|
1
VIA DA QUEST'UOMO,
SPIRITI IMMONDI!
QUANDO MIO NONNO Bacuc sollevò le braccia al cielo, con la
fronte rugosa attraversata dal sudore e la voce roca che si alzava e si
abbassava in un borbottio sconnesso, la gente di Betsaida cominciò ad
affollarsi sulla spianata del Tempio e a farsi più vicina.
Di fronte a lui Marak il cieco, steso sulla sua
stuoia di giunco, si contorceva come se tutti gli spiriti immondi
dell'universo gli stessero divorando l'anima. Riuscì a voltarsi di
fianco e fece l'atto di sollevarsi. Ma subito ricadde su se stesso come
un sacco vuoto.
Mio nonno allora prese a recitare i Salmi Antichi e i Numeri Nascosti,
quelli che più fanno paura agli spiriti immondi. Si inginocchiò nella
polvere e impose le mani sulle spalle di Marak. E Marak, cercando di
divicolarsi dal suo abbraccio, prese a tremare dalla testa ai piedi e
lasciò andare dalla bocca una schiuma gialla e verde che gli macchiò
la veste di lino.
- VIA, VIA DA QUEST'UOMO, SPIRITI IMMONDI! - gridò a
gran voce mio nonno.
La gente si ritrasse spaventata. E anch'io feci due o
tre passi indietro e chinai la fronte sulla nuda terra.
Ma mentre mi spargevo il capo di polvere, dicendo a
voce alta tutti gli scongiuri e le lamentazioni che mi venivano in
mente, continuavo a domandarmi come accidenti avesse fatto Marak a
sputare di bocca quella strana schiuma. Anche se di certo doveva avere
qualcosa a che fare con i frutti di pistacchio e con i fiori di senape
che avevo raccolto la sera prima sulle sponde del lago di Genesaret.
La sera prima, seduti intorno al fuoco che avevamo acceso sotto un
sicomoro a poca distanza dalle rive del Genesaret, mio nonno Bacuc e il
suo nuovo servo Marak avevano messo a punto il piano della guarigione
miracolosa.
Marak, già da qualche settimana, si era liberato
della lercia tunica che aveva indossato a Bersabea e ad Ascalon, quando
mio nonno l'aveva guarito dalla labbra. Per sicurezza aveva messo da
parte anche il pesante mantello di lana grezza di cui aveva fatto
sfoggio qualche giorno primo a Cafarnao, quando mio nonno l'aveva
guarito dalla paralisi.
Sotto le fronde del sicomoro, Bacuc aveva insisto
affinché si tagliasse i capelli e si scurisse le sopracciglia con il
succo di carruba.
- Betsaida è troppo vicina a Cafarnao - aveva detto.
- E qualcuno potrebbe riconoscerti.
Marak così si era tinto le sopracciglia schiarite
dal sole del deserto e subito dopo si era tagliato i capelli. Ma siccome
le uniche cesoie che possedeva erano arrugginite e senza più filo di
lama, aveva dovuto finire l'opera con il coltello che mio nonno usava
per tagliare il duro pane di segala. Con il risultato che la sua testa
spelacchiata ora sembrava quella di un vecchio cane tignoso.
Più tardi Bacuc mi aveva mandato a raccogliere i
fiori di senape e i frutti di pistacchio sulle rive del Genesaret.
- Joachim, luce dei miei occhi - mi aveva detto. -
Prendine un bel po'. Perché domani gli spiriti immondi usciranno da
Marak attraverso la sua bocca.
Marak, prima di essere assunto da mio nonno come miracolato di
professione, viveva nel caravenserraglio ai margini del Negheb, dove i
mercanti greci e persiani si fermavano a riempire gli otri prima di
affrontare la traversata del deserto. Accudiva alle bestie, tirava su
l'acqua del pozzo, riempiva gli otri dei viaggiatori e quando scendeva
la notte accendeva le lampade a olio e scrutava a lungo il cielo, per
capire da che parte avrebbe tirato il vento l'indomani mattina.
I cammellieri di solito lo ricompensavano con qualche
pugno di datteri, con un cesto di more di gelso o con un vasetto di
miele, lui che poi metteva da parte per barattarlo coi nuovi viaggiatori
che sarebbero giunti al caravanserraglio.
- Se verrai con me - gli aveva detto Bacuc, - avrai
una buona colazione ogni mattina. - E il Sabato zuppa di grano e
farinata di ceci
Marak lo aveva guardato con sospetto.
- Cosa dovrei fare? - aveva chiesto, grattandosi la
grossa testa martoriata dai pidocchi.
- Farai il lebbroso- aveva risposto mio nonno. - Il
cieco, il paralitico, lo storpio e l'indemoniato. Io ti guarirò dai
tuoi mali e la gente d'Israele loderà il Santo dei Santi e ci
ricompenserà con denari e cibo e preghiere in nostro nome...
Marak ci aveva pensato su e aveva sollevato qualche
obiezione. Ma poi si era arreso alla volontà di mio nonno. Perché
quando il vecchio Bacuc vuole qualcosa non c'è niente sotto il cielo e
sopra la terra che possa impedirgli di ottenerla.
Mio nonno Bacuc ha imbrogliato più gente in Israele di
quanta se ne affolli ogni giorno nel mercato di Gerusalemme. Ha guarito
storpi. Ha cacciato spiriti immondi dall'anima e dal corpo degli
indemoniati. Ha ridato la luce ai ciechi e le gambe ai paralitici. Ha
sanato lebbrosi ebrei, predetto il futuro ai centurioni romani e
convinto i mercanti greci a pagargli in denari sonanti i suoi auspici e
le sue benedizioni.
Mio nonno dice che se è possibile darla a bere ai
ricchi mercanti greci e ai soldati romani, nessuno è meglio disposto ai
miracoli della gente di Israele.
- I mercanti greci sanno scorgere solo le cose
visibili del mondo - mi aveva spiegato. - E i kittim nemmeno
quelle, intenti come sono a riscuotere l'argento del tributo. Ma noi
ebrei abbiamo gli occhi rivolti verso il cielo. E se guardiamo per terra
è solo per scorgervi i segni del prodigio.
Bacuc era convinto di dare alla gente di Israele
quello che la gente d'Israele voleva. E se la gente voleva i miracoli,
lui glieli serviva su un piatto d'oro incastonato di gemme preziose.
Persino un giovane rabbi era caduto nei suoi tranelli. Aveva visto Marak
il paralitico che riacquistava l'uso delle gambe, sulla piazza del
mercato a Cafarnao, e aveva ringraziato il cielo per aver inviato in
Israele uno tzaddik buono e potente come Bacuc.
Bacuc, facendo l'occhiolino a Marak, si era schermito e
aveva abbassato il capo. - Se sabato ci accoglierai in sinagoga - aveva
detto - ringrazieremo insieme a te il Santo dei Santi.
Ma purtroppo non c'era stato niente da fare. Perché
i rabbi più anziani e diffidenti avevano rimproverato il giovane
ingenuo che aveva dato credito a Bacuc. E perché nelle sinagoghe, a un
vecchio imbroglione come mio nonno era vietato l'ingresso.
Così ancora una volta ci eravamo dovuti accontentare
dei ringraziamenti e delle offerte dei contadini e dei braccianti. Il
che non era poco, visto che lasciammo Cafarnao carichi di panetti di
burro, vasetti di miele e orci di buon vino rosso.
- Prima di far ritorno a Nazaret ci spingeremo sino a
Betsaida - aveva detto più tardi Bacuc, sulla strada che costeggiava il
Genesaret
Aveva girato il capo verso il sole che tramontava
dietro le colline a est del monte Ermon. - Mi sa che questa volta dovrò
guarire un cieco - aveva aggiunto un po' soprappensiero.
|