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Il segreto dello scrigno 

Piemme Junior (Casale Monferrato, 2000)

La storia del dodicenne Jehoshua di Nazaret, ovvero Gesù di Nazaret, rivisitata in un'avventura  ambientata nel vero paesaggio geografico, storico e culturale dell'antico Israele. Premio Il Battello a Vapore 1999, distribuito anche in Germania per i tipi della Ellerman di Amburgo.

 

 

1
VIA DA QUEST'UOMO,
SPIRITI IMMONDI!


   QUANDO MIO NONNO Bacuc sollevò le braccia al cielo, con la fronte rugosa attraversata dal sudore e la voce roca che si alzava e si abbassava in un borbottio sconnesso, la gente di Betsaida cominciò ad affollarsi sulla spianata del Tempio e a farsi più vicina.
    Di fronte a lui Marak il cieco, steso sulla sua stuoia di giunco, si contorceva come se tutti gli spiriti immondi dell'universo gli stessero divorando l'anima. Riuscì a voltarsi di fianco e fece l'atto di sollevarsi. Ma subito ricadde su se stesso come un sacco vuoto.
Mio nonno allora prese a recitare i Salmi Antichi e i Numeri Nascosti, quelli che più fanno paura agli spiriti immondi. Si inginocchiò nella polvere e impose le mani sulle spalle di Marak. E Marak, cercando di divicolarsi dal suo abbraccio, prese a tremare dalla testa ai piedi e lasciò andare dalla bocca una schiuma gialla e verde che gli macchiò la veste di lino.
    - VIA, VIA DA QUEST'UOMO, SPIRITI IMMONDI! - gridò a gran voce mio nonno.
    La gente si ritrasse spaventata. E anch'io feci due o tre passi indietro e chinai la fronte sulla nuda terra.
    Ma mentre mi spargevo il capo di polvere, dicendo a voce alta tutti gli scongiuri e le lamentazioni che mi venivano in mente, continuavo a domandarmi come accidenti avesse fatto Marak a sputare di bocca quella strana schiuma. Anche se di certo doveva avere qualcosa a che fare con i frutti di pistacchio e con i fiori di senape che avevo raccolto la sera prima sulle sponde del lago di Genesaret.

    La sera prima, seduti intorno al fuoco che avevamo acceso sotto un sicomoro a poca distanza dalle rive del Genesaret, mio nonno Bacuc e il suo nuovo servo Marak avevano messo a punto il piano della guarigione miracolosa.
    Marak, già da qualche settimana, si era liberato della lercia tunica che aveva indossato a Bersabea e ad Ascalon, quando mio nonno l'aveva guarito dalla labbra. Per sicurezza aveva messo da parte anche il pesante mantello di lana grezza di cui aveva fatto sfoggio qualche giorno primo a Cafarnao, quando mio nonno l'aveva guarito dalla paralisi.
    Sotto le fronde del sicomoro, Bacuc aveva insisto affinché si tagliasse i capelli e si scurisse le sopracciglia con il succo di carruba.
    - Betsaida è troppo vicina a Cafarnao - aveva detto. - E qualcuno potrebbe riconoscerti.
    Marak così si era tinto le sopracciglia schiarite dal sole del deserto e subito dopo si era tagliato i capelli. Ma siccome le uniche cesoie che possedeva erano arrugginite e senza più filo di lama, aveva dovuto finire l'opera con il coltello che mio nonno usava per tagliare il duro pane di segala. Con il risultato che la sua testa spelacchiata ora sembrava quella di un vecchio cane tignoso.
    Più tardi Bacuc mi aveva mandato a raccogliere i fiori di senape e i frutti di pistacchio sulle rive del Genesaret.
    - Joachim, luce dei miei occhi - mi aveva detto. - Prendine un bel po'. Perché domani gli spiriti immondi usciranno da Marak attraverso la sua bocca.

    Marak, prima di essere assunto da mio nonno come miracolato di professione, viveva nel caravenserraglio ai margini del Negheb, dove i mercanti greci e persiani si fermavano a riempire gli otri prima di affrontare la traversata del deserto. Accudiva alle bestie, tirava su l'acqua del pozzo, riempiva gli otri dei viaggiatori e quando scendeva la notte accendeva le lampade a olio e scrutava a lungo il cielo, per capire da che parte avrebbe tirato il vento l'indomani mattina.
    I cammellieri di solito lo ricompensavano con qualche pugno di datteri, con un cesto di more di gelso o con un vasetto di miele, lui che poi metteva da parte per barattarlo coi nuovi viaggiatori che sarebbero giunti al caravanserraglio.
    - Se verrai con me - gli aveva detto Bacuc, - avrai una buona colazione ogni mattina. - E il Sabato zuppa di grano e farinata di ceci
    Marak lo aveva guardato con sospetto.
    - Cosa dovrei fare? - aveva chiesto, grattandosi la grossa testa martoriata dai pidocchi.
    - Farai il lebbroso- aveva risposto mio nonno. - Il cieco, il paralitico, lo storpio e l'indemoniato. Io ti guarirò dai tuoi mali e la gente d'Israele loderà il Santo dei Santi e ci ricompenserà con denari e cibo e preghiere in nostro nome...
    Marak ci aveva pensato su e aveva sollevato qualche obiezione. Ma poi si era arreso alla volontà di mio nonno. Perché quando il vecchio Bacuc vuole qualcosa non c'è niente sotto il cielo e sopra la terra che possa impedirgli di ottenerla.
   Mio nonno Bacuc ha imbrogliato più gente in Israele di quanta se ne affolli ogni giorno nel mercato di Gerusalemme. Ha guarito storpi. Ha cacciato spiriti immondi dall'anima e dal corpo degli indemoniati. Ha ridato la luce ai ciechi e le gambe ai paralitici. Ha sanato lebbrosi ebrei, predetto il futuro ai centurioni romani e convinto i mercanti greci a pagargli in denari sonanti i suoi auspici e le sue benedizioni.
    Mio nonno dice che se è possibile darla a bere ai ricchi mercanti greci e ai soldati romani, nessuno è meglio disposto ai miracoli della gente di Israele.
    - I mercanti greci sanno scorgere solo le cose visibili del mondo - mi aveva spiegato. - E i kittim nemmeno quelle, intenti come sono a riscuotere l'argento del tributo. Ma noi ebrei abbiamo gli occhi rivolti verso il cielo. E se guardiamo per terra è solo per scorgervi i segni del prodigio.
    Bacuc era convinto di dare alla gente di Israele quello che la gente d'Israele voleva. E se la gente voleva i miracoli, lui glieli serviva su un piatto d'oro incastonato di gemme preziose. Persino un giovane rabbi era caduto nei suoi tranelli. Aveva visto Marak il paralitico che riacquistava l'uso delle gambe, sulla piazza del mercato a Cafarnao, e aveva ringraziato il cielo per aver inviato in Israele uno tzaddik buono e potente come Bacuc.
   Bacuc, facendo l'occhiolino a Marak, si era schermito e aveva abbassato il capo. - Se sabato ci accoglierai in sinagoga - aveva detto - ringrazieremo insieme a te il Santo dei Santi.
    Ma purtroppo non c'era stato niente da fare. Perché i rabbi più anziani e diffidenti avevano rimproverato il giovane ingenuo che aveva dato credito a Bacuc. E perché nelle sinagoghe, a un vecchio imbroglione come mio nonno era vietato l'ingresso.
    Così ancora una volta ci eravamo dovuti accontentare dei ringraziamenti e delle offerte dei contadini e dei braccianti. Il che non era poco, visto che lasciammo Cafarnao carichi di panetti di burro, vasetti di miele e orci di buon vino rosso.
    - Prima di far ritorno a Nazaret ci spingeremo sino a Betsaida - aveva detto più tardi Bacuc, sulla strada che costeggiava il Genesaret
    Aveva girato il capo verso il sole che tramontava dietro le colline a est del monte Ermon. - Mi sa che questa volta dovrò guarire un cieco - aveva aggiunto  un po' soprappensiero.