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Nomi e leggende
Il 17 agosto 1427 appare, alla periferia di Parigi, una
carovana zingara. Nella Cronaca di un canonico di Notre-Dame viene
annotato che gli uomini "... erano nerissimi, con i capelli
crespi, le donne erano le più brutte e nere che mai si sia dato vedere. I
volti tutti solcati di rughe, i capelli scuri come code di cavallo; loro
unico indumento una copertaccia sdrucita fermata sulle spalle da uno
straccio di tela e da una cordicella, e sotto soltanto una tonaca
sbrindellata. Insomma, le creature più sciagurate che a memoria d'uomo si
siano mai viste sul suolo di Francia".
Un'altra cronaca, nota come il "Journal d'un bourgeois de Paris",
racconta che essi soggiornarono nella città per tre settimane circa e che
ne vennero allontanati l'otto settembre dello stesso anno.
Migliore impressione avevano fatto, e migliore accoglienza avevano
ricevuto, almeno in un primo momento, il centinaio di Zingari che il 18
luglio 1422 erano giunti a Bologna, guidati da una figura che all'epoca
divenne quasi mitica, il Duca Andrea del Piccolo Egitto.
Il Colocci, nel 1883, riassume un passo di un'altra cronaca dell'epoca, la
"Historia miscellanea bononiensis": "... in tale
data venne a Bologna un duca d'Egitto. (...) Tale duca aveva rinnegato la
fede cristiana e il Re d'Ungheria prese la sua terra a lui. Dopodiché il
Re d'Ungheria volle che andassero per il mondo 7 anni e che si recassero a
Roma dal Papa e poscia tornassero alloro Paese"
Del Duca Andrea e della sua gente la leggenda vuole che più avanti, dopo
essere stati ricevuti dal Papa Martino V, essi riprendessero il cammino
protetti da alcune lettere papali che gli garantivano libero transito, coi
loro cavalli e i loro beni, senza che fossero costretti a pagare né
diritti di passaggio, né alcun altro tipo di tassa.
Più avanti quasi tutti i gruppi zingari che presero a diffondersi per
l'Europa mostravano di possedere Bolle e Sigilli papali (più o meno
autentici), ma ciò non bastava più a garantirne la bontà delle
intenzioni: il sospetto e la diffidenza, alimentate anche dalla
appariscente alterità, cominciarono a circondarli e, contemporaneamente,
ad alimentare l'incontenibile saga delle ipotesi che si fecero sulla loro
origine avvolta nel mistero.
Un mistero, peraltro, che essi stessi alimentarono volontariamente,
assecondando ora questa ora quella teoria, ora questa ora quella leggenda.
François de Vaux de Foletier, autore del saggio "Mille anni di
Storia degli Zingari", uno dei testi più interessanti della
moderna ziganologia, ha riassunto con accuratezza i molti nomi coi quali
essi sono stati denominati nelle diverse nazioni ove si fermarono e le
molte leggende che li hanno accompagnati nel loro lungo cammino.
Tra questi nomi, quelli che hanno un'effettiva origine indiana, e nei
quali gli stessi Zingari si riconoscono, ricordiamo Rom, Sinti,
Kalé e Manush, che verrebbe dal sanscrito Manushya e
che significherebbe "uomo libero": non dimentichiamo però che
le vere auto-denominazioni dei diversi gruppi sono ancora oggi oggetto di
studio perché generalmente poco conosciute.
Gli altri appellativi seguiranno invece le impronte del mito e del
pregiudizio. Il colore scuro della pelle li fece chiamare Negri in
Francia, Tartari Neri in Svezia, Mustaleinen in Finlandia.
La presunta appartenenza alla setta greca degli Athinganoi fece
nascere il termine Tchinghiané in Turchia, Ciganin in
Serbia, Cygan in Polonia, Zigeuner in Germania e in Olanda, Zeginer
in Svizzera, Zigenar in Svezia, Cingan in Francia, Cigano
in Portogallo, Zingaro in Italia.
Ancora: vennero appellati Bohémiens (perché ricevettero, o
dissero di aver ricevuto, alcuni salvacondotti da Sigismondo di Boemia), Filistei
(perché d'ipotetica origine ebrea), Saraceni (perché pagani e
provenienti dall'Est), Egiziani e Faraoni (perché in parte
provenienti da quella regione del Peloponneso chiamata, per la sua
fertilità, Piccolo Egitto).
Ai tanti nomi corrisposero poi altrettante leggende, nate di solito dalle
"dotte" dissertazioni di filosofi e uomini di religione. Henri
Cornelius Agrippa, nella sua "Dichiarazione sull'incertezza,
vanità e abuso delle scienze", pubblicata nel 1530, volle gli
Zingari discendenti di Cus, figlio di Cam, figlio di Noé, e perciò
condannati per sempre dalla maledizione del loro progenitore.
Per Giorgio Esseney, che lo scrive nel 1798, erano invece i superstiti di
Sodoma e Gomorra, cacciati dalla regione di Zoar dai discendenti di Lot.
Altri, citando la Genesi, li credettero discendenti diretti di Caino,
tramite Jubal e Tubalcain, pro genitori di tutti quelli che "suonano
la cetra e la zampogna" e di quelli che "costruiscono
arnesi di rame e di ferro".
Di volta in volta gli Zingari divennero una delle dieci tribù perdute
d'Israele, i discendenti di Abramo e Sara, di Adamo e di una prima moglie
che precedette Eva, dei misteriosi Sicani che abitarono la Sicilia prima
dei siciliani, dei Titani indo-tartari padroni della Terra, dei Maghi di
Caldea e di Siria, degli Uxii sottomessi da Alessandro, degli Egiziani,
dei Trogloditi, dei Mamalucchi, dei Druidi celtici, dei Persiani adoratori
del fuoco, dei Sacerdoti di Iside, dei soldati di Erode, dei Fenici, degli
abitanti di Atlantide.
E per finire, incredibile ma assolutamente vero, Jean Alexandre Vaillant,
nel suo "Les romes. Histoire vraie des vrais Bohèmiens",
del 1857, giunse ad ipotizzare che furono proprio questi uomini e queste
donne misteriose a dare il proprio nome a Romolo, fondatore di Roma, e a
inventare, diversi secoli prima dell' era cristiana, il Vangelo.
Questo fenomenale lavorio di fantasia, che spesso precedette sanguinose
persecuzioni, ha sempre rappresentato, - nel bene come nel male, il
disperato tentativo del mondo europeo di riportare all'interno di schemi
culturali conosciuti un'alterità che, per la prima volta, si era annidata
senza ritegno all'interno dei propri confini. L'origine del Popolo degli
Uomini, troppo differenti dai barbari e altrettanto diversi dai Buoni, o
Cattivi, Selvaggi di oltre Mare Oceano, rimase nella più assoluta
oscurità sino a quando la ziganologia non si avvalse dell'apporto della
filologia comparata e dell' antropologia.
La vita in India
Secondo E. Rabino Massa e M. Masali, professori ordinari
alla Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell'Università
di Torino, il primo ad accostare le parlate zingare alle lingue indiane,
fu, in Olanda nel 1763, Etienne Vali, un pastore protestante ungherese.
Egli, ascoltando per caso le conversazioni di un gruppo di studenti
indiani, si rese conto che molti vocaboli da loro utilizzati erano simili
a quelli usati dagli Zigeuner dei quali aveva fatto conoscenza.
Questa intuizione venne poi ripresa e approfondita da alcuni filologi e,
nel 1777, il tedesco Rudiger espose pubblicamente la nuova teoria col suo
"Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner" (della lingua
e dell' origine degli Zingari), che venne poi pubblicato nel 1782.
Da questo momento la filologia zingara diventò, secondo il De Foletier,
"... una vera scienza, grazie soprattutto al tedesco Pott (nel
1844), al greco Pospati, all' austriaco Miklosich, all'italiano Ascoli".
Ancora oggi numerosissimi filologi continuano a studiare la lingua
zingara, la "romani cib", o romanés, che è una lingua della
famiglia indo-europea il cui vocabolario e la cui grammatica sono
rapportabili al sanscrito e che si può accostare ad un gruppo di parlate
indiane quali l'Hindi, il Mahrati, il Guzurati e il Kashmiri.
Ma, una volta risolto il problema delle origini, altre questioni restavano
e restano tutt' ora aperte.
In che regione vivevano esattamente? E a che gruppo etnico, a che classe
sociale appartenevano? Ed ancora, perché ad un certo punto della loro
storia scelsero la via dell'emigrazione che, nello spazio di diversi
secoli, li ha portati praticamente in ogni punto della terra?
Domande alle quali non è stato facile rispondere.
Una delle ipotesi più accreditate sulla classe sociale di appartenenza
nasce dal rapporto tra i termini Rom e Dom, che in India era
il nome di un vasto insieme di diverse tribù molto note sin dai tempi
antichi. In un testo di astronomia in sanscrito i Dom sono noti come
"Gandharva", musici, e altre fonti li citano come ottimi
lavoratori dei metalli.
Altre parentele linguistiche accomunerebbero gli Zott (come vennero
chiamati gli Zingari in Persia) ai Djatt del Punjab. I Luri,
i Multani e i Sindi sarebbero originari di territori
adiacenti al fiume Indo.
La maggior parte degli ziganologi è arrivata comunque alla conclusione
che la regione d'origine, seppur imprecisata, sarebbe da ricercarsi nel
Nord-est dell'India e la loro classe sociale, anche in base a quanto
scritto in una Cronaca Kashmiri del XII secolo - che associava i Dom
ai "candala" (intoccabili) sarebbe stata quella dei Paria.
Contro queste tesi si è scagliato, con molta ed esacerbata fermezza,
l'etnologo zingaro Kochanowski.
A suo parere l'accostamento degli Zingari ai Paria indiani sarebbe solo il
frutto di una deduzione senza alcun riscontro, il frutto di ricerche,
cioè, non condotte a fondo e che tenderebbero a giustificare in qualche
modo sia le persecuzioni terribili che nel corso dei secoli si abbatterono
in Europa sui Rom e sia la drammatica situazione nella quale gli Zingari
si dibattono ancora ai giorni nostri nella maggior parte delle nazioni. Il
fatto che in Europa essi fossero ridotti ad una vita da Paria non
significherebbe, secondo l' etnologo, che così vivessero anche in India.
L'ipotesi del Kochanowski è che i Romané Chavé (gli Zingari
d'Europa), siano invece i diretti discendenti di alcune caste
aristocratiche e militari: quelle dei Kshattriyas e dei Rajputs
del Rajasthan.
Un'ipotesi secondo la quale la prima grande ondata migratoria avvenne
molto tempo prima dell'anno mille, verso la Mesopotamia e poi verso la
Grecia, quando, intorno all'ottavo secolo d.c., i Ksattriyas sinti restarono
vittime di una terribile carestia. Quattro secoli più avanti, nel 1192,
sarebbero stati i Rajputs ad abbandonare le loro terre, a causa di
una devastante sconfitta militare. Questi ultimi avrebbero poi raggiunto
in Grecia i Ksattriyas e i due gruppi avrebbero dato origine alla
stessa etnia: la Romani.
Kochanowski crede di trovare diverse conferme alle sue teorie negli studi
di linguistica e di antropologia.
La lingua Hindi e quella Romanés risulterebbero simili ancora oggi per un
gran numero di vocaboli e, dato che egli considera molto significativo,
esse sarebbero simili sia in positivo che in negativo: i termini che sono
presenti nell'una sarebbero presenti anche nell'altra e quelli che
risultano assenti dall'una lo sarebbero anche dall'altra. La morfologia
del Romanés sarebbe poi la stessa dello Jodhpuri della regione del
Rajasthan.
Anche dal punto di vista antropologico i Romané Chavé sarebbero
fisicamente e culturalmente simili alle antiche caste aristocratiche e
militari. L'antropologo indiano D.N. Majumdar, nella sua classificazione
dei gruppi sanguigni indiani, ha messo in evidenza le somiglianze tra i Kshattryas
e i Romané Chavé.
Ma c'è ancora un'altra similitudine. I Banjara, che sono
considerati gli Zingari d'India, e che secondo Kochanowski sarebbero dei Rajputs
leggermente "imbastarditi", avrebbero tradizioni orali molto
simili a quelle degli Zingari d'Europa.
Queste teorie sulle origini dei Rom non vengono accettate
dalla maggior parte degli ziganologi, secondo i quali mancherebbero di
maggiori riscontri. In merito alla data d'inizio delle grandi migrazioni,
essi continuano a basarsi sulle prime fonti documentali: gli scritti dello
storico arabo Hamzah d'Hispahan e quelli del poeta persiano Firdusi, che,
rispettivamente nel 950 e nel 1011 dopo Cristo, raccontano di come e
quando si verificarono le prime apparizioni degli Zingari oltre i confini
dell'India. |