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Il re del mare

 


PARTE PRIMA
La Malesia in fiamme

l. L'assalto della Marianna

- Dunque, si va avanti sì o no? Corpo di Giove! È impossibile che noi siamo caduti come tanti stupidi su un banco.
- È impossibile avanzare, signor Yanez.
- Che cos'è dunque che ci ha fermati?
- Non lo sappiamo ancora.
- Per Giove! Era ubriaco il pilota? Bella fama che si acquistano i malesi! Ed io che li avevo creduti, fino a stamane, i migliori marinai dei due mondi!
Sambigliong, fa' spiegare dell'altra tela. Il vento è buono e chissà che non riusciamo a passare.
- Non faremo nulla, signor Yanez, perchè la marea cala rapidamente.
- Che il diavolo si porti all'inferno quell'imbecille di pilota!
L'uomo che così parlava, si era voltato bruscamente verso la poppa colla fronte aggrottata e il viso alterato da una collera violentissima. Quantunque avesse varcata, e forse di qualche anno, la cinquantina, era ancora un bell'uomo, aitante, con lunghi baffi grigiastri accuratamente arricciati, la pelle leggermente abbronzata, con lunghi capelli che gli sfuggivano al di sotto di un ampio cappello di paglia di Manilla, somigliante ad un sombrero messicano, adorno d'un gallone di velluto azzurro con nappine.
Vestiva con molta eleganza, di flanella bianca, con bottoni d'oro e portava alla cintura una larga fascia di velluto rosso, reggente un paio di pistole dalla canna lunga e rabescata ed il calcio con intarsi d'argento e di madreperla, armi senza dubbio di fabbrica indiana, e calzava alti stivali di mare, di pelle gialla, colla punta un po' rialzata.
- Pilota! - gridò.
Un malese, dalla pelle quasi fuligginosa, con riflessi color del mattone, gli occhi un po' obliqui che avevano un lampo giallastro che produceva uno strano effetto su chi lo vedeva, a quella chiamata, aveva abbandonata la ribolla del timone che fino allora aveva tenuta e si era accostato a Yanez con un fare sospettoso che tradiva una coscienza poco tranquilla.
- Padada, - disse l'europeo con voce secca, mentre appoggiava la destra sul calcio d'una delle due pistole. - Come va questa faccenda? Parmi avessi detto che conoscevi tutti i passi della costa bornese ed è solo per ciò che io ti ho imbarcato.
- Ma, signore... - balbettò il malese con aria imbarazzata.
- Che cosa vuoi dire? - chiese Yanez che forse, per la prima volta in vita sua, pareva avesse perduta la sua flemma abituale.
- Questo banco non esisteva prima.
- Briccone, vuoi tu che sia sorto stamane dal fondo del mare? Sei un imbecille! Tu hai dato un colpo falso di barra per arrestare la Marianna.
- A quale scopo, signore?
- Che ne so io? Potrebbe darsi che tu fossi d'accordo con quei misteriosi nemici che hanno sollevato i dayaki.
- Non ho avuto altri rapporti che coi miei compatriotti, signore.
- Credi che ci potremo disincagliare?
- Sì, all'alta marea.
- Vi sono molti dayaki sul fiume?
- Non credo.
- Sai che abbiano buone armi?
- Non ho veduto presso di loro che qualche fucile.
- Chi può essere stato a sollevarli? - borbottò Yanez. - Vi è un mistero qui sotto che io non riesco a spiegare, quantunque la Tigre della Malesia si ostini a vedere in tutto ciò la mano degli inglesi. Speriamo di giungere in tempo e di ricondurre Tremal-Naik e Darma a Mompracem, prima che i ribelli invadano le loro piantagioni e distruggano le loro fattorie. Vediamo se possiamo lasciare questo banco prima che la marea abbia raggiunto la sua massima altezza.
Volse le spalle al malese e si diresse verso prora, curvandosi sulla murata del castello.
La nave che aveva dato in secco, probabilmente in causa d'una falsa manovra, era uno splendido veliero a due alberi, costruito di certo da poco tempo a giudicarlo dalle sue linee ancora perfette, con due immense vele simili a quelle che portano i grossi prahos malesi. Doveva stazzare non meno di duecento tonnellate ed aveva un armamento da renderlo temuto anche a qualche piccolo incrociatore.
Infatti, aveva sul cassero due pezzi da caccia di buon calibro, protetti da una barricata mobile formata da due grosse lastre di acciaio congiunte ad angolo e sul castello di prora quattro lunghe e grosse spingarde, armi eccellenti per mitragliare i nemici, quantunque di corta portata.
Inoltre aveva un equipaggio numeroso, fin troppo per un legno così piccolo, formato da una quarantina di persone, malesi e dayaki, per la maggior parte attempati ma ancora solidi, dai visi fierissimi e con non poche cicatrici, ciò che indicava come quegli uomini fossero gente di mare e anche di guerra.
La nave si era arrestata all'entrata d'una vasta baia, entro cui sboccava un fiume che pareva abbondante d'acqua.
Numerose isole, fra cui una grandissima, riparavano la baia dai venti di ponente, tutte cinte di scogliere corallifere e di banchi e coperte da una vegetazione foltissima d'un bel verde intenso.
La Marianna si era arenata su uno di quei banchi che le acque nascondevano e che, in quel momento, cominciava ad apparire, continuando la marea ad abbassarsi.
La ruota di prora aveva toccato molto profondamente, in modo da rendere impossibile lo scagliamento col solo mezzo delle àncore gettate a poppavia e alate all'argano.
- Cane d'un pilota! - esclamò Yanez, dopo d'aver osservato attentamente il banco. - Non ce la caveremo prima di mezzanotte. Che cosa ne dici, Sambigliong?
Un malese che aveva il viso assai rugoso ed i capelli biancastri, e che tuttavia sembrava ancora robustissimo, si era accostato all'europeo:
- Dico, signor Yanez, che nessuna manovra riuscirebbe a toglierci di qui senza l'aiuto dell'alta marea.
- Hai fiducia in quel pilota?
- Non so, capitano, - rispose il malese, - non avendolo mai veduto prima d'ora. Nondimeno...
- Continua, - disse Yanez.
- Quello d'averlo trovato solo, così lontano da Gaya, in un canotto incapace di resistere ad un'ondata e di essersi subito offerto di guidarci, non mi pare chiaro.
- Che abbia commesso una imprudenza ad affidargli il timone? - si chiese Yanez, che era diventato pensieroso.
Poi, scuotendo il capo come se avesse voluto scacciare lungi da sè un pensiero importuno, aggiunse:
- Per quale scopo quell'uomo, che appartiene alla vostra razza, avrebbe cercato di perdere il migliore e più poderoso praho della Tigre della Malesia? Forse che noi non abbiamo sempre protetti gli indigeni bornesi contro le vessazioni degli inglesi? Forse che non abbiamo rovesciato James Brooke per ridare l'indipendenza ai dayaki di Sarawak?
- E perchè mai, signor Yanez, - disse Sambigliong - i dayaki della costa si sono messi in armi improvvisamente, contro i nostri amici? Eppure Tremal-Naik, creando fattorie su queste spiagge, che prima erano quasi deserte, ha dato loro il mezzo di guadagnarsi da vivere comodamente, senza correre i rischi della pirateria che li decimava.
- È un mistero questo, mio caro Sambigliong, che nè io nè Sandokan siamo ancora riusciti a spiegare. Questo improvviso scoppio d'ira contro Tremal-Naik deve avere una causa che per ora ci sfugge, ma certo qualcuno ha soffiato sul fuoco.
- Che Tremal-Naik e sua figlia Darma corrano un vero pericolo?
- Il messo che ci ha mandato a Mompracem ha detto che tutti i dayaki sono in armi e sembrano presi da una improvvisa pazzia, che tre delle fattorie sono state saccheggiate e poi incendiate e parlavano di massacrare Tremal-Naik.
- Eppure non c'è un uomo migliore di lui in tutta l'isola, - disse Sambigliong. - Non comprendo come quei furfanti guastino e saccheggino le sue proprietà.
- Ne sapremo qualche cosa quando giungeremo al kampong di Pangutaran. La comparsa della Marianna sul fiume calmerà un po' i dayaki e se non deporranno le armi, li mitraglieremo come si meritano.
- E conosceremo le cause che li hanno indotti a sollevarsi.
- Oh! - esclamò ad un tratto Yanez, che aveva volti gli sguardi verso la foce del fiume. - Vi è qualcuno che pare voglia dirigersi verso di noi.
Un piccolo canotto, munito d'una vela, era sbucato dietro gli isolotti che ingombravano la foce del fiume ed aveva puntato la prora verso la Marianna.
Un solo uomo lo montava, ma era così lontano ancora da non poter distinguere se era un malese o un dayako.
- Chi può essere costui? - si chiese Yanez, che non lo perdeva di vista. - Guarda, Sambigliong, non ti sembra indeciso sulla sua manovra? Ora si dirige verso gli isolotti, ora se ne allontana per gettarsi verso le scogliere corallifere.
- Si direbbe che cerchi d'ingannare qualcuno sulla sua vera rotta, signor Yanez, - rispose Sambigliong. - Che sia sorvegliato e che cerchi d'ingannarli?
- Pare anche a me, - rispose l'europeo. - Va'a prendermi un cannocchiale e fa' caricare una spingarda a palla. Se si cercherà d'intralciare la manovra di quell'uomo, il quale evidentemente mira a raggiungerci, faremo fuoco.
Un momento dopo puntava l'istrumento sul piccolo canotto che allora si trovava a non meno di due miglia e che aveva finalmente abbandonato le isolette della foce, per spingersi risolutamente verso la Marianna.
Ad un tratto gli sfuggì un grido:
- Tangusa!
- Quello che Tremal-Naik aveva condotto con sè da Mompracem e che aveva innalzato alla carica di fattore?
- Sì, Sambigliong.
- Finalmente sapremo qualche cosa su questa insurrezione, se è veramente lui, - disse il dayako.
- Non m'inganno: lo vedo benissimo. Oh!
- Che cosa avete, signore?
- Vedo una scialuppa montata da una dozzina di dayaki che mi pare voglia dare la caccia a Tangusa. Guarda verso l'ultima isola: la vedi?
Sambigliong aguzzò gli sguardi e vide infatti un'imbarcazione stretta e molto lunga, lasciare la foce del fiume e slanciarsi velocemente verso il mare, sotto la spinta di otto remi poderosamente manovrati.
- Sì, signor Yanez, danno la caccia al fattore di Tremal-Naik, - disse.
- Hai fatto caricare una spingarda?
- Tutte e quattro.
- Benissimo: aspettiamo un momento.
Il piccolo canotto che aveva il vento in favore, filava diritto verso la Marianna con sufficiente velocità, nondimeno non pareva che potesse gareggiare colla scialuppa. L'uomo che la montava, accortosi di essere seguìto, aveva legata la barra del timone ed aveva preso due remi per accelerare maggiormente la corsa.
Ad un tratto, una nuvoletta di fumo s'alzò sopra la prora della scialuppa, poi una detonazione giunse fino a bordo della Marianna.
- Fanno fuoco su Tangusa, signor Yanez, - disse Sambigliong.
- Ebbene mio caro, io mostrerò a quei furfanti come tirano i portoghesi, - rispose l'europeo colla sua solita calma.
Gettò via la sigaretta che stava fumando, si fece largo fra i marinai che avevano invaso il castello di prora attirati da quello sparo e s'accostò alla prima spingarda di babordo, puntandola sulla scialuppa.
La caccia continuava furiosa ed il piccolo canotto, nonostante gli sforzi disperati dell'uomo che lo montava, perdeva via.
Un altro colpo di fucile era partito da parte degli inseguitori e senza miglior successo, essendo generalmente i dayaki più abili nel maneggio delle loro cerbottane che delle armi da fuoco, non conoscendo l'alzo.
Yanez, calmo, impassibile mirava sempre.
- È sulla linea, - mormorò dopo qualche minuto.
Fece contemporaneamente fuoco. La lunga e grossa canna s'infiammò con un rombo strano che si ripercosse perfino sotto gli alberi che coprivano le sponde della baia.
Sul tribordo della scialuppa si vide alzarsi uno sprazzo d'acqua, poi si udirono in lontananza delle urla furiose.
- Presa, signor Yanez! - gridò Sambigliong.
- E fra poco affonderà, - rispose il portoghese.
I dayaki avevano interrotto l'inseguimento ed arrancavano disperatamente per raggiungere uno degli isolotti della foce, prima che la loro imbarcazione affondasse.
Lo squarcio prodotto dalla palla della spingarda, un buon proiettile di piombo misto a rame, del peso d'una libbra e mezzo, era così considerevole da non permettere di prolungare molto quella corsa.
Ed infatti i dayaki distavano ancora trecento passi dall'isolotto più vicino, quando la scialuppa, che si riempiva rapidamente d'acqua, mancò loro sotto i piedi, scomparendo.
Essendo i dayaki della costa tutti abilissimi nuotatori, perchè passano la maggior parte della loro esistenza in acqua al pari dei malesi e dei polinesiani, non vi era pericolo che si annegassero.
- Salvatevi pure, - disse Yanez. - Se tornerete alla carica vi scalderemo i dorsi con della buona mitraglia a base di chiodi.
Il piccolo canotto, liberato dai suoi inseguitori, mercè quel colpo fortunato, aveva ripresa la rotta verso la Marianna spinto dalla brezza che aumentava col calar del sole e ben presto si trovò nelle sue acque.
L'uomo che lo guidava era un giovane sulla trentina, dalla pelle giallastra, ed i lineamenti quasi europei, come se fosse nato da un incrocio di due razze, la caucasica e la malese; di statura piuttosto bassa e assai membruto; aveva il corpo avvolto in brandelli di tela bianca che gli fasciavano strettamente le braccia e le gambe e che apparivano qua e là macchiati di sangue.
- Che l'abbiano ferito? - si chiese Yanez. - Quel meticcio mi sembra assai sofferente. Ohe, gettate una scala e preparate qualche cordiale.
Mentre i suoi marinai eseguivano quegli ordini, il piccolo canotto, con un'ultima bordata, giunse sotto il fianco di tribordo del veliero.
- Sali presto! - gridò Yanez.
Il fattore di Tremal-Naik legò la piccola imbarcazione a una corda che gli era stata gettata, ammainò la vela, poi salì quasi con fatica la scala, comparendo sulla tolda.
Un grido di sorpresa ed insieme d'orrore era sfuggito al portoghese.
Tutto il corpo di quel disgraziato appariva crivellato come se avesse ricevuto parecchie scariche di pallini e da quelle innumerevoli, quantunque piccolissime ferite, uscivano goccioline di sangue.
- Per Giove! - esclamò Yanez, facendo un gesto di ribrezzo.
- Chi ti ha conciato in questo modo, mio povero Tangusa?
- Le formiche bianche, signor Yanez, - rispose il malese con voce strozzata facendo un'orribile smorfia strappatagli dal dolore acuto che lo tormentava.
- Le formiche bianche! - esclamò il portoghese. - Chi ti ha coperto il corpo di quei crudeli insetti così avidi di carne?
- I dayaki, signor Yanez.
- Ah! Miserabili! Passa nell'infermeria e fatti medicare, poi riprenderemo la conversazione. Dimmi solamente per ora se Tremal-Naik e Darma corrono un pericolo imminente.
- Il padrone ha formato un piccolo corpo di malesi e tenta di far fronte ai dayaki.
- Va bene, mettiti nelle mani di Kickatany che è un uomo che si intende di ferite, poi mi manderai a chiamare, mio povero Tangusa. Ora ho altro da fare.
Mentre il malese, aiutato da due marinai, scendeva nel quadro, Yanez aveva rivolto la sua attenzione verso lo sbocco del fiume dove erano comparse altre tre grosse scialuppe montate da numerosi equipaggi ed una doppia, munita di ponte sul quale si scorgeva uno di quei piccoli cannoni di ottone chiamati dai malesi lilà, fusi insieme con rame tolto dalla carena delle vecchie navi e qualche particella di piombo.
- Oh diavolo! - mormorò il portoghese. - Che quei dayaki abbiano intenzione di venirsi a misurare colle tigri di Mompracem? Non sarà con quelle forze che voi avrete ragione di noi, miei cari. Abbiamo dei buoni pezzi che vi faranno saltare come capre selvatiche.
- Purchè non abbiano altre scialuppe nascoste dietro le isole, signor Yanez, - disse Sambigliong.
- Siamo troppo forti per aver paura di loro, quantunque noi conosciamo l'audacia e lo slancio di quegli uomini, figli di pirati e di tagliatori di teste. Ne abbiamo due di quelle casse.
- Palle d'acciaio armate di punte? Sì, capitano Yanez.
- Falle portare in coperta e da' ordine a tutti i nostri uomini di calzare stivali di mare se non vorranno guastarsi i piedi. Ed i fasci di spine li hai imbarcati?
- Anche quelli.
- Falli gettare sulle impagliature tutto intorno al bordo. Se vorranno montare all'assalto li udremo a urlare come belve feroci. Pilota!
Padada che si era issato fino sulla coffa del trinchetto per osservare le mosse sospette delle quattro scialuppe era disceso e si era accostato al portoghese guardando obliquamente.
- Sai dirmi se quei dayaki posseggono molte barche?
- Non ne ho vedute che pochissime sul fiume, - rispose il malese.
- Credi che tenteranno di abbordarci, approfittando della nostra immobilità?
- Non credo, padrone.
- Parli sinceramente? Bada che comincio ad avere qualche sospetto su di te e che questo arenamento non mi è sembrato puramente accidentale.
- Il malese fece una smorfia come per nascondere il brutto sorriso che stava per spuntargli sulle labbra, poi disse un po' risentito:
- Non vi ho dato alcun motivo per dubitare della mia lealtà, padrone.
- Vedremo in seguito, - rispose Yanez. - E ora andiamo a trovare quel povero Tangusa, mentre Sambigliong prepara la difesa.

2. Il pellegrino della Mecca

Se quel veliero appariva bellissimo all'esterno, tale da poter gareggiare coi più splendidi yachts di quell'epoca, l'interno, specialmente il quadro di poppa, era addirittura sfarzoso.
La sala centrale sopratutto, che serviva da pranzo e da ricevimento insieme, era ricchissima, con scaffali, tavola e sedie in mogano con intarsi di madreperla e filettature d'oro, con tappeti persiani in terra e arazzi indiani alle pareti e tende di seta rosa con frangie d'argento alle piccole finestre.
Una grande lampada, che pareva di Venezia, pendeva dal soffitto e tutto all'intorno, negli spazi nudi, si vedevano splendide collezioni d'armi di tutti i paesi.
Coricato su un divano di velluto verde, fasciato dal capo alle piante e avvolto in una grossa coperta di lana bianca, stava l'intendente di Tremal-Naik già medicato e rinforzato da qualche buon cordiale.
- Sono cessati i dolori, mio bravo Tangusa? - gli rispose Yanez.
- Kickatany possiede degli unguenti miracolosi, - rispose il ferito. - Mi ha spalmato tutto il corpo e ora mi sento molto meglio di prima.
- Raccontami come è successa la cosa. Innanzi tutto, è sempre al kampong di Pangutaran, l'amico Tremal-Naik?
- Sì, signor Yanez, e quando l'ho lasciato stava fortificandosi per resistere ai dayaki fino al vostro arrivo. Quando è giunto a Mompracem il messo che vi abbiamo spedito?
- Tre giorni or sono e come vedi noi non abbiamo perduto tempo ad accorrere col nostro miglior legno.
- Che cosa pensa la Tigre della Malesia di questa improvvisa insurrezione dei dayaki, che fino a tre settimane or sono guardavano il mio padrone come il loro buon genio?
- Abbiamo fatto insieme tante congetture e forse non abbiamo indovinato il vero motivo che ha deciso i dayaki a prendere le armi e a distruggere le fattorie che erano costate tante fatiche a Tremal-Naik. Sei anni di lavoro e più di centomila rupie spese forse inutilmente! Avete qualche sospetto?
- Ecco, signore, quanto abbiamo potuto sapere. Un mese fa e probabilmente anche prima, è sbarcato su queste coste un uomo che non sembra appartenere nè alla razza malese, nè a quella bornese, che si diceva fervente mussulmano e portava in testa il turbante verde come tutti coloro che hanno compiuto il pellegrinaggio alla Mecca. Voi sapete, signore, che i dayaki di questa parte dell'isola non adorano i geni dei boschi, nè gli spiriti buoni e cattivi come i loro confratelli del sud e che sono invece mussulmani, a loro modo s'intende e non meno fanatici di quelli dell'India centrale. Che cosa abbia dato ad intendere quell'uomo a questi selvaggi, nè io nè il mio padrone siamo riusciti a saperlo. Il fatto è che riuscì a fanatizzarli ed indurli a distruggere le fattorie ed a ribellarsi all'autorità del signor Tremal-Naik.
- Ma che istoria mi racconti tu! - esclamò Yanez, che era al colmo della sorpresa.
- Una storia tanto vera, signor Yanez, che il mio padrone corre il pericolo di morire abbruciato nel suo kampong assieme alla signorina Darma, se voi non accorrete in suo aiuto.
- L'uomo dal turbante verde ha aizzato quei selvaggi non solo contro le fattorie...
- Anche contro il mio padrone e vogliono la sua testa, signor Yanez.
Il portoghese era diventato pallido.
- Chi potrà essere quel pellegrino? Quale misterioso motivo lo spinge contro Tremal-Naik? L'hai visto tu?
- Sì, mentre scappavo dalle mani dei dayaki.
- È giovane, vecchio...
- Vecchio, signore, alto di statura e magrissimo, un tipo da vero pellegrino che ha fame e sete. E vi è di più ancora che aggrava il mistero, - aggiunse il meticcio. - Mi hanno detto che due settimane or sono è giunta qui una nave a vapore che portava la bandiera inglese e che il pellegrino ha avuto un lungo colloquio con quel comandante.
- È partita subito quella nave?
- La mattina seguente ed ho il sospetto che, durante la notte, abbia sbarcato delle armi, perchè ora non pochi dayaki posseggono dei moschetti e anche delle pistole, mentre prima non avevano che delle cerbottane e delle sciabole.
- Che gli inglesi c'entrino in tutta questa faccenda? - si domandò Yanez, che appariva molto preoccupato.
- Possibile, signor Yanez!
- Sai la voce che corre a Labuan? Che il governo inglese abbia intenzione di occupare la nostra isola di Mompracem col pretesto che noi costituiamo un pericolo costante per la sua colonia e di mandarci a occupare qualche altra terra più lontana.
- Gli inglesi che devono a voi tanta riconoscenza, per averli sbarazzati dei thugs che infestavano l'India!
- Mio caro, credi tu che un leopardo possa avere della riconoscenza verso una scimmia, supponiamo, che l'ha sbarazzato degli insetti che lo tormentavano?
- No, signore, quei carnivori non hanno quel sentimento.
- E non ne avrà nemmeno il governo inglese che viene chiamato il leopardo dell'Europa.
- E voi vi lascerete cacciare da Mompracem?
Un sorriso comparve sulle labbra di Yanez. Accese una sigaretta, aspirò due o tre boccate di fumo, poi disse con voce calma:
- Non sarebbe già la prima volta che le tigri di Mompracem si mettono in guerra col leopardo inglese. Un giorno hanno tremato e Labuan ha corso il pericolo di vedere i suoi coloni divorati da noi o cacciati in acqua. Non ci lasceremo nè sorprendere, nè sopraffare.
- Sandokan ha mandato dei suoi prahos a Tiga ad arruolare uomini? - chiese il meticcio.
- Che non varranno meno per coraggio, delle ultime tigri di Mompracem - rispose Yanez. - L'Inghilterra ci vuole scacciare dalla nostra isola, che da trent'anni occupiamo? Si provi e noi metteremo la Malesia intera in fiamme e daremo battaglia, senza quartiere, all'insaziabile leopardo inglese. Vedremo se sarà la Tigre della Malesia che soccomberà nella lotta.
In quel momento si udì la voce di Sambigliong, il mastro della Marianna, a gridare:
- In coperta, capitano!
- Giungi in buon punto, malese mio, - rispose Yanez. - Ho appena terminato ora il mio colloquio con Tangusa. Che cosa c'è di nuovo?
- S'avanzano.
- I dayaki?
- Sì, capitano.
- Va bene.
Il portoghese uscì dal quadro, salì la scala e giunse in coperta. Il sole stava allora per tramontare in mezzo ad una nuvola d'oro, tingendo di rosso il mare, che la brezza lievemente corrugava.
La Marianna era sempre immobile, anzi essendo quello il momento della massima marea bassa, si era un po' coricata sul fianco di babordo, in maniera che la coperta rimaneva sbandata.
Verso le isolette che facevano argine all'irrompere del fiume, una dozzina di grossi canotti, fra cui quattro doppi, s'avanzava lentamente verso il mezzo della baia, preceduta da un piccolo praho che era armato d'un mirim, un pezzo d'artiglieria un po' più grosso dei lilà, quantunque fuso allo stesso modo, con ottone grossolano, rame e piombo.
- Ah! - fece Yanez, colla sua solita flemma. - Vogliono misurarsi con noi? Benissimo, avremo polvere in abbondanza da regalare, è vero Sambigliong?
- La provvista è copiosa, capitano, - rispose il malese.
- Noto che s'avanzano molto adagio. Pare che non abbiano nessuna fretta, mio caro Sambigliong!
- Aspettano che la notte scenda.
- Prima che la luce se ne fugga vediamo che musi sono. - Prese il cannocchiale e lo puntò sul piccolo praho che precedeva sempre la flottiglia delle scialuppe.
Vi erano quindici o venti uomini a bordo, che indossavano l'abito guerresco; pantaloni stretti, abbottonati all'anca e al collo dei piedi, sarong cortissimo, in testa il tudung, un curioso berretto con lunga visiera e molte piume. Alcuni erano armati di fucile; i più avevano invece dei kampilang, quelle pesanti sciabole a doccia d'un acciaio finissimo, dei pisau-raut, ossia specie di pugnali dalla lama larga e non serpeggiante come i kriss malesi, e avevano dei grandi scudi di pelle di bufalo di forma quadrata.
- Bei tipi, - disse Yanez colla sua solita calma.
- Sono molti, signore.
- Ouff! Un centinaio e mezzo, mio caro Sambigliong.
Si volse guardando la tolda della Marianna.
I suoi quaranta uomini erano tutti ai loro posti di combattimento. Gli artiglieri dietro ai due cannoni da caccia e alle quattro spingarde, i fucilieri dietro alle murate i cui bordi erano coperti di fasci di spine acutissime e gli uomini di manovra, che pel momento non avevano nulla da fare essendo il veliero sempre arenato, sulle coffe muniti di bombe da lanciare a mano e armati di carabine indiane di lunga portata.
- Vengano a trovarci! - mormorò, visibilmente soddisfatto degli ordini impartiti da Sambigliong.
Il sole stava per scomparire, diffondendo i suoi ultimi raggi e bagnando di luce aurea o rossastra le coste dell'immensa isola e le scogliere contro cui si frangevano rumoreggiando le onde che venivano dal largo.
Il grande globo incandescente calava superbamente in acqua, incendiando un gran ventaglio di nubi al di sopra delle quali s'innalzavano grandi zone d'oro e lembi ampi di porpora, smaglianti sull'azzurro chiaro del cielo.
Finalmente s'immerse, quasi bruscamente, infiammando per alcuni istanti tutto l'orizzonte, poi quell'onda di luce si attenuò rapidamente, non essendovi crepuscoli sotto quelle latitudini, la grande fantasmagoria solare si estinse e le tenebre piombarono avvolgendo la baia, le isole e le coste bornesi.
- Buona notte per gli altri e cattiva per noi, - disse Yanez, che non aveva potuto fare a meno di contemplare quello splendido tramonto.
Guardò la flottiglia nemica. Il piccolo praho, le doppie scialuppe e quelle semplici affrettavano la corsa.
- Siamo pronti? - chiese Yanez.
- Sì, - rispose Sambigliong per tutti.
- Allora, Tigrotti di Mompracem, non vi trattengo più.
Il piccolo praho era a buon tiro e copriva le scialuppe che lo seguivano in fila, l'una dietro all'altra, per non esporsi al fuoco delle artiglierie della Marianna.
Sambigliong si curvò su uno dei due pezzi da caccia piazzati sul cassero che erano montati su perni giranti onde potessero far fuoco in tutte le direzioni e, dopo aver mirato per qualche istante, fece fuoco, spezzando netto l'albero di trinchetto, il quale cadde sul ponte assieme all'immensa vela.
A quel colpo veramente meraviglioso, urla furiose s'alzarono sulle scialuppe, poi la prora del legno mutilato a sua volta avvampò.
Il mirim del piccolo veliero aveva risposto al fuoco della Marianna, ma la palla, male diretta, non aveva fatto altro danno che quello di forare il contro fiocco che Yanez non aveva fatto ammainare.
- Quei bricconi tirano come i coscritti del mio paese, - disse Yanez, che continuava a fumare placidamente, appoggiato alla murata di prora.
A quel secondo sparo tenne dietro una serie di detonazioni secche. Erano i lilà delle doppie scialuppe che appoggiavano il fuoco del piccolo praho.
Quei cannoncini non erano fortunatamente ancora a buon tiro e tutto finì in molto baccano e molto fumo senza nessun danno per la Marianna.
- Demolisci il praho, innanzi tutto, Sambigliong, - disse Yanez, - e cerca di smontare il mirim che è il solo che possa danneggiarci. Sei uomini ai due pezzi da caccia e accelerate il fuoco più...
Si era bruscamente interrotto ed aveva lanciato un rapido sguardo verso poppa. Ad un tratto trasalì e fece un gesto di sorpresa.
- Sambigliong! - esclamò, impallidendo.
- Non temete, signor Yanez, il praho fra due minuti sarà fracassato o per lo meno rasato come un pontone.
- È il pilota che non vedo più.
- Il pilota! - esclamò il malese lasciando il pezzo di caccia che era già puntato. - Dov'è quel briccone?
Yanez aveva attraversata rapidamente la tolda, in preda ad una visibile emozione.
- Cerca il pilota! - gridò.
- Capitano, - disse un malese che era al servizio dei due pezzi di poppa, - l'ho veduto or ora scendere nel quadro.
Sambigliong, che forse aveva avuto il medesimo sospetto del portoghese, si era già precipitato giù per la scaletta, impugnando una pistola. Yanez lo aveva subito seguìto mentre i due cannoni da caccia tuonavano contro la flottiglia, con un rimbombo assordante.
- Ah! cane! - udì gridare.
Sambigliong aveva afferrato il pilota che stava per uscire da una cabina, tenendo in mano un pezzo di corda incatramata accesa.
- Che cosa facevi, miserabile? - urlò Yanez precipitandosi a sua volta sul malese che tentava di opporre resistenza al mastro.
Il pilota, vedendo il comandante che aveva pure impugnata una pistola e che pareva pronto a fargli scoppiare la testa, era diventato grigiastro, ossia pallido, pure rispose con una certa calma:
- Signore, sona disceso per cercare una miccia per le spingarde...
- Qui, le micce! - gridò Yanez. - Tu, briccone, cercavi d'incendiarci la nave!
- Io!
- Sambigliong, lega quest'uomo! - comandò il portoghese. - Quando avremo battuto i dayaki avrà da fare con noi.
- Non occorrono corde, signor Yanez, - rispose il mastro. - Lo faremo dormire per una dozzina d'ore, senza che ci dia alcun fastidio.
Afferrò brutalmente per le spalle il pilota che non cercava più di opporre resistenza, e gli compresse coi pollici tesi la nuca, poi gli affondò nel collo, un po' al disotto degli angoli mascellari, gli indici ed i medi in modo da stringergli le carotidi contro la colonna vertebrale. Allora si vide una cosa assolutamente strana. Padada stralunò gli occhi e spalancò la bocca come se si fosse manifestato un principio d'asfissia, la respirazione gli divenne improvvisamente affannosa, poi rovesciò il capo indietro e s'abbandonò fra le braccia del mastro, come se la morte lo avesse colto.
- L'hai ucciso! - esclamò Yanez.
- No, signore, - rispose Sambigliong. - L'ho addormentato e prima di dodici o quindici ore non si sveglierà.1
- Dici davvero?
- Lo vedrete più tardi.
- Gettalo su qualche branda e saliamo subito. Il cannoneggiamento diventa vivissimo.
Sambigliong alzò il pilota, che pareva non desse più alcun segno di vita, e lo adagiò su un tappeto, poi tutti e due salirono rapidamente sulla tolda, nel momento in cui i due cannoni da caccia tornavano a tuonare con tale fragore da far tremare tutto il veliero.
Il combattimento fra la Marianna e la flottiglia si era impegnato con grande ardore.
Le scialuppe doppie, che, come abbiamo detto, erano armate di lilà, si erano disposte su una fronte piuttosto larga, a destra e a sinistra del praho, onde dividere maggiormente il fuoco del veliero e si erano impegnate risolutamente a proteggere le altre imbarcazioni che, quantunque più piccole, portavano equipaggi più numerosi, riserbati certamente per l'attacco finale.
Gli spari si succedevano agli spari e le palle, quantunque tutte di piccolo calibro, fischiavano in gran numero sulla Marianna, smussando qualche pennone, forando le vele, maltrattando il sartiame e scheggiando le murate. Alcuni uomini erano stati già feriti e qualcuno ucciso, nondimeno gli artiglieri di Mompracem facevano freddamente il loro dovere, con una calma ed un sangue freddo meraviglioso.
Le spingarde, essendo ormai la distanza diminuita, avevano pure cominciato a tuonare, lanciando sulla flottiglia bordate di mitraglia, composta per la maggior parte di chiodi, che si piantavano nella pelle dei dayaki, facendoli urlare come scimmie rosse.
Nonostante quelle scariche formidabili, la flottiglia non cessava di avanzare. I dayaki, che sono generalmente coraggiosi non meno dei malesi e che non temono la morte, davano dentro ai remi furiosamente, mentre quelli che erano armati di fucile, mantenevano un fuoco vivissimo, quantunque poco efficace, non avendo molta pratica di quelle armi, che forse adoperavano per la prima volta.
Erano già giunte le scialuppe a cinquecento passi, quando il praho su cui si era concentrato il fuoco dei pezzi da caccia della Marianna, si coricò su un fianco.
Aveva ormai perduto i suoi due alberi, il bilanciere era stato fracassato di colpo da una palla tiratagli da Yanez e le sue murate erano state ridotte in così cattivo stato, che non esistevano quasi più.
- Smonta il mirim, Sambigliong! - gridò Yanez, vedendo una doppia scialuppa accostarsi al praho coll'evidente intenzione d'impadronirsi del pezzo d'artiglieria, prima che il piccolo veliero affondasse.
- Sì, comandante, - rispose il malese, che serviva al pezzo da caccia di babordo.
- E voi altri mitragliate l'equipaggio prima che venga raccolto, - aggiunse il portoghese, che dall'alto del cassero seguiva attentamente le mosse della flottiglia, senza levarsi dalle labbra la sigaretta.
Una bordata colpì il praho, bordata di pezzi da caccia e di spingarde, smontando il mirim il cui carrello fu fracassato di colpo e spazzando il ponte da prora a poppa, con un uragano di mitraglia che storpiò e ferì la maggior parte dell'equipaggio.
- Bel colpo! - esclamò il portoghese, colla sua flemma abituale. - Eccone uno che non ci darà più fastidio.
Il piccolo veliero non era ormai che un rottame che si empiva rapidamente d'acqua. Gli uomini che erano sfuggiti a quella tremenda bordata, si erano gettati in mare e nuotavano verso le scialuppe, mentre i pontoni tiravano furiosamente coi lilà con non troppa fortuna, quantunque la Marianna, colla sua mole ed immobilizzata come era, offrisse un ottimo bersaglio.
Ad un tratto il legno si capovolse bruscamente, rovesciando in acqua morti e feriti e rimase colla chiglia in aria.
Urla feroci s'alzarono dalle scialuppe, vedendo il praho andarsene alla deriva in quello stato.
- Gridate come oche, - disse Yanez. - Ci vuole ben altro per vincere le tigri di Mompracem, miei cari. Fuoco sulle scialuppe! Avanti, fucilieri! L'affare diventa caldo.
Sebbene privati del praho che col suo pezzo poteva contrabbattere i cannoni da caccia, la flottiglia aveva ripreso la corsa e s'avvicinava rapidamente alla Marianna.
Le tigri di Mompracem non facevano economia nè di palle nè di polvere. Colpi di cannone e di spingarda si alternavano a nutrite scariche di fucileria che facevano dei larghi vuoti fra gli equipaggi delle scialuppe e dei pontoni.
Quei vecchi guerrieri, che un giorno avevano fatto tremare gli inglesi di Labuan, che avevano vinto e rovesciato James Booke, il rajah di Sarawak, e che avevano distrutti, dopo formidabili combattimenti, i terribili thugs indiani, si difendevano con accanimento ammirabile, senza nemmeno prendersi la briga di ripararsi dietro i bordi.
Anzi, sprezzanti d'ogni pericolo, nonostante i consigli del portoghese che ci teneva a conservare i suoi uomini, erano saliti tutti sulle murate per mirare meglio e di là, e anche dalle coffe, facevano un fuoco infernale sulle scialuppe, decimando crudelmente i loro equipaggi.
Gli assalitori però erano così numerosi, che quelle gravi perdite non li scoraggiavano. Altre scialuppe, uscite dal fiume, avevano raggiunta la flottiglia e anche quelle cariche di guerrieri. Erano almeno trecento selvaggi, sufficientemente armati, che muovevano all'abbordaggio della Marianna, risoluti, a quanto pareva, ad espugnarla e massacrare i suoi difensori fino all'ultimo, non potendosi sperare quartiere da quei barbari sanguinari che non hanno che un solo desiderio: quello di fare raccolta di crani umani.
- La faccenda minaccia di diventare seria, - mormorò Yanez, vedendo quelle nuove scialuppe. - Tigrotti miei, date dentro più che potete o noi finiremo per lasciare qui le nostre teste. Quel cane d'un pellegrino li ha fanatizzati per bene e li ha fatti diventare idrofobi.
S'accostò al pezzo da caccia di tribordo, che in quel momento era stato scaricato e allontanò Sambigliong che stava pigliando la mira.
- Lascia che mi scaldi un po' anch'io, - disse. - Se non sfasciamo i pontoni e mandiamo in acqua i loro lilà, fra tre minuti saranno qui.
- Le spine li tratterranno, capitano.
- Eh, non so, mio caro. I loro kampilang avranno buon gioco.
- Ed i nostri gabbieri non ne avranno meno colle loro granate.
- Sia, ma preferisco che non giungano qui.
Diede fuoco al pezzo e, come al solito, non mancò il colpo. Uno dei pontoni, formati da due scialuppe riunite da un ponte, andò a catafascio. Le prore, spaccate a livello d'acqua, in un momento si riempirono ed il galleggiante affondò.
Un secondo fu pure gravemente maltrattato, ma al terzo colpo di cannone sparato da Yanez le scialuppe erano già quasi sotto.
- Impugnate i parangs e portate le spingarde a poppa! - gridò, abbandonando il pezzo che ormai diventava inutile. - Sgombrate la prora!
In un baleno quei comandi furono eseguiti. I fucilieri si ammassarono sul cassero, lasciando soli i gabbieri nelle coffe, mentre Sambigliong con alcuni uomini sfondava a colpi di scure due casse lasciando scorrere per la coperta una infinità di pallottoline d'acciaio irte di punte sottilissime.
I dayaki, resi furiosi dalle gravi perdite subite, avevano circondata la Marianna urlando spaventosamente e cercavano di arrampicarsi, aggrappandosi alle bancazze, alle sartie, ai paterazzi ed alla dolfiniera del bompresso.
Yanez aveva impugnata una scimitarra e si era messo in mezzo ai suoi uomini.
- Stringete le file attorno alle spingarde! - gridò.
I fucilieri che stavano presso le murate non avevano cessato il fuoco, fulminando a bruciapelo i dayaki dei pontoni e quelli che cercavano di montare all'abbordaggio.
Le canne dei fucili e delle carabine indiane erano diventate così ardenti che scottavano le mani dei tiratori.
I dayaki arrivavano, inerpicandosi come scimmie. Ad un tratto atroci urla di dolore scoppiarono fra gli assalitori.
Avevano posate le mani sui fasci di spine che coprivano le murate e che erano dissimulati dalle brande stese sopra i bastingaggi, straziandosi orribilmente le dita e non reggendo a così atroce dolore si erano lasciati cadere addosso ai compagni, travolgendoli nella loro caduta.
Se non erano pel momento riusciti a scavalcare le murate di babordo e di tribordo, quelli che si erano issati sulle trinche del bompresso, erano stati invece più fortunati, avendo trovato subito un appoggio sull'albero istesso.
Accortisi delle spine, a gran colpi di kampilang staccarono i fasci gettandoli in mare, ed in dieci o dodici irruppero sul castello di prora mandando urla di vittoria.
- Dentro colle spingarde! - gridò Yanez che li aveva lasciati fare.
Le quattro bocche da fuoco lanciarono una bordata di chiodi su quel gruppo, spazzando tutto il castello.
Fu una scarica terribile. Nessuno degli assalitori era rimasto in piedi, quantunque non vi fosse nemmeno un morto.
Quei disgraziati, che avevano ricevuto in pieno quella bordata, si rotolavano pel castello, dibattendosi e mandando urla spaventevoli e gemiti strazianti.
I loro corpi, foracchiati in cento luoghi dai chiodi, parevano schiumarole gocciolanti sangue.
La vittoria era nondimeno ancora ben lungi. Altri dayaki salivano da tutte le parti, disperdendo prima le spine coi kampilang e rovesciandosi in coperta, malgrado il fuoco vivissimo delle tigri di Mompracem.
Là un altro ostacolo però, non meno duro delle spine, attendeva gli assalitori: erano le pallottole d'acciaio che coprivano tutta la tolda e le cui punte non si potevano sfidare senza i pesanti stivali di mare.
Per di più, i gabbieri delle coffe avevano cominciato a lanciare le granate che scoppiavano con fragore, lanciando intorno frammenti di metallo.
I dayaki, presi fra due fuochi, impossibilitati ad avanzare, si erano arrestati; poi un subitaneo terrore, accresciuto da un'altra bordata di mitraglia che ne gettò a terra parecchi, li prese e si precipitarono confusamente in acqua, nuotando disperatamente verso i pontoni e le scialuppe.
- Pare che ne abbiano finalmente abbastanza, - disse Yanez, che durante la lotta non aveva perduto un atomo della sua flemma. - Ciò v'insegnerà a temere le vecchie tigri di Mompracem.
La disfatta degli isolani era completa. Pontoni e scialuppe fuggivano a forza di remi verso le isolette che si estendevano dinanzi al fiume, senza più rispondere al fuoco del veliero, fuoco che ben presto fu fatto cessare dal portoghese, ripugnandogli di massacrare delle persone che ormai non si difendevano più.
Dieci minuti dopo, la flottiglia, le cui scialuppe facevano per la maggior parte acqua, scompariva entro il fiume.
- Se ne sono andati, - disse Yanez. - Speriamo che ci lascino tranquilli.
- Ci aspetteranno nel fiume, signore, - disse Sambigliong.
- E vi daranno nuovamente battaglia, - aggiunse Tangusa, che ai primi colpi di cannone era pure salito in coperta per prendere parte alla difesa, quantunque esausto di forze.
- Lo credi? - chiese il portoghese.
- Ne sono certo, signore.
- Daremo loro un'altra lezione che leverà loro, e per sempre, la voglia d'importunarci. Troveremo acqua sufficiente per spingerci fino alle scale del kampong?
- Il fiume è profondo per un tratto lunghissimo e purchè il vento sia favorevole non troverete difficoltà a salirlo.
- Quanti uomini abbiamo perduto? - chiese Yanez a Kickatany, il malese che funzionava da medico a bordo.
- Ve ne sono otto nell'infermeria, signore, fra cui due gravemente feriti e quattro morti.
- Che il diavolo si porti quei maledetti selvaggi ed il loro pellegrino! - esclamò Yanez. - Orsù, così è la guerra, - aggiunse poi con un sospiro.
Quindi volgendosi verso Sambigliong che pareva aspettasse qualche ordine:
- La marea sta per raggiungere la sua massima altezza. Cerchiamo di trarci da questo maledetto banco.

3. Sul Kabatuan

L'acqua già da cinque ore continuava a montare nella baia e a poco a poco aveva coperto interamente il banco, su cui la Marianna si era incagliata.
Era quindi quello il buon momento per cercare di liberarsi e la cosa non sembrava dovesse essere molto difficile, poichè i marinai avevano rimarcato un leggero spostamento della ruota di prua. Il veliero non galleggiava ancora; tuttavia nessuno disperava di riuscire a levarlo da quel cattivo passo, aiutandolo con qualche sforzo.
Sbarazzata la coperta dei cadaveri che la ingombravano, essendo molti dayaki caduti sul castello di prora sotto le micidiali scariche delle spingarde ed a mezza nave, e, ricollocate nelle casse le pericolosissime palle d'acciaio, che avevano arrestato così bene l'attacco dei bellicosi isolani, i Tigrotti di Mompracem si misero alacremente all'opera sotto la direzione di Yanez e di Sambigliong.
Furono gettati due ancorotti a sessanta passi dalla poppa, su un buon fondo e le gomene passate all'argano onde trarre indietro la nave ed aiutare l'azione della marea, poi le vele furono girate in modo che la spinta del vento avvenisse non più verso la prora.
- All'argano, ragazzi! - gridò Yanez, quando tutto fu pronto. - Noi ci leveremo presto di qui.
Già qualche scricchiolo si era udito sotto la ruota, segno evidente che l'acqua tendeva, aumentando sempre, a sollevare la carena.
Dodici uomini si erano precipitati verso l'argano, mentre altrettanti si erano gettati sulle funi collegate ai due ancorotti, affinchè lo sforzo fosse maggiore, e, al comando del portoghese, i primi avevano cominciato a spingere energicamente le aspe.
Avevano dato appena quattro o cinque giri all'argano, quando la Marianna scivolò, per modo di dire, sul banco su cui s'appoggiava, virando lentamente sul tribordo, per l'azione del vento che gonfiava fortemente le due immense vele.
- Eccoci liberi! - aveva esclamato Yanez, con voce giuliva. - Forse sarebbe bastata la sola marea a trarci di qui. Che bella sorpresa pel pilota, quando si risveglierà. Salpate gli ancorotti, contrabbracciate le vele e avanti, diritti verso il fiume.
- Lo imboccheremo senza attendere l'alba? - chiese Sambigliong.
- È largo e profondo, mi ha detto Tangusa, e non è interrotto da banchi, - rispose Yanez. - Preferisco attraversare la foce ora e sorprendere i dayaki, che non s'aspettano di certo di vederci così presto.
Con uno sforzo poderoso i marinai dell'argano avevano strappati dal fondo i due ancorotti, mentre i gabbieri avevano orientato rapidamente le due vele e i fiocchi del bompresso. Tangusa, che non aveva lasciata la tolda, si era messo alla barra del timone, essendo il solo che conoscesse la foce del Kabatuan.
- Conducici solamente entro il fiume, mio bravo ragazzo, - gli aveva detto Yanez. - Poi penseremo noi a guidare la Marianna e tu andrai a riposarti.
- Oh signore, non sono già un fanciullo, - aveva risposto il meticcio, - per aver bisogno d'un immediato riposo. Quel balsamo prodigioso, sparso sulle mie ferite da Kickatany, mi ha calmato i dolori.
- Ah! - esclamò ad un tratto Yanez, mentre la Marianna, girato prudentemente il banco, s'avanzava verso il fiume, - tu non mi hai ancora narrato come sei caduto nelle mani dei dayaki e il perchè ti hanno martirizzato.
- Non mi avevano lasciato il tempo, quei furfanti, di finire di raccontarvi la mia triste avventura, - rispose il meticcio forzandosi a sorridere.
- Venivi dal kampong di Tremal-Naik, quando ti catturarono?
- Sì, signor Yanez. Il mio padrone mi aveva incaricato di raggiungere le rive della baia per guidarvi sul fiume.
- Era certo dunque che noi non avremmo indugiato ad accorrere in suo aiuto.
- Non ne dubitava, signore.
- Dove sei stato sorpreso?
- Sulle isolette della foce.
- Quando?
- Due giorni or sono. Alcuni uomini che avevano lavorato nelle piantagioni del kampong mi avevano subito riconosciuto, sicchè assalirono senza indugio il mio canotto e mi fecero prigioniero. Dovevano essersi immaginati che Tremal-Naik mi aveva mandato alla costa per attendere qualche soccorso, perchè mi sottoposero ad un lungo interrogatorio, minacciando di accopparmi se non rivelavo loro lo scopo della mia gita. Siccome rifiutavo ostinatamente di rispondere, quei miserabili mi gettarono in una buca che era prossima ad un formicaio, mi legarono per bene, poi mi fecero sul corpo alcune incisioni onde il sangue uscisse.
- Briganti!
- Voi sapete, signor Yanez, quanto sono avide di carne le formiche bianche. Attirate dall'odore del sangue non tardarono ad accorrere a battaglioni e cominciarono a divorarmi, vivo, pezzetto a pezzetto.
- Un supplizio degno di selvaggi.
- E che durò un buon quarto d'ora facendomi provare tormenti spaventevoli. Fortunatamente quegli insetti si erano gettati anche sulle corde che mi legavano le braccia e le gambe e non tardarono a rosicchiare anche quelle, essendo state spalmate d'olio di cocco onde, disseccandosi, mi stringessero vieppiù.
- E tu, appena libero, scappasti? - disse Yanez.
- Ve lo potete immaginare, - rispose il meticcio. - Essendosi i dayaki allontanati, mi gettai nella vicina foresta, raggiunsi il fiume e avendo trovato sulla riva un canotto munito d'una vela, presi senza indugio il largo, avendo già scorto in lontananza il vostro veliero.
- Sei stato però ben vendicato!
- E ne sono lieto, signor Yanez. Quei selvaggi non meritano compassione. Oh!
Quell'esclamazione gli era sfuggita, scorgendo alcuni fuochi che brillavano sulle coste delle isolette che formavano la barra del fiume.
- I dayaki vegliano, signor Yanez, - disse.
- Lo vedo, - rispose il portoghese. - Possiamo passare al largo, senza essere veduti?
- Prenderemo l'ultimo canale, - rispose il meticcio, dopo d'aver osservato attentamente la foce del fiume. - In quella direzione non vedo brillare alcun fuoco.
- Vi sarà acqua bastante?
- Sì, ma vi sono dei banchi colà.
- Ah! diavolo!
- Non temete, signor Yanez. Conosco benissimo la foce e spero di farvi entrare nel Kabatuan senza malanni.
- Noi intanto prenderemo le nostre precauzioni per respingere qualsiasi attacco, - rispose il portoghese, avvicinandosi verso il castello di prora.
La Marianna, spinta da una leggera brezza di ponente, scivolava dolcemente, come se appena sfiorasse l'acqua, accostandosi sempre più alla foce del fiume.
La marea che montava ancora doveva facilitare l'entrata, risalendo per un buon tratto il Kabatuan.
L'equipaggio, eccettuati due o tre uomini incaricati della cura dei feriti, era tutto in coperta, al posto di combattimento, non essendo improbabile che i dayaki, nonostante la terribile sconfitta, tentassero nuovamente un abbordaggio o aprissero il fuoco tenendosi nascosti fra i boschetti che coprivano le isole.
Tangusa che teneva la barra e che, come abbiamo detto, conosceva a menadito la baia, guidò la Marianna in modo da tenerla lontana dai fuochi che ardevano presso le scogliere e che dovevano dominare gli accampamenti dei nemici, poi con un'abile manovra la spinse dentro un canale piuttosto stretto che s'apriva fra la costa ed un isolotto, senza che alcun grido d'allarme fosse partito nè da una parte nè dall'altra.
- Siamo nel fiume, signore, - disse a Yanez, che lo aveva raggiunto.
- Non ti sembra un po' strano che i dayaki non si siano accorti della nostra entrata?
- Forse dormivano della grossa e non sospettavano che noi potessimo trarci così felicemente dal banco.
- Uhm! - fece il portoghese, scuotendo il capo.
- Dubitate?
- Io ritengo che ci abbiano lasciati passare per darci battaglia sull'alto corso del fiume.
- Può darsi, signor Yanez.
- Quando potremo giungere?
- Non prima di mezzodì.
- Quanto dista il kampong dal fiume?
- Due miglia.
- Di foresta, probabilmente.
- E folta, signore.
- Peccato che Tremal-Naik non abbia fondata la sua principale fattoria sul fiume. Noi saremo costretti a dividere le nostre forze. È bensì vero che i miei Tigrotti si battono splendidamente sia sui ponti dei loro prahos, che a terra.
- Saliamo dunque, signore? Il vento è favorevole e la marea ci spingerà per qualche ora ancora.
- Avanti e bada di non mandare la Marianna in secco.
- Conosco troppo bene il fiume.
- Il veliero superò una lingua di terra che formava la barra del fiume e rimontò la corrente, spinto dalla brezza notturna che gonfiava le sue enormi vele.
Quel corso d'acqua, che è ancora oggidì poco noto, in causa della continua ostilità dei dayaki che non risparmiano nemmeno le teste degli esploratori europei, era largo un centinaio di metri e scorreva fra due rive piuttosto alte, coperte da manghi, da durion e da alberi gommiferi. Nessun fuoco si vedeva brillare sotto gli alberi, nè si udiva alcun rumore che indicasse la presenza di quei formidabili cacciatori di teste.
Solo di quando in quando nelle acque, che dovevano essere profonde, echeggiava un tonfo prodotto dall'improvvisa immersione di qualche gaviale addormentato a fior d'acqua, che la massa del veliero aveva spaventato. Quel silenzio tuttavia non rassicurava affatto Yanez, il quale anzi raddoppiava la vigilanza, cercando di scoprire qualche cosa sotto la fosca ombra degli alberi.
- No, - mormorava, - è impossibile che noi abbiamo potuto passare inosservati. Deve succedere qualche cosa; fortunatamente conosciamo il nemico e non ci coglierà di sorpresa.
Era trascorsa una mezz'ora, senza che nulla fosse accaduto di straordinario, ed il portoghese cominciava a rassicurarsi, quando, verso il basso corso del fiume, si vide una linea di fuoco alzarsi al di sopra dei grandi alberi.
- Toh! un razzo! - aveva esclamato Sambigliong, che aveva potuto scorgerlo prima che si spegnesse.
La fronte di Yanez si era abbuiata.
- Come mai questi selvaggi posseggono dei razzi di segnalazione? - si chiese.
- Capitano, - disse Sambigliong, - ciò è una prova che in tutta questa faccenda vi è lo zampino degli inglesi. Questi ignoranti non li hanno mai conosciuti prima d'ora.
- O che li abbia portati quel pellegrino misterioso.
- Là, guardate, comandante: si risponde.
Yanez si era vivamente voltato verso la prora ed a una notevole distanza, verso l'alto corso del fiume, invece, aveva veduto spegnersi in cielo un'altra linea di fuoco.
- Tangusa, - disse, volgendosi verso il meticcio, che non aveva abbandonata la barra. - Pare che si preparino a farci passare una brutta notte, gli ex coltivatori del tuo padrone.
- Lo sospetto anch'io, signore, - rispose il meticcio.
In quell'istante verso prora si udirono delle esclamazioni.
- Lucciole!
- O fuochi?
- Guarda lassù.
- Brucia il fiume!
- Signor Yanez! Signor Yanez!
Il portoghese in pochi salti fu sul castello di prora, dove si erano già radunati parecchi uomini dell'equipaggio.
Tutto l'alto corso del fiume, che scendeva in linea quasi retta con leggeri serpeggiamenti, appariva coperto da miriadi di punti luminosi che ora si raggruppavano ed ora si disperdevano, per riunirsi poco dopo in linee ed in macchie foltissime.
Yanez era rimasto talmente sorpreso, che stette per qualche minuto silenzioso.
- Qualche fenomeno, capitano? - chiese Sambigliong. - È impossibile che quelle siano lucciole.
- Nemmeno io lo credo, - rispose finalmente Yanez, la cui fronte si abbuiava sempre più.
Tangusa che aveva affidato momentaneamente la barra a uno dei timonieri, era pure accorso, allarmato da quelle esclamazioni.
- Sapresti dirmi di che cosa si tratta? - chiese Yanez, vedendolo.
- Quelli sono fuochi che scendono il fiume, signore, - rispose il meticcio.
- È impossibile! Se ognuno di quei punti luminosi segnalasse una barca, ve ne dovrebbero essere delle migliaia e non credo che i dayaki ne posseggano tante, nemmeno riunendo tutte quelle che si trovano sui fiumi bornesi.
- Eppure sono fuochi, - replicò Tangusa.
- Accesi dove?
- Non so, signore.
- Su dei tronchi d'albero?
- Non saprei dirvelo.
- Il fatto è che quei fuochi s'avvicinano, capitano, e che la Marianna potrebbe correre il pericolo d'incendiarsi.
Yanez lanciò un "per Giove!" tuonante che fece stupire Sambigliong, che non l'aveva mai veduto prima d'allora uscire dai gangheri.
- Che cos'hanno preparato quelle canaglie? - esclamò il bravo portoghese.
- Capitano, prepariamo per maggior precauzione le pompe.
- E arma i nostri uomini di buttafuori e di manovelle per allontanare quei fuochi. Questi maledetti selvaggi cercano d'incendiare la nostra nave. Su lesti, Tigrotti miei: non vi è tempo da perdere.
Quelle centinaia e centinaia di punti luminosi ingrandivano a vista d'occhio, trascinati dalla corrente e coprivano un tratto immenso di fiume.
Scendevano a gruppi, danzando con un effetto meraviglioso, che in altre occasioni Yanez avrebbe certamente ammirato, ma non in quel momento. Giravano su loro stessi, seguendo i gorghi, formando delle linee circolari e delle spirali, che poi bruscamente si rompevano, oppure delle linee rette che poi diventavano delle serpentine.
Un gran numero filava lungo le rive; molti invece, anzi i più danzavano in mezzo, essendo la corrente ivi più rapida.
Dove posassero nessuno poteva dirlo, essendo la notte oscura, anche a causa dell'ombra proiettata dalle piante altissime che coprivano le rive. Certo però dovevano ardere su dei minuscoli galleggianti.
Tutto l'equipaggio, armatosi frettolosamente di buttafuori, di pennoni, di aste e di manovelle, si era disposto lungo i fianchi della Marianna per allontanare quei fuochi pericolosi. Alcuni erano scesi nella rete delle dolfiniere del bompresso e nelle bancazze per poter meglio agire.
- Sempre in mezzo al fiume! - aveva gridato Yanez a Tangusa, che aveva ripresa la barra del timone. - Se prenderemo fuoco, faremo presto a poggiare sull'una o sull'altra riva.
La flottiglia giungeva a ondate, correndo addosso alla Marianna la quale s'avanzava lentamente essendo il vento debolissimo.
- Recatemi uno di quei fuochi, - disse Yanez ai malesi che si erano calati nella rete della dolfiniera, la cui estremità inferiore sfiorava quasi l'acqua.
Tutti i marinai si erano messi all'opera, vibrando furiosi colpi di buttafuori e di manovelle su quei fuochi galleggianti che ormai circondavano la Marianna.
Un malese, presone uno, lo aveva recato a Yanez. Si componeva d'una mezza noce di cocco, piena di bambace inzuppato d'una materia resinosa e attaccaticcia che ardeva meglio dell'olio vegetale, di cui fanno ordinariamente uso i bornesi al pari dei siamesi.
- Ah! Bricconi! - aveva esclamato il portoghese. - Ecco una trovata meravigliosa che io non avrei mai immaginata! Come sono diventati furbi, da un momento all'altro, questi dayaki! Tigrotti, date dentro a tutta lena; se questo cotone s'attacca ai madieri, arrostiremo come anitre allo spiedo.
Aveva gettato via il guscio di cocco e si era slanciato a prora, dov'era maggiore il pericolo, perchè quei fuochi investendo il tagliamare si rovesciavano in gran numero e la materia attaccaticcia e resinosa ond'era imbevuto il cotone poteva attaccarsi al fasciame, dove avrebbe trovato buon alimento nel catrame che lo copriva.
I Tigrotti, che avevano compreso il gravissimo pericolo che correva il veliero, non risparmiavano i colpi. Specialmente quelli che si trovavano nella rete della dolfiniera ed a cavalcioni delle trinche, avevano un bel da fare a rovesciare quei minuscoli galleggianti, che giungevano sempre a ondate, scivolando e capovolgendosi lungo i fianchi della Marianna. Tuttavia dei fuochi di cotone di quando in quando s'appiccicavano al fasciame, ed il catrame subito prendeva fuoco, sviluppando un fumo denso ed acre.
Guai se quel legno avesse avuto un equipaggio poco numeroso! Le tigri di Mompracem fortunatamente erano bastanti per sorvegliare tutti i bordi e, quando il fuoco cominciava a manifestarsi, le pompe lo spegnevano di colpo con un abbondante getto d'acqua.
Quella strana lotta durò una buona mezz'ora, poi i pericolosi galleggianti cominciarono a diradarsi e finalmente cessarono di sfilare, scomparendo verso il basso corso del fiume.
- Che ci preparino ora qualche altra sorpresa? - disse Yanez che aveva raggiunto il meticcio. - Vedendo il loro criminoso tentativo andato a male, escogiteranno qualche cosa d'altro. Che cosa ne dici, Tangusa?
- Che noi non giungeremo all'imbarcadero del kampong, senza che i dayaki ci diano una seconda battaglia, signor Yanez, - rispose il meticcio.
- La preferirei a qualche altra sorpresa, mio caro. Finora però non vedo alcuna scialuppa.
- Non siamo ancora giunti, anzi tarderemo assai con questo vento così debole. Se non aumenta, invece del mezzodì dovremo faticare fino alla sera di domani.
- E ciò mi rincrescerebbe. Ohè, Tigrotti, aprite gli occhi e tenete le armi in coperta. I tagliatori di teste ci spiano di certo.
Accese una sigaretta e si sedette sul capo di banda di poppa, per meglio sorvegliare le due rive.
La Marianna, sfuggita miracolosamente a quel secondo pericolo, s'avanzava sempre più lenta, essendo scemata la brezza.
Nessun rumore si udiva sulle rive, che erano sempre coperte da alberi immensi che stendevano i loro rami mostruosi sul fiume, rendendo maggiore l'oscurità, eppure nessuno dubitava che degli occhi seguissero nascostamente il veliero.
Era impossibile che i dayaki, dopo quel tentativo che per poco non riusciva, avessero rinunciato all'idea di distruggere quella piccola sì, ma poderosa nave che aveva inflitto loro quella sanguinosa sconfitta.
Altre cinque o sei miglia erano state guadagnate, senza che alcun nuovo avvenimento fosse accaduto, quando Yanez scorse, sotto le foreste, scintillare dei punti luminosi che apparivano e scomparivano con grande rapidità.
Pareva che degli uomini muniti di torce corressero disperatamente fra gli alberi, scomparendo subito in mezzo ai cespugli. Poi dei sibili si udivano in varie direzioni che non dovevano essere mandati da serpenti.
- Sono segnali, - disse il meticcio, prevenendo la domanda che Yanez stava per rivolgergli.
- Non ne dubitavo, - rispose il portoghese, che ricominciava ad inquietarsi. - Che cosa ci prepareranno ora?
- Una sorpresa non migliore dell'altra di certo, signore. Ci vogliono impedire a qualunque costo di giungere all'imbarcadero.
- Comincio ad averne le tasche piene, - disse Yanez. - Almeno si mostrassero e ci attaccassero risolutamente.
- Sanno che siamo forti e che non manchiamo di artiglierie, signore, ed un assalto diretto non lo tenteranno.
- Eppure sento per istinto che quei bricconi preparano qualche cosa contro di noi.
- Non dico il contrario e vi consiglierei di non far disarmare le pompe.
- Temi che ci mandino addosso un'altra flottiglia di noci di cocco?
Invece di rispondere, il meticcio si era vivamente alzato, dando un colpo di barra al timone.
- Siamo al passo più stretto del fiume, signor Yanez, - disse poi. - Prudenza o daremo dentro a qualche banco.
Il fiume, che fino allora si era mantenuto abbastanza largo, permettendo alla Marianna di manovrare liberamente, si era repentinamente ristretto in modo che i rami degli alberi s'incrociavano.
L'oscurità era diventata ad un tratto così profonda che Yanez non riusciva più a discernere le sponde.
- Bel luogo per tentare un abbordaggio, - mormorò.
- E anche per fucilarci per bene, signore, - aggiunse Tangusa.
- Punta le spingarde verso le due rive, Sambigliong! - gridò Yanez.
Gli uomini addetti al servizio delle grosse bocche da fuoco avevano appena eseguito quell'ordine, quando la Marianna, che da alcuni minuti aveva accelerata la corsa essendo la brezza diventata più fresca, urtò bruscamente contro un ostacolo che la fece deviare verso babordo.
- Che cosa è avvenuto? - gridò Yanez. - Ci siamo arenati?
- Ma no, capitano, - rispose Sambigliong che si era slanciato verso prora. - La Marianna galleggia!
Il meticcio con un colpo di barra rimise il legno sulla rotta primiera, quando avvenne un secondo urto e la Marianna tornò a deviare indietreggiando di alcuni passi.
- Come va questa faccenda? - gridò Yanez, raggiungendo Sambigliong.
- Vi è una linea di scoglietti dinanzi a noi?
- Non ne vedo, capitano.
- Eppure non possiamo passare. Fa' calare in acqua qualcuno.
Un malese gettò una fune e dopo averla assicurata, si lasciò scivolare, mentre il veliero per la terza volta tornava a indietreggiare.
Yanez e Sambigliong, curvi sulla murata prodiera guardavano ansiosamente il malese che si era gettato a nuoto per cercare l'ostacolo che impediva al legno di avanzare.
- Scogliere? - chiese Yanez.
- No, capitano, - rispose il marinaio, che continuava a inoltrarsi tuffandosi di quando in quando, senza preoccuparsi dei gaviali che potevano mozzargli le gambe.
- Che cos'è dunque?
- Ah! Signore! Hanno tesa una catena sott'acqua, e non possiamo avanzare se non la taglieremo.
Nel medesimo istante una voce poderosa s'alzò fra gli alberi della riva sinistra, gridando in un inglese molto gutturale:
- Arrendetevi, Tigri di Mompracem, o noi vi stermineremo tutti!

4. In mezzo al fuoco

Qualunque altro si sarebbe non poco impressionato, udendo quella minaccia, lanciata da un uomo appartenente ad una razza così sanguinaria e coraggiosissima e nell'apprendere nel medesimo tempo, che la via per sfuggire quel grave pericolo gli era stata tagliata.
Yanez invece, aveva ascoltato il malese e il nemico che lo minacciava di sterminio, senza dare alcun segno, nè di collera, nè di scoraggiamento.
Ne aveva provate ben altre nella sua vita per perdersi d'animo.
- Ah! - aveva semplicemente esclamato. - Ci vogliono sterminare! Meno male che sono stati così gentili di avvertirci. E poi li chiamano selvaggi!
Dopo quelle parole, che dimostravano una perfetta serenità d'animo, si era rivolto al malese che si trovava in acqua, chiedendogli:
- È solida la catena?
- È d'ancora grossa, capitano, - aveva risposto il marinaio.
- Dove l'avranno trovata quei selvaggi? Che da un momento all'altro abbiano imparato a fabbricarle? Quel pellegrino ha insegnato loro a compiere delle vere meraviglie!
- Capitano Yanez, - disse Sambigliong. - La Marianna va di traverso. Devo far gettare un ancorotto?
Il portoghese si volse guardando il veliero, il quale, non potendo avanzare, non obbediva più all'azione del timone e cominciava a virare sul tribordo, indietreggiando lentamente.
- Cala un ancorotto da pennello e prepara la scialuppa, - disse al mastro. - È necessario tagliare quella catena.
Il ferro fu rapidamente affondato, filando pochi metri di catena, non essendo molto profondo il fiume in quel luogo e la Marianna arrestò la sua marcia indietro, raddrizzandosi quasi subito colla prora alla corrente.
La medesima voce di prima, più minacciosa, s'alzò fra le piante, ripetendo l'intimazione:
- Arrendetevi o vi stermineremo tutti.
- Per Giove! - esclamò Yanez. - Mi ero scordato di rispondere a quell'uomo!
Fece colle mani porta-voce, gridando:
- Se vuoi la mia nave vieni a prenderla: ti avverto solo che abbiamo abbondanza di polvere e di piombo. Ed ora non seccarmi più, che ho altro da fare in questo momento.
- Il pellegrino della Mecca ti punirà.
- Va' ad appiccarti insieme al tuo Maometto. Ti troverai bene in sua compagnia. Sambigliong, fa' calare la scialuppa e manda sei uomini a tagliare la catena: attenzione agli artiglieri di babordo e proteggete chi scende.
La più piccola delle due imbarcazioni fu messa rapidamente in acqua, e sei malesi, armati di pesanti scuri e di fucili, si calarono dentro.
- Picchiate sodo e fate presto soprattutto! - gridò loro il portoghese.
Poi salì sulla murata, aggrappandosi ad un paterazzo e guardò attentamente verso la riva, su cui era echeggiata la voce del misterioso pellegrino.
Attraverso la foresta scorse ancora passare dei punti luminosi, che si allontanavano con fantastica velocità.
- Che cosa preparano quei furfanti? - si chiese, non senza un po' di preoccupazione.
- Signor Yanez, - disse Tangusa, che aveva lasciato il timone, essendo diventato pel momento inutile. - Ho scorto dei fuochi anche sulla riva destra.
- Che siano dayaki che radunano delle altre noci di cocco? È un bel po' che vediamo passare quelle luci.
Ad un tratto mandò una sorda imprecazione. Trenta o quaranta lingue di fuoco si erano improvvisamente alzate fra i cespugli delle due rive, rompendo l'oscurità fittissima che regnava sotto gli alberi.
- Mettono fuoco alle foreste! - gridò. - Miserabili!
- E quello che è peggio, signore, - aggiunse il meticcio, con voce alterata dallo spavento, - tutti questi alberi sono avvolti da giunta wan satura di caucciù.
- Pra-la! - gridò il portoghese, rivolgendosi all'uomo che comandava la scialuppa. - Potete resistere da soli?
- Abbiamo le nostre carabine, signor Yanez.
- Affrettatevi più che potete, poi raggiungeteci. Sambigliong, fa' salpare l'ancorotto.
- Ridiscendiamo il fiume, capitano? - chiese il mastro.
- Ed in fretta, mio caro. Non ho alcun desiderio di farmi arrostire vivo. Lesti Tigrotti. Tutto alla banda il timone, Tangusa!
In un baleno il ferro fu strappato dal fondo e la Marianna, che aveva in quel momento il vento a mezza-nave, virò rapidamente di bordo, lasciandosi trasportare dalla corrente.
Una dozzina d'uomini, muniti di lunghi remi, aiutavano l'azione del timone, che diventava poco efficace avendo l'acqua a seconda.
I sei marinai della scialuppa, quantunque privi della protezione dei loro compagni, non avevano abbandonata la catena e continuavano a tempestarla di colpi furiosi non accennando i grossi anelli a cedere tanto facilmente.
Intanto l'incendio avvampava con rapidità spaventevole e nuove lingue di fuoco s'alzavano qua e là, per propagarlo su una più vasta estensione.
Le fiamme trovavano un ottimo elemento nelle giunta wan (urceola elastica), quelle grosse piante rampicanti dalle quali i malesi traggono una sostanza vischiosa, di cui si servono per prendere gli uccelli, nei gambir, nei colossali alberi della canfora e nelle piante gommifere che sono numerose in tutte le foreste del Borneo.
Tutte quelle piante crepitavano, come se contenessero nelle loro fibre delle cartuccie di fucile o detonavano e dai loro squarci lasciavano colare la linfa più o meno satura di resina, la quale a sua volta prendeva fuoco allargando sempre più l'incendio.
Una luce intensa era successa alle tenebre, mentre miriadi di scintille s'alzavano a grande altezza volteggiando fra turbini di fumo.
La Marianna scendeva precipitosamente, aiutata dai remi per sottrarsi a quell'incendio, che si propagava ormai anche alle piante prossime alle due rive, ma non aveva percorso che cinquecento passi, quando un urto avvenne a prora, che si ripercosse in tutte le parti della carena.
Urla furiose erano scoppiate sul castello di prora, dove eransi radunati la maggior parte dei malesi, temendo che da un momento all'altro comparissero le scialuppe e i pontoni dei dayaki.
- Siamo presi!
- Ci hanno tagliata la ritirata!
Yanez era accorso, immaginandosi che cos'era accaduto.
- Un'altra catena? - chiese, respingendo i suoi uomini per farsi largo.
- Sì, capitano.
- Allora l'hanno tesa pochi minuti fa.
- Così deve essere, - disse Tangusa, che appariva esterrefatto. - Signor Yanez, non ci rimane che di prendere terra mentre l'incendio non è ancora attaccato dovunque.
- Lasciare la Marianna! - esclamò il portoghese. - Oh mai! Sarebbe la fine di tutti, anche di Tremal-Naik e di Darma.
- Devo mettere in acqua l'altra scialuppa? - chiese Sambigliong.
Yanez non rispose. Ritto sulla prora, colle mani strette sulla scotta della trinchettina, la sigaretta spenta e compressa fra le labbra, guardava l'incendio che s'allargava sempre più.
Anche verso il basso corso del fiume delle vampe cominciavano ad alzarsi. Fra poco la Marianna doveva trovarsi in mezzo ad un mare di fuoco e, siccome gli alberi quasi riunivano i loro rami sopra il fiume, l'equipaggio correva il pericolo di vedersi rovesciare addosso una pioggia di tizzoni ardenti e di cenere calda.
- Capitano, - ripetè Sambigliong, - devo mettere in acqua la seconda scialuppa? Noi corriamo il pericolo di perdere la Marianna, se non fuggiamo.
- Fuggire! E dove? - chiese Yanez, con voce pacata. - Abbiamo il fuoco dinanzi e di dietro e anche spezzando le catene la nostra situazione non migliorerebbe.
- Ci lasceremo dunque arrostire, signor Yanez?
- Non siamo ancora cucinati, - rispose il portoghese, colla sua calma meravigliosa. - Le tigri di Mompracem sono costolette un po' dure.
Poi, cambiando bruscamente tono, gridò:
- Stendete la tela sul ponte, abbassate le vele sui ferri di sostegno. In acqua le maniche delle pompe e affondate le àncore. Gli artiglieri a posto!
L'equipaggio che attendeva con angoscia qualche decisione, in pochi momenti issò i ferri di sostegno e ammainò le due immense vele.
La Marianna, come tutti gli yacht che intraprendono dei viaggi nelle regioni estremamente calde, era fornita d'una tela per riparare il ponte dagli ardenti raggi solari e dei relativi sostegni.
In un baleno fu stesa all'altezza delle bome e le due vele vi furono gettate sopra, lasciando cadere i margini lungo le murate, in modo da coprire interamente la piccola nave.
- Manovrate le pompe e inaffiate, - comandò Yanez, quando l'ordine fu eseguito.
Riaccese poscia la sigaretta e si spinse verso la prora, mentre torrenti d'acqua venivano lanciati contro la tela inzuppandola completamente.
Gli uomini incaricati di spezzare la catena, tornavano in quel momento a bordo, arrancando disperatamente. Sopra di loro fiammeggiavano i rami degli alberi, coprendoli di scintille.
- Giungono a tempo, - mormorò il portoghese. - Che spettacolo magnifico! Che peccato non poterlo vedere un po' da lontano! Lo ammirerei meglio!
Una vera tromba di fuoco si rovesciava sul fiume. Gli alberi delle due rive, composti per la maggior parte di piante gommifere, ardevano come zolfanelli, lanciando dovunque mostruose lingue di fuoco e turbini di fumo denso e pesante.
I tronchi, carbonizzati, rovinavano al suolo, facendo crollare le piante vicine a cui erano collegati da piante parassite e gambir e spandendo torrenti di caucciù ardente. Alberi della canfora enormi, casuarine, sagu, arenghe saccarifere, dammar saturi di resina, banani, cocchi e durion fiammeggiavano come torce colossali, contorcendosi e tuonando; poi s'abbattevano, rovesciandosi nel fiume con fischi assordanti.
L'aria diventava irrespirabile e le tende e le vele che coprivano la Marianna fumavano e si contraevano, nonostante i continui getti d'acqua che le innaffiavano.
Il calore era diventato così intenso che i Tigrotti di Mompracem, malgrado la protezione delle vele, si sentivano mancare.
Immense nuvole di fumo e nembi di scintille, che il vento spingeva, si cacciavano entro lo spazio racchiuso fra il ponte e le tele, avvolgendo gli uomini terrorizzati, mentre dall'alto cadevano senza interruzione rami fiammeggianti, che le pompe penavano a spegnere, quantunque energicamente manovrate.
Una cupola di fuoco avvolgeva ogni cosa: la nave, le rive ed il fiume. I malesi ed i dayaki che formavano l'equipaggio, guardavano con spavento quelle cortine fiammeggianti, che non accennavano a scemare, chiedendosi angosciosamente se stava per suonare per loro l'ultima ora.
Solo Yanez, l'uomo eternamente impassibile, pareva che non si occupasse affatto del tremendo pericolo che minacciava la Marianna.
Seduto sull'affusto di uno dei due pezzi da caccia, fumava placidamente la sua sigaretta, come se fosse insensibile a quel calore spaventevole che cucinava i suoi uomini.
- Signore! - gridò il meticcio, accorrendo presso di lui, col viso smorto e gli occhi dilatati pel terrore, - noi ci arrostiamo.
Yanez alzò le spalle.
- Non posso fare nulla io, - rispose poi, colla sua calma abituale.
- L'aria diventa irrespirabile.
- Accontentati di quella poca che scende nei tuoi polmoni.
- Fuggiamo, signore. I nostri uomini hanno spezzata la catena che ci chiudeva il passo verso l'alto corso.
- Lassù non farà più fresco di qui, mio caro.
- Dovremo perire così?
- Se così è scritto, - rispose Yanez, senza togliersi dalle labbra la sigaretta.
Si rovesciò sull'affusto come se fosse su una comoda poltrona, aggiungendo dopo qualche istante: - Bah! Aspettiamo!
Ad un tratto alcune scariche di fucili rimbombarono sul fiume, accompagnate da clamori assordanti.
Yanez si era alzato.
- Come diventano noiosi questi dayaki! - esclamò.
Attraversò il ponte, senza curarsi dei torrenti d'acqua che gli cadevano addosso e, alzato un lembo dell'immensa tenda, guardò verso la riva.
Attraverso le cortine di fuoco scorse degli uomini che parevano demoni, correre fra le ondate di fumo, sparando contro il veliero. Pareva che quei terribili selvaggi fossero insensibili, come le salamandre, perchè osavano, quantunque quasi nudi, cacciarsi fra le fiamme per sparare più da vicino.
Yanez si era fatto torvo in viso. Una bella collera bianca si manifestava in quell'uomo, che pareva avesse dell'acqua agghiacciata nelle vene e che potesse gareggiare coi più flemmatici anglo-sassoni delle razze nordiche.
- Ah! Miserabili! - gridò. - Nemmeno in mezzo al fuoco volete lasciarci un momento di tregua! Sambigliong, Tigrotti di Mompracem, bordate senza misericordia quei demoni!
Fu un po' rialzata la tenda, le quattro spingarde furono riunite sul tribordo, e mentre l'incendio avvampava più che mai, divorando gli enormi vegetali, la mitraglia cominciò a fischiare attraverso le cortine di fuoco, tempestando i selvaggi con uragani di chiodi e di frammenti di ferro.
Bastarono sette od otto scariche per decidere quei bricconi a mostrare i talloni. Parecchi erano caduti e arrostivano in mezzo alle erbe ed i cespugli crepitanti, continuando il fuoco a dilatarsi.
- Potesse essere caduto anche il pellegrino! - mormorò Yanez. - Quel furbone si sarà purtroppo ben guardato dall'esporsi ai nostri tiri.
Chiamò il malese che aveva guidata la scialuppa, che era tornata a bordo nel momento in cui gli alberi costeggianti il fiume prendevano pure fuoco.
- L'hai spezzata la catena? - gli chiese.
- Sì, capitano Yanez.
- Sicchè il passo è libero.
- Completamente.
- Il fuoco scema verso l'alto corso del fiume, mentre tende ad aumentare verso il basso, - mormorò Yanez. - Sarebbe meglio andarcene, prima che quei birboni possano tendere altre catene o che le loro scialuppe giungano qui. Checchè debba succedere, partiamo.
La volta di verzura che copriva in quel luogo il fiume, era stata distrutta dall'uragano di fuoco che l'aveva investita, e sulle due rive più non rimanevano in piedi che pochi enormi tronchi di alberi della canfora, semi-carbonizzati e qualche tronco di durion che fiammeggiava ancora come una immensa torcia.
Il fuoco invece avvampava terribile verso ponente, dove le foreste erano fino allora rimaste intatte, ossia dietro la Marianna.
Il pericolo quindi che il veliero s'incendiasse, era ormai evitato.
- Approfittiamo, - disse Yanez. - L'aria comincia a diventare un po' più respirabile e la brezza è sempre favorevole.
Fece togliere l'immensa tela che grondava acqua, poi fece levare e quindi inferire le vele ai pennoni. Quelle manovre furono compiute rapidamente, fra una vera pioggia di cenere che la brezza avventava contro il veliero, accecando e facendo tossire gli uomini.
Regnava ancora un caldo infernale sul fiume, essendo le due rive coperte da un altissimo strato di carboni ancora ardenti, tuttavia non vi era più pericolo di morire asfissiati.
Alle quattro del mattino le àncore furono issate e la Marianna riprese la navigazione con notevole velocità, senza essere stata disturbata.
I dayaki, che dovevano aver subite delle perdite crudeli, non si erano più fatti vedere.
Forse l'incendio, che aumentava sempre verso ponente, li aveva obbligati ad una precipitosa ritirata.
- Non si scorgono più, - disse Yanez al meticcio, che osservava le due rive sulle quali ondeggiavano ancora dense colonne di fumo e nembi di scintille. - Se ci lasciassero tranquilli almeno fino a che possiamo raggiungere l'imbarcadero! Che non abbiano capito che noi siamo persone risolute a difendere estremamente la pelle? Dopo le due lezioni ricevute, dovrebbero essersi persuasi che non siamo gallette pei loro denti.
- Hanno capito, signor Yanez, che noi accorriamo in aiuto del mio padrone.
- Eppure nessuno glielo ha detto.
- Io scommetto che lo sapevano, prima ancora del vostro arrivo. Qualche servo ha tradito il segreto o ha uditi gli ordini dati da Tremal-Naik all'uomo che vi fu mandato.
- Che sia così?
- Quel malese che voi avete raccolto e che si offerse come pilota devono averlo mandato essi incontro alla Marianna.
- Per Giove! Non mi ricordavo più di quel furfante! - esclamò Yanez. - Giacchè i dayaki ci lasciano un po' di tregua e l'incendio si spegne più in su, potremmo occuparci un po' di lui. Chissà che riusciamo a strappargli qualche preziosa informazione su quel misterioso pellegrino.
- Se parlerà!
- Se si ostinerà a rimaner muto, m'incarico io di fargli passare un brutto quarto d'ora. Vieni, Tangusa.
- Raccomandò a Sambigliong di mantenere gli uomini ai loro posti di combattimento, temendo sempre qualche nuova sorpresa da parte di quegli ostinati nemici e scese nel quadro, dove la lampada bruciava ancora.
In una cabina attigua al salotto, su un tettuccio, giaceva il pilota, sempre immerso nel sonno profondo, procurategli dalle compressioni energiche di Sambigliong.
Un sonno regolare veramente non lo era. Il respiro era leggerissimo, tanto che si avrebbe potuto scambiare il malese per un vero morto, essendo anche la sua tinta diventata quasi grigiastra, come quando gli uomini di colore diventano pallidi.
Yanez, che era stato istruito da Sambigliong, strofinò violentemente le tempie ed il petto dell'addormentato, poi gli alzò le braccia ripiegandole all'indietro più che potè onde dilatargli i polmoni, eseguendo quel movimento parecchie volte.
Alla nona o alla decima mossa il malese aprì finalmente gli occhi, fissandoli sul portoghese con un lampo di terrore.
- Come stai, amico? - gli chiese Yanez con accento un po' ironico. - Mentre noi combattevamo contro i tuoi alleati, tu dormivi saporitamente. Diventano poltroni i malesi.
Il pilota continuava a guardarlo senza rispondere, passandosi e ripassandosi una mano sulla fronte che s'imperlava di sudore. Pareva che cercasse di riordinare le sue idee e di mano in mano che la memoria gli ritornava, la sua pelle diventava sempre più smorta ed una espressione angosciosa gli si diffondeva sul viso.
- Orsù, - disse Yanez, - quand'è che ci farai udire la tua voce?
- Che cosa è avvenuto, signore? - chiese finalmente Padada. - Non riesco a spiegarmi come io mi sia addormentato di colpo, dopo la stretta datami dal vostro mastro.
- È cosa tanto poco interessante che non vale la pena che io te la spieghi, - rispose Yanez. - Tu invece dovresti darmi qualche spiegazione che mi premerebbe.
- Quale?
- Sapere chi è che ti ha mandato verso di noi per far arenare la mia nave sui banchi.
- Vi giuro, signore...
- Lascia andare i giuramenti: già non credo a quelle cose io, mio caro. È inutile che tu ti ostini a negare: ti sei tradito e ti tengo in mia mano. Chi ti ha pagato per rovinare la mia nave? Tu stavi per incendiarla.
- È una vostra supposizione, - balbettò il malese.
- Basta, - disse Yanez. - Vuoi farmi perdere la pazienza? Voglio sapere chi è quel maledetto pellegrino che ha messo in armi i dayaki e che domanda la testa di Tremal-Naik.
- Voi potete uccidermi, signore, ma non obbligarmi a dire delle cose ch'io ignoro.
- Sicchè tu affermi?
- Ch'io non ho mai veduto alcun pellegrino.
- E che anche non hai mai avuto rapporti coi dayaki che mi hanno assalito?
- Non mi sono mai occupato di costoro, signore, ve lo giuro su Vairang kidul2 (La regina del sud). Io stavo seguendo la costa per visitare le caverne, entro le quali le rondini salangane costruiscono i loro nidi, avendo ricevuto l'incarico di fornirne ad un cinese che ne abbisognava, quando un colpo di vento mi trasportò al largo trascinandomi, assieme al canotto, verso ponente. Vi ho incontrati per un caso.
- Perchè sei pallido allora?
- Signore, mi avete sottoposto ad una compressione tale che credevo mi si volesse strozzare e non mi sono ancora rimesso dall'impressione provata, - rispose il pilota.
- Tu menti come un ragazzo, - disse Yanez. - Non vuoi confessare? Sta bene: vedremo se resisterai.
- Che cosa volete fare, signore? - chiese il miserabile con voce tremante.
- Tangusa, - disse Yanez, volgendosi verso il meticcio. - Lega le mani a questo traditore, poi conducilo in coperta. Se cerca di resistere bruciagli le cervella.
- La mia pistola è carica, - rispose l'intendente di Tremal-Naik.
Yanez uscì dal quadro e salì sul ponte, mentre il meticcio metteva in esecuzione l'ordine ricevuto, senza che il malese avesse osato ribellarsi.

5. Le confessioni del pilota

La Marianna aveva superata la zona incendiata e navigava in quel momento fra due rive verdeggianti, dove i durion, gli alberi della canfora, i gluga, i sagu, i banani dalle foglie mostruose e le splendide arenghe intrecciavano i loro rami e le loro fronde. Un fiumicello che si riversava nel Kabatuan, aveva impedito al fuoco di estendersi verso l'alto corso, sicchè quelle boscaglie erano state risparmiate.
Una calma assoluta regnava sulle rive, almeno in quel momento. I dayaki non dovevano essersi spinti fino là, perchè si vedevano numerosi uccelli acquatici bagnarsi tranquillamente, segno evidente che si tenevano perfettamente sicuri.
Ed infatti le grosse pelargopsis, dall'enorme becco rosso come il corallo, nuotavano lungo le canne, pescando le belle alcede attraversavano il fiume salutando il veliero con un lungo fischio e all'estremità degli alberi, che spingevano i loro rami sulle acque, i ploceus pispigliavano, dondolandosi entro i loro nidi in forma di borsa, mentre sui banchi sonnecchiavano non pochi coccodrilli lunghi cinque o sei metri, coi dorsi rugosi incrostati d'un fitto strato di fango.
- Ecco quelli che s'incaricheranno di sciogliere la lingua a quell'ostinato malese, - mormorò Yanez, che aveva fissati gli sguardi sui formidabili rettili. - Che bell'occasione! Sambigliong!
Il mastro fu pronto ad accorrere alla chiamata.
- Fa' gettare un ancorotto.
- Ci fermiamo, capitano Yanez?
- Oh, per pochi minuti solamente e accosta uno di quei banchi più che puoi.
- Volete pescare qualche coccodrillo?
- Vedrai: prepara intanto una solida fune.
Il pilota comparve in quel momento in coperta, colle mani legate dietro al dorso, spinto innanzi dal meticcio che non faceva economia di urti e di minacce.
Il disgraziato era in preda ad un terrore profondo, eppure non pareva ancora disposto a confessare.
- Sambigliong, - disse Yanez, quando l'ancorotto fu calato. - Getta un po' di carne salata a quei mostri, tanto da stuzzicare un po' il loro appetito.
La Marianna si era fermata a breve distanza da un banco melmoso, su cui stavano radunati cinque o sei gaviali, fra cui uno mancante della coda, perduta di certo in qualche combattimento.
Si scaldavano al sole, sonnecchiando tranquillamente e anche vedendo accostarsi il veliero non si erano mossi, essendo per loro natura poco diffidenti.
- Destatevi boyo3! - gridò Sambigliong, gettando verso il banco alcuni enormi pezzi di carne salata.
I gaviali, vedendo cadere quella manna, si erano alzati, poi vi si erano scagliati sopra disputandoseli ferocemente. In un momento non si vide che un ammasso di scaglie e di code poderosamente agitate che picchiavano in tutte le direzioni, poi, messi in appetito da quei pochi bocconi si spinsero verso l'orlo del banco, alzando le loro ampie mascelle, armate di lunghi denti, verso la Marianna, in attesa d'un'altra distribuzione.
- Signor Yanez, - disse Sambigliong, - aspettano qualche cosa di meglio quegli insaziabili ghiottoni.
- Daremo loro un uomo, - rispose il portoghese, guardando il pilota che fissava cogli occhi smarriti le gole spalancate dei mostri, come se avesse compreso che quell'uomo era lui.
- Signore, - balbettò, accostandosi a Yanez.
- Taci! - gli rispose questi seccamente.
- Che cosa volete fare di me?
- Lo saprai presto. A te, Sambigliong.
Il mastro annodò attorno ai fianchi del disgraziato malese una solida corda, poi alzandolo bruscamente fra le poderose braccia, lo gettò fuori dal bordo prima che avesse pensato ad opporre qualsiasi resistenza.
Padada aveva mandato un urlo terribile, credendo di cadere fra le mascelle di quei formidabili rettili, invece rimase sospeso fra l'acqua ed il bordo.
I gaviali, vedendo quella preda umana, con un balzo si erano precipitati in acqua, nuotando velocemente verso la Marianna.
Il pilota, pazzo dal terrore, si dibatteva disperatamente girando e rigirando su se stesso e mandando urla strozzate. Un'angoscia indescrivibile traspariva dai suoi lineamenti spaventosamente alterati.
- Aiuto! Aiuto! Grazia! Salvatemi... - gridava, facendo sforzi supremi per spezzare le corde che gli legavano le mani.
Yanez, in piedi sul capo di banda, aggrappato alla grisella di babordo del trinchetto, lo guardava impassibilmente, mentre i gaviali tentavano di afferrare la preda, slanciandosi più che mezzi fuori dell'acqua, con poderosi colpi di coda.
- Se Padada non muore di spavento è un vero miracolo, - disse Tangusa.
- Hanno la pelle dura i malesi, - rispose Yanez. - Lasciamolo gridare un po'.
Il povero uomo gridava a squarciagola, peggio d'una scimmia rossa, urlando sempre: - Aiuto! grazia! Mi raggiungono... grazia, signore!
Yanez fece cenno a Sambigliong di ritirare un po' la fune, essendo un gaviale riuscito a toccare coll'estremità del muso la preda, poi, volgendosi verso il pilota che continuava a dibattersi, raggrizzando più che poteva le gambe:
- Vuoi che ti lasci cadere nelle gole dei boyo o che ti faccia issare? La tua vita sta in mano tua.
- No... signore... issatemi... mi toccano... non posso più.
- Parlerai?
- Sì, parlerò... vi dirò tutto... tutto...
- Giuralo su Vairang kidul, giacchè è la protettrice dei cacciatori di nidi di salangane.
- Lo giuro... signore...
- Ti avverto prima che, se quando ti avremo tirato su, ti rifiuterai di confessarmi ogni cosa, ti getterò senz'altro fra le mascelle del più grosso gaviale.
- Non ne ho alcun desiderio e...
- Continua, - disse Yanez.
- Quando avrò tutto confessato non mi ucciderete egualmente?
- Non so che cosa farne della tua pelle. Rimarrai prigioniero fino al nostro ritorno, poi andrai a farti appiccare dove vorrai. Seguimi nel quadro e anche tu, Tangusa.
Il malese a cui non pareva ancora vero di trovarsi vivo e che batteva i denti pel terrore, che non gli era completamente passato, seguì, senza farsi pregare, il portoghese ed il meticcio.
- Ed ora ascoltiamo la tua interessante confessione, - disse Yanez, sdraiandosi su un divanetto e riaccendendo la sigaretta che aveva lasciata spegnere, per meglio assistere ai salti dei gaviali ed ai contorcimenti del pilota. - Bada che tu hai giurato e che io non sono uomo da lasciarmi giocare, nè prendere a gabbo.
- Vi dirò tutto, padrone.
- Dunque sono stati i dayaki a mandarti incontro alla Marianna.
- Non posso negarlo, - rispose il malese.
- È stato il pellegrino.
- No, signore; io non ho mai parlato con quell'uomo.
- Chi è?
- Ma... sarebbe un po' difficile a dirlo, nè saprei dirvi da dove sia piombato costui. È giunto qui alcune settimane or sono, con molte casse piene d'armi e ben fornito di denaro, di ghinee e di fiorini olandesi.
- Solo?
- Lo credo.
- E che cosa ha fatto poi?
- Si è presentato ai capi tribù, i quali lo ricevettero con deferenza, avendo in testa il turbante verde dei pellegrini che hanno visitato il sepolcro del Profeta. Che cosa poi abbia narrato loro e promesso, io lo ignoro. So solo che pochi giorni dopo, i dayaki erano tutti in armi e che chiedevano la testa di Tremal-Naik, che fino allora era stato il loro protettore.
- Ha regalato a quei fanatici imbecilli le armi?
- E anche molto denaro.
- È vero che un giorno una nave inglese è giunta alla foce del Kabatuan e che quel pellegrino si è abboccato col comandante? - chiese Yanez.
- Sì, signore, anzi aggiungerò che durante la notte l'equipaggio sbarcò altre casse piene d'armi.
- Non sai a che razza appartiene quell'uomo?
- No, signore: quello che vi posso dire è che la sua pelle è oscura assai e che parla il bornese con difficoltà.
- Che mistero impenetrabile! - mormorò Yanez. - Mi romperò il capo senza riuscire a schiarirlo.
Stette un momento silenzioso, come se si fosse immerso in un profondo pensiero, poi chiese:
- Come avevano fatto a sapere che la Marianna giungeva in soccorso di Tremal-Naik?
- Pare che sia stato un servo dell'indiano a informare i capi dayaki ed il pellegrino.
- Quale incarico ti avevano dato?
Il malese ebbe una breve esitazione, poi rispose:
- Di arenare la vostra nave, innanzi tutto.
- Non mi ero dunque ingannato, dubitando di te. E poi?
- Lasciate che non confessi il resto.
- Parla liberamente: ti ho promesso di lasciarti la vita ed io non manco alla mia parola.
- Di approfittare dell'assalto dei dayaki per incendiarvi la nave.
- Grazie della tua franchezza, - disse Yanez, ridendo. - Sicchè avevano deciso la nostra morte?
- Sì, signore. Pare che il pellegrino abbia avuto qualche motivo di dolersi delle tigri di Mompracem.
- Anche di noi! - esclamò Yanez, che cadeva di sorpresa in sorpresa.
- Chi può essere costui? Noi non abbiamo mai avuto a che fare con dei fanatici mussulmani.
- Non so che cosa dirvi, signore.
- Se è vero quello che ci hai narrato, quel miserabile ci insidierà dovunque?
- Non vi lascerà tranquilli, badate a me e farà di tutto per massacrarvi dal primo all'ultimo, - disse il pilota. - Io so che ha fatto giurare ai capi dayaki di non risparmiarvi.
- E noi faremo il possibile per ucciderne più che potremo, è vero, Tangusa?
- Sì, signor Yanez, - rispose il meticcio.
- Padada, - disse il portoghese, - sai tu che la fattoria di Pangutaran sia già assediata?
- Non lo credo, signore, avendo il pellegrino radunate quasi tutte le sue forze per schiacciare prima voi.
- Dunque la via che va dall'imbarcadero al kampong di Tremal-Naik può essere libera.
- O almeno poco guardata.
- Quanto ti ha dato il pellegrino perchè tu mandassi la mia nave sui banchi e me la incendiassi?
- Cinquanta fiorini e due carabine.
- Io te ne darò duecento se tu mi guidi al kampong.
- Accetto, signore, - rispose il malese, - e avrei accettato anche senza alcun compenso, dovendovi la vita.
- Siamo ancora lontani dall'imbarcadero?
- Fra un paio d'ore vi giungeremo, è vero? - disse Tangusa guardando il malese.
- Fors'anche prima.
Yanez sciolse le corde che stringevano le mani del prigioniero e uscì, dicendo:
- Saliamo in coperta.
Sul fiume regnava ancora una gran calma e le acque si svolgevano tranquille, fra due rive coperte di superbe felci arborescenti, di belle piante di cycas, di pandanus, di casuarine e di palme, che spiegavano a ventaglio le loro gigantesche foglie piumate.
Fra i rotangs che cadevano in festoni lungo i tronchi degli alberi, vi erano delle siamang, quelle orride scimmie nere che hanno la fronte bassissima, gli occhi infossati, la bocca enorme, il naso piatto e sotto la gola un lungo gozzo che pende come una vescica gonfia, le quali saltellavano di ramo in ramo, senza dimostrare alcuna preoccupazione. In acqua invece nuotavano fra le erbe, numerose bewah, quelle gigantesche lucertole semi-acquatiche che raggiungono sovente i due metri di lunghezza. Dei dayaki nessun indizio. Se fossero stati vicini, i quadrumani non avrebbero mostrato tanta tranquillità, essendo in generale estremamente diffidenti.
La Marianna, che s'avanzava assai lentamente aiutata anche dai remi, non potendo il vento soffiare troppo liberamente fra quelle due immense muraglie di verzura, continuò a salire indisturbata fino al mezzodì, poi si arrestò dinanzi ad una specie di piattaforma che s'avanzava nell'acqua sorretta da alcune file di pali.
- L'imbarcadero del kampong di Pangutaran, - avevano esclamato simultaneamente il pilota e Tangusa.
- Giù le àncore e accosta, - aveva comandato subito il portoghese. - Alle spingarde gli artiglieri.
Due ancorotti furono affondati e il veliero, spinto dalla corrente, andò ad appoggiarsi all'imbarcadero ai cui pali fu legato.
Yanez era salito sulla murata, per accertarsi meglio che nessun dayako si trovava imboscato su quella riva.
Che qui crudeli selvaggi vi fossero passati non vi era dubbio, potendosi scorgere a breve distanza dall'imbarcadero gli avanzi di parecchie capanne distrutte dal fuoco e una vasta tettoia semi-scoperchiata, coi pilastri anneriti dal fumo e dalle fiamme.
- Pare che non vi sia nessuno qui, - disse Yanez, volgendosi verso il meticcio che si era pure rizzato sulla murata.
- Non si aspettavano che noi giungessimo fino qui, - rispose Tangusa. - Erano troppo sicuri di poterci fermare e massacrare alla foce del fiume.
- Quanto distiamo dal kampong!
- Un paio d'ore, signor Yanez.
- Facendo tuonare i cannoni da caccia, Tremal-Naik potrebbe udirci?
- È probabile. Contate di partire subito?
- Sarebbe imprudenza. Aspettiamo la notte; passeremo più facilmente e forse senza essere veduti.
- Quanti uomini prenderemo?
- Non più di venti. Mi preme che la Marianna non rimanga troppo sprovvista. Se la perdessimo sarebbe finita, per tutti, anche per Tremal-Naik e per Darma.
Frattanto noi faremo una breve esplorazione nei dintorni, per accertarci che non ci si tenda qualche agguato. Questa tranquillità non mi rassicura affatto.
Fece mettere in batteria le spingarde e i pezzi, volgendoli verso l'imbarcadero, rizzando delle barricate formate con barili pieni di ferraccio, onde meglio riparare gli artiglieri, quindi comandò di ammainare le vele sul ponte, senza levarle dai pennoni onde la nave fosse pronta a salpare in pochi minuti.
Terminati quei preparativi, Yanez, il meticcio ed il pilota, scortati da quattro malesi dell'equipaggio, armati fino ai denti, scesero sull'imbarcadero per fare una ricognizione nei dintorni, prima di avventurarsi col grosso sotto le folte foreste che si estendevano fra la riva del fiume ed il kampong di Pangutaran.

6. La carica degli elefanti

Una piccola radura, malamente dissodata, scorgendosi ancora i tronchi degli alberi spuntare dal suolo, si estendeva dinanzi all'imbarcadero e dietro agli avanzi di capanne e di tettoie risparmiate dall'incendio.
Al di là cominciava la grande e fitta foresta, composta per la maggior parte d'immense felci arboree, di cycas, di durion e di casuarine, e ingombra di rotangs di lunghezza smisurata che formavano delle vere reti.
Nessun rumore turbava il silenzio che regnava sotto quei maestosi alberi. Solo, di quando in quando, fra il fogliame udivasi un debole grido lanciato da qualche gek-kò, la lucertola cantatrice, o il pispiglio di qualche chalcostetha, quei piccolissimi uccelli dai colori brillanti a riflessi metallici che, in quelle isole malesi, tengono il posto dei tronchilichi americani.
Yanez ed i suoi uomini, dopo essere rimasti qualche tempo in ascolto, un po' rassicurati da quella calma e dal contegno pacifico d'una coppia di scimmie buto sopra un banano, dopo aver fatto un giro intorno alle capanne, si inoltrarono verso la foresta, esplorandone i margini per una larghezza d'un mezzo miglio, senza trovare alcuna traccia dei loro implacabili nemici.
- Pare impossibile che siano scomparsi, - disse Yanez, a cui riusciva inesplicabile quell'improvvisa tregua dopo tanto accanimento. - Che abbiano rinunciato a tormentarci, dopo le batoste che hanno preso?
- Uhm! - fece il pilota. - Se il pellegrino aveva giurato la vostra perdita, ritengo che farà il possibile per avere le vostre teste.
- Mettici anche la tua nel numero, - disse il portoghese. - Torniamo a bordo e aspettiamo la notte.
Il ritorno lo compirono senza essere stati molestati, confermandosi vieppiù nella supposizione che i dayaki non fossero ancora giunti in quei dintorni.
Appena calato il sole, Yanez fece subito i preparativi della partenza. Vi erano ancora a bordo trentasei uomini, compresi i feriti.
Ne scelse quindici, non volendo indebolire troppo l'equipaggio il quale poteva, durante la sua assenza, venire assalito, e verso le nove, dopo aver raccomandato a Sambigliong la più attiva sorveglianza onde non si facesse sorprendere, ridiscendeva a terra con Tangusa, il pilota e la scorta.
Erano tutti formidabilmente armati, con carabine indiane di lungo tiro e parangs, quelle terribili sciabole che con un solo colpo decapitano un uomo, e ampiamente provvisti di munizioni, ignorando se Tremal-Naik ne avesse tante da poter reggere anche ad un assedio.
- Avanti e soprattutto fate meno rumore che sia possibile, - disse Yanez, nel momento in cui si cacciavano sotto i boschi. - Noi non siamo ancora sicuri di trovare la via sgombra.
Si volse indietro per dare un ultimo sguardo al veliero, la cui massa spiccava vivamente sulle acque del fiume, semi-confusa fra i vegetali che crescevano sulla riva e senza sapere il perchè, provò una stretta al cuore.
- Si direbbe che ho un brutto presentimento, - mormorò con inquietudine. - Che lo perda?
Scacciò l'importuno pensiero e si mise alla testa della scorta, preceduto di pochi passi dal meticcio e dal pilota, i soli che potessero orientarsi in mezzo a quel caos di enormi vegetali e fra le reti immense formate dai nepentes, dai gomuti e dai rotangs.
Come al mattino un silenzio profondo regnava sotto quella infinita volta di verzura, come se quella foresta fosse assolutamente priva di animali feroci e di selvaggina. Persino gli uccelli notturni, quei grossi pipistrelli pelosi, che sono così comuni nelle isole malesi, mancavano. Solo le lucertole cantanti, che sono per lo più notturne, facevano udire di tratto in tratto il loro lieve grido stridente.
Essendo il cielo coperto, un'afa pesante regnava sotto le immense foglie, incrociantisi strettamente a trenta o quaranta metri dal suolo.
- Si direbbe che minaccia un uragano, - disse Yanez che respirava con grande fatica.
- E scoppierà presto, signore, - rispose il meticcio. - Ho veduto il sole tramontare fra una nuvola nerastra e giungeremo appena a tempo al kampong.
- Se nessuno ci arresterà.
- Finora, signore, i dayaki non si sono mostrati.
- Purchè non li troviamo presso il kampong. Speriamo che abbiano levato l'assedio.
- Non saranno tanti da opporre una seria resistenza, almeno pel momento. Quelli che ci hanno aspettati alla foce del fiume forse non sono ancora tornati.
- Se tardassero solo ventiquattro ore, non li temerei più, - rispose Yanez. - La Marianna, con equipaggio rinforzato, diverrebbe imprendibile. Avrà molti difensori Tremal-Naik?
- Suppongo che abbia potuto raccogliere una ventina di malesi, signor Yanez.
- Avremo così un piccolo esercito che darà da fare a quel maledetto pellegrino. Affrettiamo il passo e cerchiamo di giungere al kampong prima che l'alba sorga.
La foresta non permetteva però che si avanzassero così rapidamente come avrebbero desiderato, essendo caduti in mezzo ad una antica piantagione di pepe che avvolgeva gli alberi in una rete assolutamente inestricabile.
Le grosse piante non erano riuscite a soffocare i sarmenti altissimi i quali, ripiegandosi verso il suolo e collegandosi coi rotangs ed i calamus o avvolgendosi intorno alle mostruose radici uscite dal suolo per mancanza di spazio, formavano un intrecciamento colossale che opponeva una solida resistenza.
- Mano ai parangs, - disse Yanez, vedendo che le due guide non riuscivano a passare.
- Faremo rumore, - osservò il pilota.
- Non ho già alcuna voglia di tornarmene indietro.
- I dayaki possono udirci, signore.
- Se ci assalgono li riceveremo come si meritano. Affrettiamoci.
A colpi di sciabola riuscirono ad aprirsi un varco e sempre sciabolando a destra ed a manca, continuarono ad inoltrarsi nell'interminabile foresta.
Marciavano da un'ora, lottando ostinatamente contro le piante, quando il pilota s'arrestò bruscamente, dicendo:
- Fermi tutti.
- I dayachì? - chiese sotto voce Yanez, che lo aveva subito raggiunto.
- Non lo so, signore.
- Hai udito qualche cosa?
- Dei rami scricchiolare dinanzi a noi.
- Andiamo a vedere, Tangusa, e voi tutti rimanete qui e non fate fuoco se io non vi do il segnale.
Si gettò a terra trovandosi dinanzi a un caos di radici e di sarmenti e si mise a strisciare verso il luogo dove il malese asseriva d'aver udito i rami scricchiolare.
Il meticcio gli si era messo dietro cercando di non far rumore.
Percorsero così una cinquantina di metri e s'arrestarono sotto le enormi corolle d'un fiore mostruoso, un crubul che aveva una circonferenza di oltre tre metri, e che tramandava un odore poco piacevole.
Essendovi intorno a quel fiore un po' di spazio libero, era facile scoprire degli uomini che si avanzassero attraverso la foresta.
- Padada non si era ingannato, - disse Yanez, dopo essere rimasto qualche po' in ascolto.
- Sì, qualcuno si avvicina, - confermò il meticcio.
- E questo cos'è? - chiese a un tratto Yanez.
In lontananza si udì in quel momento un rombo strano che pareva prodotto dall'avanzarsi di qualche furgone o d'un treno ferroviario.
- Non è il tuono, - disse il portoghese.
- Non lampeggia ancora, - disse Tangusa.
- Si direbbe che un fiume ha rotto gli argini e straripa.
- Non è caduta ancora una goccia d'acqua e poi il Kabatuan è lontano.
- Che cosa sarà?
- E s'approssima rapidamente, signore.
- Verso di noi?
- Sì.
- Taci!
Appoggiò un orecchio al suolo ed ascoltò nuovamente, trattenendo il respiro.
La terra trasmetteva nettamente quel rombo inesplicabile che pareva prodotto dal rapido avanzarsi di masse enormi.
- Non comprendo assolutamente nulla, - disse finalmente Yanez, rialzandosi. - È meglio che ci ripieghiamo verso la scorta; chissà che il pilota non ci spieghi questo mistero.
Sgusciarono sotto i giganteschi petali del crubul e rifecero il cammino percorso, scivolando fra gli infinti sarmenti.
Quando raggiunsero il luogo ove avevano lasciati i loro uomini, s'avvidero che anche la scorta era in preda ad una viva agitazione, udendosi anche là quel fragore. Solo Padada pareva tranquillo.
- Da che cosa proviene questo baccano? - gli chiese Yanez.
- È una colonna di elefanti che fugge dinanzi a qualche pericolo, signore, - rispose il pilota. - Saranno certamente moltissimi.
- Degli elefanti! E chi può aver spaventato quei colossi?
- Degli uomini, io credo.
- Che i dayaki si avanzino da ponente? È di là che il fragore viene.
- È quello che pensavo anch'io.
- Che cosa mi consigli di fare?
- Di allontanarci al più presto.
- Non incontreremo gli elefanti sulla nostra via?
- È probabile, ma basterà una scarica per farli deviare. Hanno una paura incredibile quei colossi degli spari, non essendovi abituati.
- Avanti dunque, - comandò il portoghese, con voce risoluta. - Dobbiamo giungere al kampong prima che vi arrivino i dayaki.
Si rimisero frettolosamente in cammino sciabolando i rotangs ed i calamus, mentre il fragore aumentava rapidamente d'intensità.
Il pilota doveva aver indovinato giusto. Fra il fracasso assordante prodotto dall'incessante crollare delle piante, abbattute dai poderosi ed irresistibili urti di quelle enormi masse lanciate a galoppo sfrenato, si cominciavano a udire dei barriti. Quei pachidermi dovevano essere spaventati da qualche grossa truppa d'uomini, non fuggendo ordinariamente dinanzi ad un drappello di cacciatori.
Dovevano essere state le bande dei dayaki a metterli in rotta.
Yanez e i suoi uomini affrettavano il passo, temendo di venire travolti nella pazza corsa di quei pachidermi.
Avendo trovato degli spazi liberi, si erano messi a correre, guardandosi con spavento alle spalle, credendo di vedersi rovinare addosso quei mostruosi animali. Anche Yanez appariva preoccupato.
Avevano raggiunta una macchia formata quasi esclusivamente di enormi alberi della canfora, che nessuna forza avrebbe potuto atterrare, avendo quelle piante dei tronchi grossissimi, quando il pilota per la seconda volta si arrestò, dicendo precipitosamente:
- Gettatevi sotto queste piante che sono sufficienti a proteggerci. Ecco che giungono!
Si erano appena lasciati cadere dietro a quei tronchi colossali quando si videro apparire i primi elefanti.
Sbucavano a corsa sfrenata da una macchia di sunda-matune, gli alberi della notte, così chiamati perchè i loro fiori non si schiudono che dopo il tramonto del sole e dei quali dovevano aver fatta una vera strage nella carica furibonda.
Quei colossi, che parevano pazzi di terrore, piombarono di colpo su un ammasso di giovani palme che sbarrava loro la via e le abbatterono come se una falce immensa, manovrata da qualche titano, fosse scesa su quelle piante.
Non era che l'avanguardia quella, poichè pochi istanti dopo si rovesciò su quello spazio il grosso, con clamori spaventevoli.
Erano quaranta o cinquanta elefanti, fra maschi e femmine, che si urtavano fra loro confusamente, cercando di sorpassarsi. Le loro formidabili trombe percuotevano con impeto irresistibile alberi e cespugli, tutto abbattendo.
Vedendone alcuni che pareva volessero scagliarsi verso gli alberi della canfora, Yanez stava per far eseguire una scarica, quando vide dei punti luminosi apparire dietro ai pachidermi che descrivevano delle fulminee parabole.
- Silenzio! Che nessuno si muova! I dayaki! - aveva esclamato Padada.
Parecchi uomini, quasi interamente nudi, correvano dietro agli elefanti, scagliando sui loro dorsi dei rami resinosi accesi, che subito raccoglievano appena caduti, tornando a lanciarli.
Non erano che una ventina, tuttavia i pachidermi, atterriti da quella pioggia di fuoco che cadeva loro addosso senza posa, non osavano rivoltarsi, mentre con una sola carica avrebbero potuto spazzare e stritolare quel piccolo gruppo di nemici.
- Non muovetevi e non fate fuoco! - aveva ripetuto precipitosamente Padada.
Gli elefanti erano già passati, urtando i primi tronchi della macchia, senza che quelle colossali piante avessero fortunatamente ceduto ed erano scomparsi nel più folto della foresta, sempre perseguitati dai dayaki.
- Che siano cacciatori? - chiese Yanez quando il fragore si perdette in lontananza.
- Che cacciavano noi, - rispose il malese. - La nostra discesa a terra è stata notata da qualcuno che sorvegliava l'imbarcadero e non essendo probabilmente in numero sufficiente i dayaki che si trovavano nei dintorni, ci scagliano addosso gli elefanti. Vedrete che faranno percorrere a quei colossi tutta la foresta, colla speranza che c'incontrino sulla loro corsa e ci travolgano.
- Possiamo quindi rivederli ancora?
- È probabile, signore, se non ci affrettiamo a lasciare questa boscaglia ed a rifugiarci nel kampong di Pangutaran.
- Siamo lontani molto ancora?
- Non ve lo saprei dire, essendo questa parte della foresta così intricata, da non poterci nè orientare, nè correre troppo. Tuttavia suppongo che giungeremo prima dell'alba.
- Prima che gli elefanti ritornino, andiamocene. Non si trovano sempre degli alberi della canfora per proteggerci. Mi stupisce però una cosa.
- Quale, signore?
- Come quei selvaggi abbiano potuto radunare tanti animali.
- Li avranno incontrati per caso non essendo domatori come i mahut siamesi o i cornac indiani, - disse Tangusa, che assisteva al colloquio.
- Non è raro, in queste foreste, trovare delle truppe di cinquanta e anche di cento capi.
- E si presteranno a quel giuoco?
- Continueranno a scappare finchè i dayaki avranno fiato e non cesseranno di perseguitarli coi tizzoni accesi.
- Non credevo che quei bricconi fossero così furbi. Amici, al trotto!
Lasciarono la macchia che li aveva così opportunamente protetti da quella carica spaventevole e si cacciarono entro altri macchioni formati per la maggior parte di alberi gommiferi, di dammeri e di sandracchi, cercando alla meglio di orientarsi, non potendo scorgere le stelle, tanto era folta la cupola di verzura che copriva la foresta.
Fortunatamente le piante non crescevano così l'una presso all'altra ed i cespugli e i rotangs erano rari, sicchè potevano marciare più celermente e correre anche meno rischi di cadere in qualche agguato.
In lontananza il fragore prodotto dagli elefanti lanciati in piena corsa si udiva ancora, ora intenso ed ora più debole.
I poveri animali ora cacciati da una parte, ora respinti verso l'altra, facevano il giuoco dei dayaki, i quali sapevano abilmente guidarli dove desideravano, colla speranza che sorprendessero il drappello in qualche luogo dell'immensa foresta.
Padada e il meticcio, sapendo ormai di che si trattava, si regolavano a tempo per tenersi sempre lontani da quel pericolo, conducendo il drappello in direzione opposta a quella seguìta dai pachidermi.
Dopo una buona mezz'ora parve finalmente che i dayaki, convinti che le tigri di Mompracem non si trovassero in quella parte della selva, spingessero gli elefanti verso il fiume, poichè il fragore prodotto da quella carica furibonda si allontanò verso il sud, finchè cessò completamente.
- Ci credono ancora lontani dal kampong, - disse il pilota, dopo d'aver ascoltato per qualche po'. - Vanno a cercarci verso il Kabatuan.
- Quanta ostinazione in quei furfanti, - disse Yanez. - È proprio una guerra a morte che ci hanno dichiarata.
- Eh, signor mio, - rispose Padada, - sanno bene che se noi riusciamo a unirci a Tremal-Naik, l'espugnazione del kampong diverrà estremamente difficile.
- Io glielo lascio il kampong; non ho alcuna intenzione di stabilirmi qui. Ho l'ordine di condurre a Mompracem Tremal-Naik e sua figlia e non già di fare la guerra al pellegrino, almeno per ora. Più tardi vedremo.
- Rinunziate a sapere chi è quell'uomo misterioso che ha giurato un odio implacabile contro tutti voi?
- Non ho ancora pronunciato l'ultima parola, - rispose Yanez, con un sorriso. - Un giorno faremo i conti con quel messere. Per ora mettiamo in salvo l'indiano e la sua graziosa fanciulla. Dove siamo ora? Mi pare che la foresta cominci a diradarsi.
- Buon segno, signore. Il kampong di Pangutaran non deve essere molto lontano.
- Fra poco troveremo le prime piantagioni, - disse il meticcio che da qualche minuto osservava attentamente la foresta. - Se non m'inganno siamo presso il Marapohe.
- Che cos'è? - chiese Yanez.
- Un affluente del Kabatuan, che segna il confine della fattoria. Alt, signori!
- Che cosa c'è?
- Vedo dei fuochi brillare laggiù! - esclamò Tangusa.
Yanez aguzzò gli sguardi e attraverso uno squarcio delle piante, ad una distanza considerevole, vide brillare nelle tenebre un grosso punto luminoso che non doveva essere un semplice fanale.
- Il kampong! - chiese.
- O un fuoco degli assedianti? - disse invece Tangusa.
- Dovremo dare battaglia prima di entrare nella fattoria?
- Prenderemo il nemico alle spalle, signore.
- Tacete, - disse in quel momento il pilota, che si era avanzato di alcuni passi.
- Che cosa c'è ancora? - chiese Yanez, dopo qualche minuto.
- Odo il fiume rompersi contro le rive. Il kampong si trova dinanzi a noi, signore.
- Attraversiamolo, - rispose Yanez risolutamente, - e piombiamo sugli assedianti a passo di carica. Tremal-Naik ci aiuterà dal canto suo come meglio potrà.

7. Il kampong di Pangutaran

Cinque minuti dopo il drappello guardava silenziosamente il fiumicello che era scarsissimo d'acqua e si radunava sulla riva opposta che era priva d'alberi.
Una vasta pianura, interrotta solo da qualche gruppetto di palme e di pombo, si estendeva al di là, spingendosi verso una grossa costruzione sopra la quale si scorgeva una specie di torricella che pareva un osservatorio.
Cominciando appena appena allora a diradarsi le tenebre, non era ancora permesso discernere che cosa veramente fosse, ma il pilota e il meticcio non avevano bisogno della luce per sapere dove si trovavano.
- Il kampong di Pangutaran! - avevano esclamato ad una voce.
- E coi dayaki intorno, - aveva aggiunto Yanez, aggrottando la fronte. - Che il grosso delle loro forze sia giunto prima di noi?
Infatti numerosi fuochi, disposti in forma di semi-cerchio, ardevano dinanzi alla fattoria, come se i terribili tagliatori di teste avessero stabilito un grande campo.
Tutti si erano arrestati, guardando con ansietà quei falò e cercando di rendersi conto delle forze degli assedianti.
- Eccoci in un bell'impiccio, - mormorava Yanez. - Sarebbe un'imprudenza avventarsi alla cieca contro forze che potrebbero essere venti volte superiori e d'altronde sarebbe una follia aspettare l'alba. Mancherebbe la sorpresa e potremmo venire ricacciati.
- Signore, - disse il pilota in quel momento. - Che cosa decidete?
- Credi che siano molti gli assedianti?
- A giudicarlo dal numero dei fuochi si potrebbe crederlo. Volete che vada ad accertarmi delle loro forze?
- Yanez lo guardò con diffidenza.
- Sospettate di me, è vero? - disse il malese, sorridendo. - Avete ragione: fino a ieri io ero un vostro nemico. Eppure avete torto: ormai ho rotto tutto con quegli uomini e preferisco essere contato fra i vostri uomini che sono malesi al pari di me, anzichè con quei selvaggi.
- Potrai essere di ritorno prima che il sole sorga?
- Non comparirà prima di mezz'ora ed io vi prometto di essere di ritorno fra dieci minuti.
- Dammi dunque una prova della tua fedeltà, - disse Yanez.
- L'avrete, signore.
Il malese si fece dare un parang, fece un gesto d'addio e si allontanò, gettandosi in mezzo ad una piantagione di zenzero che gli assedianti non avevano ancora distrutta.
Yanez, coll'orologio alla mano contava i minuti. Temeva vivamente che il pilota tardasse, e che la luce si diffondesse prima del suo ritorno, rendendo impossibile una sorpresa.
Ne aveva contati sei, quando Padada comparve, correndo a corsa sfrenata.
- Ebbene? - chiese Yanez, muovendogli incontro.
- Il grosso che ha operato contro di noi alla foce del fiume non è ancora giunto. Gli assedianti non sono più d'un centinaio e le loro file sono così deboli da non poter resistere ad un urto improvviso.
- Hanno armi da fuoco?
- Sì, signore.
- Bah! Sappiamo come se ne servono.
Si volse verso i suoi uomini che lo avevano raggiunto e aspettavano il comando di dare addosso ai nemici.
- Date dentro a corpo perduto, - disse loro. - Le tigri di Mompracem mostrino in quale conto tengono questi tagliatori di teste.
- Quando ce l'ordinerete, noi sfonderemo tutto, signor Yanez, - rispose il più vecchio. - Voi sapete che noi non abbiamo mai avuto paura.
- Accostiamoci in silenzio e prendiamoli alle spalle. Non farete fuoco se non quando lo comanderò io. Formiamo la colonna d'assalto.
Si disposero su una doppia fila, mettendo dinanzi i più valorosi, poi il drappello si cacciò silenziosamente in mezzo ai zenzeri che erano abbastanza alti per coprirli.
Yanez si era gettata la carabina a tracolla, ed aveva sfoderata la scimitarra e levata dalla fascia una ricca pistola indiana a due colpi, dalle canne lunghissime.
La traversata della piantagione fu compiuta così celermente che quattro minuti dopo giungevano a ottanta passi dagli assedianti.
I dayaki, sicuri di non venire assaliti, bivaccavano in gruppetti di quattro o cinque persone, attorno al falò.
Trecento metri più oltre s'alzava il kampong. Era una specie di kotta, ossia di fortezza bornese, costituita da un corpo di fabbricati, circondato da larghi panconi di durissimo legno di tek, capaci di opporre una solida resistenza anche ai piccoli lilà se non ai mirim e da un folto boschetto di piante spinose che non permetteva di prenderla d'assalto ad uomini quasi nudi e privi soprattutto di scarpe.
Sul fabbricato principale, una casa di bella apparenza, che ricordava i bengalow indiani, s'alzava una sottile torretta di legno, una specie di minareto arabo, sulla cui cima brillava una grossa lanterna.
- Tangusa, - disse Yanez, che aveva fatto coricare i suoi uomini, volendo prima rendersi un conto esatto della situazione in cui trovavasi la fattoria, - dove si trova il passaggio?
- Di fronte a noi, signore.
- Non cadremo in mezzo alle spine?
- Vi guido io.
- Siete pronti? - chiese Yanez rivolgendosi ai pirati.
- Pronti tutti, capitano.
- Caricate al grido "Viva Mompracem!" onde non corriamo il pericolo di farci fucilare dai difensori del kampong. Avanti!
I diciotto uomini si erano slanciati a corsa sfrenata, piombando sul gruppo più vicino. Nessuno poteva ormai più trattenere le terribile tigri della Malesia: nè artiglierie, nè fucili, nè armi bianche.
Con una scarica fulminarono i cinque o sei dayaki che avevano abbandonato precipitosamente il falò attorno a cui bivaccavano, poi attraversarono come un lampo la debole linea d'assedio, continuando a sparare e urlando a squarciagola:
- Viva Mompracem!
I tagliatori di teste, sorpresi da quell'improvviso assalto, che erano ben lungi dall'aspettarsi, non avevano nemmeno tentato di opporre resistenza, sicchè l'animoso drappello potè gettarsi dentro il boschetto spinoso che copriva la cinta.
Degli uomini erano comparsi sulle difese interne armati di fucili. Pareva che si preparassero a far fuoco, quando una voce imperiosa gridò:
- Fermi! Sono amici! Aprite la porta!
- Ohe, amico Tremal-Naik, - gridò Yanez con voce giuliva. - Non abbiamo affatto bisogno del piombo noi. Ne abbiamo avuto già abbastanza di quello dei dayaki.
- Yanez! - esclamò l'indiano, con una vera esplosione di gioia.
- Chi credevi che fosse dunque?
- Alzate la saracinesca! Lesti! I dayaki tornano alla riscossa!
Una enorme tavola di legno di tek, pesante come fosse di ferro, fu innalzata da parecchi uomini mediante funi sospese a grosse carrucole e le tigri di Mompracem col pilota ed il meticcio, si precipitarono entro il kampong, mentre i difensori della cinta salutavano gli assedianti con due colpi di spingarda e un violentissimo fuoco di fucileria.
Un uomo di statura piuttosto alta, un po' attempato, avendo i baffi ed i capelli brizzolati, di taglia però ancora elegante ed insieme vigorosa, dai lineamenti fini, la pelle un po' abbronzata e gli occhi nerissimi, aveva aperte le braccia per stringere il portoghese.
Non indossava il costume dei ricchi bornesi, bensì quello degli indiani modernizzati i quali hanno ormai rinunciato al doote e alla dubgah pel costume anglo-indù, più semplice e più comodo, consistente in una giacca di tela bianca con alamari di seta rossa, fascia larghissima ricamata in oro e calzoni strettissimi pure bianchi e turbantino.
- Qui, sul mio petto, amico Yanez! - aveva esclamato, abbracciandolo strettamente. - È destinato che debba sempre ricorrere alla generosità ed al valore delle invincibili tigri di Mompracem. Come sta la Tigre della Malesia?
- Muore di salute.
- E la tua Surama?
- Mi ama sempre intensamente. E Darma dov'è che non la vedo?
- La tigre o mia figlia?
- L'una e l'altra, giacchè mi scordavo della tua brava bestia.
- Mia figlia dorme in questo momento e la tigre marcia verso la costa con Kammamuri.
- Come! il maharatto non è qui? - esclamò Yanez.
- Temendo che Tangusa non avesse potuto raggiungervi o guidarvi qui, egli è partito nonostante i miei consigli, con una piccola scorta e forse a quest'ora, se è riuscito a sfuggire ai dayaki, si è imbarcato per Mompracem.
- Lo ritroveremo più tardi.
- Vieni, amico, - disse Tremal-Naik. - Non è questo il luogo per scambiarci le nostre confidenze. Olà, Tangusa, fa' gli onori di casa e prepara da mangiare e da bere alle tigri di Mompracem.
S'avviò verso il bengalow che s'alzava fra alcune immense tettoie piene di prodotti agricoli ed una doppia linea di capanne ed introdusse l'amico in una stanza pianterrena che era illuminata da una bella lampada indiana, i cui vetri azzurrognoli attenuavano la luce. Tremal-Naik non aveva rinunciato ai suoi gusti di bengalese. Ed infatti la stanza era arredata con mobili indiani, leggeri sì, ma elegantissimi e tutto all'intorno aveva quei bassi e comodi divani che si vedono in tutte le ricche abitazioni degli adoratori di Brahma, di Siva o di Visnù.
- Un buon bicchiere di bram innanzi tutto, - disse l'indiano, empiendo due bicchieri con quell'eccellente liquore composto con riso fermentato, zucchero e succhi di varie palme che lo profumano. - Arresta il sudore.
- Ed io sono inzuppato, come un cavallo che ha percorse dodici leghe tutte d'un fiato. Non sono più giovane, amico mio, - disse Yanez, vuotando poi d'un fiato il bicchiere. - Ed ora spiegami questo mistero.
- Una domanda prima di tutto, se me lo permetti. Come sei giunto?
- Colla Marianna e dopo d'aver forzata la foce del fiume. Più tardi ti narrerò i particolari di quella lotta.
- Dove l'hai lasciata?
- All'imbarcadero.
- È numeroso l'equipaggio?
- Ha forze uguali alle mie.
Tremal-Naik era diventato meditabondo ed inquieto.
- Sono uomini capaci di difendere il mio veliero, - disse Yanez che se n'era accorto.
- Sono molti i dayaki, più di quanti credevo e soprattutto ben armati e anche bene esercitati.
- Dal pellegrino?
- Sì, Yanez.
- L'avrai veduto, tu, quel briccone.
- Io? Mai!
- Non sai nemmeno tu chi è? - chiese Yanez al colmo dello stupore.
- No, - rispose Tremal-Naik. - Io gli ho mandato un messo due settimane or sono, pregandolo di presentarsi da me per spiegarmi i motivi del suo odio, promettendogli salva la vita.
- E lui si è guardato bene dall'obbedire?
- Mi ha fatto rispondere invece che andassi io da lui onde consegnargli la mia testa unitamente a quella di mia figlia.
- Tanta audacia ha avuto quel miserabile! - esclamò Yanez, indignato. - Udiamo: hai mai offeso qualche capo dayako? Quei tagliatori di teste sono ferocemente vendicativi.
- Io non ho mai fatto male a nessuno, e poi quell'uomo non è un dayako, - rispose l'indiano.
- Chi è dunque?
- Alcuni affermano che sia un vecchio arabo fanatico, altri un negro e altri ancora un indiano.
- Eppure ci deve essere un gran motivo per odiarti tanto.
- Certo, ma più ci penso meno riesco a scoprirlo, ed invano tormento il mio cervello. Mi è venuto perfino un sospetto.
- Quale?
- È così assurdo che rideresti se te lo dicessi. - disse Tremal-Naik.
- Gettalo fuori.
- Che potesse essere qualche thug.
Yanez invece di accogliere quelle parole con un sorriso, come l'indiano s'aspettava, era diventato lievemente pallido.
- Sei ben certo, Tremal-Naik, - disse poi con voce grave, - che tutti i luogotenenti di Suyodhana, il capo degli strangolatori, siano stati uccisi da noi nelle caverne di Raimangal o dagli inglesi nelle stragi di Delhi? Chi ce lo assicura?
- E tu vorresti che quel qualcuno avesse pensato a vendicare Suyodhana dopo undici anni?
- Tu hai provata la tenacia ed hai pure provato l'odio implacabile di quegli assassini. Tu sei stato la causa della loro fine.
Tremal-Naik era tornato a diventare pensieroso ed il suo viso tradiva una profonda angoscia. Ad un tratto, fece un gesto come per cacciare via qualche visione, poi disse:
- No, è impossibile, è assurdo. I thugs, ammesso che ve ne siano ancora in India, non avrebbero atteso tanto. Quel pellegrino deve essere qualche furfante che cerca d'imporsi ai dayaki per fondarsi qualche sultania e che finge di odiarmi. Avrà fatto spargere la voce che io non sono un mussulmano, che io sono forse un nemico dei dayaki, una creatura inglese incaricata di soggiogarli o qualche cosa d'altro per mandarmi via di qui. Sarà tutto quello che vorrai, anche un vero fanatico, ma non un thug.
- Sia come vuoi tu, ma mi pare che tu ti trovi in una non bella condizione. Hai perdute tutte le fattorie?
- Le hanno saccheggiate e poi arse.
- Sarebbe stato meglio che tu fossi rimasto con noi a Mompracem.
- Volevo tentare di colonizzare queste coste e incivilire questi barbari.
- E hai fatto un buco nell'acqua, - disse Yanez, ridendo.
- Purtroppo.
- E ci rimetterai qualche centinaio di migliaia di rupie. Meno male che le tue fattorie del Bengala possono pagare le spese. Quando sgombreremo?
- Ti chiedo solo ventiquattro ore, - rispose Tremal-Naik, - per poter raccogliere il meglio che posseggo, poi daremo fuoco a tutto e raggiungeremo la tua nave.
- E correremo al più presto verso Mompracem, - disse Yanez. - La nostra presenza è necessaria laggiù.
Aveva pronunciate quelle parole con un tono così grave, che l'indiano ne fu colpito.
- C'è qualche cosa in aria? - chiese.
- Ma... non si sa ancora. Corrono delle voci che inquietano la Tigre della Malesia.
- E quali?
- Che gli inglesi abbiano intenzione di farci sloggiare da Mompracem. È un po' di tempo che tutti gli atti di pirateria che succedono lungo le coste occidentali dell'isola li addebitano a noi, quantunque da molti anni i nostri prahos dormano sulle loro àncore. Dicono che la nostra presenza incoraggia i pirati costieri e che noi direttamente o indirettamente li aizziamo contro le navi che si recano a Labuan. Frottole, ma già tu conosci la doppiezza del leopardo inglese.
- E anche la sua ingratitudine, - disse l'indiano. - Ecco come vorrebbero compensarci d'aver liberata l'India dalla setta dei thugs. E Sandokan cederebbe?
- Lui! Ah! Quell'uomo è capace di gettare il guanto di sfida contro tutta l'Inghilterra e di...
Un lontano colpo di cannone gli aveva interrotta la frase.
- Hai udito? - esclamò, balzando in piedi in preda ad una vivissima agitazione.
- Sì, il cannone tuona verso il sud.
- I dayaki attaccano la Marianna!
- Seguimi sull'osservatorio, Yanez, - disse Tremal-Naik. - Di lassù potremo udire meglio da quale parte giungono gli spari.

8. Lo scoppio della Marianna

I due uomini, visibilmente impressionati, uscirono dalla stanza e, salita una scala, si trovarono su una delle terrazze del bengalow su cui si alzava la torricella o meglio il minareto, essendo altissimo e sottilissimo, con una piccola gradinata esterna.
In pochi istanti raggiunsero la cima che terminava in una piccola piattaforma circolare, su cui trovavasi una grossa spingarda dalla canna lunghissima che doveva battere da quell'altezza tutti i punti dell'orizzonte.
Il sole erasi già alzato diffondendo sulla pianura i suoi raggi dorati, appena sorti e già subito ardentissimi, non essendovi in quelle regioni nessuna frescura, nemmeno nelle prime ore del mattino.
I dayaki che assediavano il kampong, coll'apparire della luce, si erano allontanati di sei o settecento metri, riparandosi dietro ai grossi tronchi d'alberi appositamente abbattuti onde servirsene a modo di trincee mobili, potendo farli scorrere innanzi o indietro, a loro piacimento.
Pareva che durante la notte fossero aumentati di numero, perchè Tremal-Naik, appena ebbe lanciato uno sguardo all'ingiro, non potè trattenersi dall'esclamare: - Ieri sera non ve n'erano tanti intorno a noi.
Yanez stava per chiedergli qualche cosa, quando un secondo colpo di cannone si udì rimbombare in lontananza, ripercuotendosi contro le cinte del kampong.
- Questo rombo viene dal sud! - esclamò il portoghese. - Sono i cannoni da caccia della Marianna che tirano. I dayaki hanno assalito i miei uomini.
- Sì, - confermò l'indiano, - viene dalla parte del Kabatuan. Credi che possano respingere il nemico, coi pezzi che hanno a loro disposizione?
- Bisognerebbe conoscere il numero degli assalitori. Di quali forze dispone quel maledetto pellegrino?
- Ha fanatizzato quattro tribù e ognuna deve avergli fornito non meno di centocinquanta guerrieri.
- E armati di fucili?
- Sì, Yanez. Quell'uomo misterioso ha portato con sè un vero arsenale e perfino dei lilà e dei mirim. Toh! Un altro colpo!
- E queste sono le spingarde! - esclamò Yanez, facendo un gesto di rabbia.
Dalla parte dell'immensa foresta che si estendeva verso il sud, giungevano ad intervalli delle detonazioni più leggere e più secche che dovevano essere prodotte da pezzi a canna lunga.
Poi gli spari aumentarono rapidamente d'intensità, formando un rimbombo incessante, come se molti pezzi d'artiglieria e molte spingarde sparassero insieme.
Yanez era diventato pallido e nervosissimo. Passeggiava intorno alla piattaforma come un leone in gabbia, interrogando ansiosamente cogli sguardi tutti i punti dell'orizzonte. Anche l'indiano era in preda ad una sovraeccitazione vivissima.
I colpi si succedevano intanto ai colpi. Una battaglia furiosa, terribile, doveva essersi impegnata sul fiume fra il poco numeroso equipaggio della Marianna e le grosse forze del misterioso pellegrino.
- E non cessa! - esclamava Yanez, che non si tratteneva più. - Se fossi là io!
- Sambigliong è un valoroso che non si arrenderà, - rispose Tremal-Naik. - È una vecchia tigre che la sa lunga e che sa difendersi.
- Non vi sono che sedici uomini validi a bordo, mentre i dayaki possono essere tre o quattrocento e forniti anche essi d'artiglieria.
- Dunque tu dubiti che la Marianna possa resistere? - chiese Tremal-Naik con angoscia. - Se la prendessero sarebbe finita anche per noi. E mia figlia?
- Adagio, amico, - rispose Yanez. - I dayaki troveranno qui un osso ben duro da rodere. Ho osservato attentamente il tuo kampong e mi sembra assai robusto. Tu sai che i selvaggi generalmente si trovano imbarazzati dinanzi ad un ostacolo che frena il loro slancio. Per Giove! Ed il cannone non cessa! Si massacrano laggiù. Quanti uomini hai?
- Una ventina.
- Tutti malesi?
- Fra malesi e giavanesi, - rispose Tremal-Naik.
- Quaranta uomini, chiusi da una cinta così solida, possono dare del filo da torcere a quei furfanti. Sei ben provvisto?
- Ho viveri e munizioni in abbondanza.
- Signor Yanez! Buon giorno! - disse in quel momento una giovane, comparendo sulla piattaforma.
Il portoghese aveva mandato un grido:
- Darma!
Una bellissima fanciulla di forse quindici anni, dal corpo flessuoso come una palma, con lunghi capelli neri, un po' inanellati, la pelle del viso leggermente abbronzata e vellutata come quella delle donne indiane, ma assai più chiara, i lineamenti perfetti che sembravano più caucasici che indù, si era fermata dinanzi al portoghese, fissandolo coi suoi occhi neri e scintillanti come carbonchi.
Indossava un costume mezzo europeo e mezzo indiano, che le dava una grazia unica, composta d'un busticino di broccatello, con ricami d'oro, d'un'ampia fascia di cascemir che le cadeva sulle anche ben arrotondate e d'una sottanina piuttosto corta che lasciava vedere i calzoncini di seta bianca che le scendevano fino sulle scarpettine di pelle rossa, a punta rialzata.
- Ben felice di rivedervi, signor Yanez, - riprese la fanciulla, tendendogli una manina da fata. - Sono due anni che vi abbiamo lasciato.
- Abbiamo sempre da fare laggiù, a Mompracem.
- Medita sempre spedizioni la Tigre della Malesia? Che uomo terribile, - disse Darma sorridendo. - Ah... il cannone! Non udite?
- È già mezz'ora che rimbomba, figlia mia, - disse Tremal-Naik, - e annunzia forse una grave disgrazia.
- Chi è che fa fuoco, padre?
- Sono le tigri di Mompracem.
- Che difendono la mia nave, - aggiunse Yanez. - Tacete! Mi pare che i colpi rallentino! E non poter vedere nulla!
Si erano tutti curvati sul parapetto della piattaforma, ascoltando ansiosamente.
Non si udivano più che a rari intervalli le secche detonazioni delle spingarde e la cupa voce dei pezzi da caccia.
Ad un tratto si fece un gran silenzio, come se la battaglia fosse bruscamente cessata.
- Hanno vinto o sono stati schiacciati? - si chiese Yanez che si sentiva bagnare la fronte di sudore.
Ad un tratto una formidabile detonazione attraversò gli strati d'aria e si propagò con tale intensità che la torre tremò dalla base alla cima. Yanez aveva mandato un grido, mentre Tremal-Naik e Darma erano diventati pallidissimi.
- Mio Dio, che cosa è successo? - chiese la fanciulla.
- La mia Marianna deve essere saltata in aria, - rispose Yanez con voce rotta. - Poveri i miei uomini!
Un dolore intenso traspariva sul viso del portoghese, mentre qualche cosa di umido brillava nei suoi occhi.
- Yanez, - disse Tremal-Naik, con voce affettuosa, - noi non abbiamo ancora la certezza che la tua nave sia saltata.
- Questo rombo spaventevole non può essere stato prodotto che dallo scoppio della santabarbara, - rispose il portoghese. - Io che ne ho vedute saltare tante delle navi, non mi posso ingannare. Che la Marianna sia calata a fondo non me ne importa, avendo noi a Mompracem velieri in buon numero. Sono i miei uomini che rimpiango.
- Possono avere lasciata la nave prima che scoppiasse. Chissà, forse sono stati essi stessi a dar fuoco alle polveri onde non cadere nelle mani dei dayaki.
- Può essere vero, - rispose Yanez, che aveva riacquistata la sua calma.
- Vi era qualcuno a bordo che sapesse dove si trova il mio kampong?
- Sì, il corriere che ti abbiamo mandato sei mesi fa.
- Quell'uomo allora, se è sfuggito alla morte, potrebbe condurre qui i superstiti.
- E passare attraverso le file dei dayaki! Ecco un'impresa che sarà ben difficile per così pochi uomini. E poi, quand'anche giungessero qui, la nostra situazione non migliorerebbe.
- È vero, - rispose l'indiano. - Come potremo scendere il fiume senza la tua nave?
- Cercheremo dei canotti, padre, - disse Darma.
- Per esporsi ad un fuoco incessante senza alcun riparo? Chi giungerebbe vivo alla foce del fiume?
- Guarda i dayaki, - disse in quel momento Yanez.
Gli assedianti, che dovevano aver pure udito quello scoppio formidabile e anche quel vivo cannoneggiamento, avevano abbandonate le loro trincee mobili, ritirandosi verso le foreste che circondavano la pianura, come se avessero l'intenzione di togliere il blocco.
- Se ne vanno, padre! - esclamò Darma. - Che abbiano compreso che era inutile ostinarsi contro questo kampong?
- Yanez, - disse Tremal-Naik, - che il pellegrino sia stato invece sconfitto e che abbia mandato qui qualche corriere per far ritirare gli assedianti?
- O che cerchino di trarci in qualche agguato? - chiese invece il portoghese.
- In qual modo?
- Colla speranza che noi approfittiamo della loro ritirata per abbandonare il kampong e poi assalirci in piena foresta con tutte le loro forze. No, mio caro Tremal-Naik, non sarò così sciocco io, da abboccare all'amo. Finchè non sapremo la sorte toccata alla mia Marianna, noi non lasceremo questa fattoria dove potremo difenderci lungamente, nel caso che il mio equipaggio sia stato distrutto. Mettiamo qui una sentinella e pel momento non preoccupiamoci delle manovre insidiose di quei furfanti.
- Signor Yanez, - disse Darma. - Venite a prendere un po' di riposo, intanto, ed a far colazione.
Non udendo più alcun colpo di cannone, quantunque fossero tutti angosciati per la sorte che poteva essere toccata all'equipaggio della Marianna, scesero nella sala pianterrena dove i servi del kampong avevano preparata un'abbondante refezione all'inglese, con carne fredda, burro e thè con biscotti.
Terminato il pasto e mandato il meticcio sulla torricella onde li avvertisse delle mosse degli assedianti, fecero una minuta ispezione alle cinte e alle opere di difesa, onde essere pronti a sostenere anche un lungo assedio.
Erano trascorse già tre ore dallo scoppio, quando udirono Tangusa gridare dall'alto del minareto: - All'armi!
E subito dopo rimbombarono alcuni spari.
Yanez e Tremal-Naik si erano precipitati verso la piattaforma più alta della cinta, da cui potevano dominare buon tratto della pianura.
Vi erano appena giunti, quando videro un piccolo drappello d'uomini uscire dalla foresta a corsa sfrenata, sparando sui dayaki che accorrevano da tutte le parti come per tagliare loro il passo.
Due grida erano sfuggite alle labbra del portoghese e dell'indiano:
- Le tigri di Mompracem! Sambigliong!
Poi lanciarono due grida tuonanti:
- Fuoco le spingarde!
- Alzate la saracinesca ai nostri amici!
I pirati che avevano scortato Yanez, vedendo i loro compagni alle prese cogli assedianti, si erano gettati sulle tre spingarde che difendevano la cinta dalla parte meridionale, scaricando quasi contemporaneamente.
I dayaki, udendo quegli spari e vedendo cadere parecchi compagni, avevano aperte le file rifugiandosi precipitosamente nella foresta.
Sambigliong e il suo drappello, trovando il passo libero, si erano slanciati verso il kampong a tutta corsa, non cessando di sparare.
La saracinesca era stata alzata e parte della guarnigione era mossa incontro a loro per sostenerli nel caso che i dayaki tornassero alla riscossa e anche per guidarli attraverso il boschetto spinoso.
I superstiti della Marianna non erano che una mezza dozzina. Erano neri di polvere, madidi di sudore, ansanti, colle vesti stracciate e insanguinate ed avevano la schiuma alle labbra per la lunga corsa che doveva essere durata non meno di tre ore. Il corriere, che conosceva la via, per fortuna era insieme a loro.
- La mia nave? - gridò Yanez, correndo incontro a Sambigliong.
- Saltata, capitano, - rispose il mastro con voce rantolante.
- Da chi?
- Da noi... non potevamo più resistere... erano centinaia e centinaia di selvaggi che ci piombavano addosso... tutti i nostri compagni sono stati uccisi... anche i feriti... ho preferito dar fuoco alle polveri...
- Sei un valoroso, - gli disse Yanez, con voce profondamente commossa.
- Capitano... vengono... sono molti... preparatevi alla resistenza.
- Ah! vengono! - esclamò Yanez con voce terribile. - Vendicheremo i nostri morti!

9. La prova del fuoco

Le orde dei dayaki sbucavano in quel momento dalle foreste a gruppi, a drappelli, senza ordine alcuno, lanciati tutti a corsa sfrenata.
Ululavano come belve feroci, agitando forsennatamente i loro pesanti kampilang d'acciaio lucentissimo e sparando in aria qualche colpo di fucile.
Parevano furibondi e probabilmente lo erano per non aver potuto raggiungere e decapitare gli ultimi difensori della Marianna, che più riposati e fors'anche più lesti, erano riusciti a rifugiarsi nella fattoria prima di lasciarsi prendere.
- Per Giove! - esclamò Yanez che li osservava attentamente dall'alto della cinta, - sono in buon numero quei bricconi e quantunque la loro istruzione militare lasci molto a desiderare, ci daranno dei gravi grattacapi.
- Non sono meno di quattrocento, - disse Tremal-Naik.
- Là! Hanno anche un parco d'assedio, - aggiunse il portoghese, vedendo uscire dalla boscaglia un grosso drappello che trascinava una dozzina di lilà ed un mirim. - Canaglia d'un pellegrino! Pare che se ne intenda di cose di guerra e che abbia dedicate tutte le sue cure alla sua artiglieria. Non marciano mica male, gli artiglieri! Manovrano come coscritti di tre mesi!
- E non tirano male, ve lo assicuro, capitano, - disse Sambigliong. - Battevano la Marianna per bene, prendendola d'infilata da prora a poppa.
- Che quel dannato pellegrino sia stato prima soldato? - si chiese Yanez. - Chi diavolo può essere quell'uomo misterioso?
- Yanez, - disse Tremal-Naik, guardandolo con una certa espressione, - credi tu che noi potremo resistere a lungo?
- Come artiglieria siamo debolucci in confronto a loro, - rispose il portoghese, - ora che non abbiamo più i nostri due pezzi da caccia, ma prima che gli assedianti montino all'assalto, ci vorrà del tempo e decimeremo per bene le loro colonne, se vorranno tentare di espugnare a viva forza la nostra fortezza. Basta che i viveri e le munizioni non ci vengano a mancare.
- Ti ho già detto che siamo ben forniti, specialmente dei primi. Tutte le tettoie ne sono piene.
- Allora terremo duro fino a che tornerà Kammamuri. Sapendoci in pericolo, Sandokan non indugerà a mandarci altri soccorsi. Quanto avrà impiegato a raggiungere la costa?
- Non meno d'una settimana.
- Sicchè a quest'ora dovrebbe essere a Mompracem.
- Lo spero, se i dayaki non lo hanno ucciso, - rispose Tremal-Naik.
- Uhm! Assalire un uomo che è scortato da una tigre! Nessuno avrebbe osato attaccarlo. Quindi, a conti fatti, fra una quindicina di giorni potrebbe essere qui. Terremo duro fino allora e intanto cercheremo di divertire i dayaki facendoli ballare a colpi di mitraglia.
- E se Sandokan non ci mandasse soccorsi?
- In tal caso, mio caro amico, ce ne andremo, - rispose Yanez, colla sua calma abituale.
- Con tutti questi assedianti?!
- Vedremo se fra quindici giorni saranno così numerosi. Non caricheremo già le spingarde con patate e le carabine con uova di passeri. Terminiamo la nostra ispezione, mio caro Tremal-Naik, e vediamo di fortificare i punti più deboli. Dobbiamo resistere e resisteremo.
Mentre riprendevano il loro giro, i dayaki si erano accampati intorno alla fattoria, tenendosi fuori di portata dai tiri delle spingarde, costruendo rapidamente, con rami e con foglie di banano, delle capannuccie per ripararsi dagli ardenti raggi del sole, mentre i loro artiglieri innalzavano senza indugio delle piccole trincee formate di terra e sassi e piazzavano i loro pezzi in modo da poter battere la fattoria tutta all'intorno. Quei cannoni non potevano recare quindi danno alle massiccie tavole che formavano la cinta, essendo il tek un legno durissimo che offre una grande resistenza, tuttavia quando Yanez, terminata l'ispezione, salì sulla torricella con Tremal-Naik e Sambigliong, per dominare tutta la pianura, non potè frenare un gesto di stizza.
- Quel pellegrino deve essere stato un soldato, - ripetè. - I dayaki non avrebbero mai pensato innalzare delle trincee, nè a scavare dei fossati per ripararsi dai tiri degli avversari.
- Lo vedi? - chiese in quel momento Tremal-Naik.
- Chi?
- Il pellegrino.
- Come! Osa mostrarsi?
- Guardalo là, in piedi su quel tronco d'albero che gli artiglieri hanno fatto rotolare dinanzi al mirim per rinforzare la trincea.
Yanez guardò attentamente nella direzione indicata, poi, tratto da una tasca un binoccolo di marina, lo puntò.
Sul tronco stava un uomo molto alto e molto secco, vestito tutto di bianco, con alamari d'oro, con scarpe rosse a punta rialzata come usano i ricchi bornesi di Bruni ed il capo difeso da un ampio turbante di seta verde che gli calava fino sugli occhi.
Pareva che avesse cinquanta o sessanta anni. La sua pelle era assai abbronzata, ma non così oscura nè opaca come quella dei malesi e dei dayaki e anche i suoi lineamenti, che Yanez distingueva benissimo, erano molto più fini e più perfetti di quelli delle due razze dominanti le grandi isole malesi.
- Parrebbe un arabo o un birmano, - disse Yanez, dopo di averlo osservato a lungo. - Un dayako no di certo e nemmeno un malese. Da dove sarà piombato costui?
- Non lo hai mai veduto? - chiese Tremal-Naik.
- Frugo e rifrugo nella mia memoria e mi convinco sempre più di non aver mai avuto a che fare con quell'uomo, - rispose il portoghese.
- Eppure in qualche luogo dobbiamo averlo veduto. Il suo odio contro di me e anche contro di voi, avendo udito narrare che dopo di me si sarebbe anche occupato delle tigri di Mompracem, deve essere stato motivato da qualche cosa.
- Ah! Vorrebbe prendersela anche con Mompracem, - disse Yanez, sorridendo. - Si capisce che non conosce ancora quanto valgono i nostri Tigrotti.
- Si provi a rovesciare le sue orde sulle coste della nostra isola! Vedrà quanti dayaki torneranno alle loro natie foreste. Ah! La danza di guerra! Brutto indizio.
- Che cosa vuol dire, Yanez?
- Che i dayaki si preparano alla pugna. Si esaltano prima colla danza quando mettono mano ai kampilang. Sambigliong, va' ad avvertire i nostri uomini di tenersi pronti e fa' portare le spingarde ai quattro angoli della fattoria, onde possano battere tutti i punti dell'orizzonte. Quando i dayaki si muoveranno, verremo noi a dirigere la difesa.
Un centinaio e mezzo di guerrieri, che tenevano in ambo le mani una sciabola, si erano staccati dal grosso su quattro colonne avanzandosi verso il kampong, per eseguire la danza di guerra.
Giunti a cinquecento passi dalla cinta, mandarono un urlo altissimo, un urlo di sfida, poi formarono quattro circoli, mettendosi a ballare disordinatamente.
Nel centro avevano deposto i loro kampilang, incrociando l'uno coll'altro in modo da occupare un vasto spazio, poi alcuni avevano tratto dai panieri che portavano appesi al fianco, alcune teste umane che parevano recise di recente, collocandole fra i gruppi formati dalle sciabole.
Vedendo quelle teste, Yanez aveva fatto un gesto d'ira, a malapena represso.
- Miserabili! - aveva esclamato.
- Appartenevano ai tuoi uomini, è vero mio povero amico? - disse Tremal-Naik.
- Sì, - rispose il portoghese. - Devono aver pescato i cadaveri lanciati nel fiume dall'esplosione, per impadronirsi delle loro teste. Noi non faremo altrettanto ma, vivaddio, contraccambieremo con piombo senza risparmio.
- Vuoi che li mitragliamo giacchè sono a buona portata?
- Non ancora. Dobbiamo lasciare a loro di sparare il primo colpo.
I dayaki intanto continuavano a sgambettare come scimmie o come ubriachi in delirio, ululando spaventosamente, dimenando le braccia e contorcendosi, mentre alcuni suonatori percuotevano con delle mazze dei tamburoni di legno coperti con una pelle di tapiro.
Ora i danzatori procedevano a passo cadenzato, poi spiccavano salti come se calpestassero dei carboni accesi, finalmente si davano ad una corsa pazza, impugnando certe specie di kriss, come se inseguissero dei nemici fuggenti.
Quella danza durò una buona mezz'ora, poi, i guerrieri esausti, trafelati, rientrarono nei loro accampamenti.
Successe un profondo silenzio che si prolungò per alcuni minuti, poi un urlo formidabile, mandato da tutti i combattenti, echeggiò nella pianura, propagandosi sotto i boschi che la circondavano.
- Si preparano all'attacco? - chiese Tremal-Naik a Yanez che aveva puntato nuovamente il binocolo.
- No: vedo un uomo che esce dalla tettoia abitata dal pellegrino con una banderuola verde infissa su una lancia.
- Che ci mandi un parlamentario?
- Sembra, - rispose il portoghese.
- A proporci la resa?
- La pace no di certo.
Un dayako, un qualche famoso guerriero a giudicarlo dalle lunghe penne che gli ornavano la testa e dalla straordinaria quantità di braccialetti di ottone che portava alle braccia e alle caviglie, aveva lasciato il campo, seguìto da un altro che reggeva a stento uno di quei grossi tamburi di legno che avevano servito poco prima per accompagnare i danzatori.
- Cospettaccio! - esclamò il portoghese. - Ecco un parlamentario in piena regola; invece d'avere un trombettiere ha un tamburino o meglio un tamburone. Quel pellegrino deve essere un uomo civilissimo. Scendiamo, Tremal-Naik, e andiamo a udire che cosa ci manda a dire il generalissimo dei dayaki.
- Avevano appena lasciata la torretta e raggiunta la terrazza che si alzava sopra la saracinesca, quando il parlamentario giunse, chiedendo di voler parlare all'uomo bianco.
- Non sono io il padrone del kampong, - disse il portoghese, curvandosi sul parapetto e guardando con curiosità il guerriero ed il suo tamburino.
- Non importa, - rispose il parlamentario. - Il pellegrino della Mecca, il discendente del gran Profeta, desidera che io comunichi solamente coll'uomo bianco, il fratello della Tigre della Malesia.
- Per Giove! - esclamò Yanez, ridendo. - Due fratelli di colore diverso! Quel pellegrino deve essere un grande sciocco.
Poi alzando la voce, proseguì:
- Mi dirai allora che cosa ha da dirmi il discendente del Profeta.
- Egli ti manda a dire che accorda per ora la vita a te ed ai tuoi uomini, a condizione che tu gli ceda Tremal-Naik e sua figlia.
- E per cosa farne di loro?
- Per decapitarli, - rispose candidamente il guerriero.
- Mi dirai almeno per quale motivo.
- Allah così vuole.
- Dirai allora che il mio Allah invece non lo vuole e che io sono qui venuto per far rispettare il suo desiderio e che sono pronto a difendere i miei amici.
- Ti ripeto che Allah ed il Profeta hanno decretato la morte di quell'uomo e di quella fanciulla.
- Io me ne infischio di loro e di quell'imbroglione di pellegrino che vi ha fanatizzati dandovi da bere delle panzane.
- Il pellegrino è uomo che ha compiuto dei miracoli sotto i nostri occhi.
- E non sotto i miei e gli dirai anzi che lo sfido a farne qualcuno. Fino a prova contraria non lo crederò altro che un intrigante che abusa della vostra dabbenaggine o dei vostri istinti sanguinari.
- Io andrò a riportare a lui le parole dell'uomo bianco.
- Senza fretta, giacchè noi non ne abbiamo, - disse Yanez, ironicamente.
Il tamburino fece echeggiare per tre volte il suo pesantissimo istrumento che risuonò come il tuono udito in lontananza, poi i due selvaggi tornarono verso l'accampamento dove tutti i guerrieri pareva che li aspettassero con viva impazienza.
- Quel pellegrino deve essere il più gran furbo che viva sotto la cappa del cielo, - disse Yanez a Tremal-Naik, quando i due parlamentari si furono allontanati. - Che specie di miracoli può aver compiuto quell'uomo per persuadere i dayaki d'essere un semi-dio? Vorrei saperlo.
- Qualche cosa deve evidentemente aver fatto, - rispose l'indiano. - Non ci si impone da un momento all'altro a questi selvaggi che sono per natura diffidenti.
- Armi, denari e miracoli! - esclamò Yanez. - Con tuttociò si domano anche gli antropofagi della Malesia. E non sapere per quali cause quell'uomo se la prende con noi!
- Con me e con mia figlia, - corresse Tremal-Naik.
- Per ora e poi?... E poi non mi fiderei delle promesse di quell'impostore. Toh! Ecco il parlamentare che ritorna. Comincia a diventare noioso lui e anche il suo tamburone. Se si mostra ancora gli farò tirare nelle gambe una scarica di pallottole o di chiodi.
- Uomo bianco, - disse il parlamentario, quando giunse sotto il terrazzo, - il pellegrino mi manda a dire che egli compirà dinanzi a te un miracolo stupefacente che nessun altro uomo potrebbe fare, per dimostrare a te ed ai tuoi uomini la sua invulnerabilità.
- Vuole che io provi sul suo corpo la penetrazione delle palle della mia carabina? - chiese Yanez beffardemente.
- Egli si propone di eseguire dinanzi ai tuoi occhi la prova del fuoco e vuol mostrarti come ne uscirà incolume per la protezione celeste che gode. Chiede solo che tu gli conceda una zona di terreno in prossimità del kampong, in modo che tu possa ben osservarlo.
- E poi?
- Non ti basta?
- Domando che cosa farà dopo.
- Aspetterà la tua decisione.
- Che sarebbe?
- Di consegnargli nelle sue mani l'indiano e sua figlia, perchè dopo una simile prova non ti rimarrà più alcun dubbio che egli non sia un semi-dio, contro cui nessuno potrebbe lottare, nè tu, nè i tuoi uomini e nemmeno la Tigre della Malesia, quantunque la si dica invincibile.
- Giacchè il pellegrino è così gentile da offrirci uno spettacolo, digli che noi non ci opponiamo. Ci servirà almeno di svago.
- Tu non credi, uomo bianco, che il pellegrino possa subire una simile prova?
- Te lo saprò dire quando avrò veduto quel miracolo.
- E ti arrenderai allora?
- Questo poi non te lo posso dire per ora.
- I tuoi uomini disarmeranno subito e ti abbandoneranno.
- Va bene: aspetterò che gettino a voi i loro fucili, - rispose Yanez col suo sorrisetto ironico.
Non era trascorso un quarto d'ora da che i due parlamentari avevano fatto ritorno per la seconda volta all'accampamento, quando Yanez e Tremal-Naik, che non avevano abbandonato il terrazzo, curiosi di godersi quel miracolo, videro due drappelli di dayaki, formati d'una quindicina d'uomini ciascuno, tutti disarmati, accostarsi al kampong portando delle grandi ceste colme di pietre, per la maggior parte piatte, che dovevano aver raccolte di certo nel letto di qualche ruscello.
Si fermarono a cinquanta passi dal terrazzo e si misero a disporle in modo da formare una specie di aia, larga una mezza dozzina di metri e lunga il doppio.
- Preparano il letto del braciere, - disse Yanez a Tremal-Naik che lo interrogava.
Ripartiti i due drappelli, se ne avanzarono due altri carichi di legname resinoso che accumularono sulle pietre e che poi accesero lasciandolo avvampare per un paio d'ore. Yanez, Tremal-Naik e tutta la guarnigione, eccettuate le sentinelle, avevano assistito pazientemente a quei preparativi, tenendosi al riparo degli alberi i cui rami fronzuti proiettavano una fresca ombra sulle terrazze costruite sulla cinta per permettere ai difensori di far fuoco più comodamente.
I dayaki, che da quanto si poteva capire, ci tenevano a mostrare all'uomo bianco, - essere superiore per loro, - i miracoli del pellegrino, a poco a poco si erano radunati intorno al falò, senza che i difensori del kampong si fossero presi la briga di protestare, essendosi avanzati tutti inermi.
- Ecco un divertimento che non godremo mai più, - aveva detto Yanez, - e che non produrrà alcun effetto, almeno sui miei Tigrotti.
- E nemmeno sui miei malesi e giavanesi, - aveva aggiunto Tremal-Naik. - Già non credono in Allah come questi fanatici imbecilli. Chi può essere stato a far conoscere a questi selvaggi la religione maomettana?
- Gli arabi antichi, mio caro, - rispose il portoghese.
- Non sai tu che quegli intrepidi navigatori conoscevano e percorrevano queste regioni, quando gli europei non sapevano nemmeno che esistessero in questa parte del globo le grandi isole malesi?
Tu non conosci certo Tolomeo che visse 166 anni dopo la nascita di Gesù Cristo, il dio dei cristiani. Ti posso però dire che fino da quell'epoca gli arabi conoscevano perfettamente i malesi, la Chersoneso Aurea ove si poneva il monte Ofir, che altro non sarebbe che Sumatra; Glabadiva che è l'attuale Giava; i Satiri che sono Battias, gli antropofagi. Eh! Guarda il pellegrino che si avanza! Quel birbone si lascerà bruciare le piante dei piedi per dare ad intendere ai suoi fanatici che è un semi-dio, un essere superiore, un vero discendente del gran Profeta? Io ammiro la sua forza d'animo.
- Ed io vorrei ucciderlo con un buon colpo, - rispose Tremal-Naik.
- Non commettiamo un simile assassinio, amico mio. Dobbiamo essere gli ultimi a rispondere alle provocazioni. Siamo persone civili, noi.
Un urlo immenso li avvertì che il pellegrino stava per lasciare l'accampamento onde mostrare all'uomo bianco ed ai suoi guerrieri la sua invulnerabilità e la sua potenza di essere superiore.
Darma, la gentile e graziosa anglo-indiana, aveva raggiunto suo padre e Yanez. Anche i Tigrotti di Mompracem si erano radunati sul terrazzo, appoggiando le carabine ai parapetti, temendo qualche sorpresa da parte di quei selvaggi nei quali non avevano nessuna fiducia.
Il pellegrino si avanzava verso la via formata dalle pietre, rese ardenti da due ore di fuoco continuo.
Aveva sul capo il suo turbante verde ed il viso nascosto da un piccolo drappo di seta d'egual colore. Il corpo invece era avvolto in una specie di camicia assai attillata, di nanchino giallo, che gli scendeva fino alle ginocchia ed i suoi piedi erano nudi.
- O che quell'uomo è un gran ciurmadore o è una vera salamandra, - disse Yanez.
- Forse che i fakiri dell'India non passeggiano sui tizzoni ardenti invece che sulle pietre arroventate? - disse Tremal-Naik. - Non ricordi della festa di Darma Ragia, dove tu hai conosciuto l'adorabile Surama, la nipote del rajah di Gualpara?
- Per Giove! Se me ne ricordo, - rispose Yanez.
- Anche in quella festa i fanatici correvano sulle brace.
- Ma uscivano da quell'inferno zoppi, mentre questo demonio di pellegrino promette di passeggiare su quelle pietre scaldate a bianco senza alcun malanno.
- Lo vedremo, Yanez, a meno che non sia un gran fakiro.
- Apri gli occhi, Darma, - disse Yanez, vedendo la fanciulla curvarsi sul parapetto. - Non mi fido di quei bricconi.
- Che cosa temete, signor Yanez?
- Eh! Un colpo di carabina si fa presto a spararlo.
- Non hanno alcuna arma, - rispose Darma.
- Sì, visibile. Avanti, signor discendente di Maometto, mostrateci il vostro miracolo.
Il misterioso avversario di Tremal-Naik era giunto dinanzi all'aia lastricata di pietre che doveva proiettare un calore assolutamente intollerabile.
Stette un momento raccolto in se stesso, colle mani alzate e gli sguardi fissi verso occidente, ossia in direzione del lontanissimo sepolcro del Profeta, agitò per qualche po' le labbra come se recitasse una preghiera, poi si slanciò risolutamente sulle pietre, gridando per tre volte, con voce rimbombante:
- Allah! Allah! Allah!
Quindi con passo sicuro, insensibile all'ardente calore che saliva dalle pietre, coi piedi e le gambe nude, s'avanzò sull'aia, a passi lenti, senza che gli sfuggisse un moto che tradisse qualche dolore.
I dayaki, stupiti, ammaliati da una simile prova, lo guardavano con profonda ammirazione, alzando le braccia.
Quell'uomo per loro doveva essere assolutamente un semi-dio, un vero discendente del grande Profeta.
Il pellegrino compiuta la traversata si fermò un momento, poi ritornò sui suoi passi, sempre calmo, sempre impassibile, come se passeggiasse su un prato anzichè su delle pietre che potevano cuocere benissimo del pane.
- Costui deve essere un figlio di compare Belzebù! - esclamò Yanez, che non poteva fare a meno di ammirare lo stoicismo di quell'uomo. - Come può resistere a quel calore? Eppure i suoi piedi sono nudi e qui non vi può essere alcun trucco.
- Quell'uomo deve essere insensibile come una vera salamandra, - rispose Tremal-Naik.
Il pellegrino, compiuta la seconda prova, volse il viso mascherato dal drappo verso Yanez, guardandolo per qualche istante, poi si allontanò a lenti passi, dirigendosi verso la sua tettoia, mentre i dayaki, in preda ad una vera esaltazione, urlavano a squarciagola:
- Allah! Allah! Allah!
Qualche minuto dopo, mentre i guerrieri raggiungevano i loro accampamenti, precipitandosi verso il pellegrino, il parlamentario, accompagnato dal suo tamburino, si presentava per la terza volta sotto la terrazza.
- Che cosa vuoi ancora, uomo noioso? - gli chiese Yanez.
- Vengo a chiederti se dopo una simile prova data dal discendente del gran Profeta tu ti sei deciso ad arrenderti, - disse il guerriero.
- Ah! È vero, dovevo darti una risposta, - disse Yanez. - Dirai dunque al figlio o nipote o pronipote di Maometto, che io lo ringrazio dell'interessante spettacolo che si è degnato di offrire a noi, poveri miscredenti.
Poi levandosi, con un gesto superbo, un magnifico anello che portava in un dito, lo gettò al parlamentario stupito, aggiungendo:
- E questa è la sua ricompensa!...

10. L'assalto al kampong

Nelle isole malesi e anche in quelle polinesiane, la prova del fuoco è molto in uso anche oggidì, ma non serve come da noi un tempo, per provare l'innocenza di qualcuno incolpato o d'un omicidio, o d'un furto, bensì come una cerimonia religiosa.
Ed infatti non sono che i sacerdoti che in certe epoche dell'anno, per propiziarsi le divinità più o meno celesti, fanno la passeggiata non già sui carboni accesi come i fanatici indiani, ma invece su pietre rese ardentissime.
Quella cerimonia si eseguisce per lo più su un piano di pietroni che misura ordinariamente tre metri di lunghezza e mezzo di larghezza.
I sacerdoti accendono i fuochi all'alba e li mantengono fino al pomeriggio; poi, accompagnati da alcuni discepoli, sbarazzano le ceneri ed i tizzoni, pronunciano alcune parole rituali che sono indispensabili secondo loro, battono con un ramo di dracina l'orlo del braciere, quindi s'avanzano sulle pietre a piedi nudi, attraversandole lentamente.
La lunghezza del passo non è indicata, ma si suppone che i piedi debbono toccare almeno tre volte e qualche volta anche di più.
Come fanno a resistere, e quello che è più, ad uscire incolumi da quella prova? Mistero!
Essi attribuiscono la loro invulnerabilità alla mana, un potere misterioso che permette agli iniziati di attraversare le pietre ardenti senza riportare alcuna scottatura, potere che non è riprodotto da alcun simbolo e che si può trasmettere semplicemente colla parola.
Comunque sia il fatto, si è che escono dalla terribile prova assolutamente incolumi.
Un viaggiatore europeo, il colonnello inglese Gudgeon, ha voluto alcuni anni or sono tentare anche lui la prova assieme ad alcuni compagni, in un'isola dell'Oceano Pacifico, durante una cerimonia religiosa, certo di non cavarsela senza dolorose scottature. Ebbene, lo credereste? Il coraggioso colonnello uscì dalla prova non meno illeso dei sacerdoti! Uno solo dei suoi compagni, che aveva pure ricevuto la mana, ossia quel potere misterioso che come dicemmo si trasmette colla parola, riportò delle bruciature non lievi, ma la colpa era stata tutta sua, secondo i sacerdoti.
Egli aveva avuto il torto di guardarsi indietro, cosa che è severamente vietata per chi ha ricevuto la mana, una scusa evidentemente trovata dai sacerdoti per salvare la dignità del rito.
Come il colonnello potè reggere la prova e attraversare quelle pietre, che ancora un'ora dopo compiuta la cerimonia erano così ardenti che gettatevi delle radici di ti presero subito fuoco? L'inglese non lo seppe mai dire.
Raccontò d'aver provato solamente un gran calore per tutto il corpo e qualche cosa ai piedi, come delle leggere scosse elettriche e nulla di più, scosse però che gli durarono per sette od otto ore di seguito. La pelle dei piedi invece non riportò alcuna scottatura.
Nella Nuova Zelanda le prove del fuoco sono invece più terribili e si dice che il dono di poter resistere è privilegio di soli membri di talune famiglie e di talune caste. Colà non si tratta di attraversare un semplice strato di pietre, bensì di passeggiare entro una specie di forno circolare, del diametro di una diecina di metri e di rimanervi venti o trenta secondi.
La temperatura che regna in quei forni è così elevata che una volta, un viaggiatore volendo misurarla, vide fondersi la cornice metallica del termometro e il mercurio salire tutto. E notate che la graduazione era di 200 gradi!
Come possono resistere quegli uomini salamandra? Anche questo è un mistero; eppure resistono ed escono da quella terribile prova perfettamente incolumi.
Non era quindi da meravigliarsi se anche il misterioso pellegrino della Mecca, che doveva essere nondimeno un uomo assolutamente straordinario, aveva potuto dare quella prova per fanatizzare vieppiù i suoi guerrieri piuttosto che impressionare Yanez ed i difensori del kampong, troppo furbi per cadere stupidamente nell'agguato e di offrire le loro teste ai kampilang di quei sanguinari selvaggi.
Lo sprezzo fatto dal portoghese, di pagare cioè il pellegrino come se si fosse trattato d'un istrione o d'un clown, doveva scatenare la collera, appena repressa, dei tagliatori di teste e rendere doppiamente furioso il pellegrino.
Ed infatti il parlamentario era appena tornato all'accampamento che un clamore spaventevole echeggiò intorno al kampong, clamore che pareva prodotto più da centinaia di belve feroci che da esseri umani.
- Eccoli diventati feroci come le scimmie rosse quando mangiano il pimento, - disse Yanez, ridendo. - Avremo una guerra senza quartiere. Bah! Ci difenderemo fino a che avremo una cartuccia o fino a che non ci sarà più un dayako vivo.
Poi alzando la voce gridò:
- Ragazzi miei, raggiungete i vostri posti e picchiate più sodo che potete. Non dimenticate che se cadete nelle mani di quei bruti la minor cosa che vi possa toccare è quella di perdere la testa sotto un colpo di kampilang.
Tigrotti di Mompracem, malesi e giavanesi si erano precipitati ai loro posti di combattimento, risoluti ad opporre la più accanita resistenza ed a bruciare perfino l'ultima cartuccia, poichè la prova del pellegrino non aveva scossa per nulla la loro fiducia.
Erano d'altronde sicuri di infliggere a quelle orde assai disordinate una tremenda lezione. Riparati dietro stecconate di legno del tek che potevano sfidare il fuoco dei lilà e anche dei mirim e tutti tiratori scelti, non temevano un attacco, specialmente sotto la direzione di Yanez che godeva non meno fama della formidabile ed invincibile Tigre della Malesia.
Tutti, senza contare i Tigrotti di Mompracem, erano stati scorridori del mare, l'unica professione proficua in quei paesi che quantunque ricchissimi non avevano, almeno allora, commercio alcuno.
Con quegli uomini, risoluti a vendere cara la pelle, sapendo che non avrebbero avuto quartiere, i dayaki dovevano avere un osso ben duro da rodere.
Vedendo gli assedianti radunarsi intorno alla tettoia del pellegrino, Tigrotti, malesi e giavanesi si erano affrettati ad occupare gli angoli della cinta da dove potevano spazzare colle spingarde la pianura.
Yanez e Tremal-Naik invece erano rimasti sul terrazzo sovrastante la saracinesca, certi che i dayaki avrebbero tentato verso quel punto il loro sforzo supremo.
Avevano messa in batteria la spingarda più grossa del kampong, servita da sei pirati di Mompracem e avevano mandato Sambigliong sulla torretta, il miglior punto per spazzare la pianura.
- Darma, - disse il portoghese, vedendo i dayaki formare le colonne d'assalto. - Questo non è il tuo posto, quantunque sappia che tu adoperi la carabina come un fuciliere di marina. Fra poco i lilà ed il mirim di quei bricconi lanceranno palle in abbondanza sulla cinta e non voglio che ti esponi ad un simile pericolo.
- Credete dunque che il pellegrino lancierà all'attacco i suoi uomini? - chiese la fanciulla.
- Vedi, ci sono a questo mondo degli uomini che non sanno essere riconoscenti.
- Non vi capisco, signor Yanez.
- Io ho pagato quell'uomo pel divertimento che ci ha offerto, con un anello che non valeva meno di mille fiorini nelle mani di un ebreo, ed ecco quel birbante che mi ricompensa con un attacco all'arma bianca. Vale la pena di essere generosi in questo mondaccio cane? Se io avessi dato un simile regalo ad un clown e ad un istrione del mio paese, sono certo che mi avrebbe portato sulle sue spalle perfino in Ispagna, magari sulla sierra Guadarrama. Che mondo furfante!...
- Ah! Signor Yanez! - esclamò Darma ridendo. - Voi scherzerete anche quando sarete lì lì per andarvene nel regno delle tenebre.
- Ridi! - disse il portoghese. - Hai del buon sangue fanciulla mia! Ridi mentre la morte ci minaccia tutti!
- Con voi e coi vostri Tigrotti non ho paura dei dayaki.
Un colpo di cannone interruppe il dialogo. Gli assedianti avevano fatto tuonare il loro mirim.
La palla passò, con un lungo sibilo, sopra le cinte e cadde dall'altra parte del kampong senza aver causato alcun danno.
- Bisogna rettificare la mira, miei cari, o non farete nulla, - disse Yanez.
- Presto Darma, ritirati, - disse Tremal-Naik. - Le palle non rispettano nessuno.
- Nemmeno le belle fanciulle, - aggiunse Yanez.
- E dovrò rimanere inoperosa mentre voi avete bisogno di gente? - chiese Darma.
- Se avremo bisogno d'una carabina di più ti chiameremo, - rispose Tremal-Naik. - Nelle stanze pianterrene del bengalow tu non correrai alcun pericolo.
Quattro colpi rimbombarono in quel momento, l'uno dietro l'altro. Dopo il mirim avevano fatto fuoco i piccoli lilà mandando le loro palle contro le grosse tavole della cinta.
- Va', - ripetè Tremal-Naik, - non mi batterei bene se ti vedessi qui, esposta al tiro delle artiglierie. Va', e bada che i forni delle cucine non si spengano.
- I forni? - domandò Yanez mentre Darma, baciato il padre, scendeva lestamente la scala. - Vuoi offrire una colazione agli assedianti?
- Sì, ma vedrai di che specie, - rispose l'indiano. - Un vero piatto infernale che li farà urlare come dannati. Eccoli che si muovono! A te la spingarda, Yanez, che sei un artigliere meraviglioso.
- Li mitraglierò per bene, - rispose il portoghese, gettando via la sigaretta e accostandosi alla bocca da fuoco, la cui canna lunghissima minacciava la pianura.
I dayaki che dovevano essere stati istruiti dal pellegrino, avevano formato quattro colonne d'assalto, di sessanta od ottanta uomini ciascuna e muovevano risolutamente verso il kampong, coprendosi coi loro immensi scudi quadrati, di pelle di tapiro o di bufalo, armati solamente di kampilang. Una quinta colonna, formata esclusivamente di moschettieri, erasi sparsa invece per la pianura, in catena, per appoggiare l'attacco, insieme ai lilà ed al mirim.
- Il pellegrino deve essere stato un soldato, - disse Yanez. - Tuttavia dubito che la sua tattica abbia buon successo. Quando i dayaki si slanceranno all'assalto romperanno le loro file. La disciplina militare non può aver fatto presa su questi guerrieri selvaggi. Musica, avanti!
I dayaki cominciavano a sparare violentemente. I colpi di cannone si alternavano con scariche nutrite di carabine, senza grande successo, poichè le grosse tavole di legno di tek delle cinte non erano facili a sfondarsi ed i difensori del kampong erano ben protetti dai parapetti.
Per di più gli alberi spinosi che si stendevano tutto all'intorno e che avevano rami e fronde fittissime, non permettevano ai fucilieri nemici di poterli mirare.
La spingarda collocata sulla piattaforma della torricella aveva tirato il primo colpo contro la colonna, che muoveva verso il punto dove si trovava la saracinesca e la sua palla, di buon calibro, lanciata da Sambigliong, che era un valente artigliere, non era andata perduta.
- La prima goccia di sangue è stata sparsa, - disse Yanez. - Speriamo che diventi un fiume.
Dai quattro angoli del kampong le tigri di Mompracem, a cui era stato affidato il servizio delle spingarde, si sparava con un crescendo assordante.
Non potendo quelle piccole bocche da fuoco controbattere il tiro dei lilà e soprattutto del mirim, sparavano contro le colonne d'assalto, con palle da una libbra, facendo dei larghi vuoti.
Le carabine indiane, maneggiate dai malesi e dai giavanesi della fattoria, tutte di tiro lunghissimo, appoggiavano vigorosamente il fuoco delle spingarde, mettendo a dura prova il coraggio degli assalitori.
Yanez non perdeva tempo. Sparava un colpo di carabina la cui palla abbatteva quasi sempre un uomo, poi balzava alla spingarda appena era stata ricaricata e prendeva d'infilata la colonna che s'avanzava verso la saracinesca, facendo dei tiri veramente meravigliosi, che stupivano lo stesso Tremal-Naik e che strappavano grida di entusiasmo ai malesi ed ai giavanesi del kampong.
I dayaki, che non si sentivano troppo sostenuti dalle loro artiglierie dirette da pessimi tiratori, nè dai loro fucilieri, più abili nel lanciare frecce che palle, cercavano di affrettare il passo, incoraggiandosi con urla ferocissime e coprendosi più che potevano coi loro scudi, come se non potessero venire attraversati dai proiettili delle carabine indiane degli assediati. Il fuoco del kampong, vigorosissimo, li decimava per bene. Le loro colonne soffrivano perdite immense e tuttavia non si scompaginavano ancora.
Quando però le spingarde cominciarono a scagliare addosso a loro nembi di mitraglia, coprendoli di chiodi e di frammenti di ferro, si videro oscillare e le linee si aprirono qua e là.
- Avanti! - gridava Yanez, che non si prendeva nemmeno la briga di ripararsi dietro il parapetto. - Date dentro e finiremo per mandarli a rotoli. Mitragliateti alle gambe!
Ed il fuoco aumentava sempre, coprendo le bande di una vera pioggia di piombo, di ferro e di chiodi.
Tigri di Mompracem, malesi e giavanesi gareggiavano in bravura ed in audacia, risoluti a non permettere ai dayaki di giungere sotto le cinte e di slanciarsi all'attacco.
Soprattutto le spingarde facevano delle vere stragi gettando a terra, ad ogni scarica di mitraglia, un buon numero d'uomini. Non producevano ferite mortali, è vero, ma mettevano i guerrieri fuori di combattimento, rovinando loro le gambe.
Nondimeno, malgrado le enormi perdite, quegli ostinati selvaggi non accennavano ancora ad arrestarsi. Anzi con un ultimo slancio giunsero ben presto dinanzi alla zona alberata, gettandosi coraggiosamente in mezzo alle spine dove si appiattirono per prendere un po' di riposo e per riordinarsi prima di tentare l'ultimo sforzo.
- Quella è vera carne da cannone, - disse Yanez, la cui fronte si era abbuiata. - Non credevo che potessero spingersi così vicini. È bensì vero che non sono ancora sulle cinte e che se le spingarde diventano pel momento inutili, tuttavia le carabine e le pistole avranno ancora buon giuoco.
- Non inquietarti, amico mio, - disse Tremal-Naik. - Ho preparato loro una sorpresa che produrrà sulla loro pelle maggior effetto dei chiodi.
- Ma intanto ci sono sotto.
- Lasciali venire. D'altronde le cinte sono alte e le tavole di tek così grosse che i loro kampilang si smusseranno senza riuscire a spaccarle.
- M'inquieta il fuoco dei loro pezzi.
- Tirano così male!
- Che cosa fanno? Non li odo più.
- S'avanzano strisciando tra le spine.
- È bene assicurata la saracinesca?
- Ho fatto mettere le caviglie di ferro e nessuno potrà alzarla. Eccoli!
Mentre i lilà e il mirim continuavano a tuonare, aprendo nei panconi delle cinte qualche foro appena sufficiente per lasciar passare una mano e i fucilieri s'avanzavano, sempre disposti in catena, strisciando al suolo e nascondendosi dietro i piccoli rialzi di terreno e dietro i tronchi abbattuti per sfuggire alle scariche della spingarda collocata sul minareto, che non aveva cessato di far fuoco, gli assalitori s'aprivano con precauzione il passo fra le piante spinose.
Essendo quasi tutti nudi ed i cespugli e gli arbusti foltissimi e formidabilmente armati di punte acutissime, l'impresa era tutt'altro che facile e lo provavano le grida di dolore che di quando in quando mandavano gli assalitori, che non potevano frenare.
- La loro carne va a brandelli, - disse Yanez, che curvo sul parapetto, fra l'apertura lasciata da due sacchi di sabbia collocati dinanzi alla spingarda, li spiava. - Mordono le spine, miei cari.
- Eppure passano egualmente quei demoni. Ecco lì il primo che striscia lungo la cinta.
- E che non andrà a raccontare ai suoi compagni se è più o meno solida, - aggiunse il portoghese.
Puntò la carabina e sparò quasi senza mirare. Il dayako che era riuscito, a prezzo di chissà quali punture, ad attraversare quella formidabile barriera, si levò di colpo sulle ginocchia allargando contemporaneamente le braccia e cadde col cranio attraversato dal proiettile, mandando un urlo rauco.
- Fuoco in mezzo alle piante! - gridò Yanez. - Ci sono sotto.
Poi facendo girare la spingarda sul perno e abbassando la canna più che potè, lanciò una bordata di mitraglia di traverso, mentre i Tigrotti di Mompracem, i malesi ed i giavanesi ricominciavano il fuoco massacrando arbusti e assedianti insieme. Vociferazioni spaventevoli s'alzarono sotto le piante, segno evidente che non tutti i colpi erano andati perduti, poi una valanga d'uomini si rovesciò verso la saracinesca assalendola a colpi di kampilang, mentre i lilà ed il mirim raddoppiavano il fuoco, cercando di mandare le loro palle sulle terrazze per allontanare i difensori.
Tremal-Naik aveva mandato un lungo fischio.
Subito si videro uscire dalla cucina otto uomini che portavano delle enormi caldaie che spandevano all'interno un fumo acre e denso.
Salirono rapidamente la scala, deponendo le caldaie sul terrazzo sovrastante la saracinesca.
- Per Giove! - esclamò Yanez, sentendosi avvolgere da quel fumo che gli strappava dei colpi di tosse. - Che cosa portate qui?
- Guardati, Yanez! - gridò Tremal-Naik. - Lascia il posto a questi uomini.
- Ma gli altri cominciano a montare.
- Il caucciù bollente li farà ridiscendere.
Gli otto uomini, armatisi di giganteschi mestoli, cominciarono a rovesciare il liquido fumante contenuto nelle caldaie.
Urla, orribili, strazianti, s'alzarono tosto alla base della cinta. I dayaki, spaventosamente ustionati dal caucciù bollente che veniva gettato dall'alto della cinta e senza alcuna economia, si erano scagliati come pazzi in mezzo alle piante, fuggendo a precipizio.
Una mezza dozzina di loro, che avevano ricevuto le prime palate del terribile liquido, si dimenavano e si contorcevano dinanzi alla saracinesca, ululando lugubremente come lupi idrofobi.
- Per Giove! - esclamò Yanez, facendo un gesto d'orrore. - Questo indiano ha avuto una trovata magnifica! Cucina vivi quei poveri diavoli!
I dayaki fuggivano anche dalle altre parti, poichè anche da quelle terrazze gli assediati avevano cominciato ad aspergere coloro che avevano tentato di scalare la cinta.
Il fuoco intenso delle spingarde e delle carabine completava la sconfitta degli assedianti i quali ormai non pensavano ad altro che a porsi fuori di portata dalle armi da fuoco dei difensori del kampong e a rifugiarsi nei loro accampamenti.
Invano i fucilieri avevano tentato di accorrere in aiuto delle colonne di assalto che si ripiegavano confusamente. Una bordata di mitraglia lanciata da tutte le spingarde li persuase a seguire i fuggiaschi.
Due minuti dopo intorno al kampong non restavano che i morti e qualche ferito che stava per esalare l'ultimo respiro.

11. Il ritorno di Kammamuri

I dayaki, convinti di non essere in grado di prendere d'assalto il kampong, dopo la disastrosa prova fatta che aveva causato alle loro file delle perdite gravissime, avevano cominciato il vero assedio, sperando che la fame costringesse i difensori a capitolare.
Avevano formato intorno alla pianura quattro campi trincerati, per premunirsi da una possibile sortita degli assediati, rinforzandoli con trincee innalzate certamente dietro le istruzioni del pellegrino che si svelava ogni giorno di più uomo di guerra.
Inoltre, avevan portate le loro artiglierie molto innanzi, scavando due trincee parallele, tribolando non poco gli assediati con un vivissimo cannoneggiamento che, se non causava veramente gravi danni, obbligava Yanez, Tremal-Naik e i loro uomini ad una continua guardia, temendo che fosse sempre il preludio d'un nuovo assalto.
Cinque giorni erano così trascorsi, dal primo tentativo d'attacco, con gran spreco di munizioni da parte dei dayaki e molto fracasso. L'unico successo ottenuto era stata la demolizione della torricella che essendo troppo esposta, era caduta pezzo a pezzo, obbligando i difensori a ritirare la spingarda e ad abbandonare quel posto.
Yanez cominciava ad annoiarsi. Uomo d'azione ed irrequieto, nonostante sembrasse l'uomo più flemmatico del mondo, trovava che la cosa andava troppo per le lunghe e che anche le sigarette, che consumava in quantità prodigiosa, non bastavano più a distrarlo.
Eppure non mancava nulla nel kampong. I magazzini erano ben forniti, le tettoie erano piene di gabà, di quel bellissimo riso che coltivano i giavanesi e che supera di gran lunga quello di Rangoon, nel recinto interno le galline selvatiche razzolavano in gran numero pronte ad offrirsi agli stomachi degli assediati senza protestare; le frutta non facevano difetto e le cantine erano piene di enormi vasi di terra colmi di bram, quel forte liquore ottenuto dalla fermentazione del riso mescolato con zucchero e succhi di varie palme. Che più? La guarnigione poteva, nelle ore più calde del giorno, dissetarsi con del buon kalapa, quella bibita rinfrescante racchiusa nelle noci di cocco, essendovi delle piante di quella specie intorno all'aia e fumare senza risparmio del delizioso cortado, quei profumati sigari di Manilla e dei rokok giavanesi, piccoli sigaretti rotolati in una foglia secca di nipa, che sono così gradevoli.
- Che cosa ti manca per annoiarti, amico? - gli chiese sul cader del quinto giorno l'indiano, vedendo che Yanez appariva più annoiato che mai. - Io credo che nessuna guarnigione si sia trovata fra tanta abbondanza.
- Questa calma mi sfibra, - aveva risposto il portoghese.
- Calma la chiami! Ma se le artiglierie del nemico tuonano da mane a sera!
- Per bucare semplicemente dei panconi che non hanno mai fatto male ad alcuno e che non protestano.
- Vorresti che le palle bucassero i nostri uomini?
- Tu hai ragioni da vendere, mio caro Tremal-Naik, eppure io vorrei andarmene di qua.
- Non hai che da far alzare la saracinesca. Io però al tuo posto preferirei passeggiare intorno al bengalow, - rispose l'indiano ridendo. - Io credo che la tua irrequietezza dipenda dall'assoluta mancanza di notizie di Sandokan.
- Anche questo è vero. Vorrei sapere come si svolgono le cose a Mompracem e sospiro il ritorno di Kammamuri.
- Lasciagli il tempo necessario.
- Dovrebbe essere già qui.
- La regione che ha dovuto attraversare per raggiungere la costa non è sempre sicura, mio Yanez, e può aver trovato sul suo cammino non pochi ostacoli. Saliamo sul terrazzo della saracinesca e andiamo a dare uno sguardo agli assedianti prima che il sole tramonti.
Lasciarono il salotto dove avevano appena allora terminata la cena in compagnia di Darma e si portarono verso le cinte.
Gli uomini di guardia, che erano i giavanesi, toccando a loro quella notte vegliare, stavano terminando il loro pasto serale, a cavalcioni dei parapetti divorando con invidiabile appetito i loro piatti stravaganti.
Essi davan dentro, senza preoccuparsi delle palle dei nemici che di quando in quando si cacciavano nei panconi con sordo fragore, al blaciang, quel puzzolente intruglio formato di gamberetti e di piccoli pesci conservati entro vasi di terra e lasciati a fermentare fino a corrompersi; o all'ud-ang, una specie di pasta formata di crostacei seccati e poi ridotti in polvere; o ai pasticci di laron, formati con larve di termiti, un piatto scelto e gustosissimo pei palati giavanesi e malesi.
Pareva che l'assedio non avesse ancora guastato l'appetito di quei bravi, dal lavoro energico che compivano i loro denti neri come chiodi di garofano, per l'abuso del siri e del betel.
Yanez e Tremal-Naik erano appena saliti sul parapetto, quando notarono nei campi dei dayaki un certo movimento.
Dei capi radunavano attorno a loro numerosi guerrieri e pareva che facessero loro dei discorsi infuocati a giudicare dall'agitarsi furioso delle braccia, mentre in altri luoghi si eseguivano le danze guerresche dei kampilang e dei kriss. Il sole in quel momento stava per tramontare fra un denso nuvolone nero che pareva saturo di elettricità e che aveva i margini color del rame.
- Un attacco ed un uragano? - si chiese Yanez che aspirava l'aria che era diventata estremamente secca. - Che cosa ne dici, Tremal-Naik?
- Una bufera l'avremo questa notte, - rispose l'indiano, che guardava pure il nuvolone il quale si allargava a vista d'occhio.
- Con accompagnamento di fuoco celeste e terrestre. Io sono certo che i dayaki, stanchi di cannoneggiare inutilmente le nostre cinte, approfitteranno della tromba d'acqua per venire all'attacco.
- Ed il momento non sarebbe davvero male scelto. Si spara male quando si ha l'acqua in volto.
- Copriamo le terrazze, Tremal-Naik. In mezz'ora i nostri uomini possono alzare delle tettoie per riparare almeno gli artiglieri. Per Giove! Che questa volta ci prendano davvero?
- Finchè avremo del caucciù non lo credo.
- Fa' riempire tutte le pentole che possiedi.
- Vo a dare l'ordine, - rispose l'indiano scendendo precipitosamente.
Yanez stava per recarsi verso l'angolo della cinta, dove si trovava una spingarda, quando una freccia lanciata probabilmente da un sumpitan, ossia da una cerbottana, sibilò dinanzi a lui piantandosi contro uno dei pali che reggevano il terrazzo.
- Ah! Traditori! - esclamò Yanez, balzando verso il parapetto con una pistola in mano.
Guardò sotto le piante, mentre Sambigliong che stava mettendo in batteria la spingarda, accortosi del pericolo che aveva minacciato il portoghese, accorreva armato d'una carabina. Nessun ramo si agitava, nè alcun rumore turbava il silenzio che regnava sotto gli arbusti spinosi fiancheggianti la cinta.
- L'avete veduto quel briccone, capitano? - chiese il mastro.
- Deve essere scappato subito, - rispose Yanez.
- E forse quella freccia era avvelenata col succo dell'upas.
- Vediamo, - disse il portoghese, dirigendosi verso il palo.
Ad un tratto gli sfuggì un grido di stupore.
- Una freccia messaggera! - esclamò.
All'estremità del dardo, il cui cannello era solidissimo, aveva scorto qualche cosa di bianco, come un pezzo di carta arrotolata intorno al fusto.
- Allora non si tratta di un tentato assassinio della mia rispettabile persona, - disse.
Strappò la freccia, la cui punta, formata da una spina acutissima, si era infissa profondamente nel legno e ruppe il filo che teneva la carta stretta attorno al cannello.
- Signor Yanez, - disse Sambigliong, - che i dayaki si servano ora delle frecce per mandare le lettere a destinazione? Ecco un servizio postale di nuovo genere.
- Che cosa c'è dunque? - chiese in quel momento Tremal-Naik, che aveva già dati gli ordini e tornava con Darma.
- Un portalettere sconosciuto che mi ha rimessa questa carta sulla punta di una freccia, - rispose Yanez. - Che contenga una intimazione di resa?
Svolse con precauzione la carta che era coperta di caratteri grossolani, vi gettò sopra uno sguardo, poi mandò un grido di gioia:
- Kammamuri!
- Il mio maharatto - esclamò Tremal-Naik. - Leggi, leggi Yanez!

"Sono nei dintorni del campo da stamane" scriveva il maharatto in inglese "e questa notte cercherò d'introdurmi nella fattoria con l'aiuto d'un ex servo che è ora fra i ribelli.
Lasciate pendere una fune dall'angolo che guarda verso il sud e preparatevi alla difesa. I dayaki sono pronti ad assalirvi.
KAMMAMURI"

- Quel bravo maharatto qui! - esclamò Tremal-Naik. - Deve aver divorata la via per essere giunto così presto.
- Che sia solo? - chiese Darma.
- Se avesse dei Tigrotti in sua compagnia l'avrebbe scritto, - rispose Yanez.
- Avrà almeno la tigre, - disse Tremal-Naik.
- A meno che non gliela abbiano uccisa! - disse Yanez.
- Chi può essere quell'ex servo che l'aiuta?
- Ve ne devono essere parecchi fra i ribelli, - rispose Tremal-Naik. - Ne avevo una ventina di dayaki e non me n'è rimasto più uno dopo la comparsa del pellegrino.
- Signor Yanez, - disse Sambigliong, - mi troverò io questa notte verso l'angolo che guarda al sud.
- Tu sarai più necessario qui che colà, - rispose il portoghese. - Non hai udito che i dayaki si preparano ad assalirci? Manderemo Tangusa col pilota. E ora, amici, prepariamoci a sostenere il secondo attacco, che sarà forse più formidabile del primo e non dimenticate che se i dayaki entrano qui le nostre teste andranno ad arricchire le loro collezioni.
La notte era allora calata, una notte oscurissima, che nulla prometteva di buono. La nube nera aveva invaso tutto il cielo, coprendo rapidamente gli astri e verso il sud balenava.
Una calma pesante regnava sulla pianura e sulle foreste. L'aria era soffocante al punto da rendere difficile la respirazione e così satura d'elettricità che tutti gli uomini del kampong provavano una viva irrequietezza ed un vero senso di malessere.
Anche nei campi dei dayaki tutto era oscuro e di là non proveniva alcun rumore. I lilà ed il mirim da qualche ora non tuonavano più.
I difensori del kampong, dopo aver costruite frettolosamente le tettoie per riparare le spingarde, si erano sdraiati sui larghi parapetti delle terrazze, con le carabine a portata di mano, ascoltando ansiosamente i rumori del largo.
Yanez, Tremal-Naik e una mezza dozzina di Tigrotti vegliavano sopra la saracinesca, dove avevano piazzata anche la bocca da fuoco che avevano ritirata dalla torricella.
Entrambi erano un po' nervosi e preoccupati. Quel silenzio che regnava negli accampamenti dei dayaki produceva su di loro maggior impressione che un fuoco violentissimo.
- Preferirei un attacco furioso a questa calma, - disse Yanez che fumava rabbiosamente un cortado masticandone la punta. - Che si avanzino strisciando come serpenti?
- È probabile, - rispose Tremai-Naik. - Non si faranno vivi che quando avranno attraversata la pianura e saranno giunti sotto le piante.
- O che aspettino l'uragano per rendere meno efficaci le nostre carabine? Quando qui piove è un diluvio che si rovescia.
- Il caucciù li calmerà e surrogherà le palle. Tutti i vasi disponibili sono al fuoco.
L'uragano intanto si addensava. Qualche soffio d'aria giungeva facendo curvare le cime degli arbusti spinosi con mille fruscii; verso il sud tuonava e lampeggiava. La gran voce della tempesta suonava la carica.
Ad un tratto un lampo immenso, simile a una enorme scimitarra, tagliò in due l'enorme nube gravida di pioggia, poi si seguirono dei fragori paurosi. Pareva che lassù, nella volta celeste, si fosse impegnato un duello fra grossi cannoni di marina o da costa e che dei carri carichi di lamine di ferro corressero all'impazzata su dei ponti metallici.
Quel fracasso durò due o tre minuti con grande accompagnamento di lampi, poi le cateratte del cielo si aprirono ed una vera tromba d'acqua si rovesciò furiosamente sulla pianura.
Quasi nel medesimo istante si udirono le sentinelle collocate agli angoli delle cinte gridare:
- All'armi! Ecco il nemico!
Yanez e Tremal-Naik, che si erano coricati sul parapetto, erano balzati in piedi.
- Alle spingarde! - aveva gridato il portoghese con voce tuonante.
Alla luce dei lampi, luce vivissima perchè era un bagliore continuo, con incessante accompagnamento di tuoni formidabili, si vedevano i dayaki attraversare la pianura a corsa sfrenata, a gruppi, a drappelli, coi loro giganteschi scudi alzati per proteggersi dai rovesci d'acqua.
Parevano demoni vomitati dall'inferno e l'illusione, con quel lampeggiare che proiettava sulla terra fasci di luce ora rossastra e ora livida, ora cadaverica, era perfetta.
Le spingarde, che come dicemmo erano state coperte a tempo colle tettoie, avevano cominciato a sparare furiosamente, falciando le cime degli arbusti spinosi prima che la mitraglia cadesse sulla pianura.
Anche i malesi, i giavanesi ed i pirati che non erano occupati al servizio delle bocche da fuoco, sparavano come meglio potevano, rannicchiati dietro i parapetti, ma l'acqua che cadeva era tanta e tanta che il più delle volte le carabine facevano cilecca.
La bufera rendeva la difesa estremamente difficile con le armi da fuoco, e non accennava a calmarsi, anzi! È vero che non doveva durare molto; gli uragani che scoppiano in quelle regioni acquistano una intensità spaventevole, di cui non possiamo farci un'idea, ma ordinariamente non si prolungano al di là d'una mezz'ora.
Anzi, talvolta cessano dopo pochi minuti. Che furia però in quel brevissimo tempo! Pare che l'universo intero vada a catafascio o che un incendio immenso lo divori, nonostante le trombe d'acqua che si rovesciano dal cielo.
La nube nera pareva che fosse diventata di fuoco e che tutti i venti si fossero concentrati sulla pianura stendendosi intorno al kampong di Tremal-Naik.
Gli alberi si torcevano come fossero semplici fuscelli; i giganteschi durion che pareva dovessero sfidare le più tremende convulsioni terrestri e celesti, rovinavano al suolo sradicati da quelle raffiche irresistibili; i poderosi pombo si spogliavano rapidamente dei loro rami; le gigantesche foglie delle palme e dei banani volavano per l'aria come mostruosi volatili.
Acqua, vento e fuoco si mescolavano gareggiando di violenza, mentre in alto, sulla cima della cupola fiammeggiante, i tuoni facevano udire la poderosa voce della tempesta, soffocando completamente i rombi del mirim, dei lilà e delle spingarde.
I difensori del kampong, quantunque accecati dai lampi e affogati sotto quei getti d'acqua colossali, non si smarrivano d'animo e mantenevano il loro fuoco vivissimo mitragliando le orde selvagge che si avanzavano mescendo le loro urla ai tuoni del cielo.
- Non arrestatevi! - gridavano senza posa Yanez, Tremal-Naik e Sambigliong, che si trovavano sotto la tettoia che riparava la spingarda della saracinesca.
I dayaki che non subivano già grosse perdite, non marciando più in colonna, ben presto giunsero sotto le piante spinose che si misero a sciabolare furiosamente coi loro pesanti kampilang, per aprirsi un varco che permettesse loro di montare liberamente all'assalto della cinta.
Tutto il loro sforzo si era concentrato verso le saracinesche che ormai conoscevano. Era quello il punto più solido del kampong, ma anche quello che offriva maggiori probabilità di poter invadere la fattoria. Alcuni drappelli si erano muniti di travi pesanti per servirsene come di arieti e sfondare i panconi della cinta.
Yanez e Tremal-Naik, comprendendo che stavano per giuocare la loro ultima carta, avevano fatti accorrere tutti i servi del kampong coi pentoloni colmi di caucciù. Quel liquido terribile, ancora una volta, poteva rendere maggiori servigi che le armi da fuoco.
I dayaki, che massacravano rapidamente gli arbusti spinosi, giungevano. Un drappello dopo essersi aperto un largo sentiero, sbucò sotto la cinta ed assalì risolutamente la saracinesca percuotendola poderosamente con un tronco d'albero spinto innanzi da trenta o quaranta braccia.
Una pioggia di caucciù bollente, che cadde sulle loro teste, bruciando ad un tempo i loro capelli e la cotenna, li costrinse ad abbandonare precipitosamente l'impresa.
Un altro non ebbe miglior fortuna; ma giungeva il grosso che la mitraglia delle spingarde non era riuscita a trattenere.
Due o trecento uomini, resi furibondi dall'ostinata resistenza che opponevano gli assediati, si rovesciarono contro la cinta appoggiando ai parapetti delle grosse canne di bambù per dare la scalata alle terrazze. Alle grida di Yanez e di Tremal-Naik, tutti gli uomini del kampong erano accorsi da quella parte, non lasciando che pochi artiglieri alle spingarde.
Avevano gettate le carabine, diventate quasi inutili con quell'acquazzone che non cessava ancora, ed avevano impugnati i parangs, armi non meno pesanti e non meno taglienti dei kampilang dei dayaki.
Gli assalitori, nonostante gli spruzzi abbondanti del liquido infernale, montavano intrepidamente all'attacco con un coraggio disperato, mandando clamori orribili.
I primi che giungono sui parapetti, rotolano nel fossato sottostante con le mani tagliate o la testa spaccata, ma altri ne sopraggiungono menando formidabili colpi di kampilang per allontanare i difensori.
Si arrampicano come le scimmie, su pei bambù o balzandosi l'uno addosso all'altro formano delle piramidi umane che nemmeno il caucciù, che continua a venire versato, riesce a scuotere.
Mandano urla spaventevoli, la loro pelle cade a brandelli e fuma, eppure quei fanatici, incoraggiati dalla voce del pellegrino che echeggia in mezzo alle piante spinose, resistono con una tenacia che fa impallidire Yanez, il quale comincia a perdere buona parte della sua fiducia.
I difensori del kampong, soprattutto i Tigrotti della Malesia, non dimostrano tuttavia meno tenacia, nè meno coraggio degli assalitori.
I loro parangs, manovrati da braccia solide, tagliano nel vivo e mutilano orrendamente quelli che riescono a issarsi sui parapetti.
Mentre i dayaki urlano:
- Allah! Allah! Allah! -, nè più nè meno dei fanatici mussulmani delle sabbiose terre dell'Arabia, i pirati di Yanez rispondono con non meno entusiasmo:
- Viva Mompracem! Largo alle tigri dell'arcipelago!
Il sangue scorre a fiotti. Le palizzate della cinta grondano e le terrazze si arrossano.
Da una parte e dall'altra combattono con pari furore, mentre l'uragano imperversa sempre e somministra la luce ai combattenti onde possano scannarsi meglio.
La tenacia e il coraggio dei dayaki, non guadagnano gran che. Tre volte i guerrieri del pellegrino, tutto sfidando, il fuoco delle spingarde collocate agli angoli che li prende di fianco con bordate di chiodi, i getti di caucciù ed i parangs che li mutilano, sono mandati all'assalto e hanno raggiunti e anche scavalcati i parapetti e tre volte sono stati costretti a lasciarsi cadere nei fossati già pieni di morti e di feriti.
- Ancora uno sforzo! - urla Yanez, che vede gli assalitori esitare. - Uno sforzo ancora e avremo ragione di questi testardi.
Le spingarde raddoppiano il fuoco ed i malesi e i giavanesi, che hanno avuto un momento di riposo, tornano a tagliare nel vivo, mentre i servi rovesciano gli ultimi vasi contenenti il caucciù.
L'attacco si rallenta, i dayaki tentano per la quarta volta la scalata, non più con lo slancio e col fanatismo di prima.
La paura comincia ad impossessarsi dei loro animi. Non invocano nemmeno più Allah.
Tuttavia il loro ultimo sforzo non è meno pericoloso. Sono ancora in buon numero, mentre la guarnigione si è assottigliata non poco, esposta al fuoco di alcuni tiratori nascosti sotto gli arbusti.
E poi la stanchezza comincia a farsi sentire. Le lunghe sciabole pesano nelle mani dei malesi e dei giavanesi, se non in quelle dei Tigrotti di Mompracem.
I tagliatori di teste tornano ad arrampicarsi, mentre i loro compagni che sono nel fossato, tentano con uno sforzo supremo di aprire una breccia nella saracinesca percuotendo i panconi colle travi.
Guai se i difensori si perdono d'animo. È finita per tutti. Anche per la graziosa Darma!
Yanez volta la spingarda in modo che la mitraglia rada il parapetto, gridando contemporaneamente ai suoi uomini che stanno per avventarsi sugli assalitori che già si preparano a balzare sulle terrazze:
- Indietro... un momento solo!
Il colpo parte e la mitraglia spazza da un angolo all'altro della cinta, tutto il parapetto, fulminando o storpiando quanti nemici si trovano sopra.
Nel medesimo tempo i servi rovesciano tutte le caldaie ancora rimaste su coloro che s'accaniscono contro la saracinesca.
Il fumo si era appena dileguato, quando una tigre superba si scaglia sul parapetto mandando un aoung ferocissimo, abbranca un dayako rimasto sospeso e miracolosamente illeso e gli pianta i denti nel cranio.
Alla vista di quel terribile carnivoro che i lampi incessanti mostrano come se fosse di pieno giorno, un terrore invincibile invade gli assalitori.
Se anche le belve della foresta accorrono in aiuto dell'uomo bianco e dell'indiano, vuol dire che gli uomini sono più potenti del pellegrino della Mecca.
La ritirata si converte in pochi istanti in una fuga precipitosa, disordinata. Dei selvaggi gettano perfino gli scudi e i kampilang per correre più lesti.
Più nessuno obbedisce ai capi, nè alle grida del pellegrino che invano si sfiata a urlare:
- Avanti per Allah! Maometto vi protegge!
Non erano dopotutto così sciocchi per accorgersi che Allah ed il Profeta non li avevano affatto protetti.
Mentre scappavano a rotta di collo, spronati dai tiri delle spingarde, un uomo si era slanciato sulla terrazza, muovendo rapidamente verso Yanez e Tremal-Naik. Era anche quello un bel tipo di indiano di circa quarant'anni, meno alto di Tremal-Naik ed invece più membruto, dalla pelle abbronzata con certi riflessi dell'ottone, che spiccava vivamente sul suo vestito bianco, cogli occhi nerissimi e fieri ed i lineamenti fini ad un tempo ed energici.
Vedendolo Yanez aveva mandato un grido di gioia:
- Kammamuri!
- Il mio bravo maharatto! - aveva esclamato dal canto suo Tremal-Naik.
- Arrivo troppo tardi, - rispose il nuovo arrivato, - è vero padrone?
- In tempo per vedere i talloni dei dayaki, - rispose Tremal-Naik.
- Sei salito in questo momento? - chiese il portoghese.
- Sì, signor Yanez, ed è stato un vero miracolo se i vostri uomini non mi hanno ucciso. Mi arrampicavo sulla fune e proprio nel momento che tiravano una bordata di chiodi.
- Sei stato a Mompracem?
- Sì, signor Yanez.
- Dunque hai veduto la Tigre della Malesia?
- L'ho lasciata sette giorni or sono.
- Sei giunto solo?
- Solo, signor Yanez.
- Non hai condotto alcun rinforzo?
- No.
- Va'a rifocillarti, che devi essere stremato dalle privazioni. Fra poco noi saremo da te, - disse Tremal-Naik. - Yanez, diamo gli ultimi colpi ai fuggiaschi e tu, Darma, - gridò, volgendosi verso la tigre, che portava il medesimo nome di sua figlia, - lascia quell'uomo e vattene in cucina.


                                                                                                                                                
                                                                                                                                            

 

 

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