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Questo
libro è impegnato dalla parte degli zingari. Contro il franco razzismo
che verso di loro si esercita da secoli in Europa. È rivolto alla gente
di buona volontà, di normale cultura e intelligenza. Per far
riflettere, racconta fatti della grande storia secolare degli zingari in
Europa e ci ricorda fatti della cronaca recente degli Xoraxané in
Sardegna, specialmente a Cagliari.
Come non pochi altri, l'autore è preliminarmente conscio
che, se non la prima, quella del razzismo sta diventando una delle prime
questioni all'ordine del giorno, in Italia come altrove. In molti si è
convinti che finora lo si è preso sottogamba. Infatti il razzismo è
stato a lungo considerato un fenomeno non italiano, tanto che il credere
che noi italiani non siamo razzisti è ancora la forma più tradizionale
di antirazzismo facile o di maniera. Anche la società italiana ha da
sempre e probabilmente avrà sempre più a che fare con problemi di
razzismo, perché siamo da sempre e stiamo diventando sempre di più una
società plurietnica.
Ora comunque è giunto per tutti il momento di smettere di
credere che non siamo intolleranti o xenofobi o razzisti, perché
possiamo esserlo quanto e più di altri, se messi alla prova. Tutta la
storia insegna che così come fanno il ladro, le circostanze fanno
l'uomo anche razzista. Nella nostra eredità culturale non c'è niente
che ci renda meglio disposti di altri nei confronti del diverso, nemmeno
rispetto al diverso più o meno inventato come capro espiatorio, come è
stato spesso il caso degli ebrei e come è sempre stato il caso degli
zingari.
Posto che il diverso ha suscitato reazioni varie,
dall'interesse genuino al pregiudizio stereotipato, si sa però che il
diverso da sé ha suscitato di solito reazioni che oscillano tra il
difensivo e l'aggressivo. Lo si chiami razzismo, intolleranza,
etnocentrismo, xenofobia, si tratta di un guaio tanto antico quanto il
sentimento di appartenenza, di identità. L'equilibrio tra sentimento di
sé e modo di rapportarsi all'altro da sé risulta storicamente arduo e
variegato, ma è monotamente ricorrente la tendenza a ridurre la
diversità a inferiorità, per cui il diverso diventa qualcosa di
peggiore e di pericoloso, oppure si tende ad assimilare l'altro a sé
stessi negando gli ogni diversità, per cui l'uguaglianza pretende
ridursi ad identità, come hanno preteso le campagne di
sedentarizzazione e di integrazione degli zingari. Ambedue gli
atteggiamenti, l'uno aggressivo e l'altro a volte implacabilmente
caritativo, sono presenti nella nostra civiltà almeno fin dalle origini
di ciò che chiamiamo epoca moderna, simbolicamente incominciata
cinquecento anni fa con la scoperta di Colombo e l'inizio del
colonialismo.
Una cosa è però il generico sentimento etnocentrico,
altra cosa sono le sue manifestazioni storiche particolari: come per
esempio l'etnocentrismo che si specifica in eurocentrismo, e che si è
accompagnato all'espansione colonialista e imperialista dell'Europa su
quasi tutto il resto del mondo, da Colombo a ciò che diciamo
neocolonialismo. E perciò non sbaglia molto chi pensa che tutti i
grandi razzismi moderni sono nella loro quasi totalità figli naturali
del colonialismo: se si eccettuano però l'intolleranza ricorrente verso
gli ebrei e costante verso gli zingari. Anche l'Italia ufficiale, oltre
a non aver mai affrontato il problema degli zingari, ha avuto anch'esso
le sue manifestazioni di "imperialismo straccione", non meno
dure e sanguinarie. Dell'italo-imperialismo
prefascista, fascista e postfascista, è caratteristica l'idea che
l'italiano non sia razzista, oppure l'alto luogo comune che noi nelle
colonie d'Africa abbiamo fatto solo bene, alimentando una delle
falsificazioni più sfacciate della nostra storia.
Siccome continuiamo a considerarci personalmente e
razionalmente non razzisti "io non sono razzista, ma...", e
nessuno oggi può dichiararsi francamente razzista e farsi imprenditore
del razzismo con parole d'ordine razziste), ci riserviamo l'esercizio
del diritto di beccata sulla gallina forestiera arrivata nel pollaio.
Potremmo al massimo riconoscere che da noi, specialmente in Sardegna,
questa è stata finora propensione moderata, più difensiva che
aggressiva, perché qua il forestiero troppe volte è arrivato in armi,
dominatore e padrone. Gallo, non gallina, finché non è arrivato il
successivo a renderlo cappone. Ora però il forestiero sbarca numeroso
anche da poveraccio, zingaro o africano, e non ci arriva più solo con
la sua aura esotica, ne gretto di gesso da usare come soprammobile,
zingarella festosa e canterina.
Noi italiani non riusciamo più a trovare materia di
riflessione salutare se guardiamo al nostro passato remoto e recente, a
ciò che siamo stati noi fino a ieri sera. Anzi, come si dice in
Sardegna, non c'è peggior pidocchio del pidocchio redivivo, cioè di
chi è appena uscito da vile condizione, come è il nostro caso.
Ma gli zingari? Se non ha torto chi fa notare che da una
situazione multiculturale e interrazziale si possono avere vantaggi
reciproci e generalizzati, compresi magari campioni dello sport, gli
zingari non sono ancora mai rientrati dentro questo alone di eugenetica
progressista. Ed è soprattutto la storia degli zingari in Europa che
c'insegna quanto è difficile la convivenza reciprocamente vantaggiosa
di genti diverse, specialmente quando una di esse trova più facile
mettere sotto le altre per servirsene o comunque fare il proprio comodo,
o cercare di disfarsene anche alla maniera nazista quando non servono,
non rientrano nei piani. E questa, esagerazioni naziste a parte, è la
situazione italiana di oggi: una situazione di razzismo istituzionale,
di razzismo classico, di razzismo vero, di razzismo ordinario, dove una
parte della società resta sistematicamente esclusa dal potere, anche a
norma di legge.
Dicevo della difficoltà delle convivenze da più o meno
diversi. Per esempio, la giaculatoria che gli zingari o i cosiddetti
extracomunitari sono "come noi". Questo luogo comune trascura
il fatto che sono "come noi" solo in quanto genericamente
uomini, ma che tuttavia sono anche diversi, e che la loro diversità
pone problemi che dobbiamo imparare ad accettare e a governare
civilmente; e non solo per solidarietà umana, in questo caso, ma
perché le migrazioni e le convivenze tra popoli e culture diverse sono
un fenomeno sempre più caratteristico dei nostri tempi. È arrivato
dappertutto in Italia il tempo in cui non basta più, per
tranquillizzarci la coscienza, fare l'elemosina alla zingarella del
semaforo, o comprare l'accendino scadente al patetico vu' cumprà. E
sono già arrivati i tempi in cui si vede che non basta neppure
legiferare e far convegni su zingari e africani. Anche gli esorcismi
verbali sono invece sintomi del disagio e della difficoltà a fare bene
i conti con questa "novità", se è vero che la si affronta
ancora troppo, nel migliore dei casi, con giochi di parole ed altre
palliative carità. Così un tempo nelle Americhe i padroni buoni
chiamavano fratelli i loro schiavi. E gli zingari non
diventano meno diversi o più facilmente accettabili come conviventi se
pudicamente li si chiama nomadi, così come uno non cambia in nulla se
lo chiamiamo non udente o non vedente invece che sordo o cieco, o se la
vecchiaia la si chiama terza età. Gli esorcismi verbali dei
benintenzionati verso gli zingari sembrano anzi sintomi ulteriori del
disagio e dell'incapacità di fare bene i conti con la difficoltà.
Perciò bisogna riflettere anche sul problema che, anche se
non è altrettanto pericoloso del razzismo più o meno franco, è
pericoloso anche l'antirazzismo facile, la cui generosità si avvicina a
volte alla stupidità, e contro la stupidità, dicevano già gli
antichi, anche gli dei sono impotenti. Così oggi, screditate
definitivamente le irrazionalità razzistiche totalitarie,
l'intolleranza e l'aggressività contro il diverso si manifestano
principalmente in modi subdolamente democratici e pluralistici, perché
così richiedono i tempi. Questo complica molto le cose, anche a chi
vuoI capire e provvedere, o manifestare contro, per lo meno contro gli
umori più rozzi e a volte violenti.
Ma il possibile imprenditore politico dei razzismi odierni
è piuttosto una pluralità varia di spinte e di aggregazioni,
flessibile, che si muove, come è il caso del razzismo delle leghe
nordiche, per obiettivi espliciti di altro tipo, come la salvaguardia
dell'identità o la lotta contro il centralismo o l'ingiustizia fiscale.
Razzismi striscianti, cangianti, camaleontici, addizionali,
concorrenziali, intermittenti, più che razzismi riconoscibili in
movimenti e risentimenti già sperimentati e modellati in forme
aggressive e militanti (Skinheads), che pure oggi ci appaiono così
pericolosi.
Ma della pericolosità dei gagè, dei non-zingari, gli
zingari sanno però da
secoli, sia a Oriente che a Occidente, e ci temono anche quando siamo
dona ferentes.
È utile fare notare, e qui lo si fa a volte con la
discrezione dello studioso e a volte con l'enfasi di chi è impegnato
direttamente, che le diversità etniche, razziali, religiose, culturali,
linguistiche, ecc., esistono, che i problemi posti da queste diversità
non si risolvono minimizzandoli, ma che con queste diversità bisogna
fare i conti con sentimenti di solidarietà e con freddezza di
raziocinio. Perché non è mai stato facile. No, bisogna
ribadirlo, non è mai stato facile. E la nostra tolleranza si deve
esercitare anche, e forse soprattutto, verso quella parte del nostro
prossimo che è ancora vittima del pregiudizio e si fa solo guidare dal
fastidio: anche loro hanno diritto al nostro aiuto paziente per arrivare
a comprendere, e non meritano il sarcasmo di chi è meglio intenzionato
e più informato. E bisogna evitare non solo le intolleranze e le
discriminazioni, ma anche i limiti o gli eccessi della carità da boy
scout o da dama di San Vincenzo. Quindi, anche se ci vogliono e sono
anzi sacrosanti gli atti di culto esterno come queste forme di carità e
le solidarietà antirazziste, ci vuole anche ben altro, e principalmente
ci vuole un'informazione accorta che supporti l'impegno, personale e
collettivo, sul piano intellettuale, morale e politico, che si deve
esercitare quotidianamente e con la forza della costanza.
Giulio Angioni |