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La rivincita di Yanez

 


CAPITOLO I

LA COLONNA INFERNALE

- Saccaroa!... Ma dove quel demonio di Sindhia ha raccolto tanti sciacalli? Sono due giorni che sbucano dalle foreste e dalle jungle per arrestarci, eppure ne abbiamo gettati a terra! Cinque elefanti, cinque mitragliatrici e cento carabine, se saranno ancora cento, poiché delle perdite ne abbiamo subite anche noi.
- Vogliono impedirci di giungere a Gauhati, signor Sandokan, per non lasciarci congiungere col signor Yanez, il Maharajah bianco, il vostro fratello d'oltre oceano.
- E tu credi, Kammamuri, che quei pezzenti saranno capaci di fermarci? Sai come ho chiamato la banda che io conduco in aiuto di Yanez? La colonna infernale. Oh, passerà anche attraverso a ventimila uomini! Hanno molto da imparare questi indiani dai malesi e dai dayaki. Non ne ho condotti con me che cento, ma scelti con estrema cura, cento vere tigri della Malesia, che quantunque siano in fondo maomettani, ad un mio ordine non esiterebbero a strappare la barba al gran Profeta se si presentasse dinanzi a loro.
- So quanto valgono - disse Kammamuri. - Due volte sono stato nella Malesia e li ho sempre ammirati; eppure io appartengo ad una delle razze piú guerresche dell'India.
- Sí, i maharatti sono sempre stati bravi soldati, ed agli inglesi hanno dato dei grossi fastidi. Lo sa la Compagnia delle Indie.
- Signor Sandokan, un'altra imboscata...
- Questa sarebbe la terza, ma la colonna infernale passerà ed io andrò, malgrado tutti gli ostacoli, a rivedere mio fratello bianco, la rhani e il piccolo Soarez. Bell'idea che ho avuto a portare con me delle mitragliatrici! Sgombrano rapidamente le jungle. Sei sicuro che ci assalgano ancora?
- Ho udito i segnali di quei banditi, signor Sandokan. Si radunano per darci un ultimo attacco, forse.
- Oh, noi passeremo.
Stava per cadere il giorno. Una luce quasi sanguigna si proiettava attraverso le alte pianure del Bengala, coperte di jungle e di fitte boscaglie di fichi baniani, di mangifere e di vecchi tamarindi, i cui rami piegavansi sotto il peso della frutta.
Una colonna si avanzava rapidamente, aprendosi il passo lungo il fossato sinistro della linea ferroviaria di Rangpur.
Era composta di cinque magnifici elefanti coomareah, i piú forti delle due razze che esistevano nell'India, quantunque meno bassi dei merghee, muniti di robuste casse od houdah, dinanzi alle quali s'alzava, su un affusto, una mitragliatrice a venticinque canne, disposta a ventaglio.
Seguivano cento cavalieri, montati su robusti cavalli di razza inglese.
Strani quei cavalieri, poiché non appartenevano a nessuna razza indiana. Mentre alcuni erano bassi e piuttosto tarchiati, colla pelle fosca che aveva dei riflessi olivastri e sfumature rossastre cupe, gli occhi piccoli e nerissimi; altri invece erano piuttosto alti, di colore giallastro, di forme quasi perfette, coi lineamenti bellissimi, quasi regolati, e gli occhi bene aperti, ampi ed intelligentissimi.
Un uomo che avesse avuto una profonda conoscenza colla regione malese, non avrebbe esitato a classificare i primi per malesi autentici, e gli altri per dayaki bornesi, due razze che si equivalgono per ferocia, per audacia e per coraggio indomito.
Cavalcavano forse un po' male, poiché tutta quella gente doveva essere piú abituata a cavalcare i pennoni dei rapidissimi prahos malesi; pure si tenevano abbastanza bene in sella, ed i cavalli inglesi non avevano molto buon giuoco.
Tutti erano formidabilmente armati di grosse carabine di mare, usate piú per la mitraglia che pei proiettili, di pistoloni a lunga canna e di certi pesanti sciaboloni le cui punte finiscono in forma di doccia, armi terribili, fabbricate con un acciaio naturale che solo si trova nelle miniere dei Monti del Cristallo del Sultanato di Varauni, e che con un colpo solo portano via una testa.
Erano i famosi kampilangs dei dayaki.
Sul primo elefante si trovavano due uomini ben diversi l'uno dall'altro. Noi sappiamo chi era Kammamuri, l'indemoniato maharatto, il fedelissimo servo di Tremal-Naik, il famoso cacciatore della Jungla nera.
L'altro, che stava proprio seduto dietro alla mitragliatrice, pronto sempre a scatenarla, pareva invece un orientale dell'estremo oriente, a giudicarlo dalla tinta della sua pelle che aveva dei lontani riflessi olivastri, occhi nerissimi, ardenti, barba ancora nera malgrado i suoi cinquantacinque anni, e capelli lunghi e ricciuti che gli cadevano sulle spalle.
Indossava una ricchissima casacca di seta verde con alamari rossi e bottoni d'oro, portava calzoni larghi d'egual colore, alti stivali di pelle gialla colla punta rialzata, come quelli degli Usbeki del Turchestan, e da una larga fascia di seta bianca gli pendeva una magnifica scimitarra la cui impugnatura, incrostata di diamanti e di rubini, doveva avere un valore grandissimo.
Sul secondo si trovavano un vecchio malese dal volto rugoso e l'espressione feroce, ed un uomo sulla quarantina, di forme massicce, cogli occhi azzurri, difesi da un paio d'occhiali montati in oro, i capelli biondissimi e la carnagione quasi rosea degli uomini dei paesi nordici dell'Europa.
Vestiva tutto di bianco, di flanella leggerissima, e portava in testa una specie di elmo di tela bianca, con un lungo velo azzurro che gli cadeva sulle spalle.
Non aveva affatto l'aspetto d'un uomo di guerra, ma piuttosto quello di uno scienziato o d'un esploratore.
Gli altri tre erano montati da malesi e dai cornac.
La colonna si era cacciata in mezzo ad un largo passaggio aperto fra delle immense mangifere che si stendevano lungo alcuni stagni assai vasti, entro i quali si vedevano guizzare giganteschi coccodrilli in cerca di preda. Doveva già aver subíto delle perdite, se non di uomini almeno di cavalli, poiché parecchi animali portavano due cavalieri invece d'uno.
Il primo elefante, ad un fischio del cornac, si era arrestato, arrotolando subito prudentemente la sua proboscide fra le zanne, come se avesse temuto l'assalto improvviso di qualche tigre, e si era piantato solidamente sulle grosse zampe mandando un lungo barrito.
L'uomo vestito da orientale s'era tolto il largo turbante di seta bianca, su cui sfavillava un diamante d'inestimabile valore, poi si era collocato dietro alla mitragliatrice, dicendo al cornac che si era coricato tutto sul collo dell'elefante:
- Tieni ferma la bestia tu.
- Sí, sahib.
- Avremo un altro assalto da parte di quei brutti sciacalli. È già il quarto... Quanti sono dunque?
- Ve l'ho detto, signor Sandokan, - disse l'indiano che gli sedeva a fianco e che stava armando la carabina. - Molti... Ventimila, si dice.
Il fiero bornese, poiché non era affatto un malese, alzò le spalle e disse:
- Ma noi passeremo egualmente.
- Badate che quei banditi hanno espugnata e saccheggiata Goalpara, battendo i duemila montanari di Sadhja che erano guidati dal figlio di Khampur.
- Se fossero stati comandati dal padre, Goalpara apparterrebbe ancora alla rhani e quindi anche a Yanez. E poi, noi siamo le tigri di Mompracem che tante e tante volte hanno vinto gli inglesi per terra e per mare, e quegli uomini, non offenderti, Kammamuri, si battono meglio degli indiani.
- Non dei maharatti, però, signor Sandokan. Abbiamo perduto, è vero, la nostra indipendenza, ma quante madri inglesi hanno pianto i loro figli caduti nella lontana India? E molti ne sono morti, in mezzo alle jungle, in mezzo alle selve, intorno alla città ed ai villaggi.
- Taci, Kammamuri.
Fra le folte mangifere si erano uditi degli urli acuti, urli lugubri, simili a quelli che manda il lupo quando è affamato e scorrazza le montagne.
- Credi tu, che sei indiano, che questi siano urli di sciacalli? - chiese Sandokan.
- No, signore, quantunque abilmente imitati - rispose Kammamuri.
- Siamo lontani dalla capitale?
- Solamente sei o sette miglia, ma mi stupisce grandemente una cosa.
- Parla.
- Che non vedo le cime né di pagode, né di moschee. Eppure l'orizzonte è ancora bene illuminato.
- Che Yanez, vedendosi perduto, abbia dato fuoco a Gauhati?
- Lo credo, signor Sandokan.
- Ma sappiamo dove trovarlo?
- Nella città sotterranea.
- Sarà ben sicuro laggiú?
- Poche carabine bastano a difenderne l'entrata.
- Allora sono tranquillo. Ancora dei segnali?
Si alzò, e volgendosi verso gli uomini che montavano gli altri quattro elefanti, gridò con voce tonante:
- Pronte le mitragliatrici!... C'è un nuovo attacco.
"I cavalieri si stringano presso gli animali."
In quel momento alcuni colpi di fucile rimbombarono in mezzo alle mangifere. Facevano gran fracasso e nessun danno, essendo forse le carabine maneggiate da gente piú abituata ad usare il tarwar ed il bastone anziché le armi da fuoco.
- Cornac! - gridò Sandokan. - Lanciate gli elefanti! Ormai sono abituati a questa musica!
I cinque giganteschi animali, scortati dai cavalieri, si misero in moto a mezza corsa, barrendo spaventosamente. Non tenevano però la proboscide alzata per paura di ricevere qualche palla.
Le mitragliatrici erano pronte. Bastava solo che gli assalitori si mostrassero per scatenarle, ma gli sciacalli di Sindhia, che avevano già provato il fuoco di quei terribili ordigni di guerra, si guardavano bene dal mostrarsi.
I cavalieri però, quando vedevano qualcuno attraversare i cespugli a gran corsa, o per unirsi ai compagni, o per scegliersi una migliore posizione, di quando in quando facevano tuonare le loro grosse carabine di mare cariche fino a mezza canna di piccoli chiodi di rame. Quei colpi non sempre uccidevano, ma sbarazzavano il terreno dagli assalitori, i quali non sapevano resistere ai morsi crudeli di quel nuovo genere di mitraglia, usato solamente dai pirati malesi.
Per un buon chilometro i cinque elefanti procedettero sempre a mezza corsa e sbucarono finalmente nella pianura che si stendeva al sud della capitale, priva di boschi e di jungle, perché quei terreni erano stati coltivati a risaie.
Kammamuri mandò un altissimo grido:
- La capitale è scomparsa!... Non vedo altro che la vecchia moschea che sorge presso l'entrata della città sotterranea.
- Infatti non si vedono che dei bastioni semi-sventrati - rispose Sandokan. - Dev'essere stato un bell'incendio, poiché dei templi, dei palazzi e delle case ve n'erano in gran numero in Gauhati. Che si sia arrostito, per caso, anche Yanez? Ah! Sindhia me la pagherebbe ben cara la morte del mio fratellino bianco.
La sua fronte si era corrugata tempestosamente, ed i suoi occhi nerissimi avevano mandato dei baleni terribili. La Tigre della Malesia non era ancora invecchiata.
- Mi hai udito, Kammamuri? - chiese dopo un breve silenzio, rotto solo dallo sbuffare degli elefanti, i quali pareva che avessero nei polmoni dei mantici giganteschi.
- Se il Maharajah ha avuto il tempo di rifugiarsi nelle grandi cloache, e l'avrà certamente avuto, noi lo troveremo ancora vivo.
Sandokan respirò a lungo come gli avessero tolto dal petto un masso enorme che lo comprimesse, poi riprese:
- Tu credi dunque che sia salvo?
- Sí, signor Sandokan.
- E la rhani? Ed il piccolo Soarez che tanto desidero di vedere?
- O saranno con lui, o li avrà avviati prima verso le montagne. Sapete quanto Yanez sia prudente.
- Sí, molto piú di me, e se non ci fosse stato lui a frenarmi, chi sa se sarei ancora vivo. Orsú, tutto pare che vada bene. Sole quattro miglia ci separano da quella moschea, distanza che i nostri elefanti ed i nostri cavalli supereranno in un batter d'occhio.
- Se ci lasceranno tranquilli, signor Sandokan.
- Ci diano pure battaglia quegli sciacalli; anche se sono molti, moltissimi, noi siamo pronti ad accettarla.
- Vi è però un pericolo.
- E quale?
- Che poi ci assedino.
- Dentro la città sotterranea?
- Sí, signor Sandokan.
- Manca l'acqua là dentro?
- Ve n'è perfino troppa.
- Ed allora tutto andrà bene: cinque elefanti da mangiare e quasi cento cavalli da scuoiare. Ne avremo per resistere a lungo.
- E la legna?
- I miei uomini sono abituati a mangiare la carne anche cruda; e poi, se ne avremo bisogno, tenteremo delle uscite furiose e ci provvederemo. Orsú, basta, ora è il momento di riprendere un'altra conversazione. Li vedi correre e nascondersi nei fossati delle risaie?
- Sí, signor Sandokan, e quei birbanti son dieci volte piú numerosi di noi, e quello che è piú grave ancora, vedo non pochi rajaputi.
- Ah, quei bravi rajaputi che si vendono cosí facilmente - disse Sandokan, stringendo i denti. - Sarà su di loro che faremo tuonare le nostre mitragliatrici. Gli altri ben poco contano.
Per la seconda volta si alzò gridando ai cornac:
- A gran corsa!... Diritti verso quella moschea che vedete laggiú!...
Cinque o seicento uomini, fra i quali si trovavano non pochi rajaputi, erano balzati sugli argini delle risaie, sparando all'impazzata. Le cinque mitragliatrici, tre volte a destra e due a sinistra subito crepitarono scagliando proiettili in tutte le direzioni.
Nel medesimo tempo i cavalieri avevano aperto il fuoco colle loro grosse carabine.
Quell'uragano di piombo e di rame non parve però che spaventasse troppo gli assalitori, quantunque molti cadessero ad ogni istante dentro i canali delle risaie morti o feriti.
Gli sciacalli di Sindhia correvano all'assalto con un coraggio disperato, decisi, a quanto pareva, ad impedire a quella colonna, che veniva dal sud, l'entrata nella capitale distrutta o nella città sotterranea.
Si scagliavano con impeto selvaggio, in grossi gruppi, correndo all'impazzata ed urlando spaventosamente. Assalivano a destra ed a sinistra procedendo animosamente e non cessando di sparare, ma quasi sempre a casaccio.
La colonna infernale peraltro non si arrestava. Procedeva rapida, sempre mitragliando, mentre i cavalieri eseguivano, di quando in quando, delle cariche furiose coi pesanti kampilangs in pugno, producendo sugli sciacalli di Sindhia delle ferite spaventose e forse inguaribili.
Dinanzi a quegli attacchi furibondi gli assalitori continuavano a scompigliarsi ed a fuggire attraverso alle risaie, ma non tardavano a raggrupparsi intorno ai rajaputi, i soli che osassero resistere, ed a far uso delle loro carabine.
Dalla parte dei malesi, di quando in quando cadeva qualche uomo che non veniva abbandonato dai compagni sul campo di battaglia, colla speranza di poterlo ancora salvare.
Ma le cinque mitragliatrici, maneggiate da uomini abili, compivano delle vere stragi, ed erano soprattutto i rajaputi che pagavano, perché Sandokan non faceva fuoco che su di loro, ben sapendo che erano le uniche truppe solide che aveva l'ex rajah.
Quegli arditi mercenari dall'aspetto brigantesco, cadevano a gruppi sugli argini, dentro i canali delle risaie; eppure tentavano di raccogliere, con altissime grida, intorno a loro, i paria, i fakiri, i bramini, tutta gente non abituata certamente alla guerra.
- Tengono duro, ma noi la spunteremo - disse Sandokan a Kammamuri, maneggiando la mitragliatrice. - Se non vi fossero i rajaputi, la giornata sarebbe già vinta; però Sindhia s'inganna se crede di arrestarci prima che noi giungiamo nella città sotterranea.
Le scariche si succedevano alle scariche con frequenza spaventosa, ed i proiettili sibilavano dentro le risaie. I cavalieri cosí malesi come dayaki, erano tornati a stringersi intorno agli elefanti e si servivano delle loro grosse carabine, lasciando in pace i kampilangs, già arrossati di sangue.
La vecchia moschea non era che a tre chilometri. Le sue cupole si disegnavano nettamente sul fondo del cielo diventato d'un azzurro cupo poiché il sole era ormai già tramontato.
Erano molti, tuttavia Sandokan non disperava affatto di giungervi malgrado i continui e feroci assalti degli sciacalli di Sindhia.
Aveva portato con sé molte casse di munizioni destinate soprattutto alle mitragliatrici, e non faceva economia di proiettili né faceva farne agli altri.
- Giú!... Spazzatemi questa canaglia!... - gridava. - Noi che abbiamo vinti gli inglesi in dieci battaglie, dovremo cadere dinanzi a dei miserabili paria?
Vedendo che gli assalitori, malgrado le terribili perdite subite, tornavano a radunarsi intorno ai pochi rajaputi sfuggiti al fuoco infernale delle mitragliatrici, si volse verso i suoi cavalieri.
- Addosso coi kampilangs in pugno!... - gridò. - Sbarazzatemi la via ora che il terreno è piú propizio.
Gli elefanti intanto avevano lasciate le risale e marciavano, a gran corsa, su una landa vastissima interrotta solamente da gruppi di banani e di radi cespugli.
I malesi ed i dayaki attesero che le mitragliatrici avessero sgominato l'ostinato avversario, poi caricarono all'impazzata, maneggiando con mano robusta i loro pesanti sciaboloni.
La colonna infernale passava attraverso i corpi degli sciacalli di Sindhia, tutto rovesciando al suo passaggio.
Ormai piú nessuno poteva arrestarla. Sarebbero state necessarie tutte le forze dell'ex rajah, forze che si trovavano forse disperse intorno alla vasta città distrutta ed occupate a rimescolare le ceneri delle pagode, delle moschee, dei palazzi, dei bengalow, colla speranza di trovare dell'oro e dell'argento.
Gli elefanti impressionati da tutti quegli spari e da tutte quelle grida, e resi furibondi per qualche ferita, si erano slanciati a gran corsa barrendo spaventosamente.
Quei cinque giganti, montati da uomini che parevano invulnerabili, e che colle mitragliatrici seminavano dovunque la morte, facevano paura.
Gli sciacalli di Sindhia, già sgominati dall'ultima carica, atterriti da tutti quegli spari che si succedevano senza tregua, e che abbattevano sempre gruppi d'uomini, non osavano piú opporre alcuna resistenza, anche perché il terreno scoperto non si prestava piú.
Fuggivano da tutte le parti, piú lesti dei nilgò, gettando perfino le carabine per essere piú leggeri. Anche i pochi rajaputi, spaventati dalla carneficina compiuta dalle mitragliatrici, non resistevano piú. Fuggivano dinanzi alla colonna infernale.
- Era tempo che se ne andassero - disse Sandokan, scaricando un'ultima volta la sua mitragliatrice sui fuggiaschi. - Ci prendevano per dei conigli?
Alzò la voce e gridò:
- Spingete, spingete, cornac!... Siamo ormai a pochi passi dall'asilo sicuro.
- Lasciate ora a me la direzione degli elefanti - disse Kammamuri. - Io solo conosco il passaggio.
- Potranno entrare le bestie? - chiese Sandokan.
- L'arcata è cosí grande da permettere l'entrata anche ad un piccolo esercito, e poi vi sono le due banchine che sono vastissime. Cavalli ed elefanti potranno avanzarsi senza alcun pericolo di cadere nelle acque fangose del fiume nero. Ci vorrebbe peraltro qualche torcia.
- Ne abbiamo una cassa piena. Sta proprio sotto i tuoi piedi.
Il maharatto con due colpi del calcio della sua carabina sfondò le tavole, prese ciò che aveva chiesto e l'accese subito, gridando agli altri cornac:
- Seguite sempre il mio elefante ed io rispondo di tutto. Badate che nessun animale si sbandi quando saremo entrati nella grande città sotterranea!...
Presso la vecchia moschea una banda composta di paria o di fakiri, o di banditi, tentò un ultimo assalto per arrestare la colonna infernale prima che si sprofondasse sotto le tenebrose volte della grande cloaca, ma non era cosí formidabile da opporre una lunga resistenza.
Le mitragliatrici tuonarono per l'ultima volta abbattendo file intere di combattenti, poi i cinque elefanti ed i cento cavalieri scomparvero sotto la gigantesca arcata, correndo su una delle due banchine.
La torcia di Kammamuri serviva da faro.
Ad un tratto delle voci echeggiarono fra le tenebre:
- Chi va là!... Chi va là!...
- Siamo le tigri di Mompracem! - gridò Sandokan con voce tonante. - Non fate fuoco!...
- Era tempo che tu giungessi!... - gridò una voce.
- Ah, sei tu, Yanez? - chiese Sandokan. - Sono ben lieto di essere giunto ancora in tempo per salvarti.
Un gruppo d'uomini si avanzava, agitando due torce. Era preceduto da un uomo bianco, dalla lunga barba brizzolata, di forme gagliarde, vestito interamente di flanella bianca sottilissima. A fianco di quel bell'uomo si avanzava un indiano dal lineamenti fini, la pelle appena abbronzata, gli occhi nerissimi, vestito mezzo da cipai e mezzo da rajaputo.
Erano Yanez, il Maharajah dell'Assam, ormai troppo noto, ed il suo fedele compagno Tremal-Naik, il famoso cacciatore della Jungla nera.
Dietro venivano tredici uomini, tutti indiani e tutti armati di carabine e di tarwar, armi che non valevano molto in uno scontro contro i malesi ed i dayaki, che si servivano invece, come abbiamo già detto, di sciabole pesantissime, i formidabili kampilangs.
Kammamuri aveva fatto fermare il primo elefante e gettare la scala di corda.
Sandokan, il terribile pirata malese, in un lampo si era slanciato sulla banchina ed aveva aperte le braccia gridando:
- Qui sul mio cuore tutti e due, miei vecchi amici!...
Il Maharajah e l'indiano si erano gettati verso di lui stringendolo gagliardamente.
- Ora basta - disse Sandokan. - La rhani e Soarez sono in salvo?
- Sí - rispose Yanez. - Prima di distruggere la mia capitale ho mandato l'una e l'altro fra i montanari di Sadhja.
- Saccaroa! ho ben veduto, giungendo qui, che non sorgevano piú né pagode, né palazzi. Dicono che io sono terribile, ma tu non sei meno di me.
- Non sono forse il tuo fratello bianco? - disse Yanez ridendo.
- È vero; ma me n'ero quasi scordato. Sai che sono tre lunghissimi anni che non ci vediamo?
Poi volgendosi bruscamente verso Tremal-Naik, gli chiese:
- E la tua Darma? E suo marito, quel bravo Sir Moreland? Sono qui?
- Mai piú; navigano sempre e sono ora nell'Oceano Pacifico.
- E credo che facciano bene a tenersi lontani dall'India - disse Sandokan. - I thugs non sono ancora stati tutti distrutti, e quelle canaglie sono troppo vendicative.
Poi guardò l'amico bianco sorridendo.
- Dunque tu non sei piú Maharajah, mio povero amico?
- Adagio, Sandokan - rispose Yanez. - Ho sempre un piede nell'impero ed ho i montanari sempre fedeli.
- Mentre quelle canaglie di rajaputi ti hanno tradito tutti. Me lo ha detto Kammamuri.
- Non ne ho che uno solo, di mille.
- Ne abbiamo gettati giú parecchi però, di quei mercenari infedeli, venendo qui, e sento per quella gente un vero odio.
- Ed io non meno di te - disse Yanez. - Se non mi avessero abbandonato, Sindhia non avrebbe mai potuto riporre i piedi sulle coste assamesi. Tutta la canaglia che ha radunata sarebbe andata subito a rotoli.
- E cosí hai perduto le due città piú grosse dell'impero?
- E forse altre saranno cadute nelle mani di quei bricconi. Da ventisei giorni sono qui, come un prigioniero, e piú nessuna notizia mi è giunta dal di fuori.
Sandokan lo guardò con stupore.
- Come puoi aver resistito tanto tempo al calore infernale che regna qui dentro? Dovresti essere biscottato come un pane di sagú.
- Quest'altissima temperatura si è sviluppata cinque o sei giorni fa. Prima le immense volte delle cloache pareva che non si fossero nemmeno accorte dell'incendio che avvampava sopra di loro distruggendo la mia capitale.
Poi, a poco a poco sono diventate ardenti.
- Non ci cadranno sulla testa?
- Non credo. I mongoli erano troppo buoni costruttori. Può darsi che molte gallerie e molte rotonde siano crollate, ma noi non usciremo attraverso quelle. Sarebbe troppo pericoloso.
- E l'acqua manca? Vedo qui un largo fiume puzzolente che scorre presso la banchina. Certamente io non mi disseterò con quella poltiglia.
- Abbiamo trovata una piccola sorgente che ce ne fornisce in abbondanza.
- E di viveri quanti ne avete? - chiese Sandokan.
- Pensa, mio caro, che da quando ci siamo rifugiati qui non abbiamo fatto altro che arrostire topi poiché non avevamo avuto il tempo di portare con noi nemmeno una cassa di biscotti.
- Povere bestie!... Quante ne avrete distrutte?... Delle centinaia e centinaia m'immagino.
- Ma ora eravamo alle prese con la fame, poiché i rosicchianti, spaventati, ci hanno vigliaccamente abbandonato.
- Non avevano poi torto - disse Sandokan, sorridendo. - A nessuno piace finire nello spiedo.
In quel momento verso l'entrata della grande cloaca si udirono rimbombare sinistramente parecchi colpi d'arma da fuoco i quali si erano ripercossi lungamente attraverso alle innumerevoli gallerie, rumoreggiando.
Sandokan aveva fatto un gesto di collera.
- Ah!... - esclamò. - Quei banditi, o sciacalli che siano, osano assalirci anche qui? Adagio, miei cari. Avrete altre terribili lezioni!...
Poi alzando la voce e volgendosi verso i suoi uomini che si tenevano ancora in sella, e che avevano accese parecchie torce, disse loro:
- Togliete le mitragliatrici dalle houdah e portatele, con una scorta di cinquanta persone, verso l'uscita di questa immensa cloaca. Gli elefanti rimangano per ora qui. Potrebbero diventare, piú tardi, straordinariamente preziosi. Non fate risparmio di munizioni: ne abbiamo in abbondanza.
Venticinque dayaki ed altrettanti malesi saltarono a terra affidando i cavalli ai loro compagni, si strinsero intorno agli elefanti che i cornac avevano fatti inginocchiare, tolsero le cinque terribili bocche da fuoco e si allontanarono a gran corsa, seguendo la banchina.
- Sempre lesti come scimmie e mai esitanti i tuoi uomini! - disse Yanez con un sospiro.
- Puoi dire i nostri uomini, poiché per lunghi anni hanno combattuto con te. Se io sono la Tigre della Malesia, tu sei sempre la Tigre bianca di Mompracem, e ti rimpiangono quei valorosi che tu hai guidato a tante vittorie sulle terre malesi.
"Già, questo maledetto impero dell'Assam non ci voleva proprio e non era necessario."
- E mia moglie?
- È vero, è la rhani, ed ha il diritto di conservarsi lo Stato e di contrastarlo a quel furfante di Sindhia già detronizzato.
Ci sarà un gran lavoro da fare, mio caro Yanez, tuttavia io non mi spavento affatto. Mi piace combattere in India e noi, che abbiamo vinto e ucciso Suyodhana, il famoso capo dei thugs della Jungla nera, per la seconda volta sapremo mettere a posto l'ex rajah ubriacone e...
Si era interrotto e si era voltato verso l'immensa entrata della grande cloaca, dove brillavano in lontananza dei punti rossastri che talvolta si oscuravano per diventare invece giallastri. Erano le torce a vento che fiammeggiavano alla foce del fiume fangoso.
Si udirono alcuni colpi di fucile, poi delle scariche fitte, serrate, spaventevoli, dinanzi alle quali non potevano certamente resistere gli sciacalli di Sindhia.
- Odi come cantano le mie mitragliatrici? - disse il formidabile pirata, volgendosi nuovamente verso i due suoi amici. - Senza quelle forse non sarei mai riuscito a giungere fino qui, poiché quegli sciacalli, animati dalla presenza dei rajaputi, ci hanno dato dei brillanti attacchi. È vero bensí che resistevano soltanto qualche minuto.
- Armi da marina? - chiese il portoghese. - Non ho ancora avuto il tempo di osservarle. Somigliano a quelle che avevamo a bordo del Re del Mare?
- Molto piú potenti - rispose Sandokan. - Le ho tolte dalla mia Perla di Labuan che ora è la nave piú rapida e meglio armata che io possegga. Oh, gli inglesi di Labuan la conoscono e sanno che è in grado di tener testa ai loro incrociatori già troppo antiquati, ed alle cannoniere olandesi.
- Ah!... - fece Yanez, battendosi con una mano la fronte. - E la tua amica olandese?
- È sempre la mia fedele amica - rispose il pirata di Mompracem con un leggero sorriso. - To', io mi dimenticavo di presentarti un suo parente, un professore, che si dice goda molta fama in Europa, e che ci aiuterà validamente a distruggere le bande di Sindhia.
- Qual professore? - chiese Yanez, con tono un po' ironico, alzando la voce poiché le mitragliatrici facevano un chiasso infernale.
- Ti rammenti quel Demonio della guerra che con una certa macchina elettrica poteva far esplodere, a distanza, i depositi di polvere delle navi?
- Per Giove, se me lo rammento!... E sono quasi certo che se quella granata, caduta proprio nel momento in cui stava per lanciare la terribile scintilla elettrica, non avesse ucciso lui distruggendo nel medesimo istante il suo misterioso apparecchio, molte navi di Sir Moreland sarebbero saltate.
- Ed allora Sir Moreland non sarebbe diventato mio genero - disse Tremal-Naik. - Se tutto saltava, doveva ben andare in aria anche lui coi suoi marinai.
- Tu hai ragione - disse Sandokan. - La tua Darma non si sarebbe sposata col figlio di Suyodhana.
- Ma dov'è questo professore? - chiese Yanez.
- Sul secondo elefante. È probabile che si sia addormentato poiché soffre di sonno.
- Ha anche lui qualche scintilla elettrica per fare esplodere le polveri? - chiese Yanez.
- No, ha una cassa piena di bottiglie ben sigillate.
- E crederebbe, quel pacifico professore che viene dalla brumosa Olanda, di sterminare...
- Sterminare, hai detto? Pretende e si tien sicuro di distruggere tutti gli sciacalli di Sindhia con quelle misteriose bottiglie.
- Che cosa contengono dunque?
- Io non ho capito gran cosa, e poi non sono un europeo per sapere che cosa sono i microbi.
- I microbi?... Che diavolo!... Ha la peste ed il colera rinchiusi dentro quelle bottiglie?
- Che cosa vuoi che ne sappia io? - rispose Sandokan. - Io non mi intendo che di prahos, di carabine, di parangs e di kampilangs. Lui ti spiegherà meglio.
Prese ad un malese una torcia, la sbatté per terra, ed essendo in quel momento cessate le scariche delle mitragliatrici e delle grosse carabine da mare, s'avvicinò al secondo elefante, il quale stava vuotando avidamente un mastello che il cacciatore di topi aveva riempito alla sorgente e gridò:
- Signor Wan Horn, vi presento il Maharajah dell'Assam!

CAPITOLO II

IL PARLAMENTARIO

L'europeo dalla pelle rosea, i capelli biondi e gli occhi azzurri difesi da un paio di occhiali montati in oro, a quella chiamata fu pronto a svegliarsi ed a discendere dall'houdah.
- Altezza, - disse levandosi l'elmo di tela bianca e facendo un profondo inchino. - Vi conosco già assai per fama, e sospiravo il momento di vedervi.
- Voi siete olandese? - chiese Yanez, dopo avergli dato una stretta di mano.
- Sí, Altezza.
- Un professore forse?
- Un medico che ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio dei bacilli.
- E perché siete venuto insieme col mio amico?
- Per aiutarvi, Altezza, - rispose l'olandese con voce pacata. - Esperimenterò la potenza dei miei bacilli sui vostri avversari.
- Veramente non capisco bene, signor Wan Horn.
- Lo credo: non avete ancora veduto le mie bottiglie entro le quali coltivo quei microscopici animaletti cosí terribili da scatenare la peste, il colera, il tifo ed altre malattie.
- Yanez - disse Sandokan interrompendo - tu credi proprio che la volta non cadrà anche se calcinata dal fuoco?
- Ti ho detto che non vi è alcun pericolo.
- Allora, finché voi discuterete di cose che io, uomo quasi selvaggio, non posso comprendere, vi lascio per recarmi verso la foce del fiume fangoso. Voglio vedere coi miei occhi come vanno le cose laggiú.
"Pare che gli sciacalli di Sindhia si siano fitti in capo di entrare qui malgrado il fuoco delle mitragliatrici. Ah, la vedremo!..."
Chiamò due malesi, prese un'altra torcia e si allontanò rapidamente seguendo la larga banchina, mentre dei colpi di fuoco continuavano a rimbombare verso l'estremità della grand'arcata.
- Dunque vi dicevo - riprese l'olandese, a cui piaceva assai parlare, a quanto pareva, quantunque sia cosa piuttosto rara in un olandese - che io sono riuscito a coltivare una quantità enorme di bacilli, bastanti per distruggere anche cento milioni di persone in pochi giorni.
- Possibile? Sareste voi il fratello del Demonio della guerra? - esclamò il Maharajah.
- No, Altezza - rispose l'olandese, sorridendo. - Conosco già la storia di quel disgraziato inventore.
E poi io non sono un inventore. Non sono che un coltivatore, ma invece di piantare fagiuoli e patate, racchiudo i bacilli piú terribili dentro delle bottiglie che invece di acqua pura contengono un brodo assai nutriente, ottenuto con siero di vitello e di fegato glicerinato.
- È un po' difficile capirvi, signor Wan Horn. Io non sono uno scienziato.
- Capirete subito, Altezza.
Quantunque verso il fondo della grande cloaca continuassero a rombare le grosse carabine, l'olandese si arrampicò agilmente sull'hauda, aprí una cassa, prese a casaccio qualche cosa e ridiscese con infinite precauzioni.
- Che cos'è questa? - chiese a Yanez.
- Una bottiglia che mi pare piena d'un liquido color dell'ambra, ma che io non vuoterei, ve lo assicuro, dottore.
- No, è un vivaio. Entro questo vetro ho coltivato i bacilli della tubercolosi.
- Ma io non vedo alcun insetto agitarsi dentro quel brodo!
- Come sarebbe possibile? I vostri occhi non sono dei microscopi. Pensate, Altezza, che i bacilli della tubercolosi, per esempio, che hanno la forma di asticciuole rosse, sono cosí piccoli, che mille, messi l'uno dietro l'altro, raggiungono appena la lunghezza d'un millimetro.
Calcolate poi che occorre un milione di quei terribili esseri per coprire solamente un millimetro quadrato.
- Sicché io non posso vederli.
- Nemmeno se possedeste gli occhi delle aquile.
- E quanti ve ne sono rinchiusi in quel vivaio?
- Tanti da poter inoculare la tisi a cento o duecentomila uomini -rispose l'olandese.
- Voi mi spaventate. Se le vostre bottiglie si spezzassero?
- Morremmo tutti ed in poco tempo, perché ho tre vivai di bacilli virgola del colera.
- Mi stupisco come Sandokan vi abbia permesso di portare con voi degli oggetti cosí pericolosi - disse Yanez. - Una disgrazia può sempre avvenire.
- Quale?
- Una palla di cannone potrebbe frantumare la vostra cassa ed allora saremmo noi alle prese col tifo, colla peste, col colera ed altri malanni ancora.
- Speriamo, Altezza, che la palla non giunga fino alle mie preziose bottiglie. Sarebbe per me una perdita incalcolabile.
- Che avreste ben poco tempo per rimpiangere, dottore. Il colera vi prende e vi spazza via in poche ore...
- Anche meno, Altezza. Ho un vivaio che contiene dei bacilli virgola che fulminano l'uomo appena attaccato.
- Signor Wan Horn, rimettete a posto la vostra bottiglia. Una palla potrebbe entrare nella grande cloaca e spezzarvela fra le mani... E dite un po' - soggiunse Yanez - come vi servireste di questi... chiamiamoli i proiettili della morte sicura?
- Si va a gettare una bottiglia nel campo nemico, la si rompe, e si lascia che i microbi si sviluppino e compiano il loro dovere.
- Ah, dovere lo chiamate!
- Il loro compito, allora. Dopo poche ore ecco il colera dichiarato nel campo, ed ecco gli uomini cadere piú o meno fulminati.
- E chi sarà l'uomo che avrà tanto coraggio da andare a spezzare il vivaio proprio in mezzo ai nemici?
- Ci penso io - rispose l'olandese colla sua solita flemma. - Io sono immune completamente contro tutte le malattie che potrebbero sviluppare le mie care bestioline.
- Sta bene; e vi recherete fra le truppe di Sindhia?
- Sí, Altezza, con due bottiglie ben nascoste in due tasche speciali cucite dentro la mia ampia giacca.
- Non vi fidate di quella gente.
- Sono un europeo; e vedrete, Altezza, come io giuocherò quella gente ed il loro rajah.
- Da solo?
- Da solo - rispose l'olandese. - Ho avvicinato i dayaki che nelle selve del Borneo usano ancora fare raccolte di teste umane, eppure nessuno ha tagliato la mia. Le genti di Sindhia, che sono poi degli assamesi, che io sappia, non sono mai stati tagliatori di zucche umane.
- Dovete aver del fegato, signor Wan Horn - disse Yanez. - Vi vedremo alla prova.
- Quando vorrete, Altezza. Il calore che regna nel Borneo e nell'India si confà assai ai miei microscopici animaletti.
"Se fossi rimasto in Olanda, malgrado le mie cure, sarebbero a quest'ora morti tutti.
"Fa un po' freddo nel mio paese, e molta umidità vi regna in tutto il tempo dell'anno e..."
Un crepitio di mitragliatrici lo interruppe bruscamente. Si combatteva dunque verso l'ultima arcata della gigantesca cloaca?
Yanez afferrò la carabina che aveva appoggiata contro la parete, e dopo d'aver fatto due o tre passi disse al dottore, che teneva sempre fra le mani la sua pericolosa bottiglia:
- Vado a vedere come stanno le cose: riprenderemo piú tardi la nostra interessante conversazione. Vi consiglio, per ora, di mandare a dormire i vostri bacilli.
E scappò via seguíto da Tremal-Naik e da Kammamuri che si era munito d'una torcia e la roteava continuamente onde ravvivare la fiamma. Tutti e tre, seguiti a breve distanza da una mezza dozzina di malesi i quali, udendo le fucilate non avevan piú potuto trattenersi, si erano slanciati a gran corsa lungo la riva del fiume nero.
Le mitragliatrici stridevano, segno evidente che gli sciacalli di Sindhia, come li chiamava ormai Sandokan, tentavano d'introdursi nella grande cloaca in buon numero.
Dopo una corsa velocissima di dieci e piú minuti, Yanez ed i suoi compagni raggiunsero la Tigre della Malesia.
Le palle sibilavano in aria, scrostando ora le pareti ed ora la grande volta.
Dal di fuori della cloaca della gente sparava all'impazzata, credendo di spaventare col fracasso di cinquecento o mille fucili i pirati di Mompracem. Ah, ci voleva ben altro per quei vecchi guerrieri incanutiti fra il fumo di tante battaglie terrestri e marittime!...
- Dunque, un vero assalto? - chiese Yanez avvicinandosi a Sandokan, il quale scatenava una delle cinque mitragliatrici, seduto su un masso presso il quale ardeva una fiaccola.
- Pare - rispose il formidabile uomo. - Ma finché questi giocattoli funzioneranno, gli sciacalli di Sindhia non metteranno piede qui dentro. Il difficile sarà poi l'uscire da questa specie di trappola.
- Vi è il dottore olandese che penserà ad aprirci la via - disse Yanez un po' ironicamente.
- E tu credi?...
- Chi lo sa?
- Io te l'ho portato perché lui mi assicurava di poter distruggere anche tutta la popolazione dell'Assam in pochi giorni colle sue famose bottiglie piene di non so quali bestioline. Io peraltro conto piú sulle mie mitragliatrici e sulle carabine della mia gente... Oh, il fuoco è cessato, e si ode un ramsinga sonare insieme con una campana.
"Guarda bene, Yanez!... Non vedi tu una grossa lampada avvicinarsi? Che Sindhia ci mandi qualche parlamentario?"
- Sí - rispose il Maharajah. - È un parlamentario. Fa' cessare il fuoco.
Sandokan levò un fischietto d'oro e lanciò tre note acute. Subito le mitragliatrici e le carabine diventarono silenziose.
Nella notte tenebrosa una voce echeggiò al di fuori della grande cloaca:
- Porto con me la bandiera bianca!...
- Chi sei? - chiese Yanez.
- Un parlamentario.
- Chi ti manda?
- Sindhia.
- Avànzati.
Poi volgendosi verso Sandokan gli disse:
- Io questa voce l'ho udita ancora e non molto tempo fa.
Tremal-Naik, che stava osservando le mitragliatrici, disse:
- Io conosco l'uomo che ha parlato.
- Chi può essere?
- È l'uomo che tu avevi legato al cannone sul bastione di Marundia, e che invece di farlo saltare in aria, come ne avevi il diritto, l'hai graziato.
- Kiltar!... Il bramino!...
- Sí, quell'uomo ti disse di chiamarsi Kiltar e di non dimenticare il suo nome.
- Ecco un uomo che ci porterà delle notizie preziose - disse Yanez.
- Crederai tu alle sue parole? - chiese Sandokan, sempre diffidente.
- Mi deve la vita, e gli indiani sono riconoscenti.
- Vedremo.
Otto malesi colle carabine spianate, preceduti da un dayako che portava una torcia, erano andati incontro al parlamentario, il quale si era avanzato solo, facendo ondeggiare una bandiera bianca.
Era un uomo di statura alta, magro come tutti i bramini ed i fakiri, dalla tinta piuttosto fosca ed i lineamenti energici, resi piú duri da una lunga e folta barba nera.
Era tutto vestito di bianco. Solamente alle reni portava una larga fascia di seta gialla, abbastanza in cattive condizioni.
I malesi lo afferrarono e lo spinsero, assai brutalmente, verso Yanez, il quale era illuminato da un'altra torcia tenuta da un dayako armato d'un kampilang luccicante.
- Gran sahib, - disse - mi riconosci? Io spero che tu non avrai dimenticato il mio nome.
- Tu sei Kiltar, l'uomo che io ho graziato - rispose il Maharajah. - Ti ho riconosciuto perfettamente.
"È la seconda volta che ti presenti a me come parlamentario. Che cosa vuoi? È Sindhia che ti manda?"
- Sí, gran sahib - rispose il bramino, fissando cogli occhi il luccicante kampilang del dayako che reggeva la torcia.
- Che cosa vuole quell'uomo?
- Che tu ti arrenda, gran sahib.
- Ah!... - fece Yanez, prendendo a Sandokan una sigaretta. - Quell'uomo è pazzo.
- Lo credo anch'io, gran sahib - rispose il bramino. - A Calcutta non lo hanno curato bene.
- Spiegati meglio, Kiltar.
- Ti consiglio, gran sahib, di non cedere. Dopo che tu hai ricevuto quei terribili uomini i quali hanno fatto una vera strage fra i rajaputi che un giorno erano al tuo servizio, il rajah è spaventato.
- Buono a sapersi - disse Sandokan, il quale, seduto su una mitragliatrice, guardava con viva curiosità il parlamentario.
- Tu mi sei debitore della vita - disse Yanez. - Te lo ricordi?
- Sempre, gran sahib. Si dice che i morti stanno benissimo nel nirvana che è tanto largo da accogliere tutte le anime degli indú, ma io sono contento di non esservi andato.
- Ti credo - rispose Yanez ridendo. - Almeno quando siamo vivi si può sapere quello che succede nel mondo.
- Non so che cosa sia il mondo - rispose il bramino. - Io non conosco che l'India.
- Insomma, che cosa vuoi? Noi non abbiamo tempo da perdere.
- Potremo riprendere questo discorso domani o fra una settimana, gran sahib, se cosí ti aggrada.
- Ritornerai qui?
- No, io non tornerò piú, perché se portassi a Sindhia la notizia che tutti voi vi rifiutate di arrendervi, mi farebbe schiacciare la testa da uno dei suoi elefanti.
- Suoi?... Miei!... - urlò Yanez.
- È vero. I rajaputi te li hanno rubati tutti.
- Vile gentaglia!... - esclamò Sandokan. - Risparmierò dei paria, risparmierò dei bramini, dei fakiri, ma non quei mercenari. Quanti cadranno nelle nostre mani li fucileremo, e le nostre grosse carabine di mare non sbaglieranno.
- Ne ha perduti nessuno? - chiese Yanez con un impeto di rabbia.
- Tre o quattro nell'assalto di Gauhati - rispose il bramino.
- Quanti uomini ha?
- Forse quindicimila, perché la colonna, che è corsa in tuo aiuto, ha fatto dei veri massacri con certe armi che non conoscevamo prima. Era un fuoco infernale che si succedeva senza tregua e rovesciava gli assalitori a centinaia e centinaia.
- Ha paura anche Sindhia di quelle armi?
- Trema quando ode quel sinistro crepitío.
- Anche questo è buono a sapersi - disse Sandokan, il quale aveva accesa la sua pipa, incrostata di zaffiri orientali e col bocchino d'oro. - Quest'uomo è veramente prezioso.
Yanez continuava a fumare la sua sigaretta, colla fronte aggrottata, accarezzandosi la barba. Pareva che pensasse intensamente.
- Tu non vuoi ritornare? - chiese finalmente.
- No, gran sahib, questa volta mi ucciderebbe.
- Eppure tu dovrai rivedere Sindhia.
Il bramino divenne livido ed i suoi occhi si allargarono di spavento.
- Tu vuoi la mia morte, gran sahib, - disse. - È vero che mi hai donata la vita.
- Tu non tornerai al campo di Sindhia solo - disse Yanez. - Ti darò un compagno e sarà un uomo bianco.
- Un uomo bianco!... - esclamò il bramino.
Sandokan si era alzato ed aveva vuotata la pipa.
- Che cosa mediti tu, fratellino! - chiese a Yanez, il quale conservava sempre il suo sangue freddo meraviglioso.
- Tu mi hai portato un uomo bianco che si propone di distruggere tutte le bande di Sindhia in pochi giorni.
"Ebbene, io lo metterò alla prova."
- Chi? il signor Wan Horn?
- Sí, e ci farà provare la potenza delle sue bottiglie.
- E ci credi tu?
- Io ho piú fiducia nella mia carabina - rispose il portoghese. - Pure a certi scienziati si deve credere.
- Se lo dici tu è affare finito. E vuoi mandarlo da Sindhia?
- Certamente.
- Ti ha detto che voleva andarci?
- Sí, con un paio di bottiglie piene di bacilli di colera.
- Che cosa sono?
- Sono delle piccole bestie che tu non conosci.
- E se Sindhia lo fucilasse?
- Un uomo bianco? Oh, non l'oserebbe di certo!
- Che cosa dici, tu, bramino? - chiese Sandokan a Kiltar.
- Che accompagnato da un uomo bianco tornerei nel campo di Sindhia.
- Che cosa decidi allora, Yanez? - chiese la Tigre della Malesia.
- Di mettere alla prova i famosi microbi del tuo amico olandese. Credi che accetterà di recarsi al campo di Sindhia come parlamentario?
- È un uomo che ha del coraggio e perciò non si rifiuterà. E che cosa vuoi che vada a dire a quel rajah?
- Ci penserò io ad istruirlo. A me basta che possa rompere un paio di bottiglie di bacilli del colera. Non gli domanderò altro.
- Io rispondo di lui.
- Allora tu rimani qui mentre io vado a trovare il dottore. Trattieni Kiltar.
- Oh, non me lo lascerò scappare, - rispose Sandokan.
- E guardati da qualche improvviso assalto.
- Tutte le mitragliatrici e tutte le carabine sono cariche. Mi attacchino gli uomini dell'ex rajah se l'osano. Dei suoi paria e dei suoi fakiri farò una marmellata.
Mentre Yanez si allontanava frettolosamente, scortato da Tremal-Naik e da sei malesi, il terribile capo dei pirati della Malesia caricò la pipa, si sedette su una mitragliatrice, e dopo aver ben guardato in viso il bramino, gli chiese:
- Dunque Sindhia spera sempre di riconquistare l'Assam?
- Gli fanno paura i montanari di Sadhja che già altra volta lo hanno vinto.
- E noi no?
- La tua colonna sí. Ha ucciso troppi uomini ed ha fatto specialmente strage di rajaputi. Metà di quegli uomini, che costituivano la sua forza, sono rimasti sul terreno.
- Hanno meritata la paga dei traditori - disse Sandokan, avvolgendosi in una nube di fumo profumato.
- Sí, traditori - disse il bramino. - Brava gente in guerra, salda al fuoco, ma sempre pronta a vendere il loro onore di soldati per qualche rupia di piú, signore.
- Oh, li conosco! Non è la prima volta che vengo in India.
- Io, gran sahib, ho udito parlare assai di te. Tu sei l'uomo che ha ucciso Suyodhana, il famoso capo dei thugs delle Sunderbunds del basso Bengala.
- Si direbbe che tu mi hai veduto un'altra volta.
- Sí, a Delhi, quando tu combattevi per la libertà indiana. Se la memoria non mi tradisce, io ti ho veduto sparare i cannoni sui bastioni della porta Cascemir.
- Può darsi - rispose Sandokan. - Rispondevo, come potevo, ai pezzi inglesi che squarciavano, colle loro bombe, tutte le casematte.
"Tu dunque c'eri quando gli inglesi presero d'assalto la città?"
- Sí, gran sahib, e vidi, ben nascosto, cadere scannati tutti i miei nipoti che non potevano difendersi, e condurre via anche Mahomed Bahadur, legittimo discendente dei Gran Mongoli che i rivoluzionari avevano acclamato imperatore.
- Ne so qualcosa anch'io di quelle tristi giornate che lasciarono una macchia indelebile sulle giubbe rosse degli inglesi. Non erano bianchi che montavano all'assalto: erano peggio dei pirati della peggiore specie, poiché non rispettavano nemmeno le donne e trucidavano freddamente i fanciulli...
"Ma occupiamoci di Sindhia. Credi tu che gli inglesi lo abbiano aiutato a fuggire e a radunare tutti quei disperati?"
- Ne sono piú che convinto, sahib, - rispose il bramino. - Il governatore del Bengala non vedeva di buon occhio il Maharajah bianco: pare che le giubbe rosse avessero avuto a dolersi di lui in altri tempi.
- E molto! Ma noi all'Inghilterra abbiamo reso un servigio impagabile, poiché siamo stati noi a distruggere i thugs che popolavano le jungle delle Sunderbunds, ed il Governo del Bengala c'è stato mediocremente riconoscente.
- Sono sempre gli stessi uomini, sahib. L'uomo di colore per loro è una pecora da tosare.
- Oh, lo so meglio di te e...
Sandokan si era alzato di scatto, vuotando con un gesto brusco il tabacco che ancora rimaneva nella pipa, ed aveva fissati gli sguardi su un grosso punto luminoso che si avanzava velocemente, seguendo la banchina.
- Yanez - disse. - Vedremo che cosa avrà combinato coll'olandese.
Era infatti il portoghese che tornava a gran passi accompagnato da Tremal-Naik, dal cacciatore di topi e dal biondo medico che si occupava dell'allevamento dei terribili bacilli.
- Dunque? - gli chiese premurosamente Sandokan, movendogli incontro.
- Il signor Wan Horn è deciso a tentare l'avventura.
- È vero, amico? - chiese la Tigre al dottore.
- Sí, signor mio - rispose l'olandese. - Io non ho mai avuto paura degli indiani, e poi sono un uomo bianco.
- E andate come nostro parlamentario.
- Sono stato istruito dal Maharajah. Basterà che mi fermi una mezz'ora nel campo di Sindhia per sprigionare i miei cari animaletti.
- Che sono?
- Bacilli virgola.
- Ne so meno di prima.
- Colera, signor Sandokan, e forse fulminante.
- Voi avete molte speranze?
- Sí, sono sicurissimo delle mie coltivazioni - rispose l'olandese.
- Avete portato con voi qualche bottiglia?
- Ne ha due in tasca - rispose Yanez.
- Basteranno, dottore? - chiese Sandokan con un po' di diffidenza.
L'olandese si mise a ridere mostrando una doppia fila di denti che avrebbero fatto buona figura anche in bocca ad un lupo indiano.
- In queste due bottiglie vi sono tanti microbi da uccidere mezza popolazione del Bengala.
- Uhm!... Mi pare un po' grossa. Che cosa ne dici tu, Yanez?
- Da questi scienziati tutto si può aspettarci - rispose il Maharajah.
- E gli hai dato tutte le istruzioni necessarie per presentarsi a Sindhia?
- Fingerà di andare a trattare la nostra resa.
- Ed i nostri elefanti come stanno?
- Continuano a lamentarsi, quantunque i nostri uomini non cessino di innaffiarli. Fa sempre caldo assai verso l'alto corso del fiume fangoso.
- Non morranno?
- Io credo di no, Sandokan.
- Mi rincrescerebbe di perderli perché ci sono necessari per raggiungere i montanari di Sadhja.
"E poi io penso che se il tentativo di questo dottore fallisse, ci servirebbero per dare una carica sfrenata e passare attraverso le bande di Sindhia.
"Sono abituati a udire rombare le mitragliatrici e non si spaventano piú. Animali d'una robustezza eccezionale e d'un valore guerresco immenso."
Additò al bramino l'olandese, dicendogli:
- Ecco l'uomo che ti accompagnerà come parlamentario.
- Va bene, sahib. Io sono pronto a partire.
- Tu avrai un premio di mille rupie - gli disse Yanez.
- Io devo a te la vita, Altezza - rispose il bramino con una certa nobiltà. - Mi hai pagato abbastanza.
- No, perché io conto di rivederti e di prenderti ai nostri servigi - disse Yanez.
- Tu, Altezza, farai ciò che vorrai. Ti giuro su Brahma che fino da ora sono interamente tuo, corpo ed anima.
- Ti avverto che se vedrai questo sahib spezzare un paio di bottiglie farai finta di non vedere, e ti do il consiglio di scappare subito colla velocità d'un nilgò.
- Io sarò cieco, Altezza.
- Hai una scorta che ti aspetta fuori? - gli chiese Sandokan.
- Sí, sono giunto con una ventina di rajaputi. Si sono fermati presso la moschea per ricondurmi al campo.
- Signor Wan Horn, se non avete paura dei vostri microbi, potete seguire quest'uomo. Ci direte piú tardi in quali condizioni di salute si trova quel caro Sindhia.
- Io non ho paura - rispose l'olandese colla sua voce sempre pacata. - Sarò un parlamentario meraviglioso. Lo sono stato ancora, per conto del mio governo, presso i dayaki laut.
- E non vi hanno mangiato? - chiese Yanez ridendo.
- No, perché allora ero molto magro e non potevo fornire a quei cannibali che delle bistecche assai spolpate.
Tese la mano a Sandokan, a Yanez, a Tremal-Naik, si abbottonò l'ampia giacca nelle cui tasche interne nascondeva le famose bottiglie e seguí il bramino il quale si era impadronito d'una torcia.
- Speriamo di rivedervi presto - gli gridò dietro il portoghese. - Nessuno oserà passarmi per le armi - rispose il dottore.
E se ne andò tranquillo, mentre i pirati della Malesia, sempre sospettosi, puntavano le mitragliatrici verso la vecchia moschea.

CAPITOLO III

I BACILLI DEL COLERA

Un chiarore latteo cominciava a diffondersi verso oriente; il pianeta Venere, in quel cielo terso come un cristallo, splendeva superbamente.
Ma tutta la campagna, che si estendeva intorno alla distrutta capitale, interrotta da folti gruppi di banani e di tamarindi che il grande calore aveva ingialliti e forse spenti per sempre, era ancora bruna poiché l'alba non si era ancora mostrata pienamente.
Un grosso drappello, formato d'una ventina di rajaputi armati di fucili e di pistoloni, si avanzava attraverso la pianura preceduto da un uomo bianco e da un bramino, il quale sulla punta d'una lancia reggeva una bandiera di seta piú o meno bianca.
In lontananza luccicavano dei grandi falò i quali annunciavano un accampamento imponente. Si udivano giungere grida umane e barriti d'elefanti.
I due uomini che pareva guidassero il drappello erano il flemmatico olandese e Kiltar.
Il primo aveva accesa una grossa pipa di porcellana, come usano tutti gli uomini del nord dell'Europa, e fumava con una flemma sorprendente; il secondo invece masticava qualche cosa, forse del betel con noce d'areka e calce viva, a giudicare dai lunghi sputi color del sangue che di quando in quando proiettava dinanzi a sé con una specie di sibilo.
Il drappello, dopo d'aver fiancheggiato i bastioni della capitale, sventrati dallo scoppio delle polveriere le quali, malgrado le porte di ferro, non avevano potuto resistere all'uragano di fuoco che distruggeva ogni cosa, si cacciò su un largo sentiero aperto fra le altissime erbe chiamate kâlam.
Dinanzi, le luci dell'accampamento brillavano sempre, mentre il cielo si rischiarava rapidamente.
- Sarà alzato il rajah? - chiese l'olandese.
- Non dorme quasi mai di notte - rispose il bramino.
- Che cosa fa?
- Si ubriaca, tanto per non perdere l'abitudine, insieme coi capi dell'esercito.
- Capi di gran valore, è vero?
- Per me sono dei grandi vuotatori di bottiglie. Di guerra devono intendersene meno dei paria.
- Come credi che mi accoglierà?
- Tu sei un uomo bianco, sahib, e Sindhia ha troppa paura degli uomini che non hanno la pelle abbronzata come noi.
- Purché non mi faccia schiacciare la testa sotto la zampa di qualche elefante!
- Non l'oserà, te lo dico io, sahib.
- Allora sono tranquillo.
- Tu non hai nessuna arma, sahib bianco.
- Lo credi? Ho con me solamente due bottiglie.
- Da offrire al rajah?
- Oh, no!... Da spezzare una volta entrato nel campo, e ti posso assicurare che valgono meglio di tutti i cannoni e di tutte le carabine che possiede il principe.
Il bramino scosse il capo, poi mormorò:
- Ah, questi bianchi, questi bianchi!...
- Voglio darti un consiglio - disse l'olandese.
- Quale, sahib?
- Di fuggire appena io avrò spezzate casualmente le due bottiglie.
- Contengono delle materie esplodenti?
- Peggio! È un mio segreto e non posso rivelartelo per ora, quantunque io abbia in te completa fiducia.
- Ho detto al Maharajah che il mio corpo ed anche la mia anima, se la desidera, sono cose sue.
- Infatti io l'ho udito - rispose l'olandese, rimettendosi la pipa in bocca. - Ba', vedremo!... Oh!, saprei vendicarmi terribilmente.
Erano giunti all'accampamento il quale si estendeva intorno a delle immense risaie.
Gli indiani, che non usano tende, avevano innalzato una grande quantità di capannucce coperte di foglie di tara e di banani.
Da tutte quelle minuscole abitazioni uscivano, a quattro a cinque per volta paria semi-nudi e assai sporchi, fakiri magri come chiodi, banditi dagli sguardi torvi che nelle fasce portavano un vero arsenale, poi dei rajaputi e molti cornac incaricati di vegliare sugli elefanti presi cosí abilmente a Yanez.
Nel mezzo di tutte quelle capannucce si alzava orgogliosamente una tenda tutta rossa, la sola, in forma d'un immenso cono, sulla cui cima ondeggiava una bandiera azzurra con un leopardo dipinto a forti tinte, e che pareva fosse lí lí per spiccare lo slancio: era lo stemma dei Maharajah dell'Assam.
Vedendo avanzarsi il drappello dei soldati, fecero squillare rumorosamente i gong per dare l'allarme, poi i falò furono rapidamente spenti, ed un centinaio di uomini mosse contro Kiltar, il quale faceva ondeggiare vivamente la bandiera bianca gridando:
- Largo!... Largo al sahib bianco!...
Le schiere che si erano subito ingrossate dietro al primo drappello, avendo riconosciuto il bramino, si erano affrettate ad aprire le loro file.
Wan Horn vuotò la pipa, si pulí gli occhiali montati in oro e assicurati da una leggera catenella del medesimo metallo, poi si mise a fianco del sacerdote, guardando piuttosto insolentemente i banditi dell'ex rajah.
Ormai il sole era sorto, e la vasta tenda di seta rossa si era aperta sul dinanzi.
Quattro rajaputi, che avevano dei giganteschi turbanti e delle barbe nerissime che coprivano loro quasi tutto il viso, vegliavano, due per parte, appoggiati alle carabine le quali avevano i cani alzati.
Il bramino fece segno all'olandese di fermarsi, poi entrò nella tenda salutato rispettosamente dalle sentinelle.
Wan Horn, immaginandosi che la conferenza sarebbe stata un po' lunga, si sedette su un grosso tronco d'albero atterrato per alimentare i fuochi notturni e ricaricò, colla sua eterna flemma, la pipa borbottando:
- Mi si farà fare un po' d'anticamera.
Attorno a lui, a una certa distanza, si erano radunati parecchie centinaia di soldati che avevano piú l'aspetto di straccioni che di guerrieri, ma tutti benissimo armati di fucili, di pistole e anche di scimitarre.
- Bell'esercito - borbottò l'olandese, dopo la terza aspirazione che lo avvolse in una nuvola di fumo profumato. - Dove quell'ex rajah ha raccolto questi banditi? Ve ne devono essere molti negli altri accampamenti che ho scorti presso la città distrutta. Vedremo se saranno gente cosí solida da resistere ai miei bacilli.
Aveva fatto una dozzina di aspirazioni, sempre borbottando, quando vide il bramino uscire dalla tenda.
- Sahib, - disse l'indiano avvicinandosi rapidamente - il rajah ti aspetta.
- Di che umore è?
- Stava già bevendo non so quale bottiglia di liquore giallastro. Come suo fratello, è un impenitente ubriacone che tornerà ben presto fra i pazzi.
- Sa che io sono olandese?
- Gliel'ho detto, e pare che si sia ricordato che in Europa esiste una nazione che si chiama Olanda, e che ha ricche colonie a Giava, a Sumatra ed al Borneo.
- Meno male.
Il dottore vuotò la pipa, tornò ad accomodarsi gli occhiali, e seguí il bramino entrando nella spaziosa tenda ormai piena di luce.
Su un ammasso di ricchissimi tappeti e cuscini, ammucchiati abbastanza disordinatamente, stava coricato un indiano dalla pelle appena abbronzata, che poteva avere quarant'anni come sessanta.
Il suo viso era consunto, la sua fronte solcata di rughe profonde, i suoi occhi nerissimi animati da uno strano lampo, quel lampo che si scorge nelle pupille dei pazzi.
Non aveva né barba né baffi e nemmeno capelli.
Vestiva elegantemente con una specie di lungo camice di seta bianca ricamato in oro, e stretto ai fianchi da un'alta fascia di velluto azzurro a lunghe frange d'oro, reggente una corta scimitarra coll'impugnatura d'oro scintillante di pietre preziose.
In piedi aveva scarpe di cuoio rosso colla punta assai rialzata, ed anche quelle con ricami d'oro.
- Altezza, - disse il bramino all'indiano, il quale pareva mezzo inebetito - ecco il parlamentario.
- Ah!... - fece il rajah.
Al suo fianco stava un ragazzo il quale teneva in mano una bottiglia ed un bicchiere ben capace.
- Versami - gli disse. - Ho bisogno di raccogliere le idee.
- O di offuscarle, Altezza? - chiese l'olandese. - Voi bevete troppo.
Il viso di Sindhia prese una espressione selvaggia e fissò coi suoi occhi, quasi fosforescenti, l'olandese.
- Che cosa dite voi? - chiese dopo un po' di silenzio, facendo segno al ragazzo di porgergli subito la tazza.
- Dico che voi bevete troppo.
- Chi ve lo ha detto?
- Tutti lo sanno, anche a Calcutta.
- Ah!... Davvero? - disse il rajah con voce un po' ironica. Afferrò il bicchiere colle mani tremanti, e lo vuotò d'un fiato.
- Voi non lo crederete, signore, eppure io ora mi sento meglio e la mia memoria mi si è risvegliata d'un tratto.
- Vi avverto che io sono uno dei piú famosi medici delle colonie olandesi - disse il signor Wan Horn, sedendosi su un cuscino senza attendere l'ordine del rajah.
- Il bramino che funziona da mio segretario me lo ha detto. Voi siete un amico del Maharajah; non è vero?
- Sí, sono un suo amico.
- E anche di quell'altro che è venuto dal sud con quella tremenda colonna che i miei uomini non sono riusciti ad arrestare. Ah, che perdite ho subito io!...
- Sí, sono amico anche di quello.
- Chi è?
- Un principe bornese che ha molte navi e migliaia e migliaia di soldati non meno valorosi di quelli che formano la colonna infernale.
- Ah! ... Mi ricordo! - esclamò il rajah, stringendo le pugna. - L'ho conosciuto, ed è stato lui che ha aiutato il sahib bianco e Surama a rovesciarmi dal trono. Non credevo che avesse tanta audacia da tornar qui.
- Quell'uomo, Altezza, ha sfidato cento volte gli inglesi di Labuan e li ha quasi sempre vinti, o meglio schiacciati.
- Ha vinto anche il mio primo ministro, in non so quale lago del Borneo. Sí, lo so, è un terribile uomo e io desidererei vivamente di averlo nelle mie mani.
- Per farne che cosa, Altezza? - chiese l'olandese con accento un po' ironico. - Vorreste dirmelo?
- Per fucilarlo insieme col Maharajah se fosse possibile. Alla piccola rhani ci penserei poi io a ridurla nell'assoluta impotenza malgrado i suoi montanari.
- Andate per le spicce, voi.
- Io devo riconquistare il mio trono, sahib.
- Che si dice spetti, per diritto, alla rhani anziché a voi.
- Chi vi ha detto questo? - urlò Sindhia con voce arrangolata.
- Conosco la storia dell'Assam, e so anche che voi avete ucciso vostro fratello con un colpo di carabina mentre gettava in aria una rupia sfidandovi a forarla.
- Quel miserabile, completamente ubriaco, dopo aver ucciso a colpi di fucile tutti i suoi parenti che banchettavano tranquillamente nel cortile d'onore del palazzo reale, voleva spegnere anche me, e l'ho abbattuto.
"Ero nel mio diritto di difendermi. Mi prometteva di lasciarmi vivere se avessi spaccata, con una palla, una rupia lanciata in aria da lui. Non fu la moneta che cadde, fu mio fratello, il quale aveva commessa l'imprudenza di darmi fra le mani una delle sue carabine.
"Che cosa avete dunque da dire voi, sahib, di questo fratricidio?"
- Io mi sarei pure difeso - rispose il prudente olandese.
Sindhia mandò un grido di gioia.
- Ecco il primo uomo bianco che mi dà ragione - disse dimenandosi come un pazzo e porgendo al ragazzo il bicchiere perché glielo riempisse. - Voi dovete essere veramente un gran medico.
- Perché?
- Perché capite le cose meglio degli altri - rispose l'ex rajah.
- Può darsi.
- Volete bere?
- No, grazie non bevo che acqua.
- L'acqua non dà nessuna forza.
- Eppure, come vedete, Altezza, sono grasso e rubicondo, e peso forse il doppio di voi.
Sindhia scosse la testa, tese la destra tremolante verso il ragazzo che gli aveva riempito il bicchiere, bevve qualche sorso fissando sempre l'olandese, poi gli chiese a bruciapelo:
- Dunque si arrendono tutti?
- Chi? - domandò Wan Horn.
- Il Maharajah, il principe bornese e gli uomini che l'hanno accompagnato.
- Adagio, Altezza. Che io sappia non ne hanno affatto l'intenzione.
- E allora perché siete venuto qui?
- Per farvi una proposta.
- Dite, dite pure, gran dottore - disse Sindhia, sorridendo sardonicamente.
- I miei amici lasceranno la capitale a vostra disposizione...
- Quale capitale? - urlò Sindhia. - Non vi è piú una capitale nell'Assam.
- Non vi mancano gli uomini per ricostruirla!...
- E i denari?
- Si dice che voi siete immensamente ricco.
- Ah!... Ah!...
- Cosí si dice nel Bengala.
- Benissimo. Concludete, sahib.
- Sono venuto a dirvi che il Maharajah ed il suo amico sono pronti a lasciarvi padrone del terreno, purché permettiate loro di raggiungere le montagne di Sadhja.
- Morte di Siva!... Hanno il coraggio di farmi una simile proposta, mentre io li tengo ormai fra le mie mani?
- Ne siete ben sicuro, Altezza?
- Non mi sfuggiranno, ve lo dico io, sahib gran dottore. So che tutta quella gente si è rifugiata nelle grandi cloache.
- E se quella terribile colonna, che porta sugli elefanti delle armi che voi non avete mai vedute, e che fanno delle stragi orrende, si precipitasse attraverso al vostro accampamento?
- La fermeremo.
- Non l'avete fermata prima quando avevate tutte le probabilità di schiacciarla.
L'ex rajah digrignò i denti come un vecchio sciacallo, poi disse con voce piena di amarezza:
- Sí, è vero; le mie truppe non sono resistenti malgrado l'aiuto dei rajaputi.
Gettò via il bicchiere che teneva ancora in mano fracassandolo contro un trofeo d'armi, poi, dopo un silenzio piuttosto lungo, riprese:
- Insomma, che cosa volete?
- Mi pare di avervelo detto poco fa - rispose l'olandese. - Sono venuto per ottenere da voi il permesso di lasciar andare i miei amici ed i loro combattenti.
- Voi scherzate! - disse il rajah.
- Vi rifiutate?
- Assolutamente.
- Vi ripeto di guardarvi da quegli uomini che valgono per mille e piú i quali, come vi ho detto, posseggono delle mitragliatrici.
- Io sento di essere ancora il piú forte.
- Che cosa farete?
- Li affamerò.
- Hanno cinque elefanti, ed il Maharajah, prima di ritirarsi nelle cloache e di licenziare i montanari, ha fatto accumulare immense quantità di provvigioni.
- Io non ho fretta ed aspetterò che abbiano esaurito tutto.
- E come farete a mantenere tutta la vostra gente ora che non vi è piú una bottega in piedi, nemmeno di panettiere?
- Vivono con niente i miei uomini, mio caro sahib gran dottore. A loro bastano il riso e le frutta delle foreste.
- Si indeboliranno spaventosamente, ve lo dico io, appunto perché sono un medico.
- Non ve ne preoccupate - disse il rajah.
L'olandese si alzò e disse:
- La mia missione è finita e quindi me ne vado.
- E se vi trattenessi?
- L'Olanda vi farebbe pagar cara questa perfida azione, e anche l'Inghilterra non mancherebbe d'intervenire.
Il rajah rifletté qualche momento, poi disse:
- Siete libero: non voglio che si sparga la voce nel vicino Bengala che io tratto i parlamentari come un re barbaro.
- Dunque siete ben deciso a non lasciar uscire quelle persone?
- Vi ho detto di no.
- Altezza, i miei saluti.
Il rajah non rispose nemmeno.
Il dottore uscí e trovò subito il bramino accompagnato da un'altra scorta, composta tutta di rajaputi.
- Mi guidate? - gli chiese.
- Sí, sahib - rispose Kiltar, mettendoglisi a fianco. - Non avete concluso nulla?
- Non vuole assolutamente lasciarli andare.
- Lo aveva già detto anche a me.
- Verrai con noi tu, o rimarrai qui?
- Vi posso essere piú utile fuori che là dentro. Che cosa rappresenterei io? Una carabina di piú, ed anche pessima, non essendo mai stato un guerriero.
- Come potremo rivederti?
- Sono stato nelle cloache, so che vi sono delle entrate che non tutti conoscono, e spero di ricomparire ben presto.
- Guardati dal colera.
- Non ho mai avuto paura di quel male che...
In quel momento l'olandese incespicò e cadde lungo disteso spaccando le due bottiglie piene di bacilli.
- Ah, il mio liquore! - gridò. - E non ne ho piú!
Kiltar si affrettò ad alzarlo, e dalle tasche dell'olandese uscirono dei pezzi di vetro e una certa brodaccia spessa che non tramandava nessun odore d'alcool.
- Ho capito - disse.
I rajaputi che formavano la scorta non si erano affatto preoccupati di quella caduta, che, d'altronde, non poteva essere stata affatto pericolosa.
Si stupirono peraltro un po' quando videro l'olandese levarsi in fretta la giacca ed il panciotto e gettarli al vento.
- Il sahib gran dottore ha caldo - disse loro Kiltar. - Egli possiede altre vesti. Tuttavia vi ordino di non toccar nulla, poiché quel sahib piú tardi potrebbe reclamare tutto nella sua qualità di parlamentario.
I rajaputi sapendo che il bramino godeva la fiducia del rajah, si guardarono bene dal raccogliere quegli indumenti, che già non potevano avere che un meschino valore, specialmente dopo tutte quelle macchie di brodaccia giallastra che si erano rapidamente allargate sulla flanella bianca.
Il dottore, da uomo previdente, prima di fare quel capitombolo aveva cacciato in una tasca dei calzoni la sua inseparabile pipa, la piccola provvista di tabacco ed una scatola di zolfanelli, sicché ricominciò subito a fumare.
Il drappello attraversò il vasto accampamento, destando una certa curiosità fra gli accampati e verso le nove del mattino giunse dinanzi all'imboccatura della grande cloaca.
All'allarme dato dai malesi e dai dayaki che vegliavano intorno alle mitragliatrici, i rajaputi, per paura di ricevere una scarica da quelle terribili armi che li avevano crudelmente decimati fra le jungle e le risaie, sostarono.
- Sono il dottore!... - gridò l'olandese a gran voce. - Non fate fuoco.
Poi volgendosi verso Kiltar, disse facendo un rapido cenno d'intelligenza:
- Addio bramino.
- Che il vostro dio vegli su di voi - rispose Kiltar.
La scorta si allontanò subito velocemente, fermandosi solamente nei dintorni, della moschea che era stata già occupata da un grosso numero di fakiri e di paria.
- Dove sono dunque il Maharajah e la Tigre della Malesia? - chiese Wan Horn, avanzandosi fra due file di guerrieri.
- Vengono, signore - disse il malese rugoso che tutti chiamavano Sambigliong.
Ed infatti non era trascorso ancora mezzo minuto che i due capi si presentarono, accompagnati da Tremal-Naik, da Kammamuri e dal cacciatore di topi.
- Dite subito - disse Yanez all'olandese. - Siate breve.
- La mia missione è pienamente riuscita, signori miei - rispose il signor Wan Horn. - Ho perduto la giacca ed il panciotto, ma ormai i microbi del colera si moltiplicano a milioni nell'accampamento dei banditi.
- Avete rotte le due bottiglie?
- Sí, Altezza, e senza rompermi, fortunatamente, il naso.
- Avete veduto Sindhia?
- Mi ha ricevuto nella sua tenda e abbastanza gentilmente.
- Era ubriaco?
- Doveva avere già molto bevuto.
- E vi ha detto?
- Che vi terrà assediati finché avrete mangiato l'ultimo pezzo di elefante.
- Raccontate signor Wan Horn - disse Sandokan. - È proprio vero che ha con sé molte migliaia di combattenti?
- Molte migliaia, sí.
- Truppe solide?
- Ah, io non lo credo. Il loro numero peraltro è tale da poter resistere a piú d'un assalto.
- Dei rajaputi ve ne sono molti?
- Io non ho visitati tutti i campi, ma il rajah si doleva delle terribili perdite subite da quei forti guerrieri nati per le battaglie.
- Che cosa ci consigliereste di fare?
- Di rimanere qui e d'impedire, a colpi di mitraglia, l'entrata a qualunque colonna d'attacco.
Fra quarantotto ore tutti i campi di Sindhia saranno invasi dai bacilli del colera, ed allora vedrete che stragi.
- Tanta fiducia avete nelle vostre coltivazioni? - chiese Yanez.
- Vedrete fra poco gli effetti. Il bramino ci saprà dire qualche cosa.
- Ah, non è tornato con voi?
- No, Altezza, perché conta di esserci piú utile rimanendo fuori.
- E come farà a spingersi fin qui?
- Dice che conosce le cloache e molti passaggi da tutti forse ignorati.
- Credi tu che vi siano veramente dei condotti che sbocchino nelle rotonde? - chiese Yanez al cacciatore di topi.
- Può essere, gran sahib - rispose il baniano. - Ne ho scoperti anch'io parecchi che sboccavano nelle cantine di certi palazzi.
- Ed allora - disse Sandokan - aspettiamo che questo famoso colera si diffonda e ci apra la strada, se pure non porterà via anche tutti noi.
- Nella mia cassa ho dei vasi pieni di potenti disinfettanti quindi non avete nulla da temere.
- La seduta è tolta. Andiamo a fare colazione con della carne di cavallo, che non sarà poi cattiva.
- Anzi ottima. È quasi uguale a quella dei buoi e degli zebú - rispose l'olandese. - Ah, i miei bacilli virgola!... Altro che le palle di cannone, di mitragliatrici, di carabine e di pistole! Vedrete, vedrete!...
- Non spaventate i nostri uomini col vostro colera - disse Yanez. - Sanno che cos'è quel malanno.
Sandokan raccomandò al drappello delle mitragliatrici di aprire bene gli occhi, e si diresse coi suoi compagni verso un luogo della banchina dove ardeva un magro fuoco.
In lontananza si udivano gli elefanti lamentarsi. Avevano fame, e gli assediati nulla avevano da dar loro, poiché tentare una uscita per spogliare delle frutta e delle gigantesche foglie quei banani che crescevano in buon numero presso la moschea, sarebbe stato come gettarsi in bocca ai lupi di Sindhia. Alcuni malesi avevano stesi, intorno al fuoco che mandava piú fumo che fiamme, dei vecchi tappeti, mentre altri stavano rigirando sugli spiedi del cacciatore di topi dei grossi pezzi di carne di cavallo.
- Domani cominceremo ad abbattere un elefante - disse Sandokan, sdraiandosi presso il fuoco. - Ormai sono destinati a morire tutti di fame.
- E come faremo a portare poi con noi le mitragliatrici? - chiese Yanez. - Anche i cavalli morranno se non possiamo provvederli di erbe.
- Purtroppo - rispose Sandokan, corrugando la fronte. - Io non avevo pensato agli animali.
"Ba', vedremo che cosa saprà fare il colera. Noi resisteremo fino all'ultimo e nemmeno questa volta Sindhia ci avrà."
Gli arrosti, piú o meno ben cucinati, furono deposti sul coperchio di una cassa, e tutti si misero a mangiare in silenzio, assai preoccupati dell'aggravarsi della situazione.
Ed intanto gli elefanti in lontananza barrivano furiosamente, ed i cavalli nitrivano domandando la colazione.
Quella prima giornata d'assedio trascorse nondimeno tranquilla. Le truppe di Sindhia, quantunque si fossero mostrate in grosso numero nei dintorni della vecchia moschea, non spararono un colpo di fucile verso l'entrata della grande cloaca.
Si capiva che le mitragliatrici, armi mai vedute da quei banditi, che facevano un grande fracasso e che facevano continua strage, avevano impressionato tutti.
D'altronde Sandokan e Yanez avevano radunati, presso la foce del fiume fangoso, tutti i cento uomini giunti dalla lontana Malesia, ed avevano fatto condurre, non senza grande fatica da parte dei cornac, i cinque elefanti, decisi a lanciarli contro gli avversari in una corsa spaventosa. Già sapevano ormai che erano condannati al pari dei cavalli.
Il cacciatore di topi, seguíto da Kammamuri, dal fedele rajaputo e da una mezza dozzina di montanari, aveva approfittato di quella calma per visitare tutte le rotonde e le gallerie superiori, sede un giorno di chi sa quante migliaia di miserabili, e tutti erano tornati carichi di legna per potere, durante la notte, accendere dei falò.
- E dunque? - gli chiese Yanez, quando lo vide giungere carico come un mulo, seguíto da tutti gli altri sette.
- Vi porto una buona notizia - rispose il vecchio, gettando a terra, con gran fracasso, il suo pesante fardello. - La temperatura si è rinfrescata, ed anche nelle alte gallerie ora si può vivere benissimo.
"Un po' di sudore d'altronde non fa mai male in questi paesi."
- Dunque l'incendio deve essersi spento completamente.
- Sí, Altezza; ed era tempo che le case, le moschee e le pagode finissero di bruciare.
"Ma vi è di piú. Ho scoperto, in certe rotonde che io da anni non visitavo, dei veri depositi di legna, e poi ho veduto i topi ritornare in gran numero."
- Abbiamo qui abbastanza carne, sicché possiamo fare a meno per ora di quei rosicchianti niente affatto piacevoli.
- Non potete dire, Altezza, che bene arrostiti siano cattivi.
- No, ma sono sempre topi. Hai scoperto altro?
- Sí, un passaggio che mette in una vasta cantina. È ancora troppo caldo, ma fra ventiquattro ore io credo che noi tutti potremo percorrerlo.
- E gli elefanti ed i cavalli?
- Quel passaggio sarà la salvezza della vostra cavalleria grossa e leggera, sahib - disse il baniano. - Di notte noi usciremo e andremo a fare raccolta di foglie e di erbe. Gli uomini di Sindhia non ci inquieteranno. Sono troppo poltroni.
- Tu dunque non vedi la nostra situazione disperata?
- Oh no!... Con quei terribili guerrieri che ha condotto il vostro amico e con quelle armi non meno terribili, noi finiremo col lasciare l'amico Sindhia con un buon palmo di naso.
- Sei ottimista.
- Non sono mai stato pessimista, e non ho mai avuto da dolermene.
- Gli elefanti ed i cavalli peraltro da ventiquattro ore non mangiano.
- Domani mattina avranno una colazione abbondante. Il fuoco non può aver rovinato tutte le piantagioni che si estendevano intorno alla capitale.
Mettete a mia disposizione venti di quei terribili uomini, ed io rispondo di tutto, Altezza.
- Te ne concedo anche quaranta con un paio di mitragliatrici.
- No, le mitragliatrici non passerebbero; e poi possono essere piú utili a voi che a noi.
- Puoi aver ragione - rispose Yanez, il quale appariva, malgrado il suo carattere sempre vivace ed allegro, assai preoccupato. - Quando andrai ad esplorare quel passaggio?
- Appena caduta la notte, signore. È necessario che si raffreddi ancora un po'.
- Io ti accompagnerò con Tremal-Naik. Sandokan intanto veglierà alla foce del fiume nero.
- L'impresa potrebbe essere pericolosa assai, Altezza.
Un sorriso sdegnoso sfiorò le labbra dell'uomo che i malesi ed i dayaki chiamavano la Tigre bianca.
- Ho provato ben altri pericoli a Mompracem, a Labuan, nel Borneo ed anche qui - disse.
- Lo so, Altezza. Voi avete ucciso, insieme col vostro amico, il capo degli strangolatori delle Sunderbunds durante l'assalto di Delhi. Tutti sanno, anche in India, che siete degli uomini capaci di rovesciare degli imperi.
- Hai finito?
- Sí, Altezza.
- Concludi.
- Questa sera, giacché lo desiderate, andremo a cercare il cibo ai cavalli ed agli elefanti insieme con voi.
- Siamo intesi.
In quel momento giungeva il flemmatico olandese con un nuovo panciotto ed una nuova casacca di flanella bianca leggerissima e la grossa pipa in bocca.
- Ebbene, dottore, come vanno le vostre coltivazioni?
- Benissimo, signore - rispose Wan Horn. - Ho osservato poco fa le bottiglie dei bacilli del tifo, ed ho constatato che nulla hanno sofferto durante il viaggio. Si sviluppano meravigliosamente sotto questo clima.
- Sicché dopo i bacilli del colera andrete a inondare il campo o i campi di Sindhia con quelli del tifo - disse Yanez sempre ironico.
- Inondare? Eh, via, è un po' troppo, Altezza - rispose l'olandese. - E poi non so se si presenterà un'altra occasione.
"Il rajah non mi riceverebbe certamente due volte. Mi farebbe fucilare dai suoi ultimi rajaputi."
- Non oserei mandarvi da lui come parlamentario per la seconda volta - rispose Yanez. - Sindhia è un barbaro che non rispetta nessuna persona.
- Aveva già minacciato di trattenermi.
- E non sareste piú tornato vivo, ve lo assicuro. Quell'uomo è crudele come il fratello che egli stesso ha ucciso con un colpo di carabina durante un banchetto.
- È un pazzo, signore. I liquori lo hanno rovinato.
- Lo so che è un alcoolizzato pericoloso. Dunque voi mi dicevate che occorrono almeno quarant'otto ore prima che i bacilli si sviluppino e compiano la loro distruzione?
- Forse anche meno, Altezza.
- Per Giove!... Questo è un nuovo genere di guerra.
- Che darà dei risultati meravigliosi - rispose freddamente l'olandese. - Altro che le vostre carabine, le vostre mitragliatrici ed i vostri kampilangs!... Vedrete, vedrete!
E quel brav'uomo che si proponeva di assassinare, con le sue strane colture, se ne andò colle mani sprofondate nelle ampie tasche, fumando come una vaporiera.
- A questa sera, allora - disse Yanez al cacciatore di topi.
- Sí, Altezza. Conosco ormai la via e non mi smarrirò.
- E potremo noi oltrepassare la linea dei bastioni senza essere veduti?
- Io lo spero - rispose il baniano. - D'altronde non andremo senz'armi o muniti di semplici bastoni.
Yanez stette un momento silenzioso, colla fronte aggrottata, poi si diresse verso il falò che ardeva sulla riva destra del fiume fangoso, per comunicare a Sandokan le buone nuove.

CAPITOLO IV

L 'ASSEDIO

Non fu che dopo la mezzanotte che Yanez ed il cacciatore di topi, seguiti dall'erculeo rajaputo e dai dodici montanari di Sadhja, si misero in marcia per tentare di procurare degli alimenti alle povere bestie, le quali, durante la giornata, avevano barrito e nitrito senza interruzione.
Si erano muniti di due torce ed erano tutti armati di carabine, di pistole e di scimitarre.
Il drappello costeggiò per oltre due miglia il pigro fiume nero che frusciava invece di gorgogliare, poi entrarono in una delle tante rotonde destinate a raccogliere le acque.
Il cacciatore di topi aveva già fatto un segno su una parete per non ingannarsi, quindi poteva ormai procedere tranquillo attraverso le gallerie superiori che si estendevano sopra l'immensa arcata e che si diramavano per la città.
- Quanto impiegheremo a giungere in quella cantina? - chiese Yanez.
- Appena una mezz'ora - rispose il baniano. - Non faremo che una semplice passeggiata, poiché le gallerie che io ho scoperte sono tutte ampie e non avremo bisogno di curvarci per passare.
- Bada di non smarrirti.
- Oh, no!... Nella mia testa vi è una specie di bussola che mi guida.
- Si perdono anche i marinai talvolta.
- Non io - rispose il cacciatore di topi con voce ferma.
- Si sarà raffreddata la cantina?
- Io lo spero. Quando vi sono entrato non vi era una tale temperatura da non poter resistere.
- A quest'ora troveremo una temperatura meno ardente.
- Anche qui non regna piú un gran caldo - disse Yanez. - Si suda un po', questo è vero, però non dobbiamo dimenticare che siamo nel gran paese del sole.
Cosí parlando avevano attraversato un ampio corridoio, cosparso di sabbia asciutta che spandeva un odore nauseabondo quantunque fosse bianchissima, ed erano giunti in un'altra rotonda, capace di contenere anche trenta persone.
Doveva essere stata anche quella abitata dai piú miserabili abitanti della capitale, poiché anche là dentro si vedevano mucchi di luridi stracci che dovevano aver servito come letti, delle foglie secche e dei pezzi di legna accatastati con una certa cura.
- Ancora due e poi sboccheremo nella cantina, o meglio nel sotterraneo scavato sotto qualche grande palazzo - disse il baniano.
- Anche questo fogliame secco può servire pei cavalli se non per gli elefanti - disse il Maharajah, il quale tutto osservava minutamente.
- L'avevo pensato anch'io, Altezza - rispose il cacciatore di topi.
- Nelle altre rotonde ne hai veduto?
- Sí, e anzi l'ultima è ben provvista.
- Buono a sapersi.
- Disgraziatamente gli animali da nutrirsi sono troppi.
- Dimmi la tua idea franca e precisa. Nelle nostre condizioni che cosa faresti?
- Io non mi moverei di qui finché ci sono cavalli, elefanti e topi da divorare. Sindhia finirà per stancarsi e se ne andrà.
- E noi a piedi?
- Non so che cosa dire, Altezza. Voi siete altri uomini, mentre io potrei rimanere assediato per anni ed anni senza morire di fame. D'altronde vi siete persuaso che i topi, bene arrostiti, non sono poi da disprezzarsi.
- Oh, no, ma finirebbero per nauseare - rispose Yanez.
Il baniano alzò le spalle e continuò la marcia, con maggior rapidità, sbattendo, di quando in quando, a terra la torcia che portava.
Il drappello percorse altre lunghissime gallerie che né i secoli né l'umidità avevano guastate, tutte ampie e discretamente arieggiate. Regnava però un calore ancora intenso prodotto dall'enorme ammasso di carboni che aveva coperto le vie della capitale.
Dopo un altro quarto d'ora sboccarono in una nuova rotonda, assai piú ampia della prima, e dopo pochi minuti in un'altra ancora perfettamente asciutta.
- Siamo a poca distanza dal sotterraneo - disse il cacciatore di topi.
Stava per imboccare un'altra galleria, l'ultima, quando si fermò tendendo gli orecchi.
- Che cosa hai udito? - gli chiese Yanez, togliendosi dalle spalle la carabina.
- Un passo d'uomo.
- Tu sogni. Sarà qualche esercito di topi affamati.
- No, Altezza: io ho troppo vissuto in queste cloache, e non posso ingannarmi.
- Che abbiano scoperto il passaggio?
- Non lo so: il fatto è che un uomo si avanza.
- Io non vedo nulla.
- La galleria qui descrive una gran curva, Altezza. Quell'uomo non tarderà a mostrarsi.
- Andiamo innanzi o ci fermiamo?
- Sarà meglio attendere, gran sahib.
- Spegnete subito la torcia, allora.
Fu prontamente obbedito, ed il drappello si strinse puntando le carabine, e deciso poi a gettarsi innanzi colle scimitarre.
Tutti si erano messi in ascolto e non tardarono a udire un passo che l'eco della galleria trasmetteva distintamente.
- Tu non ti eri ingannato - disse Yanez al cacciatore di topi. - Fortunatamente pare che non si tratti che d'un solo uomo.
- Sí, d'uno solo, Altezza - rispose il baniano. - Non deve essere lontano.
- Anzi, piú vicino di quello che potete immaginarvi. Ah!... Vedete?
Una lampada era comparsa allo svolto della galleria, e subito l'uomo che la reggeva.
Yanez ed il cacciatore di topi mandarono due grida:
- Kiltar!...
- Sí, sono io - rispose il bramino, avvicinandosi rapidamente. - Non credevo di trovarvi qui.
- Tu sei entrato da un sotterraneo? - gli chiese Yanez.
- Sí, d'un grande palazzo che un giorno era stato abitato, se non m'inganno, da uno dei vostri ministri.
- Quali nuove rechi?
- Gravi, Altezza - rispose Kiltar, il cui volto si era offuscato. - Sindhia lavora attivamente alla vostra perdita.
- In quale modo?
- Un gran numero dei suoi uomini sono stati mandati nelle jungle a far raccolta di grossi bambú.
- Non saprei a che cosa gli possono servire. Forse a riedificare la capitale? Riuscirà un bel villaggio facile a bruciarsi.
- Non scherzate, Maharajah. Quei bambú serviranno come conduttura d'acqua.
Yanez aggrottò la fronte.
- Vorrebbe tentare di annegarci? E dove prenderà l'acqua?
- Io non so, ma pare che i suoi fakiri abbiano scoperta una grossa sorgente.
- Ci vorrà del tempo prima che si costruiscano tante condutture. E poi non credo che queste cloache siano facili ad inondarsi, avendo per scolo il fiume nero. Sindhia ed i suoi uomini perderanno inutilmente il loro tempo.
- E se riuscissero nel loro intento?
- Allora, prima di lasciarci annegare come tanti topi, attaccheremo a fondo, alla disperata; perciò abbiamo bisogno assoluto di conservare i nostri elefanti e quanti piú cavalli potremo.
- Ma quelle bestie non potranno mai passare per queste gallerie - disse il bramino.
- Lo so, e non sarà da questa parte che noi attaccheremo.
- Dove andrete allora?
- In cerca di fogliame per gli elefanti che soffrono piú dei cavalli. Vi sono truppe al di là dei bastioni?
- In certi luoghi sí, ma io vi farò passare attraverso le muraglie degli antichi giardini che hanno resistito al fuoco. Qualche cosa della vostra capitale è rimasto, ma ben poca cosa.
- Il palazzo reale è crollato?
- Distrutto completamente. Anche tutti i palazzi, le pagode, le moschee sono state sfasciate dal fuoco.
- Orsú, non perdiamo tempo, gran sahib - disse il cacciatore di topi. - Dobbiamo ritornare prima dell'alba.
- Hai ragione - rispose Yanez. - Riaccendete le torce.
Il drappello si rimise in marcia, affrettando il passo. La galleria saliva rapidamente e conservava ancora un forte calore sebbene fossero passati tanti giorni dall'incendio.
Cinque minuti dopo i sedici uomini entrarono in un vasto sotterraneo che non doveva aver mai fatto parte delle cloache.
Delle pareti, calcinate dal fuoco, erano crollate, e un'apertura assai larga si era formata.
- Ci siamo - disse il bramino. - Una scala e saremo all'aperto.
- Non ci saranno soldati dispersi fra le rovine?
- Non ho veduto che qualche affamato.
- Ah! ...
- Che cosa avete, Altezza?
- Stanno tutti bene al campo di Sindhia?
- Per ora sí.
- Malgrado la rottura di quelle due bottiglie?
- Sí, Altezza. Forse la malattia si svilupperà piú tardi.
- Può darsi. Aspetteremo.
Attraversarono il sotterraneo, giunsero ad una scala di pietra e si trovarono all'aperto fra una immensa quantità di macerie.
- Povera la mia capitale!... - disse Yanez. - Eppure non potevo fare a meno di distruggerla per trattenere gli assalti di Sindhia.
"Senza questo gigantesco incendio, non avrei potuto attendere l'arrivo di Sandokan."
Kiltar si era fermato dietro ad una muraglia tutta nera, e pareva che cercasse di orizzontarsi fra quel caos immenso di rovine.
- Seguitemi - disse ad un tratto. - Non faremo cattivi incontri, ma è necessario che spengiate voi le torce ed io la mia lampada. Riaccenderemo piú tardi le une e l'altra se ne avremo bisogno.
Ascoltò per qualche momento, poi si mise in marcia, seguendo la muraglia, la quale pareva che si stendesse in direzione dei bastioni.
Un silenzio immenso regnava sulla città distrutta. Pareva che fosse diventata la città dei morti.
Tuttavia, in lontananza, fra le tenebre, brillavano numerosi fuochi i quali indicavano gli accampamenti dei banditi di Sindhia.
Il drappello affrettava la marcia, procedendo in fila indiana, colle carabine montate.
Fra tutte quelle rovine regnava ancora un gran calore. Si sarebbe detto che in certi luoghi, anche dopo tanti giorni, il fuoco covava ancora.
Ed infatti, di quando in quando, delle folate d'aria ardentissima, soffocante, si abbattevano sul drappello, arrestandolo nella sua marcia per qualche minuto ed anche piú.
- Mi chiameranno il Nerone dell'India - disse Yanez. - Io però dovevo salvare la mia pelle.
Finalmente i bastioni comparvero. Erano ridotti in uno stato miserando a cagione dello scoppio delle polveriere.
Squarci giganteschi, ingombri in parte di rottami, si scorgevano qua e là, ed erano cosí larghi da permettere il passaggio anche di una grossa colonna d'assalto.
Kiltar che pareva conoscesse la città meglio del Maharajah e perfino del rajaputo, guidò il drappello attraverso ad uno squarcio enorme, sui cui margini si stendevano delle casematte completamente sventrate, e lo condusse in aperta campagna.
Da quella parte nessun fuoco brillava. Sindhia non aveva pensato a circondare completamente la città, non immaginandosi mai che dalle cloache si potesse, in qualche luogo, giungere a fior di terra.
- Ah, il famoso guerriero! - esclamò Yanez con voce ironica. - E si vanta un gran capitano! Ben guidati quei poveri paria, fakiri e rajaputi! Ci vuole ben altro per fare la guerra!
Attraversarono il bastione e si gettarono nella tenebrosa campagna, non rischiarata né dalla luna, né dalle stelle essendo il cielo assai coperto.
Intorno alla capitale piante ed erbe ve n'erano in abbondanza, un po' appassite per l'intenso calore, ma i banani dalle foglie gigantesche avevano resistito meravigliosamente.
Una fattoria si trovava a breve distanza; era una casa piuttosto massiccia, circondata da alberi colossali.
Il drappello, temendo sempre un improvviso assalto, quantunque nulla lo facesse presentire, invase l'orto della casa e si mise a sciabolare frettolosamente rami ed erbe.
Già avevano completato un buon carico, capace di levare la fame, almeno per una volta, alle bestie, quando Kiltar ed il cacciatore di topi, che si erano messi in sentinella, si avvicinarono rapidamente a Yanez il quale fumava la sigaretta con la sua solita tranquillità.
- Altezza, - disse il bramino - gli uomini di Sindhia ci hanno seguiti e fors'anche circondati.
- Ah!... - fece semplicemente il portoghese. - Mi rincresce solamente per gli elefanti. Qui vi è una casa e abbastanza solida. Occupiamola e vediamo come sapranno comportarsi i famosi guerrieri di Sindhia. Per Giove, gli affari prendono cattiva piega!
"Noi qui, Sandokan laggiú che non conosce il passaggio della galleria, elefanti e cavalli affamati!... Come finirà questa storia?"
- Grande sahib - disse il cacciatore di topi. - Finché vi è tempo volete che ritorni nelle cloache ad avvertire i vostri amici della vostra pericolosa situazione? Anche se uscissero vincitori per la foce del fiume fangoso, chi li guiderebbe qui?
- Tu sei un brav'uomo. Avresti tanto coraggio?
- Sí, Altezza.
- Va', parti subito. Forse sei ancora in tempo.
- Oh, i miei orecchi sono assai acuti e sapranno subito avvertirmi dell'avvicinarsi del nemico. Io spero di rivedervi presto.
Ciò detto gettò a terra un gran fascio di foglie che si era già caricato sulle spalle, e quel diavolo d'uomo, malgrado la sua età già avanzata, in un momento scomparve fra le tenebre.
- E tu, Kiltar, che cosa pensi di fare? - chiese Yanez volgendosi al bramino il quale, curvo verso terra, pareva che ascoltasse con estrema attenzione. - Rimani con noi o ritorni presso il rajah?
- Io penso sempre che posso esservi piú utile rimanendo fra gli assedianti anziché rimanere con voi.
"Chi vi informerebbe di ciò che succede nei campi di Sindhia? Nella mia qualità di bramino, io posso attraversare liberamente i campi."
- Pure mi avevi detto che il rajah voleva fucilarti.
- Ha pensato forse che io sono un uomo troppo prezioso, ed ha abbandonata la sua idea.
"Altezza, prendo il largo anch'io. I guerrieri dell'ubriacone non devono essere lontani.
"Voi barricatevi in questa fattoria e tenete duro. Quanti colpi avete per carabina?"
- Cento.
- Vi do anche i miei. Addio, Altezza, e badate di non lasciarvi prendere perché il rajah non vi risparmierebbe.
- Eh, lo so - rispose Yanez. - Va' anche tu.
Il bramino s'inchinò fino quasi a terra, poi prese a sua volta la corsa, per non farsi sorprendere cosí vicino ai nemici del suo signore.
Intanto i montanari e l'erculeo rajaputo avevano occupata la fattoria, la quale era stata abbandonata dai suoi proprietari.
Era una casa ad un solo piano, con quattro stanze e otto piccole finestre, che somigliavano piuttosto a feritoie.
Pochi rozzi mobili si trovavano là dentro; invece in una delle tre stanze, destinata a magazzino, i montanari avevano subito scoperto molti sacchi pieni di riso, poi fagiuoli, pesce secco per preparare il carri, ed una notevole provvista di legna.
- Gran sahib, - disse il rajaputo, il quale aveva per primo visitata minutamente la casa - se noi saremo economi, potremo tirare avanti una quindicina di giorni.
"Certo che non dovremo levarci completamente la fame."
- E l'acqua?
- Vi è un piccolo pozzo.
- Io non credevo di aver tanta fortuna. Allora noi resisteremo a lungo.
- Molti colpi abbiamo da sparare, e questi montanari, che sono quasi tutti cacciatori, difficilmente sbagliano il bersaglio.
E poi, frugando per bene, potremo forse trovare qualche provvista di polvere. I contadini indiani ne tengono sempre.
- Cercheremo piú tardi. Ora pensiamo a barricarci. Sono solide le porte?
- Robustissime, con doppie traverse di legno durissimo.
- Ordinariamente le fattorie hanno sempre un'apertura che mette sul tetto.
- Vi è anche in questa: la scala è nella quarta stanza che serve da magazzino.
- Allora andiamo a metterci in sentinella. I montanari rimarranno qui e spareranno attraverso le finestre.
Un po' tranquillizzato, si recò, insieme col rajaputo, nel magazzino portando la lampada che il bramino gli aveva lasciata, montò una scala di bambú e spinse in alto una piccola botola la quale peraltro lasciava un'apertura sufficiente al passaggio d'una persona.
- Non mi ero ingannato - disse Yanez allungandosi sul tetto formato di fango ben secco misto a paglia. - Di quassú potremo vedere meglio e seguire le mosse dei banditi. Per Giove, io conto ancora di dare a quelle canaglie una terribile lezione!
- Siamo in pochi ma risoluti - disse il rajaputo.
Si erano alzati sulle ginocchia e si erano messi in osservazione. L'oscurità era troppo profonda per poter distinguere delle persone, anche perché vi erano intorno alla fattoria degli immensi fichi baniani, i quali proiettavano un'ombra foltissima.
Invano i due uomini aguzzarono gli occhi e tesero gli orecchi: non videro nulla, né raccolsero alcun rumore sospetto.
Eppure era convinto che il bramino ed il cacciatore di topi non si erano ingannati.
- Che cosa dite, sahib? - chiese il rajaputo. - Io non odo altro che i grilli e non vedo che qualche rada stella scintillare fra gli strappi delle nubi.
- Taci - disse Yanez, il quale ascoltava sempre. - Anch'io ho l'udito acutissimo e gli occhi buonissimi.
- Vengono? - chiese il rajaputo, dopo un mezzo minuto di silenzio.
- Mi pare che al di là di quei fichi baniani alcune persone si muovano.
- Saranno i banditi del rajah?
- Chi vuoi che siano?
- Non so come ci abbiano seguiti. Avete fiducia voi in quel bramino?
- Assoluta.
- Io veramente ne ho poca.
- Ci ha dato già due prove di esserci amico sincero.
- Uhm!... Vedremo in seguito. Non vi pare, gran sahib, che gli uomini di Sindhia abbiano una grande paura a montare all'assalto? A quest'ora dovrebbero essere già qui.
- Sospetteranno forse che noi possediamo una di quelle mitragliatrici che li ha crudelmente decimati nelle jungle intorno agli elefanti della Tigre della Malesia.
- Gran brav'uomo quel principe bornese vostro amico.
- E terribile guerriero soprattutto. Oh, ne farà un'altra delle sue! Credi tu che non venga qui a liberarci?
- Avrà un bel da fare, gran sahib.
- Oh, non mi preoccupo. Una volta lanciato, nessuna cosa, nessun ostacolo arresta quel prode guerriero.
- Se è riuscito a passare le jungle e a raggiungerci nelle cloache, lo credo. Anche i suoi guerrieri sono uomini che non temono nessuno. La morte non ha mai fatto paura a quei bravi.
In quel momento, sotto l'oscura ombra dei grandi fichi baniani, si videro brillare delle lampade che subito si spensero.
- Hai veduto? - chiese Yanez.
- Sí, gran sahib, - rispose il rajaputo. - Se provassimo a sparare qualche colpo?
- Le munizioni sono troppo preziose, amico, e dobbiamo economizzarle fino all'arrivo di Sandokan.
- Dunque voi credete che verrà?
- Se il cacciatore di topi riuscirà a ritornare nelle cloache, nessuno piú tratterrà il mio amico. Aspettiamo.
Vedendo che i banditi non si decidevano a farsi vivi ridiscesero nella fattoria.
I montanari avevano barricate le porte ed avevano acceso il fuoco mettendo a cucinare insieme, in una gigantesca pentola, del riso, del pesce secco e delle erbe aromatiche per prepararsi il carri.
Già durante la giornata non avevano ricevuto che una piccola porzione di carne di cavallo, malamente arrostita, e si sa che i montanari sono sempre disposti a divorare.
- Questa brava gente non perde il suo tempo - disse Yanez, sorridendo.
- L'uomo che ha mangiato combatte meglio, gran sahib, - disse il capo del piccolo drappello.
- Cosí dicono infatti anche i soldati inglesi.
- Gran sahib, servitevi. Vi è qui della terraglia che abbiamo prima accuratamente lavata. Anche voi, malgrado le vostre preoccupazioni, dovete avere un po' d'appetito.
- È probabile, mio bravo - rispose Yanez. - Non ho mai avuto nessuna passione per il carri, ma in mancanza di meglio farò lavorare egualmente i miei denti ed il mio stomaco.
Si erano messi a mangiare, mentre due montanari erano saliti sul tetto, pronti a dare l'allarme.
Nessuno li disturbò. Pareva che i banditi di Sindhia, pessimi soldati, non si decidessero a tentare un attacco.
- Ma noi potremo aspettare qui anche una settimana - disse Yanez al rajaputo, che era andato ad interrogare le sentinelle.
- Eh, non fidatevi, gran sahib - rispose il gigante, accettando una sigaretta datagli dal portoghese un po' mal volentieri, poiché la provvista era diventata piuttosto esigua. - Quegli uomini non sono guerrieri, bensí sciacalli.
- Lo sappiamo, e che cosa vorresti dire con ciò?
- Mi aspetto qualche brutta sorpresa.
- Quale?
- Che ci arrostiscano vivi.
- Per Giove!...
- Vi sono troppe piante e troppa paglia intorno a questa casa.
- Non abbiamo il pozzo?
- Per Sivah, io vi ammiro!... Non ho mai veduto un uomo piú sicuro di sé come voi, gran sahib.
- Non sarei stato un conquistatore - rispose Yanez sorridendo. - Io penso peraltro che tu possa avere ragione, e che qualche provvedimento sarebbe necessario.
- Ordinate, gran sahib.
- Lancia fuori i montanari, fa' distruggere la paglia ed atterrare le piante che circondano la casa.
- Ne avremo il tempo?
- Mi metterò io in sentinella sul tetto con un paio d'uomini. Tu sai già che io non spreco una carica.
- Non vorrei trovarmi sotto la vostra mira - rispose il rajaputo.
- Va', il tempo stringe.
Mentre il gigante, seguíto dai montanari, apriva la porta che era stata fortemente barricata, Yanez salí sul tetto portando con sé la lampada del bramino avvolta in uno straccio.
L'oscurità era sempre profonda quantunque l'alba non dovesse essere molto lontana. Grosse masse di vapori continuavano ad offuscare il cielo, spinte da un vento piuttosto forte che soffiava dal nord, dalle altissime montagne dell'Himalaya.
- Nulla? - chiese Yanez ai due montanari che si erano coricati sul tetto, tenendo le carabine dinanzi a loro.
- No, gran sahib - rispose uno dei due. - Tuttavia non devono essere lontani, poiché poco fa abbiamo udito l'urlo d'uno sciacallo che non era affatto naturale.
Noi montanari conosciamo troppo bene quelle bestie che infestano in gran numero le nostre montagne.
Quelle canaglie sono cosí audaci, almeno nei nostri villaggi, da portar via fino i ragazzi.
- Cose vecchie - disse Yanez. - Potevi raccontarle a tuo nipote, se ne hai uno.
- Ne ho una mezza dozzina, gran sahib.
- Avrai da chiacchierare una notte intera; ma questo non è il momento.
Al primo urlo dello sciacallo hanno risposto?
- Subito, gran sahib.
Per la terza o quarta volta l'ampia fronte del Maharajah si era offuscata.
- Per Giove!... - brontolò. - La faccenda è piú seria di quello che credevo. Che cerchino proprio di arrostirci?
- Gran sahib...
- Taci!...
Yanez si era alzato sulle ginocchia ed aveva puntata la carabina.
La canna parve che seguisse per qualche istante un'ombra, poi una formidabile detonazione ruppe il silenzio della notte, subito seguita da un grido acutissimo.
- Preso! - disse uno dei due montanari aguzzando gli occhi.
- Lo credo - rispose il portoghese. - Un Maharajah deve tirare come un famoso guerriero.
- Ecco un uomo di meno che rimane a Sindhia.
- Ben poca cosa - rispose Yanez con voce un po' amara. - Una mitragliatrice del mio amico avrebbe già spazzato tutto il terreno intorno a questa topaia. Disgraziatamente i passaggi delle cloache erano troppo stretti per far passare quelle armi formidabili. Oh, giungeranno. Io non dispero affatto.
Ricaricò tranquillamente la carabina e si distese sul tetto, spingendo lo sguardo lontano.
I due montanari si erano spinti fino all'orlo del tetto, colla speranza di fare anche loro qualche buon colpo che assottigliasse le schiere troppo numerose dell'ex rajah.
Con grande sorpresa di tutti gli assediati non si effettuò nessun attacco da parte degli assedianti. Avevano avuto paura, o volevano aspettare la luce per meglio studiare le forze degli avversari?
- Ecco una notte perduta inutilmente - disse Yanez. - Eppure avrei avuto tanto bisogno di schiacciare un sonnellino. Quando si potrà?
Accese un' altra sigaretta, lanciando ben lontano il fiammifero, perché il tetto non prendesse fuoco, e s'alzò in piedi guardando da tutte le parti.
Il sole cominciava ad apparire, fugando, con rapidità fulminea, le tenebre. Già si sa che in quelle regioni non esistono si può dire, né albe né crepuscoli.
- Ah, ah! - fece Yanez. - Non si era ingannato il cacciatore di topi, come non si era ingannato il bramino.
Poi volgendosi verso i due montanari, disse:
- Su, alzatevi e guardate anche voi.
I due uomini si alzarono subito e spinsero lontano i loro sguardi acuti sulla vasta pianura indorata dal sole, che si rompeva solamente ai bastioni mezzo sventrati della capitale.
A cinque o seicento metri dalla fattoria, fra le risaie, si aggiravano alcune centinaia di banditi, per la maggior parte fakiri e paria, ma non vi mancavano dei minuscoli drappelli di rajaputi.
- Che cosa dite voi? - chiese Yanez ai due montanari.
- Che quella gente non osa attaccarci - risposero insieme.
- Che vogliano affamarci?
- Sarà piú probabile, gran sahib - disse il piú vecchio dei due montanari. - Arrischiano meno.
- Ma forse c'inganniamo - disse il portoghese, alzando rapidamente la carabina. - Ecco laggiú un fakiro che si avanza verso di noi, facendo sventolare un lurido straccio. Non lo lascerò certamente avvicinar troppo.
Quel furfante viene a spiarci fingendosi un parlamentario. Ah, no, caro mio. Non ci s'inganna cosí.
Un uomo infatti aveva attraversato la linea dei foltissimi fichi baniani, e si avanzava lentamente facendo ondeggiare il suo straccio che doveva essere un lurido dugbah.
Apparteneva alla casta dei fakiri chiamati nanck-punthy, subito riconoscibili per una usanza loro particolare, la cui origine è ignota, ed è quella di portare una sola scarpa ed una sola basetta.
Aveva in testa un largo turbante, molto sporco, adorno di sonagli d'argento, ed intorno al collo delle file di perle intrecciate con fili di ferro.
Il vestito consisteva in un gonnellino d'un colore impossibile a definirsi ed abbastanza sbrindellato.
Questi fakiri non sono prepotenti come i saniassi, che sono veri saccheggiatori i quali s'impongono a tutti e saccheggiano senza misericordia le ortaglie dei poveri coltivatori.
Girano in grosse bande, battendo due bastoni l'uno contro l'altro e recitando nel medesimo tempo, con una speditezza incredibile, un pezzo di qualche vecchia leggenda indiana che cantano. Guai però se la gente non fa la carità a quei miserabili! Tutte le maledizioni che si possono immaginare piovono sul povero contadino che non ha un quarto di rupia da regalar loro.
Il fakiro, attraversati i folti vegetali, si era fermato a circa centocinquanta metri dalla casa, come se fosse poco risoluto di andare avanti.
Yanez fece colle mani portavoce, consegnando per un momento la sua carabina ad un montanaro, e gridò a pieni polmoni:
- Che cosa vieni a fare tu qui?
Il fakiro agitò disperatamente il suo bastone, poi rispose in lingua inglese abbastanza pura:
- Mi manda il rajah Sindhia.
- Che cosa vuole da noi? Delle palle di carabina?
- La vostra resa.
- E per trattare un simile affare manda da me un pezzente? Il tuo padrone vuole burlarsi di noi! Ti do subito un buon consiglio: non fare un passo innanzi perché ti fucilo!...
- Sono un parlamentario, sahib.
- Tu non sei altro che un bandito. Gira sulla tua unica scarpa, e va' a dire ai tuoi compagni che siamo in cinquanta, ben provvisti di viveri e di munizioni, e che perciò non ci arrenderemo senza un terribile combattimento.
- Abbiamo dei rajaputi.
- Sí, quelli che erano ai miei servigi!... - urlò Yanez, perdendo la sua flemma abituale.
- Ora sono del rajah, sahib.
- Come!... Tu osi chiamarmi semplicemente signore e non Maharajah! E che cosa sono dunque io?
- Un principe senza trono - rispose audacemente il fakiro.
- Chi te lo ha detto?
- Sindhia, e poi dove si trova la tua capitale, sahib?
- Un pezzo nelle cloache ed un pezzo qui - rispose Yanez, il quale si tratteneva a stento.
- Bella capitale!... - gridò il fakiro, con voce sardonica. - Vale meno della mia miserabile capanna.
- Non so se la tua capanna sarà difesa come questa.
- Forse piú ancora, perché è sempre piena di serpenti.
- Bestie che non ci farebbero certamente paura. Ora penso che tu hai chiacchierato abbastanza, e ti invito per la seconda volta a girare sulla tua sola scarpa, prima che mi sfugga qualche colpo di carabina.
- Un momento, gran sahib. Che cosa devo rispondere al rajah?
- Che qui ci troviamo assai bene, che mangiamo, beviamo e fumiamo senza preoccupazioni. Ora, se credi, pezzente, da' l'ordine ai rajaputi di attaccarci.
- Occorrerebbe che sapessero quanti uomini avete voi.
- Cinquanta, con due mitragliatrici.
- Ah, le brutte bestie!
- Ora vattene. È tempo!... Abbiamo parlato abbastanza. Va', e non volgerti indietro.
- Ci rivedremo piú presto di quello che credete, gran sahib -rispose il fakiro a gran voce. - Oh, vi strapperemo la corona!
Yanez aveva appoggiato un dito sul grilletto della carabina, ma si arrestò dicendo:
- Ba', lo ucciderò un'altra volta, quando non agiterà piú quello straccio.
Rispettiamo i parlamentari.
Si sedette sul tetto guardandosi intorno.
I dieci montanari che erano rimasti sotto, guidati dall'erculeo rajaputo, avevano portato via i covoni di paglia gettandoli entro una vicina risaia abbondantemente irrigata, ed avevano atterrati tutti i cespugli che si trovavano nelle vicinanze perché i nemici non potessero incendiarli.
Né i rajaputi, né i paria, né i fakiri avevano osato sparare un solo colpo di fucile.
Le mitragliatrici di Sandokan dovevano averli terribilmente impressionati; e per timore che se ne trovassero alcune anche nella fattoria, giudicandosi troppo deboli forse, erano rimasti assolutamente inattivi.
Quella tranquillità peraltro non era fatta per assicurare completamente il portoghese.
- Qui si giuoca davvero la mia corona - disse. - Se non viene Sandokan coi suoi prodi in mio aiuto, finiremo tutti malamente. Ba', la guerra è la guerra, ed io sono cresciuto fra il rombo dei cannoni, delle spingarde e delle carabine. Vedremo!...

5. La ritirata

Il cacciatore di topi, appena lasciata la fattoria, si era slanciato a corsa furiosa, orientandosi alla meglio. Abituato a vivere fra le tenebre, non aveva bisogno di lumi per dirigersi; i suoi orecchi poi avevano una acutezza straordinaria.
Quel vecchio possedeva una energia indomabile, ed aveva dei muscoli d'acciaio. Lanciato, correva come un veltro.
Aveva già sentiti i nemici, meglio che uditi, perciò si studiava di evitarli. Disgraziatamente la notte era troppo oscura anche per un uomo abituato a vivere fra le tenebre delle cloache, ed andò a cadere fra le braccia di due rajaputi che si erano messi in agguato dietro la linea dei foltissimi fichi baniani.
- Chi sei? - gridarono i due guerrieri, avvinghiandolo strettamente e gettandolo ruvidamente a terra.
- Il padrone di quella fattoria che vedete laggiú - rispose il cacciatore di topi. - Sono venuti degli uomini, mi hanno puntate delle pistole alla gola, e poi mi hanno scaraventato fuori della porta come se fossi un sacco di stracci.
- E dove fuggivi ora? - chiese il piú anziano dei due guerrieri.
- Non lo so nemmeno io - rispose il baniano. - Correvo senza una meta fissa per paura che quegli uomini mi uccidessero.
- Ve ne sono molti dentro quella casa?
- Ne ho veduti molti, ma non saprei precisarti il numero, sahib. Ero troppo spaventato.
- Non hai veduto delle armi grosse?
- Dei cannoni?
- No, no, degli strumenti strani che hanno delle canne disposte in forma di ventaglio, e che fanno un fuoco infernale.
- Sí, infatti mi parve di aver veduto qualche cosa di simile.
- Si chiamano mitragliatrici.
- Non so che bestie siano. Io non sono che un povero coltivatore, ora irreparabilmente rovinato, poiché né il rajah, né il Maharajah, né la rhani mi compenseranno della perdita della mia fattoria.
- Chi forse ti pagherà sarà il rajah - rispose il rajaputo.
- Hai detto forse, sahib.
- La guerra costa cara, ed il nostro padrone, almeno per ora, deve avere le casse vuote.
- Allora non mi rimane che di cercare di raggiungere alcuni miei parenti che posseggono pure una fattoria, ed offrire loro le mie ultime forze per non morire di fame.
- Si trovano molto lontani?
- Una trentina di miglia per lo meno - rispose il cacciatore di topi.
- Le tigri od i leopardi ti mangeranno prima di giungervi.
- Cosí avrò finito di soffrire. Ormai sono vecchio, molto vecchio.
- Ma correvi come un giovane sciacallo.
- La paura mi aveva messo le ali ai piedi.
I due rajaputi si scambiarono uno sguardo, poi quello che aveva sempre parlato, disse al compagno:
- Lasciamo andare questo disgraziato che la guerra ha messo completamente in terra.
- E se fosse una spia del Maharajah? - chiese il piú giovane rajaputo.
- Non si servirebbe certamente di gente cosí vecchia. Ormai abbiamo saputo abbastanza e questo povero uomo non potrebbe darci maggiori informazioni.
- Fa' come vuoi.
- Vecchio, sei libero e guardati dai cattivi incontri. Tu sai che nelle jungle si nascondono non poche belve feroci sempre affamate di carne umana.
- Buona notte, sahib - disse il baniano, fingendosi commosso. - Voi siete buoni.
Poi riprese la corsa e scomparve ben presto nelle boscaglie che si estendevano al sud della capitale e che conosceva a palmo a palmo, essendo stato anche cacciatore.
Non osava dirigersi subito verso le cloache, temendo che i due rajaputi lo seguissero da lontano.
Percorse un paio di miglia, quasi sempre correndo, poi si spinse attraverso le risaie e raggiunse i bastioni.
Da quella parte non vi erano truppe. Forse Sindhia le aveva ammassate dinanzi alla foce del fiume nero.
Scivolò fra le rovine, le quali conservavano ancora un po' di tepore, e dopo d'aver fatto un lungo giro riuscí a guadagnare il sotterraneo.
Non aveva nessuna lampada, ma già sappiamo che quello strano uomo, abituato a vivere fra le tenebre, ci vedeva quanto e forse meglio d'un gatto.
Infilò la galleria che attraversava le rotonde e si rimise a correre. Quel vecchio aveva una resistenza assolutamente incredibile.
Già stava per sboccare sulla banchina, quando udí delle fragorose scariche. Pareva che alla foce del fiume nero si fosse impegnata una grossa battaglia.
Fra le schioppettate si udivano i formidabili barriti degli elefanti ed il nitrire dei cavalli.
Il cacciatore di topi si lasciò scivolare sulla banchina, e veduto un fuoco acceso sulla riva del putrido corso d'acqua, prese subito la rincorsa, gridando:
- Non sparate!... Sono il malabaro!...
Intorno ad alcuni pezzi di legna si trovavano riuniti, come in consiglio, Sandokan, Tremal-Naik, Kammamuri ed il vecchio guerriero malese, che chiamavano Sambigliong.
Vedendo giungere come una bomba, e solo, il cacciatore di topi, tutti erano balzati in piedi in preda ad una vivissima emozione.
- Il Maharajah è stato preso, è vero? - gli chiese Sandokan.
- Non preso, ma si trova assediato in aperta campagna, dentro una solida fattoria, dietro le cui mura i suoi compagni potranno resistere qualche giorno.
- A quale distanza dai bastioni?
- A due miglia. Stavamo per fare raccolta di foglie pei vostri elefanti, quando le genti di Sindhia ci sono piombati addosso, e con tale rapidità, che io solo ho avuto il tempo di fuggire per portarvi la poco allegra notizia.
- Ed il bramino? - chiese Tremal-Naik.
- Anche quello si è messo in salvo. Non doveva, d'altronde, affrontare alcun pericolo essendo troppo conosciuto nei campi del rajah.
- Dimmi - disse Sandokan, il quale aveva riacquistato prontamente il suo straordinario sangue freddo - quanto potrebbe resistere il Maharajah?
- Non saprei dirvelo, gran sahib. Tutto dipende dalla tenacia e dal coraggio degli assedianti.
- Erano in molti?
- Cinque o seicento, per lo meno.
- Mentre i nostri non sono che tredici. Noi non abbiamo piú il tempo di attendere che i germi del colera si sviluppino, se pure si svilupperanno. Io già non ho mai avuto fiducia alcuna di quelle bottiglie.
Quell'olandese avrebbe fatto meglio a prepararci delle granate a mano. Che cosa dici tu, Tremal-Naik?
- Lo credo anch'io - rispose il cacciatore della Jungla nera.
- Che cosa dobbiamo decidere? Noi non possiamo piú rimanere qui, anche perché gli elefanti ed i cavalli sono alle prese colla fame. Prima che si indeboliscano completamente, serviamocene.
Faremo una carica furiosa con tutte le nostre bestie e correremo in aiuto di Yanez.
- Sei sempre lo stesso - disse Tremal-Naik. - Tu non hai mai contato i tuoi avverarsi.
- Ho sempre avuto questa bella abitudine, e non ho mai avuto da pentirmene.
- E liberato Yanez dove andremo?
- Ci rifugeremo fra i montanari di Sadhja. Lassú Sindhia non verrà a scovarci, te lo dico io.
- Ed intanto lui s'impadronirà di tutte le migliori città dell'Assam che noi non possiamo difendere.
- Ma gliele riprenderemo - rispose Sandokan. - Ormai questo famoso impero, per il quale non darei cento rupie, poiché rende piú noie che utile, è da riconquistare da cima a fondo.
- Un'impresa un po' dura.
- Ma è il nostro mestiere quello di battagliare continuamente. A Mompracem, ora che gl'inglesi mi lasciano tranquillo, cominciavo ad annoiarmi mortalmente.
Guardò bene in viso il cacciatore di topi, il quale non aveva mai pronunciata una parola, e gli chiese:
- Tu sapresti condurci, senza farci smarrire la via, fino alla fattoria?
- Rispondo pienamente, gran sahib - rispose il baniano. - Collocatemi dietro il cornac che guiderà il primo elefante, e vedrete che noi marceremo, o meglio, galopperemo diritti verso i grandi fichi baniani.
Sandokan guardò l'orologio:
- Sono le tre: approfittiamo dell'ora di tenebre che regnerà ancora. Farà caldo, l'impresa sarà dura, ma io non dispero affatto. Sindhia non ha che una marmaglia che cederà subito al primo attacco.
- Ed i rajaputi? - chiese Kammamuri.
- Ne abbiamo ammazzati tanti nelle jungle che credo ne siano rimasti ben pochi a Sindhia.
- E poi una parte di quei solidi guerrieri sono impegnati intorno alla fattoria.
Sandokan esaminò la carabina e le pistole, fece scorrere la scimitarra piú volte entro la guaina, poi disse con voce risoluta:
- Andiamo: succederà un massacro, ma non lo possiamo evitare.
Si misero tutti in marcia, senza curarsi di spegnere il fuoco, e raggiunsero il luogo dove si trovavano gli elefanti ed i cavalli.
Le povere bestie, straziate dalla fame, empivano la grande cloaca di fragori formidabili.
Invano i cornac, con carezze e con dolci parole, cercavano di calmare i giganteschi pachidermi, i quali erano diventati furiosi. L'olandese era nell'houdah contenente le sue famose casse piene di bottiglie micidiali, almeno cosí affermava lui.
- Signor Wan Horn, - disse Sandokan - mettete a dormire le vostre bestioline e preparate le vostre armi da fuoco.
- Come!... - esclamò il dottore. - Si parte senza attendere lo sviluppo dei bacilli virgola?
- Non abbiamo tempo da perdere, signore - disse Sandokan un po' ruvidamente. - Io, d'altronde, ho sempre avuto piú fiducia nelle mie mitragliatrici e nei kampilangs dei miei uomini.
- Oh, le genti di Sindhia morranno ugualmente - rispose l'olandese colla sua solita flemma.
Attorno agli elefanti ed ai cavalli vi erano i cornac e due dozzine di malesi. Sandokan diede alcuni ordini con voce rapida.
- Vi aspettiamo - disse poi - all'uscita della grande cloaca. Badate che le mitragliatrici siano tutte cariche. È soprattutto su quelle armi che io conto.
Poi, seguíto dai suoi compagni, e preceduto dal cacciatore di topi, che aveva accesa un'altra torcia, si slanciò a passi rapidi attraverso la banchina.
Alla foce del fiume nero non si combatteva piú. I banditi di Sindhia, dopo aver fatto un debole tentativo per forzare l'entrata, si erano lestamente ritirati dinanzi alle grosse carabine dei malesi e dei dayaki che li mitragliavano inesorabilmente.
Quando Sandokan giunse, i suoi uomini, saputo di che cosa si trattava, erano già pronti ad impegnare la lotta. Come il loro formidabile capo, quei terribili pirati dei mari della Malesia, avevano presa l'abitudine di montare all'abbordaggio, di montare all'assalto senza mai chiedersi quanta gente avessero dinanzi.
Erano guerrieri che non temevano né cannoni, né baionette. A troppe vittorie li aveva condotti la Tigre della Malesia, ed erano sempre pronti a impegnare qualunque combattimento.
- Con cinquantamila di questi uomini si può conquistare l'Asia intera - mormorò Tremal-Naik.
Gli elefanti ed i cavalli giungevano senza far troppo fracasso, poiché i cornac ed i cavalieri facevano il possibile per mantenere ancora calme le bestie.
Sandokan si era spinto verso la foce del fiume fangoso in compagnia di Tremal-Naik, di Kammamuri e del cacciatore di topi, ed interrogava ansiosamente le tenebre.
Non riusciva a scorgere nulla; ma era piú che certo che dei banditi dovevano essersi ammassati in buon numero, poiché fino a pochi momenti prima avevano sparato delle fucilate dentro la grande cloaca.
- Non si aspettano certo questa sorpresa - disse a Tremal-Naik. - Caricheremo a fondo e ci apriremo il passaggio senza subire troppe perdite.
Noi abbiamo provate ben altre emozioni; non è vero, amico?
- Specialmente a bordo del Re del Mare - rispose il famoso cacciatore. - Ed allora combattevamo contro mio genero.
- E tu, cacciatore di topi, che vedi anche di notte come i gatti e gli sciacalli, vedi nulla? - chiese Sandokan al baniano.
- Sí, vi sono degli uomini radunati intorno alla moschea.
- Molti?
- Non saprei dirvelo, gran sahib.
- Montiamo: i cornac non possono piú trattenere gli elefanti.
Salirono rapidamente sull'houdah del primo elefante mettendosi dietro alle mitragliatrici, e diedero un ultimo sguardo alle altre bestie, le quali sentendo il profumo delle erbe e delle piante, che il vento spingeva dentro la grande cloaca, si agitavano e s'impennavano tentando di scappare.
- I dayaki a destra degli elefanti; i malesi invece a sinistra!... - gridò. - Ed ora via!... Alla battaglia!...
La colonna infernale si rovesciò fuori del gigantesco sotterraneo, mandando spaventevoli gridi di guerra.
Gli elefanti, uno dietro l'altro, si erano messi a correre furiosamente, barrendo.
In un momento tutti quei prodi si trovarono nei pressi della moschea.
- Fuoco alle mitragliatrici!... - urlò Sandokan. - Presto! ... Presto!...
Centinaia e centinaia d'uomini erano usciti dalle tenebre, sparando all'impazzata contro gli elefanti, ma il fuoco delle mitragliatrici subito li arrestò.
- Alla carica!... Alla carica!... - urlò Sandokan.
La colonna infernale si slancia, rovescia, schiaccia, sciabola, mentre le mitragliatrici e le grosse carabine si uniscono a quel fracasso spaventevole.
Gli uomini di Sindhia, sorpresi in un momento in cui stavano per coricarsi, quantunque spalleggiati da qualche drappello di rajaputi, aprono le loro file dinanzi a quella formidabile tromba che semina la morte dovunque.
Non sparano piú. Manca loro il tempo, e cominciano a fuggire gettando perfino le armi da fuoco per essere piú lesti.
- Su, i miei malesi!... Su, i miei invincibili dayaki!... - urla Sandokan, che continua a far tonare la mitragliatrice che ha dinanzi a sé, pur seguendo attentamente lo svolgersi della piccola battaglia. - A fondo col kampilang!
I novantacinque uomini a quel comando lasciano andare le carabine che appendono all'arcione, impugnando le pesanti armi che finiscono in forma di doccia, che sono affilate quanto i rasoi, e di purissimo acciaio naturale, e si scagliano a corsa sfrenata, sciabolando furiosamente.
Nessuno può fermare quegli uomini una volta lanciati: né cannoni, né carabine, né baionette.
I valorosi pirati della Malesia aprono un immenso squarcio fra i banditi che ancora cercavano di radunarsi, e li inseguono senza aspettare gli elefanti.
Paria, bramini, fakiri, rajaputi vanno, per la seconda volta, a gambe all'aria. I feriti urlano spaventosamente, e gli elefanti, resi furiosi da qualche ferita, rispondono non meno fragorosamente.
La via è libera. La colonna infernale che i ventimila uomini di Sindhia non sono riusciti ad arrestare in mezzo alle jungle, passa a gran galoppo, calpestando morti, moribondi ed anche vivi.
Le mitragliatrici intanto continuano a fischiare ed a seminare la morte. Quelle armi sono veramente superbe e valgono meglio delle spingarde, cariche come sono di mitraglia formata di chiodi di rame, che si usano sui prahos malesi.
In lontananza romba sinistramente qualche colpo di cannone. Parte dal grosso accampamento di Sindhia che si trova, fortunatamente, troppo lontano, e che ha degli artiglieri che non hanno mai avuto probabilmente nessuna pratica delle grosse armi da fuoco.
- Va benissimo - dice Sandokan a Tremal-Naik, il quale non cessa di scaricare la sua carabina. - Lo sapevo già che tutte queste canaglie non avrebbero potuto opporre nessuna resistenza ad una simile carica.
Ad un tratto peraltro si interruppe gridando forte:
- Cornac, guardatevi!
I venti elefanti che Sindhia aveva carpito cosí abilmente a Yanez, si erano presentati in linea serrata per impedire ai vittoriosi il passaggio.
- Ah!... - gridò Sandokan. - Sindhia ci lancia contro le sue ultime riserve!... Vedremo se sapranno resistere alle nostre mitragliatrici. Su, fuoco di bordata!...
Le micidialissime armi tuonano con un accordo perfetto senza arrestarsi. È una vera pioggia di proiettili che hanno una forte penetrazione, che si rovescia su quella massiccia barriera.
I poveri animali, non abituati alla guerra, privati subito dei loro cornac fulminati sui loro giganteschi colli, dinanzi a quella tromba di fuoco che li prende di fronte si arrestano, poi si rovesciano fra i fuggenti e si allontanano a gran corsa barrendo.
La colonna infernale continua la sua corsa. Ormai piú nessuno può fermarla.
Tutti fuggono dinanzi ad essa, mandando grida di terrore. Le famose truppe del rajah, raccolte nel basso Bengala, regione che non ha mai avuto caste guerresche, sono completamente sconfitte.
- Vittoria!... - urla Sandokan, facendo giuocare sempre la mitragliatrice che gli sta dinanzi. - Yanez è salvo!... La via ormai è libera. Possiamo passare!...
Elefanti e cavalli continuano la loro corsa indiavolata; si slanciano fra le risaie e piegano verso la fattoria assediata.
Il cacciatore di topi che monta il primo elefante, dietro al cornac, si volge verso Sandokan, gridandogli:
- Badate, gran sahib!... Avremo una seconda battaglia!... Come vi ho detto, delle truppe guardano la casa.
Un sorriso feroce contrae le labbra della Tigre della Malesia, mettendo per un istante a nudo due magnifiche file di denti che non hanno mai intaccato una noce di betel, poi risponde con voce secca che sembra un colpo di pistola:
- Un'altra battaglia? Ma benissimo! Noi siamo uomini da sostenerne anche dieci.
E la colonna infernale continua sempre piú veloce. Tutti hanno fretta di giungere alla fattoria, poiché in lontananza hanno udito delle scariche fragorose.
Le orde di Sindhia, quantunque battute, dovevano essersi prontamente riordinate per lanciarsi all'inseguimento.
Era necessario far presto, per evitare il pericolo di essere presi fra due fuochi.
Era già sorta l'alba quando gli elefanti, che avevano dovuto galoppare intorno alle risaie per non sprofondarvi dentro, giunsero in vista della fattoria.
Anche là si combatteva.
Yanez, avendo certamente compreso che Sandokan accorreva in suo aiuto, aveva disposti i suoi montanari sul tetto, e non aveva tardato ad aprire il fuoco contro le bande che si aggiravano per la campagna, tentando di stringere l'assedio.
- Questa è una vera battaglia - disse Sandokan a Tremal-Naik. -Vedremo come finirà.
- Hai qualche dubbio?
- Oh, no! Ma delle sorprese possono avvenire e scombussolare tutto - rispose la Tigre. - Quanti uomini credi che ci siano intorno alla casa?
- Cinque o seicento se i miei occhi non mi tradiscono.
- Credo che tu abbia invece indovinato. Non devono essere di piú. Li prenderemo alle spalle e li getteremo a gambe levate.
Poi alzando la voce gridò:
- Ohé, cornac, spingete la corsa. Questo è il momento decisivo.
I poveri animali, quantunque affamati, obbedivano ancora alla voce ed alle carezze dei loro conduttori. Pareva che avessero compreso che si chiedeva loro uno sforzo supremo, e non cessavano di galoppare, sempre fiancheggiati dai cavalieri.
Se fossero state bestie meno intelligenti si sarebbero gettate subito verso i vegetali per calmare la fame che da quarantotto ore tenagliava le loro viscere.
Intanto nella fattoria si battagliava aspramente. Le orde di Sindhia che l'assediavano, accortesi che stavano per sopraggiungere altri nemici, si erano slanciate in un disperato attacco, colla speranza di fare prigioniero il Maharajah prima che venisse soccorso.
Disgraziatamente per loro avevano da fare con difensori risoluti, rotti già alla guerra.
I montanari, valentissimi tiratori, sdraiati sul tetto, sparavano a cinque o sei per volta, gettando sempre a terra altrettanti avversari, i quali invece, per la maggior parte, si servivano per la prima volta delle armi da fuoco.
Yanez, nascosto dietro un camino, faceva dei colpi meravigliosi. Ogni palla che usciva dalla sua carabina metteva un uomo fuori di combattimento.
Non badava a consumare le munizioni poiché aveva già scorta, in lontananza, la colonna infernale che si avanzava a gran corsa, galoppando sugli argini delle risaie.
- Sparate! Sparate! - gridava. - Le munizioni non ci mancheranno poi.
Ed i bravi montanari, che valevano forse meglio dei rajaputi, continuavano con grande calma le loro scariche, facendo dei grandi vuoti fra le file degli assalitori già troppo malfermi in gambe e che sparavano a caso.
Vedendo che gli elefanti ed i cavalieri erano giunti a meno di mille passi, Yanez fece sgombrare il tetto ed aprire le porte. Ormai piú nessuno poteva prenderlo.
- Teniamo fermo cinque minuti ancora - disse ai montanari - e noi saremo al sicuro. Ah, che terremoto è quel Sandokan!... Farebbe paura anche a me!...
Cinque minuti!... Erano troppi. Le bande di Sindhia, spaventate dall'avvicinarsi della colonna infernale, la quale aveva ripreso il fuoco colle mitragliatrici, cominciavano a scappare, quantunque fossero rafforzate da qualche mezza compagnia di rajaputi.
Ma nemmeno Sandokan si trovava in buone condizioni, poiché era stato già inseguito da migliaia e migliaia di paria, che correvano come daini ululando ferocemente.
Fortunatamente si erano messi in corsa troppo tardi, ed occorreva loro del tempo per gettarsi sulla coda della colonna infernale.
Yanez coi suoi pochi valorosi, come abbiamo detto, aveva lasciata la fattoria, impegnando anche da parte sua, risolutamente, il combattimento.
- Sotto!... Sotto!... - urlava. - Le invincibili tigri della Malesia sono qui!... Non abbiate piú paura!...
I colpi di carabina si succedevano ai colpi, con un fragore incessante, ai quali rispondevano le mitragliatrici di Sandokan.
Una nuova vittoria, almeno momentanea, si delineava nettamente dinanzi agli sguardi degli uomini venuti dai mari lontani per difendere il Maharajah il quale per tanti anni, laggiú, sulle isole, aveva combattuto al loro fianco, e lo avevano sempre adorato non meno di Sandokan.
Nulla piú li tratteneva. Senza aspettare che gli elefanti sfondassero le linee nemiche a gran colpi di proboscide, caricavano all'impazzata coi terribili kampilangs in pugno, sciabolando ferocemente.
- Saccaroa!... - esclamò Sandokan, guardando Tremal-Naik. - Chi avrebbe detto che un giorno io avrei avuto una cavalleria!... Guarda come carica!... I famosi lancieri del Bengala non saprebbero fare di piú!
E la colonna intera, spazzato il nemico, il quale non aveva opposto che una debole resistenza, con un ultimo slancio giunse quasi addosso a Yanez ed ai suoi valorosi compagni.
Due altissime grida erano rimbombate, coprendo, per un momento, il crepitío della fucileria.
- Sandokan!...
- Yanez!... Vivo ancora!...
- Non sono forse anch'io la Tigre bianca di Mompracem?
- Sali: vi è posto per te. I tuoi uomini si accomoderanno nelle altre houdah come meglio potranno. Sbrígati! Siamo inseguiti!
- Non sono sordo né cieco. Si spara dietro di te e si corre a gambe levate.
- Monta!
I cornac avevano gettate rapidamente le scale, e tutti gli assediati in un lampo si erano issati sui larghi dorsi dei pachidermi.
Yanez, insieme col gigantesco rajaputo, si era arrampicato lestamente sul primo elefante nella cui houdah si trovavano Sandokan, Tremal-Naik e Kammamuri.
- Ed ora? - chiese alla Tigre della Malesia, il quale si preparava a lanciare una nuova bordata di mitraglia dietro gli ultimi fuggiaschi. - Dove andiamo?
- Verso le montagne di Sadhja - rispose Sandokan. - Se avremo la via libera.
- Ne dubiti?
- Io credo che Sindhia sia piú furbo di quello che credi. Deve aver assottigliato il suo campo per radunare gente sulle vie della montagna. Non sarà questa una vittoria definitiva.
- Comincio a sospettarlo anch'io.
- Ed il colera non fa progressi?
Sandokan alzò le spalle.
- Il diavolo della guerra era un uomo di valore, e l'abbiamo veduto. Questo parente del mio amico credo che sia uno scienziato che valga meno dell'ultimo dottore del mondo. Non fa che delle chiacchiere e finora niente fatti.
- Aspettiamo. I microbi hanno bisogno d'un certo tempo per svilupparsi.
- Ah!... - fece Sandokan. - Aspettiamo e pensiamo intanto noi a difendere la nostra pelle.
Gli elefanti si erano fermati un momento rimpinzandosi di foglie, imitati alla meglio dai cavalli, ma quando i loro cornac diedero nuovamente il segnale della partenza, si rimisero in marcia a piccolo trotto.
A circa un miglio dalla fattoria si alzava una piccola collina dai fianchi assai boscosi, e Sandokan aveva dato ordine di condurli verso la cima, volendo prima esplorare il paese, non essendo affatto convinto che le vie che conducevano verso le montagne di Sadhja non fossero state occupate.
- Lassú - disse a Yanez - non potremo resistere a lungo senza correre il rischio di morire di fame. Intanto qualcuno di noi cercherà di raggiungere la rhani ed i guerrieri di Khampur. Un uomo solo, montato su un buon cavallo, può passare quasi inosservato, ma non una colonna cosí pesante come la nostra.
- E cosí dovremo subire un nuovo assedio - rispose il Maharajah.
- Mio caro, le nostre bestie sono sfinite, e non potrebbero ritentare una carica in mezzo a migliaia e migliaia di nemici. Noi non dobbiamo sacrificarle poiché potranno renderci ancora degli immensi servigi.
- E gli elefanti che Sindhia mi ha rubati?
- Non li ho veduti - rispose Sandokan. - Ma ho udito in distanza, dietro le truppe che ci assalivano, dei barriti. Vuol dire che non li ha perduti.
- Se li avessi ancora!...
- Quel furfante non avrebbe nemmeno osato assalirti. Gli elefanti ed i rajaputi insieme!... E poi si diceva che era un gran pazzo!... Un gran furbo, mio caro Yanez.
- Che ci darà, temo, maggiori fastidi dell'altra volta.
- Oh, la vedremo! Ci sono i montanari di Sadhja, e quei bravi combatteranno come tigri.
Li condurremo un'altra volta alla vittoria.
- Tu dunque hai molte speranze, Sandokan?
- Ma sí, amico. E poi penso che noi siamo sempre le invincibili tigri della Malesia. Hai veduto come con cento soli uomini abbiamo rovesciato le migliaia di nemici.
È vero che andavamo con una furia tale, che al loro posto, mi sarei spaventato anch'io.
- Tutto da rifare - disse Yanez con un sospiro.
- Perfino la tua capitale - disse Sandokan quasi sorridendo. - Noi, fortunatamente, siamo ricchi come nababbi, e molta gente potremo far lavorare.
Briccone di Sindhia!... Da lui non mi aspettavo un tale colpo, specialmente dopo la morte di quella canaglia di greco che funzionava da suo primo ministro.
- E che lo ha istruito.
- Può darsi - disse Sandokan. - Ora quell'uomo riposa in fondo alle acque del Kini Balú e non tornerà certamente a galla, dopo tre anni, per accorrere presso il suo signore.
Intanto la ritirata si effettuava senza fastidi. Gli uomini di Sindhia, due volte battuti dalla colonna infernale, non avevano osato spingere l'inseguimento.
In lontananza sparavano ancora, ma forse piú per eccitarsi che colla speranza che qualche palla giungesse a colpire.
Gli elefanti ed i cavalli, quantunque quasi completamente esauriti, avevano attaccata valorosamente la collina, aprendo un passaggio attraverso le boscaglie.
Nessuna pianta resisteva all'urto poderoso ed alle formidabili proboscidi degli elefanti, sebbene si trattasse di rovesciare dei palas, bellissimi alberi frondosi, d'un verde azzurrognolo, dal tronco assai nodoso e assai resistente perché ricchissimo di radici.
Verso il mezzodí i poveri animali giungevano in cima alla collina la quale fortunatamente era quasi tutta coperta di mhowah o mahuah, gli alberi che valgono quanto i cocchi e forse di piú, producendo una quantità enorme di fiori simili a piccole frutta rotonde, con corolle giallo-pallide, la bacca carnosa ed assai nutritiva.
Freschi, quei fiori, sono dolci e gradevoli quantunque tramandino un acuto odore di muschio; seccati, servono a fare una specie di farina che dà ottime focacce.
Si può dire che migliaia e migliaia d'indiani si levano la fame solamente con quelle piante estremamente preziose, e che sono cosí abbondanti di fiori, da darne, ogni stagione, non meno di cento e venticinque chilogrammi l'una.
Appena gli animali ebbero guadagnata la cima, Sandokan diede ordine ai cornac di togliere le houdah agli elefanti ed i bardamenti ai cavalli, perché potessero pascolare in piena libertà.
Vi erano erbe in abbondanza lassú, piante grosse ed una specie di serbatoio pieno d'acqua limpida.
- Questo è il paradiso delle bestie - disse Yanez a Sandokan. - Ecco un accampamento veramente meraviglioso e conquistato senza una cartuccia. Che ci sia di buon augurio?
- Siamo saliti, ma non so quando e come potremo scendere, fratellino - rispose la Tigre della Malesia. - Vedi quel fiumicello che serpeggia nella pianura?
- Lo vedo, come pure vedo che le sue rive sono occupate da parecchie migliaia d'uomini.
- Pronti a sbarrarci le vie che conducono alle montagne - rispose Sandokan, il quale era diventato improvvisamente assai pensieroso. - Io non mi ero ingannato: sentivo il pericolo. Se noi avessimo continuata la nostra marcia nella pianura, cogli animali sfiniti dalla fame e dalle continue cariche, non so se ora saremmo qui a discorrere.
- Tu sei sempre stato un uomo prodigioso.
- E tu non meno di me - rispose Sandokan. - Nessun Maharajah avrebbe pensato a distruggere interamente la propria capitale per lasciare all'avversario solamente delle ceneri.
- Ed ora come ce la caveremo da questo assedio?
- Le truppe di Sindhia non oseranno salire fin qui. Le mitragliatrici avrebbero troppo buon giuoco, e di quelle armi, che non hanno mai conosciute, hanno una paura grandissima.
- Come stiamo a munizioni?
- Ne abbiamo molte casse, e credo che per un bel po' di tempo basteranno. Ho pensato piú alle polveri ed al piombo che alle provviste da bocca.
- Sempre previdente.
- Noi siamo nati per la guerra.
- Lo credo anch'io.
Si erano arrampicati su un picco da cui potevano abbracciare cogli occhi un vasto tratto di paese. Kammamuri e Tremal-Naik li avevano seguíti.
Cento metri piú sotto elefanti e cavalli divoravano, agitando le code e gli orecchi. I malesi e i dayaki, sicuri di fermarsi qualche giorno, avevano cominciato a costruire delle piccole capanne di foglie e di rami.
I quattro uomini, tutti preoccupati, si erano messi a guardare in tutte le direzioni.
Se vi erano migliaia d'uomini ammassati sulla riva del fiume, altrettanti si raccoglievano nella pianura, venendo dalla distrutta capitale, o meglio, dai campi di Sindhia.
Sandokan fissò i suoi occhi su Kammamuri e gli disse:
- Tu avevi fatto una proposta.
- Sí, signor Sandokan: di correre verso le montagne ed avvertire la rhani e Khampur del grave pericolo che vi sovrasta.
- Non potrai partire che a notte inoltrata e non solo.
- Chiedo che mi tenga compagnia il rajaputo fedelissimo.
- Accordato - rispose Yanez. - Quell'uomo vale per dieci, e sarà un amico prezioso quanto il cacciatore di topi.
- Lo so, signore.
- Ti senti tu capace di attraversare le linee nemiche senza farti prendere e fucilare? - chiese Sandokan.
- Io ed il rajaputo passeremo - rispose Kammamuri con voce ferma. - Se mi prenderanno saprò giuocarli e giungere egualmente sulle montagne di Sadhja.
- Ma dov'è il dottore? - chiese Yanez. - Da quando noi siamo saliti quassú non l'ho piú veduto.
- Sarà occupato ad osservare le sue famose bottiglie - rispose Sandokan con voce ironica. - Ah, di quelle bombe ho ben poca fiducia. Valgono meno d'una buona palla da due libbre delle spingarde che armano ancora i miei vecchi prahos. Ba', vedremo.
L'accampamento era stato preparato rapidamente dai malesi, dai dayaki e dai montanari.
Oltre ad aver costruite numerose capanne, quegli uomini infaticabili avevano abbattuti anche molti alberi, improvvisando qua e là delle trincee sulle quali avevano montate le mitragliatrici.
Elefanti e cavalli divoravano ferocemente per rimettersi del lungo digiuno sofferto, ed il vecchio Sambigliong, sempre meticoloso e prudente, aveva lanciato una piccola colonna di esploratori attraverso la foresta, onde il nemico non si avanzasse di sorpresa.
- Tutto va bene, almeno per ora - disse il formidabile pirata, guardando Yanez e Tremal-Naik. - Il nemico non oserà tentare un assalto; e poi noi gli prepareremo qualche grossa sorpresa.
- Quale? - chiese il portoghese.
- La cima della collina in vari luoghi è franata. Vi sono dei massi enormi che pare domandino di fare una gran corsa verso la pianura.
- Ci serviranno da cannoni - disse Tremal-Naik.
- Hai detto la vera parola - rispose Sandokan. - Quei massi, scagliati di quassú, impediranno alle bande di Sindhia di montare.
- Se pure lo tenteranno - disse Yanez.
- Vorresti dire, fratellino bianco?
- Che preferiranno prenderci colla fame.
- Oh, ne abbiamo qui delle vettovaglie!... Quando avremo terminati i fiori nutritivi, mangeremo cavalli ed elefanti. Avremo provviste per un mese.
- Ed intanto il colera compirà la sua opera - disse una voce dietro di loro.
Il dottore olandese, sempre elegante, coi suoi occhiali montati in oro e le mani sprofondate nelle ampie tasche, si era avvicinato al piccolo gruppo.
- Voi avete dunque sempre una grande fiducia nelle vostre famose bottiglie? - disse Sandokan con voce un po' acre.
- Vedrete!... Cadranno come le mosche i guerrieri di Sindhia. Eh, ci vuole un po' di tempo, per Santa Radegonda, protettrice di Rotterdam! Voi avete troppo fuoco nelle vene!
- Sta bene - rispose asciuttamente la Tigre della Malesia. -Aspetteremo.
- Io prevedo orribili stragi - disse il dottore.
- Purché il colera non salga fin quassú - disse Yanez, che appariva non meno seccato di Sandokan di quelle fanfaronate.
- Ci penserò io a cacciarlo - rispose l'olandese colla sua solita flemma. - Posseggo dei disinfettanti potenti che renderanno il nostro campo assolutamente immune.
In quel momento Sambigliong comparve.
- Come va, vecchio mio? - gli chiese Sandokan. - Hai scelto i due cavalli migliori?
- Sí, Tigre della Malesia. Ora dormono, e quando si chiederà loro di partire voleranno piú rapidi delle frecce. La cena è pronta; è piuttosto magra, ma per ora basterà. Venite, signori.

6. Un brutto tiro

Effettivamente le bande di Sindhia, non piú sostenute dai rajaputi, caduti per la maggior parte nella jungla e poi dinanzi alla grande cloaca, non dovevano possedere un coraggio straordinario malgrado il loro numero.
Con un rapido attacco avrebbero potuto conquistare la collina; invece erano rimaste accampate nella pianura, guardando in alto e sparando qualche colpo di fucile che andava a disperdersi fra le foreste di palas.
Vi era dunque da sperare molto da parte degli assediati. Se tenevano fermo poche settimane, i montanari comandati dal vecchio Khampur, avrebbero lasciato i loro villaggi per accorrere in difesa del Maharajah, lo sposo della rhani, adorata da quei ruvidi uomini delle alte cime.
Si trattava solamente di far presto, poiché gli elefanti ed i cavalli, i tigrotti della Malesia potevano correre il pericolo di morire di fame.
Come abbiamo detto, le bande si erano mantenute tranquille, piú occupate a prepararsi degli accampamenti che a sorvegliare il nemico, il quale d'altronde era stato bene accerchiato.
Non c'era che dire. Almeno per il momento Sindhia, il pazzo, l'ubriacone, era sempre il piú forte.
A mezzanotte Kammamuri ed il rajaputo fedele, montati ognuno su un cavallo ben pasciuto e ben riposato, si accostarono alla capanna che le tigri della Malesia avevano innalzata pei loro capi con rami e foglie gigantesche.
Dinanzi ardeva un gran fuoco, il quale mandava bagliori ora giallastri ed ora sanguigni.
Sandokan, Yanez, Tremal-Naik ed il flemmatico olandese stavano fumando in attesa di qualche non improbabile allarme.
- Signori, - disse il valoroso maharatto - noi siamo pronti a tentare la sorte.
- E se ti uccidono? - disse Yanez.
- Avete altra gente da mandare verso le montagne, signore.
- Sí, i montanari, perché gli altri, fuorché Sambigliong, ignorano le vie e non sono conosciuti. Che cosa dice la Tigre della Malesia?
- Io dico - rispose Sandokan - che prima di partire aspetterete, da parte nostra, un falso attacco per sgombrarvi il cammino verso oriente.
Ho già dato ordine al miei uomini di portare le mitragliatrici in basso e di aprire un fuoco infernale.
Voi approfitterete del momento per scendere la collina dalla parte opposta e fuggire verso le montagne.
- I vostri ultimi ordini, signor Sandokan.
- Radunare piú montanari che potrai e guidarli qui. Come vedi, è una cosa semplicissima.
- Purché scendano nelle pianure assamesi.
- Di questo rispondo io - disse Yanez. - Conosco troppo bene quei valorosi; e poi fra loro vi è la rhani e il mio piccolo figlio.
- Allora io ed il rajaputo siamo pronti.
- Aspettate un momento - disse l'olandese. - Vado a prendervi una bottiglia piena d'un fortissimo disinfettante che ammazzerà all'istante tutti i bacilli del colera. Il male può essere già scoppiato fra le truppe di Sindhia.
- Lasciatela pure in pace - disse Sandokan. - Questa gente non ha paura delle vostre misteriose bestioline.
- Per precauzione...
- Oh, lasciate andare.
L'olandese alzò le spalle, tirò una grande fumata, poi disse: - Non valeva la pena che io lasciassi la Malesia.
- Ma, come vedete, signor Wan Horn, fino ad ora le vostre famose coltivazioni non hanno dato nessun risultato - disse Yanez.
- Aspettate, aspettate!
- Fino al giorno in cui saremo tutti morti di fame?
L'olandese aspirò un'altra gran boccata di fumo dalla sua pipa di porcellana, poi rispose:
- Ba', c'è tanta carne qui da divorare. Io so che le trombe ed i piedi degli elefanti, cucinati dentro un forno scavato nella terra, sono squisitissimi. Faremo delle scorpacciate!...
- E poi chi vi porterà, signor Wan Horn? - chiese Sandokan sempre ironico.
- Perbacco! Le mie gambe.
- Le vedremo alla prova.
Uscí dalla capanna dinanzi alla quale, presso un grosso falò, attendevano sempre Kammamuri ed il rajaputo fedele, tenendo per le briglie due cavalli dal pelame nero e lucidissimo, due bellissime bestie di razza mongola, dotate d'una grande resistenza e d'una velocità fulminea.
- Aspettate - disse loro.
Afferrò un grosso ramo ardente, lo roteò per qualche momento onde ravvivare meglio la fiamma, poi lo scagliò in alto facendogli descrivere una lunga parabola.
Pochi momenti dopo, verso la metà della collina, dal lato occidentale, si udí una mitragliatrice stridere, seguita subito da alcuni colpi di carabina.
Yanez e Tremal-Naik accompagnati dal cacciatore di topi, diventato ormai indispensabile anche fuori dalle cloache, udendo quel fracasso si erano pure affrettati a uscire, portando le loro armi.
- Credi che abboccheranno, Sandokan? - chiese il primo, il quale si mostrava estremamente irrequieto.
- Sí, ne sono sicuro - rispose la Tigre della Malesia. - Tutte le bande di Sindhia si precipiteranno da questo lato, credendo che noi vogliamo gettarci stupidamente in bocca agli sciacalli. Ah, no!... Siamo troppo pochi per riaffrontarli.
Poi avvicinandosi al cacciatore di topi, gli disse:
- Tu che vedi anche di notte, scendi la collina dal lato opposto e sappimi dire se le bande del rajah lasciano i loro campi.
- Sí, gran sahib - rispose il baniano. - Farò una corsa rapidissima. Potete fidarvi dei miei occhi.
- Bada che i minuti sono preziosi.
- Non lo dimenticherò.
Prese lo slancio e scomparve nell'oscurità come se avesse fatto sempre il corridore pedestre. Che forza meravigliosa doveva possedere quel vecchio!...
Intanto un vivissimo combattimento di fucileria e di mitragliatrici si era impegnato fra gli uomini di Sandokan e le bande del rajah; ma non vi era, né da una parte né dall'altra, salvo in certi momenti, un gran spreco di munizioni.
- Tu speri sempre, Sandokan? - chiese Yanez alla Tigre della Malesia, che prestava attento orecchio a tutti quegli spari.
- Ti ho detto che cadranno nell'agguato che io ho teso loro.
- E se Kammamuri ed il rajaputo cadessero alla loro volta in qualche imboscata?
- Sono uomini da cavarsela. Vedrai che tutto andrà bene.
Kammamuri ed il rajaputo, assolutamente tranquilli, aspettavano sempre il segnale della partenza con un piede nella larga staffa di ferro, che ha la punta dinanzi e di dietro, perché possa servire da sprone.
Già da un quarto d'ora il cacciatore di topi era partito, e sul fianco della collina si continuava a sparare, a lunghi intervalli, quando il vecchio ricomparve sempre correndo come un giovanotto.
- Grandi sahibs, - disse rivolgendosi a Yanez, Sandokan e Tremal-Naik - tutte le bande che accampavano alla base della collina, dalla parte d'oriente, sono partite. Gli accampamenti sono vuoti.
- Ne sei ben sicuro? - gli chiese la Tigre della Malesia.
- Come vi ho detto i miei occhi vedono forse meglio di quelli dei topi, i miei vecchi compagni.
- Che tu mangiavi inesorabilmente - disse Yanez.
- Era la lotta per la vita, gran sahib.
- Allora voi potete partire - disse Sandokan. - I cavalli sono stati scelti con cura, sono ben nutriti e riposati, e vi porteranno lontano. Solamente vi dico di guardarvi dagli agguati.
- Apriremo anche noi bene gli occhi come il cacciatore di topi - rispose Kammamuri.
- Partite e portate i miei saluti alla rhani ed a mio figlio - disse Yanez. - Pensate che la nostra sorte sta nelle vostre mani.
- Cercheremo di non farci prendere.
Stavano per partire, quando il signor Wan Horn si avvicinò loro, dicendo colla sua solita voce tranquilla:
- Se potete, datemi qualche notizia sullo sviluppo del colera. A quest'ora ci devono essere non pochi morti nei campi del rajah.
- Lo credete? - chiese Sandokan.
- Ma certamente. Le mie bestioline hanno avuto il tempo necessario per svilupparsi.
- Dei morti ve ne saranno, ma uccisi dalle mie mitragliatrici.
- Eh, vedrete!... Aspettate!
- Sí, la fine del mondo.
L'olandese non era uomo da scombussolarsi per una frase anche assai aspra. Alzò le spalle, si accomodò gli occhiali, e sempre con la sua pipa in bocca si allontanò per fare forse una visita alle sue famose bottiglie piene di microbi micidiali, almeno cosí asseriva lui.
- Orsú, partite - disse Yanez a Kammamuri ed al rajaputo, mentre la fucileria continuava a rimbombare sotto i boschi di palas.
I due valorosi in un lampo furono in sella. Raccolsero le briglie, assicurarono bene i piedi dentro le larghe staffe, fecero col capo un ultimo saluto e lanciarono i due cavalli neri, i quali, dopo essersi levata la fame ed un po' riposati, pareva non domandassero che di correre.
- Apri gli occhi, rajaputo - disse il maharatto, il quale scendeva veloce la collina.
- Ed anche tu, sahib - rispose il gigante. - Quattro lanterne fanno maggior luce di due.
- Credi tu che noi passeremo?
- Per tutte le divinità dell'India!... Passeremo a corsa sfrenata, e vedremo se quell'accozzaglia di furfanti sarà capace di arrestarci.
- Sei mai stato lassú?
- A Sadhja? No, quantunque abbia udito parlare assai di quelle montagne.
- Ne avremo per quattro giorni almeno.
- Nessuna cavalcata mi spaventa.
- Allora tutto va bene - disse Kammamuri, raccogliendo strettamente le briglie del suo splendido mongolo.
Dall'altra parte della collina si continuava a sparare. Le detonazioni venivano talvolta coperte da urli selvaggi, lanciati dalle bande di Sindhia, piú adatte per gridare che per maneggiare il fucile.
Ma una vera battaglia non doveva essersi impegnata, non avendo gli assediati alcun vantaggio a scendere nella pianura mentre si trovavano lassú, fra le ultime rocce, come dentro ad un castello. Sandokan e Yanez erano troppo prudenti per impegnarsi a fondo coi pochi uomini che avevano.
Gli assedianti, vera accozzaglia di banditi, di paria, di fakiri, di bramini, avevano lo stesso motivo, avendo ormai conosciuta l'audacia e il coraggio dei loro avversari.
Certamente il rajah contava piú sulla fame che sulle armi da fuoco dei suoi uomini.
Intanto Kammamuri ed il rajaputo fedele, sempre piú rassicurati, malgrado l'oscurità continuavano a scendere attraverso i vasti gruppi d'alberi i quali lasciavano qua e là degli ampi passaggi.
I cavalli avevano il piede sicuro quasi quanto i muli, e non vi era nessun pericolo che facessero qualche capitombolo. Erano bravi animali abituati sia ad attraversare le jungle, sia a scalare o scendere montagne.
Era trascorsa appena mezz'ora quando i due valorosi giunsero al piano.
- Prima di spronare guardiamo attentamente - disse Kammamuri.
- Non vedo nulla - rispose il rajaputo. - È vero che io non posseggo gli occhi del cacciatore di topi.
- Saranno corsi tutti dall'altra parte temendo una discesa del Maharajah.
- Lanciamo, sahib?
- Lanciamo, rajaputo, e carabina davanti alla sella.
I due cavalli, che si erano arrestati un momento, punzecchiati vivamente colle staffe puntute, partirono a corsa sfrenata.
La notte era oscurissima poiché non vi erano né stelle, né luna; anzi vi erano in alto delle grosse masse di vapori che un vento piuttosto freddo spingeva verso ponente, scendendo dalle alte montagne di Sadhja.
Ma Kammamuri sapeva, come la maggior parte degli indiani e degli zingari, dirigersi egualmente, e far di meno della piccola bussola d'oro che Yanez gli aveva regalato all'ultimo momento.
Un'altra mezz'ora trascorse. Nella vasta e tenebrosa pianura, coperta ad intervalli di fittissime erbe del genere dei kâlam, ma non cosí alte, non si udiva risonare che il galoppo, sempre piú precipitoso, dei due cavalli.
In lontananza, verso la collina, solamente qualche colpo di carabina od una scarica di mitraglia, rimbombavano. Pareva che assediati ed assedianti economizzassero le munizioni, troppo preziose per gli uni e per gli altri.
I due cavalieri contavano di aver percorso già quattro o cinque miglia e ritenevano di trovarsi ormai fuori di pericolo, quando in mezzo al fitto buio si udí una voce rauca urlare:
- Chi passa? Ferma!... Ferma!...
- Non rispondere tu - disse rapidamente Kammamuri al suo gigantesco compagno, trattenendo il cavallo.
Poi a sua volta gridò con voce minacciosa:
- Fermi voi, cani del Maharajah!
- T'inganni!... - disse l'uomo che aveva intimato il fermo. - Noi siamo guerrieri di Sindhia.
- Voi mentite!... Gli uomini del rajah si trovano tutti intorno alla collina e stanno combattendo.
- Lo sappiamo. Chi siete voi?
- Rajaputi - rispose Kammamuri.
- E dove andate?
- Il Maharajah è riuscito a fuggire e gli diamo la caccia.
- In quanti siete?
- In venti.
- Io non posso lasciarvi passare - gridò l'uomo di Sindhia. - Ho ricevuto degli ordini formali dal rajah.
- Ed anche noi. Dobbiamo prendere, vivo o morto, l'uomo bianco.
- Nessuno è passato di qui.
- Dormivate forse? Avvertirò Sindhia, miserabili che siete! - urlò il maharatto.
Poi volgendosi verso il rajaputo gli disse rapidamente:
- Preparati a caricare.
- Sono pronto, sahib. Dopo la carabina lavorerò colla scimitarra, e vedrai che squarcio farò fra quegli uomini.
In mezzo alle erbe, diventate in quel luogo cosí alte da arrivare alle staffe dei cavalieri, si udivano delle persone chiamarsi. Non dovevano essere lontane piú di duecento metri, e forse formavano un piccolo accampamento incaricato di vegliare sulle retrovie.
Il capo del posto, che per primo aveva dato l'allarme, dopo qualche minuto di conversazione coi suoi guerrieri che si tenevano sempre accuratamente nascosti fra le erbe, fece riudire la sua voce veramente stridula:
- Se siete veramente dei rajaputi - gridò - tornate indietro. Il rajah ha bisogno di voi.
- Niente affatto - rispose Kammamuri. - Ormai ha preso la collina d'assalto, e solo pochi dei suoi nemici sono riusciti a fuggire, e fra questi il Maharajah. Largo adunque, e non seccateci, vili paria!...
- Tu gridi troppo forte.
- Noi rajaputi non siamo persone da arrestarci. Senza di noi, voi non avreste mai espugnata Gauhati.
- Passerete, ma prima voglio accertarmi se siete realmente quello che affermate di essere.
Aspettate che accendiamo del fuoco.
- Per dar fuoco ai kâlam?
- Agiremo con prudenza.
- Non fateci perdere troppo tempo o perderemo le tracce del Maharajah.
- Non domando che un solo minuto.
- E noi, sahib? - chiese il gigantesco rajaputo, che si sentiva invaso da una voglia furiosa di caricare.
- E noi non saremo cosí sciocchi d'aspettare che diradino le tenebre.
- Credi che siano in molti?
- Forse no. Lascia andare la carabina ed impugna piuttosto la scimitarra. Poi abbiamo anche le pistole, e sono già dieci colpi di fuoco sui quali potremo contare.
- Sotto? - chiese il rajaputo, che frenava a stento il cavallo.
- Sí, sotto, in piena volata, sciabolando. Resta saldo in sella.
- È come se fossi inchiodato.
In quel momento un fuoco brillò fra le tenebre. Pareva che gli uomini di Sindhia avessero acceso qualche ramo resinoso.
- Addosso!... - disse sotto voce il maharatto.
I due cavalieri, che avevano tutto l'interesse di non mostrare l'esiguità delle loro forze, allentarono le briglie, impugnarono le scimitarre e si scagliarono innanzi a corpo perduto.
In un lampo furono addosso ad una linea d'uomini che tenevano essi pure dei cavalli, e d'un colpo solo la sfondarono, mandando urli tremendi e sciabolando furiosamente.
Passarono come saette, salutati appena da qualche colpo di pistola e di fucile, e si allontanarono, ventre a terra, tenendo sempre la direzione orientale.
Ma non avevano però percorsi trecento o quattrocento metri, quando udirono dietro di loro il galoppo sfrenato di numerosi cavalli.
- Ah, le canaglie!... - esclamò Kammamuri. - Erano gente montata!...
- Che ci darà una caccia accanita - rispose il gigante, ringuainando la scimitarra lorda di sangue e staccando dall'arcione la carabina. - Fortunatamente fa molto oscuro, e non so se riusciranno a filare diritti dietro di noi.
- Il rumore dei nostri cavalli ci tradisce.
- Io vorrei sapere chi sono quei cavalieri. Rajaputi? Uhm! ne dubito assai.
"Noi abbiamo un grido di guerra diverso da tutte le caste guerriere dell'Indostan, e non l'ho udito. Chi avrebbe detto che quel pazzo furioso si sarebbe procurata anche della cavalleria?"
- Io credo che qui sotto ci sia lo zampino del leopardo inglese - disse Kammarnuri. - Noi, in Malesia, siamo stati troppo odiati per le nostre strepitose vittorie.
Un colpo di fuoco echeggiò rompendo, per un istante, le tenebre, ma i fuggiaschi non udirono il fischio della palla.
- Non rispondere - disse precipitosamente Kammamuri, vedendo che il rajaputo stava per voltarsi sulla sella. - Non segnalare, per ora, dove noi ci troviamo. Possono essere in molti, e con una scarica fortunata gettarci tutti e due colle gambe in aria.
- Hai ragione, sahib, e devono essere davvero in molti, a giudicarlo dal fracasso che producono i loro cavalli. Dobbiamo accelerare?
- Mancano almeno due ore allo spuntare del sole, e sarà meglio per noi prendere un maggior vantaggio - rispose il maharatto. - Ai nostri giorni le armi sono troppo perfezionate, ed una palla può essere micidiale a cinquecento ed anche piú metri. Ti sembra che resista il tuo cavallo?
- Va come se avesse il fuoco nelle vene, sahib.
- Ed anche il mio. Il signor Yanez ce li ha scelti con cura.
- Ed allora allunghiamo - rispose il rajaputo.
- Non tanto. Non sfiatiamo queste povere bestie che ci possono rendere degli immensi servigi.
Allentarono un po' le briglie e punzecchiarono un po'. I due mongoli scattarono di colpo e presero un passo velocissimo, fendendo coi robusti petti i kâlam che si stendevano come un mare di verzura.
Dietro di loro galoppavano furiosamente i cavalieri di Sindhia sempre intimando il fermo, e sparando colpi di carabina che non facevano né caldo né freddo al maharatto ed al rajaputo, sapendo ormai per prova quanto quei banditi fossero dei pessimi tiratori e da fermo. A cavallo non dovevano valere assolutamente nulla.
Colle armi bianche certo che le cose sarebbero andate diversamente.
Già i due coraggiosi galoppavano da una buona ora, quando si presentò dinanzi a loro una piccola altura, dai fianchi larghi ed accessibilissima, non piú alta di una sessantina di metri.
- Lassú - disse il maharatto.
- E poi? - chiese il rajaputo.
- Cercheremo di arrestare quei furfanti. Tu sei sicuro dei tuoi colpi?
- Sbaglio di rado, sahib - rispose il rajaputo.
- Questa corsa non può durare eternamente, e poi voglio contare i nemici che ci stanno alle calcagna.
- E se ricevessero dei rinforzi?
- Oh, ormai siamo troppo lontani dai campi di Sindhia. Dobbiamo aver già percorse piú di venticinque miglia.
- Allora montiamo - rispose il rajaputo. - Comprendo anch'io che non dobbiamo rovinare, in una sola corsa, queste bestie che già hanno sofferto nelle cloache...
Ed i grandi sahibs che cosa faranno intanto?
- Non preoccuparti di loro. Te l'ho già detto che sono uomini da non farsi prendere.
- E se l'assedio si prolungasse?
- Non hanno gli elefanti ed i cavalli da mangiare? E poi le foreste che coprono la collina offriranno loro, per un certo tempo, altre risorse.
I due cavalli montarono intanto l'altura senza rallentare lo slancio, e si arrestarono fra un gruppo di colossali tamarindi.
Tutto intorno si alzavano delle erbe gigantesche fra le quali serpeggiavano confusamente, attorcigliate come rettili, delle canne d'India.
Kammamuri lanciò intorno un rapido sguardo, poi disse al rajaputo:
- Ecco una magnifica posizione per arrestare quei dannati. Quando ne avremo gettati a gambe levate parecchi, riprenderemo la corsa.
Legarono i due cavalli, tolsero loro rapidamente i morsi perché potessero mangiare liberamente, poi, impugnate le carabine, si spinsero verso il lato occidentale dell'altura.
I cavalieri di Sindhia giungevano sempre urlando e sempre sprecando inutilmente le munizioni, ma faceva ancora troppo scuro per poterli contare.
Erano in molti od in pochi? Ecco quello che si chiedeva ansiosamente il maharatto.
L'alba peraltro non era lontana. Verso oriente un tenuissimo velo color di rosa si avanzava, spengendo rapidamente le stelle.
I due valorosi si nascosero fra gli altissimi kâlam, pronti a mitragliare gli avversari; ma i banditi, accortisi che i fuggiaschi avevano presa posizione, e non sapendo nemmeno loro con quanti uomini avrebbero avuto da fare, non avevano osato spingersi sull'altura.
Anche loro aspettavano certamente lo spuntare del sole per regolarsi.
Il rajaputo, ben nascosto fra le erbe, aveva intanto accesa la sua vecchia pipa e si era messo a fumare, ma con gli orecchi sempre tesi e gli occhi ben aperti; e Kammamuri, avendo trovato in fondo alla tasca una sigaretta, l'aveva imitato.
Il cielo a poco a poco si rischiarava, ma meno rapidamente delle altre volte, essendovi sempre in alto grosse masse di vapori. La luce, dapprima rosea, diventava a poco a poco gialla.
Ad un tratto un gran fascio di luce illuminò l'immensa pianura che si stendeva fino ai bastioni della città distrutta, ed ai due fuggiaschi apparve una colonna formata d'una trentina di cavalieri abbastanza bene montati su cavalli morelli, di belle forme, e formidabilmente armati.
- Per Siva!... - esclamò Kammamuri. - Sono in buon numero. Non credevo che fossero in tanti.
- Non sono rajaputi. Che cosa saranno? Paria, fakiri, bramini, thugs o peggio ancora?
- Chi lo sa! Vedo che si tengono abbastanza bene in sella.
- Cominciamo a fucilarli?
- La tua carabina è carica a mitraglia od a palla?
- A palla, sahib - rispose il rajaputo.
- Va bene. Le cartucce a mitraglia le useremo piú tardi. Guarda quell'uomo che ha quel gigantesco turbante rosso, e che pare sia il comandante di quel manipolo di cavalieri.
- Lo vedo.
- Pròvati a fare un colpo.
- Subito, sahib.
Il rajaputo, tenendosi sempre semi-nascosto fra i kâlam, puntò la carabina mirando con estrema attenzione.
Stava per partire il colpo quando il maharatto gli disse:
- Risparmia quel colpo. Qualche altro nemico piú terribile ci assale alle spalle.
- Chi?
- O m'inganno, o abbiamo alle costole una bâgh.
- Possibile, sahib? - chiese il rajaputo, volgendosi impetuosamente.
- Sono un vecchio cacciatore di tigri e non posso ingannarmi. - Per Parvati!... Trenta uomini dinanzi a noi ed una bâgh alle calcagna! Maledette bestie!... Corrono sempre dove c'è carne umana da divorare. Che cosa facciamo, maharatto?
- Prima pensiamo a sbarazzarci della bestia, la quale potrebbe piombarci addosso nel colmo del combattimento.
- Impegnarci con una tigre in questo momento?
- È necessario - rispose Kammamuri, con voce ferma. - D'altronde non sono cosí terribili come tu credi. Quante io ne ho uccise nella Jungla nera insieme col mio padrone!
Vieni, cerca di non far rumore, e non occuparti, per il momento, dei cavalieri. Non oseranno salire, te lo assicuro.
- Andiamo dunque ad uccidere prima la bâgh - rispose docilmente il rajaputo. - Se sbaglierò, ho delle buone braccia per soffocarla.
- Ed i colpi d'unghia?
- Da quelli mi guarderò.
Kammamuri, vecchio cacciatore di tigri, che per molti anni aveva dato delle battaglie a quelle pericolosissime bestie nella Jungla nera insieme al suo padrone Tremal-Naik, non doveva essersi ingannato. E non le aveva cacciate solamente in India, bensí anche in Malesia.
Come mai, sui primi albori, si aggirava sulla cima di quella collina quella formidabile predona? Si sa che tutti i carnivori quando spunta il sole si affrettano a guadagnare i loro rifugi, o meglio le loro tane, poiché non cacciano che di notte. Probabilmente quella bâgh non aveva cenato quella sera, e si ostinava, malgrado la luce, a procurarsi delle bistecche.
Checché si sia detto e scritto, le tigri, quando sono alle prese con la fame, non esitano a misurarsi cogli uomini, avendo piena conoscenza del proprio slancio impetuoso, irresistibile, e della propria forza piú che straordinaria, assai superiore a quella del leone.
Nell'Africa meridionale si sono veduti dei leoni saltare dentro i kral boeri o zulú, e rivarcare la cinta portando fra le possenti mascelle un vitello; in India si è veduto ben altro. Una tigre adulta non esita a portarsi via un bue od una giovenca, e con quel peso, può saltare una cinta piú o meno spinosa.
Tanto il rajaputo quanto il maharatto sapevano d'aver a che fare con un avversario ben piú risoluto ed intrepido dei banditi che li assediavano, quindi si erano messi in moto con grandi precauzioni, cercando soprattutto di coprire i cavalli da un fulmineo attacco.
Sempre insieme girarono intorno ai tamarindi, tenendo le carabine puntate, movendo con le canne gli altissimi kâlam.
Kammamuri stette un momento in silenziosa osservazione, poi si batté colla sinistra la fronte dicendo:
- Noi siamo degli stupidi.
Il rajaputo lo interrogò collo sguardo, e per un momento abbassò l'arma.
- Ma sí, siamo degli stupidi - ripeté il maharatto. - Giacché di qui non possiamo scoprire la bâgh, innalziamoci e cosí la scopriremo.
- E dove, se siamo proprio sulla cima dell'altura?
- Arrampichiamoci su un tamarindo, e di lassú facciamo fuoco con assai meno pericolo.
- Io non avrei mai avuto una cosí bella idea - confessò candidamente il rajaputo. - Ma la tigre non ne approfitterà per squarciare le groppe al nostri cavalli?
- Abbiamo in mano dieci colpi di fuoco.
Intorno a loro, come abbiamo già detto, si alzavano alcuni superbi tamarindi, i cui rami elasticissimi si piegavano sotto il peso di enormi grappoli di frutta. Erano alti quindici ed anche venti metri, ed i loro tronchi lisci scomparivano quasi tutti sotto un'abbondante flora parassitaria.
Una scalata per uomini lesti come il rajaputo ed il maharatto non doveva essere che un giuoco da fanciulli.
Prima peraltro di tentare l'impresa, per paura di venire assaliti a poca altezza e strappati giú, i due coraggiosi cercarono un po' piú lontano dei sassi, e furono abbastanza fortunati di trovare due grossi frammenti di roccia mezzo sgretolati dalle acque.
Fu il rajaputo, perché assai piú robusto del maharatto, che s'incaricò di smuovere la tigre.
La dannata bestia si ostinava a non lasciare il suo nascondiglio, ed al precipitare delle due grosse pietre si era accontentata di rispondere con un ha-o-hung minaccioso e nient'altro.
- Che cosa fanno i cavalieri? - chiese il gigante al maharano, il quale aveva lanciato un rapido sguardo nella sottostante pianura.
- Si sono accampati in attesa forse di rinforzi.
- Sahib, te lo ripeto, sbrighiamo l'affare della bâgh e poi riprendiamo la corsa.
- Saliamo.
Ascoltarono un'ultima volta, aguzzarono gli occhi verso i kâlam che rimanevano perfettamente immobili, poi entrambi si slanciarono contro un grosso tamarindo, ed aggrappandosi alle piante rampicanti, in un momento si trovarono a quindici metri d'altezza, accomodati fra i grossi rami.
- La vedi? - chiese subito Kammamuri, armando la carabina.
- Sí, e si trova solamente a venti passi da noi - rispose il rajaputo.
- L'idea poteva venirmi anche prima.
- Lo credo anch'io.
Di lassú, distesa in mezzo ai folti kâlam, avevano potuto subito scoprire la pericolosa bestia.
Stavano per far fuoco, quando notarono un fatto assolutamente straordinario. La bâgh stava allungata fra quattro grossi panieri, che avevano i coperchi alzati.
Kammamuri guardò il rajaputo.
- Hai mai veduto nulla di simile, tu?
- Mai, sahib.
- Io sospetto qualche tradimento.
- Intanto ammazziamo la bâgh, poi andremo a vedere che cosa contengono quei panieri.
- Per Siva! la colazione della bestia! - disse Kammamuri, scoppiando in una risata.
- Che sia ammaestrata?
Il maharatto alzò le spalle. Si accomodò meglio che poté sul grosso ramo e guardò un'ultima volta la tigre la quale pareva che sonnecchiasse placidamente, poiché anche la sua lunga coda rimaneva affatto immobile.
- Rajaputo, - disse il maharatto - che cosa dici tu?
- Che sarebbe ora di far fuoco.
- La tua carabina è carica a mitraglia od a palla?
- A palla ed anche a mitraglia. Tu sai meglio di me che queste grosse armi possono sopportare, senza scoppiare, anche una doppia carica.
- Su ciò non ho alcun timore. Lascia prima che spari io che non sbaglio mai i miei colpi. Se ammazzo la bestia, come spero, tu mitraglierai quei panieri sospetti.
Mirò con grande calma e con estrema attenzione. Vedeva benissimo la bestia allungata fra le alte erbe a poco piú di venti passi, e stava già per lasciar partire il colpo, quando il rajaputo, con suo grande stupore, lo vide rialzare vivamente la carabina e lo udí mandare una sorda imprecazione.
- Che cosa succede dunque, sahib? Non osi sparare?
- Succede che in questo affare non ci vedo chiaro. La tigre si è appiattita come si fosse, per opera di chi sa quale miracolo, spogliata delle sue carni e delle sue ossa.
- Ma se ha urlato fino a pochi minuti or sono!...
- Io ho conosciuto molti indiani che sapevano imitare perfettamente l'ha-o-hung delle bâgh.
- Scendiamo?
- Ah, no. Prima voglio essere sicuro del fatto mio.
Riprese la mira e dopo qualche secondo sparò, ma la tigre rimase perfettamente immobile.
- Eppure io l'ho colpita - disse il maharatto furioso. - Io ho sparato solamente contro una pelle!...
- È impossibile!...
- Prova a fare un colpo anche tu.
Il rajaputo a sua volta scaricò la sua grossa carabina carica a palla e a mitraglia, e anche questa volta la tigre rimase immobile.
Invece i quattro panieri si agitarono furiosamente, e dalle aperture irruppero, sibilando, contorcendosi e ballando un gran numero di serpenti, i quali si dispersero subito fra i kâlam che circondavano i tamarindi.
Vi erano rettili di tutte le specie: serpenti del minuto, cobra capello, serpenti guilobi dalla pelle picchiettata graziosamente d'un rossocorallo, boa verdi-azzurrognoli con anelli irregolari lunghi quattro e perfino cinque metri, e bis cobra.
I due indiani avevano mandato un altissimo grido ed avevano ricaricate precipitosamente le loro armi, e questa volta a mitraglia.




                                                                                                                                                
                                                                                                                                            

 

 

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