home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

 

Sissel e gli altri

(Edizioni Condaghes)

Lo sterminio degli ebrei e degli zingari

 

Testo dei bambini della scuola Iqbal Masih

Un ringraziamento speciale va a Paolo Finzi, editore del dvd “A forza di essere vento” - Editrice A., per la concessione della testimonianza di Hugo Höllenreimer, e insieme a Giovanna Boursier, regista dell’intervista, e ai curatori della traduzione Maria Mesch e Tibor Lepel.

I diritti d'autore di questo volume, andranno nella misura del cento per cento alla Scuola Elementare Iqbal Masih di Quartu Sant'Elena e verranno utilizzati per la promozione di iniziative e pubblicazioni aventi come temi la pace, la libertà e la solidarietà tra i popoli.

Tutti gli insegnanti che hanno coordinato questa iniziativa hanno prestato il loro impegno, anche in ambito extrascolastico, in forma del tutto gratuita.

con il patrocinio dell'Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Quartu Sant'Elena

 


 

Anticipazione


 

Gli autori

 

Alessandro Angioni

Yvette Balata

Nicola Bartolini

Ludovica Cabras

Alessia Campus

Matteo Campus

Simone Corso

Eleonora Gengo

Monica Ledda

Adele Massa

Nicola Meloni

Nicola Mirabella

Francesca Multineddu

Lorenzo Pittiu

Agnese Pitzalis

Alessia Secci

Angelo Testa

Elisa Tocco

Claudia Tronci

Benedetta Vinci

Alessandro Zedda

Gianmarco Bernardini

Federico Boi

Davide Deina

Ilaria Deina

Mauro Demontis

Giulia Deplano

Andrea Malus

Edoardo Maniga

Lorenzo Mereu

Federico Nieddu

Francesca Orani

Carlo Palmas

Valentina Pietroluongo

Valentina Pintus

Silvia Pireddu

Chiara Pisano

Maria Francesca Pisano

Christian Pruner

Gianmarco Ragoni

Luca Ruggeri

Virginia Sole

Silvia Solinas

 

Classi V^ C & D Istituto Iqbal Masih a.s. 2006 - 2007

 


Indice

 

Introduzione

Insegnare la Shoah e il Porrajmos con la metodologia dell’apprendimento cooperativo

Composizione e incarichi dei gruppi cooperativi

La Shoah e il Porrajmos

 Cronologia della Shoah e del Porrajmos

Storia di Eva Heyman

Testimonianza di Liliana Segre

 Le leggi razziali in Italia

Storia di Sissel Vogelmann

Il Ghetto di Terezin: il lager dei bambini

Storia di Sergio De Simone

I 600 fanciulli

La scuola dei barbari

Emanuele Pacifici: il nostro nonno amico

Lo sterminio degli Zingari: Il Porrajmos

L’eroica resistenza degli Zingari ad Auschwitz

Presso il Bugus la casa è grande

Testimonianza di Hugo Höllenreimer

Scheda sui lager

Lessico dei lager

Poesie

Cinque ragazzi molto speciali: il Gruppo della Rosa Bianca

Riflessioni finali

Bibliografia romanzi per ragazzi sulla Shoa

Filmografia per ragazzi e per adulti.

Sitografia


Introduzione

 

Genocidio è un termine che significa “annientamento di un intero popolo”.

Un termine carico di una tale carica negativa, ed evocante tali abissi di orrore e sopraffazione, che la prima domanda che un qualsiasi insegnante si pone davanti ad esso non può che essere la seguente: si può “parlare” agli alunni di una scuola elementare di genocidio e genocidi? O, in altre parole, si può affrontare insieme a loro un tema così difficile e lacerante, facendo in modo che essi, collettivamente e individualmente, non ne restino sopraffatti?

E infine…: è giusto affrontarlo?

Le risposte a queste domande, per quando su di esse abbiano pesato e pesino ancora dei comprensibili dubbi, sono entrambe positive. Perché non omettere eventi di tale portata dall’insegnamento della Storia, è innanzitutto un obbligo stabilito dalle norme vigenti in materia di curricolo. Perché ai fini della costruzione di una coscienza critica capace di guardare al futuro avendo ben presenti le distorsioni del passato, è necessario coltivare il principio della conservazione della Memoria. E infine perché utilizzando le giuste metodologie, e facendosi carico per intero dei problemi che tale insegnamento comporta, è certamente possibile costruire un percorso di conoscenza anche rispetto a un così difficile tema.

Il secolo appena trascorso, non a caso definito dagli storici “il secolo feroce e breve”, è stato purtroppo ricco di genocidi. Da quelli più sottaciuti dalla storiografia ufficiale, come lo sterminio del piccolo popolo namibiano degli Herero ad inizio del ‘900, ad opera delle truppe imperiali tedesche. A quello ancora poco conosciuto degli Armeni nella Turchia governata dalla giunta dei “Giovani Turchi”, ovvero il Medz Yeghern (in lingua armena il “Grande Male”), che vide il massacro di un milione e mezzo di innocenti. A quello, certamente il più terribile perché scientificamente pianificato, perpetrato dai regime hitleriano nei confronti degli ebrei e degli zingari.

Una tragedia, quest’ultima, che ha due nomi. Per gli ebrei è la Shoah (che significa “sterminio” e non “olocausto”, come troppo spesso ed erroneamente si dice); per gli zingari è il Porrajmos (termine in lingua romanes che si può tradurre come “annientamento”, “divoramento”).

E’ della Shoah e del Porrajmos, che nel corso di questo anno scolastico ci siamo occupati. Con la consapevolezza che nel vasto panorama delle tragedie che hanno segnato il Novecento, questa costituisce un unicum con il quale si possono certo fare paragoni, ma al quale niente altro si può anche solo accostare in termini di premeditata ferocia e di profondità del male.

La Shoah e il Porrajmos dunque, spiegate ai bambini, Correndo spesso sul filo dell’emotività e dell’indignazione, ma anche sorretti dalla determinazione ad andare avanti, per conoscere e soprattutto per capire.

Lungo questo percorso i bambini hanno preso in esame numerose fonti: testi di storia, immagini, testimonianze in audio e video. Hanno avuto così modo di venire prima di tutto a conoscenza delle motivazioni razziali che hanno portato allo sterminio, e successivamente quali sono state le sue tappe, le sue forme, i suoi esiti. Su questo materiale e su queste conoscenze hanno poi lavorato, con l’aiuto degli insegnanti per quanto riguarda la stesura dei testi introduttivi ai documenti storici pubblicati, alla composizione di “Sissel e gli Altri”: un libro che vuole certo essere una testimonianza del percorso svolto, ma insieme anche uno strumento di divulgazione che possa tornare utile ad altri ragazzi che decideranno di affrontare questi argomenti.

Il titolo scelto per questo volume, infine, riporta il nome di un’altra bambina che è diventata il simbolo della Shoah italiana. Sissel, che in lingua yiddish significa “dolce”,  aveva pressappoco l’età dei nostri alunni. Figlia di Schulim Vogelmann e di Anna Disegni, partì insieme a loro da Milano il 30 gennaio del 1944, su un vagone ferroviario piombato, destinazione Auschwitz. Venne uccisa nelle camere a gas, insieme a sua madre, poche ore dopo il suo arrivo nel lager, poi scomparve per sempre in un forno crematorio.

Questo libro è dedicato alla sua memoria, al suo sorriso di bambina spezzato: e a quelli del milione e mezzo di bambini ebrei e dei centocinquantamila bambini rom traditi dal lato più oscuro del mondo adulto in quella immane tragedia che è stata la Shoah e che è stato il Porrajmos.

Alberto Melis, Gabriella Solla, Teresa Paribello e Ketty Giua


 

Sissel Vogelmann

Storia di Sissel

                                  

30 gennaio 1944: C’è un cattivo odore in questo vagone… Non è vero Ariel? Cosa hai detto?... Ah, no, ho capito; non preoccuparti però. Sono sicura che quando scenderemo da questo treno, ci ritroveremo a giocare in un bellissimo prato verde, con tanti alberi altissimi che arrivano a sfiorare il cielo.

Ehi, Ariel!! Guarda quel pettirosso, che si è poggiato sulla finestrella, tra le sbarre: sai è un mio amico, va sempre dove vado io....

Ariel, ti tengo stretta la mano, vuoi? Tra un po’ dovremmo dormire, è gia tardi.

 

31 gennaio 1944: Ariel, io sento freddo, e tu? Qui dentro, c’è poco spazio, si soffoca, ma l’importante è che tu continui a farmi compagnia, che tu sia insieme a me. Sai Ariel, vorrei sapere dove stiamo andando con questo treno. Qui tutti piangono, sono disperati, anche mamma e papà hanno gli occhi lucidi, ma loro non piangono.

Senti Ariel, che ne dici se ti racconto una storia? Inizia così… C’era una volta…

 

1 febbraio 1944: Ariel, svegliati! Devo raccontarti il sogno che ho fatto. Era terribile… Eravamo in prigione. A San Vittore. Sono arrivati i fascisti e ci hanno obbligato a salire sui camion. Siamo arrivati alla stazione. C’erano cani lupo che ringhiavano, soldati tedeschi che urlavano. Ci hanno caricato a calci e a pugni sul treno. Ariel. Ma questo non è un sogno! E la verità… 

 

2 febbraio 1944: Ariel, anche tu hai le labbra e la lingua secche? Non beviamo e non mangiamo da 4 giorni. Quanto mi piacerebbe, poter bere anche solo 2 gocce d’acqua, anche te, non è vero?

Ti ricordi quanto eravamo felici nella nostra casa, nella nostra cameretta? Quando ancora potevamo giocare a nascondino, oppure a rincorrerci, a tirarci la palla e a nasconderci sotto il letto? Come vorrei avere adesso, un posto dove nascondermi da tutto questo… Ma esisterà un posto da qualche parte nel mondo, dove potersi nascondere? Ho paura di no…

 

3 febbraio 1944: Mamma, guarda Ariel sta male! Soffre moltissimo. E’ pallido. Non parla più. Le mani gli tremano. E anche le labbra. Se questo viaggio continuerà ancora per molto tempo, non so se resisterà. E io non voglio che muoia…

 

4 febbraio 1944: Sai Ariel, anch’io mi sento male. La testa mi esplode, le mie gambe non riescono più a tenermi in piedi. C’è freddo eppure sudo. Ho la gola che brucia, e le labbra screpolate. Vieni Ariel, abbracciami. Tienimi stretta stretta a te. Ecco, poggio la testa sulla tua spalla, chiudo gli occhi. Non sento più i lamenti delle altre persone vicino a me. Solo i miei genitori non si lamentano. Ma forse lo fanno per darmi coraggio…

 

5 febbraio 1944: Ariel, sei ancora qui? C’è buio ora. Un buio profondo. Fa freddo. Forse fuori nevica ancora. Non so più se sono sveglia o se dormo. Sento il battito del mio cuore. Anche quello di mamma e papà. Ma non sento quello degli altri. Che siano già tutti morti? No, non sono morti, ecco, ora sento i loro respiri. Sono deboli e lontani. E’ tutto così lontano ormai…

 

6 febbraio 1944: Il treno si ferma, Ariel.... Lo sportellone si apre. Di nuovo cani che ringhiano. Feroci. E soldati. Tanti. Urlano contro il cielo. Ci fanno scendere. Io barcollo. Ci ammassano tutti insieme. Poi qualcuno tocca la spalla di mio padre. Lo vedo allontanarsi: va via, in un altro gruppo di persone. Un altro soldato tocca me e mia madre e ci dice di andare dalla parte opposta. Ecco, camminiamo. Entriamo dentro questa città coperta da un fumo nero. E’ strano sai, ma qui la neve cade dal cielo grigia. Come la cenere. Ci portano verso un grande edificio bianco. Sai, Ariel, sono felice che tu ora non sia qui con me. Che tu sia rimasto dentro il vagone, nascosto sotto un filo di paglia. Io sola so che tu esisti. Gli altri non possono vederti. Ricordi cosa ha sempre detto mamma? Che tu sei il mio amico immaginario. Forse è vero. Ma almeno così, tu ti salverai…

 

(a cura del gruppo: Nella pancia della Balena)

 

La vera storia di Sissel Vogelmann

 

Sissel Vogelmann nacque nel 1935 da Schulim Vogelmann e Anna Disegni, figlia del rabbino capo di Torino. Suo padre, Schulim, nacque nel 1903 in Galizia e il suo nome in ebraico significa “shalom”, cioè “pace”.

Schulim per un certo periodo fece il caporale nell’esercito britannico. Un suo fratello andò a Firenze per insegnare il Talmud al Collegio Rabbinico, e Schulim andò con lui. Il problema di Schulim era quello di rispettare il Sabato, il giorno sacro per tutti gli ebrei, nel quale non si deve lavorare, ma la cosa, a quei tempi, non era affatto facile.

Il  libraio antiquario e editore Leo Samuel Olschki, proprietario della tipografia Giuntina a Firenze, comprese il problema di Schulim e lo assunse come compositore a mano e poi lo nominò direttore della tipografia. Trovato finalmente lavoro, Schulim si sposò con Anna Disegni ed ebbe una bambina che chiamarono Sissel, che in lingua yiddish, significa “dolce”.

Sissel è diventata il simbolo della Shoah italiana. Infatti, il 30 gennaio 1944, lei e altre 604 persone, uscirono dal carcere di San Vittore, dove erano state rinchiuse, vennero caricate su carri coperti di teli e furono portate verso gli edifici della stazione centrale. Qui vennero fatte salire a pugni e a calci sui vagoni di un treno merci e partirono dal Binario 21, senza sapere dove stavano andando.

Tra loro c’erano oltre 40 bambini. Sissel aveva solo 8 anni, la persona più anziana 88. Il viaggio durò sette interminabili giorni e sette lunghe notti tra sofferenze, angoscia, lacrime, fame, sete e percosse.

Arrivarono il 6 Febbraio ad Auschwitz- Birkenau. Qui subito vennero selezionate 500 persone per la morte. Furono uccise nelle camere a gas e poi bruciate nei forni crematori: Sissel e sua madre erano tra loro.

Solo 20 persone, tra le 604 che partirono, riuscirono a tornare a casa alla fine della guerra. Tra queste c’era il papà di Sissel, Schulim, a cui era stato tatuato sul braccio il numero 173484, e anche Liliana Segre, che allora era solo una ragazzina, e che è diventata una preziosa testimone di tutto ciò che successe in quei terribili giorni.

Nello stesso giorno in cui Sissel e Anna morivano, dal Binario 21 della stazione di Milano partiva un altro convoglio per Auschwitz- Birkenau, con quasi 250 deportati: ne partiranno, purtroppo, tanti altri, fino al Maggio del 1944.

Il Binario 21 è ancora lì!

 

(a cura del gruppo Aironi nella Storia)


Testimonianza di Salmen Lewental

 

Birkenau, sulla rampa che portava alla camera a gas

Questo brano è tratto da un taccuino che venne ritrovato dopo la fine della guerra ad Auschwitz, nei pressi dei resti del Crematorio III. Il suo autore, prima di seppellirlo, l’aveva avvolto in tela cerata e poi inserito in un vaso per conserve della capacità di circa mezzo litro. Salmen Lewental, nato il 5 gennaio 1918 a Ciechanòv, venne deportato nel novembre del 1942. Fece parte del movimento di resistenza clandestino che nell’ottobre del 1944 fece saltare in aria il Crematorio IV, nella rivolta poi finita con la morte di circa 500 internati del Sonderkommando.

Scrisse la sua testimonianza in lingua yiddish.

  

I 600 fanciulli

 In pieno giorno vennero portati 600 fanciulli ebrei di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Erano vestiti con abiti zebrati lunghi e molto leggeri; ai piedi avevano delle scarpe scucite, qualcuno degli zoccoli. I ragazzi avevano un così bell’aspetto ed erano di costituzione così robusta che nemmeno gli stracci li sfiguravano. Ciò accadeva nella seconda metà di ottobre. Erano scortati da 25 uomini delle SS armati fino ai denti. Quando giunsero sul posto, ricevettero  l’ordine dal comandante di [spogliarsi]. I ragazzi si accorsero del fumo che usciva dalla ciminiera e compresero immediatamente che sarebbero stati mandati a morte. Inorriditi, cominciarono a correre nello spiazzo e a strapparsi i capelli dalla testa, [non sap]endo come salvarsi. Molti di loro scoppiarono in un pianto terribile, [risuonarono] inconsolabili grida di dolore. Il Kommandoführer, con il suo aiutante, picchiò selvaggiamente questi fanciulli inermi per costringerli a spogliarsi, finché il suo manganello a furia di colpi si ruppe. Allora ne prese un altro e continuò a picchiare sulle teste, fino a sedare l’agitazione. I ragazzi si spogliarono mostrando un’istintiva paura della morte, si strinsero nudi e scalzi l’uno all’altro per proteggersi dalle botte e non si mossero dal posto. Un fanciullo coraggioso si avvicinò al Kommandoführer – che [stava] accanto a lui e lo pregò di risparmiargli la vita, promettendogli che avrebbe fatto anche il lavoro più pesante. In risposta questi lo colpì sulla testa con il suo grosso manganello. Molti fanciulli corsero con impeto verso [gli] ebrei del Sonderkommando, si gettarono loro al collo e li supplicarono di salvarli. Altri si sparpagliarono nudi sulla grande piazza per [sfuggire alla morte]. Il Kommandoführer chiamò in aiuto un Unterscharführer con un manganello. Le voci giovani e pure dei fanciulli si alzavano di minuto in minuto [finché si trasformarono] in un pianto atroce. Queste tremende grida di dolore risuonarono in lontananza. Eravamo assolutamente pietrificati, come paralizzati da questo miserevole lamento. Gli uomini delle SS stavano li con un ghigno di contentezza e senza provare alcuna compassione, con l’aria suprema dei vincitori, e li spingevano percuotendoli con furia, nel bunker. Sui gradini stava un Unterscharführer con il manganello di gomma e se uno andava troppo lentamente verso la morte, riceveva un colpo mortale. Ciononostante, alcuni dei fanciulli correvano alla rinfusa qua e là sulla piazza nel tentativo di salvarsi. Gli uomini delle SS li inseguirono, li tempestarono di colpi, fino a che, dominata la situazione, li spinsero [nel bunker]. La loro gioia era indescrivibile. Non [avevano] mai avuto dei figli?

 

(a cura del gruppo Delfini nell’Onda)

 


L’eroica resistenza degli zingari ad Auschwitz

 

Scheda segnaletica di una piccola romnì

Il 16 dicembre  del 1942, Himmler, uno dei vice di Hitler, emana un decreto secondo il quale tutti gli zingari del Reich e dei territori occupati, dovevano essere deportati ad  Aschuwitz – Birkenau. Il 26 febbraio del 1943 quando arriva il primo trasporto di zingari a  Birkenau, nel lager viene attivato un settore, il B2E, definito Zigeunerlager, cioè campo degli zingari. E’ composto da una fila di baracche, tra cui una adibita a latrina e un’altra fornita di lavatoi e due cucine, più uno spazio per l’appello.

Il  22 marzo del 1943 avviene la prima uccisione di massa: 1.500 zingari vengono sterminati. Nello stesso periodo giunge ad Auschwitz Josef Mengele, ufficiale medico delle SS che ricoprirà il ruolo di capo medico nel campo degli zingari.

Cominceranno quindi i terribili esperimenti pseudoscientifici, ma sino alla primavera del ‘44 gli zingari vivono in relativa tranquillità. Gli zingari di Auschwitz infatti non venivano sottoposti, come tutti gli altri internati, alle selezioni: vivevano tutti insieme, uomini, donne e bambini.

Nella primavera del ‘44 cominciarono i primi trasferimenti di persone valide per il lavoro, mentre già si pensava alla liquidazione dello Zigeunerlager, decisione irrevocabile assunta nel mese di maggio. Ma, come ha ricordato Marcello Pezzetti del Centro di Documentazione Ebraica di Milano, nell’intervista registrata per il dvd A forza di essere vento, a questo punto succede una cosa assolutamente fuori dall’ordinario: “Uno dei comandanti del campo avverte gli zingari di quello che sta succedendo. E quando il 16 maggio le SS si presentano per liquidare il campo, scoppia una resistenza tanto imprevedibile quanto incredibile. Qualcosa di straordinario. Gli zingari, praticamente a mani nude, con dei piccoli coltelli e con piccole armi improprie, contrastano la volontà delle S. S. di portarli allo sterminio. Le madri si lanciano contro di loro  per salvare i bambini. E’ qualcosa di immenso, qualcosa di cui si dovrebbe sempre parlare in modo iperbolico, quando si parla di resistenza: perché solo altri pochi altri atti eroici di resistenza sono paragonabili a questo”.

Purtroppo però i nazisti rinunciano alla loro decisione. La liquidazione del campo viene spostata in un’altra data, il 2 agosto. Prima di questa data i responsabili del lager dividono la popolazione zingara, spostando in altri campi di lavoro le persone fisicamente più valide: in questo modo nello Zigeunerlager restano meno persone e meno capaci di difendersi.

E’ a questo punto che i nazisti entrano nel campo degli zingari e costringono tutti quelli che vi sono rimasti ad entrare nei “bunker”, cioè nelle camere a gas. 

Pezzetti racconta ancora: “Abbiamo molte testimonianze, anche di ebrei italiani, che hanno assistito sia allo scoppio della rivolta sia alla liquidazione del 2 agosto. Tutti ricordano questi fatti come i più tristi e tragici. (…) Perché la presenza dei bambini zingari dava vita all’intero campo e dopo il due agosto non c’era davvero più vita”. Solo un silenzio irreale: e nessuna voce di bambino o di bambina a spezzarlo.

Non tutti gli zingari però vengono uccisi. Alcuni erano rimasti nel lager di Birkenau, soprattutto quelle coppie di gemelli zingari che dovevano essere sottoposti alle sperimentazioni del dott. Mengele. Questi bambini e ragazzi, e bambine e ragazze, erano vissuti sino ad allora in quello che veniva definito il Kinder Block. Erano molto numerosi e dopo l’agosto del 1944 vennero trasferiti nella baracca numero 15, quindi vicinissimo al centro di ricerca medica dove Mengele li sottoporrà ad atroci esperimenti.

Mengele, oltre a seviziare e a far seviziare i deportati dai suoi collaboratori, filma queste persone con una cinepresa, le fotografa, le mostra ai gerarchi delle SS che gli fanno visita.

      Molti bambini, i gemelli e le gemelle zingare, invece di essere fotografati vengono “dipinti” ad opera di una grande  pittrice di Praga. Secondo Mengele infatti i disegni dell’anatomia umana erano molto più fedeli delle fotografie. Una delle ossessioni del medico tedesco, pare fosse quella di far morire i gemelli di una stessa coppia nel medesimo istante. Alla fine di una sperimentazione, a volte provvedeva egli stesso a iniettare nel cuore dei piccoli e delle piccole una dose mortale di fenolo.

    Qualcuno dei gemelli zingari internati ad Auschwitz però si salvò e poté testimoniare le atrocità subite da chi invece non riuscì a sopravvivere: un grido di dolore che ancora oggi abbiamo il dovere di ascoltare e far conoscere.

(a cura del gruppo Lupi, compagni di Branco)