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La rivincita di Yanez
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CAPITOLO I
LA COLONNA INFERNALE
- Saccaroa!... Ma dove quel demonio di Sindhia ha raccolto tanti sciacalli?
Sono due giorni che sbucano dalle foreste e dalle jungle per arrestarci, eppure
ne abbiamo gettati a terra! Cinque elefanti, cinque mitragliatrici e cento
carabine, se saranno ancora cento, poiché delle perdite ne abbiamo subite anche
noi.
- Vogliono impedirci di giungere a Gauhati, signor Sandokan, per non lasciarci
congiungere col signor Yanez, il Maharajah bianco, il vostro fratello d'oltre
oceano.
- E tu credi, Kammamuri, che quei pezzenti saranno capaci di fermarci? Sai come
ho chiamato la banda che io conduco in aiuto di Yanez? La colonna infernale. Oh,
passerà anche attraverso a ventimila uomini! Hanno molto da imparare questi
indiani dai malesi e dai dayaki. Non ne ho condotti con me che cento, ma scelti
con estrema cura, cento vere tigri della Malesia, che quantunque siano in fondo
maomettani, ad un mio ordine non esiterebbero a strappare la barba al gran
Profeta se si presentasse dinanzi a loro.
- So quanto valgono - disse Kammamuri. - Due volte sono stato nella Malesia e li
ho sempre ammirati; eppure io appartengo ad una delle razze piú guerresche
dell'India.
- Sí, i maharatti sono sempre stati bravi soldati, ed agli inglesi hanno dato
dei grossi fastidi. Lo sa la Compagnia delle Indie.
- Signor Sandokan, un'altra imboscata...
- Questa sarebbe la terza, ma la colonna infernale passerà ed io andrò,
malgrado tutti gli ostacoli, a rivedere mio fratello bianco, la rhani e il
piccolo Soarez. Bell'idea che ho avuto a portare con me delle mitragliatrici!
Sgombrano rapidamente le jungle. Sei sicuro che ci assalgano ancora?
- Ho udito i segnali di quei banditi, signor Sandokan. Si radunano per darci un
ultimo attacco, forse.
- Oh, noi passeremo.
Stava per cadere il giorno. Una luce quasi sanguigna si proiettava attraverso le
alte pianure del Bengala, coperte di jungle e di fitte boscaglie di fichi
baniani, di mangifere e di vecchi tamarindi, i cui rami piegavansi sotto il peso
della frutta.
Una colonna si avanzava rapidamente, aprendosi il passo lungo il fossato
sinistro della linea ferroviaria di Rangpur.
Era composta di cinque magnifici elefanti coomareah, i piú forti delle due
razze che esistevano nell'India, quantunque meno bassi dei merghee, muniti di
robuste casse od houdah, dinanzi alle quali s'alzava, su un affusto, una
mitragliatrice a venticinque canne, disposta a ventaglio.
Seguivano cento cavalieri, montati su robusti cavalli di razza inglese.
Strani quei cavalieri, poiché non appartenevano a nessuna razza indiana. Mentre
alcuni erano bassi e piuttosto tarchiati, colla pelle fosca che aveva dei
riflessi olivastri e sfumature rossastre cupe, gli occhi piccoli e nerissimi;
altri invece erano piuttosto alti, di colore giallastro, di forme quasi
perfette, coi lineamenti bellissimi, quasi regolati, e gli occhi bene aperti,
ampi ed intelligentissimi.
Un uomo che avesse avuto una profonda conoscenza colla regione malese, non
avrebbe esitato a classificare i primi per malesi autentici, e gli altri per
dayaki bornesi, due razze che si equivalgono per ferocia, per audacia e per
coraggio indomito.
Cavalcavano forse un po' male, poiché tutta quella gente doveva essere piú
abituata a cavalcare i pennoni dei rapidissimi prahos malesi; pure si tenevano
abbastanza bene in sella, ed i cavalli inglesi non avevano molto buon giuoco.
Tutti erano formidabilmente armati di grosse carabine di mare, usate piú per la
mitraglia che pei proiettili, di pistoloni a lunga canna e di certi pesanti
sciaboloni le cui punte finiscono in forma di doccia, armi terribili, fabbricate
con un acciaio naturale che solo si trova nelle miniere dei Monti del Cristallo
del Sultanato di Varauni, e che con un colpo solo portano via una testa.
Erano i famosi kampilangs dei dayaki.
Sul primo elefante si trovavano due uomini ben diversi l'uno dall'altro. Noi
sappiamo chi era Kammamuri, l'indemoniato maharatto, il fedelissimo servo di
Tremal-Naik, il famoso cacciatore della Jungla nera.
L'altro, che stava proprio seduto dietro alla mitragliatrice, pronto sempre a
scatenarla, pareva invece un orientale dell'estremo oriente, a giudicarlo dalla
tinta della sua pelle che aveva dei lontani riflessi olivastri, occhi nerissimi,
ardenti, barba ancora nera malgrado i suoi cinquantacinque anni, e capelli
lunghi e ricciuti che gli cadevano sulle spalle.
Indossava una ricchissima casacca di seta verde con alamari rossi e bottoni
d'oro, portava calzoni larghi d'egual colore, alti stivali di pelle gialla colla
punta rialzata, come quelli degli Usbeki del Turchestan, e da una larga fascia
di seta bianca gli pendeva una magnifica scimitarra la cui impugnatura,
incrostata di diamanti e di rubini, doveva avere un valore grandissimo.
Sul secondo si trovavano un vecchio malese dal volto rugoso e l'espressione
feroce, ed un uomo sulla quarantina, di forme massicce, cogli occhi azzurri,
difesi da un paio d'occhiali montati in oro, i capelli biondissimi e la
carnagione quasi rosea degli uomini dei paesi nordici dell'Europa.
Vestiva tutto di bianco, di flanella leggerissima, e portava in testa una specie
di elmo di tela bianca, con un lungo velo azzurro che gli cadeva sulle spalle.
Non aveva affatto l'aspetto d'un uomo di guerra, ma piuttosto quello di uno
scienziato o d'un esploratore.
Gli altri tre erano montati da malesi e dai cornac.
La colonna si era cacciata in mezzo ad un largo passaggio aperto fra delle
immense mangifere che si stendevano lungo alcuni stagni assai vasti, entro i
quali si vedevano guizzare giganteschi coccodrilli in cerca di preda. Doveva
già aver subíto delle perdite, se non di uomini almeno di cavalli, poiché
parecchi animali portavano due cavalieri invece d'uno.
Il primo elefante, ad un fischio del cornac, si era arrestato, arrotolando
subito prudentemente la sua proboscide fra le zanne, come se avesse temuto
l'assalto improvviso di qualche tigre, e si era piantato solidamente sulle
grosse zampe mandando un lungo barrito.
L'uomo vestito da orientale s'era tolto il largo turbante di seta bianca, su cui
sfavillava un diamante d'inestimabile valore, poi si era collocato dietro alla
mitragliatrice, dicendo al cornac che si era coricato tutto sul collo
dell'elefante:
- Tieni ferma la bestia tu.
- Sí, sahib.
- Avremo un altro assalto da parte di quei brutti sciacalli. È già il
quarto... Quanti sono dunque?
- Ve l'ho detto, signor Sandokan, - disse l'indiano che gli sedeva a fianco e
che stava armando la carabina. - Molti... Ventimila, si dice.
Il fiero bornese, poiché non era affatto un malese, alzò le spalle e disse:
- Ma noi passeremo egualmente.
- Badate che quei banditi hanno espugnata e saccheggiata Goalpara, battendo i
duemila montanari di Sadhja che erano guidati dal figlio di Khampur.
- Se fossero stati comandati dal padre, Goalpara apparterrebbe ancora alla rhani
e quindi anche a Yanez. E poi, noi siamo le tigri di Mompracem che tante e tante
volte hanno vinto gli inglesi per terra e per mare, e quegli uomini, non
offenderti, Kammamuri, si battono meglio degli indiani.
- Non dei maharatti, però, signor Sandokan. Abbiamo perduto, è vero, la nostra
indipendenza, ma quante madri inglesi hanno pianto i loro figli caduti nella
lontana India? E molti ne sono morti, in mezzo alle jungle, in mezzo alle selve,
intorno alla città ed ai villaggi.
- Taci, Kammamuri.
Fra le folte mangifere si erano uditi degli urli acuti, urli lugubri, simili a
quelli che manda il lupo quando è affamato e scorrazza le montagne.
- Credi tu, che sei indiano, che questi siano urli di sciacalli? - chiese
Sandokan.
- No, signore, quantunque abilmente imitati - rispose Kammamuri.
- Siamo lontani dalla capitale?
- Solamente sei o sette miglia, ma mi stupisce grandemente una cosa.
- Parla.
- Che non vedo le cime né di pagode, né di moschee. Eppure l'orizzonte è
ancora bene illuminato.
- Che Yanez, vedendosi perduto, abbia dato fuoco a Gauhati?
- Lo credo, signor Sandokan.
- Ma sappiamo dove trovarlo?
- Nella città sotterranea.
- Sarà ben sicuro laggiú?
- Poche carabine bastano a difenderne l'entrata.
- Allora sono tranquillo. Ancora dei segnali?
Si alzò, e volgendosi verso gli uomini che montavano gli altri quattro
elefanti, gridò con voce tonante:
- Pronte le mitragliatrici!... C'è un nuovo attacco.
"I cavalieri si stringano presso gli animali."
In quel momento alcuni colpi di fucile rimbombarono in mezzo alle mangifere.
Facevano gran fracasso e nessun danno, essendo forse le carabine maneggiate da
gente piú abituata ad usare il tarwar ed il bastone anziché le armi da fuoco.
- Cornac! - gridò Sandokan. - Lanciate gli elefanti! Ormai sono abituati a
questa musica!
I cinque giganteschi animali, scortati dai cavalieri, si misero in moto a mezza
corsa, barrendo spaventosamente. Non tenevano però la proboscide alzata per
paura di ricevere qualche palla.
Le mitragliatrici erano pronte. Bastava solo che gli assalitori si mostrassero
per scatenarle, ma gli sciacalli di Sindhia, che avevano già provato il fuoco
di quei terribili ordigni di guerra, si guardavano bene dal mostrarsi.
I cavalieri però, quando vedevano qualcuno attraversare i cespugli a gran
corsa, o per unirsi ai compagni, o per scegliersi una migliore posizione, di
quando in quando facevano tuonare le loro grosse carabine di mare cariche fino a
mezza canna di piccoli chiodi di rame. Quei colpi non sempre uccidevano, ma
sbarazzavano il terreno dagli assalitori, i quali non sapevano resistere ai
morsi crudeli di quel nuovo genere di mitraglia, usato solamente dai pirati
malesi.
Per un buon chilometro i cinque elefanti procedettero sempre a mezza corsa e
sbucarono finalmente nella pianura che si stendeva al sud della capitale, priva
di boschi e di jungle, perché quei terreni erano stati coltivati a risaie.
Kammamuri mandò un altissimo grido:
- La capitale è scomparsa!... Non vedo altro che la vecchia moschea che sorge
presso l'entrata della città sotterranea.
- Infatti non si vedono che dei bastioni semi-sventrati - rispose Sandokan. -
Dev'essere stato un bell'incendio, poiché dei templi, dei palazzi e delle case
ve n'erano in gran numero in Gauhati. Che si sia arrostito, per caso, anche
Yanez? Ah! Sindhia me la pagherebbe ben cara la morte del mio fratellino bianco.
La sua fronte si era corrugata tempestosamente, ed i suoi occhi nerissimi
avevano mandato dei baleni terribili. La Tigre della Malesia non era ancora
invecchiata.
- Mi hai udito, Kammamuri? - chiese dopo un breve silenzio, rotto solo dallo
sbuffare degli elefanti, i quali pareva che avessero nei polmoni dei mantici
giganteschi.
- Se il Maharajah ha avuto il tempo di rifugiarsi nelle grandi cloache, e
l'avrà certamente avuto, noi lo troveremo ancora vivo.
Sandokan respirò a lungo come gli avessero tolto dal petto un masso enorme che
lo comprimesse, poi riprese:
- Tu credi dunque che sia salvo?
- Sí, signor Sandokan.
- E la rhani? Ed il piccolo Soarez che tanto desidero di vedere?
- O saranno con lui, o li avrà avviati prima verso le montagne. Sapete quanto
Yanez sia prudente.
- Sí, molto piú di me, e se non ci fosse stato lui a frenarmi, chi sa se sarei
ancora vivo. Orsú, tutto pare che vada bene. Sole quattro miglia ci separano da
quella moschea, distanza che i nostri elefanti ed i nostri cavalli supereranno
in un batter d'occhio.
- Se ci lasceranno tranquilli, signor Sandokan.
- Ci diano pure battaglia quegli sciacalli; anche se sono molti, moltissimi, noi
siamo pronti ad accettarla.
- Vi è però un pericolo.
- E quale?
- Che poi ci assedino.
- Dentro la città sotterranea?
- Sí, signor Sandokan.
- Manca l'acqua là dentro?
- Ve n'è perfino troppa.
- Ed allora tutto andrà bene: cinque elefanti da mangiare e quasi cento cavalli
da scuoiare. Ne avremo per resistere a lungo.
- E la legna?
- I miei uomini sono abituati a mangiare la carne anche cruda; e poi, se ne
avremo bisogno, tenteremo delle uscite furiose e ci provvederemo. Orsú, basta,
ora è il momento di riprendere un'altra conversazione. Li vedi correre e
nascondersi nei fossati delle risaie?
- Sí, signor Sandokan, e quei birbanti son dieci volte piú numerosi di noi, e
quello che è piú grave ancora, vedo non pochi rajaputi.
- Ah, quei bravi rajaputi che si vendono cosí facilmente - disse Sandokan,
stringendo i denti. - Sarà su di loro che faremo tuonare le nostre
mitragliatrici. Gli altri ben poco contano.
Per la seconda volta si alzò gridando ai cornac:
- A gran corsa!... Diritti verso quella moschea che vedete laggiú!...
Cinque o seicento uomini, fra i quali si trovavano non pochi rajaputi, erano
balzati sugli argini delle risaie, sparando all'impazzata. Le cinque
mitragliatrici, tre volte a destra e due a sinistra subito crepitarono
scagliando proiettili in tutte le direzioni.
Nel medesimo tempo i cavalieri avevano aperto il fuoco colle loro grosse
carabine.
Quell'uragano di piombo e di rame non parve però che spaventasse troppo gli
assalitori, quantunque molti cadessero ad ogni istante dentro i canali delle
risaie morti o feriti.
Gli sciacalli di Sindhia correvano all'assalto con un coraggio disperato,
decisi, a quanto pareva, ad impedire a quella colonna, che veniva dal sud,
l'entrata nella capitale distrutta o nella città sotterranea.
Si scagliavano con impeto selvaggio, in grossi gruppi, correndo all'impazzata ed
urlando spaventosamente. Assalivano a destra ed a sinistra procedendo
animosamente e non cessando di sparare, ma quasi sempre a casaccio.
La colonna infernale peraltro non si arrestava. Procedeva rapida, sempre
mitragliando, mentre i cavalieri eseguivano, di quando in quando, delle cariche
furiose coi pesanti kampilangs in pugno, producendo sugli sciacalli di Sindhia
delle ferite spaventose e forse inguaribili.
Dinanzi a quegli attacchi furibondi gli assalitori continuavano a scompigliarsi
ed a fuggire attraverso alle risaie, ma non tardavano a raggrupparsi intorno ai
rajaputi, i soli che osassero resistere, ed a far uso delle loro carabine.
Dalla parte dei malesi, di quando in quando cadeva qualche uomo che non veniva
abbandonato dai compagni sul campo di battaglia, colla speranza di poterlo
ancora salvare.
Ma le cinque mitragliatrici, maneggiate da uomini abili, compivano delle vere
stragi, ed erano soprattutto i rajaputi che pagavano, perché Sandokan non
faceva fuoco che su di loro, ben sapendo che erano le uniche truppe solide che
aveva l'ex rajah.
Quegli arditi mercenari dall'aspetto brigantesco, cadevano a gruppi sugli
argini, dentro i canali delle risaie; eppure tentavano di raccogliere, con
altissime grida, intorno a loro, i paria, i fakiri, i bramini, tutta gente non
abituata certamente alla guerra.
- Tengono duro, ma noi la spunteremo - disse Sandokan a Kammamuri, maneggiando
la mitragliatrice. - Se non vi fossero i rajaputi, la giornata sarebbe già
vinta; però Sindhia s'inganna se crede di arrestarci prima che noi giungiamo
nella città sotterranea.
Le scariche si succedevano alle scariche con frequenza spaventosa, ed i
proiettili sibilavano dentro le risaie. I cavalieri cosí malesi come dayaki,
erano tornati a stringersi intorno agli elefanti e si servivano delle loro
grosse carabine, lasciando in pace i kampilangs, già arrossati di sangue.
La vecchia moschea non era che a tre chilometri. Le sue cupole si disegnavano
nettamente sul fondo del cielo diventato d'un azzurro cupo poiché il sole era
ormai già tramontato.
Erano molti, tuttavia Sandokan non disperava affatto di giungervi malgrado i
continui e feroci assalti degli sciacalli di Sindhia.
Aveva portato con sé molte casse di munizioni destinate soprattutto alle
mitragliatrici, e non faceva economia di proiettili né faceva farne agli altri.
- Giú!... Spazzatemi questa canaglia!... - gridava. - Noi che abbiamo vinti gli
inglesi in dieci battaglie, dovremo cadere dinanzi a dei miserabili paria?
Vedendo che gli assalitori, malgrado le terribili perdite subite, tornavano a
radunarsi intorno ai pochi rajaputi sfuggiti al fuoco infernale delle
mitragliatrici, si volse verso i suoi cavalieri.
- Addosso coi kampilangs in pugno!... - gridò. - Sbarazzatemi la via ora che il
terreno è piú propizio.
Gli elefanti intanto avevano lasciate le risale e marciavano, a gran corsa, su
una landa vastissima interrotta solamente da gruppi di banani e di radi
cespugli.
I malesi ed i dayaki attesero che le mitragliatrici avessero sgominato
l'ostinato avversario, poi caricarono all'impazzata, maneggiando con mano
robusta i loro pesanti sciaboloni.
La colonna infernale passava attraverso i corpi degli sciacalli di Sindhia,
tutto rovesciando al suo passaggio.
Ormai piú nessuno poteva arrestarla. Sarebbero state necessarie tutte le forze
dell'ex rajah, forze che si trovavano forse disperse intorno alla vasta città
distrutta ed occupate a rimescolare le ceneri delle pagode, delle moschee, dei
palazzi, dei bengalow, colla speranza di trovare dell'oro e dell'argento.
Gli elefanti impressionati da tutti quegli spari e da tutte quelle grida, e resi
furibondi per qualche ferita, si erano slanciati a gran corsa barrendo
spaventosamente.
Quei cinque giganti, montati da uomini che parevano invulnerabili, e che colle
mitragliatrici seminavano dovunque la morte, facevano paura.
Gli sciacalli di Sindhia, già sgominati dall'ultima carica, atterriti da tutti
quegli spari che si succedevano senza tregua, e che abbattevano sempre gruppi
d'uomini, non osavano piú opporre alcuna resistenza, anche perché il terreno
scoperto non si prestava piú.
Fuggivano da tutte le parti, piú lesti dei nilgò, gettando perfino le carabine
per essere piú leggeri. Anche i pochi rajaputi, spaventati dalla carneficina
compiuta dalle mitragliatrici, non resistevano piú. Fuggivano dinanzi alla
colonna infernale.
- Era tempo che se ne andassero - disse Sandokan, scaricando un'ultima volta la
sua mitragliatrice sui fuggiaschi. - Ci prendevano per dei conigli?
Alzò la voce e gridò:
- Spingete, spingete, cornac!... Siamo ormai a pochi passi dall'asilo sicuro.
- Lasciate ora a me la direzione degli elefanti - disse Kammamuri. - Io solo
conosco il passaggio.
- Potranno entrare le bestie? - chiese Sandokan.
- L'arcata è cosí grande da permettere l'entrata anche ad un piccolo esercito,
e poi vi sono le due banchine che sono vastissime. Cavalli ed elefanti potranno
avanzarsi senza alcun pericolo di cadere nelle acque fangose del fiume nero. Ci
vorrebbe peraltro qualche torcia.
- Ne abbiamo una cassa piena. Sta proprio sotto i tuoi piedi.
Il maharatto con due colpi del calcio della sua carabina sfondò le tavole,
prese ciò che aveva chiesto e l'accese subito, gridando agli altri cornac:
- Seguite sempre il mio elefante ed io rispondo di tutto. Badate che nessun
animale si sbandi quando saremo entrati nella grande città sotterranea!...
Presso la vecchia moschea una banda composta di paria o di fakiri, o di banditi,
tentò un ultimo assalto per arrestare la colonna infernale prima che si
sprofondasse sotto le tenebrose volte della grande cloaca, ma non era cosí
formidabile da opporre una lunga resistenza.
Le mitragliatrici tuonarono per l'ultima volta abbattendo file intere di
combattenti, poi i cinque elefanti ed i cento cavalieri scomparvero sotto la
gigantesca arcata, correndo su una delle due banchine.
La torcia di Kammamuri serviva da faro.
Ad un tratto delle voci echeggiarono fra le tenebre:
- Chi va là!... Chi va là!...
- Siamo le tigri di Mompracem! - gridò Sandokan con voce tonante. - Non fate
fuoco!...
- Era tempo che tu giungessi!... - gridò una voce.
- Ah, sei tu, Yanez? - chiese Sandokan. - Sono ben lieto di essere giunto ancora
in tempo per salvarti.
Un gruppo d'uomini si avanzava, agitando due torce. Era preceduto da un uomo
bianco, dalla lunga barba brizzolata, di forme gagliarde, vestito interamente di
flanella bianca sottilissima. A fianco di quel bell'uomo si avanzava un indiano
dal lineamenti fini, la pelle appena abbronzata, gli occhi nerissimi, vestito
mezzo da cipai e mezzo da rajaputo.
Erano Yanez, il Maharajah dell'Assam, ormai troppo noto, ed il suo fedele
compagno Tremal-Naik, il famoso cacciatore della Jungla nera.
Dietro venivano tredici uomini, tutti indiani e tutti armati di carabine e di
tarwar, armi che non valevano molto in uno scontro contro i malesi ed i dayaki,
che si servivano invece, come abbiamo già detto, di sciabole pesantissime, i
formidabili kampilangs.
Kammamuri aveva fatto fermare il primo elefante e gettare la scala di corda.
Sandokan, il terribile pirata malese, in un lampo si era slanciato sulla
banchina ed aveva aperte le braccia gridando:
- Qui sul mio cuore tutti e due, miei vecchi amici!...
Il Maharajah e l'indiano si erano gettati verso di lui stringendolo
gagliardamente.
- Ora basta - disse Sandokan. - La rhani e Soarez sono in salvo?
- Sí - rispose Yanez. - Prima di distruggere la mia capitale ho mandato l'una e
l'altro fra i montanari di Sadhja.
- Saccaroa! ho ben veduto, giungendo qui, che non sorgevano piú né pagode, né
palazzi. Dicono che io sono terribile, ma tu non sei meno di me.
- Non sono forse il tuo fratello bianco? - disse Yanez ridendo.
- È vero; ma me n'ero quasi scordato. Sai che sono tre lunghissimi anni che non
ci vediamo?
Poi volgendosi bruscamente verso Tremal-Naik, gli chiese:
- E la tua Darma? E suo marito, quel bravo Sir Moreland? Sono qui?
- Mai piú; navigano sempre e sono ora nell'Oceano Pacifico.
- E credo che facciano bene a tenersi lontani dall'India - disse Sandokan. - I
thugs non sono ancora stati tutti distrutti, e quelle canaglie sono troppo
vendicative.
Poi guardò l'amico bianco sorridendo.
- Dunque tu non sei piú Maharajah, mio povero amico?
- Adagio, Sandokan - rispose Yanez. - Ho sempre un piede nell'impero ed ho i
montanari sempre fedeli.
- Mentre quelle canaglie di rajaputi ti hanno tradito tutti. Me lo ha detto
Kammamuri.
- Non ne ho che uno solo, di mille.
- Ne abbiamo gettati giú parecchi però, di quei mercenari infedeli, venendo
qui, e sento per quella gente un vero odio.
- Ed io non meno di te - disse Yanez. - Se non mi avessero abbandonato, Sindhia
non avrebbe mai potuto riporre i piedi sulle coste assamesi. Tutta la canaglia
che ha radunata sarebbe andata subito a rotoli.
- E cosí hai perduto le due città piú grosse dell'impero?
- E forse altre saranno cadute nelle mani di quei bricconi. Da ventisei giorni
sono qui, come un prigioniero, e piú nessuna notizia mi è giunta dal di fuori.
Sandokan lo guardò con stupore.
- Come puoi aver resistito tanto tempo al calore infernale che regna qui dentro?
Dovresti essere biscottato come un pane di sagú.
- Quest'altissima temperatura si è sviluppata cinque o sei giorni fa. Prima le
immense volte delle cloache pareva che non si fossero nemmeno accorte
dell'incendio che avvampava sopra di loro distruggendo la mia capitale.
Poi, a poco a poco sono diventate ardenti.
- Non ci cadranno sulla testa?
- Non credo. I mongoli erano troppo buoni costruttori. Può darsi che molte
gallerie e molte rotonde siano crollate, ma noi non usciremo attraverso quelle.
Sarebbe troppo pericoloso.
- E l'acqua manca? Vedo qui un largo fiume puzzolente che scorre presso la
banchina. Certamente io non mi disseterò con quella poltiglia.
- Abbiamo trovata una piccola sorgente che ce ne fornisce in abbondanza.
- E di viveri quanti ne avete? - chiese Sandokan.
- Pensa, mio caro, che da quando ci siamo rifugiati qui non abbiamo fatto altro
che arrostire topi poiché non avevamo avuto il tempo di portare con noi nemmeno
una cassa di biscotti.
- Povere bestie!... Quante ne avrete distrutte?... Delle centinaia e centinaia
m'immagino.
- Ma ora eravamo alle prese con la fame, poiché i rosicchianti, spaventati, ci
hanno vigliaccamente abbandonato.
- Non avevano poi torto - disse Sandokan, sorridendo. - A nessuno piace finire
nello spiedo.
In quel momento verso l'entrata della grande cloaca si udirono rimbombare
sinistramente parecchi colpi d'arma da fuoco i quali si erano ripercossi
lungamente attraverso alle innumerevoli gallerie, rumoreggiando.
Sandokan aveva fatto un gesto di collera.
- Ah!... - esclamò. - Quei banditi, o sciacalli che siano, osano assalirci
anche qui? Adagio, miei cari. Avrete altre terribili lezioni!...
Poi alzando la voce e volgendosi verso i suoi uomini che si tenevano ancora in
sella, e che avevano accese parecchie torce, disse loro:
- Togliete le mitragliatrici dalle houdah e portatele, con una scorta di
cinquanta persone, verso l'uscita di questa immensa cloaca. Gli elefanti
rimangano per ora qui. Potrebbero diventare, piú tardi, straordinariamente
preziosi. Non fate risparmio di munizioni: ne abbiamo in abbondanza.
Venticinque dayaki ed altrettanti malesi saltarono a terra affidando i cavalli
ai loro compagni, si strinsero intorno agli elefanti che i cornac avevano fatti
inginocchiare, tolsero le cinque terribili bocche da fuoco e si allontanarono a
gran corsa, seguendo la banchina.
- Sempre lesti come scimmie e mai esitanti i tuoi uomini! - disse Yanez con un
sospiro.
- Puoi dire i nostri uomini, poiché per lunghi anni hanno combattuto con te. Se
io sono la Tigre della Malesia, tu sei sempre la Tigre bianca di Mompracem, e ti
rimpiangono quei valorosi che tu hai guidato a tante vittorie sulle terre
malesi.
"Già, questo maledetto impero dell'Assam non ci voleva proprio e non era
necessario."
- E mia moglie?
- È vero, è la rhani, ed ha il diritto di conservarsi lo Stato e di
contrastarlo a quel furfante di Sindhia già detronizzato.
Ci sarà un gran lavoro da fare, mio caro Yanez, tuttavia io non mi spavento
affatto. Mi piace combattere in India e noi, che abbiamo vinto e ucciso
Suyodhana, il famoso capo dei thugs della Jungla nera, per la seconda volta
sapremo mettere a posto l'ex rajah ubriacone e...
Si era interrotto e si era voltato verso l'immensa entrata della grande cloaca,
dove brillavano in lontananza dei punti rossastri che talvolta si oscuravano per
diventare invece giallastri. Erano le torce a vento che fiammeggiavano alla foce
del fiume fangoso.
Si udirono alcuni colpi di fucile, poi delle scariche fitte, serrate,
spaventevoli, dinanzi alle quali non potevano certamente resistere gli sciacalli
di Sindhia.
- Odi come cantano le mie mitragliatrici? - disse il formidabile pirata,
volgendosi nuovamente verso i due suoi amici. - Senza quelle forse non sarei mai
riuscito a giungere fino qui, poiché quegli sciacalli, animati dalla presenza
dei rajaputi, ci hanno dato dei brillanti attacchi. È vero bensí che
resistevano soltanto qualche minuto.
- Armi da marina? - chiese il portoghese. - Non ho ancora avuto il tempo di
osservarle. Somigliano a quelle che avevamo a bordo del Re del Mare?
- Molto piú potenti - rispose Sandokan. - Le ho tolte dalla mia Perla di Labuan
che ora è la nave piú rapida e meglio armata che io possegga. Oh, gli inglesi
di Labuan la conoscono e sanno che è in grado di tener testa ai loro
incrociatori già troppo antiquati, ed alle cannoniere olandesi.
- Ah!... - fece Yanez, battendosi con una mano la fronte. - E la tua amica
olandese?
- È sempre la mia fedele amica - rispose il pirata di Mompracem con un leggero
sorriso. - To', io mi dimenticavo di presentarti un suo parente, un professore,
che si dice goda molta fama in Europa, e che ci aiuterà validamente a
distruggere le bande di Sindhia.
- Qual professore? - chiese Yanez, con tono un po' ironico, alzando la voce
poiché le mitragliatrici facevano un chiasso infernale.
- Ti rammenti quel Demonio della guerra che con una certa macchina elettrica
poteva far esplodere, a distanza, i depositi di polvere delle navi?
- Per Giove, se me lo rammento!... E sono quasi certo che se quella granata,
caduta proprio nel momento in cui stava per lanciare la terribile scintilla
elettrica, non avesse ucciso lui distruggendo nel medesimo istante il suo
misterioso apparecchio, molte navi di Sir Moreland sarebbero saltate.
- Ed allora Sir Moreland non sarebbe diventato mio genero - disse Tremal-Naik. -
Se tutto saltava, doveva ben andare in aria anche lui coi suoi marinai.
- Tu hai ragione - disse Sandokan. - La tua Darma non si sarebbe sposata col
figlio di Suyodhana.
- Ma dov'è questo professore? - chiese Yanez.
- Sul secondo elefante. È probabile che si sia addormentato poiché soffre di
sonno.
- Ha anche lui qualche scintilla elettrica per fare esplodere le polveri? -
chiese Yanez.
- No, ha una cassa piena di bottiglie ben sigillate.
- E crederebbe, quel pacifico professore che viene dalla brumosa Olanda, di
sterminare...
- Sterminare, hai detto? Pretende e si tien sicuro di distruggere tutti gli
sciacalli di Sindhia con quelle misteriose bottiglie.
- Che cosa contengono dunque?
- Io non ho capito gran cosa, e poi non sono un europeo per sapere che cosa sono
i microbi.
- I microbi?... Che diavolo!... Ha la peste ed il colera rinchiusi dentro quelle
bottiglie?
- Che cosa vuoi che ne sappia io? - rispose Sandokan. - Io non mi intendo che di
prahos, di carabine, di parangs e di kampilangs. Lui ti spiegherà meglio.
Prese ad un malese una torcia, la sbatté per terra, ed essendo in quel momento
cessate le scariche delle mitragliatrici e delle grosse carabine da mare,
s'avvicinò al secondo elefante, il quale stava vuotando avidamente un mastello
che il cacciatore di topi aveva riempito alla sorgente e gridò:
- Signor Wan Horn, vi presento il Maharajah dell'Assam!
CAPITOLO II
IL PARLAMENTARIO
L'europeo dalla pelle rosea, i capelli biondi e gli occhi azzurri difesi da
un paio di occhiali montati in oro, a quella chiamata fu pronto a svegliarsi ed
a discendere dall'houdah.
- Altezza, - disse levandosi l'elmo di tela bianca e facendo un profondo
inchino. - Vi conosco già assai per fama, e sospiravo il momento di vedervi.
- Voi siete olandese? - chiese Yanez, dopo avergli dato una stretta di mano.
- Sí, Altezza.
- Un professore forse?
- Un medico che ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio dei bacilli.
- E perché siete venuto insieme col mio amico?
- Per aiutarvi, Altezza, - rispose l'olandese con voce pacata. - Esperimenterò
la potenza dei miei bacilli sui vostri avversari.
- Veramente non capisco bene, signor Wan Horn.
- Lo credo: non avete ancora veduto le mie bottiglie entro le quali coltivo quei
microscopici animaletti cosí terribili da scatenare la peste, il colera, il
tifo ed altre malattie.
- Yanez - disse Sandokan interrompendo - tu credi proprio che la volta non
cadrà anche se calcinata dal fuoco?
- Ti ho detto che non vi è alcun pericolo.
- Allora, finché voi discuterete di cose che io, uomo quasi selvaggio, non
posso comprendere, vi lascio per recarmi verso la foce del fiume fangoso. Voglio
vedere coi miei occhi come vanno le cose laggiú.
"Pare che gli sciacalli di Sindhia si siano fitti in capo di entrare qui
malgrado il fuoco delle mitragliatrici. Ah, la vedremo!..."
Chiamò due malesi, prese un'altra torcia e si allontanò rapidamente seguendo
la larga banchina, mentre dei colpi di fuoco continuavano a rimbombare verso
l'estremità della grand'arcata.
- Dunque vi dicevo - riprese l'olandese, a cui piaceva assai parlare, a quanto
pareva, quantunque sia cosa piuttosto rara in un olandese - che io sono riuscito
a coltivare una quantità enorme di bacilli, bastanti per distruggere anche
cento milioni di persone in pochi giorni.
- Possibile? Sareste voi il fratello del Demonio della guerra? - esclamò il
Maharajah.
- No, Altezza - rispose l'olandese, sorridendo. - Conosco già la storia di quel
disgraziato inventore.
E poi io non sono un inventore. Non sono che un coltivatore, ma invece di
piantare fagiuoli e patate, racchiudo i bacilli piú terribili dentro delle
bottiglie che invece di acqua pura contengono un brodo assai nutriente, ottenuto
con siero di vitello e di fegato glicerinato.
- È un po' difficile capirvi, signor Wan Horn. Io non sono uno scienziato.
- Capirete subito, Altezza.
Quantunque verso il fondo della grande cloaca continuassero a rombare le grosse
carabine, l'olandese si arrampicò agilmente sull'hauda, aprí una cassa, prese
a casaccio qualche cosa e ridiscese con infinite precauzioni.
- Che cos'è questa? - chiese a Yanez.
- Una bottiglia che mi pare piena d'un liquido color dell'ambra, ma che io non
vuoterei, ve lo assicuro, dottore.
- No, è un vivaio. Entro questo vetro ho coltivato i bacilli della tubercolosi.
- Ma io non vedo alcun insetto agitarsi dentro quel brodo!
- Come sarebbe possibile? I vostri occhi non sono dei microscopi. Pensate,
Altezza, che i bacilli della tubercolosi, per esempio, che hanno la forma di
asticciuole rosse, sono cosí piccoli, che mille, messi l'uno dietro l'altro,
raggiungono appena la lunghezza d'un millimetro.
Calcolate poi che occorre un milione di quei terribili esseri per coprire
solamente un millimetro quadrato.
- Sicché io non posso vederli.
- Nemmeno se possedeste gli occhi delle aquile.
- E quanti ve ne sono rinchiusi in quel vivaio?
- Tanti da poter inoculare la tisi a cento o duecentomila uomini -rispose
l'olandese.
- Voi mi spaventate. Se le vostre bottiglie si spezzassero?
- Morremmo tutti ed in poco tempo, perché ho tre vivai di bacilli virgola del
colera.
- Mi stupisco come Sandokan vi abbia permesso di portare con voi degli oggetti
cosí pericolosi - disse Yanez. - Una disgrazia può sempre avvenire.
- Quale?
- Una palla di cannone potrebbe frantumare la vostra cassa ed allora saremmo noi
alle prese col tifo, colla peste, col colera ed altri malanni ancora.
- Speriamo, Altezza, che la palla non giunga fino alle mie preziose bottiglie.
Sarebbe per me una perdita incalcolabile.
- Che avreste ben poco tempo per rimpiangere, dottore. Il colera vi prende e vi
spazza via in poche ore...
- Anche meno, Altezza. Ho un vivaio che contiene dei bacilli virgola che
fulminano l'uomo appena attaccato.
- Signor Wan Horn, rimettete a posto la vostra bottiglia. Una palla potrebbe
entrare nella grande cloaca e spezzarvela fra le mani... E dite un po' -
soggiunse Yanez - come vi servireste di questi... chiamiamoli i proiettili della
morte sicura?
- Si va a gettare una bottiglia nel campo nemico, la si rompe, e si lascia che i
microbi si sviluppino e compiano il loro dovere.
- Ah, dovere lo chiamate!
- Il loro compito, allora. Dopo poche ore ecco il colera dichiarato nel campo,
ed ecco gli uomini cadere piú o meno fulminati.
- E chi sarà l'uomo che avrà tanto coraggio da andare a spezzare il vivaio
proprio in mezzo ai nemici?
- Ci penso io - rispose l'olandese colla sua solita flemma. - Io sono immune
completamente contro tutte le malattie che potrebbero sviluppare le mie care
bestioline.
- Sta bene; e vi recherete fra le truppe di Sindhia?
- Sí, Altezza, con due bottiglie ben nascoste in due tasche speciali cucite
dentro la mia ampia giacca.
- Non vi fidate di quella gente.
- Sono un europeo; e vedrete, Altezza, come io giuocherò quella gente ed il
loro rajah.
- Da solo?
- Da solo - rispose l'olandese. - Ho avvicinato i dayaki che nelle selve del
Borneo usano ancora fare raccolte di teste umane, eppure nessuno ha tagliato la
mia. Le genti di Sindhia, che sono poi degli assamesi, che io sappia, non sono
mai stati tagliatori di zucche umane.
- Dovete aver del fegato, signor Wan Horn - disse Yanez. - Vi vedremo alla
prova.
- Quando vorrete, Altezza. Il calore che regna nel Borneo e nell'India si confà
assai ai miei microscopici animaletti.
"Se fossi rimasto in Olanda, malgrado le mie cure, sarebbero a quest'ora
morti tutti.
"Fa un po' freddo nel mio paese, e molta umidità vi regna in tutto il
tempo dell'anno e..."
Un crepitio di mitragliatrici lo interruppe bruscamente. Si combatteva dunque
verso l'ultima arcata della gigantesca cloaca?
Yanez afferrò la carabina che aveva appoggiata contro la parete, e dopo d'aver
fatto due o tre passi disse al dottore, che teneva sempre fra le mani la sua
pericolosa bottiglia:
- Vado a vedere come stanno le cose: riprenderemo piú tardi la nostra
interessante conversazione. Vi consiglio, per ora, di mandare a dormire i vostri
bacilli.
E scappò via seguíto da Tremal-Naik e da Kammamuri che si era munito d'una
torcia e la roteava continuamente onde ravvivare la fiamma. Tutti e tre, seguiti
a breve distanza da una mezza dozzina di malesi i quali, udendo le fucilate non
avevan piú potuto trattenersi, si erano slanciati a gran corsa lungo la riva
del fiume nero.
Le mitragliatrici stridevano, segno evidente che gli sciacalli di Sindhia, come
li chiamava ormai Sandokan, tentavano d'introdursi nella grande cloaca in buon
numero.
Dopo una corsa velocissima di dieci e piú minuti, Yanez ed i suoi compagni
raggiunsero la Tigre della Malesia.
Le palle sibilavano in aria, scrostando ora le pareti ed ora la grande volta.
Dal di fuori della cloaca della gente sparava all'impazzata, credendo di
spaventare col fracasso di cinquecento o mille fucili i pirati di Mompracem. Ah,
ci voleva ben altro per quei vecchi guerrieri incanutiti fra il fumo di tante
battaglie terrestri e marittime!...
- Dunque, un vero assalto? - chiese Yanez avvicinandosi a Sandokan, il quale
scatenava una delle cinque mitragliatrici, seduto su un masso presso il quale
ardeva una fiaccola.
- Pare - rispose il formidabile uomo. - Ma finché questi giocattoli
funzioneranno, gli sciacalli di Sindhia non metteranno piede qui dentro. Il
difficile sarà poi l'uscire da questa specie di trappola.
- Vi è il dottore olandese che penserà ad aprirci la via - disse Yanez un po'
ironicamente.
- E tu credi?...
- Chi lo sa?
- Io te l'ho portato perché lui mi assicurava di poter distruggere anche tutta
la popolazione dell'Assam in pochi giorni colle sue famose bottiglie piene di
non so quali bestioline. Io peraltro conto piú sulle mie mitragliatrici e sulle
carabine della mia gente... Oh, il fuoco è cessato, e si ode un ramsinga sonare
insieme con una campana.
"Guarda bene, Yanez!... Non vedi tu una grossa lampada avvicinarsi? Che
Sindhia ci mandi qualche parlamentario?"
- Sí - rispose il Maharajah. - È un parlamentario. Fa' cessare il fuoco.
Sandokan levò un fischietto d'oro e lanciò tre note acute. Subito le
mitragliatrici e le carabine diventarono silenziose.
Nella notte tenebrosa una voce echeggiò al di fuori della grande cloaca:
- Porto con me la bandiera bianca!...
- Chi sei? - chiese Yanez.
- Un parlamentario.
- Chi ti manda?
- Sindhia.
- Avànzati.
Poi volgendosi verso Sandokan gli disse:
- Io questa voce l'ho udita ancora e non molto tempo fa.
Tremal-Naik, che stava osservando le mitragliatrici, disse:
- Io conosco l'uomo che ha parlato.
- Chi può essere?
- È l'uomo che tu avevi legato al cannone sul bastione di Marundia, e che
invece di farlo saltare in aria, come ne avevi il diritto, l'hai graziato.
- Kiltar!... Il bramino!...
- Sí, quell'uomo ti disse di chiamarsi Kiltar e di non dimenticare il suo nome.
- Ecco un uomo che ci porterà delle notizie preziose - disse Yanez.
- Crederai tu alle sue parole? - chiese Sandokan, sempre diffidente.
- Mi deve la vita, e gli indiani sono riconoscenti.
- Vedremo.
Otto malesi colle carabine spianate, preceduti da un dayako che portava una
torcia, erano andati incontro al parlamentario, il quale si era avanzato solo,
facendo ondeggiare una bandiera bianca.
Era un uomo di statura alta, magro come tutti i bramini ed i fakiri, dalla tinta
piuttosto fosca ed i lineamenti energici, resi piú duri da una lunga e folta
barba nera.
Era tutto vestito di bianco. Solamente alle reni portava una larga fascia di
seta gialla, abbastanza in cattive condizioni.
I malesi lo afferrarono e lo spinsero, assai brutalmente, verso Yanez, il quale
era illuminato da un'altra torcia tenuta da un dayako armato d'un kampilang
luccicante.
- Gran sahib, - disse - mi riconosci? Io spero che tu non avrai dimenticato il
mio nome.
- Tu sei Kiltar, l'uomo che io ho graziato - rispose il Maharajah. - Ti ho
riconosciuto perfettamente.
"È la seconda volta che ti presenti a me come parlamentario. Che cosa
vuoi? È Sindhia che ti manda?"
- Sí, gran sahib - rispose il bramino, fissando cogli occhi il luccicante
kampilang del dayako che reggeva la torcia.
- Che cosa vuole quell'uomo?
- Che tu ti arrenda, gran sahib.
- Ah!... - fece Yanez, prendendo a Sandokan una sigaretta. - Quell'uomo è
pazzo.
- Lo credo anch'io, gran sahib - rispose il bramino. - A Calcutta non lo hanno
curato bene.
- Spiegati meglio, Kiltar.
- Ti consiglio, gran sahib, di non cedere. Dopo che tu hai ricevuto quei
terribili uomini i quali hanno fatto una vera strage fra i rajaputi che un
giorno erano al tuo servizio, il rajah è spaventato.
- Buono a sapersi - disse Sandokan, il quale, seduto su una mitragliatrice,
guardava con viva curiosità il parlamentario.
- Tu mi sei debitore della vita - disse Yanez. - Te lo ricordi?
- Sempre, gran sahib. Si dice che i morti stanno benissimo nel nirvana che è
tanto largo da accogliere tutte le anime degli indú, ma io sono contento di non
esservi andato.
- Ti credo - rispose Yanez ridendo. - Almeno quando siamo vivi si può sapere
quello che succede nel mondo.
- Non so che cosa sia il mondo - rispose il bramino. - Io non conosco che
l'India.
- Insomma, che cosa vuoi? Noi non abbiamo tempo da perdere.
- Potremo riprendere questo discorso domani o fra una settimana, gran sahib, se
cosí ti aggrada.
- Ritornerai qui?
- No, io non tornerò piú, perché se portassi a Sindhia la notizia che tutti
voi vi rifiutate di arrendervi, mi farebbe schiacciare la testa da uno dei suoi
elefanti.
- Suoi?... Miei!... - urlò Yanez.
- È vero. I rajaputi te li hanno rubati tutti.
- Vile gentaglia!... - esclamò Sandokan. - Risparmierò dei paria, risparmierò
dei bramini, dei fakiri, ma non quei mercenari. Quanti cadranno nelle nostre
mani li fucileremo, e le nostre grosse carabine di mare non sbaglieranno.
- Ne ha perduti nessuno? - chiese Yanez con un impeto di rabbia.
- Tre o quattro nell'assalto di Gauhati - rispose il bramino.
- Quanti uomini ha?
- Forse quindicimila, perché la colonna, che è corsa in tuo aiuto, ha fatto
dei veri massacri con certe armi che non conoscevamo prima. Era un fuoco
infernale che si succedeva senza tregua e rovesciava gli assalitori a centinaia
e centinaia.
- Ha paura anche Sindhia di quelle armi?
- Trema quando ode quel sinistro crepitío.
- Anche questo è buono a sapersi - disse Sandokan, il quale aveva accesa la sua
pipa, incrostata di zaffiri orientali e col bocchino d'oro. - Quest'uomo è
veramente prezioso.
Yanez continuava a fumare la sua sigaretta, colla fronte aggrottata,
accarezzandosi la barba. Pareva che pensasse intensamente.
- Tu non vuoi ritornare? - chiese finalmente.
- No, gran sahib, questa volta mi ucciderebbe.
- Eppure tu dovrai rivedere Sindhia.
Il bramino divenne livido ed i suoi occhi si allargarono di spavento.
- Tu vuoi la mia morte, gran sahib, - disse. - È vero che mi hai donata la
vita.
- Tu non tornerai al campo di Sindhia solo - disse Yanez. - Ti darò un compagno
e sarà un uomo bianco.
- Un uomo bianco!... - esclamò il bramino.
Sandokan si era alzato ed aveva vuotata la pipa.
- Che cosa mediti tu, fratellino! - chiese a Yanez, il quale conservava sempre
il suo sangue freddo meraviglioso.
- Tu mi hai portato un uomo bianco che si propone di distruggere tutte le bande
di Sindhia in pochi giorni.
"Ebbene, io lo metterò alla prova."
- Chi? il signor Wan Horn?
- Sí, e ci farà provare la potenza delle sue bottiglie.
- E ci credi tu?
- Io ho piú fiducia nella mia carabina - rispose il portoghese. - Pure a certi
scienziati si deve credere.
- Se lo dici tu è affare finito. E vuoi mandarlo da Sindhia?
- Certamente.
- Ti ha detto che voleva andarci?
- Sí, con un paio di bottiglie piene di bacilli di colera.
- Che cosa sono?
- Sono delle piccole bestie che tu non conosci.
- E se Sindhia lo fucilasse?
- Un uomo bianco? Oh, non l'oserebbe di certo!
- Che cosa dici, tu, bramino? - chiese Sandokan a Kiltar.
- Che accompagnato da un uomo bianco tornerei nel campo di Sindhia.
- Che cosa decidi allora, Yanez? - chiese la Tigre della Malesia.
- Di mettere alla prova i famosi microbi del tuo amico olandese. Credi che
accetterà di recarsi al campo di Sindhia come parlamentario?
- È un uomo che ha del coraggio e perciò non si rifiuterà. E che cosa vuoi
che vada a dire a quel rajah?
- Ci penserò io ad istruirlo. A me basta che possa rompere un paio di bottiglie
di bacilli del colera. Non gli domanderò altro.
- Io rispondo di lui.
- Allora tu rimani qui mentre io vado a trovare il dottore. Trattieni Kiltar.
- Oh, non me lo lascerò scappare, - rispose Sandokan.
- E guardati da qualche improvviso assalto.
- Tutte le mitragliatrici e tutte le carabine sono cariche. Mi attacchino gli
uomini dell'ex rajah se l'osano. Dei suoi paria e dei suoi fakiri farò una
marmellata.
Mentre Yanez si allontanava frettolosamente, scortato da Tremal-Naik e da sei
malesi, il terribile capo dei pirati della Malesia caricò la pipa, si sedette
su una mitragliatrice, e dopo aver ben guardato in viso il bramino, gli chiese:
- Dunque Sindhia spera sempre di riconquistare l'Assam?
- Gli fanno paura i montanari di Sadhja che già altra volta lo hanno vinto.
- E noi no?
- La tua colonna sí. Ha ucciso troppi uomini ed ha fatto specialmente strage di
rajaputi. Metà di quegli uomini, che costituivano la sua forza, sono rimasti
sul terreno.
- Hanno meritata la paga dei traditori - disse Sandokan, avvolgendosi in una
nube di fumo profumato.
- Sí, traditori - disse il bramino. - Brava gente in guerra, salda al fuoco, ma
sempre pronta a vendere il loro onore di soldati per qualche rupia di piú,
signore.
- Oh, li conosco! Non è la prima volta che vengo in India.
- Io, gran sahib, ho udito parlare assai di te. Tu sei l'uomo che ha ucciso
Suyodhana, il famoso capo dei thugs delle Sunderbunds del basso Bengala.
- Si direbbe che tu mi hai veduto un'altra volta.
- Sí, a Delhi, quando tu combattevi per la libertà indiana. Se la memoria non
mi tradisce, io ti ho veduto sparare i cannoni sui bastioni della porta Cascemir.
- Può darsi - rispose Sandokan. - Rispondevo, come potevo, ai pezzi inglesi che
squarciavano, colle loro bombe, tutte le casematte.
"Tu dunque c'eri quando gli inglesi presero d'assalto la città?"
- Sí, gran sahib, e vidi, ben nascosto, cadere scannati tutti i miei nipoti che
non potevano difendersi, e condurre via anche Mahomed Bahadur, legittimo
discendente dei Gran Mongoli che i rivoluzionari avevano acclamato imperatore.
- Ne so qualcosa anch'io di quelle tristi giornate che lasciarono una macchia
indelebile sulle giubbe rosse degli inglesi. Non erano bianchi che montavano
all'assalto: erano peggio dei pirati della peggiore specie, poiché non
rispettavano nemmeno le donne e trucidavano freddamente i fanciulli...
"Ma occupiamoci di Sindhia. Credi tu che gli inglesi lo abbiano aiutato a
fuggire e a radunare tutti quei disperati?"
- Ne sono piú che convinto, sahib, - rispose il bramino. - Il governatore del
Bengala non vedeva di buon occhio il Maharajah bianco: pare che le giubbe rosse
avessero avuto a dolersi di lui in altri tempi.
- E molto! Ma noi all'Inghilterra abbiamo reso un servigio impagabile, poiché
siamo stati noi a distruggere i thugs che popolavano le jungle delle Sunderbunds,
ed il Governo del Bengala c'è stato mediocremente riconoscente.
- Sono sempre gli stessi uomini, sahib. L'uomo di colore per loro è una pecora
da tosare.
- Oh, lo so meglio di te e...
Sandokan si era alzato di scatto, vuotando con un gesto brusco il tabacco che
ancora rimaneva nella pipa, ed aveva fissati gli sguardi su un grosso punto
luminoso che si avanzava velocemente, seguendo la banchina.
- Yanez - disse. - Vedremo che cosa avrà combinato coll'olandese.
Era infatti il portoghese che tornava a gran passi accompagnato da Tremal-Naik,
dal cacciatore di topi e dal biondo medico che si occupava dell'allevamento dei
terribili bacilli.
- Dunque? - gli chiese premurosamente Sandokan, movendogli incontro.
- Il signor Wan Horn è deciso a tentare l'avventura.
- È vero, amico? - chiese la Tigre al dottore.
- Sí, signor mio - rispose l'olandese. - Io non ho mai avuto paura degli
indiani, e poi sono un uomo bianco.
- E andate come nostro parlamentario.
- Sono stato istruito dal Maharajah. Basterà che mi fermi una mezz'ora nel
campo di Sindhia per sprigionare i miei cari animaletti.
- Che sono?
- Bacilli virgola.
- Ne so meno di prima.
- Colera, signor Sandokan, e forse fulminante.
- Voi avete molte speranze?
- Sí, sono sicurissimo delle mie coltivazioni - rispose l'olandese.
- Avete portato con voi qualche bottiglia?
- Ne ha due in tasca - rispose Yanez.
- Basteranno, dottore? - chiese Sandokan con un po' di diffidenza.
L'olandese si mise a ridere mostrando una doppia fila di denti che avrebbero
fatto buona figura anche in bocca ad un lupo indiano.
- In queste due bottiglie vi sono tanti microbi da uccidere mezza popolazione
del Bengala.
- Uhm!... Mi pare un po' grossa. Che cosa ne dici tu, Yanez?
- Da questi scienziati tutto si può aspettarci - rispose il Maharajah.
- E gli hai dato tutte le istruzioni necessarie per presentarsi a Sindhia?
- Fingerà di andare a trattare la nostra resa.
- Ed i nostri elefanti come stanno?
- Continuano a lamentarsi, quantunque i nostri uomini non cessino di
innaffiarli. Fa sempre caldo assai verso l'alto corso del fiume fangoso.
- Non morranno?
- Io credo di no, Sandokan.
- Mi rincrescerebbe di perderli perché ci sono necessari per raggiungere i
montanari di Sadhja.
"E poi io penso che se il tentativo di questo dottore fallisse, ci
servirebbero per dare una carica sfrenata e passare attraverso le bande di
Sindhia.
"Sono abituati a udire rombare le mitragliatrici e non si spaventano piú.
Animali d'una robustezza eccezionale e d'un valore guerresco immenso."
Additò al bramino l'olandese, dicendogli:
- Ecco l'uomo che ti accompagnerà come parlamentario.
- Va bene, sahib. Io sono pronto a partire.
- Tu avrai un premio di mille rupie - gli disse Yanez.
- Io devo a te la vita, Altezza - rispose il bramino con una certa nobiltà. -
Mi hai pagato abbastanza.
- No, perché io conto di rivederti e di prenderti ai nostri servigi - disse
Yanez.
- Tu, Altezza, farai ciò che vorrai. Ti giuro su Brahma che fino da ora sono
interamente tuo, corpo ed anima.
- Ti avverto che se vedrai questo sahib spezzare un paio di bottiglie farai
finta di non vedere, e ti do il consiglio di scappare subito colla velocità
d'un nilgò.
- Io sarò cieco, Altezza.
- Hai una scorta che ti aspetta fuori? - gli chiese Sandokan.
- Sí, sono giunto con una ventina di rajaputi. Si sono fermati presso la
moschea per ricondurmi al campo.
- Signor Wan Horn, se non avete paura dei vostri microbi, potete seguire
quest'uomo. Ci direte piú tardi in quali condizioni di salute si trova quel
caro Sindhia.
- Io non ho paura - rispose l'olandese colla sua voce sempre pacata. - Sarò un
parlamentario meraviglioso. Lo sono stato ancora, per conto del mio governo,
presso i dayaki laut.
- E non vi hanno mangiato? - chiese Yanez ridendo.
- No, perché allora ero molto magro e non potevo fornire a quei cannibali che
delle bistecche assai spolpate.
Tese la mano a Sandokan, a Yanez, a Tremal-Naik, si abbottonò l'ampia giacca
nelle cui tasche interne nascondeva le famose bottiglie e seguí il bramino il
quale si era impadronito d'una torcia.
- Speriamo di rivedervi presto - gli gridò dietro il portoghese. - Nessuno
oserà passarmi per le armi - rispose il dottore.
E se ne andò tranquillo, mentre i pirati della Malesia, sempre sospettosi,
puntavano le mitragliatrici verso la vecchia moschea.
CAPITOLO III
I BACILLI DEL COLERA
Un chiarore latteo cominciava a diffondersi verso oriente; il pianeta Venere,
in quel cielo terso come un cristallo, splendeva superbamente.
Ma tutta la campagna, che si estendeva intorno alla distrutta capitale,
interrotta da folti gruppi di banani e di tamarindi che il grande calore aveva
ingialliti e forse spenti per sempre, era ancora bruna poiché l'alba non si era
ancora mostrata pienamente.
Un grosso drappello, formato d'una ventina di rajaputi armati di fucili e di
pistoloni, si avanzava attraverso la pianura preceduto da un uomo bianco e da un
bramino, il quale sulla punta d'una lancia reggeva una bandiera di seta piú o
meno bianca.
In lontananza luccicavano dei grandi falò i quali annunciavano un accampamento
imponente. Si udivano giungere grida umane e barriti d'elefanti.
I due uomini che pareva guidassero il drappello erano il flemmatico olandese e
Kiltar.
Il primo aveva accesa una grossa pipa di porcellana, come usano tutti gli uomini
del nord dell'Europa, e fumava con una flemma sorprendente; il secondo invece
masticava qualche cosa, forse del betel con noce d'areka e calce viva, a
giudicare dai lunghi sputi color del sangue che di quando in quando proiettava
dinanzi a sé con una specie di sibilo.
Il drappello, dopo d'aver fiancheggiato i bastioni della capitale, sventrati
dallo scoppio delle polveriere le quali, malgrado le porte di ferro, non avevano
potuto resistere all'uragano di fuoco che distruggeva ogni cosa, si cacciò su
un largo sentiero aperto fra le altissime erbe chiamate kâlam.
Dinanzi, le luci dell'accampamento brillavano sempre, mentre il cielo si
rischiarava rapidamente.
- Sarà alzato il rajah? - chiese l'olandese.
- Non dorme quasi mai di notte - rispose il bramino.
- Che cosa fa?
- Si ubriaca, tanto per non perdere l'abitudine, insieme coi capi dell'esercito.
- Capi di gran valore, è vero?
- Per me sono dei grandi vuotatori di bottiglie. Di guerra devono intendersene
meno dei paria.
- Come credi che mi accoglierà?
- Tu sei un uomo bianco, sahib, e Sindhia ha troppa paura degli uomini che non
hanno la pelle abbronzata come noi.
- Purché non mi faccia schiacciare la testa sotto la zampa di qualche elefante!
- Non l'oserà, te lo dico io, sahib.
- Allora sono tranquillo.
- Tu non hai nessuna arma, sahib bianco.
- Lo credi? Ho con me solamente due bottiglie.
- Da offrire al rajah?
- Oh, no!... Da spezzare una volta entrato nel campo, e ti posso assicurare che
valgono meglio di tutti i cannoni e di tutte le carabine che possiede il
principe.
Il bramino scosse il capo, poi mormorò:
- Ah, questi bianchi, questi bianchi!...
- Voglio darti un consiglio - disse l'olandese.
- Quale, sahib?
- Di fuggire appena io avrò spezzate casualmente le due bottiglie.
- Contengono delle materie esplodenti?
- Peggio! È un mio segreto e non posso rivelartelo per ora, quantunque io abbia
in te completa fiducia.
- Ho detto al Maharajah che il mio corpo ed anche la mia anima, se la desidera,
sono cose sue.
- Infatti io l'ho udito - rispose l'olandese, rimettendosi la pipa in bocca. -
Ba', vedremo!... Oh!, saprei vendicarmi terribilmente.
Erano giunti all'accampamento il quale si estendeva intorno a delle immense
risaie.
Gli indiani, che non usano tende, avevano innalzato una grande quantità di
capannucce coperte di foglie di tara e di banani.
Da tutte quelle minuscole abitazioni uscivano, a quattro a cinque per volta
paria semi-nudi e assai sporchi, fakiri magri come chiodi, banditi dagli sguardi
torvi che nelle fasce portavano un vero arsenale, poi dei rajaputi e molti
cornac incaricati di vegliare sugli elefanti presi cosí abilmente a Yanez.
Nel mezzo di tutte quelle capannucce si alzava orgogliosamente una tenda tutta
rossa, la sola, in forma d'un immenso cono, sulla cui cima ondeggiava una
bandiera azzurra con un leopardo dipinto a forti tinte, e che pareva fosse lí
lí per spiccare lo slancio: era lo stemma dei Maharajah dell'Assam.
Vedendo avanzarsi il drappello dei soldati, fecero squillare rumorosamente i
gong per dare l'allarme, poi i falò furono rapidamente spenti, ed un centinaio
di uomini mosse contro Kiltar, il quale faceva ondeggiare vivamente la bandiera
bianca gridando:
- Largo!... Largo al sahib bianco!...
Le schiere che si erano subito ingrossate dietro al primo drappello, avendo
riconosciuto il bramino, si erano affrettate ad aprire le loro file.
Wan Horn vuotò la pipa, si pulí gli occhiali montati in oro e assicurati da
una leggera catenella del medesimo metallo, poi si mise a fianco del sacerdote,
guardando piuttosto insolentemente i banditi dell'ex rajah.
Ormai il sole era sorto, e la vasta tenda di seta rossa si era aperta sul
dinanzi.
Quattro rajaputi, che avevano dei giganteschi turbanti e delle barbe nerissime
che coprivano loro quasi tutto il viso, vegliavano, due per parte, appoggiati
alle carabine le quali avevano i cani alzati.
Il bramino fece segno all'olandese di fermarsi, poi entrò nella tenda salutato
rispettosamente dalle sentinelle.
Wan Horn, immaginandosi che la conferenza sarebbe stata un po' lunga, si sedette
su un grosso tronco d'albero atterrato per alimentare i fuochi notturni e
ricaricò, colla sua eterna flemma, la pipa borbottando:
- Mi si farà fare un po' d'anticamera.
Attorno a lui, a una certa distanza, si erano radunati parecchie centinaia di
soldati che avevano piú l'aspetto di straccioni che di guerrieri, ma tutti
benissimo armati di fucili, di pistole e anche di scimitarre.
- Bell'esercito - borbottò l'olandese, dopo la terza aspirazione che lo avvolse
in una nuvola di fumo profumato. - Dove quell'ex rajah ha raccolto questi
banditi? Ve ne devono essere molti negli altri accampamenti che ho scorti presso
la città distrutta. Vedremo se saranno gente cosí solida da resistere ai miei
bacilli.
Aveva fatto una dozzina di aspirazioni, sempre borbottando, quando vide il
bramino uscire dalla tenda.
- Sahib, - disse l'indiano avvicinandosi rapidamente - il rajah ti aspetta.
- Di che umore è?
- Stava già bevendo non so quale bottiglia di liquore giallastro. Come suo
fratello, è un impenitente ubriacone che tornerà ben presto fra i pazzi.
- Sa che io sono olandese?
- Gliel'ho detto, e pare che si sia ricordato che in Europa esiste una nazione
che si chiama Olanda, e che ha ricche colonie a Giava, a Sumatra ed al Borneo.
- Meno male.
Il dottore vuotò la pipa, tornò ad accomodarsi gli occhiali, e seguí il
bramino entrando nella spaziosa tenda ormai piena di luce.
Su un ammasso di ricchissimi tappeti e cuscini, ammucchiati abbastanza
disordinatamente, stava coricato un indiano dalla pelle appena abbronzata, che
poteva avere quarant'anni come sessanta.
Il suo viso era consunto, la sua fronte solcata di rughe profonde, i suoi occhi
nerissimi animati da uno strano lampo, quel lampo che si scorge nelle pupille
dei pazzi.
Non aveva né barba né baffi e nemmeno capelli.
Vestiva elegantemente con una specie di lungo camice di seta bianca ricamato in
oro, e stretto ai fianchi da un'alta fascia di velluto azzurro a lunghe frange
d'oro, reggente una corta scimitarra coll'impugnatura d'oro scintillante di
pietre preziose.
In piedi aveva scarpe di cuoio rosso colla punta assai rialzata, ed anche quelle
con ricami d'oro.
- Altezza, - disse il bramino all'indiano, il quale pareva mezzo inebetito -
ecco il parlamentario.
- Ah!... - fece il rajah.
Al suo fianco stava un ragazzo il quale teneva in mano una bottiglia ed un
bicchiere ben capace.
- Versami - gli disse. - Ho bisogno di raccogliere le idee.
- O di offuscarle, Altezza? - chiese l'olandese. - Voi bevete troppo.
Il viso di Sindhia prese una espressione selvaggia e fissò coi suoi occhi,
quasi fosforescenti, l'olandese.
- Che cosa dite voi? - chiese dopo un po' di silenzio, facendo segno al ragazzo
di porgergli subito la tazza.
- Dico che voi bevete troppo.
- Chi ve lo ha detto?
- Tutti lo sanno, anche a Calcutta.
- Ah!... Davvero? - disse il rajah con voce un po' ironica. Afferrò il
bicchiere colle mani tremanti, e lo vuotò d'un fiato.
- Voi non lo crederete, signore, eppure io ora mi sento meglio e la mia memoria
mi si è risvegliata d'un tratto.
- Vi avverto che io sono uno dei piú famosi medici delle colonie olandesi -
disse il signor Wan Horn, sedendosi su un cuscino senza attendere l'ordine del
rajah.
- Il bramino che funziona da mio segretario me lo ha detto. Voi siete un amico
del Maharajah; non è vero?
- Sí, sono un suo amico.
- E anche di quell'altro che è venuto dal sud con quella tremenda colonna che i
miei uomini non sono riusciti ad arrestare. Ah, che perdite ho subito io!...
- Sí, sono amico anche di quello.
- Chi è?
- Un principe bornese che ha molte navi e migliaia e migliaia di soldati non
meno valorosi di quelli che formano la colonna infernale.
- Ah! ... Mi ricordo! - esclamò il rajah, stringendo le pugna. - L'ho
conosciuto, ed è stato lui che ha aiutato il sahib bianco e Surama a
rovesciarmi dal trono. Non credevo che avesse tanta audacia da tornar qui.
- Quell'uomo, Altezza, ha sfidato cento volte gli inglesi di Labuan e li ha
quasi sempre vinti, o meglio schiacciati.
- Ha vinto anche il mio primo ministro, in non so quale lago del Borneo. Sí, lo
so, è un terribile uomo e io desidererei vivamente di averlo nelle mie mani.
- Per farne che cosa, Altezza? - chiese l'olandese con accento un po' ironico. -
Vorreste dirmelo?
- Per fucilarlo insieme col Maharajah se fosse possibile. Alla piccola rhani ci
penserei poi io a ridurla nell'assoluta impotenza malgrado i suoi montanari.
- Andate per le spicce, voi.
- Io devo riconquistare il mio trono, sahib.
- Che si dice spetti, per diritto, alla rhani anziché a voi.
- Chi vi ha detto questo? - urlò Sindhia con voce arrangolata.
- Conosco la storia dell'Assam, e so anche che voi avete ucciso vostro fratello
con un colpo di carabina mentre gettava in aria una rupia sfidandovi a forarla.
- Quel miserabile, completamente ubriaco, dopo aver ucciso a colpi di fucile
tutti i suoi parenti che banchettavano tranquillamente nel cortile d'onore del
palazzo reale, voleva spegnere anche me, e l'ho abbattuto.
"Ero nel mio diritto di difendermi. Mi prometteva di lasciarmi vivere se
avessi spaccata, con una palla, una rupia lanciata in aria da lui. Non fu la
moneta che cadde, fu mio fratello, il quale aveva commessa l'imprudenza di darmi
fra le mani una delle sue carabine.
"Che cosa avete dunque da dire voi, sahib, di questo fratricidio?"
- Io mi sarei pure difeso - rispose il prudente olandese.
Sindhia mandò un grido di gioia.
- Ecco il primo uomo bianco che mi dà ragione - disse dimenandosi come un pazzo
e porgendo al ragazzo il bicchiere perché glielo riempisse. - Voi dovete essere
veramente un gran medico.
- Perché?
- Perché capite le cose meglio degli altri - rispose l'ex rajah.
- Può darsi.
- Volete bere?
- No, grazie non bevo che acqua.
- L'acqua non dà nessuna forza.
- Eppure, come vedete, Altezza, sono grasso e rubicondo, e peso forse il doppio
di voi.
Sindhia scosse la testa, tese la destra tremolante verso il ragazzo che gli
aveva riempito il bicchiere, bevve qualche sorso fissando sempre l'olandese, poi
gli chiese a bruciapelo:
- Dunque si arrendono tutti?
- Chi? - domandò Wan Horn.
- Il Maharajah, il principe bornese e gli uomini che l'hanno accompagnato.
- Adagio, Altezza. Che io sappia non ne hanno affatto l'intenzione.
- E allora perché siete venuto qui?
- Per farvi una proposta.
- Dite, dite pure, gran dottore - disse Sindhia, sorridendo sardonicamente.
- I miei amici lasceranno la capitale a vostra disposizione...
- Quale capitale? - urlò Sindhia. - Non vi è piú una capitale nell'Assam.
- Non vi mancano gli uomini per ricostruirla!...
- E i denari?
- Si dice che voi siete immensamente ricco.
- Ah!... Ah!...
- Cosí si dice nel Bengala.
- Benissimo. Concludete, sahib.
- Sono venuto a dirvi che il Maharajah ed il suo amico sono pronti a lasciarvi
padrone del terreno, purché permettiate loro di raggiungere le montagne di
Sadhja.
- Morte di Siva!... Hanno il coraggio di farmi una simile proposta, mentre io li
tengo ormai fra le mie mani?
- Ne siete ben sicuro, Altezza?
- Non mi sfuggiranno, ve lo dico io, sahib gran dottore. So che tutta quella
gente si è rifugiata nelle grandi cloache.
- E se quella terribile colonna, che porta sugli elefanti delle armi che voi non
avete mai vedute, e che fanno delle stragi orrende, si precipitasse attraverso
al vostro accampamento?
- La fermeremo.
- Non l'avete fermata prima quando avevate tutte le probabilità di
schiacciarla.
L'ex rajah digrignò i denti come un vecchio sciacallo, poi disse con voce piena
di amarezza:
- Sí, è vero; le mie truppe non sono resistenti malgrado l'aiuto dei rajaputi.
Gettò via il bicchiere che teneva ancora in mano fracassandolo contro un trofeo
d'armi, poi, dopo un silenzio piuttosto lungo, riprese:
- Insomma, che cosa volete?
- Mi pare di avervelo detto poco fa - rispose l'olandese. - Sono venuto per
ottenere da voi il permesso di lasciar andare i miei amici ed i loro
combattenti.
- Voi scherzate! - disse il rajah.
- Vi rifiutate?
- Assolutamente.
- Vi ripeto di guardarvi da quegli uomini che valgono per mille e piú i quali,
come vi ho detto, posseggono delle mitragliatrici.
- Io sento di essere ancora il piú forte.
- Che cosa farete?
- Li affamerò.
- Hanno cinque elefanti, ed il Maharajah, prima di ritirarsi nelle cloache e di
licenziare i montanari, ha fatto accumulare immense quantità di provvigioni.
- Io non ho fretta ed aspetterò che abbiano esaurito tutto.
- E come farete a mantenere tutta la vostra gente ora che non vi è piú una
bottega in piedi, nemmeno di panettiere?
- Vivono con niente i miei uomini, mio caro sahib gran dottore. A loro bastano
il riso e le frutta delle foreste.
- Si indeboliranno spaventosamente, ve lo dico io, appunto perché sono un
medico.
- Non ve ne preoccupate - disse il rajah.
L'olandese si alzò e disse:
- La mia missione è finita e quindi me ne vado.
- E se vi trattenessi?
- L'Olanda vi farebbe pagar cara questa perfida azione, e anche l'Inghilterra
non mancherebbe d'intervenire.
Il rajah rifletté qualche momento, poi disse:
- Siete libero: non voglio che si sparga la voce nel vicino Bengala che io
tratto i parlamentari come un re barbaro.
- Dunque siete ben deciso a non lasciar uscire quelle persone?
- Vi ho detto di no.
- Altezza, i miei saluti.
Il rajah non rispose nemmeno.
Il dottore uscí e trovò subito il bramino accompagnato da un'altra scorta,
composta tutta di rajaputi.
- Mi guidate? - gli chiese.
- Sí, sahib - rispose Kiltar, mettendoglisi a fianco. - Non avete concluso
nulla?
- Non vuole assolutamente lasciarli andare.
- Lo aveva già detto anche a me.
- Verrai con noi tu, o rimarrai qui?
- Vi posso essere piú utile fuori che là dentro. Che cosa rappresenterei io?
Una carabina di piú, ed anche pessima, non essendo mai stato un guerriero.
- Come potremo rivederti?
- Sono stato nelle cloache, so che vi sono delle entrate che non tutti
conoscono, e spero di ricomparire ben presto.
- Guardati dal colera.
- Non ho mai avuto paura di quel male che...
In quel momento l'olandese incespicò e cadde lungo disteso spaccando le due
bottiglie piene di bacilli.
- Ah, il mio liquore! - gridò. - E non ne ho piú!
Kiltar si affrettò ad alzarlo, e dalle tasche dell'olandese uscirono dei pezzi
di vetro e una certa brodaccia spessa che non tramandava nessun odore d'alcool.
- Ho capito - disse.
I rajaputi che formavano la scorta non si erano affatto preoccupati di quella
caduta, che, d'altronde, non poteva essere stata affatto pericolosa.
Si stupirono peraltro un po' quando videro l'olandese levarsi in fretta la
giacca ed il panciotto e gettarli al vento.
- Il sahib gran dottore ha caldo - disse loro Kiltar. - Egli possiede altre
vesti. Tuttavia vi ordino di non toccar nulla, poiché quel sahib piú tardi
potrebbe reclamare tutto nella sua qualità di parlamentario.
I rajaputi sapendo che il bramino godeva la fiducia del rajah, si guardarono
bene dal raccogliere quegli indumenti, che già non potevano avere che un
meschino valore, specialmente dopo tutte quelle macchie di brodaccia giallastra
che si erano rapidamente allargate sulla flanella bianca.
Il dottore, da uomo previdente, prima di fare quel capitombolo aveva cacciato in
una tasca dei calzoni la sua inseparabile pipa, la piccola provvista di tabacco
ed una scatola di zolfanelli, sicché ricominciò subito a fumare.
Il drappello attraversò il vasto accampamento, destando una certa curiosità
fra gli accampati e verso le nove del mattino giunse dinanzi all'imboccatura
della grande cloaca.
All'allarme dato dai malesi e dai dayaki che vegliavano intorno alle
mitragliatrici, i rajaputi, per paura di ricevere una scarica da quelle
terribili armi che li avevano crudelmente decimati fra le jungle e le risaie,
sostarono.
- Sono il dottore!... - gridò l'olandese a gran voce. - Non fate fuoco.
Poi volgendosi verso Kiltar, disse facendo un rapido cenno d'intelligenza:
- Addio bramino.
- Che il vostro dio vegli su di voi - rispose Kiltar.
La scorta si allontanò subito velocemente, fermandosi solamente nei dintorni,
della moschea che era stata già occupata da un grosso numero di fakiri e di
paria.
- Dove sono dunque il Maharajah e la Tigre della Malesia? - chiese Wan Horn,
avanzandosi fra due file di guerrieri.
- Vengono, signore - disse il malese rugoso che tutti chiamavano Sambigliong.
Ed infatti non era trascorso ancora mezzo minuto che i due capi si presentarono,
accompagnati da Tremal-Naik, da Kammamuri e dal cacciatore di topi.
- Dite subito - disse Yanez all'olandese. - Siate breve.
- La mia missione è pienamente riuscita, signori miei - rispose il signor Wan
Horn. - Ho perduto la giacca ed il panciotto, ma ormai i microbi del colera si
moltiplicano a milioni nell'accampamento dei banditi.
- Avete rotte le due bottiglie?
- Sí, Altezza, e senza rompermi, fortunatamente, il naso.
- Avete veduto Sindhia?
- Mi ha ricevuto nella sua tenda e abbastanza gentilmente.
- Era ubriaco?
- Doveva avere già molto bevuto.
- E vi ha detto?
- Che vi terrà assediati finché avrete mangiato l'ultimo pezzo di elefante.
- Raccontate signor Wan Horn - disse Sandokan. - È proprio vero che ha con sé
molte migliaia di combattenti?
- Molte migliaia, sí.
- Truppe solide?
- Ah, io non lo credo. Il loro numero peraltro è tale da poter resistere a piú
d'un assalto.
- Dei rajaputi ve ne sono molti?
- Io non ho visitati tutti i campi, ma il rajah si doleva delle terribili
perdite subite da quei forti guerrieri nati per le battaglie.
- Che cosa ci consigliereste di fare?
- Di rimanere qui e d'impedire, a colpi di mitraglia, l'entrata a qualunque
colonna d'attacco.
Fra quarantotto ore tutti i campi di Sindhia saranno invasi dai bacilli del
colera, ed allora vedrete che stragi.
- Tanta fiducia avete nelle vostre coltivazioni? - chiese Yanez.
- Vedrete fra poco gli effetti. Il bramino ci saprà dire qualche cosa.
- Ah, non è tornato con voi?
- No, Altezza, perché conta di esserci piú utile rimanendo fuori.
- E come farà a spingersi fin qui?
- Dice che conosce le cloache e molti passaggi da tutti forse ignorati.
- Credi tu che vi siano veramente dei condotti che sbocchino nelle rotonde? -
chiese Yanez al cacciatore di topi.
- Può essere, gran sahib - rispose il baniano. - Ne ho scoperti anch'io
parecchi che sboccavano nelle cantine di certi palazzi.
- Ed allora - disse Sandokan - aspettiamo che questo famoso colera si diffonda e
ci apra la strada, se pure non porterà via anche tutti noi.
- Nella mia cassa ho dei vasi pieni di potenti disinfettanti quindi non avete
nulla da temere.
- La seduta è tolta. Andiamo a fare colazione con della carne di cavallo, che
non sarà poi cattiva.
- Anzi ottima. È quasi uguale a quella dei buoi e degli zebú - rispose
l'olandese. - Ah, i miei bacilli virgola!... Altro che le palle di cannone, di
mitragliatrici, di carabine e di pistole! Vedrete, vedrete!...
- Non spaventate i nostri uomini col vostro colera - disse Yanez. - Sanno che
cos'è quel malanno.
Sandokan raccomandò al drappello delle mitragliatrici di aprire bene gli occhi,
e si diresse coi suoi compagni verso un luogo della banchina dove ardeva un
magro fuoco.
In lontananza si udivano gli elefanti lamentarsi. Avevano fame, e gli assediati
nulla avevano da dar loro, poiché tentare una uscita per spogliare delle frutta
e delle gigantesche foglie quei banani che crescevano in buon numero presso la
moschea, sarebbe stato come gettarsi in bocca ai lupi di Sindhia. Alcuni malesi
avevano stesi, intorno al fuoco che mandava piú fumo che fiamme, dei vecchi
tappeti, mentre altri stavano rigirando sugli spiedi del cacciatore di topi dei
grossi pezzi di carne di cavallo.
- Domani cominceremo ad abbattere un elefante - disse Sandokan, sdraiandosi
presso il fuoco. - Ormai sono destinati a morire tutti di fame.
- E come faremo a portare poi con noi le mitragliatrici? - chiese Yanez. - Anche
i cavalli morranno se non possiamo provvederli di erbe.
- Purtroppo - rispose Sandokan, corrugando la fronte. - Io non avevo pensato
agli animali.
"Ba', vedremo che cosa saprà fare il colera. Noi resisteremo fino
all'ultimo e nemmeno questa volta Sindhia ci avrà."
Gli arrosti, piú o meno ben cucinati, furono deposti sul coperchio di una
cassa, e tutti si misero a mangiare in silenzio, assai preoccupati
dell'aggravarsi della situazione.
Ed intanto gli elefanti in lontananza barrivano furiosamente, ed i cavalli
nitrivano domandando la colazione.
Quella prima giornata d'assedio trascorse nondimeno tranquilla. Le truppe di
Sindhia, quantunque si fossero mostrate in grosso numero nei dintorni della
vecchia moschea, non spararono un colpo di fucile verso l'entrata della grande
cloaca.
Si capiva che le mitragliatrici, armi mai vedute da quei banditi, che facevano
un grande fracasso e che facevano continua strage, avevano impressionato tutti.
D'altronde Sandokan e Yanez avevano radunati, presso la foce del fiume fangoso,
tutti i cento uomini giunti dalla lontana Malesia, ed avevano fatto condurre,
non senza grande fatica da parte dei cornac, i cinque elefanti, decisi a
lanciarli contro gli avversari in una corsa spaventosa. Già sapevano ormai che
erano condannati al pari dei cavalli.
Il cacciatore di topi, seguíto da Kammamuri, dal fedele rajaputo e da una mezza
dozzina di montanari, aveva approfittato di quella calma per visitare tutte le
rotonde e le gallerie superiori, sede un giorno di chi sa quante migliaia di
miserabili, e tutti erano tornati carichi di legna per potere, durante la notte,
accendere dei falò.
- E dunque? - gli chiese Yanez, quando lo vide giungere carico come un mulo,
seguíto da tutti gli altri sette.
- Vi porto una buona notizia - rispose il vecchio, gettando a terra, con gran
fracasso, il suo pesante fardello. - La temperatura si è rinfrescata, ed anche
nelle alte gallerie ora si può vivere benissimo.
"Un po' di sudore d'altronde non fa mai male in questi paesi."
- Dunque l'incendio deve essersi spento completamente.
- Sí, Altezza; ed era tempo che le case, le moschee e le pagode finissero di
bruciare.
"Ma vi è di piú. Ho scoperto, in certe rotonde che io da anni non
visitavo, dei veri depositi di legna, e poi ho veduto i topi ritornare in gran
numero."
- Abbiamo qui abbastanza carne, sicché possiamo fare a meno per ora di quei
rosicchianti niente affatto piacevoli.
- Non potete dire, Altezza, che bene arrostiti siano cattivi.
- No, ma sono sempre topi. Hai scoperto altro?
- Sí, un passaggio che mette in una vasta cantina. È ancora troppo caldo, ma
fra ventiquattro ore io credo che noi tutti potremo percorrerlo.
- E gli elefanti ed i cavalli?
- Quel passaggio sarà la salvezza della vostra cavalleria grossa e leggera,
sahib - disse il baniano. - Di notte noi usciremo e andremo a fare raccolta di
foglie e di erbe. Gli uomini di Sindhia non ci inquieteranno. Sono troppo
poltroni.
- Tu dunque non vedi la nostra situazione disperata?
- Oh no!... Con quei terribili guerrieri che ha condotto il vostro amico e con
quelle armi non meno terribili, noi finiremo col lasciare l'amico Sindhia con un
buon palmo di naso.
- Sei ottimista.
- Non sono mai stato pessimista, e non ho mai avuto da dolermene.
- Gli elefanti ed i cavalli peraltro da ventiquattro ore non mangiano.
- Domani mattina avranno una colazione abbondante. Il fuoco non può aver
rovinato tutte le piantagioni che si estendevano intorno alla capitale.
Mettete a mia disposizione venti di quei terribili uomini, ed io rispondo di
tutto, Altezza.
- Te ne concedo anche quaranta con un paio di mitragliatrici.
- No, le mitragliatrici non passerebbero; e poi possono essere piú utili a voi
che a noi.
- Puoi aver ragione - rispose Yanez, il quale appariva, malgrado il suo
carattere sempre vivace ed allegro, assai preoccupato. - Quando andrai ad
esplorare quel passaggio?
- Appena caduta la notte, signore. È necessario che si raffreddi ancora un po'.
- Io ti accompagnerò con Tremal-Naik. Sandokan intanto veglierà alla foce del
fiume nero.
- L'impresa potrebbe essere pericolosa assai, Altezza.
Un sorriso sdegnoso sfiorò le labbra dell'uomo che i malesi ed i dayaki
chiamavano la Tigre bianca.
- Ho provato ben altri pericoli a Mompracem, a Labuan, nel Borneo ed anche qui -
disse.
- Lo so, Altezza. Voi avete ucciso, insieme col vostro amico, il capo degli
strangolatori delle Sunderbunds durante l'assalto di Delhi. Tutti sanno, anche
in India, che siete degli uomini capaci di rovesciare degli imperi.
- Hai finito?
- Sí, Altezza.
- Concludi.
- Questa sera, giacché lo desiderate, andremo a cercare il cibo ai cavalli ed
agli elefanti insieme con voi.
- Siamo intesi.
In quel momento giungeva il flemmatico olandese con un nuovo panciotto ed una
nuova casacca di flanella bianca leggerissima e la grossa pipa in bocca.
- Ebbene, dottore, come vanno le vostre coltivazioni?
- Benissimo, signore - rispose Wan Horn. - Ho osservato poco fa le bottiglie dei
bacilli del tifo, ed ho constatato che nulla hanno sofferto durante il viaggio.
Si sviluppano meravigliosamente sotto questo clima.
- Sicché dopo i bacilli del colera andrete a inondare il campo o i campi di
Sindhia con quelli del tifo - disse Yanez sempre ironico.
- Inondare? Eh, via, è un po' troppo, Altezza - rispose l'olandese. - E poi non
so se si presenterà un'altra occasione.
"Il rajah non mi riceverebbe certamente due volte. Mi farebbe fucilare dai
suoi ultimi rajaputi."
- Non oserei mandarvi da lui come parlamentario per la seconda volta - rispose
Yanez. - Sindhia è un barbaro che non rispetta nessuna persona.
- Aveva già minacciato di trattenermi.
- E non sareste piú tornato vivo, ve lo assicuro. Quell'uomo è crudele come il
fratello che egli stesso ha ucciso con un colpo di carabina durante un
banchetto.
- È un pazzo, signore. I liquori lo hanno rovinato.
- Lo so che è un alcoolizzato pericoloso. Dunque voi mi dicevate che occorrono
almeno quarant'otto ore prima che i bacilli si sviluppino e compiano la loro
distruzione?
- Forse anche meno, Altezza.
- Per Giove!... Questo è un nuovo genere di guerra.
- Che darà dei risultati meravigliosi - rispose freddamente l'olandese. - Altro
che le vostre carabine, le vostre mitragliatrici ed i vostri kampilangs!...
Vedrete, vedrete!
E quel brav'uomo che si proponeva di assassinare, con le sue strane colture, se
ne andò colle mani sprofondate nelle ampie tasche, fumando come una vaporiera.
- A questa sera, allora - disse Yanez al cacciatore di topi.
- Sí, Altezza. Conosco ormai la via e non mi smarrirò.
- E potremo noi oltrepassare la linea dei bastioni senza essere veduti?
- Io lo spero - rispose il baniano. - D'altronde non andremo senz'armi o muniti
di semplici bastoni.
Yanez stette un momento silenzioso, colla fronte aggrottata, poi si diresse
verso il falò che ardeva sulla riva destra del fiume fangoso, per comunicare a
Sandokan le buone nuove.
CAPITOLO IV
L 'ASSEDIO
Non fu che dopo la mezzanotte che Yanez ed il cacciatore di topi, seguiti
dall'erculeo rajaputo e dai dodici montanari di Sadhja, si misero in marcia per
tentare di procurare degli alimenti alle povere bestie, le quali, durante la
giornata, avevano barrito e nitrito senza interruzione.
Si erano muniti di due torce ed erano tutti armati di carabine, di pistole e di
scimitarre.
Il drappello costeggiò per oltre due miglia il pigro fiume nero che frusciava
invece di gorgogliare, poi entrarono in una delle tante rotonde destinate a
raccogliere le acque.
Il cacciatore di topi aveva già fatto un segno su una parete per non
ingannarsi, quindi poteva ormai procedere tranquillo attraverso le gallerie
superiori che si estendevano sopra l'immensa arcata e che si diramavano per la
città.
- Quanto impiegheremo a giungere in quella cantina? - chiese Yanez.
- Appena una mezz'ora - rispose il baniano. - Non faremo che una semplice
passeggiata, poiché le gallerie che io ho scoperte sono tutte ampie e non
avremo bisogno di curvarci per passare.
- Bada di non smarrirti.
- Oh, no!... Nella mia testa vi è una specie di bussola che mi guida.
- Si perdono anche i marinai talvolta.
- Non io - rispose il cacciatore di topi con voce ferma.
- Si sarà raffreddata la cantina?
- Io lo spero. Quando vi sono entrato non vi era una tale temperatura da non
poter resistere.
- A quest'ora troveremo una temperatura meno ardente.
- Anche qui non regna piú un gran caldo - disse Yanez. - Si suda un po', questo
è vero, però non dobbiamo dimenticare che siamo nel gran paese del sole.
Cosí parlando avevano attraversato un ampio corridoio, cosparso di sabbia
asciutta che spandeva un odore nauseabondo quantunque fosse bianchissima, ed
erano giunti in un'altra rotonda, capace di contenere anche trenta persone.
Doveva essere stata anche quella abitata dai piú miserabili abitanti della
capitale, poiché anche là dentro si vedevano mucchi di luridi stracci che
dovevano aver servito come letti, delle foglie secche e dei pezzi di legna
accatastati con una certa cura.
- Ancora due e poi sboccheremo nella cantina, o meglio nel sotterraneo scavato
sotto qualche grande palazzo - disse il baniano.
- Anche questo fogliame secco può servire pei cavalli se non per gli elefanti -
disse il Maharajah, il quale tutto osservava minutamente.
- L'avevo pensato anch'io, Altezza - rispose il cacciatore di topi.
- Nelle altre rotonde ne hai veduto?
- Sí, e anzi l'ultima è ben provvista.
- Buono a sapersi.
- Disgraziatamente gli animali da nutrirsi sono troppi.
- Dimmi la tua idea franca e precisa. Nelle nostre condizioni che cosa faresti?
- Io non mi moverei di qui finché ci sono cavalli, elefanti e topi da divorare.
Sindhia finirà per stancarsi e se ne andrà.
- E noi a piedi?
- Non so che cosa dire, Altezza. Voi siete altri uomini, mentre io potrei
rimanere assediato per anni ed anni senza morire di fame. D'altronde vi siete
persuaso che i topi, bene arrostiti, non sono poi da disprezzarsi.
- Oh, no, ma finirebbero per nauseare - rispose Yanez.
Il baniano alzò le spalle e continuò la marcia, con maggior rapidità,
sbattendo, di quando in quando, a terra la torcia che portava.
Il drappello percorse altre lunghissime gallerie che né i secoli né l'umidità
avevano guastate, tutte ampie e discretamente arieggiate. Regnava però un
calore ancora intenso prodotto dall'enorme ammasso di carboni che aveva coperto
le vie della capitale.
Dopo un altro quarto d'ora sboccarono in una nuova rotonda, assai piú ampia
della prima, e dopo pochi minuti in un'altra ancora perfettamente asciutta.
- Siamo a poca distanza dal sotterraneo - disse il cacciatore di topi.
Stava per imboccare un'altra galleria, l'ultima, quando si fermò tendendo gli
orecchi.
- Che cosa hai udito? - gli chiese Yanez, togliendosi dalle spalle la carabina.
- Un passo d'uomo.
- Tu sogni. Sarà qualche esercito di topi affamati.
- No, Altezza: io ho troppo vissuto in queste cloache, e non posso ingannarmi.
- Che abbiano scoperto il passaggio?
- Non lo so: il fatto è che un uomo si avanza.
- Io non vedo nulla.
- La galleria qui descrive una gran curva, Altezza. Quell'uomo non tarderà a
mostrarsi.
- Andiamo innanzi o ci fermiamo?
- Sarà meglio attendere, gran sahib.
- Spegnete subito la torcia, allora.
Fu prontamente obbedito, ed il drappello si strinse puntando le carabine, e
deciso poi a gettarsi innanzi colle scimitarre.
Tutti si erano messi in ascolto e non tardarono a udire un passo che l'eco della
galleria trasmetteva distintamente.
- Tu non ti eri ingannato - disse Yanez al cacciatore di topi. - Fortunatamente
pare che non si tratti che d'un solo uomo.
- Sí, d'uno solo, Altezza - rispose il baniano. - Non deve essere lontano.
- Anzi, piú vicino di quello che potete immaginarvi. Ah!... Vedete?
Una lampada era comparsa allo svolto della galleria, e subito l'uomo che la
reggeva.
Yanez ed il cacciatore di topi mandarono due grida:
- Kiltar!...
- Sí, sono io - rispose il bramino, avvicinandosi rapidamente. - Non credevo di
trovarvi qui.
- Tu sei entrato da un sotterraneo? - gli chiese Yanez.
- Sí, d'un grande palazzo che un giorno era stato abitato, se non m'inganno, da
uno dei vostri ministri.
- Quali nuove rechi?
- Gravi, Altezza - rispose Kiltar, il cui volto si era offuscato. - Sindhia
lavora attivamente alla vostra perdita.
- In quale modo?
- Un gran numero dei suoi uomini sono stati mandati nelle jungle a far raccolta
di grossi bambú.
- Non saprei a che cosa gli possono servire. Forse a riedificare la capitale?
Riuscirà un bel villaggio facile a bruciarsi.
- Non scherzate, Maharajah. Quei bambú serviranno come conduttura d'acqua.
Yanez aggrottò la fronte.
- Vorrebbe tentare di annegarci? E dove prenderà l'acqua?
- Io non so, ma pare che i suoi fakiri abbiano scoperta una grossa sorgente.
- Ci vorrà del tempo prima che si costruiscano tante condutture. E poi non
credo che queste cloache siano facili ad inondarsi, avendo per scolo il fiume
nero. Sindhia ed i suoi uomini perderanno inutilmente il loro tempo.
- E se riuscissero nel loro intento?
- Allora, prima di lasciarci annegare come tanti topi, attaccheremo a fondo,
alla disperata; perciò abbiamo bisogno assoluto di conservare i nostri elefanti
e quanti piú cavalli potremo.
- Ma quelle bestie non potranno mai passare per queste gallerie - disse il
bramino.
- Lo so, e non sarà da questa parte che noi attaccheremo.
- Dove andrete allora?
- In cerca di fogliame per gli elefanti che soffrono piú dei cavalli. Vi sono
truppe al di là dei bastioni?
- In certi luoghi sí, ma io vi farò passare attraverso le muraglie degli
antichi giardini che hanno resistito al fuoco. Qualche cosa della vostra
capitale è rimasto, ma ben poca cosa.
- Il palazzo reale è crollato?
- Distrutto completamente. Anche tutti i palazzi, le pagode, le moschee sono
state sfasciate dal fuoco.
- Orsú, non perdiamo tempo, gran sahib - disse il cacciatore di topi. -
Dobbiamo ritornare prima dell'alba.
- Hai ragione - rispose Yanez. - Riaccendete le torce.
Il drappello si rimise in marcia, affrettando il passo. La galleria saliva
rapidamente e conservava ancora un forte calore sebbene fossero passati tanti
giorni dall'incendio.
Cinque minuti dopo i sedici uomini entrarono in un vasto sotterraneo che non
doveva aver mai fatto parte delle cloache.
Delle pareti, calcinate dal fuoco, erano crollate, e un'apertura assai larga si
era formata.
- Ci siamo - disse il bramino. - Una scala e saremo all'aperto.
- Non ci saranno soldati dispersi fra le rovine?
- Non ho veduto che qualche affamato.
- Ah! ...
- Che cosa avete, Altezza?
- Stanno tutti bene al campo di Sindhia?
- Per ora sí.
- Malgrado la rottura di quelle due bottiglie?
- Sí, Altezza. Forse la malattia si svilupperà piú tardi.
- Può darsi. Aspetteremo.
Attraversarono il sotterraneo, giunsero ad una scala di pietra e si trovarono
all'aperto fra una immensa quantità di macerie.
- Povera la mia capitale!... - disse Yanez. - Eppure non potevo fare a meno di
distruggerla per trattenere gli assalti di Sindhia.
"Senza questo gigantesco incendio, non avrei potuto attendere l'arrivo di
Sandokan."
Kiltar si era fermato dietro ad una muraglia tutta nera, e pareva che cercasse
di orizzontarsi fra quel caos immenso di rovine.
- Seguitemi - disse ad un tratto. - Non faremo cattivi incontri, ma è
necessario che spengiate voi le torce ed io la mia lampada. Riaccenderemo piú
tardi le une e l'altra se ne avremo bisogno.
Ascoltò per qualche momento, poi si mise in marcia, seguendo la muraglia, la
quale pareva che si stendesse in direzione dei bastioni.
Un silenzio immenso regnava sulla città distrutta. Pareva che fosse diventata
la città dei morti.
Tuttavia, in lontananza, fra le tenebre, brillavano numerosi fuochi i quali
indicavano gli accampamenti dei banditi di Sindhia.
Il drappello affrettava la marcia, procedendo in fila indiana, colle carabine
montate.
Fra tutte quelle rovine regnava ancora un gran calore. Si sarebbe detto che in
certi luoghi, anche dopo tanti giorni, il fuoco covava ancora.
Ed infatti, di quando in quando, delle folate d'aria ardentissima, soffocante,
si abbattevano sul drappello, arrestandolo nella sua marcia per qualche minuto
ed anche piú.
- Mi chiameranno il Nerone dell'India - disse Yanez. - Io però dovevo salvare
la mia pelle.
Finalmente i bastioni comparvero. Erano ridotti in uno stato miserando a cagione
dello scoppio delle polveriere.
Squarci giganteschi, ingombri in parte di rottami, si scorgevano qua e là, ed
erano cosí larghi da permettere il passaggio anche di una grossa colonna
d'assalto.
Kiltar che pareva conoscesse la città meglio del Maharajah e perfino del
rajaputo, guidò il drappello attraverso ad uno squarcio enorme, sui cui margini
si stendevano delle casematte completamente sventrate, e lo condusse in aperta
campagna.
Da quella parte nessun fuoco brillava. Sindhia non aveva pensato a circondare
completamente la città, non immaginandosi mai che dalle cloache si potesse, in
qualche luogo, giungere a fior di terra.
- Ah, il famoso guerriero! - esclamò Yanez con voce ironica. - E si vanta un
gran capitano! Ben guidati quei poveri paria, fakiri e rajaputi! Ci vuole ben
altro per fare la guerra!
Attraversarono il bastione e si gettarono nella tenebrosa campagna, non
rischiarata né dalla luna, né dalle stelle essendo il cielo assai coperto.
Intorno alla capitale piante ed erbe ve n'erano in abbondanza, un po' appassite
per l'intenso calore, ma i banani dalle foglie gigantesche avevano resistito
meravigliosamente.
Una fattoria si trovava a breve distanza; era una casa piuttosto massiccia,
circondata da alberi colossali.
Il drappello, temendo sempre un improvviso assalto, quantunque nulla lo facesse
presentire, invase l'orto della casa e si mise a sciabolare frettolosamente rami
ed erbe.
Già avevano completato un buon carico, capace di levare la fame, almeno per una
volta, alle bestie, quando Kiltar ed il cacciatore di topi, che si erano messi
in sentinella, si avvicinarono rapidamente a Yanez il quale fumava la sigaretta
con la sua solita tranquillità.
- Altezza, - disse il bramino - gli uomini di Sindhia ci hanno seguiti e fors'anche
circondati.
- Ah!... - fece semplicemente il portoghese. - Mi rincresce solamente per gli
elefanti. Qui vi è una casa e abbastanza solida. Occupiamola e vediamo come
sapranno comportarsi i famosi guerrieri di Sindhia. Per Giove, gli affari
prendono cattiva piega!
"Noi qui, Sandokan laggiú che non conosce il passaggio della galleria,
elefanti e cavalli affamati!... Come finirà questa storia?"
- Grande sahib - disse il cacciatore di topi. - Finché vi è tempo volete che
ritorni nelle cloache ad avvertire i vostri amici della vostra pericolosa
situazione? Anche se uscissero vincitori per la foce del fiume fangoso, chi li
guiderebbe qui?
- Tu sei un brav'uomo. Avresti tanto coraggio?
- Sí, Altezza.
- Va', parti subito. Forse sei ancora in tempo.
- Oh, i miei orecchi sono assai acuti e sapranno subito avvertirmi
dell'avvicinarsi del nemico. Io spero di rivedervi presto.
Ciò detto gettò a terra un gran fascio di foglie che si era già caricato
sulle spalle, e quel diavolo d'uomo, malgrado la sua età già avanzata, in un
momento scomparve fra le tenebre.
- E tu, Kiltar, che cosa pensi di fare? - chiese Yanez volgendosi al bramino il
quale, curvo verso terra, pareva che ascoltasse con estrema attenzione. - Rimani
con noi o ritorni presso il rajah?
- Io penso sempre che posso esservi piú utile rimanendo fra gli assedianti
anziché rimanere con voi.
"Chi vi informerebbe di ciò che succede nei campi di Sindhia? Nella mia
qualità di bramino, io posso attraversare liberamente i campi."
- Pure mi avevi detto che il rajah voleva fucilarti.
- Ha pensato forse che io sono un uomo troppo prezioso, ed ha abbandonata la sua
idea.
"Altezza, prendo il largo anch'io. I guerrieri dell'ubriacone non devono
essere lontani.
"Voi barricatevi in questa fattoria e tenete duro. Quanti colpi avete per
carabina?"
- Cento.
- Vi do anche i miei. Addio, Altezza, e badate di non lasciarvi prendere perché
il rajah non vi risparmierebbe.
- Eh, lo so - rispose Yanez. - Va' anche tu.
Il bramino s'inchinò fino quasi a terra, poi prese a sua volta la corsa, per
non farsi sorprendere cosí vicino ai nemici del suo signore.
Intanto i montanari e l'erculeo rajaputo avevano occupata la fattoria, la quale
era stata abbandonata dai suoi proprietari.
Era una casa ad un solo piano, con quattro stanze e otto piccole finestre, che
somigliavano piuttosto a feritoie.
Pochi rozzi mobili si trovavano là dentro; invece in una delle tre stanze,
destinata a magazzino, i montanari avevano subito scoperto molti sacchi pieni di
riso, poi fagiuoli, pesce secco per preparare il carri, ed una notevole
provvista di legna.
- Gran sahib, - disse il rajaputo, il quale aveva per primo visitata minutamente
la casa - se noi saremo economi, potremo tirare avanti una quindicina di giorni.
"Certo che non dovremo levarci completamente la fame."
- E l'acqua?
- Vi è un piccolo pozzo.
- Io non credevo di aver tanta fortuna. Allora noi resisteremo a lungo.
- Molti colpi abbiamo da sparare, e questi montanari, che sono quasi tutti
cacciatori, difficilmente sbagliano il bersaglio.
E poi, frugando per bene, potremo forse trovare qualche provvista di polvere. I
contadini indiani ne tengono sempre.
- Cercheremo piú tardi. Ora pensiamo a barricarci. Sono solide le porte?
- Robustissime, con doppie traverse di legno durissimo.
- Ordinariamente le fattorie hanno sempre un'apertura che mette sul tetto.
- Vi è anche in questa: la scala è nella quarta stanza che serve da magazzino.
- Allora andiamo a metterci in sentinella. I montanari rimarranno qui e
spareranno attraverso le finestre.
Un po' tranquillizzato, si recò, insieme col rajaputo, nel magazzino portando
la lampada che il bramino gli aveva lasciata, montò una scala di bambú e
spinse in alto una piccola botola la quale peraltro lasciava un'apertura
sufficiente al passaggio d'una persona.
- Non mi ero ingannato - disse Yanez allungandosi sul tetto formato di fango ben
secco misto a paglia. - Di quassú potremo vedere meglio e seguire le mosse dei
banditi. Per Giove, io conto ancora di dare a quelle canaglie una terribile
lezione!
- Siamo in pochi ma risoluti - disse il rajaputo.
Si erano alzati sulle ginocchia e si erano messi in osservazione. L'oscurità
era troppo profonda per poter distinguere delle persone, anche perché vi erano
intorno alla fattoria degli immensi fichi baniani, i quali proiettavano un'ombra
foltissima.
Invano i due uomini aguzzarono gli occhi e tesero gli orecchi: non videro nulla,
né raccolsero alcun rumore sospetto.
Eppure era convinto che il bramino ed il cacciatore di topi non si erano
ingannati.
- Che cosa dite, sahib? - chiese il rajaputo. - Io non odo altro che i grilli e
non vedo che qualche rada stella scintillare fra gli strappi delle nubi.
- Taci - disse Yanez, il quale ascoltava sempre. - Anch'io ho l'udito acutissimo
e gli occhi buonissimi.
- Vengono? - chiese il rajaputo, dopo un mezzo minuto di silenzio.
- Mi pare che al di là di quei fichi baniani alcune persone si muovano.
- Saranno i banditi del rajah?
- Chi vuoi che siano?
- Non so come ci abbiano seguiti. Avete fiducia voi in quel bramino?
- Assoluta.
- Io veramente ne ho poca.
- Ci ha dato già due prove di esserci amico sincero.
- Uhm!... Vedremo in seguito. Non vi pare, gran sahib, che gli uomini di Sindhia
abbiano una grande paura a montare all'assalto? A quest'ora dovrebbero essere
già qui.
- Sospetteranno forse che noi possediamo una di quelle mitragliatrici che li ha
crudelmente decimati nelle jungle intorno agli elefanti della Tigre della
Malesia.
- Gran brav'uomo quel principe bornese vostro amico.
- E terribile guerriero soprattutto. Oh, ne farà un'altra delle sue! Credi tu
che non venga qui a liberarci?
- Avrà un bel da fare, gran sahib.
- Oh, non mi preoccupo. Una volta lanciato, nessuna cosa, nessun ostacolo
arresta quel prode guerriero.
- Se è riuscito a passare le jungle e a raggiungerci nelle cloache, lo credo.
Anche i suoi guerrieri sono uomini che non temono nessuno. La morte non ha mai
fatto paura a quei bravi.
In quel momento, sotto l'oscura ombra dei grandi fichi baniani, si videro
brillare delle lampade che subito si spensero.
- Hai veduto? - chiese Yanez.
- Sí, gran sahib, - rispose il rajaputo. - Se provassimo a sparare qualche
colpo?
- Le munizioni sono troppo preziose, amico, e dobbiamo economizzarle fino
all'arrivo di Sandokan.
- Dunque voi credete che verrà?
- Se il cacciatore di topi riuscirà a ritornare nelle cloache, nessuno piú
tratterrà il mio amico. Aspettiamo.
Vedendo che i banditi non si decidevano a farsi vivi ridiscesero nella fattoria.
I montanari avevano barricate le porte ed avevano acceso il fuoco mettendo a
cucinare insieme, in una gigantesca pentola, del riso, del pesce secco e delle
erbe aromatiche per prepararsi il carri.
Già durante la giornata non avevano ricevuto che una piccola porzione di carne
di cavallo, malamente arrostita, e si sa che i montanari sono sempre disposti a
divorare.
- Questa brava gente non perde il suo tempo - disse Yanez, sorridendo.
- L'uomo che ha mangiato combatte meglio, gran sahib, - disse il capo del
piccolo drappello.
- Cosí dicono infatti anche i soldati inglesi.
- Gran sahib, servitevi. Vi è qui della terraglia che abbiamo prima
accuratamente lavata. Anche voi, malgrado le vostre preoccupazioni, dovete avere
un po' d'appetito.
- È probabile, mio bravo - rispose Yanez. - Non ho mai avuto nessuna passione
per il carri, ma in mancanza di meglio farò lavorare egualmente i miei denti ed
il mio stomaco.
Si erano messi a mangiare, mentre due montanari erano saliti sul tetto, pronti a
dare l'allarme.
Nessuno li disturbò. Pareva che i banditi di Sindhia, pessimi soldati, non si
decidessero a tentare un attacco.
- Ma noi potremo aspettare qui anche una settimana - disse Yanez al rajaputo,
che era andato ad interrogare le sentinelle.
- Eh, non fidatevi, gran sahib - rispose il gigante, accettando una sigaretta
datagli dal portoghese un po' mal volentieri, poiché la provvista era diventata
piuttosto esigua. - Quegli uomini non sono guerrieri, bensí sciacalli.
- Lo sappiamo, e che cosa vorresti dire con ciò?
- Mi aspetto qualche brutta sorpresa.
- Quale?
- Che ci arrostiscano vivi.
- Per Giove!...
- Vi sono troppe piante e troppa paglia intorno a questa casa.
- Non abbiamo il pozzo?
- Per Sivah, io vi ammiro!... Non ho mai veduto un uomo piú sicuro di sé come
voi, gran sahib.
- Non sarei stato un conquistatore - rispose Yanez sorridendo. - Io penso
peraltro che tu possa avere ragione, e che qualche provvedimento sarebbe
necessario.
- Ordinate, gran sahib.
- Lancia fuori i montanari, fa' distruggere la paglia ed atterrare le piante che
circondano la casa.
- Ne avremo il tempo?
- Mi metterò io in sentinella sul tetto con un paio d'uomini. Tu sai già che
io non spreco una carica.
- Non vorrei trovarmi sotto la vostra mira - rispose il rajaputo.
- Va', il tempo stringe.
Mentre il gigante, seguíto dai montanari, apriva la porta che era stata
fortemente barricata, Yanez salí sul tetto portando con sé la lampada del
bramino avvolta in uno straccio.
L'oscurità era sempre profonda quantunque l'alba non dovesse essere molto
lontana. Grosse masse di vapori continuavano ad offuscare il cielo, spinte da un
vento piuttosto forte che soffiava dal nord, dalle altissime montagne dell'Himalaya.
- Nulla? - chiese Yanez ai due montanari che si erano coricati sul tetto,
tenendo le carabine dinanzi a loro.
- No, gran sahib - rispose uno dei due. - Tuttavia non devono essere lontani,
poiché poco fa abbiamo udito l'urlo d'uno sciacallo che non era affatto
naturale.
Noi montanari conosciamo troppo bene quelle bestie che infestano in gran numero
le nostre montagne.
Quelle canaglie sono cosí audaci, almeno nei nostri villaggi, da portar via
fino i ragazzi.
- Cose vecchie - disse Yanez. - Potevi raccontarle a tuo nipote, se ne hai uno.
- Ne ho una mezza dozzina, gran sahib.
- Avrai da chiacchierare una notte intera; ma questo non è il momento.
Al primo urlo dello sciacallo hanno risposto?
- Subito, gran sahib.
Per la terza o quarta volta l'ampia fronte del Maharajah si era offuscata.
- Per Giove!... - brontolò. - La faccenda è piú seria di quello che credevo.
Che cerchino proprio di arrostirci?
- Gran sahib...
- Taci!...
Yanez si era alzato sulle ginocchia ed aveva puntata la carabina.
La canna parve che seguisse per qualche istante un'ombra, poi una formidabile
detonazione ruppe il silenzio della notte, subito seguita da un grido
acutissimo.
- Preso! - disse uno dei due montanari aguzzando gli occhi.
- Lo credo - rispose il portoghese. - Un Maharajah deve tirare come un famoso
guerriero.
- Ecco un uomo di meno che rimane a Sindhia.
- Ben poca cosa - rispose Yanez con voce un po' amara. - Una mitragliatrice del
mio amico avrebbe già spazzato tutto il terreno intorno a questa topaia.
Disgraziatamente i passaggi delle cloache erano troppo stretti per far passare
quelle armi formidabili. Oh, giungeranno. Io non dispero affatto.
Ricaricò tranquillamente la carabina e si distese sul tetto, spingendo lo
sguardo lontano.
I due montanari si erano spinti fino all'orlo del tetto, colla speranza di fare
anche loro qualche buon colpo che assottigliasse le schiere troppo numerose
dell'ex rajah.
Con grande sorpresa di tutti gli assediati non si effettuò nessun attacco da
parte degli assedianti. Avevano avuto paura, o volevano aspettare la luce per
meglio studiare le forze degli avversari?
- Ecco una notte perduta inutilmente - disse Yanez. - Eppure avrei avuto tanto
bisogno di schiacciare un sonnellino. Quando si potrà?
Accese un' altra sigaretta, lanciando ben lontano il fiammifero, perché il
tetto non prendesse fuoco, e s'alzò in piedi guardando da tutte le parti.
Il sole cominciava ad apparire, fugando, con rapidità fulminea, le tenebre.
Già si sa che in quelle regioni non esistono si può dire, né albe né
crepuscoli.
- Ah, ah! - fece Yanez. - Non si era ingannato il cacciatore di topi, come non
si era ingannato il bramino.
Poi volgendosi verso i due montanari, disse:
- Su, alzatevi e guardate anche voi.
I due uomini si alzarono subito e spinsero lontano i loro sguardi acuti sulla
vasta pianura indorata dal sole, che si rompeva solamente ai bastioni mezzo
sventrati della capitale.
A cinque o seicento metri dalla fattoria, fra le risaie, si aggiravano alcune
centinaia di banditi, per la maggior parte fakiri e paria, ma non vi mancavano
dei minuscoli drappelli di rajaputi.
- Che cosa dite voi? - chiese Yanez ai due montanari.
- Che quella gente non osa attaccarci - risposero insieme.
- Che vogliano affamarci?
- Sarà piú probabile, gran sahib - disse il piú vecchio dei due montanari. -
Arrischiano meno.
- Ma forse c'inganniamo - disse il portoghese, alzando rapidamente la carabina.
- Ecco laggiú un fakiro che si avanza verso di noi, facendo sventolare un
lurido straccio. Non lo lascerò certamente avvicinar troppo.
Quel furfante viene a spiarci fingendosi un parlamentario. Ah, no, caro mio. Non
ci s'inganna cosí.
Un uomo infatti aveva attraversato la linea dei foltissimi fichi baniani, e si
avanzava lentamente facendo ondeggiare il suo straccio che doveva essere un
lurido dugbah.
Apparteneva alla casta dei fakiri chiamati nanck-punthy, subito riconoscibili
per una usanza loro particolare, la cui origine è ignota, ed è quella di
portare una sola scarpa ed una sola basetta.
Aveva in testa un largo turbante, molto sporco, adorno di sonagli d'argento, ed
intorno al collo delle file di perle intrecciate con fili di ferro.
Il vestito consisteva in un gonnellino d'un colore impossibile a definirsi ed
abbastanza sbrindellato.
Questi fakiri non sono prepotenti come i saniassi, che sono veri saccheggiatori
i quali s'impongono a tutti e saccheggiano senza misericordia le ortaglie dei
poveri coltivatori.
Girano in grosse bande, battendo due bastoni l'uno contro l'altro e recitando
nel medesimo tempo, con una speditezza incredibile, un pezzo di qualche vecchia
leggenda indiana che cantano. Guai però se la gente non fa la carità a quei
miserabili! Tutte le maledizioni che si possono immaginare piovono sul povero
contadino che non ha un quarto di rupia da regalar loro.
Il fakiro, attraversati i folti vegetali, si era fermato a circa centocinquanta
metri dalla casa, come se fosse poco risoluto di andare avanti.
Yanez fece colle mani portavoce, consegnando per un momento la sua carabina ad
un montanaro, e gridò a pieni polmoni:
- Che cosa vieni a fare tu qui?
Il fakiro agitò disperatamente il suo bastone, poi rispose in lingua inglese
abbastanza pura:
- Mi manda il rajah Sindhia.
- Che cosa vuole da noi? Delle palle di carabina?
- La vostra resa.
- E per trattare un simile affare manda da me un pezzente? Il tuo padrone vuole
burlarsi di noi! Ti do subito un buon consiglio: non fare un passo innanzi
perché ti fucilo!...
- Sono un parlamentario, sahib.
- Tu non sei altro che un bandito. Gira sulla tua unica scarpa, e va' a dire ai
tuoi compagni che siamo in cinquanta, ben provvisti di viveri e di munizioni, e
che perciò non ci arrenderemo senza un terribile combattimento.
- Abbiamo dei rajaputi.
- Sí, quelli che erano ai miei servigi!... - urlò Yanez, perdendo la sua
flemma abituale.
- Ora sono del rajah, sahib.
- Come!... Tu osi chiamarmi semplicemente signore e non Maharajah! E che cosa
sono dunque io?
- Un principe senza trono - rispose audacemente il fakiro.
- Chi te lo ha detto?
- Sindhia, e poi dove si trova la tua capitale, sahib?
- Un pezzo nelle cloache ed un pezzo qui - rispose Yanez, il quale si tratteneva
a stento.
- Bella capitale!... - gridò il fakiro, con voce sardonica. - Vale meno della
mia miserabile capanna.
- Non so se la tua capanna sarà difesa come questa.
- Forse piú ancora, perché è sempre piena di serpenti.
- Bestie che non ci farebbero certamente paura. Ora penso che tu hai
chiacchierato abbastanza, e ti invito per la seconda volta a girare sulla tua
sola scarpa, prima che mi sfugga qualche colpo di carabina.
- Un momento, gran sahib. Che cosa devo rispondere al rajah?
- Che qui ci troviamo assai bene, che mangiamo, beviamo e fumiamo senza
preoccupazioni. Ora, se credi, pezzente, da' l'ordine ai rajaputi di attaccarci.
- Occorrerebbe che sapessero quanti uomini avete voi.
- Cinquanta, con due mitragliatrici.
- Ah, le brutte bestie!
- Ora vattene. È tempo!... Abbiamo parlato abbastanza. Va', e non volgerti
indietro.
- Ci rivedremo piú presto di quello che credete, gran sahib -rispose il fakiro
a gran voce. - Oh, vi strapperemo la corona!
Yanez aveva appoggiato un dito sul grilletto della carabina, ma si arrestò
dicendo:
- Ba', lo ucciderò un'altra volta, quando non agiterà piú quello straccio.
Rispettiamo i parlamentari.
Si sedette sul tetto guardandosi intorno.
I dieci montanari che erano rimasti sotto, guidati dall'erculeo rajaputo,
avevano portato via i covoni di paglia gettandoli entro una vicina risaia
abbondantemente irrigata, ed avevano atterrati tutti i cespugli che si trovavano
nelle vicinanze perché i nemici non potessero incendiarli.
Né i rajaputi, né i paria, né i fakiri avevano osato sparare un solo colpo di
fucile.
Le mitragliatrici di Sandokan dovevano averli terribilmente impressionati; e per
timore che se ne trovassero alcune anche nella fattoria, giudicandosi troppo
deboli forse, erano rimasti assolutamente inattivi.
Quella tranquillità peraltro non era fatta per assicurare completamente il
portoghese.
- Qui si giuoca davvero la mia corona - disse. - Se non viene Sandokan coi suoi
prodi in mio aiuto, finiremo tutti malamente. Ba', la guerra è la guerra, ed io
sono cresciuto fra il rombo dei cannoni, delle spingarde e delle carabine.
Vedremo!...
5. La ritirata
Il cacciatore di topi, appena lasciata la fattoria, si era slanciato a corsa
furiosa, orientandosi alla meglio. Abituato a vivere fra le tenebre, non aveva
bisogno di lumi per dirigersi; i suoi orecchi poi avevano una acutezza
straordinaria.
Quel vecchio possedeva una energia indomabile, ed aveva dei muscoli d'acciaio.
Lanciato, correva come un veltro.
Aveva già sentiti i nemici, meglio che uditi, perciò si studiava di evitarli.
Disgraziatamente la notte era troppo oscura anche per un uomo abituato a vivere
fra le tenebre delle cloache, ed andò a cadere fra le braccia di due rajaputi
che si erano messi in agguato dietro la linea dei foltissimi fichi baniani.
- Chi sei? - gridarono i due guerrieri, avvinghiandolo strettamente e gettandolo
ruvidamente a terra.
- Il padrone di quella fattoria che vedete laggiú - rispose il cacciatore di
topi. - Sono venuti degli uomini, mi hanno puntate delle pistole alla gola, e
poi mi hanno scaraventato fuori della porta come se fossi un sacco di stracci.
- E dove fuggivi ora? - chiese il piú anziano dei due guerrieri.
- Non lo so nemmeno io - rispose il baniano. - Correvo senza una meta fissa per
paura che quegli uomini mi uccidessero.
- Ve ne sono molti dentro quella casa?
- Ne ho veduti molti, ma non saprei precisarti il numero, sahib. Ero troppo
spaventato.
- Non hai veduto delle armi grosse?
- Dei cannoni?
- No, no, degli strumenti strani che hanno delle canne disposte in forma di
ventaglio, e che fanno un fuoco infernale.
- Sí, infatti mi parve di aver veduto qualche cosa di simile.
- Si chiamano mitragliatrici.
- Non so che bestie siano. Io non sono che un povero coltivatore, ora
irreparabilmente rovinato, poiché né il rajah, né il Maharajah, né la rhani
mi compenseranno della perdita della mia fattoria.
- Chi forse ti pagherà sarà il rajah - rispose il rajaputo.
- Hai detto forse, sahib.
- La guerra costa cara, ed il nostro padrone, almeno per ora, deve avere le
casse vuote.
- Allora non mi rimane che di cercare di raggiungere alcuni miei parenti che
posseggono pure una fattoria, ed offrire loro le mie ultime forze per non morire
di fame.
- Si trovano molto lontani?
- Una trentina di miglia per lo meno - rispose il cacciatore di topi.
- Le tigri od i leopardi ti mangeranno prima di giungervi.
- Cosí avrò finito di soffrire. Ormai sono vecchio, molto vecchio.
- Ma correvi come un giovane sciacallo.
- La paura mi aveva messo le ali ai piedi.
I due rajaputi si scambiarono uno sguardo, poi quello che aveva sempre parlato,
disse al compagno:
- Lasciamo andare questo disgraziato che la guerra ha messo completamente in
terra.
- E se fosse una spia del Maharajah? - chiese il piú giovane rajaputo.
- Non si servirebbe certamente di gente cosí vecchia. Ormai abbiamo saputo
abbastanza e questo povero uomo non potrebbe darci maggiori informazioni.
- Fa' come vuoi.
- Vecchio, sei libero e guardati dai cattivi incontri. Tu sai che nelle jungle
si nascondono non poche belve feroci sempre affamate di carne umana.
- Buona notte, sahib - disse il baniano, fingendosi commosso. - Voi siete buoni.
Poi riprese la corsa e scomparve ben presto nelle boscaglie che si estendevano
al sud della capitale e che conosceva a palmo a palmo, essendo stato anche
cacciatore.
Non osava dirigersi subito verso le cloache, temendo che i due rajaputi lo
seguissero da lontano.
Percorse un paio di miglia, quasi sempre correndo, poi si spinse attraverso le
risaie e raggiunse i bastioni.
Da quella parte non vi erano truppe. Forse Sindhia le aveva ammassate dinanzi
alla foce del fiume nero.
Scivolò fra le rovine, le quali conservavano ancora un po' di tepore, e dopo
d'aver fatto un lungo giro riuscí a guadagnare il sotterraneo.
Non aveva nessuna lampada, ma già sappiamo che quello strano uomo, abituato a
vivere fra le tenebre, ci vedeva quanto e forse meglio d'un gatto.
Infilò la galleria che attraversava le rotonde e si rimise a correre. Quel
vecchio aveva una resistenza assolutamente incredibile.
Già stava per sboccare sulla banchina, quando udí delle fragorose scariche.
Pareva che alla foce del fiume nero si fosse impegnata una grossa battaglia.
Fra le schioppettate si udivano i formidabili barriti degli elefanti ed il
nitrire dei cavalli.
Il cacciatore di topi si lasciò scivolare sulla banchina, e veduto un fuoco
acceso sulla riva del putrido corso d'acqua, prese subito la rincorsa, gridando:
- Non sparate!... Sono il malabaro!...
Intorno ad alcuni pezzi di legna si trovavano riuniti, come in consiglio,
Sandokan, Tremal-Naik, Kammamuri ed il vecchio guerriero malese, che chiamavano
Sambigliong.
Vedendo giungere come una bomba, e solo, il cacciatore di topi, tutti erano
balzati in piedi in preda ad una vivissima emozione.
- Il Maharajah è stato preso, è vero? - gli chiese Sandokan.
- Non preso, ma si trova assediato in aperta campagna, dentro una solida
fattoria, dietro le cui mura i suoi compagni potranno resistere qualche giorno.
- A quale distanza dai bastioni?
- A due miglia. Stavamo per fare raccolta di foglie pei vostri elefanti, quando
le genti di Sindhia ci sono piombati addosso, e con tale rapidità, che io solo
ho avuto il tempo di fuggire per portarvi la poco allegra notizia.
- Ed il bramino? - chiese Tremal-Naik.
- Anche quello si è messo in salvo. Non doveva, d'altronde, affrontare alcun
pericolo essendo troppo conosciuto nei campi del rajah.
- Dimmi - disse Sandokan, il quale aveva riacquistato prontamente il suo
straordinario sangue freddo - quanto potrebbe resistere il Maharajah?
- Non saprei dirvelo, gran sahib. Tutto dipende dalla tenacia e dal coraggio
degli assedianti.
- Erano in molti?
- Cinque o seicento, per lo meno.
- Mentre i nostri non sono che tredici. Noi non abbiamo piú il tempo di
attendere che i germi del colera si sviluppino, se pure si svilupperanno. Io
già non ho mai avuto fiducia alcuna di quelle bottiglie.
Quell'olandese avrebbe fatto meglio a prepararci delle granate a mano. Che cosa
dici tu, Tremal-Naik?
- Lo credo anch'io - rispose il cacciatore della Jungla nera.
- Che cosa dobbiamo decidere? Noi non possiamo piú rimanere qui, anche perché
gli elefanti ed i cavalli sono alle prese colla fame. Prima che si indeboliscano
completamente, serviamocene.
Faremo una carica furiosa con tutte le nostre bestie e correremo in aiuto di
Yanez.
- Sei sempre lo stesso - disse Tremal-Naik. - Tu non hai mai contato i tuoi
avverarsi.
- Ho sempre avuto questa bella abitudine, e non ho mai avuto da pentirmene.
- E liberato Yanez dove andremo?
- Ci rifugeremo fra i montanari di Sadhja. Lassú Sindhia non verrà a scovarci,
te lo dico io.
- Ed intanto lui s'impadronirà di tutte le migliori città dell'Assam che noi
non possiamo difendere.
- Ma gliele riprenderemo - rispose Sandokan. - Ormai questo famoso impero, per
il quale non darei cento rupie, poiché rende piú noie che utile, è da
riconquistare da cima a fondo.
- Un'impresa un po' dura.
- Ma è il nostro mestiere quello di battagliare continuamente. A Mompracem, ora
che gl'inglesi mi lasciano tranquillo, cominciavo ad annoiarmi mortalmente.
Guardò bene in viso il cacciatore di topi, il quale non aveva mai pronunciata
una parola, e gli chiese:
- Tu sapresti condurci, senza farci smarrire la via, fino alla fattoria?
- Rispondo pienamente, gran sahib - rispose il baniano. - Collocatemi dietro il
cornac che guiderà il primo elefante, e vedrete che noi marceremo, o meglio,
galopperemo diritti verso i grandi fichi baniani.
Sandokan guardò l'orologio:
- Sono le tre: approfittiamo dell'ora di tenebre che regnerà ancora. Farà
caldo, l'impresa sarà dura, ma io non dispero affatto. Sindhia non ha che una
marmaglia che cederà subito al primo attacco.
- Ed i rajaputi? - chiese Kammamuri.
- Ne abbiamo ammazzati tanti nelle jungle che credo ne siano rimasti ben pochi a
Sindhia.
- E poi una parte di quei solidi guerrieri sono impegnati intorno alla fattoria.
Sandokan esaminò la carabina e le pistole, fece scorrere la scimitarra piú
volte entro la guaina, poi disse con voce risoluta:
- Andiamo: succederà un massacro, ma non lo possiamo evitare.
Si misero tutti in marcia, senza curarsi di spegnere il fuoco, e raggiunsero il
luogo dove si trovavano gli elefanti ed i cavalli.
Le povere bestie, straziate dalla fame, empivano la grande cloaca di fragori
formidabili.
Invano i cornac, con carezze e con dolci parole, cercavano di calmare i
giganteschi pachidermi, i quali erano diventati furiosi. L'olandese era nell'houdah
contenente le sue famose casse piene di bottiglie micidiali, almeno cosí
affermava lui.
- Signor Wan Horn, - disse Sandokan - mettete a dormire le vostre bestioline e
preparate le vostre armi da fuoco.
- Come!... - esclamò il dottore. - Si parte senza attendere lo sviluppo dei
bacilli virgola?
- Non abbiamo tempo da perdere, signore - disse Sandokan un po' ruvidamente. -
Io, d'altronde, ho sempre avuto piú fiducia nelle mie mitragliatrici e nei
kampilangs dei miei uomini.
- Oh, le genti di Sindhia morranno ugualmente - rispose l'olandese colla sua
solita flemma.
Attorno agli elefanti ed ai cavalli vi erano i cornac e due dozzine di malesi.
Sandokan diede alcuni ordini con voce rapida.
- Vi aspettiamo - disse poi - all'uscita della grande cloaca. Badate che le
mitragliatrici siano tutte cariche. È soprattutto su quelle armi che io conto.
Poi, seguíto dai suoi compagni, e preceduto dal cacciatore di topi, che aveva
accesa un'altra torcia, si slanciò a passi rapidi attraverso la banchina.
Alla foce del fiume nero non si combatteva piú. I banditi di Sindhia, dopo aver
fatto un debole tentativo per forzare l'entrata, si erano lestamente ritirati
dinanzi alle grosse carabine dei malesi e dei dayaki che li mitragliavano
inesorabilmente.
Quando Sandokan giunse, i suoi uomini, saputo di che cosa si trattava, erano
già pronti ad impegnare la lotta. Come il loro formidabile capo, quei terribili
pirati dei mari della Malesia, avevano presa l'abitudine di montare
all'abbordaggio, di montare all'assalto senza mai chiedersi quanta gente
avessero dinanzi.
Erano guerrieri che non temevano né cannoni, né baionette. A troppe vittorie
li aveva condotti la Tigre della Malesia, ed erano sempre pronti a impegnare
qualunque combattimento.
- Con cinquantamila di questi uomini si può conquistare l'Asia intera -
mormorò Tremal-Naik.
Gli elefanti ed i cavalli giungevano senza far troppo fracasso, poiché i cornac
ed i cavalieri facevano il possibile per mantenere ancora calme le bestie.
Sandokan si era spinto verso la foce del fiume fangoso in compagnia di
Tremal-Naik, di Kammamuri e del cacciatore di topi, ed interrogava ansiosamente
le tenebre.
Non riusciva a scorgere nulla; ma era piú che certo che dei banditi dovevano
essersi ammassati in buon numero, poiché fino a pochi momenti prima avevano
sparato delle fucilate dentro la grande cloaca.
- Non si aspettano certo questa sorpresa - disse a Tremal-Naik. - Caricheremo a
fondo e ci apriremo il passaggio senza subire troppe perdite.
Noi abbiamo provate ben altre emozioni; non è vero, amico?
- Specialmente a bordo del Re del Mare - rispose il famoso cacciatore. - Ed
allora combattevamo contro mio genero.
- E tu, cacciatore di topi, che vedi anche di notte come i gatti e gli
sciacalli, vedi nulla? - chiese Sandokan al baniano.
- Sí, vi sono degli uomini radunati intorno alla moschea.
- Molti?
- Non saprei dirvelo, gran sahib.
- Montiamo: i cornac non possono piú trattenere gli elefanti.
Salirono rapidamente sull'houdah del primo elefante mettendosi dietro alle
mitragliatrici, e diedero un ultimo sguardo alle altre bestie, le quali sentendo
il profumo delle erbe e delle piante, che il vento spingeva dentro la grande
cloaca, si agitavano e s'impennavano tentando di scappare.
- I dayaki a destra degli elefanti; i malesi invece a sinistra!... - gridò. -
Ed ora via!... Alla battaglia!...
La colonna infernale si rovesciò fuori del gigantesco sotterraneo, mandando
spaventevoli gridi di guerra.
Gli elefanti, uno dietro l'altro, si erano messi a correre furiosamente,
barrendo.
In un momento tutti quei prodi si trovarono nei pressi della moschea.
- Fuoco alle mitragliatrici!... - urlò Sandokan. - Presto! ... Presto!...
Centinaia e centinaia d'uomini erano usciti dalle tenebre, sparando
all'impazzata contro gli elefanti, ma il fuoco delle mitragliatrici subito li
arrestò.
- Alla carica!... Alla carica!... - urlò Sandokan.
La colonna infernale si slancia, rovescia, schiaccia, sciabola, mentre le
mitragliatrici e le grosse carabine si uniscono a quel fracasso spaventevole.
Gli uomini di Sindhia, sorpresi in un momento in cui stavano per coricarsi,
quantunque spalleggiati da qualche drappello di rajaputi, aprono le loro file
dinanzi a quella formidabile tromba che semina la morte dovunque.
Non sparano piú. Manca loro il tempo, e cominciano a fuggire gettando perfino
le armi da fuoco per essere piú lesti.
- Su, i miei malesi!... Su, i miei invincibili dayaki!... - urla Sandokan, che
continua a far tonare la mitragliatrice che ha dinanzi a sé, pur seguendo
attentamente lo svolgersi della piccola battaglia. - A fondo col kampilang!
I novantacinque uomini a quel comando lasciano andare le carabine che appendono
all'arcione, impugnando le pesanti armi che finiscono in forma di doccia, che
sono affilate quanto i rasoi, e di purissimo acciaio naturale, e si scagliano a
corsa sfrenata, sciabolando furiosamente.
Nessuno può fermare quegli uomini una volta lanciati: né cannoni, né
carabine, né baionette.
I valorosi pirati della Malesia aprono un immenso squarcio fra i banditi che
ancora cercavano di radunarsi, e li inseguono senza aspettare gli elefanti.
Paria, bramini, fakiri, rajaputi vanno, per la seconda volta, a gambe all'aria.
I feriti urlano spaventosamente, e gli elefanti, resi furiosi da qualche ferita,
rispondono non meno fragorosamente.
La via è libera. La colonna infernale che i ventimila uomini di Sindhia non
sono riusciti ad arrestare in mezzo alle jungle, passa a gran galoppo,
calpestando morti, moribondi ed anche vivi.
Le mitragliatrici intanto continuano a fischiare ed a seminare la morte. Quelle
armi sono veramente superbe e valgono meglio delle spingarde, cariche come sono
di mitraglia formata di chiodi di rame, che si usano sui prahos malesi.
In lontananza romba sinistramente qualche colpo di cannone. Parte dal grosso
accampamento di Sindhia che si trova, fortunatamente, troppo lontano, e che ha
degli artiglieri che non hanno mai avuto probabilmente nessuna pratica delle
grosse armi da fuoco.
- Va benissimo - dice Sandokan a Tremal-Naik, il quale non cessa di scaricare la
sua carabina. - Lo sapevo già che tutte queste canaglie non avrebbero potuto
opporre nessuna resistenza ad una simile carica.
Ad un tratto peraltro si interruppe gridando forte:
- Cornac, guardatevi!
I venti elefanti che Sindhia aveva carpito cosí abilmente a Yanez, si erano
presentati in linea serrata per impedire ai vittoriosi il passaggio.
- Ah!... - gridò Sandokan. - Sindhia ci lancia contro le sue ultime riserve!...
Vedremo se sapranno resistere alle nostre mitragliatrici. Su, fuoco di
bordata!...
Le micidialissime armi tuonano con un accordo perfetto senza arrestarsi. È una
vera pioggia di proiettili che hanno una forte penetrazione, che si rovescia su
quella massiccia barriera.
I poveri animali, non abituati alla guerra, privati subito dei loro cornac
fulminati sui loro giganteschi colli, dinanzi a quella tromba di fuoco che li
prende di fronte si arrestano, poi si rovesciano fra i fuggenti e si allontanano
a gran corsa barrendo.
La colonna infernale continua la sua corsa. Ormai piú nessuno può fermarla.
Tutti fuggono dinanzi ad essa, mandando grida di terrore. Le famose truppe del
rajah, raccolte nel basso Bengala, regione che non ha mai avuto caste
guerresche, sono completamente sconfitte.
- Vittoria!... - urla Sandokan, facendo giuocare sempre la mitragliatrice che
gli sta dinanzi. - Yanez è salvo!... La via ormai è libera. Possiamo
passare!...
Elefanti e cavalli continuano la loro corsa indiavolata; si slanciano fra le
risaie e piegano verso la fattoria assediata.
Il cacciatore di topi che monta il primo elefante, dietro al cornac, si volge
verso Sandokan, gridandogli:
- Badate, gran sahib!... Avremo una seconda battaglia!... Come vi ho detto,
delle truppe guardano la casa.
Un sorriso feroce contrae le labbra della Tigre della Malesia, mettendo per un
istante a nudo due magnifiche file di denti che non hanno mai intaccato una noce
di betel, poi risponde con voce secca che sembra un colpo di pistola:
- Un'altra battaglia? Ma benissimo! Noi siamo uomini da sostenerne anche dieci.
E la colonna infernale continua sempre piú veloce. Tutti hanno fretta di
giungere alla fattoria, poiché in lontananza hanno udito delle scariche
fragorose.
Le orde di Sindhia, quantunque battute, dovevano essersi prontamente riordinate
per lanciarsi all'inseguimento.
Era necessario far presto, per evitare il pericolo di essere presi fra due
fuochi.
Era già sorta l'alba quando gli elefanti, che avevano dovuto galoppare intorno
alle risaie per non sprofondarvi dentro, giunsero in vista della fattoria.
Anche là si combatteva.
Yanez, avendo certamente compreso che Sandokan accorreva in suo aiuto, aveva
disposti i suoi montanari sul tetto, e non aveva tardato ad aprire il fuoco
contro le bande che si aggiravano per la campagna, tentando di stringere
l'assedio.
- Questa è una vera battaglia - disse Sandokan a Tremal-Naik. -Vedremo come
finirà.
- Hai qualche dubbio?
- Oh, no! Ma delle sorprese possono avvenire e scombussolare tutto - rispose la
Tigre. - Quanti uomini credi che ci siano intorno alla casa?
- Cinque o seicento se i miei occhi non mi tradiscono.
- Credo che tu abbia invece indovinato. Non devono essere di piú. Li prenderemo
alle spalle e li getteremo a gambe levate.
Poi alzando la voce gridò:
- Ohé, cornac, spingete la corsa. Questo è il momento decisivo.
I poveri animali, quantunque affamati, obbedivano ancora alla voce ed alle
carezze dei loro conduttori. Pareva che avessero compreso che si chiedeva loro
uno sforzo supremo, e non cessavano di galoppare, sempre fiancheggiati dai
cavalieri.
Se fossero state bestie meno intelligenti si sarebbero gettate subito verso i
vegetali per calmare la fame che da quarantotto ore tenagliava le loro viscere.
Intanto nella fattoria si battagliava aspramente. Le orde di Sindhia che
l'assediavano, accortesi che stavano per sopraggiungere altri nemici, si erano
slanciate in un disperato attacco, colla speranza di fare prigioniero il
Maharajah prima che venisse soccorso.
Disgraziatamente per loro avevano da fare con difensori risoluti, rotti già
alla guerra.
I montanari, valentissimi tiratori, sdraiati sul tetto, sparavano a cinque o sei
per volta, gettando sempre a terra altrettanti avversari, i quali invece, per la
maggior parte, si servivano per la prima volta delle armi da fuoco.
Yanez, nascosto dietro un camino, faceva dei colpi meravigliosi. Ogni palla che
usciva dalla sua carabina metteva un uomo fuori di combattimento.
Non badava a consumare le munizioni poiché aveva già scorta, in lontananza, la
colonna infernale che si avanzava a gran corsa, galoppando sugli argini delle
risaie.
- Sparate! Sparate! - gridava. - Le munizioni non ci mancheranno poi.
Ed i bravi montanari, che valevano forse meglio dei rajaputi, continuavano con
grande calma le loro scariche, facendo dei grandi vuoti fra le file degli
assalitori già troppo malfermi in gambe e che sparavano a caso.
Vedendo che gli elefanti ed i cavalieri erano giunti a meno di mille passi,
Yanez fece sgombrare il tetto ed aprire le porte. Ormai piú nessuno poteva
prenderlo.
- Teniamo fermo cinque minuti ancora - disse ai montanari - e noi saremo al
sicuro. Ah, che terremoto è quel Sandokan!... Farebbe paura anche a me!...
Cinque minuti!... Erano troppi. Le bande di Sindhia, spaventate dall'avvicinarsi
della colonna infernale, la quale aveva ripreso il fuoco colle mitragliatrici,
cominciavano a scappare, quantunque fossero rafforzate da qualche mezza
compagnia di rajaputi.
Ma nemmeno Sandokan si trovava in buone condizioni, poiché era stato già
inseguito da migliaia e migliaia di paria, che correvano come daini ululando
ferocemente.
Fortunatamente si erano messi in corsa troppo tardi, ed occorreva loro del tempo
per gettarsi sulla coda della colonna infernale.
Yanez coi suoi pochi valorosi, come abbiamo detto, aveva lasciata la fattoria,
impegnando anche da parte sua, risolutamente, il combattimento.
- Sotto!... Sotto!... - urlava. - Le invincibili tigri della Malesia sono
qui!... Non abbiate piú paura!...
I colpi di carabina si succedevano ai colpi, con un fragore incessante, ai quali
rispondevano le mitragliatrici di Sandokan.
Una nuova vittoria, almeno momentanea, si delineava nettamente dinanzi agli
sguardi degli uomini venuti dai mari lontani per difendere il Maharajah il quale
per tanti anni, laggiú, sulle isole, aveva combattuto al loro fianco, e lo
avevano sempre adorato non meno di Sandokan.
Nulla piú li tratteneva. Senza aspettare che gli elefanti sfondassero le linee
nemiche a gran colpi di proboscide, caricavano all'impazzata coi terribili
kampilangs in pugno, sciabolando ferocemente.
- Saccaroa!... - esclamò Sandokan, guardando Tremal-Naik. - Chi avrebbe detto
che un giorno io avrei avuto una cavalleria!... Guarda come carica!... I famosi
lancieri del Bengala non saprebbero fare di piú!
E la colonna intera, spazzato il nemico, il quale non aveva opposto che una
debole resistenza, con un ultimo slancio giunse quasi addosso a Yanez ed ai suoi
valorosi compagni.
Due altissime grida erano rimbombate, coprendo, per un momento, il crepitío
della fucileria.
- Sandokan!...
- Yanez!... Vivo ancora!...
- Non sono forse anch'io la Tigre bianca di Mompracem?
- Sali: vi è posto per te. I tuoi uomini si accomoderanno nelle altre houdah
come meglio potranno. Sbrígati! Siamo inseguiti!
- Non sono sordo né cieco. Si spara dietro di te e si corre a gambe levate.
- Monta!
I cornac avevano gettate rapidamente le scale, e tutti gli assediati in un lampo
si erano issati sui larghi dorsi dei pachidermi.
Yanez, insieme col gigantesco rajaputo, si era arrampicato lestamente sul primo
elefante nella cui houdah si trovavano Sandokan, Tremal-Naik e Kammamuri.
- Ed ora? - chiese alla Tigre della Malesia, il quale si preparava a lanciare
una nuova bordata di mitraglia dietro gli ultimi fuggiaschi. - Dove andiamo?
- Verso le montagne di Sadhja - rispose Sandokan. - Se avremo la via libera.
- Ne dubiti?
- Io credo che Sindhia sia piú furbo di quello che credi. Deve aver
assottigliato il suo campo per radunare gente sulle vie della montagna. Non
sarà questa una vittoria definitiva.
- Comincio a sospettarlo anch'io.
- Ed il colera non fa progressi?
Sandokan alzò le spalle.
- Il diavolo della guerra era un uomo di valore, e l'abbiamo veduto. Questo
parente del mio amico credo che sia uno scienziato che valga meno dell'ultimo
dottore del mondo. Non fa che delle chiacchiere e finora niente fatti.
- Aspettiamo. I microbi hanno bisogno d'un certo tempo per svilupparsi.
- Ah!... - fece Sandokan. - Aspettiamo e pensiamo intanto noi a difendere la
nostra pelle.
Gli elefanti si erano fermati un momento rimpinzandosi di foglie, imitati alla
meglio dai cavalli, ma quando i loro cornac diedero nuovamente il segnale della
partenza, si rimisero in marcia a piccolo trotto.
A circa un miglio dalla fattoria si alzava una piccola collina dai fianchi assai
boscosi, e Sandokan aveva dato ordine di condurli verso la cima, volendo prima
esplorare il paese, non essendo affatto convinto che le vie che conducevano
verso le montagne di Sadhja non fossero state occupate.
- Lassú - disse a Yanez - non potremo resistere a lungo senza correre il
rischio di morire di fame. Intanto qualcuno di noi cercherà di raggiungere la
rhani ed i guerrieri di Khampur. Un uomo solo, montato su un buon cavallo, può
passare quasi inosservato, ma non una colonna cosí pesante come la nostra.
- E cosí dovremo subire un nuovo assedio - rispose il Maharajah.
- Mio caro, le nostre bestie sono sfinite, e non potrebbero ritentare una carica
in mezzo a migliaia e migliaia di nemici. Noi non dobbiamo sacrificarle poiché
potranno renderci ancora degli immensi servigi.
- E gli elefanti che Sindhia mi ha rubati?
- Non li ho veduti - rispose Sandokan. - Ma ho udito in distanza, dietro le
truppe che ci assalivano, dei barriti. Vuol dire che non li ha perduti.
- Se li avessi ancora!...
- Quel furfante non avrebbe nemmeno osato assalirti. Gli elefanti ed i rajaputi
insieme!... E poi si diceva che era un gran pazzo!... Un gran furbo, mio caro
Yanez.
- Che ci darà, temo, maggiori fastidi dell'altra volta.
- Oh, la vedremo! Ci sono i montanari di Sadhja, e quei bravi combatteranno come
tigri.
Li condurremo un'altra volta alla vittoria.
- Tu dunque hai molte speranze, Sandokan?
- Ma sí, amico. E poi penso che noi siamo sempre le invincibili tigri della
Malesia. Hai veduto come con cento soli uomini abbiamo rovesciato le migliaia di
nemici.
È vero che andavamo con una furia tale, che al loro posto, mi sarei spaventato
anch'io.
- Tutto da rifare - disse Yanez con un sospiro.
- Perfino la tua capitale - disse Sandokan quasi sorridendo. - Noi,
fortunatamente, siamo ricchi come nababbi, e molta gente potremo far lavorare.
Briccone di Sindhia!... Da lui non mi aspettavo un tale colpo, specialmente dopo
la morte di quella canaglia di greco che funzionava da suo primo ministro.
- E che lo ha istruito.
- Può darsi - disse Sandokan. - Ora quell'uomo riposa in fondo alle acque del
Kini Balú e non tornerà certamente a galla, dopo tre anni, per accorrere
presso il suo signore.
Intanto la ritirata si effettuava senza fastidi. Gli uomini di Sindhia, due
volte battuti dalla colonna infernale, non avevano osato spingere
l'inseguimento.
In lontananza sparavano ancora, ma forse piú per eccitarsi che colla speranza
che qualche palla giungesse a colpire.
Gli elefanti ed i cavalli, quantunque quasi completamente esauriti, avevano
attaccata valorosamente la collina, aprendo un passaggio attraverso le
boscaglie.
Nessuna pianta resisteva all'urto poderoso ed alle formidabili proboscidi degli
elefanti, sebbene si trattasse di rovesciare dei palas, bellissimi alberi
frondosi, d'un verde azzurrognolo, dal tronco assai nodoso e assai resistente
perché ricchissimo di radici.
Verso il mezzodí i poveri animali giungevano in cima alla collina la quale
fortunatamente era quasi tutta coperta di mhowah o mahuah, gli alberi che
valgono quanto i cocchi e forse di piú, producendo una quantità enorme di
fiori simili a piccole frutta rotonde, con corolle giallo-pallide, la bacca
carnosa ed assai nutritiva.
Freschi, quei fiori, sono dolci e gradevoli quantunque tramandino un acuto odore
di muschio; seccati, servono a fare una specie di farina che dà ottime focacce.
Si può dire che migliaia e migliaia d'indiani si levano la fame solamente con
quelle piante estremamente preziose, e che sono cosí abbondanti di fiori, da
darne, ogni stagione, non meno di cento e venticinque chilogrammi l'una.
Appena gli animali ebbero guadagnata la cima, Sandokan diede ordine ai cornac di
togliere le houdah agli elefanti ed i bardamenti ai cavalli, perché potessero
pascolare in piena libertà.
Vi erano erbe in abbondanza lassú, piante grosse ed una specie di serbatoio
pieno d'acqua limpida.
- Questo è il paradiso delle bestie - disse Yanez a Sandokan. - Ecco un
accampamento veramente meraviglioso e conquistato senza una cartuccia. Che ci
sia di buon augurio?
- Siamo saliti, ma non so quando e come potremo scendere, fratellino - rispose
la Tigre della Malesia. - Vedi quel fiumicello che serpeggia nella pianura?
- Lo vedo, come pure vedo che le sue rive sono occupate da parecchie migliaia
d'uomini.
- Pronti a sbarrarci le vie che conducono alle montagne - rispose Sandokan, il
quale era diventato improvvisamente assai pensieroso. - Io non mi ero ingannato:
sentivo il pericolo. Se noi avessimo continuata la nostra marcia nella pianura,
cogli animali sfiniti dalla fame e dalle continue cariche, non so se ora saremmo
qui a discorrere.
- Tu sei sempre stato un uomo prodigioso.
- E tu non meno di me - rispose Sandokan. - Nessun Maharajah avrebbe pensato a
distruggere interamente la propria capitale per lasciare all'avversario
solamente delle ceneri.
- Ed ora come ce la caveremo da questo assedio?
- Le truppe di Sindhia non oseranno salire fin qui. Le mitragliatrici avrebbero
troppo buon giuoco, e di quelle armi, che non hanno mai conosciute, hanno una
paura grandissima.
- Come stiamo a munizioni?
- Ne abbiamo molte casse, e credo che per un bel po' di tempo basteranno. Ho
pensato piú alle polveri ed al piombo che alle provviste da bocca.
- Sempre previdente.
- Noi siamo nati per la guerra.
- Lo credo anch'io.
Si erano arrampicati su un picco da cui potevano abbracciare cogli occhi un
vasto tratto di paese. Kammamuri e Tremal-Naik li avevano seguíti.
Cento metri piú sotto elefanti e cavalli divoravano, agitando le code e gli
orecchi. I malesi e i dayaki, sicuri di fermarsi qualche giorno, avevano
cominciato a costruire delle piccole capanne di foglie e di rami.
I quattro uomini, tutti preoccupati, si erano messi a guardare in tutte le
direzioni.
Se vi erano migliaia d'uomini ammassati sulla riva del fiume, altrettanti si
raccoglievano nella pianura, venendo dalla distrutta capitale, o meglio, dai
campi di Sindhia.
Sandokan fissò i suoi occhi su Kammamuri e gli disse:
- Tu avevi fatto una proposta.
- Sí, signor Sandokan: di correre verso le montagne ed avvertire la rhani e
Khampur del grave pericolo che vi sovrasta.
- Non potrai partire che a notte inoltrata e non solo.
- Chiedo che mi tenga compagnia il rajaputo fedelissimo.
- Accordato - rispose Yanez. - Quell'uomo vale per dieci, e sarà un amico
prezioso quanto il cacciatore di topi.
- Lo so, signore.
- Ti senti tu capace di attraversare le linee nemiche senza farti prendere e
fucilare? - chiese Sandokan.
- Io ed il rajaputo passeremo - rispose Kammamuri con voce ferma. - Se mi
prenderanno saprò giuocarli e giungere egualmente sulle montagne di Sadhja.
- Ma dov'è il dottore? - chiese Yanez. - Da quando noi siamo saliti quassú non
l'ho piú veduto.
- Sarà occupato ad osservare le sue famose bottiglie - rispose Sandokan con
voce ironica. - Ah, di quelle bombe ho ben poca fiducia. Valgono meno d'una
buona palla da due libbre delle spingarde che armano ancora i miei vecchi prahos.
Ba', vedremo.
L'accampamento era stato preparato rapidamente dai malesi, dai dayaki e dai
montanari.
Oltre ad aver costruite numerose capanne, quegli uomini infaticabili avevano
abbattuti anche molti alberi, improvvisando qua e là delle trincee sulle quali
avevano montate le mitragliatrici.
Elefanti e cavalli divoravano ferocemente per rimettersi del lungo digiuno
sofferto, ed il vecchio Sambigliong, sempre meticoloso e prudente, aveva
lanciato una piccola colonna di esploratori attraverso la foresta, onde il
nemico non si avanzasse di sorpresa.
- Tutto va bene, almeno per ora - disse il formidabile pirata, guardando Yanez e
Tremal-Naik. - Il nemico non oserà tentare un assalto; e poi noi gli
prepareremo qualche grossa sorpresa.
- Quale? - chiese il portoghese.
- La cima della collina in vari luoghi è franata. Vi sono dei massi enormi che
pare domandino di fare una gran corsa verso la pianura.
- Ci serviranno da cannoni - disse Tremal-Naik.
- Hai detto la vera parola - rispose Sandokan. - Quei massi, scagliati di
quassú, impediranno alle bande di Sindhia di montare.
- Se pure lo tenteranno - disse Yanez.
- Vorresti dire, fratellino bianco?
- Che preferiranno prenderci colla fame.
- Oh, ne abbiamo qui delle vettovaglie!... Quando avremo terminati i fiori
nutritivi, mangeremo cavalli ed elefanti. Avremo provviste per un mese.
- Ed intanto il colera compirà la sua opera - disse una voce dietro di loro.
Il dottore olandese, sempre elegante, coi suoi occhiali montati in oro e le mani
sprofondate nelle ampie tasche, si era avvicinato al piccolo gruppo.
- Voi avete dunque sempre una grande fiducia nelle vostre famose bottiglie? -
disse Sandokan con voce un po' acre.
- Vedrete!... Cadranno come le mosche i guerrieri di Sindhia. Eh, ci vuole un
po' di tempo, per Santa Radegonda, protettrice di Rotterdam! Voi avete troppo
fuoco nelle vene!
- Sta bene - rispose asciuttamente la Tigre della Malesia. -Aspetteremo.
- Io prevedo orribili stragi - disse il dottore.
- Purché il colera non salga fin quassú - disse Yanez, che appariva non meno
seccato di Sandokan di quelle fanfaronate.
- Ci penserò io a cacciarlo - rispose l'olandese colla sua solita flemma. -
Posseggo dei disinfettanti potenti che renderanno il nostro campo assolutamente
immune.
In quel momento Sambigliong comparve.
- Come va, vecchio mio? - gli chiese Sandokan. - Hai scelto i due cavalli
migliori?
- Sí, Tigre della Malesia. Ora dormono, e quando si chiederà loro di partire
voleranno piú rapidi delle frecce. La cena è pronta; è piuttosto magra, ma
per ora basterà. Venite, signori.
6. Un brutto tiro
Effettivamente le bande di Sindhia, non piú sostenute dai rajaputi, caduti
per la maggior parte nella jungla e poi dinanzi alla grande cloaca, non dovevano
possedere un coraggio straordinario malgrado il loro numero.
Con un rapido attacco avrebbero potuto conquistare la collina; invece erano
rimaste accampate nella pianura, guardando in alto e sparando qualche colpo di
fucile che andava a disperdersi fra le foreste di palas.
Vi era dunque da sperare molto da parte degli assediati. Se tenevano fermo poche
settimane, i montanari comandati dal vecchio Khampur, avrebbero lasciato i loro
villaggi per accorrere in difesa del Maharajah, lo sposo della rhani, adorata da
quei ruvidi uomini delle alte cime.
Si trattava solamente di far presto, poiché gli elefanti ed i cavalli, i
tigrotti della Malesia potevano correre il pericolo di morire di fame.
Come abbiamo detto, le bande si erano mantenute tranquille, piú occupate a
prepararsi degli accampamenti che a sorvegliare il nemico, il quale d'altronde
era stato bene accerchiato.
Non c'era che dire. Almeno per il momento Sindhia, il pazzo, l'ubriacone, era
sempre il piú forte.
A mezzanotte Kammamuri ed il rajaputo fedele, montati ognuno su un cavallo ben
pasciuto e ben riposato, si accostarono alla capanna che le tigri della Malesia
avevano innalzata pei loro capi con rami e foglie gigantesche.
Dinanzi ardeva un gran fuoco, il quale mandava bagliori ora giallastri ed ora
sanguigni.
Sandokan, Yanez, Tremal-Naik ed il flemmatico olandese stavano fumando in attesa
di qualche non improbabile allarme.
- Signori, - disse il valoroso maharatto - noi siamo pronti a tentare la sorte.
- E se ti uccidono? - disse Yanez.
- Avete altra gente da mandare verso le montagne, signore.
- Sí, i montanari, perché gli altri, fuorché Sambigliong, ignorano le vie e
non sono conosciuti. Che cosa dice la Tigre della Malesia?
- Io dico - rispose Sandokan - che prima di partire aspetterete, da parte
nostra, un falso attacco per sgombrarvi il cammino verso oriente.
Ho già dato ordine al miei uomini di portare le mitragliatrici in basso e di
aprire un fuoco infernale.
Voi approfitterete del momento per scendere la collina dalla parte opposta e
fuggire verso le montagne.
- I vostri ultimi ordini, signor Sandokan.
- Radunare piú montanari che potrai e guidarli qui. Come vedi, è una cosa
semplicissima.
- Purché scendano nelle pianure assamesi.
- Di questo rispondo io - disse Yanez. - Conosco troppo bene quei valorosi; e
poi fra loro vi è la rhani e il mio piccolo figlio.
- Allora io ed il rajaputo siamo pronti.
- Aspettate un momento - disse l'olandese. - Vado a prendervi una bottiglia
piena d'un fortissimo disinfettante che ammazzerà all'istante tutti i bacilli
del colera. Il male può essere già scoppiato fra le truppe di Sindhia.
- Lasciatela pure in pace - disse Sandokan. - Questa gente non ha paura delle
vostre misteriose bestioline.
- Per precauzione...
- Oh, lasciate andare.
L'olandese alzò le spalle, tirò una grande fumata, poi disse: - Non valeva la
pena che io lasciassi la Malesia.
- Ma, come vedete, signor Wan Horn, fino ad ora le vostre famose coltivazioni
non hanno dato nessun risultato - disse Yanez.
- Aspettate, aspettate!
- Fino al giorno in cui saremo tutti morti di fame?
L'olandese aspirò un'altra gran boccata di fumo dalla sua pipa di porcellana,
poi rispose:
- Ba', c'è tanta carne qui da divorare. Io so che le trombe ed i piedi degli
elefanti, cucinati dentro un forno scavato nella terra, sono squisitissimi.
Faremo delle scorpacciate!...
- E poi chi vi porterà, signor Wan Horn? - chiese Sandokan sempre ironico.
- Perbacco! Le mie gambe.
- Le vedremo alla prova.
Uscí dalla capanna dinanzi alla quale, presso un grosso falò, attendevano
sempre Kammamuri ed il rajaputo fedele, tenendo per le briglie due cavalli dal
pelame nero e lucidissimo, due bellissime bestie di razza mongola, dotate d'una
grande resistenza e d'una velocità fulminea.
- Aspettate - disse loro.
Afferrò un grosso ramo ardente, lo roteò per qualche momento onde ravvivare
meglio la fiamma, poi lo scagliò in alto facendogli descrivere una lunga
parabola.
Pochi momenti dopo, verso la metà della collina, dal lato occidentale, si udí
una mitragliatrice stridere, seguita subito da alcuni colpi di carabina.
Yanez e Tremal-Naik accompagnati dal cacciatore di topi, diventato ormai
indispensabile anche fuori dalle cloache, udendo quel fracasso si erano pure
affrettati a uscire, portando le loro armi.
- Credi che abboccheranno, Sandokan? - chiese il primo, il quale si mostrava
estremamente irrequieto.
- Sí, ne sono sicuro - rispose la Tigre della Malesia. - Tutte le bande di
Sindhia si precipiteranno da questo lato, credendo che noi vogliamo gettarci
stupidamente in bocca agli sciacalli. Ah, no!... Siamo troppo pochi per
riaffrontarli.
Poi avvicinandosi al cacciatore di topi, gli disse:
- Tu che vedi anche di notte, scendi la collina dal lato opposto e sappimi dire
se le bande del rajah lasciano i loro campi.
- Sí, gran sahib - rispose il baniano. - Farò una corsa rapidissima. Potete
fidarvi dei miei occhi.
- Bada che i minuti sono preziosi.
- Non lo dimenticherò.
Prese lo slancio e scomparve nell'oscurità come se avesse fatto sempre il
corridore pedestre. Che forza meravigliosa doveva possedere quel vecchio!...
Intanto un vivissimo combattimento di fucileria e di mitragliatrici si era
impegnato fra gli uomini di Sandokan e le bande del rajah; ma non vi era, né da
una parte né dall'altra, salvo in certi momenti, un gran spreco di munizioni.
- Tu speri sempre, Sandokan? - chiese Yanez alla Tigre della Malesia, che
prestava attento orecchio a tutti quegli spari.
- Ti ho detto che cadranno nell'agguato che io ho teso loro.
- E se Kammamuri ed il rajaputo cadessero alla loro volta in qualche imboscata?
- Sono uomini da cavarsela. Vedrai che tutto andrà bene.
Kammamuri ed il rajaputo, assolutamente tranquilli, aspettavano sempre il
segnale della partenza con un piede nella larga staffa di ferro, che ha la punta
dinanzi e di dietro, perché possa servire da sprone.
Già da un quarto d'ora il cacciatore di topi era partito, e sul fianco della
collina si continuava a sparare, a lunghi intervalli, quando il vecchio
ricomparve sempre correndo come un giovanotto.
- Grandi sahibs, - disse rivolgendosi a Yanez, Sandokan e Tremal-Naik - tutte le
bande che accampavano alla base della collina, dalla parte d'oriente, sono
partite. Gli accampamenti sono vuoti.
- Ne sei ben sicuro? - gli chiese la Tigre della Malesia.
- Come vi ho detto i miei occhi vedono forse meglio di quelli dei topi, i miei
vecchi compagni.
- Che tu mangiavi inesorabilmente - disse Yanez.
- Era la lotta per la vita, gran sahib.
- Allora voi potete partire - disse Sandokan. - I cavalli sono stati scelti con
cura, sono ben nutriti e riposati, e vi porteranno lontano. Solamente vi dico di
guardarvi dagli agguati.
- Apriremo anche noi bene gli occhi come il cacciatore di topi - rispose
Kammamuri.
- Partite e portate i miei saluti alla rhani ed a mio figlio - disse Yanez. -
Pensate che la nostra sorte sta nelle vostre mani.
- Cercheremo di non farci prendere.
Stavano per partire, quando il signor Wan Horn si avvicinò loro, dicendo colla
sua solita voce tranquilla:
- Se potete, datemi qualche notizia sullo sviluppo del colera. A quest'ora ci
devono essere non pochi morti nei campi del rajah.
- Lo credete? - chiese Sandokan.
- Ma certamente. Le mie bestioline hanno avuto il tempo necessario per
svilupparsi.
- Dei morti ve ne saranno, ma uccisi dalle mie mitragliatrici.
- Eh, vedrete!... Aspettate!
- Sí, la fine del mondo.
L'olandese non era uomo da scombussolarsi per una frase anche assai aspra. Alzò
le spalle, si accomodò gli occhiali, e sempre con la sua pipa in bocca si
allontanò per fare forse una visita alle sue famose bottiglie piene di microbi
micidiali, almeno cosí asseriva lui.
- Orsú, partite - disse Yanez a Kammamuri ed al rajaputo, mentre la fucileria
continuava a rimbombare sotto i boschi di palas.
I due valorosi in un lampo furono in sella. Raccolsero le briglie, assicurarono
bene i piedi dentro le larghe staffe, fecero col capo un ultimo saluto e
lanciarono i due cavalli neri, i quali, dopo essersi levata la fame ed un po'
riposati, pareva non domandassero che di correre.
- Apri gli occhi, rajaputo - disse il maharatto, il quale scendeva veloce la
collina.
- Ed anche tu, sahib - rispose il gigante. - Quattro lanterne fanno maggior luce
di due.
- Credi tu che noi passeremo?
- Per tutte le divinità dell'India!... Passeremo a corsa sfrenata, e vedremo se
quell'accozzaglia di furfanti sarà capace di arrestarci.
- Sei mai stato lassú?
- A Sadhja? No, quantunque abbia udito parlare assai di quelle montagne.
- Ne avremo per quattro giorni almeno.
- Nessuna cavalcata mi spaventa.
- Allora tutto va bene - disse Kammamuri, raccogliendo strettamente le briglie
del suo splendido mongolo.
Dall'altra parte della collina si continuava a sparare. Le detonazioni venivano
talvolta coperte da urli selvaggi, lanciati dalle bande di Sindhia, piú adatte
per gridare che per maneggiare il fucile.
Ma una vera battaglia non doveva essersi impegnata, non avendo gli assediati
alcun vantaggio a scendere nella pianura mentre si trovavano lassú, fra le
ultime rocce, come dentro ad un castello. Sandokan e Yanez erano troppo prudenti
per impegnarsi a fondo coi pochi uomini che avevano.
Gli assedianti, vera accozzaglia di banditi, di paria, di fakiri, di bramini,
avevano lo stesso motivo, avendo ormai conosciuta l'audacia e il coraggio dei
loro avversari.
Certamente il rajah contava piú sulla fame che sulle armi da fuoco dei suoi
uomini.
Intanto Kammamuri ed il rajaputo fedele, sempre piú rassicurati, malgrado
l'oscurità continuavano a scendere attraverso i vasti gruppi d'alberi i quali
lasciavano qua e là degli ampi passaggi.
I cavalli avevano il piede sicuro quasi quanto i muli, e non vi era nessun
pericolo che facessero qualche capitombolo. Erano bravi animali abituati sia ad
attraversare le jungle, sia a scalare o scendere montagne.
Era trascorsa appena mezz'ora quando i due valorosi giunsero al piano.
- Prima di spronare guardiamo attentamente - disse Kammamuri.
- Non vedo nulla - rispose il rajaputo. - È vero che io non posseggo gli occhi
del cacciatore di topi.
- Saranno corsi tutti dall'altra parte temendo una discesa del Maharajah.
- Lanciamo, sahib?
- Lanciamo, rajaputo, e carabina davanti alla sella.
I due cavalli, che si erano arrestati un momento, punzecchiati vivamente colle
staffe puntute, partirono a corsa sfrenata.
La notte era oscurissima poiché non vi erano né stelle, né luna; anzi vi
erano in alto delle grosse masse di vapori che un vento piuttosto freddo
spingeva verso ponente, scendendo dalle alte montagne di Sadhja.
Ma Kammamuri sapeva, come la maggior parte degli indiani e degli zingari,
dirigersi egualmente, e far di meno della piccola bussola d'oro che Yanez gli
aveva regalato all'ultimo momento.
Un'altra mezz'ora trascorse. Nella vasta e tenebrosa pianura, coperta ad
intervalli di fittissime erbe del genere dei kâlam, ma non cosí alte, non si
udiva risonare che il galoppo, sempre piú precipitoso, dei due cavalli.
In lontananza, verso la collina, solamente qualche colpo di carabina od una
scarica di mitraglia, rimbombavano. Pareva che assediati ed assedianti
economizzassero le munizioni, troppo preziose per gli uni e per gli altri.
I due cavalieri contavano di aver percorso già quattro o cinque miglia e
ritenevano di trovarsi ormai fuori di pericolo, quando in mezzo al fitto buio si
udí una voce rauca urlare:
- Chi passa? Ferma!... Ferma!...
- Non rispondere tu - disse rapidamente Kammamuri al suo gigantesco compagno,
trattenendo il cavallo.
Poi a sua volta gridò con voce minacciosa:
- Fermi voi, cani del Maharajah!
- T'inganni!... - disse l'uomo che aveva intimato il fermo. - Noi siamo
guerrieri di Sindhia.
- Voi mentite!... Gli uomini del rajah si trovano tutti intorno alla collina e
stanno combattendo.
- Lo sappiamo. Chi siete voi?
- Rajaputi - rispose Kammamuri.
- E dove andate?
- Il Maharajah è riuscito a fuggire e gli diamo la caccia.
- In quanti siete?
- In venti.
- Io non posso lasciarvi passare - gridò l'uomo di Sindhia. - Ho ricevuto degli
ordini formali dal rajah.
- Ed anche noi. Dobbiamo prendere, vivo o morto, l'uomo bianco.
- Nessuno è passato di qui.
- Dormivate forse? Avvertirò Sindhia, miserabili che siete! - urlò il
maharatto.
Poi volgendosi verso il rajaputo gli disse rapidamente:
- Preparati a caricare.
- Sono pronto, sahib. Dopo la carabina lavorerò colla scimitarra, e vedrai che
squarcio farò fra quegli uomini.
In mezzo alle erbe, diventate in quel luogo cosí alte da arrivare alle staffe
dei cavalieri, si udivano delle persone chiamarsi. Non dovevano essere lontane
piú di duecento metri, e forse formavano un piccolo accampamento incaricato di
vegliare sulle retrovie.
Il capo del posto, che per primo aveva dato l'allarme, dopo qualche minuto di
conversazione coi suoi guerrieri che si tenevano sempre accuratamente nascosti
fra le erbe, fece riudire la sua voce veramente stridula:
- Se siete veramente dei rajaputi - gridò - tornate indietro. Il rajah ha
bisogno di voi.
- Niente affatto - rispose Kammamuri. - Ormai ha preso la collina d'assalto, e
solo pochi dei suoi nemici sono riusciti a fuggire, e fra questi il Maharajah.
Largo adunque, e non seccateci, vili paria!...
- Tu gridi troppo forte.
- Noi rajaputi non siamo persone da arrestarci. Senza di noi, voi non avreste
mai espugnata Gauhati.
- Passerete, ma prima voglio accertarmi se siete realmente quello che affermate
di essere.
Aspettate che accendiamo del fuoco.
- Per dar fuoco ai kâlam?
- Agiremo con prudenza.
- Non fateci perdere troppo tempo o perderemo le tracce del Maharajah.
- Non domando che un solo minuto.
- E noi, sahib? - chiese il gigantesco rajaputo, che si sentiva invaso da una
voglia furiosa di caricare.
- E noi non saremo cosí sciocchi d'aspettare che diradino le tenebre.
- Credi che siano in molti?
- Forse no. Lascia andare la carabina ed impugna piuttosto la scimitarra. Poi
abbiamo anche le pistole, e sono già dieci colpi di fuoco sui quali potremo
contare.
- Sotto? - chiese il rajaputo, che frenava a stento il cavallo.
- Sí, sotto, in piena volata, sciabolando. Resta saldo in sella.
- È come se fossi inchiodato.
In quel momento un fuoco brillò fra le tenebre. Pareva che gli uomini di
Sindhia avessero acceso qualche ramo resinoso.
- Addosso!... - disse sotto voce il maharatto.
I due cavalieri, che avevano tutto l'interesse di non mostrare l'esiguità delle
loro forze, allentarono le briglie, impugnarono le scimitarre e si scagliarono
innanzi a corpo perduto.
In un lampo furono addosso ad una linea d'uomini che tenevano essi pure dei
cavalli, e d'un colpo solo la sfondarono, mandando urli tremendi e sciabolando
furiosamente.
Passarono come saette, salutati appena da qualche colpo di pistola e di fucile,
e si allontanarono, ventre a terra, tenendo sempre la direzione orientale.
Ma non avevano però percorsi trecento o quattrocento metri, quando udirono
dietro di loro il galoppo sfrenato di numerosi cavalli.
- Ah, le canaglie!... - esclamò Kammamuri. - Erano gente montata!...
- Che ci darà una caccia accanita - rispose il gigante, ringuainando la
scimitarra lorda di sangue e staccando dall'arcione la carabina. -
Fortunatamente fa molto oscuro, e non so se riusciranno a filare diritti dietro
di noi.
- Il rumore dei nostri cavalli ci tradisce.
- Io vorrei sapere chi sono quei cavalieri. Rajaputi? Uhm! ne dubito assai.
"Noi abbiamo un grido di guerra diverso da tutte le caste guerriere dell'Indostan,
e non l'ho udito. Chi avrebbe detto che quel pazzo furioso si sarebbe procurata
anche della cavalleria?"
- Io credo che qui sotto ci sia lo zampino del leopardo inglese - disse
Kammarnuri. - Noi, in Malesia, siamo stati troppo odiati per le nostre
strepitose vittorie.
Un colpo di fuoco echeggiò rompendo, per un istante, le tenebre, ma i
fuggiaschi non udirono il fischio della palla.
- Non rispondere - disse precipitosamente Kammamuri, vedendo che il rajaputo
stava per voltarsi sulla sella. - Non segnalare, per ora, dove noi ci troviamo.
Possono essere in molti, e con una scarica fortunata gettarci tutti e due colle
gambe in aria.
- Hai ragione, sahib, e devono essere davvero in molti, a giudicarlo dal
fracasso che producono i loro cavalli. Dobbiamo accelerare?
- Mancano almeno due ore allo spuntare del sole, e sarà meglio per noi prendere
un maggior vantaggio - rispose il maharatto. - Ai nostri giorni le armi sono
troppo perfezionate, ed una palla può essere micidiale a cinquecento ed anche
piú metri. Ti sembra che resista il tuo cavallo?
- Va come se avesse il fuoco nelle vene, sahib.
- Ed anche il mio. Il signor Yanez ce li ha scelti con cura.
- Ed allora allunghiamo - rispose il rajaputo.
- Non tanto. Non sfiatiamo queste povere bestie che ci possono rendere degli
immensi servigi.
Allentarono un po' le briglie e punzecchiarono un po'. I due mongoli scattarono
di colpo e presero un passo velocissimo, fendendo coi robusti petti i kâlam che
si stendevano come un mare di verzura.
Dietro di loro galoppavano furiosamente i cavalieri di Sindhia sempre intimando
il fermo, e sparando colpi di carabina che non facevano né caldo né freddo al
maharatto ed al rajaputo, sapendo ormai per prova quanto quei banditi fossero
dei pessimi tiratori e da fermo. A cavallo non dovevano valere assolutamente
nulla.
Colle armi bianche certo che le cose sarebbero andate diversamente.
Già i due coraggiosi galoppavano da una buona ora, quando si presentò dinanzi
a loro una piccola altura, dai fianchi larghi ed accessibilissima, non piú alta
di una sessantina di metri.
- Lassú - disse il maharatto.
- E poi? - chiese il rajaputo.
- Cercheremo di arrestare quei furfanti. Tu sei sicuro dei tuoi colpi?
- Sbaglio di rado, sahib - rispose il rajaputo.
- Questa corsa non può durare eternamente, e poi voglio contare i nemici che ci
stanno alle calcagna.
- E se ricevessero dei rinforzi?
- Oh, ormai siamo troppo lontani dai campi di Sindhia. Dobbiamo aver già
percorse piú di venticinque miglia.
- Allora montiamo - rispose il rajaputo. - Comprendo anch'io che non dobbiamo
rovinare, in una sola corsa, queste bestie che già hanno sofferto nelle
cloache...
Ed i grandi sahibs che cosa faranno intanto?
- Non preoccuparti di loro. Te l'ho già detto che sono uomini da non farsi
prendere.
- E se l'assedio si prolungasse?
- Non hanno gli elefanti ed i cavalli da mangiare? E poi le foreste che coprono
la collina offriranno loro, per un certo tempo, altre risorse.
I due cavalli montarono intanto l'altura senza rallentare lo slancio, e si
arrestarono fra un gruppo di colossali tamarindi.
Tutto intorno si alzavano delle erbe gigantesche fra le quali serpeggiavano
confusamente, attorcigliate come rettili, delle canne d'India.
Kammamuri lanciò intorno un rapido sguardo, poi disse al rajaputo:
- Ecco una magnifica posizione per arrestare quei dannati. Quando ne avremo
gettati a gambe levate parecchi, riprenderemo la corsa.
Legarono i due cavalli, tolsero loro rapidamente i morsi perché potessero
mangiare liberamente, poi, impugnate le carabine, si spinsero verso il lato
occidentale dell'altura.
I cavalieri di Sindhia giungevano sempre urlando e sempre sprecando inutilmente
le munizioni, ma faceva ancora troppo scuro per poterli contare.
Erano in molti od in pochi? Ecco quello che si chiedeva ansiosamente il
maharatto.
L'alba peraltro non era lontana. Verso oriente un tenuissimo velo color di rosa
si avanzava, spengendo rapidamente le stelle.
I due valorosi si nascosero fra gli altissimi kâlam, pronti a mitragliare gli
avversari; ma i banditi, accortisi che i fuggiaschi avevano presa posizione, e
non sapendo nemmeno loro con quanti uomini avrebbero avuto da fare, non avevano
osato spingersi sull'altura.
Anche loro aspettavano certamente lo spuntare del sole per regolarsi.
Il rajaputo, ben nascosto fra le erbe, aveva intanto accesa la sua vecchia pipa
e si era messo a fumare, ma con gli orecchi sempre tesi e gli occhi ben aperti;
e Kammamuri, avendo trovato in fondo alla tasca una sigaretta, l'aveva imitato.
Il cielo a poco a poco si rischiarava, ma meno rapidamente delle altre volte,
essendovi sempre in alto grosse masse di vapori. La luce, dapprima rosea,
diventava a poco a poco gialla.
Ad un tratto un gran fascio di luce illuminò l'immensa pianura che si stendeva
fino ai bastioni della città distrutta, ed ai due fuggiaschi apparve una
colonna formata d'una trentina di cavalieri abbastanza bene montati su cavalli
morelli, di belle forme, e formidabilmente armati.
- Per Siva!... - esclamò Kammamuri. - Sono in buon numero. Non credevo che
fossero in tanti.
- Non sono rajaputi. Che cosa saranno? Paria, fakiri, bramini, thugs o peggio
ancora?
- Chi lo sa! Vedo che si tengono abbastanza bene in sella.
- Cominciamo a fucilarli?
- La tua carabina è carica a mitraglia od a palla?
- A palla, sahib - rispose il rajaputo.
- Va bene. Le cartucce a mitraglia le useremo piú tardi. Guarda quell'uomo che
ha quel gigantesco turbante rosso, e che pare sia il comandante di quel manipolo
di cavalieri.
- Lo vedo.
- Pròvati a fare un colpo.
- Subito, sahib.
Il rajaputo, tenendosi sempre semi-nascosto fra i kâlam, puntò la carabina
mirando con estrema attenzione.
Stava per partire il colpo quando il maharatto gli disse:
- Risparmia quel colpo. Qualche altro nemico piú terribile ci assale alle
spalle.
- Chi?
- O m'inganno, o abbiamo alle costole una bâgh.
- Possibile, sahib? - chiese il rajaputo, volgendosi impetuosamente.
- Sono un vecchio cacciatore di tigri e non posso ingannarmi. - Per Parvati!...
Trenta uomini dinanzi a noi ed una bâgh alle calcagna! Maledette bestie!...
Corrono sempre dove c'è carne umana da divorare. Che cosa facciamo, maharatto?
- Prima pensiamo a sbarazzarci della bestia, la quale potrebbe piombarci addosso
nel colmo del combattimento.
- Impegnarci con una tigre in questo momento?
- È necessario - rispose Kammamuri, con voce ferma. - D'altronde non sono cosí
terribili come tu credi. Quante io ne ho uccise nella Jungla nera insieme col
mio padrone!
Vieni, cerca di non far rumore, e non occuparti, per il momento, dei cavalieri.
Non oseranno salire, te lo assicuro.
- Andiamo dunque ad uccidere prima la bâgh - rispose docilmente il rajaputo. -
Se sbaglierò, ho delle buone braccia per soffocarla.
- Ed i colpi d'unghia?
- Da quelli mi guarderò.
Kammamuri, vecchio cacciatore di tigri, che per molti anni aveva dato delle
battaglie a quelle pericolosissime bestie nella Jungla nera insieme al suo
padrone Tremal-Naik, non doveva essersi ingannato. E non le aveva cacciate
solamente in India, bensí anche in Malesia.
Come mai, sui primi albori, si aggirava sulla cima di quella collina quella
formidabile predona? Si sa che tutti i carnivori quando spunta il sole si
affrettano a guadagnare i loro rifugi, o meglio le loro tane, poiché non
cacciano che di notte. Probabilmente quella bâgh non aveva cenato quella sera,
e si ostinava, malgrado la luce, a procurarsi delle bistecche.
Checché si sia detto e scritto, le tigri, quando sono alle prese con la fame,
non esitano a misurarsi cogli uomini, avendo piena conoscenza del proprio
slancio impetuoso, irresistibile, e della propria forza piú che straordinaria,
assai superiore a quella del leone.
Nell'Africa meridionale si sono veduti dei leoni saltare dentro i kral boeri o
zulú, e rivarcare la cinta portando fra le possenti mascelle un vitello; in
India si è veduto ben altro. Una tigre adulta non esita a portarsi via un bue
od una giovenca, e con quel peso, può saltare una cinta piú o meno spinosa.
Tanto il rajaputo quanto il maharatto sapevano d'aver a che fare con un
avversario ben piú risoluto ed intrepido dei banditi che li assediavano, quindi
si erano messi in moto con grandi precauzioni, cercando soprattutto di coprire i
cavalli da un fulmineo attacco.
Sempre insieme girarono intorno ai tamarindi, tenendo le carabine puntate,
movendo con le canne gli altissimi kâlam.
Kammamuri stette un momento in silenziosa osservazione, poi si batté colla
sinistra la fronte dicendo:
- Noi siamo degli stupidi.
Il rajaputo lo interrogò collo sguardo, e per un momento abbassò l'arma.
- Ma sí, siamo degli stupidi - ripeté il maharatto. - Giacché di qui non
possiamo scoprire la bâgh, innalziamoci e cosí la scopriremo.
- E dove, se siamo proprio sulla cima dell'altura?
- Arrampichiamoci su un tamarindo, e di lassú facciamo fuoco con assai meno
pericolo.
- Io non avrei mai avuto una cosí bella idea - confessò candidamente il
rajaputo. - Ma la tigre non ne approfitterà per squarciare le groppe al nostri
cavalli?
- Abbiamo in mano dieci colpi di fuoco.
Intorno a loro, come abbiamo già detto, si alzavano alcuni superbi tamarindi, i
cui rami elasticissimi si piegavano sotto il peso di enormi grappoli di frutta.
Erano alti quindici ed anche venti metri, ed i loro tronchi lisci scomparivano
quasi tutti sotto un'abbondante flora parassitaria.
Una scalata per uomini lesti come il rajaputo ed il maharatto non doveva essere
che un giuoco da fanciulli.
Prima peraltro di tentare l'impresa, per paura di venire assaliti a poca altezza
e strappati giú, i due coraggiosi cercarono un po' piú lontano dei sassi, e
furono abbastanza fortunati di trovare due grossi frammenti di roccia mezzo
sgretolati dalle acque.
Fu il rajaputo, perché assai piú robusto del maharatto, che s'incaricò di
smuovere la tigre.
La dannata bestia si ostinava a non lasciare il suo nascondiglio, ed al
precipitare delle due grosse pietre si era accontentata di rispondere con un
ha-o-hung minaccioso e nient'altro.
- Che cosa fanno i cavalieri? - chiese il gigante al maharano, il quale aveva
lanciato un rapido sguardo nella sottostante pianura.
- Si sono accampati in attesa forse di rinforzi.
- Sahib, te lo ripeto, sbrighiamo l'affare della bâgh e poi riprendiamo la
corsa.
- Saliamo.
Ascoltarono un'ultima volta, aguzzarono gli occhi verso i kâlam che rimanevano
perfettamente immobili, poi entrambi si slanciarono contro un grosso tamarindo,
ed aggrappandosi alle piante rampicanti, in un momento si trovarono a quindici
metri d'altezza, accomodati fra i grossi rami.
- La vedi? - chiese subito Kammamuri, armando la carabina.
- Sí, e si trova solamente a venti passi da noi - rispose il rajaputo.
- L'idea poteva venirmi anche prima.
- Lo credo anch'io.
Di lassú, distesa in mezzo ai folti kâlam, avevano potuto subito scoprire la
pericolosa bestia.
Stavano per far fuoco, quando notarono un fatto assolutamente straordinario. La
bâgh stava allungata fra quattro grossi panieri, che avevano i coperchi alzati.
Kammamuri guardò il rajaputo.
- Hai mai veduto nulla di simile, tu?
- Mai, sahib.
- Io sospetto qualche tradimento.
- Intanto ammazziamo la bâgh, poi andremo a vedere che cosa contengono quei
panieri.
- Per Siva! la colazione della bestia! - disse Kammamuri, scoppiando in una
risata.
- Che sia ammaestrata?
Il maharatto alzò le spalle. Si accomodò meglio che poté sul grosso ramo e
guardò un'ultima volta la tigre la quale pareva che sonnecchiasse placidamente,
poiché anche la sua lunga coda rimaneva affatto immobile.
- Rajaputo, - disse il maharatto - che cosa dici tu?
- Che sarebbe ora di far fuoco.
- La tua carabina è carica a mitraglia od a palla?
- A palla ed anche a mitraglia. Tu sai meglio di me che queste grosse armi
possono sopportare, senza scoppiare, anche una doppia carica.
- Su ciò non ho alcun timore. Lascia prima che spari io che non sbaglio mai i
miei colpi. Se ammazzo la bestia, come spero, tu mitraglierai quei panieri
sospetti.
Mirò con grande calma e con estrema attenzione. Vedeva benissimo la bestia
allungata fra le alte erbe a poco piú di venti passi, e stava già per lasciar
partire il colpo, quando il rajaputo, con suo grande stupore, lo vide rialzare
vivamente la carabina e lo udí mandare una sorda imprecazione.
- Che cosa succede dunque, sahib? Non osi sparare?
- Succede che in questo affare non ci vedo chiaro. La tigre si è appiattita
come si fosse, per opera di chi sa quale miracolo, spogliata delle sue carni e
delle sue ossa.
- Ma se ha urlato fino a pochi minuti or sono!...
- Io ho conosciuto molti indiani che sapevano imitare perfettamente l'ha-o-hung
delle bâgh.
- Scendiamo?
- Ah, no. Prima voglio essere sicuro del fatto mio.
Riprese la mira e dopo qualche secondo sparò, ma la tigre rimase perfettamente
immobile.
- Eppure io l'ho colpita - disse il maharatto furioso. - Io ho sparato solamente
contro una pelle!...
- È impossibile!...
- Prova a fare un colpo anche tu.
Il rajaputo a sua volta scaricò la sua grossa carabina carica a palla e a
mitraglia, e anche questa volta la tigre rimase immobile.
Invece i quattro panieri si agitarono furiosamente, e dalle aperture irruppero,
sibilando, contorcendosi e ballando un gran numero di serpenti, i quali si
dispersero subito fra i kâlam che circondavano i tamarindi.
Vi erano rettili di tutte le specie: serpenti del minuto, cobra capello,
serpenti guilobi dalla pelle picchiettata graziosamente d'un rossocorallo, boa
verdi-azzurrognoli con anelli irregolari lunghi quattro e perfino cinque metri,
e bis cobra.
I due indiani avevano mandato un altissimo grido ed avevano ricaricate
precipitosamente le loro armi, e questa volta a mitraglia.