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Zott, Luri, Ghagar
Secondo G. Macaluso, alcune Cronache Bizantine risalenti
all'835 parlano di diversi raggruppamenti umani presenti allora in Cilicia,
nell' Anatolia Sudorientale, che avrebbero avuto tutte le caratteristiche
proprie delle prime tribù zingare.
Questa fonte però non è mai stata considerata attendibile da molti
storici perché ritenuta imprecisa e perché forse faceva riferimento a
diverse popolazioni.
Così la fonte ritenuta unanimemente valida, resta quella dello storico
arabo Hamzah d'Hispahan (Hamzah Ibn Hasan-al-Isfalani) che, pressapoco
nell'anno 950, scrive la sua Storia dei Re di Persia. Nel testo dello
storico arabo si racconta di come il Re Behràm-Gor, che amava a tal punto
il suo popolo da permettergli di dedicare solo metà giornata al lavoro,
riservando l'altra metà alle feste e ai divertimenti, si rammaricasse
accorgendosi che i musicisti presenti nel suo Paese non bastavano a
rallegrare tutti coloro che ne avevano necessità.
Behràm-Gor allora pensò bene di chiedere aiuto al Re d'India che, da
parte sua, provvide immediatamente ad inviargli dodicimila musicisti
Zott.
Alcuni decenni dopo il racconto dello storico, la stessa storia, ma con
alcune variazioni, viene riportata dal poeta persiano Firdusi nel suo
poema epico Shah-Nameh, o Libro dei Re, che narra le vicende dell'Iran
dalle sue origini sino alla conquista islamica (VII sec.).
Questa volta i musici e i giocolieri giunti dall'India non sono più gli
Zott ma i diecimila Luri che, nel 420 a.c., vengono inviati a Behràm-Gor
da suo suocero Re Shengùl di Camboya. I Luri, o Luli, che erano
abilissimi nella difficile arte del liuto, in cambio delle loro
prestazioni, ricevettero dal sovrano una grande quantità di buoi, asini e
frumento, in modo che, se lo avessero realmente desiderato, si sarebbero
potuti trasformare in agricoltori, cioè sedentari.
Ma i musici ben presto mangiarono tutti i buoi e consumarono tutto il
frumento; così non restò loro che tornare dal Re a chiedere perdono e
aiuto. Behram-Gor non li perdonò affatto, anzi li cacciò per sempre
condannandoli al nomadismo.
Così scrisse Firdusi nel Shah-Nameh: ... vanno pel mondo i musici raminghi, il viver gramo intenti a sostener.
Di via compagni e compagni di tetto han lupi e cani.
Per quanto le opere di Hamzah e di Firdusi siano considerate in parte
attinenti alla storia e in parte ad una leggenda del tutto letteraria,
testimoniano comunque che, già molto tempo prima del decimo secolo, un
popolo di origine indiana era noto in Persia per le proprie capacità
musicali e per la poca attitudine alla stanzialità.
Sul soggiorno degli Zingari in Persia, che sicuramente si è sviluppato in
periodi di tempo assai lunghi, testimoniano, ancora una volta, gli studi
di linguistica comparata. Il vocabolario di questi gruppi, e probabilmente
si trattava di differenti tribù con differenti parlate, si contaminò e
si arricchì di svariati termini persiani.
Diversi di questi termini risultano essere ancora presenti nelle parlate
degli Zingari europei, come Darav (mare) o Vés (Vos = bosco nel dialetto
xoraxané dei Roma presenti in Italia).
Gli Zingari che vivevano in Persia, secondo John Sampson, autore di «On
the Ori gin and early Migrations of the Gypsies», si divisero ad un certo
punto della loro storia in due diversi gruppi che si distinguevano per il
modo di pronunciare alcuni suoni: gli Zingari Ben e gli Zingari Phen.
Dei Ben ancora oggi si sa poco o nulla: vennero chiamati Kurbat
(vagabondi) in Siria e Zott nelle vicinanze della Palestina. A questi
ultimi si riferirebbero forse le Cronache Bizantine: un gruppo di essi
sarebbe stato fatto prigioniero, ridotto in stato di schiavitù e poi
condotto all'interno dell'Impero.
L'unica cosa certa è che i Ben si diffusero in Asia Occidentale: la loro
presenza è stata documentata con certezza in Iran e nello Yemen. In
Egitto, chiamati Ghagar, vennero individuati nel XVI secolo, all'interno
della valle del Nilo, da Pierre Belon.
Gli Zingari chiamati da Sampson Phen Gypsies, si sarebbero allontanati
invece dalla Persia dopo l'invasione araba, procedendo poi verso
l'Armenia, dove acquisirono altri nuovi vocaboli (Grast = cavallo, Grah
nell'attuale xoraxané).
Dalla zona transcaucasica, forse addirittura sin dall'XI secolo, quando
Bisanzio combatteva contro gli eserciti dei Turchi Selgiuchidi, presero a
spostarsi verso l'Occidente e questo esodo si fece via via sempre più
imponente.
Quando Simeon Simeonis e Ugo l'Illuminato li incontrano per la prima volta
nell'isola di Creta, secondo il De Foletier termina per sempre la loro preistoria e inizia quella Storia che ancora oggi si tenta faticosamente
di ricostruire. Dall'isola di Creta si sparsero poi verso Cipro, Rodi e
Corfù. Qui, nel 1386, il Governatore di Venezia, tanto erano numerosi,
concesse loro diversi privilegi: confermò in pratica i diritti acquisiti
da un vero e proprio feudo, il Feudum Acinganorum, istituito in precedenza
dagli Angioini e governato da un capo militare, il Drungarius.
Tutti gli Zingari del feudo erano sottomessi al Barone che, quale tributo,
riceveva quindici aspri e una gallina per ogni adulto che avesse famiglia.
Il pagamento di questi tributi avveniva nel corso di una cerimonia che si
ripeteva tre volte all'anno, in maggio, in agosto e per il Capodanno.
Si tratterà probabilmente di una coincidenza, dato che le ricorrenze
religiose zingare si sono poi accresciute attraverso il contatto con altre
popolazioni, spesso uniformandosi ad esse, ma, oggi, nei gruppi Roma di
origine slava presenti in Italia, si festeggiano proprio gli stessi
periodi dell'anno: il Gurgevdan, o Festa di Primavera (in maggio), la
Festa di Mezza estate (in agosto), e il Capodanno, che è ricorrenza
ugualmente importante.
Il maggior insediamento nel Peloponneso era forse quello di Modon, nella
Morea sud-occidentale, che, secondo il Colocci, fece dire allo scrittore
bizantino Mazonis che gli Acingani erano ormai diventati la maggioranza
della popolazione.
I territori intorno a Modon venivano chiamati «Terre del Piccolo
Egitto», forse a causa di una non comune fertilità delle campagne.
Questo insediamento mantenne la sua importanza per diversi secoli: la sua
gente viveva in capanne dal tetto di canne, esercitava il mestiere di
calzolaio, o di fabbro (utilizzando il doppio mantice di chiara origine
indiana), ed appariva, tutto sommato, abbastanza povera.
Prima delle successive migrazioni verso il cuore dell'Europa, la gente di
Modon e degli altri insediamenti zingari nell'area del Peloponneso,
attinse dal greco numerosissimi vocaboli: Drom, la strada, la parola forse
più emblematica del popolo Rom, è appunto di origine greca.
Da queste regioni, a partire dagli inizi del '400, gli abitanti del
Piccolo Egitto e presumibilmente anche quelli che risiedevano in altre
zone limitrofe, ripresero il loro secolare cammino. All'inizio forse non
si trattò di una vera e propria migrazione, bensì di qualche timido
approccio teso più che altro a saggiare la vivibilità dei nuovi
sconosciuti territori, dei quali, sicuramente, essi avevano già sentito
parlare dai viaggiatori italiani, francesi, spagnoli, tedeschi e inglesi
che avevano visitato il Peloponneso.
Il Colocci riporta una delle prime descrizioni di queste carovane in
cammino: «Re, principi e capi a cavallo e la turba in confusione dietro
di essi, scalza e a capo nudo...».
Le speranze che questi primi gruppi dovevano nutrire in una nuova vita in
Occidente dovevano essere davvero grandi e altrettanto lo erano i rischi
verso i quali sarebbero andati incontro.
Alcuni altri gruppi, che già da tempo vivevano in Valacchia e in
Moldavia, erano stati ridotti in schiavitù: quaranta intere famiglie di
Atsingani vennero donate nel 1370 da Vladistas di Valacchia ai Monastero
di Sant'Antonio, vicino a Voditza. Donazione che venne poi confermata una
quindicina di anni più avanti dal Voivoda Mircea I, nipote di Vladistas.
Ma gli Zingari che si misero in cammino sembravano piuttosto capaci di
discernere le zone pericolose da quelle che sembravano essere più
accoglienti.
Questa buona accoglienza, quando si verificò, durò però per poco tempo.
Poi, dappertutto, iniziarono le persecuzioni. |