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Storie sconclusionate
in collaborazione con Gianfranco Liori




 



Anticipazione  (mini racconti di Alberto Melis)

Il mio nuovo compagno di banco

Il mio nuovo compagno di banco si chiama Pitzinnu, e le maestre l’hanno preso un po’ di mira.

- Pitzinnu, non devi venire a scuola con quelle unghiacce lunghe  e nere!

- Pitzinnu, dì a tuo padre che ti porti dal parrucchiere, hai una zazzera che fa spavento!

- Pitzinnu, smettila di mordicchiare la penna, le penne servono per scrivere, mica per mangiarle!

Il mio compagno Pitzinnu soffre molto per i rimproveri di maestra Lucia, di maestra Maria e di maestra Pippìa. Affossa il capo tra le spalle e le guarda in silenzio con gli occhioni neri e umidi.

Meno male che poi è arrivata maestra Teresa, la nuova maestra di lingua straniera, che è molto buona e comprensiva. A lei non interessano le apparenze, a lei interessa la sostanza, così che non ha rimproverato Pitzinnu una sola volta, per le sue unghie lunghe, per la sua zazzera che fa spavento e per quel suo vizio di mordicchiare la penna.

L’altro giorno anzi l’ha fatto sedere sulle sue ginocchia e ha giocato con lui a Cappuccetto Rosso.

- Che orecchie grandi hai, Pitzinnu!

- E’ per sentirti meglio…

- Che occhi grandi hai, Pitzinnu!

- E’ per guardarti meglio!

- Che bocca grande che hai, Pitzinnu!

Gnam!

Pitzinnu si è mangiata maestra Teresa in un solo boccone! Vestiti, scarpe, occhialini e registro compreso. Poi il giorno dopo suo padre, il dottor Lupo de Lupis, si è scusato con le altre maestre.

- Non aveva fatto colazione come si deve, ieri - ha spiegato.

Maestra Maria, maestra Lucia e maestra Pippìa, non hanno detto una parola. E hanno anche smesso di rimproverare Pitzinnu per le sue unghie, per la sua zazzera e per il vizio di mordicchiare le penne.

In quanto alla nuova maestra di lingua straniera anche lei ha una simpatia per Pitzinnu. Ma non ha mai provato a giocare con lui a Cappuccetto Rosso. Soprattutto quando è senza museruola.


Tutta colpa di una erre

Oggi maestra Pippìa ha perso la lettera r. Abbiamo visto tutti com’è andata. Ci stava raccontando di quella vecchia leggenda di Roma e di Romolo e Remo, quando la r le è scivolata dalla punta della lingua, ha rimbalzato sul registro aperto, è finita sul pavimento e nessuno l’ha più ritrovata.

Era una r molto piccola, a dire la verità. E anche un po’ moscia.

- Cecatela dappettuto! Pe favoe! – ha gridato la maestra. – Come faò a accontavi la stoia di oma e di omolo e emo?

La maestra si è tanto agitata che a furia di agitarsi le è scivolata dalla bocca anche la lettera o.

- Cecatela! Cecatela dappettut! Pe fave!. Cme fa a accntavi la stia di ma e di ml e em?

Ma non c’è stato niente da fare. Sul pavimento abbiamo trovato solo la o. E anche una vecchia w, che era lì da chissà quanto tempo.

In mancanza di meglio la maestra ha rimesso al suo posto la lettera o, ha preso anche la lettera w e ha continuato la lezione.

Solo non capisco perché, il giorno dopo, maestra Pippìa ha fatto un mucchio di brutte smorfie, quando mi ha corretto il compito di storia.

Eppure ero stato attento, avevo persino preso degli appunti, su quella bellissima leggenda:

Womolo e Wemo litigawono pew i confini di Woma. Womolo sconfisse Wemo e Woma pewciò si chiamò Woma. Se no di sicuwo potete scommettewci che Woma non si sawebbe chiamata Woma ma Wema”.

- Vai al posto, owa… - disse sconsolata maestra Pippìa.

 


Lo strano caso della cacca blu

Era una mattina di scuola come tutte le altre. Il sole fuori splendeva, la maestra di matematica matematicheggiava, il bidello Antonio bidellonava di qua e di là e tutto andava nel migliore dei modi. Sino a quando il bidello Antonio, che probabilmente si era stancato di bidellonare, entrò in aula come una furia.

- Maestra Pippìa – disse – è successa una cosa terribile!

- Si calmi e respiri a fondo, Antonio – disse maestra Pippìa. – Cosa è successo?

- Nel bagno dei ragazzi, ho trovato…enorme, una cosa da non credere…

- Cosa da non credere?

- Ehm…, insomma, come dire… ho trovato mezzo chilo di cacca blu!

- MEZZO CHILO DI CACCA BLU? – gridarono entusiasti tutti i miei compagni.

Della cosa vennero subito informati la Direzione, il Provveditorato agli Studi, l’Università, i Carabinieri e la Stampa. Vennero così, tutti in fila indiana, Direttori, Provveditori, Professoroni, Carabinieri e Giornalisti. Venne anche la Televisione.

Che riprese con la telecamera la cacca blu e intervistò tutti i presenti.

- Posso assicurare che prima non c’era – giurò il bidello Antonio.

- Un vero mistero! – disse il Direttore.

- Prenderò provvedimenti! – esclamò il Provveditore.

- Apriremo un’indagine! – assicurarono i Carabinieri.

- C’è di sicuro una spiegazione scientifica! – dissero i Professoroni.

Mentre tutti discutevano io chiesi al mio nuovo compagno di banco: - Che ne pensi, Puffo?

Lui si aggiustò il suo capello da puffo in testa e mi sorrise con il suo bel sorriso blu.

- Domani quasi quasi la faccio rosa… - disse.


Povera Cecilia!

- Ed ora bambini, la maestra vi leggerà un bel libro!

Mi viene un coccolone grande quanto un grande cocomero, quando maestra Pippìa dice così. Perché io poi lo so come va a finire. Pinocchi o Cenerentole, Piccoli Principi o Ultimefate, Streghe Malefiche o Grandi Avventure. Tutto fa brodo, per maestra Pippìa. Basta che dopo facciamo il riassunto, l’esposizione orale e i disegni, l’individuazione dei personaggi e lo schema della trama, la morale della favola, la trasposizione in rima, le nostre considerazioni personali e chi più ne ha più ne metta.

Per ogni pagina che lei legge, Pinocchi, Cenerentole, Piccoli Principi, Ultimefate, Streghe Malefiche e Grandi Avventure, e chi più ne ha più ne metta, noi ne dobbiamo fare cento.

Meno male che qualcosa oggi l’ha distratta.

- Maestra, Cecilia non è tornata dal bagno - abbiamo detto.

- Si sentirà male, povera Cecilia - abbiamo aggiunto.

- Era pallida come la luna piena - abbiamo spiegato.

- Come la luna piena all’alba - abbiamo puntualizzato.

- Come la luna piena all’alba nel solstizio d’estate - abbiamo specificato, per andare sul sicuro.

- Oh, mio Dio, mio Dio, mio Dio, povera Cecilia! - ha detto maestra Pippìa.

Quando lei è corsa fuori le siamo andati dietro e quando è entrata in bagno, qualcuno, sicuramente per sbaglio, ha chiuso a chiave la porta. Da fuori.

- Bambini… - ha detto dopo un po’ maestra Pippìa.

- Bambini! – ha ripetuto con la sua bella voce maestra Pippìa.

- BAMBINI!!! – ha gridato infine maestra Pippìa.

Ma nessuno a quel punto l’ha sentita. Perché i miei compagni avevano raggiunto tutti Cecilia. In biblioteca. Per leggere finalmente un libro in santa pace.


Valentina ha smesso di parlare

Ieri Valentina ha smesso di parlare. E’ successo alla fine della ricreazione, quando siamo rientrati dal bagno dopo esserci lavati i denti.

- Non ti senti bene, Valentina? - le ha chiesto preoccupata maestra Pippìa. - Ti fa male la testa, hai mal d’orecchie, sei triste, non hai dormito, hai litigato con la mamma?

Valentina è rimasta lì con il suo bel visetto pallido, e non ha risposto.

Anche maestra Lucia si è precipitata in aula: - Non ti senti bene Valentina? Ti fa male la testa, hai mal d’orecchie, sei triste, non hai dormito, hai litigato con la mamma?

Ma Valentina è rimasta muta come un pesce.

- Questa bambina sta poco bene - ha detto invece la direttrice, che capisce subito quando c’è qualcosa che non va. - Forse ha mal di testa, o mal d’orecchie, o è triste, o non ha dormito, oppure…

- Oppure? - ha chiesto maestra Pippìa, trattenendo il fiato.

- Oppure ha litigato con la mamma! Chiamate la psico-super-pedagogista, subito!

La psico-super-pedagogista ha preso Valentina da parte e l’ha fatta sedere sulle sue ginocchia. Ma non c’è stato niente da fare. Valentina, con il suo visetto grigio-terreo-cenere, non ha aperto bocca.

- Secondo me - ha detto la psico-super-pedagogista, dopo aver riflettuto a lungo sul problema - qui c’è qualcosa che non quadra. Credo che la bambina abbia mal di testa, o mal d’orecchie, o è triste, o non ha dormito, oppure…

- Oppure ha litigato con la mamma! - sbuffarono tutti insieme i miei compagni.

Valentina nel mentre si girò dal suo banco e mi restituì il mio tubetto di colla attacca tutto. Insieme a un bigliettino: - Accidenti! - c’era scritto - Potevi anche dirmelo che non era dentifricio!

 


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