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Capitolo sesto: la vita nei campi abusivi a Cagliari

 

Un uomo ha bisogno di cinque cose: una donna, una tenda, le sue mani, un occhio acuto e qualche cosa per cui combattere

proverbio kalderasha

Organizzazione sociale tra passato e presente

Alessandro Galdi, in un'interessante monografia apparsa sulla rivista «Etnia» nel 1982, scrive che la Kumpania rappresenta l'unica forma di organizzazione sociale conosciuta dai gruppi zingari e che essa sarebbe basata sulla famiglia nucleare.
Secondo J. Pierre Liégeois, più famiglie nucleari legate da vincoli di parentela, formerebbero una Vitsa, secondo altri una Stamma, che potrebbe arrivare sino alle duecento persone.
Più Vitse formerebbero gruppi ancora più ampi denominati Natsie e queste ultime sarebbero alla base dei sotto gruppi fondamentali dei Rom, dei Sinti e dei Gitani.
La Kumpania, che sarebbe struttura estremamente instabile e caratterizzata - oltre che dai vincoli familiari - dalla corresponsabilità economica nello sfruttamento delle potenzialità di un determinato territorio, verrebbe guidata da un capo, il Baro Rom, il Grande Uomo, l'anziano «... che detiene l'autorità nella sua famiglia, e più grande è la famiglia più ampia è la sua autorità, e quindi più grande il rispetto che gli altri Zingari portano nei suoi confronti».
Nei gruppi Roma presenti a Cagliari molte di queste definizioni che sono facili a trovarsi negli studi a carattere antropologico e sociale, sono quasi del tutto sconosciute, segno forse di una modernizzazione rapida ed impietosa che sta velocemente stravolgendo la tradizionale organizzazione.
Sino a pochi anni orsono, all'interno di ogni grande gruppo legato da vincoli di parentela, si poteva riscontrare la presenza di un «personaggio rappresentativo», che solo superficialmente potremo definire un «capo».
Il suo ruolo veniva riconosciuto per elezione delle sue capacità: saggezza, moderazione, buona attitudine nel dare le coordinate di comportamento nell'incontro-scontro con la società dei gagé. Le sue indicazioni venivano di norma rispettate e applicate senza discussioni. Egli stabiliva il luogo della sosta, sanciva le norme di comportamento da tenersi con la circostante popolazione gagé, intratteneva i rapporti con le autorità e dispensava consigli sulle controversie più spinose.
Oggi, a distanza di pochi anni, in alcuni gruppi questo delicato meccanismo sembra essersi in qualche modo inceppato.
Anche se è difficile ipotizzare perché ciò sia avvenuto, mi sembra abbastanza plausibile che l'unitarietà dei gruppi stia entrando in crisi anche a causa dello scontro con la nostra società, con i suoi miti di ricchezza e di individualismo esasperato e con gli altri disvalori caratteristici della nostra civiltà dei consumI.
Un'altra possibile concausa sarebbe forse da ricercarsi nella nascita di un nuovo tipo di povertà, quella urbanizzata e tendente a tracciare la strada per una progressiva sottoproletarizzazione dei gruppi zingari, con tutte le caratteristiche proprie di tale fenomeno.
Emblematica, nella sua semplicità, è l'esperienza di Nusret Selimovic, giovane Zingaro proveniente dal Montenegro e residente a Cagliari da ormai quasi un decennio, che sino ad alcuni anni orsono ricopriva il ruolo di «capo» all'interno di una delle più affollate Kumpanie xoraxané.
Giovane, ma rispettato per la sua intelligenza e per il suo spiccato buon senso, dopo la morte di sua figlia Tiziana, uccisa da una broncopolmonite fulminante e martoriata dai morsi dei topi, entrò in contatto con i volontari di un' associazione che da tempo si batte contro l'emarginazione degli Zingari. Fattosi esso stesso promotore dei diritti della sua gente, divenne in qualche modo la figura mediatrice tra i Roma, l'associazione del volontariato e le autorità locali che, a più riprese, promisero la costruzione dei Campi Sosta e altri interventi che avrebbero dovuto arrestare la falcidia dei bambini migliorandone le condizioni di vita.
La delusione provocata dalle promesse non mantenute dalle autorità locali, alle quali lui aveva invece creduto e delle quali in qualche modo si era reso involontario garante verso gli altri Roma - dai quali continuava a pretendere sia Il rispetto delle tradizioni che comportamenti di buon vicinato con i non-zingari - provocarono lentamente quanto inesorabilmente una caduta di prestigio che più avanti gli impedì di continuare a svolgere il proprio ruolo.
Nessuno poi l'ha sostituito, perché il gruppo originario è andato trasformandosi e oggi appare sicuramente più instabile, disorganizzato, esposto a maggiori rischi di quanto non lo fosse in precedenza.
Una delle tradizioni delle quali è invece rimasta qualche traccia, è quella della Kris, l'organo giudiziario della Kumpania.
La Kris, che significa Consiglio, Tribunale, Giustizia, rappresentava un tempo l'organo deputato a presiedere il buon andamento della comunità e la «giustizia» interna. Essa non aveva potere esecutivo ma esercitava il compito di giudicare, condannare e assolvere la persona imputata di qualche reato.
Questa sorta di tribunale, presieduto da un anziano chiamato Krisnitori (che letteralmente significa giudice o mediatore), era completamente autonomo dalla giustizia amministrata dai non-zingari e si pronunciava su diverse colpe considerate gravi:
- adulterio;
- furto ai danni di uno Zingaro;
- rottura della promessa di matrimonio;
- delazione all'autorità non-zingara;
- violenza fisica su altri Zingari;
- violazione di certi tabù;
- contrasti di vario genere tra singoli o famiglie.

L'incarico di eseguire le sentenze, che erano inappellabili, spettava all'intero gruppo. Le sanzioni potevano essere di quattro tipi diversi: corporali, economiche, sociali e soprannaturali. Queste ultime, quando il colpevole di una determinata colpa non veniva individuato, venivano invocate sul suo capo, nella convinzione che la giustizia divina l'avrebbe prima o poi raggiunto secondo quanto stabilito dagli uomini.
Oggi la Kris, termine che è più utilizzato dai dassikané che non dai xoraxané, è praticato in modo assai informate e per problemi non necessariamente gravi.
A volte capita, più volte è capitato a Cagliari, che qualche Zingaro invece di rivolgersi alla giustizia interna preferisca rivolgersi direttamente agli organi di Polizia dei gagé. In un'occasione capitò che un nuovo arrivato nel Campo abusivo di Selargius, contravvenendo alle indicazioni comportamentali dategli in precedenza, entrasse in un appartamento vicino e rubasse gioielli e preziosi per una considerevole cifra.
Il caso volle che del furto fosse poi accusato un altro Zingaro: la «Kris» decise e mise in pratica la «cattura» dello Zingaro colpevole, la sua «bastonatura» e l'immediata consegna alla Polizia.
Spesso la sanzione decisa dalla «Kris» consiste semplicemente nell' allontanamento del o della colpevole, al quale ci si sottopone senza resistenza e che solitamente non ha lunga durata.
Quando un uomo o una donna si sono comportati in maniera palesemente contraria alle regole del gruppo, o hanno offeso gravemente e in maniera irrimediabile una persona della propria famiglia, allora possono venire espulsi in modo che detta espulsione sia pubblica e appariscente: la persona che si vuole allontanare è costretta ad uscire dal Campo non per la strada principale ma da una via laterale.
In un Campo abusivo che era provvisto di una recinzione metallica, una volta venne aperto un varco nella rete per allontanare, proprio come un ladro, la persona colpevole di un comportamento anomalo.
Quando tra due uomini, o tra due famiglie, viene a crearsi un dissidio, i contendenti possono affidarsi al giudizio insindacabile del «Krisnitori», che in questi casi esercita le funzioni di conciliatore.
Esso solitamente viene scelto tra le persone più anziane del gruppo e non deve necessariamente essere di sesso maschile. In questo modo molti dissidi che potrebbero altrimenti diventare più gravi, vengono ricomposti in modo pacifico ed indolore.

La nascita e l'imposizione del nome

Le antiche credenze del popolo degli Zingari volevano la nascita di un bambino come un evento carico d'impurità e quindi sottoposto a numerosi riti e altrettanti tabù.
In certi gruppi il parto non poteva avvenire nello stesso spazio dove si abitava. Venivano perciò predisposte apposite tende che più tardi venivano distrutte.
In altri gruppi il parto poteva anche avvenire direttamente all'aperto.
Secondo Alessandro Galdi: «Il parto alla luce del sole ed a contatto con la terra non è sconosciuto in altre culture. Esso implica un legame diretto tra la vita nascente e la forza vitale derivante dalla natura».
La partoriente, prima della nascita, era usa sciogliersi i capelli. A parere della Cozannet, questo rito riprendeva «... la credenza ben nota nella storia delle religioni, che considera la capigliatura femminile carica di va lenze magiche; sciogliendo la la madre libera tali forze per rendere più facile il parto».
Oggi le donne nomadi presenti a Cagliari e in tutta la Sardegna solitamente partoriscono in ospedale e, visto il persistere di tutta una serie di ben precisi tabù che circondano l'evento, è assai probabile che esse non lo facciano solo per questioni di igiene e di sicurezza ma anche per trasportare lontano dai luoghi da loro abitati un evento così carico d'impurità.
I riti e le abitudini che seguono il parto hanno duplice funzione: proteggere gli adulti dall'impurità ed il bambino dalla cattiva sorte.
Quando è possibile la madre conserva il cordone ombelicale, il Bureko, del nuovo nato. Dopo che il cordone si è completamente asciugato, esso viene intrecciato e cucito insieme ad alcune fasce di tessuto. Si ottiene in questo modo una specie di corda, la Fasha, che verrà tenuta avvolta intorno all'addome del neonato per procurargli la buona sorte e per proteggerlo dagli spiriti del male sempre in agguato.
Quando non è possibile conservare il cordone ombelicale esso viene sostituito da una semplice fascia di lana arrotolata e ben cucita.
Benché i Roma che vivono in Sardegna siano quasi tutti di religione islamica, a confermare la tendenziale interreligiosità degli Zingari, capita qualche volta che sul capo del neonato venga posta una cuffia stracarica di medagliette e immagini religiose cristiane, soprattutto per proteggerlo dall'invidia e dalle maledizioni. In qualche caso le medagliette ricoprono a decine anche le fasce e gli abitini.
Dopo il parto inizia per la madre un periodo di auto isolamento che può durare mesi e mesi. Essa non esce dalla sua baracca se non nei rari momenti in cui non corre il rischio di essere veduta dagli uomini delle altre famiglie. Per lo stesso motivo, ovviamente, le sono precluse le visite nelle altre baracche e i normali rapporti di relazione.
Sempre nello stesso periodo essa non può cucinare per il marito e per gli altri figli, perché l'impurità, della quale è ancora portatrice, potrebbe trasmettersi ai cibi che tocca, e, per lo stesso motivo, le è fatto divieto di toccare gli abiti o le coperte dei congiunti.
Per le necessità quotidiane la famiglia viene aiutata da una parente, rigidamente femmina, dato che la madre non può assolutamente essere vista dagli uomini del gruppo.
L'uso di questa «quarantena», rispettato ancora in certe famiglie, sta invece scomparendo in altre, specialmente in quelle formate da giovani o giovanissime coppie.
Il mantenimento di queste tradizioni non dipende poi solamente dalla volontà di preservarle o meno: esso presuppone una grande collaborazione da parte delle altre famiglie, perché necessita di aiuto e di sostegno.
Una madre che non viene aiutata da nessun' altra donna nelle faccende domestiche non può oggettivamente uniformarsi alle vecchie tradizioni, quindi cucinerà, laverà gli abiti, andrà in giro per il Campo come sempre ha fatto prima del parto.
La reazione degli anziani verso le giovani coppie che non si adeguano alla tradizione a volte può invece essere molto dura. Se una donna che ha partorito da poco tempo circola liberamente per il Campo, senza che abbia per questo valide giustificazioni, il suo portamento viene ritenuto gravemente offensivo.
È capitato che qualche giovane imprudente, mentre si avvicinava ad un'altra baracca, sia stata bruscamente invitata a tornare sui suoi passi, pena una brutta «lezione» corporale.
La madre, già sottoposta a questa incredibile serie di restrizioni, deve mantenere, per un certo periodo, alcune precauzioni nei confronti del bambino.
Per esempio se il piccolo, o la piccola, piange perché sta mettendo i denti, essa non può assolutamente controllarle la bocca. Capita così che questa incombenza venga magari affidata a qualche amico gagé, che controlla il piccolo e poi tranquillizza la madre, preoccupata ma bloccata sui suoi timori.
Questo tipo di credenza (il timore che controllando la bocca del bambino si possa provocare la caduta dei denti), è presente anche fra le popolazioni non zingare della Polonia e dell'Ucraina.
Anche il padre del bambino è tenuto ad uniformarsi ad una serie di regole, alcune tese a proteggere sé stesso dall'impurità ed alcune tese invece a garantire il benessere del neonato. Esso non può toccarlo o prenderlo per un periodo che può arrivare anche a dieci mesi, un anno. Per lo stesso periodo egli farà in modo di essere presente nella baracca dove il piccolo dorme dal tramontare al sorgere del sole. Questa abitudine ha forse le sue origini nell'antica convinzione che «... è proprio durante la notte che la vita del neonato è minacciata dagli spiriti cattivi, che la presenza del padre tiene invece a bada».
Tra i Roma che vivono a Cagliari non esiste il rito del battesimo, essendo la loro fede musulmana. Il nome, il Romano Lab, viene così imposto in una cerimonia chiamata Babine, alla quale vengono invitati parenti ed amici, tra i quali anche i gagé, che sono ben accetti.
Gli invitati portano in dono una bottiglia di liquore, o un dolce, per i genitori e un oggetto prezioso per il bambino. Quest'ultimo può essere la classica catenina d'oro, o un bracciale e, se si tratta di una bambina, un paio di orecchini.
Poi, seduti sui tappeti, ognuno degli invitati propone un nome di suo piacimento. La scelta finale spetta al padre del bambino che può tener conto o non tener conto dei suggerimenti degli amici.
I nomi zingari possono essere di ogni tipo, slavi, italiani, attinti dalla tradizione o sentiti casualmente alla televisione, nomi di santi, di attori, di parenti o di egregi sconosciuti. Secondo Kochanowski gli Zingari tendono ad assumere, in generale, i nomi tratti dall' onomastica dei territori dove abitano o dove hanno abitato.
Il De Foletier riporta invece quanto asserito da altri numerosi ziganologi:
«... in certi gruppi il nome scelto dalla madre per il proprio figlio resta rigorosamente segreto, finché non è cresciuto, altrimenti gli estranei e anche i geni cattivi, potrebbero avere un potere su di lui e nuocergli»7.
Secondo alcuni Zingari il nome segreto viene tutt' ora usato, e in questo caso si imporrebbe pubblicamente solo il nome «pubblico», secondo altri no.
Di certo la cerimonia dell'imposizione del nome appare di particolare solarità e spensieratezza, ed è, per certi versi, anche molto divertente. Dai classici Omer, Svetlana, Airis, Katiza, amo, Sultano, Zumber, si passa a nomi epico-televisivi quali Tarzan o a stratagemmi come Tersun, nome imposto da Nusret al suo primo figlio maschio semplicemente invertendo l'ordine delle lettere del proprio nome.
Quando il bambino sarà poco più grande, e se si verificano certe condizioni, gli si cercherà un padrino. Solitamente al di fuori del parentado e in una famiglia che sia stimata e potente.
Così la famiglia del bambino si lega a quella del padrino in un vincolo di amicizia e di reciproca alleanza. La Cozannet riporta un brano di Mateo Maximoff su quelle che una volta erano le usanze dei Rom Kalderasa: «Il padre e la madre devono il più grande rispetto al padrino e alla madrina; in loro presenza non hanno il diritto di proferire insulti, anche se hanno buoni motivi per adirarsi. Non possono mentire loro; anche se fosse necessario. (...) Se i genitori sono ricchi, offrono una camicia al padrino e un fazzoletto alla madrina, anche se non si trovano nella stessa regione... Da parte sua il padrino deve aiuto e protezione al figlioccio. Non può né colpirlo, né ingiuriarlo, ancor meno maledirlo. I suoi figli carnali si considerano, nei riguardi del figlioccio, come fratelli e sorelle della croce».
Questa testimonianza, che si riferisce ad un gruppo di fede cristiana, palesa alla perfezione gli stessi ruoli assunti dal padrino, dai genitori e dal figlioccio nei gruppi Roma di fede musulmana.
Dal momento in cui il padrino taglia una ciocca di capelli al figlioccio (e deve essere necessariamente il primo taglio di capelli della sua vita), l'impegno assunto reciprocamente resterà valido per tutta la vita.

I matrimoni

La Cozannet ha scritto che nel vasto universo zingaro il matrimonio, di norma, segue i canali di una struttura «matrilineare», cioè per filiazione uterina.
Questo significa che i legami di parentela si costituirebbero attraverso la madre ed è lo sposo che si assocerebbe alla famiglia e quindi alla Kumpania della sposa.
In questi casi la donna ricoprirebbe un ruolo molto importante: «Il posto della donna in una società puramente nomade è di particolare responsabilità; signora del focolare domestico, essa lo è anche di tutto quanto sia strettamente caratteristico della vita errante, della necessità di fare fagotto senza sosta, di rifare eternamente lo stesso accampamento, di smontare e rimontare in continuazione, tra le preoccupazioni della madre di famiglia ».
Questa interpretazione del matrimonio e della composizione delle nuove famiglie è stata considerata dai più autorevoli ziganologi italiani, come ad esempio l' antropologo Leonardo Piasere, del tutto infondata.
Di certo infondata lo è rispetto agli usi dei Roma xoraxané e dassikané residenti in Jugoslavia e in Sardegna, nel senso che di norma è la donna che si associa alla famiglia e alla Kumpania dello sposo.
Il matrimonio avviene di solito in un' età giovanissima, dai quattordici ai sedici anni per ambedue i coniugi, anche se non è raro che qualche uomo più «vecchio» si unisca con una donna molto più giovane.
L'interruzione precoce di un'adolescenza che tra i non-zingari si protrae ancora per diversi anni è un dato assolutamente normale: tra gli Zingari si cresce in fretta e le difficoltà della vita non lasciano spazio ad una crescita dilazionata nel tempo.
Quando un giovane ha deciso di sposarsi, e ha il consenso della famiglia su quella che è stata la sua scelta, i suoi genitori si recano a far visita al padre e alla madre della futura sposa e qui comincia una trattativa che a volte, a quanto ho potuto vedere, coinvolge anche altri parenti stretti. I richiedenti portano in dono una bottiglia di liquore adornata con nastrini colorati, tra i quali viene inserita qualche banconota.
Quando si parla di trattative, o meglio di «contrattazione del prezzo» del matrimonio si fa riferimento al fatto che la famiglia dello sposo deve risarcire quella della sposa con una certa quantità di denaro.
Ma non si tratta, come superficialmente si sarebbe portati a credere, di una vera e propria vendita della ragazza. Il prezzo della donna sembra essere più un agente mediatore tra le due famiglie che non un costo in assoluto.
Esso può, attraverso una serie di concessioni, ridursi o annullarsi se tra le famiglie esistono rapporti di stima e rispetto, oppure elevarsi in modo sproporzionato per impedire di fatto le pretese avanzate da una famiglia poco gradita.
La trattativa avviene in questo modo.
Il padre del pretendente chiede il «prezzo» della donna. Se la famiglia è stimata il genitore stabilisce una cifra che già sa accessibile e che deve essere versata immediatamente.
Ora, quando i rapporti sono davvero buoni, non è raro che parte di questi soldi vengano restituiti seduta stante, un po' per gli sposi, un po' per il banchetto nuziale, qualche volta in semplice regalo ai genitori dello sposo.
Gli Zingari che ignorano queste «buone maniere», quelli troppo avidi o comunque troppo interessati al denaro, sono disprezzati e tenuti ai margini della vita sociale del gruppo.
Se le due famiglie non vanno d'accordo, e i due ragazzi intendono ugualmente unirsi in matrimonio, il giovane farà in modo di organizzare il «rapimento» della ragazza, ovviamente dietro precisi accordi: si tratta insomma di un rapimento su «appuntamento». I due fuggiaschi, dopo aver trascorso due o tre giorni insieme, rientrano nelle rispettive famiglie che a quel punto, volenti o nolenti, sono costretti a riaprire le trattative.
Dall'incontro fra i genitori alla cerimonia del matrimonio trascorrono pochi giorni, di solito una settimana.
Nel Campo del ragazzo fervono i preparativi per la grande festa, mentre la famiglia della ragazza prepara l'abito nuziale, bianco e con tanto di velo intorno. La cerimonia del matrimonio, l'Abijav, comincia sulla tarda mattinata: un giovane messaggero, il Ciajo, si reca di Campo in Campo per annunciare l'evento.
Successivamente lo Starisvat, solitamente un uomo di prestigio che ha il ruolo di gran cerimoniere, organizza il corteo di auto che porterà tutti gli Zingari verso il Campo della ragazza. Lo sposo invece aspetterà, da solo, che la giovane gli venga portata sino alla soglia della nuova baracca, costruita appositamente per la nuova famiglia.
Il corteo delle auto, agghindate a festa con centinaia di fiori, percorre la città in un frastuono di clacson e urla. L'importanza dell'avvenimento deve essere manifestata anche ai gagé.
Nel Campo della sposa, dopo un breve banchetto e un primo scambio di doni e denaro, la ragazza viene affidata alla nuova famiglia. Essa verrà presa in consegna dallo Jevero, un valletto, ma a volte sono due, che le resterà incollato per tutto lo svolgimento della cerimonia e della festa. Lo Jevero, solitamente un giovanissimo prossimo candidato alle nozze, indossa un'ampia fascia colorata che ne distingue il ruolo. Prima di andar via i parenti del ragazzo, per buona sorte, tentano di «rubare» un oggetto nella baracca della famiglia della sposa, un piatto, un coltello o altro ancora.
Poi, nel viaggio di ritorno, la carovana di auto, alle quali si sono aggiunte quelle dei parenti della ragazza, viene preceduta da un altro messagero, il Bajrakgija, che stringe in mano una bandiera. Questa bandiera verrà poi sistemata sulla baracca degli sposi.
Uno dei momenti più festosi e commoventi della cerimonia si compie quando la ragazza mette piede nel Campo del suo futuro sposo. Essa, tenendo lo sguardo chino in segno di umiltà, bacia la mano di ogni invitato e poi la porta sulla fronte in segno di rispetto: dopo di che si avvia verso la nuova baracca, dove lo sposo l'attende col braccio teso sullo stipite della porta, a formare un arco sotto il quale dovrà passare.
Quando, sempre a capo chino, passa sotto il braccio teso ed entra nella baracca, l'Abijav si è compiuto, i due giovani sono diventati marito e moglie.
Il passaggio della donna sotto il braccio dell'uomo, e la sua entrata nella nuova casa, rappresentano il vero rito del matrimonio. Il vasto cerimoniale che precede e segue questo momento è più legato all'idea della festa che non al rito stesso. Un rito che conclude quanto di più naturale possa esistere: l'unione volontaria e pubblica di due persone in una nuova famiglia.
Alcuni ziganologi, di fronte a questa semplicità rituale che sembra essere la caratteristica di quasi tutti i gruppi zingari, hanno ipotizzato che in un remoto passato non esistesse tra di loro alcuna traccia di cerimonie ufficiali: «Presso popolazioni vicine al ritmo della natura, nelle quali il matrimonio è considerato la realtà umana sociale di base e in cui la sessualità è oggetto di strette regolamentazioni, l'effettiva realizzazione della essenzialità del matrimonio, ossia del vivere maritalmente insieme, sembra essere sufficiente e rende inutile qualsiasi rito che esprima l'atto di volontà reciproca che si suppone sia stato formulato al momento di iniziare la coabitazione».
È certo comunque che, a prescindere dall'elementarità dell'atto, attorno ad esso venga poi a manifestarsi una delle feste più belle e gioiose del mondo zmgaro.
Un grande banchetto accoglie i numerosissimi invitati. Sulla spalla di ognuno di essi verrà appuntato lo Svatu, un fazzoletto colorato che ne designa la qualità di ospite gradito.
Sulle lunghe tavolate il piatto principale, come sempre, è la pecora arrosto, che viene presentata intera, a volte ripiena, e che sempre viene farcita con erbe aromatiche. Nel corso della festa numerosi sono i balli e i canti, nei quali vengono invariabilmente coinvolti anche gli ospiti gagé: balli e canti che durano sino a notte inoltrata e che in alcuni casi possono proseguire anche per diversi giorni.
Durante il banchetto la sposa, sempre affiancata dallo Jevero, è presente ma separata dal gruppo festante. Per consuetudine essa deve restare immobile e a capo chino, sia per manifestare il dolore che prova nell'abbandonare la sua famiglia d'origine e sia per manifestare umiltà e rispetto nei confronti di suo marito.
Sul finire della serata, lo Starisvat, il cerimoniere, dà inizio alla raccolta di fondi per i giovani sposi.
Egli è il primo a deporre, su un grande piatto circolare, una certa somma di denaro. I genitori della sposa dovranno offrire almeno la stessa cifra proposta dal cerimoniere, mentre i parenti del ragazzo solitamente la superano. Poi tutti gli invitati danno il loro contributo. Ultimo a deporre sarà lo Jevero, secondo il detto «Jevere isgore cesa» (il valletto brucia il portafoglio), e solitamente è quello che offre più di tutti.
La prima notte di nozze dei due giovani viene preceduta da un' altra formalità. Alcune donne anziane, solitamente le due madri più qualche altra parente, devono visitare la sposa e accertarsi della sua illibatezza. Il tabù della verginità, un tempo molto importante, sembra aver perso parte della sua rilevanza.
Se anche le donne dovessero verificare che la giovane ha già perduto l' illibatezza prima del matrimonio, questo non sarebbe necessariamente un valido motivo per la rottura del patto matrimoniale.
Se però le donne dovessero accertare che la sua verginità è ancora intatta, allora la festa proseguirà per alcuni giorni ancora, a volte anche per un' intera settimana.
Dopo la prima notte, sempre nel caso la sposa fosse ancora illibata, le lenzuola sulle quali la giovane coppia ha dormito vengono esposte sul tetto della baracca, ma prima ancora devono essere controllate dalla madre dello sposo.
Nei giorni a venire la festa continua, a volte anche con lo svolgimento di gare di corsa divise per categorie: bambini e bambine, donne e uomini.
Alcuni giorni dopo, di mattina presto, si svolge poi un altro rito assai curioso. La giovane coppia, insieme al padre e alla madre dello sposo, si recano sino alla baracca dei genitori della sposa. Qui accendono il fuoco, svegliano marito e moglie e gli portano una bacinella colma d'acqua perché possano lavarsi. Dopo di che preparano la colazione.
In Montenegro, sino a qualche tempo fa, la sposa eseguiva questo servizio anche nelle baracche vicine a quelle dei suoi genitori.

Il divorzio zingaro

Solitamente la coppia zingara è molto salda ed unita dal vincolo di fedeltà, per quanto il ruolo della donna sia subordinato a quello dell'uomo.
In certi casi però è previsto il divorzio che avviene semplicemente per distacco di un coniuge dall' altro.
I motivi che possono portare ad una separazione possono essere tra i più svariati: primo fra tutti quello di un'incompatibilità di carattere che non riesca ad essere ricomposta neanche dall'intervento dei parenti più anziani. In secondo luogo altra causa di rottura, come succede ad ogni diversa latitudine umana, può essere l'infedeltà, che, se qualche volta può essere perdonata all'uomo, come in tutte le società fortemente maschiliste, quasi mai viene perdonata alla donna.
Quando gli usi di una comunità restano ancora ben compositi nel persistere della tradizione, il marito o la moglie infedeli possono essere messi al bando, cacciati dal gruppo senza appello e senza perdono.
Un altro valido motivo per il divorzio resta certamente quello della sterilità della donna: in una società perennemente esposta al rischio dell' estinzione la capacità di riprodurre è considerata la vera base di una buona unione coniugale. La donna, da parte sua, può legittimamente abbandonare il marito quando questo esercita su di lei una qualsiasi violenza fisica: in questo caso l'intervento dei parenti è immediato, la donna viene riaccolta nel proprio nucleo familiare d'origine e l'uomo può venire allontanato, a volte anche assai bruscamente, dal Campo.
Ma, come per tutte le tradizioni zingare, anche quelle del matrimonio e del divorzio, con relativi principi e tabù, sono soggette all'influenza di agenti culturali esterni che a volte si possono prestare alle intenzioni più o meno corrette di uno dei due coniugi.
Ciò a volte porta al manifestarsi di eventi che, almeno per chi li vive dall'esterno, non possono non considerarsi curiosi e divertenti.
Una volta, in un Campo di Cagliari, capitò che Bijaco, giovane zingaro dal portamento assai focoso, tornato da un viaggio in Montenegro, portasse con sé un'altra donna, peraltro neanche più bella e intelligente della legittima moglie, che già gli aveva dato tre figli. Egli con la massima serietà, e con la massima faccia tosta, asserì di averla sposata poiché, essendo loro di fede musulmana, potevano, volendo, avere anche più di una moglie.
Ben presto tutto il Campo fu avvinto da litigi e discussioni: poteva Bijaco fare ciò che aveva fatto senza offendere le tradizioni zingare?
Chi si mostrò assai poco disponibile alle dissertazioni teoriche fu invece Jasmine, la sua prima moglie, le cui reazioni inizialmente non furono propriamente ortodosse.
Le due donne, nei pochi giorni in cui durò questa paradossale situazione, si aggiravano per il Campo sempre più tristi e sconsolate, mentre il giovane Bijaco difendeva con baldanza la sua scelta facendo riferimento a quanto stava scritto su alcuni libretti musulmani che tutti si affannavano a leggere. Poi, come spesso succede, le due donne strinsero una sorta di alleanza. Presero a muoversi sempre insieme, inseparabili, e il loro umore sembrò sollevarsi di molto soprattutto quando avevano l'occasione di maltrattare pubblicamente Bijaco, che cominciò a non essere più tanto convinto della sua scelta. Alla fine preferì cedere. La ragazza venne rispedita in fretta e furia in Montenegro con gran soddisfazione di Jasmine e un sospiro di sollievo di tutti gli anziani del Campo.

La morte, i funerali, i lutti

Gli Zingari che si avvicinavano alla religione cristiana erano usi, quando ciò gli veniva permesso, celebrare i riti funerari nelle chiese cristiane. Il De Foletier ha trovato le tracce di queste cerimonie funerarie in molte nazioni europee.
I registri delle parrocchie inglesi conterrebbero molti atti relativi a queste sepolture.
Oggi gli Zingari convertiti al cristianesimo affidano i propri morti ai riti ecclesiastici cristiani, mentre gli Zingari slavi, convertiti all'islamismo, di norma fanno svolgere i funerali nelle moschee delle nazioni dove risiedono.
Ma sia in un caso che nell'altro, oltre la celebrazione del rito religioso ufficiale, continuano a persistere usanze e specifici riti la cui origine si perde in un lontano passato.
Nei gruppi residenti a Cagliari, quando avviene un decesso, la prima e più appariscente reazione è l'immediata e fortissima solidarietà che accompagna i familiari della persona scomparsa. Attorno alla famiglia si stringe tutto il Campo e non è affatto raro che altri parenti ed amici arrivino da altri Campi lontani anche centinaia di chilometri.
Nella baracca del defunto, che è stato rivestito coi suoi abiti più eleganti da alcuni parenti del suo stesso sesso (per un'ultima forma di rispetto e di pudore nei suoi confronti), inizia una lunga veglia che può trascinarsi, secondo l'importanza che la persona ha avuto in vita, anche per un'intera settimana.
Durante la veglia funebre si parla di ciò che la persona scomparsa ha fatto di positivo nel corso della sua vita. Ognuno ricorda qualche episodio, cercando sempre di porre in evidenza quelli che sono stati i suoi lati migliori e tacendo invece di quelli non proprio positivi, che vengono rimossi dalla coscienza collettiva.
Anche gli Zingari cagliaritani mantengono vive quelle usanze che la Cozannet ha definito come «riti ausiliari della sopravvivenza», nella convinzione che la persona deceduta debba essere aiutata ad affrontare il mondo ultraterreno in ogni modo possibile.
Così all'interno della bara vengono riposti i suoi oggetti personali, salvo quelli che potrebbero costituire un ricordo per i parenti o quelli di reale valore.
Ciò che non si può sistemare all'interno della bara viene solitamente distrutto. A volte la sua stessa baracca viene data alle fiamme e così i suoi indumenti personali, il materasso dove dormiva e le coperte con le quali si copriva. Tutto quello che non si può bruciare, come il suo piatto, o il suo specchio, o altro ancora, viene frantumato e ciò che ne resta gettato in un corso d'acqua: un ruscello, un fiume, o anche un lago.
In questi anni ho potuto assistere ad alcuni funerali, soprattutto, e purtroppo, a quelli relativi ai decessi dei bambini morti per disgrazie o, come quasi sempre è successo, per broncopolmoniti fulminanti.
Uno, quello relativo alla morte di Nedziba Bajiaramovic, una delle donne più anziane e carismatiche del suo Clan, si è differenziato dagli altri non solo per la partecipazione di un gran numero di amici e parenti, alcuni giunti a Cagliari anche dall' estero, ma vieppiù per l'estemporanea partecipazione e collaborazione di un gruppo di musulmani senegalesi.
Questa decina di giovani, provenienti dalla comunità senegalese di Cagliari ed evidentemente più addentro di quanto non lo fossero i Romà nei cerimoniali islamici, funsero da improvvisati mullah. Recitarono le preghiere islamiche atte a concedere a Nedziba l'ingresso in Paradiso: non prima però di aver fatto allontanare di un centinaio di metri tutti gli ospiti gagé cristiani che evidentemente, con la loro presenza, avrebbero potuto compromettere il buon fine della cerimonia.
Dopo la sepoltura, che in Sardegna si effettua nei cimiteri comunali (solo raramente la salma viene riportata in Jugoslavia), comincia il periodo del lutto che può durare anche per un anno intero per i parenti più stretti, mentre per gli altri dura molto meno.
Almeno per quaranta giorni tutti debbono uniformarsi ad un comportamento particolarmente sobrio. Gli uomini indossano un capo di vestiario nero e non si radono più la barba, nelle baracche non si accendono più i televisori e le radio, non si partecipa alle feste e non si può fare né ascoltare musica.
Nel periodo del lutto si svolgono alcune celebrazioni rituali legate alla persona scomparsa.
Anche in questo caso appare difficile separare il significato che gli Zingari danno a queste celebrazioni da quello che un tempo caratterizzava usanze molto simili. È probabile che, come in passato, questi riti si ricolleghino all'idea specifica che gli Zingari avevano del mondo ultraterreno, non un mondo del tutto immateriale, quindi, ma solo un diverso stato dell'esistenza nel quale i trapassati devono affrontare solitudine, problemi di varia natura, sofferenze e disagi anche pratici.
Per questo motivo un tempo, all'interno dei numerosissimi riti ausiliari della sopravvivenza, alcuni erano finalizzati al sostentamento alimentare del defunto nel difficile mondo che egli andava ad abitare.
In Germania alcuni gruppi usavano porre nella bara un po' d'acqua e un po' di cibo, in altri gruppi esisteva invece l'usanza di banchetti funerari veri e proprI.
La Cozannet dice invece che in altri gruppi ancora, di fede cristiana, in occasione di qualche festa (Ognissanti, Natale, Capodanno, etc.), in ogni pasto o libagione era «... riservata una parte al morto, o almeno si fa un'ovazione sulla tomba su cui si versa una bella quantità di grappa»!! In altre parti d'Europa si organizzava invece la Pomana, un banchetto nel quale un'altra persona recitava la parte del defunto e mangiava e beveva secondo i suoi gusti.
Sicuramente è in queste antiche usanze che si trovano le radici di quelle che i Romà residenti a Cagliari sono soliti porre in essere anche ai nostri giorni.
Innanzitutto dopo la cerimonia di sepoltura i partecipanti non possono rientrare direttamente al Campo, ma devono assolutamente fermarsi in qualche trattoria e consumare almeno un po' di cibo. Se non gli è possibile recarsi in una trattoria, molti soddisfano l'esigenza del rito bevendo e mangiando qualcosa in un bar della zona.
All'ora prestabilita tutti devono rientrare al Campo per partecipare ad un pasto in comune durante il quale, ancora una volta, si lodano le doti del defunto.
Sette giorni dopo la sepoltura si organizza un altro banchetto in onore della persona scomparsa. Per questo pasto devono essere preparate non meno di tredici differenti pietanze e particolare cura si porrà nel cucinare quei cibi che più rientravano nei gusti del morto.
A quaranta giorni di distanza si tiene un altro pasto simile al primo:
questa volta però il numero delle portate non dovrà essere inferiore a undici.
Dopo sei mesi e dopo un anno lo stesso rito viene riproposto ai parenti e agli amici. In queste due occasioni il numero delle portate scenderà prima a nove e poi a cinque.
Il cibo che non viene consumato in queste occasioni va diviso tra tutti i partecipanti, che poi finiranno di consumarlo nelle loro residenze. Gli avanzi dei pasti non possono essere buttati nella spazzatura, ma vanno accuratamente raccolti sino all'ultima briciola e poi gettati in un corso d'acqua.
Un'altra usanza che richiama alle antiche credenze dei padri è quella che vede i parenti del defunto, recatisi in visita al cimitero, deporre ai piedi della tomba un po' di cibo e un po' d'acqua.
Di fronte al persistere di queste usanze è legittima una domanda: gli Zingari slavi di fede musulmana come immaginano l'aldilà: come il paradiso islamico o come l'Oltretomba pagano e animista di altra tradizione?
Questa la risposta del vecchio marito di Nedziba: «... certo il Paradiso esiste, ma sarà qui sulla terra, quando tutte le sofferenze che ci sono ora non esisteranno più. Niente case, niente baracche, niente fabbriche, niente città, niente ricchi e niente poveri, niente Zingari, niente Gagé, niente Polizia. Ci saranno fiumi, prati, boschi e cibo quanto ne vuoi. E tutto questo sarà per sempre».

Il Gurgevdan

Roger Bastide, nel volume «Ethnologie Général, EncycIopedie de la Pléiade», dice che ogni rito «... è un ricominciare ciò che è accaduto nei tempi primordiali, ma non è una semplice commemorazione, abolisce il tempo profano per fare penetrare l'uomo nell'eternità. Il mito rivive, il tempo mistico viene restaurato, ridi viene presente, con tutta la sua forza attiva. Cosicché tutte le feste, tutte le cerimonie, non sono altro che il ricominciare di ciò che è accaduto... La natura e la storia vengono rigenerate mentre sono reintegrate in questo "illo tempore ", che in effetti ha fondato all'inizio del mondo sia la natura che la storia».
Il rivivere di questo mito, la restaurazione di questo tempo mistico, esplode con incommensurabile vitalità quando i Roma cagliaritani festeggiano alcune ricorrenze di carattere religioso, delle quali la più importante e la più sentita è certamente la Festa di Primavera, che si svolge il 6 Maggio e che viene anche chiamata Gurgevdan, cioé Festa di San Giorgio.
È parere di alcuni ziganologi che gli Zingari festeggino le ricorrenze in qualche modo assimilate dalle popolazioni cristiane e islamiche che hanno incontrato lungo la strada dall'India.
Di questa assimilazione sarebbero un esempio i festeggiamenti più noti tra gli Zingari di fede cristiana, quelli cioè relativi al pellegrinaggio che ogni anno essi fanno sino al Santuario di Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, dove la leggenda vuole che nel 40 d.c. fossero approdate tre donne, insieme a San Lazzaro resuscitato, a Massimino e a Sidone, su una barca abbandonata in alto mare dagli Ebrei.
Delle tre donne, le cui reliquie sarebbero state riportate alla luce da Re Renato di Provenza nel 1448, gli Zingari ne venerano in particolare una, Santa Sara l'Egiziana, la santa di pelle nera che essi hanno adottato come loro patrona e che dicono fosse della loro stessa razza.
Secondo il De Foletier è probabile che questo culto abbia avuto inizio solo in tempi non troppo remoti e grazie all'identificazione in una santa che come loro era «Kalé», cioè di pelle scura.
Nel caso del Gurgevdan invece le origini sono probabilmente assai più lontane nel tempo e se assimilazioni vi sono state è altrettanto probabile che esse si siano innestate alla perfezione su ricorrenze ancora piu antiche.
Il San Giorgio, la Festa di Primavera, come cadenza temporale, si collega ad un periodo che per gli Zingari ha un'importanza fondamentale: viene a morire l'inverno e la Primavera dà inizio ad un nuovo ciclo vitale, le tenebre vengono sostituite dalla Luce, cessa il sonno della natura che si risveglia nella sua nuova esistenza.
Può essere un fatto casuale, o da ricollegarsi ad altre usanze rituali, ma appare opportuno ricordare che anche nel Peloponneso, e parliamo di più di seicento anni fa, gli Zingari del Feudo degli Acingani, nel mese di Maggio, si recavano in festante corteo sino alla residenza del feudatario e qui, tra balli e canti, rizzavano l'Albero di Maggio.
E sono proprio l'albero e l'acqua, come vedremo più avanti, i simboli primordiali della vita, che ritornano con puntualità nelle celebrazioni della Festa di Primavera e in quella, per gli Zingari cristiani, del San Giorgio Verde (altra ricorrenza che si svolge in primavera).
Nel San Giorgio Verde un ragazzo viene «vestito» con rami e foglie di salice, quasi a diventare un albero vivente il cui compito sarà quello di esorcizzare, tra le altre cose, i corsi d'acqua.
Nel Gurgevdan invece i corsi d'acqua e gli alberi trovano una diversa collocazione. Prima di descrivere nei particolari lo svolgersi della festa occorre dire due parole sulla figura di San Giorgio, che nella mistica cristiana è il simbolo della lotta del bene contro il male e di cui si sa, ma con poca certezza, che potrebbe essere stato un guerriero martire a Lydda, in Palestina, sotto l'impero di Diocleziano.
Ma San Giorgio è un santo particolare anche per un altro motivo: egli è l'unico riconosciuto tale sia dai cattolici, sia dagli ortodossi e sia dai musulmani. Viene festeggiato anche nella ex-Jugoslavia e più in generale in tutti i Balcani. Nel Kosovo, il 6 Maggio di ogni anno, i pellegrini si recano alla Roccia di Drahovco, luogo in cui, secondo le leggende locali, San Giorgio arrestò il proprio cavallo sul finire di una dura battaglia. Perito ed assetato venne salvato dall' animale, il quale, battendo gli zoccoli su una grande roccia nera, ne fece sgorgare l'acqua che lo dissetò.
Nei Campi di Cagliari i preparativi per la ricorrenza cominciano solitamente alcuni giorni prima. Tutte le famiglie, anche quelle più povere nelle quali di norma i pasti non sono certo abbondanti, si sono costrette al risparmio perché per il giorno della festa niente venga a mancare.
Gli uomini hanno provveduto per tempo ad ordinare una o più pecore, il piatto più importante dei banchetti, presso i pastori che pascolano le greggi nelle campagne circostanti la città.
La mattina presto, appena sorge il sole, le donne, gli uomini e i bambini più grandi, preparano i fuochi. Mentre il Campo prende vita e il fumo dei fuochi si confonde con la bruma, tutti si scambiano i saluti augurali: un abbraccio e un bacio sulle labbra ripetuto alcune volte.
Poi, mentre le auto sono state agghindate con fiori e pezze di tessuto colorato, ci si prepara ad un breve viaggio: la sua meta è un corso d'acqua, un fiumicciatolo, sito ad una ventina di chilometri dalla città. Quando la carovana di auto giunge sul posto è ancora molto presto e le acque del piccolo fiume sono molto fredde.
Nonostante questo tutti fanno in modo di bagnarsi almeno le gambe; per alcuni minuti, tra grida di gioia e grandi risate, si cammina o si corre nell'acqua, poi ci si avvicina agli alberi che cingono le rive del fiume e ognuno prende alcuni ramoscelli.
Anche i ramoscelli vengono immersi nell'acqua.
Prima di andar via si effettua un brindisi e si scambiano altri saluti augurali. Rientrati al Campo i ramoscelli vengono offerti a quelli che non hanno potuto recarsi al fiume (gli anziani, i malati, le donne rimaste a custodire i bambini più piccoli) e altri vengono posti sulla porta di ogni baracca. L'intera mattinata verrà poi trascorsa nei preparativi per la festa vera e propria, che comincerà nelle prime ore del pomeriggio.
Le pecore vengono uccise, appese sui pali o sui rami degli alberi e accuratamente scuoiate. Poi, ripulite, vengono infilzate su lunghi pali e lasciate un paio d'ore ad asciugare al sole.
Sulla tarda mattinata gli uomini, che hanno già preparato i tappeti di brace, sistemano le pecore sui fuochi e ne curano la cottura, girando ogni tanto i pali per far sì che essa sia ben uniforme. Nel pomeriggio, quando anche gli ospiti gagé sono ormai arrivati al Campo, si dà inizio alla festa.
Non si tratta, in questo caso, di un unico grande banchetto: ogni famiglia prepara nella sua baracca il proprio personale pranzo, che viene sistemato o su lunghi tavoli o su grandi piatti circolari chiamati Tevsie e direttamente poggiati sui tappeti: la pecora arrosto, E Bakri, riveste un significato particolare. Il suo sacrificio, secondo i Roma più anziani, ricorda l'episodio di Abramo e Isacco presente nel Vecchio Testamento ed in qualche modo funge da ringraziamento per le grazie ricevute. Se queste vengono ritenute particolarmente importanti allora il Kurbano (il sacrificio), assume un significato più solenne e con la carne della pecora viene cucinata la Shastimace, il cibo della guarigione.
Esso viene poi offerto a tutte le famiglie del Campo perché ognuno possa partecipare alla gioia del ringraziamento.
Il fatto che ogni famiglia abbia preparato il suo tavolo imbandito non significa affatto che la festa venga celebrata in forma privata.
Infatti, mentre tra le baracche cominciano a risuonare le musiche slave emesse ad altissimo volume dagli altoparlanti, l'intero gruppo si muove compatto e dà inizio ad un'interminabile teoria di visite che lo porterà, di baracca in baracca, a rendere reciproco omaggio a tutte le famiglie del Campo.
Sulla porta di ogni baracca tutti vengono accolti dal capo-famiglia, al quale entrando si rivolge il saluto «Bahatalò givé» (felice giornata) e dal quale si riceve l'augurio «The avé sasto taj bahatalò» (vieni salvo e fortunato).
Il capofamiglia porge poi ad ognuno dei nuovi arrivati un bicchierino di liquore, che viene bevuto tutto d'un fiato prima di accomodarsi sui tappeti. Poi, incrociando le gambe, ci si siede e si fa veramente festa.
Rispetto alla povertà dei pasti di ogni giorno la quantità di cibo messa in mostra appare addirittura spropositata. Oltre alla pecora arrosto, che a volte viene presentata ripiena con patate e riso, vengono offerti altri piatti tipici, come la Pita, un torti no a base di farina, uova e formaggio, o la Sarma, un involtino di foglie di cavolo verde con un ripieno di riso, cipolle, salsa di pomodoro e altre spezie. Altri piatti che veramente vale la pena di assaggiare sono il Suguko, una salsiccia di carne bovina, i Peré Paprike, peperoni scottati al fuoco e poi infarciti con carne macinata, spezie e riso, e la Baklava, un dolce a sfoglia i cui ingredienti sono farina, zucchero, strutto, noci e uva passa. Nel corso di ogni visita tutti badano bene a non esagerare: si assaggia qualcosa per rendere omaggio alla famiglia ma non si dimentica che si è attesi da altre visite e da altri banchetti: tanti quante sono le baracche del Campo.
Più di un vero e proprio pasto si tratta insomma di una forma di convivialità che si esprime nei canti, nelle chiacchiere, nelle risate, nella gioia di un'intensità rara a trovarsi e che traspare con forza dai visi segnati da rughe precocI.
È in questo momento che l'ospite gagé, frastornato e reso partecipe della stessa gioia, capisce con quanta forza gli Zingari vivono la propria vita oltre tutte le difficoltà alle quali sono sottoposti nella quotidianità.
Tra una visita ad una famiglia e ad un' altra, ma a volte anche durante i banchetti, si svolgono i Celipé: uomini e donne, gli uni vestiti spesso di bianco e le altre coi loro migliori e più sgargianti abiti, danzano il Kolo (molto simile al Su Ballu Tundu sardo) o l'Ingra Indja. A volte, ma solo per pochi intimi, viene ballato un ballo che ricorda la danza del ventre turca e che appare di rara bellezza e plasticità di movimenti.
Così la festa va avanti per ore e ore sino al tramonto del sole.

Altre feste

Le altre principali ricorrenze religiose dei gruppi zingari residenti in Sardegna sono il Vassili e la Pasomilàj, la Festa di Mezza Estate.
Il Vassili è una ricorrenza che si celebra il 14 Gennaio e rappresenta il vero Capodanno Zingaro. La mattina del giorno di festa gli uomini si alzano di buon'ora e si portano fuori dalla città, alla ricerca di un bosco. Una volta l'usanza prevedeva che si tagliassero tanti alberi quanti erano i figli maschi di ogni famiglia; oggi, anche perché il verde rimasto è assai poco, ci si accontenta di prendere qualche grosso ramo.
Su questi rami, una volta che i capo-famiglia li avranno riportati al Campo, le donne gettano chicchi di riso, di caffè o, ancora, di granturco. I rami vengono poi sistemati in capaci vasi e portati all'interno delle baracche: ogni famiglia ha il suo e, con grande gioia dei bambini, questa sorta di alberello viene decorato con festoni e qualche volta con luminarie. Assumerà l'aspetto, né più né meno, di uno dei nostri alberi di Natale.
Il giorno successivo la festa si ripropone con buoni pasti, visite di amici e parenti e auguri di buona sorte.
Il Pasomilàj, la Festa di Mezza Estate che si celebra il 2 Agosto di ogni anno, ricorda invece molto da vicino, a parte i riti relativi agli alberi e all'acqua, la Festa di Primavera.
Di nuovo ardono i fuochi e di nuovo le pecore vengono preparate per i tanti banchetti allestiti da ogni famiglia. Anche l'intensità dei balli e dei canti è la stessa del Gurgevdan, forse anzi l'atmosfera più solare la rende ancora più bella e suadente. Gli unici che non partecipano alla conviviale allegria della ricorrenza festiva sono quelle persone colpite da un lutto ancora recente.
Oltre queste ricorrenze esistono poi altre occasioni di festa e sono quelle nelle quali si ringrazia Del per una grazia ricevuta: una guarigione da una brutta malattia, il ricongiungimento con persone care rimaste a lungo lontane, lo scampato pericolo occorso in un incidente stradale e altro ancora.
Si tratta, in questi casi, di feste private alle quali vengono invitati a partecipare solo i parenti più stretti e gli amici più cari. Spesso questo genere di feste diventano le personali ricorrenze di una famiglia: ogni anno, in quel dato giorno, si continua a celebrare il ringraziamento, quasi che il non farlo potesse attirare sui congiunti una nuova disgrazia, poiché vorrebbe dire mostrare superbia e indifferenza verso Del che ha concesso la grazia.
Questo è il vero senso della religiosità zingara: la manifestazione della propria gioia di vivere, della ostinazione contro le difficoltà della vita, del ringraziamento genuino e modesto per quel poco di buono che all'esistenza quotidiana si riesce a strappare.