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I Robinson italiani

 


di Emilio Salgari

CAPITOLO I
Un dramma in mare

" Al fuoco!... "
" Ohe!.. Piccolo Tonno!... Sogni o sei sveglio?.. "
" Al fuoco! "
" Ma tu hai bevuto, furfante! ... "
" No! Vedo del fumo! "
" Con quest'oscurità!... Il ragazzo è diventato pazzo ".
Una voce che aveva l'accento strascicato dei meridionali echeggiò furiosamente sulla tolda
della nave:
" La gran scialuppa fugge!... San Gennaro mandi a picco quei pescicani del malanno!... "
" Chi a picco? " tuonò una voce a prua.
" Fuggono!... eccoli laggiù che arrancano! Il diavolo faccia la festa a quelle canaglie! "
" Ed il fuoco è scoppiato a bordo! "
Una salva di urla e di domande s'alzò fra le tenebre:
" I miserabili!... "
" Hanno incendiato il brigantino!... "
" Ma no... ".
" Sì!... Esce del fumo dalla dispensa. "
" Mille tempeste! "
" Capitano! Ufficiale di quarto! "
" Ohe! Tutti in coperta "
" San Marco ci aiuti! "
" Alle pompe! Alle pompe! "
" E quei furfanti fuggono! "
Un uomo seminudo, di statura media, ma tarchiato come un giovane toro, col viso coperto da una folta barba, si slanciò fuori dal
boccaporto del quadro di poppa, tuonando:
" Che cosa succede qui? "
L'ufficiale di quarto, che aveva lasciato allora il castello di prua, gli si precipitò incontro, dicendo con voce rotta:
" Capitano... i ribelli sono fuggiti! "
" I due maltesi? "
" Sì, capitano ".
" Ma quando? "
" Or ora "
" Ma per dove? Non erano incatenati? "
" È vero, ma pare che abbiano spezzato le catene ".
" Sangue di Mercurio!... Portatemi un fucile e date ordine d'inseguirli od io... ".
" È impossibile, comandante "
" Chi lo dice? " urlò il capitano.
" Il fuoco è scoppiato a bordo "
Il capitano, udendo quelle parole, fece due passi indietro: la sua energica ed abbronzata fisonomia si era alterata.
" Il fuoco a bordo! " esclamò. " E la polvere che portiamo? Sei quintali!... Tanto da farci saltare in aria tutti quanti, ma ben alti!... Seguitemi signor Balbo; e tu, nostromo, fa' preparare le pompe e fa' immergere le manichelle ".
Ciò detto si slanciò sul castello di prua, seguito dal secondo, e gettò un rapido sguardo sul mare. A cinquecento metri dalla nave, una macchia oscura, che si confondeva coi flutti color
dell'inchiostro, s'allontanava rapidamente verso il sud. Quantunque la distanza fosse già notevole, si udivano i colpi precipitati dei remi.
" Miserabili! " disse il capitano, facendo un gesto di furore " E non un alito di vento che
gonfi le nostre vele su questo mare dannato! "
" Lasciate che vadano a farsi impiccare altrove, capitano Martino " disse il secondo.
" E se la nave fosse perduta?.. Ci hanno privati della sola scialuppa che possedevamo. Il canotto, lo sapete, è stato .portato via dalle onde la settimana decorsa ".
" Costruiremo una zattera ".
" Sì... " disse il capitano, come parlando fra sé; " se ci rimarrà il tempo!... Alle pompe!...
Alle pompe, o siamo tutti perduti! " Stava per scendere dal castello, quando una speranza gli balenò nel cervello.
" Signor Balbo, datemi il portavoce "
" Che cosa volete fare? "
" Silenzio... affrettatevi "
Il secondo balzò in coperta senza perder tempo a scendere la scaletta, entrò nella camera comune dell'equipaggio, afferrò il portavoce del nostromo e lo portò al capitano.
La voce robusta dell'uomo di mare echeggiò allora sul mare come una tromba, coprendo i comandi precipitati del nostromo, le grida dei marinai e il fracasso delle pompe che già cominciavano ad assorbire l'acqua.
" A bordo!... " tuonò il capitano in direzione dei fuggiaschi. " A bordo o vi faccio appiccare ai pennoni del contro pappafico ".
Una voce lontana che aveva una intonazione ironica, rispose dal largo:
" Buona fortuna a tutti! "
" A bordo, e vi perdono tutto! "
" No!... "
" V'inseguiremo e vi uccideremo, canaglie! "
Nessuna voce rispose a quest'ultima minaccia: la scialuppa era scomparsa fra le tenebre.
" Dio vi punirà ", disse il capitano, con voce sorda. " Alle pompe e che Dio protegga noi! "
Il nostromo in quel frattempo aveva fatto preparare la pompa di prua e quella di poppa, immergere in mare le manichelle e portare sul ponte tutti i mastelli e le secchie disponibili. I dodici marinai che componevano l'equipaggio della nave stavano pronti alle sbarre, e attendevano trepidanti gli ordini del capitano. Del fumo denso; impregnato d'un acuto odore di catrame e di materie grasse, sfuggiva a intervalli dalle. fessure del boccaporto maestro. Il fuoco doveva essere scoppiato nella dispensa, che era situata presso la camera comune dell'equipaggio, e doveva essersi comunicato al carico della stiva. Il capitano aveva dato ordine di aprire il boccaporto, per poter constatare la gravità dell'incendio. Il mastro ed alcuni marinai stavano levando già i passanti di ferro che servono da catenacci. Sotto si udivano dei cupi brontolii, dei ronzii sordi, poi delle detonazioni come se scoppiassero dei recipienti pieni di liquidi alcoolici, mentre il catrame delle commessure della tolda cominciava a ribollire a causa del calore interno.
Nessuno fiatava, ma sul viso di tutti quegli uomini si leggeva già una profonda angoscia.
Quei volti abbronzati dal sole equatoriale e dai venti del mare erano diventati pallidi, e quelle fronti, ordinariamente serene anche in mezzo alle tempeste, apparivano cupe. L'ultima traversa stava per venire levata, quando il boccaporto s'alzò violentemente, rovesciandosi sulla tolda come sotto una spinta misteriosa. Subito una fiamma enorme, una vera colonna di fuoco, irruppe dalle profondità della stiva e s'allungò verso le vele di gabbia dell'albero maestro, illuminando sinistramente la notte e tingendo le onde di riflessi sanguigni.
Un immenso urlo d'orrore, d'angoscia, di spavento echeggiò sulla tolda della disgraziata nave, perdendosi lontano lontano sul mare. Tutti si gettarono indietro per non venire investiti da quella vampa mostruosa, che si contorceva colle selvagge contrazioni dei serpenti, e perfino gli uomini delle pompe abbandonarono precipitosamente le traverse.
" Ai vostri posti " tuonò il capitano.
Il solo nostromo, un vecchio dalla barba bianca e dai lineamenti energici, si mosse per spingere le manichelle sull'orlo della stiva. Il capitano, vedendo come il panico impedisse agli altri di ubbidire, impallidì. Raccolse una scure dimenticata sull'argano e, alzandola
minacciosamente, ripeté con un tono di voce da non ammettere rep1iche:
" Ai vostri posti, o vi faccio sentire come pesa quest'arma!... "
L'equipaggio sapeva, per prova, che il comandante non era uomo da scherzare. Dopo una breve esitazione tornò alle pompe, mentre due o tre altri marinai, che non potevano trovare posto alle traverse, s'impadronivano dei mastelli.
La colonna di fuoco, dopo aver minacciato d'incendiare la gran gabbia, si era abbassata, rientrando a poco a poco nella stiva; ma dal boccaporto spalancato irrompevano ad intermittenze pesanti nuvoloni di fumo denso e nero, che una calma assoluta manteneva sopra la tolda, e nembi di scintille le quali s'alzavano lentamente, disperdendosi sui neri flutti dell'oceano.
Passato il primo istante di terrore, tutti si misero alacremente al lavoro, sapendo che, se non fossero riusciti a spegnere l'incendio, una morte orribile li attendeva, non essendovi ormai a bordo più nessuna scialuppa. Le pompe funzionavano rabbiosamente, senza posa, versando torrenti d'acqua nelle profondità ardenti della stiva, mentre gli uomini dei mastelli s'affannavano a vuotare i loro recipienti, avanzandosi tra il fumo e le scintille.
Il capitano e il secondo, ritiratisi a poppa, stavano abbattendo, a gran colpi di scure, una parte della murata di babordo. Pareva che avessero intenzione di allestire il materiale per la
costruzione duna zattera. stavano per assalire la murata del cassero, quando un nuovo personaggio, uscito allora dal quadro, comparve sul la tolda.
Quell'uomo, che doveva aver varcato la trentina, era di statura bassa e aveva un petto assai
sviluppato, spalle larghe e membra muscolose ma non massicce. Il suo viso largo, un po' angoloso, col mento appuntito, era pallido, leggermente abbronzato dalla salsedine del vento marino; la sua fronte ampia, appena segnata da una ruga precoce, indicava in quell'uomo una tendenza alla riflessione; i suoi occhi, sormontati da due sopracciglia folte, dall'ardita arcata, erano profondi, ma talvolta scintillavano e pareva allora che volessero penetrare nel più profondo dei cuori; le sue labbra strette, ombreggiate da un paio di baffi rossicci, indicavano che quello sconosciuto doveva possedere una incrollabile energia.
Vedendo quelle nubi di fumo e quelle folate di scintille che s'alzavano attraverso l'alberatura del veliero, e quei riflessi sanguigni che si proiettavano sul viso dei marinai, l'uomo corrugò la fronte, senza però manifestare alcuna impressione di terrore.
" Un incendio! " diss'egli, volgendosi verso il capitano. " Se non mi fossi svegliato, mi avreste lasciato dunque arrostire tranquillamente nella mia cabina? "
" Siete voi, signor Emilio? " chiese il comandante sporgendosi dal cassero.
" In persona, comandante. "
" Venite ad aiutarci, se vi preme la pelle ".
" La cosa è grave? "
" Gravissima, signore. La stiva è piena di fuoco e... ".
" Che cosa? "
" Corriamo il pericolo di saltare in aria ", disse il capitano a bassa voce, per non farsi udire dai marinai.
" Dite?.. "
" Vi sono sei quintali di polvere sotto il carico di cotone ".
Colui che veniva chiamato Emilio, trasalì; poi, balzando sulla scaletta del cassero con un'agilità sorprendente, da far invidia al più svelto gabbiere di bordo, raggiunse i due comandanti.
" Siamo nelle mani di Dio, dunque " diss'egli, impugnando una scure.
" Sì, e non so se avremo il tempo di finire la zattera ".
" Un giorno ero ufficiale di mare come voi, capitano, e di tali costruzioni me ne intendo. In acqua la boma della randa, e poi picchiamo dentro all'albero maestro. Ci potranno servire per un primo punto d'appoggio ".
" Ben detto, signor Emilio ".
La boma, staccata alla base, fu gettata in mare attaccata ad un gherlino, poi tre uomini assalirono vigorosamente l'albero maestro. Ormai non si illudevano più sulla salvezza del veliero. L'incendio, quantunque vigorosamente combattuto dall'equipaggio, il quale non cessava un solo istante di manovrare le pompe, guadagnava rapidamente e minacciava l'intera alberatura. La grande fiamma, per un istante domata, tornava a irrompere attraverso il boccaporto, bruciando le vele e i cordami. Da un istante all'altro poteva avvenire la spaventevole esplosione. Il capitano e il secondo, pur continuando a maneggiare con furore le le scuri, impallidivano a vista d'occhio, e anche il loro compagno cominciava a perdere la sua ammirabile calma. In certi momenti essi s'arrestavano tendendo l'orecchio, per meglio raccogliere i sordi brontolii delle fiamme divoratrici o gli scricchiolii dei corbetti che si fendevano o il fragore dei puntali che cadevano a due per volta.
" Presto!... presto! " ripeteva il capitano.
L'albero, reciso, a un tratto oscillò con un lungo crepitìo; poi l'enorme tronco piombò sulla murata di babordo fracassandola e immerse nelle onde illuminate la punta dell'alberetto, seco trascinando pennoni, vele e cordami. Quasi nel medesimo istante una sorda detonazione echeggiò nel ventre infiammato del legno. Il capitano, gettò un urlo d'angoscia:
" Tutti in acqua!... La polvere! la polvere! la po... ".
Non finì. Mentre alcuni uomini, più agili degli altri, balzavano sopra le murate, uno spaventevole scoppio rimbombò sul mare.
Una fiamma gigantesca, livida, irruppe dal boccaporto: il ponte e i fianchi del veliero si
squarciarono con indicibile violenza e l'intera massa galleggiante fu sollevata sui flutti.
Per alcuni istanti una enorme nuvola ondeggiò sull'oceano, poi una pioggia di rottami incandescenti piombò sulle onde sibilando, e la carcassa del veliero, sventrata, invasa dalle acque irrompenti attraverso gli squarci, scomparve nei profondi baratri del mare di Sulu.

CAPITOLO II
Sull'albero maestro

Il 'Liguria' era salpato da Singapore il 24 agosto del 1840 diretto ad Agagna, la città più popolosa delle isole Marianne, con un carico di cotoni lavorati destinati ai capi di quelle isole, ed una grossa partita d'anni e sei quintali di polvere per i presidii spagnoli.
Varato in un cantiere genovese nove anni prima, era in quell'epoca anncora un bel veliero, saldo di costole, di forme eleganti, come tutti i navigli che si costruiscono dai liguri, con
un solido sperone, e portava splendidamente la sua alta alberatura da brigantino a palo.
Il capitano, Martino Falcone, uno di quei lupi di mare della Riviera, pieno d'audacia e d'energia, l'aveva acquistato coi suoi risparmi, e da vero discendente del grande Colombo aveva intrapreso lunghe navigazioni, più pericolose sì, ma ben più rimunerative del grande e piccolo cabotaggio. Formato un equipaggio di scelti marinai, raccolti in tutti i porti dell' Adriatico e del Tirreno, aveva intrapreso arditi viaggi in India, nell'Estremo Oriente ed anche nel grande Oceano Pacifico, infischiandosi delle tempeste, dei tifoni dei mari della Cina e delle pericolose scogliere della Malesia e della Polinesia.
Per nove anni aveva percorso tutti quei mari con invidiabile fortuna, accumulando somme assai rotonde, affrontando vittoriosamente le ire dei marosi e le furie dei venti, senza mai cambiare i suoi bravi marinai, dei quali mai aveva avuto a dolersi; ma, nel suo penultimo viaggio, la fortuna aveva cominciato al abbandonarlo. Una tempesta che lo aveva sorpreso all'entrata dello stretto di Malacca, mentre da Rangun si recava a Singapore, aveva malmenato la sua nave in modo tale da costringerlo, appena giunto a destinazione, a metterla in cantiere per lunghe riparazioni. Quella disgrazia era stata fatale al capitano.
Due dei suoi più valenti marinai, stanchi di quel riposo prolungato, avevano rotto l'arruolamento e si erano imbarcati su altre navi, sicché, giunto il momento della partenza, egli aveva dovuto mettersi in cerca d'altri per completare l'equipaggio.
La mala fortuna gli aveva fatto trovare due marinai maltesi, sbarcati alcune settimane prima da una nave inglese. Perché avevano lasciato la nave che dalle acque del Mediterraneo li aveva portati sulle coste della Malacca?... Nessuno lo sapeva, e il capitano Martino, che preferiva avere a bordo dei marinai del Mediterraneo e possibilmente degli italiani, non aveva cercato di scoprirne il motivo, tanto più che la nave inglese aveva lasciato il porto tre settimane prima, in rotta pei porti del Celeste Impero.
Pochi giorni dopo però, aveva dovuto pentirsi di averli arruolati. Infatti appena in alto mare, fuori di vista dalle coste della Malacca, i maltesi avevano cominciato a dare segni d'insubordinazione. Lavoravano il meno possibile, non compivano mai interamente i loro quarti di guardia sia notturni che diurni, si ribellavano ai comandi del nostromo, a quelli del secondo e perfino a quelli del capitano. Dovendo poggiare a Varauni per prendere una ragguardevole provvista di olii canforati, pure destinati agli isolani delle Marianne, egli
aveva deciso di liberarsene; ma, giunto nel porto della capitale del regno di Borneo, i due
maltesi, che da qualche giorno pareva fossero pentiti, con mille promesse erano riusciti a farsi tenere a bordo. Precisamente a Varauni il capitano Falcone imbarcò, in qualità di passeggero, quell'uomo che abbiamo udito chiamare il signor Emilio, dietro speciali raccomandazioni del console olandese.
Il passeggero non era olandese, ma era italiano, come tutto l'equipaggio del 'Liguria'. Era
un veneziano da parecchi anni stabilitosi nel Borneo, dove aveva fatto una considerevole fortuna trafficando in canfora. Antico ufficiale di marina, poi esploratore per conto del governo olandese, quindi negoziante ricchissimo, si era imbarcato per fare delle esplorazioni per conto proprio, nelle isole del grande Oceano. Uomo istruitissimo, amabile, energico quanto
il capitano, tenne buona compagnia a tutti, facendosi amare dai marinai e degli ufficiali.
La navigazione fu ripresa sotto i più lieti auspici, essendo il mare tranquillissimo e il vento
favorevole. Già il 'Liguria', aveva perduto di vista le coste del Borneo e s'inoltrava attraverso il mare di Sulu, compreso fra il vasto gruppo delle Filippine a nord e a est, la lunga e sottile isola Palavan a ovest e le sponde settentrionali del Borneo a sud, quando una disputa violentissima, che doveva avere più tardi terribili conseguenze, scoppiò a bordo per opera dei due turbolenti maltesi.
Essendosi rifiutati di prendere parte alla manovra, mentre avendo il vento contrario, il 'Liguria' correva delle lunghe bordate, un bollente palermitano, stanco di vedere quei due
fannulloni con le mani in tasca, perduta la pazienza, lasciò andar loro due sonori scapaccioni.
I due maltesi, più bollenti del siciliano, estrassero i coltelli, assassinando un catanese che era accorso in aiuto del compatriota.
Il capitano, comparso sul ponte, attirato dalle grida dei rissanti, atterrò i due furfanti con un buon colpo dl manovella sapientemente applicato sui loro dorsi, poi li fece incatenare e cacciare nella sentina, per consegnarli più tardi alle autorità spagnuole di Guam.
Pareva che tutto fosse finito, quando una sera, mentre una calma assoluta immobilizzava il 'Liguria' in mezzo al mare di Sulu, i due maltesi, che si trovavano forse in possesso d'una
lima, riuscirono a evadere imbarcandosi sull'unica scialuppa che era rimasta a bordo e che,
secondo l'usanza delle nostre navi, era ormeggiata a poppa.
Ma questo non era tutto: i due miserabili, forse per vendicarsi del colpo di manovella del
capitano, prima di fuggire avevano dato fuoco alla dispensa e fors'anche al carico di cotoni.
I lettori sanno il resto: la nave, due ore dopo, saltava in aria per lo scoppio delle polveri, e la fumante carcassa s'inabissava sotto le onde tenebrose del mar di Sulu.

L'orribile rimbombo era appena cessato e la pioggia di rottami incandescenti terminata, quando in mezzo al gorgo enorme, scavato dal rottame nella sua immersione, si udì echeggiare una voce umana. Ora risuonava acuta, limpida, e ora strozzata, come se la gola dell'uomo che la emetteva a volta a volta venisse bruscamente invasa dalle onde, prodotte dal gorgo.
Una forma oscura s'agitava fra la spuma, spariva un istante, poi ricompariva, e allora la si
vedeva muovere le braccia con suprema energia. Chi era quel fortunato che ancora sopravviveva all'orrendo disastro, mentre forse tutti gli altri avevano seguito la povera nave nei profondi abissi del mare? La luna, che allora cominciava a sorgere a fior dell'orizzonte, facendo scintillare getti d'argento fuso, permise di vedere quel superstite della tremenda esplosione.
Era un marinaio giovane ancora, poiché non doveva avere più di venticinque o ventisei anni,
colla pelle del viso assai abbronzata, i lineamenti marcati, occhi neri e vivaci, capelli e barba neri. Uno di quei tipi che s'incontrano spesso nella riviera ligure di levante o di ponente, veri tipi di marinai pieni d'audacia e di fuoco. Quantunque appena sfuggito al tremendo pericolo e solo, su quel mare che era forse abitato dai feroci pescicani, mostri comunissimi nelle acque della Cina e della Malesia, pareva tranquillo. Nuotava con sovrumana energia, alzandosi sulle onde per gettare all'intorno rapidi sguardi, e fra una battuta dei piedi e delle mani gridava:
" Ohe!... Da questa parte! "
Nessuno però rispondeva alla sua voce, all'infuori dei gorgoglii delle acque ancora agitate dal vortice scavato dalla nave inabissatasi. Erano dunque tutti periti, i marinai e gli ufficiali del 'Liguria?'... Maledizione ai miserabili che avevano provocato l'incendio e l'esplosione!...
Il marinaio avanzava sempre, cercando qualche rottame della disgraziata nave per avere almeno un punto d'appoggio, ma la luna non rischiarava ancora sufficientemente il mare: bisognava aspettare che si alzasse un po' più all'orizzonte.
Per la ventesima volta egli aveva lanciato la sua chiamata, quando gli parve di udire, in distanza, una voce umana. S'arrestò anelante, trattenendo il respiro, rovesciandosi sul dorso per mantenersi a galla senza aver bisogno di muovere le braccia e le gambe, e ascoltò con profonda ansietà. No, non si era ingannato!... Dinanzi a lui, a una distanza di tre o quattrocento metri, si udivano delle voci.
" Dei compagni!... " esclamò con viva emozione.
" Dunque, non tutti sono morti nell'esplosione? "
Con un colpo di tallone s'alzò su un'onda che stava per investirlo e lanciò un acuto sguardo dinanzi a se. Sui flutti argentei, illuminati dall'astro notturno, gli parve di scorgere due forme umane e una massa nerastra con delle antenne tese in alto. Un grido gli irruppe dal petto:
" Ohe!... ohe!... Aiuto, camerati! "
Una voce limpida, acuta, subito gli rispose da lontano:
" Da questa parte! "
" Chi siete voi? "
" Albani e Piccolo Tonno ".
" Il signor Emilio e il mozzo ", mormorò il marinaio. Poi, alzando la voce: " E il capitano? "
" Scomparso! "
" Avete trovato un rottame? "
" L 'albero maestro: affrettatevi ".
" Vengo! "
Il marinaio nuotava sempre e con maggior vigore, consumando le sue ultime forze. Ormai, alla luce azzurrina della luna, distingueva perfettamente i suoi compagni, i quali si tenevano a cavalcioni dell' albero maestro. Già non distava che una gomena, quando credette udire dietro di se un tonfo e un rauco sospiro. Si volse rapidamente, ma altro non vide se non un fiotto di spuma che s'allargava in forma di cerchio.
" Qualche cadavere tornato a galla? " si chiese, rabbrividendo.
Un grido che veniva dalla parte del rottame si alzò sul mare:
" Attenzione, marinaio!... "
" Che cosa avete scorto? " chiese il nuotatore con inquietudine.
" Un pescecane alle vostre spalle ".
" Gran Dio!... "
" Avete un coltello? "
" Il mio di manovra ".
" Tenetelo pronto: vengo in vostro soccorso! "
S'udì un tonfo, poi balzò in aria uno sprazzo d'acqua scintillante. Il signor Emilio aveva
lasciato l'albero e nuotava verso il marinaio con lena affannosa, per aiutarlo contro l'assalto dell'affamato squalo.
Il nuotatore, in preda ad una terribile ansietà, sapendo per prova con quale formidabile nemico aveva da lottare, si era arrestato, rannicchiando le gambe per timore di sentirse le mozzare da un istante all'altro. Aveva però estratto dalla cintola il coltello di manovra, una specie di navaja spagnuola, acuminata, taglientissima e lunga mezzo piede, arma pericolosa nelle mani d'un uomo risoluto.
Nessun altro rumore giungeva ai suoi orecchi, però la sua ansietà cresceva di momento in momento, poiché lo squalo poteva giungergli sott'acqua e tagliarlo in due con un solo colpo di mascelle. A un tratto vide emergere bruscamente, a meno di dieci passi, una testa enorme, sotto la quale s'apriva una bocca larga quanto una botte sfondata e irta di parecchie file di denti triangolari.
" Aiuto!... " urlò il disgraziato
" Non temete " rispose una voce. " Siamo in due a combatterlo! "
L'assalto del pescecane

Il signor Albani, l'exufficiale di marina, che doveva essere un forte nuotatore, era improvvisamente emerso dietro allo squalo. La luna faceva scintillare il coltello che teneva stretto fra i denti. Con un'ultima bracciata passò dietro al mostro nel momento in cui questo stava per inabissarsi e raggiunse il marinaio, il quale non osava più muoversi pur tenendo in pugno l'arma.
" Non temete, Enrico ", disse il signor Emilio con voce tranquilla. " Se lo squalo ci assale,
avrà il suo conto ".
" Che ci arrivi sotto? " chiese il marinaio, che riprendeva animo, sapendo d'avere un valoroso compagno.
" La luna illumina l'acqua e potremo vederlo: aspettate! " Si tuffò e gettò sotto i flutti un
rapido sguardo, ma non vide nulla. Risalì a galla, tornò a guardare e scorse subito, a venti passi, un leggero tremolìo che indicava l'imminente comparsa d'un corpo gigantesco.
" L'abbiamo alle spalle ", disse. " Mettete il coltello fra i denti e affrettiamoci a battere in ritirata verso l'albero ".
" Non verremo assaliti? "
" Non credo; troverà numerosi cadaveri senza dare addosso ai vivi ", rispose il signor Emilio, con un sospiro.
" Credete che siano tutti morti g1i altri? "
" Credo di sì: affrettiamoci ".
Si misero a nuotare rapidamente, volgendo di frequente il capo per vedere se il pescecane li seguiva; ma pareva che il mostro non pensasse più a loro. Appariva e scompariva emettendo rauchi sospiri, vibrava qualche colpo di coda sollevando vere ondate, ma si teneva lontano;
senza dubbio aveva trovato ben altre prede senza correre alcun pericolo. In pochi minuti i due nuotatori attraversarono la distanza che li separava dall'albero, su cui si teneva il loro compagno, il Piccolo Tonno.
Quest'ultimo superstite era il mozzo del 'Liguria': un ragazzetto di quindici o sedici anni,
agile come una scimmia, bene sviluppato, con un viso intelligente e furbesco. Aveva occhi grandi e neri, tagliati a mandorla, un profilo regolarissimo che rammentava quello delle razze grecoalbanesi, una bocca da donna con due labbra vermiglie, guance abbronzate e capelli neri.
Era stato imbarcato tre anni prima dal defunto capitano Falcone, il quale lo aveva raccolto morente di fame sulle spiaggie d'Ischia. Non aveva conosciuto né il padre, né la madre, e solo si ricordava di aver passato qualche anno in compagnia d'un vecchio pescatore, vivendo con lui fino al giorno in cui quel poveraccio era morto. Rimasto solo, aveva errato a capriccio sulle sponde o nelle campagne delle isole, vivendo di granchi e di frutta che rubava di notte; finché, sopraggiunto l'inverno, estenuato, ridotto a pelle ed ossa, era caduto morente sulla riva, dove era stato trovato dal capitano. Ubaldo, detto il Piccolo Tonno, tale era il suo nome, poiché mai ne aveva avuto un altro, aiutò i compagni a salire sul rottame, cercando contemporaneamente che l'albero non girasse su se stesso.
" Auff !... " esclamò il marinaio, scuotendosi di dosso l'acqua che gli aveva inzuppato le vesti. " Ancora mezz'ora e correvo il pericolo d'andare a picco come una palla di cannone ".
" E di venire tagliato in due da quel mangiatore di uomini, è vero camerata? " disse il mozzo.
" Senza il signor Emilio, non so se a quest'ora avrei ancora attaccate le gambe. Grazie, signore; non dimenticherò mai... ".
" Lascia andare, Enrico ", disse Albani, interrompendolo. " Pensiamo invece a levarci d'impiccio da questa situazione, che è poco allegra ".
" Non domando di meglio. "
" Hai udito nessun grido? "
" Nessuno, signore. lo credo che i nostri disgraziati compagni siano tutti morti ".
" Povero capitano e poveri marinai!... Maledizione ai traditori! "
" Dio li punirà, signore. Anche avendo la scialuppa, non andranno lontani, poiché devono avere con se pochissimi viveri. "
" Non vi era che una bottiglia vuota nell'imbarcazione ", disse il Piccolo Tonno, col suo
strascicato accento meridionale. " Io lo so, avendo pulito la scialuppa ieri mattina ".
" Scorgete dei rottami? " chiese il signor Emilio.
" Non vedo che una botte, galleggiare laggiù ", disse il marinaio.
" Fosse almeno piena! "
" Mi pare vuota, poiché è più che mezza sopra l'acqua ".
" Pure, rottami ce ne devono essere. I pennoni e l'albero di trinchetto devono galleggiare e vorrei vederli ".
" Che cosa sperate, signore? "
" Può esservi qualche naufrago da raccogliere ".
" Non credo ", disse il marinaio, crollando il capo. " Avrebbe risposto alle mie e alle vostre
chiamate ".
" I rottami possono essere lontani, e... ma non vi pare che siamo già molto distanti dal luogo della catastrofe? "
" Infatti, signore, mi sembra che ci allontaniamo ".
" Forse qualche corrente ci trascina ".
" Lo credo anch'io. "
" Ciò è grave. "
" Perché?... "
" Perché ci allontana dai rottami, mentre avremmo forse potuto raccogliere del legname bastante per costruirci una zattera, e anche qualche cassa o qualche barile contenente dei viveri. "
" Proviamo a chiamare, signore ", disse Ubaldo Piccolo Tonno. " Se qualche nostro compagno si è salvato, cercheremo di raggiungerlo, o lui cercherà di raggiungere noi. "
" Proviamo ", disse Albani.
Tre tuonanti chiamate echeggiarono:
" Ohe!... Ohe!... Ohe!..."
Tesero gli orecchi ed ascoltarono con viva attenzione, ma nessuna voce rispose.
Ripeterono le chiamate con maggior vigore, ma invano. Solamente i gorgoglii dell'acqua e i soffi rauchi dello squalo giunsero agli orecchi dei naufraghi.
" Sono tutti periti ", disse il marinaio. " Non siamo vivi che noi, ma perduti nell'immensità
del mare, e destinati a chi sa quale spaventevole sorte."
" Non disperiamo ", disse il signor Albani. " Se Dio ci ha conservati in vita, non sarà certo
per farci poi morire di fame e di sete o sotto i denti degli squali. "
" Ma come siamo sfuggiti alla catastrofe? "
" Perché ci siamo gettati in mare prima che la nave scoppiasse. "
" Voi, ma io no, signore ", disse Enrico. " Io stavo per varcare la murata di prua, quando mi
sono sentito proiettare in aria in mezzo a un nuvolone di fumo e poi piombare in mezzo alle onde, mentre intorno a me cadevano sibilando rottami d' ogni specie. Come sono tornato a galla ancora vivo? Non lo so ".
" È stato un miracolo che i rottami non ti abbiano ucciso ".
" Lo credo, signore. Ed ora, che cosa faremo? Riusciremo a salvarci, o siamo serbati a una lenta e straziante agonia? "
Il signor Albani non rispose: cogli sguardi fissi distrattamente. sulla luna, che seguiva il suo corso in mezzo a un cielo senza nubi, pareva meditasse profondamente. Pensava al modo d'uscire da quella situazione, che d'ora in ora diventava più grave, o alle ultime parole del
marinaio? I suoi compagni, pure pensierosi e tristi, tenendosi strettamente a cavalcioni di quell'avanzo del 'Liguria', gettavano sguardi inquieti sulla sconfinata superficie del mare, forse colla speranza di veder apparire sulla linea argentea dell'orizzonte qualche macchia oscura o qualche punto luminoso che indicasse la presenza d'una nave salvatrice.
" Ascoltatemi ", disse a un tratto l'uomo di mare, scuotendosi. " Sapete dove precisamente si trovava il 'Liguria' nel momento del disastro? Tu, Enrico, eri di quarto, se non m'inganno ".
" A est delle isole Sulu ", rispose il marinaio.
" Sapresti dirmi la distanza? "
" La ignoro, signore. Quando il capitano ha fatto il punto, non ero presente ".
" E nemmeno io ", disse Piccolo Tonno.
" Forse siamo a due o trecento miglia da quell'arcipelago ", disse il signor Albani, come
parlando fra sé. " Una distanza enorme da attraversare, per uomini privi d'un canotto e senza un sorso d'acqua né biscotti."
" Senza poi contare che l'arcipelago di Sulu è abitato dai più temibili pirati della Malesia ",
aggiunse il marinaio.
" Vediamo ", disse il signor Albani. " Dove ci porta questa corrente, che ci allontana dal
luogo del disastro? "
" Aspettate, signore ", disse il mozzo. " Ho una piccola bussola in tasca, regalatami dal ca
pitano ".
Estrasse il prezioso oggetto, lo espose ai raggi della luna e guardò l lancetta. " Andiamo ver
so est ", disse.
" Verso l'arcipelago? " chiese il marinaio.
" Sì ", confermò il signor Emilio. " Quale velocità credete abbia questa corrente? "
" Forse un miglio e mezzo all'ora ".
" Supponendo che l'arcipelago fosse lontano trecento miglia, quanto impiegheremmo a
raggiungerlo? "
" Duecento ore, ossia otto giorni e otto ore ".
" Ventre di pescecane!... " esclamò il marinaio. " Tanto da morire fame con tutto comodo!... "
" Se non di fame, per lo meno di sete ", disse il signor Emilio. " Col calore che regna su
questo mare, non potremo resistere ".
" E poi otto giorni senza chiudere occhio! " aggiunse Piccolo Tonno. " Temo di non dover più mai rivedere né Ischia, né Napoli ".
" Né io papà Merlotti, il taverniere di via Sottoripa, mio buon amico disse il marinaio.
" Addio, Genova!... "
" C'è tempo a morire, amici miei '', disse Albani. " È vero che questo mare è poco battuto dalle navi, ma possiamo venire raccolti da una di esse, oppure spinti verso qualche isola dell'arcipelago. Ve ne sono parecchie lontane dal gruppo principale, e chissà che qualcuna non ci sia vicina ".
" Per ora non ne vedo, signore ".
" Navighiamo da mezz'ora, Enrico. Aspetta domani mattina o posdomani ".
" Ma non abbiamo nulla da porre sotto i denti, signore ".
" In due o tre giorni non si muore ".
" Ma il sonno? Resisteremo? "
" Vi sono delle funi appese all'albero e anche dei pezzi di vela. Chi c'impedirà di fabbricare,
alla meglio, un'amaca, di appenderla ai due pennoni o fra la crocetta e un'antenna?... "
" E' vero ", disse il mozzo.
" Zitto ", lo interruppe il marinaio.
" Che cos'hai udito? " chiese Albani. Un tonfo si udì dietro l'albero. I tre naufraghi si volsero di comune accordo e videro una massa nerastra emergere a pochi passi di distanza fissando su di loro due occhi rotondi, colla pupilla azzurrognola e l'iride verdeoscura. Una bocca enorme, semicircolare s'aprì, emettendo un rauco brontolìo e mostrando una corona di denti piatti, triangolari, frastagliati, che si muovevano come se già gustassero la preda agognata.
" Ancora quel dannato pescecane! " esclamò il marinaio, impallidendo. " Ma che non ci lasci proprio più? "
" Attenti alle vostre gambe ", disse Albani.
" E alla sua coda ", aggiunse il mozzo.
Lo squalo, che doveva aver seguìto il rottame colla speranza d'impadronirsi presto o tardi delle vittime, allungò il grosso capo appiattito verso l'albero, come se volesse conoscere
più da vicino le prede, e con un poderoso colpo di coda uscì più di mezzo dall'acqua.
I tre naufraghi con un moto istintivo, pur tenendosi sempre a cavalcioni dell'albero, si gettarono indietro, aggrappandosi ai cordami del pennone di gabbia, il quale si manteneva ritto, mentre l'altra metà si trovava sommersa.
" Su le gambe ", gridò Albani.
" Fulmini!... "
" San Gennaro mandi un accidente a quel mangiatore d'uomini!... "
" Attenzione!... "
Lo squalo stava per ritentare un assalto certamente più impetuoso del primo. Quei mostri, sebbene pesino cinque o anche seicento chilogrammi, sono dotati d'una agilità straordinaria. Con un colpo della possente coda riescono a slanciarsi fuori dall'acqua per parecchi metri, ed una volta ne fu veduto uno toccare perfino l'estremità del pennone di trinchetto d'una nave negriera, per impadronirsi d'un cadavere che era stato appositamente colà sospeso.
Gli occhi del mangiatore d'uomini tradivano un'ardente bramosìa e la sua bocca si era aperta smisuratamente, illuminandosi di quella luce vivida e sinistra che i pescicani proiettano
durante la notte. S'immerse un istante, come se volesse prendere maggiore slancio, poi si scagliò uscendo tutto intero dall'acqua; ma invece di colpire i naufraghi, che si erano lasciati cadere precipitosamente, varcò l'albero e piombò dall'altra parte, imbrogliandosi fra i bracci del pennone, le sartìe e i paterazzi. Quasi nel medesimo istante si udì Piccolo
Tonno urlare:
" Una scure!... Una scure!... "
CAPITOLO IV
Terra!... Terra!...

La paura aveva fatto impazzire il mozzo o i suoi occhi avevano proprio veduto un'arma?.. Il marinaio e il signor Albani, che erano risaliti prestamente sull'albero. cercarono il loro compagno e lo videro correre. mantenendosi ritto meglio d'un equilibrista giapponese, verso
l'estremità del tronco, abbassarsi rapidamente e fare sforzi disperati come se volesse strappare un oggetto profondamente infisso nel legno.
" Ehi, Piccolo Tonno!... " gridò il marinaio.
" Vuoi farti mangiare dal pescecane?.. "
" Una scure!... Una scure!... " ripeteva il mozzo, raddoppiando gli sforzi.
" Ma dov'è? " chiese il signor Albani.
" È qui, infissa nell'albero ".
" Una scure lì?... "
" Sì, signor Emilio ".
" Spicciati, mio Piccolo Tonno! " urlò il marinaio. " Il pescecane sta per tornare! "
Il mozzo raccolse le proprie forze e con una strappata irresistibile staccò la scure. Si raddrizzò mandando un grido di trionfo e la porse al signor Emilio.
Lo squalo, sbarazzatosi dalle corde che lo avevano imprigionato sotto le pinne triangolari, ritornava verso l'albero per tentare un terzo e forse più pericoloso assalto. Nuotò fino a dieci passi dai naufraghi, s'inabissò un'ultima volta e, rinnovando il colpo di coda, balzò innanzi, ma andò a cadere proprio sopra l'albero, il quale affondò sotto quell'enorme peso.
Il marinaio e il mozzo caddero in acqua, ma l'uomo di mare si tenne fermo stringendo le gambe con suprema energia, poi, pronto come il lampo, alzò la scure e la lasciò cadere con forza disperata sullo squalo che gli passava dinanzi.
Risuonò un colpo sordo e uno spruzzo di sangue schizzò in aria. Il mostro agitò furiosamente la possente coda. spezzando di colpo il pennone di pappafico che sporgeva dall'acqua, e sparve formando dietro di se un risucchio spumeggiante.
" Ucciso? " gridarono il marinaio e il mozzo, che erano tornati prontamente a galla.
" Non credo, ma suppongo che ne avrà abbastanza per ora e che non avrà più voglia di ritornare all'attacco ", rispose Albani.
" E la scure?.. Perduta forse? "
" No, Enrico; è un'arma troppo preziosa per non conservarla ".
" Ma come mai quell'arma si trovava infissa nell'albero? "
" Credo sia quella che fu adoperata dal nostromo. Mi ricordo che quando l'albero cadde, egli si era allontanato precipitosamente per non farsi schiacciare dal pennone di gabbia ".
" Ma che non sia morto lo squalo? "
" Ti dico che non oserà tornare ".
" Mi premeva che fosse stato ucciso. Almeno avremmo avuto carne in abbondanza ".
" Più coriacea di quella di un mulo vecchio ".
" Ma in mancanza di meglio poteva servirci, signor Albani. Ohi... "
" Che cos'hai ancora?... "
" S'alza la brezza ".
" E soffia da ponente ", disse il mozzo.
" Buono! " esclamò Albani. " Ci spingerà più rapidamente verso l'arcipelago delle Sulu. "
" Un'idea, signore! "
" Parla, Enrico. "
" Ecco qui il pezzo del pennone di pappafico rotto dalla coda dello squalo ".
" Ebbene, che cosa vuoi concludere?... "
" Che non ci mancano né funi, né vele. Possiamo approfittare di questa brezza ".
" È vero: affrettiamoci, amici ".
Si misero tutti e tre al lavoro, senza perdere tempo, sapendo per esperienza che in quei climi caldi le brezze notturne cessano ordinariamente col levar del sole.
Ritirarono il pennone spezzato che era stato trattenuto da una fune e lo rizzarono, cacciando una estremità fra le crocette le quali servivano, in certo modo, da morsa. Assicuratolo con dei pezzi di paterazzi e di sartìe, ritirarono dall'acqua la vela di gabbia e, servendosi dell'alberetto come d'antenna, la spiegarono meglio che poterono, cercando di mantenere più larga che fosse possibile l'estremità inferiore.
La brezza, che soffiava regolarmente e abbastanza fresca, non tardò a gonfiarla e l'albero cominciò a filare verso l'est, lasciandosi dietro una leggera scia gorgogliante. Non manteneva una linea dritta, come ben si può immaginare, e deviava di frequente per mancanza d'un timone o almeno d'un remo, ma pure guadagnava via, e aiutava efficacemente l'azione della corrente.
I tre naufraghi, che tenevano le scotte allargate, già si rallegravano di quella corsa, quando
videro riapparire improvvisamente lo squalo.
" Ancora lui! " esclamò il marinaio, tendendo i pugni. " Ma che non voglia più lasciarci, quel dannato mangiatore d'uomini? ... Bisognerà sfondargli il cranio per fargli rinunciare a questa caccia accanita? "
" Ha fame ", disse Albani, " e quando questi mostri hanno appetito, seguono le prede con una costanza incredibile ".
" Eppure gli avete accarezzato rudemente il corpo ".
" Bah! Posseggono una vitalità straordinaria e, se non si toccano al cuore o al cervello, non muoiono. Aggiungi poi che siamo naufraghi e quando quei mostri feroci scorgono un rottame o una zattera, non la lasciano più, certi di avere presto o tardi delle prede ".
" Spera dunque che una tempesta scagli le sue onde contro di noi e ci strappi da quest'albero?"
" Senza dubbio, Enrico ".
" Fortunatamente il tempo non accenna a cambiare, almeno per ora ".
" E se cambierà ci troveremo allora tanto vicini alle Sulu, da non temerlo più ".
" Ah!... se quel pescecane mostrasse ancora la sua testa presso l'albero!... "
" Lascia che nuoti a suo comodo, Enrico. Ti assicuro che non c'inquieterà! Occupiamoci invece della nostra vela e procuriamo di tenerla ben tesa ".
La brezza notturna si manteneva costante, anzi accennava ad aumentare, quantunque ormai mancassero poche ore allo spuntare dell'alba. Il rottame, che manteneva la sua stabilità a causa della botte e del pezzo del castello che erano riusciti a ricuperare e che servivano come
di bilanciere, continuava ad avanzare con una velocità di due o tre nodi, guadagnando via verso levante. La corrente dal canto suo lo aiutava, facilitando la corsa.
Già altre due ore erano passate, quando il Piccolo Tonno, che si levava di frequente in piedi per abbracciare maggior orizzonte, sperando sempre di scorgere qualche punto luminoso che indicasse la presenza di una nave, segnalò alcuni volatili che filavano verso l'est.
" Che siano uccelli costieri? " chiese Enrico, con una certa emozione.
" Fa ancora troppo scuro per poterli distinguere ", rispose Albani, che li osservava con grande attenzione. " Dal loro volo pesante non mi sembrano né procellarie, né fregate ".
" Si tengono sempre lontani dalle coste, questi volatili? "
" Ordinariamente sì, perché s'incontrano perfino a cinque o seicento miglia dalle isole e dai continenti ".
" Allora quegli uccelli che fuggono verso levante saranno dell' Arcipelago ".
" Possono anche essere migratori, amico mio, e diretti chi sa mai dove ".
" Signore!... " esclamò in quell'istante il mozzo, con voce rotta.
" Che cos'hai? " chiese Albani.
" Là!... là!... Guardate!... "
" Dove? "
" Dinanzi a noi!... Alzatevi in piedi!... "
Albani e il marinaio s'affrettarono a obbedirlo e scorsero, a una grande distanza, emergere dall'orizzonte una massa oscura, la quale spiccava nettamente sulle acque illuminate dalla luna.
" Un'isola!... " esclamò il marinaio con voce soffocata.
L 'uomo di mare non rispose. Colla fronte aggrottata, gli sguardi fissi, guardava con profonda attenzione quella massa nerastra, che somigliava vagamente alla cima d'una montagna.
" Un'isola? " ripeté il marinaio con crescente ansietà.
" Sì ", rispose finalmente il veneziano. " No... non possiamo ingannarci... la terra è là! "''
Un grido di gioia irruppe dal petto dei due marinai.
" Evviva!... Evviva!... Grazie a Dio, noi sia mo salvi!... "
" Sì! " ripete Albani, che continuava a guardare. " Terra!... Terra laggiù!... "
" Lasciate che vi abbracci, signor Albani!... " gridò il marinaio, che pareva impazzisse per la
gioia.
" Fa' pure, ma bada di non cadere ", disse il veneziano, ridendo. '' Il pescecane ci segue sempre ".
" Non lo temo più ". Il marinaio gli gettò le braccia al collo, poi volgendosi verso il mozzo.
" Un abbraccio anche a te, mio Piccolo Tonno! " disse.
" Bada!... Mi fai abbandonare la scotta ".
" La riprenderemo poi ".
E l'espansivo marinaio strinse al petto anche il mozzo.
Il rottame continuava a filare in direzione dell'isola, spingendolo il vento precisamente da
quella parte. Il picco pareva che di momento in momento crescesse sull'orizzonte. Era un'isola appartenente all' Arcipelago di Sulu e abitata, oppure una di quelle scogliere deserte che sono così numerose in quel mare? Pel momento ai naufraghi poco importava saperlo; a loro bastava poter toccare quella terra per riposarsi e per dissetarsi, essendo certi di trovare un po' d'acqua o per lo meno delle frutta. Albani, tenendosi ritto presso il pennone di pappafico, guardava con crescente attenzione il picco, che si delineava sempre più nettamente sull'orizzonte, il quale ormai cominciava a rischiararsi, approssimandosi l'alba. Pareva che cer
casse d'indovinare a quale terra appartenesse.
" Vedete nulla, signore? " chiese il marinaio, che non poteva tacere.
" Nulla ", rispose il veneziano.
" Nemmeno un punto luminoso? "
" No ".
" Sembra vasta quell'isola? "
" Non mi pare ".
" Che sia deserta? "
" Te lo dirò quando saremo sbarcati ".
" Io la preferirei disabitata, signore ", disse il mozzo.
" Briccone! E come faresti a procurarti dei viveri se non possediamo un fucile? "
" Abbiamo una scure e due coltelli ".
" Che Robinson miserabili! Crosuè aveva almeno delle armi da fuoco e la dispensa della nave ".
" Ne faremo a meno ".
" Vorrei vederti alla prova ".
" Scorgo le sponde dell'isola ", disse in quell'istante Enrico. Il signor Emilio e il mozzo,
aiutandosi l'un l'altro per mantenersi in equilibrio, s'alzarono in piedi.
L 'isola non distava che cinque o sei miglia ed ora la si scorgeva perfettamente. Pareva non dovesse essere vasta, poiché si estendeva per poche miglia verso est e verso ovest e il suo
monte s'alzava per tre o quattrocento metri, formando presso la vetta due punte dentellate a
mò di sega. Dinanzi alle spiagge emergevano delle masse oscure, probabilmente delle scogliere corallifere, e attorno ad esse si vedeva l'acqua spumeggiare per un vasto tratto.
" La risacca sarà violenta laggiù ", disse il marinaio, " ma noi approderemo egualmente. Piccolo Tonno, lascia andare la scotta: cammineremo di più ".
La brezza, che era aumentata invece di diminuire, urtava la vela con una certa violenza, imprimendo al rottame delle brusche scosse.
La tranquilla superficie del mare cominciava a rompersi e delle larghe ondate si formavano,
correndo da ponente a levante. Alle quattro del mattino, quando le prime luci dell'alba cominciavano a far impallidire gli astri, i naufraghi giungevano dinanzi alle prime scogliere dell'isola. La risacca si faceva sentire violentemente.
Le ondate e le contro ondate si urtavano con gran furia, rompendosi e accavallandosi con lunghi muggiti e coprendosi di spuma. Il rottame, scosso da tutte le parti, trabalzava disordinatamente, minacciando di rovesciare in acqua i naufraghi. Già il pennone e la vela erano caduti a causa di quelle spinte disordinate. A un tratto toccò: si era arenato su un basso fondo.
" In acqua!... " gridò il signor Emilio.
Il marinaio mise il coltello nella cintola e abbandonò l'albero. Aspettò che l'onda, spinta
dalla risacca, passasse e si slanciò verso la spiaggia, arrestandosi dinanzi a una specie di caverna entro la quale le acque si precipitavano con lunghi muggiti. I suoi compagni lo seguirono correndo.

CAPITOLO V
I mostri dell'Oceano

Quella parte dell'isola, a prima vista, non presentava passaggi per salire la costa, la quale era alta assai e scendeva quasi a picco. Pel momento l'unico rifugio era quella caverna, che doveva essere stata scavata dall'impeto continuo delle ondate.
Né a destra né a sinistra si scorgeva alcun tratto di terra larga abbastanza da permettere ai naufraghi di sedersi e tanto meno di sdraiarsi.
Quantunque nella caverna entrassero le onde, il marinaio s'inoltrò, sperando di trovare nell'interno un posto per potersi riposare. Aspettò un istante perché l'ondata uscisse, poi
si spinse arditamente innanzi, seguito dal signor Emilio e dal mozzo; ma d'improvviso si ritrasse, emettendo un grido di sorpresa e di terrore. Una specie di braccio, assai grosso, appena visibile in quella prima luce che penetrava a stento dall'apertura, gli era piombato addosso, stringendolo a mezzo corpo.
Dapprima il marinaio credette che fosse un braccio umano, ma ben presto s'accorse d'essersi ingannato: dinanzi a lui brillavano due occhi grandi, rotondi, fosforescenti, i quali lo fissavano in tal modo che pareva volessero affascinarlo.
Il marinaio era coraggioso, ma nel trovarsi dinanzi a quel mostro misterioso, in quella
semioscurità, colle onde che gli urlavano intorno minacciando di rovesciarlo e con quel braccio che lo stringeva già con grande energia, si sentì rimescolare il sangue e rizzare i capelli.
" Signor Emilio!... " urlò con voce strozzata.
" Che cosa avete? " chiese il veneziano, che nulla aveva potuto vedere, trovandosi ancora indietro. Il marinaio non poté rispondere. Quel braccio lo stringeva in modo da soffocarlo e alle reni gli faceva provare un dolore così acuto, come se gli si succhiasse il sangue a forza.
Non si era però smarrito d' animo. Facendo uno sforzo disperato, trasse il coltello dalla cintola e con un rapido colpo tagliò netto quel membro dotato di forza straordinaria.
Il veneziano correva allora in suo aiuto, tenendo ben stretta in pugno la scure. Con un solo sguardo vide subito con quale formidabi le avversario aveva a che fare.
" Indietro! " urlò.
Il marinaio girò sui talloni lanciandosi verso l'apertura, ma due altre braccia lo afferrarono cercando di sollevarlo, mentre altre tre piombavano sul suo compagno.
" Ah!... Canaglia! " urlò Albani, furibondo.
Non badando che alla propria rabbia, si scagliò a corpo perduto contro quei due grandi occhi che brillavano nell'oscurità, menando colpi disperati, mentre il marinaio agitava pazzamente il coltello percuotendo a destra e a sinistra.
A un tratto si sentirono inondare da una scarica di liquido denso, che tramandava un acuto odore di muschio, mentre le braccia che li stringevano cadevano inerti. Mezzo soffocati e
acciecati, guadagnarono a tentoni l'uscita, presso la quale si teneva il mozzo, che urlava come
un ossesso.
" Fulmini di Genova! " esclamò il marinaio, correndo a tuffarsi nelle onde. " Che m'abbia
acciecato? ... "
" Ma siete inondati d'inchiostro! " urlò il mozzo. " Che cosa è accaduto, dunque?.. "
" Aspetta un po' che mi lavi!... Mondaccio birbone... Sono profumato come un caimano!... "
Anche il veneziano balzò in acqua e si lavò con grande vigore, stropicciandosi il viso, i capelli e le vesti.
" Ma cos'è accaduto, dunque? " ripeteva il mozzo, il quale lanciava sguardi impauriti ver
so la caverna.
" Auff ! " esclamò finalmente il marinaio, riguadagnando la sponda. " Era inchiostro di prima qualità!... "
" Ma avete combattuto contro dei calamai? " chiese il mozzo, che ormai rideva a crepapelle.
" No, contro uno solo; ma se tu l'avessi veduto, ragazzo mio, non, avresti più una goccia di sangue in corpo. Che braccia!... E che occhi!... Se mi avesse stretto un po' di più, avrebbe fatto uscire gl'intestini dalla bocca, te lo assicuro ".
" Un polipo formidabile, dunque?... "
" Enorme ".
" E l'avete ucciso? "
" Credo ".
" E stava in quella grotta come nella sua casa? "
" Precisamente, Piccolo Tonno ".
" Ah!... San Gennaro, aiutami! "
" Cosa c'è? "
" Oh! l'orribile mostro! "
" Fulmini!... ancora lui!... Signor Emilio! "
Albani, che aveva allora terminato di lavarsi, guadagnò prontamente la riva, ma subito si arrestò. Dalla caverna marina usciva in quel momento il mostro che li aveva poco prima assaliti, tentando di tornare in mare.
Quel calamaro gigante faceva paura. Era di dimensioni enormi, poiché poteva pesare mille chilogrammi, biancastro ma quasi gelatinoso, con braccia lunghe sei metri, fornite d un gran numero di ventose destinate a succhiare il sangue delle vittime, con un becco grandissimo, di
sostanza cornea, che somigliava nella forma a quello dei pappagalli, e due occhi grandi, piatti, glauchi. S'avanzava penosamente, essendogli state recise tre braccia, e cercava di approfittare delle onde che la risacca scagliava contro la caverna.
" Fuggite! '' gridò il signor Emilio.
Sul fianco destro della caverna si prolungava una fila di scoglietti, gli uni collegati agli altri da banchi di sabbia che la bassa marea aveva lasciati scoperti, e che si univano all'altra sponda. I naufraghi senza più esitare si slanciarono verso quegli scogli, cercando di giungere presso la riva, e si arrestarono dinanzi a una rupe gigantesca che s'inalzava per due o trecento piedi. Il calamaro gigante, fortunatamente, pareva che non pensasse a dare loro una seconda battaglIa, ma solo a raggiungere il mare. Attese che una nuova onda giungesse presso la caverna, e quando la vide ritirarsi si lasciò trascinare via.
Per qualche istante furono vedute le sue braccia agitarsi fra la spuma, poi l'intera massa
scomparve sott'acqua.
" Buon viaggio! " gridò il marinaio, respirando liberamente. " Fulmini!... Come era brutto!... Non ne ho mai visto uno simile!... "
" I cefalopodi sono piuttosto rari ", disse Albani.
" Si chiamano cefalopodi, quei mostri?... "
" Sì, Enrico ".
" Sono pericolosi? ... "
" Posseggono tale forza nelle braccia, da stritolare un uomo robustissimo. Aggiungi poi che le loro ventose dove si applicano succhiano il sangue, e se tu non fossi stato vestito, le avresti
provate ".
" Ma il furfante morrà, così mutilato ".
" Non crederlo, amico mio. I cefalopodi hanno la vita dura e per ucciderli bisogna colpirli
al cuore o meglio ai cuori, poiché ne hanno tre".
" Ma ha perduto tre braccia, signore ".
" Col tempo le rifarà ".
" Cosa dite?.. Torneranno a crescergli le braccia?... "
" Sì, fra sette anni. Ma lasciamo andare il cefalopodo e cerchiamo di scalare questa costa. Vedo degli alberi lassù che promettono delle frutta, se non m'inganno ".
" Siamo marinai, signore, e spero che ci riusciremo ".
Il sole spuntava allora, illuminando il mare e l'isola. Alzando gli occhi verso l'alta sponda,
i naufraghi ormai distinguevano perfettamente degli alberi di mole enorme, coperti di folte e
grandi foglie, in mezzo alle quali apparivano delle grosse f.rutta spinose, di forma un po'
allungata.
" Se non m'inganno sono durion ", disse il signor Emilio. " Sarà un po' difficile far cadere
quelle frutta, ma chissà che a terra non ve ne siano ".
Si misero a osservare la rupe, ma alla base essa era così liscia, da non permettere la salita
nemmeno a un gatto o ad una scimmia. Quattro metri più sopra però vi erano numerosi crepacci e radici e sterpi, i quali potevano offrire appigli per una scalata.
" Corpo d'un tre alberi sventrato! " esclamò il marinaio, che si rompeva inutilmente le unghie contro quella parete liscia e dura. " Che non si possa giungere lassù? "
" Colla pazienza ci riusciremo ", disse il signor Emilio. " Dov'è il rottame? "
" Si è arenato presso la caverna ", rispose il mozzo.
" Va' a tagliare un paterazzo dell'albero ".
Il mozzo si recò presso la caverna e poco dopo ritornò tirando la lunga e grossa gomena incatramata.
" Formiamo ora una scala umana ", disse il veneziano. " Tu, Enrico, appoggiati alla rupe; io salgo sulle tue spalle e Piccolo Tonno sulle mie, portando con sé il paterazzo ".
" Sarai poi capace di salire? " chiese il marinaio al mozzo.
" Mi basta puntare un piede e una mano in una di quelle fessure ", rispose Piccolo Tonno.
" Avanti, allora! "
Il marinaio s'appoggiò alla rupe inarcando il robusto dorso, il signor Emilio gli salì sulle
spalle con un solo salto, poi il mozzo, che si era legata la fune attorno ai fianchi, sormontati i due uomini s'arrampicò sulla roccia con un'agilità da scoiattolo, aggrappandosi a una radice e puntando i piedi nudi entro un crepaccio.
" Ci sei? " chiese il marinaio.
" Salgo ", rispose il ragazzo.
Il signor Emilio balzò a terra e guardò in aria. Piccolo Tonno s'arrampicava sul fianco della rupe con rapidità sorprendente e con sicurezza, tenendosi stretto agli sterpi o alle radici e approfittando delle più lievi sporgenze e delle più piccole fessure.
In pochi istanti raggiunse felicemente la vetta della grande rupe che si addossava alla spiaggia.
" Che cosa vedi? " chiese il marinaio, impaziente.
" Tanti alberi e delle canne immense ".
" Vi sono delle capanne? " chiese il signor Emilio.
" Non ne vedo ".
" Lega la fune, poi gettala ".
" Signor Albani!... "
" Cosa c'è ancora?... "
" Vedo delle scimmie ".
" Non valgono il giupin, ma allo spiedo basteranno pei nostri stomachi affamati '', disse il
marinaio.
" Giù la fune, ragazzo mio!... "
Il mozzo legò un capo del paterazzo attorno alla punta d'una roccia e gettò l' altro, il quale
cadde in acqua.
" A voi, signore ", disse Enrico.
Albani afferrò la fune e si mise a salire con una destrezza che dimostrava la sua famigliarità
colla ginnastica, e raggiunse il mozzo, il quale ammirava estatico alcuni uccelli dalle penne
splendide, che volteggiavano attorno agli alberi.
Quella parte dell'isola, le cui sponde erano così elevate, pareva fosse assai accidentata e formasse le ultime pendici della montagna già scorta, la quale s'alzava a meno di un miglio dal
mare. Il terreno saliva e scendeva in forma d'ondulazioni assai accentuate, ed era coperto da
folte boscaglie, le quali poi s'arrampicavano sui fianchi del monte.
Si vedevano alberi d'ogni specie incrociare i rami, tanto crescevano uniti, gli uni altissimi e
grossi assai, altri esili e più bassi e altri ancora nodosi e contorti, tutti coperti da piante rampicanti che formavano dei pittoreschi festoni.
Molti uccelli di diverse specie volavano qua e là fuggendo in mezzo agli alberi più folti, mentre sulle sponde volteggiavano bande di rondini salangane e parecchi volatili acquatici.
Nessuna traccia d'abitanti si scorgeva su quella costa: non canotti, non capanne, non un fuoco o del fumo che indicassero la presenza di qualche abitante. Si vedevano invece numerose scimmie, di quelle chiamate nasi lunghi (Nasalis lardatus), dalla fisonomia comica, col naso lungo, grosso, a punta rigonfia e rossa come quella dei discepoli di Bacco, occupate a
saccheggiare le frutta degli alberi.
" Nessun abitante, signore? " chiese il mari naio raggiungendo Albani.
" No, finora ", rispose questi.
" E da mettere sotto i denti, nulla? ...Ho un appetito formidabile e vi assicuro che darei un
anno di vita per una zuppiera di quel giupin, che papà Merlotti sapeva fare così delizioso ".
" E io due per un piatto di maccheroni col pomodoro ", disse il mozzo.
" Per ora vi accontenterete delle frutta di questi durion ", rispose Albani sorridendo.
" Sono buone almeno? " chiese il marinaio.
" Le migliori e le più nutrienti di tutte, ma.... "
" C'è un ma?... "
" Non so se saprete vincere l'odore ingrato che esalano ".
" Toh!... Sono le frutta più squisite e hanno un profumo che non tutti possono affrontare!... Che specie di frutta sono dunque? "
" Deliziose, ti ho detto ".
" Puzzassero anche di catrame, io le manderò giù ", disse il mozzo. " Ho lo stomaco vuoto che
reclama la colazione molto imperiosamente ".
" Seguitemi ", disse Albani. " Ecco delle frutta ben mature, che sono già cadute ".

 

CAPITOLO VI
I "robinson" italiani

Presso un piccolo poggio sorgeva un gruppo d'alberi altissimi, col tronco grosso assai e perfettamente liscio, coperti, a un'altezza di sessanta o settanta piedi dal suolo, da foglie assai folte. Ai piedi di quei colossi si vedevano delle frutta grosse come la testa d'un uomo, ma di forma oblunga, coperte da una buccia verde giallognola, irta di punte acutissime, lunghe
parecchi centimetri. Alcune erano ancora chiuse, ma altre presentavano delle fessure dalle
quali sfuggiva un odore niente affatto piacevole, poiche rassomigliava a quello che esalano i
formaggi putridi e raglio guasto. Attraverso quelle spaccature però si scorgeva una polpa
biancastra, che pareva promettente.
" Che odore! " esclamò il marinaio, arricciando il naso e facendo una brutta smorfìa.
"Quest'albero produce del gorgonzola un po' troppo guasto! "
" O del caciocavallo putrido? " chiese il mozzo.
" Toh! " esclamò il veneziano. " lo vi offro le migliori e più delicate frutta della flora malese e voi cominciate già a protestare ".
" Le vostre frutta saranno squisite, signore, ma tramandano un profumo tale da far scappare perfìno i cani ".
" Io invece ti dico, Enrico, che i cani addenterebbero subito e con molto piacere la polpa di queste frutta, anzi ti dirò che ne sono ghiottissimi, avendo essa il sapore d'una sostanza
animale più che vegetale. Orsù, non fate gli schizzinosi ".
Il signor Albani spaccò un frutto, adoperando la scure per non ferirsi le mani con quelle punte pericolose, ed estrasse la polpa che esso conteneva, facendo uscire dei grossi semi avviluppati in una pellicola. .
" Inghiottisci questa polpa ", disse, offrendola al marinaio. " Se l'odore Ingrato ti da noia,
turati il naso ".
Il marinaio, quantunque avesse i suoi dubbi sulla squisitezza di quelle frutta, ne mise un
pezzo in bocca e, contro ogni previsione, lo inghiottì avidamente.
" Ma è deliziosa! " esclamò. " Migliore della crema più delicata, e profumata più delle frutta
dei nostri paesi. Mangia, Piccolo Tonno, mangia!... I gelati della tua Napoli perdono nel confronto ".
Il mozzo, incoraggiato da quelle parole, si turò il naso e mandò giù.
" Chi direbbe cne queste frutta così puzzo lenti siano così buone! " esclamò. " Ancora, signor Emilio, ancora! "
Le frutta abbondavano e, possedendo la scure, i naufraghi non si trovavano impacciati ad aprirle. Abituatisi presto a quell'odore ingrato, fecero una vera scorpacciata di quella polpa
tenera e delicata.
" Ma i semi non si mangiano? " chiese il marinaio.
" Sì ", rispose Albani. " Si arrostiscono come le nostre castagne, e ne hanno anche il sapore".
" Signor Albani, facciamo una raccolta di queste frutta ".
" Si guastano presto, Enrico, e quindi non ne vale la pena; e poi questo cibo è sostanzioso
fino a un certo punto. Bisognerà trovare qualche cosa di più solido ".
" Della carne? Credete che vi siano degli animali in quest'isola? "
" E perché no? Troveremo dei babirussa, dei tapiri forse, delle scimmie e fors'anche degli animali pericolosi: delle tigri, per esempio ".
" Delle tigri!... Diavolo!... E noi non abbiamo che una scure e due coltelli! Non so cosa
accadrebbe di noi se uno di quegli animali ci assalisse!... Udiamo, signore: che cosa avete intenzione di fare? Mi pare che la nostra situazione non sia molto brillante ".
" Sedetevi ed ascoltatemi, amici miei ", disse Albani. " lo non so in quale isola siamo approdati, ma credo che sia una di quelle che formano l'Arcipelago di Sulù e che sia disabitata. Forse m'ingannerò, ma temo che noi siamo destinati a fare la vita dei Robinson e ad intraprendere una vera lotta, per poterci trarre d'impiccio. Questo mare poco noto, poco frequentato
dalle navi, essendo noi lontani dalle linee ordinarie dei velieri che dalle isole della Sonda si recano alle Filippine, non ci offrirà tanto presto l'occasione di venire raccolti, e chi sa per quanto tempo saremo costretti a rimanere qui. Fortunatamente, se quest'isola sembra deserta, è ricca di piante, e la flora malese può procurare, per chi sappia approfittarne, mille cose sufficienti ai bisogni della vita.
" Non scoraggiatevi quindi: si tratta di lavorare e, se Dio ci protegge, spero di potervi far passare tranquillamente, senza timori e senza sofferenze, tutto il tempo che saremo costretti a fermarci su quest'isola. Siamo i più poveri di tutti i 'Robinson' poichè gli altri, cominciando da Selkirk, il caposcuola, l'eroe di Daniel de Foe, possedevano almeno delle armi da fuoco, mille cose utilissime che traevano dalle loro navi naufragate; ma colla fermezza e colla volontà noi nulla avremo da invidiare agli altri. Intanto, amici miei, pensiamo a fabbricare un ricovero, che è la cosa più urgente di tutte. Col tempo poi fabbricheremo delle armi mortali quanto i fucili..."
" Delle armi!... " esclamarono i due marinai stupiti. " Ma dove le troverete? "
" A suo tempo lo saprete ", rispose Albani.
" Poi cercheremo il pane... "
" Anche il pane!... "
" Sì, amici, e vi assicuro che il forno che costruiremo avrà molto da lavorare ".
" Fulmini! "
" Terremoto del Vesuvio! "
" Poi verrà il resto. Avremo del vino, dell'olio, candele, stoviglie ecc. Conosco la flora
malese e so quante cose indispensabili alla vita può produrre. La natura penserà a darci tutto".
" Ma voi siete un grand'uomo, signore! " esclamò il marinaio.
" Niente affatto ", rispose Albani, sorridendo. " Ho viaggiato assai, specialmente nella Malesia, e metterò a profitto tutto ciò che ho imparato nelle mie escursioni. Al lavoro, amici!... Prima di questa sera, bisogna avere un ricovero ".
" Ma non abbiamo ancora bevuto, signore " disse il marinaio, " ed io sarei ben felice di poter ingollare un sorso d'acqua ".
" Ecco una pianta che ci darà dell'acqua buonissima ", rispose il veneziano. " La natura comincia il suo ufficio di provveditrice dei 'Robinson' ".
Egli si era avvicinato a una specie di liana ramosissima che s'arrampicava attorno a un durion, formando dei graziosi festoni, e aveva impugnnato il coltello del mozzo.
" Preparatevi ad accostare le labbra ", disse.
Con un colpo secco la troncò, e dai due capi si videro tosto sgorgare due zampilli d'acqua limpidissima.
" Non sarà velenosa, signore? " chiese il marinaio, esitando.
" No, uomo diffidente: bevi con tuo comodo: ce n'è per tutti ".
Enrico e il mozzo applicarono le labbra ai due pezzi della liana e bevettero avidamente, poi lasciarono il posto al signor Albani, che si era rifiutato di accettarlo prima.
" È vera acqua, signore ", disse il marinaio.
" Ma che specie di pianta è questa, che fa l'ufficio delle fontane?".
" È chiamata aier dagli abitanti delle Molucche e d' Amboina, ma è poco conosciuta dai naturalisti europei. Solamente Rumfìo e il nostro Rienzi, il valoroso esploratore di queste regioni, ne hanno fatto cenno. È però comunissima e gl'isolani ne fanno molto uso quando l'acqua diventa scarsa nei serbatoi e nei torrenti. So che anche le frutta di questa liana contengono molto umore acqueo ".
" Che piante strane! " esclamò Piccolo Tonno.
" Ne troveremo delle altre che ci daranno dell' acqua. Seguitemi, amici ".
" Dove ci conducete? ..."
" A trovare i materiali per la nostra capanna. Vedo laggiù una piantagione di bambù, e quelle canne robustissime e facili a trasportarsi ci serviranno a meraviglia ".
" E i rottami non possono servirci? "
Il veneziano parve colpito da quella domanda.
" È vero ", disse. " Vi sono i cordami, le vele e anche le aste di ferro dei pennoni, che ci possono giovare per molti usi. È meglio che riportiamo tutto ciò a terra, prima che la marea respinga il rottame al largo. Questa notte potremo accontentarci d'una tenda ".
Tornarono verso la spiaggia, cercando un passaggio che permettesse loro di scendere verso il mare, e lo trovarono a duecento passi dalla grande rupe. Colà la sponda s'abbassava dolcemente formando una piccola cala, entro la qua1e avrebbe potuto trovare un comodo
rifugio un piccolo bastimento, essendo essa difesa da una doppia linea di scogliere.
Denudatesi le gambe per traversare i banchi sabbiosi, che costeggiavano la sponda, sommersi a causa dell'alta marea, si diressero verso la caverna marina, dinanzi alla quale trovarono ancora arenato il rottame. Si misero tosto all'opera per ricavare tutto ciò che poteva essere loro necessario. Il legname era inutile, essendovene ad esuberanza nell'isola ed essendo preferibile adoperare i bambù, i quali si prestano meglio di tutti alle costruzioni delle capanne; ma s'impadronirono delle funi, dei paterazzi e delle sartie, che potevano essere molto utili, quindi levarono tutte le ferramenta dei pennoni e specialmente le sbarre che servono d'appoggio ai gabbieri, e poi le vele, che erano tre: quella di gabbia, di pappaffco e di contropappafìco.
" Serviranno a fare delle, amache e dei vestiti ", disse il veneziano. " La tela è ancora in buono stato ".
" Ma ci mancano gli aghi, signore ", disse il mozzo.
" Troveremo il modo di fabbricarne ".
" Di acciaio?.."
" Non ho questa pretesa, ma certe ossa di pesci ci serviranno a meraviglia ".
" Lo dite sul serio? " chiese Enrico.
" Certo, incredulo marinaio. Gli abitanti nordici, gli Esquimesi per esempio, credi che abbiano degli aghi d'acciaio?.. No, si servono di
ossa di pesci e noi li imiteremo ".
" E il filo?... "
" Lo avremo dalle vele, quantunque io sia certo di trovare qui degli alberi che potrebbero procurarcelo. L'arenga saccharifera produce una
sostanza cotonacea che i malesi adoperano come esca e che si potrebbe filare ".
" Ma voi, signor Emilio, siete un uomo miracoloso. Sapreste procurarvi tutto anche in un'isola deserta ".
" Sì, purche abbia degli alberi ", rispose il veneziano, ridendo. "Orsù, torniamo alla sponda ".
Si caricarono d'una parte degli oggetti ricavati dal rottame e riguadagnarono il gruppo di durion, presso cui contavano di accamparsi finché non avessero trovato un posto migliore. Dopo essersi un po' riposati, scesero nuovamente la sponda e riportarono il resto.
Erano allora le quattro pomeridiane, a giudicare dall'altezza del sole. Essendo troppo stanchi per cominciare nuovi lavori, colla vela
di gabbia che era molto grande e con pochi rami d'albero improvvisarono una comoda tenda, quindi fecero un'ampia raccolta di legna secca, alfine di mantenere il fuoco acceso durante la notte, temendo qualche visita pericolosa da parte degli abitanti a quattro gambe della foresta. Fortunatamente avevano la possibilità di accendere quella legna, avendo il marinaio ritrovato in una delle sue tasche l'acciarino, la pietra focaia e l'esca, che conservava in una scatola metallica assieme alla pipa, diventata, ohimè, inutile ormai, per la mancanza di tabacco.
Il pranzo fu molto magro, quella sera; ma si accontentarono. La minuta era semplice, ma fortunatamente abbondante: granchiolini di
mare arrostiti sui tizzoni, delle ostriche, delle frutta di durion e una sorsata d'acqua data da un'altra liana, che avevano scoperto a breve distanza dalla piantagione di bambù.
"A chi il primo quarto di guardia? " chiese Albani. " Non sarebbe prudente che ci addormentassimo tutti, poiche non sappiamo quali
animali si nascondano nei boschi o quali uomini abitino quest'isola".
" Lo farò io ", disse il marinaio.
" Bada di non lasciar spegnere il fuoco ".
" Non abbiate timore ".
" E se scorgi qualche cosa di sospetto, chiamaci senza indugio ".
" Dormite tranquilli ".
Il signor Emilio e il mozzo scivolarono sotto la tenda, mentre il marinaio si sdraiava presso il fuoco colla scure a portata di mano.


CAPITOLO VII
La tigre

Pareva che quella prima notte, sulle sponde di quell'isola sconosciuta, dovesse trascorrere tranquilla, poiché nessun rumore veniva dalla parte dei boschi che si estendevano in direzione della montagna, la cui massa spiccava sul fondo stellato del cielo.
Non si udivano che i monotoni gorgoglii delle onde, le quali, spinte dall'alta marea, venivano ad infrangersi dolcemente contro le scogliere e sui bassifondi sabbiosi. Il marinaio però, non del tutto rassicurato da quel silenzio, vegliava attentamente, non ignorando che nelle isole della regione cino-malese numerosi e formidabili sono gli animali che abitano le selve e le jungle. Riattizzava ad ogni istante il fuoco, il solo riparo che poteva difenderlo contro una aggressione, ben poco potendo contare sull'efficacia della scure; aguzzava gli sguardi fissandoli ora verso la piantagione di bambù ed ora verso i grandi alberi, e tendeva gli orecchi con profonda attenzione. Vegliava da due ore, quando udì, a non molta distanza, un grido rauco che rassomigliava a un miagolìo, ma infinitamente più potente di quello che emettono i gatti.
Il marinaio s'alzò di scatto, gettando all'intorno uno sguardo inquieto. Quella nota gutturale, breve, l'aveva udita già altra volta: era il grido della tigre.
" Mille terremoti!... " esclamò, pallido. " Ecco un vicino molto pericoloso, che starebbe bene a casa di messer Belzebù!... Se si avvicina, non so se la nostra scure e i nostri coltelli potrebbero impedirgli di divorarci. Avessimo almeno delle lance!... Toh, e perché no? La cosa mi sembra possibile! "
I suoi sguardi erano caduti sulla legna raccolta che doveva alimentare il fuoco, in mezzo alla quale aveva scorto due giovani bambù lunghi due o tre metri, canne leggere sì, ma d'una resistenza a tutta prova, e che gl'indiani e i giavanesi adoperano per fabbricare le aste delle loro picche.
" Ecco quanto mi occorre per avere una buona arma, superiore alla scure ", disse.
Afferrò una di quelle canne, la spogliò delle foglie, estrasse da una tasca una funicella e in pochi istanti legò solidamente il suo coltello all'estremità di quell'asta.
Aveva appena terminato, quando vide uscire da una folta macchia un'ombra, la quale s'avanzava verso il fuoco con grande lentezza,
mostrando due occhi che avevano dei bagliori verdastri. S'alzava, si abbassava fino a toccare col ventre la terra, poi s'arrestava come se fosse indecisa o fiutasse l'aria, si stirava come un gatto e agitava la sua lunga e sottile coda. Pareva però che non avesse molta fretta di avvicinarsi al campo, tenuta forse in rispetto dal fuoco, il quale proiettava sulle piante vicine dei riflessi sanguigni.
" Una tigre o un grosso gatto selvatico? " si chiese il marinaio, le cui inquietudini aumentavano. " Diavolo!... La cosa diventa seria, e mi pare che valga la pena di tirare le gambe ai compagni ".
Scivolò rapidamente sotto la tenda e scosse vigorosamente Albani e il mozzo, dicendo:
" Presto, uscite!... Un grave pericolo ci minaccia ".
" Chi?.. Che cosa succede? " chiese il veneziano, stropicciandosi vigorosamente gli occhi.
" Credo che si tratti d'una tigre, signore ".
" Una tigre?.. Usciamo! "
Quando si trovarono all'aperto, videro l'animale tranquillamente accovacciato a trenta passi dal fuoco. Non era più possibile ingannarsi, vedendolo in piena luce: era una tigre ma di razza malese, più tozza, più bassa di zampe e meno elegante di quelle reali del Bengala.
Quelle dell'Arcipelago della Sonda hanno il pelo più lungo e più spesso sul dorso, le basette meno sviluppate, il ventre e le cosce invece meno pelose. Sono feroci al pari delle altre, ma fanno più paura, poiché hanno uno sguardo così falso, così minaccioso, che fa male vederlo, e ordinariamente tengono la lingua penzolante e la coda bassa. La fiera, nello scorgere quei due uomini e quel ragazzo, aveva sollevato la testa, emettendo un sordo brontolio che nulla di buono pronosticava, ma non si era alzata. Solamente la sua coda, che spazzava il terreno con moti convulsi, tradiva o una certa inquietudine o un imminente scoppio di collera.
" È un vicino pericoloso ", disse il signor Albani, il quale però non sembrava molto spaventato.
" San Gennaro ci protegga ", mormorò il mozzo, battendo i denti.
" Che cosa dobbiamo fare? " chiese il marinaio, che era diventato assai pallido.
" Restiamo tranquilli ", rispose il veneziano.
" Non oserà avvicinarsi al fuoco "
" Non ci assalirà?.. "
" Non credo; ma non muovetevi, perchè questi animali sono coraggiosi, e se credono di essere minacciati non esitano a scagliarsi ".
" E non possediamo nemmeno un fucile a pietra!... Nemmeno una pistolaccia qualunque!... Signor Albani, bisogna trovare il modo di fabbricarci delle armi anzitutto, o le tigri ci mangeranno ".
" Dopo la capanna verranno le armi, e vi prometto che saranno più formidabili dei fucili ".
" Mi dove le troverete?. "
" A suo tempo lo saprete, e... "
" Zitto, signore ", disse il mozzo interrompendolo.
Dalla parte della piantagione di bambù si udivano le foglie agitarsi, come se un grosso animale cercasse di aprirsi il passo. La tigre voltò la testa verso quelle canne giganti, poi si alzò, agitando rapidamente la coda.
" Che un'altra tigre si avvicini? " chiese il marinaio.
" O qualche preda? " disse il veneziano. "Sarebbe la benvenuta ".
" Per la tigre? "
" E anche per noi, poiché ci leverebbe d'attorno questo incomodo vicino ".
Le grandi canne continuavano intanto ad agitarsi, le foglie a susurrare, e la tigre diventava più attenta.
A un tratto, una grossa ombra comparve sull'orlo della piantagione, e, dopo una breve esitazione, si diresse verso il fuoco, come se fosse attratta da una irresistibile curiosità. L' oscurità era troppo profonda perche si potesse ben distinguerla, ma le sue forme rassomigliavano a quelle d'un tapiro o di un babirussa, animali
molto comuni nelle isole dell'Arcipelago cinomalese.
Quell'animale era già giunto a cento o centoventi passi, quando il marinaio disse:
" Guardate la tigre! "
Il felino era strisciato rapidamente e senza far rumore dietro una fila di cespugli, e s'avanzava verso la preda con passo silenzioso, schiacciandosi, per così dire, contro terra. D'improvviso si arrestò, si raccolse su se stesso, poi s'innalzò descrivendo una lunga parabola e piombò, con precisione matematica, sul dorso dell'animale.
S'udì un grugnito acuto, seguito dal grido gutturale e stridente della belva; si videro i due avversari dibattersi alcuni istanti, quindi cadere l'uno sull'altro.
" Morti entrambi? " chiesero il marinaio e il mozzo, che avevano seguito con viva ansietà le fasi di quella lotta.
" No ", risrose Albani. " La tigre sta dissanguando la preda ".
" Canaglia. " esclamò il marinaio. " Ah!... se avessi un fucile!... "
" Eccola che si rialza ", disse il mozzo. Infatti il formidabile felino, abbeveratosi del sangue caldo della vittima, si era rialzato. Girò due o tre volte attorno alla preda, poi l'addentò per la nuca e, malgrado fosse assai più grossa di lui, se la trascinò in mezzo alla piantagione, per divorarsela con suo comodo.
" Buona digestione ", disse il mozzo.
" E domani avremo della carne fresca ", aggiunse Albani.
" Ne lascerà per noi? " chiese il marinaio.
" Quando si sarà sfamata se ne andrà, senz'altro occuparsi degli avanzi. Sono certo di trovare domani nella piantagione buona parte di quel disgraziato animale. Andate a riposare ora, amici miei: comincio il mio quarto ".
" Non tornerà la tigre?.. "
" Non credo; d'altro canto, in caso di pericolo, vi chiamerò ".
I due marinai si ritirarono sotto la tenda e il veneziano si sedette presso il fuoco, dopo aver gettato sui tizzoni dell'altra legna.
Il resto della notte passò senz'altri allarmi, però il signor Albani e il mozzo udirono, in mezzo alle foreste, urla di tigri, grugniti e sibili, i quali indicavano a sufficienza come quell'isola fosse ricca di selvaggina d'ogni specie e anche di animali pericolosi. Urgeva quindi fabbricarsi tosto una solida capanna, per non correre il pericolo di venire assaliti o di passare le notti in continui allarmi.
" Animo, amici: al lavoro ", disse il veneziano, quando spuntò il sole. " Prima di sera bisogna avere un ricovero ".
" Non dimentichiamo però la carne lasciata dalla tigre, signore ", disse il marinaio. " Se continuiamo a mangiare frutta, fra due settimane non potremo più reggerci in piedi ".
" Con un po' di pazienza ci procureremo tutto, Enrico. Pensa che siamo sprovvisti d ogni cosa, che siamo i più miseri di tutti i 'Robinson' e che dovremo cominciare dalle cose di prima necessità. Fra un mese spero di non udirti più lamentare ".
" È lungo un mese, signore. Sapete che comincio a soffrire per la mancanza del pane?.. "
" Fra poco il pane abbonderà ".
" Lo dite sul serio?.. "
" Sì, ma prima dovremo costruire il forno e per ora preferisco avere una capanna ".
" Diamine! Anche il forno! Avremo da lavorare molto, prima di possedere tutto ciò che è necessario alla nostra esistenza ".
" In marcia! "
Lasciarono la tenda, armati della lancia e della scure, e si diressero verso la piantagione di bambù, la quale si estendeva per un lungo tratto, costeggiando una specie di pantano che conservava ancora delle tracce di umidità.
Quella piantagione era formata di parecchie varietà di bambù. V'erano i tuldo fra i più grandi della specie, che in soli trenta giorni acquistano un'altezza da quindici a diciotto metri ed una grossezza di trenta centimetri: i balcua chiamati dagl'indigeni balcasbans, pure altissimi ma sottili; i blume chiamati anche hauertgiutgiuk, armati di spine ricurve e coperti di foglie assai strette; i bambù selvaggi chiamati tebateba, storti e pure spinosi; ed infine i bambù giganti, i più alti e più grossi di tutti poiche toccano spesso perfìno trenta metri d'altezza, hanno una circonferenza di un metro e mezzo o due, ma sono i meno solidi.
" Qui abbiamo quanto ci occorre ", disse il veneziano. " Voi non vi potete immaginare quante cose utili si possono ricavare da queste
piante ".
" Da queste canne! " esclamò il marinaio, con tono incredulo. "Tutt'al più serviranno a fare delle case ".
" T'inganni, Enrico; anzi ti dirò che ben poche piante sono più preziose e più utili di queste ".
" Sarei curioso di sapere a cosa ci potrebbero servire ".
" Cominciamo dai germogli, se vuoi: ti piacciono gli asparagi? "
" Gli asparagi!... Ma che c'entrano quei deliziosi... "
" Ah!... ti piacciono assai!... " lo interruppe il signor Albani.
" Allora ti dirò che le giovani gemme di queste canne, cucinate in acqua e condite, somigliano ai nostri asparagi ".
" Scherzate!... "
" No; quando avremo una pentola e dell'olio, te li farò assaggiare ".
" Dell' olio! " esclamarono il marinaio e il mozzo stupiti. " Ma sperate di trovare degli olivi qui? ..."
" No, poiché qui non crescono; ma lo troverò anche senza quelle piante ".
" Uomo miracoloso!... " esclamò Enrico.
" Da questi bambù, specialmente da quello comune, si può estrarre lo zucchero o meglio una materia zuccherina che gl' indiani chiamano tabascir ".
" Terremoto di Genova! "
" Zitto, marinaio. I semi del bambù comune vengono mangiati come riso da molte popolazioni dell'Indocina ".
" Anche il riso... "
" Non è tutto. Colle foglie e coi fusti schiacciati, poi stemperati in acqua e uniti con un poco di cotone, si ottiene una buona carta molto usata dai cinesi. Coi fusti poi, tagliati a metà, si fanno condotti d'acqua per l'irrigazione dei campi, oppure tegole, e capanne solide e leggere, o aste per le lance, o scale, o palizzate, mentre quelli spinati servono per fare dei recinti così formidabili da arrestare qualsiasi assalto. Colle foglie poi si possono fabbricare dei panieri, delle sfuoie, dei tralicci ecc.
" Volete infine dei recipienti?.. Basta tagliare un bambù sopra e sotto i due nodi, ed ecco un barilotto dove l'acqua si conserverà benissimo. Volete anche una barca?.. Tagliate un bambù gigante, turate le due estremità oppure serbate i due nodi a prua ed a poppa, ed ecco un'ottima scialuppa. Che cosa volete ottenere di più da una pianta? "
" Ma queste canne sono meravigliose, signore!... " esclamò il marinaio.
" Come è utile sapere tante cose!... lo non avrei ricavato nemmeno un bastone da queste canne, e invece sono così preziose!... Basterebbero questi bambù per procurarci ciò che ci necessita ".
" No, Enrico, non bastano, e nella foresta troveremo altre piante più preziose, che ci forniranno quello che non possono darci queste. Basta; al lavoro, amici ".

CAPITOLO VIII
La capanna aerea

I tre uomini si misero al lavoro, abbattendo grande numero di bambù, specialmente dei più alti, ma anche molti di quelli spinosi, volendo il signor Albani costruire anche un recinto per meglio difendersi dagli assalti delle tigri, e che potesse egualmente servire per racchiudere gli animali che si proponeva di addomesticare.
Atterrate le canne, il marinaio e il mozzo cominciarono a trasportarle sulla spiaggia, di fronte alla piccola cala, avendo scelto quel luogo per erigere la capanna, mentre il signor Albani, armato della lancia, entrava nella piantagione per cercare gli avanzi della grossa preda uccisa dalla tigre. Doveva avere però anche un altro scopo, perche di tratto in tratto si arrestava, spostava i bambù ed esaminava il terreno con profonda attenzione, scavando qua e là delle buche, talvolta assai profonde. Pareva che volesse accertarsi della qualità della terra su cui crescevano quelle canne giganti. Aveva già fatto numerosi buchi servendosi dellalancia, quando si arrestò dinanzi a un piccolo bacino pieno d'acqua, che si celava nel più fitto della piantagione. Esaminò il fondo, essendo l'acqua limpidissima e pochissimo alta, poi si risollevò, mormorando a più riprese:
" Credo d'aver trovato le mie pentole!... Se quest'acqua non è stata assorbita, è segno che sotto lo strato di terra vi è uno strato impermeabile ". Si rimboccò le maniche, si denudò le braccia e le immerse, rimuovendo la terra del fondo. Scavò per parecchi minuti, esaminando sempre il fango che levava, poi estrasse una materia grigiastra, lievemente grassa.
" Argilla ", disse, con una certa soddisfazione. " Non mi ero ingannato; ho trovato le mie pentole ".
Continuò a scavare ricavando dell'altra argilla, ne fece una grossa palla che avvolse nella propria giacca, poi continuò a inoltrarsi nella piantagione, seguendo una specie di sentiero cosparso di bambù spezzati e piegati, che doveva essere stato aperto dal felino. Dopo dieci minuti giunse in una piccola radura, in mezzo alla quale scorse, distesa a terra, una grossa carcassa semispolpata e sanguinante.
" Adagio ", mormorò, impugnando la lancia. " La tigre può trovarsi vicina ".
Fiutò più volte l'aria per sentire se ci fosse odore di selvatico, odore che tradisce la presenza di quei grossi e feroci felini, poi s'avanzò cautamente, guardando dinanzi a sé, a destra e a sinistra. La preda abbattuta dalla tigre era un babirussa, animale grosso come un cervo, la cui carne è ecce1lente, avendo il gusto di quella del cinghiale. Attorno alle ossa vi era ancora tanta polpa da nutrire dieci uomini affamati. Albani tagliò un bel pezzo che pesava parecchi chilogrammi, poi abbandonò rapidamente quel luogo pericoloso, temendo di venire sorpreso dal felino, il quale forse sonnecchiava nei dintorni. Quando uscì dalla piantagione, il marinaio e il mozzo stavano trasportando gli ultimi bambù.
" Avete trovato la colazione, signore? " chiese Enrico.
" Sì, amico, e anche delle pentole ".
" Delle pentole!... Eh, via, scherzate? "
" Non dico di averle trovate già fatte e pronte per esser messe sul fuoco; porto con me dell'argilla per fabbricarle ".
" Ma voi siete la Provvidenza in persona, signore. " Mio Piccolo Tonno, ti farò assaggiare il giupin!... Terremoto di Genova! Ti leccherai le dita!... "
" E i maccheroni, signor Emilio?.. Ah, che cosa darei per averne un piatto... Altro che giupin! "
" Ehi, furfante! Non disprezzare il giupin! " esclamò il marinaio.
" Non vale i maccheroni " ribatté il mozzo.
" Vorrei preparartene un piatto a mio modo e scommetto che mangeresti anche il piatto, marinaio ".
" Roba da napoletani!.. "
" Lave del Vesuvio! Disprezzare i maccheroni! Tu perdi la testa, marinaio! "
" Il giupin, ti dico!... "
" I maccheroni!... "
" Avete finito? " chiese il signor Emilio, che rideva vedendoli arrabbiarsi pei loro piatti favoriti. " Leticate pei maccheroni e per la zuppa alla marinara, mentre non possiamo avere né l'uno né l'altra, anzi non abbiamo nemmeno i recipienti dove cucinarli. Calmatevi, ragazzi miei, e pensiamo invece a fabbricarci il ricovero, innanzi tutto ".
" Credo che abbiate ragione, signor Albani", disse il marinaio.
" Parliamo di cose che sono ancora molto lontane o che forse non potremo mai avere ".
" Col tempo, chissà!... "
" Sperate di farmi mangiare la zuppa?.. "
" Ed anche i maccheroni, forse "
" Ah! signore! " esclamò il mozzo, cogli sguardi ardenti.
" Basta, andiamo alla spiaggia ".
Il marinaio e il mozzo si caricarono degli ultimi bambù e si diressero verso la costa, mentre il signor Albani si dirigeva verso un folto macchione dai cui alberi pendevano numerose corde vegetali, che parevano avere lunghezze straordinarie.
" Ecco le funi per i nostri bambù ", mormorò. " Abbiamo tutto sottomano ".
Quelle specie di liane erano rotang (calamus), fibre molto resistenti che appartengono alla famiglia delle palme, assai comuni in tutto l'arcipelago indomalese. Sono rampicanti grossi pochi centimetri, ma sono i più lunghi di tutti, poiché raggiungono perfino i trecento metri. Resistono lungamente anche in acqua, e i malesi, i burghisi e i giavanesi se ne servono per formare l'attrezzatura dei loro piccoli velieri. Albani ne tagliò parecchie, poi raggiunse i compagni per cominciare subito la costruzione, volendo prima di sera mettersi al coperto contro un il ritorno offensivo della tigre o di altre sue compagne.
Avendo a sua disposizione dei bambù assai lunghi e resistenti, il veneziano decise di abbandonare la solita forma delle capanne per
costruirne invece una aerea, adottando il sistema dei dayak, veri maestri in tali costruzioni, arditissime sì, ma ben più sicure delle altre contro gli attacchi di qualunque avversario.
Per poter lavorare più rapidamente e con maggior comodo, costruì dapprima una lunga scala, giovandosi di quattro bambù lunghissimi e di altri più brevi e più sottili come piuoli, poi tracciò sul terreno un rettangolo perfetto che doveva servire di base all'intera capanna.
" A noi due, Enrico ", disse. " E tu, Piccolo Tonno, va' a raccogliere intanto i rotang che ho tagliato ".
Scelse trenta bambù della specie gigante, li fece tagliare perche avessero tutti uguale lunghezza, quindi li dispose lungo le linee del rettangolo, mentre il marinaio, sull'alto della scala, li incrociava a metà, legandoli solidamente coi rotang recati dal mozzo. A operazione finita, tutti quei bambù rassomigliavano a tanti X, le cui basi erano state infisse nel suolo, mentre le punte estreme dovevano servire a ricevere le traverse di sostegno destinate al piano della
capanna. A mezzogiorno i tre uomini si rifocillarono con un pezzo, di babirussa arrostito dal mozzo, poi si rimisero al lavoro con febbrile attività sulla cima dei bambù. Alle quattro tutte le punte erano già riunite fra di loro con numerose traverse. Allora cominciarono a riempire i vuoti adoperando i bambù più grossi, formando il pavimento della capanna aerea che rinforzavano con continue legature. La notte li sorprese mentre stavano collocando a posto gli ultimi bambù.
" Basta ", disse il signor Albani, che era madido di sudore. " In questa prima giornata abbiamo fatto fin troppo e non bisogna esaurire le nostre forze. Per questa notte ci accontenteremo di dormire a cielo scoperto ".
" È una costruzione ammirabile, signore ", disse il marinaio, che era orgoglioso del lavoro fatto.
" Solida, leggera e sicura ".
" Non vi saliranno le tigri? "
" Siamo a dodici metri dal suolo e non credo che con un salto possano giungere fino a noi ".
" Ma... e il camino? Non s'incendierà la nostra capanna, se cuciniamo quassù? "
" Possiamo costruirlo con dei sassi; ma preferisco fabbricarlo nel recinto, Enrico ".
" Ah!... Innalzeremo anche una cinta? "
" Sì, per i nostri animali ".
" Per quali animali? " chiese il marinaio, stupito.
" Per quelli che prenderemo; e costruiremo anche una uccelliera ".
" Prendere degli animali, sia pure; ma degli uccelli!... Volete fabbricare anche delle reti?.. "
" Delle reti no; ma ottenere del vischio, sì. Ho scorto un albero che ce lo darà ".
" Lampi di Giove!... Io comincio a credere che su questa isola deserta ingrasserò. Quanti "Robinson" c'invidierebbero! E dire che noi siamo sbarcati con una semplice scure e con due coltelli. Signor Albani, se voi effettuerete tutte le vostre promesse, io non lascerò più quest'isola, nemmeno se venissero dieci navi a levarmi ".
La cena fu magra quella sera, non avendo essi avuto il tempo di proccurarsi nemmeno delle frutta; ma s'accontentarono egualmente.
Dopo quattro chiacchiere rizzarono la tenda in cima al pavimento della capanna e s'addormentarono profondamente.
Il loro sonno non fu interrotto da alcun avvenimento. Forse la tigre ritornò, ma non osò assalire quell'abitazione che doveva avere, almeno di notte, un aspetto formidabile. All'indomani, appena sorto il sole, si rimisero al lavoro con nuova lena.
Poiché il mozzo non era necessario, essendo ormai stati fissati sulla piattaforma tutti i bambù occorrenti, lo mandarono sulla spiaggia a far raccolta di ostriche e di granchi e possibilmente di uova d'uccelli, poiché si scorgevano numerosi nidi di volatili.
Durante il mattino, Albani e il marinaio rizzarono i sostegni delle pareti e le traverse del tetto, il quale doveva essere a due spioventi, e prepararono anche un certo numero di tegole, spaccando a metà dei bambù di media grossezza.
Il mozzo intanto non perdette tempo e fece un'ampia provvista di crostacei di ostriche e anche di uova di uccelli marini trovate fra le rupi della costa. Portò anche varie specie di aranci, chiamati dai malesi giàruk, e alcuni di quelli grossi come la testa di un ragazzino che vengono prodotti dal citrus docunanus e che in quelle regioni sono conosciuti sotto il nome di buâ kadarigsa.
Il lavoro proseguì con alacrità anche nel pomeriggio. Il veneziano e il marinaio coprirono il tetto colle tegole di bambù, sovrapponendovi
delle larghe e lunghe foglie di banano recate da Piccolo Tonno, quindi alzarono le pareti intrecciando giovani canne e foglie, che si riservarono di rinforzare poi con bambù più resistenti, per potere nel caso far fronte anche a un attacco violento da parte sia degli animali, sia degli uomini.
Rimaneva da costruire la cinta; ma non essendo essa pel momento necessaria decisero di inalzarla in tempi migliori e di occuparsi invece delle armi, poiché avevano notato tracce numerose di grossi animali nei dintorni della capanna. Essendo però troppo stanchi per intraprendere i una marcia nell'interno dell'isola (il signor Albani aveva dichiarato che per avere delle armi potenti gli occorreva anzitutto trovare un albero che non aveva ancora scorto nei dintorni), il terzo giorno lo impiegarono nel fabbricare delle stoviglie.
L' argilla non era stata dimenticata. Il previdente veneziano l' aveva tenuta all'ombra di alcuni cespugli in un luogo umido. Andò a prendere la grossa palla, la bagnò per bene e si mise a fabbricare dapprima una specie di pentola, un po' informe è vero, ma sufficiente pei loro bisogni, poi due pentolini e finalmente tre tondi.
Espose quei suoi capolavori al sole, perché si seccassero a perfezione, per non correre il pericolo che scoppiassero, qualora fossero esposti subito al fu.oco, poi la mattina del quinto giorno li pose a cucinare a lenta fiamma. Tre ore dopo i naufraghi della " Liguria " possedevano la loro pentola, , i loro tegami, i loro piatti e perfino delle forchette e dei cucchiai di legno, fabbricati dal marinaio col legno duro d'un nipa, una specie di palma che cresceva presso la costa. Quel giorno assaggiarono il primo brodo, avendo avuto la fortuna di uccidere con una sassata fortunata un cacatua nero che si era impigliato in mezzo a un folto cespuglio spinoso.
I " Robinson " cominciavano già ad essere contenti
IX
Gli alberi del veleno

Erano appena cessate le ultime strida degli uccelli notturni, quando i naufraghi abbandonarono la capanna, per mettersi alla ricerca dell'albero necessario alla fabbricazione delle armi che intendevano procurarsi. Le tenebre lottavano contro la luce che invadeva rapidamente lo spazio, tingendo il mare di splendidi riflessi madreperlacei e di scintillii d'argento che accennavano a diventare rapidamente d'oro.
Per l'aria volavano ancora pesantemente alcuni di quei grossi pipistrelli chiamati dai malesi kuleng e dai naturalisti pteropus edulis, bruttissimi, col corpo delle dimensioni d'un piccolo cane, colle ali così larghe che unite misurano un metro e perfino un metro e trenta centimetri. Ma già cominciavano ad alzarsi fra i rami degli alberi bande di pappagalli colle penne splendide; delle coppie di superbi chimancus albas, grossi come piccioni. col becco lungo e sottile, le penne anteriori nere, vellutate, a riflessi verdi, quelle posteriori più candide della neve e tenninariti in due lunghe barbe arricciate; degli epimachus speciosus, grossi come i falchi , comuni, colle penne nere che parevano di seta, con certe sfumature indefinibili e con code lunghe mezzo metro, sottilissime, a riflessi d'oro; e stonni di graziosi cicinnurus regius, grandi come i nostri tordi, colle piume del dorso rossocupo a screziature d'argento, il collare verde dorato, il petto bianco e due grossi ciuffi di piume sotto la gola. Tutti questi bellissimi volatili volteggiavano senza manifestare alcun timore, appressandosi talvolta ai naufraghi come se nulla avessero datemere da parte di quegli uomini, il che indicava
come non ne avessero mai veduti prima.
Oltrepassata la piantagione dei bambù, Albani guidò i compagni in mezzo a una fitta foresta, i cui tronchi erano così uniti, da rendere spesso il passaggio assai difficile. I rami e le foglie di tutte quelle piante s'intrecciavano in una confusione indescrivibile,
impedendo alla luce di giungere fino a terra, mentre migliaia e migliaia di rotang s'attorcigliavano attorno ai fusti o s'allungavano fra i cespugli o pendevano in forma di festoni o formavano delle vere reti, contro le cui maglie la scure talvolta si trovava impotente.
La flora indomalese, così ricca, così svariata, pareva si fosse concentrata in quella foresta, che sembrava estendersi su quasi tutta l'isola. Si vedevano là delle piante che avrebbero potuto fornire ai poveri naufraghi del " Liguria ", mille cose utili, ma il signor Albani pareva che pel momento non se ne occupasse, e non si arrestava dinanzi ad alcuna pianta né rispondeva alle domande dei compagni, i quali, pur avendo poca conoscenza di quegli alberi, avevano scoperto dei manghi e dei cocchi carichi di frutta deliziose.
A un tratto però il veneziano si lasciò sfuggire un grido:
" Finalmente! "
Erano giunti sul margine d'una piccola radura, in mezzo alla quale si rizzava isolato un grande albero, alto più di trenta metri, col tronco dritto, snello, senza nodi fino a tre quarti d'altezza,coperto da un fogliame folto di colore verde cupo. Per un raggio di trenta e più metri intorno all'albero il terreno era spoglio d'ogni vegetale, e anche le piante che crescevano di là da quella zona apparivano malaticce e colle foglie semi ingiallite, come se si trovassero a disagio presso quel solitario.
" Non levatevi il berretto ", disse Albani.
" Per quale motivo, signore? " chiese il marinaio.
" Perché le emanazioni di quest'albero non mancherebbero di procurarvi delle emicranie acute ".
" Che specie d'albero è quello? "
" Uno dei più velenosi che esistano: è il bakonupas ".
" Viriamo di bordo, signore ".
" Al contrario, Enrico. È la pianta che cercavo per fabbricare le nostre armi ".
" Volete adoperare il veleno di quell'albero?"
" Sì, e ti assicuro che è potente ".
" Io ho udito parlare già di questi upas a Giava, signore, e anche a Sumatra ".
" Ti credo ".
" Volete avvelenare delle frecce col succo di quella pianta? "
" Sì, Enrico ".
" Ma come faremo a estrarlo?"
" Come fanno i selvaggi del Borneo: ora vedrai ".
Il veneziano aveva recato con sé un pentolino e una canna di bambù, tagliata per metà e aguzzata a una estremità. Afferrò la scure e fece ai piedi dell'albero una profonda incisione, cacciandovi dentro il cannello. Vi mise sotto il pentolino, poi si ritrasse sollecitamente
sotto il bosco, invitando i compagni a seguirlo.
" Non è prudente respirare le esalazioni di quel succo velenoso ", disse. " Si corre il pericolo di perdere i denti e di contrarre dei dolori difficili a guarirsi. Attendiamo qui che il recipiente si riempia ".
" Ma così potente è il veleno di quell'albero? " chiese il marinaio.
" Tanto potente che, come vedi, nessuna pianta può crescere sotto l'ombra di quel solitario, e gli uccelli che si posano inavvertitamente sui suoi rami cadono fulminati. Se tu ti sdraiassi sotto quell'ombra, non tarderebbero a coglierti dei dolori, e se tu non avessi un berretto, potresti perdere i capelli ".
" E voi userete quel veleno? ..."
" So come si deve adoperarlo; avendo veduto parecchie volte i Kajan del Borneo raccoglierlo e poi manipolarlo ".
" Un uomo colpito da una freccia intinta nel succo dell'upas, muore?"
" Sì, in capo a dieci o quindici. minuti. Sembra che il principio venefico dell'upas, secondo le ultime ricerche dei naturalisti, consista in un alcaloide vegetale e in un acido che non fu ancora determinato. L'uomo colpito da una freccia avvelenata prova subito un tremito convulso, una debolezza estrema, poi un'ansietà penosa, difficoltà di respirazione, quindi vomiti, convulsioni tetaniche, e infine spira fra dolori atroci ".
" E non vi sono rimedi contro tale veleno?"
" È difficile la guarigione; però alcuni feriti sono sopravvissuti, essendo stati curati con grande quantità di bibite alcooliche. Anche
l'ammoniaca si dice che abbia dato buoni risultati ".
" Basta bagnare le frecce nel succo, perché diventino micidiali? "
" No, bisogna prima lasciarlo condensarsi al sole, poi mescolarlo con i altri succhi. Se avessimo del tabacco sciolto in un po' d'acqua, basterebbe; ma non possedendone, troverò di meglio ".
" Un'altra pianta velenosa?... "
" No, del succo di gambir. Ho veduto già parecchie di quelle piante e so dove trovarle ".
" Il succo dell'upas solo non basta?.. "
" Sì; ma perde facilmente le sue qualità venefiche, mentre mescolato al gambir le conserva per un anno. Andiamo a vedere se il pentolino è pieno ".
Il recipiente era già quasi colmo d'un succo lattiginoso, il quale continuava a scendere abbondantemente dall'incisione fatta. Il veneziano lo rimescolò con un bastoncino, poi affidò il pentolino al mozzo, dicendogli:
" Non temere nulla; il succo appena scolato non ha alcuna efficacia, e anche se delle gocce ti lordassero le mani, nulla ti accadrebbe ".
Si rimisero in cammino per tornare alla capanna, ma il signor Albani continuava a guardare gli alberi, come se cercasse qualche altro
vegetale. Avevano pià percorso mezzo chilometro, quando indicò ai compagni una pianta sarmentosa coperta d'una corteccia rossocupa,con piccoli rami cilindrici e foglie ovali terminanti in una punta acuta e liscia d'ambo le parti, armate verso il picciuolo di spine uncinate.
" Ecco un gambir! " esclamò. " Raccogliamo queste foglie ".
Stava per alzare le mani, quando si volse bruscamente.
" Toh!... Toh!... " esclamò. " Ecco un arbusto che raddoppierà la potenza del veleno dell'upas ".
" Un'altra pianta velenosa? " chiese il marinaio.
" Sì, Enrico, e forse più terribile, poiche si dice che il suo succo, introdotto nella circolazione del sangue, ha un effetto più rapido, producendo il tetano e quindi la morte. Tu raccogli le foglie del gambir, mentre io mescolo al succo dell'upas alcune gocce di questo cetting (strichnos tiente) ".
Fece un'incisione nell'arbusto, che si era attortigliato attorno a una palma sontar, e lasciò che l'umore lattiginoso si mescolasse con quello dell'upas, mentre i marinai facevano un'ampia provvista di foglie di gambir.
Quando ebbero terminato, lasciarono la foresta, non senza aver prima fatto raccolta di frutta di durion e di grosse arance.
Ritornati che furono alla capanna e rifocillatisi alla meglio con ostriche, crostacei e frutta, il signor Albani si mise al lavoro per preparare le armi.
Espose al sole il veleno perché si condensasse; mise a bollire nella pentola le foglie di gambir, dalle quali si estrae dopo sessanta ore di cottura quella sostanza brunoscura, di consistenza elastica, conosciuta in commercio col nome appunto di gambir e che viene impiegata per fissare i colori, specialmente sulle stoffe di seta, ma che i bornesi e i malesi adoperano invece per far meglio aderire i succhi velenosi alle loro armi e c alle frecce.
Ciò fatto, fece accendere un gran fuoco e si mise ad arroventare due delle sbarre di ferro dei pennoni, scelte fra le più regolari e le meno grosse.
" Ma che cosa fate? " chiedeva insistentemente il marinaio, il quale seguiva con viva curiosità quelle diverse operazioni, senza capire
gran cosa.
" Aspetta un po' ", rispondeva il bravo veneziano.
Aveva tagliato, da una pianta, dei rami che avevano il diametro di tre centimetri, la lunghezza di un metro e mezzo; rigorosamente diritti, e li aveva spogliati accuratamente dalle foglie. Attese che l'asta del pennone fosse ben infuocata; poi cominciò a forare uno di quei bastoni, invitando il marinaio a imitarlo con un altro ramo. Rinnovando parecchie volte l'operazione, dopo due ore ebbero finito di traforare i due bastoni.
" Il più è fatto ", disse il veneziano. "Ora fabbrichiamo le frecce".
" Una parola, signore ", disse il marinaio. " Ma dove sono gli archi?.. Questi bastoni traforati non si piegano ".
" Niente archi ".
Il marinaio e il mozzo lo guardarono con stupore.
" Gli archi sono difficili da maneggiare e poi occorre un legno adatto, che queste piante non possono darci. Io ho preferito costruire delle sumpitan, come usano quasi tutti i popoli della Malesia ".
" Che cosa sono queste sumpitan? "
" Delle cerbottane. Sono armi di grande precisione e si maneggiano con grande facilità ".
" Ma voi siete un uomo straordinario, signor Albani! " esclamò Enrico. " E sperate colle vostre cerbottane di uccidere gli animali feroci?..."
" Certo, amico mio ".
" Ma gli animali colpiti dalle frecce avvelenate, si possono mangiare?..."
" No, ma adopreremo delle frecce non avvelenate. Basta: continuiamo il nostro lavoro ".
Il signor Albani aveva raccolto delle canne sottili di giovani bambù e le aveva tagliate, dando a ciascuna una lunghezza di venti centimetri. Adattò all'estremità di ognuna uno spino assai acuto fornitogli dai bambù selvaggi, e all'altra una specie di tappo di midolla vegetale, in forma di cono, del calibro della canna delle
cerbottane. Prese le sue armi e i suoi dardi e invitò gli amici a seguirlo. Presso un macchione di palme, una banda di kakatoe nere, splendidi uccelli grossi come un gufo, col capo sormontato da un ciuffo di piume, stava appollaiata fra i rami, cicalando a piena gola. Il veneziano introdusse una freccia nella cerbottana, accostò
questa alle labbra e, dopo aver mirato con grande attenzione, soffiò con forza.
Il leggero dardo s'innalzò rapidamente e andò a colpire una delle più grosse kakatoe. L'uccello, ferito sotto la gola, con una precisione così straordinaria che indicava come il cacciatore fosse già assai esperto nel maneggio di quell'arma, interruppe bruscamente i suoi cicalecci e cadde a terra starnazzando disperatamente le ali.
Il mozzo fu lesto a raccoglierlo e scappò verso la capanna, gridando:
" Vado a metterlo allo spiedo ".
" Che colpo maestro!... " esclamò il marinaio, la cui sorpresa non aveva più limiti. " Ma voi avete adoperato già queste canne? "
" Sì, a Pontianak ", rispose il veneziano, sorridendo.
" Credete che riuscirò anch'io a colpire gli uccelli? ..."
" La cosa non è poi tanto difficile. Fra tre settimane, esercitandoti tutti i giorni, potrai essere un abile cacciatore ".
" Ora che possediamo le armi, che cosa ci procurerete, signor Albani?"
" Il pane ".
" Il pane!... E ne troverete?, "
" Ho già veduto stamane delle piante che contengono la farina e domani andremo a tagliarle. Poi, se non sopravvengono degli incidenti, penseremo al resto. Andiamo a cenare, Enrico: abbiamo bisogno di un arrosto, dopo tanti molluschi e tante frutta ".

CAPITOLO X
Il pane dei "Robinson"

Il giorno seguente, armati delle loro cerbottane e di numerose frecce, raccolte in un turcasso ricavato da quei preziosissimi bambù, lasciarono la capanna, per mettersi in cerca della farina, facendosi ormai sentire vivamente da tutti il desiderio di avere del pane o qualche sostanza che potesse surrogallo.
La grande foresta non era lontana, sicché in pochi minuti si trovarono sotto le volte di verzura. Prima però di mettersi in cerca delle piante che aveva già scorte, il previdente veneziano voleva accertarsi se esisteva qualche sorgente d'acqua limpida, poiché le liane che fino allora li avevano dissetati cominciavano a diventare rade e il piccolo fossato, dal cui fondo era stata presa la creta, si era prontamente disseccato. Le loro ricerche non furono lunghe. In un
angolo remoto della foresta scopersero un bacino d'acqua sorgiva, situato sulla cima di un rialzo di terra, ciò che permetteva di far scendere l'acqua fino alla capanna, adoperando dei canali di bambù.
Contentissimi per quella scoperta, si misero in cerca delle piante che dovevano fornir loro della farina, piante che sono molto numerose e svariate e che crescono senza coltura alcuna in tutte le isole del grande arcipelago indomalese.
Disgraziatamente pareva che in quell'isola mancasse la specie più pregiata, poiché il signor Albani non riusciva a scorgere né i
metroscilon sagus, né i metroscilon rumphii, che sono gli alberi sagu più produttivi e più comuni. Guardava tutti gli alberi con attenzione, si cacciava in mezzo ai macchioni più folti, ritornava sui propri passi, ma invano. Saliva anche sui poggi e s'arrampicava sugli alberi più alti, sperando di scorgere le foglie gigantesche di quelle preziose piante, ma nulla.
" Amici miei ", diss'egli, scoraggiato. " Temo di dover mancare alla mia promessa ".
" Non trovate le vostre piante? " chiese il marinaio. " Credevo di aver scorto dei sagu, invece mi sono ingannato ".
" Ma che cosa sono questi sagu? ..."
" Degli alberi che nel loro interno contengono una specie di farina eccellente e in grande quantità. Sono le piante più preziose, poiché da una sola si può ricavare tanto pane da nutrire un uomo per un anno intero ".
" Terremoti di Genova! "
" È come te la racconto, amico. È una pianta che chiede otto o dieci giorni di lavoro per trasformare la farina che contiene in pane, e
produce trecento chilogrammi di fecola assai nutritiva, ossia milleottocento pani; e quattro o cinque di questi bastano pel nutrimento giornaliero d'un uomo. Si è calcolato ciò che costerebbe il lavoro d'estrazione della fecola e della fabbricazione del pane, e si è constatato che con poche centinaia di lire si può avere del buon biscotto per tutto l'anno ".
" Ma dove crescono quelle piante prodigiose?.. "
" In tutta la Malesia ".
" Se si potesse acclimarle anche in Italia, più nessuno soffrirebbe la fame. Con cinque alberi ogni famiglia ne avrebbe abbastanza ".
" È vero, Enrico; nessuno invece ha mai tentato la coltivazione di sagu nei nostri climi, mentre potrebbero forse svilupparsi benissimo nella nostra Sicilia ".
" Ed è buono il pane di sagu?... "
" Eccellente, anzi si comincia a diffondere anche in Europa. Ora adoperano la farina granulata nelle minestre; ma verrà un giorno che vedremo anche il pane in commercio ".
" E noi che ci troviamo qui, nei paesi dove quegli alberi crescono, non potremo averlo?... Mi dispiace, signor Albani. Sentivo il bisogno
di avere un po' di pane ".
" Del pane ne avrete, ma sarà di qualità inferiore ".
" Non importa, signore " dissero il marinaio e il mozzo.
" Seguitemi: ho veduto parecchie arenghe saccarifere che ci forniranno della farina e qualche cos'altro, non meno importante ".
Ritornò sui propri passi, fece attraversare ai compagni parecchie macchie d'alberi grandissimi e s'arrestò dinanzi a un gruppo di piante d'aspetto maestoso, che rassomigliavano alle palme, col tronco grosso e liscio e colle foglie piumate che sostenevano dei grappoli di frutta rotonde.
" Ecco degli alberi preziosissimi ", disse il veneziano.
" Sono forse i più utili di quanti crescono nell'Arcipelago della Sonda ".
" Io non vedo che delle frutta, signore ", disse il marinaio. " È forse con quelle che si fa il pane?.. "
" No. Veramente anche quelle frutta sono mangiabili, private però accuratamente della corteccia, che è velenosa. Ascoltatemi e vi dirò
quante cose noi possiamo ricavare da queste piante. Nel tronco contengono della fecola nutritiva, che le popolazioni povere delle isole mangiano sia sotto forma di pane, sia in minestra. Non è così delicata come quella del sagu, ma non è nemmeno cattiva ed i nostri corpi vi si abitueranno facilmente ".
" Buono! " esclamò il marinaio. " Faremo la zuppa ".
" E i maccheroni ", disse il mozzo.
" Facendo delle incisioni sui tronchi ", continuò Albani, " si ottiene un succo molto dolce, chiaro, limpido, il quale, mediante l'evaporazione, si può trasformare in sciroppo ".
" Faremo le ciambelle!" esclamò Piccolo Tonno. " Come mi piacciono, signor Emilio! "
" E delle caramelle come quelle che si mangiano in Piemonte ", disse il marinaio.
" Lasciando fermentare quel succo, che i malesi chiamano toddi, otterremo un liquore inebriante, molto pregiato chiamato tuwah. Somiglia all'arak ".
" Mi piace molto l'arak, signore! " disse Enrico.
" Terremoto di Genova!... Che alberi miracolosi! "
" Non ho ancora finito ", disse il veneziano.
" Dalle foglie possiamo ricavare il gomuti, una specie di crine che si può filare e che serve per fabbricare delle funi molto resistenti; e colle foglie si possono intrecciare delle belle stuoie. Che cosa volete chiedere di più a una pianta?..."
" Ma se tutte queste piante potessero crescere in Italia, non vi sarebbe più miseria da noi! " esclamò il marinaio.
" Queste terre sono paradisi terrestri!... "
" Che noi sfrutteremo, marinaio ", disse Albani. " Mano alla scure, e abbattiamo uno di questi alberi ".
" E lo zucchero ? " chiese il mozzo.
" Per ora cerchiamo di procurarci il pane; un altro giorno avremo lo zucchero e anche il tuwah ".
II marinaio afferrò la scure e intaccò l'albero più grosso, vibrando colpi formidabili. La corteccia era dura, ma il genovese aveva i muscoli solidi e, dopo un quarto d'ora, la pianta rovinava al suolo con grande fracasso. Il signor Albani mostrò ai suoi compagni una massa biancastra, farinosa, racchiusa nella corteccia dell'albero.
" Ecco il nostro frumento per fare il pane ", disse. " A me ora la scure: bisogna tagliare la pianta in vari pezzi per estrarre la fecola ".
Si mise a maneggiare l'arma con grande vigore, tagliando l'albero in pezzi lunghi un metro. Il marinaio di quando in quando lo surrogava nell'aspro lavoro.
Quand'ebbero ottenuto sette cilindri di lunghezza quasi eguale, il veneziano, che pareva fosse instancabile, tagliò un grosso ramo che
doveva servire come di pestello, e si mise a percuotere con grande forza la fecola racchiusa in quei tronchi, facendola uscire.
II mozzo, che aveva trovato varie foglie di banani selvatici di grandi dimensioni, la raccoglieva con molta cura. Quella sostanza farinosa però non era ancora adoperabile, poiché si trovava mescolata a fibre vegetali che dovevano essere eliminate.
Quando il sole tramontò, i naufraghi possedevano già oltre cento chilogrammi di fecola. La impacchettarono nelle foglie e ritornarono
alla capanna carichi come muli, ma contentissimi di possedere quella preziosa provvista che prometteva del pane sostanzioso, se non buono come quello che si ottiene colla farina di frumento. L'indomani s'affrettarono a fabbricare una specie di crivello con fibre di rotang e liberarono la fecola dalle fibre vegetali. Impazienti di
assaggiare quel pane, fecero delle torte mescolando un pod'acqua marina, poiche mancavano di sale, e a mezzodi poterono finalmente
gustare la loro farina. Fu un successo completo. Il marinaio e il mozzo divorarono parecchie focacce, dichiarandole eccellenti. Quella fecola non era gustosa come la farina, ma ricordava un pò quella della patata e possedeva soprattutto delle qualità assai nutrienti.
Fu decisa la costruzione d'un forno per fare dei biscotti che potessero conservarsi. Il signor Albani non si trovò impacciato. I gusci delle ostriche e di altre conchiglie, cucinati in un grande fuoco, gli fornirono della calce ottima; il lido gli fornì la sabbia, e le rupi i sassi occorrenti.
Due giorni dopo il forno funzionava a meraviglia e i biscotti si accumulavano rapidamente in una piccola capanna costruita sotto quella aerea e che era stata destinata come magazzino.
Ma se il pane abbondava, scarseggiava la carne. Di frutta e di crostacei ne avevano divorati fin troppi e il bisogno di avere della selvaggina s' imponeva; come pure soffrivano la mancanza del sale, non avendone trovato in alcuna parte.
Fortunatamente il mare era a due passi e poteva darne in grande quantità, delle tonnellate se avessero voluto. Bastava scavare delle buche, riempirle d'acqua marina e lasciare che il sole s'incaricasse dell'evaporazione.
Così fecero infatti. Cercarono un terreno roccioso, lo scavarono pazientemente rovinando i loro coltelli, e servendosi di recipienti di bambù vi versarono dentro l'acqua del mare.
Quattro giorni dopo anche la questione del sale era risolta. Ne possedevano già alcuni chilogrammi e molti altri stavano per ricavarne, essendo la temperatura così calda da far evaporare rapidamente il liquido salmastro dei bàcini.
" Ora che possediamo le armi, il pane e il sale, le cose più necessarie per l'esisenza ", disse il veneziano, " penseremo a procurarci degli animali. Mi sembra che quest'isola abbondi di selvaggina e non ci sarà difficile tendere degli agguati in mezzo alla foresta ".
" Ma come prepareremo le trappole? " chiese il marinaio.
" Scavando delle buche profonde due o tre metri e coprendole con un leggero traliccio di bambù ".
" Ma voi non avete pensato ad una cosa, signore ".
" Quale? "
" Che non possediamo né una zappa, né un badile ".
" Diamine, è vero, Enrico ".
" Se dovessimo adoperare i nostri poveri coltelli e le mani, ci vorrebbero quindici giorni per scavare una buca ".
" Hai ragione ".
" Bisogna proprio creare tutto in quest'isola! "
" Siamo, o meglio eravamo, i più poveri "Robinson" ".
" E, senza trappole, non si potrebbero uccidere egualmente gli animali? "
" Sì, colle frecce, ma i capi grossi non cadrebbero certo con delle frecce così deboli. E ammettendo che riuscissimo a uccidere i più
giovani, ricordiamoci che non bisogna distruggerli tutti, poiché l'isola può essere piccola e potremmo correre il pericolo di trovarci un brutto giorno senza carne ".
" Diavolo! " esclamò il marinaio, che si grattava furiosamente la testa.
" Io vorrei radunare parecchi animali, Enrico, e lasciarli moltiplicarsi, uccidendone solamente nel caso di bisogno ".
" Ma senza zappa... Toh!... E perché no?... Possiamo lavorarle ".
" Lavorare che cosa? "
" Le sbarre di ferro dei nostri pennoni, signore ".
" È vero, Enrico ".
" Ma ci manca un martello ".
" Lo abbiamo: il dorso della scure può bastarci ".
" Ma non potremo fabbricarci i badili ".
" Li faremo di legno durissimo. Gli alberi che hanno fibre tenaci non mancano ".
" Ma noi siamo uomini miracolosi, signore!... "
" La necessità aguzza il nostro ingegno ", disse Albani. " Oggi riposiamo, ma domani fabbricheremo le nostre zappe e forse posdomani
possiederemo degli animali vivi ".
" E quando degli uccelli? ..."
" Quando avrò fabbricato del vischio. Colla pazienza e colla perseveranza, avremo tutto ".

CAPITOLO XI
" Mias Pappan " e " Boa Constrictor "

Si erano coricati subito dopo il tramonto del sole, contando di alzarsi prima dell'alba, per mettersi al lavoro.
Dormivano profondamente, sognando già trappole piene di animali e recinti popolati di tapiri, di babirussa, di scimmie d'ogni specie e
di uccelli, quando un urto, che fece oscillare vivamente l'intera costruzione aerea, svegliò bruscamente il mozzo, che si era addormentato sulla piattaforma esterna, per godersi il fresco della notte.
Dapprima credette di aver sognato e si limitò a gettare all'intorno uno sguardo assonnato; ma un secondo scrollo, che fece gemere i bambù della capanna, lo decise ad alzarsi per vedere di che cosa si trattava. Si trascinò sull'orlo della piattaforma e guardò giù.
La luna, allora sorta, rischiarava tutta la costa come in pieno giorno e permetteva di distinguere minutamente ogni cosa. Si può immaginare quale fosse lo stupore del piccolo mozzo nello scorgere, appeso alle traverse che servivano di sostegno alla casa aerea, uno strano animale che rassomigliava a un uomo.
"Toh! " esclamò, più meravigliato che atterrito. " Un selvaggio che si diverte a fare della ginnastica sottò di noi! Quel signore è allegro, a quanto sembra ".
Quell'essere singolare, che invece di dormire si divertiva a fare dei capitomboli, delle orizzontali e delle verticali con una sveltezza da
muovere ad invidia un maestro di ginnastica, pareva che si preoccupasse, almeno pel momento, di capire che cosa fosse quella costruzione sospesa fra cielo e terra. Balzava da un bambù all'altro, eseguiva dei volteggi meravigliosi e manifestava la sua soddisfazione con certi grugniti e certi soffi potenti, tali da suscitare una viva
apprensione nell'animo del mozzo.
" Lave del Vesuvio! " esclamò questi. " Ma che voce ha quell'uomo? Sembra che abbia in gola una canna d'organo o un contrabasso! "
S'alzò per andare a svegliare i compagni, ma uno scossone più violento degli altri lo fece stramazzare sulla piattaforma.
" Corpo d'un pappafìco! " esclamò. " Crolla la capanna ".
Quasi nello stesso istante la voce di Enrico gridò:
" In piedi! Il terremoto! "
E il marinaio si slanciò sulla piccola piattaforma, seguìto dal signor Albani il quale, non credendo affatto al terremoto, s'era invece armato d'una cerbottana e di alcune frecce tinte nel succo dell'upas.
" Che cosa succede, Piccolo Tonno? " chiese Enrico, scorgendo il mozzo. " È il terremoto?. "
" Sì, ma un terremoto a quattro gambe che fa una ginnastica indiavolata ", rispose il mozzo.
" Che cosa vuoi dire? " chiese Albani.
" Che vi è da basso un certo uomo che si diverte a scrollare la nostra capanna ".
" Un uomo!... " esclamarono il genovese e il veneziano.
" Potete vederlo: è sotto di noi ".
S'appressarono entrambi all'orlo della piattaforma, ma subito retrocessero vivamente. Il misterioso personaggio, udendo senza dubbio quelle voci, si era arrampicato fino alla piattaforma, sporgendo innanzi la testa. Altro che uomo!... Quella testa, se rassomigliava a una testa umana, era ben brutta!... Era una testaccia
enorme, coperta di folti peli rossicci, colla faccia larga solcata di rughe profonde, gli zigomi assai sporgenti, una bocca così larga che andava da un orecchio all'altro, armata d'una doppia fila di denti bianchissimi e acuti come quelli delle tigri.
L' espressione di quel volto era così feroce, da agghiacciare il sangue.
" Tuoni di Genova! " esclamò il marinaio.
"Che uomo è questo?.. "
" Indietro! " gridò Albani, con voce alterata.
" Il mias pappan è peggiore delle tigri ".
Il marinaio e il mozzo, quantunque ignorassero che cosa fosse un mias pappan, furono lesti a girare sui talloni.
Il mostro guardò i tre naufraghi con due occhi che mandavano sinistri bagliori, fece udire un rauco brontolio, poi scomparve, imprimendo ai bambù un tale urto, che l'intera capanna parve sul punto di sfasciarsi.
" Fulmini! " urlò il marinaio, precipitandosi verso la scure.
" Un altro urto come questo e ci romperemo le gambe! " gridò il mozzo.
Il signor Albani, che pareva in preda a una viva agitazione, aveva cacciato rapidamente una freccia nella cerbottana e si era steso presso l'orlo della piattaforma. Aspettava che il mostro
formidabile apparisse, per lanciargli la freccia mortale.
Il mias però pareva che non avesse fretta di lasciare i bambù di sostegno, e lo si udiva brontolare e soffiare proprio sotto la piattaforma.
Pareva che fosse occupato a fare qualche cosa, forse a slegare i sostegni, perche la capanna continuava a subire delle scosse fortissime.
" Signore ", esclamò il marinaio, volgendosi verso Albani, il quale cercava di puntare la cerbottana. " Se queste scosse continuano, la
nostra capanna farà un tremendo capitombolo ".
" Lo so, ma non riesco a scorgere quel dannato orangoutan ", rispose il veneziano.
" Si tratta d'una scimmia, dunque? "
" Sì, ma delle più formidabili, e che può tenere testa a dieci uomini armati di fucili ".
" Fulmini!... "
" Zitto ".
In mezzo ai cespugli che crescevano presso il recinto si era udito un grido, una specie di urlo lamentevole che aveva qualcosa d'umano.
" Chi si lamenta? " chiese il marinaio stupìto.
" Pare che succeda q,ualcosa fra i cespugli ", disse Albani.
" Il mostro! " esclamo Piccolo Tonno.
"Eccolo là, guardatelo! "
Infatti l'orangoutan con un balzo immenso si era lanciato sui bambù esterni, e discendeva con rapidità fulminea.
Quello scimmione faceva paura. Era alto quanto un uomo di media statura: il suo petto ampio, tozzo, muscoloso, eccessivamente grosso, era coperto d'un lungo pelame rossiccio: le sue spalle larghe, potenti, con un ossatura enorme, dimostravano che quell'essere doveva possedere una vigoria straordinaria, incalcolabile: le sue braccia lunghe un metro e più, nodose come tronchi d'albero, irte di muscoli, terminavano in certe manacce armate d'unghie robuste e leggermente arcuate, e le sue gambe massicce, enormi, finivano in piedi di dimensioni esagerate, pure armati d'unghie ricurve.
Questi scimmioni, che i malesi ed i dayachi chiamano mias pappan o mias kassà, vivono nascosti nelle più fitte foreste del Borneo e delle isole vicine, tenendosi per lo più sugli alberi. Dotati d'un vigore tremelldo e d'una agilità meravigliosa, salgono con rapidità fulminea sulle piante più alte per provvedersi di frutta, e sono capaci di attraversare una foresta intera senza mai scendere a terra.
Non si trovano però a disagio a terra e corrono facilmente, non mantenendosi diritti ma servendosi delle mani e dei piedi. Il loro galoppo è uno dei più stravaganti e ridicoli, muovendo essi simultaneamente il braccio e la gamba destra e poi il braccio e la gamba sinistra, sicche dànno l'impressione di correre obliquamente.
Consci della loro forza, affrontano coraggiosamente le più formidabili fiere delle foreste: non temono né gli uomini, né i coccodrilli, né i serpenti, né le tigri, e quando sono assaliti sono d'una ferocia spaventevole.
Lasciati tranquilli però, non assalgono nessuno e se incontrano degli uomini si limitano a guardarli con curiosità, poi proseguono tranquillamente la loro via.
Il mias che era salito sui bambù della capanna, attratto senza dubbio da una irresistibile curiosità, doveva avere dei gravi motivi per scendere così precipitosamente, almeno cosi suppose il veneziano, che invece di inviargli la freccia mortale rialzò la cerbottana, curioso di sapere che cosa stesse per accadere.
Giunto a terra, il mias pappan attraversò con un sol balzo il recinto e si precipitò verso i cespugli, emettendo una specie di latrato furioso. A un tratto, un oggetto lungo lungo e grosso gli piombò addosso e gli si avvolse intorno da capo a piedi.
" Un boa!... " esclamò il veneziano.
" Un serpente? " chiesero il marinaio e il mozzo.
" Sì, amici: è un avversario degno del mias ".
Il veneziano non s'ingannava. I boa constrictor sono avversari capaci di tener testa alle tigri e anche agli orangoutan, poiché posseggono tale forza da stritolare fra le loro spire perfino un bue.
Sono i più lunghi e i più grossi di tutti, poiché sovente arrivano ai nove e perfino ai dieci metri, e hanno una circonferenza che eguaglia
le cosce d'un uomo. Non sono velenosi, ma sono forse più pericolosi degli altri, poiché quando riescono ad afferrare una preda non la lasciano più. Si accontentano anche di prede piccole: di topi, di rane, di lucertole, di scimmie; ma, se riescono, non lasciano sfuggire né le tigri, né i babirussa, né i tapiri, né i mias, quantunque soccombano di frequente nelle lotte con questi ultimi.
L'orangoutan, sentendosi imprigionare di colpo dal boa e vedendo sopra di se la testa del rettile, i cui occhi dardeggiavano su di lui sguardi d'ardente cupidigia, aveva lanciato un grido rauco, furioso. Essendogli rimasto un braccio libero, afferrò il rettile sotto la testa e lo torse come fosse stato una pagliuzza, ma le spire non si sciolsero, anzi si strinsero con maggior vigore, facendo scricchiolare la potente ossatura dell'uomo dei boschi.
Quella stretta doveva essere tremenda, poiché si vide lo scimmione dilatare spaventosamente la bocca, come se l'aria fosse per mancargli, e i suoi occhi, che mandavano sinistri bagliori, uscire quasi dalle orbite. La sua robusta mano afferrò la testa del rettile e la schiacciò come fosse una nocciuola; poi coi piedi armati di quelle unghie robuste che con un sol colpo sventrano un uomo, si mire a lacerargli la coda, facendola a brani.
Il serpente sibilava di rabbia, perdeva sangue dalle due estremità, ma ancora non si decideva ad abbandonare l'avversario, e pareva che
approfittasse delle ultime convulsioni dell'agonia per raddoppiare la stretta irresistibile. A un tratto si sentì come uno scricchiolìo d'ossa infrante, e rettile e mias caddero entrambi a terra, ancora strettamente avvinti.
" Morti? " chiesero il marinaio e il mozzo, che avevano seguito, con viva ansietà, le fasi di quella tremenda lotta.
" Mi pare di udire ancora la respirazione del mias ", rispose il veneziano. " Sarà cosa prudente lanciargli una freccia, prima di scendere".
Alzò la cerbottana e soffiò dentro con forza. Il dardo silenzioso partì rapido e andò a conficcarsi nel petto dell'uomo dei boschi.
Si udì un sordo grugnito, ma poco dopo la respirazione della scimmia gigante cessava.
" Ora possiamo discendere ", disse Albani.
" No, signore! " esclamò il mozzo.
" Perché?.. Sono morti entrambi ".
" Guardate, là, presso i cespugli ".
Il veneziano e i marinaio guardarono nella direzione indicata e videro uscire dai cespugli una scimmia di statura superiore a un metro e di complessione robusta. S'avanzava titubando verso il gruppo formato dal mias e dal boa, emettendo dei gemiti che avevano qualche cosa d'umano.
" È il figlio dell'orangoutan " disse Albani.
" Era adunque una femmina ", disse il marinaio. " Povero piccino!... Potrà vivere solo? "
" È già sviluppato ", rispose Albani.
" Lo lasceremo andare?.. "
" Penso che potrebbe esserci utile, Enrico".
" Quello scimmiotto!... "
" Faremo di lui un valente e robusto servitore ".
" Ma quando diverrà grande ci accopperà, signore ".
" I dayachi ne adottano spesso e non hanno mai avuto da lagnarsi. In schiavitù pare che perdano i loro istinti feroci. Quel mias, col suo
vigore straordinario, ci potrà rendere dei grandi servigi ".
" Allora andiamo a prenderlo, io avrò cura di lui, signore ", disse il Piccolo Tonno. "Mi piacciono assai le scimmie ".
Si lasciarono scivolare dai bambù che servivano loro come di scala e s'avvicinarono al giovane mias, il quale continuava a girare attorno
alla madre morta, emettendo acuti gemiti. Il marinaio l'afferrò per le braccia e cercò di trascinarlo nel recinto, ma ricevette una spinta così poderosa, che cadde colle gambe in aria.
" Terremoto! Che vigore! " esclamò.
" Prendiamolo colle buone ", disse Albani.
Si mise ad accarezzarlo e gli offrì delle frutta. Il piccolo mias dapprima si mostrava diffidente, ma finì coll'accettare e divorare con ingordigia la deliziosa polpa dei durion.
A poco a poco, coll'offerta di sempre nuove frutta, fu attirato nel recinto, e il marinaio lo legò con una robusta gomena senza ricevere
altre spinte.
" Si abituerà presto ", disse Albani. " Fra due settimane ci seguirà come un cagnolino e fra un mese avremo un ottimo servitore e un abile
provveditore di frutta. Lasciamolo ora tranquillo e riprendiamo il nostro sonno ".

 

CAPITOLO XII
Le scimmie alla pesca dei granchi.

Dieci giorni erano trascorsi dalla cattura del piccolo mias, ma i
"Robinson", quantunque non avessero ancora abbandonato la costa per tentare una esplorazione nell'interno o nei grandi boschi del sud, entro i quali potevano trovare molte preziose risorse, non erano rimasti inoperosi.
Si erano fabbricati molti oggetti indispensabili: una tavola, delle sedie, dei recipienti, adoperando i grossi fusti dei bambù giganti; delle comode amache, adoperando dei pezzi di vele; un condotto d'acqua che partiva dalla sorgente scoperta in mezzo al bosco e metteva capo nel recinto.
Avevano inoltre dissodato un tratto di terra, servendosi delle zappe fabbricate colle aste di ferro dei pennoni, sperando di trovare in
qualche angolo dell'isola delle sementi utili, e avevano scavato delle trappole, ma senza successo, poiché pareva che la grossa selvaggina avesse abbandonato quella costa. Erano però riusciti a prendere alcuni volatili, che avevano rinchiuso in una specie di uccelliera, costruita con molta pazienza dal marinaio con fibre di
rotang e giovani bambù.
Per impadronirsi di quegli uccelli avevano dovuto procurarsi una specie di vischio assai tenace, ricavato dalla giunta wan (Erceola elastica), pianta rampicante appartenente alla famiglia delle apocinee, che fornisce una specie di gomma, adoperata dai malesi appunto per prendere i volatili.
Con quel vischio erano riusciti a procurarsi parecchie coppie di buceros rhinoceros, chiamati comunemente tucani o calaosrinoceronti, grossi e stravaganti uccelli dalle penne nere sopra e bianche sotto, con coda lunga trenta e più centimetri e becco enorme, lungo quanto l'intero collo del volatile, ai colore giallorossiccio, sormontato da una protuberanza ossea a forma di una grossa virgola.
Avevano pure preso degli arghi giganti, uccelli superbi, più grandi dei pavoni, che portano un vero mantello di piume nere a striature
biancastre e macchie rossobrune, e hanno delle code lunghe oltre mezzo metro; e alcune coppie di colombe magnifiche, chiamate così
poiché sono le più belle e le più graziose di tutte. Sono grosse come i piccioni di Spagna, ma hanno le penne del petto azzurre a riflessi
di rame e quelle del dorso verdi a riflessi d' oro.
Questi uccelli si erano presto abituati e non fuggivano più quando vedevano avvicinarsi il mozzo, il quale recava loro grande numero di
semi e anche dei vermi di terra e delle briciole di pane.
Un mattino però, anche il recinto cominciò a popolarsi. Il marinaio aveva osservato che delle scimmie si recavano di frequente verso la
spiaggia, poco prima dello spuntare dell'alba, ma non era mai riuscito ad avvicinarle, né a sapere che cosa andassero a fare in riva al mare.
Spinto dalla curiosità, decise di mettersi in agguato presso alcune scogliere, in compagnia del mozzo. Messisi d'accordo, un mattino s'alzarono prima ancora che gli astri cominciassero a impallidire, lasciando che il signor Albani dormisse saporitamente nella sua amaca.
Scesero la sponda in vicinanza della piccola baia e si nascosero dietro alcune scogliere, per attendere l'arrivo dei quadrumani.
" Vediamo che cosa vengono a fare ", disse il marinaio.
" Che vengano a prendere un bagno? " chiese Piccolo Tonno.
" Io non ho mai veduto una scimmia in acqua: credo anzi che la temano come i gatti ".
" Allora verranno a fare la cura dell'acqua marina. Tu sai che è un ottimo purgante ".
" Sì, burlone ".
" O che abbiano qualche canotto e si rechino a diporto sul mare? "
" No, andranno a pescare ", disse il marinaio, ridendo.
" Non mi stupirei, Enrico. Hanno la manìa d'imitare ciò che fanno gli uomini ".
" Taci! Eccole! "
" Di già? " .
" Sta per spuntare l'alba ".
Le scimmie infatti giungevano. Erano dieci o dodici, alte dai quaranta ai cinquanta centimetri, col pelame scuro, e rassomigliavano ai semnopitechi.
S'avanzavano in fila indiana, con una gravità ridicola, in silenzio. Scesero la sponda, si schierarono sugli scogli e si misero ad esaminare l'acqua con grande attenzione. I due marinai, in preda alla più viva curiosità, non perdevano di vista alcun loro movimento.
A un tratto le videro volgere il dorso al mare e immergere in acqua le loro lunghe code pelose, facendole leggermente ondeggiare.
" Te lo dicevo io che venivano a prendere un bagno ", mormorò Piccolo Tonno.
" Alle code! " esclamò Enrico, crollando il capo. " Io credo che abbiano un altro scopo. Oh!... Questa è strana!... Hai mai veduto delle scimmie pescare? "
Un quadrumane, dopo aver fatto una brutta smorfia come se avesse provato un acuto dolore, ritirò prontamente la coda, imprimendole
un rapido movimento innanzi e indietro. Qualche cosa che si era attaccato a quell'appendice balzò in aria, e cadde contro una vicina roccia con sordo rumore.
" Corna di cervo! " esclamò il marinaio, stupito. " Pescano i granchi!... "
Era proprio vero: quella banda di scimmie pescava i granchi di mare, usando d'un sistema curiosissimo, piuttosto doloroso.
Trovandosi quei crostacei entro i crepacci subacquei delle rocce, i furbi quadrumani andavano a stuzzicarli colle code, e quando li sentivano stringere, con una mossa fulminea li strappavano dal loro elemento e con moto rotatorio li scagliavano contro i sassi della riva, rompendo i loro gusci. Ciò fatto traevano colle adunche dita la carne saporita, che divoravano con grande avidità.
" Non ho mai veduto nulla di simile ", disse il marinaio, sempre più stupito.
" Toh!... Se noi le imitassimo! " esclamò il mozzo.
" E quale coda immergeresti? "
" Le mani".
" Per fartele rovinare?... Credi tu che quelle scimmie non provino dolore? Guarda che brutte smorfie fanno, quando si sentono attanagliare la coda. Ma... t oh!... Pare che la pesca vada male!"
Due scimmie che avevano immerso la loro coda urlavano disperatamente, ma senza essere più capaci di ritirare la loro appendice. Invano puntavano colle mani e coi piedi e facevano sforzi furiosi: i granchi pareva non volessero lasciare l'acqua e uscire dai buchi.
Le loro compagne stavano per precipitarsi in loro soccorso, quando il marinaio balzò fuori dal nascondiglio, gridando:
" Addosso, Piccolo Tonno! "
La banda fuggì rapidamente, ma le due prigioniere, nonostante i loro sforzi, rimasero sulla spiaggia. I due marinai furono lesti ad afferrarle e con due vigorose strappate liberarono loro le code, traendo a galla due granchi grossi come un cappello, i quali non lasciarono la preda se non dopo che furono uccisi.
" Venite con noi, carine ", disse Enrico. " Vi condurremo a tenere compagnia al mias ".
Presero per le braccia le due prigioniere, e malgrado le loro proteste e i loro morsi le trassero nel recinto.
" Altri servi? " chiese il veneziano, che stava scendendo dalla capanna. " A quanto pare, volete farvi servire per bene ".
" No, signore ", disse il marinaio, ridendo.
" Conduciamo due pescatori, che ci procureranno dei deliziosi granchi. A vete mai veduto delle scimmie pescare?.. "
" I granchi?.. "
" Sì ".
" Ne ho veduto parecchie, specialmente a Giava ".
" Toh!... E io credevo di raccontarvi una novità strabiliante ".
" È una novità molto vecchia per me, Enri
co, disse Albani. " Sciancatello! "
Si rivolgeva con quel nome al mias. L'aveva così battezzato Piccolo Tonno, perché lo scimmione era un po' sciancato, forse a causa di un capitombolo dalla cima di qualche altissimo albero.
Il giovane mias ormai si era affezionato ai suoi padroni, quantunque fosse sempre di umore triste e malinconico come tutti quelli della sua specie, e passeggiava ormai liberamente pel recinto senza mai allontanarsi. Udendo la voce del veneziano, abbandonò il casotto che gli era stato costruito e andò a guardare con curiosità le nuove venute.
Queste però, vedendoselo dinanzi, dapprima manifestarono una viva apprensione, poi, sentendosi libere, cercarono d'arrampicarsi su pel recinto per salvarsi nei vicini boschi; ma Sciancatello, da bravo guardiano, fu lesto ad afferrarle per la coda e a tirarle giù, annunciando la sua imminente collera con sordi grugniti; poi, per far loro carire che gli dovevano obbedienza, somministro a ciascuna un calcio così magistrale, da farle piroettare due volte in aria.
" Bravo SciancateIlo!... " gridarono i due marinai, schiattando dalle risa.
" Con tale maestro diventeranno docili ben presto ", disse il veneziano.
" Lo credete, signore? " chiese il marinaio
" Ne sono certo, e conto molto sulla loro docilità per intraprendere la progettata spedizione sulla cima di quel monte ".
" Le lascerete qui in compagnia dello Sciancatello? "
" Al contrario, Enrico; intendo di condurle con noi e di affidare loro una parte del nostro bagaglio ".
I due marinai scoppiarono in una omerica risata.
" Te lo dico sul serio ", disse Albani. " Le nostre scimmie ci seguiranno come portatori ".
" Allora insegnerò loro a fare di cucina, signore ", disse il mozzo.
" Per mangiare più peli di coda che zuppa! " esclamò il niarinaio. " No, non voglio simili aiutanti. Piuttosto insegnerò loro a raccogliere legna secca pel fuoco " .
" E a recarsi alla fontana a prendere acqua ".
" Sia pure, Piccolo Tonno. Ah, che bei servi!... Signor Albani, vi assicuro che quando sono sbarcato su quest'isola non speravo di poter
avere anche dei servi, oltre il pane e le tante cose utili da voi procurateci ".
" Ti accontenti facilmente ".
" Vi pare che io possa lagnarmi?. "
" No, ma io intendo procurarti di più. Quando avremo visitato i boschi, spero di ritornare con molte cose che ancora ci mancano. Voglio che qui regni l'abbondanza e che più nulla manchi a noi, che siamo abituati alla vita civile ".
" Ma che cosa volete ricavare ancora dalle piante?.. "
" Molte cose ancora ".
" Mi mettete in curiosità. Quando faremo questa escursione? ..."
" Fra un paio di giorni. Mi preme di conoscere quest'isola, che non sappiamo ancora se sia vasta o piccola, abitata o disabitata. Quest'oggi cominceremo i nostri preparativi ".
" Nulla ci manca, signore. Abbiamo pane, possiamo portare con noi alcuni uccelli, l'acqua è a nostra disposizione, possediamo perfino dei liquori. Che cosa volete di più? "
" Una tenda ".
" Abbiamo ancora delle vele ".
" È vero, ma ci occorrono delle bisacce per portare le nostre provviste ".
" Le vele ce le daranno ".
" Ma come cucire la tela? "
" Diavolo!... È sempre la solita storia: manchiamo di tutto. Dove trovare gli aghi?... Non possiamo già fabbricarli ".
" E allora bisogna cercarli ".
" Ma dove?.. "
" Ce li procureranno i pesci colle loro spine. I popoli nordici, gli Esquimesi, i Samoiedi, i Ciuki, ecc., come t'ho già detto, cuciono le loro vesti servendosi appunto di spine di pesci, e noi faremo altrettanto ".
" Ma bisogna pescarli questi pesci: e non possediamo ami ".
" Fortunatamente ce li daranno le piante ".
" E quali? " chiese il marinaio stupito.
" Ancora i bambù. Quelli chiamati hauertgiutgiuk o di Blume hanno le spine ricurve, le quali possono servire da ami".
" Andiamo a cercarle, signore, e poi andremo a pescare. Sono impaziente di mettermi in viaggio, per conoscere un po' la terra che ci ospita ".
" Andiamo, Enrico! sono anch'io curioso di conoscere il dominio dei 'Robinson' italiani ".

 

 

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