home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

 

Capitolo terzo: in Europa

 

   Un cavallo, che sta fermo troppo a lungo in un posto, avrà prurito alle zampe

proverbio kalderasha

La diffusione in Europa

Secondo alcuni studiosi i nomadi che nel XV secolo presero ad addentrarsi in Europa lo fecero essenzialmente per due motivi: la spinta dei Turchi e la fuga dalla schiavitù. Non si sarebbe trattato insomma di un' emigrazione dovuta solo a motivi economici.
Gli Ottomani, in rapida espansione verso Costantinopoli, la Serbia e la Bulgaria, avevano creato, o lasciato presagire laddove ancora non erano arrivati, un immenso territorio devastato dalle battaglie e assoggettato alle loro dure leggi.
Gli Zingari, fra i quali anche quelli che già tentavano di allontanarsi dai territori della Moldavia e della Valacchia nei quali erano stati ridotti in schiavitù, cominciarono allora a costituire le prime variopinte carovane destinate ad attraversare l'intero continente.
La primissima apparizione è in Transilvania nel 1416: centoventi «poveri pellegrini» guidati dal Signore Emaus d'Egitto.
Un grosso gruppo entrò poi in Germania e riuscì ad ottenere dall'imperatore Sigismondo, re di Boemia e d'Ungheria, quelle lettere di protezione che tanto verranno utilizzate nei successivi decenni di viaggio. Un accurato esame filologico delle copie di queste lettere - copie più o meno diffuse, al pari di quelle papali, presso parecchie carovane zingare - ha dimostrato che le varianti tra l'una e l'altra non erano molte: «... essi probabilmente venivano ritoccati dagli stessi zingari, menzionando i motivi di volta in volta più utili ai loro portatori, e le date venivano cambiate man mano che il tempo passava».
Nel 1417 e nel 1418 lo stesso gruppo, ingrossatosi pare sino a 300 persone tra uomini, donne e bambini, attraversa la Germania in lungo e in largo.
Visita tra le altre le città di Soest, Ltinemburg, Amburgo, Lubecca e Rostock, Lipsia e Francoforte sul Meno.
Già dal 1418 vengono segnalati in Svizzera, nei Grigioni, a Zurigo, a Berna e a Basilea: vengono chiamati Heiden, cioè pagani.
Dal 1419 è la volta della Francia. Il 22 agosto un gruppo di Saraceni apparve a Chàtillon sur Chalaronne. Presentano dei salvacondotti dell'Imperatore e del Duca di Savoia (al quale la cittadina era soggetta) e ricevono in dono vino, avena e un po' di denaro.
Questo gruppo è lo stesso, diventato poi assai famoso, guidato dal Duca Andrea del Piccolo Egitto.
La carovana si recò poi a Saint-Laurent de Macon, dove ebbe in dono sessantasei Tornesi (moneta coniata dalla Zecca di Tours), e a Sisteron, dove ricevette pane, carne di montone, vino e avena. Il Duca Andrea, nel 1420, venne ricevuto a Bruxelles e a Deventer, nei Paesi Bassi. Dalle autorità della prima città ricevette birra, vino del Reno, una vacca e due montoni; da quelle della seconda birra, aringhe fresche e affumicate.
L'anno successivo, in Francia, insieme al gruppo del Duca Andrea, comparve un'altra carovana guidata dal Duca Michele, che si diceva suo fratello e che a Tournai si presenterà invece con l'appellativo di Principe di Latinghem in Egitto. La città di Tournai offrì al Duca Michele dodici montoni d'oro, pane e birra.
Nel luglio 1422 il Duca Andrea giunse in Italia. Viene segnalato prima a Bologna, poi a Forlì, poi sulla strada per Roma, intenzionato a chiedere protezione e nuovi salvacondotti a papa Martino V.
Gli storici non escludono che il Duca sia davvero riuscito a farsi ricevere dal pontefice e che da esso abbia poi ricevuto alcune bolle e alcune lettere di accompagnamento, per quanto negli archivi vaticani non vi sia traccia di una sua visita ufficiale. Fatto sta che a partire da qualche tempo dopo, sia il Duca Andrea che numerosi altri capi zingari, presero ad esibire documenti firmati da Martino V.
Una traduzione di uno di questi documenti è stata ritrovata in Lorena:
«Tutte le autorità ecclesiastiche e civili sono richieste di lasciar passare liberamente nel mondo, per terra e per mare, il Duca Andrea del Piccolo Egitto e tutta la sua truppa, con i loro cavalli e i loro beni, senza pagare alcuna tassa né diritto di passaggio, e sono promesse grazie eccezionali di assoluzione (è rimessa la metà dei peccati) aifedeli che si mostreranno generosi nei confronti di quei pellegrini».
Dei gruppi zingari che entrarono in Italia alcuni vi si stabilirono (mantenendo però la pratica del nomadismo), altri fecero ritorno in Francia. Dei gruppi restati in Italia, è ancora solo un'ipotesi sulla quale non tutti sono d'accordo, forse derivano le popolazioni Rom dell' Abruzzo.
Nel 1425 gli Zingari arrivarono anche in Spagna e poi in Portogallo. Il Re d'Aragona concesse un salvacondotto a don Johan de Egipte Menor.
In Polonia la loro prima presenza è registrata nel 1428 a Sanok, nella Subcarpazia, dove vennero chiamati Zingari delle Montagne, ai quali si sarebbero poi aggiunti, provenienti dalla Germania, gli Zingari delle Pianure. Dalla Polonia essi si diffusero in Lituania e nella Prussia orientale.
Nel mentre in Francia, in Italia e nei Paesi Bassi le carovane si facevano sempre più numerose, ma, a partire dalla seconda metà del XV secolo, cominceranno anche le prime discriminazioni che saranno destinate, più avanti, a trasformarsi in vere e proprie persecuzioni.
Alla fine del secolo gli Zingari si erano ormai diffusi in molte nazioni. In Danimarca giunsero presumibilmente agli inizi del nuovo secolo, in Svezia nel 1512: il 29 settembre il Conte Antonius giunse nella città di Stoccolma.
L'arrivo in Inghilterra è dato per incerto, mentre in Scozia, dove godettero per un certo tempo della protezione dei Re Giacomo IV e Giacomo V, l'anno sarà ufficialmente il 1505. Più probabilmente il loro arrivo, sia in Scozia che in Inghilterra, fu invece precedente.
Nel 1501 i primi Zingari entrarono in Russia, provenienti dalla schiavista Valacchia. Qui riuscirono a trovare condizioni di vita tutto sommato accettabili.
Non così successe nelle altre nazioni. Furono proprio le persecuzioni subite in Europa che portarono gli Zingari in altri continenti. In Portogallo si cominciò a progettare organicamente la loro espulsione sin dai primi decenni del secolo, ma solo parecchi anni dopo cominciò la vera e propria deportazione verso l'Africa e le Americhe. I portoghesi, facendogli fare a ritroso la strada percorsa dai loro antenati (ma solo metaforicamente dato che le deportazioni avvenivano via mare), li rispedirono sino alla lontana India. Più avanti la meta forzata dei Ciganos sarà anche il Brasile.
Stesso destino ebbero i Gitani spagnoli, inviati in Africa e in America. A Buenos Aires vennero chiamati Chiganeros.
Dalla Francia vennero inviati in Martinica e in Louisiana (alcuni coloni zingari volontari riuscirono ad ottenere delle abitazioni a La Nouvelle Orleans).
Dalla Gran Bretagna giunsero sino alla Giamaica e alle Barbados, dalla Scozia sino alla Virginia.

La paura della diversità

Una delle analisi che tentano di spiegare il perché l'Europa si rivelò in una prima fase addirittura accogliente, ma poi così crudele nei confronti degli Zingari, accredita ad essi tutte, o quasi, le colpe.
Sarebbero stati loro quindi, con i loro comportamenti anomali (magie, trucchi e piccole illegalità), a provocare la reazione di una società che si sentiva minacciata e che tentò perciò in maniera legittima di eliminare con brutalità il corpo estraneo.
Nelle cronache e nei vari resoconti dell'epoca, si mettevano in risalto soprattutto tre aspetti:
1) La loro bruttezza fisica (questa quasi negritudine che terrorizzava una società abituata ad identificare il «nero» come colore demoniaco).

2) Le loro capacità divinatorie (alle quali venivano omologate, in un crogiuolo tutto stregonesco, anche alcune conoscenze di ordine chirurgico e farmacopeico che essi realmente possedevano).
3) La destrezza nei piccoli furti, la mendicità e l'inventiva nell'esecuzione di piccole truffe (il Cervantes parlava di «voglia di rubare e il furto» quali sentimenti inseparabili che non si quietano se non con la morte).
Il quadro generale che vien fuori da queste descrizioni emette un giudizio secco: gli Zingari sono tutti accattoni, ladri e imbroglioni, disonesti per natura e incapaci di qualsiasi lavoro e di qualsiasi attività economica autonoma e legale. In realtà le cose non stavano affatto così.
Kochanowski, nella sua accorata difesa dei Romané Chavé, ha tentato di ribaltare i luoghi comuni: i Kshattriyas e i Rajputs destinati a diventare i paria d'Europa, a suo parere, sarebbero stati tutto fuorché un'accozzaglia di ladri e accattoni, e se lo diventarono fu perché, a causa delle discriminazioni, gli fu impedito di esercitare altre professioni nelle quali erano molto capaci.
Secondo lo studioso gli Zingari d'Europa erano abilissimi in tutte le attività che un tempo erano state in relazione alla loro appartenenza alle caste guerriere:
- tutto ciò che riguardava la produzione di armi bianche e da fuoco;
- l'uso di queste armi;
- la strategia militare.;
- l'arte veterinaria;
- la conoscenza delle lingue straniere.
Le donne sarebbero state invece capaci di insegnare la musica e la danza, il teatro e l'arte delle marionette. Sarebbero state anche abilissime nella farmacopea.
Queste tesi di Kochanowski, come in parte le accuse di mendicità e di piccola illegalità, sono sicuramente vere.
Gli Zingari erano assai esperti di cavalli, ottimi cavalieri, ottimi commercianti (ci fu un periodo in cui gran parte del commercio degli equini passava per le loro mani), ottimi veterinari e, laddove gli veniva concesso, anche ottimi allevatori. Oltre ai cavalli possedevano e commerciavano anche asini e muli.
Un'altra risorsa economica era costituita dall'attività di ammaestratori: gli Ursari, ancora adesso molto noti, catturavano gli orsi nei Carpazi, li ammaestravano e con essi poi divertivano il pubblico nelle feste o nelle fiere di paese.
Ancora oggi nella topografia rumena esistono nomi quali Ursari e Tsiganesti Ursaria.
Questa abilità, unita a quelle nei giochi di prestigio e, più tardi, allo sviluppo di particolari doti acrobatiche, li porterà dopo secoli di spettacoli di piazza a costituire numerose dinastie circensi (come quelle dei Sinti piemontesi).
In Moldavia e in Valacchia erano invece ben noti, sin dai tempi antichi, come validi burattinai. Presso la nobiltà, che contrariamente a quanto si potrebbe supporre spesso li proteggeva, gli Zingari d'Europa, uomini e donne, venivano impiegati come istruttori e istruttrici di scherma: sembra che insegnassero questa disciplina addirittura agli spadaccini francesi, che pure avevano fama di essere tra i migliori del continente.
Nei Paesi Baschi, nel XVIII secolo, si dedicarono alla pesca d'alto mare del merluzzo e della balena.
Ma i mestieri più classici restavano sicuramente quelli relativi all'arte del metallo. In Romania erano noti come «discepoli di Vulcano» e qualche ziganologo accredita proprio alla loro maestria di fabbri, chiodatori e maniscalchi la messa in stato di schiavitù: sarebbero diventati tanto indispensabili all'economia di quei territori che le autorità, per impedirne per sempre il nomadismo che li avrebbe portati lontano, ne decretarono la schiavitù come un tempo si faceva con i servi della gleba obbligati a non staccarsi dalla terra che lavoravano.
Questa fama di «maestri del ferro» li accompagnò tanto a lungo che, nella Palermo di alcuni secoli dopo, il Senato cittadino promulgò uno statuto per le «Maestranze dei forgiatori seu Zingari», che annoverava tra i suoi fabbri ferrai anche chi Zingaro propriamente non era.
Oltre che abili lavoratori del ferro i Romané Chavé furono anche buoni calderai, cioè abili lavoratori del rame.
Queste abilità però, oltre a tessere le fila dell'invidia e della concorrenza sleale degli artigiani occidentali, non mancarono di creare nuove diffidenze nei loro confronti.
Secondo la Narciso la civiltà europea: «... associava la metallurgia agli dei rappresentativi del male. Nell'immaginario collettivo, i laboratori dei fabbri e dei maniscalchi, la luce rossiccia del fuoco che illuminava i volti di quegli uomini ricordavano le rappresentazioni iconografiche dell'inferno. I fabbri, sorta di artefici-stregoni, vivevano ai margini delle città; il loro mestiere, e persino il loro aspetto fisico, i loro abiti rozzi e la fuliggine che anneriva i loro volti simboleggiavano nel folklore europeo, i segni visibili della loro appartenenza al regno di Satana».
D'altra parte gli stessi Zingari non smentivano affatto queste paure: anzi spesso si vantavano di avere magici poteri sul fuoco. Il che, a lungo andare, non mancò di aggiungere calunnia a calunnia.
Innumerevoli furono comunque le altre attività svolte. Furono minatori in Bosnia; cercatori d'oro in Transilvania, in Moldavia e in Valacchia; artigiani del vimini e del legno nei Balcani e in Francia; commercianti ambulanti sempre in Francia e in tutte le altre nazioni.
Non si può inoltre scordare la loro abilità come musicisti, abilità per la quale, nella letteratura mondiale, la parola zingaro è diventata sinonimo di musicista.
In realtà non era dunque vero che essi non sapessero esercitare alcuna attività: ma questi mestieri, nella generalità dei casi, venivano loro vietati nell'Europa occidentale, soprattutto per il volere delle potenti corporazioni degli artigiani e dei commercianti, che facevano pressione nei confronti delle autorità civili e religiose perché agli Zingari venissero proibite pari opportunità.
I forgiatori parigini, per esempio, pretesero in un determinato periodo l'allontamento dei Nomadi dalla città e la stretta sorveglianza di tutte le forge in modo che fosse impedito loro di utilizzarle.
In questo modo, nell' economia di un popolo che prima di ogni altra cosa desiderava poter preservare la propria autonomia e la propria unità etnica all'interno delle aggregazioni basate sui grandi Clan familiari, non potevano non assumere preponderante importanza altri tipi di attività che, per motivi di diverso ordine e grado, irritarono popolazioni e autorità.
Prima fra tutte l'arte divinatoria, esercitata dalle donne. Un'arte che, ovviamente, a loro stesso dire, era solo un espediente per poter sopravvivere e che faceva leva sulle superstizioni tipiche della cultura occidentale.
La moglie del Duca Andrea del Piccolo Egitto, nel 1422 a Bologna, diceva che «... la sapeva indivinare e dire quello che la persona dovea havere in soa vita et anche quello che havea al presente, et quanti figliuoli haveano et se una femina gli era bona o cativa, et s'igli haveano difecto in la persona; et de assai disea el vero e de sai no».
Questa abitudine, che provocò la condanna irremovibile della Chiesa, risultava peraltro essere assai ricercata non solo dalla gente del popolo, ma anche dai cavalieri, dalla nobiltà e, in qualche caso, addirittura da Re e Imperatori. Molto probabilmente, come ha scritto Frascari: «... fu la domanda che aumentò l'offerta, indirizzandosi spontaneamente verso un popolo che, per sua indole naturale, aveva sempre amato avvolgersi nel mistero, stupendo e meravigliando il grigio occidente con ogni sorta di malie e furbizie».
Gli Zingari insomma si adattarono, per necessità, ad impiegare la loro arguzia ai danni di una civiltà che in quei secoli viveva una religiosità contorta e violentemente intrisa della paura del male, proiettata, ancora a metà strada tra paganesimo contadino e mistica cittadina, verso un futuro carico di oscuri presagi. Certamente furono le stesse paure che permettevano agli Zingari di vendere le loro «predizioni», che poi favorirono in modo consistente le persecuzioni.
Insieme alle arti divinatorie le Zingare esercitavano anche quelle della magia bianca e della guarigione, possedendo, almeno nel secondo caso, doti e conoscenze che certo non erano inferiori a quelle dell'epoca. Conoscevano l'uso delle erbe medicinali e gli stessi unguenti, le stesse pozioni che vendevano ai gagé, venivano da loro utilizzate per guarire la propria gente.
L'attività della medicina veniva praticata anche dagli uomini. Parecchi di essi si definivano erboristi e chirurghi: dovettero dimostrarsi assai capaci se, in un certo periodo, i chirurghi olandesi presero a fare tirocinio presso di loro.
Ma anche questa attività, così come i tradizionali mestieri, venne loro proibita.
N on c'è quindi da stupirsi se lo stereotipo più pregnante costruitosi nel corso dei secoli, e rimasto intatto sino ai giorni nostri, sia quello dello Zingaro mendicante e ladro. Per essere ladri e mendicanti, data l'epoca e le ristrettezze a cui erano sottoposti, non ci voleva poi molto: in Europa non furono certo loro ad importare una pratica che era tanto diffusa da essere considerata una vera e propria piaga sociale.
A partire dal '400 diversi opuscoli divulgativi si occuparono specificatamente del vasto mondo dell'accattonaggio e del piccolo imbroglio. Un mondo tanto vasto da richiedere addirittura opportune classificazioni. Teseo Pini, ecclesiastico e giurista di Urbino, nel suo «Speculum Cerretanorum», enumera ben quaranta diverse categorie di mendicanti e truffatori: tra queste quelle dei Cerretani, degli Affrates, dei Falsibordones, degli Acatosi, degli Affarfantes, degli Acapones, dei Felsi, dei Pauliani, dei Bigamizantes etc. Ma, per quanto diffusa, l'attività dell' accattonaggio e della piccola illegalità non venne certo perdonata ai Nomadi.
Così la buona accoglienza riservatagli inizialmente venne ben presto a mancare e, se buona accoglienza era stata, lo era stata solo in virtù del rispetto, o del timore, dovuto a quelle credenziali papali e imperiali che gli Zingari erano stati tanto previdenti da procurarsi.
La loro oscura origine, i loro usi e costumi che si mantenevano ostinatamente autonomi e differenti da quelli circostanti, il loro stesso tipo fisico e la pratica del nomadismo, provocarono condanne, calunnie, miti e leggende mostruose.
Un religioso, Pierre Crespot, dice: «... sono dediti a magie e incantesimi e non hanno religione alcuna. Fanno professione di stregoneria...».
Sancho de Moncada, teologo spagnolo, li considera atei ed eretici. Cattolici, calvinisti e luterani (Lutero in persona), gli erano profondamente ostili. Ai sacerdoti protestanti svedesi venne impedito di battezzare i bambini zingari e di seppellire i morti. Agli stessi Zingari venne proibito l'accesso nelle chiese.
Nel XVII secolo, ma in alcune nazioni assai prima, si proibì alla popolazione civile di avere un qualsiasi contatto con la gente nomade: non si poteva ospitarla, frequentarla, parlarle, venderle generi di prima necessità.
Fra i tanti errori commessi dai «Figli del Vento», ciò che restava imperdonabile ed imperdonato, era l'antagonismo irrinunciabile ai tre massimi poteri dell'epoca: antagonisti agli Stati, perché portatori di proprie leggi; antagonisti alle Chiese, perché capaci di arti divinatorie proprie e perché poco propensi ad una reale conversione; antagonisti alle corporazioni dei commercianti, dei musici e degli artigiani, perché abili commercianti, abili musici, abili artigiani.
Ma a questo non c'era più modo di porre rimedio. Il cerchio si era chiuso:
iniziarono le persecuzioni e l'etnocidio.

Le persecuzioni

Mirella Karpati così ha scritto sulle persecuzioni che si scatenarono soprattutto a partire dagli inizi del XVI secolo: «Per secoli la forca, il rogo, il bando e la frusta accompagnarono la sorte di un'etnia cui la squisita sottigliezza occidentale negò perfino natura e condizione umana, equiparandola alle bestie, ai vampiri e ai lupi mannari, determinando parallelamente quella inquietante angoscia della condizione zingara».
La Karpati non esagera. Ciò che si fece contro l'etnia zingara, e spesso erano le autorità religiose a pretendere che le autorità civili attuassero le repressioni, assomiglia molto ad uno sterminio pianificato e portato avanti senza tentennamenti.
Il primo provvedimento di espulsione degli indesiderati stranieri è quello del 1471 in Svizzera. L'Assemblea di Lucerna ne decretò l'allontanamento. In Spagna la repressione inizia nel 1492, anno emblematico per la cultura europea: Colombo apre la strada agli eserciti cattolici in America ed in patria un editto voluto dalla Santa Inquisizione scatena la soldataglia contro i Marranos (gli Ebrei convertiti), i Moriscos (i musulmani convertiti) e i Gitanos.
Ferdinando il Cattolico promulgò una serie di disposizioni durissime che vennero poi confermate nel 1494 con la Prammatica di Medina del Campo, voluta dall'arcivescovo Cimenez de Cisneros. Gli Zingari si nascosero nelle montagne e dalla latitanza aspettarono, inutilmente, che i tempi sfavorevoli venissero a cessare: le alternative erano quelle di abbandonare la nazione o di essere puniti con cento colpi di frusta (che significava morte certa) e con il taglio delle orecchie, oppure, ancora, di diventare schiavi, come successe agli Ebrei, di padroni spagnoli.
Infine la maggior parte dei Gitani si piegò a queste ordinanze: molti tra i «Figli del Vento» vennero ridotti in schiavitù.
Nel periodo tra il 1499 e il 1748, in Spagna si emanarono 28 Prammatiche reali, o Decreti del Consiglio di Castiglia, contro la popolazione zingara che tentava con ogni mezzo di riacquistare la propria libertà. Altri venti Decreti vennero emessi da altre città della Navarra, dell' Aragona e della Catalogna.
La Dieta di Augusta, promotore l'imperatore Massimiliano I, emette la prima di una serie di ordinanze, nel 1500: gli Zingari che non si fossero allontanati prima della Pasqua potevano diventare soggetti ad una caccia all'uomo e coloro che li avessero uccisi non sarebbero stati perseguiti dalla legge.
Questo tipo di provvedimenti, nei secoli XVI, XVII e XVIII, vennero presi a decine in quasi tutti i Paesi europei: la vita degli Zingari si trasformò in una perenne fuga, costellata d'imprigionamenti, deportazioni, torture ed uccisioni.
In Francia il più importante Editto è del 1504, nei Paesi Bassi del 1524, in Inghilterra del 1530. I Gypsies, secondo la Regina Elisabetta, che emise più avanti altri provvedimenti, avrebbero dovuto abbandonare il nomadismo, dimenticare i propri usi e costumi e mettersi al servizio di padroni inglesi.
Nella zona di Milano la prima di una sessantina di Gride è del 23 aprile 1506: gli Zingari vengono accusati di propagare la peste. Devono essere allontanati, pena la fustigazione, e nessuno può più avere contatti con loro: «... facciamo pubblico comandamento che zingari ed accattoni non possano venire né stare nel dominio sotto pena di tre tratti di corda, per ciascuno ed ogni volta che si trovino a contravvenire, e a quelli che li lasceranno passare e li alloggeranno in questo regale dominio, fiorini venticinque d'applicare come sopra ogni volta...».
Circa un secolo più avanti un'altra Grida incita i cittadini a farsi giustizia da soli: gli stranieri che non si fosse riusciti a fare prigionieri potevano essere impunemente assassinati e i loro averi sarebbero diventati proprietà degli assassini senza che «... s'abbia ad interessare il regio fisco»! .
Nel 1549 il Senato di Venezia ne decretò l'espulsione, più avanti decretò la pena a dieci anni di prigione e più avanti ancora l'uccisione, di uomini e donne, che avrebbe procurato ai carnefici la somma di dieci ducati.
Nella zona di Parma, trecento Zingari che avevano acquistato una tenuta in campagna, vennero tutti sterminati da una folla incitata e guidata da un signorotto locale. Secondo il Colocci, in Scozia, cessata la tradizionale protezione dei sovrani, gli uomini zingari venivano impiccati e i bambini marchiati a fuoco sulle guance.
Nel 1570 il papa Pio V ordinò che gli Zingari venissero imprigionati nelle Galere pontificie che combattevano contro i Turchi. Si fece lo stesso in Francia, in Spagna e in Portogallo, mentre la Svizzera vendeva i suoi Nomadi agli Stati marittimi.
In Svezia, in Danimarca ed in altre nazioni i Rom potevano avere salva la vita se si fossero arruolati negli eserciti, cosa che parecchi di loro fecero.
La Russia fu invece uno dei pochi Stati che risparmiò il Popolo Errante: si tentò a più riprese di fermare il nomadismo ma senza giungere a severi provvedimenti di legge. Nel resto d'Europa invece, man mano che trascorrevano gli anni, la caccia allo Zingaro divenne attività quasi consueta e le uccisioni si susseguivano alle uccisioni.
Agli inizi del XVIII secolo il Governatore delle Province Unite dei Paesi Bassi dette il via ad un' azione di sterminio totale: alcuni decenni dopo non un solo Zingaro, uomo, donna o bambino, rimase in vita. Il De Foletier ha scritto che nel 1725, nella città di Zaltbommel, dieci uomini vennero prima strangolati «a metà», poi sottoposti al tormento della ruota, infine decapitati. Le loro teste vennero esposte al popolol2.
In Danimarca, nel resoconto di una battuta di caccia effettuata da un signorotto locale e dai suoi servitori, tra le prede uccise figuravano «un gitano e il suo piccolo».
In Germania si eressero le forche, in Castiglia, in Boemia e nel Milanese si mutilavano le orecchie sia alle donne che agli uomini. In Transilvania secondo quanto riportato da Kenrik e Puxon, un proprietario terriero, riferendosi a quanto fatto su un suo schiavo si vanta in questi termini: «Alla domanda della mia cara sposa, l'ho fatto picchiare con delle canne sulle piante dei piedi fino a che non colasse il sangue, poi l'ho obbligato ad immergerli in una forte soluzione caustica. Dopo ciò, per farlo punire di parole sconvenienti, gli ho fatto tagliare il labbro superiore, che ho fatto arrostire, e l'ho poi costretto a mangiarlo».
Una cronaca tedesca riporta il risultato di un'altra battuta di caccia: un daino, cinque caprioli, tre cinghiali grandi e dieci piccoli, due zingari, una zingara ed uno zingarello.
A Frauenmark, in Ungheria, nell'estate del 1782, un gruppo di Cziganyok, venne accusato di assassinio. Sotto tortura uno di essi, sospettato di aver fatto scomparire alcune persone che invece più tardi si scoprirono vive e vegete, urla esasperato: li abbiamo mangiati!
Prima che sul posto venisse inviata da Giuseppe II una commissione d'inchiesta che decreterà la piena innocenza dei poveretti, e mentre l'Hamburger Neue Zeitung di Amburgo elevava a 88 il numero delle persone divorate dai nuovi cannibali, quindici uomini vennero impiccati, sei smembrati, due squartati. Diciotto donne vennero decapitate.
Gli Zingari non erano nelle condizioni di potersi difendere dalle leggi dell'epoca, dato che la prima e inconfutabile responsabilità restava proprio quella di essere Zingari. In alcune sentenze emesse in Francia, queste furono le motivazioni delle condanne: «in quanto zingaro e vagabondo», «zingaro confesso», «zingaro secondo la dichiarazione del Re». L'appartenenza alla propria etnia era ormai diventata sinonimo di mostruosità: l'anima più nera dell'Occidente, avvinta nei propri incubi più tetri, aveva decretato la morte, con la violenza o la sottomissione, di un intero Popolo.
Il nomadismo ormai non era più solo una libera scelta, la filosofia di vita si era tramutata in una incontenibile volontà di fuga, alimentata dal sospetto e dalla paura, più che legittima, verso la società sedentaria e inumana dei gagé.

I tentativi di assimilazione forzata

Sul finire del Settecento e nel corso dell'Ottocento, in molte nazioni avvengono significativi mutamenti nel rapporto tra autorità e Zingari. In altre la situazione non cambiò affatto. Nella Francia rivoluzionaria le parole d'ordine di «liberté, egalité et fraternité» di certo non riguardavano i Nomadi: si verificarono ancora le consuete cacce all'uomo e le donne, i bambini, i vecchi e i malati venivano internati in ospizi per mendicanti dove la mortalità era elevatissima.
In Ungheria ed in Boemia invece le autorità decisero di seguire un'altra strada. Maria Teresa d'Asburgo, Imperatrice e Regina di Boemia e di Ungheria, considerata una sovrana «illuminata», nel 1768 e nel 1773 emanò nuove leggi che, almeno nelle sue intenzioni, avrebbero dovuto «civilizzare» gli Zingari e renderli con ciò cittadini uguali agli altri.
Venne così impedito loro di abitare nelle tende, di spostarsi, di esercitare i mestieri tradizionali. Anche il loro nome venne abolito per legge. Da quel momento in poi si sarebbero dovuti chiamare Nuovi Magiari, oppure Nuovi Coloni.
Ovviamente anche la loro lingua venne vietata.
Nel 1773, nel Palatinato di Presburgo, a Fahlendorf, un provvedimento che basava la sua validità giuridica sulle nuove leggi volute da Maria Teresa, strappò tutti i bambini zingari sopra i cinque anni alle loro famiglie e li affidò a famiglie contadine che si assunsero, dietro compenso, l'onere di educarli a una vita considerata più civile.
Uomini e donne zingare, come impazziti, abbandonarono le case nelle quali si erano faticosamente abituati a vivere, vendettero tutte le loro cose e, prima di rifugiarsi sulle montagne o nelle pianure, si dettero a violenze e saccheggi.
La maggior parte dei fanciulli zingari sottratti con tanta brutalità alle proprie famiglie riuscirono a fuggire.
Nonostante l'evidente fallimento di questo nuovo tipo di repressione, Giuseppe II, il figlio di Maria Teresa che aveva salvato i superstiti di Freuenmark accusati di cannibalismo, nel 1782 promulgò un' altra legge tesa ad assimilare forzatamente gli Cziganyok.
Ecco, tra le altre, alcune disposizioni contenute nella legge:
- tutti gli Zingari, adulti e bambini, dovevano essere istruiti alla religione cristiana;
- i bambini non dovevano più circolare nudi e non dovevano più dormire nelle tende insieme alle bambine;
- il vestire, il mangiare e il parlare dovevano uniformarsi alle usanze locali;
- non potevano più possedere cavalli, né commerciarli;
- dovevano essere costretti all' agricoltura, pena pesanti punizioni corporali;                - dovevano abbandonare 1'abitudine alle feste e alla musica.
Più avanti, tra quelli che rifiutarono di adeguarsi alle nuove norme, diverse furono le sentenze capitali.
Come in Ungheria anche in Spagna si verificò un tentativo di cambiamento.
Carlo III, sovrano illuminato, nel 1778 dichiarò formalmente che i Gitani non costituivano un popolo né ladro, né abietto per natura. Però, a suo parere, non costituivano neanche un popolo, un'etnia: si trattava semplicemente di una congrega di fuorilegge.
Anche in questo caso ne venne abolito il nome originale e si cercò di cancellarne 1'origine, ma, tutto sommato, il tentativo di etnocidio culturale si rivelava meno doloroso del tentativo di genocidio che l'aveva preceduto. Carlo III, in una sua Prammatica, stabiliva così l'obbligo alla residenza fissa: in quaranta città spagnole vennero costruiti degli alloggi, veri e propri quartieri chiamati Gitanerie, riservati esclusivamente ai Kalé. Nell'Ottocento questi tentativi di assimilazione forzata si moltiplicarono, grazie anche agli interventi della. Chiesa che chiedevano, più che una repressione sanguinosa, un progetto di «educazione» generalizzato e, perché no, coatto.
Nel 1843 aveva finalmente termine la schiavitù degli Zingari della Valacchia e della Moldavia, grazie ai primi interventi dei principi Alessandro Ghika e Bubesco, che liberarono quelli assoggettati allo Stato. Dopo una decina di anni tutti gli schiavi Cigains della Moldavia e della Valacchia, sia quelli che appartenevano alla Chiesa e sia quelli che appartenevano ai privati, erano stati affrancati dalla schiavitù.
Il panorama culturale europeo sembrava aver mutato opinione sui «Figli del Vento»: complice il romanticismo lo Zingaro si era via via trasformato nel perfetto prototipo del Buon Selvaggio, libero dai ceppi e dalle costrizioni del vivere civile.
Anche lo ziganologo Colocci, scrivendo sul fallimento dei tentativi d'integrazione forzata, sembra lasciarsi trascinare dall' onda lunga del romanticismo: «Lo Zingaro non si mescola mai con lo straniero da cui lo separa un abisso profondo che nulla saprebbe colmare. Come l'uomo civilizzato risalirebbe la corrente dei taciti sillogismi dell'uomo selvaggio? Il primo parte dal principio che la sicurezza sia condizione fondamentale della felicità, la pace il suo principale elemento, l'abitudine il suo più dolce regalo, il benessere materiale il suo frutto più prezioso, la stabilità il suo indispensabile corollario. Il secondo ride della sicurezza giacché non gli manca mai nelle sue inaccessibili caverne, non sa cosa sia l'abitudine ma intendendo lo ne prova orrore, non si cura del benessere materiale e beffeggia la stabilità esaltando i piaceri della sua vita mobile, incerta, perigliosa e gioconda».
Ma, scrittori e poeti a parte, nella seconda metà dell'Ottocento la questione zingara divenne pian piano un problema di polizia, e non cessò mai di essere un problema razziale.
Nasceva in quegli anni una forma di razzismo più sottile e infinitamente più pericolosa, ammantata delle teorie pseudo-scientifiche che, padri lo scientismo e il positivismo, produssero le aberrazioni antropologico-criminali di Cesare Lombroso, la cui eredità ideologica così ben si coniugò con le teorie del mondo accademico tedesco prima e sotto il nazionalsocialismo.
Francesco Predari, che scrisse a più riprese di cose zingare, e che apparteneva alla scuola del Lombroso, definì gli Zingari «un cancro sociale» e lodò i provvedimenti assunti da Maria Teresa e da suo figlio Giuseppe II, lamentandosi peraltro che tali provvedimenti non fossero stati assunti anche da altrenazioni europee.
Lombroso e i suoi discepoli, le cui teorie scientifiche erano ritenute valide anche in altre parti d'Europa, certo non giudicavano la razza zingara in base a paure ancestrali o alle alterità magico-religiose che tanta paura fecero nei secoli precedenti. Più concretamente cercarono di dimostrare la «naturale devianza» zingara attraverso una serie di dati antropometrici e morfologici ai quali accreditavano una particolare valenza: quella di manifestare esteriormente una tara ereditaria di tipo razziale. Questi dati venivano poi paragonati, alla ricerca di conferme e smentite, con quelli raccolti su altri soggetti in odore di devianza: sardi dell'interno, briganti meridionali, criminali recidivi, negriti e boscimani.
Secondo Lombroso, gli Zingari erano «... un 'intera razza di delinquenti e ne riproducono tutti i vizi e Le passioni: L'oziosità, L'ignavia, L'amore per l'orgia, l'ira impetuosa, La ferocia e La vanità. Le Loro donne sono più abili neL furto e vi addestrano i Loro bambini».
L'antropologo, basandosi sugli studi del Weisbach che aveva riscontrato una forte ridondanza di Zingari dolicocefali in diverse tribù da lui esaminate, non poteva non arrivare alle stesse conclusioni alle quali, lui e altri della sua scuola (come l'Orano e il Niceforo), erano giunti sui sardi barbaricini e del villacidrese: anche i Rom erano da considerarsi, né più né meno, veri delinquenti di natura.
Più avanti, sul venire del Novecento, anche per i molti Nomadi che si erano sedentarizzati o semisedentarizzati, come i Gitani spagnoli, i Rom abruzzesi, gli Zigani ungheresi ed altri, la prova più dura dovrà ancora arrivare: la genetica, alleata dell'antropologia e della psichiatria, preparava, sotto il vessillo della ideologia nazionalsocialista, lo sterminio di tutti gli Zingari.

    

 

Statistiche siti