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Capitolo nono: fiabe, canti, poesie, proverbi

 

Parliamo della felicità 

Con parole straniere 

E il giorno smarrito il nome 

Per un discorso litiga

Rajko Djuric

Storia di Son e di Danitza

(da Rom Sim di Semzejana-Zlato)

Una volta, quando c'era poco mondo, poco popolo, Dio e i suoi compagni facevano consiglio; quei pochi che c'erano, e non c'erano femmine. Discutono di Son che vuoI prendere in moglie sua sorella Danitza, la stella, quella che gli è sempre vicina.
Là al consiglio c'era anche il diavolo con il suo cavallo. Quando il diavolo ha sentito che si sposano fratello e sorella, si è arrabbiato molto. Va fuori, prende il cavallo e via. Era arrabbiato forte. Gli altri guardano se c'è anche lui, non c'è più, è scappato via.
Allora cosa fa Dio?
Si rivolge all' ape: tu devi andare dietro di lui, finché non senti che cosa dice.              - Va bene.
Allora l'ape gli va dietro e non si fa vedere. Il cavallo del diavolo era tutto sudato, perché dalla rabbia lo guidava forte. Davanti a lui c'era un canale grande, come il Danubio, il diavolo porta il suo cavallo a bere e gli dice:
- Bevi acqua finché puoi, perché adesso si asciugheranno le acque nei fossi e dappertutto, perché fanno un peccato grande, se Son prende Danitza per moglie.
Come lui parlava, l'ape è volata vicino al suo orecchio per sentire meglio.
Allora il diavolo prende la frusta e paff! contro l'ape; l'ha tagliata quasi a metà in vita. È rimasto solo poco attaccato, quasi come un fiammifero.
L'ape allora fila indietro. La vede Dio e le domanda:
- Beh, che cosa ha detto?
Lei ha vergogna, poveretta, tagliata così quasi in due pezzi.                                        - Dimmi che cosa ha detto!
- Ho vergogna. Mi ha detto cose che ho vergogna a dire.
- Dille pure; non vergognarti. Dimmi!
- Che cosa ha detto? Lo vuoi proprio sapere? Ha detto che chi mi ha mandato dietro a lui, mangi la mia merda.
- Ma tu hai paura per questo? Mai paura, perché io farò in modo che gli uomini, né da vivi né da morti saranno capaci di stare senza la tua merda.
Ed è vero, perché dalla merda dell'ape viene il miele e la cera.
Gli uomini da vivi mangiano il miele e da morti adoperano la candela accesa. E questa storia è proprio verità, perché il taglio nell' ape si vede, il miele si mangia e le candele si accendono quando uno muore, perché così è bene.
Dio ha sentito che sposare San e Danitza è un peccato, perché il diavolo sa quasi più di Dio sul peccato.
Erano innamorati forte. Allora Dio li mette distanti uno dall' altro, non molto, e dice:
- Quando vi incontrerete, quando vi abbraccerete e vi bacerete, allora vi sposerete. Prima no.
E tu vedi che sono sempre lontani. San va sempre dietro a Danitza e non la prende. Qualche volta vengono più vicini, soprattutto in estate; allora c'è meno acqua.
Ma non manca mai, perché non riescono a congiungersi.

La nascita

(da Rom Sim di Semzejana-Zlato)

Questa storia è bella ed è vera, per quelli che vogliono capire. Ora ti racconto. Ero un ragazzo più o meno di dodici anni. Era sera tardi, perché mio nonno Guka ci raccontava delle storie che erano proprio una melodia a sentirle, proprio simpatiche, proprio belle.
Stavamo vicino al fuoco e lui ci raccontava. Viene l'ora di andare a dormire. lo e mio fratello Tosa, che aveva diciotto anni, dormivamo a destra, entrando nella tenda, lungo il «pogi», uno con la testa di qua e l'altro con la testa di là. Mio padre Abramo e mia madre Terka dormivano sotto il «vuluv» e con loro il mio fratellino Mile, che noi chiamavamo Moso.
Mio nonno Guka dormiva «maskaré», in mezzo, vicino al carro. Ho preso sonno e ho dormito. Un certo momento sento qualche cosa, mi sveglio e mi alzo. Cosa vedo?
Nella tenda dappertutto tutti con la barba. Uno era all'ingresso vicino al «vuluv», vicino a là dove mio padre, ascolta, dove mio padre dormiva. Un altro nel carro sedeva sul «lovitro», con le gambe giù e mi faceva cenno con la testa.
Proprio così, mi faceva cenno con la testa. Un altro ancora sotto il «vuluv», dietro a mio padre, mi guardava, come pure quello dalla porta, che diventava sempre più grande, capisci, grande, grande signore, e parlava come uno spirito, lo spirito che sta negli uomini. Intorno a Moso era buio, non vedevo niente.
Subito dopo c'è stato come un lampo ed è diventato tutto chiaro, chiaro come cento di queste lampade.
E chi faceva tutta quella luce? La testa di quel bambino, che era riccio;
era bello e pieno di capelli. Intorno a lui era tutta un'aureola.
Guardo mio fratello più vecchio, che non si muoveva; allora mi infilo sotto la coperta e passo dalla sua parte. Hai capito? Vado vicino a lui e lo sveglio.
- Che c'è?
- Non vedi niente?
- No, non vedo niente. E tu che hai visto? Forse la fortuna?
- Non vedi, fratello mio, quello che siede sul letto, vicino al piccolino, vicino a nostra madre? Non vedi l'aureola?
Ascolta, poi ho visto che allungava la mano su di lui e poi sono scomparsi. Ho scosso e ho chiamato più volte il bambino: Mose, Mose! Ma quello non si muoveva e mi guardava fisso. Poi mi sono messo a letto, mi sono addormentato e non ho saputo più niente.
Forse erano quelli del destino, i Vrsitori, che vengono a dare a ognuno il suo destino. Solo qualcuno può sentire. lo ero bambino e non ho raccontato neanche a mio padre, neanche a mia madre. Solo mio fratello sapeva.
Se sapevo, dicevo una messa, andavo in chiesa a dare candele a questi santi. Ma un bambino di dodici anni non capisce niente.
Moso l'hanno ammazzato a Jazenovac con la moglie e il figlio.

San Pietro e Dio

(da Rom Sim Di Semzejana-Zlato)

San Pietro è il compagno di Dio; sono due colleghi e vanno sempre insieme. Ti racconterò anche questa storia, ma non è tanto bella; i «rasai» (i preti NdA) non sono tanto contenti, quando si racconta, perché allora tutti dicono che neanche Del fa bene. Capisci?
C'era un povero e un ricco, molto ricco. Sai come fanno in campagna per lavorare? Vanno via la mattina e ritornano la sera, perché hanno i campi lontani.
Il povero aveva solo un cavallo, poveretto, e tanti figli sul carro. Quell'altro aveva tre cavalli attaccati e niente figli; solo lui e la moglie.
Bene! Finito il lavoro, tornano. Prima viene quello con tre cavalli. Sulla riva del fiume ci sono due, tutti stracciati, con la barba lunga e dicono:
- Ci fai un piacere? Fai passare anche noi il canale con il tuo carro?
- No, no. Non faccio passare nessuno.
- Che cosa facciamo? dice San Pietro a Dio.                                                            - Quando passa il fiume, che il suo terzo cavallo non vada più avanti e batta con la zampa così, come fanno i cavalli, e venga fuori un recipiente di sterline d'oro!
Così succede: il cavallo si ferma, batte nella caldaia dove c'erano le sterline dentro: pum, pum, pum. Ce ne sono molte, perché un tempo nascondevano così i soldi. Il ricco la vede, la tira fuori e via.
Ecco che viene il povero.
- Mi fate passare il canale di là? Mi fate questo piacere?
- Sì, con la volontà di Dio, dove passano cinque bambini e io sei, passeremo anche in otto. Con la volontà di Dio passeremo. Montate.
- Cosa facciamo con questo qui? dice San Pietro.
- Con questo qui, quando arriva a casa, che trovi il bambino morto, quello che è rimasto a casa, e il vitello che ha a casa, che lo ammazzi per fare la «pomana».
Ecco così è finita.
È proprio vero: con i buoni Dio è cattivo, con i cattivi è buono.
Non so se anche lui ha paura dei cattivi. Chi può dire che Dio ha fatto bene? Non ha fatto bene: al povero, invece di aiutarlo, fa morire il suo bambino e ammazzare il vitello per la «pomana». Al ricco dà ancora più soldi.
Anche in mezzo ai Rom i cattivi stanno bene e quelli che pregano sempre sono i poveri. Ma io non sono mai stato cattivo.

I due fratelli

(Da Lacio Drom - trasposizione letterale di Angela Tropea)

C'erano due fratelli identici l'uno all' altro come due mele. Giorno per giorno crebbero fino ad età da sposarsi. Allora dicono alla madre:
- Mamma forse avevamo qualcuno vivo, avevamo noi una famiglia? Allora la madre dice:
- Eh, figlio, voi avete... Vostro padre se n'è andato da molto tempo... Se n'è andato nella notte e ancora non è tornato a casa.
- Mamma dacci qualcosa che andiamo a cercarlo, nostro padre, a vedere dov'è nostro padre. .
- Eh, ragazzi, andate ma è difficile che voi possiate trovarlo, mi dispiace per voi, che voi ve ne andiate e mi lasciate qui sola: come farò senza di voi?
- Niente, tu non devi preoccuparti per noi, dacci piuttosto la tua benedizione, dacci la tua preghiera, daccele e noi andremo a vedere dov' è nostro padre, nostro padre.
- Bene, ragazzi, se volete così, ecco a voi tutto ciò che vi serve e andate.
La loro madre li benedì:
- Andate, figli, che la vostra strada sia fortunata, che siate sempre fortunati, che siate sani e vivi.
Prendono, i due fratelli, montano a cavallo, mettono sopra tutto ciò che gli serve, e prendono per la strada. Prendono le loro sciabole, le loro spade, prendono i loro coltelli, tutto ciò che gli serve per la strada, e andarono.
Quando arrivano ad un incrocio, arrivano ad un incrocio, dove vedono un'indicazione: - Chi va a destra va al Regno, chi va a sinistra va alla Morte -.
Allora dice il fratello più anziano:
- Fratello, qui dobbiamo dividerci, poiché tu devi andare per una strada ed io per un' altra strada. Tu vai per quella strada dov' è scritto «Verso il Regno» ed io andrò per quella strada dov' è scritto «Verso la Morte», perché tu sei il più giovane. Pianteremo i nostri coltelli qui, in questo incrocio, li pianteremo in terra e come un coltello si arrugginirà, colui che va in quella direzione sarà stato ucciso. E chi resta vivo che venga in questo posto per guardare i coltelli.
Bene, prendono i due fratelli, piantano i due coltelli per terra, il giovane andò dov'è scritto «Verso il Regno», il più anziano andò dov'è scritto «Verso la Morte».
E questo fratello, il più giovane, come se ne andò nel regno subito là lo accolsero tutti davanti a lui (...).
Allora davanti a lui portarono una corona d'oro e subito lo posero come zar e lui si meravigliò di tutto questo. E poi gli diedero una fanciulla, così diventò zarina perché suo padre zar era morto e lei era rimasta al suo posto e lo aveva preso. Allora i cannoni tuonarono e capo diventa zar. Perché a quel tempo c'era chi veniva in quella terra, e venivano uomini e vecchi uomini e donne, chiunque, arrivarono stranieri in quella terra, in quel tempo, e così quel giorno diventò zar, lo accolsero, fu fatto capo e così visse in quel tempo.
Vivendo là aveva un palazzo, e di tutto, poiché ha zar.
Allora dice a sua moglie che era la zarina, dice:
- Me ne vado a caccia.
Come se ne va a caccia, ecco che arriva davanti a lui una lepre, una lepre davanti a lui, vanno, vanno, vanno, vanno, la insegue, lui a cavallo, con il suo cavallo, quando la lascia andare perché davanti a lui c'è un' anatra. Nuotava nell' acqua.
Egli si propose di prendere quell' anatra, la uccide, prende quell' anatra, così egli, mio Dio, la mise da parte; se ne va lontano, come in un deserto, non c'era niente, quando vede una capanna. Arriva, Dio mio, aveva fame, dice:
- Me ne vado, vado a vedere in quella capanna che cosa c'è.
Se ne va e vede che là c'è una padella, che il fuoco era acceso e che non c'era nessuno. Prende, in fretta e furia, spenna l'anatra (...) la mette a cuocere.
Quando fu cotta si mise a mangiare, e appare alla porta una ragazza (...) dice:
- Forse non posso mangiare con te?
- Perché no? Mangia, chi te lo proibisce, tu mangia liberamente, siediti e mangia con me.
Come disse ciò, la ragazza cominciò a gonfiarsi e trafisse il ragazzo.
Dopo di che lo invitò e lo tramutò in pietra.
Giorno dopo giorno... sua moglie lo aspetta, la zarina, e lui non viene. Lei piange tristemente e il popolo e tutti e quel popolo che (...).
Niente, suo fratello, che era andato dov'era scritto «Verso la Morte», viaggiò notte e giorno, tre mesi. Tre mesi viaggiò finché giunse in quel paese, e quel paese era a lutto e tutti gli stendardi reali e il popolo era triste, non c'era gente felice in nessun luogo.
Così quando arrivò in quel paese, dice:
- (...) Perché la gente è così? Tutti tristi e le bandiere nere, e cantano canzoni tristi.
E chiese che cosa c'era in quella terra, che la gente non era felice:
- Eh - dice - qui c'è un drago, e ogni giorno deve mangiare una persona, così ci lascia 1'acqua. E ora è il turno della famiglia dello zar ed è stata legata una figlia dello zar, è stata legata in terra fino al collo (...). Finché verrà il drago a mangiarla. E così, così.
Allora lui subito salta a cavallo, va, va, va, arriva al mare e dopo che è arrivato al mare vede la ragazza legata, sotterrata. Allora, prende, subito libera la ragazza, le scioglie le mani, la tira fuori da quel buco e le dice di sedersi. E come il drago viene per mangiare la ragazza, non la trova. Allora, lui subito prende la sua spada e il drago respinge, respinge, colpisce, colpisce; allora la spada si arroventa, non si può tenerla in mano, allora le dice (alla ragazza):
- Principessa, metti il tuo scialle nell' acqua e tiramelo per avvolgere l'elsa.
Quando ebbe tagliato la testa del drago, l'acqua diventò scura ed egli era così stanco che cadde addormentato profondamente.
Il fuoco si spense. A mezzanotte lo zar dice: Ehi, tu, zingaro, prendi il tuo boccale. E il rom era 1'acquaiolo del re e va.
- E vai a raccogliere le ossa della mia ragazza, raccogli bene, e riportale a casa.
Allora lo zingaro prende il boccale, tutto ciò che gli serve, il calesse, i cavalli, si siede e va. E pensava che lei era ormai uccisa, che l'aveva mangiata il drago e che le sue ossa le aveva gettate via. Quando arrivò e vide la ragazza viva, se ne andò, prese la cote per affilare il suo coltello e dice alla ragazza:
- Che cosa fai? Sai che cosa? (voglio fare che) ti ucciderò se tu non dirai che sono stato io a salvarti.
Allora la ragazza ebbe paura:
- Bene - dice - dirò così.
La mise a sedersi sul carro e se ne vengono a casa e la ragazza parla al padre. Quando il padre vide che era viva (ne fu contento), gli fu caro. Allora dice lo zar a sua figlia:
- Chi ti ha salvato? Ti ha salvato lo zingaro?
- Certo, certo.
Allora i cannoni tuonarono, forse non più (...).
Il genero dello zar... quello che 1'aveva salvata, l'acquaiolo, lo zingaro, è il genero dello zar, tzarezet, tzarezet, dicono. Niente, così. Mio Dio (...) e allora il rom prese le camicie dello zar, prese tutto ciò che gli serviva perché era genero dello zar. Eh, mio Dio, la ragazza (n.) era triste, non le era caro (gradito), ed era triste.
Dice la sua serva:
- Perché sei triste? Perché piangi? Perché non sei qui? (.n) Tu sei salva, sei la figlia dello zar, devi essere felice. Perché sei spaventata? Tuo marito è un grande eroe, quello che ha ucciso il drago, e cosÌ.
- Niente - dice - sai che cosa? Parlerai tu a mio padre di ciò che io non posso parlargli: qualunque anima (viva) passi sotto la nostra finestra (...).
- Bene, lo dirò. Vado.
Lei parla allo zar e lo zar ordina che gli portino qualunque anima debba passare sotto la finestra dello zar, quando verranno.
Più tardi, passò quel giovane che aveva ucciso il drago.
- Ecco - dice - io l'ho salvata.
- Ecco lo scialle, che ho preso dalla mia testa, che gli ho gettato mentre combatteva, che lui ha avvolto sull' elsa della spada. Perché quell' altro zingaro ha mentito.
Allora lo prendono e lo avvolgono nel catrame, lo imbrattano nel concime e lo bruciano. Bruciarono lo zingaro. Allora, lui, l'altro, diventa il genero dello zar, tsarezet, tsarezet.
Quello, il giovane, prende là, ecco tutto pronto ciò che gli serve dallo zar e là visse felice e contento. E aveva di tutto.
Poi un giorno indugiò su suo fratello:
- lo andrò a vedere in quel posto se mio fratello è vivo.
Quando venne in quel posto, dove aveva messo il coltello, vide che era arrugginito.
- Eh - dice - mio fratello è stato ucciso. Devo andare a cercarlo.
Va, va, va, giunge in quel paese dov'era suo fratello, dove era diventato zar. Quando giunse in quel paese, chi lo vedeva diceva:
- Ecco, è venuto lo zar!
Lui assomigliava a suo fratello, era proprio uguale, come due mezze mele.
Allora, come giunse, lasciò i suoi cavalli che lo presero i servi, lo legarono e così (e vide) trovò sua moglie. Sua moglie, e pensò che il rom fosse suo marito.
Voleva baciarlo, voleva spogliarlo, e lui non gliela permette.
- Ah - dice -. Lasciami che sono stanco, lasciami dormire.
Prende e cadde nel letto per riposarsi, a dormire. Viene sua moglie, vuole carezzarlo, vuole baciarlo. Lui prende la spada, e vuole colpirla. (Perché non mi lasci? lo che sono tua moglie... dice).
- Lasciami dormire, sono stanco.                                                                        Bene.
- Eh - dice - me ne vado, decido così, me ne vado a caccia.
Prende, se ne va a caccia quando davanti a lui arriva una lepre.
Quando vuole ucciderla ecco un'anatra davanti a lui. Prende e uccide l'anatra. Quando l'ebbe uccisa, scorge la capanna, se ne va là, dove vede il fuoco, vede tutto. Prende, - Eh - dice - me ne vado a farmi da mangiare: ho fame.
Quando ebbe preparato (...) voleva mangiare (...). C'era una ragazza bella. E allora cosa dice la ragazza:
- Posso mangiare con te? Posso....
- Sì, perché no? Mangia, siedi e mangia.
Quando lui prende e si meraviglia di (...) ma il cavallo la prende per il collo:
- Ah, tu sei quella che... che... (...) la gente che poi trasforma in pietra.
Allora lui cosa dice (...) Allora lei cosa dice:
- Non mi uccidere - dice - ecco una bacchetta. Per la strada prendi questa bacchetta e (...) in una bottiglia. Dentro vi è dell' olio (...) e tuo fratello si sveglierà. Egli prende quel, trova quella bacchetta, la bagna nell' olio, (...) la prima statua, la colpisce (tocca), e suo fratello balza su vivo, rinato. Quando è resuscitato, allora lui colpisce, colpisce, colpisce...
Dio mio, balza su gente, tanta, tanta gente... Allora, non appena suo fratello si alzò:
- Oh, ho dormito tanto.
- Eh, fratello, hai dormito per il tocco magico!
Allora prendono, vanno di là, dove (...) per il suo regno, dove sua moglie vede che i due fratelli che vengono erano uguali.
- Eh, per questo, per questo egli non voleva baciarmi - baciarla - quello era suo fratello.
Allora... lo venne a sapere. Prende, lui (...) festeggiare, si è rallegrato:
- Eh, fratello, adesso tu governerai nel tuo regno, ed io governerò nel mio regno.
Devo andare dal mio popolo, ma nostra madre si deve unire a noi, noi insieme andiamo da nostra madre e lei deve vivere insieme a noi.

 

La casa incantata

(fiaba spagnola)

Nella vecchia Castiglia un temporale estivo sorprese tre famiglie zingare mentre viaggiavano insieme per guadagnarsi da vivere. Videro un piccolo gruppo di case sparse, una delle quali sembrava disabitata, così decisero di prendervi rifugio. Tutti contenti per aver trovato un riparo, prepararono le stuoie e andarono a dormire.
Nel cuore della notte, però, si svegliarono inaspettatamente con uno strano senso di fame.
- Metti sul fuoco un po' di zuppa, per favore, che mi sembra di svenire - disse lo zingaro alla moglie.
- Che notte lunga - si lamentò uno dei ragazzi con la voce che gli tremava.
La zingara allora si mise a cucinare una povera zuppa che aveva soltanto un po' di pane, un poco d'olio, dell'aglio, pomodoro, prezzemolo, una foglia d'alloro e il sale. Ma guardando sopra il fuoco vide che un uomo, molto vecchio e con la barba di un candore abbagliante stava scendendo le scale.
- Povero vecchio payo (non-zingaro NdA), è proprio come noi - disse la zingara con compassione pensando che fosse un ladro rifugiatosi come loro nella casa abbandonata. Sospettosi perché non l'avevano notato prima, gli zingari chiesero al vecchio dov'era stato.
- Vivo di sopra - rispose lo sconosciuto e chiese loro un po' di sale.
Come ebbe avuto la saliera, il vecchio risalì nella soffitta da dove era venuto. Quando scomparve, prima ancora che gli zingari potessero fare alcun commento, un lampo illuminò la stanza e ci fu un forte tuono. Atterriti, corsero alla porta e aprendola si accorsero che fuori il temporale era cessato. Insomma, dentro casa tuonava mentre fuori tutto era calmo e brillava il sole dell' estate.
Venne da loro una vicina payo e, quando sentì quel che era accaduto, esclamò:
- L'avete scampata bella!
Poi spiegò loro che, quando li aveva visti avvicinarsi alla casa, aveva pensato di avvertirli di non entrare, ma che poi aveva preferito non farlo temendo che gli zingari potessero pensare che voleva semplicemente impedir loro di ripararsi dalla pioggia. La casa, infatti, era frequentata dai fantasmi, e vi dimorava lo spirito di un payo morto: il payo che avevano visto.
Senza dubbio il sale che aveva chiesto gli era servito per rompere l'incantesimo di cui era prigioniero e i tuoni dimostravano che aveva finalmente trovato la pace eterna.
Prima degli zingari, si sa che altra gente era entrata nella casa, ma nessuno li aveva più visti. Probabilmente perché non avevano potuto o voluto soddisfare la richiesta dello spettro che gli zingari avevano invece esaudito con tanta ospitalità.

 

Il contadino sciocco

(di Nusret Selimovic)

C'era una volta un anziano contadino sciocco ma fortunato. Viveva con la moglie e dieci asini che gli servivano per andare a raccogliere la legna nel bosco. Una mattina si alzò ben presto, salì in groppa al suo asino preferito, chiamò a raccolta tutti gli altri somari e s'incamminò verso il bosco.
Giunto a metà strada si girò e, colto da impulso, prese a contare gli asini:
uno due tre quattro cinque sei sette otto nove! Dio mio, pensò, ne ho perso uno!
Riprese a contare: uno due tre... nove!
Il poveretto, ogni volta, si dimenticava di contare quello sul quale era in groppa, così, sconsolato, riprese la via di casa e con molta vergogna si ripresentò alla moglie: senza legna e, pensava lui, senza un asino.
Scese dalla groppa dell'animale e sua moglie contò di nuovo: uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci! Detto fatto la moglie rimproverò il marito e lui, non sapendo con chi prendersela, se la prese proprio con gli asini:
l'indomani mattina ne prese cinque, li portò al mercato (poiché era sabato e ogni sabato si faceva mercato) e provò a sbarazzarsene. Ma prova che ti riprova non riusciva affatto a venderli: alla fine si risolse a barattarli con una bella mucca grassa e con quella tornò a casa.
La mucca faceva tanto latte e la moglie per un po' ne fu contenta.
Più avanti però si accorsero che non si poteva vivere di solo latte e purtroppo la legna che i cinque asini rimasti potevano trasportare, anche se ben venduta, non bastava a sfamarli come Dio comanda e stomaco pretende.
- Vai al mercato e vendi la mucca - disse la moglie.
Il contadino prese e partì verso il mercato.
Ma prova che ti riprova questa volta non riuscì né a vendere né a barattare la propria merce.
Sul finire della sera, stanco e sconsolato, ed anche un po' ubriaco, riprese la via di casa.
Lungo la strada cinque cani presero a seguirli, lui e la vacca, ed egli prese a parlare con loro:
- Volete comprare un po' di carne?
E i cani abbaiarono.
- La volete subito? E i cani abbaiarono. - E subito ve la do!
Afferrò un gran coltello, uccise la vacca, la tagliò a pezzi e la distribuì fra i cinque cani. Conservò solo la pelle dell' animale, che si mise sulle spalle per ripararsi dal freddo della notte.
- Badate bene - disse prima di andar via - che domani tornerò a prendere il denaro che mi spetta.
Cammin cammina il contadino passò sotto un albero dalle lunghe braccia frondose: il ramo più lungo trattenne la pelle della vacca indossata dall'uomo.
- Bene! - disse - domani passerò a prendere i soldi.
Rientrato a casa il contadino ne sentì tante, e tante bastonate prese dalla vecchia moglie che non riuscì a dormire per tutta la notte.
Cominciò così a bisticciare coi suoi stessi pensieri: pensò agli asini, pensò alla vacca, pensò alla vecchia moglie. Giurò a sé stesso che avrebbe recuperato il denaro che gli dovevano, che avrebbe ricomprato i cinque asini venduti, un'altra vacca più bella e grassa e tante provviste per superare l'inverno.
L'indomani, di buon'ora, si mise per strada: in un modo o nell'altro avrebbe avuto quello che gli spettava. Cercò i cani per lungo e per largo, frugò nel bosco, guardò sopra le colline e sotto le colline, si avventurò sulle rive del fiume e più lontano ancora.
Ma dei cani nessuna traccia.
Così giunse sino all'albero.
- Dammi quanto mi devi - disse l'uomo.
E l'albero niente.
- Dammi quanto - mi devi - minacciò l'uomo.
E l'albero niente.
- Dammi quanto mi devi concluse l'uomo - o ti distruggerò pezzo per pezzo.
Così disse e così fece.
Prese un grosso piccone e cominciò con lo scavarne le grosse radici.
Prima l'una, poi l'altra, poi altre ancora, finché proprio sotto quella più grossa trovò un grosso baule. Lo aprì, vide che conteneva una montagna di monete d'oro e per niente sorpreso disse:
- Te l'avevo detto! Ti sarebbe convenuto darmi subito quanto mi dovevi!
E visse, con la moglie, ricco, sciocco e contento.

 

Cenere diventarono i grandi fuochi

Cenere diventarono i grandi fuochi, 

le nostre cenciose tende furono squarciate dalle bufere.

La spiaggia deserta dei senza patria è il nostro approdo, non abbiamo amici.

Nella lunga notte del nostro peregrinare, 

spegnemmo le sfavillanti faci delle nostre anime,

 piangiamo e temiamo l'oscurità, 

perché i bavosi mastini del tempo continuano a ringhiare sotto le nostre finestre,

 ci strappano la loro luce.

Ahimè, perché ho dovuto giocare con luride bambole di stracci, 

perché, o madre mia, mi insegnasti le ninne nanne?

perché gioisti al notare dalla mia sporca sottoveste il turgore dei miei seni?

Tu ancora non sapevi che anche il sole si è oscurato?

Nella nostra querula lingua non sappiamo che lamentarci.

Gemono i nostri violini sul muro, 

grattate stridule hanno spaccato le nostre corde

 e noi singhiozziamo e temiamo la notte

 perché amici non abbiamo, ma soltanto miseria.

di Anka Lakatos

Tra due mura dorate

Vesti una veste di morte 

Il vento spira allo spasimo

 La lontananza faceva sberleffi 

La luce spiegava ad arco

 La luna ruzzola 

Gli spiriti si cullano 

Mi spingi ad un tenebroso silenzio 

Solo due pareti dorate 

Richiami alla mente

 Della mia trepidazione

 Ti curi di un bacio

 Tessi a fatica un filo

 Infili il grigio tra l'azzurro 

Tra due pareti Spieghi le ali 

Stupito spalanco la bocca 

In una grotta deserta si sentono i vestiti 

Spiani la via alla favella 

Una rivolta contro sé stessa 

Bruci la causa 

Signore sei della fortuna e dell'incertezza 

Tra due mura dorate 

La mia lingua si annida.

 di Rajko Djuric

Prima via

Spalanca le porte del cielo 

E osserva le parole dinanzi alla morte

La brama totale non desiderare

 Non ascoltare turbato 

La voce del pensiero 

Non tremare di ansia 

Sino ai piedi 

I fiori come filo 

Ti indicano la strada 

La prima senza numero 

Sulla collina dei Rom 

Innalza una preghiera 

E una bestemmia 

Fino alla casa del fuoco

Porta e deponi l'anello ed entra 

Offri la lingua al silenzio 

Quando il sorriso verrà 

Chiudi gli occhi 

Cambia discorso 

Trasforma l'oro in pietra 

Finché crollino gli Imperi.

di Rajko Djuric

Presso il Bugus* la casa è grande

Grande città è questo Oswiecim.

 Là il mio amato è prigioniero,

 Sta, sta là lamentandosi 

E di me non si rammenta più.

M'ha abbandonato qui nello strazio, 

Non m'ha detto arrivederci!

Dio, Dio mio, lo muoio qui, povera me.

Il mio piccolo uccellino 

Mi porta da lontano una letterina, 

La porta, la porta ai Tedeschi, 

Qui, dove mi ha imprigionato Oswiecim.

Dio, Dio mio, Dove batterò la testa?

Non riesco a liberarmi da qui, 

La mia testa già muore.

Qui sono diventata secca senza pane 

E senza una goccia d'acqua pura.

Qui perdo tutta la mia giovinezza.

Ahimé, il mondo non lo vedrò più.

E non sarò al mondo,

 I tedeschi mi uccideranno.
Dio, Dio mio, mi struggo, 

Perché il mondo non lo vedrò più.

* Il Bugus è un fiume che scorre presso Oswiecim, in tedesco Auschwitz.

 

Proverbi kalderasha

- Se non sai siediti tranquillo e fissa intensamente nel fuoco;
- Veder l'uomo dal di dietro è veder l'uomo come ubriaco;
- Un uomo saggio ride quando può. Sa bene che ci sarà da piangere molte volte;
- Dormi quando puoi. La notte forse sarà breve;
- Dopodomani, domani è ieri;
- Cammina leggero sull'erba; i tuoi cavalli possono averne bisogno;
- Sta attento quando il diavolo sorride;
- Guardati da un villaggio dove i cani non abbaiano;
- Un cane affamato dà fastidio alla pace dell'uomo;
- Il fumo di un fuoco può accecare l'uomo che lo ha acceso;
- Se vuoi vedere i pesci, non turbare l'acqua;
- Per partecipare un segreto, sussurralo ad un sordo;
- Un cane, che corre da solo, pensa di essere il più veloce del mondo;
- Un uomo che si vanta è come una tenda con l'apertura rivolta verso il temporale carico di vento;
- Un topo con una rosa all'orecchio è sempre un topo;
- Quando non vuoi vedere, a che serve una stella?;
- Un uomo ha bisogno di cinque cose: una donna, una tenda, le sue mani, un occhio acuto e qualche cosa per cui combattere;
- Un cavallo, che sta fermo troppo a lungo in un posto, avrà prurito alle zampe;
- Le donne sono come oro: dure e scintillanti, ma belle e preziose;
- Una foglia d'autunno non è più parte dell'albero;
- Non si pone un cartello con scritto: Non soffiare qui, poiché il vento non sa leggere;
- Solo i gadze non sanno vedere il vento o sentire le nuvole;                                      - Se Dio avesse voluto che i gadze non venissero tosati, non li avrebbe fatti pecore;
- Vedere un sorriso da un gadzo è più raro che vedere un uovo da una vacca;
- La gente spartirà ogni cosa con te tranne le tue difficoltà;
- La morte è solo un altro posto con Dio come padrone;
- Ogni nuovo uomo è un sasso nel fiume della vita.