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Un vasto movimento internazionale (in Italia soprattutto
il Centro Studi Zingari) sta oggi lavorando per associare la lingua
zingara, la Romani cib o Romanés con le sue tante varianti, alla
tecnologia del segno scritto.
La Romani Union, che raggruppa una settantina di associazioni nazionali e
che dal 1979 è titolare di un seggio permanente alle Nazioni Unite,
starebbe focalizzando i suoi sforzi sulla normalizzazione delle regole
ortografiche.
Ma, nonostante studi e ricerche e nonostante siano ormai abbastanza
numerosi gli autori zingari di opere scritte di varia natura, la
letteratura zingara era e resta di tipo «orale». Il che apre una
questione squisitamente di metodo: la stessa dizione «letteratura orale»
appare in qualche modo impropria e figlia unica di un escamotage che a ben
vedere è un paradosso in termini.
Letteratura infatti, tanto a livello di origine etimologica che a livello
semantico, significa «produzione di segni scritti». Poetica o
prosastica, ma indubbiamente e definitivamente «scritta».
Il concetto di «letteratura orale» appare quindi come uno slittamento,
una concessione semantica elaborata per trattare, e scrivere, del diverso
manifestarsi di determinati patrimoni, di determinate civiltà, che non si
sono associate alla tecnologia del segno scritto o che ad esso si sono
associate seguendo un percorso ritenuto tanto graduale quanto
ineluttabile.
In questo senso si parla di civiltà preletterate, quelle cioè che, lungo
la strada, si sarebbero evolute dotandosi di un proprio alfabeto, di una
propria struttura, di una propria filologia e di una propria esegesi.
Le letterature orali, che secondo Mircea Eliade si confonderebbero alle
origini con le religioni, trattavano di «... leggende in cui si mescolano
animali, comuni mortali, eroi, forze della natura, dei, racconti di grandi
imprese guerriere o di prodezze contadine, cicli di canzoni destinate ad
essere cantate». Si tratterebbe insomma delle manifestazioni di quelle
civiltà che si nutrirono di miti e primordi concettuali, destinate a
diventare maggiorenni solo con l'acquisizione della scrittura: culture,
appunto, pre-letterate.
Lo stesso ragionamento, se applicato agli Zingari, assume l'insopportabile
sapore di un etnocentrismo culturale esasperato e corrosivo. La cultura
zingara sarebbe cioè preletterata, cioè primordiale, cioè destinata per
forza di cose a trovare una propria emancipazione nella scrittura: un
pregiudizio, avvisa Giulio Soravia, «... che si nutre dell'intima
convinzione che non solo una cultura orale sia un punto di partenza e mai
una modalità non tanto d'arrivo quanto diversa rispetto alla civiltà
della scrittura, ma anche che lo scritto abbia una sorta di prestigio
maggiore ed assoluto, di validità e di perfezione, tanto che solo il
testo scritto è testo».
In realtà la cultura zingara, termine che racchiude tutto e niente, non
è affatto preletterata, né la si può considerare tale anche se oggi
corre apparentemente verso la scrittura.
Essa da sei secoli convive con le civiltà letterate per eccellenza,
quelle occidentali, assorbendone magari quel «vocabolario incompleto»
teso vieppiù a comprendere e comunicare col mondo dei gagé in modo
direttamente proporzionale alle sue esigenze ma senza per questo
trasfigurare sé stessa. In questo senso, se anche per convenzione si
accettasse la dizione «letteratura orale», ma sarebbe assai più
corretto coniarne una nuova, non c'è dubbio che essa sia stata sempre
esaustiva dei bisogni della comunità, senza perciò soggiacere, almeno
per motivi interni, al bisogno di associarsi alla scrittura.
Un'estraneità che ha senpre avuto il carattere della difesa ad oltranza
della propria Weltanschauung, quasi come se gli Zingari davvero si
rendessero conto che il sistema di comunicazione scritto è insieme figlio
e padre di un altro modo di intendere la vita, sé stessi e le relazioni
sociali.
Leonardo Piasere ha scritto che «... antropologi cognitivisti e psicologi
dello sviluppo sono abbastanza concordi nell'evidenziare (...) cambiamenti
che il modo di comunicare scritto provoca nel modo di pensare in rapporto
al modo di comunicazione orale»4.
Tra questi, la decontéstualizzazione della conoscenza, la rigidità del
discorso, un diverso tipo di memoria, lo sviluppo dell'individualismo:
tutti aspetti dell' essere e del comunicare che non appartengono alla
civiltà nomade.
La trasmissione orale del patrimonio culturale zingaro, comprese le
creazioni fabulatrici tese a rigenerare la Weltanschauung specifica, va
quindi intesa come esperienza a sé stante e non necessariamente
omologabile ad altri percorsi seguiti da altre civiltà.
Ciò risulta fondamentale al fine di costruire, nell' accostarsi a questo
patrimonio, un corretto punto di vista, ossequiosamente esterno e non
invasivo di concetti, e strumenti stessi d'indagine, che restano estranei
ai concetti e agli strumenti di comprensione di una diversa civiltà.
Certo non è facile: quando si analizzano i racconti, o i proverbi, o i
canti zingari, lo si fa con tecniche e punti di riferimento concettuali
della nostra storia letteraria.
Qualcosa insomma potrebbe non quadrare: è un approssimarsi che resta
necessariamente imperfetto, un metalinguismo spurio e in buona parte di
facciata.
Nonostante ciò la tecnologia del segno scritto, utilizzata per e sulle
cose zingare, non è rimasta esclusivo appannaggio di quegli ziganologi
gagé che hanno elaborato una letteratura «riscritta» più che scritta,
«riprodotta» più che prodotta. Da qualche decennio a questa parte si è
infatti fatta più concreta una produzione letteraria scritta da autori
zingari, soprattutto all'interno di un rapporto di difesa politica della
propria etnia rispetto alle violenze e alle sopraffazioni di quelle
circostanti: una mediazione culturale che agisce su un bilinguismo il cui
grande fruitore resta ancora oggi il mercato letterario gagé ma che si
apre in prospettiva in ambedue le direzioni.
È difficile dire quanta influenza abbia oggi la produzione scritta in
Romanés sulle diverse comunità nomadi.
Certo riveste molta importanza, e trova maggiore fruibilità, presso
quelle comunità la cui alfabetizzazione è un processo già risoltosi o
in via di risoluzione, cresciuto di pari passo con un'integrazione sempre
più pregnante nella società dei gagé (ad esempio tra i Gitani
spagnoli).
Molta meno importanza gli scritti in Romanés rivestono sicuramente presso
quelle comunità la cui oralità è ancora regina assoluta.
Nei gruppi Roma residenti in Sardegna, ai quali ancora si adatta alla
perfezione quanto scritto da Piasere sull'uso strumentale dell'alfabeto
incompleto, il libro resta oggetto sconosciuto, o comunque non utilizzato
necessariamente per i suoi fini «istituzionali».
Anche in questo caso però si possono notare i primi sintomi, se non di
cambiamento in assoluto, almeno di un nuovo interesse.
Alcuni libri in Romanés vengono gelosamente e orgogliosamente conservati:
parlano di cose zingare, possono anche spiegare agli amici gagé quelle
«cose antiche» che qualcun altro ha scritto sulla loro vita. In diversi
casi questi libri sono stati utilizzati per cercare conferme o smentite
sulla validità di certi comportamenti inusuali rispetto all'odierna
convenzione sociale, come nel caso del giovane che dopo un viaggio
riportò a casa una seconda moglie e scatenò così grandi discussioni nel
suo Campo.
È probabile che l'esigenza di scrivere, o di cercare nei libri le origini
e i perché della propria vita zingara, si farà sempre più pressante man
mano che le attuali strategie di sopravvivenza verranno meno e man mano
che l'integrazione, o la sopraffazione, nella società dei gagé, nel bene
come nel male, si farà più importante.
Estendendo forse in modo un po' fazioso la stessa ipotesi a tutte le
diverse comunità, si potrebbe anche supporre che la letteratura scritta
zingara cresce, paradossalmente, quanto più la letteratura orale, e con
essa la stessa vita zingara, tende ad estinguersi e a diventare ricordo di
cose che furono e che non saranno più.
Non è detto comunque che ciò che verrà sarà peggiore del passato ed è
probabile che, se cambiamento deve essere, esso possa trovare buone armi di
autodifesa e di progresso proprio nella coltura attenta e fattiva di una
memoria storica veicolata in una letteratura scritta.
Letteratura scritta e riscritta
Angela Tropea, nota per i suoi studi analitici sulle fiabe
zingare, opera una distinzione tra produzione letteraria scritta e
produzione letteraria «riscritta».
«Quale sia la differenza appare subito chiaro, giacché saranno compresi
nel primo gruppo gli autori zingari che hanno scritto - per lo più poesia
- nella loro lingua; nel secondo gruppo si parlerà invece di autori che
hanno cercato di mantenere vivo il patrimonio orale narrativo - fiabe e
canti - raccolto e trascritto nel corso degli anni».
Il patrimonio letterario riscritto, composto da Paramica (leggende, fiabe,
racconti) e da Gilja (canti), abbraccia un campo assai vasto e non sempre
ben riportato nelle diverse lingue nelle quali è stato tradotto.
Si tratta per lo più di difficoltà organiche: le modalità di
esposizione orale sono necessariamente differenti da quelle scritte, e
quella degli Zingari in particolare spesso risulta ostica e
incomprensibile se trasposta fedelmente su una pagina stampata. Così le
fiabe e i racconti trascritti, e in qualche modo un po' ammaestrati, sono
un qualcosa di molto diverso dalla loro versione originale, anche se
ugualmente interessanti e significativi.
Diane Tong ha trascritto e pubblicato un buon numero di fiabe raccolte
praticamente in tutto il mondo: trattano degli argomenti più disparati,
dalle origini del mondo alla felicità coniugale, dallo scontro eterno con
i gagé al timore dei morti.
La maggior parte di esse sono creazioni fabulatrici tendenti a trasmettere
una morale e ben manifestano la Weltanschauung zingara: l'amore per la
libertà dall'affanno esistenziale del lavoro salariato, l'adattamento
alle difficoltà della vita, l'accomodamento parziale e strumentale a
particolari espressioni di altre civiltà, il senso di appartenenza al
gruppo, il rapporto quasi ani mistico con la natura.
Certo, come sempre, è difficile generalizzare, né si può pretendere di
riportare tutte queste espressioni narrative all'interno di un unico
quadro unitario: le fiabe e i canti, proprio come i loro creatori zingari,
sono sparsi per tutti i continenti ed in qualche modo figli dell'incontro
con diverse civiltà.
In certi casi, forse in molti casi, le fiabe zingare traggono origine, o
hanno dato origine, ad altre fiabe patrimonio di altri popoli e altre
culture.
Protagonisti, simboli e schemi si rivelano simili e a volte speculari:
basti pensare alla fiaba zigana greca raccolta dalla Tong a Salonicco (Lo
Zingaro e il Gigante) e all'antica fiaba raccolta da Afanasjev (Il
serpente e lo Zingaro), nelle quali gli schemi e lo svilupparsi della
storia sono del tutto simili.
In questo caso ciò che più fa pensare è che il serpente - che nella
psicologia zingara avrebbe valenze simboliche particolamente significanti
- è presente nella fiaba russa ma viene sostituito in quella zingara dal
gigante.
Oltre a questo tipo di racconti ne esistono altri più intimamente legati
alla vita quotidiana, nel senso che sono narrati e vissuti come vere e
proprie lezioni di vita e che fungono da collante tra esperienza ed
esperienza e soprattutto da veicolo di precetti comportamentali anche di
natura pratica.
lane Dick Zatta, analizzando i racconti dei Rom sloveni, ne ha messo in
evidenza la funzione prettamente didattica: «Essa serve a trasmettere le
esperienze e gli atteggiamenti del gruppo e ad influire sul comportamento
dell'individuo, piuttosto che semplicemente divertire».
La principale caratteristica di questi racconti sarebbe quella di dire
«la verità».
«I Rom garantiscono la verità dei loro racconti in due modi. Il primo è
l'abitudine di accompagnarli con un giuramento ritualistico che afferma la
verità di quello che sta per essere raccontato, di solito Ti Muli Mavra
Mri (che la mia Mavra sia morta!), Mavra essendo il nome del figlio più
piccolo del narratore, o Sa Mre Mule (tutti i miei morti) o Te Khalavv Ti
Meru (possa io morire se dico bugie».
Il fatto poi che il narratore racconti anche cose del tutto inverosimili
non ha nessuna importanza: il «willing suspension of disbelief», la
sospensione totale delle facoltà critiche, diventa addirittura un
atteggiamento di vita, lo stesso che si manifesta, secondo Zatta, anche
nei confronti delle storie «narrate» dalla televisione (che immaginiamo
in questo modo mille volte più pericolosa e invadente).
I racconti dei Rom sloveni manifestano soprattutto l'emozione della paura
rispetto ai mille pericoli della vita zingara, tra i quali quello più
pressante sarebbe la minaccia alla sopravvivenza della propria cultura.
I racconti sui serpenti, simbolo dei gagé (ci sono più serpenti nelle
case che non fuori), rappresenterebbero la riflessione «... a livello del
pensiero simbolico sulle implicazioni dell'opposizione fra Rom e gagé».
Alcune caratteristiche stilistiche, le stesse che mettono in difficoltà
il traduttore zelante, sono strettamente connesse alla funzione didattica.
Ciò che per iscritto solitamente stona, la ripetizione, l'iperbole
reiterata, l'improvviso mutamento del punto di vista, l'inserimento di una
serie di particolari apparentemente fuori tema, sono tutti aspetti
strutturali del racconto che servono a favorire l'identificazione dell'
ascoltatore col fatto narrato, il suo essere fagocitato dalla storia
narrata e portato sin dentro lo svolgersi degli avvenimenti.
Il narratore di una Paramica, solitamente il Phurano Dat, l'anziano del
Campo, infarcisce l'avvenimento principale (quello che racchiude la
lezione della storia narrata) di luoghi, persone, avvenimenti del tutto
secondari o addirittura estranei: l'importante è che tramite essi chi
ascolta possa associare agli eventi la sensazione di verità.
Nel raccontare una storia, improvvisamente, il narratore cambia tempo
verbale e punto di vista, accentuando l'attenzione e trascinando
l'ascoltatore dentro il racconto: «tutti volavano giù dalla strada e ti
correvano dietro, Bum! Bum!», oppure «Mia madre ha visto, che io non ho visto nessuno. Mi
voleva bene, no? Dal gran bene che mi voleva, è tornata da te, e ti ha
detto addio».
Il patto narrativo, così come lo consideriamo di norma nella nostra letteratura, risulta dal tutto infranto, o meglio ancora del tutto
disconosciuto, nel senso che il «point of view», l'angolo di ripresa della storia, non è proprio del cosiddetto
«narratore omodiegetico» (quando il narratore è presente nella scena
narrata), né eterodiegetico (quando il narratore è assente dalla scena
narrata): esso salta a pie' pari dall'uno all'altro, poi corre tra chi
dice e chi ascolta, trascina il primo e il secondo all'interno dello
stesso universo, crea un patto narrativo inedito e specifico.
Allo stesso modo, nella narrativa zingara, altri canoni vengono infranti:
un diverso uso dello spazio e del tempo, ammaestrati e finalizzati allo
scopo didattico, stanno a smentire l'immutabilità degli schemi classici
della nostra letteratura.
Secondo Zatta «... sia i riferimenti pronominali che i tempi verbali sono
usati per funzioni che non sono soltanto quelle di indicare il tempo o il
soggetto grammaticale».
Cercare di interpretare la narrativa degli Zingari attribuendo ad essa
stessa struttura e stesse valenze semantiche della nostra, sarebbe davvero
un errore madornale.
Ancora una volta insomma si arriva alla conclusione che ciò che si
conosce, o si pensa di conoscere sugli Zingari, è in realtà tutto da
verificare, tutto da comprendere.
Le fiabe che seguono, anche se indicative ed interessanti, non hanno
comunque la pretesa di essere esemplificative della oralità zingara. Si
tratta, a parte il racconto «I due fratelli», di fiabe riscritte e
ammaestrate nella nostra lingua e con la nostra tecnica letteraria.
Il canto, così come i proverbi scelti per questa pubblicazione, e tratti
da altri studi, sono indicativi più di antica saggezza e sofferenza che
di altro ancora; le poesie, in particolar modo quelle di Rajko Djiuric,
pur nella traduzione in italiano, mi sono sembrate di assoluto valore e di
grande spessore formale: merito anche di Angela Tropea che le ha tradotte. |