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Le stragi delle Filippine
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CAPITOLO I
LOS JURAMENTADOS DI SOLU'
- I "MOROS"!... I "MOROS"!...
Questo grido rimbomba per le vie di Manilla, opulenta capitale delle Filippine,
come un colpo di tuono.
Una fiumana di gente, pazza di terrore, coi visi pallidi, gli occhi stralunati,
si scaglia come un uragano attraverso il magnifico ponte, a dieci grandi arcate,
che unisce la Ciudad, ossia la città spagnuola, ai sobborghi popolosi di
Binondo e di Santa Cruz, che formano la cosí detta Città Chinese.
Quei fuggiaschi si spingono l'un l'altro, urlando, si rovesciano, si calpestano,
ma si rialzano e riprendono la corsa vociando sempre:
- I moros!... I moros!...
Vi sono uomini, vi sono donne, vi sono fanciulli; vi sono spagnuoli, tagali,
chinesi, negozianti, marinai, facchini, barcaioli del Passig e perfino soldati,
ma tutti fuggono come se avessero alle spalle una banda di fiere assetate di
sangue.
Delle donne, travolte da quella marea umana che ha un impeto irresistibile,
cadono, ma quella fiumana vi passa sopra; dei fanciulli, sfiniti o malamente
urtati, scompariscono fra quei corpi e rimangono stesi al suolo fracassati,
insanguinati, ma chi si occupa di loro in quel momento?... Tanto peggio pei
deboli!...
La folla, attraversato il ponte, entra nella Ciudad, rovesciando le sentinelle e
le guardie doganali che stanno dinanzi ai bastioni e si dilegua per le vie,
urlando sempre:
- Fuggite!... Si salvi chi può!... I moros!... I moros!...
Le porte delle case si chiudono precipitosamente con fracasso; i negozianti
abbassano d'un colpo solo le griglie di ferro che proteggono le loro botteghe;
gli erbivendoli lasciano i loro banchi e si salvano in tutte le direzioni senza
piú occuparsi delle loro ceste ripiene di frutta squisite e di vegetali d'ogni
specie; i merciai ambulanti gettano all'aria le loro casse e si precipitano là
dove scorgono ancora qualche porta aperta; i cocchieri pubblici sferzano i
cavalli a sangue e corrono dietro alla folla, senza badare se le ruote urtano
qualche disgraziato rimasto indietro, o se lo travolgono.
Le finestre invece si aprono e voci impaurite chiedono affannosamente:
- Dove sono?...
- Vengono da Binondo!... - rispondono alcuni fuggiaschi, ma senza arrestarsi.
- Ma chi?
- Los juramentados!
- Por la santa Virgen!...
- Eccoli!...
- I moros!... I moros!...
- Alle armi!... - tuona una voce. - Giú chi ha le brandill!...
Urla spaventevoli, che fanno agghiacciare il sangue, scoppiano dalla parte del
ponte.
Un istante dopo dieci o dodici uomini semi-nudi, color del bronzo cupo, cogli
occhi iniettati di sangue, colla spuma, ma di color sanguigna, alle labbra, si
scagliano attraverso il ponte come una volata di uccelli da rapina.
Non sembrano uomini, ma demoni sbucati dall'inferno. Sono tutti di alta statura,
dalle spalle larghe, dal petto ampio; ma dalle braccia e le gambe magre che
sembrano formate di corde d'acciaio ricoperte di pelle cotta e ricotta.
Non indossano che un certo sottanino scolorito, ma alle gambe, alle braccia, ed
al collo portano anelli di rame, monili di perle di vetro e di denti di cignale
e sul capo delle fascie svolazzanti che sembrano formate da corde vegetali
intrecciate.
Tutti quegli uomini, che sembrano pazzi od in preda ad un terribile accesso di
furore sanguinario, stringono nelle destre quelle pesanti sciabole, a lama
larga, fabbricate con acciaio d'una tempra eccezionale e che gli isolani delle
Solú chiamano parangs, armi formidabili che d'un colpo troncano la testa
all'uomo piú vigoroso.
Corrono come cervi, coi lunghi capelli svolazzanti, coi visi contratti, tenendo
le armi alzate. Nessuno può spaventarli: nessuno può arrestarli. Solo una
scarica di fucili o la mitraglia d'un pezzo d'artiglieria potrebbe domare quelle
tigri.
Chi sono adunque quei formidabili uomini che non temono la morte e che cosí
poco numerosi, osano avventurarsi fra le vie d'una città, in mezzo ad una
popolazione di circa centocinquantamila anime e una guarnigione di otto
diecimila soldati, scelti tra i piú valorosi della guarnigione iberica?...
Dei pazzi?... Forse peggio, poiché quei moros, come li chiamano gli spagnuoli,
hanno giurato sul Corano di uccidere e uccideranno, dovessero scagliarsi contro
una selva di baionette od in mezzo ad una grandine di mitraglia.
Non sono dei veri mori, ma degli isolani delle Solú, gli abitanti dell'antico
covo dei pirati; dei malesi infine, ma votati alla morte.
Un giorno, quei disgraziati, al pari di tanti altri della loro razza, si erano
accorti d'aver dilapidato spensieratamente le loro ricchezze, le loro terre e
forse perfino l'ultima loro capanna e che per di piú si erano ingolfati nei
debiti. Le leggi del loro paese li avevano lasciati cadere in balia dei loro
creditori, i quali potevano ben venderli come schiavi assieme alle mogli ed ai
figli.
I panditas, ovvero i preti maomettani, uomini crudeli e fanatici, ne avevano
approfittato per sfogare il loro livore contro gl'infedeli, ossia gli spagnuoli.
Avevano offerto ai debitori il riscatto delle loro famiglie, ma a condizione che
diventassero juramentados, ossia che giurassero solennemente di uccidere il
maggior numero di nemici.
Cos'è la morte pel malese?... Né piú né meno d'uno di quei molteplici
fenomeni dell'esistenza, a cui si assoggettano senza pensarvi sopra un solo
secondo.
Ed ecco i debitori diventati juramentados. Un praho solulano qualunque aveva
trasportato gli uomini votati alla morte, alla foce del Passig, onde potessero
compiere le loro truci gesta piú ferocemente che fosse possibile, in mezzo alla
numerosa popolazione della capitale dell'arcipelago e dopo d'averli ubriacati
d'oppio fino all'esaltazione, fino alla pazzia, l'equipaggio li aveva scatenati.
Quei dodici uomini, che dovevano morire, se volevano salvare le loro famiglie,
ma uccidere, si erano scagliati sulla popolazione che si affollava sul quai di
Binondo, tracciando in mezzo ad essa un solco sanguinoso; poi, attraverso il
borgo si erano gettati sul ponte del Passig dietro ai fuggenti, per entrare
nella Ciudad prima che l'allarme si spargesse e si alzassero i ponti levatoi.
Una donna, che era stata travolta dalla folla ed orribilmente calpestata,
vedendo avvicinarsi quella schiera di demoni, aveva cercato di rialzarsi e di
fuggire verso l'estremità del ponte, ma il primo juramentado d'un balzo le fu
sopra, e con un fendente del suo parang la fece ricadere con la testa spaccata
fino al mento.
Un soldato di fanteria marina, che si trovava a guardia d'una scialuppa a vapore
ormeggiata presso il quai balzò a terra stringendo un fucile armato di
baionetta e tentò, con un coraggio disperato, di far fronte alla banda.
Il disgraziato non conosceva forse i juramentados di Solú. Non aveva ancora
appuntata la baionetta che stramazzò al suolo colle braccia tronche e la gola
spaccata. Ebbe appena il tempo di mormorare, fra i fiotti di sangue che lo
soffocavano:
- Valgame Dios!...1 - e spirò.
I juramentados, passato il ponte, si precipitano nelle vie della Ciudad, senza
che alcuno ardisca arrestarli dinanzi le barriere del bastione. Sanno che colà
vi sono altre vittime da fare e soprattutto vittime spagnuole, ed irrompono per
le vie come torrente spaventoso.
Alcuni colpi di fucile partono dalle finestre: dei macigni e dei rottami
rimbalzano sulle vie da essi percorse, ma non si arrestano. Qualcuno cade e
viene tosto finito a fucilate come una bestia feroce, ma gli altri continuano la
corsa agitando furiosamente le loro armi, di già tinte nel sangue.
Sull'angolo d'una strada s'imbattono in un gruppo di fuggiaschi. Piombano su di
loro, ne fanno scempio e riprendono la corsa lasciandosi dietro un gruppo di
morti e di moribondi.
Erano giunti all'estremità della piazza d'Armi, quando di fronte alla statua di
Ferdinando VII s'imbattevano in una ricca portantina sorretta da quattro
indigeni, da quattro tagali.
I portatori, vedendoli avvicinarsi, abbandonarono precipitosamente le traverse e
si salvarono fra gli alberi dell'orto botanico, mandando urla di terrore.
A quelle grida risponde un altro che esce dalla portantina, un grido di donna.
La porta viene aperta ed una giovane signora balza agilmente fuori, girando
all'intorno uno sguardo smarrito.
Quella disgraziata, che sta per subire la sorte toccata agli altri incontrati da
quei fanatici sanguinarii, è d'una singolare bellezza.
Può avere sedici o diciassette anni, ma può averne anche meno. È una figurina
gentile, ma di taglia elegante quantunque piccola, con due occhi d'un nero
profondo che tradiscono la sua origine spagnuola, sormontati da folte e nere
sopracciglia dall'ardita arcata; con due labbra rosse come corallo che mostrano
dei denti candidi, col naso diritto ma delle narici mobili che caratterizzano il
tipo delle isolane di Luzon, coi capelli oscuri, sciolti sulle spalle e colla
pelle bruna.
Non porta né gioielli, né vezzi di perle come le sue concittadine di Manilla e
non indossa vesti di gran lusso né a vivaci colori. Non ha che un semplice
vestito di mussola azzurra a fiorami e sul capo una leggera ciarpa di seta
bianca, la manta.
Vedendosi sola inarcò le sopracciglia, ma ad un tratto impallidí, gettando un
grido d'orrore. Aveva scorto i juramentados, i quali le correvano addosso come
una torma di lupi affannati, roteando i parangs.
Un istante ancora e quella bella testa doveva cadere al suolo, spiccata da
quelle armi formidabili e quel giovane corpo doveva stramazzare nella polvere,
vomitando sangue.
Ma al grido d'orrore della fanciulla, un altro vi aveva fatto eco.
Due uomini, uno vestito all'europea e l'altro da chinese, che si erano riparati
in un vicino caffè, hanno veduto e non curanti della loro vita, si sono
precipitati in aiuto della giovinetta.
Il primo è un uomo sui trent'anni, dai lineamenti arditi, che indicano un
coraggio a tutto prova. Sembra che appartenga a quella splendida e intelligente
razza formata dall'incrocio del sangue europeo con quello degli indigeni delle
Filippine, poiché ha la pelle un po' bruna, dai riflessi rossastri, gli occhi
grandi, neri, tagliati a mandorla, i capelli pure nerissimi ed inanellati, i
denti d'una bianchezza abbagliante e la corporatura robusta, ma dotata di
quell'agilità che distingue gl'isolani della Filippine.
L'altro, che sembra piú attempato di una mezza dozzina d'anni, ha invece la
pelle giallo-pallida, gli occhi leggermente obliqui con strani bagliori, la
fronte alta e spaziosa solcata già da qualche precoce ruga, le labbra strette,
sottili ed il mento appuntito, coperto da una barba rada, il capo in gran parte
rasato e adorno di una barba come usano i chinesi. La sua statura è piú alta
del compagno e piú robusta e piú muscolosa. Quell'uomo, che tutto indica
appartenga alla razza chinese, deve possedere una forza veramente eccezionale ed
una energia non comune negli uomini della sua razza.
I due coraggiosi si gettano dinanzi alla giovinetta che si è aggrappata allo
sportello della portantina, col capo nascosto tra le braccia, come se volesse
ripararlo dai colpi degli assassini.
L'uomo bruno estrae rapidamente una rivoltella e apre un vero fuoco di fila, ma
il suo compagno abbassa invece bruscamente l'arme che aveva pure estratta,
mentre un sorriso crudele gli spunta sulle labbra.
- La fanciulla bianca!... - esclama, con accento sdegnoso.
Ma i colpi dell'uomo bruno sono stati sufficienti. Un moro, il capo fila, cade
colla fronte bruciata, poi un secondo, poi un terzo. Gli altri deviano e si
gettano verso l'orto botanico, ululando ferocemente. La strage sta per finire.
L'allarme è stato dato, e da tutte le parti accorrono soldati e cittadini
armati.
Un tagalo, un altro coraggioso, affronta la terribile benda. Tiene in pugno una
specie di forca di legno col manico lungo e le due punte armate di spine e
rinchiuse, all'estremità, da un altro fascio di spine.
È la brandill, l'arma migliore per arrestare i fanatici juramentados.
La forca cade sull'ultimo selvaggio, imprigionandogli il collo. Il miserabile,
arrestato di colpo, lacerato dalle spine che gli si cacciano nelle carni, cade
in ginocchio.
Nell'istesso istante un fuoco infernale parte dagli alberi del giardino. Due
dozzine di soldati, accorsi dal forte S. Giacomo, fucilano senza misericordia i
moros, i quali cadono l'uno sull'altro in un fascio.
È finita; i fanatici, crivellati dalle palle, non si rialzeranno piú per
continuare l'orribile strage e la popolazione di Manilla, un istante prima
terrorizzata dalla furia sanguinaria di quei formidabili uomini, può scendere
tranquillamente nelle vie per numerare le vittime.
La bruna giovane intanto, miracolosamente sfuggita alla morte, dopo un istante
di stupore e di sbalordimento, aveva alzati gli occhi sul salvatore che le stava
ancora dinanzi colle braccia incrociate sul petto, in un atteggiamento quasi
triste. Appena lo vide, un grido le sfuggí e s'appoggiò alla portantina, come
se le forze le fossero venute meno.
- Voi... tu... Romero! - balbettò
- Sí, io, - rispose l'uomo dagli occhi neri, con accento triste. - Tu non
credevi di trovarmi qui, è vero Teresita?... Lo vedi: è il destino che mi
spinge sempre sui tuoi passi.
- Ah!... Romero!... Ti devo la vita!... - esclamò la giovane, tendendogli la
mano.
Il meticcio afferrò vivamente quella mano, le cui dita erano adorne di anelli
di grande valore, se le portò al cuore, ma subito l'abbandonò.
- A quale scopo, - disse, con voce cupa. - Tutto deve finire tra me e te.
- No, Romero, - mormorò la giovane, nella cui voce si sentiva dello strazio. -
Non parlare cosí!...
- Sono un meticcio, lo sai. Non ho nelle vene il sangue puro degli spagnuoli e
sono un proscritto, peggio ancora, un uomo condannato e che i tuoi compatriotti
sarebbero ben felici di vedere morto. Qui è delitto parlare di libertà; qui è
delitto amare la terra natia e tuo padre me l'ha dimostrato... Addio!... Forse
non ci rivedremo mai piú!... Vado dove si combatte e dove si muore.
Il meticcio, cosí dicendo, aveva fatto un passo indietro per ritirarsi, ma la
giovane spagnuola lo aveva rapidamente trattenuto, afferrandogli strettamente
ambe le mani.
- Romero!... - esclamò, mentre i suoi occhi si empivano di lagrime. - Romero...
tu non puoi lasciarmi cosí... non lo devi... perché io ti voglio sempre bene.
Un sorriso amaro contrasse le labbra dell'uomo di colore.
- Tu mi vuoi bene, lo so, - disse. - Ma lui, tuo padre, che mi ha condannato
all'esilio, che mi odia, che mi disprezza?...
"A quale scopo lottare, quando la speranza non sussiste?... A quale scopo
vivere e soffrire ancora?... I miei fratelli muoiono per la libertà di questa
terra e io voglio andare a morire al loro fianco".
- No, Romero!...
- È il destino che cosí vuole. Partirò: l'ho giurato, Teresita.
- E tu che mi vuoi bene, tu che per me hai tanto sofferto, andrai a lottare
contro i miei fratelli, contro mio padre?...
- Tuo padre! - disse il meticcio con voce sorda.
- È vero, Romero... perdona... - mormorò la giovanetta, soffocando un
singhiozzo.
- Addio, Teresita, - disse Romero, facendo uno sforzo che doveva straziargli il
cuore. - Possono accorgersi che io sono tornato e se mi arrestassero, domani non
sarei piú vivo. Se morrò nelle trincee di Cavite o di Bulacan, il mio ultimo
pensiero sarà pel nostro infelice amore e l'ultima mia parola sarà per te.
- E tu partirai?...
- Domani, all'alba.
- E non ci rivedremo piú?
- Forse, se la morte mi risparmierà; ma non lo credo, poiché io la cercherò.
- È necessario che io ti veda ancora. Non negarmi questo favore che può essere
l'ultimo, Romero! - disse Teresita, piangendo.
- Ho le ore contate.
- Lo voglio, Romero.
- Sia.
- Questa sera.
- Dove?...
- Nel padiglione del parco. Ti attenderò con Manuelita.
- E tuo padre m'ucciderà.
- A mezzanotte dormirà! Concedimi quest'ultimo colloquio, Romero.
- Ebbene, ci sarò.
- Ho la tua parola.
- L'hai, Teresita.
La giovane spagnuola si asciugò rapidamente le lagrime con un fazzoletto adorno
di pizzi, s'avvolse il capo nella manta, che aveva lasciato cadere sulle spalle
e balzò leggera come un uccello, nella portantina.
I quattro tagali, che erano ritornati, l'alzarono e si misero rapidamente in
marcia, scomparendo dietro gli alberi del giardino.
Il meticcio non si era mosso. Col capo chino, gli sguardi ardenti fissi sulle
piante che celavano la portantina, la fronte burrascosamente aggrottata e le
braccia strettamente incrociate sul robusto petto che gli si sollevava
impetuosamente, pareva che col pensiero seguisse la bruna fanciulla.
Sembrava che avesse dimenticato tutto: il pericolo tremendo che correva di
venire scoperto, arrestato e forse ucciso; il compagno dagli occhi obliqui che
lo aveva seguito e perfino il luogo dove si trovava.
Quale destino mi sarà serbato? - mormorò finalmente, con un lungo sospiro. -
Un uomo di colore!... Come se anch'io non avessi, nelle mie vene, il sangue di
questi superbi dominatori?... E disprezzano me, la mia razza, i miei fratelli,
mentre l'insurrezione rugge sulle loro teste!...
Si guardò d'intorno come se cercasse il compagno e lo vide frammischiato alla
folla che si era raggruppata attorno ai cadaveri dei juramentados, ma s'accorse
pure che quegli occhi obliqui lo fissavano attentamente. Nel sorprendere quello
sguardo, che pareva acuto come la lama d'un pugnale, Romero trasalí.
- Mi spiava, - mormorò.
S'avvicinò alla folla e battendo sulle spalle del compagno, il quale si era
affrettato a rivolgere la sua attenzione sui cadaveri dei moros, gli disse:
- Vieni, Hang-Tu.
L'uomo dalla pelle gialla lo seguí, dicendo:
- Sono proprio morti, Romero.
- Lo credo, - rispose il meticcio, sforzandosi di sorridere.
- È una vera disgrazia che siano stati uccisi cosí presto. Avrebbero potuto
abbatterne qualche centinaio di questi bianchi.
- Ma anche degli uomini di colore, Hang-Tu. Quelle belve non rispettano nessuno
quando sono scatenate.
- È per questo che hai fatto fuoco su di loro, è vero Romero? - chiese Hang-Tu,
con sottile ironia.
- No, è stato per salvare una fanciulla.
- Una bianca, - disse Hang, con disprezzo.
- Una fanciulla, ti dico. Forse che noi facciamo la guerra alle donne?...
- No, ma quella meritava ben la morte.
- Lei!...
- Almeno suo padre avrebbe pianto.
- Ah!... Tu l'hai riconosciuta?...
- Sí, Romero, ed è per questo che non ho fatto fuoco sui moros. Spenta lei, la
patria, o meglio l'insurrezione, avrebbe avuto la tua forte anima ed il tuo
robusto braccio.
CAPITOLO II
IL "GIGLIO D'ACQUA" ED IL "LOTUS BIANCO"
Il meticcio si era arrestato all'estremità del ponte che unisce la Ciudad a
Binondo, guardando fisso il compagno, il cui viso, da giallo che era, aveva
assunto una leggera tinta verdognola, mentre nei suoi occhi lampeggiava una cupa
fiamma. Pareva che volesse scoprire i pensieri che turbinavano nel cranio di
quel discendente del Celeste Impero. Forse nelle parole di quell'uomo aveva
indovinato, fra l'ardente amore per la libertà, una tenebrosa minaccia per la
fanciulla.
- Orsú, Hang-Tu, - disse finalmente, - che t'importa se quella donna sta fra me
e l'insurrezione?... Forse che abbandonando Macao, la terra dell'esilio che ci
ha ospitato per tre mesi, salvandoci dalla morte decretataci da questi
dominatori, non ho giurato di consacrare l'anima e le braccia alla libertà
delle isole?...
- Ma quella donna ti sarà fatale.
- Lei, povera fanciulla?
- L'amor suo, Romero.
- Taci, Hang-Tu, - disse il meticcio, con triste accento.
- Spezza tutto, infrangi ogni vincolo con questa razza che da secoli ci opprime
e che disprezza te, me, ed i nostri fratelli.
- Taci, Hang.
- Tu l'ami, - continuò l'implacabile cinese, - tu che sei uomo di colore!...
Credi tu che suo padre acconsentirà a dartela in isposa?... Lui, il maggiore
che guerreggia con furore contro i nostri fratelli; lui che ti ha fatto
arrestare e che ti avrebbe fatto fucilare se io, con una pronta fuga, non ti
avessi salvato conducendoti al Macao; lui che t'ha incendiato le immense
piantagioni ereditate dai tuoi padri, che ti ha gettato sul viso tutto il suo
disprezzo, che ti ha deriso quando hai avuto l'ardire di chiedere la mano di sua
figlia e che ti ha respinto come un cane, peggio ancora, come un lebbroso?... E
tu vuoi bene a sua figlia!...
- Mi vuol bene anch'essa, Hang.
- Sí, l'affetto d'una donna bianca, l'affetto di una nemica!... Non si può
voler bene ad un uomo, quando questi volge le armi contro i fratelli, piú
ancora, contro il proprio padre.
- Sono le sorti della guerra e le comprenderà.
- No, Romero. La razza bianca odia troppo la nostra terra perché Teresita possa
perdonare a te, d'aver impugnato le armi contro la sua patria. Quella fanciulla
conta sul tuo amore per strappare all'insurrezione un uomo valoroso come te, un
nemico che può diventare il braccio destro dei nostri capi e forse il supremo
dittatore delle operazioni guerresche dei guerrilleros.
- Io?...
- Tu, Romero. A noi manca un duce capace di intraprendere dei colpi audaci
contro le città tenute dagli spagnuoli e che renda forti le nostre. Tu sei
ingegnere, tu t'intendi di cose di guerra, puoi dirigere un assedio, puoi
insegnare a noi come si trincera una posizione. Vedi bene quanto tu sei
necessario a noi e quanto conta su di te l'insurrezione.
- E non ti basta che io abbia giurato di combattere per la libertà, Hang?
- Ma quella fanciulla?...
- Che importa agli insorti che io abbia affetto per una donna bianca o di
colore?...
- Ed il cuore?... Sarà libero come il tuo braccio?... Avresti tu il coraggio di
lottare contro il padre della donna alla quale vuoi tanto bene?...
- Si dubita della mia fedeltà, adunque? - chiese il meticcio con voce sorda.
- No, ma...
- Forse che non sono stato io ad organizzare il colpo di mano che doveva darci
Manilla?... Forse che non sono stato io ad armare i trecento uomini che
lavorarono nelle mie piantagioni ed il primo che ha innalzato il vessillo della
rivolta?... Si dimentica di già che gli spagnuoli mi hanno condannato alla
fucilazione, che le mie ricchezze sono state confiscate, le mie piantagioni
distrutte, la mia stessa casa data alle fiamme?... Non sono che sei ore che sono
tornato dall'esilio, affrontando il pericolo di venire scoperto, non per dire a
Teresita che io le voglio sempre bene, ma per combattere a fianco dei miei
fratelli di colore e morire in mezzo a loro.
- Lo so, Romero, e nessuno lo ignora; ma temiamo di quella fanciulla e del
fortissimo affetto che hai per lei.
- È vero, - mormorò il meticcio, passandosi la destra sulla fronte ardente.
Hang-Tu era diventato bruscamente muto. Aveva passato un braccio sotto il
sinistro del meticcio e scendevano uniti verso il molo di Binondo che era
affollato di persone.
Schiere di chinesi dalle teste semi-pelate, ma adorne di lunghe code, dalle
facce quasi squadre, ma cogli zigomi assai sporgenti, dalle tinte piú o meno
giallastre e coperti da grandi cappelli di fibre di rotang in forma di
giganteschi funghi, passavano e ripassavano, chiacchierando con vivacità e
ridendo rumorosamente.
Vi erano grassi negozianti che sfoggiavano delle ricche e lunghe kao-tz, ossia
casacche di seta a fiorami di tinte vivaci e che calzavano delle comode ha-tz,
ossia grandi scarpe bianche dall'alta suola di feltro; dei ricconi che facevano
pompa delle loro lunghe hoal, ossia tuniche abbottonate sui fianchi, con
piastroni di seta finemente ricamati e delle grandi pieghe, e dei facchini quasi
nudi, ma che nella cintola portavano l'inseparabile ventaglio e la non meno
inseparabile pipa per fumare l'oppio.
In mezzo a quell'onda di cappellacci e di code agitatisi come serpenti,
strepitavano dei tegali, i veri indigeni delle isole, dei pezzi di giovanotti,
dalle forme eleganti ma insieme robuste, dal colorito rossastro, con delle
gradazioni giallo-bronzine o ramigne, pittoreschi colle loro bianche camicie di
percallo svolazzanti sopra i pantaloni ed adorne di ricami; o passavano
silenziosi, tetri, i malesi dalle facce ossute ed oscure con gradazioni
verdastre ed olivastre, cogli occhi sempre contratti e minacciosi e la cintura
armata dell'inseparabile kriss, quel pugnale di forma serpeggiante, colla punta
sovente avvelenata e cosí terribile nelle mani di quei fieri isolani.
Quelle tre razze, un giorno acerrime nemiche, pareva che sul molo di Binondo se
la intendessero fra di loro. I chinesi ed i tagali soprattutto, chiacchieravano
insieme colla migliore concordia e molto rumorosamente. Commentavano le ultime
notizie della guerra che si combatteva cosí vicina alla capitale, senza piú
occuparsi delle numerose navi, delle giunche, dei prahos e dei giong che stavano
ancorate dinanzi al molo, in attesa di venire caricate o scaricate.
Pareva che inaspettati avvenimenti avessero assorbita tutta l'attenzione di
quegli uomini, dimenticando i loro affari.
Hang-Tu continuava a condurre il meticcio attraverso quella gente, senza piú
parlare. I chinesi, i tagali e i malesi, come se avessero ricevuta una parola
d'ordine, pareva che non si degnassero di gettare un solo sguardo su quei due,
ma s'affrettavano a scostarsi per lasciare il passo libero. Solo di quando in
quando Romero sorprendeva uno strizzamento d'occhi rapido come il lampo o un
gesto fulmineo.
Ad un tratto, in mezzo a quel vocío si udí echeggiare un fischio acuto.
Hang-Tu trasalí e s'affrettò a dirigersi verso una stretta viuzza che tagliava
in due il popoloso quartiere mentre le folla si aggruppava prontamente dietro a
lui ed al meticcio, come per opporre una barriera alle loro spalle.
- Ciò significa che qualche sospettoso spagnuolo ci seguiva, - rispose il
chinese.
- E questa gente?
- Ci salva, opponendo fra noi e la spia un ostacolo insormontabile.
- Ma se è uno spagnuolo, saranno costretti ad aprirgli il passo.
- È vero, ma i malesi sono lesti di mano ed il curioso non farebbe dieci passi
in mezzo alla folla senza ricevere un buon colpo di kriss.
- Che gli spagnuoli abbiano sospettato il nostro ritorno?
- Lo temo, Romero, ma quando vorranno prenderci, noi saremo lontani. Binondo non
è la Ciudad.
- Ma dove mi conduci ora?...
- Lo saprai presto.
- A mezzanotte devo essere libero.
- Lo sarai, - disse il chinese
Poi, dopo alcuni istanti di silenzio riprese:
- È la fanciulla bruna che t'aspetta, è vero?...
- Sí.
- L'avevo indovinato. Bada che il maggiore d'Alcazar non è piú dinanzi a
Cavite, ma qui!
- Lo so, - riprese il meticcio, con un sospiro.
- Il padre della fanciulla ti odia, Romero.
- Lo so.
- Forse ti tenderà un agguato per privare l'insurrezione del tuo braccio.
- Non conosci Teresita d'Alcazar, Hang-Tu.
- Non sarà lei che ti prepara il tradimento, ma... si sospetta che tu sia qui,
ed il maggiore è un uomo che non dorme con due occhi chiusi.
- Sarò armato.
- Vuoi un consiglio, Romero?... Parti senza rivederla. Cosa potrebbe dirti?...
Che ti vuol bene?... Lo sai o almeno lo credi...
- Taci, Hang, - disse il meticcio con voce minacciosa. - Tu non hai il diritto
di ferirmi il cuore.
- No, ma l'amico affezionato ha il dovere di vegliare su di te.
- Ancora dei dubbi?...
- No, ma temo l'affetto di quella fanciulla.
- Ho giurato.
- Lo vedremo fra poco.
- Cosa vuoi dire?...
- Pensavo alle stranezze del destino.
- Non ti comprendo, Hang.
- Non importa: affrettiamoci, Romero. Ci attendono.
- Chi?...
- I patriotti.
Il chinese aveva affrettato il passo, inoltrandosi nelle viuzze interne di
Binondo, abitate quasi esclusivamente dalle numerose colonie di chinesi e malesi
di Manilla, viuzze fetide, fangose, sfondate e oscure anche in pieno meriggio,
tanto sono strette.
Case, casette ed anche semplici capanne di paglia e di fango, ma tutte coi tetti
arcuati e sormontati dalle banderuole o dei draghi cigolanti sugli arrugginiti
sostegni, le une addossate alle altre, e senza ordine.
Essendo il sole già prossimo al tramonto, dinanzi a quelle abitazioni era stata
già accesa qualcuna di quelle monumentali lanterne di carta oliata, che
spandono quella luce scialba, malinconica, tanto cara ai coduti figli del
Celeste Impero.
Hang-Tu percorse rapidamente parecchie stradicciuole che erano deserte e
s'arrestò dinanzi ad una casa d'aspetto tetro, colle pareti screpolate, colle
arcate dei tetti minaccianti rovina, colle invetriate delle piccole finestre
formate di conchiglie semitrasparenti tagliate a quadretti e fissate su di un
telaio di legno.
Sulla porta, semi-nascosta da un basso muricciuolo, destinato, secondo le
credenze dei chinesi, ad impedire l'entrata agli spiriti maligni, si vedevano
delle figure malamente disegnate e peggio dipinte, rappresentanti le tre
incarnazioni del filosofo chinese Lao-Tse, sormontate da due sentenze scritte su
carta incollata e che volevano dire:
"Dirimpetto a me possa sorgere la ricchezza".
E l'altra:
"Possano i favori del Tien (cielo) scendere su questa porta".
Hang-Tu si volse verso il meticcio, dicendogli:
- Ci siamo.
- Ma dove? - chiese Romero, con una certa ansietà.
- Dove ci aspettano.
Gettò un rapido sguardo sulla viuzza a malapena rischiarata da una lanterna che
ardeva sull'angolo d'una casa, poi accostò le dita alle labbra, mandando tre
fischi acuti.
Un istante dopo, la porta della casa d'aspetto sinistro s'apriva senza far
rumore ed un chinese di statura quasi gigantesca, con un cappello di fibre di
rotang sul capo ed una lunga casacca di tela azzurra, stretta alla cintura da
una larga fascia sostenente due rivoltelle, comparve, dicendo:
- Eccomi, Hang-Tu.
- I figli del Lotus bianco e del Giglio d'acqua sono pronti?...
- Sí, Hang.
- Siamo sicuri?...
- Vi sono sessanta uomini disseminati nel quartiere. Nessun bianco potrà
avvicinarsi senza essere scorto e pugnalato.
- È necessario che si vegli attentamente, poiché conduco con me l'uomo atteso.
- Manderemo altri venti uomini nel quartiere malese.
- Va bene.
Hang-Tu prese Romero per una mano, attraversò la porta girando il muricciuolo e
s'inoltrò in un corridoio tortuoso ed oscuro, ma procedendo speditamente, senza
esitazioni, come un uomo che già conosce la via.
Dopo d'aver disceso parecchi gradini, introdusse il meticcio in un salotto privo
di finestre, ma illuminato da una grande lanterna coi vetri di corna di bufalo
ridotte in sottilissime lastre, e adorni di fiori variopinti.
Quella stanza doveva trovarsi sottoterra, ma nessuna traccia di umidità si
scorgeva sulle pareti, che erano coperte di carta fiorita di Tug e adorne di
arazzi di seta color rosso fuoco a grandi disegni rappresentanti mostruosi
draghi vomitanti fuoco e lune sorridenti.
Non vi era nessun mobile, nemmeno una semplice sedia di bambú, ma invece negli
angoli si vedevano degli enormi fasci d'armi: carabine indiane, fucili a
retrocarica di provenienza europea e di varii sistemi, pistole e rivoltelle,
sciabole, catane giapponesi taglienti come rasoi, parangs del Mindanao, pugnali,
coltellacci, kriss e perfino delle spingarde di grosso calibro.
- Mi attenderai qui, - disse Hang-Tu a Romero.
- Una domanda, prima.
- Parla.
- Dove mi trovo?
- Nella sede delle due società segrete chinesi Giglio d'acqua e Lotus bianco.
- Ho udito parlare di queste potenti società.
- Sai che hanno abbracciata la causa dell'insurrezione?...
- Lo ignoravo.
- Te lo dico ora.
- Ma che cosa vogliono da me?...
- Esse rappresentano in Manilla l'insurrezione.
- Che cosa vuoi concludere?...
- Che devi giurare a loro fedeltà e poi...
- Continua, - disse il meticcio, vedendo che il chinese si era arrestato.
- Poi ti eleggeranno comandante delle forze degli insorti che guerreggiano nella
provincia di Cavite.
- Io, capo?...
- Lo si vuole.
- E contro chi dovrò battermi?...
- Lo deciderà la sorte.
Il meticcio rialzò vivamente il capo, che aveva tenuto fino allora chino sul
petto, e guardò il chinese, ma questi aveva un aspetto tranquillo e i suoi
occhi nulla tradivano.
- Attendimi, - disse finalmente Hang-Tu, che aveva sopportato quell'esame, senza
che un muscolo del suo volto giallastro trasalisse.
S'avvicinò ad una porta di legno di tek che si scorgeva all'estremità della
sala sotterranea e battè tre colpi su di una lastra di metallo, un gong. Le
vibrazioni argentine del disco non erano ancora cessate, che la porta si aprí,
richiudendosi tosto, ma senza far rumore, dietro le spalle del chinese.
Romero era rimasto immobile in mezzo la sala, porgendo attento orecchio a vaghi
rumori che provenivano dalla parte ove il suo compagno era scomparso. Pareva che
dietro la robusta porta di tek, un grande numero di persone bisbigliassero.
Ad intervalli regolari echeggiava come un lontano fragore d'armi, ma subito si
spegneva ed il bisbiglio misterioso tosto ricominciava.
Senza dubbio, nei sotterranei della casa, d'aspetto sinistro, si teneva una
riunione numerosa, per discutere sui mezzi piú adatti per sopprimere le truppe
spagnuole o si tramava qualche audace colpo di mano contro la popolazione bianca
di Manilla, per strappare il formidabile baluardo ai dominatori.
Cinque minuti erano appena trascorsi, quando Hang-Tu rientrò dicendo:
- Vieni, Romero: i fratelli ti attendono.
CAPITOLO III
LE SOCIETÀ SEGRETE DEI CHINESI
Il meticcio, udendo quelle parole, aveva provato, senza sapere il perché, un
fremito. Non aveva paura di affiliarsi a quelle misteriose sette importate dalla
China e che ora avevano dato le loro ricchezze e le loro forze pel trionfo della
libertà delle Filippine; non tremava per le terribili punizioni che infliggono
agli uomini, anche lontanamente sospetti della loro fedeltà agli statuti
sociali: non temeva le arti segrete di Hang-Tu per strappargli dal cuore la
passione per Teresita, pure non si sentiva tranquillo varcando la porta che
doveva metterlo in presenza dei membri delle potenti associazioni.
Sentiva vagamente che un pericolo misterioso lo circondava, ma senza sapere
quale.
Attraversata la sala, il chinese lo introdusse in un nuovo corridoio che pareva
scendesse ancora, poi lo fece passare sotto una strana vôlta formata da otto
enormi clave sorrette da otto chinesi, da otto membri dell'associazione.
Subito due altri chinesi s'impadronirono di Romero, gli tolsero la casacca e la
camicia gettandogli addosso un manto di seta bianca, ma che lasciavagli scoperta
la spalla destra.
Perché la cerimonia dovesse essere completa, avrebbero dovuto sciogliergli la
coda, come prescrivevano gli statuti sociali del Giglio d'acqua, del Lotus
bianco e del Tien-Tai, ossia della Società del Cielo, della Terra e dell'uomo,
come protesta del servaggio dei chinesi contro l'imposizione dei Mantsciuri
conquistatori, ma essendo Romero un meticcio, questo particolare fu lasciato da
parte avendo i capelli alla moda europea.
Ciò fatto, Hang-Tu introdusse l'amico in un'ampia sala dove si trovavano
raccolti un centinaio e piú affiliati , parte chinesi, altri malesi, tagali e
meticci, forse i capi piú influenti del partito insurrezionale di Manilla.
Erano tutti armati di sciabole, o di catane o di parangs, le cui lame d'acciaio
finissimo scintillavano vivamente, sotto la luce d'una mezza dozzina di grandi
lanterne di talco.
Hang condusse il meticcio ad una estremità della sala dove sorgeva un piccolo
padiglione detto dei Fiori Rossi, perché le tende che l'adornavano erano
dipinte a peonie color del sangue, e preso un bacino di porcellana azzurra di
Ming, ripieno d'acqua raccolta nel fiume chinese di Siam Ho, spruzzò
replicatamente il neofita.
Tosto i cento uomini, che si trovavano colà radunati, si schierarono su due
file, ed alzarono le armi formando come una vôlta d'acciaio.
Hang fece passare Romero sotto le lame fiammeggianti e minacciose, poi, giunto
nel mezzo, lo fece inginocchiare su di un cuscino di seta cremisi, mentre otto
spade si puntavano sulla spalla nuda del nuovo affiliato, facendo uscire alcune
gocce di sangue.
- Sono morti i tuoi parenti? - gli chiese Hang, che funzionava da grande
maestro.
- No, - rispose il meticcio, con sorpresa.
- Devi giurare che sono morti, - disse il chinese con voce solenne, - cosí
vogliono i nostri statuti.
- Lo giuro.
- Ripetilo.
- Lo giuro.
Un lampo di gioia balenò negli occhi obliqui di Hang.
- Tu hai giurato, - gli disse, - questa formula significa che non puoi piú
riconoscere alcun legame terrestre e che devi rinunciare a tutto per darti,
corpo ed anima, alle nostre società che qui rappresentano l'indipendenza delle
Filippine.
Il meticcio, udendo quelle parole, fece atto d'alzarsi, ma le punte delle otto
spade l'obbligarono a rimanere in ginocchio. Aveva compreso che quella formula
stava per costargli la perdita della fanciulla amata ed aveva pur compreso dove
l'aveva tratto l'astuto chinese.
- Hang, - mormorò.
- Per l'indipendenza della patria, - rispose il chinese, che lo aveva ben
capito.
Romero chiuse gli occhi e chinò il capo. La libertà della patria gli rubava
l'affetto di Teresita.
Un affilato aveva intanto recato un vaso di porcellana color del cielo dopo la
pioggia, contenente dell'avarak ed aveva mescolato alla forte bevanda alcune
gocce di sangue raccolte sulla spalla del meticcio.
- Bevi, Romero Ruiz, - disse Hang, porgendogli la coppa.
Il neofita la vuotò senza pronunciare una parola. Ormai era in piena balía di
quegli uomini; ormai aveva dato il cuore e l'anima all'associazione.
- Romero Ruiz - continuò il chinese rialzandolo, mentre le otto spade venivano
ritirate. - Sei nostro ed hai giurato di difendere la libertà delle isole
contro i nostri secolari oppressori.
- Sí, - rispose il meticcio, a voce bassa, - ma mi hai schiantata l'anima.
Hang-Tu finse di non udirlo e se lo fece sedere a fianco, su uno scanno coperto
di seta rossa fiorata, poi, mentre i congiurati formavano dinanzi a loro un ampi
semi-cerchio, disse:
- S'introducano i corrieri.
Un istante dopo due malesi, un chinese ed un meticcio entravano. Tutti quattro
erano cenciosi, magrissimi e portavano in volto le tracce di lunghe sofferenze.
Pareva che fossero giunti di recente dai campi degli insorti, poiché le loro
vesti erano ancora imbrattate di fango.
Hang-Tu fece avvicinare il meticcio, chiedendogli:
- Da dove vieni?...
- Dalle rive dell'Imus, capo, - rispose il corriere.
- Che cosa fanno gli spagnuoli?
- Si sono accampati presso Dasmarinas e pare che puntino verso Salitran.
- Chi li comanda?...
- I generali Lachambre e Cornell.
- E poi?...
- Il generale Zabalà presta loro mano forte col mag...
- Basta, - lo interruppe Hang-Tu, con vivacità. - Conosco l'altro. I patriotti
hanno fortificato Salitran?...
- Lo credono inespugnabile.
- Lo sforzo del maggiore sarà contro Salitran adunque?
- Sí, capo. Tutte le colonne convergono sull'Imus.
Hang, con un gesto, lo invitò a ritirarsi e fece avanzare il chinese.
- Tu vieni? - gli domandò.
- Da Franquero.
- È vero che quella fortezza è caduta nelle mani degli spagnuoli?
- Il generale Jaramille l'ha espugnata il 16 febbraio.
- Da tre giorni! - esclamò Hang, con doloroso stupore. - E gli insorti?...
- Si ritirano sui monti combattendo.
- Maledizione!... E Pamplona?...
- È pure caduta, capo, - disse uno dei due malesi avanzandosi. - È stata
occupata dal colonnello Barranquer dopo un vivo bombardamento che ha costato la
vita ad un centinaio dei nostri.
- Tristi notizie! - disse Hang, con un sospiro. - Ed a Bocoor che cosa si fa?...
- Continua il bombardamento da parte della squadra spagnuola, ma i patrioti
resistono sempre, - disse il secondo malese.
- E Cavite Vieja?...
- Tiene sempre testa agli spagnuoli.
- Ma oggi si diceva a Binondo che le popolazioni del fiume Zarate erano state
domate. È vero?...
- Sí, capo, - risposero i due malesi, - ma gli uomini validi sono fuggiti e
andranno a rinforzare le nostre bande.
- Hang-Tu si alzò e volgendosi verso i congiurati che conservavano un religioso
silenzio, malgrado quelle cattive notizie recate dai campi dell'insurrezione,
disse:
- Amici, gli oppressori stanno per darci forse un colpo mortale. Mentre Cuba
resiste vittoriosamente ai reggimenti del generale Veyler sacrificando i suoi
piú valorosi figli per l'indipendenza, noi che avevamo cominciato
l'insurrezione con tanti successi, stiamo per essere vinti.
"Le tigri delle isole, gli antropoidi, come ci chiamano sdegnosamente
questi uomini dalla pelle bianca, non devono perire. Pensate che siamo sette
milioni, mentre essi non sono che tremila e che nelle nostre vene scorre il
sangue di tante valorose razze e dei piú celebri predatori dell'arcipelago.
"Guerra a morte contro questi oppressori, contro questi orgogliosi bianchi
che ci gettano in viso il loro disprezzo.
"Trionfano oggi, ma essi tremano, perché sanno che le tigri delle isole
sfidano impavide la morte. A Bataan, a Laguna, a Cavite, a Pampanga, a Bulacan,
a Malabon, a Noveleta si resiste ancora e non cederemo dinanzi né ai fucili,
né ai cannoni spagnuoli.
"Conquistino pure le nostre città, ma ci rimarranno le selve e le
montagne. Meglio la libertà delle fiere lassú o nei profondi recessi delle
boscaglie che la schiavitú qui.
"Organizziamoci, amici. Io vi ho condotto un uomo che darà del filo da
torcere agli spagnuoli, un uomo che pel primo ha dato il segno
dell'insurrezione, che conosce gli uomini bianchi meglio di me e di voi tutti
uniti, che ha studiato nella lontana Europa e che è il primo martire della
libertà.
"Ruiz Romero, io capo delle associazioni del Lotus Bianco e del Giglio
d'acqua e gran maestro del Tien-Tai, capo supremo degli insorti di nazionalità
chinese, ti nomino capo supremo degli insorti della provincia di Cavite.
"Giura che tu difenderai fino all'estremo le nostre fortezze contro le
quali puntano tutte le forze della Spagna; giura che tu combatterai contro
qualunque comandante spagnuolo fosse pure tuo amico, fosse pure tuo parente.
Giuralo, Ruiz Romero: la patria lo vuole".
- Lo giuro, - rispose il meticcio, che si sentiva come affascinato dagli sguardi
ardenti del chinese che in quel momento erano fissi nei suoi.
- Sta bene: domani partiremo per recarci a difendere Salitran prima di tutto. -
Poi volgendosi verso uno dei congiurati, chiese: - È tutto pronto?...
- Tutto, capo.
- L'ora?...
- Alle quattro.
- Il luogo?...
- Dinanzi la casa di Fang.
- Sgombriamo prima che possano sorprenderci.
In pochi momenti la sala sotterranea si vuotò. Non rimasero che il meticcio e
Hang-Tu.
- Sei soddisfatto, amico? - chiese questi.
- Temo che tu abbia troppa fidanza sulle mie forze, - rispose Romero.
- No: io ti conosco, gl'insorti tutti ti apprezzano e desideravano il nostro
ritorno. Tu sei di quegli uomini che posseggono una energia straordinaria e che
possono esercitare una influenza grandissima sulle masse dei combattenti. Io ti
ho collocato al tuo vero posto.
- Senza uno scopo segreto, Hang?...
- Chissà! - rispose il chinese, mentre le sua fronte s'increspava.
- Tu mi hai fatto nominare capo degli insorti della provincia di Cavite per
allontanarmi da Teresita, è vero?...
- La Perla di Manilla, come chiamano qui la fanciulla bianca, poteva produrre
piú male col suo affetto che gli spagnuoli colle loro armi, - rispose il
chinese con voce grave. - Un capo all'insurrezione mancava per riordinare le
proprie forze e solamente tu potevi esserlo.
"Perderai il cuore della fanciulla, ma forse renderai la libertà alle
isole. Vedi bene, questa vale l'altro".
Romero non rispose, ma sospirò a lungo.
- Ti comprendo, - rispose Hang, dopo alcuni istanti di silenzio. - La Perla di
Manilla ti aveva stregato e tu soffri.
- Sí, soffro, - rispose il meticcio, quasi con rabbia. - L'amor della patria è
grande, ma il cuor che sanguina è un martirio atroce, Hang.
"Io maledico il giorno in cui i miei occhi s'incontrarono con quelli di
Teresita, Hang!... Io vorrei non averla mai veduta sul mio cammino, o vorrei
avere la forza di soffocare la passione nata nel mio cuore, questa fiamma che
divora e che nell'esilio non si è spenta.
"La patria, la libertà!... Io l'amo questa terra che dovrebbe ormai essere
nostra e per la quale tutto ho perduto, tutto ho sacrificato, ma tu non potrai
mai comprendere, Hang, quanto sia pur grande l'affetto mio per quella fanciulla
figlia dei nemici nostri.
"Orsú, si compia il mio triste destino e non se ne parli piú. La patria
chiede il mio sangue, la mia vita e sia!..."
- Tu mediti la morte, Romero? - disse Hang nella cui voce ci era una accento di
commozione.
- Che t'importa?... Credi tu che io possa essere felice, anche se tu mi hai
fatto creare capo degli insorti?...
- Le vicende della guerra spegneranno la tua passione, Romero.
- Mai, Hang. Il mio martirio non cesserà se non quando io cadrò, spento dalle
palle degli spagnuoli.
- Tu che potresti un giorno diventare il capo supremo delle nostre isole?...
- Sí, ma il cuore sarebbe allora morto.
- Maledetta bianca!...
- Taci, Hang.
- L'odio, quanto odio suo padre.
- Taci!... Taci!...
- E sia: vieni.
Il meticcio gettò il mantello di seta bianca, riprendendo le sue vesti; poi
entrambi lasciarono la sala, riattraversarono il salotto ed il corridoio ed
uscirono sulla viuzza oscura che era già tornata deserta.
Il chinese gettò un rapido sguardo a destra ed a sinistra, poi si mise in
cammino, seguíto dal meticcio che era ricaduto nei suoi tristi pensieri.
Giunto all'estremità della via lanciò un fischio modulato, ma breve. Due
uomini che si tenevano celati nell'angolo oscuro d'una casa, si fecero innanzi.
- È libera la via? - chiese Hang.
- Non vi è una sola guardia fino al quai del Passig, - risposero i due
congiurati.
Hang riprese il cammino con Romero, inoltrandosi nelle luride stradicciuole del
quartiere malese, ed un quarto d'ora dopo si trovavano sul molo di Binondo.
Non vi era alcuna persona a quell'ora. Solamente dinanzi al quai si scorgevano
degli uomini che vegliavano sul ponte di alcune giunche cinesi e di alcuni
prahos malesi, che avevano le vele spiegate, come se quelle navicelle fossero
pronte a prendere il largo.
- Sono le undici, - disse Hang, arrestandosi. - Vuoi essere libero?
- È necessario, - rispose Romero.
- Sei deciso di recarti dalla Perla di Manilla?...
- L'ho promesso.
- Sta in guardia, Romero.
- Sarò forte.
- Possono capitarti brutte sorprese.
- Sono preparato a tutto.
- Sarai tentato, Romero.
- Sarò fedele ai miei giuramenti.
- Alla patria? - disse Hang, con voce grave.
- Alla patria, - rispose il meticcio, con voce soffocata.
- Sei armato?
- Che cosa debbo temere?
- Chissà?... il destino è talvolta cosí strano, te lo dissi già.
- Non temo nessuno.
- Bada che suo padre è qui.
- Se mi assale, mi difenderò.
- Rammentati che devi vivere per l'indipendenza delle isole.
- Non mi farò uccidere.
- Addio; a domani dinanzi alla casa di Fang, se non ci rivedremo prima.
- Vuoi seguirmi, forse?...
Hang non rispose. Si era calato sulla fronte il grande cappello in forma di
fungo e si era allontanato rapidamente dirigendosi verso una giunca, il cui
equipaggio stava per ritirare le gomene che la tenevano legata al molo.
- Andiamo, - mormorò Romero, avvolgendosi in un manto dai vivaci colori, che
fino allora aveva tenuto sul braccio. - La terribile lotta sta per cominciare o
per finire.
Aprí con un colpo secco una di quelle lunghe ed affilate navaje che usano gli
spagnuoli e se la passò nella cintola, dove già stava celata la rivoltella che
lo aveva cosí ben servito contro i moros e s'avviò lentamente verso il ponte
di Binondo, per entrare nella Ciudad.
CAPITOLO IV
TERESITA D'ALCAZAR
L'arcipelago delle Filippine, su cui si svolse la sanguinosa insurrezione del
1896-97, quasi contemporaneamente a quella non meno tremenda di Cuba, è uno dei
piú splendidi possessi che la Spagna abbia salvato dallo sfacelo delle sue
tante numerose colonie.
Si compone di piú di cinquecento isole, ma due sole sono grandissime: Luzon che
è la principale, vasta quanto il doppio e piú della nostra Sicilia, e Mindanao,
di cui buona parte è ancora indipendente. Altre sette sono pure di grandezza
considerevole: Palavan, Samar, Panai, Mindoro, Leité, Negros e Zebú. Le altre
minori sono Bohol, Marsbate, Mactan, Marinduque, Burias, Calmina, Bassilan,
Catanduanes, Pelillo, Babuiane, ecc.
Magellano, il grande navigatore che pel primo compí il giro attorno al mondo,
fu il primo ad approdare su quelle terre, il 16 marzo del 1521; ma non poté
sottoporle al dominio della Spagna, essendo stato ucciso sull'isola di Mactan
mentre combatteva in favore del re di Zebú.
Vent'anni piú tardi, Villalobos vi sbarcava pure chiamando quelle isole
Filippine; ma difettando le sue navi di viveri, si vide pure costretto ad
abbandonarle senza aver fondata nessuna colonia.
L'onore di sbarcare i primi uomini bianchi doveva spettare a Michele Lopez de
Legaspi, colà giunto intorno al 1561; ma l'onore della conquista di Luzon
doveva toccare al nipote Salacedo, il quale, con un coraggio inaudito, alla
testa di soli duecentocinquanta uomini, riusciva a debellare i principi tagali,
donando alla patria una delle piú floride colonie.
La sua salita fu rapida, sorprendente, malgrado le acri discordie scoppiate fra
i maestrati ed i prelati prima, fra il clero secolare e gli ordini religiosi
dopo, e fra le varie fanterie piú tardi. In poco volgere d'anni, mercé
l'emigrazione dei chinesi, artefici valenti e mercanti abilissimi, Manilla poté
diventare uno dei piú ricchi emporii di quei mari con immenso vantaggio delle
finanze spagnuole, le quali traevano da quella colonia ricchezze non inferiori a
quelle che traevano dal golfo del Messico.
La dura oppressione dei conquistatori da un lato e le mire ambiziose del vicino
impero chinese, non tardarono però a provocare sanguinose insurrezioni che
sconvolsero, a piú riprese, quelle ricche isole, mettendo in pericolo la
sovranità ispanica.
Sfuggite miracolosamente alla spedizione chinese del bandito Limacon, che nel
1574, con sessantadue navi, duemila pirati e millecinquecento donne aveva
tentato di sorprendere Manilla, nel 1603 scoppia la prima insurrezione entro le
mura della capitale.
Trentacinquemila chinesi fra mercanti ed agricoltori, istigati da messi
dell'imperatore del Celeste Impero, alzano il vessillo dell'insurrezione.
Una donna tagala, maritata ad un chinese, svela ad un sacerdote la congiura, ma
i ribelli non indietreggiano e trucidano gli avamposti spagnuoli.
Gli abitanti di Manilla di razza bianca comprendono il pericolo e si armano.
Soldati, sacerdoti, frati, donne, fanno argine all'insurrezione e dopo una lotta
sanguinosa riescono a domarla colla morte di ventitremila nemici.
Nel 1639, i chinesi spiegano per la seconda volta il vessillo dell'insurrezione
e in quarantamila assalgono gli spagnuoli, ma sono nuovamente disfatti e solo
settemila sfuggono alla strage orribile.
Da quelle due ribellioni, soffocate nel sangue e tramandate di padre in figlio,
è nato l'odio fra la razza gialla e la razza bianca, odio conservato con pari
ferocia e costanza, attraverso quasi tre secoli. I maltrattamenti degli
oppressori da una parte, le ladrerie dei collettori che raddoppiavano o
triplicavano a loro esclusivo vantaggio le tasse gravanti sui malesi e sui
tagali, ed altre insurrezioni qua e là scoppiate e ferocemente soffocate,
diedero in breve ai chinesi altri formidabili alleati; la razza olivastra e
quella rossastra, i discendenti dei piú rapaci predatori dell'arcipelago
sululano e dei nativi, dei primi proprietari del suolo.
La fusione di queste tre razze di colore, un tempo rivali e che crearono quei
vigorosi e intelligenti sangue-misti chiamati meticci, sognanti costituzioni
liberali, preparò le insurrezioni di questo secolo.
Nel 1824, nella capitale echeggia il primo grido di libertà. La rivolta delle
colonie spagnuole d'America aveva avuto il suo contraccolpo anche nel lontano
arcipelago, ed alcuni ufficiali spagnuoli, unitamente ad alcuni negozianti,
avevano preparato la rivolta.
Erano pochi, ma animosi e si sapevano spalleggiati dalle razze di colore,
anelanti di vendicarsi.
I ribelli s'impadronirono d'una porta della città, assalirono il palazzo del
governo e uccisero il viceré; ma i vincitori del mattino, alla sera venivano
oppressi dalle truppe rimaste fedeli alla bandiera spagnuola e tradotti al
patibolo o mandati in esilio.
Alcuni anni piú tardi, un secondo tentativo non ebbe miglior fortuna, ed i
patriotti finirono quasi tutti sotto le palle delle truppe e della popolazione
bianca.
Il sangue di quegli insorti non era stato però sparso inutilmente. Le tre razze
di colore, stanche di promesse non mantenute, di riforme male concepite,
insofferenti del secolare disprezzo dei conquistatori e dell'orgoglio
castigliano, ed incoraggiati dai successi degli insorti cubani, verso la fine
del 1896 ordirono la grande congiura che doveva scoppiare come un colpo di
fulmine e sorprendere la Spagna, tanto piú che nessuna cosa l'aveva fatta
sospettare.
Il primo colpo avrebbe dovuto riuscire mortale alla potenza spagnuola, senza la
confessione d'una donna di colore. Non si trattava dell'organizzazione di poche
bande armate, ma d'un colpo di mano entro le mura della capitale e che doveva
costare la vita a tutta la popolazione bianca.
Romero Ruiz, uno dei piú ricchi piantatori di Luzon, un uomo di valore e di
genio, laureatosi ingegnere in Europa, l'aveva organizzato e preparato,
quantunque non s'ignorasse che amava una fanciulla bianca, la Perla di Manilla,
figlia di uno dei piú valorosi ufficiali del presidio spagnuolo, aiutato da
Hang-Tu, uno dei capi piú potenti e piú fieri della colonia chinese, gran
maestro delle associazioni del Lotus bianco, del Giglio d'acqua e del Tien-Tai,
ed uno dei piú ardenti partigiani della libertà delle isole.
La morte del generale Blancos, comandante supremo delle forze spagnuole,
quantunque combattuta da Romero che non voleva inaugurare l'insurrezione con un
assassinio, era stata decretata dal partito giallo.
Un malese al suo servizio doveva ucciderlo a tradimento, ma la comparsa di un
certo numero di servi che avevano portate con loro le armi dei padroni, avevano
destati i primi sospetti.
Le autorità spagnuole, avvertite della trama ordita da un canapaio prima, poi
da un vecchia malese che aveva narrato ogni cosa al suo confessore, non si erano
lasciate sorprendere.
Mentre il governatore faceva arrestare centinaia di congiurati, un impiegato
superiore ed un avvocato armarono prontamente due squadroni di volontari i
quali, colla loro fermezza, s'imposero alla popolazione di colore che stava per
cominciare la lotta.
Il colpo era fallito prima che scoppiasse, Romero e Hang-Tu, protetti da amici,
con una pronta fuga avevano avuto il tempo di lasciare la città, quando già
era stata decretata la loro morte, riparando a Canton.
Ma mentre si fucilavano o si deportavano gli arrestati, la rivolta si era estesa
fuori Manilla, nonostante lo scarso numero dei ribelli.
Il primo colpo era stato portato contro Calnacan, località distante due sole
leghe dalla capitale, ma il drappello dei congiurati era stato subito respinto.
Formato per lo piú di malesi sanguinarii, aveva preso la rivincita sul
monastero a cui apparteneva il frate che aveva accolta la delazione della
vecchia malese. Uccisa la delatrice, applicata la pene del ling-chi2 al suo
confessore e trucidati o annegati gli altri, si era sbandata per sollevare le
popolazioni di Bulacan, Pampagan, Laguna, Nueva Ecija, Batangas e Cavite.
Pareva che le forze spagnuole del generale Blancos, messesi tosto in campagna,
avrebbero dovuto soffocare subito quel primo moto insurrezionale, tanto piú che
i capi erano stati o fucilati o deportati o costretti a cercare riparo
all'estero, ma l'idea della libertà e l'odio secolare contro la razza spagnuola
avevano messe profonde radici.
In pochi giorni quelle poche centinaia d'insorti erano diventate migliaia. La
rivolta avvampò come un incendio intorno a Manilla, facendo il suo centro in
Cavite Vieja ed in Bulacan.
Gl'insorti che trovavano nei municipii dei preziosi alleati e nella gendarmeria,
la cui riforma aveva aperto l'adito ai meticci ed agli indigeni, dei valorosi
compagni, non fuggivano piú ma combattevano con ferocia.
Lotte sanguinose erano già avvenute negli ultimi mesi del 1896 e verso la metà
del febbraio 1897, ed atrocità inaudite erano state commesse d'ambo le parti,
quando deludendo le crociere della flotta spagnuola e sfidando la fucilazione a
cui erano stati condannati dal consiglio di guerra, presieduto dal maggiore
d'Alcazar, ricomparvero i due primi campioni della sommossa: Ruiz Romero e
Hang-Tu. . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il meticcio, lasciato il chinese sul molo di Binondo, s'avanzava lentamente
verso il ponte, col viso mezzo nascosto nell'ampio mantello infioccato e la
destra sul manico della lunga ed affilata navaja.
Era triste e cupo. Quel colloquio che un giorno avrebbe ardentemente desiderato,
non gli sorrideva in quella notte in cui stava per partire e combattere forse
contro il padre della fanciulla amata e contro i compatriotti di lei. Quale
amore disgraziato era il suo, lottante per la libertà della terra natia ed i
palpiti del cuore!... Che tenebroso avvenire gli si preparava senza le piú
lontane speranze d'un sorriso, d'un raggio di luce!
Quand'anche l'insurrezione avesse trionfato; quand'anche gli odiati oppressori
venissero vinti, chi avrebbe dato a lui la fanciulla che amava?... Avrebbe il
padre di lei, fiero nemico dei ribelli, il piú orgoglioso dei castigliani,
accordato il perdono al condannato a morte, al capo forse piú possente
dell'insurrezione?... O non avrebbe, per la libertà delle isole, infranto anche
l'affetto della Perla di Manilla che pur, sino allora, aveva resistito a
tutto?... Avrebbe ella avuto il coraggio di volere bene al nemico piú
formidabile della sovranità spagnuola, su quelle terre del Grand'Oceano?...
- È triste, è triste, - ripeteva Romero , seguendo il filo dei suoi dolorosi
pensieri. - La patria m'infrangerà l'anima e farà di me il piú infelice degli
uomini, ma Romero Ruiz non tradirà il vessillo dell'insurrezione, per quanti
martirii possa costare al suo povero cuore. D'altronde la morte la cercherò e
presto tutto sarà finito; tale doveva essere il destino mio. Cerchiamo di
essere forti in questo colloquio che forse sarà l'ultimo. Povera Teresita!...
Meglio sarebbe stato che i nostri sguardi mai si fossero incontrati.
Soffocò un sospiro ed affrettò il passo. Al palazzo di città suonavano le
undici e doveva percorrere parecchie vie prima di giungere all'abitazione del
maggiore d'Alcazar.
All'estremità del ponte, dinanzi alla porta della Ciudad, vegliavano due
sentinelle, essendo state raddoppiate le guardie dopo i primi moti
insurrezionali i quali potevano avere un contraccolpo anche nella capitale, dove
numerosissimi erano ancora i tagali, i chinesi ed i meticci, ma Romero passò
risolutamente dinanzi a loro, certo di non venire riconosciuto, specialmente con
quell'oscurità.
Non poté però sfuggire ad una interrogazione dei due soldati.
- Dove vi recate a quest'ora? - gli fu chiesto.
- Dal maggiore D'Alcazar, - rispose il meticcio risolutamente.
- Siete atteso?
- Sí, ed ho fretta.
- Passate.
Il meticcio entrò nella Ciudad con passo affrettato, ma prima di voltare
l'angolo delle prime case si guardò alle spalle per accertarsi che non era
seguito. Tranquillizzato da quel lato, s'inoltrò attraverso una serie di vie
piuttosto strette, ma fiancheggiate da grandi edifizii d'aspetto severo, quasi
tetro.
La Ciudad è la città militare dove risiedono le truppe e la popolazione
bianca, anzi la popolazione veramente spagnuola.
È una vera fortezza, cinta di bastioni giganteschi ed angolosi, difesi da ampi
fossati, ma male tenuti, piú pieni di liquido fangoso che d'acqua e coperti di
piante palustri, con sei sole porte e muniti di ponti levatoi ed un forte
d'aspetto minaccioso: quello di San Giacomo.
Le vie della città hanno un aspetto assolutamente malinconico, niente attraente
per gli europei che sono di nazione spagnuola, quantunque siano per lo piú
larghe, dritte, ombreggiate di piante coperte di erbe che nessuno si cura di
estirpare.
Quei palazzoni dalle nere muraglie, screpolati dai violenti terremoti del 1645,
1796, 1852, 1860, 1864 e quello ultimo del 1879, quelle immense e numerose
chiese, quei monasteri pure numerosissimi, producono un'impressione triste.
Le casette ad un solo piano, colle loro logge adorne di fiori, fabbricate
ultimamente per meglio resistere alle furiose scosse di terremoti, dànno però
ora, ad una parte della fortezza, un carattere un po' civettuolo.
Romero, che conosceva a menadito la città, avendovi soggiornato a lungo, dopo
aver attraversato parecchie vie, tenendosi prudentemente addosso ai muri per non
incappare in qualche guardia notturna, pochi minuti prima della mezzanotte
giungeva dinanzi ad un edificio maestoso, che aveva piú l'apparenza d'una
fortezza che d'un palazzo, colle mura annerite ed al pari delle altre screpolate
per le convulsioni del suolo, spalleggiato da un ampio giardino difeso da alte
muraglie merlate, ma in parecchi luoghi diroccate.
Nessun filo di luce trapelava attraverso le persiane delle numerosissime
finestre e nemmeno dinanzi al grandioso portone vegliava alcuna sentinella.
Romero gettò all'interno un lungo sguardo, poi rassicurato di essere affatto
solo, seguí le mura del giardino finché si trovò dinanzi ad un piccolo
padiglione di pietra, sormontato da un terrazzo coperto di grandi vasi di fiori.
Qualche sprazzo di luce filtrava attraverso le persiane del pianterreno le quali
erano cosí basse che un uomo di media statura avrebbe potuto aprirle.
- M'aspetta, - mormorò. - Povera Teresita!...
S'avvicinò ad una finestra, e dopo una breve esitazione batté, colle nocche
delle dita, alcuni colpi.
Un istante dopo la porticina del padiglione s'apriva senza far rumore ed il
meticcio entrava in un elegante salotto colle tende di percallo azzurro, adorno
di grandi vasi di porcellana chinese o giapponese e contenenti delle piante
rare, i cui fiori spandevano all'intorno dei profumi acuti, tanto cari alle
donne spagnuole.
Una lampada pure chinese, velata di pizzi, lasciava cadere una pallida luce, la
quale si rifletteva sui tavolini chinesi laccati e sulle poltroncine di bambú
pure incrostate di lacca e di scagliette di madreperla, che ammobiliavano la
stanza.
Teresita, vestita d'un semplice accappatoio bianco a ricami, ma che faceva
spiccare doppiamente la sua bruna carnagione ed i suoi occhi neri, con una
rapida mossa aveva preso Romero per una mano traendolo sotto la lampada, mentre
Manuelita, la sua fida donna, una bellissima ragazza tagala, dagli occhioni
dolci, quantunque leggermente obliqui, s'affrettava a chiudere la porta.
- Grazie, Romero, - disse la fanciulla, con voce rotta. - Avevo dubitato per un
istante che tu venissi, ma vedo che mi ero ingannata e che ti avevo giudicato
male.
- Hai dubitato, - disse il meticcio, - e perché, Teresita?...
- E me lo chiedi?... Temevo che tu ormai avessi dimenticato la figlia di colui
che si è mostrato cosí spietato verso di te.
- Io non odio tuo padre.
- Lui!... che ti ha condannato a morte, che ha distrutto le tue ricchezze, che
ti ha reso povero ed infelice e che ti ha costretto a riparare in terra
straniera?...
- Un soldato deve compiere il proprio dovere, Teresita. Un altro qualunque, al
suo posto, avrebbe fatto altrettanto contro di me, che mi ero schierato fra i
nemici della tua patria.
- Ma lui ti odia, Romero, - disse la fanciulla, con uno scroscio di pianto.
- Lo so, Teresita, - rispose il meticcio, con voce cupa, - pure io non l'odio.
In lui io non vedo che un nemico dell'indipendenza delle isole, e null'altro. A
lui ho perdonato tutto, il suo disprezzo verso di me, perché nelle mie vene non
scorre il sangue puro della razza bianca, il male che mi ha fatto e anche le
inenarrabili torture del mio cuore.
- Sí, le tue torture!... Quanto devi aver sofferto nelle terre dell'esilio, mio
Romero!
- Sí, ma per te, Teresita.
- Ah!... Non mi avevi dimenticata adunque, - diss'ella, sorridendo attraverso le
lagrime.
- No, avevo portato con me l'affetto della Perla di Manilla. Ma quante angosce,
Teresita!... Ti avevo sempre dinanzi agli occhi, sai!... Mi pareva anche laggiú,
sulle spiagge degli uomini gialli, di udire sempre la tua voce a ripetermi
quelle parole da te pronunciate la notte prima del colpo di mano, che doveva
dare a noi insorti la capitale "Te o la morte!...". Io anelavo di
ritornare qui per rivederti, fosse pure per un solo istante, mi fosse pure
costata la vita...
Romero si era bruscamente interrotto, come se si fosse spaventato di aver detto
tanto.
- Parlo in questo modo, - diss'egli con amarezza, - mentre invece tutto dovrebbe
finire fra noi.
- Romero!... - esclamò Teresita, con un singhiozzo. - Non parlare cosí, gran
Dio!...
- Sí, tutto deve finire, mia Teresita. La patria sta fra noi.
- La patria!...
- Sí, perché io domani diverrò uno dei piú implacabili nemici della tua
razza e tu non mi potrai piú voler bene.
- T'inganni, Romero.
- No, Teresita. Non si può amare un nemico della propria patria, ed io sto per
diventarlo. Fra poche ore forse io ucciderò i tuoi fratelli, forse io lotterò
contro lo stesso tuo padre.
- Non è possibile, Romero!... - esclamò la fanciulla con accento straziante. -
No, tu non partirai, tu non andrai a lottare nei campi degli insorti, tu non
esporrai il tuo corpo ai colpi dei miei compatriotti...
- È l'indipendenza di queste isole che mi chiama, è la patria.
- Ma quegli uomini saranno tutti uccisi un giorno, mio Romero, ed io non voglio
che tu muoia. Essi credono di vincere la Spagna, essi s'illudono di cacciare i
miei compatriotti in mare e s'ingannano. La mia patria è troppo forte e troppo
fiera per rinunciare alla lotta.
- Ma anche l'insurrezione è potente, Teresita, e lotterà finché avrà un solo
uomo ed una sola carica di polvere.
- Ma tu non sei uomo di colore come sono quasi tutti gli insorti. Nelle tue vene
scorrono pure delle gocce del sangue dei bianchi, di sangue spagnuolo.
- È vero ed è per questo che i tuoi compatriotti mi chiamano sdegnosamente
meticcio, ed è per questo che tuo padre si frappone fra noi due come se il
sangue tagalo di mia madre non fosse pari di quello degli uomini d'Europa.
No!... Il meticcio non può amare la donna bianca; è uno schiavo, un lebbroso.
- Romero! - esclamò Teresita, - non parlare cosí. Che importa se i miei
orgogliosi compatriotti ti chiamano meticcio, quando io ti voglio bene?
- Ma tuo padre?... - chiese Romero che, era in preda ad una viva eccitazione.
- Tu hai salvato la vita a sua figlia.
- Ed in compenso sarebbe felice di potermi far fucilare come ribelle, - rispose
il meticcio, con amarezza.
Teresita si era lasciata cadere su di una sedia col viso nascosto fra le mani e
piangeva in silenzio, soffocando i singhiozzi che le sollevavano il seno. Il
meticcio colle braccia incrociate sul petto, la fronte increspata, s'era messo a
passeggiare pel salotto, mentre Manuelita, immobile come una statua di bronzo,
vegliava alla porta che metteva sul giardino.
- Parti?... - chiese ad un tratto la fanciulla, rialzandosi e tergendosi le
lagrime.
- All'alba, - rispose Romero.
- Sei deciso?...
- Ho giurato, Teresita.
- E... non tornerai piú?... - chiese ella, tornando a scoppiare in singhiozzi.
- Forse un giorno, se la morte mi avrà risparmiato.
- Ma io non voglio che tu muoia, Romero! - esclamò Teresita posando il bruno
capo sul robusto petto di lui.
- La mia morte sarebbe forse un bene per entrambi. A quale scopo continuare
questo infelice affetto, quando non vi è alcuna speranza di realizzare il dolce
sogno vagheggiato?... La guerra scaverà fra noi un abisso che non si colmerà
piú mai, mia Teresita.
- E ti rechi?...
- A difendere Salitran.
- A Salitran!... - esclamò la fanciulla, indietreggiando vivamente. - Tu vai a
combattere contro mio padre!...
- Tuo padre sarà dinanzi a Salitran!... Hang-Tu vede un triste disegno nel tuo
cuore!
- Chi è codesto Hang-Tu, Romero?...
- Un uomo che forse ha la piú grande anima di patriota, ma che forse sarà
fatale al nostro affetto, Teresita. Mi hanno fatto giurare di difendere Salitran
perché essi sapevano che dovevo lottare contro tuo padre. Io sono un
disgraziato, maledetto dal destino!...
- E tu non rinuncerai a lottare contro mio padre?...
- Non lo posso piú, Teresita
- Ah!... Tu me lo ucciderai, Romero.
- No, te lo giuro. Io tutto ho perdonato a lui.
- Ma lui?... Ho paura... ho un triste presentimento, amico mio, - disse la
giovinetta con voce rotta dal pianto.
- Se cosí fosse... se m'uccidesse... si compia pure il mio destino.
- Ma io ti voglio bene, Romero!...
- Ed io, credi che non voglia bene alla Perla di Manilla?... Forse che sarei qui
venuto mentre i miei compatriotti, questa i stessa notte forse, muoiono per la
libertà?... Credi tu che non sarei corso ai loro campi per battermi al loro
fianco?... No, tu non saprai mai, Teresita, quanto abbia sofferto per te questo
mio povero cuore e quanto...
Romero si era bruscamente interrotto. Al di fuori della strada, era echeggiato
un fischio breve, ma modulato e che egli ben conosceva. Impallidí, poi fece un
gesto di stupore.
- Hang-Tu!... - mormorò. - È un segnale d'allarme.
Si liberò dolcemente dalle braccia della giovanetta e s'avvicinò alla
finestra, aprendo silenziosamente le persiane.
Un uomo avvolto in un grande serapé a vivaci colori e col capo nascosto da un
ampio cappello di fibre di rotang simile a quello usato dai chinesi, stava fermo
in mezzo alla via, col viso volto verso le muraglie del giardino.
- Sei tu, Hang? - chiese il meticcio.
- Sí, - rispose il chinese. - Fuggi o ti arresteranno. Gli spagnuoli hanno
saputo che noi siamo sbarcati e se non ti affretti, non lascerai piú la Ciudad.
- Attendimi.
Il meticcio rinchiuse la persiana e nel volgersi si sentí stringere le mani da
Teresita.
- Ti cercano! - esclamò ella, con terrore.
- Sí, ma non mi prenderanno, - rispose Romero, alzando fieramente il capo. - Ho
delle armi e mi difenderò.
- E tu parti?...
- Se rimango possono uccidermi e bisogna che oggi viva per la libertà delle
isole... e per te.
- Ah!... Mi vorrai sempre bene?
- Sí, Teresita, e chissà che un giorno la fatalità non si stanchi di
perseguitarci.
Un secondo fischio risuonò sotto le finestre.
- Va', parti mio valoroso, - disse la giovanetta. - Io non voglio che i miei
compatriotti ti uccidano. Ah! quanto dolore in questa separazione e forse... non
ti rivedrò piú!
Un nuovo scroscio di pianto le soffocò la voce. Il meticcio la baciò in
fronte, poi mentre la giovane si abbandonava fra le braccia di Manuelita,
riaprí la persiana, scavalcò il davanzale e si slanciò nella via dicendo ad
Hang:
- Eccomi!... Appartengo ora all'insurrezione!...
CAPITOLO V
IL "FIORE DELLE PERLE"
Hang-tu si era messo rapidamente in cammino senza aver rivolto all'amico una
parola. Pareva in preda ad una viva inquietudine e pur affrettando il passo,
volgeva la testa da tutte le parti, come se temesse di veder sbucare
improvvisamente dei nemici.
Invece di seguire le mura del giardino, si era gettato in mezzo ad un dedalo di
viuzze che un tempo dovevano essere fiancheggiate da grandi case, ma che ora si
trovavano ingombre di rottami, di muraglie screpolate, di colonne
semi-crollanti, tristi avanzi delle scosse tremende del suolo vulcanico e delle
ire dell'Albay, un vulcano quasi sempre eruttante lave e fiamme.
Romero, assorto nei suoi pensieri, lo seguiva macchinalmente, senza curarsi di
sapere dove lo conducesse, né di conoscere il motivo di quella rapida marcia
che somigliava ad una fuga precipitosa, ma dopo alcuni minuti, vedendo che
Hang-Tu non accennava ad arrestarsi, anzi che raddoppiava sempre piú il passo,
ad un certo momento si arrestò, dicendo:
- Ma dove andiamo?... Questa non è la via che conduce al ponte di Binondo.
- Ti salvo, - rispose il chinese.
- Ma se nessuno mi ha veduto entrare nella Ciudad?...
- Cosa importa?... So che tutti gli alguazil hanno mandato guardie nei sobborghi
e che alle sentinelle hanno dato ordine di non lasciar uscire dalla città alcun
mulatto, senza averlo diligentemente esaminato.
- Qualcuno ci ha scoperti adunque?...
- I traditori non mancano mai.
- Ma dove andiamo ora?...
- Ti faccio guadagnare la campagna. Prima dell'alba sarai ben lontano da
Manilla.
- Ma se mi hai detto che non si può uscire dalla Ciudad?...
- Uscirai egualmente.
- È per questo che sei venuto a troncare il mio colloquio con Teresita?
- Per questo e forse per altro, - rispose Hang-Tu, con un sorriso strano. -
Eccoci dinanzi ai bastioni...
- Ma se salto giú mi spezzeranno le gambe.
Invece di rispondere, il chinese mandò il suo solito fischio. Un altro, quasi
simile, tosto vi rispose.
- I miei uomini sono puntuali, - disse Hang.
S'arrampicò lentamente sulla scarpa e si trovò dinanzi a due chinesi che
parevano fossero scaturiti da terra. Quei due uomini tenevano in mano una lunga
fune a nodi e dalle loro spalle pendevano due fucili.
- È tutto pronto? - chiese Hang.
- Sí, capo.
- Li avete veduti?...
- Si sono avvicinati pochi minuti or sono al fossato.
- Hanno i cavalli?
- Quattro e tutti di buona razza.
- Than-Kiú è brava ed intelligente, - disse Hang, con voce leggermente
commossa.
A Romero parve che soffocasse a metà un profondo sospiro, ma non vi fece caso.
Sapeva che Hang aveva talvolta delle bizzarrie inesplicabili.
Ad un cenno del capo delle società segrete, i due chinesi calarono la corda nel
fossato del bastione che s'apriva sei metri piú sotto, ingombro di piante
acquatiche e di fango.
- Addio, - disse Hang, abbracciando il meticcio, mentre la sua voce pareva che
diventasse maggiormente commossa. - Se le palle dei nemici uccideranno uno di
noi, ci rivedremo un giorno nell'altra vita.
- Addio!... - esclamò Romero, stupito. - Ma non vieni tu?
- No, Romero; ma se la morte mi risparmierà, spero di raggiungerti presto sulle
trincee di Salitran e di combattere al tuo fianco per l'indipendenza delle
isole.
- Ma perché non fuggi con me, mentre ti si cerca?...
- Altri avvenimenti stanno per scoppiare e le mia presenza in Manilla è
necessaria.
- Ma quali?...
- Lo so io forse?... Il caso può preparare delle sorprese che io ignoro e che
non posso prevedere. Va', Romero: al di là del fossato troverai due uomini ed
una guida sicura, fedele... forse troppo fedele... Veglierà su di te, ma tu
veglia su di lei.
- Chi è quella guida?
- Lo saprai fra poco. Addio, o meglio arrivederci presto dinanzi a Salitran.
I due capi dell'insurrezione si abbracciarono un'ultima volta, poi il meticcio
si aggrappò alla fune a nodi che i due chinesi tenevano con mani sicure, e
scese rapidamente nel fossato.
Avendo, le radici delle piante acquatiche, formato come un reticolato attraverso
al fango, gli riuscí facile raggiungere la riva opposta senza bagnarsi.
S'arrestò un momento e guardò verso la cima dell'enorme bastione,
giganteggiante nelle tenebre. Proprio sull'orlo egli vide Hang-Tu immobile come
una statua di granito, coll'ampio cappello abbassato sul viso e le braccia
incrociate. Pareva che il capo degli uomini gialli fosse immerso in profondi
pensieri e che non si ricordasse piú del grave pericolo che correva standosene
lassú, a cosí breve distanza dai posti di guardia.
Romero gli fece un saluto colla mano, ma senza che Hang rispondesse o si
scuotesse da quella immobilità.
Salí la scarpa erbosa, tenendosi curvo per non farsi scorgere dai soldati che
potevano vegliare nell'angolo del bastione, dove s'ergevano delle casematte, e
raggiunse la via esterna di circonvallazione, gettandosi prontamente in mezzo ai
gruppi d'alberi.
- Qui, Romero Ruiz, - disse una voce.
Il meticcio si volse e scorse quattro cavalli che si tenevano immobili sotto la
fosca ombra d'un tamarindo colossale. Tre erano montati, ma il quarto aveva la
sella vuota.
- Siete voi gli uomini mandati da Hang-Tu? - chiese Romero
- Sí.
Il meticcio gettò uno sguardo sui suoi compagni di viaggio. Due erano robusti
giovani malesi, dalle membra massicce ed il corpo tarchiato, ma il terzo pareva
piú un fanciullo che un uomo. Essendo però avvolto in un ampio mantello di
seta bianca a fiori ed a disegni, che gli copriva buona parte del viso ed avendo
in capo un cappello di paglia di Manilla a grandi tese e adorno d'una piuma, non
si poteva vedere che fosse, né quale età potesse avere, ma Romero pel momento
non si occupò di quel misterioso compagno, che pareva volesse serbare
l'incognito.
Salí sul cavallo che uno dei due malesi teneva per la briglia, un vigoroso
destriero che doveva correre come il vento, colla testa leggera, il ventre
stretto ed i garretti solidi, probabilmente un animale derivato da un incrocio
di sangue arabo e spagnuolo, e diede il segnale della partenza.
Il fanciullo si mise alla testa, i due malesi alla retroguardia ed il piccolo
drappello partí di galoppo, tenendosi sotto l'ombra degli alberi.
Romero, sempre assorto ne' suoi pensieri, non si curava della via che battevano.
Sapendo però che gli spagnuoli avevano disposto intorno alla capitale numerosi
drappelli di soldati, per impedire qualsiasi colpo di mano da parte degli
insorti, aveva messo davanti alla propria sella un fucile a retrocarica di
ultimo modello, che aveva trovato sospeso all'arcione e si era cinto una
cartucciera ben fornita che gli aveva dato uno dei due malesi.
I quattro cavalli galopparono dieci minuti tenendosi a breve distanza dalla via
che gira intorno alla città, poi la guida si spinse attraverso a campi
coltivati raggiungendo il margine d'un bosco di banani dalle foglie gigantesche.
S'arrestò un momento ascoltando con profondo raccoglimento, scambiò alcune
rapide parole coi due malesi, poi fece cenno di avanzare.
Uno dei due giovanotti passò all'avanguardia tenendo il fucile fra le mani e la
guida si mise a fianco di Romero, come se volesse proteggerlo da qualche
improvviso assalto e fargli scudo col proprio corpo.
Solo allora Romero s'accorse che le vesti di quel fanciullo - tale almeno lo
credeva ancora - tramandavano un delicato profumo di lillà! Quell'odore,
assolutamente incompatibile per un uomo, fosse pure per un giovanetto che si
esponeva audacemente ai pericoli della guerra, lo stupí.
- Ma chi sei tu? - chiese. - Un fanciullo od una donna?...
- Than-Kiú, mio signore, - rispose la guida, ma con una voce cosí dolce, cosí
armoniosa, che pareva il gorgheggio di uno di quei gentili usignoli ai quali i
chinesi han dato il nome di cantatori di Mongolia.
- Than-Kiú! - esclamò Romero. - Questo è un nome di donna e se non m'inganno,
nella lingua dei Celestiali significa Fiore delle Perle.
- Sí, mio signore, - rispose la guida, con maggiore dolcezza.
- Allora sei una fanciulla.
- Del Celeste Impero, mio signore.
- Ma chi ti ha incaricato di venire con me?
- Hang-Tu.
- Ma quell'uomo è pazzo!
- Perché, mio signore?
- Esporre una fanciulla agli orrori della guerra!
- Non temo la guerra.
- Tu non sai che cosa sia.
- Ho udito il cannone rombare a Malaban e ultimamente a Dasmarinas.
- Tu! - esclamò il meticcio, che cadeva di sorpresa in sorpresa.
- Io, mio signore.
- E tu hai adoperato il fucile?...
- Sí, contro gli spagnuoli.
- Strana creatura!...
- Vendicavo mio fratello.
- Chi era tuo fratello?...
La giovane chinese non rispose e chinò il capo sul petto, ma dopo alcuni
istanti disse:
- Forse sta per morire.
- Si trova nella mani degli spagnuoli?...
- Non ancora, - rispose Than-Kiú, dopo una breve esitazione, - ma può venire
preso da un istante all'altro.
- E tu vieni con me a combattere gli spagnuoli a Salitran?
- Sí.
- Qualche imperioso motivo ti costringe a recarti in quella città?
- Mi hanno detto di guardarti colà ed io obbedisco.
- Conosci la via?
- Meglio di qualunque altro forse.
- Una fanciulla!...
- So dove si trovano le avanguardie dei nemici e forse meglio di tutti. Ti hanno
affidato a me, ed io ti condurrò a Salitran, mio signore, dove ti presenterò
ai capi degli insorti.
- E ti conoscono?...
- E mi obbediranno anche.
- Ma chi sei tu adunque?...
- Than-Kiú, - rispose la fanciulla.
Poi senza aggiungere altro spronò il cavallo e si addentrò nel bosco, seguendo
un sentieruzzo appena visibile e dove l'oscurità era cosí profonda, da non
potersi quasi distinguere i tronchi degli alberi che lo fiancheggiavano.
Romero l'aveva seguita assieme ai due malesi che gli si erano messi alle spalle.
Non vedevano quasi piú la fanciulla, ma il delicato profumo dei lillà che
esalavano le vesti della strana creatura e che si espandeva come un'onda in
mezzo alle tenebre, bastava per guidarlo.
Egli la seguiva come fosse attratto da una forza misteriosa, da una volontà
potente contro la quale non avrebbe forse potuto resistere e seguendola pensava
a lei. Chi poteva essere quella donna, che Hang-Tu gli aveva messo al fianco per
guidarlo, attraverso alle molte insidie dei nemici, fino a Salitran?... E
perché una donna invece di un uomo che avrebbe potuto essergli di maggiore
aiuto, nel momento del pericolo?... Quali occulte mire avevano deciso il potente
capo delle società segrete a dargli quella compagna? Vaghi timori cominciavano
ad infiltrarsi nel suo animo e pensava ora a tutte quelle parole oscure,
inesplicabili, che il chinese aveva pronunciato piú volte il giorno innanzi e
quella sera istessa, nel momento della separazione.
Che cosa meditava quell'uomo dal cuore e dagli sguardi impenetrabili?... Il
pensiero del meticcio, cosí meditando, si rivolgeva a Teresita e senza sapere
il perché, si sentiva invadere da profonde inquietudini. Aveva paura di qualche
tenebrosa trama a danno della fanciulla bianca che aveva abbandonata a Manilla.
Quel timore a poco a poco divenne cosí intenso, cosí tormentoso, da non
poterlo piú vincere. Sentiva per istinto che qualche cosa di tremendo doveva
accadere nella capitale mentre si cercava di allontanarlo.
- Than-Kiú!... - esclamò.
La fanciulla che continuava ad inoltrarsi nel bosco, udendo la voce del meticcio
s'arrestò, dicendo:
- Che cosa desidera il mio signore?...
- Rivolgerti una domanda.
- Sono la schiava del mio signore, che può chiedermi tutto.
- Sapresti dirmi perché Hang-Tu è rimasto a Manilla?...
- Forse.
- Hai udito parlare della Perla di Manilla?...
La fanciulla non rispose.
- Mi hai udito?...
- Sí, mio signore, - rispose Than-Kiú, con un accento nel quale si sentiva
come una vibrazione triste.
- La conosci?...
- Il Fiore delle Perle può aver udito parlare della Perla di Manilla, ma le
perle del mio paese non hanno voce.
- Che cosa vuoi dire? - chiese Romero, con stupore.
Invece di rispondere alla domanda, Than-Kiú arrestò il proprio cavallo
dicendo:
- Taci: ascolta!...
Attraverso la foresta si udiva allora come un lontano rimbombo, che rapidamente
s'avvicinava. Pareva che un grosso numero di pesanti animali galoppasse in mezzo
o ai margini di quell'enorme agglomerato di piante, dirigendosi verso la
capitale delle Filippine.
- Gli spagnuoli? - chiese Romero.
- Sí, - rispose Than-Kiú, con un tono di voce che tradiva una viva
inquietudine.
- Qualche squadrone di cavalleggeri che ritorna?...
- Di certo, ma vorrei sapere perché corrono verso la capitale, mentre
gl'insorti si battono a Bulacan, a Cavite, a Salitran ed a Malaban.
- Che temano un colpo di mano sulla Ciudad?...
- Lo ignoro, - rispose la giovane chinese, ma con un certo imbarazzo che non
isfuggí al meticcio.
- O lo sai? - chiese questi.
- Taci, mio signore, o ci faremo prendere.
Con un agilità sorprendente era balzata a terra, ed aveva fatto sdraiare il suo
cavallo sotto le ampie foglie d'un gruppo di sagu, avvolgendo la testa
dell'animale in una ricca gualdrappa infioccata, che aveva tolta dall'arcione.
I due malesi ed il meticcio fecero altrettanto e si nascosero dietro i quattro
cavalli coi fucili in mano.
Il fragore s'avvicinava sempre. Ormai non si poteva piú ingannarsi: un grosso
gruppo di cavalli, forse uno squadrone galoppava attraverso la foresta movendo
verso la capitale.
Di tratto in tratto si udivano anche i tintinnii delle sciabole dei cavalieri e
dei comandi imperiosi.
Dieci minuti dopo i quattro insorti videro sfilare, a meno di cento passi, una
lunga fila di cavalli montati da soldati spagnuoli, i quali tenevano in mano una
lunga fila di moschetti come se temessero qualche improvvisa sorpresa.
Era uno squadrone del reggimento Luzon, in pieno assetto di guerra.
Fortunatamente non s'accorse della presenza dei quattro ribelli e passò oltre
scomparendo fra le tenebre.
Than-Kiú attese che si allontanasse, poi quando ogni rumore cessò fece
rialzare il cavallo, balzò in arcione e si rimise in marcia, facendo cenno a
Romero e ai due malesi di seguirla.
Pareva molto inquieta e preoccupata. Non rispondeva piú alle domande di Romero
e di tratto in tratto si fermava per ascoltare.
Un quarto d'ora dopo un altro fragore simile al primo si udí, ma verso la riva
del Passig. Pareva che un altro squadrone di cavalleggeri si dirigesse verso la
capitale.
Than-Kiú si era nuovamente arrestata, interrogando i due malesi in una lingua
che il meticcio non comprendeva, poi aveva ripreso le mosse, ma eccitando il suo
cavallo. Aveva però preso un'altra direzione, come se volesse avvicinarsi al
canale meridionale del Passig che va a finire verso Las Pinas.
La marcia continuò per un'altra mezz'ora sempre in mezzo al bosco, poi la
giovane chinese tornò ad arrestarsi. Scese nuovamente di sella e si fermò
dinanzi al proprio cavallo, incrociando le braccia sul seno, ma senza
pronunciare sillaba.
- Che cosa vuoi? - chiese Romero.
- Bisogna arrestarci qui, mio signore, - rispose ella.
- Perché?
- Gli spagnuoli hanno chiuso tutti i passi. Ho scorto or ora i fuochi dei loro
accampamenti.
- Ritorniamo a Manilla?...
Than-Kiú scosse il capo, dicendo:
- No: attenderemo la notte ventura.
- Nascosti qui?...
- Than-Kiú offrirà un ricovero al suo signore.
Prese il cavallo per la briglia, si cacciò in mezzo ad un macchione enorme di
aranci, di borassi, di banani selvatici e di alberi gommiferi che colle loro
smisurate foglie dovevano anche, in pieno meriggio, proiettare un'ombra assai
cupa, e poco dopo s'arrestava dinanzi ad una casupola mezzo diroccata, dicendo:
- Ecco il rifugio degli insorti quando sono costretti ad arrestarsi. Il mio
signore non correrà pericolo alcuno.
CAPITOLO VI
I MISTERI DI THAN-KIÚ
Quella casupola sepolta in mezzo alla foresta che serviva di rifugio agli
insorti provenienti dai campi delle provincie meridionali, recanti notizie dei
congiurati di Manilla, era una vera catapecchia, colle pareti di tronchi
d'albero sconnesse, col tetto crollante, ma circondata da quattro o cinque felci
colossali che la celavano completamente.
Anche passando vicino al macchione, nessuno di certo avrebbe potuto supporne
l'esistenza; poteva quindi sfuggire anche alle indagini degli spagnuoli, i quali
d'altronde non si occupavano delle bande e degli insorti.
Udendo avvicinarsi i cavalli, un uomo era uscito tenendo in mano un vecchio
moschettone. Non era né un tagalo, né un chinese, un malese, ma uno di quei
brutti abitanti dell'interno delle isole chiamati igoroti o negritos eta, veri
pigmei, poiché di rado superano l'altezza di un metro e quaranta centimetri,
coi capelli lanosi come quelli dei negri, il viso corto, le pinne del naso
allargate, le labbra grosse, gli occhi piccoli, il corpo esile, le spalle curve
e la pelle nerastra, fuligginosa.
Questi strani esseri, che per la loro tinta e pei loro lineamenti si staccano
completamente dai tagali, sono veri selvaggi che errano sui monti e fra i boschi
dell'interno senza fabbricarsi ricoveri, nutrendosi di radici, di miele, di
frutta, o di selvaggina quando riescono ad abbatterne qualche capo.
Vedendo Than-Kiú ed i due malesi che doveva aver riconosciuti quantunque
l'oscurità fosse intensa sotto le grandi felci, abbassò il moschetto e si
tirò da un lato per lasciar entrare la giovane chinese ed il meticcio.
L'interno della casupola non valeva meglio dell'esterno. Era uno stanzone
ingombro di armi da fuoco e da taglio e di alcuni mucchi di foglie secche che
dovevano servire da letti, ed ammobiliato con una rozza tavola ed alcune scranne
di bambú, forse costruite dal negrito. Un ramo resinoso, che spandeva piú fumo
che luce, cacciato in un crepaccio del suolo, lo illuminava, ma cosí
scarsamente che gli angoli rimanevano immersi nell'oscurità.
Il meticcio, stanco delle vicende della notte e dalle fatiche, si era lasciato
cadere su di una scranna, mentre la giovane chinese si era appoggiata alla
tavola senza sbarazzarsi né del cappello né del mantello. Aveva voltato le
spalle alla luce della torcia, ma spiava ogni minimo movimento di Romero e
sembrava che si tenesse pronta ad ogni suo cenno.
Pareva però che il meticcio si fosse completamente dimenticato della sua
compagna di viaggio e che la lunga veglia lo avesse vinto poiché non si era
piú mosso.
Il ramo resinoso si era spento e l'oscurità aveva invaso bruscamente l'interno
della capanna, ma né l'uno, né l'altro avevano pronunciato una sola sillaba.
Due volte i malesi che si erano messi di guardia dinanzi alla porta della
capanna, erano entrati per chiedere forse degli ordini o per accendere una nuova
torcia, ma Than-Kiú, con un gesto silenzioso, li aveva rimandati, poi aveva
ripresa la sua immobilità. Si sarebbe detto che temeva di turbare il riposo del
meticcio o di distrarlo dai suoi pensieri, ignorando ella se dormisse o se
meditasse.
Ad un tratto Than-Kiú si scosse, lasciando cadere bruscamente il mantello di
seta che l'avvolgeva. Romero aveva pronunciato un nome:
- Teresita!...
Gli era sfuggito quel nome mentre dormiva e sognava della bruna fanciulla?... È
probabile.
Than-Kiú aveva alzato lentamente il capo che fino allora aveva tenuto chino sul
seno, ed un sospiro le era uscito dalle labbra, ma era cosí lieve che nessuno
avrebbe potuto udirlo. Le sue braccia però, che teneva strette al petto,
provarono un tremito tradito da un leggero tintinnio metallico, prodotto forse
da alcuni braccialetti o da alcuni gioielli che portava ai polsi.
Tornò però ad irrigidirsi, ma tenendo gli sguardi sempre fissi sul meticcio,
il quale a poco a poco si era appoggiato alla parete, come se ormai il sonno lo
avesse completamente vinto.
Intanto le tenebre lentamente si diradavano. Spuntava l'alba e dalla porta
rimasta aperta cominciava ad entrare un po' di luce pallida, che rapidamente si
tingeva di riflessi color di rosa d'una infinita dolcezza. Anche attraverso ai
tronchi sconnessi delle pareti, altri sprazzi di luce entravano, mentre l'aria
s'infiltrava piú fresca e profumata dall'olezzo degli aranci che crescevano in
mezzo alla macchia.
Al di fuori, fra i rami degli alberi, una coppia di cyrtostomus, piccoli uccelli
dai colori brillanti a riflessi metallici, simili a trochilidi americani,
cinguettavano allegramente, salutando la imminente comparsa del sole.
D'improvviso Romero alzò il capo, come se si fosse bruscamente svegliato,
rialzando con una mano i bruni riccioli che gli scendevano sulla fronte. Rimase
un momento immobile come trasognato, poi si alzò di scatto, col piú vivo
stupore dipinto sul viso.
Than-Kiú gli stava dinanzi, ancora appoggiata alla tavola, ma aveva lasciato
cadere anche il cappello e mostrava il suo viso, che durante tutta la notte
aveva tenuto costantemente coperto.
Il Fiore delle Perle, pur appartenendo ad un'altra razza, poteva ben gareggiare
per bellezza colla Perla di Manilla e produrre una viva impressione anche sul
cuore di Romero.
Quella giovanetta, nata all'ombra delle pagode del Celeste Impero e trasportata,
chissà in seguito a quali vicende, sotto il dolce clima delle isole ispaniche,
era forse una delle piú belle e delle piú perfette creature nate dall'incrocio
della razza mongola con quella mantsciura. Era piú alta di Teresita,
mirabilmente sviluppata, dalla pelle candida, senza quei riflessi leggermente
giallastri che si scorgono sui volti delle donne chinesi delle provincie
meridionali, anzi d'una tinta quasi alabastrina, ma con certe sfumature
indefinite che solo si scorgono sull'avorio.
I suoi occhi, lievemente inclinati, d'un nero intenso e che avevano una
espressione dolce e malinconica, quasi triste, erano velati da superbe ciglia
brune e fitte; il suo naso non era depresso come quello delle donne di razza
tartara; le sue labbra rosse, sottili, mostravano denti piccoli come granelli di
riso, e d'una bianchezza delicata.
Aveva i capelli nerissimi, con certi riflessi metallici che facevano spiccare
maggiormente la bianchezza marmorea della pelle, raccolti intorno a tre spilli
d'oro terminanti in tre grosse perle; il corpo racchiuso entro una casacca di
seta azzurra a fiori di vivaci colori, stretta alla cintura da una larga fascia
rossa ricamata in oro; calzoncini ampi, pure di seta, ma bianca ad arabeschi
gialli, ed i piedi piccoli come una foglia di rosa, per usare una espressione
chinese, nascosti entro scarpine di broccato a punta rialzata e colla suola di
feltro bianco.
Non portava gioielli né agli orecchi, né al collo. Solamente ai polsi aveva
alcuni cerchietti d'oro sormontati tutti da una perla di notevole valore.
La giovane chinese, poiché doveva essere molto giovane, forse al pari della
Perla di Manilla, non si era mossa. I suoi occhi però, sotto le folte ciglia
che quasi li nascondevano, non si erano staccati dal meticcio.
- Than-Kiú, sei tu?... - chiese Romero.
- Sí, mio signore, - rispose la chinese, con voce dolce.
- Hai vegliato, mentre io dormivo?...
- Sí, mio signore.
- Invece di riposare?...
- Than-Kiú non aveva sonno.
- Strana fanciulla!... - mormorò Romero.
- Noi amiamo sognare cogli occhi aperti.
- E sognavi del tuo paese forse, delle cupole dorate od a scaglie dorate di
ramarro della tua lontana città natia, o delle albe del tuo Celeste Impero?
- Forse. Sognavi anche tu.
- Io?...
- Sí, mio signore.
- Ah!... È vero, sognavo battaglie.
- E perle, - disse Than-Kiú, socchiudendo gli occhi.
- Sí, anche questo è vero, - rispose Romero, con un sospiro. - Sognavo della
Perla di Manilla.
Udendo queste parole, un leggero rossore si diffuse sul viso alabastrino della
giovane chinese, ma si dileguò subito.
In quel momento entravano i due malesi portando su un vecchio vassoio alcune
chicchere di thè fumante, che deposero sulla tavola unitamente ad alcune
focacce di frumento.
Than-Kiú offrí graziosamente una tazza della profumata bevanda a Romero,
scusandosi di non potergli dare, almeno pel momento, di meglio; bagnò appena le
sue vermiglie labbra in un'altra, poi volgendosi verso i due malesi che parevano
attendessero di venire interrogati, chiese loro se l'igoroto era tornato.
Avuta una risposta negativa, la bianca fronte della giovane chinese si corrugò,
mentre i suoi begli occhi tradivano una viva inquietudine.
- La cosa può diventare grave, - mormorò.
- Temi che l'abbiano ucciso? - chiese Romero.
Than-Kiú non rispose. Si era gettata sulle spalle l'ampio mantello di seta
bianca, si era messa sul capo il suo grazioso Manilla ed aveva preso la sua
piccola carabina, una splendida arma colla canna rabescata ed il calcio
intarsiato di madreperla.
- Dove vai? - chiese Romero.
- Mi attenderai qui, mio signore.
- Mentre tu vai forse ad affrontare un pericolo?... Oh!... mai, Than-Kiú.
- Tu non sai dove si trovano gli spagnuoli e non conosci questa foresta, -
rispose la giovane chinese. - Mi preme accertare una cosa.
- Quale?...
- Te lo dirò piú tardi, mio signore.
- Io voglio seguirti.
- No, è l'ordine del capo delle società segrete, - disse Than-Kiú, con
fermezza incrollabile. - Tu devi obbedire, mio signore.
"D'altronde la mia assenza sarà breve, spero".
Fece cenno ad un malese di seguirla ed escí senza aggiungere sillaba.
Romero aveva fatto alcuni passi come se volesse seguirla, ma l'altro malese gli
aveva sbarrato il passo dicendo:
- No, padrone. Bisogna obbedire a Than-Kiú.
- Ma chi è quella fanciulla?... Forse comanderà piú di me, nominato capo
supremo degli insorti della provincia di Cavite? - chiese Romero, con stupore.
- Per ora devi obbedire, padrone.
- Ma chi è adunque quella fanciulla?...
- Than-Kiú.
- Lo so che si chiama cosí, ma da dove viene, chi sono i suoi genitori?...
- Lo ignoriamo tutti, ma sappiamo che tutti le obbediscono.
- Io non l'ho mai veduta prima d'ora.
- Forse t'inganni, padrone, poiché ella ti conosceva prima di ieri sera e l'ho
udita io parlare sovente di te.
- Ma dove?...
- A Manilla, e piú tardi nel campo degl'insorti.
- Conosceva me?...
- Sí, padrone.
- È strana!... Non mi ricordo d'averla incontrata nelle vie della Ciudad. Una
fanciulla chinese cosí graziosa, non può sfuggire inosservata. È molto tempo
che abita a Manilla?...
- Non lo so.
- Dove si trovava, prima che scoppiasse l'insurrezione?...
- Non lo ricordo.
- O meglio non vuoi dirmelo -
- Può essere, - rispose il malese, con un sorriso malizioso. Poi per tagliar
corto quel dialogo uscí, mettendosi di guardia alla porta della capanna.
Da una bisaccia che gli pendeva dal fianco aveva estratto un pizzico di siri,
miscuglio formato di noci d'arecchie ridotte in polvere, di una piccola dose di
succo concentrato dell'amaro e astringente gambir e di un po' di calce viva,
l'aveva avviluppato accuratamente in un pezzetto di foglia di betel e si era
messo a masticare, con visibile soddisfazione, quella piccola pallottola,
lanciando di quando in quando getti di saliva rossastra che pareva mescolata a
sangue.
Romero, conoscendo la cocciutaggine dei malesi, si era seduto dinanzi alla
casupola, aspettando pazientemente il ritorno della giovane chinese.
Le ore però trascorrevano, ma nessuno tornava, nemmeno il negrito che doveva
aver lasciata la capanna prima dell'alba. Il meticcio, le cui inquietudini
aumentavano, temendo che qualche disgrazia fosse toccata alla valorosa Than-Kiú,
aveva piú volte proposto al malese di andarla a cercare, ma questi si era
limitato a rispondere che la chinese non era donna da lasciarsi sorprendere
dagli spagnuoli.
Erano circa le due pomeridiane, quando gli acuti sensi del malese percepirono
qualche cosa. S'alzò rapidamente afferrando il fucile che teneva a portata
delle mani, ma poco dopo tornò a sedersi, dicendo:
- Tornano.
Romero respirò. L'eroica fanciulla che esponeva per lui, con un sangue freddo
straordinario ed un'audacia incredibile per una donna, la vita, cominciava a
destare nel suo cuore un'ammirazione che poteva diventare pericolosa per la
Perla di Manilla.
Poco dopo Than-Kiú giungeva dinanzi alla capanna, seguita dal malese e dal
brutto negrito. Pareva che avesse fatto una semplice passeggiata, poiché le sue
vesti non erano punto disordinate; solamente il suo volto latteo era diventato
leggermente roseo. Dai suoi sguardi però traspariva una viva ansietà.
- Finalmente! - esclamò Romero, senza nascondere la gioia che provava nel
rivederla. - Tu mi hai fatto provare molte angosce, fanciulla.
Than-Kiú sorrise, mentre nei suoi occhi neri brillava un rapido lampo. Prese il
meticcio per una mano e trattolo nella capanna, disse, ma con un accento che
tradiva una profonda inquietudine:
- Hang-Tu corre un grave pericolo.
- Lui!... - esclamò Romero. - Come le sai tu?...
- Le truppe spagnuole accampate nella provincia, si ripiegano precipitosamente
su Manilla.
- Tanto meglio; ci lasceranno il passo libero per giungere a Salitran.
- Non è Salitran che bisogna salvare ora, ma Hang-Tu, mio signore.
- Non ti comprendo.
- Oggi gli insorti tentano un colpo di mano entro le mura della capitale, per
costringere il generale Polavieja a sospendere l'investimento di Cavite, la
quale non è abbastanza fortificata per resistergli, e per lasciare a te il
tempo di rendere Salitran inespugnabile.
- E chi tenterà il colpo?
- Hang-Tu.
- Per uccidere tutti gli spagnuoli di Manilla?... Disgraziato! Mi ucciderà
Teresita!...
- Lui!... No, mio signore.
- Se non lui i suoi malesi ed i suoi chinesi od i tagali. Quando quegli uomini
sono scatenati, diventano tigri assetate di sangue al pari dei juramentados e
non risparmiano né donne, né fanciulli.
- Hang-Tu la proteggerà, - disse Than-Kiú, ma con voce sorda.
- Voglio tornare a Manilla.
- Volevo proportelo, quantunque il mio cuore si ribelli.
- Perché, Than-Kiú?...
La giovane chinese fece un gesto negativo col capo, poi riprese con voce lenta:
- Ciò riguarda il Fiore della Perle e non la Perla di Manilla.
- Che cosa vuoi dire, strana fanciulla?
- Partiamo, mio signore, Hang-Tu ignora che gli spagnuoli, avvertiti del colpo
di mano da qualche traditore, accorrono in aiuto della capitale. Se non se ne
accorgeranno, tutti quei prodi saranno schiacciati ed io non voglio che Hang
muoia.
- Lo ami forse?
- Sí... ma come un fratello.
Poi, dopo un sospiro, aggiunse con voce triste:
- Tu non comprenderai forse mai il Fiore delle Perle.
Uscí rapidamente dalla [A1]capanna senza spiegarsi di piú, salí sul cavallo
che il negrito teneva per la briglia e lo lanciò ventre a terra attraverso il
bosco, gridando:
- Seguitemi o sarà troppo tardi!
Romero ed i malesi balzarono in arcione e si lanciarono sulle sue tracce,
spronando i corsieri.
Than-Kiú galoppava sempre, ma non teneva una via dritta. Ora abbandonava il
bosco spingendo il cavallo in mezzo alla campagna coltivata, ora vi rientrava
per poi uscirne di nuovo. Forse sapeva ormai dove si erano accampati gli
spagnuoli e con quei giri li evitava per non venire arrestata.
Tre ore dopo i quattro cavalieri giungevano a poche centinaia di passi dalle
massicce mura della Ciudad.
Than-Kiú, aveva con una violenta strappata, arrestato il destriero. Alcuni
spari erano echeggiati al di là dei bastioni, seguiti dalle grida furiose di:
- Viva i tagalos!... Morte agli spagnuoli!...
La giovane era diventata pallidissima, come se tutto il sangue le fosse
ritornato al cuore.
- Troppo tardi? - chiese Romero, che l'aveva raggiunta.
- Sí, - rispose ella con voce soffocata, guardandolo fisso.
- Andiamo a morire coi fratelli, - disse il meticcio, con voce risoluta. -
Avanti!... Viva la libertà!...
- Sí, andiamo a morire, - mormorò il Fiore delle Perle con un sospiro. - La
mia felicità doveva avere le durata d'un fiore reciso dalla pianta!
CAPITOLO VII
LA CONGIURA DI MANILLA
Il colpo di mano ordito dalle società segrete chinesi, spalleggiate
dagl'indigeni manillesi, dai meticci e dai fieri malesi, era stato tentato nel
momento in cui Romero e Than-Kiú giungevano presso i bastioni della capitale.
Quell'ardita mossa aveva per iscopo, come aveva detto la giovane chinese, di
impedire al generale Polavieja, comandante supremo delle truppe spagnuole
operanti contro gl'insorti accampati al sud della capitale, di assalire Cavite
che era il quartiere generale dell'insurrezione e la cui caduta poteva
scoraggiare e avvilire le bande dei patriotti.
Hang-Tu, il valoroso chinese, era stato l'anima della congiura. Sapendo di poter
contare sui gendarmi di razza indigena che anelavano l'istante di rivolgere le
armi contro i loro superiori per gittarsi di poi nella campagna e raggiungere le
bande insorte di Bulacan a di Cavite, nel pomeriggio del 25 febbraio 1897, aveva
dato convegno ai congiurati nei dintorni della caserma, per poi rovesciarli
nella vie della Ciudad, approfittando del momento in cui la popolazione bianca
si trovava nelle sue abitazioni a digerire tranquillamente il pasto serale.
I ribelli non erano numerosi, ma bene armati e risoluti a tutto. Erano circa
trecento, reclutati fra i piú robusti tagali di Binondo e Santa Cruz, e fra i
piú arditi chinesi del porto; ma sapevano di poter contare sulla numerose
colonie di gente di colore, abitanti nei sobborghi e soprattutto sui malesi,
gente valorosa e indifferente alla morte.
Erano circa le 6, quando i congiurati, che fino allora si erano accontentati di
passeggiare dinanzi al quartiere dei gendarmi tagalos non ostante l'intenso
calore che regnava nelle vie della capitale, ad un segnale di Hang-Tu, che era
allora giunto armato d'un fucile a retrocarica e di rivoltella, scortato da
alcuni capi insorti delle società segrete del Lotus bianco e del Giglio
d'acqua, si rovesciarono confusamente verso il grande fabbricato, urlando:
- Morte agli spagnuoli!... Viva la libertà!...
Hang-Tu, che li guidava, con un colpo di fucile aveva freddato la sentinella
spagnuola, che si trovava dinanzi alla garretta, ancora prima che quel
disgraziato soldato avesse avuto il tempo di dare l'allarme.
A quel primo sparo, altri ne tennero dietro, ma piú collo scopo d'intimorire la
popolazione che di fare, almeno pel momento, della vittime.
I carabinieri tagalos, udendo quelle detonazioni, avevano dato di piglio alle
armi e si erano affacciati alle finestre, gridando pure:
- Morte agli spagnuoli!... Viva l'indipendenza della isole!
Il tenente di picchetto Rodriguez, il solo ufficiale che in quel momento si
trovava nel quartiere, si era slanciato verso la porta seguito da un sergente e
da un caporale, spagnuoli, sperando di giungere in tempo per barricarla, ma una
scarica li aveva stesi al suolo senza vita.
Il primo colpo era riuscito. I ribelli irruppero nella caserma saccheggiando il
magazzino della armi e della munizioni e rinforzati dai carabinieri tagali che
avevano abbracciata la loro causa, attraversarono correndo il ponte, urlando
sempre:
- Morte agli spagnuoli!... Viva i tagalos!... Viva l'indipendenza!...
La loro mossa era stata cosí rapida, che nessuno aveva osato arrestarli.
Le guardie stesse del ponte erano fuggite precipitosamente al loro avvicinarsi,
per non venire fatte inutilmente a pezzi.
Occorrevano delle armi per fornire gli abitanti dei quartieri chinesi, tagali e
malesi, che ne erano quasi sprovvisti; ma Hang-Tu sapeva che ve ne erano nella
caserma della guardie civiche di Binondo e guidava gl'insorti verso quella
parte.
Sapeva già d'incontrare una seria resistenza, ma contava sull'audacia dei
congiurati e sulla numerosa popolazione del sobborgo.
L'assalto alla caserma era stato dato con vigore. Gl'insorti, guidati dal
chinese e dai capi delle società segrete, aprirono un fuoco violento contro il
quartiere, e contro la robusta porta che era stata prontamente chiusa e
barricata.
Sarebbe stato necessario qualche pezzo d'artiglieria per ottenere qualche
risultato, ma il tempo mancava per disarmare i prahos malesi ancorati lungo la
calata. Le truppe della Ciudad potevano giungere da un istante all'altro e
prendere i ribelli fra due fuochi.
Mentre riusciva vana la fucilata dei congiurati, cominciava a menar strage
quella delle guardie civiche. Quei soldati, nascosti dietro le finestre,
rispondevano con una grandine fitta di proiettili e senza esporsi ad alcun
pericolo.
Già parecchi insorti erano caduti, fra i quali qualche capo delle società
segrete.
Anche Hang-Tu, che combatteva arditamente alla testa dei suoi chinesi e dei
gendarmi, incoraggiandoli colle parole e coll'esempio, aveva avuto l'ampio
cappello di fibre di rotang attraversato da una palla, mentre un'altra,
colpendolo di rimbalzo, gli aveva tracciato un solco sanguinoso sulla fronte.
La partita era perduta. La guardia civica, invece di arrendersi, come avevano
sperato gl'insorti, si preparava ad assalirli e per di piú sul ponte del Passig,
si vedevano accorrere grossi drappelli di cacciatori.
Bisognava pensare a salvarsi o prepararsi a morire vendendo cara la vita.
Hang-Tu, furioso per quella ostinata resistenza, tre volte aveva tentato di dar
fuco alla porta del quartiere gettandovi contro dei fasci di legna infiammata,
ma era stato costretto a retrocedere. Stava per mettersi alla testa di un gruppo
di animosi per tentare di dare la scalata alle finestre, quando si udirono
alcuni insorti, forse i meno risoluti, gridare:
- I cacciatori!... Fuggite!...
I ribelli, udendo quelle grida e vedendo la guardia civica irrompere dalla porta
che era stata rapidamente aperta e lanciarsi sulla via colle baionette calate,
si sbandarono.
Intorno ad Hang-Tu non erano rimasti che sessanta o settanta uomini, per lo piú
carabinieri e pochi chinesi con una mezza dozzina di malesi.
- A me, amici!... - urlò il capo delle società segrete. - Mostriamo agli
spagnuoli ed ai vili che fuggono, come sanno morire gli insorti.
Non erano piú in grado di tener testa alle guardie civiche che stavano per
caricarli.
Continuando la fucilata, si ritirarono nella vicina via dell'Assuncion che
poteva, in caso di disfatta, offrire un rifugio attraverso il sobborgo del Tondo
e si arrestarono sull'angolo, organizzando una disperata resistenza.
Sfondarono rapidamente alcuni negozi e colle mobilie che si trovavano dentro
improvvisarono una barricata abbastanza solida.
Hang-Tu stava disponendo i suoi fedeli dietro a quei ripari, quando dall'opposta
estremità della via scorse quattro cavalli bianchi di spuma, montati da tre
uomini e da una fanciulla che aveva un grande mantello bianco svolazzante,
avanzarsi di gran galoppo.
Credendoli spagnoli, aveva già dato il comando di aprire fuoco su di loro,
quando li riconobbe. Un vivo stupore si dipinse sul suo viso.
- Romero!... - gridò.
- Sí, Hang-Tu. - rispose il meticcio, che essendo innanzi a tutti, lo aveva
raggiunto. - Sono io, e vengo a morire per l'indipendenza di Luzon.
- Disgraziato!... ed io che credevo di salvarti!...
- Silenzio, amico!... Qui si tratta di battersi bene e non di parlare.
Era sceso da cavallo e si era lanciato sulla barricata col fucile in mano,
gridando con voce tuonante
- Coraggio fratelli!... Ci battiamo per la libertà!...
Than-Kiú era pure giunta ed aveva messo piede a terra. Hang-Tu le era corso
incontro. Il volto di quell'uomo, che era rimasto impassibile dinanzi alla
morte, tradiva in quell'istante una mortale angoscia.
- Anche tu qui, Than-Kiú! - balbettò egli.
- L'ho seguíto, - rispose la chinese con voce tranquilla.
- Ma qui si muore, mia povera Than-Kiú!
Un pallido sorriso sfiorò le labbra della giovane.
- Che importa, - disse. - Sarà piú felice il Fiore delle Perle che la Perla di
Manilla.
- Ma questo ritorno... mentre ti credevo in via per Salitran?...
- Venivamo a dirti che le truppe accampate nelle provincie accorrevano per
soffocare l'insurrezione della capitale. Siamo giunti troppo tardi, ma cosí
voleva il destino.
- Ed hai voluto seguire Romero?
- Sí, Hang.
Il chinese si terse alcune gocce di freddo sudore che gli bagnavano la fronte.
- Povera Than-Kiú! - mormorò. - Confidiamo nel nostro valore e prepariamoci a
morire da forti.
- Non temo la morte, Hang, - rispose la giovane con energia. - Se le fredde ali
del genio delle tombe mi toccassero, cadrò a fianco di lui e sarà la mia
ultima felicità.
- Si compia la volontà del tien (cielo), - disse il chinese con rassegnazione.
Intanto le fucilate rombavano furiose fra le due fila di case. Le guardie
civiche, che erano comandate dal colonnello Fierro, avevano preso posizione di
fronte all'imboccatura della via, tirando contro la barricata, mentre le piú
audaci cercavano di avvicinarsi di soppiatto, tenendosi presso le muraglie delle
abitazioni.
Gl'insorti però, quantunque fossero tre volte meno numerosi, resistevano
tenacemente, respingendo i primi tentativi d'assalto con scariche nutrite.
Romero, che in quel momento pareva avesse dimenticato tutto, perfino la Perla di
Manilla, sfidava intrepidamente la morte. Ritto su di un banco, con gli occhi
sfavillanti d'audacia, pieno d'entusiasmo, faceva fuoco quasi senza
interruzione, gridando:
- Viva la libertà!... Coraggio amici!... Il sangue dei martiri non va perduto.
Accanto a lui, mezza riparata da un enorme rotolo di canapi, si era collocata
Than-Kiú. La valorosa fanciulla conservava una calma ammirabile, un sangue
freddo da muovere ad invidia i soldati piú agguerriti. Puntava senza
precipitazione la sua piccola carabina, mirava senza che le sue piccole e
delicate mani tremassero e faceva fuoco soltanto quando era certa del colpo.
Pareva che scegliesse con cura estrema i nemici, i nemici che cercavano di
abbattere il meticcio, Hang-Tu si era collocato all'estremità opposta della
barricata ed al pari di Romero sfidava, sorridendo, i colpi degli avversari,
senza prendersi la briga di ripararsi.
La resistenza di quel drappello minacciava di prolungarsi molto tempo. Parecchi
gendarmi ed alcuni chinesi erano caduti e giacevano, sanguinanti, fra i mobili
fracassati della barricata, ma gli altri non arretravano e tenevano in iscacco
le guardie.
Il colonnello Fierro aveva tentato già due volte di superare l'ostacolo e di
sloggiare i difensori a colpi di baionetta, ma al terzo tentativo era caduto in
mezzo alla via con due palle nel petto ed era spirato sul posto.3
Ad un tratto alcuni insorti che si erano spinti verso l'angolo opposto della
via, per cercare dei soccorsi, tornarono precipitosamente verso la barricata,
gridando:
- I cacciatori!... Si salvi chi può!...
Hang-Tu, udendo quelle grida, si era precipitato giú dalla barricata mandando
un urlo di fiera ferita. In due salti raggiunse Than-Kiú, la sollevò fra le
robuste braccia come fosse una bambina e la posò su uno dei quattro cavalli che
un malese teneva per le briglie.
- Va', fuggi, - le disse.
- Mai, - rispose la fanciulla.
- Fra pochi minuti nessuno di noi sarà vivo
- E morrò anch'io
- Non lo voglio, Than-Kiú!
- Allora fuggiamo tutti. Il sobborgo del Tondo non è ancora stato occupato.
Hang-Tu esitava. Abbandonare quella barricata cosí ostinatamente difesa e già
bagnata del sangue di tanti compagni gli sembrava una vigliaccheria, ma non
voleva che la fanciulla morisse.
In quel momento, all'estremità opposta della via, si udirono le trombe dei
cacciatori che suonavano la carica. Un ritardo di pochi istanti poteva diventare
fatale ai difensori.
- In ritirata!... - tuonò Hang-Tu.
I ribelli, udendo la voce del capo si ripiegarono confusamente, mentre le
guardie civiche irrompevano nella via mandando urla di vittoria.
Romero scaricò un'ultima volta il fucile in mezzo agli assalitori che si
avanzavano come una fiumana, poi balzò sul suo cavallo, mentre Hang-Tu faceva
altrettanto, prendendone uno che gli era stato condotto dinanzi dai due malesi.
I ribelli, che erano rimasti in cinquanta, si slanciarono dietro ai loro capi, i
quali fuggivano attraverso le vie del sobborgo di Tondo, facendo alcune scariche
contro i cacciatori che s'avanzavano a passo di corsa.
- Dove andiamo? - chiese Romero ad Hang-Tu.
- Se non incontriamo ostacoli, cercheremo di giungere nei quartieri chinesi e
malesi per sollevarli.
- Temo che sia troppo tardi, Hang. Odo delle detonazioni echeggiare in quella
direzione e mi pare che si estendano.
- Se non potremo giungere colà, ci getteremo nella campagna.
La ritirata dei ribelli si eseguiva in fretta e con disordine. I carabinieri
tagalos seguivano di corsa i cavalli, pur fuggendo, di quando in quando,
rispondevano al fuoco di quei disgraziati. La paura cominciava ad invadere anche
i piú risoluti.
Erano cosí giunti presso la chiesa del Tondo, vasto edificio dalle solide
pareti, quando all'estremità del sobborgo si videro apparire alcuni soldati.
Era uno dei drappelli che il colonnello Zimènes aveva lanciati nei sobborghi,
onde tenere in freno le popolazioni di colore che potevano unirsi agli insorti.
Ancora una volta i fuggiaschi stavano per venire presi fra due fuochi.
- Hang-Tu, - disse Romero, arrestando il cavallo. - Prepariamoci a morire.
- Io sí, ma tu no, - rispose il chinese, la cui fronte si era abbuiata. - Ti
affido Than-Kiú: salvala, mentre io proteggo la tua fuga.
- La salverai tu, ma non io.
- Non accetterebbe.
- Allora morremo tutti.
- O cercheremo di salvarla entrambi. Ormai la partita è perduta. Poi rizzandosi
sulle staffe tuonò:
- Amici, ogni resistenza è inutile: salvatevi!... Ci ritroveremo a Salitran!...
Cacciò gli sproni nel ventre del cavallo e caricò disperatamente il drappello
spagnuolo colla rivoltella nella sinistra e una pesante sciabola giapponese
nella destra, una di quelle armi dalla lama larga e pesante, somiglianti a
giganteschi rasoi e che chiamansi catane.
Romero, Than-Kiú ed uno dei due malesi l'avevano seguito.
I carabinieri tagalos ed i pochi malesi e chinesi sfuggiti alla morte, si erano
subito sbandati gettandosi nelle vie laterali; ma il gruppo maggiore, meno
fortunato, aveva urtato contro una colonna di cacciatori ed aveva dovuto
retrocedere precipitosamente, riparando nella chiesa del Tondo.
Nessuno di quei disgraziati doveva salvarsi, poiché assaliti da tutte le parti,
dopo una breve ma disperata resistenza, doverono arrendersi in numero di trenta
per venire piú tardi fucilati o esiliati alle Caroline.
Intanto Hang-Tu ed i suoi compagni, sfuggiti miracolosamente incolumi alla prima
scarica del drappello, erano riusciti ad aprirsi un varco attraverso ai soldati
e prendere il largo.
Avendo però appreso da alcuni abitanti del sobborgo che ogni uscita era
sbarrata dalle truppe, dopo un breve consiglio si erano diretti verso Binondo,
passando fra le strette viuzze del quartiere malese, colla speranza di trovare
rifugio nella sede delle società segrete o nella casa di uno dei loro numerosi
amici.
Avevano gettato via i fucili che potevano tradirli ed avevano nascoste le
rivoltelle sotto le casacche, sperando d'ingannare la sorveglianza degli
spagnuoli, fingendosi tranquilli borghesi che ritornavano da una cavalcata.
Le fucilate però che rombavano qua e là ancora, li inquietavano. Le truppe del
colonnello Zimènes inseguivano senza misericordia gli ultimi superstiti
dell'insurrezione e potevano arrestarli come sospetti d'aver preso parte al
colpo di mano.
Ora nessuno di essi ignorava, che se venivano riconosciuti, sarebbero stati
inesorabilmente condannati alla morte.
- Temo che sia troppo tardi per poter uscire da Binondo, - disse Hang, gettando
uno sguardo d'angoscia su Than-Kiú.
Romero si era arrestato, porgendo attento orecchio agli spari che echeggiavano
sempre piú vicini. Ad un tratto spronò il cavallo, dicendo:
- So dove trovare un rifugio.
- Da chi? - chiese Hang-Tu.
- Nella villa di Teresita. non distiamo che tre o quattrocento passi.
- Taci!...
- Perché, Hang? - chiese Romero, stupito.
- Than-Kiú non ci seguirebbe.
- Lei?... Ed il motivo?...
- Lo ignoro. Sarà disabitata la villa?
- Lo spero.
- Meglio cosí: affrettiamoci.
Gli spari si avvicinavano e qualche insorto era già comparso in fondo alla via,
fuggendo a precipizio. I quattro cavalieri lanciarono i destrieri al galoppo,
arrestandosi poco dopo dinanzi ad una elegante costruzione, la quale sorgeva
all'estremità d'un piazzale cinto da ortaglie.
CAPITOLO VIII
LE DUE RIVALI
La villa che il maggiore d'Alcazar, al pari dei piú ricchi spagnuoli della
colonia si era fatto costruire nel sobborgo di Binondo, non era uno di quei
massicci edifizi che somigliano a fortezze e che si vedono nella Ciudad.
Era una palazzina civettuola di stile chinese, a doppio tetto, colle punte
rialzate ad arco e coperta di tegole azzurre, con una veranda che le girava
intorno, riparata da sottili stuoie di nipa a disegni bizzarri ed a colori e
fiancheggiata da due ampie tettoie destinate alla servitú ed ai cavalli.
Dietro a quella costruzione si estendeva un ampio parco, dove crescevano i piú
pregiati alberi della flora spagnuola ed indo-malese, difeso da alte muraglie di
recente costruite e che all'opposta estremità terminava in un chiosco
graziosissimo, colle pareti di pietra ed un tetto acuminato, sormontato da
un'alta antenna sostenente un drago argentato.
Le finestre della palazzina erano chiuse, ma a Romero parve di scogere
attraverso le fessure d'una persiana, un raggio di luce.
- Al chiosco, - diss'egli ad Hang-Tu, che pareva attendesse una risposta. - Là
non correremo alcun pericolo.
Disgraziatamente, proprio in quel momento, due ribelli attraversavano correndo
la piazza, inseguiti da lontano da alcuni cacciatori.
- Troppo tardi, - disse Hang-Tu.
- Seguitemi, - rispose invece Romero.
I cacciatori li avevano però veduti e supponendo d'aver da fare con degli
insorti, avevano sparato contro di loro alcune fucilate, senza però colpirli.
Romero lanciò il suo cavallo lungo le mura del parco che in quel luogo
descrivevano una curva, seguito dai compagni.
Giunto presso il chiosco arrestò il destriero e rizzandosi sulla sella si
aggrappò al margine superiore della cinta, dicendo ad Hang-Tu:
- Porgimi la fanciulla.
- Ma i cavalli?
- Affidateli a me, - disse il malese. - Farò correre gli spagnuoli.
Romero, che si era messo a cavalcioni della muraglia, afferrò la giovane che
Hang-Tu gli porgeva, poi entrambi si lasciarono cadere in mezzo ad un'aiuola che
stava sotto. La terra mossa di recente bastò a preservarli.
Il capo delle società segrete si era pure arrampicato sulla cinta. Stava per
raggiungerli, quando comparvero i cacciatori.
Alcuni spari rintronarono. Un cavallo cadde, ma gli altri tre partirono ventre a
terra, eccitati dalle grida del malese.
Hang-Tu si era pure lasciato cadere nel parco. Essendo le tenebre già calate,
aveva la speranza di non essere stato scorto.
I tre fuggiaschi udirono i cacciatori passare correndo presso la muraglia, poi
allontanarsi dietro ai cavalli che galoppavano furiosamente nelle vie interne di
Binondo.
- Siamo salvi, - disse Romero. - Quel bravo giovanotto si è tirato dietro i
soldati allontanandoli. Mi spiacerebbe che quel valoroso non riuscisse a
salvarsi.
- Pram-Li è astuto, - rispose Hang-Tu. - Spero di ritrovarlo ancora vivo a
Salitran o nella foresta.
- Venite nel chiosco. Io lo conosco e potremo passare la notte senza essere
disturbati.
- Ma è disabitata la villa?...
- Temo il contrario Hang-Tu. Mi è sembrato di vedere un lume nella palazzina.
- E se gli abitanti venissero nel chiosco?...
- Non vengono mai. Solamente Te...
Un rapido cenno del chinese, lo costrinse a troncare la frase.
- Continua, mio signore, - disse Than-Kiú, che aveva ascoltato il meticcio con
viva attenzione.
- Lascia andare le parole, Than-Kiú, - disse Hang. - Cerchiamo ora di salvare
te e noi.
Romero si era aperto il passo attraverso i fiori che coprivano l'aiuola e si era
diretto verso il chiosco, dalle cui persiane non trapelava alcun raggio di luce.
La porta cedette sotto la semplice pressione della mano e Romero entrò, ma con
una certa precauzione, temendo che nell'interno vi fosse qualcuno.
S'arrestò un momento scrutando le tenebre che si erano addensate nell'interno
della graziosa costruzione, ma non udí alcun rumore, né vide agire alcuna
ombra. Il cuore del meticcio però, che non aveva tremato durante la sanguinosa
lotta, batteva forte in quel momento.
- Se Teresita fosse qui! - aveva mormorato inoltrandosi.
Hang-Tu e la giovane chinese erano pure entrati nel chiosco il quale pareva
pieno di fiori, tanto era acuto il profumo che si estendeva fra le pareti
dell'elegante edificio.
I loro occhi, abituandosi a poco a poco a quell'oscurità, cominciavano a
discernere confusamente qualche cosa: grandi vasi di porcellana, sedili di
bambú, tavolini eleganti e piante che pareva si arrampicassero fino al
soffitto, per ricadere poi in pittoreschi festoni.
- Chi abita qui? - chiese Than-Kiú, che si era arrestata nel mezzo al chiosco.
- Non lo so, - aveva risposto bruscamente Hang-Tu.
- Ma tu lo sai, è vero, mio signore?...
- Spagnuoli, - rispose Romero, sentendosi urtare dal chinese.
- Che tu conosci, è vero?...
- Sí, Than-Kiú.
- E sono nostri nemici?...
- Forse.
- Strana idea, mio signore, di trovare rifugio nella casa dei nemici.
- Silenzio Than-Kiú, - disse Hang, con tono imperioso. - Qualcuno può udirci.
La fanciulla ammutolí; ma a Romero parve di udirla bisbigliare un nome, mentre
faceva tintinnare convulsamente i braccialetti d'oro.
Hang-Tu si era spinto presso la porta. Verso la palazzina gli era sembrato di
udire un tumulto e di aver veduto alcuni lumi rapidamente dietro le persiane.
- Che cosa sta per succedere?... - mormorò. - Che i cacciatori mi abbiano
veduto varcare la cinta e che non avendo potuto raggiungere Pram-Li, siano
ritornati per visitare il parco?
Anche Romero aveva udito delle grida che pareva venissero dall'estremità
opposta del parco e si era affrettato a raggiungerlo.
- Che abbiano preso dei ribelli che cercavano, al pari di noi, di salvarsi nelle
ortaglie? - chiese.
- Temo che si tratti di noi, - rispose Hang. - Che la fanciulla bianca si trovi
nella palazzina?...
- Ieri sera, lo sai, era nella Ciudad.
- L'ho veduto parlare con te. Pure la villa è abitata, poiché vedo dei lumi.
- Se fosse Teresita?...
- Meglio che non vi fosse, - rispose il chinese, con voce cupa.
- Ci salverebbe, Hang.
- Non lo desidererei.
- L'odi sempre?
- Forse t'inganni, Romero. Non si tratta di me.
- E di chi adunque?...
Il chinese non rispose.
- Mi hai udito, Hang?
- Sí.
- E dunque?
- Nulla ho da dire.
- Uomo misterioso!
Hang-Tu tacque, ma sospirò, mentre i suoi occhi si rivolgevano nell'interno del
chiosco, guardando Than-Kiú che era rimasta immobile, ritta accanto ad un
grande vaso giapponese contenente dei bei fiori di lillà.
Intanto verso la palazzina cresceva il tumulto. Si udivano delle voci ed i lumi
poco prima scorti continuavano a passare e ripassare dietro le persiane.
- Romero, - disse il chinese, dopo un breve silenzio. - Si perlustra la casa del
maggiore.
- Lo temo anch'io, Hang.
- Sloggiamo prima che i soldati perlustrino il parco.
- In quale modo?... Le muraglie sono alte e non abbiamo piú i cavalli per
giungere sulla cima.
- Vi sarà forse qualche albero che ci potrà aiutare a scalarle. Non perdiamo
tempo o ci faremo prendere.
Entrò nel bosco e chiamò Than-Kiú.
- Vieni, - le disse. - Corriamo un grave pericolo.
- Fuggiamo? - chiese la giovane.
- Sí.
- Meglio cosí, - mormorò Than-Kiú.
Si cacciarono tutti e tre in mezzo alle aiuole ed agli alberi seguendo le mura
del parco, sperando di trovare qualche passaggio o qualche pianta che
protendesse i suoi rami verso la via, ma dopo aver percorso cento passi
s'accorsero che da quella parte non vi era alcuna probabilità di uscire.
Stavano per retrocedere verso il chiosco, quando Hang-Tu credette di scorgere
un'ombra umana nascondersi dietro un gruppo di alberi. Lesto ed agile come una
tigre, si slanciò da quella parte colla catana in pugno e vide cadersi dinanzi
una donna, la quale aveva gridato con voce mezzo strozzata dalla paura:
- Aiuto!... Sono morta!...
Il chinese, temendo di venire tradito, aveva già alzata la terribile lama,
quando udí Romero esclamare:
- Manuelita!...
Hang-Tu si era fermato.
- Manuelita, - disse - chi è questa donna?... Devo ucciderla o risparmiarla?...
Invece di rispondere, il meticcio si era precipitato verso la fida domestica di
Teresita, la quale era caduta in ginocchio, coprendosi il capo colle mani, come
per ripararlo dal fendente e l'aveva rialzata, dicendole:
- Non temere, sono io.
La tagala aveva scostate le mani e guardava il meticcio, come trasognata.
- Voi, signor Ruiz!... - esclamò finalmente.
- Io, Manuelita.
- Ma dunque cercano voi?...
- Chi?...
- I cacciatori che stanno visitando la palazzina.
- Ah! Sanno che sono qui?...
- Almeno lo sospettano.
- È stato pronunciato il mio nome?
- Sí, signor Ruiz.
- È impossibile che mi abbiano veduto varcare le mura del parco.
- Hanno detto che voi comandavate i ribelli che si erano trincerati nella via
dell'Assuncion e che vi avevano veduto fuggire a cavallo assieme ad altri tre
compagni.
- E poi? - chiese il meticcio, con ansietà.
- E che poi dinanzi le mura del parco avevano fatto fuoco sui cavalli, ma che
uno solo lo avevano veduto montato.
- E credono che io mi sia salvato nel giardino?
- Sí, signor Ruiz.
- Maledizione!...
- Ed io ero qui venuta prima di loro, per accertare se la cosa era vera e
salvarvi.
- Tu?...
- Teresita è qui.
- Lei qui?... Lo sospettavo!... Ma da quando?
- Da stamane.
- Che cosa dobbiamo fare, Manuelita?...
- Retrocedere nel chiosco.
- I cacciatori vorranno visitarlo.
- Vi sarà la mia padrona per impedirlo. Presto, fuggite!...
Romero e Hang-Tu si erano affrettati a obbedire, comprendendo che il pericolo
era imminente, ma la giovane chinese non si era mossa.
- Vieni, - disse Hang.
Ella scosse il capo.
- Ti uccideranno se rimani.
- Che importa, - rispose Than-Kiú, con voce cupa.
- Ma farai uccidere anche lui, - le sussurrò agli orecchi Hang-Tu, - il tempo
può rimarginare la ferita.
- No, Hang.
- Ma il Fiore delle Perle può aprirne un'altra, mi comprendi?
Than-Kiú non rispose, ma lo seguí; appena però si trovò nel chiosco
s'avvicinò a Romero che si era arrestato in mezzo al salotto tenendo gli
sguardi fissi sui viali del parco, spiando forse la venuta di Teresita, e,
posandogli una mano sulla spalla, gli chiese a bruciapelo:
- A chi Than-Kiú, dovrà la sua vita?...
La voce della chinese, pronunciando quelle parole, aveva perduto quell'accento
dolce, armonioso, che aveva colpito il meticcio la prima volta che l'aveva
udita. Era diventata severamente imperiosa, dura, quasi metallica.
- Than-Kiú!... - disse Hang, con tono di rimprovero.
Ma la giovane non l'ascoltava piú.
- Parla, Romero Ruiz, - continuò, quasi con violenza.
- A chi!... - rispose il meticcio, stupito da quel tono, che suonava come una
minaccia. - Che importa a te se dobbiamo la nostra salvezza ad una spagnuola?
- Ma è che quella spagnuola si chiama la Perla di Manilla, è vero?
- Than-Kiú!... - ripetè Hang.
- Ma che cosa vuoi dire, fanciulla? - chiese Romero.
- Che sarà la Perla di Manilla che avrà salvato il Fiore delle Perle.
- E non lo vuoi tu?...
Than-Kiú, invece di rispondere, fece udire un riso stridulo che echeggiò
sinistramente fra le tenebre.
- Fanciulla!... - esclamò Romero. - Tu odii Teresita, adunque?
- No, poiché la donna bianca ucciderà la donna del paese del sole; la Perla
delle isole infrangerà la Perla del Fiume Giallo.
- Taci, Than-Kiú!... - disse Hang, con voce sorda. - Taci!...
Ma la fanciulla del Celeste Impero non aveva obbedito ed aveva aggiunto, con un
accento che aveva qualcosa di funebre, di immensamente triste e che pareva si
spegnesse in un singhiozzo:
- Than-Kiú non rivedrà piú le dorate cupole del paese natio! I lillà non
vivono in terra straniera. È il loro destino.
- Ma tu... mi vuoi bene forse?... - chiese Romero, che finalmente aveva compreso
tutto.
- Taci, disgraziato!... - esclamò Hang-Tu.
Un'ombra bianca era comparsa dinanzi alla porta ed aveva chiamato:
- Romero, Romero!...
- Teresita!... - rispose il meticcio.
La spagnuola era entrata precipitosamente, mandando un grido di gioia a cui
aveva fatto eco, nell'angolo piú oscuro del chiosco, un singhiozzo.
Intanto Manuelita, entrata anch'essa dopo di aver chiusa la porta del chiosco ed
abbassate le persiane per impedire che al di fuori si potesse scorgere ciò che
accadeva nell'interno, aveva accesa una lampada che si trovava su di un tavolo.
Appena Teresita si accorse della presenza di Hang-Tu e della chinese, si era
bruscamente separata da Romero.
Gli sguardi neri e scintillanti della spagnuola e quelli vellutati e profondi
della chinese si erano incontrati; ma entrambi erano diventati acuti come le
punte di due lame. La fiamma che brillava entro quegli occhi era minacciosa
d'ambo le parti.
- Chi è questa fanciulla?... - chiese finalmente Teresita, coi denti stretti. -
Romero!...
Hang-Tu aveva fatto un passo innanzi, dicendo:
- La mia donna, - mormorò. - È vero, Romero?...
- Sí, Teresita, - rispose il meticcio, facendo uno sforzo per mascherare il suo
turbamento.
Than-Kiú era rimasta immobile e silenziosa, ma cosí pallida da temere che le
forze le venissero meno. Lentamente si era appoggiata ad un grande vaso del
Giappone entro cui cresceva rigogliosa una peonia chinese dai fiori color di
fuoco ed aveva nascosto il viso fra le larghe foglie, come se non potesse piú
oltre sopportare quella scena che doveva farle sanguinare il cuore.
Hang-Tu, che le stava vicino, vedeva stillare, attraverso le foglie, delle
goccioline che parevano perle ed aveva compreso che la povera fanciulla del
paese del sole piangeva silenziosamente, senza che un singhiozzo o un tremito
tradisse il suo dolore.
Teresita aveva rivolti gli sguardi su Romero come se avesse voluto leggergli nel
cuore la verità di ciò che aveva detto, poi lo aveva tratto rapidamente verso
una finestra, dicendogli:
- Bada Romero!... Tu forse non conosci ancora le figlie della vecchia Spagna.
- Ti voglio bene, Teresita, - le sussurrò il meticcio. - Tu lo sai e ne hai
avuto le prove.
- È vero, Romero, sono pazza, perdonami, - disse la giovanetta con voce
raddolcita. - Non si affronta la morte, come l'hai sfidata tu l'altra sera,
venendo nella Ciudad, se non si ama. Ma perché sei venuto con quei chinesi?...
- Fuggivano assieme con me.
- E non ti hanno ferito i miei compatriotti?...
- No, Teresita.
- Folle!... Gettarti in mezzo all'insurrezione mentre io tremo ad ogni istante
per la tua vita... Finiranno con l'ucciderti, mio Romero.
- Si batte anche tuo padre.
- Ma per l'onore della bandiera.
- Ed io per la mia, Teresita.
- Ma non sai che ti cercano?... Ma ignori tu, che in questo momento si fruga
nella palazzina per arrestarti e ucciderti?...
- Lo so, Teresita.
- Ma io ti salverò, amico mio! - esclamò la giovanetta, con suprema energia. -
I miei compatriotti non ti strapperanno dal mio fianco.
- Tradisci la patria.
- La patria?... Sei tu la mia patria, in questo istante. Sei tu che corri il
pericolo di venire spento, non la vecchia Spagna. Guerra infausta che spinge
anche gli uomini che hanno nelle vene lo stesso sangue a distruggersi l'un
l'altro e che avventa i figli a pugnare contro la madre.
- Padrona, disse in quell'istante Manuelita, che origliava presso la porta, -
essi vengono.
- I soldati?... - chiese la giovanetta con un tremito convulso.
- Sí, padrona, odo i loro passi.
- Non entreranno qui, dove si trova la figlia del maggiore d'Alcazar. Non
temere, Romero: bisognerà che passino attraverso il mio corpo.
- Io corro il pericolo di comprometterti dinanzi ai tuoi compatriotti, Teresita,
disse Romero. - Io tremo al pensiero che un giorno possano dire che la figlia
del maggiore d'Alcazar salvava dei ribelli, mentre suo padre combatteva contro
l'insurrezione. Se è destino che io debba morire, lascia che si compiano i
decreti del cielo e che....
Teresita gli aveva troncata la frase ponendogli un dito sulle labbra. Gli fece
cenno di non muoversi, abbassò rapidamente e chiuse le tende di percallina rosa
nascondendolo agli sguardi di qualunque persona che fosse entrata, mentre
Manuelita faceva altrettanto con Hang-Tu, coprí la lampada con un globo di
cristallo azzurro cupo per rendere il salotto quasi oscuro, poi avvicinandosi a
Than-Kiú, che non si era piú mossa, le disse:
- Non una parola, o siete perduti.
Il Fiore delle Perle non rispose, né sollevò il capo che teneva sempre
nascosto fra le foglie della peonia. Solamente il suo corpo provò un fremito,
ma che subito cessò.
Al di fuori si udivano delle persone avvicinarsi al chiosco e delle parole
scambiate rapidamente.
- Aprite, - disse ad un tratto una voce imperiosa.
Teresita, calma, serena, risoluta a tutto, non si fece ripetere due volte il
comando e mentre colla sinistra teneva la lampada, colla destra fece saltare il
chiavistello, dicendo, con una voce che pareva tremasse per la collera:
- Che cosa volete voi?...
CAPITOLO IX
L'ODIO DI HANG-TU
Ritta sull'ultimo gradino, colla fronte increspata, gli occhi scintillanti, i
lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, la giovane spagnuola doveva avere
l'aspetto d'una donna che non si lascia né imporre, né impressionare.
Vedendosi dinanzi un giovane ufficiale dei cacciatori, che teneva nella destra
la sciabola sguainata e nella sinistra una rivoltella, lo guardò freddamente,
facendo cadere su di lui i raggi azzurrognoli della lampada, ripetendo con un
tono secco:
- Che cosa volete voi?...
Il tenente, che non si aspettava certo di trovare colà quella giovanetta, né
una simile accoglienza, rimase cosí stupito, da non trovare subito una
risposta.
- Orsú, parlate, - disse Teresita, con un moto d'impazienza.
- Ma... señorita... - balbettò l'ufficiale, abbassando la sciabola. -
Cerchiamo dei ribelli.
- Dei ribelli! - esclamo la Perla, simulando un vero stupore. - Eh!... volete
scherzare, señor?...
- Vivaddio!... No, señorita. Sono entrati in questo giardino, sono stati
veduti.
- Cercateli nel giardino, adunque.
- Non li abbiamo trovati né nella palazzina, né nel parco, señorita.
- E volete che siano nascosti qui?...
- Ma... io non so...
- Signor tenente, sapete chi abita qui?...
- Il maggiore d'Alcazar.
- E io sono la figlia del maggiore d'Alcazar, - disse Teresita, con alterigia.
Il tenente, sconcertato, sorpreso, aveva fatto due passi indietro.
- Se ora volete entrare nel chiosco, per vedere se la figlia del maggiore
d'Alcazar ha nascosto dei ribelli, fatelo, - continuò la giovanetta, con
ironia. - Entrate, tenente.
- Perdono... señorita... Se avessi saputo che qui si trovava la figlia del
maggiore, non avrei osato di disturbarla.
- Avete fatto il vostro dovere e nulla devo perdonarvi, - disse Teresita, con
voce raddolcita. - Io credo, signore, che vi abbiano ingannato dicendovi che dei
ribelli sono entrati in questo giardino, poiché né io, né le mie donne
abbiamo veduto alcuno; abbiamo udito degli spari bensí, ma al di là della
cinta.
- Eppure señorita alcuni uomini che montavano dei rapidi cavalli sono stati
veduti arrestarsi presso la cinta.
- Ma poi avranno continuato la fuga.
- Cosí deve essere avvenuto, - rispose il tenente. - I miei cacciatori hanno
frugato tutto il parco e non hanno trovato alcun ribelle. È una vera disgrazia,
señorita, che ci siano sfuggiti, poiché si sa che due di essi erano persone
pericolosissime, due dei capi piú influenti dell'insurrezione.
Teresita provò un brivido nell'apprendere che erano stati riconosciuti, pure
padroneggiandosi, chiese con calma:
- E sono costoro?...
- Il meticcio Ruiz Romero ed il chinese Hang-Tu. Erano essi che difendevano
ostinatamente le barricate della via dell'Asuncion.
- Forse a quest'ora saranno in marcia per Bulacan.
- O per Cavite, señorita. Perdonate se vi ho disturbata.
- Buona notte, signore, e buona fortuna.
Il tenente s'inchinò gentilmente dinanzi a lei, ringuainò la sciabola e tornò
verso la palazzina, seguito da dieci o dodici cacciatori che avevano
perlustrato, ma invano, i dintorni del chiosco.
Teresita attese che scomparissero fra le piante, poi rinchiuse la porta e mentre
Manuelita rialzava la fiamma della lampada, scostò le tende che nascondevano
Romero, dicendo con voce soffocata per la gioia:
- Sei salvo, mio valoroso!
- Grazie, Teresita, - disse il meticcio, che era vivamente commosso. - Ti devo
anch'io la vita.
- Vedi che mi è costata ben poca fatica, - disse la giovane, che rideva e
piangeva ad un tempo. - Ah!... se potessi io disporre della tua vita!...
- Che cosa faresti, Teresita.
- T'impedirei di partire pei campi degli insorti.
- Sarebbe impossibile, mia fanciulla. Si direbbe che Romero Ruiz è un codardo.
- Ma i tuoi compagni non amano forse.
- No, non amano le donne bianche come te...
- Romero!...
- Non rimproverare il destino che mi ha spinto sui tuoi passi, Teresita, e
poi...
S'interruppe, poi aggiunse con voce triste:
- Giunge l'ora della separazione.
- Parti?... - chiese la giovane, con viva commozione. - Ora?... Mentre puoi
cadere in un'imboscata?... Mentre possono ucciderti sotto i miei occhi?...
- Le tenebre mi proteggeranno. Domani sarebbe troppo tardi.
- E vai?...
- A Salitran od a Cavite.
- Tu vai a cercare la morte, Romero.
- No, - disse Hang-Tu che era uscito dal suo nascondiglio e che si era
silenziosamente avvicinato a loro. - No, perché Hang-Tu veglierà su di lui.
Poi fissando la giovanetta con uno sguardo strano, aggiunse, sorridendo
amaramente:
- Io t'odiavo, Perla di Manilla, come odiavo tuo padre che m'ha condannato a
morte e che m'avrebbe fatto fucilare, se gli amici miei non mi avessero salvato.
A te tutto perdono, hai la parola di Hang-Tu. Un giorno, forse comprenderai
quante stille di sangue abbia costato questo perdono al cuore di Hang-Tu e
quante lagrime ai begli occhi d'una fanciulla.
Afferrò bruscamente per un braccio Than-Kiú, strappandolo al gran vaso
giapponese a cui si era aggrappata, e prima ancora che Teresita, stupita da quel
misterioso linguaggio, aprisse le labbra per chiedergli una spiegazione, si
diresse verso l'uscita dicendo:
- Partiamo, o noi non rivedremo il tramonto di domani.
Aveva aperta la porta e stava per scendere nel parco, ma ad un tratto
s'arrestò, poi indietreggiò vivamente, posando la destra sull'impugnatura
della catana.
Un uomo, un ufficiale, colla sciabola sguainata nella destra ed una rivoltella
nella sinistra, stava fermo sull'ultimo gradino.
- Lui!... - aveva esclamato il chinese, con un intraducibile accento d'odio.
L'ufficiale era entrato rapidamente chiudendo dietro di sé la porta. Era un
uomo sulla quarantina, di statura imponente, dalla pelle bruna, con due folti
baffi neri, ma un po' brizzolati e dai lineamenti energici.
I suoi occhi, neri e scintillanti come quelli della Perla di Manilla, si
fissarono sul meticcio con un lampo minaccioso, poi sulla spagnuola.
- Voi!... - esclamò, con voce sibilante.
Teresita aveva mandato un grido di terrore ed era caduta in ginocchio,
esclamando:
- Mio padre!...
Il maggiore d'Alcazar, poiché era proprio lui, aveva fatto due passi verso
Romero puntandogli sul petto la rivoltella e dicendo:
- Vi uccido, signor Ruiz.
Il meticcio non si era mosso. Aveva incrociate le braccia e guardando
tranquillamente il maggiore, aveva risposto:
- Non mi difendo: fate fuoco, signore.
Ma Teresita, dopo il primo istante di terrore, si era prontamente rialzata e con
una rapida mossa si era slanciata fra il padre e Romero, dicendo con voce quasi
minacciosa:
- Tu non lo ucciderai, padre mio!
Than-Kiú non aveva gettato alcun grido. Aveva fatto solamente un passo avanti,
ma stringendo nella piccola mano una rivoltina che teneva nascosta nella fascia
e l'aveva puntata risolutamente sul maggiore.
Hang-Tu aveva però veduto quella mossa e negli sguardi della giovane chinese
aveva scorto un lampo minaccioso. Quantunque il capo degli uomini gialli odiasse
mortalmente lo spagnuolo, pure aveva trattenuto la mano armata che si preparava
a far fuoco, mormorando:
- No, Than-Kiú.
Il maggiore d'Alcazar, che pareva in preda ad un terribile accesso di collera,
tentò di respingere Teresita, ma questa resistette, ripetendo con piú energia:
- Tu non lo ucciderai, padre mio.
- Sei tu che m'impedirai di ammazzare questo ribelle?... - chiese lo spagnuolo.
- Sí, poiché tu non puoi uccidere colui che ha salvato la vita a tua figlia.
- Contro chi?...
- Dai parangs dei moros, padre mio.
Il maggiore aveva abbassato il braccio. Il lampo d'ira che gli brillava negli
occhi a poco a poco si spegneva: parve anzi che una rapida commozione passasse,
come un fremito, sul suo bruno e fiero volto.
- È lui che t'ha salvata? - chiese con voce lenta.
- Sí, padre, e senza di lui tu non avresti piú la tua Teresita.
- Ed era pure lui che questa sera si batteva nella via d'Asuncion.
- Sí, maggiore, - rispose Romero.
- Che cosa siete venuto a fare qui, Romero Ruiz?... Sarebbe stato meglio per voi
rimanere lontano da Manilla.
- La morte non la temo, maggiore d'Alcazar.
- E se io vi facessi arrestare?
- Fatelo, - disse Romero, con freddo accento.
- Ma tu non lo farai, padre mio, - disse Teresita. - Tu non puoi perdere per due
volte quest'uomo. Il sangue spagnuolo è generoso e non si macchia di viltà, e
poi, io amo quest'uomo.
- Sí, un ribelle - disse il maggiore con amarezza.
- È un prode, padre mio.
- Che volge le armi contro tuo padre.
- No, contro la Spagna, signore, - disse Romero. - Voi combattete per la vostra
bandiera e io combatto per quella innalzata dai miei fratelli di colore.
- Una bandiera che si ripiegherà presto, signor Ruiz.
- Chissà, signor d'Alcazar.
- Soffocheremo l'insurrezione, non dubitate.
- E noi sapremo morire da forti.
- Voi, lo so, siete coraggioso, ma gli altri?... Avreste fatto meglio voi, che
avete nelle vostre vene sangue di spagnuoli, ad abbracciare la nostra causa.
Avete invece scavato un abisso: mi comprendete?
Ringuainò la sciabola, poi avvicinandosi verso la porta, disse bruscamente:
- Seguitemi.
- Padre mio! - gridò Teresita, mettendosi dinanzi a Romero.
- Il maggiore d'Alcazar pagherà il suo debito verso Romero Ruiz, - disse lo
spagnuolo.
- Lo salvi?...
- O lo perdo.
- Che cosa vuoi dire?
- Quando l'insurrezione riceverà il colpo mortale, lo saprai.
- Ah!... Tu me lo uccidi!...
- Non io: lo ucciderà la guerra.
- Ma io l'amo, padre mio.
- Una figlia della vecchia Spagna non può amare i nemici della patria, - disse
il maggiore, con voce cupa.
- M'ha salvato la vita.
- Ed io gliela salvo ora. Orsú, seguitemi o sarà troppo tardi.
Vedendo che Romero esitava, lo afferrò strettamente per un braccio e lo trasse
seco. Hang-Tu li aveva seguiti, ma Than-Kiú, prima di uscire, si era arrestata
dinanzi a Teresita. Gli occhi profondi e vellutati della celestiale si fissarono
in quelli della spagnuola che erano bagnati di lagrime, ma avevano perduto la
loro dolcezza. Un lampo sinistro illuminava le pupille della figlia del paese
del sole.
- Gli occhi del Fiore delle Perle hanno pianto a lungo, - le disse con accento
selvaggio, - ma gli occhi della Perla di Manilla piangeranno pure molto e
saranno lagrime di sangue.
Poi s'allontanò frettolosamente e raggiunse Hang-Tu.
Il maggiore d'Alcazar camminava rapidamente ed in silenzio, a fianco di Romero.
Seguí per qualche tratto le mura del parco, aprí un piccolo cancello di ferro
ed uscí sulla via.
Due cacciatori che si trovavano appostati dietro l'angolo di un muro, vedendo
quel gruppo di persone, furono lesti ad avanzarsi, intimando il "Chi
vive?..."
- Il maggiore d'Alcazar, - rispose lo spagnuolo. - Sgombrate.
Una stradicciola, che serpeggiava fra le mura di parecchi giardini, si apriva di
fronte al chiosco. Il maggiore vi si inoltrò facendo cenno a Romero di seguirlo
e di affrettare il passo, e ad Hang-Tu e alla giovane chinese di tenersi presso
di lui.
Giunto all'estremità, due altre sentinelle cercarono d'arrestarlo, ma appena
riconosciutolo, s'affrettarono a ritirarsi.
Sarebbe bastata una semplice parola per far arrestare i tre ribelli, ma il leale
soldato manteneva scrupolosamente la promessa, pur sapendo di dare
all'insurrezione due dei piú valorosi campioni che avrebbero potuto, un giorno,
creare dei gravi imbarazzi ai soldati spagnuoli.
Giunto all'estremità della via, in aperta campagna, si arrestò guardando
attentamente a destra ed a sinistra, dove si scorgevano confusamente delle
piantagioni di canne da zucchero, poi volgendosi verso Romero:
- Una spiegazione ora, signor Ruiz, - disse.
- Parlate, - rispose Romero.
- Come vi trovavate in casa mia?...
- Vi siamo entrati per sfuggire l'inseguimento dei cacciatori.
- O mia figlia v'aspettava?...
- No, signor d'Alcazar. Ella ignorava che noi ci eravamo nascosti nel chiosco.
- Volete un consiglio?... Dimenticatela.
- Mi vuol bene, signore.
- Ed io vi odio, signor Ruiz.
- Ah!... È vero, - disse Romero, con amarezza. - Io sono un sangue misto, un
meticcio.
- No, ma vi odio poiché siete uno di quei nemici che per vincervi farete
spargere alla Spagna torrenti di sangue. Senza di voi, fra quindici giorni
l'insurrezione potrebbe venire spenta, mentre ora chissà se la nostra bandiera
ondeggerà ancora su Cavite. So quanto valete, Ruiz, e so quanto vi si teme.
Volete Teresita?... Lasciate l'insurrezione.
- Oh mai!... - esclamò Romero. - non tradirò i fratelli, maggiore d'Alcazar,
dovesse il mio cuore venire infranto.
- E sia.
Poi additandogli la deserta campagna:
- Andate, - proseguí - siete liberi, ma spero un giorno di incontrarvi.
- Mi reco a difendere Salitran.
- Spero che un giorno ci rivedremo. Addio: ho pagato il mio debito.
Si volse per ritornare verso il sobborgo, ma Hang-Tu gli sbarrò il passo. Il
chinese aveva rialzato l'ampio cappello che fino allora aveva tenuto abbassato
nascondendogli quasi l'intero viso, e teneva in pugno la rivoltella:
- Maggiore d'Alcazar, - gli disse, - mi conoscete?
- Hang-Tu!... - esclamò lo spagnuolo.
- Sí, Hang-Tu, il capo delle società segrete che voi avete fatto condannare
alla fucilazione. Potrei uccidervi, ma invece vi risparmio. Voi mi avete salvata
la vita ed ora sono io che rinuncio a prendermi la vostra; nulla quindi piú
debbo a voi per ciò che avete fatto ora ed il mio odio rimane intatto. Addio, o
meglio arrivederci a Salitran, maggiore d'Alcazar.