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La buona pietra
Una delle caratteristiche reputate tra le più
«zingaresche», la stessa che colpisce in profondità la fantasia della
gente, è rappresentata dall'usanza dei cosiddetti «denti d'oro».
In un pomeriggio di alcuni anni orsono, nel Campo di San Lussorio a
Selargius, mi capitò di assistere alla messa in opera di questi denti:
proprio così, non in una clinica specializzata, né negli studi di
qualche odontoiatra, ma proprio in una qualsiasi baracca, quella,
nell'occasione, dell'anziana Nedziba.
I due improvvisati dentisti, armati di valigetta e scarsa attrezzatura,
erano due giovani marocchini che allora giravano per tutti i Campi di
Cagliari: il mercato pare fosse abbastanza ampio.
Dopo le trattative sul prezzo, che richiesero parecchio tempo e che si
conclusero sulla cifra di trentamila lire «a dente», i due giovani si
diedero da fare sul loro armamentario, costituito da un fornellino sul
quale fondere la materia prima e su altri, pochi, strumenti medici.
Davvero non fu per niente un buon spettacolo.
I due non usarono anestetici, né si premunirono di disinfettarsi le mani.
Quanto poi al materiale usato si trattava di una lega di oro e rame, con
moltissimo rame e pochissimo oro fusi in una patina molto leggera che
rivestiva il dente.
Il tutto, procedimento approssimativo, materiali usati e nessuna igiene,
sembrava fatto apposta per provocare infezioni di varia natura e probabili
paradentosi. Cosa che poi puntualmente avvenne.
Questa è la storia dei «denti d'oro» degli Zingari, così come io l'ho
vista, ed anche se probabilmente si trattava solamente di un episodio,
ciò può lasciar intendere quanto in certi casi i rapporti con la
«medicina» siano diventati per i Nomadi contraddittori e non sottoposti
a controllo.
Ancora una volta il passato parlava un'altra lingua, una lingua smarrita
della quale sono rimaste poche ma significative tracce che raccontano di
una medicina gestita in proprio e basata sull'uso di determinate piante e
di altre sostanze animali e minerali.
«Trifoglio, verbena, erba di San Giovanni; aneto / respinge le streghe di
loro volontà / È bene per coloro che possono / digiunare il giorno di
Sant'Andrea / Santa Brigida e il suo bastardo / Santa Colomba e il suo
gatto / San Michele e la sua spada / tengano la casa libera, prospera e
fortunata».
In questa filastrocca di scongiuri contro le minacce che potevano recare
pericolo ad un'abitazione, della quale testimoniò Walter Scott per averla
udita da una Gypsye, si può comprendere di quanto potere magico venissero
accreditate alcune erbe nella tradizione zingara.
Un potere magico che indubbiamente si ritrova anche nell'uso che di
determinati vegetali, e altre sostanze di tipo animale e minerale, si fece
e tutt'ora in parte si fa nella medicina popolare zingara.
Il che certo non è una specifica prerogativa di questa etnia: in tutte le
tradizioni popolari la medicina dei cosiddetti guaritori ha sempre avuto
particolare importanza e spesso è vissuta nella simbiosi tra elementi
magico-rituali ed effettive proprietà curati ve delle sostanze
utilizzate.
Nello specifico, secondo la Cozannet «L'idea su cui si basa tutto ciò è
quella dell'origine religiosa - demoniaca, per maggior precisione - della
gran parte delle malattie che assillano l'uomo. E non solo delle malattie
infettive o interne, la cui origine può sembrare misteriosa ad una
persona incolta, che tenterà di spiegarle con un intervento sovrumano, ma
anche delle ferite, dei colpi, ecc., che possono essere attribuiti ad un
intervento diabolico che si inserisce nell'azione umana definita allora
piena di sfortuna».
In realtà appare poi molto difficile stabilire in che misura, nel
trascorrere del tempo ed anche in relazione agli usi ed alle esperienze
fatte dai diversi gruppi, siano rimasti intatti i presupposti
mitico-religiosi dei quali parla la studiosa francese, e in che misura
invece si sia data sempre più importanza ai buoni risultati ottenuti
empiricamente da determinate sostanze.
Certo lo stereotipo Zingara/guaritrice è sempre stato uno dei più
ridondanti nella cultura europea e su di esso si trovano numerose
testimonianze storiche che vale la pena di ricordare.
Gli Zingari che penetravano in Europa si fecero conoscere da subito come
maestri nell' arte di guarire. Che poi, almeno in parte, questa arte si
sia espressa a metà strada tra medicina e sortilegio, appare più come un
segno dei tempi che non come una specifica attitudine zingara.
L'Europa, dopo tutto, brulicava di superstizioni, stregoneria vera o
presunta, magia bianca e magia nera: il tutto ben rinfocolato
dall'attività degli inquisitori, sempre più che propensi ad accreditare
a forze sovrannaturali tutto quanto non altrimenti comprensibile.
Già un membro della Compagnia del Conte del Piccolo Egitto pare fosse uso
presentarsi come Pietro il medico. Reginald Scott, in un trattato di magia
del 1584, scrive che gli Zingari avevano il potere di guarire e di ferire.
Guarire, beninteso, da molti mali: tanto da emicranie che da cattiva
ventura, tanto da raffreddori che da mal d'amore.
Dice Otello a Desdemona, a proposito del fatale fazzoletto: «Mia madre
ebbe quel fazzoletto da una zingara egiziana (...). Nel suo tessuto c'è
virtù magica; una sibilla che aveva contato sulla terra duecento volte il
corso annuo del sole, lo ha ricamato durante un'estasi profetica. E i
bachi che ne avevano fatto la seta erano sacri. Ed esso fu tinto con i
colori che esperti dell'arte ricavavano da cuori mummificati di vergini».
Ma gli amuleti utilizzati dagli Egiziani erano solitamente di altra
natura, come ancora racconta il De Foletier.
In Germania e in Transilvania erano composti di pasta di lievito seccata,
con sopra incisi dei segni misteriosi. A volte invece essi usavano pietre
poco comuni, o, come nel caso dei Gitani, la calamita, che veniva da loro
chiamata «la buona pietra» (Bar Laci).
Superstizioni?
Non c'è alcun dubbio, come non c'è alcun dubbio che di riti e scongiuri
di altro tipo fosse assai ricca la civiltà contadina del tempo.
Così se agli scongiuri degli Zingari era concesso, ad esempio, di domare
gli incendi, altri, tra i quali molti religiosi, non avevano remore nell'
accreditare ai propri scongiuri altri straordinari effetti.
A Konisberg, nel 1745, un manifesto affisso sui muri della città dà
grande risalto agli scongiuri con i quali un non meglio identificato Re
degli Zingari fece assopire un incendio:
«Ti ordino, o Fuoco, per la forza di Dio onnipotente e creatore di tutte
le cose, di arrestarti in questo stesso istante e di non avanzare di un
passo.
Gesù di Nazaret, re dei Giudei, guarda questa casa e la sua cinta
dall'incendio e dalla peste. Così, o Fuoco, che tu sia chiuso e
scongiurato... ».
Niente di particolarmente diverso dagli scongiuri del domenicano J.
Sprenger: «Per allontanare i fenomeni atmosferici avversi, si gettino nel
fuoco tre chicchi di grandine, invocando la Santissima trinità, recitando
il Pater, la salutazione angelica, il principio del Vangelo di San
Giovanni, e tracciando il segno della croce avanti e indietro in ognuna
delle direzioni cardinali. Alla fine si replica per tre volte la frase
iniziale del Vangelo di Giovanni con la formula fugiat tempestas ista».
Che dire poi di certe filastrocche che ancora oggi si recitano nei
Campidani sardi, come quella di «Santa Barbara e Santu Iaccu» contro i
fulmini? Come stupirsi insomma del fatto che in passato gli Zingari si
fossero così ben inseriti in questo contesto generale?
Le donne zingare, inoltre, possedevano davvero qualche cognizione di
fitoterapia, dato che curavano sé stesse e i propri familiari con l'aiuto
di erbe medicinali, coniugandole magari a volte con altri elementi dalle
dubbie proprietà, come quella carne di «serpente cotto» con la quale in
Transilvania si tentava di porre rimedio alla scabbia.
Se il ruolo di guaritrice solitamente veniva riservato alle donne non per
questo gli uomini disdegnavano di specializzarsi in queste attività.
Nella storia è rimasta traccia di questi personaggi, che si dicevano,
pare con qualche credibilità, anche buoni chirurghi.
Prévost d'Exiles, detto l'Abate, in «Le pour et le Contre», scrive che
«Le visite che fanno ai contadini non sono senza gradimento e nemmeno
senza utilità», dato che essi «... si intendono bene di medicina e di
chirurgia... I più fini hanno un segreto che fa talvolta l'ammirazione
dei fisici e dei chimici».
I chirurghi zingari divennero poi famosi nelle Province Unite, tanto
famosi da offrire i propri servigi ai chirurghi olandesi che presero a
fare tirocinio presso di loro.
Fitoterapia ma non solo
«Anche per i cavalli sapevano fare, quando ad un cavallo
prendeva mal di pancia. Allora ci vuole qualcuno che ha le dita così che
indice e mignolo si toccano dalla parte del dorso della mano senza
sforzarli. Prendeva la paglia, che era sotto il cavallo, con quelle dita
così e la buttava sopra il cavallo. E la prendeva ancora e la buttava tre
volte. Poi passava. Ma solo quelli che potevano prendere la paglia con
quelle due dita. Avevano anche una testa di volpe, solo l'osso. Anche da
quella passavano l'acqua e la davano da bere ai bambini. Mai dottore, mai
dottore».
Queste, raccontate da Bruno Levak Zlato in Rom Sim, erano alcune recenti tradizioni
dei Rom Kalderasa. Tradizioni che ancora, almeno in parte, continuano ad
essere tenute in vita, specialmente per quel che riguarda la cura delle
malattie nell'uomo.
Riuscire a conoscere realmente queste pratiche è particolarmente
difficile, data l'estrema riservatezza degli Zingari in merito a questo
aspetto della loro vita. Certo qualcosa ancora rimane, specialmente nelle
abitudini delle persone più anziane.
Omo Selimovic, uno dei grandi vecchi dei Roma xoraxané che vivono in
Sardegna, diverse volte ha tentato di «curarmi» alcuni leggeri disturbi
di digestione manipolando il mio braccio sinistro: si trattava, nelle sue
intenzioni, di individuare una «pallina» che si annidava tra i muscoli
facendo poi forza su di essa per placare il disturbo. Qualche volta, forse
per mia autosuggestione o perché diventava assai più forte il dolore al
braccio «manipolato» che non allo stomaco, la cura ha funzionato
perfettamente: l'unico inconveniente stava tutto nel mio povero braccio
martoriato, poca cosa comunque rispetto alla soddisfazione che traspariva
dal viso rugoso del vecchio Orno. .
Il rimedio consigliato da Levak Zlato contro il malocchio che colpisce i
neonati è simile a quello in uso nei campi Roma sardi: «... allora
prendevano acqua e carbone acceso e lo mettevano nell'acqua. Allora si
sapeva chi aveva fatto il malocchio al bambino e passava subito».
Nei Campi cagliaritani il bicchiere colmo d'acqua nel quale viene lasciato
cadere il tizzone ardente viene passato e ripassato sul capo del bambino
piangente, in questo modo il vapore che da esso si sprigiona assolve la
funzione curativa.
È questo un rito che si ripete infinite volte al giorno a causa del tabù
sull'impurità che impedisce al padre di toccare i piccoli appena nati per
un certo periodo di tempo.
Il padre, constatando anche involontariamente la bellezza del proprio
figlio, ma non potendolo toccare, provoca la nascita del malocchio: a
questo punto l'unico rimedio resta quello del tizzone ardente nell' acqua.
Qualche donna zingara raccoglie ancora poche erbe: attività assai
difficile da eseguirsi nelle degradate periferie urbane. Tra gli altri
sistemi curativi gestiti in proprio convivono anche alcune pratiche tanto
moderne quanto nefaste.
In caso di bruciature, per esempio, non viene solo utilizzata la classica
fetta di patata: in diverse occasioni ho potuto constatare personalmente
l'uso di olio per motori «bruciato», cioè già utilizzato negli
automezzi.
La tendenza generale è comunque quella di rivolgersi, quando è
possibile, alla medicina gagé, ritenuta, soprattutto fra i giovani, più
capace e sicura: un po' come hanno rilevato i ricercatori Ciravegna e
Maroni nel corso di un'interessante ricerca effettuata su un campione di
famiglie zingare nell' area torinese:
«Presso gli Zingari convivono infatti due modalità differenti di cura:
l'una legata al farmaco-medicina tipica della società post-industriale,
l'altra basata suformule e rimedi naturali. (...) La loro convivenza, a
prima vista, è motivata da un'altra convivenza: quella di giovani e
adulti, nel senso che i primi sono all'oscuro di pratiche fitoterapiche e
tradizionali e ripongono in esse scarsa fiducia, affascinati piuttosto dai
prodotti che si acquistano in farmacia, pubblicizzati come sicuramente
efficaci; gli adulti, invece, memori dei «miracoli» operati dalle erbe o
dalle donne delle erbe fino a non molti anni fa, disdegnano la medicina
occidentale, a favore di quella indigena e naturale».
Anche secondo Ciravegna e Maroni la conoscenza della fitoterapia è oggi
patrimonio di poche donne il cui bagaglio scientifico è stato loro
tramandato per via orale, da madre e figlia. Insieme alle proprietà delle
erbe sono state tramandate anche alcune regole generali: ogni erba deve
essere raccolta in determinate stagioni e mai, in nessun caso, le donne
devono raccoglierle se si trovano nel periodo mestruale, cioè in stato
d'impurità, pena la perdita dei principi attivi delle piante.
Alcune ricette
La Cozannet riporta una ricetta di antiche origini contro
gli incubi, l'asma, l'oppressione sul petto: «... si impasta un composto
a base di polvere di mostarda e di succo di radici, di cui si fanno
pallottoline che il malato deve inghiottire prima e dopo il sonno,
dicendo: Gesù è stato colpito, gli ebrei si sono assisi sul suo petto,
Dio li ha scacciati. Un demone è assiso sul mio petto, donne bianche,
scacciate lo e mettete su di lui una grossa pietra»
A prescindere dalla formuletta magica, che ci indica più che altro in che
modo siano penetrati anche tra certi gruppi zingari i nefasti pregiudizi
sugli Ebrei (sicuramente di pari passo con la penetrazione del
cattolicesimo), poco o niente la Cozannet ci spiega sulle proprietà
chimiche delle sostanze utilizzate (quali radici?), salvo mettere poi in
evidenza non meglio precisate proprietà vescicanti.
Sulle ricette di medicina zingara non esistono molte pubblicazioni, anche
se appare lecito supporre che la gran parte di esse, tra quelle non
conosciute, non debbano poi essere molto dissimili da quelle patrimonio di
altre medicine popolari, sia per la composizione degli elementi utilizzati
e sia per la loro applicazione in determinate patologie.
La riscoperta della fitoterapia, come medicina alternativa o complementare
a quella classica, fenomeno che appare sempre più in espansione,
accredita anche i vecchi rimedi popolari di una dignità e di un'
efficacia che erano state messe fortemente in dubbio: oggi la conoscenza
di questi rimedi è invece assai diffusa e ci permette perciò una
valutazione oggettiva di alcune ricette zingare, tratte, in questa
specifica occasione, dalla ricerca di Ciravegna-Maroni.
- Bronchiti, Irritazioni Respiratorie, Raucedini.
1 litro d'acqua, 50 gr. di foglie di eucalipto, 50 gr. di foglie di
ginepro, 10 gr. di foglie di lobelia, 20 gr. di foglie di salvia, 15 gr. di
foglie di valeriana. Disporre i vari ingredienti in un recipiente,
versare
acqua bollente, lasciare raffreddare, filtrare e bere in ragione di 2
tazze per giorno.
Questo infuso contiene erbe universalmente utilizzate nella cura di
affezioni respiratorie di vario tipo. Le foglie dell' eucalipto sono
ricche, tra gli altri, di principi attivi sulle febbri, i catarri, le
polmoniti. Le foglie di ginepro sono forti eccitanti delle secrezioni,
quelle della salvia da sempre utilizzate per la cura dell' asma e della
bronchite, mentre la lobelia è una pianta erbacea ricca di «lobelina»,
un eccitante dei centri respiratori. L'unico uso difforme da quelli più
noti e consigliati è quello delle foglie di valeriana, essendo questa una
pianta della quale solitamente si utilizza solo il rizoma (e mai associato
all'acqua bollente che ne vanifica i principi attivi).
- Bronchiti, Affezioni polmonari, Crisi d'asma.
40 gr. di gemme di abete
l l. di acqua, 1/2 l. di miele. Ottenere un infuso con le gemme d'abete e
l'acqua, filtrare e aggiungere latte caldo zuccherato con miele. Bere sei
tazze per giorno di tale infuso.
L'associazione tra il miele e le gemme di abete è un classico della
fitoterapia. Le gemme di abete, delle quali viene però solitamente
consigliata una proporzione d'uso almeno doppia in un litro d'acqua, sono
ricche di principi attivi balsamici, espettoranti e antisettici.
- Contro la febbre.
30 gr. di corteccia di salice. 1 l. di acqua. Fare un infuso utilizzando
l'acqua bollente e la corteccia di salice. Lasciare raffreddare e berne a
ragione di tre piccole tazze di caffè ogni giorno.
La corteccia di salice, che contiene sostanze tanniche e salicina, un
glucoside che per ossidazione produce acido salicilico, viene utilizzata
in Occidente, come febbrifugo, sin dal XVII secolo.
- Contro l'insonnia
Raccogliere la lattuga al mattino, prima che il sole abbia illuminato
la pianta. Fasciare la lattuga con un foglio di carta. La sera, mettere le
foglie di lattuga in una casseruola con acqua pio vana; far bollire per
circa 25 minuti, colare e aggiungere un pizzico di sale. Bere il liquido
ogni sera prima di andare a dormire.
La lattuga, a prescindere dalla raccolta mattutina consigliata dagli
Zingari, ed anche dal pericoloso uso dell' acqua piovana, è una pianta
utilizzata a scopo medicinale da alcuni millenni. Galeno, il filosofo e
medico greco noto per i suoi studi di anatomia e fisiologia, era solito
curare la propria insonnia mangiando ogni sera un po' di lattuga.
- Contro l'ipertensione.
Una manciata di foglie d'ulivo, 1 l. d'acqua Far bollire nell'acqua una manciata di foglie d'ulivo. Continuare l'ebollizione sino ad
arrivare a circa metà del suo contenuto originale. Filtrare, lasciare
raffreddare. Berne una tazza il mattino e una alla sera, a settimane
alterne.
Le foglie di ulivo, si usano tradizionalmente in un decotto che è attivo
sull' ipertensione e che non causa depressione cardiaca.
- Per i reumatismi
250 gr. di foglie di frassino, 150 gr. di corteccia di sambuco, 20 gr. di radice di saponaria 2
l. di acqua piovana. Far bollire in due
litri di acqua, filtrare e lasciare raffreddare. Berne non più di tre
tazze al giorno.
Il principio attivo del frassino, la frassinite, ha ottime capacità di
combattere i reumatismi. La corteccia di sambuco, oltre essere un discreto
antireumatico, contiene anche principi antinevralgici. Le radici di
saponaria, pianta universalmente utilizzata (gli Arabi l'usavano contro la
lebbra e nelle ulcere), contengono anch' esse principi attivi contro i
reumatismi.
- Per il diabete
3 gr. di pervinca. 1 l. di acqua piovana. Fare un infuso utilizzando la
pianta di pervinca in un litro d'acqua. Filtrare e lasciare raffreddare. Berne un bicchierino tre volte al giorno.
La pervinca, nome che deriverebbe secondo la Borio dal latino «vincire»,
che vuoI dire legare, avvincere, sarebbe stata utilizzata sin dal Medioevo
per le sue proprietà terapeutiche, ma anche come componente essenziale
nei filtri d'amore.
Di fatto le sue foglie hanno ottime proprietà antidiabetiche.
- Per il Diabete: Caffè di noci.
Tostare delle noci, sminuzzarle e procedere come per un normale
caffè.
Anche il noce è una pianta alla quale in passato si accreditavano forti
poteri magici. In fitoterapia, solitamente non si utilizza la parte
interna del frutto ma solamente la foglia, il mallo e, più raramente, il
fiore e la corteccia dei rami giovani. L'uso antidiabetico di questa
pianta appartiene anch'esso alla tradizione occidentale.
- Per le ferite
Per pulire le ferite si usa la plantago major fresca. La foglia viene
appoggiata sulla ferita per qualche minuto.
Le foglie di plantago major, nota, insieme alla «lanceolata» e alla
«media», col nome di piantaggine, vengono comunemente utilizzate come
ottimo medicamento non solo per le ferite ma anche per le ulcere.
- Contro l'epilessia e le convulsioni.
Due manciate di foglie di vischio, 1 l. di vino bianco secco. Mettere in
un vaso di argilla coperto da un tappo di sughero i due composti, lasciare
macerare il tempo di una luna. Berne due bicchieri a digiuno ogni giorno
sino a terminare il contenuto.
Il vischio, arbusto semiparassita considerato sacro in tutto il
Nord-Europa, dove secondo il Poletti entrava nelle liturgie dei sacerdoti
druidici che lo coglievano con una falce d'oro nelle notti di plenilunio,
contiene principi attivi sedativi e antispasmodici che interessano il
sistema nervoso centrale.
Insieme alle ricette suddescritte, che appaiono indubbiamente efficaci e
molto simili ai tradizionali rimedi fitoterapici conosciuti, la ricerca di
Ciravegna e Maroni ne riporta altre la cui utilità appare dubbia. Vale
comunque la pena di conoscerle.
- Contro la tubercolosi.
Prendere uno o due serpenti, purché non velenosi. Li si ammazza, li
si pone su una griglia al sole. Il grasso del serpente cade e viene
raccolto. Generalmente viene mangiato spalmato su una fetta di pane. Si
esegue l'operazione per 40 giorni.
- Per rafforzare le unghie.
3 kg. di ossa di bue, 2 cipolle, chiodi di garofano, timo, lauro,
prezzemolo. Prendere 3 kg di ossa di bue, metterli in una capace pentola
con acqua, far bollire senza sale per 4 ore con gli altri ingredienti.
Durante la cottura aggiungere pian piano altra acqua bollente. Dopo circa
4 ore ritirare, lasciare raffreddare, filtrare. Salare e riporre in
piccoli vasi di arenaria. Lasciare raffreddare e tenere al fresco. È
necessario berne 3 cucchiai al giorno.
- Contro il mal di pancia dei bambini.
Stendere sulla pancia del bambino un panno imbevuto di grappa e acqua.
In conclusione di questo breve capitolo sui rimedi della medicina popolare
zingara è bene ricordare che anch'essa varia, così come è nell'ordine
delle cose, da gruppo a gruppo, da nazione a nazione. Contro ogni cedimento alla tentazione di trovare in essa aspetti esotici o
folkloristici, resta da dire che, tutto sommato, i suoi rimedi ricordano,
nel bene e nel male, la gran parte di quelli utilizzati in ogni altro
approccio popolare al problema della malattia.
Rimedi che oggi, spurgati da aloni magico-religiosi e da ritualità di
contorno, siamo abituati ad acquistare in erboristeria, imparando, noi
stessi, a scegliere ciò che riteniamo più utile per la nostra salute.
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