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I predoni del Sahara
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EMILIO SALGARI
I
predoni del Sahara.
1 - I fanatici marocchini
Il Ramadan, la quaresima dei mussulmani, che dura solamente trenta giorni invece di quaranta, stava per finire anche a Tafilelt, città perduta ai confini meridionali dell'impero marocchino, dinanzi all'immenso mare di sabbia, al Sahara.
In attesa del colpo di cannone che segnalava la fine del digiuno, dopo di che cominciava l'orgia notturna, la popolazione si era riversata nelle vie e nelle piazze per ammirare i santoni e i fanatici.
Si sono modificate ed un pò ingentilite la Turchia e l'Egitto; la Tripolitania e l'Algeria hanno molto perduto del loro selvaggio zelo religioso, ma il Marocco, al pari dell'Arabia, la culla dell'Islam, si è mantenuto tal quale era cinquecento o mille anni fa.
Non v'è festa religiosa che passi senza scene ributtanti di sangue. Sia nel Maharem, che si celebra al principio dell'anno, sia nel Ramadan o nel grande o piccolo Beiram, gli affigliati delle diverse sette religiose, per guadagnarsi il paradiso, si abbandonano ad eccessi che talvolta fanno fremere.
In preda ad una esaltazione che rasenta la pazzia, corrono per le vie armati di pugnali, di spilloni e di scimitarre e si straziano orrendamente le carni, gettando il sangue sul volto dei loro ammiratori ed invocando senza posa Maometto.
Non è raro anche il caso che dopo una corsa furiosa raggiungano i bastioni e si gettino nel vuoto sfracellandosi sulle pietre dei sottostanti fossati.
Tafilelt, al pari di tutte le altre città del Marocco, aveva i suoi santoni ed i suoi fanatici, che attendevano la fine del Ramadan per dar prove del loro zelo religioso e guadagnarsi il famoso paradiso di Maometto.
Un fracasso assordante di tamburelli e di urla, che pare non abbiano più nulla di umano, li annuncia.
Hanno già lasciata la moschea e stanno per cominciare la loro corsa sanguinosa attraverso le vie.
I pochi europei
che abitano la città, trafficando colle carovane del deserto, fuggono da
tutte le parti, mentre gli ebrei si barricano, tremanti di spavento, nelle
loro case, mettendosi a guardia dei loro forzieri colmi d'oro.
Gli uni e gli altri sono in pericolo. Se l'europeo è un infedele, l'ebreo è un cane, che qualunque fanatico può percuotere impunemente e anche uccidere.
I primi sono forse temuti; i secondi no perché non hanno consoli che li proteggano.
All'estremità della via, montato su un bianco cavallo, compare il mukkadem, capo degli hamduca, una setta religiosa che fornisce in ogni festa un bel numero di vittime.
È avvolto maestosamente in un ampio caic candidissimo e fa volteggiare sopra il suo immenso turbante lo stendardo verde del Profeta colla sua luna d'argento. Intorno a lui, urlano e saltano o girano vorticosamente, come i dervis saltatori della Turchia, una ventina di aisaua, appartenenti alla setta degli incantatori di serpenti.
Sono quasi nudi, non avendo che un turbante in testa e un pezzo di tela legato ai fianchi.
Mentre alcuni battono i tamburelli e cavano dai loro flauti note acute e stridenti, altri fanno guizzare in aria, invocando a piena gola il loro santo patrono, serpenti pericolosissimi, dal morso mortale.
Ma gli aisaua non li temono; essi sono immuni dal veleno perché sono devoti al santone. Scherzano coi rettili, li irritano, poi li stringono coi denti, ne masticano con una sensualità da cannibali le code, e finiscono per trangugiarli come fossero semplici anguille!... E non muoiono.
Il perché non si avvelenino è un mistero che nessuno è mai riuscito a spiegare. Eppure basta un morso di quei rettili per fulminare un pollo, un cane, un montone e mandare all'altro mondo un uomo che non appartenga alla setta.
Ma ecco i fanatici, i santoni. Sono una cinquantina e tutti in preda ad un vero furore religioso: appartengono tutti alla setta degli hamandukas, la più fanatica di quante ne esistono nel Marocco.
Hanno gli sguardi torvi, i lineamenti alterati, la schiuma alla bocca ed il corpo già imbrattato di sangue.
Urlano come belve feroci, saltano come se i loro piedi toccassero delle braci ardenti e si dimenano come ossessi, storditi dalle grida degli ammiratori, che li seguono come una fiumana, dalle note acute dei flauti e dal rombo assordante dei tamburi. Alcuni si squarciano il petto adoperando una corta spada sormontata da una palla di rame e adorna di catenelle e di piastrine luccicanti; altri, armati di piccoli spiedi acutissimi, si trapassano le gote senza dimostrare alcun dolore o si forano la lingua o trangugiano scorpioni o divorano le foglie ramose dei fichi d'India irte di spine.
Dalle loro gole escono senza posa le grida di “Allah... la... la... lah... [Dio!.. Dio!..]”
Ma non sono grida: sono ruggiti che sembrano uscire da gole di leoni o di tigri.
Hanno preso la corsa; sorpassano il loro capo, seguiti dagli aisaua e dai loro seguaci. È una corsa pazza, furiosa, che finirà certo tragicamente perché quei poveri allucinati hanno ormai raggiunto l'ultimo limite del fanatismo. Guai se in quel momento incontrassero un infedele!... Ma se tutti gli ebrei e gli europei sono fuggiti, non mancano i cani, i montoni, gli asini.
Si gettano ferocemente su quei poveri animali, se hanno la disgrazia di farsi sorprendere, e li mordono crudelmente, strappando pezzi di carne viva che trangugiano ancora palpitante.
Un disgraziato cane che fuggendo va a cacciarsi fra le loro gambe, viene subito preso e divorato ancora vivo; un misero asino, che è fermo sull'angolo d'una via, subisce tali morsi che cade moribondo.
Due montoni seguono l'eguale sorte, poi i fanatici riprendono la loro corsa verso i bastioni della città, sempre urlando come belve ed invocando Allah.
Già hanno attraversato la piazza del bazar, quando si vedono attraversare la via da un uomo.
Un urlo terribile sfugge dalle loro gole.
“A morte
il kafir...”
Il vestito nero che indossava quel disgraziato, livrea disprezzata dal marocchino il quale non ama che il bianco ed i colori smaglianti, aveva subito fatto conoscere a quegli esaltati che si trovavano dinanzi ad un infedele, peggio ancora ad un ebreo, ad un essere odiato, che potevano uccidere senza che le autorità avessero nulla a che dire.
Il povero uomo, che non aveva avuto il tempo di salvarsi nella sua casa, vedendosi scoperto, si era gettato da un lato, rifugiandosi sotto la volta d'un portone.
Era un giovane di venticinque o ventisei anni, di statura slanciata e bellissimo, caso molto raro fra gli ebrei del Marocco, i quali generalmente sono d'una bruttezza ripugnante, mentre le loro donne hanno conservato in tutta la purezza l'antico tipo semitico.
Quel giovane, vedendosi piombare addosso i fanatici, si era levato dalla cintura un pugnale ed una pistola col calcio incrostato d'argento e madreperla e si era messo risolutamente sulla difensiva, gridando
“Chi mi tocca, è un uomo morto!”
Una minaccia simile in bocca ad un ebreo era così inaudita, che i fanatici si erano arrestati.
L'ebreo del Marocco non può difendersi. Deve lasciarsi scannare come un montone dal primo mussulmano che lo incontra durante una festa religiosa e senza protestare. E poi non ne ha quasi il coraggio perché sa che anche difendendosi, verrebbe egualmente condannato a morte dalla giustizia imperiale e il più delle volte bruciato vivo su una pubblica piazza.
L'esitazione dei fanatici non doveva durare a lungo; ben presto urlarono: “Addosso al kafir!...”
La folla stava per raggiungerli, pronta a spalleggiarli, e li incoraggiava urlando
“Scanna l'infedele!... A morte l'ebreo! Allah e Maometto vi saranno riconoscenti!...”
L'israelita, quantunque si vedesse ormai perduto, non abbassava il braccio armato. Teneva la pistola sempre puntata, deciso, a quanto pareva, a scaricare contro i suoi nemici i due colpi e poi a far uso anche del pugnale.
I suoi occhi neri, pieni di splendore come quelli delle donne ebree, mandavano lampi, ma il suo volto bianchissimo era diventato così pallido da far paura.
“Indietro!” ripeté, con voce angosciata.
I fanatici, incoraggiati dalla folla, avevano invece impugnato le corte scimitarre e gli spilloni, mandando urla feroci.
Stavano per precipitarsi su di lui e farlo a brani, quando due altri uomini, vestiti di bianco come gli europei che soggiornano nel Marocco e nei paesi caldi, si scagliarono dinanzi ai fanatici, tuonando:
“Fermi!”
Uno era un uomo di trent'anni, alto, bruno, con baffi neri, gli occhi vivi e mobilissimi, elegante; l'altro invece era un vero gigante, alto quanto un granatiere, con un corpo erculeo e con braccia grosse come colonne, un uomo insomma da far paura e da tener testa, da solo, ad un drappello d'avversari.
Era bruno come un meticcio, con una selva di capelli più neri delle penne dei corvi, con baffi grossi che gli davano un aspetto brigantesco, coi tratti del volto angolosi, il naso diritto e le labbra rosse come ciliege mature.
Vestiva un costume bianco come il compagno, però invece dell'elmo di tela portava una specie di tocco di panno nero, cinto da un drappo rosso e adorno d'un fiocco d'egual colore.
Era più vecchio dell'altro di cinque o sei anni, ma quale vigore doveva possedere quell'ercole di fronte a cui i magrissimi marocchini facevano una ben meschina figura!
Vedendo slanciarsi quei due uomini, per la seconda volta i fanatici si erano arrestati. Non si trattava più di scannare un cane d'ebreo. Quei due sconosciuti erano due europei, forse due inglesi, due francesi o italiani, due uomini insomma che potevano chiedere l'aiuto del governatore, far accorrere delle corazzate dinanzi a Tangeri e disturbare seriamente la quiete dell'Imperatore.
“Levatevi!” aveva gridato, con tono minaccioso, uno dei fanatici “L'ebreo è nostro!”
Il giovane bruno invece di rispondere aveva levato rapidamente da una tasca una rivoltella, puntandola contro i marocchini.
“Rocco, preparati,” disse volgendosi verso il compagno.
“Sono pronto a fare una carneficina di questi cretini,” rispose il gigante. “I miei pugni basteranno, marchese.”
La folla, che giungeva coll'impeto d'una fiumana che rompe gli argini, urlava a piena gola: “A morte gl'infedeli!”
“Sì, a morte!” vociferarono gli allucinati.
Si precipitarono innanzi agitando le scimitarre, i pugnali ed i punteruoli grondanti sangue che avevano levato dalle ferite e si prepararono a fare a pezzi l'ebreo e anche i due europei.
“Indietro, bricconi!” gridò ancora, con voce più minacciosa, il compagno del gigante, gettandosi dinanzi all'ebreo. “Voi non toccherete quest'uomo.”
“A morte i cani d'Europa!” urlarono invece i fanatici.
“Ah! Non volete lasciarci in pace?” riprese l'europeo con ira.
“Ebbene, prendete!”. Un colpo di rivoltella echeggiò ed un marocchino, il primo della banda, cadde morto.
Nel medesimo istante il colosso piombò in mezzo all'orda e con due pugni formidabili fulminò altri due uomini.
“Bravo Rocco!” esclamò il giovane dai baffi neri. “Tu vali meglio della mia rivoltella.”
Dinanzi a quell'inaspettata resistenza, i fanatici si erano arrestati, guardando con terrore quel colosso che sapeva così bene servirsi dei suoi pugni e che pareva disposto a ricominciare quella terribile manovra.
L'ebreo approfittò per accostarsi ai due europei.
“Signori,” disse in un italiano fantastico, “grazie del vostro aiuto, ma se vi preme la vita, fuggite.”
“Me ne andrei molto volentieri,” rispose il compagno del colosso, “se trovassi una casa. Noi non l'abbiamo una casa, è vero, Rocco?”
“No, signor marchese. Non ne ho trovata ancora una.”
“Venite da me, signore,” disse l'ebreo.
“È lontana la vostra?”
“Nel ghetto.”
“Andiamo.”
“E presto,” disse Rocco. “La folla si arma e si prepara a farci passare un brutto quarto d'ora.”
Alcuni uomini avevano invaso le case vicine ed erano usciti tenendo nei pugni moschetti, scimitarre, jatagan e coltellacci.
“La faccenda diventa seria,” disse il marchese. “In ritirata!”
Preceduti dall'ebreo il quale correva come un cervo, si slanciarono verso la piazza del Mercato, salutati da alcuni colpi di fucile, le cui palle, per loro fortuna, si perdettero altrove.
I fanatici ed i loro ammiratori si erano gettati sulle loro tracce urlando ed imprecando:
“A morte
i kafir!”
“Vendetta! Vendetta!”
Se i marocchini correvano, anche il marchese ed i suoi compagni mostravano di possedere garetti d'acciaio, perché non perdevano un passo. Però la loro posizione diventava di momento in momento più minacciata, tanto anzi che il marchese cominciava a dubitare di poter sfuggire a quel furioso inseguimento.
La folla si era rapidamente ingrossata e dalle strette viuzze sbucavano altri abitanti, mori, arabi, negri, e non inermi.
La notizia che degli stranieri avevano assassinato tre fanatici doveva essersi propagata colla rapidità del lampo e l'intera popolazione di Tafilelt accorreva per fare giustizia sommaria dei kafir che avevano osato tanto.
“Non credevo di scatenare una burrasca così grossa,” disse il marchese, sempre correndo. “Se non sopraggiungono i soldati del governatore, la mia missione finirà qui.”
Avevano già attraversato la piazza e stavano per imboccare una via laterale, quando si videro sbarrare il passo da una truppa di mori armati di scimitarre e di qualche moschetto.
Quella banda doveva aver fatto il giro del mercato per cercare di prenderli fra due fuochi e come si vede era riuscita nel suo intento.
“Rocco,” disse il marchese, arrestandosi, “siamo presi!”
“La via ci è tagliata, signore,” disse l'ebreo con angoscia. “Mi rincresce per voi; il vostro aiuto vi ha perduti!”
“Non lo siamo ancora,” rispose il gigante. “Ho cinque palle e il marchese ne ha altre sei. Cerchiamo di barricarci in qualche luogo.”
“E dove?” chiese il marchese.
“Vedo un caffè laggiù.”
“Ci assedieranno.”
“Resisteremo fino all'arrivo delle guardie. Il governatore ci penserà tre volte prima di lasciarci scannare. Siamo europei e rappresentiamo due nazioni che possono creare serie noie all'Imperatore. Orsù, non perdiamo tempo. Si preparano a fucilarci.”
Due spari rimbombarono sulla piazza e una palla attraversò l'alto berretto del colosso.
All'estremità della piazza sorgeva isolato un piccolo edificio di forma quadrata, sormontato da una terrazza, colle pareti bianchissime e prive di finestre.
Dinanzi alla porta vi erano certe specie di gabbie che servono da sedili ai consumatori di caffè.
I tre uomini si slanciarono in quella direzione, giungendo dinanzi alla porta nel momento in cui il proprietario, un vecchio arabo, attratto da quelle urla e da quegli spari, stava per uscire.
“Sgombra!” gridò il marchese in lingua araba. “E prendi!”
Gli gettò addosso una manata di monete d'oro, lo spinse contro il muro e si precipitò nell'interno seguito da Rocco e dall'ebreo, mentre la folla, maggiormente inferocita, urlava sempre
“A morte i kafir.”
2
- Tre contro mille
Quel piccolo edificio, che i fuggiaschi avevano occupato senza nemmeno prendersi la briga di chiedere il permesso al suo proprietario, si componeva di due sole stanze di pochi metri quadrati, ingombre di gabbie che servivano da sedili, di brocche, di cocome di rame, di tazze di metallo o di terra cotta, per la maggior parte schiacciate o screpolate, e di sacchetti di caffè.
I mobili consistevano in un banco massiccio e in un letto. Vi era anche un fornello di ferro su cui bolliva un pentolone d'acqua.
“Rocco,” disse il marchese, dopo aver gettato un rapido sguardo all'intorno. “Si può barricare la porta?”
“Il banco basterà,” rispose il colosso. “È pesante e di vera noce e arresterà le palle dei moschettoni.”
Detto ciò, spostò il banco che era stato infisso solidamente al suolo, poi senza alcuno sforzo lo trasportò fino alla porta, che fu chiusa fino a metà altezza.
L'ebreo vi aveva subito sovrapposto il fondo del letto, mentre il marchese accumulava rapidamente i sacchetti di caffè.
“È fatto,” disse Rocco.
“Ed a tempo,” rispose il marchese. “Ecco quei dannati fanatici che arrivano come una banda di lupi affamati.”
Urla feroci echeggiavano al di fuori. I fanatici ed i loro ammiratori, vedendo la porta barricata, erano montati in furore.
“Fuciliamoli!” gridò una voce.
“Adagio, mio caro,” disse il marchese, il quale non aveva perduto un atomo della sua flemma. “Non siamo già fagiani da lasciarci tranquillamente fucilare. Abbiamo anche noi delle palle e ne faremo buon uso.”
“E anche dell'acqua bollente,” aggiunge Rocco. “Basta salire sulla terrazza e vuotare la pentola.”
“M'incarico io,” disse l'ebreo.
“Vi consiglio di non mostrarvi, per ora. Sembra che siate molto odiato voi.”
“Perché sono ebreo.”
“Avete molti nemici in città?” chiese il marchese.
“Nessuno, signore; mi trovo a Tafilelt da soli due giorni e...”
La conversazione fu interrotta da un colpo di fucile.
Un marocchino si era avvicinato cautamente alla porta, tenendosi nascosto dietro la parete, ed aveva scaricato il suo moschetto attraverso una fessura lasciata fra i sacchetti; la palla era sibilata dinanzi al marchese ed all'ebreo.
Vedendo il marocchino fuggire, Rocco impugnò rapidamente la rivoltella che aveva deposto sul banco e a sua volta fece fuoco.
L'uomo mandò un grido, però continuò la corsa mescolandosi alla folla che si era fermata a cinquanta passi dall'edificio, non cessando un solo istante di urlare e di minacciare.
“Mancato?” chiese il marchese.
“No, toccato, signore,” rispose Rocco. “In Sardegna non si tira mica male.”
“E anche in Corsica,” rispose il marchese, ridendo.
“Ne ho avuto una prova poco fa, quando avete mandato quel fanatico a trovare Maometto con trenta grammi di piombo nella zucca.”
“Scherzate!” esclamò l'ebreo, stupito per l'inaudito sangue freddo dei suoi salvatori.
“Che volete? Io e Rocco ci divertiamo,” rispose il marchese.
“Non sperate che i marocchini ci lascino tranquilli, signore.”
“Bah! Si vedrà.”
“Ci piomberanno addosso e ci massacreranno.”
“E voi avete paura, è vero?”
“No, signore, ve lo giuro. Mi rincresce per voi... e per mia sorella,” disse il giovane con un sospiro.
“Ah! Voi avete una sorella? E dove si trova?”
“Presso un mio correligionario.”
“Al sicuro?”
“Lo spero.”
“Allora non inquietatevi; la rivedrete. Le guardie del governatore non lasceranno assassinare impunemente due europei.”
“Voi verrete forse salvati, ma non io... Io sono un ebreo ed il governatore non esiterà ad abbandonarmi alla folla.”
“Udiamo un pò: siete suddito marocchino?”
“Sono di Tangeri.”
“Vi conoscono le autorità di Tafilelt?”
“No, signore.”
“Allora noi affermeremo che siete sotto la protezione della Francia o dell'Italia e vedremo se oseranno toccarvi... Ah! Ricominciano? Rocco, bisogna tentare qualche cosa.”
“Signor marchese,” disse Rocco. “Vi sono quattro o cinque di quei birbaccioni nascosti dietro il banco. Ci faranno una scarica addosso.”
“Mi pare che la pentola del caffè sia piena. Perché non offriamo a quei messeri un buon sorso di Moka?”
“Una fontana, signor marchese.”
“Li peleremo vivi.”
“Peggio per loro.”
Mentre il marchese e l'ebreo si ritiravano dietro le pareti per non ricevere una scarica a bruciapelo, il sardo si munì d'uno straccio, levò dal fornello l'enorme pentola che conteneva per lo meno dieci litri di Moka più o meno autentico e salì la scaletta che metteva sul terrazzo.
Si tenne curvo fino al parapetto per non farsi fucilare dai moschetti che brillavano fra la folla tumultuante, poi alzò bruscamente la pentola e la rovesciò, gridando
“Guardatevi le teste! Brucia!”
Urla terribili, strazianti, s'alzarono dinanzi alla porta. Cinque o sei uomini si scagliarono come pazzi attraverso la piazza, comprimendosi le teste e ululando come belve feroci.
“Che innaffiata!” esclamò il gigante.
Venti o trenta colpi di fucile partirono fra la folla. Il sardo però, che stava attento alle mosse degli assedianti, aveva avuto il tempo di abbassarsi, sicché le palle non fecero altro che scrostare la cima del parapetto.
“Anche se non hanno polvere inglese, non tirano mica male,” brontolò il sardo. “È meglio scendere e riempire la pentola.”
Scese poi la scala a precipizio, mentre una seconda grandine di palle cadeva sibilando sulla terrazza.
“Pare che ora l'abbiano più con te che con questo signore,” disse il marchese. “Sono male armati, caro il mio Rocco. Hanno certi moschettoni, che fanno più fracasso che danno.”
“E qui, come la va?” domandò all'ebreo.
“Sono fuggiti.”
“Sfido io! Dopo quel caffè!”
“Nondimeno mi pare che altri tornino alla carica,” osservò l'ebreo.
“E noi saremo pronti a riceverli, signor...”
“Ben Nartico,” rispose l'ebreo.
“Si direbbe dal nome che siete mezzo arabo e mezzo spagnuolo.”
“Può essere, signor...”
“Marchese di Sartena.”
“Un corso, forse?” chiese l'ebreo.
“Sì, signor Nartico. Un isolano al pari del mio fedele Rocco il quale invece è sardo.”
“Ecco là i marocchini, li vedete?... Per bacco!... giungono a passi di lupo. Alto là!... Qui ci siamo noi!”
Due colpi di rivoltella accompagnarono quelle parole, seguiti dai due colpi di pistola dell'ebreo.
“Tira bene l'israelita,” mormorò Rocco, vedendo uno degli assalitori girare su se stesso e piombare a terra.
A quei due colpi di rivoltella e di pistola rispose però un nutrito fuoco di fucileria che fece balzare indietro i tre assediati.
I marocchini avevano cominciato la battaglia sul serio. Le palle fischiavano attraverso la porta schiacciandosi contro le pareti e staccando larghi pezzi di calce, si cacciavano, con sordo rumore, nel pancone di legno crepandolo.
Essi avanzavano a masse compatte, incoraggiandosi con urla feroci, risoluti questa volta ad opprimere i tre kafir che osavano sfidare una intera popolazione.
“Signor di Sartena,” disse l'ebreo, “sta per suonare la nostra ultima ora.”
“Ho ancora tre palle,” rispose freddamente il gentiluomo.
“Ed io ho le mie cariche intatte,” aggiunse Rocco.
“La vita di otto uomini.”
“E le mie braccia non le contate, marchese? Valgono qualche cosa.”
“Ma vi sono almeno mille uomini sulla piazza,” disse l'ebreo. “Avete un pugnale?”
“E me ne servirò, signore, non dubitate.”
“Abbiamo già un bel numero e... Toh! Cos'è questo fracasso? Si direbbe che la cavalleria carichi sulla piazza.”
Fra le urla della folla si udivano distintamente dei nitriti di cavallo, un fragor di zampe ferrate che percuotevano le pietre e grida di:
“Balak!... Balak!... [largo!... largo!...]”
“Pare che ci giungano dei soccorsi,” disse Rocco, il quale guardava fuori. “Vedo la folla che si precipita a destra e a manca e scorgo dei cavalieri.”
“Che quel brav'uomo di governatore si sia finalmente deciso a non lasciarci scannare?” disse il marchese. “Giunge un pò in ritardo, però ancora a tempo per salvare la pelle nostra e anche quella dei suoi amministrati. M'immagino la scena che ci farà.”
“Con una buona borsa d'oro si calmerà subito, signore,” disse Ben Nartico. “Se mi permettete gliela offrirò a vostro nome.”
“Un favore che non rifiuterò, perché in questo momento non ho più un luigi in tasca. Più tardi vi rimborseremo.”
“Oh! Signor marchese!” esclamò Ben Nartico. “Tocca a me pagare e vi sarò per sempre riconoscente.”
“Ecco un ebreo che è un pò diverso dagli altri,” mormorò Rocco. “Deve essere un buon ragazzo.”
Intanto, i cavalieri, dopo aver respinto brutalmente la folla adoperando le aste delle lance, si erano fermati di fronte al caffè.
Erano una trentina, tutti di alta statura e neri come carboni, giacché le migliori truppe vengono reclutate fra i negri dell'interno, importati prima come schiavi, uomini coraggiosi e fidati che non esitano a dare addosso ai mori, agli arabi ed agli ebrei che formano la maggioranza della popolazione marocchina.
Indossavano tutti degli ampi caffettani, azzurri o rossi, cappe bianche e fez a punta ed avevano le gambe nude ed i piedi chiusi in babbucce di cuoio giallo, armate di speroni a due punte di ferro, molto lunghe.
Montavano cavalli piccoli, cogli occhi ardenti, la fronte un pò schiacciata, la testa bellissima ed il ventre stretto, animali impareggiabili che corrono come il vento, che resistono alle fatiche e alla sete e che volteggiano con una rapidità ed agilità veramente straordinarie, quantunque portino una sella altissima e assai pesante.
Precedeva il drappello un uomo d'aspetto maestoso, dalla tinta molto bruna, con una barba imponente, un turbante bianco, cappa azzurra ricamata in oro, calzoncini rossi, stivali di cuoio giallo ed un caic bellissimo, di stoffa trasparente.
“Il governatore!” esclamò il marchese, il quale aveva subito riconosciuto quel superbo cavaliere. “Ben gentile, l'amico!...”
“O troppo pauroso?” disse Rocco. “Scommetterei che ha creduto di vedere le corazzate francesi ed italiane navigare sulle sabbie del deserto.”
“Per venire a bombardare la sua città,” aggiunse il marchese.
Il colosso in tre colpi abbatté la barricata e intanto il governatore era giunto dinanzi alla porta. Questi, vedendo uscire il marchese colla rivoltella ancora in mano, corrugò la fronte e fece indietreggiare vivamente il suo cavallo.
“Non temete, Eccellenza,” disse il corso.
“Quali imprudenze avete commesso per scatenare contro di voi tutta la popolazione? Voi avete dimenticato di essere uno straniero e anche un cristiano,” disse il governatore, con accento severo.
“Datene la colpa ai vostri amministrati, Eccellenza,” rispose il marchese, fingendosi in collera. “Come? Non si può passeggiare per le vie di Tafilelt forse? In Francia ed in Italia questa libertà non è negata a nessuno straniero, sia pure anche un marocchino.”
“Voi avete ucciso dei sudditi del sultano.”
“Dovevo lasciar uccidere i miei servi?...”
“Mi hanno detto che non si trattava d'uno dei vostri servi bensì d'un immondo ebreo.”
“Quello che voi chiamate, con poco rispetto, un immondo ebreo era un mio servo, Eccellenza.”
“Voi avevate un israelita ai vostri servigi?” chiese il governatore, stupito. “Perché non me lo avete detto? L'avrei fatto rispettare, non amando il sultano avere fastidi colle potenze europee.”
“Credevo che non fosse necessario dirvelo.”
“Così vi siete messo in certi impicci che possono avere conseguenze gravi. I miei concittadini sono furibondi e reclamano giustizia. Volete un consiglio? Consegnate loro l'ebreo e lasciate che lo appicchino.”
“Non ho l'abitudine di lasciar trucidare i miei servi senza difenderli e mi vedrei costretto ad impegnare la lotta contro i vostri concittadini.”
“Uno contro mille!... Vi ucciderebbero subito.”
“E la Francia più tardi vendicherebbe la mia morte come l'Italia vendicherebbe quella del mio compagno.”
Udendo quelle parole, la fronte del governatore si era oscurata.
“Ah, no!” disse. “Non voglio complicazioni diplomatiche che potrebbero condurre ad una guerra disastrosa per noi... Se non volete consegnare l'ebreo, almeno affrettate la vostra partenza; io non posso rispondere sempre della vostra vita.”
“Fatemi preparare la carovana ed io me ne vado.”
“Badate, il gran deserto è pericoloso e qualcuno potrebbe seguirvi.”
“Mi difenderò.”
“Venite con me, ora. Questa sera partirete.”
“Volete condurmi al vostro palazzo?”
“È l'unico luogo ove potrete essere al sicuro. Mettetevi in mezzo alla mia scorta assieme ai vostri compagni.”
“Come arrestati?...”
“Lasciate che dia alla folla questa piccola soddisfazione. Avrete tutto da guadagnare.”
“Sia pure,” disse il marchese. “Rocco, Nartico, andiamo e non lasciate le armi. Non c'è da fidarsi.”
“E mia sorella?” gli chiese l'israelita.
“Ah!... diamine!... Mi dimenticavo che voi avete una sorella. Bah!... Troveremo un mezzo per farla avvertire che voi siete salvo. Per ora accontentatevi di essere ancora vivo.”
3 - Il governatore di Tafilelt
Mentre il governatore parlava al marchese, la folla si era nuovamente radunata sulla piazza, eccitata dagli allucinati i quali invocavano sui kafir tutte le maledizioni di Allah e di Maometto.
Tutte le razze e tutte le sette del Marocco vi erano rappresentate. Si vedevano mori in abito di gala, con enormi turbanti di mussole variopinte, con caffettani bianchi, rossi, azzurri o rigati, o con caik di lana candidissima, adorni di fiocchi, oppure di seta a righe trasparenti.
Vi erano arabi, i quali formano la seconda classe, rappresentando i primi l'aristocrazia, con bornus di tela e cappucci di lana, armati di lunghi fucili ancora a miccia col calcio intarsiato in argento e madreperla; abitanti del deserto magri come aringhe, tutti nervi, colla pelle bruna incartapecorita ed indossanti ampi mantelli d'un candore molto dubbio; poi negri dell'interno, alti e muscolosi, colla pelle fuligginosa, i capelli crespi ed i grandi occhi che sembravano di porcellana.
Poi incantatori, santoni, dervisci, mendicanti, negrieri, beduini, tutti più o meno armati e tutti pronti a massacrare i kafir che avevano avuto l'audacia d'interrompere la cerimonia religiosa e di far perdere, o almeno ritardare ai fanatici, la scalata al meraviglioso paradiso del Profeta.
Ma era soprattutto col disgraziato ebreo che se la prendevano, causa principale di tutto quel pandemonio. Dei morti non si occupavano punto.
La vita d'un uomo in Africa vale tanto poco! Forse l'unico rincrescimento che sentivano era quello di averli veduti ammazzare da infedeli.
Vedendo apparire gli assediati, un urlo immenso rimbombò fra la folla.
“Giustizia!... Giustizia!... Uccideteli... Vogliamo le loro teste!...”
Il governatore fece passare dinanzi venti cavalieri comandando loro di mettere le lance in resta e di prepararsi a caricare.
Vedendo i cavalli avanzarsi al piccolo trotto, in gruppo serrato, la folla si divise precipitosamente per lasciare loro il posto.
“Signore,” disse il governatore, volgendosi verso il marchese che gli camminava a fianco con passo rapido. “Vi prego di non commettere imprudenze, se volete salvare la vita.”
“Non temete; rimarremo tranquilli,” rispose il signor di Sartena. “Anzi vi do il permesso di far gridare che allo spuntare del sole le nostre teste si vedranno appese agli uncini del bastione dei ribelli. Sarà una brutta delusione per quei messeri, nondimeno per ora si accontenteranno della promessa e benediranno la giustizia dei rappresentanti dell'Imperatore e capo dei credenti.”
“Ah! signor marchese,” disse Rocco, trattenendo a stento uno scoppio di risa, mentre il governatore faceva invece una brutta smorfia. “Non promettete tanto.”
“Eh!... Domani saremo nel deserto e nessuno più ci prenderà.”
Le urla e le minacce della folla erano diventate così acute, da non poter più intendersi. Mori, arabi e negri agitavano furiosamente gli jatagan e le scimitarre e puntavano i fucili, ma quando i cavalieri del governatore abbassavano le lance, tutti si affrettavano a dare indietro e a lasciare il passo libero.
Non ignoravano che il rappresentante dell'Imperatore non era uomo da lasciarsi sopraffare né intimidire e che le loro teste correvano il pericolo di trovarsi l'indomani appese ai ganci dei bastioni.
Nel Marocco la giustizia è pronta e si fa presto a perdere la testa, soprattutto quando uno si ribella alle autorità governative.
I cavalieri, minacciando ad ogni istante di caricare, attraversarono la piazza, respingendo brutalmente la folla urlante, ma impotente, e raggiunsero ben presto una vasta spianata, sulla quale si alzava un superbo caseggiato cinto da giardini, con terrazzi, gallerie e porticati di marmo bianco.
Attraversato un ponte levatoio, entrarono in un ampio cortile di forma quadrata, circondato da un porticato sostenuto da colonnine in marmo scanalato, con arcate a sesto acuto, graziosamente dentellate, ed il pavimento in mosaico.
Una vasca, con in mezzo una specie di delfino che lanciava in alto un grosso getto d'acqua, manteneva una deliziosa frescura, mentre all'intorno si vedevano splendidi tappeti di Rabat, dai mille colori.
Il marchese s'avvicinò al governatore il quale era sceso da cavallo e gli fece scivolare in mano una borsa ben gonfia che gli aveva dato l'ebreo.
“La dividerete fra i vostri soldati, eccellenza,” disse.
“Non dubitate,” rispose il marocchino, nascondendola prima che i cavalieri avessero potuto vederla.
“E grazie del vostro intervento, eccellenza.”
“Ho fatto nient'altro che il mio dovere, quantunque la vostra condotta possa crearmi dei seri imbarazzi.”
Consegnato poi il suo cavallo ad un servo, condusse il marchese ed i suoi compagni in una vasta sala, non senza aver prima lanciato uno sguardo di ripugnanza verso l'ebreo. Quell'uomo gli pareva di troppo nel suo palazzo e aveva paura che contaminasse, colla sua presenza, la dimora dei governatori di Tafilelt.
Come tutte le stanze dei ricchi marocchini e dei mori, la sala aveva il pavimento di mosaico coperto da splendidi tappeti, molti specchi, molti vasi di fiori, divani di seta lungo le pareti e tavolini ingombri di candelabri d'argento o di rame dorato, con candele rosse, gialle e verdi.
In un angolo, su un profumiere artisticamente cesellato, bruciava della polvere d'aloe la quale spandeva all'intorno un delizioso odore. Il governatore fece servire, senza però assaggiare, non essendo ancora cessato il digiuno, delle bibite, dei gelati e del madjum, pasta dolcissima, molle, di color violetto, composta di burro, miele, droghe e di fogliette di kife, che presa in piccole dosi produce una gaia ebbrezza, mentre ad abusarne istupidisce e fa molto male.
“Voi rimarrete qui fino al momento in cui la vostra carovana sarà pronta,” disse al marchese. “Ho già dato ordini di procurarvi uomini e cammelli.”
“Non lesinate, eccellenza. Voglio animali robusti e uomini fidati.”
“Quanti ve ne sono necessari?”
“Una mezza dozzina e due cavalli.”
“Vi basteranno due uomini?”
“Sì, purché siano solidi.”
“Non dubitate; voi sarete pienamente soddisfatto. Anzi aggiungerò alla vostra carovana un uomo che vi sarà molto utile e che vi proteggerà contro le tribù del deserto più efficacemente delle vostre armi.”
“Chi è quell'uomo?”
“Un moro che ha la benedizione del sangue sulle mani.”
“Non vi comprendo, eccellenza,” disse il marchese, guardandolo con stupore.
“Chi la possiede può guarire qualunque malattia e nessuno oserebbe toccare un uomo che ha un tale dono.”
“Accordatogli da chi?...”
“Da Allah.”
“Ah!... Ho capito,” disse il marchese, trattenendo a stento uno scoppio di risa.
“Ed io niente affatto,” mormorò Rocco. Il governatore si alzò dicendo:
“Vi farò servire la cena qui o nel cortile e se desiderate riposarvi fino all'ora della partenza, i miei divani sono a vostra disposizione.”
“Grazie, eccellenza,” rispose il marchese, accompagnandolo fino alla porta. Poi volgendosi verso Rocco, chiese:
“Sono tutti pronti i nostri bagagli?”
“Sì, signor marchese. Basta caricarli.”
“Signore,” disse in quel momento l'ebreo, “dove vi recate?”
“Nel deserto; volete accompagnarci?... L'aria di Tafilelt può diventare pericolosa per voi.”
“Ho preparato anch'io una piccola carovana per andare nel deserto.”
“Voi!... Che affari avete fra le sabbie ardenti?”
“Devo andare a Tombuctu.”
“Oh!... Voi dunque ignorate che quella città è interdetta tanto agli europei quanto agli ebrei?”
“Lo so, signore, ma io devo recarmi nella Regina delle Sabbie.”
“Quale motivo vi spinge?”
“Ve lo dirò più tardi, signore. Non sarebbe prudente farvelo conoscere qui, dove vi possono essere degli orecchi che ascoltano. Quando saremo al duar del mio amico Hassan, non avremo più da temere che altri odano le nostre confidenze.”
“Chi è questo Hassan?”
“Un mio correligionario che ha le sue tende ai confini del deserto.”
“Lontano da qui?”
“Solo dieci ore di marcia.”
“Avete percorso altre volte il Sahara?”
“Si, signor marchese.”
“Voi allora potete essermi assai utile,” disse il signor di Sartena.
“Farò il possibile per ricompensarvi d'avermi salvato la vita.”
“Una cosa semplicissima, come avete veduto, e che dovreste dimenticare.”
“No, signor marchese.”
Il corso stette un momento silenzioso, guardando l'ebreo. Pareva che volesse fargli qualche confidenza che gli bruciava le labbra, poi scrollando le spalle, disse
“A più tardi.”
“Che cosa?” chiese Ben Nartico.
“Non parliamo qui; mi avete insegnato a essere prudente. Toh!... Ecco la cena che si avanza. Viene in buon punto, è vero, Rocco?”
“Lo credo,” rispose il sardo. “Quei colpi di fucile e quelle urla indiavolate mi hanno messo indosso una fame da lupo.”
Quattro negri, sfarzosamente vestiti, con giacche ed arabeschi d'argento e calzoni rossi di seta e d'oro, erano entrati nella sala portando una tavola riccamente imbandita.
Le posate ed i tondi erano d'argento e i bicchieri di cristallo roseo, montati pure in argento.
“Il governatore fa gli onori di casa come un principe,” disse il marchese messo di buon umore dai profumi che sfuggivano da grosse terrine di porcellana. “Ce la farà pagare cara di certo, aumentando le spese per la carovana, tuttavia non dobbiamo lamentarcene.”
I cuochi di sua
eccellenza dovevano aver compiuto dei veri prodigi quel giorno che era
l'ultimo della quaresima mussulmana. Ed infatti la cena era, se non
luculliana, certo abbondantissima per una mensa marocchina.
Il cuscussù, che è il piatto nazionale, intruglio di fave, di sughi, di carne tritata, di cipolle, di zucchetti, di pimento e di zucchero, mandava profumi che facevano arricciare il naso al bravo Rocco, molto diffidente verso la cucina africana.
Vi erano poi enormi pezzi di montone cucinati in varie maniere, polli, pesci, salse untuose e profumate al forno, pasticci di datteri, dolci, gelati e frutta delle oasi del deserto.
Mancava il vino, essendo questa bevanda proibita da Maometto, ma abbondavano gli sciroppi di ribes e d'arancio. Non valevano certo una bottiglia di vecchio Bordeaux o una di quel buon Campidano che tanto piaceva a Rocco, tuttavia dovettero accontentarsi.
Il marchese ed i suoi compagni avevano appena terminato di cenare e stavano accendendo le pipe recate da un servo, quando furono avvertiti che la carovana era stata formata e che li attendeva ad un chilometro dalla città, presso una moschea in rovina.
“Si direbbe che il governatore ha molta fretta di mandarci nel deserto,” disse il marchese. “Che abbia paura del suo popolo?”
“Non si sentirà sicuro di proteggerci,” rispose Ben Nartico.
“E per non aver fastidi ci manda a farci impiccare dai Tuareg. Dobbiamo essergli egualmente riconoscenti, perché senza il suo aiuto chissà come sarebbe finita per noi. Signor Nartico, dove troveremo vostra sorella?”
“Ho incaricato un servo del governatore di scortarla fino al duar del mio amico. A quest'ora deve essere già fuori da Tafilelt.”
“Vedo che non avete perduto il vostro tempo.”
“E nemmeno io il mio, signor marchese,” disse Rocco. “Io ho mandato a prendere i nostri bagagli e devono essere già stati caricati sui cammelli.”
“Allora non ci rimane che partire.”
Nel cortile li attendevano dodici cavalieri per scortarli fino fuori dai bastioni, onde la popolazione non giuocasse loro qualche pessimo tiro. Il governatore aveva lasciato il suo appartamento per salutare il marchese.
“Vi auguro buon viaggio, signore,” gli disse. “Spero che informerete il console francese di Tangeri dell'accoglienza che avete avuto da me.”
“Non dubitatene, eccellenza,” rispose il corso. “Prima di entrare nel deserto manderò un corriere alla- costa e dei regali per voi, che tengo nelle mie casse.”
“S'incaricherà la scorta di portarmeli,” s'affrettò a dire il governatore.
“Il regalo sarà più sicuro,” borbottò Rocco. “Avidi, crudeli e fanatici: ecco i marocchini.”
Salirono sui cavalli che il governatore aveva messo a loro disposizione e lasciarono il palazzo preceduti dalla scorta, la quale aveva messo le lance in resta, pronta a caricare, dubitando che i parenti del santone ucciso e quelli degli altri avessero rinunciato alle loro vendette.
Il
governatore fortunatamente aveva scelto un buon momento per sbarazzarsi dei
suoi pericolosi ospiti. Il cannone aveva annunciato un quarto d'ora prima la
fine del digiuno e tutta la popolazione della città doveva trovarsi dinanzi
alle tavole copiosamente imbandite per festeggiare degnamente la chiusura del Ramadan.
“Non si vedono che dei cani affamati,” disse Rocco, il quale aveva impugnato la rivoltella. “Che abbiano avuto cieca fiducia nella giustizia del governatore?”
“Uhm! Ne dubito,” rispose il marchese.
“Ed anch'io, signore,” aggiunse l'ebreo.
Mentre attraversavano le vie, in tutti i cortili interni delle case si udivano grida, canti e suoni e sulle terrazze brillavano migliaia di lumicini variopinti.
Anche udendo il galoppo della scorta, nessuno compariva né alle strette finestre, né ai parapetti, né sulle logge, né alle porte.
Tutti erano occupati a divertirsi ed a rimpinzarsi di cibi e di bevande, essendo la fine del Ramadan, come da noi la Pasqua, giorno destinato a passarsi in famiglia dinanzi ad una buona tavola.
In meno di venti
minuti la scorta giunse alle mura della città, vecchi bastioni merlati, mezzi
in rovina, e dopo aver dato alle sentinelle la parola d'ordine, uscì nella
campagna.
La luna era appena sorta e splendeva in un cielo purissimo, d'una trasparenza ammirabile, illuminando l'immensa pianura come fosse giorno.
La campagna era pure deserta, non vedendosi cavaliere, né pedone in luogo alcuno. Non era però ancora il deserto, perché qua e là si vedevano delinearsi graziosamente dei gruppi di aloé dalle foglie rigide; dei cespi di fichi d'India di dimensioni gigantesche, delle acace e delle palme colle bellissime foglie disposte a ventaglio.
Anche qualche gruppo di tende, duar, si vedeva nelle bassure, e per l'aria tranquilla si espandevano i dolcissimi suoni della tiorba ed il monotono rullio dì qualche tamburello.
Anche gli
arabi del deserto festeggiavano la fine del Ramadan.
La scorta galoppava da una mezz'ora, attraversando terreni sterili, quasi sabbiosi, interrotti solo di quando in quando da tratti erbosi, quando il capo si volse verso il marchese e indicandogli una piccola moschea, il cui esile minareto spiccava netto e candido sul cielo trasparente, gli disse: “Signore, la tua carovana è là!”
“Benissimo,” disse il marchese, respirando. “Ora possiamo dire di essere al sicuro.”
Poi curvandosi verso Rocco:
“Se il colonnello è nel deserto e ancora vivo, noi lo ritroveremo, è vero, mio bravo amico?”
“Sì, marchese.”
“Di quale colonnello parlate, signor di Sartena?” chiese l'ebreo, a cui non erano sfuggite quelle parole.
“Del colonnello Flatters,” rispose il marchese con un filo di voce. “Noi andiamo a cercarlo.”
Poi senza attendere risposta spronò vivamente il cavallo, galoppando verso la moschea.