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Introduzione di Giulio Angioni

 

Questo libro è impegnato dalla parte degli zingari. Contro il franco razzismo che verso di loro si esercita da secoli in Europa. È rivolto alla gente di buona volontà, di normale cultura e intelligenza. Per far riflettere, racconta fatti della grande storia secolare degli zingari in Europa e ci ricorda fatti della cronaca recente degli Xoraxané in Sardegna, specialmente a Cagliari.
   Come non pochi altri, l'autore è preliminarmente conscio che, se non la prima, quella del razzismo sta diventando una delle prime questioni all'ordine del giorno, in Italia come altrove. In molti si è convinti che finora lo si è preso sottogamba. Infatti il razzismo è stato a lungo considerato un fenomeno non italiano, tanto che il credere che noi italiani non siamo razzisti è ancora la forma più tradizionale di antirazzismo facile o di maniera. Anche la società italiana ha da sempre e probabilmente avrà sempre più a che fare con problemi di razzismo, perché siamo da sempre e stiamo diventando sempre di più una società plurietnica.
   Ora comunque è giunto per tutti il momento di smettere di credere che non siamo intolleranti o xenofobi o razzisti, perché possiamo esserlo quanto e più di altri, se messi alla prova. Tutta la storia insegna che così come fanno il ladro, le circostanze fanno l'uomo anche razzista. Nella nostra eredità culturale non c'è niente che ci renda meglio disposti di altri nei confronti del diverso, nemmeno rispetto al diverso più o meno inventato come capro espiatorio, come è stato spesso il caso degli ebrei e come è sempre stato il caso degli zingari.
   Posto che il diverso ha suscitato reazioni varie, dall'interesse genuino al pregiudizio stereotipato, si sa però che il diverso da sé ha suscitato di solito reazioni che oscillano tra il difensivo e l'aggressivo. Lo si chiami razzismo, intolleranza, etnocentrismo, xenofobia, si tratta di un guaio tanto antico quanto il sentimento di appartenenza, di identità. L'equilibrio tra sentimento di sé e modo di rapportarsi all'altro da sé risulta storicamente arduo e variegato, ma è monotamente ricorrente la tendenza a ridurre la diversità a inferiorità, per cui il diverso diventa qualcosa di peggiore e di pericoloso, oppure si tende ad assimilare l'altro a sé stessi negando gli ogni diversità, per cui l'uguaglianza pretende ridursi ad identità, come hanno preteso le campagne di sedentarizzazione e di integrazione degli zingari. Ambedue gli atteggiamenti, l'uno aggressivo e l'altro a volte implacabilmente caritativo, sono presenti nella nostra civiltà almeno fin dalle origini di ciò che chiamiamo epoca moderna, simbolicamente incominciata cinquecento anni fa con la scoperta di Colombo e l'inizio del colonialismo.
   Una cosa è però il generico sentimento etnocentrico, altra cosa sono le sue manifestazioni storiche particolari: come per esempio l'etnocentrismo che si specifica in eurocentrismo, e che si è accompagnato all'espansione colonialista e imperialista dell'Europa su quasi tutto il resto del mondo, da Colombo a ciò che diciamo neocolonialismo. E perciò non sbaglia molto chi pensa che tutti i grandi razzismi moderni sono nella loro quasi totalità figli naturali del colonialismo: se si eccettuano però l'intolleranza ricorrente verso gli ebrei e costante verso gli zingari. Anche l'Italia ufficiale, oltre a non aver mai affrontato il problema degli zingari, ha avuto anch'esso le sue manifestazioni di "imperialismo straccione", non meno dure e sanguinarie.      Dell'italo-imperialismo prefascista, fascista e postfascista, è caratteristica l'idea che l'italiano non sia razzista, oppure l'alto luogo comune che noi nelle colonie d'Africa abbiamo fatto solo bene, alimentando una delle falsificazioni più sfacciate della nostra storia.
   Siccome continuiamo a considerarci personalmente e razionalmente non razzisti "io non sono razzista, ma...", e nessuno oggi può dichiararsi francamente razzista e farsi imprenditore del razzismo con parole d'ordine razziste), ci riserviamo l'esercizio del diritto di beccata sulla gallina forestiera arrivata nel pollaio. Potremmo al massimo riconoscere che da noi, specialmente in Sardegna, questa è stata finora propensione moderata, più difensiva che aggressiva, perché qua il forestiero troppe volte è arrivato in armi, dominatore e padrone. Gallo, non gallina, finché non è arrivato il successivo a renderlo cappone. Ora però il forestiero sbarca numeroso anche da poveraccio, zingaro o africano, e non ci arriva più solo con la sua aura esotica, ne gretto di gesso da usare come soprammobile, zingarella festosa e canterina.
   Noi italiani non riusciamo più a trovare materia di riflessione salutare se guardiamo al nostro passato remoto e recente, a ciò che siamo stati noi fino a ieri sera. Anzi, come si dice in Sardegna, non c'è peggior pidocchio del pidocchio redivivo, cioè di chi è appena uscito da vile condizione, come è il nostro caso.
   Ma gli zingari? Se non ha torto chi fa notare che da una situazione multiculturale e interrazziale si possono avere vantaggi reciproci e generalizzati, compresi magari campioni dello sport, gli zingari non sono ancora mai rientrati dentro questo alone di eugenetica progressista. Ed è soprattutto la storia degli zingari in Europa che c'insegna quanto è difficile la convivenza reciprocamente vantaggiosa di genti diverse, specialmente quando una di esse trova più facile mettere sotto le altre per servirsene o comunque fare il proprio comodo, o cercare di disfarsene anche alla maniera nazista quando non servono, non rientrano nei piani. E questa, esagerazioni naziste a parte, è la situazione italiana di oggi: una situazione di razzismo istituzionale, di razzismo classico, di razzismo vero, di razzismo ordinario, dove una parte della società resta sistematicamente esclusa dal potere, anche a norma di legge.
   Dicevo della difficoltà delle convivenze da più o meno diversi. Per esempio, la giaculatoria che gli zingari o i cosiddetti extracomunitari sono "come noi". Questo luogo comune trascura il fatto che sono "come noi" solo in quanto genericamente uomini, ma che tuttavia sono anche diversi, e che la loro diversità pone problemi che dobbiamo imparare ad accettare e a governare civilmente; e non solo per solidarietà umana, in questo caso, ma perché le migrazioni e le convivenze tra popoli e culture diverse sono un fenomeno sempre più caratteristico dei nostri tempi. È arrivato dappertutto in Italia il tempo in cui non basta più, per tranquillizzarci la coscienza, fare l'elemosina alla zingarella del semaforo, o comprare l'accendino scadente al patetico vu' cumprà. E sono già arrivati i tempi in cui si vede che non basta neppure legiferare e far convegni su zingari e africani. Anche gli esorcismi verbali sono invece sintomi del disagio e della difficoltà a fare bene i conti con questa "novità", se è vero che la si affronta ancora troppo, nel migliore dei casi, con giochi di parole ed altre palliative carità. Così un tempo nelle Americhe i padroni buoni chiamavano fratelli i loro schiavi.    E gli zingari non diventano meno diversi o più facilmente accettabili come conviventi se pudicamente li si chiama nomadi, così come uno non cambia in nulla se lo chiamiamo non udente o non vedente invece che sordo o cieco, o se la vecchiaia la si chiama terza età. Gli esorcismi verbali dei benintenzionati verso gli zingari sembrano anzi sintomi ulteriori del disagio e dell'incapacità di fare bene i conti con la difficoltà.
   Perciò bisogna riflettere anche sul problema che, anche se non è altrettanto pericoloso del razzismo più o meno franco, è pericoloso anche l'antirazzismo facile, la cui generosità si avvicina a volte alla stupidità, e contro la stupidità, dicevano già gli antichi, anche gli dei sono impotenti. Così oggi, screditate definitivamente le irrazionalità razzistiche totalitarie, l'intolleranza e l'aggressività contro il diverso si manifestano principalmente in modi subdolamente democratici e pluralistici, perché così richiedono i tempi. Questo complica molto le cose, anche a chi vuoI capire e provvedere, o manifestare contro, per lo meno contro gli umori più rozzi e a volte violenti.
   Ma il possibile imprenditore politico dei razzismi odierni è piuttosto una pluralità varia di spinte e di aggregazioni, flessibile, che si muove, come è il caso del razzismo delle leghe nordiche, per obiettivi espliciti di altro tipo, come la salvaguardia dell'identità o la lotta contro il centralismo o l'ingiustizia fiscale. Razzismi striscianti, cangianti, camaleontici, addizionali, concorrenziali, intermittenti, più che razzismi riconoscibili in movimenti e risentimenti già sperimentati e modellati in forme aggressive e militanti (Skinheads), che pure oggi ci appaiono così pericolosi.
   Ma della pericolosità dei gagè, dei non-zingari, gli zingari sanno però da
secoli, sia a Oriente che a Occidente, e ci temono anche quando siamo dona ferentes.
   È utile fare notare, e qui lo si fa a volte con la discrezione dello studioso e a volte con l'enfasi di chi è impegnato direttamente, che le diversità etniche, razziali, religiose, culturali, linguistiche, ecc., esistono, che i problemi posti da queste diversità non si risolvono minimizzandoli, ma che con queste diversità bisogna fare i conti con sentimenti di solidarietà e con freddezza di raziocinio. Perché non è mai stato facile.   No, bisogna ribadirlo, non è mai stato facile. E la nostra tolleranza si deve esercitare anche, e forse soprattutto, verso quella parte del nostro prossimo che è ancora vittima del pregiudizio e si fa solo guidare dal fastidio: anche loro hanno diritto al nostro aiuto paziente per arrivare a comprendere, e non meritano il sarcasmo di chi è meglio intenzionato e più informato. E bisogna evitare non solo le intolleranze e le discriminazioni, ma anche i limiti o gli eccessi della carità da boy scout o da dama di San Vincenzo. Quindi, anche se ci vogliono e sono anzi sacrosanti gli atti di culto esterno come queste forme di carità e le solidarietà antirazziste, ci vuole anche ben altro, e principalmente ci vuole un'informazione accorta che supporti l'impegno, personale e collettivo, sul piano intellettuale, morale e politico, che si deve esercitare quotidianamente e con la forza della costanza.
                                                                                                       Giulio Angioni