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Dal Nord e dal Sud Oggi è possibile disegnare con sufficiente precisione la
mappa della presenza zingara in Italia, anche se ancora esistono
differenti ipotesi su alcuni gruppi considerati da tal uni studiosi ancora
nomadi e da tal altri seminomadi o semi sedentarizzati, anche se questi
termini hanno valori assai relativi.
Sembra invece assai più difficile ricostruire con esattezza date e tappe
delle prime immigrazioni.
Secondo Leonardo Piasere, noto antropologo che ha vissuto in alcuni gruppi
zingari e che quindi ha potuto studiare dall'interno la vita nomade,
approfondendo più avanti anche altre tematiche relative alla storia di
questo popolo, «... il primo popolamento zingaro in Italia si è
sviluppato lungo almeno due direttrici, una in provenienza da nord e una
da sud, in un periodo all'incirca contemporaneo tra la fine del XIV secolo
e l'inizio del XV».
Non è da escludere comunque che la data di arrivo sia addirittura
precedente, ma le poche tracce documentali non offrono alcuna certezza su
questa ipotesi.
Alcuni gruppi zingari che oggi vivono nel Sud dell'Italia (Abruzzo,
Molise, Puglie, Basilicata, Campania e Calabria), pare siano arrivati via
mare dalle zone della penisola balcanica di lingua greca.
Lo storico Masciotta ha scritto, in relazione agli Zingari molisani, che
«Gli Zingari nostrani detti pure un tempo gizzi o egizi, denunciano
l'origine levantina e sono indigeni del tutto da secoli. (00') Ielsi, nei
più vetusti diplomi feudali, è detta Gittia o Terra Giptia in quelli del
secolo XV».
Sulla direttrice Nord la data d'arrivo della prima carovana è invece
datata con precisione: nel 1422 il Duca Andrea entra a Bologna e precede,
coi suoi numerosi spostamenti nella penisola (fra i quali quello che forse
l'ha condotto a Roma), gli altri gruppi armati di lettere e
raccomandazioni imperiali e papali che si propagarono in tutta l'Italia
settentrionale. Col passare dei secoli il flusso immigratorio degli
Zingari (così come gli spostamenti dei gruppi «italianizzati») seguì
il corso degli eventi repressivi, dei bandi che ne provocavano la fuga,
delle guerre e delle carestie che li spingevano a cercare territori più
adatti alla sopravvivenza.
Sul finire dell'800 alcuni gruppi di Calderai, provenienti forse
dall'Ungheria, attraversano il confine tra Italia e Francia: in epoca
moderna è stato certamente più agevole stabilire la provenienza e
l'origine dei nuovi gruppi che si addentravano nel nostro Paese.
Un altro consistente flusso è quello che si manifesta alla fine della
Prima Guerra Mondiale, da Nord e da Est arrivano gli Zingari tedeschi e
slavi che si stabiliscono, con forme di nomadizzazione circoscritte a
territori non molto ampi, nelle regioni del Nord Italia.
Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, quando in qualche modo
l'esercito italiano riuscì a- strappare ai tedeschi e agli Ustascia
croati un gran numero di persone destinate ai Campi di Concentramento (con
furibonde diatribe politico-burocratiche che gli italiani usarono, una
volta tanto, a proposito), si viene a creare un altro flusso, definito da
alcuni studiosi «di deportazione».
Nello stesso momento, secondo le statistiche compilate da Kenrick e Puxon,
25.000 Zingari vengono deportati dall'Italia verso la Germania e le altre
nazioni dove il nazionalsocialismo ha decretato, con i campi di sterminio,
l'eliminazione delle «razze inferiori».
A partire dagli anni '60 si sviluppa ancora un'altra ondata migratoria,
questa volta dal Sud della Jugoslavia. Un' ondata che non si è mai
arrestata e che, a partire dai primi mesi del 1992, si è fatta molto più
intensa a causa dello spappolamento della ex-repubblica federale e della
guerra in corso.
Secondo Jovanovich Misho, delegato per l'Italia alla Romani Union, già
nel gennaio 1992 quindicimila Zingari avevano abbandonato precipitosamente
la terra d' origine4.
Le testimonianze dirette di questi ultimissimi immigrati dicono di un
esodo di notevolissime proporzioni: Zingari montenegrini e serbi
spaventati dall'ipotesi di essere richiamati alle armi in una guerra
fratricida, così come Zingari bosniaci, croati e sloveni, si stanno
riversando in Italia.
Spesso, pur trattandosi a tutti gli effetti di profughi di guerra, le
autorità italiane non riconoscono loro questo «status», anche perché
la maggior parte di essi non si è fatta registrare negli appositi punti
di controllo organizzati alla frontiera slovena.
Anche se questi arrivi dovessero continuare a farsi via via più numerosi,
resterà difficile ipotizzare se e in che modo essi potranno variare la
geografia degli insediamenti in Italia.
Una geografia che ancora oggi sembra rispecchiare, per grandi linee, le
direzioni di marcia dei grandi flussi dal Nord e dal Sud di antica data. A
questi insediamenti, ma sarebbe meglio dire a queste zone d'interesse,
l'ondata sovrappostasi a partire dagli anni' 60 si è caratterizzata
invece con un diverso modo di nomadizzare all'interno di tutta la
penisola. Meno circoscritto, quindi, a determinate regioni e, secondo
Piasere, più caotico e generalizzato.
Questi Zingari di recente immigrazione proverrebbero, a detta di Mirella
Karpati, oltre che dalla Jugoslavia, anche dalla Romania (i Rudari) e
dalla Polonia (i Lovara)5.
Oggi, secondo Carla Osella, il numero complessivo degli Zingari in Italia
sarebbe di 60/80.000 unità. Secondo Mirella Karpati invece arriverebbero
ad un massimo di 60.000 persone, delle quali almeno 35.000 di antico
insediamento nel Sud.
È probabile che - questo è il parere di Leonardo Piasere - il numero
degli Zingari insediati nelle regioni meridionali, ma anche di quelli
insediati in altre parti d'Italia, sia superiore a quello indicato dalla
Karpati e in ogni caso un nuovo aggiornamento andrà fatto dopo gli
ultimissimi arrivi dalla ex-Jugoslavia.
Piasere ha costruito una mappa precisa della geografia zingara nel nostro
Paese, anche se avverte che «La pochezza delle ricerche svolte in Italia
presso queste popolazioni non permette nemmeno di dare un quadro rigoroso
di come esse stesse si auto-denomino».
Queste le denominazioni proposte dallo studioso (vedi le dislocazioni
sulla cartina
costruita dallo stesso Piasere e rielaborata graficamente per questa
pubblicazione):
- Antico insediamento:
a) Sinti piemontesi b) Sinti l0mbardi c) Sinti mucini d) Sinti emiljani
e) Sinti Veneti f) Sinti markigiani g) Sinti gackane h) Sinti estrexarja
i) Sinti kranarja j) Sinti krasarja k) Rom abrutsezi l) Rom kalabrézi m)
Romje celentani n) Romje bazalisk o) Romje puljézi
- A partire dalla fine
del XIX sec.:
p) Rom kalders q) Rom lovara r) Roma curara
- Dopo la I guerra mondiale:
s)
slovénsko Roma t) h(e)rvansko Roma u) istrjani Roma o Romine
- Arrivo
recente:
v) dassikané Roma w) xoraxané Roma x) Rumuni o Rudari y) Kaulfa
- D'origine autoctona z) Kamminanti.
I Kamminanti sarebbero un gruppo di origine siciliana di
cui si sa molto poco.
I Rudari, chiamati anche Rumuni (rumeni), sono un gruppo particolare
perché non parlano alcun dialetto zingaro. I Kaulfa proverrebbero dall'lrak
e sarebbero giunti in Italia attraverso l'Africa del Nord, la Spagna e la
Francia.
Oltre questi gruppi l'antropologo cita poi altri Nomadi che non si
riconoscono come gruppo e che viaggiano individualmente. Essi vengono
chiamati dai Sinti «Pirdi» o «Pirde».
Tra i diversi accorpamenti esistono poi relazioni di affinità o di
estraneità assai varie. I gagé farebbero parte del mondo dei Sinti più
dei Rom e più dei Roma, come, per i Roma, essi sarebbero più importanti
dei Sinti e dei Rom.
Certi gruppi si distinguerebbero da altri di cui portano ]0 stesso nome
con l'aggiunta di un etonimo non zingaro che non sarebbe un vero e proprio
toponimo (es. Sinti «lombardi»), ma che farebbe invece riferimento ai
rapporti stabiliti con un determinato territorio e con la sua gente.
Qualche esempio:
- Sinti piemontesi (Piemonte) - Sinti veneti (V eneto) - Sinti estrexarja
(Austria = Osterreich) - Sinti gackane (in Sinto: Gackeno = Germania) - Roma
hervansko (Croazia: hrvatski, agg.) - Roma xoraxané (in romané: Xoraxaj
=T urco)
- Roma dassikané (in romané: Dass = Serbia).
Esiste poi un'altra
differenziazione che in Italia riguarda eslusivamente i Rom Vlax (secondo
la distinzione di Bernard Gilliat-Smith in vlax e non vlax) (vlax =
valacchia).
Essa si basa sulle attività lavorative originali, e oggi per la buona
parte estinte, di determinati gruppi:
- Kalderas = calderai (dal rumeno dialettale) - lovara = commercianti di
cavalli (dall'ungherese) - curara = fabbricanti di setacci (dal rumeno).
Una diversa c1assificazione è quella fatta dall'etnologo belga Luc de
Heusch, che « ...poggia le sue argomentazioni principalmente sulla
differenza tra Zingari nomadi, che tutt'ora conducono una vita nomade, e
sedentari o semisedentari. Il de Heusc escludendo arbitrariamente questi
ultimi, sostiene che i primi si suddividono in cinque classi sociali,
"rassa", come egli le definisce, i Lovara, i Ciurara, i
Kalderasha, i Matshvaya e i Sinti (o Manosh). Tutte insieme le classi
costituirebbero i Roma, i veri Zingari, e la classificazione implicherebbe
una rigida scala di prestigio e subordinazione dal meno nobile al più
nobile».
Questa ipotesi di classificazione non trova d'accordo l'assoluta
maggioranza degli ziganologi, sia per la distinzione in nomadi, sedentari
e semisedentari, e sia per la divisione in classi sociali differenti, che
sembra proiettare sull' organizzazione etnica zingara le divisioni
classiste della società gagé occidentale.
Leonardo Piasere, nel corso di un seminario tenuto all'Università di
Cagliari, ha affermato: «Il mio parere di antropologo è che la
distinzione tra nomade sedentario e zingaro non ha assolutamente senso
perché non sl!iega praticamente niente dell'organizzazione sociale delle
singole comunità. E storicamente accertato, ve lo assicuro perché l'ho
accertato io, che vi sono dei gruppi che negli ultimi cento,
centocinquanta anni hanno vissuto a scadenze regolari fasi di nomadismo e
di sedentarizzazione...».
Sinti, Roma, Rom, Roma, Rom-Romje
I Sinti sono un gruppo che parla un dialetto ricco di
influenze linguistiche germaniche che rappresenterebbe il ramo meridionale
dei diversi dialetti utilizzati in una parte dell'Europa centrale. Secondo
Sergio Franzese, che ha pubblicato un glossario Sinto-Italiano, il
dialetto di alcuni gruppi Sinti corre oggi il rischio di estinguersi sotto
la spinta di un progressivo deterioramento: è questo il caso dei Sinti
Piemontesi.
I Sinti, praticamente presenti in tutta l'Italia e in via di definitiva
sedentarizzazione, sono originari dei primi grandi flussi provenienti dal
Nord. Tradizionalmente hanno quasi sempre svolto attività lavorative
legate in un modo o nell' altro allo spettacolo: musicisti, acrobati,
attori di piazza, ammaestratori di animali, ballerini e giocolieri.
Fondatori di diverse dinastie circensi, hanno incontrato una grave crisi a
partire dal dopoguerra e soprattutto dal momento in cui il boom economico
degli anni '60 ha stravolto i vecchi canoni dello spettacolo: cinema, ma
soprattutto televisione, hanno via via assottigliato gli spazi e il
pubblico una volta propri delle performances di piazza.
Un altro duro colpo è venuto per i Sinti dallo svilupparsi su grande
scala dei Luna Park e dei Circhi: le nuove leggi che impongono una serie
di licenze, permessi di occupazione del suolo pubblico e altri inghippi di
natura burocratica, hanno portato alla chiusura di numerose piccole
attività. L'obbligata riconversione delle attività lavorative ha
permesso ad alcuni di continuare il proprio lavoro nell' ambito dello
spettacolo, per esempio con la gestione delle giostre, e ha costretto
altri a dedicarsi ad attività del tutto nuove, come le «chine», il
commercio porta a porta di articoli di varia natura.
Mario Paschini, un Sinto giostraio, ha detto che «... come tanti altri
Sin ti, sono passato anni fa dal commercio porta a porta di piccola
merceria all'acquisto, per pochi soldi, di una giostra come questa (il
"calcio", con i sedili fissati a catene pendenti NdA). Il grosso
problema è che, per lavorare bene occorrerebbe una giostra nuova. (...)
Oggi un Sinto giostraio non può spostarsi a caso. Occorre sempre prendere
contatti in anticipo e garantire la presenza.
La libertà di spostamento è finita».
E così, con le parole di Leonardo Piasere: «La dicotomia tra periodo
invernale (sosta prolungata) e resto dell'anno (nomadismo) rimane
discriminante, ma a differenza di un tempo si tende a passare il periodo
invernale nello stesso posto, dove si ha la possibilità di riparare gli
impianti e di mandare i figli a scuola, mentre il nomadismo assume un
andamento più organizzato e ordinato. (...) la gioia del nomadismo sta
per essere distrutta dal nomadismo di mestiere anonimo, sempre più
nuclearizzato e organizzato secondo i nostri canoni di ordine».
Come lo spettacolo era l'attività tradizionale dei Sinti, così il
commercio degli equini era quello dei Roma, oggi presenti soprattutto
nell'Italia del NordEst. Altra loro attività era la questua.
L'attività del commercio è andata però estinguendosi alcuni decenni
orsono, quando il cavallo, da animale necessario soprattutto nel mondo
agropastorate, è diventato semplice prodotto da macelleria o passatempo
più o meno d'élite per le classi sociali medio-alte.
I Roma, che la Karpati ha chiamato Sinti sloveni, sono presenti anche nel
Lazio. Dediti oggi soprattutto ad attività legate al commercio, come la
compravendita di ferrame, limitano il proprio nomadismo ad aree
solitamente ristrette e aventi come basi determinate città e il loro
territorio.
Ciò non può non provocare una tendenza alla sedentarizzazione. A detta
di Piasere: «Ad essere pignoli, se si dovesse descrivere con precisione
la composizione di un gruppo locale, si dovrebbe dire che esso è di
solito costituito da un insieme di famiglie imparentate in un certo modo,
più uno o due gagé (missionari, operatori sociali, insegnanti, studenti,
ricercatori) che, come le altre famiglie, sono presenti in modo più o
meno fluttuante».
I gruppi Rom sono invece presenti in Italia in numero relativamente basso.
A prescindere da qualche isolato gruppo che vivrebbe in condizioni
precarie nelle baraccopoli, una gran parte di essi, i Kalderas, continua
ad esercitare l'attività del lavoro dei metalli, cercando commesse presso
i ristoranti, le mense, gli alberghi, ecc. Pare che siano ancora
estremamente legati alla tradizione e per questo motivo, per la paura
cioè di smarrire la propria identità culturale, solitamente rifiutano la
scolarizzazione e tengono vivi i rapporti tra i diversi gruppi,
sottomettendosi a volte alle fatiche di estenuanti viaggi all'estero per
mantenere saldi questi rapporti.
Gli Zingari del Meridione d'Italia, i Rom/Romje ormai
sedentarizzati, sono, a parere di molti, ancora sconosciuti. Provenienti
dalla direttrice sud delle antiche immigrazioni del XIV e XV secolo,
avrebbero mutato abitudini e a volte smarrito anche l'uso della lingua
originale.
Il dialetto dei Rom calabrézi sarebbe, secondo Franzese, ormai
deteriorato in modo irreversibile. In generale le parlate degli Zingari
meridionali di antico insediamento sarebbero state influenzate
considerevolmente dall' italiano dialettale locale.
Nomadi sino a trenta, quarant'anni orsono, pare che oggi abbiano
assimilato la tendenza alla sedentarizzazione, anche se piccoli gruppi
abruzzesi nomadizzano ancora nel corso dell' estate. La realtà di questi
gruppi zingari resta ancora molto varia: c'è chi ormai abita in case
ampie e confortevoli e chi vive invece in autentici ghetti, subendo
probabilmente un' emarginazione più cruenta di quella vissuta nella fase
del nomadismo. C'è chi ancora lavora i metalli, chi commercia in cavalli,
chi lavora come manovale nei cantieri edili e chi ha scelto la strada
dell'emigrazione verso le aree più industrializzate dell'Italia
settentrionale e della Germania.
I Roma, gli Zingari dell'ultima immigrazione, sono i più poveri in
assoluto e vivono situazioni al limite del razzismo più becero; spesso,
più spesso di quanto non si creda, sono malvisti anche dagli altri
Zingari.
Sono presenti in Italia dalla Sicilia al Piemonte e vivono di solito nelle
baraccopoli costruite nelle più degradate periferie urbane, veri
lazzaretti nei quali i livelli di vita sono spesso al di sotto
dell'umanamente sopportabile. I Roma sono quasi tutti di origine jugoslava
e sono quelli il cui nomadismo nel nostro Paese è solitamente dettato dai
ritmi scanditi dalle ordinanze di sgombero emesse dalle amministrazioni
locali.
Sono Roma gli Zingari Xoraxané e Dassikané presenti in Sardegna.
Questa classificazione e descrizione dei diversi gruppi, tratta dagli
studi di Leonardo Piasere, non è l'unica: è opportuno ricordare che
altre denominazioni sono state e sono tutt' ora utilizzate da altri
ricercatori. Per esempio gli Zingari cristiano-ortodossi provenienti dalla
Serbia e dalla Macedonia, e presenti in molte regioni d'Italia, sono
chiamati anche Kanarja, anche se questo termine, che non è un'autodenominazione,
non è ben accetto da diversi gruppi così chiamati.
Alcuni altri studiosi di «cose zingare», come 1'antropologo Claudio
Marta, notando la ormai consolidata tendenza a denominare Rom tutti gli
Zingari, si è adeguato a tale tendenza in numerosi suoi interventi.
Un difficile rapporto di convivenza
Claudio Marta, l'antropologo dell'Istituto Universitario
Orientale di Napoli che ha prodotto diversi studi sugli Zingari Lovara,
riassumendo nel corso di un convegno le politiche occidentali nei
confronti dei Nomadi, ha detto che, anche in Italia, sembra esistere una:
«... politica che sembra concedere una relativa libertà di circolazione
ai Rom ma che, per la mancanza di un serio impegno di risoluzione del
problema dell'integrazione, finisce per caratterizzarsi come cieca e,
spesso, addirittura repressi va nei confronti dei Rom».
Secondo lo studioso i problemi degli Zingari residenti nel nostro Paese
sono anche di natura giuridica e si dividono in due ordini differenti:
quelli relativi ai Rom italiani e quelli relativi ai Rom stranieri.
Gli Zingari italiani, sia quelli ancora nomadi che quelli sedentarizzati o
in via di sedentarizzazione, incontrano problemi di ogni tipo, alimentato
da un sentimento xenofobo latente nelle popolazioni italiane, che si
manifesta con l'ostruzionismo burocratico e il difficile accesso a quei
diritti elementari che la Costituzione italiana ha sancito anche per loro.
In questo senso esisterebbero difficoltà nel reperimento dell'
abitazione, nell'iscrizione anagrafica, nel diritto al lavoro,
all'assistenza sanitaria, ad un'istruzione che ne rispetti e ne valorizzi
la specificità culturale di provenienza.
Gli Zingari che hanno ottenuto delle abitazioni continuano di fatto a
vivere nell'isolamento, in una marginalità sociale ed economica che
insiste a fame, nel senso deteriore del termine, dei «diversi».
Quelli che ancora praticano il nomadismo vanno a volte incontro ad episodi
d'intolleranza simili a quelli di cui sono vittime gli Zingari di recente
ImmIgrazIOne.
La situazione di questi ultimi è però sicuramente ben peggiore. Ad essi
viene negato praticamente ogni diritto sancito sia dalle leggi italiane
che dagli accordi internazionali.
A prescindere da qualche sporadico caso verificatosi in piccoli comuni
dell'Italia meridionale, solitamente viene negata loro l'iscrizione alle
liste anagrafiche e la possibilità di sostare a lungo nei centri urbani.
Sino a pochi anni orsono, ma succede qualche volta anche oggi, era
assolutamente normale che gli organi di polizia piombassero senza
preavviso nei Campi e ne ordinassero la distruzione, allontanando in mal o
modo i Nomadi dalle città.
L'ultima Legge Martelli sul permesso di soggiorno agli immigrati
extracomunitari ha peggiorato ulteriormente una situazione già di per sé
difficile, nel senso che oggi solo chi può comprovare un reddito annuo
pari a quello delle pensioni minime italiane può restare, in teoria, nel
nostro Paese.
Paradossalmente gli Zingari di recentissima immigrazione, quelli
provenienti dalla ex-Jugoslavia in guerra, sono protetti dalle misure di
espulsione proprio dal conflitto che sta distruggendo i loro Paesi di
origine: nessuno sinora si è sentito di applicare rigidamente le norme e
di rispedirli così nel caos.
Sui problemi di questa emarginazione così marcata agiscono in Italia
diverse Associazioni, solitamente composte da volontari, operatori
sociali, insegnanti e religiosi, che, a forza di battere e di ribattere,
hanno ottenuto tra le altre cose anche qualche provvedimento legislativo
di buona fattura: diverse regioni italiane hanno provveduto ad emanare
specifiche leggi tese a tutelare 1'etnia zIngara.
Di fatto però il rapporto Zingari-non zingari, come in passato, resta
«bloccato» su una sequenza di comportamenti destinati a perpetuarsi nel
tempo e quindi a divenire/ridivenire regola.
L'ostracismo manifestato dalle amministrazioni comunali rispecchia, una
volta tanto in un'Italia di fine secolo che vive lo scollamento tra
elettori e amministratori come un fatto culturale ormai endemico, il reale
atteggiamento della gente, che quasi sempre è poco comprensivo ed ostile.
Il problema degli amministratori diventa così più spesso non quello di
come fare per applicare le leggi, ma di come fare per non applicarle: il
tutto finalizzato a non provocare le ire dei propri elettori così poco
disponibili all'idea che parte di denaro pubblico venga investito a favore
dei Nomadi.
L'arte della gestione della cosa pubblica si esprime in questo caso in
modo spettacolare e furbesco.
Da una parte si mantengono sufficienti rapporti con le Associazioni che
tutelano i Nomadi, delegando questi rapporti agli organi di assistenza
sociale e magari finanziando progetti di tipo culturale (convegni,
progetti educativi, mostre artigianali) o attrezzando punti sosta ben al
di fuori dei centri abitati. Il tutto dando grande risalto a queste
iniziative marginali e assicurandosi così i fasti della politica
spettacolo.
Dall'altra parte si utilizza l'abnorme groviglio legislativo-burocratico
italiano (con competenze che vanno dagli uffici tecnici comunali a quelli
dell' anagrafe, dalle USL ai Vigili Urbani, dalle Camere di commercio agli
Uffici «stranieri» delle questure) per impedire di fatto una vita di
relazione che non sia improntata sull' emarginazione più abietta.
L'Italia resta il Paese dove si possono pubblicare mille libri sugli
Zingari, dove si possono organizzare mille convegni, mille seminari
all'interno delle Università, mille trasmissioni televisive e mille
mostre artigianali, ma è anche il Paese nel quale uno Zingaro non riesce
ad ottenere il permesso di soggiorno, l'iscrizione anagrafica,
l'assistenza sanitaria, la licenza di commercio, il permesso di fermarsi
dove, come e per quanto tempo vuole in una qualsiasi locali. È questo è
possibile proprio perché il rapporto tra i gagé e gli Zingari, checché
se ne dica, è ancora un rapporto di guerra, mediato certo dalla presenza
del volontariato religioso e laico, ma pur sempre un rapporto di guerra.
Ciò che gli Zingari dicono, chiedono e fanno non è accettato dalla
nostra gente e ciò che la nostra gente dice, chiede e fa, non è
accettato (come potrebbe?) dagli Zingari.
In questa reciproca estraneità, alimentata da sei secoli di fobie,
pregiudizi e persecuzioni, ma anche da una marginalità economica di nuovo
tipo che probabilmente sta ridisegnando la vita nomade nelle società
post-industriali, il futuro di questo popolo appare sempre più incerto e
problematico. |