov'è? - chiese con voce soffocata.
- Nel fortino della città, custodito da una sessantina di marinai inglesi.
Il maharatto si lasciò cadere sulla sedia, scoraggiato.
- Lo salveremo ugualmente, Kammamuri - riprese Yanez.
- E quando?
- Appena lo potremo. Mi reco da Sandokan per progettare un piano.
- Grazie, signor Yanez.
- Lascia là i ringraziamenti e bevi. -
Il maharatto vuotò la sua tazza.
- Volete che partiano?
- Partiamo, - disse Yanez, gettando sul tavolo alcuni scellini.
- Vi avverto che la strada è lunga e difficile e che bisognerà allungarla ancotra di più, onde ingannare le spie.
- Non ho fretta io. Ho detto al rajah che vado a caccia.
- Siete diventato amico del rajah?
- Certamente.
- In qual modo?
- Te lo narrerò camminando. -
Uscirono dalla taverna. Il portoghese si mise dinanzi e Kammamuri lo seguì, tenendo per la briglia il cavallo.
- Evviva lord Welker! - gridò una voce.
- Evviva il lord! Viva il generoso bianco! - urlarono parecchie altre voci.
Il portoghese si volse e vide il taverniere circondato da una grossa banda di cinesi che avevano le tazze in mano.
- Addio, ragazzi! - gridò.
- Evviva il generoso lord! - tuonarono i cinesi.
Usciti dal quartiere cinese, fiancheggiato di bugigattoli ingombri di rotoli di carta fiorita di Tung, di balle di seta, di scatole di thè di ogni qualità, di ventagli, di occhiali, di sputacchiere, di sedie di bambù, di code, di lanterne microscopiche o gigantesche, di armi, di amuleti, di vesti, di zoccoli, di cappelli di ogni forma e dimensione, tutta roba proveniente dai porti del celeste Impero, entrarono nel quartiere malese non molto dissimile da quello dayaco, forse più sporco e più maleodorante, indi si arrampicarono su colli e di là raggiunsero i boschi.
- Camminate con precauzione - disse Kammamuri al portoghese. Ho incontrato parecchi serpenti pitoni stamane e ho visto anche le tracce di una tigre.
- I boschi del Borneo li conosco, Kammamuri - rispose Yanez. Non
tremare per me.
- Siete venuto altre volte qui?
- No, ma ho percorso più volte i boschi del reame di Varauni.
- Combattendo?
- Talvolta sì.
- Eravate nemici del sultano di Varauni?
- Nemici fierissimi. Egli odiava terribilmente i pirati di Mompracem perché in ogni scontro vincevano la sua flotta.
- Ditemi, padron Yanez, la Tigre della Malesia fu sempre pirata?
- No, mio caro. Una volta era un potente rajah del Borneo settentrionale; ma un inglese ambizioso istigò alla ribellione le truppe e la popolazione e lo detronizzò dopo avergli ucciso padre, madre, fratelli e sorelle.
- E vive ancora questo inglese?
- Sì, vive.
- E non l'avete punito?
- È troppo forte. La Tigre della Malesia però non è ancora morta.
- Ma voi, padron Yanez, perché vi siete unito a Sandokan?
- Non mi sono unito a lui, Kammamuri; fui fatto prigioniero mentre navigavo verso Labuan.
- Non uccideva i prigionieri Sandokan?
- No, Kammamuri. Sandokan fu sempre feroce verso i suoi più acerrimi nemici e generosissimo verso gli altri, specialmente verso le donne.
- Ed egli vi trattò sempre bene, padron Yanez?
- Mi amò come e forse più di un fratello!
- Ditemi, padron Yanez, quando avrete liberato il mio padrone, ritornerete a Mompracem?
- È probabile, Kammamuri. Alla Tigre della Malesia occorrono grandi distrazioni per soffocare il suo dolore.
- Quale dolore?
- Quello di aver perduto Marianna Guillonk.
- L'amava molto dunque?
- Immensamente, alla follia.
- È strano assaiche un uomo così feroce e terribile si sia innamorato di una donna.
- E di una donna inglese per di più - aggiunse Yanez.
- Dello zio di Marianna Guillonk avete saputo nulla?
- Nulla, per ora.
- Che sia qui?
- Potrebbe darsi.
- Avete paura di lui? - Forse, e...
- Alto là - gridò in quell'istante una voce. Yanez e Kammamuri si
arrestarono.

5. Narcotici e veleni.

Due uomini si erano improvvisamente rizzati dietro a un cetting, arbusto rampicante il cui succo è talmente velenoso che uccide in pochi istanti un bue. Il primo era un indiano alto, magro, nervoso, vestito di tela bianca e armato d'una lunga carabina incrostata d'argento; l'altro era un dayaco di belle forme, con le membra straordinariamente cariche di anelli di ottone e di perle di Venezia e i denti anneriti col succo caldo del legno siuka. Un solo ciawat, pezzo di stoffa di cotone copriva i suoi fianchi e un fazzoletto rosso la sua testa, ma portava indosso un vero arsenale. La terribile cerbottana con le frecce tinte nel succo dell'upas gli pendeva da una spalla; al fianco aveva il formidabile parang, pesante sciabola dalla larga lama intarsiata con pezzi d'ottone, della quale i dayachi si servono per decapitare i nemici; il laccio, che essi sanno adoperare forse meglio dei thugs indiani, gli stringeva la vita. Non mancava nemmeno il kriss, dalla lama serpeggiante e avvelenata.
- Alto là! - ripeté l'indiano, facendosi innanzi.
Il portoghese fece a Kammamuri un rapido gesto e si avanzò con le dita della mano destra sulla batteria del fucile.
- Che vuoi e chi sei tu? - chiese all'indiano.
- Sono una guardia del rajah di Sarawak - rispose l'interrogato.
- E voi?
- Lord Gilles Welker, amico di James Brooke, tuo rajah.
L'indiano e il dayaco presentarono le armi.
- Quell'uomo è al vostro servizio, milord? - chiese l'indiano indicando Kammamuri.
- No - rispose Yanez. - L'ho incontrato nella foresta e avenfo egli paura delle tigri, ha chiesto di seguirmi.
- Dove vai? - domandò l'indiano al maharatto.
- Ti ho detto anche stamane che sono provveditore dei placers di
Poma - rispose Kammamuri. - Perché domandarmi anche adesso dove vado?
- Perché il rajah così vuole.
- Di' al tuo rajah che io sono un suo fedele suddito.
- Passa.
Kammamuri raggiunse Yanez che aveva continuata la sua via, mentre le due spie tornavano ad imboscarsi sotto l'arbusto velenoso.
- Cosa pensate, signor Yanez, di quegli uomini? - chiese il maharatto quando fu certo che non potevano né udirlo né vederlo.
- Penso che il rajah è astuto come una volpe.
- Deviamo?
- Deviamo, Kammamuri. Quelle due spie possono avere qualche sospetto e seguirci per un buon tratto.
- Faremo perdere le nostre tracce.
Kammamuri abbandonò il sentiero fino allora seguito e piegò a sinistra, seguito dal cavallo e dal portoghese. La via divenne ben presto difficilissima. Migliaia e migliaia d'alberi, dritti gli uni, piegati e contorti gli altri, e cespugli e rampicanti si ammassavano in modo da impedire spesso il passaggio, se non agli uomini, almeno al cavallo.
Qui vi erano colossali alberi della canfora, che dieci uomini non sarebbero stati capaci di abbracciare; là arenghe saccarifere che, incise, danno un liquore zuccherino e inebriante se lasciato fermentare; più oltre superbe palme pinang che piegavano sotto il peso delle noci formanti grandi grappoli; poi bellissimi mangostani, alti quanto un ciliegio, le cui frutta, grosse come aranci, sono le più gustose e le più delicate che sui trovino sulla terra, e areche dalle foglie grandissime; uncaria cambir e isonandra guta e giunta wan, piante, queste ultime, che danno il caucciù. E come se tutti questi vegetali non bastassero a rendere difficile il cammino, smisurati rotang, che nel Borneo tengono il luogo delle liane e nepentes correvano da un albero all'altro formando vere e proprie reti che il maharatto e il portoghese erano costretti a tagliare a colpi di kriss.
Percorso mezzo miglio descrivendo lunghi giri per trovare un passaggio, saltando alberi atterrati, sfondando cespugli, tagliando radici e gomene vegetali a destra e a manca, i due pirati giunsero sulle rive di un canale d'acqua nera e putrida. Kammamuri tagliò un ramo e misurò la profondità.
- Due piedi - disse. - Salite sul cavallo, padron Yanez.
- Perché?
- Entreremo nel canale e lo risaliremo per un buon tratto. Se le due spie ci seguono, non troveranno più le nostre tracce.
- Bravo, Kammamuri.
Il portoghese salì in sella e dietro di lui salì il maharatto. Il cavallo dopo aver un po' esitato, entrò in quelle acque che spandevano un fetore insopportabile e rimontò, traballando e scivolando sul fondo melmoso, la corrente.
Fatti ottocento passi, riguadagnò la riva. Yanez e il maharatto discesero e stettero in ascolto coll'orecchio appoggiato a terra.
- Non odo nulla - disse Kammamuri.
- E nemmeno io - aggiunse il portoghese. - È lontano il campo?
- Un miglio e mezzo almeno. Affrettiamoci, padrone.
Un sentieruzzo, aperto fra i cespugli e i rotang dagli animali, spariva nel folto della foresta. I due pirati lo raggiunsero allungando il passo. Una mezz'ora dopo, altri due uomini s'alzavano dietro una macchia, intimando ai due pirati di arrestarsi. Kammamuri gettò un fischio.
- Avanti - risposero le due sentinelle.
Erano due pirati di Mompracem armati fino ai denti. Vedendo Yanez, mandarono grida di gioia.
- Capitano Yanez! - gridarono, correndogli incontro.
- Buon giorno, ragazzi - disse il portoghese.
- Vi credevamo morto, capitano.
- Le tigri di Mompracem hanno la pelle dura; dov'è Sandokan?
- A trecento passi da qui.
- Fate buona guardia, amici. Vi sono delle spie del rajah nel bosco.
- Lo sappiamo.
- Bravi, tigrotti.
Il portoghese e il maharatto raddoppiarono il passo e ben presto giunsero all'accampamento piantato presso un kampong in rovina. Del villaggio, che un tempo doveva essere stato abbastanza grosso, non rimaneva intatta che una sola capanna di foglie di nipa, posta sopra pali alti più di trenta piedi, fuori di portata dagli assalti delle tigri e anche dagli assalti degli uomini.
I pirati però stavano ricostruendo altre capanne e piantando solide palizzate per mettersi al coperto e, nel caso di un attacco improvviso da parte delle truppe del rajah di Sarawak, poter resistere.
- Dov'è Sandokan? - chiese Yanez, entrando nell'accampamento accolto dalle grida di gioia di tutta la banda.
- Lassù, nella capanna aerea - risposero i pirati. - Avete incontrato i soldati del rajah, capitano Yanez?
- Ciò che ho detto alle sentinelle lo dirò anche a voi, tigrotti- disse il portoghese. - State in guardia: vi sono delle spie del rajah nel bosco. Ne ho vista più di una.
- Che si mostrino! - gridò un malese, impugnando un pesantissimo parang ilang con la punta fatta a doccia. - I tigrotti di Mompracem non temono i cani del rajah.
- Capitano Yanez - disse un altro, - se incontrate una di quelle spie, ditele che siamo accampati qui. Sono cinque giorni che non combattiamo e le nostre armi cominciano ad arrugginire.
- Fra poco, ragazzi, avrete da lavorare - rispose Yanez. - M'incarico io di mandarvi della gente.
- Viva il capitano Yanez! - urlarono i tigrotti.
- Ehi! fratello mio! - gridò una voce che veniva dall'alto.
Il portoghese alzò gli occhi e vide Sandokan ritto sulla piccola piattaforma della capanna aerea.
- Che cosa fai lassù? - gridò il portoghese, ridendo. - Mi sembri un piccione appollaiato su di un albero.
- Sali Yanez. Tu hai qualche cosa d'importante da dirmi
- Certo. -
Il portoghese si slanciò verso una lunga pertica che presentava delle tacche e con sorprendente agilità giunse sulla piattaforma della capanna, ma qui si trovò piuttosto imbarazzato. Il suolo era formato da bambù, distanti l'uno dall'altro un buon palmo, e i piedi del povero Yanez non riuscivano a trovare uno stabile appoggio.
- Ma questa è una trappola! - esclamò.
- Costruzione dayaca, fratello mio - disse Sandokan ridendo.
- Ma che piedi hanno quei selvaggi?
- Forse più piccoli dei nostri. Un po' di equilibrio, diamine!
Il portoghese, traballando e saltando di trave in trave, giunse nella capanna.
Era discretamente vasta, divisa in tre camerette di cinque piedi di altezza e altrettanti di larghezza, col pavimento pure formato da bambù lontani l'uno dall'altro parecchi centimetri, ma coperto da stuoie.
- Che cosa mi rechi? - chiese Sandokan.
- Molte novità, fratello mio - rispose Yanez sedendosi. - Ma dimmi, innanzitutto, dov'è la povera Ada, che non ho veduta nel campo?
- Questo luogo non è molto sicuro, Yanez. Le guardie del rajah possono assalirci da un istante all'altro.
- Comprendo, fratello mio; tu l'hai nascosta in qualche luogo.
- Sì, Yanez. L'ho fatta condurre verso la costa.
- Chi ha con sé?
- Due uomini che mi sono fedelissimi.
- È ancora pazza?
- Sì, Yanez.
- Povera Ada!
- Guarirà, te lo assicuro.
- In qual modo?
- Quando si troverà dinanzi a Tremal-Naik proverà una scossa così forte che riacquisterà la ragione.
- Lo credi?
- Lo credo, anzi ne sono certo.
- Possano le tue speranze avverarsi.
- Dimmi ora, Yanez, che cos'hai fatto a Sarawak in questi giorni?
- Molte cose. Sono diventato amico del rajah.
- E come?
Il portoghese in poche parole lo informò di quello che aveva fatto, gli narrò ciò che gli era accaduto e ciò che aveva udito. Sandokan lo ascoltò attentamente, senza interromperlo, ora sorridente e ora pensieroso.
- Dunque tu sei amico del rajah - disse, quando Yanez ebbe terminato.
- Amico intimo, fratello mio.
- Non ha alcun sospetto?
- Non credo; ma, come ti ho detto, sa che tu sei qui.
- Bisogna affrettarsi a liberare Tremal-Naik. Ah! se potessi nel medesimo tempo schiacciare per sempre quel dannato Brooke!
- Lascia il rajah, Sandokan.
- Egli fu troppo feroce, Yanez, verso i nostri fratelli. Darei metà del mio sangue per vendicare le migliaia di malesi uccisi da quell'uomo terribile e spietato.
- Bada, Sandokan; non abbiamo che sessanta uomini.
Un lampo sinistro balenò negli occhi della Tigre della Malesia.
- Tu sai, Yanez, di quanto io sia capace - disse con un tono di voce che faceva fremere. - Il mio passato tu lo conosci.
- Lo so, Sandokan, che tu hai sfidato l'ira di regni ed imperi europei. Ma la prudenza non è mai troppa.
- E sia: sarò prudente. Mi accontenterò di liberare Tremal-Naik.
- Cosa forse più difficile dell'altra, Sandokan.
- Perché?
- Ci sono sessanta bianchi nel fortino e molti pezzi di cannone.
- Cosa sono sessanta uomini?
- Aspetta un po', fratellino mio. Mi dimenticavo di dirti che il fortino è vicinissimo alla città. Al primo colpo di cannone tu avrai i bianchi dinanzi e le truppe del rajah alle spalle. Sandokan si morse le labbra e fece un gesto di dispetto.
- Eppure bisogna salvarlo - disse.
- Che cosa dobbiamo fare?
- Giocheremo d'astuzia.
- Hai un piano?
- Sono bornese e, come i miei compatrioti, ho sempre amato i veleni. Con una sola goccia si uccide un uomo per quanto sia forte; con un'altra goccia lo si addormenta, lo si fa credere morto, o lo si fa impazzire. Il veleno, come vedi, è un'arma potente, terribile.
- So che durante il nostro soggiorno a Giava tu ti occupavi molto di veleni. E mi ricordo che una volta un potente narcotico ti salvò dalla forca.
- Ecco che i miei studi e le mie ricerche cominciano a fruttare - disse Sandokan. - Ascoltami, Yanez.
Frugò in una tasca interna della sua giacca e ne trasse una scatoletta di pelle ermeticamente chiusa. L'aprì e mostrò al portoghese dieci o dodici microscopiche boccettine, piene di liquidi bianchi, verdastri e neri.
- Per Giove! - esclamò Yanez.
- Non è tutto - disse Sandokan, aprendo una seconda scatoletta contenente piccolissime pillole che esalavano un acuto odore. - Questi sono altri veleni.
- E cosa vuoi fare con quei liquidi e quelle pillole?
- Ascoltami con attenzione, Yanez. Tu mi hai detto che Tremal-Naik è prigioniero nel forte.
- È vero.
- Credi di poter entrare nel forte, chiedendo il permesso al rajah?
- Lo spero. Ad un amico non si nega un favore così piccolo.
- Tu dunque entrerai e chiederai di vedere Tremal-Naik.
- E quando l'avrò veduto, cosa farò?
Sandokan levò dalla seconda scatola alcune pillole nere e gliele mise in mano.
- Queste pillole contengono un veleno che non uccide, ma che sospende la vita per trentasei ore.
- Ora comprendo il tuo piano. Io dovrò farne inghiottire una a Tremal- Naik.
- O scioglierne una nella brocca dell'acqua.
- Tremal-Naik non darà più segno di vita, lo crederanno morto e lo seppelliranno.
- E noi, nella notte, andremo a disseppellirlo - aggiunse Sandokan.
- Il progetto è stupendo, Sandokan - disse il portoghese.
- Tenterai il colpo? Tu non corri, mi pare, alcun pericolo.
- Io lo tenterò, purché mi si permetta di entrare nel forte.
- Se non ti permettono, corrompi qualche marinaio. Hai denaro?
Il portoghese aprì la giacca, il panciotto, alzò la camicia, e mostrò una fascia un po' rigonfia che gli cingeva i fianchi.
- Ho sedici diamanti che tutti insieme valgono un milione.
- Se ne vuoi altri, parla. La mia cintura contiene il doppio della tua e a Batavia abbiamo tanto oro da acquistare la flotta intera del Portogallo.
- Lo so, Sandokan, che il denaro non ci manca. Per ora mi accontenterò dei miei sedici diamanti.
- Nascondi ora queste pillole e anche quelle due boccettine - disse Sandokan. - Una, la verde, contiene un narcotico che non sospende la vita, ma che addormenta profondamente per dodici ore; l'altra, la rossa, contiene un veleno che uccide istantaneamente e senza lasciare traccia. Chissà: possono esserti utili.
Il portoghese nascose le pillole e le boccettine, si gettò a bandoliera il fucile e si alzò.
- Te ne vai?
- Sarawak è lontana, fratello mio.
- Quando farai il colpo?
- Domani.
- Mi farai subito avvertire da Kammamuri?
- Non mancherò; addio, fratello.
Scese la pericolosa scala, salutò i tigrotti e tornò a cacciarsi sotto la foresta, cercando di orizzontarsi. Aveva percorso sei o settecento metri, quando fu raggiunto dal maharatto.
- Altre novità? - chiese il portoghese, arrestandosi.
- Una e forse grave, signor Yanez - disse il maharatto. - Un pirata è tornato or ora al campo ed ha riferito alla Tigre di aver veduto, a tre miglia da qui, una banda di dayachi guidata da un vecchio bianco.
- Se lo incontrerò gli augurerò buon viaggio.
- Aspettate un po', signor Yanez - disse il maharatto. - Il pirata ha detto che quel vecchio dalla pelle bianca somigliava all'uomo che ha giurato di appiccare la Tigre e voi.
- Lord James Guillonk! - esclamò Yanez, impallidendo.
- Sì, padron Yanez, quell'uomo somigliava allo zio della defunta moglie di Sandokan.
- È impossibile!... È impossibile!... Chi è il pirata che lo ha visto?
- Il malese Sambigliong.
- Sambigliong!... - balbettò Yanez. - Questo malese era con noi quando rapimmo la nipote di lord James, anzi, se la memoria non m'inganna, affrontò lo stesso lord che stava per spezzarmi il cranio. Per Giove!... Io corro un gran pericolo.
- Quale? - chiese il maharatto.
- Se lord Guillonk viene a Sarawak io sono perduto. Mi vedrà, mi riconoscerà, quantunque siano trascorsi sei anni dall'ultima volta che ci siamo incontrati, e mi farà arrestare e appiccare.
- Ma il malese non ha detto che quel vecchio era il Lord. Somigliava e nulla pi.
- Ti ha mandato Sandokan ad avvertirmi?
- Sì padron Yanez!
- Gli dirai che starò in guardia, ma che cerchi d'impadronirsi di quel vecchio dalla pelle bianca. Addio, Kammamuri, domani mattina ti attendo alla taverna cinese.
Il portoghese, molto inquieto, si rimise in marcia, guardandosi attentamente attorno e tendendo gli orecchi, timoroso di trovarsi da un istante all'altro dinanzi a quel vecchio. Fortunatamente non udivasi, sotto la gigantesca boscaglia, alcuna voce umana, né alcun segnale. I soli rumori che rompevano il silenzio erano le grida degli argus giganti, magnifici fagiani che svolazzavano a centinaia, quelle non meno acute delle cacatue nere e quelle rauche delle scimmie dal naso lungo, così chiamate perché il loro naso è molto prominente e rosso come quello di Bacco.
Camminò così, con grandi precauzioni, fra cespugli inestricabili e gigantesche macchie, ora piegando a destra e ora a sinistra, per cinque ore. Non giunse a Sarawak che al calar del sole, affranto dalla fatica e affamato come un lupo. Pensò che fosse troppo tardi per recarsi a pranzare dal rajah e si recò alla taverna del cinese. Dopo un lauto pranzo, annaffiato da parecchie bottiglie, fece ritorno alla palazzina. Alla sentinella, prima di entrare, chiese se un vecchio dalla pelle bianca fosse giunto, ma, avutane risposta negativa, salì nella sua camera.
Il rajah si era ritirato nella sua stanza da qualche ora.
- Meglio così - mormorò Yanez. - Un cacciatore che torna senza un pappagallo può allarmare quella vecchia volpe sospettosa.
Andò poi a dormire mettendo le pistole e il kriss sotto il capezzale.

6. Tremal-Naik.

Quantunque fosse assai stanco, il buon portoghese non fu capace di chiudere occhio in tutta la notte. Quel vecchio bianco che guidava un drappello di dayachi e somigliava tanto allo zio della moglie della Tigre, stato visto in vicinanza della città dal malese Sambigliong l'aveva sempre nella mente e riempivagli l'animo di forti inquietudini.
Invano cercava di tranquillizzarsi, ripetendosi che forse il malese si era ingannato, che il lord doveva essere ancora lontano, forse a Giava, forse in India, forse più lontano ancora, in Inghilterra. Parevagli sempre di udire la voce del vecchionell'attiguo corridoio; parevagli sempre di udire delle persone avvicinarsi alla sua stanza, un fragore d'armi risuonare nel palazzo.
Più volte, non sapendo dominare le sue inquietudini, scese dal letto e aprì prudentemente le finestre, più volte socchiuse la porta della stanza, temendo che fossero state appostate delle sentinelle per impedirgli la fuga. Si addormentò verso l'alba, ma fu un sonno agitato da brutti sogni che durò un paio d'ore al più. Si destò udendo un gong strepitare per la via.
Si alzò, si vestì, si cacciò nelle tasche un paio di corte pistole e si diresse verso la porta. In quell'istesso istante veniva bussato.
- Chi è? - chiese egli con viva ansietà.
- Il rajah vi aspetta nel suo gabinetto - disse una voce.
Yanez si sentì un brivido correre per le ossa. Aprì la porta e si trovò dinanzi un indiano.
- È solo il rajah? - chiese, coi denti stretti.
- Solo, milord - rispose l'indiano.
- Che vuole da me?
- Vi attende per bere il thè.
- Corro da lui - disse Yanez, dirigendosi verso lo studio del principe.
- Il rajah era seduto dinanzi al suo tavolino, sul quale c'era un servizio da thè in argento. Vedendo Yanez entrare, si alzò col sorriso sulle labbra, stendendogli la mano.
- Buon giorno, milord! - esclamò. - Siete rientrato tardi ieri sera.
- Perdonate, Altezza, se ho mancato al pranzo; ma la colpa non è mia - disse Yanez, rassicurato dal sorriso del rajah.
- Che vi è accaduto?
- Mi sono smarrito in mezzo ai boschi.
- Eppure avevate una guida.
- Una guida!
- Mi dissero che eravate con un indiano che si spaccia per provveditore delle miniere di Poma.
- Chi ve lo ha detto, Altezza? - chiese Yanez, facendo uno sforzo straordinario per conservare la calma.
- Le mie spie, milord.
- Altezza, ai vostri servigi avete della brava gente.
- Lo credo - disse il rajah sorridendo. - L'avete incontrato dunque, quell'uomo?
- Sì, Altezza.
- Fino dove vi ha accompagnato?
- Fino ad un piccolo villaggio di dayachi.
- Indovinate chi era quell'uomo.
- Chi era? - chiese Yanez, pronunciando con fatica quelle due parole.
- Un pirata - disse il rajah.
- Un pirata!... È impossibile, Altezza.
- Ve lo assicuro.
- E non mi ha ammazzato?
- I pirati di Mompracem, milord, qualche volta sono generosi, come il loro capo.
- È generosa la Tigre della Malesia?
- Così si dice. Mi si racconta che parecchie volte regalò grossi diamanti ai poveri diavoli che pochi momenti prima aveva moschettato e sciabolato.
- È un pirata molto strano, dunque!
- È coraggioso e generoso insieme.
- Ma siete certo, Altezza, che quell'indiano facesse parte della banda di Mompracem?
- Sicurissimo, perché le mie spie lo videro parlare con alcuni pirati della Tigre della Malesia. Ma non parlerà più con loro, ve lo giuro. A quest'ora deve essere in mano dei miei. -
In quell'istante, giù nella strada, si udirono delle grida acute e un forte colpo di gong.
Yanez pallido, agitatissimo, si precipitò verso la finestra per vedere ciò che accadeva, ma soprattutto per nascondere la propria commozione.
- Per Giove! - esclamò con voce strozzata diventando maggiormente pallido. - Kammamuri!
- Che cosa succede? - chiese il rajah.
- Conducono qui il mio indiano, Altezza - rispose con voce abbastanza calma.
- Non mi ero ingannato, io.
Si curvò sul davanzale e guardò.
Quattro guardie, armate fino ai denti, conducevano verso il palazzo l'indiano Kammamuri, al quale erano state legate strettamente le braccia con solide fibre di rotang. Il prigioniero non opponeva alcuna resistenza, né sembrava atterrito. Procedeva con passo calmo e guardava tranquillamente la folla di dayachi, cinesi e malesi che lo seguiva schiamazzando.
- Pover'uomo! - esclamò Yanez.
- Lo compiangete, milord? - chiese il rajah.
- Un po', lo confesso.
- Eppure quell'indiano è un pirata.
- Lo so, ma con me fu assai gentile. Che ne farete, Altezza?
- Cercherò di farlo parlare innanzitutto. Se riesco a sapere dove si cela la Tigre della Malesia... Radunerò le mie guardie e l'assalirò.
- L'assalirete?
- Radunerò le mie guardie e l'assalirò.
- E se il prigioniero si ostina a non parlare?
- Lo farò appiccare - disse freddamente il rajah.
- Povero diavolo!
- Tutti i pirati hanno uguale trattamento, milord.
- Quando lo interrogherete?
- Quest'oggi non ho tempo, perché devo ricevere un ambasciatore olandese, ma domani sarò libero e lo farò parlare.
Un lampo balenò negli occhi del portoghese.
- Altezza - disse, dopo un po' d'esitazione. - Potrò assistere all'interrogatorio?
- Se lo desiderate.
- Grazie, Altezza.
Il rajah scosse un campanello d'argento che stava sul tavolo. Un cinese vestito di seta gialla, con una coda lunga un buon metro, entrò portando una teiera di porcellana di Ming, piena di thè fumante.
- Il thè non vi spiacerà, spero - disse il rajah.
- Non sarei inglese - rispose Yanez, sorridendo.
Vuotarono parecchie tazze della deliziosa bevanda, indi si alzarono.
- Ove vi recate oggi, milord? - chiese il rajah.
- A visitare i dintorni della città - rispose Yanez. - Ho scorto un fortino e, con il vostro permesso, lo visiterò.
- Troverete dei compatrioti, milord.
- Dei compatrioti! - esclamò Yanez, fingendo di ignorare ogni cosa.
- Raccolti da me alcune settimane fa, mentre stavano per annegare.
- Dei naufraghi dunque?
- Precisamente.
- E che cosa fanno in quel forte?
- Attendono l'arrivo di una nave per imbarcarsi e nel medesimo tempo sorvegliano un thug indiano che rinchiusi là dentro.
- Che? Un thug! Un thug indiano! - esclamò Yanez. - Oh! vorrei vedere uno di quei terribili strangolatori.
- Lo desiderate?
- Ardentemente.
Il rajah prese un foglio di carta, scrisse alcune righe, lo piegò e lo consegnò al portoghese che lo prese con vivacità.
- Consegnatelo al luogotenente Churchill - disse il rajah. Egli vi mostrerà il thug e, se desiderate, vi farà visitare l'intero fortino che però non ha nulla di bello.
- Grazie, Altezza.
- Pranzerete con me questa sera?
- Ve lo prometto.
- Arrivederci, milord.
Yanez, che non vedeva l'ora di uscire da quello studio, si diresse verso la propria stanza.
- Ragioniamo, Yanez mio - mormorò quando si trovò solo. - Si tratta di fare un gran colpo senza essere scoperto.
Si affacciò poi alla finestra, immergendosi in profondi pensieri.
Rimase lì, immobile, con gli occhi fissi sul fortino, dieci o dodici minuti, corrugando di quando in quando la fronte.
- Ci siamo! - esclamò d'un tratto. - Mio caro Brooke, il buon Yanez ti prepara un giochetto che, se ho tutto ben calcolato, sarà bellissimo. Per Giove! Sandokan sarà contento del fratello bianco.
S'avvicinò al tavolo, prese una penna e, sopra un pezzettino di carta, scrisse:

Mi manda il tuo fedele servo Kammamuri per salvarti. Tremal-Naik, se vuoi essere libero e rivedere la tua Ada, ingoia verso la mezzanotte le pillole che qui trovi, né prima né dopo, se puoi. Yanez, amico di Kammamuri.

Vi mise dentro due piccole pillole verdastre e fece una pallottolina che nascose in un taschino della sua giacca.
- Domani gli inglesi lo crederanno morto e domani sera lo seppelliranno - mormorò, stropicciandosi allegramente le mani, e ad avvertire il mio caro fratello manderemo Kammamuri. Ah! mio caro James Brooke, non sai ancora di che cosa sono capaci i tigrotti di Mompracem.
Si cacciò in testa un cappellaccio di paglia a forma di fungo, si passò nella cintura il fedele kriss e lasciò la stanza scendendo lentamente le scale.
Passando per un corridoio, vide dinanzi ad una porta un indiano armato di carabina con baionetta in canna.
- Che cosa fai lì? - chiese il portoghese.
- Sono di guardia - rispose la sentinella.
- A chi fai la guardia?
- Al pirata arrestato stamane.
- Bada che non ti sfugga, amico. È un uomo pericoloso.
- Terrò gli occhi sempre aperti, milord.
- Bravo ragazzo.
Lo salutò con la mano, scese la scala ed uscì in strada con un sorriso ironico sulle labbra. Il suo sguardo subito si fissò sulla collina che gli stava di fronte, in cima alla quale, fra il verde cupo delle piante, spiccava la massa biancastra del fortino.
- Animo, Yanez - mormorò. - C'è molto da fare.
Attraversò con passo tranquillo la città, invasa da una fitta folla di superbi dayachi, di orrendi malesi e di caudati cinesi che schiamazzavano su tutti i toni, vendendo frutta, armi, vesti e giocattoli di Canton, e prese un sentiero, ombreggiato da altissimi durion e da areche, che menava al fortino.
A mezza costa s'imbatté in due marinai inglesi che scendevano alla città, forse per ricevere qualche ordine del rajah, o forse per informarsi se qualche nave aveva gettato l'ancora alla foce del fiume.
- Olà, amici - disse Yanez salutandoli. - È lassù il comandante Churchill?
- L'abbiam lasciato che fumava alla porta del fortino - rispose uno dei due.
- Grazie, amici.
Si rimise in cammino e dopo un lungo giro sboccò in un largo piazzale in mezzo al quale si levava il fortino. Sulla porta, appoggiato ad un fucile, stava un marinaio, occupato a masticare un pezzo di tabacco, e a pochi passi, sdraiato in mezzo alle erbe, fumava un luogotenente di marina, di statura alta, con lunghi baffi rossi. Yanez si arrestò.
- Toh! un bianco! - esclamò il luogotenente scorgendolo.
- E che cerca di voi - disse il portoghese.
- Di me?
- Sì!
- E che cosa desiderate?
- Ho una lettera per il luogotenente Churchill...
- Sono io, signore, il luogotenente Churchill - disse l'ufficiale, alzandosi e muovendogli incontro.
Yanez estrasse la lettera dal rajah e la porse all'inglese il quale l'aprì e la lesse attentamente.
- Sono ai vostri ordini, milord - disse, quand'ebbe letto.
- Mi farete vedere il thug?
- Se lo vorrete.
- Accompagnatemi da lui, adunque. Ho sempre desiderato vedere uno di quei terribili strangolatori.
Il luogotenente si mise in tasca la pipa ed entrò nel fortino, seguito da Yanez. Attraversarono un piccolo cortile, in mezzo al quale arrugginivano quattro vecchi cannoni di ferro, ed entrarono nel fabbricato costruito con robustissimo legno di teck, capace di resistere ad una palla di sei e anche otto libbre.
- Ci siamo, milord - disse Churchill, fermandosi dinanzi ad una solida porta sprangata. - Il thug è qui dentro.
- È tranquillo o feroce?
- È mansueto come una tigre addomesticata - rispose l'inglese sorridendo.
- Non occorre quindi entrare armati.
- Non ha mai fatto male ad alcuno di noi, però non entrerei senza le mie pistole.
Levò le due spranghe ed aprì con precauzione la porta, sporgendo la testa.
- Il thug sonnecchia - disse. - Entriamo, milord.
Yanez provò un brivido, non già perché avesse paura dello strangolatore, ma per tema che questi lo tradisse. Infatti l'indiano poteva respingere il bigliettino e le pillole e svelare così ogni cosa al luogotenente Churchill.
- Coraggio e sangue freddo - mormorò, - non è il momento di ritirarsi.
Varcò la soglia ed entrò. Si trovò in una cella piuttosto piccola, con le pareti di legno di teck, rischiarata da un finestrino a solidissime inferriate.
In un angolo, steso su di un letto di foglie secche e avvolto in un corto mantello di tela, stava il thug Tremal-Naik, il padrone dell'indiano Kammamuri, il fidanzato dell'infelice Ada.
Era un superbo indiano, alto cinque piedi e sei pollici, color del bronzo. Largo e robusto aveva il petto, muscolose le braccia e le gambe, fieri i lineamenti del volto e regolarissimi. Yanez, che aveva visto cinesi, malesi, giavanesi, africani, indiani, bughisi, macassaresi e tagali, non si ricordava di aver incontrato un uomo di colore così bello e così vigoroso. Non c'era che Sandokan che potesse superarlo.
Quell'uomo dormiva, ma il suo sonno non era tranquillo. Il petto gli si sollevava affannosamente, la sua ampia e bella fronte si corrugava, le labbra di un rosso vivo, ardente, fremevano e le sue mani, piccole come quelle di una donna, si aprivano e si chiudevano, come se volessero afferrare qualche cosa e stritolarla.
- Bell'uomo! - esclamò Yanez.
- Zitto, parla - mormorò il luogotenente.
Un rauco accento straziante era uscito dalle labbra dell'indiano.
- Mia! - aveva esclamato.
La sua faccia, d'un tratto, divenne burrascosa. Una vena che gli solcava la fronte s'ingrossò improvvisamente.
- Suyodhana - mormorò, con accento d'odio, l'indiano.
- Tremal-Naik! - disse il luogotenente.
A quel nome l'indiano si scosse, si alzò di scatto e fissò sul luogotenente uno sguardo che scintillava come quello di un serpente.
- Che cosa vuoi? - chiese.
- Un signore vuol vederti.
L'indiano guardò Yanez che stava qualche passo indietro a Churchill.
Un sorriso sdegnoso sfiorò le sue labbra mettendo a nudo i denti bianchi come l'avorio.
- Sono una belva forse? - chiese. - Che...
Si arrestò e trasalì. Yanez che, come si disse, stava dietro al luogotenente, gli aveva fatto un rapido cenno. Senza dubbio aveva compreso che gli stava dinanzi un amico.
- Come ti trovi qui dentro? - chiese il portoghese.
- Come può trovarsi un uomo che nacque e visse libero nella jungla - disse Tremal-Naik con voce triste.
- È vero che tu sei un thug?
- No.
- Eppure hai strangolato delle persone.
- E vero, ma non sono un thug.
- Tu menti.
Tremal-Naik si alzò digrignando i denti e con gli occhi fiammeggianti; ma un nuovo gesto del portoghese lo calmò.
- Se tu mi lasciassi alzare il mantellino, ti mostrerei il tatuaggio che distingue i thug.
- Alzalo, - disse Tremal-Naik.
- Non accostatevi, milord! - esclamò il luogotenente.
- Non ho arma alcuna - disse l'indiano. - Se io alzo un braccio, scaricami in petto le tue pistole.
Yanez s'avvicinò al letto di foglie e si curvò sull'indiano.
- Kammamuri - mormorò con voce appena distinta. Un rapido lampo brillò negli occhi dell'indiano. Con un gesto alzò il mantellino e raccolse il biglietto contenente le pillole che il portoghese aveva lasciato cadere.
- L'avete visto il tatuaggio? - chiese il luogotenente che aveva, per precauzione, armato una pistola.
- Non lo ha - rispose Yanez, raddrizzandosi.
- Non è un thug dunque?
- Chi può dirlo? I thugs hanno tatuaggi in più parti del corpo.
- Non ne ho - disse Tremal-Naik.
- Da quanto tempo si trova qui, luogotenente? - chiese Yanez.
- Da due mesi, milord.
- Dove lo si condurrà?
- In qualche penitenziario dell'Australia.
- Povero diavolo! Usciamo, luogotenente.
Il marinaio aprì la porta. Yanez ne approfittò per volgersi indietro e fare a Tremal-Naik un ultimo gesto che significava "obbedite".
- Volete visitare il fortino? - chiese il luogotenente quand'ebbe chiusa e sprangata la porta.
- Mi pare che non abbia nulla di attraente - rispose Yanez. - Arrivederci dal rajah, signore.
- Arrivederci, milord.