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L'ultimo yeti
Piemme ed.



 



1

 

Un grosso gatto e uno sbuffo di nebbia

 

Il Parco sulla Collina si crogiolava sotto i raggi di un timido sole e Violet Twist si sentiva straordinariamente nervosa.
Non che non ne avesse motivo.
Da quando con la sua famiglia si era trasferita nel quartiere di Primrose Hill, a Londra, quella era la prima volta che una delle sue nuove compagne di scuola sarebbe venuta a farle visita a casa. Sempre ammesso che Shaila Rao non avesse cambiato idea.
– Uffa!
Shaila era in ritardo e Violet si domandò se fosse stata abbastanza chiara nell’indicarle il luogo dell’appuntamento. Forse avrebbe dovuto semplicemente darle l’indirizzo di casa. Ma le era sembrato più sicuro attenderla a metà strada, in cima alla collina da cui si scorgeva la grande voliera del London Zoo, oltre il canale che faceva da cornice al Regent’s Park.
Violet, seduta sull’erba a gambe incrociate, cominciò a tormentarsi i lunghi capelli. Faceva sempre così, quando qualcosa la agitava. Afferrava una ciocca, la rigirava tra le dita, la portava alle labbra e...
– Ehi!
Violet si alzò di scatto. Aveva riconosciuto la voce di Shaila Rao. Solo che la sua compagna, invece di dirigersi verso di lei, aveva imboccato un sentiero che zigzagando tra i cespugli terminava ai piedi di un albero.
– Ehi! Dico a te!
In una frazione di secondo Violet capì cosa stava succedendo. Sull’albero si era rifugiato un gatto. E ai suoi piedi un ragazzo che indossava un giubbotto di pelle nera lo stava bersagliando di sassi.
Violet si catapultò sul sentiero, facendo schizzare la ghiaia da tutte le parti. Superò di slancio una panchina, tagliò verso un ammasso di cespugli e piombò alle spalle di Shaila giusto in tempo per sentire le sue ultime parole:
– ...Sei uno stupido! Se non lasci in pace quel gatto io...
– Tu cosa? – ringhiò il ragazzo.
Era molto più alto e robusto di Shaila e aveva stampato sulle labbra il ghigno di chi se la gode un mondo a fare il prepotente.
– Io... Io... – esitò Shaila.
– Forse vuoi dire noi! – esclamò Violet mettendosi al suo fianco.
Il ghigno scomparve dal viso del ragazzo come se qualcuno l’avesse cancellato con una gomma. Perché Violet non solo era alta e robusta quanto lui, ma giusto un attimo prima aveva raccolto da terra un grosso bastone.
– Smamma! – lo agitò minacciosamente. – Teppista!
Quando il ragazzo si allontanò con la coda tra le gambe in direzione del Regent’s Canal, guardandosi ogni tanto indietro, Shaila sfiorò il braccio di Violet.
– Puoi buttare quel bastone ora –. Non riuscì a trattenere una risata. – Dovresti vederti! Hai un’aria davvero terribile! Dai, aiutami a salire sull’albero, quella bestiola sarà terrorizzata e non credo che riuscirà a scendere da sola.
Violet l’aiutò e poi rimase a guardarla mentre a cavallo di un ramo si avvicinava al gatto.
Era un grosso felino dal pelo rosso. Anzi. Più che grosso era proprio grasso. Un gattone ben nutrito e dall’aria sorniona che non sembrava affatto spaventato.
Prima che Shaila riuscisse ad avvicinarlo, si leccò con cura una zampa, saltò giù dal ramo e ciondolò in direzione di un cespuglio come se niente fosse successo.
– Questa poi! – borbottò Shaila.
Si calò a terra e raggiunse Violet.
– Andiamo? – le chiese.
Ma Violet in quel momento era soprappensiero. Non riusciva a spiegarsi ciò che aveva appena visto. Il gattone, prima ancora di arrivare al cespuglio, era sparito. E lei avrebbe giurato che nel punto esatto in cui si trovava un attimo prima, fosse comparso uno sbuffo di nebbia azzurrognola.
Come era possibile? Che ci fosse un buco lì? Una grossa tana di coniglio? E quello sbuffo di nebbia? Il sole era ancora alto nel cielo e...
– A cosa pensi? – le chiese Shaila.
– A niente. Mi era sembrato che... Ma non importa, mi sarò sbagliata…
Violet fece strada alla sua compagna sul sentiero che sbucava in Helsworthy Road, osservandola di sottecchi per tutto il tempo.
Il nonno paterno di Shaila era di origine indiana e lei aveva la pelle ambrata. I capelli e gli occhi nerissimi e uno strano modo di gesticolare con le mani, come se stesse cucinando su un tegame le parole che le uscivano a raffica dalla bocca.
– Non sopporto chi maltratta gli animali! – affermò. – Soprattutto quelli che non possono difendersi da soli! Non la pensi anche tu così?
– Certo!
Violet era felice di averle dato una mano con quel teppista. Non nascono così le più grandi amicizie? Ma ora l’importante era che la serata proseguisse nel migliore dei modi. Incrociando le dita perché tutto filasse liscio, certo, dato che a casa Twist, un giorno sì e un giorno no...
– È molto grande la tua casa? – le chiese Shaila.
– Beh, sì... Noi la chiamiamo Red Castle…
– Il Castello Rosso?
– Proprio così… Si tratta di una vecchia casa costruita con pietre di arenaria che alla luce del tramonto s’incendiano di riflessi rossastri. E’ piena zeppa di mobili antichi, salvo quelli delle camere di noi ragazzi. E sul lato est ha una bizzarra torretta circolare, l’Union Jack.
  Un altro strano nome… –  commentò Shaila.
– Ė stato mio fratello Valiant a darglielo, per via delle tre camere che ospita. La Camera Azzurra, la Camera Bianca, la Camera Rossa… Gli stessi colori della nostra bandiera. La più curiosa di tutte è la Camera Rossa, dentro c’è un…
– Attenta! – la interruppe con un grido la sua compagna.
Avevano appena imboccato Helsworthy Road e un furgone nero che procedeva a forte velocità aveva sbandato, era schizzato sul marciapiede e aveva sfiorato Violet, mandandola a gambe all’aria.
– Beh, pare che oggi sia un giorno pieno d’imprevisti – masticò amaro la ragazza, con la sensazione che qualcosa o qualcuno si fosse messo d’impegno per rovinarle la serata. Anche se ancora non immaginava cosa l’attendeva al  numero 115 di King Henry’s Road.
Pochi minuti dopo, non appena lei e Shaila raggiunsero Red Castle, trovarono sulla soglia una donna alta quasi due metri, larga come un armadio e con gli avambracci coperti da elaborati tatuaggi, che stringeva in mano una corta parrucca.
– Un uomo ha tentato di intrufolarsi in casa! – tuonò. – Anzi no. Era una donna travestita da uomo! – aggiunse agitando la parrucca sotto il loro naso. – È fuggita a bordo di un furgone nero... L’avete visto?
– Sì… – ammise Violet.
Ma non poté continuare.
Perché all’improvviso alle spalle della donna sbucò fuori un ragazzo con un casco da ciclista in testa, un paio di occhialini da piscina sugli occhi, due scarponi da trekking ai piedi e le mani impegnate a reggere in equilibrio un treppiede, una videocamera e un corto cannocchiale sormontato da una mezzaluna metallica piena di tacche e di numeri.
– Una donna travestita da uomo? Sicuramente era una complice di quelle spie! – esclamò il ragazzo. In qualche modo riuscì a sollevare il cannocchiale: – Non temete però. Ho preso dal laboratorio di scuola questo ipsometro, ora andrò in giardino e ne verrò finalmente a capo.
Violet si raschiò la gola.
– Lei è Kiki, la nostra governante maori – disse a Shaila. – E lui... Lui... – cincischiò, allargando le braccia come se stesse ammettendo una colpa inconfessabile – ...è mio fratello Valiant.
– Ah! Dimenticavo... – intervenne ancora il ragazzo. – Nel telegiornale del pomeriggio hanno parlato di mamma e papà. Gli agenti di Scotland Yard stamattina li hanno arrestati perché hanno scalato la Torre del Big Ben.
E a quel punto fu un bene che Shaila continuasse a fissare il ragazzo e non spingesse lo sguardo oltre la porta d’ingresso della casa.
Perché nell’atrio, sul primo gradino della massiccia scala di legno che portava al piano superiore, era comparso un gatto. Un gattone dal pelo rosso che fece uno sbadiglio e un istante dopo scomparve lasciando dietro di sé una nuvoletta di nebbia azzurrognola.


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