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Premessa

 

   La prima testimonianza documentata dell'incontro tra gli Zingari e il mondo europeo è del 1322: due frati minori, Simeon Simeonis e Ugo l'Illuminato, li trovano nei pressi di Candia, nell'isola di Creta, dove si mormora che appartengano alla mitica stirpe di Cam. I loro strani costumi - dormono in tende piccole e nere oppure in caverne e non si fermano per più di trenta giorni nello stesso posto - catturano l'attenzione dei due religiosi e ne stimolano la fantasia.
Chi è questa gente, e quale la sua origine?
Lo stesso atteggiamento, la stessa curiosità, è quella che nel 1421 coglie gli abitanti di Arras, allora capoluogo della regione dell' Artois, in Francia. Nei registri dello Scabino, il giudice che in epoca medioevale sostituiva i nobili nell'amministrazione della giustizia, viene così annotata la strabiliante novità: "Meraviglie. Arrivo di stranieri dal Paese di Egitto".
E qui comincia, se non la Storia degli Zingari, che è assai più antica e che affonda le proprie radici nella lontana India, almeno la Storia di quella scienza chiamata "ziganologia". Una scienza che, più organicamente a partire dalle riflessioni dei dotti del Rinascimento, ha tentato di risalire alle origini di questo popolo errante, di penetrarne l'idioma misterioso, di esorcizzare, o castigare, tanta evidente diversità, di porre per iscritto ciò che la tradizione zingara non si è mai premunita di fare, essendo stata, ed essendo ancora in parte, una tradizione che si trasmette per via orale. Lo ziganologo è quindi lo studioso di cose Zingare.
Uno studioso che spesso si è avvalso dell' apporto di altre discipline, quali la Storia, l'Antropologia, la Linguistica comparativa, la Psicologia, la Genetica, tutte tese a ricostruire un quadro che, col passare dei secoli, si era disunito e frammentato come un mosaico andato in pezzi.
Ecco, qui sta il punto.
lo non sono un antropologo, non sono uno storico, né un linguista, né tanto meno uno psicologo o uno studioso di genetica. Ma soprattutto, anche ammesso e non concesso che un tale orribile orpello possa essere da qualcun altro sospirato ed anelato, non sono, assolutamente, uno "ziganologo", non mi ritengo tale, non voglio esserlo.
E non per pudore o per falsa modestia: La Storia che è qui trattata, che è insieme Storia di un Popolo e Storia del pregiudizio che nel tempo l'ha tenuto incatenato in abiti illusori, fantastici o mostruosi, è ben documentata. Dagli scritti degli ziganologi, quelli formalmente riconosciuti tali, ho attinto le teorie note come le più attendibili o provate: il che, data l'oscurità di un passato quasi imperscrutabile, non è ancora garanzia di certezza.
La gran mole di studi, libri e articoli di ziganologia (una bibliografia pubblicata nel 1914, "A Gypsy bibliography" di George B1ack, contava già da allora 4.577 titoli), è davvero impressionante. Ma ancora oggi non è bastata a far piena luce su certi aspetti che riguardano il tipo di vita che gli Zingari conducevano in India prima delle grandi migrazioni iniziate, secondo alcuni, intorno all'anno Mille.
Uno Zingaro di origine russa, e studioso di cose zingare, l'etnologo e sociologo Jan Kochanowski, ha per esempio tentato di confutare la teoria secondo la quale gli Zingari d'Europa, quelli che lui denomina Romané Chavé, discenderebbero dalla casta indiana dei Paria. A suo parere essi discenderebbero invece da una casta militare e aristocratica originaria di quello che oggi è lo Stato di Dheli.
Ma qualunque sia la verità, rispetto a tante e approfondite ricerche, la scelta, o meglio una delle scelte che mi sono apparse più opportune, è stata quella di riscrivere con molta umiltà e con occhio imparziale queste diverse teorie, cercando di ricostruirle con l'occhio del cronista, se non dello ziganologo, in un quadro più unitario possibile.
Una delle scelte dicevo.
L'altra, la più importante, è quella che per spirito di coerenza mi vieta, vorrei quasi dire mi salva, dall'appellativo di ziganologo, nasce tutta nel rapporto di amicizia che in questi anni ho vissuto con i Romà che da un decennio vivono nelle più degradate periferie urbane dell'area cagliaritana, provenienti da quella Jugoslavia che, ormai lontana dal loro stupore incredulo, si è frantumata in un coacervo di razze e religioni ostili e pronte a guerreggiare.
Ciò che voglio dire è che, ancora oggi, vorrei continuare a guardare ad essi come un amico, uno che ne condivide, seppure in minima parte, i dolori, le difficoltà, la gioia e la solidarietà che li contraddistinguono. Pormi di fronte a loro come uno studioso, uno ziganologo, sarebbe un po' come tradire questo sentimento di amicizia che non è stato facile costruire e che è cominciato, quasi per caso, in un pomeriggio primaverile di alcuni anni orsono.
Il ricordo di quel pomeriggio è ancora molto vivido.
Visto da lontano il panorama di baracche e rottami d'auto che caratterizza ogni raggruppamento zingaro presente sul nostro territorio, incute davvero un po' di paura. Ed effettivamente quel giorno, era il 6 maggio 1988, invitato a partecipare e a fotografare il Gurgevdan, la Festa di Primavera, realmente avevo, se non proprio paura, sicuramente un robusto quanto impalpabile sentimento di diffidenza.
Ripensandoci più avanti mi resi conto che questo sentimento di diffidenza, questo pregiudizio riapparso improvvido a corrompere certezze e valori che credevo molto più saldi, si alimentava di miti, figure letterarie, luoghi comuni. Chi erano questi Zingari? Liberi Figli del Vento o accattoni e ladri di bambini? I vagabondi impenitenti di Diderot o i musicisti di G. G. Marquez? Gli animali notturni e undergrounds di Victor Hugo o la tribù "profetica dalle pupille ardenti" cantata da Baudelaire?

Stregoni, saltimbanchi e furfanti, Resto immondo
D'un antico mondo
Stregoni, saltimbanchi e furfanti, Gai Zingari, da dove venite fuori?

Come nella canzone di Béranger, la domanda, inespressa a parole, si
concretizzava invece nei gesti: una volta arrivato all'interno del Campo, tra vedere e non vedere, ma facendo in modo che nessuno mi vedesse, nascosi per bene le macchine fotografiche sotto i sedili dell' auto, scesi, chiusi a chiave la portiera e mi avvicinai agli Zingari col sorriso sulle labbra.
Ipocrita, pensai, dopo.
Perché tra il prima e il dopo, nel breve spazio di cinque, sei ore, il dubbio
e la diffidenza vennero spazzate via non solamente dai canti, dai balli, dal turbinare della musica slava ad altissimo volume, ma anche e soprattutto da una disponibilità e da un senso dell' ospitalità sino ad allora insospettabili ed insospettate. Questo popolo fatto di straccioni, scostanti ed ostili ai semafori della città quando chiedono la "manghel", l' elemosina), mi si ridisegnava davanti agli occhi come tutt'altra cosa.
È questa la magia del Gurgevdan, la festa che celebra l'arrivo della buona stagione, l'allontanarsi di quella cattiva e, non solo metaforicamente, del freddo, della malattia e della morte.
È una magia, quella vissuta dagli Zingari durante la Festa di Primavera, che si trasmette per empatia anche all'ospite sino a quel momento ignaro di quelle strette di mano, di quei sorrisi, di quegli abiti che si fanno bianchi, e puliti, negli uomini, e colorati, e puliti, nelle donne. Io, come tanti altri "gagé" (i non zingari), che possono testimoniare la mia stessa esperienza, passai di baracca in baracca per onorare tutte le diverse famiglie, assaggiai in ognuna le pietanze preparate in abbondanza per l'occasione, bevetti il caffè alla turca bollente offerto dalle donne, fotografai visi in allegria, visi segnati da ragnatele di rughe precoci, risate dai denti d'oro, abbracci e baci e danze.
E, per dirla tutta, ne restai affascinato, incuriosito, sedotto.
Ricordo ancora che prima di andar via, Nusret Selimovic, che allora era sicuramente l'uomo più rappresentativo del Campo (ciò che superficialmente potremo definire il "Capo"), ci fermò ancora sulla soglia della baracca per ringraziarci, me e gli altri gagé che mi avevano accompagnato e presentato, per aver partecipato alla Festa di Primavera. E mentre lo faceva - già il tutto si era spezzettato in piccoli gruppi che alla luce fioca delle lampade ancora bevevano e chiacchieravano per conto loro - ricordo che affianco a noi un giovane non zingaro che non conoscevo, e che aveva evidenti problemi di nervi, anche lui unitosi alla Festa, continuava a parlare tra sé e sé in preda ai suoi cattivi pensieri. Ma, e fu questo che mi colpì profondamente, nessuno tra gli Zingari sembrava farci caso, anzi ogni tanto gli si avvicinavano, stavano a sentire le sue parole sconclusionate, gli offrivano ancora da bere assentendo con rassegnata pazienza, gli davano piccole affettuose pacche sulle spalle.
Insomma, questi Zingari, questo mondo Altro, questi diversi per antonomasia, riuscivano con placida indifferenza ad accettare una presenza, un' altra diversità, che in qualsiasi altro ambiente avrebbe stonato, irritato, provocato la consueta incivile ilarità o il consueto gran senso di disagio.
Più avanti, messi da parte gli abiti della festa e rientrati nella quotidianità, gli Zingari di quello che allora era il Campo abusivo di San Lussorio, mi diedero modo di comprendere quanto la vita di ogni giorno fosse agli antipodi della serenità e dell' allegria del Gurgevdan.
Nusret Selimovic, del quale ancora scriverò in altre parti del libro, è l'uomo che in questa odissea di rifiuto, dolore e desolazione, è stato mio anfitrione. Sua figlia Tiziana, una bimba di pochi mesi uccisa nel sonno dalla broncopolmonite e offesa cadavere dai morsi famelici dei topi, è quella che ha dato il suo nome alla Legge Tiziana, la Legge regionale n. 9 del 1988 che teoricamente avrebbe dovuto tutelare e migliorare le condizioni di vita dell'Etnia Rom presente nell'isola.
Ma oltre lo sforzo legislativo, dovuto alla sensibilità del promotore della legge, Italo Ortu, in realtà poco o niente è stato fatto per cambiare le condizioni di vita nei Campi, per agevolare un confronto che, anche rispettando le specifiche differenze culturali, potesse in qualche modo abbattere le barriere del pregiudizio e avvicinare la gente zingara alla città che ostilmente la circonda e l'assedia.
Dopo Tiziana sono morti un' altra decina di bambini, alcuni di broncopolmonite, qualcuno arso vivo nel rogo della sua baracca, una, Nazifa Bebé Ahmetovic, schiacciata da un furgone mentre chiedeva l'elemosina sugli asfalti cittadini. La vita nelle baracche è una vita che resta, anche senza voler essere retorici o roboanti, una vita infame. Si combatte coi topi, ci si ammala facilmente, si invecchia precocemente (la speranza di vita degli Zingari è paragonabile solo a quelle del Terzo e Quarto Mondo). Si vive male e si muore peggio.
Le attività economiche di stretta sopravvivenza sono la "manghel" per le donne e i bambini e la raccolta di rottami per gli uomini. Pochissimi, soprattutto i vecchi, si ostinano ancora a lavorare il rame. Ma pentole, piatti, portaombrelli e altri oggetti, sono difficilmente commerciabili e del tutto antieconomici rispetto a prodotti simili lavorati con mezzi più moderni.
Tutte le tradizionali attività zingare sono state superate. Gli Zingari calderai, fabbri ferrai, chiodatori, forgiatori, domatori di cavalli e musicisti di piazza sono solo un ricordo di tempi lontani che non potranno mai più tornare.
Né si creda facile un loro inserimento nel nostro mondo del lavoro: come ricorda Carla Osella, Presidente dell' Associazione Italiana Zingari Oggi, l'analfabetismo, reale o funzionale, arriva nella popolazione zingara (60/80.000 persone in Italia) ad una percentuale del 95%.
Questa perdita d'identità economica non è solo la causa prima dell'estrema povertà di quasi tutti gli Zingari di recente immigrazione. La mancanza di autonomia e di un ruolo definito, unita al secolare disprezzo di cui sono stati vittime, provoca da una parte quel sentimento di ostilità verso la società dei gagé, a volte così evidente nei loro modi scostanti per le vie della città, e dal1'altra la metodica ricerca dei mille e più espedienti atti a procurare il minimo necessario alla sopravvivenza.
Alcuni di questi espedienti, come l'accattonaggio dei bambini teso a smorzare l'impietosa indifferenza dei gagé o gli atti di piccola illegalità, provocano a loro volta il rinfocolarsi della fiamma del pregiudizio e del rifiuto che la nostra società nutre con forza nei loro confronti. In questo modo 1'incomunicabilità di fondo che caratterizza il rapporto tra società dei gagé e società zingara tende ad auto riprodursi all'infinito.
Niente di nuovo, si dirà.
Gli Zingari, dopotutto, sono abituati da sempre a convivere col pregiudizio e l' emarginazione e riusciranno a superare indenni anche questi difficili momenti. Questa è anche 1'opinione, ma sarei tentato di dire 1'illusione, di quei gagé, amici in buona fede dei Rom, che, credendo nell'immutabilità della loro cultura, rifiutano a priori la possibilità che essa possa contaminarsi con la nostra e non si rendono conto della drammatica specificità di questo momento storico.
Niente scuola per i bambini, quindi, perché essa potrebbe omologarli alla nostra cultura, e niente case per le famiglie, perché la tradizione del nomadismo, che sarebbe garanzia irrinunciabile di libertà, va preservata assolutamente.
Chi dice questo, chi proietta sugli Zingari questi aneliti di purezza esasperata, chi si ostina ad osservarli con 1'occhio spiritato dell' ideologo più interessato al proprio pensiero che non all'uomo, chi, in definitiva, ricerca in loro l'alterità incorrotta del Buon Selvaggio, sbaglia non una ma molte volte.
Sbaglia arrogandosi il diritto d'interpretare ciò che davvero essi desiderano oggi, sbaglia nel non accorgersi che un profondo cambiamento è comunque già in atto, e sbaglia ancora nel confondere alcuni elementi della tradizione per l'essenza stessa della cultura zingara, che in ogni caso mai è stata e mai sarà una monade monolitica non suscettibile di relazioni sociali ed economiche col mondo circostante. Il professore zingaro Jan Hancok, che insegna all'Università di Austin ed è rappresentante all'ONU della Romani Union, così ebbe a dire nel corso di un'intervista rilasciata al periodico di studi sociali ed antropologici Zingari Oggi:
"Il popolo zingaro non scomparirà mai. Finché crederà e vivrà la propria cultura in ogni parte del mondo, sarà quello che è sempre stato; non fa niente se siamo professori, musicisti o spazzini; le radici della nostra storia, del nostro passato sono dentro di noi; tagliare le radici vuoI dire dichiarare la morte dell'albero; nessuno vuole distruggere il proprio passato; magari si può innestare, perché l'albero cresca meglio, ma sono sempre le vecchie radici che fanno vivere".
Da parte mia, nell'esperienza accumulata in questi anni, posso dire che ho incontrato Zingari che mandano i propri figli a scuola e altri che non lo fanno, Zingari che ancora difendono gli originari valori di comunione e solidarietà e altri che vivono vittime dei bisogni indotti dalla nostra società, Zingari che non riescono a stare a lungo nello stesso posto e altri che, letteralmente, maledicono il nomadismo come effetto delle tante, troppe ordinanze di sgombero che, di Campo abusivo in Campo abusivo, di città in città, li obbligano a continuare il loro infinito viaggio.
E ho conosciuto, qui in Sardegna, diversi di loro che già vivono in appartamenti, e che mi sono sembrati assai contenti di viverci.
Un gruppo di Zingari, che per anni ha atteso che l'ambito miraggio del Campo sosta attrezzato divenisse realtà, ha infine ragranellato i propri risparmi, ha acquistato un piccolo terreno agricolo nelle campagne di Asti, e lì si è trasferito.
Non credo davvero che il peggior pericolo per la cultura zingara sia la scolarizzazione, per quanto essa, davvero, possa essere pericolosa; né credo che la cessazione o la prosecuzione della pratica del nomadismo possa in futuro ancora dipendere da un semplice atto di volontà.
Il vero pericolo per la cultura originaria mi sembra invece che passi attraverso l'acquisizione di quei disvalori tipici del "villaggio globale", nel quale, indifesi perché senza una propria identità economica e pur in una condizione assolutamente marginale, essi si trovano loro malgrado immersi.
L'appropriazione facile della ricchezza, l'individualismo esasperato, la decontestualizzazione del proprio ruolo in relazione alla società che li circonda, la perdita del senso di appartenenza al gruppo e ai suoi valori di fraternità e di solidarietà nel momento del bisogno, sono i pericoli dai quali mi sembra gli Zingari debbano difendersi.
Il rischio di una strisciante sottoproletarizzazione, forzata da eventi esterni, mi sembra tanto reale quanto imminente.
Discorrendo con Nusret e Svetlana, la sua dolcissima compagna, mi azzardavo a manifestare questi dubbi, specialmente nei confronti dei ragazzi più giovani, che mi apparivano già diversi dai loro padri.
Continuando a fare questa vita impossibile, dicevo, e senza avere la lungimiranza di governare, voi stessi, il cambiamento, cosa succederà nei prossimi anni? I vostri figli, questi ragazzi già da oggi teledipendenti e ubriacati da quiz e telenovelas di bassissima lega, saranno ancora salvi dai nostri miti e dai nostri vizi? Si sottrarranno alle vie della droga, della vera delinquenza, della devianza, o, al pari dei nostri, ne saranno le vittime predestinate?
Ma Nusret e Svetlana apparivano più ottimisti di me. I più giovani, dicevano, seguono almeno in parte le vecchie tradizioni, quindi la speranza non deve morire.
Lungo questa strada, questo libro, che è scritto da una persona che è stata accolta in amicizia, vuole essere un contributo a questa speranza.
Un atto d'amore verso questo Popolo al quale, ancora oggi, viene negata quella porzione di cielo alla quale ha naturale diritto.
Un'ultima cosa ancora: quasi un'istruzione per l'uso.
Ritengo opportuno avvertire il lettore, benché più volte l'abbia poi puntualizzato nel corso dei diversi capitoli, che mai e poi mai bisogna generalizzare quelle che sono alcune conoscenze su determinati gruppi a tutti gli Zingari.
lo mi sono limitato, nell' ampia parte riguardante i differenti aspetti della loro vita, a descrivere in modo semplice e con un linguaggio accessibile a tutti ciò che ho visto, e a raccontare ciò che altri, meglio di me, hanno potuto osservare in altre situazioni. Ho azzardato ogni tanto, credo con tutta l'opportuna prudenza, qualche collegamento e qualche ipotesi, ma sempre basandomi su determinate fonti conosciute come le più attendibili.