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Capitolo undicesimo: la medicina

 

Una vecchia fra noi per età esperta a al suon di denaro risuscitare i morti.
La buona pietra

Una delle caratteristiche reputate tra le più «zingaresche», la stessa che colpisce in profondità la fantasia della gente, è rappresentata dall'usanza dei cosiddetti «denti d'oro».
In un pomeriggio di alcuni anni orsono, nel Campo di San Lussorio a Selargius, mi capitò di assistere alla messa in opera di questi denti: proprio così, non in una clinica specializzata, né negli studi di qualche odontoiatra, ma proprio in una qualsiasi baracca, quella, nell'occasione, dell'anziana Nedziba.
I due improvvisati dentisti, armati di valigetta e scarsa attrezzatura, erano due giovani marocchini che allora giravano per tutti i Campi di Cagliari: il mercato pare fosse abbastanza ampio.
Dopo le trattative sul prezzo, che richiesero parecchio tempo e che si conclusero sulla cifra di trentamila lire «a dente», i due giovani si diedero da fare sul loro armamentario, costituito da un fornellino sul quale fondere la materia prima e su altri, pochi, strumenti medici.
Davvero non fu per niente un buon spettacolo.
I due non usarono anestetici, né si premunirono di disinfettarsi le mani.
Quanto poi al materiale usato si trattava di una lega di oro e rame, con moltissimo rame e pochissimo oro fusi in una patina molto leggera che rivestiva il dente.
Il tutto, procedimento approssimativo, materiali usati e nessuna igiene, sembrava fatto apposta per provocare infezioni di varia natura e probabili paradentosi. Cosa che poi puntualmente avvenne.
Questa è la storia dei «denti d'oro» degli Zingari, così come io l'ho vista, ed anche se probabilmente si trattava solamente di un episodio, ciò può lasciar intendere quanto in certi casi i rapporti con la «medicina» siano diventati per i Nomadi contraddittori e non sottoposti a controllo.
Ancora una volta il passato parlava un'altra lingua, una lingua smarrita della quale sono rimaste poche ma significative tracce che raccontano di una medicina gestita in proprio e basata sull'uso di determinate piante e di altre sostanze animali e minerali.
«Trifoglio, verbena, erba di San Giovanni; aneto / respinge le streghe di loro volontà / È bene per coloro che possono / digiunare il giorno di Sant'Andrea / Santa Brigida e il suo bastardo / Santa Colomba e il suo gatto / San Michele e la sua spada / tengano la casa libera, prospera e fortunata».
In questa filastrocca di scongiuri contro le minacce che potevano recare pericolo ad un'abitazione, della quale testimoniò Walter Scott per averla udita da una Gypsye, si può comprendere di quanto potere magico venissero accreditate alcune erbe nella tradizione zingara.
Un potere magico che indubbiamente si ritrova anche nell'uso che di determinati vegetali, e altre sostanze di tipo animale e minerale, si fece e tutt'ora in parte si fa nella medicina popolare zingara.
Il che certo non è una specifica prerogativa di questa etnia: in tutte le tradizioni popolari la medicina dei cosiddetti guaritori ha sempre avuto particolare importanza e spesso è vissuta nella simbiosi tra elementi magico-rituali ed effettive proprietà curati ve delle sostanze utilizzate.
Nello specifico, secondo la Cozannet «L'idea su cui si basa tutto ciò è quella dell'origine religiosa - demoniaca, per maggior precisione - della gran parte delle malattie che assillano l'uomo. E non solo delle malattie infettive o interne, la cui origine può sembrare misteriosa ad una persona incolta, che tenterà di spiegarle con un intervento sovrumano, ma anche delle ferite, dei colpi, ecc., che possono essere attribuiti ad un intervento diabolico che si inserisce nell'azione umana definita allora piena di sfortuna».
In realtà appare poi molto difficile stabilire in che misura, nel trascorrere del tempo ed anche in relazione agli usi ed alle esperienze fatte dai diversi gruppi, siano rimasti intatti i presupposti mitico-religiosi dei quali parla la studiosa francese, e in che misura invece si sia data sempre più importanza ai buoni risultati ottenuti empiricamente da determinate sostanze.
Certo lo stereotipo Zingara/guaritrice è sempre stato uno dei più ridondanti nella cultura europea e su di esso si trovano numerose testimonianze storiche che vale la pena di ricordare.
Gli Zingari che penetravano in Europa si fecero conoscere da subito come maestri nell' arte di guarire. Che poi, almeno in parte, questa arte si sia espressa a metà strada tra medicina e sortilegio, appare più come un segno dei tempi che non come una specifica attitudine zingara.
L'Europa, dopo tutto, brulicava di superstizioni, stregoneria vera o presunta, magia bianca e magia nera: il tutto ben rinfocolato dall'attività degli inquisitori, sempre più che propensi ad accreditare a forze sovrannaturali tutto quanto non altrimenti comprensibile.
Già un membro della Compagnia del Conte del Piccolo Egitto pare fosse uso presentarsi come Pietro il medico. Reginald Scott, in un trattato di magia del 1584, scrive che gli Zingari avevano il potere di guarire e di ferire. Guarire, beninteso, da molti mali: tanto da emicranie che da cattiva ventura, tanto da raffreddori che da mal d'amore.
Dice Otello a Desdemona, a proposito del fatale fazzoletto: «Mia madre ebbe quel fazzoletto da una zingara egiziana (...). Nel suo tessuto c'è virtù magica; una sibilla che aveva contato sulla terra duecento volte il corso annuo del sole, lo ha ricamato durante un'estasi profetica. E i bachi che ne avevano fatto la seta erano sacri. Ed esso fu tinto con i colori che esperti dell'arte ricavavano da cuori mummificati di vergini».
Ma gli amuleti utilizzati dagli Egiziani erano solitamente di altra natura, come ancora racconta il De Foletier.
In Germania e in Transilvania erano composti di pasta di lievito seccata, con sopra incisi dei segni misteriosi. A volte invece essi usavano pietre poco comuni, o, come nel caso dei Gitani, la calamita, che veniva da loro chiamata «la buona pietra» (Bar Laci).
Superstizioni?
Non c'è alcun dubbio, come non c'è alcun dubbio che di riti e scongiuri di altro tipo fosse assai ricca la civiltà contadina del tempo.
Così se agli scongiuri degli Zingari era concesso, ad esempio, di domare gli incendi, altri, tra i quali molti religiosi, non avevano remore nell' accreditare ai propri scongiuri altri straordinari effetti.
A Konisberg, nel 1745, un manifesto affisso sui muri della città dà grande risalto agli scongiuri con i quali un non meglio identificato Re degli Zingari fece assopire un incendio:
«Ti ordino, o Fuoco, per la forza di Dio onnipotente e creatore di tutte le cose, di arrestarti in questo stesso istante e di non avanzare di un passo.
Gesù di Nazaret, re dei Giudei, guarda questa casa e la sua cinta dall'incendio e dalla peste. Così, o Fuoco, che tu sia chiuso e scongiurato...
».
Niente di particolarmente diverso dagli scongiuri del domenicano J. Sprenger: «Per allontanare i fenomeni atmosferici avversi, si gettino nel fuoco tre chicchi di grandine, invocando la Santissima trinità, recitando il Pater, la salutazione angelica, il principio del Vangelo di San Giovanni, e tracciando il segno della croce avanti e indietro in ognuna delle direzioni cardinali. Alla fine si replica per tre volte la frase iniziale del Vangelo di Giovanni con la formula fugiat tempestas ista».
Che dire poi di certe filastrocche che ancora oggi si recitano nei Campidani sardi, come quella di «Santa Barbara e Santu Iaccu» contro i fulmini? Come stupirsi insomma del fatto che in passato gli Zingari si fossero così ben inseriti in questo contesto generale?
Le donne zingare, inoltre, possedevano davvero qualche cognizione di fitoterapia, dato che curavano sé stesse e i propri familiari con l'aiuto di erbe medicinali, coniugandole magari a volte con altri elementi dalle dubbie proprietà, come quella carne di «serpente cotto» con la quale in Transilvania si tentava di porre rimedio alla scabbia.
Se il ruolo di guaritrice solitamente veniva riservato alle donne non per questo gli uomini disdegnavano di specializzarsi in queste attività. Nella storia è rimasta traccia di questi personaggi, che si dicevano, pare con qualche credibilità, anche buoni chirurghi.
Prévost d'Exiles, detto l'Abate, in «Le pour et le Contre», scrive che «Le visite che fanno ai contadini non sono senza gradimento e nemmeno senza utilità», dato che essi «... si intendono bene di medicina e di chirurgia... I più fini hanno un segreto che fa talvolta l'ammirazione dei fisici e dei chimici».
I chirurghi zingari divennero poi famosi nelle Province Unite, tanto famosi da offrire i propri servigi ai chirurghi olandesi che presero a fare tirocinio presso di loro.

Fitoterapia ma non solo

«Anche per i cavalli sapevano fare, quando ad un cavallo prendeva mal di pancia. Allora ci vuole qualcuno che ha le dita così che indice e mignolo si toccano dalla parte del dorso della mano senza sforzarli. Prendeva la paglia, che era sotto il cavallo, con quelle dita così e la buttava sopra il cavallo. E la prendeva ancora e la buttava tre volte. Poi passava. Ma solo quelli che potevano prendere la paglia con quelle due dita. Avevano anche una testa di volpe, solo l'osso. Anche da quella passavano l'acqua e la davano da bere ai bambini. Mai dottore, mai dottore».
Queste, raccontate da Bruno Levak Zlato in Rom Sim, erano alcune recenti tradizioni dei Rom Kalderasa. Tradizioni che ancora, almeno in parte, continuano ad essere tenute in vita, specialmente per quel che riguarda la cura delle malattie nell'uomo.
Riuscire a conoscere realmente queste pratiche è particolarmente difficile, data l'estrema riservatezza degli Zingari in merito a questo aspetto della loro vita. Certo qualcosa ancora rimane, specialmente nelle abitudini delle persone più anziane.
Omo Selimovic, uno dei grandi vecchi dei Roma xoraxané che vivono in Sardegna, diverse volte ha tentato di «curarmi» alcuni leggeri disturbi di digestione manipolando il mio braccio sinistro: si trattava, nelle sue intenzioni, di individuare una «pallina» che si annidava tra i muscoli facendo poi forza su di essa per placare il disturbo. Qualche volta, forse per mia autosuggestione o perché diventava assai più forte il dolore al braccio «manipolato» che non allo stomaco, la cura ha funzionato perfettamente: l'unico inconveniente stava tutto nel mio povero braccio martoriato, poca cosa comunque rispetto alla soddisfazione che traspariva dal viso rugoso del vecchio Orno. .
Il rimedio consigliato da Levak Zlato contro il malocchio che colpisce i neonati è simile a quello in uso nei campi Roma sardi: «... allora prendevano acqua e carbone acceso e lo mettevano nell'acqua. Allora si sapeva chi aveva fatto il malocchio al bambino e passava subito».
Nei Campi cagliaritani il bicchiere colmo d'acqua nel quale viene lasciato cadere il tizzone ardente viene passato e ripassato sul capo del bambino piangente, in questo modo il vapore che da esso si sprigiona assolve la funzione curativa.
È questo un rito che si ripete infinite volte al giorno a causa del tabù sull'impurità che impedisce al padre di toccare i piccoli appena nati per un certo periodo di tempo.
Il padre, constatando anche involontariamente la bellezza del proprio figlio, ma non potendolo toccare, provoca la nascita del malocchio: a questo punto l'unico rimedio resta quello del tizzone ardente nell' acqua.
Qualche donna zingara raccoglie ancora poche erbe: attività assai difficile da eseguirsi nelle degradate periferie urbane. Tra gli altri sistemi curativi gestiti in proprio convivono anche alcune pratiche tanto moderne quanto nefaste.
In caso di bruciature, per esempio, non viene solo utilizzata la classica fetta di patata: in diverse occasioni ho potuto constatare personalmente l'uso di olio per motori «bruciato», cioè già utilizzato negli automezzi.
La tendenza generale è comunque quella di rivolgersi, quando è possibile, alla medicina gagé, ritenuta, soprattutto fra i giovani, più capace e sicura: un po' come hanno rilevato i ricercatori Ciravegna e Maroni nel corso di un'interessante ricerca effettuata su un campione di famiglie zingare nell' area torinese:
«Presso gli Zingari convivono infatti due modalità differenti di cura: l'una legata al farmaco-medicina tipica della società post-industriale, l'altra basata suformule e rimedi naturali. (...) La loro convivenza, a prima vista, è motivata da un'altra convivenza: quella di giovani e adulti, nel senso che i primi sono all'oscuro di pratiche fitoterapiche e tradizionali e ripongono in esse scarsa fiducia, affascinati piuttosto dai prodotti che si acquistano in farmacia, pubblicizzati come sicuramente efficaci; gli adulti, invece, memori dei «miracoli» operati dalle erbe o dalle donne delle erbe fino a non molti anni fa, disdegnano la medicina occidentale, a favore di quella indigena e naturale».
Anche secondo Ciravegna e Maroni la conoscenza della fitoterapia è oggi patrimonio di poche donne il cui bagaglio scientifico è stato loro tramandato per via orale, da madre e figlia. Insieme alle proprietà delle erbe sono state tramandate anche alcune regole generali: ogni erba deve essere raccolta in determinate stagioni e mai, in nessun caso, le donne devono raccoglierle se si trovano nel periodo mestruale, cioè in stato d'impurità, pena la perdita dei principi attivi delle piante.

Alcune ricette

La Cozannet riporta una ricetta di antiche origini contro gli incubi, l'asma, l'oppressione sul petto: «... si impasta un composto a base di polvere di mostarda e di succo di radici, di cui si fanno pallottoline che il malato deve inghiottire prima e dopo il sonno, dicendo: Gesù è stato colpito, gli ebrei si sono assisi sul suo petto, Dio li ha scacciati. Un demone è assiso sul mio petto, donne bianche, scacciate lo e mettete su di lui una grossa pietra»
A prescindere dalla formuletta magica, che ci indica più che altro in che modo siano penetrati anche tra certi gruppi zingari i nefasti pregiudizi sugli Ebrei (sicuramente di pari passo con la penetrazione del cattolicesimo), poco o niente la Cozannet ci spiega sulle proprietà chimiche delle sostanze utilizzate (quali radici?), salvo mettere poi in evidenza non meglio precisate proprietà vescicanti.
Sulle ricette di medicina zingara non esistono molte pubblicazioni, anche se appare lecito supporre che la gran parte di esse, tra quelle non conosciute, non debbano poi essere molto dissimili da quelle patrimonio di altre medicine popolari, sia per la composizione degli elementi utilizzati e sia per la loro applicazione in determinate patologie.
La riscoperta della fitoterapia, come medicina alternativa o complementare a quella classica, fenomeno che appare sempre più in espansione, accredita anche i vecchi rimedi popolari di una dignità e di un' efficacia che erano state messe fortemente in dubbio: oggi la conoscenza di questi rimedi è invece assai diffusa e ci permette perciò una valutazione oggettiva di alcune ricette zingare, tratte, in questa specifica occasione, dalla ricerca di Ciravegna-Maroni.

 

- Bronchiti, Irritazioni Respiratorie, Raucedini.
1 litro d'acqua, 50 gr. di foglie di eucalipto, 50 gr. di foglie di ginepro, 10 gr. di foglie di lobelia, 20 gr. di foglie di salvia, 15 gr. di foglie di valeriana.       Disporre i vari ingredienti in un recipiente, versare acqua bollente, lasciare raffreddare, filtrare e bere in ragione di 2 tazze per giorno.


Questo infuso contiene erbe universalmente utilizzate nella cura di affezioni respiratorie di vario tipo. Le foglie dell' eucalipto sono ricche, tra gli altri, di principi attivi sulle febbri, i catarri, le polmoniti. Le foglie di ginepro sono forti eccitanti delle secrezioni, quelle della salvia da sempre utilizzate per la cura dell' asma e della bronchite, mentre la lobelia è una pianta erbacea ricca di «lobelina», un eccitante dei centri respiratori. L'unico uso difforme da quelli più noti e consigliati è quello delle foglie di valeriana, essendo questa una pianta della quale solitamente si utilizza solo il rizoma (e mai associato all'acqua bollente che ne vanifica i principi attivi).

 

- Bronchiti, Affezioni polmonari, Crisi d'asma.
40 gr. di gemme di abete

l l. di acqua, 1/2 l. di miele. Ottenere un infuso con le gemme d'abete e l'acqua, filtrare e aggiungere latte caldo zuccherato con miele. Bere sei tazze per giorno di tale infuso.

L'associazione tra il miele e le gemme di abete è un classico della fitoterapia. Le gemme di abete, delle quali viene però solitamente consigliata una proporzione d'uso almeno doppia in un litro d'acqua, sono ricche di principi attivi balsamici, espettoranti e antisettici.

 

- Contro la febbre.
30 gr. di corteccia di salice. 1 l. di acqua. Fare un infuso utilizzando l'acqua bollente e la corteccia di salice. Lasciare raffreddare e berne a ragione di tre piccole tazze di caffè ogni giorno.


La corteccia di salice, che contiene sostanze tanniche e salicina, un glucoside che per ossidazione produce acido salicilico, viene utilizzata in Occidente, come febbrifugo, sin dal XVII secolo.

 

- Contro l'insonnia 

Raccogliere la lattuga al mattino, prima che il sole abbia illuminato la pianta. Fasciare la lattuga con un foglio di carta. La sera, mettere le foglie di lattuga in una casseruola con acqua pio vana; far bollire per circa 25 minuti, colare e aggiungere un pizzico di sale. Bere il liquido ogni sera prima di andare a dormire.

La lattuga, a prescindere dalla raccolta mattutina consigliata dagli Zingari, ed anche dal pericoloso uso dell' acqua piovana, è una pianta utilizzata a scopo medicinale da alcuni millenni. Galeno, il filosofo e medico greco noto per i suoi studi di anatomia e fisiologia, era solito curare la propria insonnia mangiando ogni sera un po' di lattuga.

 

- Contro l'ipertensione.
Una manciata di foglie d'ulivo, 1 l. d'acqua Far bollire nell'acqua una manciata di foglie d'ulivo. Continuare l'ebollizione sino ad arrivare a circa metà del suo contenuto originale. Filtrare, lasciare raffreddare. Berne una tazza il mattino e una alla sera, a settimane alterne.


Le foglie di ulivo, si usano tradizionalmente in un decotto che è attivo sull' ipertensione e che non causa depressione cardiaca.

 

- Per i reumatismi 

250 gr. di foglie di frassino, 150 gr. di corteccia di sambuco, 20 gr. di radice di saponaria 2 l. di acqua piovana. Far bollire in due litri di acqua, filtrare e lasciare raffreddare. Berne non più di tre tazze al giorno.

Il principio attivo del frassino, la frassinite, ha ottime capacità di combattere i reumatismi. La corteccia di sambuco, oltre essere un discreto antireumatico, contiene anche principi antinevralgici. Le radici di saponaria, pianta universalmente utilizzata (gli Arabi l'usavano contro la lebbra e nelle ulcere), contengono anch' esse principi attivi contro i reumatismi.

 

- Per il diabete 

3 gr. di pervinca. 1 l. di acqua piovana. Fare un infuso utilizzando la pianta di pervinca in un litro d'acqua. Filtrare e lasciare raffreddare. Berne un bicchierino tre volte al giorno.

La pervinca, nome che deriverebbe secondo la Borio dal latino «vincire», che vuoI dire legare, avvincere, sarebbe stata utilizzata sin dal Medioevo per le sue proprietà terapeutiche, ma anche come componente essenziale nei filtri d'amore.
Di fatto le sue foglie hanno ottime proprietà antidiabetiche.

 

- Per il Diabete: Caffè di noci.
Tostare delle noci, sminuzzarle e procedere come per un normale caffè.

Anche il noce è una pianta alla quale in passato si accreditavano forti poteri magici. In fitoterapia, solitamente non si utilizza la parte interna del frutto ma solamente la foglia, il mallo e, più raramente, il fiore e la corteccia dei rami giovani. L'uso antidiabetico di questa pianta appartiene anch'esso alla tradizione occidentale.

 

- Per le ferite 

Per pulire le ferite si usa la plantago major fresca. La foglia viene appoggiata sulla ferita per qualche minuto.

Le foglie di plantago major, nota, insieme alla «lanceolata» e alla «media», col nome di piantaggine, vengono comunemente utilizzate come ottimo medicamento non solo per le ferite ma anche per le ulcere.

- Contro l'epilessia e le convulsioni.
Due manciate di foglie di vischio, 1 l. di vino bianco secco. Mettere in un vaso di argilla coperto da un tappo di sughero i due composti, lasciare macerare il tempo di una luna. Berne due bicchieri a digiuno ogni giorno sino a terminare il contenuto.

Il vischio, arbusto semiparassita considerato sacro in tutto il Nord-Europa, dove secondo il Poletti entrava nelle liturgie dei sacerdoti druidici che lo coglievano con una falce d'oro nelle notti di plenilunio, contiene principi attivi sedativi e antispasmodici che interessano il sistema nervoso centrale.
Insieme alle ricette suddescritte, che appaiono indubbiamente efficaci e molto simili ai tradizionali rimedi fitoterapici conosciuti, la ricerca di Ciravegna e Maroni ne riporta altre la cui utilità appare dubbia. Vale comunque la pena di conoscerle.

- Contro la tubercolosi.
Prendere uno o due serpenti, purché non velenosi. Li si ammazza, li si pone su una griglia al sole. Il grasso del serpente cade e viene raccolto. Generalmente viene mangiato spalmato su una fetta di pane. Si esegue l'operazione per 40 giorni.

- Per rafforzare le unghie.
3 kg. di ossa di bue, 2 cipolle, chiodi di garofano, timo, lauro, prezzemolo. Prendere 3 kg di ossa di bue, metterli in una capace pentola con acqua, far bollire senza sale per 4 ore con gli altri ingredienti.
Durante la cottura aggiungere pian piano altra acqua bollente. Dopo circa 4 ore ritirare, lasciare raffreddare, filtrare. Salare e riporre in piccoli vasi di arenaria. Lasciare raffreddare e tenere al fresco. È necessario berne 3 cucchiai al giorno.

- Contro il mal di pancia dei bambini.
Stendere sulla pancia del bambino un panno imbevuto di grappa e acqua.


In conclusione di questo breve capitolo sui rimedi della medicina popolare zingara è bene ricordare che anch'essa varia, così come è nell'ordine delle cose, da gruppo a gruppo, da nazione a nazione. Contro ogni cedimento alla tentazione di trovare in essa aspetti esotici o folkloristici, resta da dire che, tutto sommato, i suoi rimedi ricordano, nel bene e nel male, la gran parte di quelli utilizzati in ogni altro approccio popolare al problema della malattia.
Rimedi che oggi, spurgati da aloni magico-religiosi e da ritualità di contorno, siamo abituati ad acquistare in erboristeria, imparando, noi stessi, a scegliere ciò che riteniamo più utile per la nostra salute.