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Il tesoro della montagna azzurra

 


I

L'URAGANO

- Ohe, ragazzi! Altro che balene! Sono i ribbon-fish, che vengono a galla. Brutto segno, amici!...
- Voi brontolate sempre, bosmano. - disse la voce quasi infantile di un mozzo.
- Che ne sai tu dell'Oceano Pacifico e delle sue isole, ragazzaccio, che hai finito di poppare appena qualche mese fa.
- No, bosmano, ho sedici anni suonati e sono figlio di un marinaio.
- Sì, d'acqua dolce forse. Scommetterei che non è mai uscito dal porto di Valdivia e che non sapeva guidare nemmeno una balsa, tuo padre.
- Era un cileno come voi, bosmano
- Ma non un marinaio come me, che ho quarantasette anni di navigazione.
- Vi dico che...
- Rayo de sol, basta! - urlò il bosmano. - Vuoi burlarti di me, Emanuel!... Sai come pesano le mie mani? No? Te le farò provare, se continui.
- Siete troppo irascibile, bosmano.
- Smettila, mozo cocido (ragazzo pauroso).
- Oh, bosmano, questo è troppo! Avete torto a trattarmi così.
- Monello!
- Oh no, Sono un ragazzo coraggioso.
La disputa chissà quanto sarebbe continuata su quel tono, con grande spasso dell'equipaggio, che assisteva ridendo a quello scambio di complimenti, quando l'improvvisa comparsa in coperta del comandante fece ammutolire tutti. Il capitano dell'Andalusia era un bel tipo di cileno, con tre quarti di sangue spagnolo nelle vene e un quarto di araucano, bruno come gli indomiti guerrieri delle alte Ande, con occhi neri, vellutati e ancora ardenti, benché più di cinquanta primavere pesassero sulle sue spalle. La sua statura era gigantesca, con spalle poderose e un collo taurino. Anche i suoi lineamenti erano bellissimi, quantunque la lunga barba ancora nera, che gli incorniciava il viso, gli desse un certo aspetto brigantesco. Doveva aver sentito le ultime parole scambiate fra quel brontolone e il giovane marinaio Emanuel, un monello, di tre cotte che ci trovava gusto a vedere il lupo di mare riscaldarsi, poiché si rivolse subito al primo, chiedendo con un certo fare bonario:
- Che cosa c'è dunque, Reton? Ti sento sempre brontolare, vecchio mio.
- Mi contraddicono sempre don José, - rispose il bosmano. - E che! Son nato ieri forse? Non è la prima volta che io vedo i ribbon.
- I ribbon, hai detto?
- Sì, capitano.
- Salgono a galla?
- A dozzine.
La fronte del capitano si era increspata. Alzò la testa guardando il cielo in tutte le direzioni.
- Eppure non si scorge una nuvola e il vento è moderato, - mormorò. - È vero che siamo nella regione dei salti di vento e che la Nuova Caledonia non è lontana più di centocinquanta miglia. - Poi volgendosi verso il bosmano che aspettava di essere interrogato, gli disse:
- Mostrami questi ribbon-fish.
- Non avete che da avvicinarvi alla murata, don José.
Salgono da tutte le parti. Il capitano scosse a più riprese la testa e s'avvicinò alla murata di babordo, curvandosi sul capo di banda.
- È vero, - disse. - Salgono: brutto segno. Avremo qualche terribile colpo di vento... Povera señorita Mina! Lei che ha sempre una così grande paura delle burrasche!
Intorno al magnifico veliero, che una fresca brezza di levante spingeva verso la Nuova Caledonia, sorgevano a gruppi, dalle profondità del Pacifico, dei pesci lunghi due o tre metri, simili a grosse anguille, appiattiti ai fianchi, coperti di piccole scaglie, con le pinne natatorie poco sviluppate, il muso allungato e la bocca aperta. Erano i così detti pesci-nastri, che si trovano in gran numero nelle acque del Grande Oceano.
La loro carne è pessima, tanto che solo gli abitanti della Nuova Caledonia la mangiano, ed è un vero peccato, perché quelle anguille pesano spesso fino a centocinquanta chili. Ordinariamente si tengono a grandi profondità, però, all'avvicinarsi della burrasca, salgono alla superficie in gran numero quasi ad avvertire i naviganti del pericolo che li minaccia. I ribbon scivolavano agilissimi lungo i fianchi della nave, seguendola nella sua corsa, e urtandosi, ciò che causava la perdita delle code che sono fragilissime.
- Mi sono ingannato, capitano Ulloa? - chiese il bosmano, avvicinandosi alla murata.
- No, vecchio Reton, e avevi ben ragione di brontolare, - rispose il comandante che appariva preoccupato.
- Che cosa annunceranno questi pesci?
- Qualche grande salto di vento, di certo. Scommetterei che a questa ora sulle montagne della Nuova Caledonia soffiano quelle maledette raffiche che noi chiamiamo williwawns e che sono il terrore dei naviganti.
- Eppure, guardando il cielo non si direbbe, - osservò il bosmano cacciandosi in bocca un pezzo, di sigaro. - Non si scorge nemmeno un cirro in cielo.
- Non illudiamoci, Reton. Questa calma nasconde qualcosa. Ci troviamo in pessimi paraggi e tu sai, quanto me che qui le onde si innalzano più che in qualunque altra regione del mondo.
- Mil diables! Le ho provate per tanti anni, capitano e, se mi permettete, vorrei darvi un consiglio.
- Di' pure, Reton.
- Di rinunciare per il momento a raggiungere la baia di Bualabea e di metterci al sicuro al di là della barriera dei frangenti che corre parallelamente alle coste dell'isola. Là dentro, don José, potremo aspettare senza correre pericolo, che l'uragano si calmi.
I frangenti! Sono ben quelli che mi fanno paura, bosmano, e sono proprio quelli che cerco di evitare, - rispose il capitano. I salti di vento della Caledonia sono troppo pericolosi e le rocce non bastano a spezzarli. Se l'Andalusia avesse nel suo ventre delle caldaie e una buona elica sotto la poppa, potrei anche seguire il tuo consiglio. Cacciarmi là, dentro quelle scogliere, con un veliero che non sempre obbedisce allo sforzo dell'equipaggio, no, non me la sento davvero. Io non sono Coock, né Tasman, né Mendana.
- Oh, valete quanto, quei famosi navigatori, capitano!
- Sia come vuoi, preferisco spingermi verso la baia di Bualabea. D'altronde quella è la nostra meta, poiché sono là le foci del Diao. L'Andalusia è solida e batterà sempre bene l'Oceano purché i frangenti non la insidino. Valgame Dios! Ecco la nube che avanza. Sono i salti di vento che la spingono verso di noi.
Gli occhi acutissimi del capitano si erano fissati su una macchia nerastra che aveva i margini tinti di I fuoco e che sorgeva in quel momento sull'orizzonte di levante.
- La vedi, Reton? - chiese.
Un sonoro mil diables era sfuggito dalle labbra del vecchio bosmano.
- Quella nube là porterà delle trombe, - disse poi. - Prendiamo due mani di terzaruoli, capitano.
- E fa subito chiudere i pappafichi, e le gabbie, - rispose il comandante. - Prima del tramonto quella brutta nuvola ci avrà raggiunti e l'Andalusia comincerà un certo ballo che non farà piacere alla señorita Mina.
Un lungo fischio risuonò subito sulla coperta del veliero. I quattordici marinai che formavano l'equipaggio e che in quel momento, non avendo nulla da fare, stavano osservando i salti dei ribbon-fish, si erano disposti ai bracci di manovra, credendo di dover fare qualche virata di bordo a sud o, a nord. Seguirono subito alcuni comandi secchi, taglienti, lanciati dal bosmano, e quei giovani demoni del mare si spinsero, con l'agilità di vere scimmie, su per le griselle, fermandosi chi sui pennoni delle gabbie, chi sui parrocchetti o sui pappafichi. L'Andalusia, che filava a una velocità di sette nodi all'ora, sempre spinta da un buon vento di levante, di mano in mano che le vele venivano imbrogliate o chiuse, rallentava la marcia. Splendido veliero l'Andalusia, il più bello, di certo che possedesse nel 1867 il Cile. Era una bellissima goletta a quattro alberi, con vele quadre sul trinchetto e rande e controrande di uno sviluppo straordinario, sugli altri tre, senza contare i fiocchi del bompresso, e della stazza di millequattrocento tonnellate. Era discesa in mare cinque anni prima dai cantieri di San Francisco di California e aveva al suo attivo un bel numero di viaggi. Durante le più terribili tempeste se l'era sempre cavata con onore, opponendo agli assalti delle onde i suoi poderosi fianchi di quercia californiana. Pareva però che i giorni felici stessero lì lì per finire per quella splendida nave che formava l'ammirazione di tutti i marinai di Valparaiso, poiché l'uragano s'annunciava spaventoso anche per la vicinanza della Nuova Caledonia, tristamente famosa per la violenza terribile dei suoi tifoni, temutissimi da tutti i naviganti dell'Oceano Pacifico. Serrate le rande e le controrande e parte delle vele dell'albero di trinchetto, don Josè insieme al bosmano, il quale funzionava ad un tempo da mastro d'equipaggio e da secondo si erano messi in osservazione sul castello di prora, spiando ansiosamente la nube nera che continuava ad allargarsi nel cielo con una rapidità straordinaria.
- Che brutta tinta! - esclamò Reton, che di nubi e di cicloni se ne intendeva non meno del capitano. - Piomberà su di noi con tuoni e fulmini e Dio sa che razza di raffiche ci scaglierà nei fianchi! Là dentro ci sono cento di quei colpi di vento che noi marinai del Cile e delle isole del sud, chiamiamo i willwawns; scommetterei una piastra contro la mia vecchia pipa.
- Willwawns! - ripeté una voce dietro di loro.
Il capitano si era voltato, dicendo
- Oh, voi don Pedro! Anche voi, señorita Mina?
Un bel giovine di circa venticinque anni, di statura non troppo alta, tutto muscoli e nervi, con la pelle bruna e gli occhi pieni di fuoco, che indossava un elegante costume di flanella bianca, il classico vestito da viaggiatore, si era accostato dando il braccio a una ragazza che dimostrava sedici o diciassette anni, dai lineamenti fini e bellissimi, con capelli lunghi e neri e la pelle bianca con quei riflessi alabastrini, indefinibili, che si osservano solo sulla pelle delle creole.
- I Willwawns! - ripeté don Pedro. - Ma non siamo già fra le isole delle terre magellaniche.
- Eppure i salti di vento, che soffiano in questa parte del Pacifico, non sono meno pericolosi di quelli che scendono dalla Cordigliera, mio caro don Pedro, - rispose il comandante. - Non faranno certo piacere a vostra sorella: è vero, señorita?
Il viso della fanciulla era diventato un po' scuro ed i suoi bellissimi occhi, profondi e neri, si erano offuscati.
- Non amo né le vostre onde, né i vostri vènti, - disse poi, sforzandosi a sorridere.
- Siamo quasi al termine del viaggio, señorita.
Un brusco salto della nave, accompagnato da una serie di sibili violentissimi, interruppe la loro conversazione. Un'ondata mostruosa che pareva fosse sorta dalle profondità dell'oceano, si era rovesciata bruscamente sull'Andalusia scotendola come un guscio di noce. I volti del capitano, di don Pedro e del bosmano erano diventati oscuri, mentre quello di Mina si faceva in quel momento pallidissimo. Fra i sibili del vento si era udita in quel momento la voce sempre allegra di Emanuel.
- Bolle la gran tazza! - gridava il mozzo - Avanti la musica! Io sono pronto a far ballare la sarabanda. Eccoci alla fiera!
Poi quel diavolo di ragazzo che si teneva ritto sulla coffa, lanciò in viso alle raffiche che cominciavano a scuotere l'alta alberatura, con una magnifica voce di tenore:
- Muchos van a la feria
Aver, y no compran nada.
- Alonzo portami il bandolin che faccia l'accompagnamento.
- Ehi, lassù, taci imbecille! - gridò il bosmano.
- No, no, - rispose Emanuel, ridendo - Sono un mozo cocido per voi.
Il capitano e don Pedro, che apparivano preoccupatissimi, non avevano prestata alcuna attenzione a quello scambio d'insolenze. Solo Mina aveva sorriso e aveva guardato con ammirazione il suo mozzo come lo chiamava, che scherzava così, ai primi colpi della tempesta. Un dialogo rapido si era impegnato a voce bassa fra don Josè e don Pedro.
- Uragano terribile, un vero tornado, - disse il primo.
- Non occorre essere marinai per accorgersene, - rispose il secondo.
- Voi che siete figlio di un uomo di mare e che ve ne intendete, prendete il comando di prora. Io sorveglierò i timonieri.
- Avete fatto il punto a mezzogiorno?
- Sì, don Pedro
- A che distanza siamo dalla costa?
- A centocinquanta miglia dalla baia di Bualabea.
- Se potessimo trovare un rifugio prima che scoppi l'uragano?
- Non ci sono rifugi qui, - rispose il capitano. - E poi ci mancherebbe il tempo. Riconducete vostra sorella nel quadro e poi venite subito al vostro posto. Questo strano ribollimento del mare mi fa sospettare la formazione di qualche terribile tromba marina... Fate presto, don Pedro e non perdiamo la testa.
Mentre il capitano si preparava freddamente alla lotta, l'oceano diventava sempre più minaccioso. Quantunque dopo le prime raffiche e l'ondata formidabile fosse subentrata una calma relativa, l'equipaggio era inquieto. La tempesta stava formandosi e raccoglieva tutte le sue forze. Il sole, prossimo al tramonto, era diventato scialbo; l'aria si faceva fosca e il nuvolone nero si dilatava avanzando verso levante. Stormi di uccelli marini passavano sopra l'Andalusia, mandando lunghe strida e fuggivano, rapidi come saette, in direzione della Nuova Caledonia, per cercarsi un rifugio fra le scogliere prima che il vento li travolgesse. Tutti quei volatili, quantunque abituati a sfidare le formidabili tempeste dell'oceano Pacifico manifestavano, con la loro fuga disordinata e vertiginosa, un vero spavento.
- Scappano troppo veloci, - mormorò il bosmano, scuotendo la testa. - La notte sarà una delle più terribili e preferirei trovarmi al sicuro nella mia casetta di Asuncion.
Erano le sette di sera e il sole si era appena tuffato in mare, quando la voce del capitano echeggiò sul banco di quarto.
- Al posto di manovra! La guardia franca lasci le brande!... L'uragano s'avvicina!
Quasi nello stesso tempo si fece sentire anche la voce energica di don Pedro.
- Due mani di terzaruoli sul trinchetto e sul parrocchetto! Giù il grande fiocco!
Il mare lanciava in tutte le direzioni ondate biancastre e vorticose che si colorivano stranamente degli ultimi riflessi del crepuscolo. Mentre l'oceano cominciava ad entrare in convulsione, le raffiche incalzavano sempre più impetuose con urla ora rauche ora stridenti, accompagnate da mille fischi, che talvolta, fra i muggiti dei marosi, rassomigliavano a grida umane invocanti soccorso. E intanto l'enorme nube, diventata nera come l'inchiostro, avanzava, avanzava più minacciosa, più terribile, senza che un lampo la illuminasse. Se mancavano i tuoni, si udivano però dei fragori strani, come se una grandinata furiosa s'abbattesse nelle vicinanze. L'Andalusia, con la velatura ridotta fuggiva verso nord, avendo ormai il vento girato da levante a ponente, rompendo di quando in quando la rotta, per fare una lunga bordata verso nord-ovest per non derivare troppo e venire cacciata in mezzo al Pacifico meridionale. L'oscurità diventava di momento in momento più densa, poiché anche la luce crepuscolare era scomparsa, accrescendo così l'orrore della tempesta. Una vaga inquietudine si era impossessata di tutti dal capitano all'ultimo marinaio. Solo Emanuel, che forse non prevedeva la violenza di quel ciclone, sembrava tranquillo, poiché di tratto in tratto, quando i williwawns diminuivano d'intensità, si udiva scendere dalla coffa del trinchetto la sua voce squillante che cantava sempre: Muchos van a la feria... ciò che faceva andare in bestia il bravo bosmano. Certo quell'indiavolato ragazzo voleva dimostrare al vecchio lupo che era veramente figlio di un buon marinaio e che non era affatto un mozo cocido. Reton era però tutto occupato a vigilare i timonieri in compagnia del capitano e ad osservare lo stato del mare. La sua grossa testa ancora irta di capelli non interamente grigi, e ispidi come i peli di una bestia in furore, non cessava di scuotersi da destra a sinistra. Pareva un vero orso bianco.
- Va male, - mormorò. - Questi salti di vento non mi soddisfano. Sono soltanto l'avanguardia.
Non si ingannava, il vecchio Reton. Alle nove, quando la nuvola nera cominciava a tingersi di strane luci prodotte senza dubbio da lampi intensissimi, che davano alle onde un aspetto livido, i grossi williwawns cominciarono a giungere, scendendo con furia dalle montagne della Nuova Caledonia. Si annunciavano con una specie di fremito sonoro che ingigantiva rapidamente fino a diventare un lungo ruggito, poi s'abbattevano sull'oceano, schiacciando di colpo i cavalloni che, passato quel soffio poderoso, infuriavano con maggior furore, come per vendicarsi di essere stati per un momento sopraffatti. Chi ne risentiva era l'Andalusia. Quantunque fosse stato fabbricato a prova di scoglio, il povero veliero subiva dei salti terribili. Si alzava sulle creste come una baleniera vuota, tanto era equilibrato il suo carico, tuffando le altissime cime della sua alberatura negli strati inferiori dell'immensa nuvola nera, poi piombava nei baratri con una velocità così fulminea da pare non una discesa, ma una vera caduta, e tale era la sensazione che provava l'intero equipaggio. E non c'era da stupirsene, poiché le ondate più gigantesche non si incontrano che nell'oceano Pacifico. In nessun altro luogo del mondo, nemmeno nei pressi del Capo di Buona Speranza o delle coste meridionali dall'Australia, le tempeste sono così tremende come quelle che si abbattono sulle coste della Nuova Caledonia.
In quei paraggi i venti raggiungono una velocità spaventosa e non hanno una direzione costante, poiché soffiano da tutti i punti dell'orizzonte. Quando cominciano la ridda è un vero disastro per quei disgraziati abitanti, perché sollevano o sfondano le capanne, abbattono le piante più colossali e, cosa strana, inaridiscono la maggior parte dei rami degli alberi, compromettendo gravemente i raccolti dell'annata. A un tratto però, con grande stupore dell'equipaggio, ma non del capitano, si manifestò una calma improvvisa. Le raffiche, poco prima furiose, erano cessate improvvisamente e non si udivano più che i cupi muggiti delle onde e il rumoreggiare del tuono dentro la grande nube nera. Pedro, non meno sorpreso degli altri per quello strano cambiamento, aveva lasciato il castello di prora raggiungendo don Josè che si trovava sempre sul casseretto col bosmano.
- Che cosa avviene, signor Ulloa? - chiese. - Questa calma improvvisa mi fa più paura di cento colpi di vento.
- Avete ragione, don Pedro, - rispose il capitano la cui fronte si era oscurata. - Fortunatamente conosco troppo bene questi mari per lasciarmi ingannare. Un altro forse ne approfitterebbe per spiegare un po' di tela e fuggire: io non commetterò una simile imprudenza. Questo è il tradimento del vento... A quanto è sceso il barometro?
- A settecentodiciotto, - rispose uno dei timonieri che usciva in quel momento dal quadro.
- È terribile, - disse il capitano. - Altro che calma!
Cominciava a piovere, o meglio a diluviare, e la gran nube si spezzava mostrando qua e là qualche stella. Non era pioggia, era un vero turbine d'acqua che si rovesciava sull'Andalusia. Gli ombrinali non bastavano a sfogarla quantunque ce ne fosse un buon numero sotto le murate. Qualunque altro, non pratico di quei luoghi, si sarebbe convinto che la bufera stava per finire. Persino la luna cominciava a far capolino fra gli strappi del nuvolone. Le preoccupazioni di don Josè e anche del bosmano invece aumentavano. L'Andalusia era rimasta quasi immobile, perché non soffiava più il vento. Solo le onde sempre altissime, la scuotevano fortemente, percotendone, con furia e scrosci assordanti, i solidi fianchi. A bordo tutti tacevano, come se avessero avuto paura che l'eco delle loro voci turbasse quella calma. D'improvviso la voce squillante di don Josè si fece sentire, dominando per un momento i fragori dell'Oceano.
- Attenti al salto di vento! Giù tutti i fiocchi!
Aveva appena pronunciate quelle parole, quando l'equipaggio vide la nube raccogliere, con rapidità fantastica, i suoi lembi e ripiegarsi come su se stessa, mentre lampi sinistri, quasi ininterrotti, guizzavano in tutte le direzioni, illuminando la notte di riflessi lividi. Quasi subito si udì in lontananza un rumore strano, stridente, che s'avvicinava con spaventosa rapidità. Era la grande raffica che piombava sull'Andalusia. I marinai avevano calati i fiocchi, appena in tempo. La terribile folata di vento s'abbatté con mille urla sulla nave scotendola come una piuma. I quattro alberi, quantunque solo il trinchetto avesse le due vele basse, si piegarono scricchiolando sotto l'immane urto, spezzando qualche sartia e qualche paterazzo, però, contrariamente alle previsioni di tutti, ressero all'impeto del ciclone. Le vele di trinchetto e di parrocchetto furono tuttavia sventrate di colpo e i loro lembi scomparvero lontano come grossi gabbiani.
- Issate una vela! - urlò don Josè.
L'Andalusia, che non aveva più alcuna stabilità, rollava e beccheggiava spaventosamente; guai se la zavorra si fosse spostata! Fortunatamente si componeva, invece di sabbia, di grosse piastre di ghisa, sovrapposte in modo da non potersi muovere. Don Pedro, pallido, si era accostato al capitano.
- Che il tesoro del vecchio capo dei kanaki se ne vada? - gli chiese, non senza una certa emozione.
- Speriamo di no, - rispose don Josè.
- Che cosa succederà ora?
- Solo Dio lo sa, don Pedro.
- Dubito di poter raccogliere quella famosa eredità.
- Eh! I cicloni non ragionano!
- Quanto tempo dovremo impiegare per arrivare alla baia?
- Chi può dirlo? Possiamo venir cacciati molto al largo.
- Quale fortuna per don Ramirez!
- Non occupatevi di costui in questo momento. Il tesoro della Montagna Azzurra non è ancora in sua mano.
- E se fosse già arrivato?
Il capitano non rispose. Guardava attentamente l'oceano che si spianava dinanzi a alla nave.
- Valgame Dios! - mormorò, torcendosi nervosamente i baffi. - Sta formandosi, ne sono sicuro.
- Che cosa, don Josè?
- Una tromba, - rispose il capitano con voce rauca. - Guardate là, dinanzi a noi, dove le onde invece d'alzarsi si abbassano. Questa brutta sorpresa non me l'aspettavo. Poi alzando la voce comandò:
- Il cannone dei segnali in coperta. Presto, caricatelo!
A duecento passi dall'Andalusia l'acqua cominciava a girare vorticosamente come se il mare fosse agitato da una convulsione interna. Era la tromba marina che stava formandosi.


II

IL TESORO DELLA MONTAGNA AZZURRA

Sette settimane prima degli avvenimenti narrati, durante una mattinata limpida e tranquilla, un giovane, accompagnato da una bellissima ragazza, saliva a bordo dell'Andalusia, che era ancorata al Callao in attesa di trovare qualche carico per i porti della Cina o del Giappone, chiedendo di parlare subito al capitano Josè Ulloa, proprietario della splendida goletta che formava l'ammirazione di tutti i marinai della costa cilena. Erano Pedro de Belgrano e sua sorella Mina, figli di uno dei più noti armatori e uomini di mare di Valparaiso, scomparso misteriosamente quattro anni prima nell'oceano Pacifico, dopo aver accumulato un bel patrimonio per i suoi eredi. Don Josè Ulloa stava fumando in quel momento la pipa nel salotto del quadro, seduto davanti ad una bottiglia di vecchia caña, e contava di finirla prima di sera. Quando seppe dal mozzo di bordo, che c'era anche una señorita insieme al giovane sconosciuto, aveva dato ordine di farli subito scendere nel quadro e di preparare un buon caffè. Don Pedro e Mina erano, piuttosto esitanti, entrati nel comodo salottino del comandante, accolti con quella ruvida ma franca cordialità degli uomini di mare.
- Consideratevi come a casa vostra... - disse don Josè alzandosi. - E voi, señorita, fatemi l'onore di accomodarvi.
- Siete don Josè Ulloa, vero? - chiese subito il giovane.
- In persona, señor
- Allora voi ci conoscete?
Il lupo di mare guardò attentamente il giovane, poi la señorita, quindi scosse il capo.
- Non mi pare di avervi mai visto - disse - E poi tocco il Callao così di rado, poiché la mia nave è impegnata sempre in lunghe navigazioni...
- Oh, di nome! - esclamò il giovane. - Nostro padre era l'uomo di mare più conosciuto sulle coste cilene e peruviane.
- Come si chiamava?
- Fernando de Belgrano.
Il capitano batté un formidabile pugno sulla tavola, poi vuotò di un sol colpo un bicchiere di caña.
- Rayo de Dios! - esclamò poi gettando via il berretto che gli copriva il capo. - E perché non me lo avete detto prima, giovanotto? Ho fatto dei viaggi attraverso il Pacifico sul suo Sarmento, come secondo di bordo. Grande marinaio, il capitano Fernando! Nessun uomo di mare poteva guidare una nave meglio di lui...E voi siete i suoi figli?
- Sì, capitano, - rispose don Pedro.
- Poveri ragazzi! Mare traditore che insidia sempre gli onesti naviganti! È stato divorato dagli isolani della Polinesia, è vero?
- Ma no, capitano Ulloa.
Un altro pugno formidabile che fece oscillare la bottiglia di caña e saltellare il bicchiere, piombò sulla tavola.
- Mil diables! - esclamò - non è stato divorato dai neozelandesi e dai canaki della Nuova Caledonia o delle isole Salomone? Eppure lo affermano tutti!
- Su quali documenti? - chiese don Pedro.
- Señor, - disse il capitano - voi avete giurato di farmi perdere la pazienza, a quanto pare. Vi prego di spiegarvi. È morto quel bravo capitano o è ancora vivo? Non dimenticate che era il mio migliore amico.
- A quest'ora deve aver resa l'anima a Dio, - rispose il giovane con voce triste. - Almeno così risulterebbe dallo scritto trovato in un barile, dal capitano Ramirez.
- Ramirez! - esclamò l'uomo di mare, corrugando la fronte. - Un pessimo soggetto che si è arricchito massacrando o facendo morire di fame quei disgraziati di cinesi che si lasciano arruolare per venire qui a scavare le miniere di guano. Conosco quel pirata che disonora gli onesti marinai...Avanti señor: mi avete parlato di un barile e di un documento: che cosa volevate dire?
- Che mio padre, dopo quattro anni, ha dato sue notizie. - rispose don Pedro.
- Quali? - gridò il capitano.
- Abbiate la compiacenza di ascoltarmi, don Josè Ulloa, - disse il giovane.
- Sono a vostra disposizione, señor, - rispose il comandante dell'Andalusia ricaricando e riaccendendo la pipa. - Ho tempo da perdere finché vorrete. Questo racconto, che riguarda uno dei miei migliori amici e che forse chiarirà un mistero che ha suo tempo ha molto impressionato tutti i marinai cileni, mi interessa straordinariamente.
- Quindici o venti giorni or sono, il capitano Ramirez che tornava da Canton con un carico di arruolati cinesi...
- I suoi schiavi, che quel miserabile si diverte a tormentare, - lo interruppe il comandante dell'Andalusia con disprezzo profondo. - Vi prego continuate, don Pedro de Belgrano.
- ...incontrava nei paraggi dell'isola Lifu, una delle maggiori della Caledonia, un barilotto galleggiante sul mare.
- E che cosa conteneva?
- Un documento scritto in doppio originale, in inglese ed in spagnolo, e due pezzi di scorza d'albero sui quali ci sono dei segni misteriosi che invano ho cercato di decifrare.
- Avete quella corteccia?
- Sì, capitano.
- Fatemela vedere, prima di tutto. Conosco la Nuova Caledonia. Brutta isola, dove non si può fare una passeggiata o una partita di caccia, senza correre il rischio di venire mangiati.
Don Pedro si frugò in una delle ampie tasche del soprabito ed estrasse un involto.
- Ecco, capitano, - disse - esaminate pure questa corteccia; poi continuerò il mio racconto.
Aprì la carta che avvolgeva il talismano e mise davanti al capitano un pezzo di corteccia biancastra che portava incisi e coloriti in rosso tre figure che rassomigliavano a dei grossi piccioni.
- I notù! - esclamò il capitano. - Sebbene malamente incisi li riconosco benissimo.
- Che cosa sono? - chiesero ad una voce don Pedro e Mina con una certa ansietà.
- Ecco, - rispose il capitano - i notù che io ho già cacciato sulle coste della Nuova Caledonia, sono dei bellissimi colombi e posso dire anche molto buoni, grossi quanto una delle nostre galline, con le penne color bronzo, che vivono di preferenza nel più fitto dei boschi, sicché e molto difficile distinguerli. Il loro grido è così forte che rassomiglia al muggito di un bufalo. Quello che vi posso dire, ragazzi miei, è che sono tenuti in molta considerazione dai canaki della Nuova Caledonia, non saprei se per la bellezza delle loro penne, se per la delicatezza delle loro carni o per qualche altro motivo a me ignoto.
- E questa corteccia? - chiese don Pedro.
- È un pezzo di niaulis, - rispose il capitano dopo averla osservata attentamente. - La corteccia di un albero che si stacca facilmente a lunghe strisce.
- Insomma nulla di straordinario in tutto questo, - disse Mina.
- Adagio, señorita, - rispose il comandante. - Questo disegno che rappresenta tre notù può avere il suo valore. Ditemi, prima che mi pronunci definitivamente, che cosa diceva il documento contenuto nel barile trovato da quel briccone di Ramirez?
- Volete leggerlo?
- L'avete con voi?
- Sì, una copia, quella scritta in lingua spagnola.
- E l'altra scritta in inglese?
- È nelle mani del capitano Ramirez.
- Con che diritto? - chiese don Josè.
- Leggete il documento prima, - rispose don Pedro.
Il capitano dell'Andalusia depose la pipa, tracannò un altro bicchiere di caña, poi prese delle carte ingiallite, che il giovinetto aveva levate da un portafoglio di pelle di caimano.
"Datato oggi, ventiquattro marzo 1866 - lesse il capitano. - Nel momento di comparire davanti a Dio, affido alle onde dell'oceano Pacifico i sette barili che ho potuto salvare dal naufragio della mia nave Sarmento appartenente al dipartimento marittimo del Callao, naufragata il 27 gennaio 1863 sulle scogliere della baia di Bualabea. Ho lasciato a Valparaiso due figli, Pedro e Mina, che potrebbero un giorno diventare ricchissimi se seguiranno le mie istruzioni. Accolto dalla tribù dei Krahoa, indigeni antropofagi che mi hanno considerato come un figlio delle onde e che mi hanno nominato loro capo, ho trovato una miniera d'oro che per quattro anni ha reso milioni e milioni di piastre. Mi trovo nell'impossibilità di calcolare la ricchezza del deposito che io ho fatto rinchiudere nei fianchi della Montagna Azzurra, dopo averla tabuata. Unisco al documento un pezzo di corteccia con tre notù, insegna della tribù, fatto in doppia copia nel caso che i miei figli si decidano a venire a prendere il tesoro. Fra pochi giorni sarò morto perché una freccia, probabilmente avvelenata, mi si è piantata profondamente nel petto durante la festa del pilù-pilù. Qualunque navigante raccolga uno dei barili che ho fatto gettare in mare dalla foce del Diao, li consegni ai miei figli in Valparaiso, calle dell'Alcalà.
"CAPITANO FERNANDO DE BELGRANO".

Il comandante dell'Andalusia, letto il documento, era rimasto silenzioso, guardando ora don Pedro e ora Mina.
- Che cosa ne dite, don Ulloa? - chiese il giovanotto, impaziente di rompere quel silenzio.
- Dico che questo è un colpo di fulmine che vorrei che fosse toccato a me, - rispose il lupo di mare. - Si parla di milioni. Valgame Dios! C'è da far girare la testa al più flemmatico uomo d'America!
- Che cosa fareste, capitano? - domandò don Pedro.
- Spiegherei immediatamente tutte le vele, e me andrei, al più presto possibile nella nuova Caledonia, dovessi farmi mangiare da quei cannibali, una gamba o un braccio.
- Ebbene, signor Ulloa, io ero venuto appunto per proporvi questo, - disse il giovane, - certo che voi, vecchio amico di mio padre, non mi avreste negato il vostro aiuto e che avreste accettato di interessarvi all'impresa.
Il capitano dell'Andalusia aveva fatto un balzo, scaraventando a terra la pipa.
- Voi, señor, siete venuto da me per farmi una tale proposta! - esclamò.
- E per offrirvi la terza parte di quel tesoro, se mi aiuterete a conquistarlo. Voi non perderete nulla perché vi chiedo di noleggiare per sei mesi la vostra nave, al prezzo che voi stesso fisserete. Voi già sapete che mio padre ha lasciato a noi un bel patrimonio, senza contare il tesoro che si trova nascosto nella Montagna Azzurra.
- Parlate sul serio, señor de Belgrano? - gridò il comandante dell'Andalusia.
- Sì, capitano: ditemi solo quanto dovrò darvi per questa campagna che suppongo non durerà meno di sei o sette mesi.
- Rayo de sol! - esclamò il capitano. - Quando vorreste partire, señor de Belgrano?
- Il più presto possibile, - rispose il giovane - poiché avremo don Ramirez alle spalle.
- Che cosa vuole da voi quel briccone?
- Vi ho già detto che nel barile c'erano due copie di documenti e due di questi emblemi che dovranno servire, suppongo, a farci riconoscere dalla tribù degli indigeni Krahoa.
- Continuate.
- L'altra copia e l'altro pezzo di niaulis sono in mano del capitano Ramirez.
- E non vuole consegnarveli?
- Sì, se gli cedo almeno la metà del tesoro.
- È partito quel brigante?
- Non ancora.
- Sono sicuro, señor de Belgrano, che lo troveremo nelle acque della Nuova Caledonia. Dobbiamo assolutamente precederlo. So che possiede una buona goletta.
Stette un momento in silenzio, come immerso in un profondo pensiero, poi estrasse l'orologio e guardò l'ora.
- Sono le dieci meno sette minuti, - disse. - Ho tutto il tempo necessario per imbarcare altri viveri, oggetti di ricambio, armi e munizioni. A mezzanotte, possiamo spiegare le vele... Emanuel!
Il mozzo accorse prontamente, domandando:
- Desiderate, comandante?
- Dove sono i marinai?
- Nella taverna del Toro.
- Và a radunarli e conducili immediatamente a bordo. Questa notte si salpa.
Il ragazzo uscì correndo, attraversò il pontile, che era stato gettato fra la nave e la calata e si lanciò a terra. Non aveva però fatti dieci passi che cadde fra le braccia di un uomo tozzo, muscoloso, barbuto e colorito quasi come un indiano della Cordigliera, che lo strinse così violentemente da strappargli un grido di dolore.
- Taci, - gli disse lo sconosciuto - e avrai dieci, cento, anche mille piastre se vorrai. Vieni con me e farò la tua fortuna. Non ti chiedo che un quarto d'ora. Tu sei il mozzo dell'Andalusia, è vero?
- Sì, señor...
- Chiamami capitano. Seguimi alla lesta. Non desidero che quel giovanotto e quella señorita mi vedano.


III

SUI FRANGENTI

Le trombe marine che spazzano spesso gli oceani, sono il terrore dei naviganti. Guai alla nave che si trova sul loro percorso! Viene aspirata, strappata alle onde, portata in alto dalla colonna roteante e quindi sommersa durante lo sfacelo della tromba. Quella che stava per innalzarsi davanti all'Andalusia doveva avere proporzioni gigantesche, a giudicare dal moto rotatorio delle acque. Il mare era in continuo ribollimento, come sotto l'azione di un gran numero di vulcani sottomarini e sprigionava delle immense nubi di vapore che formavano una moltitudine di colonne grigiastre, pronte a fondersi e collegarsi con la grande nuvola nera che gradatamente si abbassava, impaziente di riunirsi ai cavalloni. Un grande rigonfiamento, simile a una collina, tumultuava davanti alla prora della goletta, aumentando di momento in momento di volume. Non aveva nulla di spaventoso; impressionavano invece i sinistri rumori che ne uscivano di quando in quando e che rassomigliavano ai boati di un cratere. Don Josè, don Pedro e il bosmano, erano saliti sul castello di prora per osservare quel fenomeno che poteva riuscire fatale alla nave.
- Sì, una tromba e il vento è cessato! - esclamò il comandante, con rabbia. - Giungesse almeno un altro colpo di vento e dovesse pure schiantarmi mezza alberatura!
- Non c'è modo di evitarla? - chiese don Pedro che pensava a sua sorella Mina.
- Proveremo a spezzarla con un colpo di artiglieria, - rispose il capitano.
- Ci riuscirete?
- A volte si rompono; tuttavia non vi nascondo che sarà un mezzo disperato.
- Perché comandante?
- La tromba ricadendo solleverà tali ondate da mettere in grave pericolo la mia nave.
- A mali estremi, rimedi estremi, - sentenziò il bosmano cacciandosi in bocca un pezzo di sigaro. - Se il disastro deve accadere, tuffiamoci con la cicca.
In quel momento dall'interno di quella collina mobile uscì, innalzandosi e roteando vertiginosamente, una colonna liquida che andò a congiungersi con la nuvola nera. Mare e cielo si erano uniti per la distruzione di tutto quello che dovevano incontrare sul loro cammino.
Un clamore assordante era echeggiato sulla tolda dell'Andalusia.
- La tromba! La tromba! - gridarono tutti.
Poi, come paralizzati dal terrore che doveva aver tolto loro completamente le forze, diventarono muti, guardando con gli occhi dilatati quel mostro di acqua che già si muoveva, turbinando. Lo spettacolo che offriva quella colonna che pareva di cristallo e che i lampi illuminavano senza posa, se era terrificante, era anche sublime. L'acqua, come se fosse stata aspirata da una pompa di enormi dimensioni, veniva assorbita con mille sibili paurosi, dalla grande nube nera, cambiando ogni istante colore, secondo la violenza e la tinta dei lampi. Il capitano Ulloa, che ne aveva viste altre durante i suoi numerosi viaggi, e che non ignorava quanto fossero pericolose quelle terribili colonne d'acqua, anche per le navi di grossa portata come la sua, benché in preda a grande spavento, non aveva perso completamente la testa.
- Conducete in coperta la señorita Mina, don Pedro! - gridò. Poi volgendosi verso i suoi marinai che non osavano muoversi, soggiunse:
- Al pezzo il miglior puntatore.
- Un momento, comandante, - disse il bosmano. - la scioglierò io la tromba.
- Che cosa vuoi fare?
- La croce di Salomone.
- Vattene al diavolo, vecchio Reton!
Si era lanciato verso il castello di prora dove si trovava il piccolo pezzo d'artiglieria, mentre il bosmano che credeva, come tutti i marinai, ai segni cabalistici, preso il suo coltello di manovra tracciava rapidamente, su un barile, la famosa croce di Salomone. Il pezzo era stato caricato e puntato verso la colonna che continuava ad aggirarsi su se stessa, spostandosi ora in un senso ed ora in un altro, senza però troppo allontanarsi dal luogo dove si era formata. Non aspettava che un colpo di vento per lanciarsi all'impazzata attraverso l'oceano, travolgendo tutto nella sua corsa disastrosa.
- Mira bene! - comandò il capitano al cannoniere. - Se sbagli, non so se avremo il tempo di ritentare il colpo. Il vento si annuncia già laggiù! Viene certo dalla baia di Uitoe.
Il marinaio si era curvato sul pezzo, un piccolo cannone adoperato più per i segnali che come arma di difesa, quantunque all'occorrenza avrebbe potuto servire per mitragliare i selvaggi, poi fece fuoco. La detonazione non si era ancora spenta che un grido di delusione e di collera sfuggì al puntatore. Un'onda gigantesca si era precipitata sull'Andalusia nel momento in cui il colpo partiva, rovesciandola sul tribordo, aveva fatto deviare la palla. Quasi nello stesso tempo, il fragore udito poco prima, che annunciava il colpo di vento, si ripeté, acquistando rapidamente un'intensità spaventosa. La tromba, investita dalle raffiche che ora soffiavano da ponente, cominciò la sua marcia, dapprima lentamente, poi rapidamente, movendo in direzione della goletta. Don Pedro e Mina avevano raggiunto il capitano, tenendosi per mano. Il primo ostentava una certa calma: Mina invece appariva in preda a una grande agitazione ed era pallidissima.
- Tutto sta per finire è vero, don Josè? - disse il giovane.
Il capitano rimase qualche istante silenzioso, torcendosi nervosamente la lunga barba.
- Chissà, - rispose poi. - Talvolta si sfugge anche alle spire delle trombe.
- Non vedete, don Josè, che viene proprio verso di noi? - disse Mina con voce tremante.
- Purtroppo!
- E non si può tentare più nulla? - chiese don Pedro.
- Non possiamo più spiegare vele... Attenti ... tenetevi stretti alle funi ... il salto ... il salto!...
Un colpo di vento, di una violenza inaudita, investì per la seconda volta l'Andalusia abbattendole di colpo l'albero di trinchetto, i cui pennoni portavano ancora alcuni brandelli di tela. Avendolo schiantato un po' sopra la coffa, l'enorme troncone cadde in mare, dopo aver fracassata due metri della muratura di babordo. Fu una gran fortuna, poiché se fosse accaduto invece attraverso il castello di prora avrebbe ucciso il capitano, don Pedro, Mina e i cinque o sei marinai che stavano con loro. Caduto l'albero, l'Andalusia fu quasi sollevata fuori dalle onde dall'impeto della gran raffica, ma non avendo vele sugli alberi, poiché tutte le rande, le controrande e gli strali erano stati abbassati prima che la tempesta scoppiasse, poté fuggire almeno per il momento al disastro. Guai se il vento l'avesse sorpresa con le vele spiegate! L'avrebbe inabissata di colpo per la prora. Passata la raffica, tre o quattro enormi montagne di acqua spazzarono per qualche minuto la tolda, precipitandosi come immensi torrenti sopra il castello di prora e sfuggendo, con un enorme rimbalzo, al di sopra del cassero. Don Josè, che si era avvinghiato a una trinca del bompresso, cessata quella furia, lanciò un rapido sguardo in coperta e respirò a lungo vedendo a pochi passi da sé don Pedro e la fanciulla abbracciati strettamente al troncone dell'albero di trinchetto.
- Temevo che le onde vi avessero portati via, - mormorò. - La prova è stata dura e purtroppo non sarà l'ultima.
Infatti l'Andalusia doveva fare ancora i conti con la tromba, che avanzava roteando e muggendo cupamente. Una gigantesca corona di spuma circondava la sua base, ricadendo in enormi cascate, mentre la colonna superiore che aveva la circonferenza di circa un centinaio di metri, continuava a tingersi di luci livide. Verso la cima, affondata nell'immensa nuvola, il tuono scrosciava incessantemente e le folgori guizzavano tutt'intorno, descrivendo degli zig-zag fiammeggianti.
- Don Josè! - gridò don Pedro che teneva stretta fra le braccia Mina, che sembrava quasi svenuta.
- Sta per arrivare la fine per noi tutti? Vi prego di dirmelo francamente. La morte non fa paura al figlio di un prode capitano; è per mia sorella che tremo.
- Non posso dir nulla per il momento - rispose il capitano che seguiva attentamente la marcia della colonna. - Noi siamo immobilizzati, mentre la tromba cammina.
- Ci verrà addosso?
- Chi può dirlo? Non ha preso ancora, malgrado il vento, la sua direzione. Può passarci vicina senza toccarci, come può deviare a nord o a sud. Le raffiche balzano in tutte le direzioni e comincio a non capirci più nulla.
- È la fine.
- Non ditelo ancora, don Pedro. Guardate: la tromba torna a spostarsi ora a sud ora a settentrione, e questo gioco angoscioso può durare molto.
- E intanto forse don Ramirez giungerà prima di noi.
- Se la bufera fa tribolare noi, non sarà clemente con lui, se si trova già in questi paraggi, poiché l'uragano deve imperversare su tutta la costa orientale... Portate Mina nel casotto di poppa. La povera fanciulla non si regge più.
Due marinai presero la fanciulla sotto le braccia, perché le onde, che continuavano a infrangersi contro le murate, non la rovesciassero e la condussero al coperto, nell'abitacolo posto davanti alla ruota del timone. Don Pedro era rimasto presso il comandante, pronto però ad accorrere in aiuto della sorella. La furia del mare non si calmava. Le onde, scombussolate dai soprassalti e dai giri turbinosi della tromba, si accaniva contro la nave, percotendone senza posa i fianchi. Salivano a bordo mostrando le loro creste minacciose, poi si aprivano, lasciandole cadere in profondi abissi. Il rollio e il beccheggio erano diventati così spaventosi che l'equipaggio stentava a tenersi in piedi. E nulla da fare, nulla da tentare! Spiegare le vele sarebbe stata una vera pazzia in quel momento, tanto più che non rimanevano che le rande, che potevano offrire buona presa a un nuovo colpo di vento. Don Josè era furioso di trovarsi impotente contro l'uragano e la tromba. Per un momento aveva pensato di ritentare la prova del cannone, poi aveva rinunciato. Colpire la colonna liquida che non cessava di spostarsi, mentre la nave subiva dei soprassalti disordinati, era cosa assolutamente impossibile.
- Affidiamoci al destino,- mormorò con rassegnazione. - Non c'è più altro da fare che prepararsi a morire.
Un po' fatalista, come quasi tutti gli uomini di mare, si era aggrappato all'argano di prora, aspettando con meravigliosa freddezza d'animo il colpo mortale che doveva subissare l'Andalusia e tutti quelli che la montavano. E quel colpo, disgraziatamente, non era lontano. Non erano trascorsi venti minuti dal secondo turbine, quando sopraggiunse il terzo, il più temuto poiché è quasi sempre il più violento. La colonna d'acqua, investita da quella raffica formidabile, filò dritta verso l'Andalusia, che presentava in quel momento il suo fianco di tribordo. Si udì uno scroscio orrendo, come se tutto il fasciame avesse ceduto, seguito da urla di spavento, poi la nave fu sollevata e presa fra le spire della gigantesca colonna. Don Pedro aveva chiuso gli occhi per non vedere, chiamando angosciosamente Mina. Il capitano, credendo che tutto fosse finito, aveva tratto una pistola per uccidersi sul ponte della sua nave. L'ultima ora invece non era ancora arrivata. La nave seguiva il movimento rotatorio della tromba, ora quasi tutta fuori dall'acqua, ora basandosi sulla spuma che formava come lo zoccolo della colonna. A un tratto la nave subì una scossa spaventosa, come un colpo di tallone e si fermò, mentre la tromba ricadeva in mare sollevando onde altissime.
La grande nube, stanca di assorbirla, l'aveva abbandonata, restituendola all'oceano che l'aveva creata. Per alcuni minuti l'Andalusia fu subissata da un diluvio d'acqua tale da impedire al suo equipaggio di sapere se galleggiava ancora o se stava scendendo nei profondi abissi del Pacifico; poi, come per incanto, le onde si spianarono e una calma improvvisa, inesplicabile, successe al ciclone.
- Vivi! Ancora vivi! - gridò don Pedro.
- Vivi per perderci più tardi, - rispose il capitano.
- Ma che cosa è accaduto, don Josè?
- La base della tromba deve aver incontrato sulla marcia qualche scogliera, che per il momento non possiamo vedere, e si è spezzata contro.
- Una vera fortuna.
- Ah! La chiamate così? Non avete udito quello scroscio?
- Certo.
- Era la carena della mia nave che si sfondava.
- Cosa dite, don Josè! - esclamò don Pedro che si era fatto pallidissimo.
- Che il tesoro della Montagna Azzurra può essere perduto per voi.
- Questo non lo crederò mai.
- E come andremo a raccoglierlo se la mia nave si è spezzata?
- Voi non siete ancora ben certo se l'Andalusia sia assolutamente inservibile.
- Un vecchio marinaio difficilmente si inganna.
- Può essersi aperta semplicemente una falla, facilmente riparabile.
- Uhm! - fece il capitano crollando il capo. - Se lo scafo non si muove con tutti questi colpi di mare, vuol dire che le punte delle scogliere sono penetrate ben dentro la stiva e che la trattengono. Che squarci devono avere aperto! Aspettiamo che le ondate prodotte dalla tromba si calmino un po' e andremo a verificare i danni. Non vi fate però alcuna illusione, don Pedro. Noi non toccheremo certamente la costa della Nuova Caledonia con l'Andalusia.
- E le scialuppe?
- Il mare se l'è portate via tutte, a quanto pare, poiché non ne vedo neppure una appesa ai paranchi.
- E dovremo rimanere qui aspettando che qualcuno venga a raccoglierci? Sarebbe la perdita del tesoro, poiché don Ramirez nel frattempo ne approfitterebbe per rubarmelo.
- Se si trova, come vi ho detto, in questi paraggi, la bufera avrà investito anche la sua nave, - rispose il capitano. - E poi il vostro caso mi ha troppo interessato perché io mi rassegni ad attendere qui un soccorso molto problematico. Le navi non osano spingersi fino qui, non avendo commerci da queste parti. Mil Diables! Non troverebbero da imbarcare che degli antropofagi pronti a divorare, con un appetito straordinario, i loro equipaggi.
- Ma se non abbiamo più imbarcazioni!...
- Eh, il legname non manca qui, don Pedro, e una zattera si può costruire a mare tranquillo! Aspettiamo: i salti di vento pare che siano cessati. Gli uragani che devastano queste regioni sono terribili, però la loro durata, ordinariamente, è breve.
Il capitano Ulloa non si sbagliava. Spezzatasi la tromba e cessate le raffiche, il mare si calmò rapidamente. L'ondulazione era sempre fortissima intorno all'ostacolo che aveva arrestato l'Andalusia, che doveva essere qualche scoglio corallifero ancora in formazione, però anche quella non doveva tardare a finire. I cavalloni non si facevano più sentire. Dovevano essersi allontanati verso ponente, sospinti dalle ultime raffiche che li cacciavano verso le coste australiane. Tre ore dopo, mentre il sole sorgeva maestoso, anche la forte ondulazione cessava, lasciando vedere una serie di scoglietti aguzzi, di natura corallifera, che si stendevano a forma di semicerchio intorno all'Andalusia.
- Me l'ero immaginato, - disse il capitano a don Pedro, dopo aver fatto il giro della nave, osservando attentamente la scogliera. - Eppure questi frangenti che devono aver sventrata l'Andalusia, ci hanno forse salvata la vita.
- Lo credete, capitano? - chiese il giovane.
- Se la tromba non si fosse spezzata contro questo ostacolo avrebbe continuato la sua corsa vertiginosa senza lasciarci e avremmo finito per fare un gran tuffo in fondo all'oceano.
- Non ci troviamo però in troppo buone condizioni.
- Meglio vivi che morti...- rispose il capitano. - Venite don Pedro, e anche tu bosmano. Andiamo a vedere che specie di ferita hanno prodotto queste scogliere alla mia povera nave. Credo che nessun chirurgo potrebbe cucirla.
La visita alla stiva non durò che pochi minuti, poiché l'acqua era entrata in così gran quantità dagli squarci apertisi nella chiglia, da raggiungere il frapponte. Sarebbero occorse due pompe a vapore per svuotarla, e poi a che cosa avrebbe servito? Non c'erano cantieri, in quel tempo, sulle isole del Pacifico.
- L'Andalusia ha terminata la sua carriera, - disse il capitano, quando risalì in coperta, ai marinai che si erano raccolti intorno al boccaporto maestro e che l'aspettavano con angoscia.
- Tutto finito? - chiesero.
- La nave è piena d'acqua e la carena deve essersi spezzata in vari punti. Non c'è più nulla da fare su questo rottame.
- Lo hanno accoltellato, - aggiunse il bosmano, che non sembrava molto impressionato per quel disastro.
- E ora, capitano? - chiese Mina che si trovava tra i presenti.
- Costruiremo una zattera e fileremo verso Bualabea, - rispose il capitano. - Cento miglia non ci spaventeranno e fra tre giorni potremo salutare la Costa della Nuova Caledonia e metterci in cerca dei Krahoa della Montagna Azzurra, señorita.
- E se ci cogliesse una nuova tempesta? - chiese don Pedro.
- Penserà Dio a levarci, per la seconda volta, d'impiccio e mandarci... - si interruppe bruscamente, e battendosi la fronte: - Reton! - esclamò.
- Ebbene, che cosa c'è ancora di nuovo? - domandò il bosmano.
- L'acqua non avrà invaso il deposito dei viveri?
Una imprecazione sfuggì dalle labbra del marinaio.
- Mil diables!
Poi si slanciò come un pazzo verso il boccaporto di poppa scendendo a precipizio la scala che metteva sotto il quadro. Quando tornò in coperta era pallidissimo.
- Tutto è perduto! - esclamò, tendendo i pugni. - Ci sono oltre due metri d'acqua nella cambusa.
Un profondo silenzio seguì queste parole: il capitano, don Pedro e i marinai apparivano esterrefatti per quella inattesa notizia. Il capitano fu il primo a parlare.
- Nulla neppure nella camera comune? - chiese ansiosamente guardando i marinai.
- Io ho due libbre di biscotto, - rispose uno.
- Io ho la mia razione di prosciutto salato, - soggiunse un secondo.
- Ed io una scatola di acciughe, - dichiarò il terzo.
Il capitano attese invano la risposta degli altri.
- E questo è tutto? - chiese finalmente, tergendosi il sudore che gli bagnava la fronte.
Nuovo silenzio.
- Amici, non perdiamo un solo secondo e cominciamo la costruzione della zattera. Fortunatamente l'armeria è dietro la mia cabina, e quando si hanno delle armi da fuoco si può sempre sperare.


IV

LA ZATTERA

Il capitano aveva appena dato l'ordine, che già tutto l'equipaggio, sotto la direzione del bosmano e del carpentiere di bordo, armatosi di scuri e di seghe, smontava l'alberatura e le murate per preparare il materiale necessario alla costruzione della zattera. Lavoravano con vero furore, spronati dal timore di dover soffrire la fame prima di approdare alla Nuova Caledonia. Cento miglia non erano un gran che, ma su una zattera potevano diventare enormemente lunghe. E poi poteva sopraggiungere una nuova bufera. Il sole si era alzato splendido, tuttavia il cielo non era del tutto sgombro verso ponente e il vento soffiava ancora irregolarmente. Anche il barometro non rassicurava troppo e non saliva che con grande fatica. A mezzogiorno i travi inferiori degli alberi, i soli che la tromba marina aveva risparmiati, cadevano in mare, insieme a una enorme quantità di legname strappato alle murate del casotto di poppa, alle cabine del quadro e a un certo numero di barili e di botti destinate a rendere la zattera più leggera. Subito metà dell'equipaggio, con il carpentiere, si era impossessato di tutto quel materiale, formando lo scheletro del galleggiante. Fortunatamente il mare era abbastanza tranquillo, ciò che permetteva di procedere rapidamente alla costruzione. Alle tre del pomeriggio la prima piattaforma era finita e alle cinque anche la seconda era a posto, formata con gli usci delle cabine e con i boccaporti.
- È il momento di prendere il largo, - disse don Josè che osservava, non senza una certa inquietudine, il cielo. - Questa calma non mi persuade affatto e vi dico che di colpi di vento ne avremo ancora, prima di vedere le coste della Nuova Caledonia. Che cosa ne dici tu, bosmano, che hai sempre un barometro in testa?
- Eh! - fece il vecchio, facendo un gesto vago. - Tutto non deve essere finito, a quanto pare. Imbarchiamoci alla lesta, capitano. Saremo più sicuri sulla zattera che non su questa carcassa immobilizzata.
- Giù le provviste! - comandò don Josè.
- Le abbiamo in tasca, - risposero i marinai.
- L'acqua?
- Abbiamo già calati tre barili di cento litri ciascuno, - disse Reton.
- Prima la señorita, allora.
Mina si aggrappò saldamente a una fune e si calò sulla zattera, sulla quale si trovavano radunati già alcuni marinai che erano occupati a rizzare un pennone che doveva servire a una vela. Pedro fu il secondo, poi a loro volta si calarono i marinai portando le carte e gli strumenti di bordo. Non erano rimasti sull'Andalusia che il capitano ed Emanuel.
- Sbrigati, - comandò il primo. - Che cosa aspetti?
- Se voi capitano me lo permettete, - disse il giovane, preferirei rimanere qui a guardia della vostra nave.
- Tu sei pazzo!
- Forse meno di quello che credete, capitano. Mio padre un giorno naufragò non so su quale scogliera della Terra del Fuoco e si salvò solo perché era rimasto a bordo della nave, mentre dei suoi compagni, che si erano affidati a una zattera, non si udì parlare mai più.
- Questione di fortuna.
- Lasciatemi provare dunque.
- Io non ho fiducia nella fortuna e perciò non commetterò la sciocchezza di lasciare qui il mio mozzo... Tu non sei ancora un uomo e io rispondo della tua vita. Scendi sulla zattera, ti dico, o ti afferro e di getto giù.
- Capitano! - esclamò Emanuel. - Ho diciassette anni!
- Se tu ne avessi anche venti non ti lascerei egualmente qui... Giù, comando io qui!
Il mozzo borbottò qualcosa, poi vedendo che don Josè avanzava per afferrarlo, si aggrappò alla fune calandosi rapidamente sulla zattera.
- Troveranno il segnale, - borbottò, mentre un lampo maligno gli balenava negli occhi nerissimi.
Il capitano, dopo aver percorso tutta la tolda della sua povera nave, si calò a sua volta sul galleggiante, mormorando a più riprese:
- Addio, mia povera Andalusia!
Quando mise i piedi sulla zattera era molto commosso. Diede con voce ferma il comando di troncare la gomena, l'ultimo legame che ancora li univa all'Andalusia. L'albero, formato da un robusto pennone di gabbia, era stato rizzato, spiegando una vela di pappafico, l'unica trovata a bordo. La zattera, investita da un fresco vento di sud-est, si staccò dalla nave, rollando fortemente e lasciando addietro una grossa scia spumeggiante. Avanzava però lentissima, e il bosmano la dirigeva con un lungo remo, che bene o male, gli serviva da timone. Il capitano, dopo aver dato la rotta, avendo portato con sé le bussole e anche gli strumenti necessari per il punto, si era diretto verso poppa dove il carpentiere aveva fatto rizzare un pezzo di murata, per mettere al coperto dalle onde almeno il timoniere. Mina e don Pedro si trovavano là anche loro, l'uno accanto all'altra, guardando con occhi pieni di tristezza l'Andalusia sempre inchiodata sulla scogliera.
- Coraggio, ragazzi, - disse don Josè, posando le mani sulle loro spalle. - La baia e l'isola di Bualabea non sono lontane: se Dio lo permette, fra tre o quattro giorni sbarcheremo alla foce del Diao. E la tribù dei Krahoa e la Montagna Azzurra non si trovano appunto presso le sorgenti di quel fiume?
- Sì, don Josè. - rispose il giovane.
- Voi conservate il talismano?
- Lo porto sul mio petto.
- Perdete tutto fuorché quello, poiché altrimenti invece di acquistare il tesoro accumulato da vostro padre, potreste acquistarvi una buona graticola per arrostirvi.
- Lo so che ai kanaki piace la carne umana.
- Mil Diables! La ritengono più squisita di quella dei loro maialetti.
- E non incontreremo, prima di raggiungere la sorgente del Diao, altre tribù che non avranno nulla a che fare con i Krahoa?
- È possibile don Pedro, e per questo ho fatto imbarcare sulla zattera una mezza dozzina di carabine e più di trenta libbre fra polvere, piombo e pallettoni.
- Purché non arrivi prima don Ramirez, - osservò Pedro, che era diventato pensieroso. - Quello ha del coraggio da vendere e non ha scrupoli.
- Lo so, - rispose il capitano.
- Come vedere, don Josè, dobbiamo sbarcare il più presto possibile.
- Se quel maledetto uragano non ci avesse sorpresi, questa sera avremmo potuto dormire tranquillamente nella baia di Bualabea, al sicuro fra l'isola e la costa della Nuova Caledonia. Non è però il caso di guastarci il sangue per ora. Forse quel galeotto di Ramirez è ancora lontano. Possiede una buona goletta, mi avete detto?
- La migliore di tutte quelle che navigano fra Iquique e Valparaiso.
- Anche la mia Andalusia filava come una rondine. L'avete vista alla prova... Lasciamo per il momento il tesoro della Montagna Azzurra e don Ramirez e occupiamoci della zattera.
Veramente non ce n'era bisogno, poiché il galleggiante filava discretamente bene, nonostante dovesse rimorchiare una dozzina di grossi barili. Però andava alla deriva verso settentrione, malgrado gli sforzi del bosmano, a causa della velatura imperfetta e della sua mole. Il mare fortunatamente era tranquillo. Solo di quando in quando una lunga ondata, piuttosto violenta, giungeva da levante e scuoteva il galleggiante facendolo scricchiolare minacciosamente e mandando a gambe all'aria i marinai, specialmente quelli che stavano lungo l'orlo della zattera con la speranza di sorprendere qualche pesce, muniti di fiocine che potevano servire benissimo contro gli sword-fish che abbondano in quei mari. Nessuna terra e nessuna nave appariva in vista, nemmeno una di quelle doppie piroghe delle quali si servono gli isolani del Pacifico e che si allontanano spesso dalle isole per parecchie centinaia di miglia. Solamente pochi uccelli marini svolazzavano rapidissimi e tenendosi anche ben lontani dal galleggiante, come se si fossero accorti che la loro vita era in pericolo. Poiché il caldo si era fatto intensissimo, don Josè, che non si era dimenticato di far imbarcare alcuni pennoncini, delle manovelle, dei cordami e dei velacci, aveva fatto innalzare verso poppa una piccola tenda destinata a Mina. La fanciulla non sembrava preoccuparsi un gran che dei gravi rischi che correvano i naufraghi. Forse non aveva ancora ben compresa la gravità della situazione e credeva si trattasse semplicemente di una breve passeggiata su quel galleggiante, che per lei non differiva molto dalla tolda dell'Andalusia. Seduta davanti alla tenda, chiacchierava tranquillamente con Emanuel, per il quale aveva una predilezione per il suo inalterabile buonumore. A mezzogiorno don Josè, dopo aver fatto il punto e avere verificato che la zattera aveva guadagnato nella mattinata undici miglia verso ponente, marcia sufficiente se si tiene conto della forte deriva, procedette alla prima distribuzione dei viveri: dodici biscotti divisi fra diciassette persone con pochi grammi di formaggio salato per ciascuno. La razione d'acqua però fu abbondante, essendo stati imbarcati cinque barili ben pieni e quella fu forse meglio accolta dei viveri, perché il caldo era molto forte. Durante il pomeriggio la marcia della zattera si ridusse quasi a zero, dato che era sopraggiunta una calma assoluta, che non doveva cessare che dopo il calar del sole e che il capitano, pratico di quelle regioni, aveva già previsto. I marinai tentarono di rifarsi di quell'ozio forzato pescando, ma con completo insuccesso. Nessun sword-fish si era fatto vedere, nemmeno un pesce veliero. Parere che perfino gli abitanti del mare, come quelli dell'aria, si tenessero ben lontani da quella zattera della fame. Dopo il tramonto il vento tornò a farsi sentire, ma non soffiava più da sud-est, ma da settentrione, ciò che richiedeva una manovra faticosissima e con nessun vantaggio per i naviganti.
- Si direbbe che il cielo congiura contro di noi, - disse don Josè a don Pedro. - E pensare che non abbiamo viveri che fino a domani!
- E che siamo destinati a provare le torture della fame se non quelle della sete?
- Sono sempre preferibili, don Pedro, - rispose il capitano. - Alla fame, per un certo tempo, si può resistere. Alla mancanza d'acqua, sotto questi climi infuocati, assolutamente no.
- E nulla da pescare!
- I pescicani non tarderanno a mostrarsi nelle nostre acque. Quei dannati fiutano i naufraghi a distanze incredibili: purtroppo non si lasciano accostare. Bah! Chissà che domani le cose non cambino.
Poiché erano tutti molto stanchi e avevano rinunciato alla manovra delle bordate per non affaticarsi inutilmente, si coricarono in mezzo alle tele e ai barili, dopo aver messo quattro uomini di guardia sotto il comando del bosmano, dato che poteva accadere che qualche nave in rotta per l'Australia settentrionale passasse in vista della zattera. Fra gli uomini di guardia era stato scelto anche il mozzo, che godeva fama di avere una vista meravigliosa. Il chiquiyo, come lo chiamava Reton, a cui non si sa per quale motivo era sempre stato antipatico, si era seduto sull'estrema sponda tenendo i piedi immersi nell'acqua, senza curarsi dei pescicani che potevano emergere da un momento all'altro e troncarglieli. Guardava attentamente in tutte le direzioni, non dimenticandosi di volgersi di quando in quando indietro per non perdere di vista i suoi camerati che stavano a poppa, presso il lungo remo che serviva da timone, discutendo con il bosmano. Ogni tanto canterellava sottovoce, poi bruscamente si interrompeva per dare una rapida occhiata dietro le spalle. Era una buona mezz'ora che si trovava in osservazione, quando sollevò una tavola della piattaforma traendone sette o otto pezzi di sughero, di forma piatta, simili a quelli che i balenieri chiamano doghe, e che nel mezzo portavano, segnata rozzamente con un ferro infuocato un'A.
- Le correnti e i venti le disperderanno, - mormorò. - Ne ho gettate già più di duecento in quindici giorni. Possibile che nessuna sua stata raccolta? Oh, mio caro bosmano, il chiquiyo, sebbene giovane, è più chiquiyo di quello che tu credi!
Gettò uno di quei pezzi di sughero, osservando la direzione che prendeva, poi ne gettò, a intervalli di cinque o sei minuti, altri quattro. Stava per lanciare il sesto, quando una mano pesante gli piombò su una spalla mentre una voce rauca, quella del bosmano, gli domandava con tono minaccioso:
- Ehi, mozo cocido, che lavoro misterioso, stai facendo?
- Oh, siete voi, Reton? - rispose il giovane marinaio senza voltarsi. - Come vedete, getto in mare dei pezzi di sughero.
- Perché?
- Per vedere se qualche sword-fish li abbocca. Ho una fiocina presso di me e vi assicuro che so servirmene.
- Dove hai trovato quelle doghe?
- In mezzo alle vele e ai cordami.
- Non sapevo che ce ne fossero a bordo.
Il mozzo alzò le spalle.
- Ciò non mi riguarda. Io non cerco altro che di sprofondare la mia lancia nel ventre di quei pesci deliziosi.
Il bosmano, soddisfatto di quella risposta, riaccese la pipa e tornò verso i camerati che stavano accoccolati presso il timone, consumando anche loro le ultime foglie di tabacco. Non aveva così potuto notare né il lampo maligno, né il sorriso ironico di Emanuel. La zattera intanto continuava ad avanzare lentamente, o meglio, a spostarsi verso settentrione, essendo la brezza irregolare e debole. Di quando in quando giungeva la solita ondata, il cavallone eterno del Pacifico che si ripercuote incessantemente sulle coste dei due continenti: l'Asiatico e l'Americano, e che più che altro sembra causato dal flusso e riflusso. Il galleggiante si scuoteva bruscamente, obbligando gli uomini di guardia ad aggrapparsi alla piccola murata poppiera o ai cordami dell'albero, poi ritornava ad acquistare il suo equilibrio più o meno perfetto. Alle undici la luna sorse, ma invano il bosmano e i suoi compagni aguzzarono lo sguardo con la speranza di scorgere qualche nave o qualche isola. L'immensità deserta avvolgeva i naufraghi come se fossero lontani molte migliaia di miglia dalle terre abitate.
- Amici, - disse Reton, scotendo più volte la testa, come era sua abitudine. - Se per domani sera non incontriamo qualche isola o qualche veliero, domani l'altro saremo costretti a stringerci per bene la cintura.
- Che la Nuova Caledonia sia scomparsa? - chiese un marinaio.
- Eppure il capitano aveva affermato che solo qualche centinaio di miglia ci dividevano da quella terra!
- Siamo zoppicanti, mio caro, e questa carcassa preferisce riposarsi invece che navigare.
- Che siamo destinati a far la fine dell'equipaggio della Medusa?
- Non mi fare accapponare la pelle, amico.
- Non ne ho alcuna intenzione. Dico solo che se continua così, chissà come finiremo?
In quell'istante un grido strano, che sembrava una nota metallica, echeggiò sul mare, giungendo distintamente agli orecchi degli uomini di guardia. I marinai erano balzati in piedi, spingendo lo sguardo in tutte le direzioni, mentre a prora si faceva udire la voce beffarda di Emanuel che diceva:
- Ehi, bosmano, avete udito il diavolo?
La luna, che si era alzata già molto sull'orizzonte, illuminava l'Oceano quasi come fosse l'alba, eppure nessun essere vivente si vedeva galleggiare sulla superficie argentea.
- Che ci siamo ingannati? - aveva chiesto finalmente il bosmano. - O che quel furfante di Emanuel abbia detto il vero?
- Il grido l'abbiamo udito tutti, è vero, compagni? - chiese un marinaio.
- Sì, sì, Alonzo, - risposero gli altri.
- Zitti, - disse il bosmano.
Trascorse qualche minuto, poi il grido di prima, più tagliente, più vibrante, si fece nuovamente sentire.
- Un dugongo! - esclamò il bosmano, facendo un salto. - Ecco la nostra salvezza!
- Purché possiamo catturarlo, - disse Alonzo.
- Quattro o cinquecento chilogrammi di carne squisita, - continuò il bosmano.
- Da mangiarsi cruda, se non vorremo bruciare la zattera.
- Basta non morire di fame.
Per la terza volta il grido si ripeté, poi un fiotto d'argento si sollevò a circa quattrocento metri dalla prora della zattera e tutti poterono scorgere un grosso corpo nero mostrarsi per un istante alla luce lunare, quindi scomparire.
- Amici, le carabine! - gridò il bosmano. - Doppia razione a chi lo colpisce.
Un marinaio si precipitò dietro la piccola tenda dove riposavano il capitano, don Pedro e Mina, e da una cassa aveva levato quattro fucili dalla canna lunghissima e dal calcio pesante, laminato in ferro.
- Sono carichi, disse, distribuendoli ai compagni.
- Aspettiamo che si mostri, - rispose il bosmano. - Io, per mio conto, sono quasi sicuro del mio colpo, quantunque quel mammifero si trovi a una bella distanza. Certo che se avessi un paio di palle incatenate sarei più sicuro di colpirlo.
Tutti e quattro in piedi sull'orlo della zattera, spiavano attentamente la comparsa del mostro marino. È una specie di balenottero per le dimensioni, con una testa strana, che finisce come una specie di tubo. A differenza degli altri pesci allatta i piccoli e si incontra non di rado nei mari equatoriali. La sua cattura, come aveva giustamente detto il mastro, sarebbe stata la salvezza dei naufraghi. Seicento chili di carne, squisita quanto quella di un vitello. Pareva però che il mammifero si fosse accorto che quegli affamati contavano sulla sua morte per rifarsi dei primi patimenti, poiché si manteneva ostinatamente sommerso. Non mostrava che l'estremità del muso e solo per qualche istante, rendendo la mira impossibile. Quando sporgeva le narici e la bocca, lanciava, e sempre con maggior vigore, quelle note stridenti che avevano impressionato gli uomini di guardia.
- To'! - esclamò il bosmano, dopo cinque o sei minuti di attesa. - Io non ho mai udito in vita mia un dugongo urlare tanto. Che sia ferito o innamorato?
- Innamorato? - chiese Alonzo.
- Tu non hai mai udito i capodogli quando sono in cerca della femmina, - rispose il bosmano. - Urlano come belve feroci e anche i dugonghi manifestano a quel modo il loro amore.
- O che sia invece ferito, come hai detto? - chiese un altro marinaio. - Io credo bosmano, che tu abbia indovinato.
- Perché?
- Ho visto or ora delle scie apparire e scomparire là dove nuota il dugongo.
- Se ci sono dei pescicani laggiù non contate sulla colazione, amici, - rispose Reton. La faranno loro invece di noi.
- Eppure non devono essere squali quelli che danno la caccia al dugongo! - esclamò Alonzo che osservava attentamente, tenendosi ritto su un barile. - Si vedrebbero le bocche fosforescenti di quegli animalacci, mentre non vedo che i raggi della luna riflessi sull'acqua.
- Ragione di più per ingannarsi, - disse Reton.
In quell'istante il dugongo lanciò un urlo così acuto da svegliare perfino il capitano, il quale fu pronto ad accorrere armato di un paio di pistole.
- Il povero mammifero è stato colpito, - osservò il bosmano.
Il capitano, informato di quanto accadeva, mandò a svegliare l'equipaggio per spingere la zattera là dove si svolgeva di certo qualche dramma marino. Voleva arrivare sul posto prima che i pescicani, ammesso che si trattasse di un assalto di quegli squali, avessero divorata interamente la gigantesca preda. I quattordici marinai, armatisi di manovelle e remi, si misero ad arrancare furiosamente, spingendo avanti, molto lentamente però, il pesantissimo galleggiante. Le urla del dugongo si ripetevano, ma sempre più deboli. Certo il disgraziato mammifero si esauriva. Si vedeva distintamente il luogo dove si trovava, poiché là si sollevavano di tanto in tanto delle ondate spumeggianti che si allontanavano in semicerchio. Don Pedro e Mina, avvertiti che l'equipaggio stava per assicurarsi una buona provvista di viveri, erano usciti dalla tenda per assistere alla cattura del mostro. Non doveva avvenire però tanto presto, poiché la zattera, malgrado gli sforzi disperati dei rematori, non riusciva a guadagnare che pochi metri ogni tanto. Sarebbe stato necessario un equipaggio triplo per spingere quella carcassa. Le grida del dugongo erano cessate e anche i fiotti di spuma non si scorgevano quasi più.
- Deve essere morto, - disse il capitano a don Pedro e a Mina che lo interrogavano.
- Lo troveremo? - chiese il primo.
- Almeno lo spero.
- Da chi sarà stato ucciso?
Don Josè invece di rispondere si curvò in avanti, fissando lo sguardo su parecchi scie luminose che solcavano il mare intorno al luogo dove doveva galleggiare il dugongo.
- Gli sword-fish! - esclamò.
- Che cosa sono? - chiese Mina.
- Specie di pescispada pericolosissimi e eccellenti da mangiare.
- Che siano stati loro a uccidere il dugongo?
- Certo! Assalgono perfino le grosse balene affondando nel loro ventre la loro spada ossea. Fanno il paio con i pescicani, quantunque assalgano molto difficilmente gli uomini che cadono in mare. Se giungiamo in tempo in mezzo a loro, poiché viaggiano sempre in buon numero, aumenteremo le nostre provviste... Ma... tò! Che cosa succede ancora laggiù? Non vedete, ragazzi?
Sembrava che ci fosse qualche battaglia intorno al dugongo. Si vedeva l'acqua alzarsi qua e là e spumeggiare furiosamente e di quando in quando apparivano delle grosse code nerastre che si agitavano rabbiosamente. Anche il bosmano si era accorto di quel fatto.
- Si battono, - disse, accostandosi al capitano.
- E chi hanno assalito gli sword-fish? - si domandò don Josè.
- Scommetto di indovinarlo.
- Spiegati dunque.
- Scommetterei la mia pipa, che mi è più preziosa in questo momento di quattro once d'oro, che dei pescicani hanno dato addosso al cadavere del dugongo e che si sono incontrati con gli sword-fish.
- Purché lascino a noi qualcosa, che si distruggano pure a vicenda, - rispose il capitano. - Gli uni non sono migliori degli altri. Forza, ragazzi! Ancora cinque minuti e arriveremo.
I marinai facevano sforzi disperati, ben sapendo che dalla cattura del dugongo, dipendeva la loro salvezza, poiché se fossero riusciti a prenderlo prima che i pescicani avessero potuto divorarlo, la carne non sarebbe certamente mancata per parecchie settimane. Intorno alle coste della Nuova Caledonia, non è raro incontrare questi cetacei, che hanno una lunghezza da cinque a sei metri e una circonferenza di tre. Anzi gli indigeni, pur essendo non meno antropofagi di quelli del gruppo delle isole Salomone e della Nuova Islanda e della Nuova Bretagna, danno loro una caccia accanita, essendo ghiottissimi della loro carne. Preferiscono prenderli vivi per dimostrare alle loro donne la loro bravura come nuotatori. Non si servono perciò né di piroghe, né di arpioni. Lo circondano, costringendolo a salire alla superficie, lo spaventano con urla selvagge, si aggrappano alle sue larghe pinne ed alla coda e lo spingono verso la riva dove lo finiscono a colpi delle loro scuri di pietra. Dopo cinque minuti, la zattera, che procedeva a balzi, rompendo fragorosamente le onde, arrivava sul luogo del combattimento. Il bosmano non si era ingannato e avrebbe vinta la scommessa e conservata la sua cara pipa. Una vera battaglia accadeva in quel tratto di mare, ed erano enormi pescicani che lottavano ferocemente contro una grossa banda di sword-fish. Del dugongo invece nessuna traccia. Era stato divorato dagli squali in pochi minuti? Era molto probabile, poiché quei mostruosi pesci possono inghiottire in due bocconi anche un uomo. I marinai, furiosi di non aver potuto raccogliere la preda tanto sospirata, avevano afferrato i remi menando colpi tremendi sulle code, sulle teste e sui dorsi dei combattenti.
- Prendiamone almeno uno!... - gridavano tutti.
Alcuni marinai si erano armati di ramponi e scagliavano colpi in tutte le direzioni, con la speranza di colpire qualche pescecane. Le mosse però degli squali e soprattutto degli sword-fish erano così fulminee che riusciva impossibile toccarli. A un tratto un marinaio, che si trovava sull'orlo della zattera, mandò un urlo terribile e fu visto stramazzare all'indietro, mentre sul suo corpo si dibatteva disperatamente una massa bruno argentea. Tre o quattro uomini, che si trovavano a poca distanza, erano balzati avanti brandendo i coltelli e urlando a squarciagola.
- Cardozo! Cardozo!
Don Josè che si trovava in quel momento a poppa, accanto al bosmano che teneva il remo, udendo quelle urla si era precipitato verso la prora, seguito subito da don Pedro, il quale si era impadronito di una scure. Il marinaio si dibatteva sempre, mandando grida disperate che diventavano di momento in momento più fioche. Sul suo petto si agitava ancora la massa bruno-argentea, malgrado i colpi di coltello che le vibravano i compagni del ferito.
- Che cosa succede? - chiese il capitano, precipitandosi avanti con una pistola in pugno. - Chi uccidete, miserabili?
- È uno sword, signore, che ha piantato la sua spada nel petto di Cardozo, - rispose un marinaio, alzando il coltello grondante di sangue. - Il maledetto pesce lo ha ferito e forse mortalmente... muori cane!
Lo sword-fish, crivellato da numerose coltellate, aveva cessato di agitarsi. Era uno dei più grossi della specie, poiché misurava non meno di tre metri e doveva pesare duecento chili. Era morto, ma la sua spada acuta era rimasta piantata profondamente nel petto del disgraziato marinaio, spezzandogli la colonna vertebrale e producendo terribili lesioni interne che dovevano cagionarne la morte a breve distanza. Non c'era da stupirsi di un simile fatto. Lo sword-fish, quando è irritato, può diventare pericolosissimo per i pescicani. Si scaglia all'impazzata perfino contro le scialuppe che attraversa con la sua solidissima spada, che raggiunge talvolta perfino i due metri di lunghezza. Don Josè, addoloratissimo per la disgrazia, dopo aver fatto scostare il terribile pesce, si era curvato sul povero marinaio, un bel giovane di venticinque anni tentando di frenare il sangue che sgorgava dalla ferita. Don Pedro e il bosmano cercavano di aiutarlo.
- È inutile capitano, - balbettò il moribondo. - La mia vita se ne va: solo Dio potrebbe fermarla. Possa almeno la mia morte aver servito di qualche aiuto ai miei camerati. Poiché se lo sword non mi colpiva non avreste potuto prenderlo, e allora...
Si era interrotto, guardando il comandante con gli occhi già vitrei, poi un fiotto di sangue gli irruppe dalle labbra contorte dagli ultimi spasimi dell'agonia, macchiandogli la casacca di tela bianca. Allargò le braccia e cadde dolcemente fra le braccia del bosmano che gli si era inginocchiato accanto, senza mandare un gemito.
- Morto? - chiese don Pedro che aveva le lacrime agli occhi.
Don Josè fece con il capo un cenno affermativo.
- Era uno dei migliori! - esclamò il bosmano con voce triste. Prese un velaccio e lo stese sul morto, borbottando una preghiera a cui risposero sottovoce i marinai che si erano raccolti intorno al cadavere.
- Dopo lo spuntare del sole, la sepoltura, - disse don Josè, allontanandosi con don Pedro.
- Triste principio del nostro viaggio, - osservò il giovane.
- Sono disgrazie che toccano agli uomini di mare, - rispose il comandante il quale nondimeno appariva preoccupato. - Non fate cattivi auguri per la morte di quel disgraziato giovane. Noi abbiamo bisogno di coraggio in questi terribili momenti.
- Eppure mi sembra che con la scomparsa dell'Andalusia tutto ormai debba finire male. Che il tesoro della Montagna Azzurra porti sfortuna?
- La Nuova Caledonia non è molto lontana, ve lo ripeto... A mezzogiorno farò il punto e accerterò la posizione della zattera. Può darsi che ci siamo spostati di venti o trenta miglia verso settentrione, una distanza però che non deve spaventarci e che possiamo riconquistare in poche ore se i venti di levante cominceranno a soffiare.
- E se don Ramirez nel frattempo arrivasse alla baia?
- Siamo in buon numero per tenere testa ai suoi uomini e per disputargli il tesoro, - disse il capitano. - Voi avete il talismano?
- Lo porto sempre addosso, insieme al documento.
- Vi ripeto, perdete pure tutto, fuorché quello, poiché la sua scomparsa segnerebbe la rovina della nostra impresa.
Si erano avvicinati alla tenda davanti alla quale stava seduta Mina con la fronte pensierosa e con il viso appoggiato alle mani.
- Morto, è vero? - chiese la giovane.
- Una disgrazia, señorita, che poteva toccare a me, a voi o a qualunque altro e che non deve impressionarvi, - rispose il capitano. - Don Pedro, tenete compagnia a vostra sorella. Poiché il sole sta per sorgere, voglio vedere se riesco a scoprire le montagne dell'isola.
Stava per allungare la mano verso il cannocchiale, quando gli sfuggì una sorda imprecazione mentre il suo volto diventava rapidamente pallidissimo e livido.
- Il cronometro non batte più! - esclamò con accento di terrore. - È impossibile che si sia fermato da sé. L'ho caricato dodici giorni fa.
Prese l'orologio e se lo accostò a un orecchio. I battiti non si udivano più. Il capitano rimase muto per alcuni istanti, guardando con smarrimento la cassetta di vetro che racchiudeva il delicato strumento, senza cui non poteva ormai fare più il punto per conoscere esattamente la latitudine e la longitudine; poi lo depose e si impadronì del sestante. Un'altra imprecazione, che parve un ruggito, gli proruppe dalle labbra. Tre specchietti dello strumento erano spezzati e i loro frammenti giacevano in fondo alla cassa. Il capitano gettò intorno uno sguardo di furore. Tutti i marinai erano inginocchiati presso il cadavere di Cardozo. Solo Emanuel, il mozzo, se ne stava a poppa, seduto presso l'orlo della zattera e occupato, a quanto pareva, a sorprendere qualche pesce.
- Qui è stato commesso un infame tradimento! - esclamò. - il sestante e il cronometro sono stati guastati da qualche mano nemica. Ma da chi? Da chi? Io non ho mai dubitato della lealtà dei miei uomini che conosco da molti anni. E poi perché privarmi di questi strumenti?... Reton! A me!
Il bosmano, che stava in quel momento attraversando la zattera per riprendere il suo posto al lungo revoche serviva da timone, si fermò.
- Vieni qui insieme a don Pedro, - gli disse il capitano con voce alterata.
- Che cosa avete, signore? Mi sembrate atterrito.
- Taci, fa presto.
Il bosmano corse verso la tenda, chiamando il giovane che stava discorrendo con Mina, poi entrambi raggiunsero il comandante il quale teneva l'indice della mano destra puntato verso la sfera piccola del cronometro, ripetendo:
- Le undici e venti! Le undici e venti! Non un secondo!


V

UN TRADIMENTO MISTERIOSO

I lineamenti del comandante dell'Andalusia erano così alterati, che don Pedro e il bosmano si erano subito chiesti se qualche altra terribile disgrazia stava per colpire i superstiti del naufragio.
- Siete spaventato o incollerito, don Josè? - chiese don Pedro. - Che cosa vi è accaduto dunque per essere così agitato voi che ho sempre visto così calmo e freddo?
- Un momento, don Pedro, - disse il capitano. - Reton, chi vegliava questa notte, alle undici e venti minuti?
- Io, signore
- Chi c'era con te?
- I quattro marinai d'Iquique e il mozzo.
- Dov'eri tu?
- Al timone.
- E gli altri?
- Tutti intorno a me.
- Sei ben sicuro?
- Sì, comandante. Solo Emanuel era a prora.
- Di quel ragazzo non mi occupo, - soggiunse il capitano, alzando le spalle. - Hai visto nessuno accostarsi a questa cassa.?
- No, nessuno.
- Pensa bene, Reton, poiché si tratta di scoprire un traditore.
Il vecchio frugò e rifrugò nel suo cervello poi rispose senza alcuna esitazione:
- Sono sicurissimo che nessuno dei marinai di guardia si è accostato alla tenda.
- Quando hai lasciato il timone?
- Verso le undici, nel momento in cui il dugongo aveva mandato il primo grido.
- E sei andato a prora solo?
- No: tutti mi avevano seguito perché speravano di poter sorprendere e catturare il cetaceo.
- Allora qualcuno deve aver approfittato di quell'istante per commettere l'infame tradimento.
- Ma quale tradimento? - chiesero ad una voce Reton e don Pedro, vivamente impressionati dalle parole del comandante.
- Un miserabile ci ha guastato il sestante e anche il cronometro per impedirmi di fare il punto.
Il bosmano e don Pedro si erano guardati l'un l'altro con stupore. Ci fu fra i tre un lungo silenzio. Si sarebbe detto che non osavano più parlare.
- È un'infamia! - proruppe finalmente il giovane. - Ignora dunque quello sciagurato che cercando di perdere noi perde anche se stesso? Non sospettate di nessuno dei vostri uomini?
- Io ho sempre trovato in loro dei bravi marinai e non ho mai avuto a dolermene, è vero, Reton?
- No, mai, sono stati scelti con cura da me, - rispose il bosmano.
- Eppure il traditore deve nascondersi tra di loro.
- Certo, don Pedro, - soggiunse il capitano. - Siamo in pieno Oceano e nessun altro avrebbe potuto abbordare inosservato la zattera.
- Di chi sospettare? - brontolava con ira. - Se potessi trovarlo, parola di Reton che lo butto ai pescicani... E non poter fare più il punto! Miserabile assassino! Guai se ti prendo!
- Don Josè, che cosa farete ora? - chiese don Pedro dopo un altro momento di silenzio.
- Abbiamo ancora le bussole e con quelle possiamo dirigerci, - rispose il capitano. Non potremo certamente trovare lì per lì la baia di Bualabea, tuttavia, presto o tardi, le coste della Caledonia le raggiungeremo. Quello che vi raccomando per ora è di mantenere il più scrupoloso silenzio per non scoraggiare i marinai. Sorvegliamo attentamente tutti, senza darlo a vedere, e non perdiamo di vista le bussole. La mano infame che ha guastato il sestante e il cronometro potrebbe rovinare anche quelle e allora sarebbe finita per noi.
- Una domanda ancora, don Josè, - disse il giovane. - Vedete in questo tradimento la mano di Ramirez?
- Non ne dubito. Quel furfante deve aver comperato, forse a peso d'oro, qualcuno dei nostri uomini. Giuro però su Dio, che se io riuscirò a sorprendere il traditore lo ucciderò.
- Anch'io, - aggiunse il bosmano. - Gli pianterò il coltello nel cuore.
- Al timone, Reton. La brezza si alza a levante: cerca di dirigerti sempre verso nord-ovest.
- Contate su di me, capitano.
Don Josè prese il cannocchiale e si diresse verso prora seguito da don Pedro. I marinai erano ancora inginocchiati intorno alla salma del povero Cardozo, borbottando di quando in quando qualche preghiera. Solo uno di loro era occupato a fare a pezzi, non senza un certo disgusto, lo sword-fish per preparare la colazione. Da ventiquattro ore quei disgraziati non avevano avuto per razione che poche briciole di biscotto e la fame tormentava ferocemente i loro stomaci. Il capitano giunto sull'orlo della zattera si appoggiò a un barile, essendo il mare un po' mosso, e puntò il cannocchiale verso ponente, scrutando attentamente l'orizzonte.
- Nulla? - chiese dopo qualche tempo don Pedro.
- Ho scoperto una leggera sfumatura laggiù, che potrebbe essere una nube lontanissima, ma anche una montagna.
- Ce ne sono di alte nella Nuova Caledonia?
- Tre o quattro che pare spingano le loro vette oltre i quattro e i cinquemila piedi: però quelle si trovano tutte verso sud. Può darsi che ce ne sia qualcuna anche a nord, essendo quest'isola poco esplorata.
- Potrebbe essere anche una costa?
- No, è impossibile, - rispose il capitano. - Sono troppo basse e poi dobbiamo tener conto della curva della terra. Cercheremo di non perdere di vista quella sfumatura e intanto ci dirigeremo, per quanto ci sarà possibile in quella direzione. Andiamo a far colazione, don Pedro.
- Con carne cruda?
- Chi oserebbe accendere il fuoco su una zattera? Che cosa accadrebbe di noi se si sviluppasse un incendio? D'altronde vi abituerete più presto di quanto credete.
- E Mina?
- Abbiamo ancora un po' di prosciutto e lo conserveremo per vostra sorella, ma poi? ... Dovrà adattarsi, don Pedro, se non vorrà morire di fame.
Mezzo sword-fish era stato già tagliato in fette sottile dal cuoco di bordo; l'altro era stato messo da parte in un barile. Il capitano radunò l'equipaggio e procedette alla distribuzione avvertendo tutti di economizzare la razione, poiché fino al giorno seguente non avrebbe dato altro. Della provvista non erano rimasti che due unici biscotti, e per consenso comune furono offerti alla señorita, la sola che potesse far eccezione alla legge comune. La colazione fu triste. L'idea di nutrirsi con quel pesce che aveva causata la morte al disgraziato marinaio, aveva frenato perfino l'appetito formidabile di quei robustissimi uomini. La fame feroce però non tardò a vincere gli scrupoli, e le fette di pesce, crude, ancora sanguinanti, scomparvero totalmente nei loro stomaci. Terminata la colazione, il capitano fece cucire dentro un pezzo di vela il morto, e dopo aver recitato una breve preghiera lo fece scivolare dolcemente in mare. La salma era appena sprofondata che un largo cerchio di sangue salì alla superficie. Qualche pescecane, che stava in agguato sotto la zattera, non meno affamato forse dell'equipaggio, aveva a sua volta fatta la sua colazione.
- Ecco le tombe riservate ai marinai, - disse il capitano, con un sospiro.
- Ed ecco un cadavere che forse un giorno rimpiangeremo, - soggiunse sottovoce il bosmano, scotendo tristemente il capo. - Speriamo che Dio non lo voglia!
Fortunatamente nessuno aveva udite quelle terribili parole. I marinai, già molto impressionati e non poco scoraggiati, si erano rimessi in osservazione, dispersi qua e là a gruppetti, interrogando ansiosamente l'orizzonte e spiando i pesci, che di quando in quando si mostravano intorno alla zattera, guardandosi bene però dal lasciarsi prendere. A mezzogiorno don Josè, che non voleva a nessun costo allarmare i suoi uomini, finse di fare il punto, quantunque il sestante e il cronometro fossero inservibili.
- Bah, non siamo che a centosettanta miglia dalla baia, - disse ai marinai che lo circondavano, ansiosi di conoscere la posizione della zattera. - Un po' di vento che soffi e andremo a riposarci sotto l'ombra dei cocchi e dei niaulis.
Mentiva, poiché pochi minuti dopo abbordava don Pedro che usciva dalla tenda sotto la quale si riposava Mina, dicendogli sottovoce.
- Brutte nuove.
- Perché? - chiese il giovane, non senza dimostrare una profonda apprensione.
- La linea che avevo scorto stamane e che poteva essere una montagna non è più visibile.
- Scomparsa?
- Purtroppo!
- Che cosa ne arguite, don Josè?
- Che la zattera si sia molto spostata.
- Verso quale direzione?
- Settentrione, se le nostre bussole sono sempre esatte.
- Allora abbiamo oltrepassata già la baia.
- Non posso assicurarvelo, don Pedro. Nondimeno ho qualche dubbio.
- Che cosa accadrà di noi, se il vento e le correnti ci spingono lontani dalla nostra meta?
- Chi può dirlo?
- Io provo, comandante, una profonda angoscia. Pensate che domani anche lo sword-fish sarà finito e voi sapete a quale prezzo l'abbiamo acquistato.
- Con una vita umana, - rispose il capitano con voce triste. - Chissà! Qualche volta il mare offre delle risorse. Ah, se si potesse scorgere qualche vela!
- C'è qualche probabilità di un simile incontro? - chiese don Pedro.
Il capitano dell'Andalusia fece con le mani un gesto vago, poi disse con voce lenta, quasi esitante:
- Siamo fuori dalla rotta che tengono i velieri che vanno alle isole della Sonda e nei mari della Cina. Incontrarne una sarebbe una fortuna insperata. Già io, francamente, non calcolo su quelli. Voi siete figlio di uomo di mare e ve lo dico. A nessuno dei miei uomini farei una simile confidenza.
- Prevedete dei tristi giorni, don Josè?
- Io non sono Dio, - rispose il capitano. - Il nostro destino è nelle sue mani.
Dopo mezzogiorno una brezza fresca, cosa veramente insolita sotto quei climi ardenti, si era levata soffiando però sempre da sud-est, ciò che doveva spingere la zattera oltre i capi settentrionali della Nuova Caledonia. Invano il bosmano cercava di regolare la corsa del galleggiante: la deriva era sempre accentuata, perfino troppo. Quel venticello fresco, quantunque soffiasse irregolarmente, aveva però rinfrancato un po' l'equipaggio, facendogli balenare la speranza di un non lontano approdo. Anche la comparsa di alcuni uccelli marini, che non si erano più visti dopo la furiosa burrasca che aveva mandato l'Andalusia sui frangenti, aveva contribuito non poco a calmare le apprensioni dei naufraghi. Non erano né albatros, né fregate, volatili che si possono incontrare anche a mille miglia al largo dalle isole o dai continenti, ma sule, che ordinariamente non si allontanano troppo dalle coste, e rondoni marini che hanno i loro nidi fra le scogliere degli isolotti. Per di più un gran numero di alghe apparivano in mezzo a una certa polvere giallastra, che i marinai inglesi chiamano sano-dustol, ossia segatura di legno, e che è prodotta da un'alga microscopica che si polverizza facilmente sotto l'impeto delle onde e che cresce in prossimità delle spiagge. Il capitano a cui nulla sfuggiva, dopo aver notato quelle novità si era affrettato a entrare nella tenda dove don Pedro teneva compagnia a sua sorella, prospettandole sempre la speranza di un prossimo approdo, affinché la fanciulla non si perdesse d'animo. Dobbiamo però dire che Mina, quantunque non abituata ai disagi delle lunghe navigazioni, si era mantenuta sempre calma e non aveva perso nulla del suo coraggio.
- Qualche buona notizia? - aveva subito chiesto don Pedro, vedendo entrare il comandante.
- Da certi segni ritengo che la terra non sia molto lontana, - aveva risposto don Josè.
- Siamo sempre sulla linea della Nuova Caledonia?
- A settentrione non vi sono isole oltre quella di Bualabea che chiude la baia omonima. Credo quindi fermamente di avere davanti a noi la grande terra dei Kanaki.
- E quando arriveremo, capitano? - chiese Mina.
- Io non posso per ora rispondere alla vostra domanda, señorita, - rispose don Josè. - Tutto dipende dal vento, e questo, disgraziatamente, non soffia sempre forte. E poi c'è qualche corrente che ci fa sempre andare verso settentrione.
- Pensate che domani i viveri saranno nuovamente terminati? - disse don Pedro.
- Quando si ha dell'acqua si può resistere alcuni giorni. E poi la terra non è molto lontana e un giorno o l'altro ce la vedremo sorgere davanti con le sue fresche e meravigliose foreste cariche di frutta deliziosa... Coraggio, mio povero amico: il tesoro della Montagna Azzurra non ci porterà sfortuna!
La notte fu tutt'altro che buona, appunto a causa dei cavalloni che arrivavano con un certo impeto. Qualche burrasca doveva essere scoppiata molto lontano e i poveri naufraghi ne subivano le conseguenze. Quantunque ci fosse una grande agitazione fra l'equipaggio che non riusciva a chiudere occhio, poiché il rollio li faceva rotolare ora avanti e ora indietro, il bosmano, don Josè e don Pedro non dimenticarono di esercitare, a turno, una rigorosa sorveglianza con la speranza di sorprendere il traditore. Ma sia che il miserabile si fosse accorto che vigilavano attentamente sulla cassa contenente gli strumenti o che si fosse accontentato dei gravissimi danni commessi, non si lasciò prendere. Nessun marinaio si era avvicinato alla piccola tenda. Solo Emanuel, il giovane mozzo che godeva la simpatia di tutti, eccettuata quella del bosmano, e che era il meno sospettabile, durante il suo turno di guardia si era fermato qualche istante dietro la tenda per cercare un pezzo di fune e un chiodo per prepararsi un amo da pesca. Quando il sole tornò a mostrarsi all'orizzonte, la situazione non era cambiata. L'ondata pesante che veniva da est, non era cessata e nessuna terra era in vista.
- Nulla, sempre nulla! - esclamò il capitano facendo un gesto di disperazione. Poi soggiunse sottovoce: - E non poter sapere dove ci troviamo, per colpa di un miserabile!
I marinai erano divenuti cupi, tristi, con la disperazione più profonda dipinta sul viso. Lo avevano circondato interrogandolo con lo sguardo.
- Coraggio, amici, - disse don Josè, riacquistando prontamente tutta la sua energia. - La Nuova Caledonia non può essere lontana. Se il vento si alza, in poche ore potremo raggiungerla.
- I viveri quest'oggi saranno finiti, signore, - osservò un marinaio.
- Che cosa accadrà di noi domani se non riusciremo a catturare nessun pesce? - osservò un altro.
- Non si muore di fame per un digiuno di ventiquattro o quarantott'ore, - rispose il capitano. - La mancanza d'acqua sarebbe ben più terribile.
- E se il digiuno dovesse prolungarsi per delle settimane? - chiese un altro. - Sono tre giorni che viviamo con una razione infima.
- Io non ne mangio più di te...
- È vero, capitano Ulloa, - risposero tutti gli altri in coro.
Si sciolsero, disponendosi sui bordi della zattera con la speranza di poter catturare qualche pesce o di sorprendere quel maledetto squalo che si teneva ostinatamente nascosto sotto il galleggiante, mettendo in fuga con la sua presenza tutti gli altri pesci. A mezzogiorno, non avendo preso assolutamente nulla, sebbene possedessero tre o quattro buone canne da pesca, il capitano divise l'altra metà dello sword-fish, che fu immediatamente divorata. Perfino Mina, dopo molte esitazioni, fu costretta a seguire l'esempio degli altri, avendo ormai terminata la sua magrissima provvista di prosciutto salato e il suo ultimo biscotto. Un senso di vero terrore colse i marinai, quando rivolsero il loro sguardo verso la cassa vuota che aveva contenuta la loro ultima risorsa. Fortunatamente parve che Dio avesse compassione di quei disgraziati, poiché qualche ora dopo, Emanuel, che stava sempre in vedetta, non prendendo che dei brevissimi riposi, segnalò uno stormo di giganteschi pesci-volanti che avanzavano da ponente, descrivendo fulminee parabole, perseguitati accanitamente da una sciame di quei grossi uccellacci, dal becco robustissimo, chiamati rompitori d'ossa. Dovevano avere degli altri nemici sott'acqua, delle dorate o dei pesci-spada, perché se non sono minacciati, i pesci-volanti non si abbandonano troppo spesso a quella ginnastica indiavolata. Un grido di gioia si era alzato fra l'equipaggio a cui aveva subito risposto una voce:
- A me una canna! Lasciate fare! Li prenderò al volo!
Un marinaio, barbuto e dalla muscolatura potente, era balzato in piedi fissando lo sguardo sui peschi che si dirigevano verso la zattera.
- Datemi un avanzo qualsiasi dello sword-fish! - aveva subito aggiunto. - Mi incarico io di catturarne qualcuno.
- Ci sono ancora delle budella, - aveva risposto un altro marinaio.
- Presto tagliamone un pezzo.
- Che cosa vuoi fare, John? - chiese il capitano al pescatore improvvisato. - Vuoi cogliere al volo quei pesci che se non m'inganno, sono lunghi quasi come te?
- Sì, capitano, e con l'amo, - rispose il marinaio che era un nordamericano. - Quando ero in California non tornavo mai alla spiaggia senza rimorchiarmi dietro quattro o cinque di quelle bestie.
- E tu vuoi catturare un pesce che pesa almeno duecento libbre? Sono dei giganti, quelli!
- Li conosco capitano: aspettate e vi mostrerò come noi americani peschiamo al volo...Camerati, vi assicuro un'abbondante cena!
Quantunque nessuno avesse molta fiducia nel marinaio che si proponeva, con una semplice canna, di arrestare di colpo quei volatili di mare, si erano tutti ritirati verso poppa per lasciarlo libero di eseguire il suo colpo maestro. Mina, avvertita da suo fratello di quella pesca straordinaria, si era unita a loro. I pesci-volanti, che erano quattro o cinquecento per lo meno, continuavano a fuggire, avanzando verso la zattera. Stretti da vicino dai loro nemici acquatici e perseguitati non meno accanitamente dai feroci rompitori di ossa che li afferravano al volo, descrivevano dei fulminei zig-zag, vibrando disperatamente le loro natatoie, poi si lasciavano cadere a piombo sollevando enormi spruzzi d'acqua. L'americano, ritto a qualche passo dal margine della zattera, con le gambe ben allargate, faceva fischiare la sua lunga funicella alla quale era attaccato un solido amo, imprimendole un rapidissimo movimento circolare. Aspettava il momento buono per fare il colpo che doveva stupire i naufraghi. John, vigile, attentissimo, aspettava, senza cessare di far circolare la sua funicella. Di quando in quando, con un colpo improvviso, la lanciava in alto per provare l'elasticità delle sue braccia.
A un tratto la sua voce si fece udire:
- Che nessun parli!
Venti o trenta pesci-volanti si erano bruscamente alzati, mentre sotto di loro apparivano delle lunghe e acutissime lame nerastre: erano le armi terribili degli sword-fish. Quei voraci pesci inseguivano accanitamente le prede e quando cadevano, da bravi spadaccini, le infilzavano senza quasi mai sbagliare il colpo. Lo sword, la dorata e le sfirene sono i più tremendi nemici dei pesci volanti. Quando ne incontrano un branco li perseguitano con ferocia e non la smettono finché non li hanno completamente distrutti. John era pronto. La sua funicella s'innalzò quasi verticalmente descrivendo poi una rapidissima curva che avvolse completamente il primo pesce-volante che passava sopra la zattera. L'amo si era infisso profondamente in un fianco del povero animale, facendolo precipitare di colpo.
- Impadronitevi di questo! - urlò l'americano, prendendo una seconda canna. - Lesti! Staccatelo prima, poi issatelo a bordo.
Un altro colpo maestro, più preciso e fulmineo del primo e un altro dittalottero sprofondò, dibattendosi disordinatamente. Poi un terzo fu catturato. Gli altri pesci-volanti, pur essendo perseguitati dai rompitori di ossa, si guardarono bene dal passare sopra il galleggiante, dove trovavano altri nemici non meno affamati. I tre pesci, imbrigliati dai colpi maestri dell'americano, si dibattevano con furore, opponendo una resistenza straordinaria. Ora si lanciavano quasi verticalmente fuori dall'acqua, roteando su se stessi; ora descrivevano dei bruschi angoli, cercando di liberarsi degli ami che straziavano le loro carni. La lotta durò una buona mezz'ora, poi furono tirati a bordo e uccisi a colpi di coltello. Quella sera i naufraghi ebbero una cena abbondante, se non eccellente, e la cassa delle provviste si riempì.


VI

LA RIVOLTA

Altri due giorni erano trascorsi, senza che la situazione dei disgraziati naufraghi fosse in alcun modo migliorata. La inafferrabile terra dei Kanaki pareva fuggisse sempre davanti alla zattera, che pure aveva percorso una trentina di miglia mantenendo sempre la sua rotta. Nessuna nave si era mostrata, né vicina, né lontana. Solo qualche uccello marino si era avvicinato alla zattera, attratto più che altro dalla curiosità, ma si era subito allontanato, prima ancora che il capitano e don Pedro, che erano entrambi abilissimi tiratori, avessero avuto il tempo di prendere i fucili. Le provviste, fornite dall'abilità del nordamericano, diminuivano a vista d'occhio, nonostante l'economia del comandante. E le poche che ancora rimanevano minacciavano di corrompersi poiché il caldo era sempre intensissimo e i naufraghi non avevano nemmeno un grammo di sale. La cupa disperazione dell'equipaggio, in quei due giorni, era aumentata. Dove si trovavano? Dove il vento e le correnti avevano spinto la zattera? Era vicina o lontana quell'isola che nascondeva il tesoro della Montagna Azzurra? Inutilmente avevano rivolto domande su domande al capitano per sapere almeno su quale rotta navigavano. Il disgraziato, messo alle strette, aveva dovuto confessare che il cronometro durante il trasporto aveva subito un guasto. Quella notizia aveva prodotto un maggiore scoraggiamento fra i naufraghi dell'Andalusia. Guai, se avessero saputo che un miserabile che si trovava fra di loro era stato l'autore di quell'infamia e fossero riusciti a scoprirlo! Fortunatamente il capitano, che sperava di poterlo sorprendere, si era ben guardato dal comunicare loro il suo segreto. La notte del terzo giorno, dopo la cattura dei pesci-volanti, avvenne un fatto che produsse una enorme impressione nell'animo di don Josè, don Pedro e del bosmano. Tutta la notte la zattera era rimasta immobile, appena mossa dal cambiamento del flusso, non avendo soffiato il menomo alito di vento. Verso l'alba il bosmano, a cui era toccato l'ultimo turno di guardia, si era recato a prora con la speranza di scoprire le montagne dell'isola, quando la sua attenzione fu attirata da un pezzo di sughero simile a quelli che usano i pescatori per le loro lenze, galleggiante a qualche metro dalla zattera. Molto sorpreso per quel fatto inaspettato, non avendo mai visto di quei sugheri a bordo dell'Andalusia, senza dire nulla ai suoi camerati che stavano raccolti a poppa, presso il timone, aveva preso un lungo remo e maneggiandolo cautamente era riuscito a impadronirsi del minuscolo gavitello. Non poteva essere la doga di un baleniere, con le cifre e il nome della nave, in quanto quegli arditi pescatori usano delle tavolette di sughero di dimensioni maggiori. Il vecchio marinaio che aveva fatto nella sua gioventù più di una campagna con i balenieri nordamericani della California e dell'Oregon non poteva ingannarsi. Nascose rapidamente il piccolo gavitello sotto la casacca, temendo di essere scorto dai suoi camerati, e si diresse sollecitamente verso la piccola tenda per avvertire il capitano di quella straordinaria scoperta, che poteva annunciare la vicinanza di qualche nave pescatrice di trepang. Bastò una sola scossa per far balzare in piedi don Josè, il quale aspettandosi di momento in momento qualche notizia, dormiva con un occhio solo.
- La costa? - chiese, vedendosi davanti il bosmano.
- Non ancora, comandante, per nostra disgrazia, - rispose Reton. - Comincio però a sperare che non sia molto lontana... Guardate che cosa ho raccolto poco fa.
Il capitano afferrò la tavoletta di sughero, guardandola attentamente da una parte e dell'altra. A un tratto un grido li sfuggì dalle labbra e così alto da svegliare anche don Pedro e Mina.
- Che cosa succede, comandante? - chiese il giovane alzandosi prontamente - È forse in vista la Nuova Caledonia?
- Ancora un tradimento, - rispose don Josè, che appariva in preda a una grande agitazione.
Il bosmano imprecando, si batteva la testa con i pugni poderosi.
- Che cosa dite, capitano? - chiese poi con ansia.
- Che quel traditore continua la sua opera infame.
- Quel pezzo di sughero...
- È un segnale affidato alle onde e alle correnti.
- A quale scopo? - domandò don Pedro.
- Guardate anche voi dunque, - rispose il capitano che sembrava dovesse scoppiare dalla collera.
Don Pedro, a sua volta, si impadronì del sughero e poté distinguere tre strani geroglifici sormontati da un uccello, una specie di colombo, probabilmente un notù, incisi con qualche chiodo o con la punta di un coltello.
- Il segnale misterioso del documento! - esclamò.
- Guardate più sotto, don Pedro.
- Vedo un A
- Che vorrà significare Andalusia, suppongo, - disse il capitano.
- E che cosa volete concludere? - chiese Mina.
Il capitano stette un momento raccolto, poi chiese a don Pedro:
- Voi non avete mostrato a nessuno quel pezzo di corteccia di niauli?
- No, capitano.
- Ne siete ben certo?
- L'ho sempre tenuto nascosto sotto la mia camicia, dopo il naufragio dell'Andalusia.
- E prima?
- L'ho tenuto nella mia cassetta, chiusa a doppio giro di chiave.
- Come può allora uno dei nostri marinai conoscere il segreto? - si chiese don Josè. - Ecco un mistero assolutamente inesplicabile.
- E che cosa volete concludere? - chiese per la seconda volta Mina.
- Che qui sotto c'è la mano del capitano Ramirez, - rispose don Josè. - Quel miserabile deve aver corrotto qualcuno dei miei uomini. Quella doga è un segnale affidato alle onde e probabilmente non sarà stato il solo. Chissà quanti ne sono stati gettati dal traditore, a nostra insaputa con la speranza che qualcuno venga raccolto dall'equipaggio dell'Esmeralda... Tu Reton, hai mai veduto di questi sugheri a bordo dell'Andalusia?
- Mai, - rispose il bosmano. - Solo i pescatori ne usano e noi avevamo ben altro da fare che prendere pesci.
- Ah! - esclamò in quel momento don Pedro che continuava ad osservare la doga. - Ci sono dei segni anche sui margini.
- Quali segni?
- Sette punti e quattro lineette, più cinque numeri: un due, un dieci e un ventiquattro.
- Dei segni convenzionali che avranno il loro significato, - disse il capitano, dopo averli osservati. - Canaglie!
- Voi dunque credete, capitano, che questo sughero sia stato lanciato per segnalare qualche cosa a quel bandito di Ramirez? - chiese il bosmano.
- Solo quel furfante possiede una copia del talismano che ci permetterà di farci consegnare dai krahoa il tesoro raccolto da don Belgrano.
- È vero! - esclamò don Pedro. - E come dovremo regolarci ora?
- Non ci rimane che di raddoppiare la sorveglianza per sorprendere quel traditore, - disse il capitano.
- Ah, se potessi mettergli le mani addosso! - borbottò Reton, digrignando i denti. - Che bella colazione per il pescecane che si nasconde sotto la zattera!
A un tratto si batté la fronte, poi disse:
- Tò... Una sera ho visto Emanuel gettare un pezzo di sughero, per attirare i pesci, come mi disse.
- Vorresti incolpare quel ragazzo? - chiese il capitano, alzando le spalle. - Tu hai la mania di vedere sempre un nemico in quel povero diavolo. Chi ha gettato questo non può essere che un marinaio e molto furbo. Conserviamo il segreto e non dite nulla a nessuno. Non bisogna insospettire il traditore.
- E occhi aperti, aggiunse il bosmano. - Invece di quattro farò otto ore di guardia notturna.
Uscirono tutti insieme, simulando un'aria tranquilla e si spinsero verso prora per osservare l'orizzonte. Quasi tutti i marinai vi si erano già radunati, spingendo lontano, su quella sterminata pianura liquida, di un bell'azzurro profondo costellato di scintillii d'oro, il loro sguardo acutissimo. Nulla: sempre nulla. L'orizzonte era purissimo, senza la più piccola nube e senza il profilo di una montagna. Una calma immensa regnava sul Pacifico.
- Si direbbe che siamo maledetti - disse il capitano, dopo aver guardato in tutte le direzioni. - Anche il vento congiura contro di noi. A questa calma preferirei la tempesta, qualunque cosa dovesse succedere.
Alla notte il capitano, don Pedro e il bosmano raddoppiarono la sorveglianza ma non notarono nulla di insolito. I marinai, stanchi, affamati e assetati, poiché il previdente capitano continuava a diminuire le razioni, non avevano lasciati i loro posti, anzi non avevano smesso di russare, essendosi tutti rifiutati di fare i loro turni, giudicandoli inutili. Nessuno aveva fiducia nell'incontro di una nave, trovandosi la zattera in zone non frequentate da velieri. Altri due giorni trascorsero ancora e senza cibo. Inutilmente tutti avevano cercato di pescare e invano il capitano aveva sparato alcuni colpi contro un gigantesco albatros che era passato sopra la zattera a una tale altezza però da non poterlo colpire. Irritati da tanti patimenti, i marinai cominciarono a diventare pericolosi. Non obbedivano più né agli ordini del capitano, né a quelli del bosmano. Una sorda collera si era già da qualche tempo manifestata, specialmente contro don Pedro e sua sorella, che ritenevano responsabili di tutte le loro disgrazie. Senza quel maledetto tesoro, forse l'Andalusia non sarebbe naufragata e avrebbe ancora navigato pacificamente lungo le coste occidentali dell'America. Don Josè, che li teneva d'occhio, non aveva tardato ad accorgersi della loro irritazione e ne aveva avvertito Reton.
- Se non tocchiamo terra al più presto o non troviamo il modo di rinnovare le provviste, non so che cosa accadrà, - disse. - Io tremo per Mina e per suo fratello. Ho già notato che alcuni marinai ieri sera fissavano con sguardo di ardente bramosia la ragazza.
- Vivaddio! - rispose il bosmano. - Chi la tocca è un uomo morto, parola di Reton! Avete avvertito don Pedro?
- Me ne sono ben guardato.
- Avete fatto bene. I fucili e le munizioni sono sempre sotto la tenda?
- Sì, Reton.
- Badate che non li rubino.
- Non chiudo occhio di notte.
- Ne abbiamo nove, se non sbaglio. Se ne gettassimo almeno cinque in mare?
- Ci avevo già pensato, ma non possiamo privarci delle armi che possono esserci necessarie sulla terra dei Kanaki, esito ad assumermi una tale responsabilità.
- Questo è vero. Potrebbe essere una imprudenza terribile e nondimeno, un giorno o l'altro, se le cose non cambiano, saremo costretti a sbarazzarci dei fucili in più. La fame e i patimenti possono rendere feroci questi uomini.
- E spingerli a rinnovare i mostruosi banchetti di carne umana dei naufraghi della Medusa, - aggiunse il capitano con un sospiro.
I timori di don Josè, poiché la notte stessa, fra le dieci e le undici, sette marinai, fra i quali si trovava anche Emanuel, si raccolsero a prora della zattera e fingendo di pescare intavolarono a voce bassa una terribili discussione. Il mozzo, malgrado la sua giovane età, godeva di un certo ascendente su alcuni componenti dell'equipaggio che erano stati amici di suo padre, un bravo e coraggioso pilota.
- Bisogna decidersi, - disse Emanuel, con voce insinuante. - Non dobbiamo lasciarci morire di fame, quando qui c'è carne in abbondanza. La terra può essere ancora molto lontana, amici, pensateci.
- Ciò che tu proponi, ragazzo, è molto grave, - rispose John il pescatore. - Noi non siamo dei Kanaki.
- E allora lasciati morire, - osservò un altro. - Io per mio conto sono deciso a tutto, pur di poter saziare questa tremenda fame che da tre giorni mi tormenta.
- Morire prima o dopo è tutt'uno, - soggiunse un altro. - Se la sorte designerà me per prima vittima, non mi lamenterò, ve lo giuro.
- Ma che sorte! - esclamò Emanuel. - Non dobbiamo affatto sacrificarci. Di chi è la colpa di tutte le nostre disgrazie? Nostra, no di certo. Senza quei due giovani che si sono messi in testa di andare a raccogliere un tesoro, noi non ci troveremo in così tristi condizioni. Mangiamo dunque loro.
A quell'atroce proposta, fatta da quel giovane, che fino allora sembrava che avesse nutrito una profonda simpatia, se non verso don Pedro, almeno verso Mina, i marinai si erano guardati l'un l'altro con terrore, lasciando cadere le canne da pesca.
- John, - disse uno di loro, volgendosi verso il pescatore - mettiti di guardia e avvertici se il capitano o Reton si avvicinano. L'affare è grave e non deve essere conosciuto dagli altri, quantunque io sia certo che approveranno pienamente le nostre decisioni. La fame li deciderà.
L'americano si allontanò di alcuni passi, sdraiandosi fra due barili. Il capitano e Reton, seduti presso il timone, parlavano sommessamente e sembrava che non si fossero accorti di quella riunione di antropofagi. Gli altri marinai russavano, dispersi qua e là per il tavolato. La tenda occupata da Mina e da suo fratello era chiusa.
- Riprendiamo il nostro discorso, - disse Emanuel. - Credete di poter aspettare ancora?
- No, risposero in coro i marinai.
- Credete che i vostri compagni si opporranno?
- Nemmeno.
- Allora chiediamo al capitano che ci dia dei viveri o che ci abbandoni la ragazza o il fratello.
- Preferisco la prima, - osservò uno dei congiurati, con un atroce sorriso. - Sarà più tenera.
- E se il capitano si rifiutasse? - chiesero due o tre altri.
- Ricorreremo alla forza, - rispose Emanuel.
- Tu dimentichi però, - osservò un gabbiere - che le armi da fuoco sono nelle mani del capitano.
- Siamo in dodici e i coltelli e le scuri non mancano. Se hai paura, ritirati.
- Ho troppa fame per indietreggiare.
- Chi sarà il nostro capo?
- Hermos, il pilota, - risposero tutti ad una voce.
- È quello infatti che gode maggiore autorità. È il più in gamba di tutti, - osservò Emanuel. - Purché accetti.
- Mi incarico io di farlo decidere, - disse una voce.
In quel momento si udirono tre colpi di tosse. Il pescatore dava il segnale di finire la discussione.
- A domani, - sussurrarono.
Ripresero le canne e si sdraiarono bocconi fingendo di pescare. Reton, che per istinto sospettava di tutto e di tutti, avanzava cautamente verso la prora, con la speranza di sorprendere il traditore. Vedendo quella riunione di marinai la sua fronte si aggrottò.
- Come va la pesca? - chiese.
- Male, bosmano, - rispose il gabbiere. - non c'è carne da mettere sugli ami e i pesci non si lasciano ingannare da un pezzetto di cuoio. Bisognerà bene che il capitano si decida a fornircene, se non vuole farci morire di fame tutti.
- E di quale carne? - domandò Reton.
- Mil diables! - esclamò il pescatore americano, che aveva raggiunti i camerati. - Ce n'è perfino troppa su questa zattera del malanno! Uno di meno non sarà gran cosa.
- Che vuoi dire, John? - chiese il bosmano atterrito.
- Che così non si può andare avanti e che è arrivato il momento di prendere una decisione.
- Quale?
- La diremo domani al capitano.
- Tu hai qualche brutto pensiero, Jonathan, - disse Reton.
- Vedremo se i miei camerati lo troveranno buono o cattivo.
- Io l'approvo già, - asserì Emanuel.
- Taci tu, - rispose Reton con ira.
- Siamo tutti uguali su questa zattera, perché la mia pelle vale quanto la vostra, bosmano.
Reton, furioso, alzò la destra e lasciò andare un manrovescio; ma il marinaio, che si teneva in guardia, con un salto da coguaro fu lesto a fuggire, prorompendo in una fragorosa risata.
- Lascia andare quel ragazzo, Reton, - soggiunse il gabbiere, vedendo che il bosmano si preparava a rinnovare l'attacco. - Sai che ama scherzare e che non conta affatto.
- Io voglio sapere che cosa avete deciso, - disse il bosmano.
- Ti ho detto che lo diremo domani al capitano, - rispose John. - Non c'è alcuna fretta per il momento.
Reton, comprendendo che non sarebbe riuscito a saper nulla e non volendo irritare quegli animi troppo inaspriti dalle lunghe privazioni, si allontanò brontolando. Dopo tutto poteva ancora illudersi di essersi ingannato sul vero significato di quelle parole, non avendo assistito alla riunione di poco prima.
- Bah! - disse tra sé. - Forse proporranno al capitano di cambiare rotta. Non inquietiamo don Josè.
Fingendo che nulla fosse accaduto, aveva ripreso il suo posto presso il timone, sebbene non fosse necessaria alcuna manovra, poiché la calma non si era rotta nemmeno con il cadere della notte e la zattera rimaneva immobile, con la sua vela pendente tristemente lungo l'albero. La notte trascorse senza alcun altro avvenimento degno di nota. Se però il bosmano avesse meglio sorvegliato, avrebbe potuto scorgere dei corpi umani scivolare con cautela fra gli oggetti ingombranti il galleggiante e svegliare gli uomini che dormivano e scambiarsi delle rapide parole. Il capitano si era addormentato e lui, non volendo lasciare quel posto, sempre con la speranza che un po' di brezza si alzasse di momento in momento, non aveva fatta più alcuna escursione verso prora, sicché quelle misteriose manovre gli erano sfuggite. D'altronde una parte dei marinai aveva ripreso il suo posto, fingendo sempre di dare la caccia ai pesci che mancavano invece assolutamente. Verso le sette, il capitano si svegliò e l'intero equipaggio avanzò in gruppo compatto verso poppa, capitanato dal pilota dell'Andalusia, un pezzo di gigante, forte come un toro, che aveva nelle vene più sangue indiano che europeo. Apparentemente nessuno era armato; era però possibile che sotto le casacche avessero, se non delle scuri, almeno i loro coltelli di manovra.
- Che cosa volete? - chiese il capitano, sorpreso di vedere i suoi fedeli marinai avanzare verso di lui in atteggiamento minaccioso, mentre il bosmano scivolava sotto la tenda per avvertire don Pedro e Mina di tenere pronti i fucili.
- Veniamo a reclamare la colazione, comandante, - rispose Hermos con voce decisa. - Sono due giorni che non mangiamo.
- Avete preso dei pesci la notte scorsa? Portateli qui e li divideremo in parti eguali.
- Quali? Senza carne sugli ami non si possono catturare. Voi lo sapete meglio di me.
- E così?
- Io dico che abbiamo bisogno di carne per sfamarci. Non possiamo contare né sulla pesca, né sulla caccia.
Don Josè era diventato pallidissimo e ira e indignazione gli erano balenate nello sguardo. Aveva ormai compreso che cosa stavano per chiedere i suoi marinai. Non volle però dare la soddisfazione di avere indovinato lo scopo di quella riunione. Con uno sforzo supremo si contenne, incrociò le braccia sul petto e fissando ben in viso il pilota:
- Non so che cosa tu voglia, Hermios, - disse con voce abbastanza tranquilla.
- Un altro al vostro posto mi avrebbe perfettamente compreso, senza chiedere ulteriori spiegazioni. Noi abbiamo fame.
- E io non meno di te, - ribatté il capitano con una certa violenza.
- E allora, comandante, si ricorre ai mezzi estremi. Si tratta di perderne uno, mettiamo anche due, per salvarne tredici o quattordici, - disse il pilota. - Hanno fatto così a bordo della zattera della Medusa e mio nonno ha potuto così ritornarsene in patria.
- Miserabile! - esclamò con voce soffocata il capitano. - Questa non è la zattera della Medusa e c'è qui ancora un comandante per tenere a freno un equipaggio. Piuttosto la morte, che assistere alle spaventose scene svoltesi su quel rottame.
- La fame non ragiona, signore, - disse John, facendosi a sua volta avanti. - Poiché voi non potete darci da mangiare, lasciate che ci procuriamo noi dei viveri come possiamo.
- Anche tu, John, vorresti diventare un antropofago?
- Siamo nel paese dei cannibali, capitano! - gridò Emanuel.
- Decidetevi, comandante, - disse Hermos. - Siamo impazienti di decidere.
- Con una estrazione a sorte?
- Si potrebbe farne anche a meno, - rispose il pilota, con un cinico sorriso. - Prenderemo intanto uno di quelli che sono stati la causa di questo disastro. Senza la loro presenza a bordo dell'Andalusia, noi non ci troveremmo in queste condizioni. Comincino essi a fornirci i mezzi necessari per vivere. Se le loro carni non basteranno, verrà la nostra volta e non ci lamenteremo.
- Mi spiegherai meglio queste oscure parole, - disse il capitano alzando minacciosamente la destra.
- Badate, capitano, che qui noi siamo tutti d'accordo, - rispose il pilota facendo un passo indietro e cacciando una mano dentro la larga fascia di lana rossa che gli cingeva i fianchi e che probabilmente nascondeva il coltello.
- Spiegati meglio, miserabile! - tuonò don Josè.
- Si diceva dunque che qui ci sono delle persone che non hanno mai fatto parte dell'equipaggio dell'Andalusia e che per avidità d'oro ci hanno condotti alla rovina.
Don Pedro e Mina che stavano dietro il capitano, avevano mandato un grido d'angoscia; poi il primo si era scagliato verso il miserabile, chiedendogli:
- Sono io, dunque, che tu vorresti immolare alla tua fame, è vero?
- No, l'equipaggio preferirebbe vostra...
Il pilota non poté finire la frase. La destra del capitano era caduta sul viso del furfante con tale violenza che parve lo schianto di un albero. L'uomo girò due volte su stesso come una trottola, poi stramazzò a terra, sputando, insieme ad una boccata di sangue anche alcuni denti. Un urlo di furore si alzò fra l'equipaggio. I coltelli da manovra fino allora nascosti nelle fasce o sotto le casacche, scintillarono sinistramente ai raggi del sole. Nello stesso momento Reton balzava fuori dalla tenda portando quattro carabine e gridando:
- A voi capitano! A voi, don Pedro! Prendete, señorita! Sparate senza misericordia su queste canaglie!
Don Josè aveva afferrato la carabina che il bravo mastro gli porgeva e l'aveva puntata risolutamente contro i ribelli gridando con accento terribile:
- Indietro e giù le mani, o faccio fuoco!
L'alta statura del comandante, la collera intensa che traspariva dal suo viso, l'autorità non ancora del tutto perduta e forse più di tutto l'accento imperioso, avevano trattenuto i ribelli. E poi non avevano davanti soltanto un uomo. Anche Pedro, Mina e il bosmano avevano caricate precipitosamente le carabine, dirigendo le canne verso il gruppo.
- Mi avete inteso? - gridò don Josè, vedendo che i marinai non si decidevano a lasciare le armi.
Il pilota, dopo aver proferito alcune bestemmie, si era alzato facendo scattare, con un colpo secco, la navaja che teneva nascosta nella fascia, una splendida arma spagnola lunga quasi due piedi.
- Non cedete, camerati! - aveva gridato a sua volta.
Don Josè gli appoggiò la canna della carabina sul petto:
- Se pronunci una sola parola, sei morto! - esclamò.
I marinai, credendo che gli assaliti si preparassero a sparare, erano indietreggiati, urtandosi confusamente. Reton si era lanciato verso di loro, impugnando il fucile per la canna e facendolo roteare come una mazza urlando:
- Via di qui, canaglie!
I marinai che erano in coda si erano già sbandati, scappando a destra e a sinistra. A un tratto echeggiò un urlo acuto, straziante:
- Aiuto!
A babordo della zattera si era udito un tonfo. Qualcuno nella fretta di fuggire era inciampato contro qualche gomena o contro un altro ostacolo e doveva essere caduto in mare. Quel grido giungeva a buon punto, poiché don Josè stava per premere il grilletto e fulminare il pilota. Tutti si erano precipitati verso il margine della zattera scordando subito la fame e lasciando sfumare le loro idee bellicose. Perfino Hermos, troppo contento di essere sfuggito a una morte certa, era accorso seguito da don Josè, da don Pedro e da Mina. Un uomo era caduto in acqua e si teneva disperatamente aggrappato all'orlo della zattera, gemendo e urlando spaventosamente. Attorno a lui la spuma che rimbalzava contro le travi e i barili si tingeva di rosso. Il disgraziato aveva gli occhi dilatati da un terrore impossibile a descriversi e il viso orribilmente sconvolto. Reton, che era giunto per primo, afferrò il marinaio per le braccia e lo trasse sulla zattera. Un urlo di orrore era sfuggito da tutti i petti. Reton stesso lo aveva lasciato cadere, indietreggiando terrorizzato.
- Quest'uomo è spacciato! - aveva gridato il pilota. - Gli accordo mezz'ora di vita.
Forse quella generosità era anche troppa, poiché il povero naufrago aveva perso le gambe, tagliate quasi rasente il ventre da un colpo di denti, dallo squalo che da tanti giorni si teneva nascosto sotto la zattera, aspettando pazientemente la sua preda.


VII

PESCI VELENOSI

Il marinaio, appena lasciato cadere, aveva allargate le braccia come per cercare di aggrapparsi a qualche cosa, mandando dei gemiti. Dai due tronconi delle cosce, qua e là sbrindellati dai terribili denti dello squalo, sfuggivano, con rapide pulsazioni, due getti di sangue spumoso che si spandevano sulle tavole della zattera. Don Josè, fattosi largo fra i marinai, che stavano immobili, come istupiditi, si era curvato sul disgraziato, dicendo con voce commossa:
- Mio povero Escobedo... coraggio!
Il marinaio lo fissò in viso con due occhi già velati dalla morte: poi, alzando una mano, disse con voce fioca:
- Prima... o dopo ... ma non così... soffro... soffro troppo... uccidetemi... per pietà...
- Vediamo prima, si può forse ancora salvarti. Ho visto altri uomini sopravvivere a queste ferite.
- Uccidetemi... capitano... sono un uomo finito, - continuava a gemere il disgraziato. - Non tentate nulla... finitemi...
- Un pezzo di vela, - disse il capitano. - cerchiamo prima di tutto di arrestare il sangue.
- Non fate altro che prolungare l'agonia di Escobedo, - osservò il pilota, che lanciava sguardi bramosi sul moribondo.
- Non importa, - rispose don Josè. - Io debbo tentare tutto.
- Sì, per strapparci anche quella carne, - mormorò ferocemente Hermos. - Invoca la morte: uccidetelo e avremo il nostro pasto.
Il capitano, aiutato da Reton e da Pedro, avvolse le spaventose ferite, non con la speranza di strappare alla morte il disgraziato, ma per fermare il sangue e farlo soffrire meno. Sapeva già che era ormai irrimediabilmente condannato. Aveva però appena finita la fasciatura quando Escobedo mandò un urlo così spaventoso da far indietreggiare i marinai che lo avevano circondato.
- Dategli una coltellata, capitano! - gridò il pilota. - Non vedete che soffre troppo? Fategli questa grazia.
- Mai, - rispose don Josè. - Non ho il diritto di sopprimere una vita umana.
- Ormai è condannato.
- Attenda la sua sorte.
- Se voleste...
- Taci, miserabile. Lascialo morire in pace.
La morte non era lontana. Escobedo pareva fosse stato colto da una sincope, poiché aveva chiusi gli occhi e le sue labbra rimanevano mute. Solo un lungo brivido, che di quando in quando scuoteva quel misero corpo e che causava una nuova uscita di sangue, indicava che lo sventurato era ancora vivo. Il capitano aveva fatto allontanare Mina, poi si era inginocchiato presso il moribondo, senza abbandonare la carabina. I marinai, muti, profondamente impressionati, erano rimasti in piedi, seguendo attentamente quei brividi che diventavano di momento in momento meno intensi. Quell'agonia straziante durò un paio di minuti, poi il corpo del mutilato s'irrigidì.
- Morto! - esclamò don Josè, dopo aver posato una mano sul cuore del defunto. - Ed è il secondo.
- Questo servirà almeno a qualche cosa, - disse il pilota a mezza voce.
Fortunatamente né il capitano né Reton avevano udito quelle parole.
- Copritelo con un pezzo di tela, - comandò don Josè. - Lo getteremo in mare questa sera.
Hermos si era fatto avanti insieme a sette od otto compagni, i più affamati e anche i più esasperati.
- Vorreste offrire a quel pescecane del malanno anche la cena? - chiese a denti stretti. - Non ne ha avuto abbastanza delle due gambe?
- Cercagli un'altra tomba tu, - rispose il capitano, volgendogli le spalle.
- Ah, la vedremo! - brontolò il pilota. Poi, volgendosi verso i suoi amici, soggiunse: - Mettere una guardia d'onore intorno a questo cadavere. Che nessuno lo tocchi. Appartiene a noi e lo avremo.
Il capitano, ancora profondamente scosso per il tragico avvenimento, si era ritirato sotto la tenda dove già si trovavano Mina e don Pedro tenendo avanti a loro le carabine e le munizioni. Reton si era fermato di fuori, di sentinella, temendo qualche brutto tiro da parte dei ribelli, i quali non riconoscevano più alcuna autorità. Il capitano, seduto davanti ai due giovani, tenendo il fucile fra le ginocchia.
- Miei poveri amici, - disse. - Questa è la guerra. D'ora in poi, se vi preme la vita, sarete anche voi costretti a vigilare attentamente. Ringraziamo Dio di essere noi soli in possesso delle armi da fuoco.
- Che la follia abbia colpito quegli uomini? - chiese don Pedro. - Ancora pochi giorni fa vi obbedivano ciecamente e avevano in voi una immensa fiducia.
- I lunghi patimenti rendono spesso gli uomini feroci come belve. Se una notte o l'altra ci sorprendono, per noi è finita. La fame, implacabile, li avventerà contro di noi.
- Avranno il coraggio di cibarsi di carne umana? - chiese Mina, facendo un gesto di ribrezzo. - A me sembrerebbe impossibile.
- Ebbene, vi dico che non rispondo del cadavere di quel povero Escobedo.
- Non lo farete gettare in acqua?
- Mi proverò, señorita, ma temo purtroppo di trovare una feroce resistenza da parte di tutti.
- E lo lascerete divorare?
Il capitano crollò il capo senza rispondere, poi si alzò e uscì dietro la tenda. I marinai si erano sdraiati fra i barili e le travi, coprendosi con dei lembi di tela per ripararsi dagli implacabili raggi solari che cadevano a piombo, inondando l'oceano di una luce così accecante da far dolorare gli occhi. Una calma pesante gravava sulla disgraziata zattera, fluttuante sulla sconfinata distesa d'acqua. Era sempre l'immensità deserta, senza navi, senza terre, senza pesci: l'immensità della disperazione. Il capitano contemplava tristemente da parecchi minuti quel deserto d'acqua, non meno terribile del grande Sahara, quando scorse una fregata sorgere dai confini dell'orizzonte e avviarsi in direzione della zattera. Il rapidissimo volatile fendeva lo spazio con la velocità del fulmine tenendo le ali spiegate e quasi immobili. Il capitano, che non aveva lasciato la sua carabina a due colpi, si era prontamente alzato.
- È Dio che la manda, - disse. - Sarà poca cosa, appena un boccone per ciascuno, ma forse basterà a calmare la ferocia di questi affamati.
Aveva caricata rapidamente la carabina. La fregata non si trovava che a cento passi e stava per passare, rapida come una saetta, al di sopra della zattera. Due spari rimbombarono e l'uccello, arrestato di colpo nel suo volo, venne a cadere presso l'albero, fulminato da una scarica di piombo. I marinai, che sonnecchiavano sotto le tende, credendo che si trattasse di un attacco improvviso, erano balzati fuori, tenendo in pugno i coltelli di manovra, le navaje e le scuri. La voce del pilota si fece subito udire beffarda, insolente:
- Tanto baccano per un così miserabile uccello! Non valeva la pena che vi disturbaste, capitano, mentre c'è un morto a bordo.
Don Josè, udendo quelle parole, era indietreggiato verso la tenda, sulla cui soglia, attirati dagli spari, s'eran presentati don Pedro, Mina e il bosmano, gridando:
- Un'altra carabina!
- Ecco la mia, capitano, - rispose Reton. - È carica con due palle incatenate.
Il capitano la impugnò e mosse verso Hermos, che sembrava lo sfidasse sogghignando. Una collera terribile aveva alterati i lineamenti di don Josè.
- Cosa hai detto, tu? - chiese al pilota.
I marinai, prevedendo che stava per succedere qualcosa di grave, si erano affrettati ad alzarsi e a radunarsi dietro il loro nuovo capo.
- Parla, - ripeté il capitano, mentre, a loro volta, il bosmano e don Pedro accorrevano in suo soccorso.
Hermos esitò qualche istante ancora a rispondere, poi, vedendosi spalleggiato dai suoi, rispose:
- Ho detto che non valeva la pena di sprecare della polvere per abbattere un uccello che non potrà servire nemmeno di colazione a due o tre persone, con la fame che abbiamo in corpo.
- Hai aggiunto qualche altra cosa, furfante.
- Sì, che a bordo c'è un morto che potrebbe fornire un pasto ben più abbondante. Voi tenetevi pure la fregata, se siete diventato schizzinoso; noi ci terremo Escobedo.
- E cosa volete farne? - urlò il capitano.
- Mangiarlo, signore, - rispose audacemente il capo dei ribelli.
- E hai il coraggio di dirmelo sul viso?
- Eh, vivaddio, noi non vogliamo crepare di fame, signore, e per noi, nelle condizioni in cui ci troviamo, carne umana o carne di pescecane è tutt'uno! È vero, camerati?
Un mormorio di approvazione fu la risposta.
- Miserabili! Osereste tanto? Dove sono i miei fedeli marinai che fino a pochi giorni fa obbedivano al loro capo? Siete diventati tanti bruti?
- Ve l'ho già detto, signore: la fame non ragiona.
- Voi non commetterete una simile infamia davanti ai miei occhi.
- Se non volete vedere, ritiratevi sotto la tenda e lasciate fare a noi, - disse John il pescatore.
- Voi non toccherete quel cadavere che è quello di un vostro camerata; più ancora, di un vostro amico. Gettatelo subito in acqua.
- No, capitano, - risposero otto o dieci voci.
- Obbedite o faccio fuoco contro chi mi rifiuta obbedienza.
- Sarete costretto a ucciderci tutti, signore, perché nessuno vi obbedisce più, - disse il pilota. - Nella sventura si diventa tutti eguali.
- È una ribellione?
- Chiamatela come volete, a noi non importa. Qui ormai non regna che la fame.
- Gettate in acqua quel cadavere! - ripeté il capitano, alzando la carabina. - Io sono sempre il comandante dell'Andalusia e mi farò rispettare a colpi di fucile, se sarà necessario.
I marinai invece di obbedire, si schierarono davanti alla salma del povero Escobedo, per impedire che il bosmano e don Pedro, i quali si erano già fatti avanti, eseguissero l'ordine.
- Sgombrate! - urlò il capitano.
- Rayo de dios! Finiamola con quest'uomo che ci impedisce di sfamarci! - gridò Hermos, levando la navaja e balzando in avanti. - Sotto camerati!
Don Josè aveva puntato rapidamente il fucile. Uno sparo rintronò e il capo dei ribelli stramazzò sulla tolda, con il cranio fracassato dalle due palle incatenate. Un urlo di orrore e di rabbia si era alzato fra i marinai, poi seguì un profondo silenzio. Tutti sembravano paralizzati dallo stupore.
- Dio mi perdoni! - esclamò don Josè. - Quell'uomo lo ha voluto.
I ribelli si ritiravano davanti a lui, atterriti dall'atto audace, stringendo furiosamente i coltelli e le scuri, che a nulla valevano contro le armi da fuoco. In quel momento si udì un forte scricchiolio, poi si udì il bosmano gridare:
- Il vento! Il vento! Alla vela, camerati! La terra dei Canaki sta davanti a noi!
A quel grido, i ribelli si guardarono l'un l'altro con un certo stupore, poi si gettarono come un sol uomo verso l'albero, issando rapidamente la vela. Sembrava d'un tratto avessero dimenticata la fame, la morte del loro capo improvvisato e ogni idea di vendetta. Solo Emanuel era rimasto immobile, mordendosi le labbra a sangue. Il vento, una fresca brezza che spirava da levante, si era alzato increspando fortemente la superficie dell'oceano. Il bosmano e don Josè erano accorsi al timone, dopo aver fatto segno a Mina e a don Pedro di seguirli, nel timore di qualche altra brutta sorpresa. Ormai non si fidavano più dei loro marinai, anche se privati del loro capo e istigatore. La zattera si era messa a correre, ballonzolando pesantemente sulle piccole ondate che si formavano, lasciandosi a poppa una larga scia spumeggiante. La fiducia rinasceva in tutti i cuori. Se quella brezza durava era la salvezza, poiché nessuno dubitava che la terra dei Kanaki si trovasse ormai a una distanza relativamente breve.
- Questo vento ha salvata la situazione e impedito un massacro, - disse il bosmano a don Josè. - Sia dunque benedetto!
- Temo tuttavia che questa calma sia passeggera. Se non troveremo nulla da mangiare i nostri uomini torneranno alla carica.
- Il loro capo è morto, - osservò don Pedro.
- Non tarderanno a nominarne un altro. È quel John ora che mi dà da pensare.
- Abbatteremo anche lui, - disse il bosmano.
- Uccidere mi ripugna. Quegli uomini fino a ieri sono stati i miei bravi marinai. Mi pesa già di avere sulla coscienza un omicidio.
- E se tardavate un po', capitano, quel furfante vi squarciava il ventre con un buon colpo di navaja.
- Non dico di no, Reton, sarei però stato più lieto se l'avessi risparmiato... State in guardia, amici, perché se prima di questa sera non scopriremo le coste della Nuova Caledonia, avremo un'altra ribellione.
- E noi vi terremo testa, - rispose Reton. - To'! E la fregata?
- Se la sono già presa e divorata, - disse Mina.
- Mi rincresce per voi, señorita.
- Soffro meno di quello che credete, mio buon Reton. Sento solo un'estrema debolezza.
- Povera sorella! - mormorò don Pedro.
- Non disperiamo, amici, - disse il capitano. - Io ho la ferma fiducia di arrivare ben presto alla terra dei Kanaki e allora tutti i nostri patimenti saranno finiti.
Il capitano aveva ragione di sperare, poiché la Nuova Caledonia non doveva essere infatti molto lontana. Tutto lo indicava: una certa fragranza nell'aria, la presenza di uccelli costieri svolazzanti a stormi e anche l'incontro frequente di pezzi di legno portati al largo dal riflusso e strappati dalle onde alle immense rizophore mangle che circondano, in enormi ammassi, le spiagge e le scogliere dell'isola. Quasi per rianimare i marinai, di tanto in tanto dei pesci si mostravano a non poca distanza dalla zattera: però, vedendo avanzare quella strana baracca che procedeva a balzi, con uno strano fragore prodotto dall'urtarsi dei barili, si affrettavano a tuffarsi. Erano per lo più dei delfini liercorhamphus, lunghi un buon metro e mezzo, mancanti della spina dorsale, di forme svelte, il rostro ottuso, con una cappa di velluto nero che si stendeva lungo tutto il dorso. Salutavano il passaggio della zattera con una specie di nitrito, poi scomparivano, dopo aver spiccato un gran salto fuori dall'acqua, lasciando i marinai delusi. Forse quella fuga era sempre causata, più che dal fragore e dalla vista della vela, dalla presenza di quell'ostinato pescecane, che non si decideva a lasciare il galleggiante. Non c'era nulla di straordinario in questa ostinazione in quanto è noto a tutti che gli squali sono sempre stati i compagni inseparabili dei naufraghi. La zattera intanto continuava la sua corsa, quantunque al solito si spostasse sempre per la sua difettosa costruzione e anche per l'imperfezione del timone. Nondimeno faceva i suoi tre o quattro nodi all'ora, velocità abbastanza considerevole, data la sua forma, la sua pesantezza e la sua scarsa velatura. I marinai, che sembrava avessero tutto dimenticato, si erano sdraiati a prora, sotto una specie di tenda, spiando ansiosamente l'orizzonte. Era tanta la loro attenzione, che non si scambiavano nemmeno una parola e non rivolgevano neppure uno sguardo ai due cadaveri che il fortissimo calore già gonfiava, indizio di una non lontana decomposizione. Il capitano che temeva un nuovo scatenarsi della terribile fame antropofaga, avrebbe ben desiderato di gettarli in mare, ma il timore di provocare un'altra ribellione e di dover far uso delle armi, lo tratteneva dal farlo.
- Non li irritiamo - aveva detto fra sé. - Lasciamo fare al sole. Vedremo se dopo oseranno cibarsi di carne umana e per di più putrefatta.
A mezzogiorno il vento cessò quasi bruscamente per tornare a soffiare verso il tramonto, un po' più debole del mattino. Prima che il sole tramontasse, il capitano e Reton esplorarono nuovamente l'orizzonte e per poco non si lasciarono sfuggire un grido che avrebbe potuto causare una nuova delusione. Avevano scorto una forma indecisa, che prima avevano creduto la cresta di una montagna, ma dopo una osservazione più attenta si erano accorti che si trattava invece di una nuvola.
- Non ci mancherebbe altro che un salto di vento ora! - esclamò il capitano, preoccupato. - Sarebbe la fine delle nostre speranze e anche dei nostri patimenti, poiché questa zattera non potrebbe resistere nemmeno un'ora all'assalto delle onde.
- E si gonfia rapidamente, - aggiunse Reton che non staccava lo sguardo dalla nube che scompariva fra le tenebre. - Uhm! Avremo una pessima notte!
- Non dir nulla a nessuno.
- Sarò muto come un pesce, capitano.
Ritornarono a poppa, dove Mina e don Pedro vegliavano con i fucili in mano, e si lasciarono cadere su una cassa, tristi e scoraggiati. Una nuova calma era sopravvenuta. La zattera fluttuava senza più avanzare. A prora si udivano le imprecazioni dei marinai, e sembrava che discutessero animatamente sulla probabilità di raggiungere le coste della Nuova Caledonia. L'oscurità intanto era diventata intensa e le onde rumoreggiavano sinistramente al largo. Il capitano, Reton e i loro compagni tacevano, accasciati da tristi presentimenti. I marinai invece non cessavano di bestemmiare. Un'afa pesante, soffocante, foriera di qualche uragano, gravitava sull'oceano. A un tratto, verso le nove di sera, quando già il cielo si era tutto coperto, nascondendo le stelle, una luce strana comparve verso levante. Era una fosforescenza splendida, come se miriadi di nottiluche si fossero radunate per fare da scorta alla zattera. Il capitano, scorgendo quei bagliori, con uno sforzo supremo si era alzato, esclamando:
- Dei pesci! È una fortuna che arriva.
Nello stesso istante udì distintamente come uno scricchiolio di ossa.
- Reton! - gridò. - Mangiano i morti!
Afferrò la carabina e avanzò attraverso il buio con il cuore angosciato. Un gruppo di uomini stava presso i cadaveri di Escobedo e di Hermos. Un urlo di orrore era uscito dalle labbra del capitano.
- Miserabili! Che cosa fate?
Una voce stridula, beffarda, si alzò fra le tenebre:
- Mangiamo la nostra cena, capitano.
- Finitela o vi uccido tutti!...
Non fu Emanuel questa volta che rispose, ma John il pescatore, il nuovo capo dei ribelli:
- La fregata è già digerita, senza calmare la nostra fame. Lasciateci finire tranquillamente il nostro pasto. Meglio un braccio di Hermos a me che al pescecane. Quello aspetterà il suo turno.
- Siete impazziti, miserabili?
- Dateci qualcos'altro.
- Non vedete che arrivano i pesci?
- I pesci!... Che pesci d'Egitto!
- Stupido! - gridò Reton. - Hai mai pescato una sardina tu? E ti vanti di essere un abile pescatore! Guarda là dunque!
L'americano lasciò cadere un braccio umano che aveva già in parte intaccato e si alzò penosamente, poiché la sua debolezza era tale che non si poteva quasi reggere sulle gambe.
- La fosforescenza! - balbettò.
- Non sono pesci quelli e che giungono a battaglioni? - chiese il capitano.
- Ma sì! Sono sardine!
- E che noi potremo prendere con le mani.
- Sì, sì, tante, tante! ... Camerati, ecco la salvezza! Gettate i cadaveri i mare... è orribile quello che abbiamo commesso.
I suoi compagni aiutandosi l'un l'altro, si erano alzati e guardavano come istupiditi, quel fiume fosforescente che si dirigeva verso la zattera su una larghezza di cinquanta o sessanta metri. Erano veramente sardine? Era quello che si chiedeva il capitano con una certa apprensione; poiché aveva conosciuto dei pesci rassomiglianti alle sardine dei mari nordici, ma pericolosissimi a mangiarsi. Tutti si erano trascinati verso la prora, pronti a tuffare le mani in quelle schiere che avanzavano fitte fitte, coprendo l'oceano di bagliori meravigliosi che spiccavano nell'oscurità. Anche Mina e don Pedro erano accorsi e guardavano con ammirazione quel fiume argenteo che pareva si prolungasse per moltissimi chilometri. Veniva da settentrione e scendeva verso sud, rasentando forse le coste della Nuova Caledonia.
- Che siano proprio dei pesci o dei polipi fosforescenti? - chiese don Pedro al capitano.
- Se fossero meduse o nottiluche, la tinta sarebbe diversa, - rispose don Josè. - Quelle sono sardine; non è possibile ingannarsi.
- E potremo prenderne? - chiese Mina.
- Basterà tuffare le mani per raccoglierne finché vorremo. Le colonne delle sardine sono così fitte, che a volte impediscono alle imbarcazioni di avanzare.
- Allora siamo salvi, - disse don Pedro.
- Non correte tanto.
- E perché, capitano? Quei pesci si dirigono appunto verso di noi e fra poco la zattera ne sarà circondata.
- E se non fossero veramente sardine?
- Che cosa volete dire?
- Che pressi le coste della Nuova Caledonia, in certe epoche dell'anno, emigrano in grandi masse certi pesci, simili alle sardine pericolosissimi da mangiarsi. I marinai del grande navigatore Cook, che per primi le assaggiarono, corsero il pericolo di morire tutti avvelenati.
- Li conoscete?
- Sì, don Pedro. Mi sono stati mostrati dai calcedoni, durante un viaggio che ho fatto lungo queste coste due anni or sono e me li ricordo benissimo. Si distinguono d'altronde facilmente, avendo dei puntini neri sulle loro squame argentee. Mi dissero che in certe stagioni si possono mangiare senza pericolo, ma non saprei dirvi quale sia questa stagione.
- Che Dio ci serbi ancora una così terribile delusione? Che le nostre disgrazie non debbano finire?
- Pare di no, señor Pedro, - disse Reton che gli stava accanto. - Poiché avremo qualche cos'altro dopo le sardine.
- Perché dite ciò, bosmano? Che cos'altro ci minaccia!
- Il tempo cambia, caro signore. Non vedete che le stelle sono scomparse? Avremo ancora degli uragani. Che Dio ce la mandi buona!
La sua voce fu coperta dalle urla di gioia dell'equipaggio. Il fiume argenteo aveva toccata la zattera e si era diviso in due, scivolando lungo il babordo e il tribordo, per tornare poi a riunirsi dietro la poppa. I marinai si erano messi all'opera, senza pensare che il pescecane poteva comparire improvvisamente e troncare loro le braccia. Le mani si tuffavano e si ritiravano piene di pesci, che venivano gettati nei barili già pronti sulla zattera. Il capitano aveva preso una di quelle sardine e si era messo ad esaminarla alla scarsa luce di una cordicella incatramata che Reton aveva accesa. Fu una vera imprecazione quella che uscì dalle labbra di don Josè.
- Maledizione! Amici, lasciate andare quei pesci: sono velenosi! Non li mangiate, ve lo ordino.
Le sue parole furono accolte da uno scoppio di risa.
- Il capitano è impazzito! - gridò John. - Raccogliete, camerati, questa è una vera manna.
Il capitano si era slanciato fra i suoi uomini, tentando di trattenerli.
- Sono pesci velenosi, disgraziati! Io li conosco!
- Tanto meglio, - disse un marinaio. - Creperemo più presto, però con la pancia piena.
- Stupidi! - gridò il bosmano. - Volete morire mentre siamo così vicini alla terra?
- Al diavolo la Nuova Caledonia!
- Va a raggiungerla con il tuo capitano!
- Va a riempirti le tasche dell'oro di Krahoa!
- Vi ordino di non toccare quei pesci, - gridò il capitano cercando di rovesciare un barile che era già pieno.
Vedendo quell'atto, i marinai si erano alzati furiosi, con i coltelli in pugno urlando ferocemente.
- I pesci sono nostri! Morte a chi li tocca!
- Non sono più dunque il vostro capitano?
- No!
- Volete morire? Ebbene fate quello che credete.
- Non gli badate, amici, - disse John il pescatore. - Che cosa viene a raccontarci di pesci velenosi! Ha il cervello guasto quel disgraziato! Mangiamo! Ne rispondo io, io che ho mangiato pesci anche quando poppavo.
Si erano gettati come forsennati sui barili, dentro i quali si dibattevano le sardine caledoniane e si erano messi a divorarle avidamente, sordi alle preghiere e alle minacce del capitano, di Mina e di Pedro. A ogni intimazione rispondevano con sghignazzate e mandavano giù pesci su pesci, mangiandoli vivi.
- Ah! Disgraziati! Disgraziati! - esclamava il povero don Josè, strappandosi i capelli. - Corrono incontro alla morte!
In quel momento un colpo di tuono rumoreggiò fra le nubi, che si erano a poco a poco accavallate nel cielo, seguito quasi subito da una raffica violenta che impresse alla zattera una scossa poderosa.
- Ecco la fine, - mormorò Reton, lanciando uno sguardo d'angoscia verso Mina e don Pedro. - Chi uscirà vivo da questa ultima prova?
Si guardò intorno. Il capitano, accasciato, si era seduto su un barile, tenendosi stretto il capo fra le mani e pareva che singhiozzasse. A poppa, la giovane Mina e suo fratello, guardavano il cielo che incominciava a illuminarsi di lividi lampi. A prora, i marinai, pieni da scoppiare, giacevano intorno ai barili come se fossero stati sorpresi dalla morte. Solo uno vegliava ancora: era Emanuel


VIII

IL DISASTRO

L'uragano avanzava a rapidi passi per dare l'ultimo colpo ai disgraziati naufraghi, i quali null'altro avevano da opporre all'assalto brutale delle onde, che poche tavole malamente e frettolosamente messe insieme. A ponente, in direzione della Nuova Caledonia, il tuono continuava a brontolare con un crescendo inquietante e lampeggiava quasi senza tregua. Era di là che veniva la tempesta, dalla regione di quei terribili tifoni che avevano già perduta l'Andalusia. La zattera si era rimessa in marcia, filando verso nord-ovest, ora lentamente ora velocissima. Reton aveva orientato alla meglio la vela, aiutato da Emanuele e da don Pedro, poi aveva ripreso il suo posto al timone. Era però così debole a causa dei lunghi digiuni, che dubitava di poter maneggiare a lungo quel remo. Mina si era rifugiata sotto la tenda, don Josè non aveva lasciato il suo posto: sembrava che non potesse più rendersi esattamente conto della gravità della situazione o che non volesse più nulla tentare per la salvezza comune. Probabilmente aspettava la morte, giudicando ormai assolutamente inutile ogni lotta. Verso le dieci la prima raffica piombò addosso alla zattera, scotendola bruscamente e facendo piegare l'albero.
- Ecco il ballo, - disse Reton. - Sarà l'ultimo?
- Credete che tutto sia finito, bosmano? - chiese don Pedro, che era caduto in ginocchio.
Il vecchio lupo di mare scosse il capo senza rispondere.
- Ditemelo, Reton, - insistette il giovane. - Non è per me che ve lo domando, ma per Mina.
- Siamo nelle mani di Dio, ecco tutto quello che posso rispondere, don Pedro, - rispose il bosmano. - Non mi è possibile sapere a quale triste sorte siamo destinati.
Una seconda raffica, più violenta della prima, passò sopra la zattera, perdendosi poi all'orizzonte. Un momento dopo una grossa ondata investiva il galleggiante, sollevandolo quasi verticalmente e inondandolo. La tenda che serviva di rifugio a Mina fu portata via di colpo e fu un vero miracolo se la fanciulla non seguì la stessa sorte. A quel terribile balzo, agli scricchiolii del legname e all'urto fragoroso dei barili e delle botti che si urtavano l'un l'altro, il capitano aveva alzata la testa.
- L'uragano! - esclamò. - Sarà la fine dei nostri patimenti.
Tuttavia il suo primo pensiero fu quello di assicurare all'albero il barile contenente la provvista d'acqua e di coprirlo con una tela incatramata. Guai se quella preziosa riserva se ne fosse andata! Ne rimaneva pochissima e corrotta dal caldo, pure per alcuni giorni ancora poteva bastare. Stava per trascinarsi verso la poppa dove si era rifugiata anche Mina, essendo quella parte difesa da una specie di murata, quando verso prora si udì alzarsi una voce che chiedeva angosciosamente da bere, seguita poco dopo da altre che domandavano acqua e da lunghi gemiti.
- Oh, i disgraziati! - esclamò il capitano, fermandosi. - Muoiono!... A me, Reton! Dell'acqua, dell'acqua!
Il bosmano si era fatto avanti traballando, poiché anche il povero vecchio non aveva più forze.
- Chi è che muore? - chiese.
- I nostri uomini: avevo detto loro che quei pesci erano velenosi. Disgraziati! Disgraziati! E ci mancheranno proprio ora che avremmo avuto bisogno delle loro braccia per far fronte all'uragano!
- Che cosa vorreste fare per loro! Lasciate che il mare se li porti via, la morte l'hanno cercato loro.
- Porta dell'acqua.
- La consumeremo senza nessuna utilità.
Fra lo scrosciare delle onde, che si infrangevano contro i bordi della zattera, le grida di "Acqua! Acqua!" si facevano sempre più strazianti. Quando il capitano arrivò a prora, vide i marinai che si contorcevano spaventosamente, ululando come belve feroci.
- Brucio! Brucio! - gridavano alcuni.
- Aiuto! Soccorso! - urlavano altri.
Di quando in quando qualcuno di quei miserabili con uno sforzo supremo si alzava, ma poi ripiombava sulle tavole della zattera, agitando le braccia e le gambe.
- Che cosa volete fare di questi moribondi? - chiese il bosmano. - Non resta che trascinarli verso il centro della zattera, purché i cavalloni non li spazzino via.
- Ne avremo la forza?
- Chiamiamo anche don Pedro.
Aiutati dal giovane, che era accorso prontamente alla loro chiamata, afferrarono il primo che capitò loro sottomano, trascinandolo presso l'albero. Il disgraziato urlava come se lo scorticassero vivo e sembrava che non sentisse più la voce del comandante, né quella del bosmano. Cinque o sei moribondi furono così trasportati, essendosi ai salvatori unito anche Emanuel, il quale, a quanto sembrava, era il solo dei ribelli che si fosse ben guardato dal cibarsi di quei pesci. Stavano per trascinare un altro, quando una terza raffica investì la zattera facendola girare su se stessa e strappando parecchi barili di sostegno, poi sopraggiunse la grande ondata, che spazzò impetuosamente la coperta. Il capitano e i suoi compagni avevano appena avuto il tempo di gettarsi bocconi e di aggrapparsi alle funi, mentre Mina abbracciava strettamente l'albero. Quando il cavallone fu passato e il galleggiante riprese il suo appoggio, sulla prora non rimaneva più nessuno. Quattro ribelli erano già stati portati via.
- Sono tutti scomparsi! - disse Reton.
- Oh! povera gente! - esclamò Mina, con un singhiozzo.
- Erano come morti, - disse il capitano, con un sospiro. - Non potevano scampare al veleno.
- E questi che rantolano ai nostri piedi?
- Sono egualmente perduti. Non pensiamo a loro, ma a noi. La morte sarebbe per loro una liberazione. L'hanno voluta: io li avevo avvertiti... Reton, cercami una fune e leghiamoci tutti intorno all'albero. L'uragano avanza e non so se potremo resistere. Giù la vela!
Mentre il bosmano avanzava attraverso le tavole per cercare la fune, don Pedro con due colpi di coltello tagliò le scotte della vela. Un'altra raffica poco dopo se la portò via.
- Leghiamo quanti barili possiamo trovare, continuò il capitano che aveva ritrovata la sua abituale energia. - Aiutatemi, don Pedro, e anche tu, Emanuel, se ti preme la vita. Non sono sicuro che la zattera possa resistere. Affrettiamoci prima che l'onda arrivi.
Avevano appena radunati e legati i galleggianti sui quali contavano per salvarsi, nel caso che la zattera venisse sfasciata dalle onde, quando nuovi cavalloni si rovesciarono su di loro. Per alcuni istanti credettero di trovarsi sott'acqua, tanta era la furia delle ondate, poi seguì una nuova calma. Si guardarono: erano soli in mezzo alla tempesta. Buona parte della zattera, verso prora, si era sfasciata e anche gli ultimi ribelli erano stati trascinati via dall'irrompere furioso delle acque.
- Un altro colpo di mare come questo e la nostra zattera se ne andrà! - esclamò il capitano. - Ha resistito anche troppo! Se le tavole si scioglieranno, cercate di aggrapparvi ai barili, amici. Ci sono molte funi intorno.
- E soprattutto badate di non perdere le armi, - osservò il bosmano. - Quelle valgono più dei viveri e dei barili, in questa maledetta regione.
- Comincio ad avere paura, capitano, - disse Mina, che si teneva disperatamente aggrappata all'albero.
- Penserò io a voi, señorita, - rispose don Josè.
Sopravvenne ancora un po' di calma e il bosmano ne approfittò per spingersi verso la prora ad assicurare la tavole che si trovavano tuttora legate alle funi. Emanuel lo aveva seguito per aiutarlo nella difficile impresa. Avevano appena raggiunto l'orlo e si accingevano a radunare il legname, quando un lampo accecante illuminò l'orizzonte in direzione di ponente. Nello stesso momento il capitano e don Pedro udirono i due marinai urlare:
- Terra! Terra!
Don Josè si era staccato dall'albero accorrendo a prora.
- Dove, terra? - chiese con voce commossa.
- Verso ponente, - rispose il bosmano.
- Sei ben sicuro di averla veduta?
- Come vedo voi, capitano.
- Sì, Sì, era una montagna, confermò Emanuel.
- Anzi, erano due, - aggiunse il bosmano. - Sono comparse in mezzo a quel gran lampo.
- A quale distanza? Potresti dirmelo?
- Dalle otto alle dieci miglia, capitano, - rispose Reton.
- Allora dobbiamo essere vicinissimi alla costa. Le montagne della terra dei Kanaki non si elevano che all'interno.
- E il vento gira a levante, signore. Ci scaraventerà sulle scogliere.
- Preferisco un naufragio sulla costa piuttosto che un tuffo al largo. Scappate! L'oceano torna ad agitarsi.
Con pochi colpi di coltello tagliarono le funi che trattenevano le travi, poi ripiegarono verso l'albero il quale, essendo ben assicurato con numerosi paterazzi, prometteva di resistere lungamente alla furia del vento. Le raffiche ricominciavano e non più da ponente, ma da levante. Giungevano le une dietro alle altre, con intervalli brevissimi, sibilando furiosamente, spingendo davanti alla zattera vere montagne d'acqua. I naufraghi, stretti alle corde gettate intorno all'albero, guardavano con terrore le onde che si accavallavano e che sembrava dovessero, da un momento all'altro, inghiottirli. Don Josè si era messo davanti a Mina e con il suo corpo da gigante le faceva da scudo. Il bosmano riparava don Pedro. I cavalloni si succedevano ai cavalloni. Irrompevano con assalti mostruosi sul galleggiante, subissandolo e portando via le casse e i barili. Anche la provvista d'acqua, l'unica risorsa di quei disgraziati, se n'era andata.
- Coraggio, - ripeteva don Josè, quando l'ondata e la raffica erano passate. - La costa sta davanti a noi e il vento ci spinge.
Le due montagne che il bosmano ed Emanuel avevano scorte poco prima, di quando in quando apparivano fra la luce intensissima dei lampi. Erano due coni altissimi: che potevano sorgere soltanto su una grande terra e non su un semplice isolotto. Quella terra era senza dubbio la Nuova Caledonia, avendo la zattera tenuta sempre la rotta verso ponente. Disgraziatamente la furia del mare aumentava, minacciando di sfasciare completamente quell'ammasso di legname. Le tavole sotto gli incessanti e brutali assalti, si disgiungevano, le funi si allentavano e le travi che formavano l'ossatura si piegavano verso gli angoli. Inutilmente il capitano, il bosmano ed Emanuel, nei brevi istanti di tregua che concedeva loro l'uragano, avevano cercato di rinforzare i legami. Appena abbandonano l'albero erano costretti a rifugiarvisi contro, per resistere alla furia dei cavalloni. Questa lotta fra la vita e la morte durava già da un paio d'ore, quando il capitano, che era il più alto di tutti, stese un braccio verso ponente gridando:
- Terra... là... abbasso... la costa... la costa... Tenetevi saldi... pochi minuti ancora... ci è...
Non poté finire. Una forte ondata si era rovesciata sulla zattera con un fragore infernale, mentre la raffica passava sopra con mille ruggiti. I cinque naufraghi furono inabissati e sbattuti violentemente l'uno contro l'altro. Mina, quantunque il capitano la tenesse stretta contro l'albero, per poco non fu strappata dalla fune, essendosi per un momento abbandonata. Quella furia d'acqua durò circa un minuto, soffocando e accecando i naufraghi, poi l'enorme cavallone riprese la sua corsa verso la costa con un rombo assordante. Appena poterono emergere da quella tromba d'acqua, il capitano e Reton si guardarono intorno con ansietà. Durante il rumoreggiare delle acque avevano udito degli schianti e avevano sentito allargarsi sotto i piedi le tavole del ponte. Mezza zattera s'era sfasciata. Non rimanevano che poche tavole intorno all'albero e lo scheletro che era stato formato con i pennoni di trinchetto e di parrocchetto.
- Un altro urto come questo e non rimarrà più nulla del nostro galleggiante, - disse don Josè.
- Fortunatamente la costa non è lontana che trecento metri, - rispose Reton.
- Ci saranno dei frangenti, bosmano, - osservò Emanuel. - L'ondata ci ridurrà in una vera marmellata.
- Sì, dei frangenti, - disse il capitano, che aveva approfittato della luce di un lampo. - La costa è più lontana. Maledette isole che sono tutte cinte di scogliere!
- Potremo ugualmente approdare? - chiese don Pedro.
- Verremo scaraventati sui frangenti.
- E ammazzati sul colpo?
- Non correte tanto. Se la zattera resiste ancora un po', ci riparerà dall'urto. Monta l'onda, Reton?
- Avanza, capitano.
- Checché debba accadere non abbandonate l'albero. Chi lascia la fune è perduto. Tenetevi stretta, señorita... Ci siamo... Saldi tutti... stringete forte!...
Un cavallone enorme si abbatté sulla zattera, la sollevò come una piuma, poi la scaraventò avanti a sé con un impeto incredibile. Si udì uno schianto che si confuse subito fra gli ululati e i muggiti delle acque, poi l'onda dopo aver varcato la linea dei frangenti, si ritrasse con un cupo rombo paragonabile allo scoppio simultaneo di cento pezzi di cannone. Su una scogliera pendevano i resti della zattera: tavole, travi, barili semifracassati, cordami. Nondimeno un albero si ergeva ancora e intorno a quello si stringeva un gruppo di esseri umani. Una voce fioca, fra il rombo dei tuoni, si fece finalmente udire:
- Ci siamo tutti?
- Sì, - rispose un'altra.
- Nessun ferito?
- Nessuno.
- Ringraziate Dio! Le nostre pene sono finite.
Successe un breve silenzio, che fu rotto nuovamente da un fragore assordante di tuoni, poi la voce riprese:
- Siamo abbastanza alti e l'onda difficilmente ci raggiungerà. Lasciate la fune e l'albero.
Il gruppo umano si sciolse, lasciò i rottami e s'inerpicò fino alla cima di una roccia che emergeva dal mare un centinaio di metri. Nessuno mancava dei cinque naufraghi dell'Andalusia o meglio degli ultimi superstiti del disgraziato veliero.
- Señorita - disse don Josè, quando tutti ebbero raggiunto la cima. - La terribile prova è passata. Ormai non abbiamo più nulla da temere, poiché la costa della terra dei kanaki non è che cinquecento metri da noi. Come vedete, don Pedro, il tesoro della Montagna Azzurra non ha portato sfortuna a tutti. Se i miei disgraziati marinai mi avessero obbedito sarebbero tutti qui. Pace alle loro anime!
- La morte l'hanno voluta, - osservò Reton. - Il diavolo se li prenda!
- Non correremo il pericolo di venir trascinati via da qualche altra ondata? - chiese don Pedro.
- È impossibile che un'onda arrivi fin quassù.
- Vorrei dormire: non ho più forze.
- E nemmeno io mi reggo più, - disse Mina, che si appoggiava al fratello.
- Riposatevi pure, miei cari amici, - rispose il capitano, con voce commossa. - Avete resistito anche troppo a tanti patimenti. Anch'io che sono abituato a tutto, mi sento tanto stanco. Fatiche, terribili commozioni e digiuni: potete vantarvi di possedere una fibra meravigliosa... Reton, non ti chiedo che due minuti, prima di riposarti.
- Che cosa c'è da fare, capitano? - chiese il lupo di mare.
- Và, insieme a Emanuel, a raccogliere le armi e le munizioni che si trovano al di là di quella punta rocciosa. Sono troppo preziose sulla terra dei Kanaki per perderle.
- Diavolo! Si tratta di difendere le nostre costolette e le nostre magre bistecche, - disse il bosmano sorridendo. - La mia carne sarà coriacea più di quella di un mulo, tuttavia non ci tengo che vada a finire su qualche graticola.
Chiamò Emanuel, che stava per addormentarsi, e scesero entrambi la scogliera, arrivando felicemente presso i rottami della zattera. Malgrado l'urto formidabile, la parte centrale del galleggiante aveva ancora resistito ed era rimasta come appiccicata a una punta rocciosa. Trattenuti ancora dalle funi, pendevano travi, barili e avanzi di tele. Reton ed Emanuel non ebbero da cercare a lungo. La cassa contenente le armi e le munizioni, che era stata assicurata all'albero, era stata scaraventata al di là della punta rocciosa, sfasciandosi dentro una specie d'incavo. Conteneva ancora sei carabine, un paio d'asce, tre navaje e una quantità considerevole di polvere e di piombo minuto e grosso. Portarono il prezioso carico presso il rifugio scelto dal capitano, poi si lasciarono cadere a terra l'uno accanto all'altro, senza avere la forza di scambiarsi una parola, tanta era la loro debolezza. Don Pedro e Mina dormivano già, sotto una punta rocciosa che formava un piccolo riparo. La burrasca intanto infuriava ancora. I colpi di vento si succedevano quasi senza tregua, con un orribile accompagnamento di sibili e di ruggiti e le onde si scagliavano con crescente furore, contro le scogliere. Quando il capitano si svegliò, l'alba non era ancora sorta, però la burrasca stava per placarsi. Sua prima cura, dopo essersi assicurato che nessuno dei suoi compagni mancava, fu di guardare verso la costa. Non si era ingannato a giudicarne la distanza la terra dei Kanaki si elevava a circa mezzo chilometro dalla scogliera, tutta verdeggiante di rhizophore. Più lontano si ergevano le due montagne scorte dal mastro e da Emanuel.
- Siamo lontani o vicini alla baia di Bualabea? - si chiese il capitano, che era diventato pensieroso.
- Sia maledetto quel miserabile che mi ha guastato il sestante e il cronometro!
Uno sbadiglio gli fece voltare il capo. Il bosmano si era pure svegliato e respirava a pieni polmoni l'aria fresca e satura di sale del mattino.
- Tu invecchi, Reton, - gli disse il capitano. - Dormi troppo.
- È vero, don Josè. - rispose il lupo di mare. - Erano però molte notti che raddoppiavo i miei quarti di guardia. È sempre davanti a noi la costa?
- Non è scappata, Reton
- E i kanaki se ne vedono?
- Neppure la loro ombra per il momento. D'altronde preferisco che si tengano lontani.
- Come potremo raggiungere quella costa?
- Non abbiamo forse gli avanzi della zattera?
- Non sono rimaste che poche tavole, capitano.
- Basteranno per sorreggere Mina. Noi siamo tutti nuotatori.
- Guardatevi dagli squali. Mi hanno detto che abbondano lungo le spiagge delle isole polinesiane.
- Sapremo difenderci dai loro attacchi, vecchio Reton. Hai ancora un po' di forza nelle tue gambe?
- Qualcosa è rimasto.
- Scendi la scogliera e va' a fare raccolta di molluschi. Non ne devono mancare.
- Preferirei una bistecca.
- Più tardi avremo anche quella.
Il lupo di mare, quantunque si sentisse estremamente debole, si lasciò scivolare lungo la scogliera, aggrappandosi alle merlature delle madrepore e raggiunse il greto, che le onde coprivano di spuma. Le conchiglie non mancavano lungo la stretta spiaggia. La tempesta sollevando il fondo, ne aveva spinte un gran numero verso la scogliera. Reton, che conosceva quei paraggi, cercava però qualcosa di più sostanzioso e non si pentì delle sue ricerche, poiché, dopo aver percorso una trentina di metri, riuscì a scoprire, dentro due punte rocciose, una di quelle meravigliose tridacne pallido azzurre, del diametro d'un buon metro, sufficiente a saziare la fame anche di dieci persone. Sollevò a stento l'enorme massa, se la caricò sulle spalle e traballando sotto il peso risalì la scogliera dove il capitano stava discutendo con don Pedro, Emanuel e Mina, i quali si erano svegliati.
- Ecco la colazione! - esclamò, gettando a terra il gigantesco mollusco. - Se possiamo avere un po' di fuoco faremo un pasto deliziosissimo.
- Vedo delle alghe secche, - disse Emanuel. - Possono bastare.
- Và, a raccoglierle, mozo cocido.
Il ragazzo andò a prendere alcune bracciate di alghe, e le accese, gettando sulle fiamme crepitanti la tridacne. Un profumo squisito si sparse subito nell'aria, mentre i due gusci s'aprivano con un lungo stridio, mostrando una massa biancastra che si sollevava sotto il calore della fiamma.
- Felici isolani, che per vivere non hanno altro da fare che curvarsi per raccogliere! - esclamò don Pedro che aspirava avidamente il profumo appetitoso.
- Eppure non si contentano di ciò che fornisce la natura, che è stata così prodiga con loro, - disse il capitano. - Hanno pesci in quantità, alberi del pane che crescono quasi senza coltura, ignami colossali che sono preferibili alle più squisite patate, eppure si divorano fra di loro con ferocia inaudita.
- E perché si divorano? - chiese Mina. - Per vendicarsi dei loro nemici, forse?
- No, señorita, - rispose don Josè. - Mangiano i loro simili perché trovano la loro carne gustosa quanto quella dei maialetti selvatici.
- La colazione è pronta! - gridò in quel momento Emanuel, che stava togliendo dal fuoco la splendida conchiglia.


IX

L'ASSALTO DEI PESCI-MARTELLO

Quel pasto deliziosissimo dopo tanti giorni di digiuno, fatto all'aria libera, in piena sicurezza, fra il profumo degli alberi in fiore, fu forse il migliore che i naufraghi avessero fatto dopo la loro partenza dai porti del Cile. Malgrado le raccomandazioni del capitano, che temeva qualche grave indigestione dopo un così lungo digiuno, tutti ci tornarono più di una volta, vantando la delicatezza di quella tenera carne che il mozzo aveva cucinata a perfezione. Il bosmano ne aveva fatta una scorpacciata colossale. Terminata la colazione, il capitano, vedendo che tutti avevano acquistato un po' di vigore, scese verso la zattera per vedere se fosse possibile radunare gli avanzi e costruire un secondo galleggiante; ma verificò che erano rimaste soltanto poche tavole attorno alla punta rocciosa. Durante la notte, le onde avevano portato via le travi principali e avevano sfondato quei pochi barili che erano sfuggiti al formidabile urto.
- Ne avremo abbastanza per reggere vostra sorella, - disse don Josè a don Pedro. - A noi basterà avere un punto di appoggio. D'altronde una traversata di appena cento metri non ci spaventa.
- Ne attraverserei anche cinquemila senza preoccuparmi, - rispose il giovane.
Aiutati dal bosmano e da Emanuel, fecero scivolare le tavole fino sul greto e servendosi delle funi che ancora possedevano, costruirono un piccolo galleggiante, sufficiente a reggere Mina e la cassa contenente le armi e le munizioni. Prima di lanciarlo, il capitano fece un giro per l'isolotto in compagnia del bosmano, temendo che si trovassero nei dintorni qualcuna di quelle temute caverne sottomarine che servono da rifugio a intere famiglie di squali. Non avendo scorto nulla di sospetto, fece gettare in acqua il galleggiante e aiutò Mina a salire.
- Rimorchiamolo alla costa, - disse. - Tenete pronte le navaje.
- Sono sull'orlo della zattera, - rispose il bosmano.
- E poi ci sono io, don Josè, - disse la giovane. - Maneggio la carabina meglio di quanto credete e se apparirà la testa di qualche squalo non esiterò a far fuoco.
- Adoperate la mia, señorita, - aggiunse Reton. - Ha due palle incatenate che apriranno un bello squarcio nella pelle di quei mostri.
I quattro uomini entrarono nell'acqua, si afferrarono ai bordi del galleggiante per avere un punto di appoggio e si misero a nuotare vigorosamente, a colpi di tallone. Mina, seduta sulla cassa delle armi, con la carabina del bosmano fra le mani, sorvegliava attentamente le acque. La zattera, rimorchiata a gran fatica da quegli uomini, ai quali un solo pasto non era bastato a rinforzarsi dai lunghi digiuni, si era allontanata dalla scogliera circa duecento metri, quando il bosmano fece un salto, allungando una mano verso le navaje che aveva infisse sulle tavole.
- Che cosa c'è, Reton? - chiese il capitano.
- Qualcuno mi ha urtato, - rispose il lupo di mare, che non sembrava più tranquillo.
- Uno squalo?
- No, deve essere qualche altro pesce, poiché mi ha stracciato la casacca e mi ha punto il fianco destro.
- Una razza forse? Ce ne sono di pericolosissime in queste acque.
- Che ne so io? Non ho potuto vederla, comandante.
- Bada che le punte di quei pesci sono velenose.
- Che debba fare anch'io la fine di quegli imbecilli che si sono rimpinzati di sardine velenose?
- Tuffati, Reton, e guarda se puoi scoprine quel pesce misterioso. Siamo pronti a prestarti aiuto.
Il bosmano strinse fra i denti una navaja, lunga quanto una spada, e si lasciò colare a picco. Un momento dopo la sua testa emergeva.
- Ah, che brutta bestia ci gira intorno! - esclamò. - La si direbbe una scatola coperta di spine.
- Non è un pescecane però? - chiese il capitano, respirando liberamente.
- Oh, no! Almeno per ora.
- Che cosa vuoi dire, Reton?
- Che ho visto un'ombra gigante scivolare a pochi passi da me e che rassomigliava a un pesce martello.
- E l'altro? Quello che ti ha squarciato la casacca?
- Vi ho detto che sembrava una scatola.
- Che sia un cofano triangolare?
- Non conosco quei pesci, capitano. Eppure navigo da quarant'anni.
- Non tutti i mari sono eguali. Rimorchiamo?
- Avanti, - dissero Emanuel e don Pedro, che erano impazienti di raggiungere le rive verdeggianti della terra dei Kanaki.
Stavano per muoversi, quando una bestemmia sfuggì dalle labbra di Reton.
- Ce l'ha con la mia casacca dunque, quella bestia del malanno! - esclamò.
- Ancora, Reton? - chiese il capitano.
- Deve essere qualche cenciaiuolo, comandante.
- Guarda dunque cos'è.
- Sì, bisogna che la finisca con quel noioso, - disse il bosmano irritato.
Impugnò la navaja e per la seconda volta si immerse. Poco dopo una specie di cassa ossea salì alla superficie, lasciandosi dondolare dalla risacca, e il bosmano pure compariva, stringendo nella destra la navaja.
- Che cos'è dunque quella bestia? - chiese. - Ce l'aveva proprio con me, capitano.
- Non l'ho vista.
- Eppure le ho dato un colpo di navaja da squarciare il petto ad un toro. Voi sapete che ho il polso fermo.
- È quella cassa che dondola? - chiese don Pedro.
- Mil diables! - esclamò il bosmano. - È quella bestia che ho sbudellata.
- Lo avevo detto io, - disse il capitano. - È un cofano triangolare.
- Spiegatevi, comandante.
- Un pesce che abita i mari e che non rifugge dalle acque dolci. Ecco un buon segno.
- Perché? - chiese don Pedro.
- La presenza di questo strano pesce mi fa sospettare la vicinanza di qualche importante corso d'acqua. Che il destino, i venti e le onde ci abbiano spinti verso la baia di Bualabea? I fiumi sono piuttosto rari nella terra dei Kanaki e non c'è che il Diao che sia di qualche importanza. Sarebbe una vera, incredibile fortuna.
- La cattura di quella bestia? - domandò il bosmano.
- Lasciala andare, Reton; non servirebbe a nulla. Quei pesci non hanno dentro la scatola ossea che un po' di carne filamentosa e un fegato enorme, oleoso, che nemmeno il più affamato antropofago oserebbe mangiare. Prendimi, invece, un dugongo e ti farò assaggiare un piatto squisito.
- Demonios!
- Che cosa c'è ancora?
- Ce l'hanno con me.
- Chi? - chiesero ad una voce don Pedro ed Emanuel.
Un grido del capitano fu la risposta:
- In guardia! Gli squali!
Si erano tutti fermati, impugnando le navaje, mentre Mina si era alzata, tenendo in mano la carabina.
I quattro uomini erano in preda a una grande preoccupazione.
- Reton, - disse il capitano - hai proprio visto un'ombra?
- È quella di un pesce martello, - rispose il bosmano. - Si è riflessa distintamente sulla sabbia del fondo.
- Aspettami.
Afferrò con mano ferma la navaja e si lasciò andare a picco. La sua perlustrazione sottomarina non durò che mezzo minuto. Quando però ricomparve a galla aveva l'aspetto di un uomo in preda al terrore.
- Señorita, chiese - siete ben sicura dei vostri colpi?
- Sì, capitano.
- Voi avete nelle vostre mani la salvezza di tutti... Tenete pronte le carabine.
- Perché, capitano?
- Abbiamo intorno a noi una banda di pesci martello.
Un brivido di spavento corse tra i naufraghi.
- Li avete proprio visti, don Josè? - domandò Pedro.
- Nuotavano pochi metri sotto di me, - rispose il capitano.
- Molti?
- Erano sette o otto, ma se ne possono trovare altri nei dintorni... Don Pedro, salite sulla zattera.
- Perché io invece di voi, o di altri?
- Noi siamo gente di mare. Presto, non discutete. I mostri possono piombarci addosso.
- Mi sosterrà la zattera?
- Lo spero: su e armatevi di una carabina. I mostri salgono a galla per assalire.
- Il giovane, invitato anche dalla sorella, salì sulla zattera con precauzione, per non rovesciarla e si sdraiò vicino alla cassa. Il galleggiante affondò un poco, sbandando verso prora, però resse al nuovo peso.
- Rimorchiate voi altri, - disse allora il capitano a Emanuel e al bosmano. - M'incarico io di quelle brutte bestiacce e saprò trattarle come si meritano.
Tornò a tuffarsi, mentre i due marinai si rimettevano a nuotare, girando intorno lo sguardo smarrito. Una profonda ansietà si era impadronita di tutti. Perfino il bosmano appariva atterrito e non a torto.
Per la seconda volta la testa del capitano apparve.
- Dunque? - chiesero tutti con ansia.
- Nuotano sempre sotto di noi, - rispose don Josè. - Sono occupati a far strage di una banda di serpenti di mare. Temo però che qualcuno si sia accorto della nostra presenza e che abbia già osservato la mia ombra proiettata sul fondo... Tenetevi pronti a far fuoco, don Pedro: è probabile che qualcuno si mostri.
Aveva appena pronunciate quelle parole, quando un leggero tremolio si avvertì a pochi passi dalla prora della zattera, poi una testa a forma di martello, che aveva alle due estremità dei bruttissimi occhi azzurro-cupi con riflessi giallastri intorno all'iride, comparve aspirando fragorosamente l'aria.
I tre uomini di mare si erano fermati stringendo i coltelli.
- Don Pedro! - esclamò il capitano.
Due colpi di fucile gli risposero: Mina e suo fratello avevano fatto fuoco quasi contemporaneamente, mirando quella brutta e strana testa. Lo squalo uscì quasi tutto fuori dall'acqua, mandando una specie di fischio acuto, poi s'immerse, lasciando a galla una larga macchia di sangue.
- Ecco l'effetto delle mie palle incatenate! - esclamò il bosmano.
- Quel furfante non divorerà più né serpenti di mare, né uomini.
- Attenti agli altri, disse il capitano. - Questa non è che una scaramuccia. Prendete le altre carabine, don Pedro. Non perdete tempo a ricaricare, per ora... Brava, señorita! Farete delle meraviglie sulla terra dei kanaki.
Quantunque dimostrassero una certa calma, nessun naufrago aveva osato però spingere avanti il galleggiante, per timore che gli squali udissero i colpi di tallone. Anzi avevano ritirate le gambe, temendo di sentirsele tagliare da un momento all'altro.
- Perdinci! - esclamò il bosmano. - Fa un caldo infernale, eppure sento un freddo cane.
- Mentre il vostro mozo cocido si trova benissimo anche fra i pesci-martello, - disse Emanuel ironicamente.
- Aspetta che ti circondino e che provino sulla tua carnaccia i loro denti e mi saprai dire qualcosa, - rispose il bosmano. - Sei pallido come una medusa.
- Silenzio, - comandò don Josè. - Non è questo il momento di bisticciare... Vedete nulla, don Pedro?
- Mi sembra che l'acqua si gonfi sul nostro tribordo.
Un urlo di Emanuel fece impallidire tutti.
- Carrai! - aveva esclamato il giovane, tentando di arrampicarsi sulla zattera. - Mi hanno urtato! Ci circondano.
Cinque teste, nello stesso istante, comparvero davanti al galleggiante, fissando i loro brutti occhi sui naufraghi. Don Josè con un poderoso colpo di tallone si era gettato davanti al giovane marinaio, gridandogli:
- Non salire! Affonderai tutti!... A voi don Pedro!
Due lampi balenarono, seguiti da due fragorose detonazioni. Le carabine per la seconda volta avevano sparato. Due squali si rivoltarono sul dorso, dibattendosi ferocemente, spalancando e richiudendo con rumore le loro enormi mascelle irte di denti triangolari, mentre gli altri, spaventati dalle detonazioni, si rituffavano precipitosamente.
- Fate attenzione che non ci assalgano da sotto! - gridò il capitano.
Il bosmano ed Emanuel cacciarono la testa sott'acqua, tenendosi con una mano fermi all'orlo della zattera, non osando lasciarsi calare a picco.
- Si vedono? - chiese don Josè, quando si risollevarono.
- No, capitano, - rispose Reton. - Credo che ne abbiano avuto abbastanza della nostra accoglienza. Sono meno coraggiosi dei veri pescicani, quei mostri. Se fossero stati dei carcharodon a quest'ora nessun di noi avrebbe le sue gambe. Dobbiamo muoverci?
- Aspettiamo un po', amici. Possono rinnovare l'assalto.
- Che siamo pronti a respingere, vero, Mina? - disse don Pedro.
- Sì, fratello, - rispose la giovane che conservava un meraviglioso sangue freddo. - Comincio a trovare piacere a colpire quelle grosse bestie.
Attesero alcuni minuti, facendo di frequente dei tuffi, poi non vedendo riapparire nessuno squalo, si rimisero a rimorchiare la zattera spingendola in direzione di una fitta linea di rhizophore, che s'intrecciavano a quattrocento metri di distanza. Pedro, per non rendere troppo faticoso il rimorchio, era ridisceso, mettendosi a spingere vigorosamente il galleggiante. A un tratto il bosmano mandò un grido.
- Ci danno la caccia! In guardia!
Cinque o sei teste di pesci-martello erano improvvisamente comparse a quindici o venti passi dalla poppa, della zattera, respirando fragorosamente l'aria. I mostri, tornavano alla carica per impadronirsi dei disgraziati.
- Spingete! Spingete - gridò don José. - Fuoco, señorita! Non risparmiate la polvere!
La giovane, che aveva già ricaricate le carabine, mettendosele tutte intorno, s'inginocchiò sulla cassa e aprì un magnifico fuoco di fila che arrestò di colpo lo slancio degli assalitori. Uno solo, forse reso furioso per qualche ferita, si precipitò all'assalto, investendo il capitano che si appoggiava contro la poppa del galleggiante. Aveva però trovato un avversario degno di lui. Il cileno che possedeva un coraggio eccezionale e che era per di più un nuotatore abilissimo, vedendosi precipitare addosso quella massa, fu pronto a tuffarsi. Il mostro reso ancor più rabbioso per non aver trovato la preda, addentò l'orlo della zattera strappando una tavola intera, ma quasi nello stesso momento si ripiegava su sé stesso, mostrando sotto il ventre un orribile squarcio da cui uscivano fiotti di sangue nerastro. Mina si impadronì di un'altra carabina e gli sparò un colpo in piena bocca, facendogli inghiottire a un tempo, piombo, fuoco e fumo. L'enorme squalo, che misurava almeno quattro metri, si lasciò andare a picco, mentre dietro di lui emergeva il capitano, impugnando la navaja.
- Ah, che bel colpo, comandante! - gridò il bosmano, spingendo la zattera verso le prime rhizophore.
- L'ho aperto dalla gola alla coda... - rispose don José, afferrandosi ai rami delle piante acquatiche. - Svelti sbarcate prima che quelle dannate bestie ritornino all'attacco.
In un baleno si arrampicarono fra le piante, portando con loro le armi. Mina, aiutata dal fratello, si era già messa al sicuro. I pesci-martello ricomparvero in quel momento. Erano soltanto quattro, ma si precipitarono impetuosamente contro la zattera, rovesciandola prima e poi sfasciandola con pochi e formidabili colpi di coda.
- Dannati! - esclamò il bosmano. - Se arrivavano un momento prima eravamo fritti.
- Ringrazia la señorita che con il suo fuoco li ha trattenuti un po', - disse il capitano. - Siete una tiratrice unica, Mina.
- Un'altra al mio posto avrebbe fatto altrettanto, - rispose la bella cilena.
- O sarebbe caduta svenuta per lo spavento, - osservò il bosmano.
I naufraghi si erano radunati sulle larghe radici di una rhizophora, per riposarsi un po' prima di spingersi sulla terraferma che poteva essere ancora lontana. Il capitano, dopo aver accordato ai suoi compagni un quarto d'ora di riposo, si era messo in marcia attraverso quegli ammassi di radici che non cedevano sotto il suo peso, abbattendo a colpi di navaja i fusti che crescevano fittissimi sbarrandogli il passo. Aveva raccomandato a tutti il più profondo silenzio, poiché al di là di quelle piante poteva trovarsi qualche villaggio di Kanaki
- Non vi dimenticate, - disse ai compagni - che siamo in un paese popolato di antropofaghi. Quindi nessuno sparo e nessun grido per ora. La cena la cercheremo più tardi.
Avanzavano a stento, aiutando Mina che si trovava assai impacciata con le sue gonne e che correva di quando in quando il pericolo di cadere fra le aperture piene d'acqua stagnante che formavano le radici. Già il capitano, che camminava in testa a tutti, cominciava a scorgere le foglie di alcuni alberi di cocco, che crescono soltanto sulla terraferma, quando i suoi compagni lo videro curvarsi rapidamente e caricare la carabina. Non sapendo di che cosa si trattasse, tutti lo avevano imitato. Trascorsero alcuni istanti d'angosciosa aspettativa, poi il capitano si rialzò scostando, con infinite precauzioni, alcuni fusti.
- Che.cosa avete scorto, don José? - chiese sottovoce Pedro, scivolandogli presso.
- C'è della gente qui, - rispose il capitano.
- Dei Kanaki?
- Sì.
- Molti?
- Erano in due, armati di lance e di scuri di pietra.
- Che cosa facevano?
- Non saprei, ma mi sembrò che cercassero qualcosa.
- Se ne sono andati?
- Non credo. Eccoli là, lì vedete, don Pedro?
Il giovane seguì con lo sguardo la direzione indicatagli dal capitano e scorse infatti due uomini di statura piuttosto alta, di colorito molto scuro, simili più ai negri che ai malesi, e che per unico ornamento portavano sul capo delle penne dai colori brillantissimi. Parevano occupati in qualche strana faccenda, poiché andavano e venivano fra le rhizophore, tendendo fra i fusti delle lunghe liane.
- Che cosa fanno dunque? chiese don Pedro.
- Credo di aver indovinato, rispose il capitano. - Preparano i lacci per Kutio-Kueta.
- Che cosa volete dire?
- Per il passaggio dei colombi. Questa infatti è la vera stagione delle migrazioni. I notù non devono essere molto lontani.
- Sono i volatili dipinti sul documento lanciato in mare da mio padre?
- Sì, don Pedro. Se abbiamo un po' di pazienza questa sera avremo una cena eccellente, senza sparare un colpo di fucile. Ecco che se ne vanno. Ci deve essere qualche villaggio sulla costa che dovremo evitare con gran cura. I kanaki sono bravi guerrieri, pieni di coraggio e non esiterebbero ad assalirci.
- Eppure sarà necessario avvicinarne qualcuno, per sapere dove ci troviamo e dove si trova la tribù dei Krahoa!
- Sì, ma non ora. È un prigioniero che ci vuole e prima o poi lo prenderemo.
Appena gli indigeni si furono allontanati, il minuscolo drappello riprese il cammino sempre attraverso le rhizophore, dirigendosi là dove aveva visto tendere fra i fusti le corde vegetali. Dopo cinque buoni minuti raggiungevano il posto poco prima occupato dai due indigeni.
- Non mi ero sbagliato, - disse il capitano, indicando alcune liane. - Quei due cacciatori preparavano i lacci per i notù. Il passaggio degli squisiti piccioni avverrà presto, ne sono certo. Disgraziatamente noi non assaggeremo quegli arrosti delicatissimi.
- Perché? - chiesero Pedro e Reton, i quali avevano molto contato su una buona cena.
- Perché quei due indigeni torneranno qui verso il tramonto a strangolare i notù. Guardate bene quanto sono ingegnosi questi lacci.
- Perché dunque non potremo rimanere qui a cacciare anche noi? - domandò Pedro.
- Vi ho detto che i cacciatori saranno costretti a ritornare per far lavorare i lacci. Se non si tira a tempo la liana per strangolare il piccione, questo fugge.
- E se potessimo sorprendere questa notte quei due cacciatori per avere da loro notizie sui Krahoa? - chiese Reton.
- È quello che pensavo anch'io, - rispose il capitano. - È certo che si fermeranno qui fino all'alba.
- Siamo in quattro, senza contare la señorita e avremo facilmente ragione di loro, quantunque i kanaki siano robusti come gli africani.
- Su ciò discuteremo più tardi. Cerchiamoci intanto un rifugio che sia sicuro contro le sorprese, - disse il capitano.
- E soprattutto qualche cosa da mettere sotto i denti, - aggiunse Emanuel. - Ci sono degli alberi di cocco laggiù.
- Tentiamo di raggiungerli, osservò don Pedro.
Per un quarto d'ora ancora i naufraghi camminarono su quegli ammassi di radici, che trasudavano acqua da tutte le parti e dove correvano a ogni passo il pericolo di affondare; poi si trovarono sulla terra ferma, dinanzi a un gigantesco fico baniano con il tronco formato di grossi fusti intrecciati.
- Ecco un bosco formato da una sola pianta, - disse il bosmano. Non ho mai veduto una pianta così colossale.
- Preferisco le altre più modeste, ma più utili, - soggiunse il capitano. - Fra le loro foglie portano la nostra cena. Questo però ci servirà da casa.
- Che cosa avete scoperto dunque?
- Ve lo dirò fra cinque minuti, - disse Emanuel che si allontanava di corsa.
- Dei cocchi! - esclamarono Mina e suo fratello
- Che ci offriranno un pasto squisito, - aggiunse il capitano. Avremo del latte eccellente.
La marcia attraverso le rhizophore li aveva così estenuati da non potersi più reggere in piedi. Emanuel però ritornava in quel momento, portando una mezza dozzina di grosse noci di cocco, che promettevano del latte squisito e una polpa simile alla crema.



                                                                                                                                                
                                                                                                                                            

 

 

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